25 giugno 2011

Tortura, quell'orrore quotidiano. Ma l'Italia ancora non riconosce il reato

Parlare di tortura non è facile. L'orrore che suscita crea in genere uno sdegno unanime di cui però è meglio diffidare poichè spesso cela solo ipocrisia. Pensiamo al fatto che metà della popolazione mondiale, cioè circa tre miliardi e mezzo di persone, vive in Paesi che praticano la tortura. I paradossi non finiscono qui: nelle sua carta dei diritti fondamentali l'Europa afferma che «nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Per questo accoglie e fornisce riparo a persone fuggite da violenze e torture. Eppure il vecchio continente è stato al tempo stesso il laboratorio della tortura contemporanea, quella applicata e diffusa dopo la seconda guerra mondiale. La storia è abbastanza nota e nasce in Francia, anzi in Indocina, dove le truppe coloniali francesi applicarono queste tecniche contro i guerriglieri comunisti. La tortura era un corollario di quella che gli stati maggiori francesi definivano «dottrina della guerra rivoluzionaria». La definizione verrà poi corretta dagli statunitensi. La counterinsurgency americana altro non è infatti che la rielaborazione delle tesi che i generali francesi avevano ulteriormente perfezionato in Algeria. Alla base di tutto c'è un manuale scritto dal generale Paul Aussaresses, il macellaio di Algeri. Il suo testo segue un percorso ben preciso, traversa l'Oceano e finisce a Fort Bragg, nella famigerata scuola delle Americhe che forma gli ufficiali dei corpi antiguerriglia Usa e tanti quadri delle dittature sudamericane. L'abecedario del bravo torturatore, tradotto e riversato nei manuali dell'esercito statunitense, ritorna in Europa attraverso la Nato e forma tutte le polizie d'Occidente. Metodi come l'annegamento simulato (conosciuto a Guantanamo come waterboarding) o l'uso degli elettrodi sui genitali verranno diffusamente impiegati in Italia anche da Ucigos e Nocs nel biennio 1982-83 contro i militanti della lotta armata. Non deve stupire dunque se l'Italia ancora oggi non riconosce il reato di tortura nel proprio codice penale e se queste pratiche sono riemerse per governare l'ordine pubblico nella caserma di Bolzaneto nel 2001. Domani verrà celebrata la giornata internazionale contro la tortura. Diverse iniziative sono state promosse per sensibilizzare l'opinione pubblica attorno alla questione: dalla denuncia dell'ergastolo ostativo che condanna alla pena capitale fino alla morte la gran parte degli attuali 1500 ergastolani italiani, all'occupazione organizzata dal Cir di alcune piazze di Roma con statue umane raffiguranti le vittime di Abu Ghraib. Lunedi invece andranno in scena al teatro Ambra Jovineli un gruppo di 12 rifugiati reduci da torture pesanti. Si tratta di un «laboratorio riabilitativo», ci spiega Massimo Germani, psichiatra e psicanalista, direttore del cento per le patologie post-traumatiche da stress presso l'ospedale san Giovanni di Roma. Coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi a cui vengono fornite cure specialistiche organiche e psicoterapeutiche. Si tratta di centri all'avanguardia che intervengono sulle conseguenze dei traumi di natura interpersonale. Quando abusi e violenze avvengono in luoghi chiusi, come carcere e famiglia o altre condizioni costrittive, ed hanno natura continuativa e ripetuta, danno luogo a traumi estremi, «non solo nell'immediato», nella carne, sottolinea il dottor Germani, ma «per la gravità durature nel tempo delle conseguenze a livello della psiche. Subentra una profonda disfunzione di quella che chiamiamo la psiche di base: come la memoria, l'identità personale». Il vissuto postraumatico dà luogo a «episodi dissociativi della personalità, come passare davanti allo specchio e non riconoscersi, oppure a spaesamenti, depersonalizzazione e derealizzazione». La persona - prosegue sempre Germani - è una specie di fantasma, «una parte del suo essere è dissociato dall'altro. C'è una dimensione che vive un quotidiano apparentemente normale, mentre l'altra resta inglobata nell'esperienza traumatica». La tortura incrina le fondamenta della persona, è una umiliazione estrema, sgretola l'io, fa venir meno la fiducia in sé e nell'altro. Per questo «i percorsi di riabilitazione psicosociale puntano alla riattivazione del gruppo per ritrovare la fiducia negli altri e in se stessi. Più della parola, che può riattivare il trauma, è utile la relazione». In un report appena uscito si apprende che oltre 3000 richiedenti asilo hanno subito forme di tortura grave o abusi, il 25% donne e il 75 uomini, in prevalenza Eritrei, Afgani, Kurdi sotto regime Turco, e poi Centroafricani, del Congo, della Costa d'Avorio. Parecchi quelli che arrivano dalla Libia e che passando attraverso il deserto vanno incontro durante il viaggio ad altri abusi e torture, specie le donne, trattenute e sottoposte a pedaggi sessuali, stupri sistematici. Non finisce qui, perché poi c'è la traversata del Mediterraneo, con altre tragedie, naufragi. Veri e propri viaggi del massacro e della morte. Chi riesce a scamparla porta con sé la memoria di chi è annegato, del bimbo finito in mare.

Paolo Persichetti da Liberazione




Genova G8: Dieci anni dopo un vicequestore a giudizio per le botte a manifestanti inermi

Dieci anni dopo c'è ancora un vicequestore che sta per andare a giudizio per le botte a manifestanti inermi. La ricostruzione della storia in un lungo dossier pubblicato sul prossimo numero di Micromega
G8. Potrebbe essere l'ultima inchiesta del genere quella che sta istruendo in queste ore il pm Francesco Cardona Albini, lo stesso che, con il collega Enrico Zucca ha sostenuto l'inchiesta "impossibile" sui vertici della polizia di stato coinvolti nella "macelleria messicana" alla scuola Diaz. Sta per essere presentata al gip genovese la richiesta di rinvio a giudizio per falso nei confronti dell'ex comandante del Reparto Mobile di Bologna, il vicequestore Massimo Cinti, oggi dirigente del commissariato di Imola. La scena del delitto è Piazza Manin, dove s'erano raccolte le anime integralmente non violente del Gsf e dove furono investite dalla violenza gratuita del "blue bloc".
Il fascicolo contro Cinti è stato aperto dopo che i giudici della Corte d'Appello, che nel luglio scorso hanno condannato quattro agenti (che arrestarono e spedirono a Bolzaneto due studenti spagnoli con false accuse), hanno ritenuto, anche grazie ai filmati dei mediattivisti, che la sua deposizione in aula fosse tesa a coprire i suoi uomini nascondendo la verità.
Atti trasmessi in procura per un'indagine per falsa testimonianza. Se il pm Cardona Albini non ha perso tempo, non si può dire lo stesso per altri suoi colleghi che, di fronte ad analoghi fascicoli di falsa testimonianza nei confronti di ufficiali e funzionari, hanno lasciato cadere in prescrizione i reati. Tra tutte, la più clamorosa (oltre all'archiviazione del caso Giuliani) è la vicenda dei carabinieri che hanno condotto un assalto illegittimo contro il corteo che scendeva per via Tolemaide: usarono - secondo la sentenza del processo ai 25 manifestanti - manganelli taroccati e armi fuori ordinanza, condussero una carica illegittima, spararono fino a uccidere un ragazzo ma su di loro non esiste alcun fascicolo. Queste ed altre vicende sono raccontate in un lungo dossier pubblicato sul numero di Micromega: "G8 dieci anni dopo: impunità di Stato".

Opera (Mi): detenuto di 24 anni muore. Una lettera denuncia l'aggressione

Un giovane marocchino di 24 anni detenuto al carcere di Opera, è deceduto in ospedale dopo il malore. Una lettera anonima alla direzione di Opera  denuncia una aggressione e fa anche  il nome del presunto aggressore.  “Il fatto che registriamo è che il detenuto stava lavorando ed è caduto a terra perdendo i sensi davanti a tutti”, dichiara Giacinto Siciliano direttore del carcere di Opera. L’avvocato del giovane detenuto ha però avanzato l’ipotesi che si possa trattare di una morte seguita a un’aggressione, come confermato anche dagli accertamenti di un medico di fiducia. Alla direzione è arrivata anche una lettera anonima in cui sarebbe indicato il nome dell’aggressore. “Abbiamo comunicato tutto all’autorità giudiziaria, sono in corso le indagini”, si è limitato a dire Siciliano, che preferisce non pronunciarsi in merito alla lettera.

24 giugno 2011

Fermo: Aggressione fascista

Lunedì scorso a Fermo, lungo Viale Trento nella zona di Piazza Verdi, si è verificata in serata una ignobile e vigliacca aggressione da parte di un gruppo di otto italiani nei confronti di due ragazzi somali. I due giovani, all’uscita da un bar, venivano prima insultati ripetutamente con epiteti di stampo razzista, poi inseguiti e infine uno di loro veniva addirittura colpito alla testa con una bottiglia, riportando lesioni traumatiche, lacerazioni e copiosa perdita di sangue, refertate poi al Pronto Soccorso.
Si tratta di una azione riconducibile ad una palese matrice squadrista, opera di neofascisti che hanno costituito da qualche tempo la loro base di ritrovo proprio nella zona dell’aggressione e sono conosciuti tanto dalle forze dell’ordine quanto dai residenti e negozianti del posto.
Va sottolineato come tale ulteriore episodio vada ad inserirsi in un lunga scia di provocazioni, intimidazioni ed aggressioni accadute a Fermo in più occasioni, come quella del marzo scorso durante l’iniziativa di “Uniti Contro la Crisi" con il sindacalista Fiom Giorgio Cremaschi, con uso di coltelli e disordini in alcuni locali.
Del resto Fermo si presenta da mesi tristemente costellata anche “simbologicamente” da scritte neofasciste, croci celtiche e svastiche che stano deturpando le mura del nostro paese.
Occorre seriamente interrogarsi sulle responsabilità a vario livello, in primis politiche, di chi ha prima sdoganato tale cultura squadrista per poi albergarla all’interno della comunità locale, nonché sulle connivenze, complicità e omertà di chi sostiene una cultura violenta e xenofoba che deve essere estirpata al più presto.
Nell’esprimere tutta la nostra vicinanza ai due ragazzi aggrediti invitiamo tutti i sinceri democratici a far sentire a pieni polmoni la propria voce per liberare la città da questo cancro e a riaffermare i valori dell’antifascismo.

Fermo, lì 24 giugno 2011

Partito Comunista dei Lavoratori Fermo
Collettivo Antifascista Fermo
Partito della Rifondazione Comunista Fermo
Sinistra Ecologia e Libertà Fermo
C.G.I.L. Fermo

Roma: Tre arresti, feriti e un pestaggio in caserma per uno sfratto

Tre ragazzi arrestati che saranno processati per direttissima, ultrasettantenni feriti, una ragazza prelevata con la forza da due agenti in borghese e malmenata in una stanza del commissariato. Sembra assurdo ma è il bilancio pesantissimo e inquietante dell’esecuzione di uno sfratto martedì nel quartiere popolare della Garbatella a Roma del quale i giornali hanno riportato la cronaca in qualche trafiletto. Tentiamo allora di ricostruire i fatti culminati in quest’operazione repressiva. (foto)
La signora Flavia vive con la sua famiglia in un appartamento dell’Ater, l’ex Istituto Autonomo Case Popolari della Provincia di Roma trasformato in due Aziende Territoriali per l’Edilizia Residenziale Pubblica. La signora, certo ingenuamente e spinta dall'esigenza, ha pagato circa ottanta milioni di lire alla fine degli anni ’90 all’assegnatario della casa popolare. Il quale, naturalmente, non poteva vendere qualcosa di cui non è padrone. Si tratta di una pratica speculativa di chi evidentemente non ha bisogno di una casa e ha ricevuto non si sa bene come un alloggio popolare che poi “cede” in cambio di una “buonuscita”. In questo caso il signor S.C. decide però di tentare una doppia speculazione. Di riottenere cioé anche la casa. Il tribunale dà ragione a S.C. che chiede di sfrattare la signora Flavia, anche se la stessa Ater dichiara in conferenza stampa di dover approfondire la questione e la sentenza obbliga comunque S.C. a risarcirla. Di risarcimento non si vede però l’ombra, ma i tentativi di sfratto si ripetono più volte (con costi non indifferenti per una persona in emergenza abitativa, visto che per eseguiere uno sfratto si spendono circa un migliaio di euro tra fabbro, medico, ecc.).
Una storia che mobilita intorno a Flavia, oltre che associazioni e attivisti, molti cittadini del quartiere Garbatella che la conoscono da anni. In tanti organizzano un picchetto antisfratto per martedì, giorno per il quale S.C. ha ottenuto l’intervento della forza pubblica. Il picchetto antisfratto è una pratica piuttosto comune di solidarietà da parte della cittadinanza alla quale partecipano anche settori della società come l’Agenzia Diritti o i movimenti per il diritto all’abitare cercando di arginare il vuoto istituzionale intorno a un reale dramma come è quello della perdita della casa. Molte volte si sono evitate autentiche tragedie grazie all’intervento e alle soluzioni proposte da questi soggetti che spesso lavorano virtuosamente con gli stessi commissariati per trovare alternative il meno traumatiche possibile. Allo sfratto questa volta si presentano però, oltre che le forze dell’ordine in divisa, una quindicina di agenti in borghese che improvvisano un blitz che tutti i testimoni raccontano come estremamente violento e a tratti anche grottesco. Gli agenti sbagliano prima la porta e fanno irruzione nell’appartamento dell’anziana vicina della signora Flavia che si spaventa e li minaccia. «Guardate che chiamo la polizia», urla da dietro l’uscio. «La polizia siamo noi» rispondono dall’altra parte. La signora non scoppia a ridere, ma ha comprensibilmente un malore. A nulla servono le proteste di Simona Panzino dell’Agenzia Diritti dell’XI municipio che viene messa da parte, mentre gli agenti sfondano la porta “giusta” e trascinano via per il collo il fratello del compagno di Flavia. Interviene un ragazzo di Action per dire di mollarlo e viene caricato sulle spalle da un altro agente. Entrambi vengono portati al vicino commissariato di Garbatella. Il compagno di Flavia corre al commissariato per chiedere informazioni e viene arrestato. I tre saranno processati per direttissima domani con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Accusa pesante visto che alcuni agenti si fanno refertare al vicino Cto. Se non bastasse, la storia non finisce qui. Una quindicina di persone si reca al commissariato per seguire gli sviluppi della vicenda. Tra questi c’è Giovanna Cavallo, un’attivista di Action. Un agente, sempre in borghese, la avvicina e le chiede i documenti. Al rifiuto la preleva e torcendole un braccio la trascina in una stanza del commissariato mentre lei urla per il dolore. Gli altri agenti nel commissariato escono dalle stanze attirati dalle urla. Chiusa in una stanza, le viene chiesto il cellulare, ma Cavallo chiede prima di sapere sei si trova in stato di fermo o di arresto. Nel primo caso semplicemente spegnerà il cellulare nel secondo vuole chiamare un avvocato. La risposta è uno schiaffo che la colpisce al volto al quale segue un pugno che la farà piegare in due dal dolore. Quando rialza gli occhi trova un altro agente che è intervenuto a fermare il picchiatore che la fa accomodare dietro la scrivania, la identifica e la rilascia. Questa la cruda cronaca degli avvenimenti raccontata a Liberazione da diversi testimoni. Come sia stato possibile questo precipitare degli eventi solleva numerose riflessioni e alcuni dubbi riassunti dal presidente dell’XI municipio Andrea Catarci in una conferenza stampa organizzata per il giorno dopo. Della situazione della signora Flavia erano stati informati il comune, il sindaco, l’assessore alla casa Antoniozzi e la stessa Ater. Tutti questi soggetti non hanno dato alcuna risposta. L’Ater non si è neanche presentata allo sfratto e le chiavi così sarebbero state riconsegnate al sgnor S.C. che non è il proprietario dell’appartamento. Ancora. Un’operazione così violenta e insensata non è mai avvenuta a Garbatella. Si tratta della perdita di controllo di alcuni agenti o di un salto di qualità nella risposta che si vuole dare al crescente disagio sociale in cui versa la città di Roma, e non solo, considerata l’assenza di risposte politiche? Nel primo caso vanno individuati e sanzionati tutti gli abusi di potere commessi, nel secondo alla preoccupazione deve aggiungersi un livello di vigilanza democratica su quello che sta accadendo. Intanto movimenti, associazioni e cittadinanza hanno organizzato per oggi un corteo per le strade di Garbatella per denunciare l’episodio. L’appuntamento è alle 18,00 di fronte al teatro Palladium a piazza Bartolomeo Romano.

Sandro Podda

La denuncia di Antigone: carceri disumane e illegali

Le carceri italiane sono disumane e illegali, i detenuti sono reclusi in un regime di tortura se paragonato agli standard europei. È la denuncia lanciata dall’associazione Antigone che ha presentato il rapporto “Carceri nell’illegalità, la torrida estate 2011” sul sovraffollamento nei penitenziari.
I dati aggiornati al 31 maggio scorso contano 67.174 detenuti a fronte di 45.551 posti letto. In molte carceri visitate da Antigone si trascorrono 20 - 22 ore al giorno nelle celle, piccole anche meno di 3 metri quadrati, malsane e assolate. Le docce sono possibili solo alcune volte a settimana o per 3 minuti al giorno, i detenuti devono scegliere se lavarsi o avere l’ora d’aria, i colloqui sono faticosi con i parenti che devono fare ore di fila sotto il sole e se lavorano non possono visitare i reclusi il sabato o la domenica. “Questa è istigazione alla violenza, il recupero sociale è un mito, la realtà è la bestializzazione dei detenuti - commenta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - c’è una paradossale illegalità di un luogo che dovrebbe essere il posto della legalità per eccellenza”.
Mentre la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 passando da 44mila a 67mila persone, le risorse sono calate di oltre il 10 %, da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni. In questo momento, secondo le denunce dei sindacati di polizia penitenziaria e le testimonianze dei reclusi, non ci sono più i soldi nemmeno per sfamare tutti i detenuti.
“Il piano di edilizia penitenziaria del governo non ha prodotto nulla, gli istituti rimangono gli stessi. È stato propagandato da due anni e mezzo e non è stato fatto nulla nonostante l’approvazione del piano Ionta sia avvenuta il 29 giugno 2010” sottolinea ancora Gonnella. L’emergenza per il sovraffollamento decretata per due volte dal governo e la nomina del commissario straordinario Franco Ionta che attribuisce al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria poteri paragonabili al capo della protezione civile, non è servita a migliorare la situazione. “Il carcere di Rieti è stato aperto l’anno scorso e funziona una sola sezione perché manca il personale, del piano carceri è partito solo il primo cantiere a Piacenza, ci vorranno anni e comunque non si possono aprire nuove carceri senza fare nuove assunzioni”. Con queste parole il presidente di Antigone boccia il piano Ionta che prevede 9mila posti letto in più, ma anche se fossero realizzati nel 2012 mancheranno comunque altri 14mila posti.
Le cifre che raccontano i penitenziari italiani parlano chiaro. Legge sulle droghe, sull’immigrazione e custodia cautelare sono le falle del sistema legislativo che riempiono le galere. Ci sono 148, 2 detenuti ogni 100 posti letto contro i 96,6 della media europea, considerando i 47 paesi membri del Consiglio d’Europa compresa la Russia. Il 37% dei detenuti in Italia sono stranieri contro l’11% degli altri paesi, il 42% di persone detenute che sono in custodia cautelare contro una media europea del 25% dice che nel nostro paese la custodia cautelare diventa una pena anticipata di condanna prima del processo.
Un altro 37% è in carcere per violazione della legge sulle droghe. Un dato che si discosta molto da quello estero è il rapporto tra detenuti e poliziotti o personale socio - pedagogico. Se in Europa ci sono 2,6 detenuti ad agente di polizia, in Italia il valore è di 1,4. Negli altri stati la media è di 13 detenuti per ogni operatore amministrativo o non di polizia, da noi è di 21. Quindi a parità di numero di detenuti, il numero dei poliziotti in Italia è più alto e il numero di personale educativo o sanitario è più basso. Una cifra che serve a capire, nella carenza di risorse, come vengono spese quelle a disposizione.

23 giugno 2011

Arrestato maresciallo dei carabinieri, è accusato di aver stuprato 11 donne

Era arrivata in Italia da pochi giorni dalla Polonia, senza conoscere una parola di italiano. L'avevano arrestata per un banale furto in un centro commerciale e poi portata, in attesa del processo, nella cella di sicurezza di una stazione dei carabinieri. E' stato proprio là, in quella caserma in un piccolo comune alle porte di Milano, che la ragazza, appena 19 anni, stando alle indagini della Procura milanese è andata incontro a una terribile umiliazione: abusata per due giorni dal militare più alto in grado. Così il comandante della stazione dei carabinieri di Parabiago, Massimo Gatto, 47 anni, è finito in carcere per aver costretto la ragazza a subire 48 ore di violenze.
Ma non solo. Emerge dalle indagini coordinate dal procuratore aggiunto, Pietro Forno, e dal pm Cristiana Roveda oltre dall'ordinanza firmata dal gip Enrico Manzi, che il maresciallo sarebbe anche un violentatore seriale. Nei capi di imputazione gli vengono contestati altri sei episodi nei confronti di altrettante donne di cui l'uomo avrebbe abusato o che avrebbe cercato di molestare. Prostitute o donne che per una denuncia o per un consiglio si erano presentate in caserma. E gli investigatori del comando provinciale di Monza hanno individuato altre quattro donne che hanno subito abusi dal militare, alla fine degli anni Novanta. In questo caso, però, i fatti di reato risultano prescritti. Il sospetto degli inquirenti è che ci siano anche altre vittime e per questo Forno, che guida il pool reati sessuali, ha lanciato un invito a tutte "le persone che hanno avuto esperienze similari" di rivolgersi ai carabinieri o alla stessa Procura di Milano.
La ragazza polacca era stata arrestata il 15 gennaio scorso per aver rubato dei giochi elettronici in un centro commerciale. E' stata rinchiusa ella camera di sicurezza della stazione, in attesa del processo per direttissima. Il comandante Gatto, stando all'ordinanza, le si è avvicinato, invitandola a uscire dalla cella per fumarsi una sigaretta con lui in bagno, dove poi sarebbero avvenuti gli abusi. Ripetuti anche nelle ore successive e il giorno seguente, non in cella ma sempre dentro la caserma. La ragazza dopo aver patteggiato la pena in tribunale, il 17 gennaio, si è precipitata negli uffici della Polfer di Milano per presentare la denuncia per le violenze subite. Denuncia che è stata trasmessa al pm di turno, il quale ha subito ascoltato il racconto della giovane.
Gli inquirenti hanno poi raccolto le testimonianze dei colleghi del comandante, dalle quali è emerso che l'uomo poteva aver avuto gli stessi atteggiamenti con altre donne. Le quali, invitate a denunciare in passato, non l'avevano fatto. Sentite dai pm nell'inchiesta, però, sei donne, tra cui due sorelle, hanno raccontato di aver subito violenze o tentativi di violenza fra il 2004 e il 2010. Tra queste, emerge dall'ordinanza, ci sono una prostituta romena, una ex prostituta che si era presentata in caserma per una denuncia, un'altra donna che era andata nella stazione per un problema con la patente, altre due che si erano presentate per una denuncia. Infine, una donna che era andata nella stazione a esporre la sua difficile situazione coniugale. In più i pm sono riusciti a ricostruire anche gli abusi sessuali subiti da altre quattro donne negli anni Novanta, ma quei fatti sono oramai prescritti.
Gatto è accusato di violenza sessuale aggravata per aver agito nei confronti di una persona in stato di privazione della libertà, di concussione sessuale e perquisizione arbitraria, perchè avrebbe perquisito la ragazza straniera, quando già erastata controllata da un militare donna. L'interrogatorio di garanzia è fissato per venerdì davanti al gip Manzi.

fonte: La Repubblica

22 giugno 2011

Roma: Ai precari il governo risponde col manganello

Cariche delle forze dell’ordine in piazza Montecitorio contro i precari di scuola e università che da giorni manifestano davanti alla Camera (foto).
Quando i precari gridavano "dimissioni" rivolto al premier Silvio Berlusconi che stava svolgendo la sua informativa in aula, sono intervenute le forze dell'ordine in assetto antisommossa Le forze dell'ordine, hanno caricato i manifestanti che continuavano a tirare frutta e qualche uovo contro il palazzo (video).
I precari della scuola e dell'università hanno poi inscenato una protesta anche a ridosso del Senato. Dopo essere passati sotto il ministero della Pubblica amministrazione in corso Vittorio, sono risaliti verso Palazzo Madama percorrendo via del Teatro Valle finché sono stati bloccati da uno sbarramento della polizia in coicindenza di piazza Sant'Eustachio a ridosso di Palazzo Carpegna che fa capo al Senato. Una camionetta impediva il passaggio a un centinaio di manifestanti che si sono limitati a urlare "Vergogna", "Dimissioni", "Scuola libera". La protesta è durata qualche minuto e poi i manifestati hanno fatto marcia indietro passando sotto il Teatro Valle da dove altri precari hanno esposto striscioni e bandiere. Anche qui a sbarrare la strada un cordone di forze dell'ordine in tenuta antisommossa. Poi i manifestanti hanno lasciato via del Teatro Valle e si sono di nuovo diretti verso Montecitorio. "Abbiamo ottenuto l'autorizzazione a ritornare in piazza Montecitorio", hanno spiegato i precari. In testa al corteo un grosso striscione con su scritto "Roma bene comune" e il simbolo del Colosseo.

Livorno: negata sospensione della pena, detenuto calabrese di 38 anni muore all’ospedale

L’ultimo sorriso ieri pomeriggio in un ospedale di Livorno, dov’era stato ricoverato una manciata di giorni addietro ormai in fin di vita. Michele Bruni, 38 anni, s’è spento da detenuto. Nonostante le richieste degli avvocati Rossana Cribari e Nicola Rendace, che insistevano sull’incompatibilità del suo stato di salute con la detenzione, il gip di Catanzaro non aveva ancora reso nota la decisione.
Bruni, per tutti Michele ‘i Bella Bella, era perciò rimasto sotto stretta sorveglianza nel reparto di Rianimazione dove alle 16.30 ha esalato l’ultimo respiro, stremato da un male incurabile che lo ha ucciso in poche settimane.
Era finito dentro per l’ordinanza di custodia cautelare della maxi operazione “Telesis” con cui nei mesi passati la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha sgominato il clan Bella Bella con quarantanove ordinanze di custodia cautelare emesse anzitutto nei confronti dei fratelli Bruni: Luca, Fabio e, appunto, Michele. Nei giorni scorsi, però, con due diverse decisioni, la Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio ad altra sezione del Tribunale della libertà di Catanzaro il provvedimento cautelare in cui era contestato ai tre il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso. La Suprema Corte aveva accolto per tutti e tre il ricorso degli avvocati Rossana Cribari, Nicola Rendace e Luca Acciardi. Michele, quindi, era rimasto detenuto solo per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti. Bella Bella junior era considerato il capo indiscusso del clan che alla fine degli anni Novanta era stato messo in piedi dal padre Francesco con un lungo a paziente lavoro di affiliazione.
Molti dei famigliari di Bruni erano da tempo a Livorno, da quando era stato trasferito dal penitenziario e ricoverato d’urgenza in ospedale. Ieri, dopo la notizia della morte, altri hanno raggiunto la cittadina toscana. Domani torneranno tutti in città perché alle 12 in Duomo si svolgeranno i funerali.
Punti cruciali del suo passato personale e giudiziario sono nel 2000 la fuga da una casa di cura catanzarese dov’era ricoverato, e nel 2010 l’assoluzione per l’omicidio di Antonio Paese avvenuto nel luglio ‘91 in città: le accuse nei confronti di Bella Bella sono crollate al termine del processo Missing. Lo accusava Erminio Munno, Erminiuzzo, il vecchio amico cresciuto in casa Bruni, che negli anni Novanta decise di cambiare vita cominciando a collaborare con la magistratura, accusandosi e accusando Michele del delitto Paese per il quale Munno è stato condannato con sentenza definitiva a otto anni di reclusione.
Il leader del movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, interviene, dopo la morte del giovane detenuto cosentino Michele Bruni, di 38 anni, deceduto in ospedale a Livorno, città dove era recluso, del quale "per giorni avevo denunciato le sue disperate condizioni di salute e chiesto la scarcerazione, come un atto di giustizia giusta e umana, di pietà cristiana". Corbelli, nella nota, esprime grande sdegno per quella che definisce una pagina nera della giustizia italiana, un fatto indegno di un Paese civile e di uno Stato di diritto. Esprimo tutta la mia indignazione per una giustizia che nel caso di Michele Bruni ha mostrato il suo volto feroce, ha dimostrato di non essere nè giusta nè umana. Sono stati calpestati i diritti elementari e fondamentali di una persona in fin di vita. Per molti giorni, dopo aver ricevuto la telefonata di un familiare del giovane detenuto, ho, da solo, insieme ai congiunti e ai legali del Bruni, denunciato e gridato che il Bruni era in fin di vita. Ho chiesto, invocato per lui un atto di giustizia, di umanità, di pietà cristiana. I miei accorati appelli sono purtroppo caduti nel vuoto. Mi vergogno come cittadino italiano di una Giustizia che impedisce ad un detenuto morente di trascorrere i suoi ultimi giorni di vita a casa, accanto al suo bambino anche lui molto malato".

fonte: La Gazzetta del Sud

Di carcere si continua a morire

L’Osservatorio Permanente sulle morti in carcere nel 2010 ha censito 66 casi di suicidio tra i detenuti e 7 tra i poliziotti penitenziari. I detenuti morti per motivi diversi (malattia, overdose, cause “non accertate”) sono stati 117.
I tentati suicidi tra i detenuti sono stati 1.134. Dall’inizio di quest’anno si sono tolti la vita 27 detenuti e 3 poliziotti, mentre altri 54 detenuti sono morti per “cause naturali”. Lo stato di emergenza carceri è stato sancito per decreto del presidente del Consiglio il 29 marzo 2010. Ma da un anno circa non se ne sa più niente.
Dal punto di vista normativo si è utilizzata la Legge 225/92, che consente di dichiarare lo stato di emergenza nazionale in presenza di situazioni che non siano riferite esclusivamente a episodi di calamità naturale, ma anche a condizioni di allarme nazionale. Il limite temporale dell’emergenza è stato fissato al 31 dicembre 2010, contestualmente confermando la nomina a commissario straordinario di Franco Ionta, il responsabile del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria). Ionta aveva già consegnato al guardasigilli Alfano un piano per ampliare le carceri esistenti a inizio 2009, perfezionandolo nel mese di maggio dello stesso anno con la surreale proposta delle prigioni galleggianti e la cooptazione di soggetti privati.
Nel 2010 ha disposto la realizzazione di nove carceri di dimensioni ridotte nelle città maggiori (destinate ad arresti in flagranza e detenzioni brevi) per circa 220 milioni e 450 detenuti, altre otto case di reclusione in centri medi come Pordenone e Latina per 400 milioni e circa 7 mila detenuti, 600 milioni e 4 mila posti in strutture di sicurezza dislocate in grandi città e infine ampliamenti nelle carceri esistenti per altri 9-10 mila detenuti (leggi: riduzione degli spazi già esigui di socialità). Sono stati formalizzati accordi di intesa con le regioni Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Sicilia. Quindi circa 20 mila nuovi posti al costo approssimato di 1, 5 miliardi di euro, Tremonti permettendo. Il piano comprende ancora l’arruolamento di 2 mila nuovi agenti di polizia penitenziaria, ma a fronte di circa 1.400 soggetti che ogni anno vanno in quiescenza.
I poteri di Ionta sono stati calibrati su quelli di Bertolaso in coerenza con le linee guida di Berlusconi, che per le carceri aveva suggerito un “modello Abruzzo”. Ionta ha avuto la facoltà di nominare due “soggetti attuatori” e sottoscrivere venti contratti a termine per le attività di realizzazione del piano.
Lo stesso comporta l’approvazione di un Comitato di indirizzo e controllo formato dai ministri di Giustizia, Infrastrutture e lo stesso Bertolaso. Il quale, nel frattempo, è stato però pensionato per raggiunti limiti di decenza. Ottenuta l’indubitabile approvazione si suppone che Ionta avrà avuto carta bianca: affido della progettazione, approvazione dei progetti, conferenze di servizi, pareri delle soprintendenze subordinati al sì del ministro competente entro sette giorni dalla richiesta. In sostanza mano libera nelle trattative con la pubblica amministrazione e i privati su una base di appoggio di 700 milioni, ma in un orizzonte di gestione di diversi miliardi di euro. Il tutto coperto dalla segretezza che l’emergenza e il tema prescrivono. E infatti non è dato conoscere lo stato di avanzamento del piano.
Ionta viene nominato Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria il 23 gennaio 2009: a questa data i detenuti presenti erano 58.000, vale a dire 17.000 in più della capienza regolamentare. Alla data del 30 marzo 2010 i detenuti erano 67.300, vale a dire 26.300 in più della capienza regolamentare, con un trend di crescita di circa 8.000 unità all’anno. Se oggi sono circa 68.000 è solo in ragione delle diverse migliaia di soggetti sottratti al carcere in ragione degli effetti del cosiddetto “decreto svuota carceri” reso esecutivo alla fine dello scorso anno e della decadenza del reato di clandestinità. Considerato che il piano dovrebbe avere concretezza di utilizzo entro la fine del 2012 con la realizzazione di 20 mila nuovi posti l’aritmetica ci dice che sfioreremo la cifra di 80.000 detenuti per una capienza regolamentare di 61.000, con un conseguente esubero di circa 19.000 unità. Sempre, naturalmente, nell’improbabile determinazione di un completo realizzo dei progetti nei tempi previsti e con la modica spesa di 1,5 miliardi di euro.
Ma la realtà è che oggi in carcere si continua a morire, sempre di più. E come sempre la temperatura estiva riaccende le proteste che si stanno espandendo a macchia d’olio in tutto il circuito penitenziario attraverso scioperi della fame, della spesa, battiture. La giornata del 26 giugno prossimo, da molte associazioni indicata come giornata contro la tortura, può essere un’occasione per rilanciare un ragionamento in opposizione alla inefficacia di scelte che vedono nella costruzione di nuovi istituti l’unico strumento deflattivo a fronte di un quadro drammaticamente insostenibile. Le somme messe a bilancio potrebbero essere viceversa destinate a politiche di inclusione e depenalizzazione, cominciando dalle sanzioni penali legate ai flussi migratori e alla circolazione delle sostanze stupefacenti che riguardano il 70 per cento della popolazione detenuta; ad alternative al reingresso in carcere, soprattutto in conseguenza delle norme che governano la recidiva; all’incentivazione del ricorso alle misure alternative; all’ampliamento della cosiddetta area penale esterna. Alla diffusione e al sostegno della figura territoriale del Garante dei detenuti; a condizioni di maggiore vivibilità degli spazi reclusi; alle tutele delle dignità e della salute. Ridurre i reati, ridurre la recidiva, ridurre la necessità del carcere, ridare alla privazione della libertà i connotati della soluzione estrema, ridimensionare la forza simbolica di espressione di comando che la sanzione penale contiene in sé: ancora una volta è questo il centro delle riflessioni.

Marco Rigamo (Liberitutti) da Global Project

21 giugno 2011

La storia di Tonino, "prigioniero” in un opg

Tonino aveva 43 anni quando è stato internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Doveva starci sei mesi, sono passati due anni. I numeri in questo caso fanno la differenza perché Tonino è recluso nell’Opg di Aversa, un vero e proprio lager, come del resto tutti gli altri in Italia, dove, una volta dentro, il problema più grave non è tanto la mancanza di libertà quando la perdita del diritto di cura, della possibilità di rimettersi in gioco e di avere un’altra chance nella vita. Non smettono di ripeterlo i familiari di Tonino, che per lui vogliono un’opportunità in più. Da una settimana, la sorella Elisabetta e il padre Rodolfo presidiano giorno e notte il tetto del Centro di salute mentale di Ostia, in via delle Sirene, per chiedere che Tonino venga trasferito dall’Opg di Aversa alla comunità terapeutica. «Solo lì – dice Elisabetta – mio fratello potrebbe iniziare un percorso di recupero finalizzato al reinserimento nella società». Per fare questo, però, manca la firma del direttore generale della Asl RmD, il professor Romano, sull’impegnativa di spesa che deve essere approvata dall’Azienda sanitaria per procedere poi al trasferimento. Ma il direttore generale prima fa sapere che non firmerà, poi che non si trovano i soldi. Solo dopo molti giorni inizia a circolare la notizia di un possibile accordo. Ma i familiari la apprendono solo per vie ufficiose: in un meccanismo burocratico che fagocita ogni forma di umanizzazione nessuno si degna di inviare loro una comunicazione ufficiale. «Quel che sappiamo – sottolinea Elisabetta – è che tale delibera avrebbe decorrenza solo dal 1 settembre. Questo significherebbe, per mio fratello, altri tre mesi di permanenza in quell’inferno. E noi questo non lo possiamo accettare. Rimarremo sul tetto fino a quando Tonino non uscirà con la massima tempestività dall’Opg, trovino loro il modo per abbreviare i tempi e per accelerare l’ingresso nella comunità di Asti». Elisabetta, che non si accontenta di una banale dichiarazione di intenti, chiede, attraverso due lettere protocollate, un incontro dovuto ai vertici aziendali per vedere le carte. E invece il dirigente gli nega ogni interlocuzione. Nemmeno una parola al signor Rodolfo che, all’età di 73 anni e in cura chemioterapica, dorme dentro una tenda da campeggio sul tetto rovente del centro di salute mentale. Lui, che con il figlio passava interi pomeriggi a pesca prima che la depressione e le cure sbagliate lo logorassero definitivamente, continua a dire: «Non merita di stare li, nessuno lo merita». Non smette di ripeterlo neanche Tonino, che nella sua condizione di fragilità legata alla malattia, è comunque consapevole del fatto che da certi luoghi non si esce sani, sempre che si esca vivi. Per il timore che le condizioni di Tonino possano peggiorare, per ottenere il suo trasferimento e per chiedere anche lo smantellamento di tutti gli Opg (che, per legge, dovevano essere chiusi entro il 31 dicembre 2010) in pochi giorni i familiari hanno messo in piedi una mobilitazione che è diventata il simbolo di una battaglia per liberare tutti i Tonino d’Italia. Intorno a loro un vero e proprio coordinamento di forze sociali, di cui fanno parte numerose associazioni del territorio, riunite nel comitato “ELJ per tutti i Tonino”. Tra queste il Teatro del Lido che, dal mese di settembre, promuoverà una serie di spettacoli di sensibilizzazione culturale rispetto alle tematiche del disagio mentale. «Siamo qui – dice Elisabetta – per tutti i Tonino d’Italia finiti nell’inferno degli Opg generalmente per reati bagattellari, cioè per reati minori, per alcuni quali non sussiste neanche la pericolosità sociale. Per loro un’alternativa agli ospedali psichiatrici esiste e consiste dapprima nel recupero all’interno di comunità terapeutiche specializzate e successivamente nel trasferimento in case famiglia. Una volta qui i pazienti potrebbero essere sottoposti a progetti terapeutici individuali , oppure di inclusione sociale coinvolgendo la rete territoriale». Nessun assistenzialismo nelle comunità quindi, ma risposte adeguate rispetto al ruolo che la società civile deve assumere nei confronti del disagio mentale. E per Tonino, che solo quando pesca ritrova il suo equilibrio, una volta terminato il progetto terapeutico ad personam nella comunità terapeutica di Asti, l’associazione Anziani del Tevere sarebbe disposta a sostenere un progetto di inclusione sociale basato proprio sulla pesca. Il caso di Antonio ha suscitato subito l’interesse della Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale. Il senatore Ignazio Marino, che la presiede, ha inviato i Nas nell’ufficio del direttore generale della Asl Roma D per acquisire la documentazione necessaria e avviare le opportune verifiche, ha poi convocato per oggi i medici che hanno in cura Tonino. Anche il consigliere regionale della Federazione della Sinistra, Ivano Peduzzi ha inviato una lettera alla presidente Polverini per sbloccare questa vicenda «anche perché – ha aggiunto Peduzzi – i soldi per trasferire il ragazzo ad Asti ci sono eccome». La Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale ha infatti stanziato 5 milioni di euro per il trasferimento di 41 persone dagli Opg alle comunità terapeutiche. Per l’utilizzo di questo soldi, però, le Regioni devono prima presentare dei progetti terapeutici individuali senza i quali non è possibile attingere ai fondi. Ma non tutte hanno ancora provveduto e il Lazio è tra queste. Per tale inadempienza oltre 3 milioni di euro restano al momento inutilizzati. E ogni ulteriore ritardo potrebbe costare a Tonino la sua stessa vita, oltre ad una proroga della permanenza nell’Opg di Aversa per altri due anni.

Manuela Campitelli da Liberazione

20 giugno 2011

La Spezia: Antifascisti picchiati ed arrestati dalla Polizia mentre protestavano contro l’apertura di un circolo fascista di Casa Pound !

Il 18 Giugno, a La Spezia, un gruppo di antifascisti/e si è opposto all’apertura di un circolo fascista di Casa Pound manifestando e protestando in strada.
Dato che il luogo dell’inaugurazione era inaccessibile per l’ingente plotone di protezione eretto dalla polizia di stato, gli antifascisti/e hanno effettuato un blocco stradale nelle vicinanze con l’obbiettivo di non far passare sotto silenzio e lasciare così incontrastata una reiterata violazione della Costituzione che prevede il divieto di apertura di circoli o sedi in cui si propaganda politica fascista e razzista.
Con l’occupazione e il blocco di una arteria stradale del centro cittadino gli antifascisti/e intendevano giustamente e legittimamente esprimere una forte e civile protesta in difesa dei valori dell’antifascismo e della democrazia così fortemente e pericolosamente attaccata dall’apertura del circolo fascista.
Davanti a questa manifestazione di civiltà in difesa dei valori dell’antifascismo e della Resistenza la Polizia locale ha reagito con violenza caricando e picchiando i compagni/e.
Al termine del pestaggio sono stati effettuati 9 fermi (i nove sono stati rilasciati dopo l’identificazione all’una e trenta del 19 Giugno).
Oltre alla violenza in divisa contro gli antifascisti non meno grave è stato il comportamento delle istituzioni che invece di vietare l’apertura del circolo fascista hanno dato un vergognoso ed eversivo avvallo a questa vergognosa inaugurazione, Questura, Prefetto e Amministrazione Comunale locale in primis.
Le istituzioni stesse con la loro legittimazione all’apertura di una sede fascista hanno commesso a loro volta il reato di apologia di fascismo concorrendo insieme ai fascisti di Casa Pound alla propaganda del fascismo e dell’odio razzista e xenofobo che caratterizza questa organizzazione.
L’assemblea intervenuta alla celebrazione della GIRP (Giornata internazionale per i rivoluzionari prigionieri) dedicata al rivoluzionario africano Thomas Sankara, tenutasi a Massa presso l’ex deposito del CAT, esprime solidarietà agli antifascisti/e di Spezia aggrediti e arrestati dalla Polizia.
Non è ammissibile che chi apre sedi e circoli fascisti venga protetto e legittimato dalle istituzioni, non è ammissibile che chi lotta per difendere i valori della Costituzione subisca pestaggi e arresti.

Per questo motivo siamo al fianco dei compagni/e arrestati e picchiati ed esprimiamo loro incondizionata solidarietà.

Costruiamo e rafforzeremo il fronte democratico di lotta per la conquista della vera pace sociale, dell’Uguaglianza e della Libertà!

Respingiamo uniti e con forza ogni prova di fascismo e ogni attacco ai diritti umani!

Un mondo nuovo è possibile e necessario, lottiamo per conquistarlo, cacciamo per sempre odio, sfruttamento, fascismo, razzismo e violenza!

Coordinamento Migranti Toscana Nord – ASP Circolo MS – P. dei CARC MS – Collettivo Autonomo Studentesco Massa - PCL MS – Red Warriors Massa – Luddite Riot Massa

17 giugno 2011

CIE - Come contrastare i trattenimenti illegittimi?

Intorno all’emergenza sbarchi ed allo stato di emergenza proclamato, all’istituzione di nuovi Cie Temporanei e ad un permanente desiderio di risolvere con un diritto speciale le questioni dell’immigrazione hanno preso piede, oggi più di ieri, prassi illegittime relative alla privazione della libertà personale nei confronti dei migranti tunisini sbarcati a Lampedusa e richiusi facendo passare moltissimo tempo prima che il giudice convalidi il trattenimento. Nessuna garanzia di difesa, nessun rispetto per l’art 13, commi 2 e 3, della Carta Costituzionale.
Dal momento dello sbarco, del rintraccio e dell’inizio della limitazione della libertà, a quello dell’adozione dei provvedimenti di trattenimento passano giorni o settimane che non vengono computati nelle 96 ore - dall’inizio della restrizione della libertà - per la convalida. Questo rende illegittimo il trattenimento e le successive proroghe.
In sostanza si è instaurata una prassi per cui le Questure fanno decorrere i termini dal momento in cui vengono notificati gli atti, mentre il periodo precedente non conterebbe di privazione della libertà non verrebbe conteggiato
Ecco quindi il provvedimento con il quale il Giudice di Pace di Torino non ha prorogato il trattenimento con relativo verbale di udienza e una memoria, redatta dall’Avv. Guido Savio, utile a diffondere la cultura della difesa dei diritti fondamentali e contrastare prassi illegai e illegittime in atto nei CIE.



Si ringraziano l’Avv. Guido Savio ed il Prof. Fulvio Vassallo Paleologo per la collaborazione

Roma: violente cariche della polizia contro gli inquilini resistenti

Diverse centinaia di inquilini delle case Enasarco e di altre fondazioni che protestavano contro gli sfratti nelle case degli Enti, a seguito delle cartolarizzazioni e contro l'aumento abnorme degli affitti dal 600 al 1000 %, sono stati oggetto di violente cariche da parte delle forze dell'ordine che hanno cercato di impedire che gli stessi formassero una 'catena umana' che collegasse i tre Ministeri interessati: Lavori Pubblici, Economia e Infrastrutture.
L'USB esprime la propria incondizionata solidarietà all'Associazione Inquilini e Assegnatari (As.i.a.) e il pieno sostegno agli Inquilini Resistenti, deplorando fortemente la mancanza di attenzione al dramma delle migliaia di famiglie che vivono nel terrore degli sfratti e di aumenti insostenibili degli affitti. Indifferenza da parte del Governo e dei Ministri interessati, che hanno disertato lo scorso 13 giugno il Tavolo istituzionale per l'esame di queste problematiche senza averne fissato alcuna altra convocazione.

Roma, 17 giugno 2011

Unione Sindacale di Base

Perquisizioni all’alba contro i No Tav

Questa mattina intorno alle 6 agenti della digos torinese hanno perquisito le abitazioni di alcuni notav tra cui Alberto Perino, e il centro sociale Askatasuna di Torino sfondando con un ariete la porta d’ingresso. Con in mano un avviso di garanzia da recapitare agli indagati e l’ordine di perquisizione, gli agenti hanno compiuto un blitz degno di una missione militare. I fatti contestati sono relativi alla notte del 23 maggio a Chiomonte, quando il movimento respinse il primo tentativo di presa del cantiere della Maddalena.
La questura su ordine della procura torinese ha eseguito un’operazione in tempi fulminei come non avviene per nessun’altra inchiesta, il tutto teso a mettere pressione e paura nel movimento notav.
Alle luci dell’alba mentre avvenivano le perquiszioni le notizie sono iniziate a circolare e siccome sembrava, vista la contemporaneità delle perquiszioni e il dispiegamento di forze, il preludio a degli arresti è scattata la mobilitazione. Un presidio si è formato a Condove sotto casa di Alberto Perino per impedire che questo avvenisse e poi, compresa la situazione, si continua per denunciare il fatto e portare solidarietà.
A Perino viene contestato un reato d’opinione (istigazione a delinquere) relativo al comizio finale della manifestazione Rivalta-Rivoli del maggio scorso e un video su Youtube; agli altri : due studenti universitari del Collettivo Universitario Autonomo, uno dei comitati no nuclere di Saluggia e uno del CSOA Askatasuna, vari capi d ‘imputazione relativi alla prima notte di resistenza alla Maddalena. Una logica perversa da parte degli inquirenti che vorrebbero Perino ispiratore e gli altri esecutori.
Un’ennesimo atto, a cui siamo sicuri ne seguiranno altri, che vede la firma del Procuratore Giancarlo Caselli, che dopo i suoi nemici storici, terrorismo e mafia, ora individuato nel movimento notav l’ennesimo avversario da sconfiggere.

"Queste perquisizioni hanno uno scopo puramente intimidatorio, perché non si capisce che cosa pensava di trovare: gli scarponi per rimanere sui terreni di Chiomonte, tende, volantini e striscioni contro la TAV? " dichiara Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc. "Si tratta indubbiamente di un'azione arrogante che cerca di spaventare un movimento che ha la sua forza nel consenso della gente della Val di Susa che cerca di opporsi ad un progetto faraonico, disastroso per l'ambiente e la popolazione della valle e fonte di enorme sperpero di denaro pubblico. Per adesso siamo solo alle intimidazioni a quando le provocazioni? Se questa è la considerazione che Maroni, ministro degli interni leghista, ha di quello che considera il suo popolo del nord, siamo a posto."conclude Ferrero

Per la mattinata è prevista una conferenza stampa

(in diretta sulla homepage di Infoaut)

Carceri: Muore detenuto di 32 anni a Teramo

È stato un infarto a uccidere Enzo Potente, il detenuto di 32 anni di Palata (Campobasso), accasciatosi nel tardo pomeriggio di ieri nella sua cella nel reparto tossicodipendenti del carcere di Castrogno. Lo ha stabilito l’autopsia eseguita dal medico legale Giuseppe Sciarra su richiesta del sostituto procuratore Stefano Giovagnoni, che sull’episodio ha aperto un’inchiesta. Il sospetto di una morte naturale era forte già nell’immediatezza della tragedia, verificatasi sotto l’occhio del compagno di cella di Potente che non ha potuto far altro che avvertire il personale di servizio.
Sull’ennesimo dramma carcerario è intervenuto oggi il segretario nazionale del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Donato Capece che ha parlato di situazione critica nel carcere di Teramo.
“Quello di Potente è soltanto l’ultimo di una serie di eventi drammatici registrati nel 2010; parliamo di 85 episodi di autolesionismo, di 18 tentati suicidi, un suicidio, 53 soggetti feriti, 73 scioperi della fame e 22 episodi violenti che hanno determinato danneggiamenti di beni dell’Amministrazione Penitenziaria - spiega Capece.
La notizia della morte di un detenuto italiano nel carcere di Teramo intristisce tutti, specie coloro che il carcere lo vivono quotidianamente nella prima linea delle sezioni detentive come gli uomini e le donne della polizia penitenziaria. E ora che la politica - ha concluso il segretario Sappe - si dia dunque da fare, concretamente e urgentemente, per una nuova politica della pena, necessaria e non più differibile, che ripensi organicamente il carcere e l’Istituzione penitenziaria”.

fonte: Apcom

Prolungamento nei Cie fino a 18 mesi, espulsione di cittadini comunitari: il nuovo decreto Maroni anti-immigrati

"Il decreto approvato oggi dal Consiglio dei Ministri è importante perché dà attuazione a due direttive europee. Si trattava di un problema di interpretazione e noi - nel pieno rispetto della direttiva - abbiamo fornito questa interpretazione". E' quanto affermato oggi in Conferenza stampa a Palazzo Chigi dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni.
Secondo il ministro, "L'interpretazione alla direttiva ci permette il prolungamento delle permanenze nei Cie dai 6 mesi attuali fino al termine massimo di 18 mesi, per consentire l'identificazione o l'effettiva espulsione".
Inoltre, secondo Maroni il decreto consente "di ripristinare l'espulsione coattiva immediata dei clandestini (la magistratura aveva previsto come unica possiblità per l'espulsione, il foglio di via, ndr). Espulsione - sottolinea - per i clandestini pericolosi per ordine pubblico e sicurezza, già espulsi o che violano misure di garanzie previste dal questore". "E introduciamo - ha proseguito - per la prima volta la possibilità di espulsione, in alcuni casi, anche per i cittadini comunitari".

fonte: Redattore sociale

15 giugno 2011

Detenuto suicida nel carcere di Taranto

Un ragazzo di 24 anni, detenuto nel carcere di Taranto, si è suicidato ieri sera inalando il gas di una bomboletta. L'uomo era stato accusato di rapina e dopo l'arresto aveva collaborato con la giustizia facendo arrestare i propri complici. "Sembrerebbe - spiega il segretario nazionalte del Sappe, Federico Pilagatti,- che il gesto sia stato dovuto a motivi familiari, ma sicuramente sul detenuto ha influito negativamente anche la grave situazione di abbandono che si vive nelle carceri che non consente alcun apporto psicologico".

Processo Mastrogiovanni: Ascoltato il medico legale

Alle ore 14,30 presso il Tribunale di Vallo della Lucania, la Presidente Dr.ssa Elisabetta Garzo dà inizio all'udienza odierna con l'appello prima degli imputati e poi delle parti civili del processo contro i medici e gli infermieri del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania per la morte dell'insegnante Francesco Mastrogiovanni, avvenuta il 4 agosto 2009.
E come nelle altre udienze alcuni liberi assenti ed altri liberi contumaci. Presente solo il primario del reparto di psichiatria ed alcuni infermieri .
All'inizio un avvocato degli imputati si lamenta per le riprese televisive per l'impatto che possono avere sul pubblico, ma il Presidente del tribunale non sospende l'autorizzazione accordata all'emittente televisiva di Vallo della Lucania, la Set di riprendere il processo.
Anche nell'udienza odierna vengono rigettate dalla Presidente alcune eccezioni sollevate dai legali degli imputati. Per l'ennesima volta viene presentata la richiesta da parte dei legali degli infermieri di nullità degli accertamenti tecnici irripetibili (esame autoptico sul cadavere di Francesco Mastrogiovanni) perché gli infermieri non sarebbero stati preventivamente avvisati dell'avvio degli stessi.
Sono assenti i due pazienti che sono stati citati come testi dal P.M . Inizia così subito l'esame da parte del P.M. dr. Renato Martuscelli dei due medici che eseguirono l'esame autoptico sulla salma di Francesco Mastrogiovanni su incarico del P.M., dr. Francesco Rotondo, magistrato che ha chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio dei sei medici e dodici infermieri del reparto di psichiatria di Vallo della Lucania.
Il medico legale dr. Adamo Maiese inizia la macabra elencazione delle escoriazioni rinvenute sul corpo della vittima mostrando le numerose foto scattate durante l'esame autoptico. La Presidente, con il consenso dei difensori degli imputati, dà per acquisite le foto dell'orrore consentendo così al medico legale di continuare nell'illustrazione dei risultati dell'esame autoptico.
Il dr. Maiese conferma in udienza quanto riscontrato sul corpo di Francesco Mastrogiovanni, riferendo per l'esame autoptico si è servito degli esami istologici e del video del sistema di videosorveglianza. Parla usando termini comprensibili - tanto che la qualità della sua deposizione viene riconosciuta pubblicamente anche dal Presidente del Tribunale - dando prova di avere un quadro completo e chiaro dei fatti che si sono verificati nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Vallo della Lucania dal 31 luglio 2009 al 4 agosto 2009, che hanno portato alla tragica morte del maestro elementare.
Il medico legale nel rispondere al P.M. ribadisce, con certezza, che Francesco Mastrogiovanni è morto per un edema polmonare causato dalla coercizione fisica alla quale è stato sottoposto dalle ore 13,00 del 31 luglio e fino alla morte avvenuta alle 2,45 del 4 agosto 2009.
Per il dr. Maiese il comportamento del personale sanitario è stato gravemente negligente e specifica: 1) Negligenza commissiva nel mettere in atto una contenzione fisica con le modalità sopra descritte; 2) Negligenza omissiva nel non controllare, monitorare e nutrire il paziente per tutto il periodo di ricovero; 3) Sulla cartella clinica di ricovero non si fa alcun cenno della contenzione fisica messa in atto.
Nell'ospedale di Vallo della Lucania, Mastrogiovanni non è stato affatto trattato come un essere umano: oltre a rimanere legato senza interruzione e senza motivo per lunghe e interminabili ottantadue ore, non è stato mai alimentato e non gli hanno dato neanche da bere. L'autopsia ha accertato che lo stomaco era completamente vuoto ed era vuota anche la vescica. Inoltre il dr. Maiese ha riferito un altro particolare agghiacciante: la macerazione dei testicoli (causata dal caldo torrido di quei giorni di agosto e dalla mancanza di attenzione da parte del personale). Insomma Francesco Mastrogiovanni prima è stato lasciato nudo sul letto per giornate intere e poi trascurato anche con il pannolone. (Quindi se Francesco fosse sopravissuto alla contenzione "illecita", impropria e antigiuridica come definita dai consulenti, probabilmente sarebbero rimasti impressi in modo definitivo dei segni anche fisici sulla sua persona). Ha parlato anche dei legacci di cuoi e plastica che hanno scavato ferite fino a due centimetri e mezzo ai polsi e alle caviglie.
Anche il dr. Giuseppe Ortano, psichiatra di Aversa, nel rispondere alle domande del P.M e dei difensori delle parti civili conferma il contenuto della relazione che ha consentito al magistrato inquirente di chiedere ed ottenere il rinvio a giudizio degli imputati. Lo psichiatra sottolinea con forza e determinazione: «La coercizione non è assolutamente un atto medico ». Viene consentita dall'art. 54 c.p. (stato di necessità) solo per porre in atto le terapie farmacologiche appropriate e fino all'avvenuta sedazione. Deve essere annotata sulla cartella clinica e/o sul registro della coercizione, indicando anche il mezzo usato.
Anche il dr. Ortano ha visionato il video. Poche volte, afferma, qualche infermiere e solo per pochissimi minuti si è avvicinato a Mastrogiovanni legato a quel letto troppo corto a causa della sua altezza. Pare che l'unico intervento sia stato quello di stringere meglio le fascette della contenzione per evitare lo scivolamento. Non gli hanno mai rivolto la parola. Dalla cartella clinica risulta che la terapia somministrata al suo ingresso in reparto, pur essendo appropriata alla diagnosi, era comunque molto forte.
E' terribile ed inaccettabile quello che è successo nel 2009 e che poteva succedere a chiunque. Anche l'udienza di oggi lo conferma.
Infine non risulta che Mastrogiovanni sia stato visitato da un medico all'atto del suo ingresso in reparto, né è stato effettuato nessuno elettrocardiogramma per verificarne lo stato di salute.
Il medico di turno che ha prescritto la terapia definita forte dallo psichiatra era a conoscenza della somministrazione di psicofarmaci con tre iniezioni avvenuta sulla spiaggia di S. Mauro Cilento nemmeno un'ora prima?
L'udienza è durata oltre quattro ore.
La prossima udienza, calenderizzata per il 28 giugno, per impegni del Presidente, si terrà lunedì 4 luglio 2011 alle ore 13 ed avrà luogo il controesame dei due medici da parte dei legali degli imputati.

Il Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni
Vincenzo Serra, Giuseppe Tarallo, Giuseppe Galzerano




14 giugno 2011

APPELLO PER LA LIBERTA’ DI DISSENSO

Le recenti azioni di polizia, con i provvedimenti restrittivi nei confronti di ventidue persone, in gran parte studenti di collettivi universitari fiorentini, e la comunicazione delle indagini nei confronti di altre cinquantasei, suscita interrogativi e timori.
Si è voluto creare l’evento mediatico, con un annuncio a sensazione che lasciava intravedere preoccupanti scenari cospirativi che, alla luce di quanto contestato materialmente alle persone coinvolte, e fermo restando le necessarie valutazioni su singoli episodi, si sono rivelati di fatto inesistenti: alcuni sporadici fatti di scarsa rilevanza, in occasione di numerose manifestazioni, in particolare relative all’opposizione alla “riforma” Gelmini.
Troppo poco per non far pensare ad una precisa strategia di costruzione dell’allarme sociale, attorno alla immancabile figura degli “anarchici” – diventata poi una improbabile “area anarcoide studentesca” – secondo la fin troppo conosciuta pratica della criminalizzazione delle aree di dissenso e contestazione, per creare discredito e isolamento.
Assistiamo al continuo innalzamento del livello di contrasto repressivo, anche in presenza di episodi di minima entità. Secondo la ricostruzione riferita dalle forze dell’ordine, ogni manifestazione degli ultimi due anni è stata seguita e documentata, e sono stati contestati – ingigantendone la portata – tutti i comportamenti appena “sopra le righe”: una scritta sul muro, un sit in non preannunciato, un petardo, diventano episodi da collegare forzatamente in un disegno eversivo, con conseguente contestazione del reato associativo. Pur non aumentando il livello di conflittualità sociale, aumenta la pressione poliziesca e giudiziaria.
Per questo intendiamo esprimere pubblicamente la solidarietà nei confronti di quanti sono stati colpiti da questa operazione, e manifestare le nostre preoccupazioni in merito al restringimento degli spazi di agibilità politica per chi esprime opposizione e dissenso.
In una fase in cui c’è un violento attacco allo stato sociale, alla scuola pubblica, ai beni comuni, e in cui le conseguenze più pesanti della crisi economica vengono fatte ricadere sulle fasce più deboli della popolazione e sui giovani, aumentando a dismisura le disuguaglianze sociali e l’insicurezza per il futuro di intere generazioni, in cui si cancellano diritti di lavoratori e cittadini e si rimettono in discussione principi basilari dell’ordinamento democratico antifascista, riteniamo gravissimo che si tenda a comprimere lo spazio di azione politica e sociale di opposizione e di lotta, etichettando ogni dissenso come comportamento deviante e criminale.

Primi firmatari:

Vittorio Agnoletto, Forum Sociale Mondiale; Donatella Della Porta, Università europea Firenze; Alberto Ziparo, Università di Firenze; Ornella De Zordo, consigliera comunale Firenze; Tommaso Grassi, consigliere comunale Firenze; Sandro Targetti, consigliere comunale Campi Bisenzio; Lorenzo Guadagnucci, Verità e giustizia per Genova; John Gilbert, FLC CGIL; Cristiano Lucchi, giornalista; Moreno Biagioni; Edoardo Todaro, RSU COBAS Poste; Francesca Birini, RSU COBAS Poste; Tiziano Cardosi, NOTAV Firenze; Giuseppe Cazzato, RSU COBAS comune di Firenze; Alessandro Santoro, Comunità delle Piagge; Alessandro Nannini, RSU COBAS ATAF; Sara Nocentini, Anna Picciolini, Associazione per una Sinistra Unita e Plurale; Massimo Torelli, Associazione per una Sinistra Unita e Plurale; Francesca Riemma, RSU COBAS Poste; Alessandro Porcinai, RSU COBAS Publiacqua, Riccardo Torregiani, Rete Antirazzista Firenze, Italo Di Sabato, Osservatorio sulla Repressione

Per Firmare l'appello cliccate qui

Giovane marocchino ucciso da un carabiniere a Bergamo... è un altro caso Aldrovandi

Un “omicidio controverso”. Firmato, Hillary Clinton. “Controverso” come i casi di Sandri, di Cucchi, di Aldrovandi. Un ragazzo che muore; uomini delle forze dell’ordine che finiscono sotto inchiesta. Per non perdere il filo che da una tragica notte a Mornico al Serio - tremila abitanti nella pianura bergamasca - porta a Washington negli uffici del Dipartimento di Stato americano, bisogna raccontare come ha smesso di vivere - da innocente - un ragazzo marocchino di 18 anni. Aziz Amiri.
In un parcheggio di via Verdi sono le nove di sera del 6 febbraio 2010. L’unica colpa di Amiri è di essere seduto sul lato passeggero di un’utilitaria, una Peugeut 206, guidata da un connazionale che ha cinque anni più di lui e che per tentare di sfuggire ai carabinieri - in macchina ci sono 30 grammi di cocaina, inserisce la retromarcia e sperona l’auto dei militari (in borghese).
Uno scende, cade a terra, si rialza, infila il braccio all’interno della Peugeut attraverso il finestrino abbassato; il guidatore marocchino (non è armato, riuscirà incredibilmente a scappare a piedi) prova a disarmare il carabiniere. A quel punto parte il colpo che uccide Amiri. Fin qui la cronaca.
La procura di Bergamo apre un’inchiesta. Il carabiniere, appartenente al nucleo operativo radiomobile di Bergamo, è indagato per omicidio colposo. Stando alla sua versione e a quella del collega impegnato con lui in un servizio antidroga - le uniche su cui si basano le indagini, le uniche disponibili, del marocchino fuggito non si è più avuta traccia - il colpo sarebbe partito accidentalmente. Ma a più di un anno restano molti punti oscuri nella ricostruzione della vicenda messa a verbale dai militari. A partire dallo sparo.
Uno solo, secondo i carabinieri. Due, addirittura tre secondo almeno un testimone - un abitante della zona - che però non è mai stato sentito dal gip. Che cosa è successo davvero quella notte? Quanti e quali sono i dubbi da chiarire se persino il Dipartimento di Stato americano (diretto dal segretario di Stato Hillary Clinton) nell’annuale rapporto dedicato al rispetto dei diritti umani ha classificato la vicenda di Amiri tra gli “omicidi controversi” (il delitto di Mornico figura nel capitolo titolato “privazione arbitraria o illegale della vita”)?
C’è stato abuso di potere da parte del carabiniere che ha sparato? A breve il gip Bianca Maria Bianchi dovrà decidere, sulla base degli elementi acquisiti finora, se accettare o respingere la richiesta di archiviazione presentata a marzo dal pm Maria Cristina Rota.
Due le alternative alla chiusura del caso: restituire gli atti alla procura per un approfondimento delle indagini oppure aprire un processo. “È doveroso fare luce sulla morte di Amiri - dicono l’avvocato Tatiana Burattin e il procuratore Paolo Bulleri, che difendono e rappresentano la famiglia della vittima. Chiediamo di sapere la verità su quello che è successo.
Oltretutto Amiri era il passeggero e cioè una persona innocente”. Per fare nuova luce sull’omicidio il difensore del ragazzo marocchino ha presentato una relazione tecnica firmata da Alberto Riccadonna (caso Sandri-Spaccarotella e prima ancora Unabomber).
La perizia balistica solleva diversi interrogativi. Primo fra tutti: perché viste le circostanze (auto della vittima bloccata e guidatore non più al posto di guida) il carabiniere ha introdotto il braccio armato nell’auto perdendo il controllo dell’arma? La mossa appare quantomeno imprudente: i due marocchini non erano armati, ma in caso contrario cosa sarebbe successo? E se, viceversa, si fosse sospettato che la vittima potesse essere armata, introdursi all’interno della vettura non sarebbe stato un suicidio?
“Si poteva intimare ad Amiri di uscire dalla vettura - in un momento in cui la situazione fosse completamente sotto controllo - senza doversi avvicinare a una distanza “rischiosa”, scrive Riccadonna. Altro dubbio: come è possibile che l’altro marocchino - appunto disarmato - sia riuscito a scappare a piedi sotto il naso dei due carabinieri uscendo dall’auto e allontanandosi?
Era così difficile trattenerlo all’interno dell’auto? Nel rapporto del Dipartimento di Stato americano non si entra nei dettagli. L’omicidio di Amiri viene semplicemente definito “controverso”. E si ipotizza un “uso sproporzionato della forza”. Forse è già abbastanza.

fonte: La Repubblica

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