14 giugno 2011

Il movimento non si arresta! Liber* Tutt*!

Per chi ancora pensava che si potesse esprimere liberamente il proprio dissenso, oggi è stata scritta una nuova pagina nera che racconta di repressione delle lotte e del tentativo di intimidire chiunque cerchi di trasformare l’attuale stato di cose.
La mattina è iniziata con la polizia che provvedeva a notificare ed eseguire nuove misure cautelari contro compagni che da sempre si sono attivati e sono scesi in piazza per lottare e far sentire la propria voce.
Ai compagni denunciati tra Firenze e Milano sono stati imputati i loro sforzi quotidiani contro lo smantellamento e la privatizzazione dell’istruzione pubblica, per una vita dignitosa, per il diritto allo studio, alla casa, al lavoro, contro le leggi fasciste che colpiscono lavoratori ed immigrati, contro tutti gli attacchi che i padroni cercano di sferrare ai più deboli. Queste battaglie sono passate anche per il corteo del 21 maggio in solidarietà alle 22 persone colpite dalla repressione dello Stato con misure cautelari. Come per la mobilitazione dello scorso autunno questo corteo ha visto in piazza a Firenze tantissimi tra studenti, lavoratori e disoccupati.
Sei sono gli arresti domiciliari, nove i nuovi obblighi di firma e un arresto. Sono 16 le nuove misure cautelari, 35 le persone colpite da carcere, domiciliari ed obbligo di firma da maggio ad oggi, per un totale di più di 100 indagati. Sembra un vero e proprio monito per tutti quelli che continuano a lottare nelle proprie scuole, università, sui luoghi di lavoro e nei quartieri; un nuovo tentativo di isolare qualcuno e mettere a tacere gli altri.

Non ci lasceremo intimidire dall’ennesimo attacco repressivo. Solidarietà a tutti i compagni!


Red-Net Rete delle Realtà Studentesche Autorganizzate
Assemblea Studenti Scienze Politiche (Milano) - Collettivo 20 luglio (Palermo) - Collettivo Autorganizzato Universitario (Napoli) - Collettivo Lavori in Corso (Roma) - Collettivo Politico Scienze Politiche (Firenze) - Collettivo Studenti Comunisti (Bologna) - Laboratorio Politico Resistenza Universitaria (Roma)

di seguito un primo comunicato delle realtà fiorentine

NUOVI ARRESTI A FIRENZE. NON SI FERMA L’ATTACCO REPRESSIVO CONTRO L’OPPOSIZIONE POLITICA E SOCIALE

Nuovi arresti e misure cautelari: presidio ore 18 alla prefettura

Non si ferma l’ondata repressiva nei confronti delle realtà politiche e sociali fiorentine. Questa mattina, esaurita la cosiddetta “operazione “400colpi”, la Digos ha proceduto all’arresto di 7 compagni/e e l’obbligo di firma per altri 9. Di questi uno è stato rinchiuso nel carcere di San Vittore, e gli altri 6 agli arresti domiciliari. Le motivazioni sono riconducibili ai comportamenti tenuti durante le manifestazioni in risposta agli arresti del 4 maggio. Non vogliamo stare qui a disquisire sulla entità dei fatti per i quali sono state emesse le custodie cautelari, o se siano o meno troppo pesanti, ma ci interessa rilevare il quadro repressivo che da troppo tempo impunemente si dispiega su tutte le componenti sociali e politiche nella nostra città.
Il clima è cambiato e non ci vuole molto a capirlo, ma nemmeno può essere una facile semplificazione o una sua inconscia accettazione.
Hanno iniziato con gli avvisi orali per gli studenti, hanno proseguito con 6 mesi di arresto per un semplice petardo, con gli arresti della famosa operazione 400 colpi, con gli obblighi di firma, con la presunta associazione a delinquere per giustificare le misure cautelari, per arrivare poi agli arresti di oggi. 35 compagni/e tra studenti, militanti di centri sociali sono attualmente sotto misure restrittive, ovvero resi inoffensivi, privati della libertà individuale, ma allo stesso tempo privati della loro possibilità di essere in prima persona dentro le lotte di cui sono parte, e continuano ad esserlo al nostro fianco.
Firenze città aperta! Questo era lo slogan con cui veniva elogiata la Firenze del social forum. Se non pensavamo che lo fosse allora, è ben chiaro a tutti che ancor meno possa descrivere quella attuale.
Firenze città della repressione, degli spazi chiusi, delle piazze blindate, degli sgomberi dei richiedenti asilo, delle operazioni mediatiche ben funzionali alle strategie repressive verso le legittime richieste degli studenti. La città dove anche l’Ataf partecipa attivamente alla repressione con le denunce verso i manifestanti per interruzione di pubblico servizio.
Un clima in cui sarebbe un errore non sentirsi direttamente coinvolti per chiunque pensi che sia necessario non sottacere davanti alle ingiustizie, non fermarsi davanti ai divieti o alle nuove disposizioni restrittive quando le ragioni di chi lotta sono quelle della “giustizia”, quella vera. La giustizia che non nasce dai tribunali, dalle divisioni investigative, ma quella che da sempre anima le istanze di chi lotta in una fabbrica come in una scuola, nelle carceri e in quartiere.

SOLIDARIETA’ A TUTTI/E COLPITI DALLA REPRESSIONE

Centro Popolare Autogestito Firenze Sud - Cantiere Sociale K100 - Collettivo Politico Scienze Politiche - Collettivo di Lettere e Filosofia

comunicato della rete dei collettivi fiorentini Sui fatti del 13 Giugno

Già la retata del 4 maggio scorso aveva suscitato grande scalpore a livello cittadino e nazionale, con 5 arresti domicilari e 17 obblighi di firma: un tentativo evidente di frammentare il movimento, unito alla criminalizzazione mediatica di pratiche portate quotidianamente avanti dalle migliaia di persone scese in piazza durante le mobilitazioni di quest’anno.
A distanza di poco più di un mese la scena si ripete: stamani, 13 giugno, alle 6:30, 16 persone sono state svegliate da agenti della Digos nelle loro case. 6 di questi ragazzi sono ora agli arresti domicilari, con misure ancor più pesanti rispetto a quelle di maggio: non possono comunicare con nessuno, a meno che non viva nella loro stessa casa. A 9 è stato invece notificato l’obbligo di presentazione all’autorità giudiziaria, cioè l’obbligo di andare a firmare nel commissariato di turno svariate volte a settimana; come se non bastasse un compagno di Milano è stato rinchiuso in carcere, a San Vittore, dopo aver partecipato alla manifestazione in solidarietà agli arrestati di maggio. In totale gli indagati e i denunciati, tra studenti universitari, medi e compagni/e di realtà cittadine sono più di 90.
Quello di stamani si è configurato come l’ennesimo attacco alla libertà personale di ognuno a manifestare le proprie idee. Quest’anno Firenze è scesa in piazza per una scuola pubblica e accessibile a tutti, per città dove sia possibile porsi contro porvvedimenti del governo di turno senza essere manganellati, per un paese dove non esistano “lager democratici” dove persone vengono rinchiuse e umiliate, perché la memoria degli anni del fascismo non lasci spazio alle nuove destre: Firenze è scesa in piazza per un mondo migliore.
Riteniamo sia importante continuare a portare questi temi nelle piazze, manifestare contro ciò che di questo mondo ci digusta e per ciò che in questo mondo vorremmo creare. Durante quest’anno, come negli scorsi, nelle strade di Firenze non eravamo in 90. Eravamo migliaia. Facciamo appello proprio a queste migliaia di persone che con noi hanno condiviso momenti di lotta e di aggregazione, perché in questo momento tornino a manifestare le proprie idee nelle piazze e nelle strade, e perché portino la loro solidarietà ai compagni e alle compagne colpiti da questi provvedimenti.

Un abbraccio ai compagni e le compagne arrestati, amici, fratelli, che proprio in questo momento non devono mollare.

Rete dei Collettivi Fiorentini


13 giugno 2011

Firenze: Ancora arresti e repressione

Stamattina la questura di Firenze ha eseguito un'altra operazione, arrestando 7 persone (una in carcere e sei ai domiciliari) e distribuendo altri 9 obblighi di firma ad altrettanti compagni e compagne. Questa volta nel mirino ci sono le manifestazioni di solidarietà con gli arrestati del 4 maggio, in particolare la mobilitazione messa in piedi il giorno stesso degli arresti ed il corteo del 21 maggio che ha visto sfilare più di mille persone nella metropoli fiorentina. Le accuse riguardano principalmente reati di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Questo nuovo tassello dell'ingente impianto repressivo arriva ad una settimana dalla chiusura delle prime indagini, che già avevano portato ad arresti e obblighi di firma, con il rinvio a giudizio di 86 persone, di cui 7 con l'aggravante dell'accusa di associazione a delinquere.
Se nella prima ondata di arresti erano state poste sotto accusa le pratiche delle mobilitazioni autunnali, in questa nuova operazione sono le manifestazioni di solidarietà ad essere criminalizzate. Nell'ordinanza il giudice tende a sottolineare che tali episodi confermano la pericolosità sociale dei soggetti indagati e quindi che anche le prime misure cautelari erano più che sensate.
In questo momento ci sono 11 compagni ai domiciliari, 1 in carcere, 23 con l'obbligo di firma e 68 che verranno rinviati a giudizio.

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10 giugno 2011

Roma: Assolti gli studenti arrestati e denunciati per gli incidenti del 14 dicembre

Tutti assolti, con la formula "per non aver commesso il fatto", gli otto ragazzi finiti sotto processo per gli scontri avvenuti a margine delle manifestazioni avvenute il 14 dicembre scorso mentre al Senato era in corso il voto di fiducia al Governo. Lo ha deciso la IV sezione del tribunale penale collegiale, presieduta da Stefano Meschini, che non ha così accolto le richieste di condanna che erano state formulate dal pm Giuseppe Corasaniti fino a un massimo di un anno e otto mesi.
La sentenza, emessa nei confronti di Sacha Montanini, Angelo De Matteis, Nicola Corsini, Gerardo Morsella, Federico Serra, Andrea Donato, Alice Niffoi e Riccardo Li Calzi, è stata accolta con applausi da alcuni amici e familiari degli imputati presenti in aula. In sostanza, quindi, per il collegio, gli otto imputati non hanno nulla a che vedere con i disordini scoppiati quel giorno nel centro.
Il 13 giugno presso 1° Sezione penale ,  ci sarà il processo a carico degli altri 4 compagni denunciati.

Processo Aldrovandi: pene confermate in appello ai quattro poliziotti

Nessuno sconto di pena ai quattro agenti che all’alba del 25 settembre di sei anni fa fermarono Federico Aldrovandi che, pochi minuti dopo il misterioso e violentissimo controllo di polizia sarebbe morto col cuore spezzato e cinquantaquattro lesioni sul corpo. La corte d’Appello di Bologna ha confermato la pena sancita in primo grado dal tribunale di Ferrara per la morte di un diciottenne che non stava commettendo alcun reato, le cui ultime parole - riferite da una testimone coraggiosissima - furono una straziante richiesta d’aiuto formulta proprio a chi gli stava sopra impedendogli di respirare. E che, negli istanti precedenti, gli aveva spezzato addosso due manganelli mentre, nelle ore successive all’omicidio colposo, si dedicarono con altri pezzi della questura a costruire una versione ufficiale che celasse le loro condotte delittuose. Il tribunale ferrarese aveva condannato a luglio 2010 i quattro poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri a tre anni e sei mesi di reclusione. Così ha confermato la corte d’appello bolognese dopo tre ore di camera di consiglio. In aula una piccola folla nella quale spiccavano Lino e Patrizia, i genitori di Federico, Stefano, il loro secondogenito, Ilaria Cucchi e Lucia Uva, a loro volta sorelle di altre due vittime uccise - secondo le denunce - dal mix micidiale di malapolizia e malasanità. In nessun momento del processo è venuta meno la granitica solidarietà ai quattro condannati da parte della stragrande maggioranza di superiori, colleghi e rappresentanze sindacali

Checchino Antonini

9 giugno 2011

Referendum: Presidio contro la censura della Rai, la polizia identifica e porta in questura i manifestanti

Ormai è sempre più difficile allestire anche innocue manifestazioni di protesta. Questa mattina i membri di Valigiablu.it - un gruppo che protesta contro l'informazione scorretta data dalla Rai - sono andati ad affiggere uno striscione in stoffa davanti alla sede della Tv di Stato. Un gruppetto all'alba si è mosso per mettere davanti ai cancelli di viale Mazzini la scritta: "Cara Rai, l'informazione sui referendum è un tuo dovere e un nostro diritto (se poi azzeccate le date nei Tg è meglio). Valigia Blu". Il riferimento tra parentesi è ai numerosi errori fatti durante il TG1 e il TG2 nei giorni scorsi di indicare come date per i referendum il 13 e il 14 giugno mentre si svolgeranno il 12 e il 13 giugno.
Una guardia privata della Rai in servizio ha chiamato la Polizia che è intervenuta in forze e ha accompagnato la mezza dozzina di ragazzi, che hanno fatto il blitz, in Questura, dove sono stati identificati e lo striscione sequestrato (e sarebbe bello sapere per quale motivo). Dopo oltre un'ora presso la Questura, i ragazzi sono stati rilasciati.
Resta la solita domanda: ma quando gli agenti vengono addestrati, viene insegnato loro che esiste la libertà di manifestare addirittura nella Costituzione e quindi non hanno diritto di dare fastidio con fermi abusivi e/o manganellate (che non ci sono state in questo caso)?

fonte: Julie news

8 giugno 2011

Cariche e incendio nel CIE Andolfato di Santa Maria Capoa Vetere

Stanotte un incendio ha devastato le tende del campo di S.Maria Capua Vetere mentre la polizia inondava i profughi rinchiusi con i micidiali lacrimogeni CS! Una situazione ormai del tutto inaccettabile e inumana che provoca ...l'insofferenza, la rabbia e la disperazione dei rifugiati tunisini, che da quasi due mesi continuano a vivere ingabbiati senza colpa alcuna in questa tendopoli esposta al sole e alla pioggia, priva di qualunque minimo requisito di vivibilità e di dignità, ma anzi oltre il limite della tortura psico-fisica! Una condizione ancora più esasperata dopo i dinieghi in primo grado delle richieste di protezione internazionale da parte della commissione di caserta (protezione riconosciuta invece per decreto a quelli che erano giunti appena pochi giorni prima in Italia. Cos'è cambiato in pochi giorni in Nord-Africa...!!?). Ormai il CIE Andolfato è un girone dantesco: Negli ultimi giorni ci sono stati prima alcuni gravi atti di esasperazione e di autolesionismo con un profugo che è stato ricoverato dopo aver bevuto la candeggina e un altro che si è procurato ampie ferite col vetro dei bagni. Ancora stanotte un altro rifugiato ha ingerito del vetro! Per non parlare delle condizioni di vita umilianti e nocive: dopo la pioggia di pochi giorni fa i materassi si sono di nuovo e completamente inzuppati d'acqua (ricordiamo che non hanno più le reti e dormono tutti praticamente in terra) tanto che per protesta alcuni migranti hanno urinato sui materassi per rendere evidente l'umiliazione che subivano! Infine l'isolamento: la preclusione a qualunque associazione indipendente di entrare, eccetto agli avvocati, ha dato i suoi frutti! Un interprete della Croce Rossa è stato infatti allontanato e risulta indagato dopo la denuncia di due rifugiati: avrebbe sottratto denaro (400 euro e un oggetto d'oro) in cambio del millantato inserimento in fantomatiche liste per il permesso di soggiorno!! E poi stanotte! Secondo la ricostruzione di diversi rifugiati (alleghiamo registrazione di una telefonata fatta proprio mentre i fatti accadevano) la tensione è stata innescata quando uno dei reclusi ha saputo della morte di suo fratello in Tunisia e si è sentito male. Gli altri connazionali lo hanno condotto all'uscita della gabbia che circonda la tendopoli pretendendo che fosse curato fuori dall'Andolfato, ma quando hanno visto che la polizia lo trascinava per le braccia e lo maltrattava la tensione è comprensibilmente salita. A quel punto la polizia ha cominciato a caricare e soprattutto a sparare lacrimogeni a profusione per allontanare i migranti che protestavano e alcuni di questi lacrimogeni hanno dato fuoco alle tende! Un rischio che abbiamo più volte denunciato, visto che non è la prima volta che la scena si ripete. Diversi migranti sono poi stati ricoverati al pronto soccorso e lì incontrati anche dagli avvocati: alcuni erano in totale stato catatonico, secondo i medici, per lo shock e lo stress psico-fisico! Alle 4 del mattino, nel pieno del caos, è arrivato alla caserma anche il Questore di Caserta... Al di là perfino della dinamica specifica è evidente sempre di più che l'Andolfato è una struttura degradante e pericolosa che umilia persone che cercano semplicemente la libertà, un rifugio, una vita migliore! Il 20 giugno i giudici dovranno decidere l'ulteriore trattenimento di queste persone, dopo che nelle prime convalide è saltata ogni ordinaria misura di garanzia costituzionale in nome di un autoproclamata "emergenza"... Noi non vogliamo credere che si farà la follia di tenerle ad asfissiare a 40° nelle tende a luglio ed agosto! E non vogliamo arrivare a pensare che questi cento rifugiati diventino un capro espiatorio solo per giustificare la spesa di diversi milioni di euro che il ministero ha appena messo a bando per la gestione del centro fino alla fine di dicembre (il bando è proprio di questi giorni).... Come denunciano le mobilitazioni del movimento antirazzista è necessario uscire da questo tunnel in cui si è infilato ogni minimo senso di umanità!

Rete antirazzista campana

Testimonianza telefonica dei migranti

Appello URGENTE dalla Valsusa

In questi giorni la Val di Susa sta vivendo momenti di tensione che ricordano quelli dell’autunno 2005 quando fu usata la forza per imporre l’apertura di un cantiere in vista della realizzazione del TAV Torino-Lione. Da allora nessun cantiere è stato aperto ma le promesse di governi di diverso colore di aprire un dialogo e un confronto con le istituzioni locali si sono dimostrate un inganno e le amministrazioni democraticamente elette, critiche sulla realizzazione della grande opera, non sono state riconosciute dal governo quali interlocutori affidabili e sono state estromesse dai tavoli di confronto.
Decine di migliaia di persone chiedono semplicemente di essere ascoltate, chiedono un confronto vero, pretendono che alle loro ragioni – scientificamente documentate – si risponda entrando nel merito. In cambio ricevono insulti e l’accusa di voler difendere il loro piccolo cortile, di volersi opporre al progresso, di non rispettare le regole: slogan e accuse infondate in risposta ad argomenti seri, a pratiche di protesta pacifica, all’utilizzo rigoroso di ogni spazio previsto da leggi e procedure.
L’opposizione al TAV Torino-Lione è diventata in questi anni un esempio di partecipazione democratica dal basso, di democrazia vera, di resistenza all’illegalità ed al sopruso in difesa dei beni comuni: un’opposizione popolare che può contare sul sostegno della comunità montana e di ben 24 consigli comunali.Viceversa il governo e le potenti lobby che governano l’economia e la finanza, con l’appoggio di partiti di maggioranza e minoranza, non hanno esitato a stravolgere procedure, infrangere leggi e ingannare l’Unione Europea pur di assicurarsi un grande business da cui anche la grande criminalità organizzata e le mafie contano di trarre profitto. Hanno scatenato una grande campagna mediatica per nascondere le dimensioni e le ragioni dell’opposizione, per screditare il movimento notav presentandolo come covo di estremisti e sovversivi: la criminalizzazione del dissenso è un’arma micidiale a cui ricorre solo chi disprezza il confronto democratico e le regole condivise.
Oggi, fallito ogni tentativo di comprare il consenso e la benevolenza di cittadini e sindaci, il governo sta preparando una nuova prova di forza: il Prefetto assicura che “sarà il Questore a decidere tempi e modi” per installare il primo cantiere. E mentre la campagna di disinformazione si intensifica rispuntano le intimidazioni mafiose e le provocazioni che si ripetono puntuali dal 2005 ad oggi, dagli incendi dolosi dei presidi notav alle buste con le pallottole. In nessun caso indagini serie hanno portato a individuare i responsabili, ogni volta il movimento notav ha denunciato la natura mafiosa di tali gesti, ha riaffermato e rivendicato con orgoglio il carattere pacifico della propria lotta, ha invitato a cercare esecutori e mandanti tra chi ha interesse ad avviare i cantieri.
Se questo è il quadro non possiamo rimanere indifferenti, non possiamo rimanere in silenzio e ci rivolgiamo a singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura affinché si uniscano a noi in questo appello.

Appello per la democrazia e il rispetto della legalità in Val di Susa

Come singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura:
rifiutiamo l’idea che la realizzazione di una grande opera possa ridursi ad un problema di ordine pubblico
condanniamo senza riserve l’invito ad usare la forza e a militarizzare il territorio lanciato nei giorni scorsi da rappresentanti del popolo eletti in Parlamento, da alcuni partiti e da alcune associazioni di imprenditori
denunciamo il disprezzo delle più elementari regole della democrazia e pretendiamo dal governo il rispetto della legalità, il rispetto dei diritti dei cittadini, il rispetto nei confronti della amministrazioni locali democraticamente elette respingiamo il ricatto e le strumentalizzazioni secondo cui chi si oppone al TAV non difende il lavoro: al contrario la realizzazione di questa grande opera inutile penalizzerebbe pesantemente le economie locali in cambio di pochi posti di lavorio precario e privo di tutele e di diritti, mentre un diverso utilizzo delle risorse pubbliche creerebbe numerose opportunità di nuova occupazione le ragioni di chi si oppone a questa grande opera inutile, devastante, che sottrarrebbe enormi risorse economiche ai servizi pubblici di tutto il paese sono le nostra ragioni: non ci rassegniamo all’idea che il nostro futuro possa essere deciso da quell’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità organizzata che governa ampie aree del nostro paese e inquina la nostra società.
Il nostro riferimento continua ad essere la Costituzione, quella Costituzione nata dalla Resistenza e oggi troppo spesso violentata. Per queste ragioni esprimiamo la nostra solidarietà alla resistenza notav e ci impegniamo a sostenerla concretamente.

Torino, 7 Giugno 2011

Aversa (Ce): nell’Opg sei internati morti da inizio anno, tre si sono tolti la vita

Quello di mercoledi 6 giugno è il sesto decesso all’ospedale psichiatrico di Anversa. L’uomo di 39 anni era stato ricoverato per una sospetta setticemia. “Nel corso di quest’anno - denuncia Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce di Antigone Campania - tre internati si sono tolti la vita suicidandosi, uno è morto per soffocamento e due sono morti per malattia”.
“A questo punto - prosegue - è evidente che quello di Aversa costituisce un caso di assoluta gravità per il quale chiediamo tanto all’amministrazione penitenziaria quanto al servizio sanitario regionale interventi immediati per garantire livelli essenziali di assistenza sanitaria” Al momento sono circa 300 gli internati.
Per il presidente della Commissione d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale. Ignazio Marino, è stato “smarrito diritto alla salute”. “In strutture come gli ospedali psichiatrici giudiziari - sottolinea - gli internati non sono pazienti: manca tutto, la cura e l’assistenza sono state spazzate via dalla mancanza di risorse, a cui è seguito un inaccettabile degrado.
Questa è la verità che emerge ancora una volta oggi dopo il decesso di un internato ad Aversa”. Marino ha fatto sapere di aver chiesto ai carabinieri del Nas in servizio presso la Commissione d’inchiesta di ottenere al più presto la cartella clinica e tutta la documentazione utile a “identificare il livello di intensità di cure che sono state offerte al paziente internato sin dall’inizio della malattia”.
Marino ha ribadito poi la necessità di arrivare al superamento di queste strutture e ha annunciato per questo che la Commissione ha organizzato giovedì 9 giugno il primo convegno nazionale dedicato interamente a questo tema, che coinvolgerà operatori e direttori degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ex internati, i rappresentanti dei Dipartimenti di Salute Mentale, i magistrati di sorveglianza, alcune associazioni e comunità che operano sul territorio, il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.

fonte: Redattore Sociale

7 giugno 2011

Fortress Europe:L'anonima sequestri di Lampedusa

Duecento tunisini tenuti in ostaggio dallo Stato italiano da più di un mese. Due avvocati che provano a difenderli ma che si scontrano contro l'ostruzionismo del ministero dell'Interno, che finisce per negare il diritto alla difesa legale proprio a un ex prigioniero politico del regime di Ben Ali. Tutto questo mentre da Lampedusa riprendono i charter per Tunisi dei rimpatri collettivi, per evitare i quali a Pantelleria c'è chi si taglia le vene per protesta. Ma partiamo dall'inizio della storia. Da sabato scorso, 4 giugno 2011. Sono le nove del mattino, e gli avvocati Leonardo Marino e Giacomo La Russa si presentano puntuali davanti ai cancelli del centro d'accoglienza di Lampedusa, a Contrada Imbriacola. Sono venuti da Agrigento per incontrare i propri clienti: 16 cittadini tunisini trattenuti sull'isola da inizio maggio, dai quali sono stati regolarmente nominati come avvocati difensori. All'ingresso del centro li aspetta un agente di polizia. E da subito si capisce che qualcosa non va.
Dice che senza autorizzazione della Prefettura non può entrare nessuno. Il responsabile del centro, Cono Galipò, sopraggiunto nel frattempo, conferma la restrizione. Decisamente strano, considerato che in tutti i centri di identificazione e espulsione (Cie) d'Italia il diritto di difesa è garantito a tutti i reclusi, e che ogni avvocato può liberamente incontrare i propri assistiti nei Cie, senza bisogno di alcuna autorizzazione prefettizia. I due avvocati lo sanno e mostrano gli atti di nomina sottoscritti (e debitamente autenticati da un funzionario del comune di Lampedusa) dai loro 16 clienti. Ma alla fine non c'è niente da fare e i due avvocati decidono di porre la questione direttamente alla Prefettura di Agrigento, sotto la cui responsabilità ricade il centro di accoglienza di Lampedusa.
Al telefono risponde la viceprefetto Elisa Vaccaro. I due legali le ricordano il principio di inviolabilità del diritto di difesa e spiegano che non chiedono di visitare il centro, bensì di incontrare i propri assistiti, fra l'altro nei locali messi a disposizione dall'Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) fuori dall'area detentiva. Ma non c'è niente da fare. La viceprefetto Vaccaro invoca l'ormai famosa circolare 1305 del primo aprile 2011, che vieta l'ingresso nei centri di accoglienza e nei centri di espulsione a tutti i soggetti non convenzionati con le prefetture e invita gli avvocati a inoltrare una formale richiesta addirittura al Ministero dell'Interno.
Non avendo altra scelta, alle 11:33 Marino e La Russa inviano il fax con oggetto Richiesta di colloquio difensivo c/o cpsa di Lampedusa, indirizzato all'Ufficio di Gabinetto della Prefettura di Agrigento, al Dipartimento delle libertà civili e immigrazione del Ministero dell'Interno e per conoscenza all'Oim a Roma, indicando l'estrema urgenza dell'istanza.
Soltanto alle 19:15, dopo dieci ore di attesa, arriva finalmente l'autorizzazione della Prefettura di Agrigento con la quale viene permesso ai due difensori il colloquio con i propri clienti, ma non con tutti. Sì perché il Viminale ha deciso che gli avvocati potranno incontrare soltanto i cittadini tunisini che hanno fornito al momento dello sbarco le stesse generalità con cui hanno firmato la procura per nominare il proprio avvocato difensore. Ben sette clienti degli avvocati vengono così privati del diritto di difesa, avendo fornito al momento dell'identificazione generalità poi non confermate al momento del rilascio della procura ai difensori.
Tra questi il caso più delicato è quello di un tunisino di Gafsa, detenuto da più di 20 giorni, che ha chiesto asilo politico all'Italia e che in Tunisia rischia di tornare in carcere per una pena inflittagli ai tempi di Ben Ali per i moti rivoluzionari di Redeyef del 2008, quando il regime azzerò il movimento politico del bacino minerario arrestando centinaia di persone per reati comuni, come devastazione, incendio e associazione a delinquere. Nel caso in questione, la persona aveva fornito una falsa identità al momento del suo arrivo a Lampedusa, ancora sotto shock per le torture subite in carcere prima della caduta del regime e spaventato dalla sola idea che le autorità consolari tunisine potessero identificarlo e rispedirlo nelle mani di chi lo ha torturato. In Francia lo aspetta la moglie, cittadina francese, che da Parigi sta mobilitando avvocati di rango internazionale sul suo caso. Ma l'Italia ha deciso. Ancora una volta con una logica che sa più di stato di polizia che non di diritto: chi ha dichiarato due nomi diversi, qualunque sia il motivo per cui lo ha fatto, non ha più diritto ad avere un avvocato. Non ha più diritto di difesa.
Un ragionamento che in altri paesi farebbe accapponare la pelle anche a un analfabeta del diritto. Come pure farebbe accapponare la pelle l'idea che uno Stato europeo possa nel 2011 tenere in ostaggio 200 cittadini di un paese vicino, la Tunisia, privati della propria libertà personale al di fuori di qualsiasi garanzia giuridica. Rinchiusi in una struttura giuridicamente dedita all'accoglienza e trasformata per l'occasione in galera. Ormai questa storia va avanti da un mese, anzi da un mese e sei giorni. Dagli ultimi sbarchi del 2 maggio scorso. Da allora il trattenimento dei tunisini sull'isola non è stato convalidato da nessun giudice, come previsto dalla legge italiana ogni qual volta un cittadino italiano o straniero venga privato della libertà per essere trattenuto in un carcere o in un centro di identificazione.
In questi casi il codice di procedura penale parla chiaro. L'articolo è il 605: sequestro di persona. Chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni. Perché la procura di Agrigento non apre un fascicolo su Lampedusa? Potrebbe farlo anche prima che gli avvocati presentino un esposto penale sui danni subiti dai loro assistiti.
Sì perché comunque alla fine, nonostante l'ostruzionismo del Viminale, alcuni clienti sono riusciti a incontrarli lo stesso. Soltanto cinque, ma meglio che niente. E qualcuno adesso dovrà rispondere del loro trattenimento illegale.
Gli altri quattro reclusi che li avevano incaricati della propria difesa, non sono più sull'isola. Due sono stati trasferiti in elisoccorso all'ospedale di Catania lo scorso 30 maggio a seguito di un tentato suicidio, e altri due sono stati rimpatriati con i voli partiti da Palermo lo scorso 27 maggio e 2 giugno. Sì perché nel frattempo i rimpatri collettivi sono ricominciati.
Sull'isola restano soltanto un centinaio di tunisini. Il terzo volo in una settimana è partito ieri da Lampedusa. A bordo c'erano 26 passeggeri. Tutti tunisini. Identificati dal console all'aeroporto di Palermo e scortati dalla polizia italiana a Tunisi. Finora si sa poco dei rimpatri. Ma qualche voce inizia a circolare. Da un lato si dice che agli espulsi non venga consegnata nessuna copia scritta del provvedimento di rimpatrio, contro il quale diventa quindi impossibile fare un ricorso. Dall'altro c'è chi parla di violenze commesse dalle forze dell'ordine italiane per effettuare i rimpatri.
Rimpatri contro i quali le proteste continuano, ahimè ancora una volta con la modalità dell'autolesionismo. Dopo la trentina di ragazzi che nei giorni scorsi a Lampedusa avevano ingoiato lamette da barba, ferri e vetri per farsi ricoverare d'urgenza all'ospedale e evitare il rimpatrio, ieri è stato il turno di Pantelleria, dove alcuni dei circa sessanta tunisini reclusi nella caserma Barone, si sono tagliati il torace e le braccia con dei cocci di bottiglia per protestare contro il loro trattenimento sull'isola che va avanti dal 27 maggio scorso, chiedendo di essere trasferiti a Trapani prima possibile.

Grazie a Germana Graceffo, dell'associazione Borderline Sicilia per le informazioni contenute nel suo report da Lampedusa del 6 giugno 2011

6 giugno 2011

Albano (Roma): Perquisizioni nei confronti di attivisti "No inceneritore"

Questa mattina ad Albano sono state effettuate perquisizioni nei confronti di tre militanti del coordinamento contro l'inceneritore, una provocazione in vista dei nuovi appuntamenti  di lotta contro la discarica.

Processo omicidio Aldrovandi: Niente sconti ai poliziotti responsabili del pestaggio

Nemmeno un attenuante. Miranda Bambace ha cercato ma non ha rintracciato nemmeno «elementi tali da giustificare il loro comportamento». Il comportamento dei quattro agenti che, la mattina del 25 settembre 2005 hanno fermato Federico Aldrovandi, diciotto anni, incensurato, che tornava a piedi da solo dopo una notte in discoteca. In quel violentissimo - e ancora misterioso «controllo di polizia», Federico fu ucciso. Bambace è procuratore generale a Bologna. Le è toccato il ruolo di pubblica accusa nel processo d'appello. E ha chiesto che le pene vengano confermate per Enzo Pontani, Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri. «Si potrebbe forse parlare di dolo eventuale», aveva detto pochi giorni fa nella prima fase della requisitoria di fronte alla sproporzione, quattro contro uno. E i quattro armati di manganello - due gli ruppero addosso - svelti a pestare, lentissimi a chiamare soccorsi. Un ritardo colpevole e dopo «una versione poco credibile dei fatti», i quattro poliziotti secondo il pg «non hanno permesso di ravvisare in loro nessun atteggiamento di autocritica». Anzi, «fin dalle fase immediatamente successive all’omicidio del ragazzo» hanno messo in piedi versioni ufficiali «alterate», e ripetutamente aggiustate, malore prima, overdose poi, fino al delirio riguardante «un pazzo scatenato che sbatteva la testa contro i pali. «Le fotografie della scientifica, svolte su indicazione degli stessi imputati – sottolinea la pg - non rilevano nessuna ammaccatura sul cofano compatibile con il balzo di cui si favoleggia che avrebbe fatto nel tentativo di colpirli. E un ragazzo alto 1 metro e 81 qualche traccia avrebbe lasciato».
Nel processo di primo grado, le difese hanno provato la via del processo allo stile di vita del ragazzo fino ad arroccarsi sulla tesi della sindrome da delirio eccitato per ipotizzare un decesso improvviso dovuto ad assunzione di stupefacenti in stato di alterazione psicofisica. Ma per la pubblica accusa «non c’è alcun riscontro degli atti a questa ipotesi, mancano atti di autolesionismo del ragazzo, mancano evidenze medico scientifiche e non c’erano patologie in atto nel ragazzo. E soprattutto, Aldrovandi, non era un tossicodipendente». E' morto «per compressione meccanica del fascio di His, sorta di valvola elettrica del miocardio». Gli hanno spaccato il cuore dopo avergli stampato sul corpo 54 lesioni di ogni tipo. E hanno provato a nascondere le prove e a inssabbiare l'inchiesta con la complicità di altri pezzi della questura come dimostra un'inchiesta bis giunta alle condanne di altri tre poliziotti. Ecco perché il processo d'appello sembra avviarsi a una sentenza - probabilmente il 10 giugno - senza sconti per i quattro servitori dello stato smascherati dal coraggio civile di una famiglia che non hanno creduto alle versioni ufficiali e alla testimonianza decisiva di Anne Marie Tsegue, camerunense residente nella via. «Ho molta stima di questa donna – spiega la pg – che ha avuto il coraggio di farsi avanti, a differenza di molti suoi vicini, che pure hanno sentito la Segatto dire “attenti, ci sono delle luci accese». Anne Marie vide i manganelli e sentì Federico chiedere aiuto a coloro che lo avevano aggredito, bloccato e mantenuto in una posizione «che qualsiasi manuale di polizia sconsiglia se non per il tempo necessario al cessare della resistenza». Dunque, l'ipotesi del dolo eventuale sarebbe addirittura un passo avanti sulla scia di quanto scritto in primo grado dal giudice che li condannò a 3 anni e mezzo: i fatti di quella notte all'ippodromo evocano «fattispecie tipica dell’omicidio preterintenzionale».

Checchino Antonini

Padova: detenuto muore dopo aver inalato del gas, 10 giorni fa stessa fine per il compagno di cella

Alessandro Giordano, 38 anni, è morto ieri pomeriggio nel carcere “Due Palazzi” di Padova. Era originario di Salerno e stava contando una condanna, che sarebbe terminata nel 2014, per reati legati alla sua condizione di tossicodipendente.
A termini di legge avrebbe potuto essere in “affidamento terapeutico”, invece era in cella - come altri 20mila tossicodipendenti - ed in cella ha lasciato la vita.
Nella Casa di Reclusione di Padova, pur considerata una delle “migliori” d’Italia, è il quarto decesso negli ultimi due mesi e tutte le vittime avevano meno di 40 anni.
Un detenuto si è impiccato, gli altri 3 sono morti per avere inalato del gas ed in questi casi è difficile capire se la loro intenzione era quella di uccidersi, oppure quella di ricercare lo “sballo” sniffando butano.
Tuttavia nella morte di Alessandro c’è un elemento che fa riflettere e bene lo fa Elton Kalica, detenuto al Due Palazzi, nella lettera che segue: solo dieci giorni fa Giordano aveva visto morire uno dei due compagni di cella, anch’egli ucciso dal gas butano.
Impossibile chiamarla “coincidenza”. L’unico sopravvissuto della famigerata cella del IV Reparto adesso sarà aiutato? Oppure sarà destinato ad allungare l’interminabile lista dei “morti di carcere”?
Dal 2000 ad oggi sono ben 1.821 le persone decedute nei penitenziari italiani; tra loro 651 si sono sicuramente suicidate, mentre i casi analoghi a quello di Giordano (dove l’intento suicidario non è certo) solo oltre 100.

Prima Walter e ora Alessandro: due morti che indignano
di Elton Kalica (Ristretti Orizzonti)

Tra il caldo e la solitudine di una cella, il tempo che non passa mai. Certo, si può andare due ore all’aria e prendere il sole in una vasca di cemento, chiamata passeggi, oppure chiedere di andare in doccia e temporeggiare in corridoio salutando qualcuno. Ma si tratta sempre di due ore alla mattina e due al pomeriggio, mentre le rimanenti 20 ore della giornata si rimane in cella, a oziare.
Alessandro Giordano, salernitano di trent’otto anni, solo due settimane fa aveva visto Walter, il suo compagno di cella, morire: entrambi, con lunghi percorsi di tossicodipendenza, non facevano altro che prendere la solita terapia di psicofarmaci fornita dall’infermeria del carcere. Che evidentemente non bastava per alleviare il loro malessere, tanto che forse inalavano il gas del fornellino per fuggire dalla realtà.
Dopo la morte di Walter, la loro cella era diventata una scena da analizzare dalla scientifica che faceva indagini per conto del Tribunale. Pertanto Alessandro e l’altro compagno di cella erano stati trasferiti in un’altra cella al secondo piano, a fare le stesse cose che facevano nella cella di prima, e cioè nulla.
In condizioni normali, guardare un amico morire è una cosa che ti segna per il resto della vita. In galera evidentemente le cose non funzionano così. La depressione prevale e il malessere ti rende indifferente ai rischi. Al punto che, solo dopo due settimane, Alessandro pare sia ritornato a sniffare gas nello stesso modo di Walter, e forse è morto nello stesso modo: un tentativo di staccarsi da questa realtà che l’ha portato a staccarsi dalla vita, se mai si possa chiamare vita quella che molte persone fanno qui dentro.
Ora che la cella di Alessandro diventerà un luogo da analizzare da parte delle autorità giudiziarie, tutti si chiedono se il terzo ragazzo, dopo aver visto morire i due amici, sarà aiutato in qualche modo a uscire dall’isolamento e a trovare qualche motivo di speranza. Le opinioni sono diverse, ma alcune persone con i loro stessi problemi di tossicodipendenza, mi dicono che se la “cura” continua a essere prendere psicofarmaci e rimanere in branda a guardare il soffitto, il destino di queste persone è già segnato.
Questi ragionamenti mi spaventano, ma so che almeno su una cosa hanno ragione: se quella del “a me non potrà capitare mai” è una leggerezza molto diffusa nella società di oggi, qui dentro, la convinzione di essere più forti del destino si mischia alla rassegnazione verso la disumanità del luogo in cui si è chiusi, facendo una miscela che, se non è esplosiva, è a volte disperata, come queste due morti che ci indignano.


fonte: Ristretti Orizzonti

5 giugno 2011

Giustizia: torturato perché confessasse, a 92 anni aspetta ancora le scuse dello Stato

Sono 56 anni che lo Stato è in guerra con Luciano Rapotez. Sono 56 anni che il vecchio non molla. Ha passato la novantina, è pieno di acciacchi, ma non molla: vuole che qualcuno gli chieda scusa per i tre anni di galera e le sevizie che ha subito.
Per ricordare a tutti che l’Italia, come torna a denunciare in questi giorni Amnesty International, non ha ancora riconosciuto (che vergogna!) il reato di tortura. Tutto cominciò a Trieste una sera nel gennaio 1955. Quando Rapotez fu fermato sotto casa da poliziotti assai maneschi che dopo avergli piantato una pistola nelle costole e tentato il trucco della “lev de fuga” (“Scappa, mi dicevano, scappa! Ma mi avrebbero abbattuto dopo due passi”) lo trascinarono in questura accusandolo di un delitto orrendo.
Una lontana rapina avvenuta nel 1946 in una villa sul Carso, dove erano stati assassinati un orefice, la fidanzata e la domestica. Lui negò, disperatamente. Ma in quegli anni di tensione e di odio, era il “colpevole” ideale. Ex partigiano. Comunista. Un cognome che pareva slavo.
Doveva assolutamente confessare. E come avrebbero riconosciuto più sentenze, venne massacrato: cinque giorni e quattro notti di pestaggi, senza acqua, senza cibo, senza poter chiudere un occhio perché sbattuto sotto lampade incandescenti. E poi le scariche elettriche ai genitali, i pestaggi, la messa in scena di un finto suicidio. Confessò. “Ero annientato. Avrei ammesso anche d’aver ucciso Giulio Cesare”.
Restò in galera quasi tre anni. Finché, finalmente, arrivò il processo. E fu assolto. Insufficienza di prove. Altri tre anni di calvario, ed ecco, anche grazie a tre testimonianze che lo scagionavano, l’assoluzione piena. Col riconoscimento del “trattamento violento”, delle “sevizie”, delle “confessioni estorte”. Uscì dal carcere e cercò con gli occhi la moglie. Non c’era: “Erano anni durissimi, credeva che io fossi un assassino, doveva tirar su i bambini. Aveva trovato un altro. Oggi la capisco. Allora fu durissima”.
Aspettò la conferma della sua innocenza in Cassazione e poi, schifato, emigrò in Germania. E ci restò vent’anni. Durante i quali cominciò a scrivere a tutti: presidenti della Repubblica, capi di governo, ministri della giustizia e degli interni... Voleva quello che oggi viene concesso a tante vittime della cattiva giustizia: un modesto risarcimento e una parola: “Signor Rapotez, scusi”.
Risposte? Rare. E quelle rare sulla falsariga di quella dell’allora ministro della giustizia Paolo Francesco Bonifacio: “Risulta evidente che la domanda di riparazione dei danni conseguiti alla carcerazione preventiva sia assolutamente priva di fondamento allo stato della vigente legislazione”.
E quando finalmente la legge che prevedeva un indennizzo alle vittime dei più macroscopici errori giudiziari venne approvata, nel 1979, il suo ricorso venne respinto: troppo tardi, le torture sono ormai in prescrizione. Una beffa. Un altro avrebbe maledetto tutti e si sarebbe messo l’animo in pace. Lui no. E grazie anche al libro-denuncia di Giorgio Medail e Alberto Bertuzzi “Il caso Rapotez” e all’aiuto di avvocati appassionati come il milanese Stefano Taurini (“è una storia così mostruosa che gli abbiamo sempre fatto pagare solo le marche da bollo”) ha tenuto duro facendo ricorsi su ricorsi fino a farsi riconoscere per due volte dalla Cassazione che aveva ragione lui.
Tutto inutile. Al momento finale c’era sempre un magistrato che riportava il birillo indietro come nel gioco dell’oca: tornate alla casella di partenza senza passare per il via. Verdetti incredibili. Come quello in cui si legge: “Quand’anche fosse provata la commissione (della tortura) da parte dei funzionari di polizia, di quegli atti che avrebbero causato i lamentati danni, tali atti non avrebbero potuto imputarsi alla pubblica amministrazione perché non rivolti ai fini istituzionali di uno Stato democratico, sebbene ai fini personali ed egoistici di chi li pose in essere”.
Finché un giudice arrivò a scrivere che sì, certo, la prescrizione per il risarcimento era stata interrotta fino al 1979 dal diluvio di lettere spedite a tutti, ma dal 1979? Era caduto tutto in prescrizione di nuovo. Alla fine degli anni 90, il vecchio aveva contato via via 31 passaggi giudiziari e 42 giudici coinvolti. Poi smise di contarli.
Nel 2005, la fine di tutto, n ritardo nel deposito dell’ennesimo verdetto e l’ennesimo pasticcio burocratico chiuse le porte anche all’ultimo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Da allora, il vecchio Luciano si è dato un obiettivo ulteriore. Fare alla giustizia italiana un dispetto quotidiano: rimanere vivo. Per ricordare alle coscienze di questo Paese l’immensa ingiustizia subita.
La regista Sabrina Benussi gli ha dedicato un film che sta girando in Italia. Dove con l’aiuto dell’attore e regista Moni Ovadia, del giudice (in pensione) Gherardo Colombo e dello storico Marcello Flores ha ricostruito l’agonia giudiziaria di Rapotez.
Che nonostante tutto, cocciutamente, a 92 anni, continua a impugnare la Costituzione italiana: “È tutto qui dentro! Tutto qui dentro!” Al risarcimento ha rinunciato. A una sentenza che gli dia ciò cui ha diritto, cioè una riparazione della magistratura, anche. Gli basterebbe una parola, e oggi potrebbe dirla solo Giorgio Napolitano: “Signor Rapotez, ci dispiace”.
Più ancora, però, vorrebbe vedere finalmente il riconoscimento del reato di tortura. Sul quale il Parlamento è latitante da anni. Proprio in questi giorni il cinquantesimo rapporto annuale di Amnesty International ricorda che “se l’Italia avesse introdotto il reato di tortura nel suo codice penale” ai poliziotti condannati anche in appello per le sevizie alla caserma Bolzaneto “la prescrizione non avrebbe potuto essere applicata”.
“Se una sola tortura di meno si darà in grazia dell’orrore che pongo sotto gli occhi, sarà ben impiegato il doloroso sentimento che provo, e la speranza di ottenerlo mi ricompensa”, scriveva Pietro Verri nel 1777, dodici anni prima della Rivoluzione Francese, nelle sue “Osservazioni sulla tortura”. Sono passati 234 anni

Gian Antonio Stella da il Corriere della Sera

Censura nel carcere di Siano (Cz)

L’Associazione di Solidarietà Parenti e Amici degli arrestati il 12/2/2007 denuncia l’ennesima proroga della censura al compagno Claudio Latino detenuto nel carcere di Siano Catanzaro in regime Alta Sicurezza con decreto del Magistrato di Sorveglianza di CZ che testualmente recita:
Considerato che permangono concrete esigenze di salvaguardia dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna al carcere, messe a rischio dai rapporti epistolari già oggetto di trattenimento – anche con ambienti e persone collegate con area terroristico-eversiva – da parte del detenuto…, già coinvolto in allarmante vicenda che lo ha visto in contatto con ristretto di origine araba, appartenente a gruppo estremista, e firmatario di testo di protesta, comparso pure su sito internet, rivolto contro il sistema carcerario “dell’imperialismo italiano”* e contro “provvedimento di censura della corrispondenza…”…proprio nei suoi confronti, poiché teneva corrispondenza con un “prigioniero antimperialista arabo” ristretto in altro penitenziario calabrese: testo che concludeva con il profferire minacce di “morte all’imperialismo italiano” in nome della “lotta contro il carcere dello stato imperialista italiano

Vogliamo solo brevemente ricordare i fatti che hanno portato alla richiesta di censura per dimostrare che essa serve sostanzialmente per tenere nascosto quello che succede nelle carceri italiane e impedire la possibile e giusta protesta dei prigionieri contro le condizioni disumane che vivono. E lo facciamo attraverso le stesse parole di alcuni prigionieri di Siano da un loro comunicato:

I fatti - 6 luglio 2010: pestaggio a sangue di un prigioniero arabo attuato da una squadretta di guardie agli ordini del comandante nella sezione AS2 del carcere di Rossano (CS). Una vera e propria trappola messa in atto in seguito a una lotta collettiva di sezione in merito alle condizioni di detenzione con obiettivi i quali il diritto ai colloqui con i familiari, l’uso del campo sportivo interno al carcere, la possibilità di detenere radioline o lettori CD, e di conservare alimenti in frigo. La lotta si era espressa nei giorni precedenti nelle forme dello sciopero della fame e di ripetute battiture.
2 agosto 2010: provvedimento di censura della corrispondenza disposto da un decreto del magistrato di sorveglianza di Catanzaro nei confronti di un militante comunista prigioniero nella sezione AS2 del carcere di Siano (CZ).
L’unica motivazione indicata nel decreto è che il prigioniero in questione era il destinatario di una lettera che non ha mai ricevuto perché trattenuta. Lettera spedita da un non precisato detenuto di un carcere calabrese con un contenuto che, a giudizio del magistrato, avrebbe potuto “fomentare manifestazioni di protesta nella casa circondariale di Siano”.
Due episodi che molto probabilmente sono collegati dal fatto che la lettera indicata nel provvedimento di censura proveniva proprio da Rossano dopo il pestaggio.”

Quindi il prigioniero Claudio Latino non poteva intrattenere nessuna corrispondenza visto che la lettera in questione era stata sequestrata e mai gli era stata consegnata. Facciamo osservare che la censura evidentemente è applicata ai prigionieri anche se non è regolarmente comunicata visto che quando è stata trattenuta la lettera il compagno Claudio non era sottoposto a tale provvedimento.
Questo episodio è uno dei tantissimi che continuamente accadono nelle carceri italiane dove la corrispondenza viene violata senza alcuna remora e spesso i prigionieri vengono minacciati quando ricevono materiali da associazioni e organismi di solidarietà e di lotta e viene detto loro che il materiale è “pericoloso” e per questo motivo non gli viene consegnato.
Nel caso in questione la “pericolosità” della lettera per i carcerieri era doppia visto che, oltre a svelare la barbarie del “trattamento” carcerario, proveniva da un prigioniero di guerra arabo e non sta bene di questi tempi far circolare notizie che confermano la semplice verità, cioè che l’Italia è in guerra e che nelle sue galere tiene rinchiusi antimperialisti arabi.
In proposito pensiamo che probabilmente anche noi o chi si pronuncia contro la guerra potrà subire “censure”. Diamo questo significato, infatti, alla citazione nel decreto del Magistrato di Sorveglianza della frase “profferire minacce di - morte all’imperialismo italiano -” visto che è stata estrapolata dallo slogan: “Morte all’imperialismo, solidarietà ai popoli!”. È uno slogan molto diffuso nel movimento contro la guerra. Il significato non può essere altro siccome è ridicolo pensare che si possa minacciare di morte addirittura l’imperialismo con uno slogan.
Come Parenti e Amici degli arrestati il 12/2/2007 facciamo appello a tutti i familiari dei detenuti perché denuncino gli episodi di sopraffazione che essi subiscono e protestino perché finisca la barbarie del carcere che arriva fino a “legalizzare” i pestaggi e anche gli omicidi.
Con profondo dolore ricordiamo che è di questi giorni la morte del compagno Luigi Fallico lasciato morire per mancanza di cure.

L’Associazione di Solidarietà Parenti e Amici degli arrestati il 12/2/2007

4 giugno 2011

Spoleto: detenuto suicida. E' il ventiseimo dall'inizio dell'anno

Un detenuto del supercarcere di Maiano di Spoleto si è tolto la vita nella tarda mattinata di ieri all’interno della sua cella.
L’uomo, originario della provincia di Vibo Valentia, aveva 53 anni e stava scontando una pena all’ergastolo.
L'allarme è scattato alle 12.15, ma per il detenuto non c'era più nulla da fare.
Inutili i soccorsi degli agenti della penitenziaria che non hanno potuto far altro che constatare il decesso: l'uomo si è tolto la vita impiccandosi con un lenzuolo.
Con questo sale a 26 la lista dei suicidi nelle carceri italiane dall'inizio dell'anno e a 71 il totale dei detenuti morti. La lunga scia di sangue che sembra destinata a battere i già tristi primati degli scorsi anni.

Spartaco Mottola, mazziere al G8 di Genova, condannato per le violenze alla scuola diaz.... promosso questore!

Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos di Genova durante il G8 del 2001, dopo essere stato condannato a tre anni e otto mesi e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per l'irruzione alla scuola Diaz, ha ottenuto la promozione a questore.
Mortola è stato condannato a 3 anni e 8 mesi in appello per le violenze alla scuola Diaz e a 1 anno e 2 mesi per induzione alla falsa testimonianza, quando indusse l'ex questore di Genova a cambiare la propria versione dei fatti al processo, escludendo il coinvolgimento dell'allora capo della polizia Gianni De Gennaro... Mortola, tra le altre condanne, è stato giudicato colpevole anche per le falsità sostenute sul ritrovamento delle bottiglie molotov alla Diaz, fondamentali per giustificare l'irruzione e sostenere che fosse la base operativa dei black bloc. Il processo ha dimostrato che furono portate da agenti che le avevano sequestrate in piazza.
Lo Spartaco della scuola Diaz aveva già ottenuto una promozione, uno scatto di carriera, dopo il 2001, diventando il vice questore di Torino. Ha lasciato poi la città sotto la Mole non solamente per dedicarsi a Roma al corso di formazione propedeutico alla promozione a dirigente superiore, ma anche in seguito alle polemiche e al polverone alzatosi dopo lo scontro durissimo a Coldimosso fra forze dell'ordine e movimento No Tav.
Se è vero che attendere giustizia dai tribunali diventa un esercizio velleitario, come "le illustri promozioni poliziesche" di questi anni ci ricordano bene, è quantomai indispensabile che i movimenti non perdano memoria delle loro battaglie ed inimicizie.

Gli ergastolani augurano buon lavoro al nuovo sindaco di Milano

Ricordando che in Italia esiste la “Pena di Morte Viva”, una pena che non finisce mai se al tuo posto in cella non ci metti un altro e che l’ergastolo ostativo ai benefici penitenziari è una pena di morte dove il boia è il tempo, dove sei ammazzato ogni secondo, minuto, ogni giorno, ogni anno che passa.
Ricordando che gli ergastolani sono le persone più “fortunate” della terra perché sono gli unici che guadagnano qualcosa dalla propria morte: la libertà e che la condanna di un uomo al carcere a vita equivale ad una riduzione in schiavitù.
Ricordando che i rivoluzionari francesi, con molta più umanità dei nostri politici attuali, nel loro codice penale del 28 settembre 1791 lasciarono la pena di morte ma abolirono l’ergastolo perché ritenuto aberrante e che l’ergastolo “normale” è una pena inutile, crudele e disumana, quello ostativo ai benefici è anche una tortura giuridica, ricattatoria, delinquenziale e criminale.
Ricordando che l’avvocato Giuliano Pisapia nell’elaborazione del nuovo progetto di riforma del codice penale a suo tempo aveva prospettato l’abolizione dell’ergastolo, dichiarando:
Abolire l’ergastolo sarebbe l’attuazione dell’articolo 27 della Costituzione secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato

gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto gli augurano buon lavoro.

Carcere Spoleto

Video sull'ergastolo ostativo, prodotto dagli ergastolani




Palermo: la digos denuncia esponente di Articolo 3

Su Claudio Lo Bosco, esponente di punta di Articolo 3,  è piombata - inaspettatamente - l’accusa di aver partecipato a una manifestazione non autorizzata. Non è la prima volta che la digos parlermitana usa questi metodi,  in molte altre occasioni hanno tentato di reprimere coloro che più si sono esposti in difesa delle fasce più deboli ed emarginate della cittadinanza, come Toni Pellicane e Pietro Milazzo, per citarne solo alcuni. 
I fatti: L'11 febbraio alla libreria Mondadori sita in via Ruggero Settimo a Palermo, era prevista la presentazione del libro di Domenico Di Tullio "Nessun dolore, una storia di CasaPound"; l'autore è un esponente di CasaPound, associazione di estrema destra. Alcuni gruppi studenteschi e centri sociali di sinistra hanno organizzato un presidio di fronte alla libreria con lo scopo di impedire lo svolgimento dell'evento. Il presidio si è tenuto e i manifestanti sono riusciti nel loro intento: la presentazione è stata fatta saltare per motivi di ordine pubblico.
Mercoledì 23 marzo, sempre presso la libreria Mondadori di Via Ruggero Settimo, la presentazione del libro si è tenuta e contemporaneamente, nelle adiacenze dell'edificio, si sono verificati scontri tra i manifestanti che volevano nuovamente impedire lo svolgimento dell'evento e la polizia.
Claudio Lo Bosco sino al mese di aprile 2011 ha ricoperto la carica di Presidente dell'Associazione Omosessuale Articolo Tre di Palermo. Circa una settimana prima dell'11 febbraio, in una riunione dei soci dell'Associazione si è discusso se dare l'adesione al presidio previsto davanti alla libreria. Tutti i partecipanti alla riunione, compreso Claudio Lo Bosco, avevano espresso parere negativo, perché l'impostazione generale della manifestazione non era condivisibile, essendosi sempre l'associazione schierata a favore della libertà d'opinione e d'espressione, anche quando le idee esposte non fossero state in alcun modo condivise dai membri di Articolo Tre, come nel caso specifico in discussione. Si era invece, nella stessa riunione, manifestata la disponibilità di massima a partecipare ad un'eventuale iniziativa in cui si fosse spiegato all'opinione pubblica cittadina la natura politica di estrema destra dell'associazione CasaPound, lontano però dalla libreria dove si sarebbe dovuta svolgere la presentazione, non volendo in alcun modo impedire con questo ipotetico incontro lo svolgimento della presentazione stessa. Coerentemente con questa impostazione, nel mese di marzo, in prossimità del 23, Articolo Tre aveva pubblicamente aderito all'idea di dar vita ad un'iniziativa di natura simile a quella a cui aveva pensato in precedenza, progetto che però non si è realizzato.
Data la posizione personale di Claudio Lo Bosco e collettiva dell'Associazione che presiedeva, Claudio Lo Bosco non poteva partecipare e non ha di fatto partecipato alla manifestazione dell'11 febbraio come a quella del 23 marzo. Claudio Lo Bosco, sia l'11 febbraio che il 23 marzo, mentre le due manifestazioni si svolgevano si trovava a Palermo in compagnia di Carlo Verri e di altre persone. Il 23 marzo inoltre, trovandosi in prossimità della libreria Mondadori subito prima che il presidio degenerasse negli scontri, Claudio Lo Bosco ha avuto un colloquio casuale con il funzionario della Digos Dott. Pampillonia , al quale ha chiarito la sua posizione contraria alla manifestazione in corso, che voleva ancora una volta impedire lo svolgimento della presentazione del libro. In quell'occasione il funzionario predetto si era informato presso Claudio Lo Bosco sulla data della manifestazione Europride di Roma (prevista per l'11 giugno p.v.) e sull'eventuale partenza organizzata di partecipanti da Palermo.

3 giugno 2011

Bologna: Processo a carico dei compagni del sito caccia allo sbirro

Il prossimo 8 giugno 2011 si celebrerà a Bologna la prima udienza del processo a carico di Angelo D’Arcangeli (membro della Direzione Nazionale del Partito dei CARC), Vincenzo Cinque (dirigente nazionale del Sindacato Lavoratori in Lotta), Romano Rosalba (del Partito dei CARC) e Fabrizio Di Mauro, accusati di violazione della legge sulla privacy, istigazione a delinquere e diffamazione perché sospettati di aver creato il sito internet Caccia allo Sbirro che il (nuovo) Partito Comunista italiano ha aperto nel 2009 [http://cacciaallosbirro.awardspace.info/] e in cui vengono resi noti i volti di agenti delle forze dell’ordine.
L’8 aprile 2009, il PM della Procura di Bologna Morena Plazzi (responsabile in precedenza di un’inchiesta simile che, se portata avanti, avrebbe comportato la chiusura di Indymedia Italia), ordina le perquisizioni a carico degli indagati. A casa della compagna gli agenti si presentano incappucciati e armi alla mano.
Nelle perquisizioni vengono rinvenute “le prove” del reato, ovvero le foto e i filmati prodotti dagli stessi indagati durante un presidio di solidarietà con 12 compagni della stessa area politica, impegnati a Bologna in un’udienza preliminare (vedi “Appello contro la persecuzione dei comunisti” su www.carc.it).
Foto e filmati che riprendono anche gli agenti della Digos e della Polizia presenti al presidio, impegnati palesemente a schedare i presenti e a “contenerli”.
Foto e filmati circolati sin da subito in rete che gli inquirenti avrebbero potuto facilmente reperire, al pari di chiunque altro, senza dover procedere al sequestro/furto di un’ingente quantità di materiale fotografico e informatico che a due anni di distanza e a indagini concluse non è ancora stato restituito.
Un furto che ha avuto sicuramente come obiettivi quello di incidere pesantemente sulle tasche già vuote dei compagni, sul loro lavoro politico e non ultimo sulla necessità di montare un’eclatante operazione mediatica (“il grande fratello rosso contro la polizia”) che giustificasse, a fronte di un dossier desolatamente vuoto (non esiste infatti prova alcuna che le foto siano state trasferite sul sito dagli imputati), il rinvio a giudizio, stabilito il 2 giugno 2010, dopo mezz’ora scarsa di dibattimento dal GUP Alberto Gamberini.
La sostanza politica di questo processo e il reato di “assoluta gravità” imputato in realtà ai quattro compagni è stato ben definito, in sede di udienza preliminare, dall’avvocato dello Stato Mario Zito, che in rappresentanza dei Ministeri dell'Interno e della Difesa, costituitisi in parte civile, ha dichiarato: “il monopolio della forza è dello Stato, chi scheda e fa banche dati degli agenti di polizia ostacola questo monopolio e quindi va represso”.
I servizi segreti autori di rapimenti avvenuti in violazione di ogni ordinamento nazionale e sovranazionale (vedi rapimento di Abu Omar) devono essere garantiti.
Gli apparati deviati o paralleli autori delle troppe stragi di Stato che hanno insanguinato la storia del nostro paese vanno tutelati.
Vanno tutelati gli agenti condannati dell’omicidio di Federico Aldrovandi che non hanno fatto neanche un giorno di sospensione, mentre la madre Patrizia ora, da vittima dello Stato diventa addirittura presunta autrice di un reato contro lo Stato ed è chiamata a processo per diffamazione dal tribunale di Mantova.
Vanno tutelati e promossi i massacratori della Diaz e di Bolzaneto, mentre chi anche all’interno della polizia, trova il coraggio di dissentire e denunciare deve essere isolato o destituito (come Francesco Paolo Oreste, il poliziotto di Terzigno che ha chiesto pubblicamente scusa per le violente cariche della polizia contro gli inermi manifestanti antidiscarica, o il più noto Gioacchino Genchi, vicequestore rimosso dalla Polizia di Stato a causa delle sue “dichiarazioni dal contenuto lesivo del prestigio di organi e istituzioni dello Stato” ).
Amnesty International nel suo rapporto annuale pubblicato ieri [http://50.amnesty.it/rapportoannuale2011], dipinge in questo senso un quadro del nostro paese estremamente chiaro quanto allarmante, sottolineando come siano continue le segnalazioni di maltrattamenti da parte di agenti delle forze di polizia o di sicurezza ed esprimendo viva preoccupazione circa l’indipendenza e l’imparzialità delle indagini e sull’accuratezza della raccolta e della conservazione delle prove nei casi di decessi in custodia (vedi omicidio Cucchi) e di presunti maltrattamenti, che spesso hanno portato all’impunità dei perpetratori. E sottolinea, a proposito dei soprusi avvenuti durante il G8 di Genova del 2001, che “se l’Italia avesse introdotto il reato di tortura nel codice penale, la prescrizione non si sarebbe potuta applicare”.
E’ un rapporto che ovviamente non è piaciuto per nulla al nostro ministro Frattini, esponente di quella cricca di criminali, razzisti e fascisti i cui interessi il suddetto avvocato Zito è chiamato a rappresentare nel processo contro i compagni.
Se qualcuno non avesse filmato o fotografato le violenze e i pestaggi commissionati a Genova, cosiccome nelle tante manifestazioni che in questi tempi di crisi animano le nostre strade, se qualcuno non avesse ripreso col proprio cellulare degli agenti che in strada pestavano a sangue un ragazzo ubriaco, un tifoso o un immigrato, diffondendo poi per internet quelle immagini, chi oggi vedrebbe realmente più garantita la propria sicurezza?
Le telecamere, la schedatura, le intercettazioni, le intrusioni, le infiltrazioni, vanno ovviamente bene per individuare e reprimere chi scende in piazza a guadagnarsi il sacrosanto diritto a una vita sana e dignitosa. Vanno bene per montare inchieste fasulle a danno di attivisti, di lavoratori a rischio di licenziamento e di disoccupati che manifestano il loro dissenso e la loro collera.
Sono invece deprecabili quando scoprono gli altarini della casta, i suoi giochi di potere, le sue sporche manovre.
Un vento di cambiamento attraversa oggi il nostro paese! La riscossa dei lavoratori, studenti, casalinghe, pensionati e liberi professionisti sta avanzando e si sta rafforzando: i risultati delle elezioni amministrative lo dimostrano ampiamente.
Da Milano a Napoli, da Trieste e Cagliari il messaggio arriva forte e chiaro: le masse popolari italiane ed immigrate non sono disposte a pagare la crisi dei padroni e rivendicano con forza, in Italia, come in Grecia e in Spagna, il diritto a una vita dignitosa e sana.
Rendere noti volti e nomi di mandanti ed esecutori di abusi e di azioni eversive è un atto fondamentale di vigilanza democratica, che mira a difendere i diritti politici conquistati con la Resistenza Partigiana, a realizzare la Costituzione, a sostenere il cambiamento e impedire svolte reazionarie e autoritarie.
Denunciare, smascherare gli “agenti provocatori pronti a tutto” e i loro mandanti è una forma di vigilanza e di autodifesa per tutti coloro che resistono alla crisi e ai suoi effetti peggiori.
E’ un dovere da cui non è esclusa neppure quella parte delle forze dell’ordine che non intende prestarsi al lavoro sporco che le è commissionato.

Sostieni i compagni sotto processo!

Partecipa al presidio che si terrà l’8 giugno 2011  a partire dalle h.9.00, in Piazza Nettuno a Bologna


Firma e fai firmare l’Appello “Estendere e rafforzare la vigilanza democratica”
inviando una email a: vigilanzademocratica@carc.it

2 giugno 2011

Omicidio Aldrovandi: Il Pg non trova elementi di discolpa per i poliziotti

Nella vicenda di Federico Aldrovandi «sicuramente vi è stata una forte incidenza nella morte dell'intervento della polizia». Miranda Bambace, pg nel processo d'appello a Bologna per la morte del ragazzo, s'è soffermata ieri sulla «possibilità del dolo eventuale». «Non posso non tenere conto di questa mancanza di saggezza di persone adulte. E gli imputati non l'hanno dimostrata». Perchè, per il magistrato, si è trattato di «una situazione abnorme: quattro persone che ne affrontano una inerme». Per il magistrato «occorreva far intervenire il personale medico, che invece arrivò solo alle 6.15, quando era già a terra immobile». Quindi, «c'è comunque responsabilità degli imputati: non era quello il modo di affrontarlo». Nella requisitoria il pg ha parlato di una serie di elementi «notevole e imponente» a carico degli imputati, e di «assenza di elementi a discolpa». Tra questi, la mancanza di tracce di sangue a sostegno dei supposti atti di autolesionismo di Federico, il basso tasso alcolico e di sostanze rilevate nel sangue, l'assenza di tracce sul cofano della volante a prova di quel balzo di Aldrovandi «di cui tanto si favoleggia». Ma anche la chiamata tardiva al 118, il ragazzo esanime ma ancora ammanettato, i manganelli rotti e le ferite compatibili con i manganelli. L'udienza è stata aggiornata a lunedì, quando ci saranno le richieste del pg e le arringhe della difesa.

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