19 agosto 2011

Livorno: un appello per la libertà di espressione e manifestazione

Quanto avvenuto in questi mesi, rende necessario denunciare la stretta autoritaria, l'attacco alla libertà di espressione e all'agibilità politica in corso in città. A Livorno, come in tutta Italia, sono colpiti coloro che sul lavoro, nella scuola e nelle piazze, lottano e decidono di non chinare la testa di fronte a delle condizioni di sempre maggiore sfruttamento ed oppressione, di fronte ad una crescente riduzione dei diritti e degli spazi di espressione, di fronte a tagli alla scuola e al sociale, di fronte all'attacco al mondo del lavoro.
E' ormai da un anno che con provocazioni, intimidazioni, identificazioni, denunce ed altri provvedimenti, si tenta di criminalizzare ogni forma di conflitto sociale. Infatti nella maggior parte dei casi questi provvedimenti sono relativi a manifestazioni studentesche e sindacali, come nel caso dello sciopero generale del 28 gennaio 2011 o del corteo studentesco del 16 dicembre 2010.
Più volte negli ultimi tempi associazioni, collettivi, realtà politiche e sindacali, partiti e soggetti sociali, hanno denunciato questa grave situazione.
L'inasprimento del clima repressivo risponde alla volontà di soffocare ogni malcontento sociale, sia da parte di Questura e Procura, sia da parte della Giunta comunale, che con le scelte politiche intraprese si è resa responsabile della stretta autoritaria in città.
A tale proposito vale la pena ricordare l'assurda militarizzazione delle scale del Municipio, allo scopo di impedire l'esposizione di striscioni, a cui puntualmente si assiste quando si svolgono manifestazioni evidentemente non gradite all'amministrazione. Esempio ancora più chiaro e molto più concreto è la delibera del consiglio comunale di Livorno per dotare i vigili urbani di manganello e spray urticante. Quest'ultimo fatto chiarisce il modo in cui si intendono gestire le future situazioni di tensione sociale. Già abbiamo visto l'uso che è stato fatto negli ultimi tempi di quella che ormai viene chiamata “Polizia locale”, dall'uso della forza negli sfratti, alla persecuzione dei migranti al mercato e nelle zone del centro. Questa stretta autoritaria, sia a livello nazionale che locale, mira a colpire ogni malessere sociale e costituisce l'ennesimo attacco a chi già subisce sulla propria pelle gli effetti della manovra finanziaria, dell'accordo sindacale, dell'emergenza abitativa, della politica di guerra, della devastazione ambientale, dell'attacco alla salute, delle leggi razziste, dei tagli ai servizi e all'istruzione.
Nelle ultime settimane il clima in città si è fatto ancora più pesante.
11 persone denunciate per un totale di 17 denunce relative al corteo studentesco del 16 dicembre 2010, una manifestazione che si inseriva nel contesto della grande mobilitazione studentesca dello scorso autunno, animata dalla contestazione simbolica alla sede di confindustria e che non ha registrato particolari momenti di tensione. Fra le accuse l’accensione di lamperogeni o fumogeni durante i cortei (fatto fra l’altro usuale in ogni corteo), oppure deviazioni di cortei perseguite applicando il “democratico” art. 18 del TULPS, Regio Decreto del 1931, legge fascista meglio conosciuta come “assemblea non autorizzata”.
Una persona denunciata per essere salita sulle famigerate scalinate del Comune. Lo scorso 28 gennaio, durante lo sciopero generale dei sindacati di base, la polizia cercò di impedire agli autisti Atl in sciopero, ai lavoratori Asa e agli studenti di salire sulle scalinate per attaccare alcuni striscioni durante il comizio finale di lavoratori e rappresentanti sindacali. Alla fine lavoratori e studenti salirono ugualmente sulla scala.
Ad altre 6 compagni e compagne sono state prelevate le impronte digitali e sono state scattate foto segnaletiche, oltre che denunciate per “imbrattamento di cose altrui” e per “apologia di reato”. Tutto questo a causa di semplici adesivi attaccati in città.
Questi provvedimenti sono stati notificati tutti insieme nelle prime settimane di luglio.
Ma questo clima si prepara già da oltre un anno. Si ricordino i decreti penali di condanna (sempre per “accensione pericolosa”) recapitati a tre studenti per il corteo studentesco del 6 novembre 2009. Si ricordino le denunce a due studenti dell'Istituto Nautico per un tentativo di occupazione che si concluse con una trattativa che portò alla convocazione in quella scuola di un'assemblea permanente contro la politica scolastica del Governo. In quell'occasione le forze dell'ordine, tra minacce e provocazioni, identificarono decine e decine di minorenni. Si ricordi la militarizzazione della città a cui abbiamo dovuto assistere più volte in questi ultimi due anni, sia per manifestazioni studentesche e sindacali, sia in altri casi. Come in occasione dell'incontro sulla “sicurezza” organizzato a marzo di quest'anno tra il sindaco di Livorno Cosimi ed il sindaco di Verona Tosi, uno degli esponenti leghisti più legati alla destra neofascista ed al tradizionalismo cattolico. La militarizzazione di una città completamente blindata, rese in modo chiaro l'idea di cosa significa per il sindaco Cosimi la “sicurezza”.
Dall'estate del 2009 decine e decine di denunce, 4 arresti, varie condanne.
Questa è la situazione a Livorno.
Denunce a chi spontaneamente contestava la presenza dei fascisti di Forza Nuova alla processione dei cattolici tradizionalisti a Montenero. Una montatura e 4 persone agli arresti per diversi mesi, per chi partecipava a Pistoia ad un' assemblea sull'incostituzionalità delle ronde. Denunce e condanne a chi partecipa a manifestazioni studentesche e sindacali.
Questi provvedimenti sono del tutto pretestuosi. L'intenzione in questi casi è quella di colpire determinati compagni e compagne, di colpire certe posizioni politiche, di colpire percorsi unitari e legami di solidarietà che si sono costruite in questi anni. Che i fatti contestati non siano che dei pretesti è chiaro sia da come certi provvedimenti risultino quasi ridicoli, sia dal fatto che vengano colpiti, con particolare accanimento, quei compagni e quelle compagne più impegnati. Vengono prese di mira infatti quelle persone che spesso costituiscono le cerniere tra i vari collettivi e soggetti politici, che hanno un ruolo importante in quei meccanismi di solidarietà, collaborazione e confronto, che hanno permesso che in questa città si sviluppassero importanti percorsi di lotta.
Questa stretta autoritaria mira quindi a reprimere ogni forma di dissenso, costituendo un attacco diretto alla libertà di espressione e manifestazione. Un attacco diretto a chi lotta, ma soprattutto diretto a studenti, lavoratori, migranti, un attacco ad ogni malcontento sociale.
Per questo è necessario spezzare questa morsa ed estendere le maglie della solidarietà. Sostenere coloro che vengono colpiti da provvedimenti repressivi e rivendicare l'agibilità politica e la libertà di manifestazione. Contrastare la stretta repressiva ha bisogno di una specifica campagna politica che non può essere slegata dai percorsi di lotta che vedono protagonisti i lavoratori, gli studenti, i migranti.
Va infatti ricordato che quando si parla di stretta autoritaria, si parla dell'azione delle Questure e delle Procure, ma si parla anche della riduzione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, della precarietà, delle leggi razziste che ricattano e perseguitano i lavoratori immigrati, del militarismo e delle politiche di guerra. Lo si può vedere in Val di Susa, dove il governo ed il PD usano continuamente la violenza, giungendo fino a schierare l'esercito contro un movimento di resistenza popolare in difesa della salute. Lo si può vedere a Firenze, dove con una enorme montatura da oltre 90 indagati, si cerca non solo di affossare il movimento studentesco fiorentino ma di bloccare ogni forma di dissenso in città.
Con questo attacco, anche a Livorno si cerca di organizzare la repressione del malessere sociale.
Ma questa stretta autoritaria non può fermare il malcontento ormai diffuso. Non può spezzare la solidarietà che lega movimenti sociali, collettivi, soggetti politici e sindacali, né tanto meno potrà fermare le mobilitazioni dei prossimi mesi.





Coordinamento Studentesco Livornese, Collettivo Studentesco Universitario Livornese, Comitato di lotta per il lavoro, Unicobas Livorno, Confederazione Cobas Livorno, C.S.A. Godzilla, Officina Sociale Refugio,
Teatrofficina Refugio, Sinistra Critica, Collettivo Anarchico Libertario, Federazione Anarchica Livornese – F.A.I.


Napoli: agente rubava ai detenuti di Poggioreale.

Un assistente della Polizia Penitenziaria è stato tratto in arresto perché colto in flagranza di reato di reato di peculato. L’uomo approfittando della sua qualità e del suo ruolo, attraverso ingegnosi espedienti, riusciva a sottrarre ai detenuti oggetti preziosi depositati presso il “casellario” ove vengono custoditi gli oggetti appartenenti ai detenuti che non possono rimanere per normativa nella loro disponibilità. A seguito di un’articolata attività investigativa che ha comportato l’utilizzo di video di sorveglianza per un continuo monitoraggio dei luoghi, si è riusciti a scoprire l’attività e le vittime dei furti il cui numero, secondo i primi accertamenti non sembra apparire esiguo.

fonte: www.caserta24ore.it

Testimonianze: mio figlio, suicida appena un mese fa, è morto di malagiustizia…

Sono una mamma e ho da poco perso mio figlio, morto suicida appena un mese fa. Non avrei creduto che potesse capitarmi una cosa del genere e, soprattutto, fino a un anno fa credevo nella giustizia e nei giudici. Oggi quella fiducia non c’è più e guardo con occhi diversi le vicende di chi, come noi, si è trovato e si trova ad affrontare un procedimento giudiziario in cui ricopre, suo malgrado, la veste di imputato.
Voglio raccontarvi di mio figlio: 30 anni bello, dolce e pieno di speranze, come lo sono i giovani della sua età. La sua vicenda giudiziaria inizia quando, una mattina di luglio di un anno fa, viene arrestato con l’accusa di traffico di marijuana. Viene condotto prima presso la casa circondariale di Regina Coeli e poco dopo trasferito in un nuovo carcere, dove resterà per tre mesi e mezzo, in condizioni degradanti e di sovraffollamento, tipiche delle nostre patrie galere!
Le accuse, pesanti come un macigno, tengono mio figlio in carcere in stato di custodia cautelare e senza alcuna possibilità di accedere agli arresti domiciliari, per la forte convinzione del pubblico ministero del suo coinvolgimento nella vicenda. Le prove a carico sono esigue, solo due intercettazioni telefoniche, non sul suo telefono, bensì su quello di altri due imputati, i veri artefici delle condotte illecite, che nei loro discorsi sostenevano che mio figlio dovesse loro dei soldi: secondo la logica dell’accusa queste prove bastavano e avanzavano!
Mio figlio, suo malgrado, conosceva gli altri imputati e con loro aveva organizzato degli eventi estivi, ma non aveva intrattenuto alcun genere di altri rapporti, infatti, poco dopo, ne aveva preso le distanze, ma ciò non è bastato e non lo ha salvato dal calvario che da lì a poco avrebbe patito.
L’accusa sin dalle prime fasi del procedimento non ha sentito ragioni: il magistrato ha mantenuto per mesi un ragazzo incensurato, un ragazzo con spiccati riferimenti famigliari e culturali, in stato di custodia cautelare senza mai interrogarlo, stante le richieste della difesa, ha respinto ogni richiesta presentata dai legali di attenuazione della misura, sino a quando, pur di tirarlo fuori da quella prigione - come è nel gioco della forza delle parti e del potere - lo abbiamo convinto a patteggiare; lui non voleva farlo, ha accettato solo per noi.
Pensavamo che il peggio fosse passato, speravamo che i tempi del procedimento fossero più ragionevoli, a maggior ragione dopo la definizione del processo, ma ci sbagliavamo ancora una volta. Il nostro ragazzo doveva accedere alla misura alternativa dell’affidamento in prova e vi erano tutti i presupposti perché il tribunale competente la concedesse.
Ogni giorno, dagli uffici interpellati, le risposte erano sempre le stesse: bisognava aspettare, nonostante vi fosse sentenza, perché il fascicolo passasse dal giudice di cognizione al Tribunale di Sorveglianza e intanto i giorni si consumavano lentamente, solo per ricevere la notifica dei provvedimenti.
Nell’era dei computer e della velocità informatica, impiegavano settimane e mesi per passare da un ufficio all’altro e da un tribunale all’altro. Dall’uscita dal carcere al giorno del suo suicidio sono trascorsi 5 mesi e mezzo (pazzesco, vero?); soltanto per la formalizzazione della sua condanna sono passati 3 mesi e intanto mio figlio scalpitava in casa, deprimendosi, perché vedeva allontanarsi sempre più la possibilità di quella libertà, anche parziale, che gli avrebbe consentito di tornare a fare una vita “passabile”: la sua casa, il suo lavoro, la sua fidanzata che adorava.
Potete pensare che un ragazzo così, pieno di vita e di entusiasmo, potesse sopportare tutto questo? No, soprattutto se sa di essere innocente. Non ce l’ha fatta. Se n’è andato da solo, una mattina, nel modo più terribile, lasciandoci allibiti e disperati, perché, sapete, per quanto noi genitori abbiamo cercato di fare tutto il possibile per lui, i sensi di colpa ci attanagliano, primo fra tutti quello di non avere capito che non ce la faceva veramente più.
La pena dovrebbe, come è nello spirito delle leggi, avere la funzione e il compito di recuperare e riabilitare le persone, dare la possibilità a chi ha subito una condanna di riscattare la sua vita e reinserirsi nella società civile ed il carcere è l’extrema ratio e non, come accade oggi, la soluzione.
Il processo dovrebbe essere giusto, equo e ragionevole, le lungaggini giudiziarie e i farraginosi iter burocratici, che richiamano vicende dal tratto kafkiano, finiscono nella realtà per colpire i malcapitati che si ritrovano in carcere da innocenti. Storie di ordinaria ingiustizia in cui è caduto mio figlio che ben avrebbe potuto provare la sua innocenza nel processo, ma la minaccia di restare in carcere sino al processo, e forse per tutto il tempo di durata del dibattimento, ci ha fatto desistere e preferire “un accordo” con la pubblica accusa.
Così mi chiedo, da adulta, cittadina e madre: è questo il modo per recuperare un ragazzo, ammesso anche che abbia delle colpe? Perché chi giudica non riesce a guardare, come dovrebbe essere, chi ha di fronte, a indagare sulle qualità personali, sul carattere e su tutto ciò che necessita per definire il profilo di un individuo? Il diritto richiede simili analisi e chi giudica dovrebbe attenersi a tali principi, principi giusti e inviolabili, necessari per contraddistinguere un ordinamento democratico e garantista.
Questa lettera di protesta non mi restituirà mio figlio ma spero almeno possa servire a muovere le coscienze.

fonte: www.linkontro.info

Detenuto morì di anoressia a Regina Coeli, rinvio a processo per tre medici

Lo avevano chiamato un secondo caso Cucchi perché anche lui, Simone La Penna, era morto in carcere. Appena un mese dopo il geometra romano. E ora anche i medici che dovevano occuparsi di lui rischiano di finire a processo con l’accusa di omicidio colposo.
Il pm Eugenio Albamonte, titolare del fascicolo, ha chiesto il rinvio a giudizio per i tre camici bianchi, Andrea Franceschi, Giuseppe Tizzano e Andrea Silvano. Colpevoli di aver rispedito il detenuto nella sua cella e di non averlo invece tenuto sotto osservazione come avrebbero dovuto. Morto di infarto, dunque, ma ucciso, secondo il magistrato, dalla negligenza di chi, invece, avrebbe dovuto prendersene cura.
Ora tocca al gip decidere se farli sedere sul banco degli imputati. Il cuore di La Penna, anche lui detenuto per problemi di droga, ha smesso di battere per un arresto cardiaco il 26 novembre del 2009. Quando fu ritrovato cadavere nella cella dove i medici del reparto ospedaliero del Regina Coeli lo avevano rispedito, pesava appena 49 chili.
Aveva un passato di anoressia in cui sembrava essere ripiombato dopo l’arresto tanto da essere stato trasferito a Roma dalla casa circondariale di Viterbo, suo paese di origine, per motivi di salute. Due episodi che sembrano avere molto in comune. A partire all’età delle vittime: il geometra romano aveva 31 anni, La Penna 32, una compagna e una bambina. Così come per Stefano Cucchi, anche per il giovane viterbese è stata la famiglia a sporgere denuncia: più volte la sua difesa aveva sollevato la questione sulla incompatibilità della sua salute con il regime carcerario.

9 agosto 2011

Cosenza: sgomberato L.s.a. Assalto

Si respira nuovamente un clima autoritario all’Unical.
Il rettore Giovanni Latorre, da dodici anni signore feudale del territorio universitario, ha deciso di spendere questo mese di agosto a sgomberare ogni posto che nell’ateneo vive e promuove iniziative al di fuori dell’irreggimentazione decisa da logiche aziendali.
A fare le spese delle manie assolutiste del rettore, oggi, è il Laboratorio Sociale Autogestito “Assalto”.
Stamattina , infatti, abbiamo trovato una brutta sorpresa arrivando all’aula Zenith2, occupata da gennaio: serratura cambiata e squadra di imbianchini al lavoro per cancellare ogni traccia visiva di sette mesi di attività politica e aggregativa. Anche gli oggetti presenti nell’aula sono stati presi e nessuno sa dove sono stati depositati, non esistendo alcun verbale di sequestro; è sparito nel nulla, inghiottito dalla bulimica fame di “legalità” estiva del rettore, tutto il materiale servito per le iniziative che hanno animato l’aula: cineforum, dibattiti, presentazioni di libri, seminari autogestiti, musica del vivo e momenti di aggregazione.
Già a gennaio, dopo che il movimento studentesco aveva aspramente contestato il ddl Gelmini in tutta Italia, l’occupazione dell’aula è stata la risposta alla militarizzazione dell’Unical disposta dal rettore, con squadre di polizia a sbarrare l’ingresso dell’aula magna per impedire lo svolgimento di un’assemblea. Ora, dopo mesi di silenzio, il rettore mostra ancora il suo vero volto: quello di un barone neoliberista autoritario, ostinato a gestire la NOSTRA università come se fosse una SUA azienda. Infatti in questa calda estate calabrese è definitivamente caduta la maschera di “uomo di sinistra” sotto i tentavi di sgombero e le demolizioni portati avanti in tutto l’ateneo.
L’obiettivo di “normalizzare” l’Ateneo, facendone un luogo che vive solo negli orari di lezione decisi e determinati “dall’alto”, senza spazi per la libera formazione e per un’aggregazione libera e spontanea, verrà combattuto con le stessa fermezza con cui abbiamo combattuto le riforme universitarie che stanno a monte di tale logica.
La tempistica dell’azione, in pieno agosto e con l’università deserta, mostra chiaramente la debole legittimità politica del gesto, che solo in un momento di così scarsa attenzione poteva essere compiuto.
Troppo difficile cancellare esperienze in un autunno che sarà carico di lotte, troppo facile pensare che basti una mano di vernice per cancellare un’esperienza politica che, seppur breve in termini temporali, è già carica di consapevolezza e rabbia.
Nulla di nuovo, dunque, non sarà certo una serratura nuova a bloccare la nostra rabbia, non sarà un’imbiancata a cancellare questa esperienza politica.
Le strade in fiamme di Londra, le piazze piene della Spagna e le rivolte nel mondo arabo anticipano quello che sarà l’autunno italiano, ed è ha queste che stiamo guardando, ed è da queste che ripartiremo.

Come back settembre

L.S.A. Assalto - Cosenza

Catanzaro: detenuto di 67 anni s’impicca in cella

Schiacciato dal peso del rimorso, s’è stretto la vergogna attorno al collo e ha chiuso definitivamente gli occhi. Francesco Beniamino Cino se n’è andato in silenzio, all’alba d’un giorno di festa. S’è ucciso nella solitudine della sua cella dopo una notte insonne, passata a ripensare all’ultimo spicchio della sua vita che gli era sembrato improvvisamente irrecuperabile. Cino era rinchiuso nel penitenziario di Catanzaro da martedì sera, dopo l’intervento chirurgico per l’asportazione d’un carcinoma, al quale era stato sottoposto il 28 luglio, nel policlinico di Germaneto.
Soffriva parecchio il sessantasettenne di Montalto Uffugo, nel Cosentino, soffriva dal 29 giugno, il giorno della follia. Quella mattina, nel giro d’un quarto d’ora, uccise i consuoceri, Franco Cariati e sua moglie Anna Greco, e ferì la nuora Teresa. Crimini documentati dalle investigazioni dei carabinieri del capitano Adolfo Angelosanto e dalle stesse ammissioni del commerciante reo confesso.
Cino interpretò il rifiuto dell’ex moglie del figlio ad abbandonare la “sua” casa come una congiura ordita nei suoi confronti dalla donna e dai suoi genitori. Nella sua mente, probabilmente, non c’era più spazio per altro di più razionale. E così s’armò e fece strage dei consuoceri. Dopo la mattanza, Cino fuggì, tentando di spararsi con la pistola nel parcheggio d’un centro commerciale di Cosenza. Ma l’arma s’inceppò e non poté completare quel suo disegno che ha, invece, definito, ieri mattina, lasciandosi soffocare da un lenzuolo che s’è stretto al collo nel chiuso della sua cella.
Negli ultimi tempi parlava tanto di quel suo desiderio che era diventato una ossessione. Cercava la morte, si sentiva finito. S’era rivolto al medico che lo aveva operato: “Dottore, la prego, mi faccia morire...”. Ne parlava spesso durante i colloqui in carcere con la moglie e il figlio e, pure, con i suoi legali, gli avvocati Ubaldo e Marlon Lepera. L’ultima volta era stato in ospedale.
Francesco Beniamino Cino confessò d’essersi bevuto una intera bottiglietta di colla vinilica senza tuttavia aver subito alcuna conseguenza. Intenzioni suicida che avevano spinto i difensori a vergare in fretta una richiesta al gip di Cosenza per sottoporre Cino a una perizia psichiatrica. Lo scopo era quello di valutare le condizioni psichiche dell’uomo e la sua compatibilità col regime carcerario. Il giudice aveva autorizzato la visita specialistica che, probabilmente, avrebbe dovuto svolgersi stamattina nell’infermeria del carcere catanzarese. Ma il sessantasettenne detenuto è stato più lesto.
Gli avvocati Ubaldo e Marlon Lepera hanno già preannunciato un esposto per fare piena luce sulla vicenda. L’iniziativa dei legali è finalizzata a verificare se c’è stata una flessione nel livello di sorveglianza dal momento che Cino aveva più volte esternato quella sua insana voglia d’ammazzarsi. Sospetti che rischiano d’avvelenare il metabolismo delle indagini sul decesso in cella. Uno dei tanti che si consumano nell’inferno delle prigioni italiane, quando la disperazione stritola la speranza.
Francesco Beniamino Cino s’è ucciso a 40 giorni esatti dalla strage. La sua discesa negli inferi era cominciata sotto casa, a Settimo di Montalto, quando affrontò Teresa Cariati, la nuora per “definire” la questione dell’appartamento. Un quartino che il giudice della separazione aveva assegnato alla donna: “Se non vuoi più abitare qui da noi, bene, allora vattene e restituiscimi le chiavi”.
L’incontro fatale rappresentò l’innesco che fece detonare la diga della ragione. La donna già in auto non avrebbe assecondato quella richiesta provocando la reazione del commerciante. L’uomo avrebbe aperto lo sportello dell’auto e avrebbe cominciato a percuotere la nuora. Avvisaglie che lasciarono i segni di un conflitto familiare ormai fuori controllo, nutrito da rancori e interessi. Quel pensiero fisso per la casa aveva finito per assorbire la mente del sessantasettenne.
La rabbia urlata in faccia alla nuora e la successiva aggressione fisica sarebbero stati i prodromi della strage, i sintomi di quella ossessione che finì per trasformare un tranquillo commerciante in un freddo assassino. Cino, ormai prigioniero della follia, sarebbe corso in auto a prendere quella vecchia pistola ereditata dal padre scatenando l’inferno. In quindici minuti ferì la nuora, sotto gli occhi dei due nipotini, e uccise i consuoceri.
Poi, fuggì, raggiunse Cosenza, dove tentò di togliersi con quella stessa pistola con cui aveva seminato la morte. Una rivoltella che, però, s’inceppò e lui andò via, con l’autostop, fino a raggiungere il Savuto, prima di decidere di consegnarsi ai carabinieri, confessando tutto. Per tre settimane è rimasto rinchiuso nel carcere di Cosenza. Poi, la necessità del trasferimento a Catanzaro per l’intervento chirurgico per il quale era già in lista da tempo. E dopo l’operazione, il ritorno dietro le sbarre dov’è rimasto per quattro giorni prima di togliersi la vita.

fonte: Gazzetta del Sud

8 agosto 2011

No Tav: Comunicato dei fermati ad Avigliana. Fogli di via=Stato di Polizia

Mercoledì 3 Agosto dopo la sveglia rumorosa a suon di pentole all'Hotel Ninfa di Avigliana (avvenuta senza nessuna tensione, minaccia o ingresso all'interno dello stabile, anzi fermata per vari minuti per consentire il passaggio di una ragazza disabile), veniamo fermati dalla polizia mentre ci accingiamo ad andarcene via con le nostre autovetture e fatti tornare verso il parcheggio.
Ci vengono presi i documenti con il pretesto d'identificarci e vengono consegnate multe a chi aveva fari rotti nella macchina o non aveva ancora allacciato le cinture di sicurezza nei 50m adiacenti all'hotel; ci vengono perquisite le auto e gli zaini.
Dopo 2 ore al sole, sorvegliati a vista d'occhio da celere, digos e polizia stradale, ci viene detto di salire sul furgone della polizia e veniamo portati nella caserma di via Veglia x un'identificazione più dettagliata(?????).
Qui ci viene anche notificata una denuncia per VIOLENZA PRIVATA IN CONCORSO AGGRAVATA e ci vengono fatte varie fotografie.
Dopo circa 4 ore (dentro la cella temporanea), siccome l'ennesima identificazione sembrava non bastare veniamo portati nella sede della questura a Torino, negli studi della polizia scientifica, dove, oltre alle foto segnaletiche ci vengono prese anche le impronte digitali.
A questo punto 3 di noi vengono allontanati dal gruppo e caricati su 3 macchine diverse (con tre agenti della digos sopra) che le porteranno alle proprie abitazioni e autovetture per una perquisizione in cerca di: armi, esplosivi e strumenti da scasso.
Tutte e 3 le perquisizioni si concludono negativamente (nulla viene trovato e preso dalle case) e i 3 tornano in questura dove vengono consegnati, a loro e agli altri fermati il FOGLIO DI VIA dai comuni di Avigliana, Susa, Gravere, Chiomonte, Exilles, Giaglione.
Intorno alle 21 i fermati vengono uno alla volta rilasciati.
Foglio di via, vecchio strumento fascista che non era più usato da decenni ma tornato alla ribalta per allontanare le persone “scomode” da certi luoghi.
Questo fa capire che lo Stato non è più (o forse non lo è mai stato) quell'istituzione democratica in cui molti vogliono credere ma soltanto un fasci-stato di polizia che tramite la repressione fisica e giuridica cerca di mettere a tacere la gente che ha ancora il coraggio di alzare la testa e manifestare contro qualcosa che non gli va!
Questi fogli di via non sono altro che la conferma che la situazione in Val di Susa preoccupa le autorità e non trovano altra soluzione che privare la gente della libertà di muoversi e di manifestare liberamente nella propria terra.
Anche le perquisizioni in casa dei 3 altro non sono che atti intimidatori per scoraggiare il movimento e i perquisiti. Vogliono farci credere di essere dei criminali perché difendiamo la nostra terra e il nostro futuro, Ma noi non ci fermiamo! Non sarà certo una restrizione a fermare la nostra voglia di opporci a un opera inutile, ma soprattutto a tutto quello che vi ruota dietro e che le autorità cercano sempre più di nascondere cercando di far tacere tutti per evitare un collasso totale. Non sarà questo a sopprimere il nostro amore per questa valle in cui alcuni di noi sono cresciuti e di cui altri si sono innamorati e dalla quale ora vorrebbero strapparci via.
Sicuramente pensavano di intimidirci ma hanno solo aumentato la nostra voglia di lottare e unirci insieme per affrontare un altro problema a testa alta e senza paura. Sperano di rinchiuderci in casa spaventati ma “LA VALSUSA PAURA NON NE HA” lo gridiamo oggi come lo gridavamo davanti alle ruspe il giorno dello sgombero!

Non ci terranno lontani dalla nostra terra!!!

La Valle non si ferma e nemmeno noi fermati. Continueremo a partecipare alle iniziative, sempre pronti, con gli scarponi vicino al letto e sempre pronti a gridare NO TAV!!!


Esiliati della Valsusa

6 agosto 2011

Così hanno Ammazzato "Il Maestro più Alto del Mondo"

A distanza esatta di 2 anni dalla morte di Francesco Mastrogiovanni, l'accurata Inchiesta di Uno Tv curata da Luigi Pastore ricostruisce attraverso ricerche storiche, testimonianze e video-shock in parte inediti una storia vergognosa di ordinaria bestialità. Una storia drammatica di Violenza Assassina, Indifferenza per la Vita Umana, Spregio delle Regole Civili: Ecco come hanno ammazzato "Il Maestro più Alto del Mondo".  (video)

ATTENZIONE: LA VISIONE E' ADATTA AD UN PUBBLICO ADULTO.

Inchiesta a cura di Luigi Pastore- Riprese e montaggio Domenico Martoccia

GUARDA LA PARTE 2 DELL'INCHIESTA DI UNO TV SU FRANCESCO MASTROGIOVANNI: http://www.unotvweb.it/articolo/582001/

fonte: Unotvweb

4 agosto 2011

Testimonianze: a Lampedusa abusi e violenze

Di ritorno da Lampedusa, pervasa di impotenza. Nelle orecchie ancora le urla di un ragazzino che tenta di ribellarsi ad una perquisizione. Eravamo a Contrada Imbriacola a salutare i ragazzi e Tracy, una bellissima minore nigeriana che, quando mi abbraccia, prende la rincorsa e poi si stringe con la testa sulle spalle, sorride e abbassa lo sguardo un po' vergognosa.
Angelina (un nome, una garanzia) di Msf le ha portato “il piccolo principe” in inglese e lei se l'è divorato in una notte. Vorrebbe leggere ancora e ancora ma sull'isola in inglese c'è solo la bibbia (che il prete distribuisce a larghe mani insieme a rosari colorati) e lei la sta studiando a memoria.. Da una stanza accanto ai bagni sentiamo urlare, la porta è accostata, mi avvicino vedo M. il parrucchiere filosofo, come lo abbiamo ribattezzato.
Lui parla spesso con noi, è sveglio e parla un buon francese. In Tunisia faceva il barbiere ed è scappato non per problemi economici ma per l'instabilità del suo paese (dove gli scontri non sono mai cessati ma si è solo smesso di parlarne) per questo motivo ha già manifestato la sua volontà di chiedere asilo. Cionostante si trova rinchiuso insieme agli altri da settimane a Contrada Imbriacola. Neanche a lui come agli altri è stato notificato alcun provvedimento di trattenimento: trattenuto di fatto ma non di diritto. In attesa di non si sa cosa, M. non si perde d'animo. Come molti altri rifiuta il cibo definito immangiabile distribuito dalla Lampedusa Accoglienza. Lui però a differenza degli altri ha qualche soldo in tasca che è riuscito a portare con sé e proteggere nel viaggio. Per questo appena può cerca di uscire dal Cpsa per andare a comprarsi cibo e sigarette e poi torna.
Lui è sveglio, sa che la sua detenzione è illegittima e comunque non vuole scappare (e dove potrebbe andare, si trova su un'isola peraltro presidiata da ogni tipo di forza armata, compreso l'esercito) vuole solo per mezz'ora sentirsi “normale” mangiare cibo vero, tipo un panino bere una coca e fumarsi una sigaretta. Vuole per mezz'ora non sentirsi un criminale in gabbia. Gli spieghiamo ogni giorno che non può uscire, che deve resistere, che tra poco verrà trasferito in un centro per richiedenti asilo (Cara) e chi lì andrà meglio. Ma lui non ci ascolta, scuote la testa.
M. crede che le persone abbiano il diritto di essere felici o almeno di provarci, e si preoccupa per noi. Dice che ogni giorno ci vede più stanche, vede i nostri visi provati e gli occhi tristi. Scherza con noi e si preoccupa dei nostri di diritti, dice che non è normale che tre ragazze (beh io non lo sono più da un po' di anni ma lui è galante) su un'isola bellissima passino il loro tempo in quel posto schifoso anziché su una spiaggia. Mi domanda se dormo abbastanza perché effettivamente ho le occhiaie dopo qualche notte insonne, gli spiego che ho troppi pensieri e non riesco a dormire. Ha una soluzione: mi dice di passare al Centro prima di coricarmi: mi terrà da parte il cibo che l'ente gestore distribuisce e mi assicura che dopo averlo ingerito si prende subito sonno. Quel cibo fa schifo ma fa dormire.
Ora M. è rinchiuso in una stanza e sta subendo una perquisizione fin troppo approfondita a giudicare dalle urla e dai guanti di lattice che fasciano le mani dei poliziotti e degli agenti della guardia di finanza che si affollano nella stanza. Vorrei fare qualcosa per lui ma questa non è una perquisizione normale. Non credo sia stato avvertito del diritto di nominare un avvocato perché assista alla perquisizione (né che alla fine gli verrà consegnato un verbale che ne specifichi l'esito) e quindi non ho diritto ad assisterlo non essendo stata da lui nominata.
Mi avvicino più che posso, chiedo informazioni ma l'unica risposta che ottengo é che la perquisizione è necessaria perché questi ragazzi quando escono dal centro magari comprano le lamette (per poi inghiottirle quando la depressione e la rabbia prendono il sopravvento) e se le nascondono “ovunque” e quindi spetta a loro, alla polizia, frugare “ovunque” per scovare queste eventuali lamette.
E così quella che sembra un'arbitraria punizione sarebbe un legittimo atto dovuto. Peccato che viola qualunque regola procedurale in materia e che si svolge su di un ragazzo richiedente asilo privato da settimane illegittimamente della libertà personale. Ma soprattutto perché nessuno si domanda come mai dei ragazzini che hanno rischiato la vita per tentare di avere un futuro, una volta rinchiusi nelle gabbie di Contrada Imbriacola (o negli altri centri) coltivino tutta questa voglia di morire? E perché nessuno fa nulla per evitarlo?
Restiamo lì finché le urlano non cessano, poi lo vediamo uscire, lo spingono verso il cancello, verso la gabbia degli adulti: chiede una sigaretta, gliela danno ma gli impongono di dire grazie. Glielo urlano, devi dire grazie! Lui allora urla grazie ad ognuno dei poliziotti che l'ha perquisito, con aria di sfida, con l'orgoglio di chi può essere spogliato e perquisito ma non sottomesso. I poliziotti non la prendono bene e mentre lo strascinano al cancello gli urlano: vedrai il grazie che ti diremo noi tra poco.
Il mio aereo parte tra 50 minuti e comunque lì sono totalmente inutile. E così frustrata e nauseata lascio M., il centro e l'isola. Sull'aereo sento addosso, appiccicata sulla pelle e negli occhi tutta la violenza che, impotente, ho visto e sentito in questi giorni.
Avvilita, mi aggrappo allora, per non essere sopraffatta dalla nausea e dalla disperazione, ad un pensiero felice. Ad una speranza. Un miracolo di cui sono stata spettatrice. A Lampedusa per una settimana una cinquantina di ragazzi (ma anche qualche adulto) ha partecipato al campeggio organizzato da Amnesty International per i diritti umani. Hanno sostato fuori dai centri, salutato sbracciandosi i giovani prigionieri, hanno parlato di leggi e di diritti, hanno fatto domande e cercato risposte. Con curiosità, purezza ed intelligenza. Accoglienti, preparati e partecipi. Volevano portare il loro saluto ai migranti detenuti nei centri ma non gli è stato concesso. Volevano trasmettere la loro vicinanza ai loro coetanei migranti. Le hanno provate tutte. Si sono ingegnati e poi hanno scritto questa lettera perché la leggessimo ai minorenni rinchiusi alla Loran.

“Siamo arrivati da diverse parti di Italia e d'Europa, siamo giovani e meno giovani, abbiamo provato a portarvi un sorriso, abbiamo provato a raggiungervi per conoscere il Vostro sorriso abbiamo provato ad incontrarvi per ascoltare i vostri nomi e per darvi il nostro benvenuto, abbiamo guardato da lontano i vostri saluti e abbiamo risposto salutandovi: Volevamo correre, saltare il cancello e con un pallone conoscervi per condividere qualche istante sereno... ma non cel'abbiamo fatta a far sii che il nostro sorriso potesse diventare anche il vostro... Noi, e tanti altri con noi, continueremo a sperare di ascoltare i vostri racconti, non smetteremo mai di chiedere i vostri sorrisi, continueremo a cercare il vostro abbraccio e non finiremo mai di chiedere di farci incontrare... Non possiamo venire lì, ma di certo non smetteremo mai di aspettarvi qui!”

C'era un silenzio irreale nel centro: 101 ragazzi muti, raccolti intorno a noi, ad ascoltare questa testimonianza di empatia. Hanno applaudito due volte e alla fine con gli occhi umidi mi hanno chiesto di ringraziare questi amici sconosciuti. Hanno pensato a tutti i ragazzi di Amnesty. Anche ai lampedusani che sanno di essere stati accoglienti quando lo Stato latitava. Così hanno deciso di scriverla questa riconoscenza tracciando sulla sabbia della spiaggia la scritta Grazie rivolta verso il paese, verso gli isolani, e poi immortalando l'immagine in tante cartoline distribuite nella festa serale nella via principale dell'Isola. Nella piazza di fronte alla chiesa hanno predisposto un piccolo percorso di candele e scritte.
Trovo, tra le altre, questa versione geniale e commuovente del Padre Nostro. Gian Marco, l'autore, è uno dei “campeggiatori” di Amnesty, un giovane poeta.

Migrante Nostro. Migrante Nostro, Che sei nei centri, Sia rispettato il tuo nome Venga il giorno in cui ovunque la terra ti accolga, Ti sia restituita la tua Dignità, Come in mare Così in terra. Che non ti sia negato il pane quotidiano Perdona a noi la violazione dei tuoi diritti Come noi ci impegniamo a non esserti più debitori. E non ricorriamo ingiustamente alla detenzione ma liberiamoti dal mare... Amin
(Gian Marco Giuliana con l'inestimabile aiuto di Helena Caruso).

Questi ragazzi così belli e creativi sono la nostra Italia migliore, da difendere e far crescere. Penso a loro sull'aereo. E ricomincio a sperare.

Alessandra Ballerini @valigia blu - riproduzione consigliata


Nel decimo anniversario del G8 di Genova, Amnesty International chiede all'Italia di introdurre il reato di tortura, gli strumenti per prevenire e punire gli abusi di funzionari e agenti delle forze di polizia e le misure per identificare gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Firma l'appello di Amnesty International Operazione trasparenza, diritti umani e polizia in Italia

Ai confini dell'Europa dove razzismo e xenofobia dilagano

Va bene, la Norvegia. E la Svezia, la Finlandia e la nera Danimarca. Ma sebbene ora l'attenzione dell'Europa per i movimenti di estrema destra sia concentrata sulla penisola scandinava e dintorni, il più grosso coacervo d'odio razziale in Europa - un'Europa allargata - è poco più a est. In Russia. Pronto a esplodere.
Nel 2008 ogni mese, in media, in Russia sono state uccise nove persone per motivi razziali. Nove omicidi al mese, che per dodici fanno 108 morti. Più delle vittime di Anders Breivik. Da allora la situazione sembra essere migliorata: il numero di omicidi è calato sensibilmente, anche e forse soprattutto grazie a una politica di repressione voluta e conseguentemente portata avanti dal presidente della Federazione, Dmitri Medvedev. Ma nonostante l'epifenomeno sia ridimensionato, le cause profonde del malessere, il sentimento d'odio per il diverso, non sembrano affatto essere diminuiti, spiegano gli esperti. Medvedev ne è consapevole, ma dalle dichiarazioni sulla necessità di combattere culturalmente il razzismo non si è ancora passato ai fatti.
Nelle scuole la storia russa è la storia dei russi etnici. L'idea dell'integrazione attraverso l'omologazione prevale su quella della convivenza tra culture differenti. La vecchia idea dell'amicizia tra i popoli sembra insomma essere naufragata con il comunismo sovietico, seppellita definitivamente dalle guerre combattute contro gli islamisti ceceni e caucasici.
Recentemente tutti i giornali russi hanno raccontato con enfasi la difesa di un villaggio, Sagra, sugli Urali, da parte di un coraggioso gruppo di russi etnici. La cittadina sarebbe stata aggredita da una banda di delinquenti, una sessantina di azeri, armati di bastoni, coltelli, catene e armi da fuoco. Dopo aver pestato due minorenni capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato, gli aggressori avrebbero terrorizzato la cittadina, fin quando un manipolo di coraggiosi russi è riuscito a scacciarli dopo una rissa colossale.
I russi amano queste storie di difesa eroica con vittoria finale dei buoni, scrive in proposito il quotidiano tedesco Die Welt, che ha raccontato la vicenda. Ma chi erano in questo caso i buoni? Gli azeri furiosi erano calati su Sagra per vendicare la cacciata violenta di un loro connazionale, e le tante offese razziste subite da altri. Alla fine l'unica vittima dell'assalto è stato un azero. La quindicesima persona a perdere la vita in Russia per motivi razziali dall'inizio dell'anno.
Oggi in Russia vivono, secondo le statistiche, più di dodici milioni di migranti. Solo negli Stati Uniti ce ne sono di più. La maggior parte proviene dalle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale e del Caucaso. I migranti per l'economia russa costituiscono una realtà importante e insostituibile. Soprattutto per il settore dell'edilizia - che come gli altri sfrutta la manodopera a basso costo -, dove lavorano il 40% degli stranieri. Ma anche per i rispettivi paesi di provenienza, gli immigrati in Russia sono ormai una risorsa insostituibile. Le rimesse costituiscono una parte sempre più consistente del prodotto interno lordo dei paesi d'emigrazione. L'esempio più estremo, in questo senso, è il Tagikistan, il cui pil è costituito per il 49% dai soldi che gli emigranti spediscono a casa.
Ma nonostante questa doppia dipendenza i rapporti quotidiani tra la maggioranza dei russi etnici e le tante minoranze - le più consistenti sono quelle dei tatari e dei baschiri - è oltremodo complicata. Secondo i sondaggi più della metà dei russi vorrebbe espellere dal paese almeno una delle minoranze. Nelle curve degli stadi l'estremismo di destra la fa da padrone e il razzismo è il piatto servito freddo ogni maledetta domenica. Atteggiamenti o offese razziste fanno parte del vocabolario quotidiano della strada. Anche tra gli uomini della polizia il livello di pregiudizio è alto: spesso capita di vedere fermare persone dall'aspetto "esotico".
Le accuse sono le solite, e la più grave, specialmente in periodi di crisi e povertà diffusa come questi, riguarda il lavoro: gli stranieri rubano il posto ai russi. Persino il premier, ex e probabilmente futuro presidente del paese, Vladimir Putin, nel 2009 aveva dato parzialmente la colpa della crisi che sta colpendo la popolazione agli immigrati stranieri.
Per "difendersi" da questa "invasione" sono nati sempre più gruppi di estrema destra. Alcuni hanno il carattere di vere e proprie milizie, con tanto di esercitazioni di tiro nelle foreste durante il fine settimana. La maggior parte dei loro membri sono giovani e giovanissimi, studenti.
Per comprendere meglio la gravità della situazione torna utile citare un episodio: l'anno scorso, a dicembre, Mosca è stata teatro della più grande e violenta manifestazione razzista della storia della Federazione. Per "vendicare" l'uccisione di un tifoso della squadra locale da parte di un gruppo di caucasici, più di seimila persone hanno tenuto sotto scacco per ore l'intero centro cittadino, pestando qualunque straniero capitasse a tiro. Recentemente è cominciato il processo per l'omicidio che ha scatenato quella protesta. Se la corte dovesse essere troppo clemente con l'imputato, ci saranno certamente altri episodi di violenza.
Mosca a parte, è però nel sud del paese che i conflitti etnici sono più aspri. Secondo un esperto di movimenti migratori citato da die Welt, Grigory Ioffe, "le tensioni interetniche in Russia hanno raggiunto il livello di quelle della Jugoslavia negli anni '90". E il conflitto potenziale è in continua crescita: la popolazione di russi etnici è in rapido calo. Oggi ce ne sono sette milioni in meno rispetto al 1992, in gran parte a causa della scarsa natalità. E le previsioni parlano di un calo demografico del 25% - 17 milioni in meno - entro il 2026. Per Ioffe, nello stesso arco di tempo arriveranno nella Federazione dieci milioni di stranieri, attirati dalla carenza di disponibilità della forza lavoro. In alcune città del sud i russi sono già in minoranza.
La Russia ha bisogno dei migranti, ma ancora oggi non sembra culturalmente pronta ad accoglierli, spiegano gli esperti. La situazione è esplosiva.

Matteo Alviti da Liberazione.it

3 agosto 2011

Napoli: Polizia carica presidio lavoratori Astir. Una donna in ospedale

Da una parte i lavoratori che non vengono pagati da due mesi e che rischiano il posto, dopo che sono già partite 38 lettere di licenziamento. Dall'altra una squadra di forze dell'ordine in tenuta antisommossa, difendono l'ingresso di Palazzo Santa Lucia. I lavoratori premono, urlano, sono in preda all'esasperazione, vogliono incontrare il governatore Caldoro. Parte il corpo a corpo con le forze dell'ordine, ci sono respingimenti. Nel disordine una donna, Elisabetta Castiello, batte la testa su un pilone del marciapiedi. Il colpo è forte, la donna sviene. Portata in ambulanza al Loreto Mare, viene dimessa qualche ora dopo con una diagnosi di trauma cranico, prognosi di 5 giorni. Nella ressa resta vittima anche Annunziata Ordone, il labbro superiore gonfio e sanguinante. "Ci hanno caricato" dicono i manifestanti. Per la polizia, invece, si è trattato di una "manovra di alleggerimento". Pochi metri più in là, in corrispondenza del cantiere del monte Echia, due lavoratori osservano la scena da una gru, dall'altezza di 20 metri. Si sono arrampicati poche ore prima.
Momenti difficili per la vertenza Astir. La protesta si spegne soltanto alle sei del pomeriggio, quando i manifestanti ottengono la promessa di un incontro domani in prefettura. Solo allora abbandonano il presidio davanti a Palazzo Santa Lucia e i due operai scendono dalla gru. "Scendiamo perché crediamo nell'impegno di un incontro - dice Ciro Di Gennaro, 52 anni, assunto alla Astir nel 2003, è un ex Lsu - chiediamo risposte, dobbiamo sapere qual è il nostro futuro".

Etica delle polizie e spirito liberista

In Italia non c’è uno specifico codice deontologico della polizia di stato. Tutti ignorano la raccomandazione del “Codice Europeo di Etica per la Polizia”. Le infrazioni al G8 di Genova sono solo una parte.

Non bisogna mai stancarsi di ricordare che il paradosso - non casuale - del caso italiano sta nel contrasto più che palese fra una Carta costituzionale i cui articoli sono in maggioranza ancor oggi assolutamente validi dal punto di vista dello stato di diritto democratico e le pratiche abituali di quasi tutte le istituzioni locali e nazionali che oscillano fra illecito e lecito sino a scivolare in violazioni della democrazia e in reati anche gravissimi.
Questa oscillazione o anamorfosi dello stato di diritto o coesistenza perpetua fra legale e criminale non riguarda solo i fatti tragici del G8 di Genova ma spesso il quotidiano di tanti rom, immigrati, marginali o sfortunati che vi incappano. Questo paradosso s’è imposto e rinnovato continuamente sin dall’entrata in vigore della Costituzione il 1 gennaio 1948, grazie a quel colpo di stato bianco del 18 aprile ‘48, e quindi ai quarant’anni di Democrazia Cristiana e in parte di compromesso storico, poi grazie a un centrosinistra in gran parte liberista e alla destra berlusconiana, postfascista e leghista che s’è sentita in diritto e dovere di fare dieci volte peggio.
Come sanno bene gli addetti ai lavori (vedi www.poliziaedemocrazia.it), in Italia, ad oggi, non vi è uno specifico codice deontologico della polizia di stato e delle altre polizie; esistono solo degli indirizzi, dei comportamenti che sono definiti deontologicamente corretti. Peraltro, il “Codice di comportamento dei dipendenti delle Pubbliche amministrazioni” del 2000, all’art. 1, prevede espressamente la non applicabilità di questo codice alle forze di polizia e ha soppresso l’automatismo fra incriminazione dell’operatore e sua sospensione dal servizio.
La situazione è ancora peggiorata prima e dopo il G8 di Genova (passando da D’Alema ad Amato sino a Berlusconi, con ministri dell’interno Napolitano, Bianco e poi Scajola). È infatti emblematico che nessun partito si sia preoccupato di chiedere l’adozione della raccomandazione emanata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 19 sett. 2001.
Tale Raccomandazione (2001/10) riguarda il Codice Europeo di Etica per la Polizia (Ceep, per i 45 paesi membri del Consiglio d’Europa). Preparata dal Comitato degli esperti d’etica della polizia e dei problemi dell’ordine pubblico (Pc-Po), molto più dei tradizionali codici etici, il testo riguarda il quadro generale organizzativo delle forze di polizia, i rapporti con il sistema giudiziario, gli obiettivi, le pratiche e le responsabilità, offrendo quindi una guida per la redazione dei “Codici deontologici” delle polizie di ogni paese. Il Codice dovrà applicarsi “sia alle tradizionali forze di polizia pubbliche, sia ai servizi pubblici di polizia, che agli altri corpi organizzati e autorizzati pubblicamente” ed è composto da 66 articoli.
Ovviamente questa raccomandazione va in parallelo con la richiesta d’adozione delle norme del protocollo contro la tortura, anch’essa disattesa dall’Italia.
Se si guardano i 66 articoli della raccomandazione europea si può facilmente constatare che le polizie italiane sono in infrazione della quasi totalità di essi non solo in occasione di fatti del G8 di Genova, ma anche nel corso della maggioranza delle loro pratiche quotidiane e questo riguarda anche le polizie locali.
Secondo alcuni addetti ai lavori sarebbero almeno duemila gli operatori della polizia di stato attualmente inquisiti per i più diversi reati. Se si considera ragionevolmente che il tasso di operatori denunciati o arrestati è relativamente basso perché in molti casi le vittime non possono osare denunciare (si pensi al caso del rom, del clandestino o anche del marginale italiano) o per l’omertà o la paura che pervade spesso lo “spirito di corpo” (basta pensare ai casi di operatori che per più di dieci anni non sono mai stati disturbati nella loro attività criminale) si può stimare che il “numero oscuro”, ossia i non-denunciati siano quantomeno il doppio di quelli denunciati.
Ne consegue che il tasso di criminalità fra gli operatori di polizia risulta circa dieci volte più alto di quello di tutta la popolazione italiana adulta. Com’è noto, peggiore è il tasso degli inquisiti fra i parlamentari (più del 9%). In altre parole, si dovrebbe dire che si tratta di categorie socio-professionali ad alto rischio di devianza o criminalità.
I democratici hanno mai riflettuto su questi dati? Hanno mai cercato di capire perché e come risanare questa situazione? Non è forse la discrezionalità incontrollata che scade nel libero arbitrio a favorire lo scivolamento in atteggiamenti, comportamenti e attività devianti? Non è forse lo “spirito di corpo” ad alimentare l’indifferenza, la tolleranza se non la complicità con la devianza di alcuni “colleghi”?
Allo stato attuale le norme interne riguardanti le sanzioni nei confronti degli inquisiti nelle polizie sono sempre subordinate alla massima discrezionalità dei vertici locali e nazionali; può anche succedere che per lo stesso tipo di imputazione senza ancora condanna definitiva un questore approvi la sospensione dal servizio e un altro no. Solo in caso di arresto c’è sospensione automatica.
Intanto, pare che ogni anno l’Italia paghi una multa perché condannata dalla Comunità europea per aver impiegato forze militari in servizio di ordine pubblico. E ancora peggio è che, da quasi venti anni, le forze di polizia e persino i vigili del fuoco reclutano solo ex-volontari dell’esercito che hanno fatto l’esperienza delle missioni militari all’estero.
La ri-militarizzazione di tutte le polizie e persino dei pompieri fa parte, infatti, della “rivoluzione liberista negli affari di polizia” sfruttando anche la creazione del comparto sicurezza e il sistema maggioritario che ha eroso le possibilità di controllo democratico.
Nelle polizie come in parlamento ci sono ancora dei democratici ma sembrano isolati e anche poco informati. Si capisce quindi che l’attuale maggioranza dei parlamentari di centro sinsitra e ancor meno di destra potranno lavorare per il risanamento democratico di istituzioni cruciali come le polizie; così i pochi magistrati che vorrebbero semplicemente perseguire i reati degli operatori delle polizie (come dei politici) sono additati come dei pazzi Savonarola. Ma sono questo parlamento e gli attuali vertici delle polizie che pretendono di scrivere le norme e applicarle per disciplinare la popolazione.
Come se ciò non bastasse, il geniale ministro Maroni vuole attuare una grande innovazione: in giugno scorso ha nominato una commissione per l’aggiornamento della legge n. 121/81. Sceglierà solo “esperti” assai ossequiosi di cotanto ministro e degli attuali vertici delle polizie e così l’aggiornamento dello spirito “nei secoli fedeli” (al governo e ai vertici) sarà certamente prospettato in chiave liberista e quindi anche per esaltare il sicuritarismo localista, per la tutela del libero arbitrio e degli inquisiti.

Salvatore Palidda da Il manifesto

Carceri: detenuto suicida al carcere di Perugia

Il fenomeno dei suicidi in carcere ha fatto la sua comparsa anche al Carcere di Capanne di Perugia. Ieri sera le guardie penitenziare sono rimaste impotenti - così anche i soccorsi successivi - di fronte al corpo privo di vita di un italiano di 36 - originario di Rieti - che si è tolto la vita dopo un'azione mirata che si è svolta nel bagno del carcere perugino.
I soccorritori hanno potuto soltanto costatare il decesso che sarebbe avvenuto - secondo fonti della Procura - inalando per molto tempo una bomboletta della gas. L'allarme è stato lanciato direttamente dai compagno di cella che non vedendo tornare dal bagno il ragazzo ha informato della sua preoccupazione il personale di sorveglianza.
L'uomo pur essendo un criminale abituale aveva precedenti penali per furto e spaccio di droga. E non avrebbe dovuto scontare un periodo di pena così in sopportabile. Secondo fonti raccolte da Umbrialeft, l'uomo sofriva da tempo di stti d'anima ansiosi. Le indagini vanno avanti.

fonte: Umbria Left

No Tav: 16 attivisti fermati e portati in commissariato PS

Ancora scene di ordinaria repressione, questa mattina ad Avigliana, dove un gruppo di attivisti No Tav si erano radunati per un'azione pacifica e rumorosa di disturbo presso uno degli hotel dove soggiornano le truppe dislocate in Valsusa. Il gruppo, composto da una quarantina di persone, si è avvicinato all'albergo facendo rumore con pentole, coperchi, vuvuzela e altro. Il proprietario è uscito dall'albergo chiedendo di cessare il rumore, ma i più anziani, sempre fuori dall'albergo, hanno risposto a tono. Ad un certo punto è uscita una famiglia con anziani ed una ragazzina disabile sulla carrozzina e per tutto il tempo in cui sono saliti sull'automobile gi attivisti hanno sospeso il rumore, si sono spostati per lasciare passare la macchina. Allontanata la macchina i manifestanti hanno ripreso a fare rumore, girando intorno all'albergo (sempre all'esterno, nessuno mai è entrato all'interno dell'algergo), controllati a vista da due pattuglie della stradale che erano (stranamente) già posizionate sul posto, ed hanno continuato a fotografare. Pare che qualcuno fotografasse anche dalle finestre dell'albergo.
Per aumentare il rumore sono stati fatti esplodere due petardi, poi hanno deciso di spostarsi, ma è a questo punto che arriva un'automobile con quattro agenti della DIGOS che poco prima stavano parlando con il proprietario dell'albergo. Quando hanno visto che i manifestanti si stavano spostando e quindi tornavano alle auto, gli agenti della digos sono corsi verso i manifestanti e li hanno fermati, identificati, poi hanno perquisito le loro autovetture. Dalle ultime notizie risulta che hanno portato in  Commissariato Ps in via Veglia 16 i manifestanti. Storie di ordinaria repressione. Naturalmente l'informazione che passano le agenzie al servizio del regime è ben diversa.

Napoli: Pestato dai Carabinieri, ricoverato con un polmone bucato

"Sono venuti a casa senza mandato. Mi hanno pestato a sangue e poi arrestato". Dal letto 11 della 36esima Pneumologia del Cardarelli, il 40enne Giuseppe Sgambato denuncia un'inspiegabile violenza da parte dei carabinieri. È accaduto domenica, ma solo ieri, quando il gip ha firmato il decreto di immediata scarcerazione, ha potuto raccontare la storia. Accanto, i familiari e il boccione di vetro collegato al tubo che dal torace gli aspira il sangue.
"Tutto è iniziato sabato, dopo cena", attacca Giuseppe che gestisce un negozio di scarpe a Ercolano, "mio cognato era sotto casa e mi chiama, allarmato. Sta discutendo con due persone, poi intervengono due carabinieri. Vogliono sapere cosa sta succedendo, li tranquillizzo "ce la stiamo vedendo da noi...". Una banale discussione, ma domenica mattina gli stessi carabinieri tornano da Sgambato. "Uomini in divisa e in borghese", continua, "si fermano da una famiglia del primo piano, poi salgono da me, al secondo". Sono le 10, in casa c'è la moglie, subito allontanata in un'altra camera, mentre il figlio è fuori. "Per fortuna", si sfoga Giuseppe, "altrimenti che shock con me che, alla porta, vengo aggredito subito "ah, sei tu, quello di ieri sera. Dove tieni la droga?". Gli dico che non ho niente, ma mi trascina in salotto, mi riempie di pugni. Dietro di lui, c'era un altro carabiniere. E sono botte, ovunque. Sento un dolore lancinante, mi manca il fiato, mi portano in caserma".
Reclama il 118, ma l'ottiene solo quando ammette che "sì, sono caduto, perciò mi sono fatto male". Arriva l'ambulanza, lo trasferiscono al Maresca di Torre del Greco. "Ma lì l'ho detto subito che mi avevano picchiato", puntualizza Giuseppe. Il chirurgo di guardia lo ricovera. Radiografie e tac: duplice frattura costale e un "pneumotorace traumatico" che gli ha messo fuori uso un polmone. In sala operatoria gli inseriscono il drenaggio. E va in corsia, piantonato. Lunedì arriva al Cardarelli, nel Padiglione Palermo. Ieri, il dietrofront. Il gip Ludovica Mancini, lo interroga e firma il decreto di scarcerazione: è incensurato, non c'è rischio di reiterazione di reato e c'è bisogno di ulteriori indagini. L'avvocato Mariella De Cesare che tutela Sgambati: "La verità non va travisata, non vorrei che come sempre la ragione venisse data ai pubblici ufficiali".

fonte: La Repubblica

Palermo, sgomberato lo studentato occupato Anomalia

Sgomberato stamane all'alba l'edificio di via Archirafi 11, occupato un anno e mezzo fa dagli studenti  palermitani. (foto)
Solidarietà alle compagne e ai compagni dell'Anomalia che, dopo un anno e mezzo di lavoro all'interno dell'edificio, stavano, fra l'altro, per rendere disponibili alla comunità accademica una trentina di posti letto, riuscendo a rendere funzionale un posto abbandonato da più di 20 anni dall'Ateneo palermitano.
Alle 18 si terrà un'assemblea e con ogni probabilità le studentesse e gli studenti rimarranno a dormire davanti all'edificio sgomberato.

Qui le righe pubblicate sul sito internet dello studentato occupato:

"Questa mattina all’alba, a Palermo, la polizia ha dato inizio allo sgombero dello studentato occupato Anomalia.
Al momento dell’irruzione della sbirraglia erano presenti all’interno della struttura alcuni compagni che sono stati trattenuti in stato di fermo per alcune ore.
Un luogo che è stato strappato all’incuria ed all’abbandono e che è stato attraversato da migliaia di studenti, precari, lavoratori e disoccupati, un luogo che ha visto decine di presentazioni, seminari, proiezioni che ha offerto alla città occasioni di socialità e di cultura altra che ha attraversato ed è stato attraversato da tutte le mobilitazioni da tutte le insorgenze che hanno interessato la città.
Un luogo che è stato una ricchezza per la città e che chi la governa, a vario titolo, vuole restituire al degrado. Sia chiaro che questo non avverrà e che come sempre la risposta sarà ancora più lotta.

2 agosto 2011

Appovata la legge che allunga a 18 mesi la reclusione nei Cie per chi è senza documenti

Con 151 voti favorevoli e 129 contrari, il Senato ha convertito oggi in legge il decreto rimpatri, già approvato dalla Camera lo scorso 14 luglio. Il limite massimo della detenzione nei centri di identificazione e espulsione (Cie) passa quindi da 6 a 18 mesi. Per la promulgazione della legge, tecnicamente manca soltanto la firma del presidente della repubblica Giorgio Napolitano e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Di fatto però la norma è già applicabile, in virtù del decreto legge approvato dal governo lo scorso 17 giugno. Tanto per capirci, nei Cie di Milano, Bologna e Torino - per limitarci ai soli casi di cui abbiamo notizia certa - nelle ultime tre settimane abbiamo assistito ad almeno 7 proroghe oltre il sesto mese.
All'interno dei Cie, i reclusi hanno accolto la notizia con molta angoscia. Nessuno riesce a spiegarsi come sia giustificabile passare 18 mesi dietro le sbarre per un permesso di soggiorno scaduto o per un viaggio senza passaporto. Nemmeno gli ex detenuti riescono a capire come sia possibile che servano 18 mesi di detenzione per identificarli dopo che sono stati giudicati dai tribunali italiani e dopo che sono già stati detenuti, a volte per anni, nelle carceri di questo paese.
L'unica nota positiva della giornata è l'approvazione di un ordine del giorno proposto dall'opposizione che impegna il governo a ritirare la circolare 1305 che vieta l'accesso dei giornalisti ai Cie e ai Cara. Ma è davvero una magrissima consolazione in questa giornata che segna una delle pagine più tristi della politica italiana. Se non altro però, appena ripristinato il diritto di cronaca (i tempi saranno con tutta probabilità lunghissimi!) ce ne serviremo per continuare a raccontare le lotte che inevitabilmente scoppieranno nei Cie.

Perché, su questo c'è da scommetterci, ci aspetta un'estate molto calda.
 
fonte: Fortress Europe

Al fianco dei migranti del Cara di Bari-Palese

Una rivolta annunciata quella dei migranti del C.A.R.A. di Bari-Palese.

Stamattina eravamo con loro che hanno manifestato la loro rabbia fuori dal CARA. Eravamo con loro già da quando sono arrivati a Manduria, scappando da una guerra a cui l´Italia contribuisce con il suo arsenale, eravamo con loro quando sono arrivati al CARA di Bari e hanno deciso di fare domanda d'asilo. Abbiamo sentito le loro lacrime, le loro grida di rabbia quando hanno ricevuto il diniego in quanto non riconosciuti degni di asilo politico. Proprio così, perché per il Ministero dell'Interno non ha importanza se sei in fuga da una guerra, se la Libia è sotto i bombardamenti della Nato o di Gheddafi o dei ribelli e se è il paese il cui lavori da anni, se avevi una vita, non importa se in Libia ti danno la caccia sia gli uomini di Gheddafi sia
rivoltosi. Non importa insomma da dove vieni: non sei cittadino libico quindi non hai diritto d'asilo. L´attesa nel C.A.R.A. significa mesi di degrado terribile, senza doccia, con un solo pasto al giorno, isolato dalla città, senza possibilità di vita all'interno di una struttura militarizzata come il CARA di Bari (all'interno appunto di una base dell'Areonautica). E dopo la penosa attesa arriva il diniego del permesso di soggiorno che significa ricevere la condanna definitiva del ritorno all'inferno da cui sei scappato.
Dopo aver chiesto alla Presidenza della Regione, agli Enti Locali, a esponenti politici, dopo aver occupato per due volte i binari, dopo aver manifestato in tanti sotto la Prefettura di Bari senza aver alcuna risposta se non un "si vedrà" stamattina è esplosa la rabbia. Non si può giocare con la vita delle persone, non si può giocare per equilibri politici con una vicenda umanitaria che quotidianamente assume i tratti della tragedia
(mentre stamattina a Bari i migranti manifestavano il Mediterraneo ha fatto arrivare a Lampedusa un altro barcone con altri 25 morti a bordo). Non si può dire come ha fatto il Sottosegretario Mantovano semplicemente che "la violenza è intollerabile", per noi è ancora meno tollerabile attraversare il
Mediterraneo scappando da una guerra, vedendo morire i tuoi compagni di viaggio, essere rinchiuso in una tendopoli dove la regola è lo stato di eccezione, e poi ancora attendere in una base militare per essere rispedito verso morte certa o abbandonato a una vita da clandestino. E´ intollerabile che dal 1991 ci siano solo risposte di politica emergenziale come l´ultima proposta della Regione Puglia che decide di chiudere la tendopoli di Manduria per riaprire la ex- base militare di San Vito dei Normanni, una discarica di amianto che si vuole trasformare in un´ennesima discarica umana.
Stamattina eravamo al loro fianco e continueremo a camminare con loro imparando dalla loro determinazione la capacità di prendersi ciò che è dovuto senza indietreggiare, senza aver paura, assumendosi fino in fondo le scelte dei gesti che la rabbia ti costringe a compiere.
Per proseguire il percorso di sostegno ai migranti che chiedono il permesso di soggiorno e in vista dell´arrivo di mercoledì del sottosegretario Mantovano per discutere della situazione in Prefettura si terrà l´assemblea antirazzista il  2/8/2011 alle ore 20:00 alla Parrocchia San Sabino, in Via Caduti Caduti del 28 luglio 1943 n. 5.

Rete Antirazzista Bari

1 agosto 2011

Rivolta al Cara di Bari

Continua l’agitazione dei migranti rinchiusi nelle carceri del nostro paese, a poche ore dagli eventi del Cie romano di Ponte Galeria. A Bari centinaia di migranti hanno occupato la statale 16bis e i binari ferroviari nelle vicinanze del Cara dove erano reclusi . Ci sono stati scontri con le forze dell’ordine, che avrebbero portato ad una trentina di feriti. La protesta è iniziata verso le 6.30, e da circa due ore dopo, con l’intensificarsi del traffico, ha paralizzato la città.
Massi sono stati utilizzati per bloccare la circolazione dei treni mentre venivano bruciati copertoni,bidoni e sterpaglie dentro e fuori dal Cara (dove son dovuti intervenire i vigili del fuoco), prima che le forze dell’ordine rimuovessero a suon di cariche e degli ormai immancabili lacrimogeni i blocchi e facessero retrocedere i migranti (che però non hanno avuto alcun atteggiamento passivo, continuando a lanciare pietre contro la polizia) nuovamente verso l’area del Cara. YouReporter racconta di testimoni che affermano che sarebbero stati sparati in aria alcuni colpi d’arma da fuoco.
La situazione è tuttora in evoluzione, si parla di alcuni fermati da parte delle forze dell’ordine, che stanno procedendo nelle identificazioni mentre la circolazione ferroviaria è ancora bloccata e molti treni sono stati cancellati. Sembra che in questi momenti il viceprefetto e l’assessore all’accoglienza di Bari stiano proponendo una mediazione ai migranti, che non hanno intenzione di sciogliere la protesta, quantomeno fino a quando le persone fermate non verranno rilasciate invece che portate in Questura.
Tra i migranti la rabbia è dettata soprattutto dalla paura che passi la decisione sull’aumento fino a 18 mesi del periodo possibile di permanenza nei centri di identificazione ed espulsione, oltre che dall’esasperazione per l’attesa infinita nei Cara (centri di “accoglienza” per richiedenti asilo) . I migranti chiedono la regolarizzazione e lo status di rifugiato politico, data la loro massiccia provenienza da paesi stremati e messi alle corde dalle guerre quasi sempre spinte dalle potenze dell’Occidente. “Vogliamo i documenti” ha detto uno di loro, Mohammed, ad una emittente locale venuta a riprendere l’accaduto. Mohammed è da 7 mesi nel Cara di Bari..

fonte: InfoAut

Roma: fugge dalla polizia, gli sparano sul Gra e muore

Pare sia arrivato davanti alla casa della sua ex fidanzata, in via Quintilio Varo, nel quartiere Tuscolano della capitale. Abbia sfondato a calci il portone, esploso alcuni colpi con una pistola a salve, minacciando la donna e tentando di entrare nel suo appartamento. Terrorizzata, l'ex compagna si è barricata in casa e ha chiamato la polizia. All'arrivo degli agenti l'uomo, Bernardino Budroni, un romano 40enne pluripregiudicato e denunciato per stalking, è scappato cercando di investire un agente che ha provato a fermarlo. La fuga in auto è finita in tragedia. Budroni è morto all'alba a Roma durante l'inseguimento della polizia. Intorno alle 5, sul Grande raccordo anulare, all'altezza dell'uscita Nomentana, dalla volante sono stati esplosi due colpi d'arma da fuoco contro la vettura di Budroni. Uno dei proiettili lo ha colpito. L'uomo è morto dopo essere stato soccorso all'ospedale Sandro Pertini. Sono in corso le indagini dei carabinieri. Idol pm incaricato degli accertamenti, Giorgio Orano, dovrebbe ascoltare nelle prossime ore gli agenti di polizia. Resta un vero dubbio: può morire un uomo, se pure pluripregiudicato, solo perché in fuga dalla polizia?

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