9 maggio 2011

Treno delle scorie nucleari, cariche della polizia ad Avigliana

La polizia picchia duramente i manifestanti che occupavano pacificamente i binari: diversi feriti ad Avigliana per permettere il passaggio del treno radioattivo. Rilevati col contatore geiger tassi di radioattività molto significativi.

Ancora una volta le forze dell’ordine mostrano il loro volto più becero e gratuitamente violento. E non è la prima volta che quest accade in Val Susa. Ad Avigliana, così come a Vercelli e a Chivasso, la serata era iniziata molto presto, con un presidio popolare fin dalla prima serata. In valle Si era organizzato anche un concertino con gruppi locali. Quando era ormai chiaro che il treno non sarebbe passato dalla stazione di Chivasso, dov’era attivo un presidio di un’ottantina di attivisti No Nuke, una trentina di compagi sale ancora in valle per dare man forte all’imbuto insomontabile per il passaggio del treno carico di scorie. A questo punto, con i rimasti svegli dalla serata pecedente, sono circa 200 persone presenti tra valligiani e torinesi.
Un’assemblea snella passa al vaglio le possibilità d’azione e l’opzione più praticabile e ondivisa da tutti/e è quella di sedersi compattati e chiusi a mo’di cordone, occupando i tre binari della stazione di Avigliana. Qualcuno si incatena anche. Arrivano le forze dell’ordine e subito circondano gli occupanti dai 4 lati. Quindi iniziano ad alzarli e cacciarli d forza. Ma la resistenza e la determinazione popolare non demordono. Dopo 10 minuti di fatica e scarsi risultat i primi Carabinieri iniziano a perdere il controllo e partono i primi calci e pugni per sganciare i/le più inossidabili. La gente reagisce e partono le manganellate per spingere tutti fuori dall’area dei binari. La gente reagisce in maniera composta ma determinata. Particolare accanimento contro alcuni/e manifestanti/: un ragazzi rischia di cadere da 3 metri sulla scalinata che porta al sottopassaggio. Uominie donne della valle, indignati/e, inveiscono contro il comportamnetio delle forze dell’ordine. Dopo qualche minuto giungono altri drappelli a circondare anche il piazzale antistante la stazione. Arriva perfino un plotone di Finanzieri.
Dopo una ventina di minuti passa il treno-civetta, quindi il treno carico di scorie e infine quello della scorta militare. La gente accompagna il passaggio dei convogli con fischi e e grida. Passato l’ultimo treno, le forze dell’ordine si ritirano drappello per drappello salutati da una marea di insulti e fischi. Anche questa volta un altro treno carico di morte nucleare è passato ma non è detto che la prossima volta non ci sarà ancora più gente ad attenderli. Per impedire il passaggio di un comvoglio radioattivo senza che alcun avviso o dibattito sul e dal territorio ne autorizzi il transito. In luoghi, oltretutto, densissimamente popolati.
Questa serata, organizzata in meno di 72 ore, ha visto una partecipazione molto significativa. La strada che per bloccare il nucleare è ancora molto lunga. Di questi trasporti “eccezionali” ne sono previsti altri 7o 8 durante l’anno.

Staremo a vedere.

Questo è solo l’inizio. A sarà dura!


fonte: InfoAut

Peppino Impastato: il suo impegno e il suo ricordo per cambiare la società.

Il 9 maggio 1978 veniva ucciso, dalla mafia, Peppino Impastato attivista di Democrazia Proletaria. Il Potere aveva relegato Peppino in un cono d'ombra; l'ha indicato, dal 1978 fino al 2001, come un "terrorista", favorito dal clima creato dall'uccisione di Aldo Moro.
Vi è, allora, anche un aspetto istituzionale, anzi di morfologia del potere da ricordare: per insabbiare la verità sull'uccisione di Peppino, che i suoi compagni subito gridarono e coraggiosamente pretesero, è stato organizzato da settori politici, dei carabinieri, della magistratura, un infame, colossale "depistaggio". Ci sono voluti 23 anni, perché sentenze e relazioni parlamentari accertassero che l'uccisione di Peppino configurava un delitto politico-mafioso di grande rilievo.
Oggi quella dell'antimafia è divenuta un'etichetta utile a tutti: istituzioni, partiti, aziende ed associazioni fanno a gara per accaparrarsi il bollino della legalità. Ma cosa è oggi la legalità? Quale processo ha permesso ad un concetto quale quello di "legalità"di divenire la bandiera di un presunto movimento di opposizione quale quello genericamente definito "movimento antimafia"? Se il termine "legalità" è palesemente connotato dall'attuale sistema di potere che identifica lo Stato-legislatore come unico beneficiario della possibilità di definizione di ciò che è legale e ciò che è non, sarà ancora lo Stato l'unico attore in grado di sconfiggere l'apparato mafioso e imporre le sue leggi?
Nel dizionario della lingua italiana per legalità si intende:
1- carattere di ciò che è legale, conforme alle disposizioni di legge;
2- condizione fissata dalla legge: restare nell'ambito della legalità.
La legalità è derivata e declinata nelle sue varie forme dallo Stato, perché la Legge è definita dallo Stato; ci troviamo così di fronte ad un cane che si morde la coda: la legge è lo strumento per antonomasia che il potere si da per garantirsi la riproduzione sociale, ma nonostante questa peculiarità immutabile, l'unica risposta che il "movimento antimafia" è capace di darsi come soluzione di cambiamento radicale della società meridionale e nazionale è la riproposizione estenuante del binomio magistratura-legalità, cioè del potere stesso. Le misure puramente repressive non possono in alcun modo cancellare il fenomeno mafioso la cui necessità sociale, economica e politica garantisce il continuo riformarsi delle gerarchie criminali. Le centinaia di arresti continuamente spacciati dalla propaganda ufficiale come segno di una supposta vittoria sono mera rappresentazione di un teatrino opprimente per la nostra terra. Crediamo sia giusto sottolineare un aspetto centrale: a guardare la composizione sociale del nostro territorio, la sua storia e le sue lotte, riconosciamo anche noi che molto spesso, dietro la richiesta di legalità si nasconda un'immediata (ma superficiale) forma resistenziale (e di lotta) ad un potere che in Italia, più che altrove, ha mostrato grande arbitrarietà rispetto ai proprio ordinamenti giuridici; una voglia di cambiamento che però, rispondendo proprio alle sollecitazioni del potere stesso che si vuol combattere, adagiandosi sui suoi strumenti oppositivi e sul suo linguaggio, finisce inevitabilmente per essere più funzionale che conflittuale ed antagonista al sistema stesso. Per cui, chi grida alla legalità, sostiene un concetto che è al contempo legge e controllo, è Stato e appiattimento sociale, è filosofia della conservazione e antirivoluzione per definizione. In questo senso va anche visto il ruolo ricoperto dalla venerata e osannata Magistratura; affidare ai tempi (e ai fini) della magistratura i tempi della lotta è l'errore più grande in cui i movimenti di opposizione possano cadere; il potere giudiziario in quanto tale è potere politico a tutti gli effetti e in questo purtroppo Berlusconi ha ragione) con precisa funzione sociale: "tale questione non ha nulla a che fare (come talvolta si vuol credere) con la supposta esistenza di buoni o cattivi giudici, di una magistratura corrotta che si oppone ad una di onesti funzionari al servizio della giustizia. La questione è il ruolo che l'apparato giudiziario e repressivo dello stato riveste nell'economia generale dell'abnorme macchina governamentale che disciplina ed organizza le nostre vite. Questo ruolo, recitato con estrema disciplina, è il ruolo del conservatore dello status quo, del mantenimento dell'ordine e della disciplina, è il ruolo di chi giudica e punisce chiunque da quell'ordine si allontani, il ruolo che magistratura e polizia hanno è, in estrema e brutale sintesi, quello di permettere, al potere attualmente dominante, di dispiegarsi in tutta la sua arrogante violenza e di generare tutto l'orrore di cui è capace".Sostenere la magistratura "adognicosto" significa in ultima istanza mettere il ruolo della legge in primo piano rispetto alla legittimità delle lotte sociali e delle forme di antagonismo che, spontaneamente o meno, si danno nei territori. E ciò significa purtroppo difendere lo staus quo dal cambiamento reale e materiale della nostra terra. Processo dirimente è quindi l'immediato abbandono di una visione dualistica e di contrapposizione tra stato e mafia. Lo dimostrano gli eccidi di Giardinelli e Lercara commissionati direttamente da Crispi; lo dimostrano gli omicidi di quadri proletari, sindacalisti e capi contadini nel primo-dopoguerra; lo dimostra ancora l'eccidio miserabile di Portella della Ginestra, ordito dai più alti vertici del capitalismo globale e nazionale; lo dimostra la morte di Peppino Impastato, impegnato contro le lobbies affaristiche costituitesi dietro la costruzione dell'aeroporto di Punta Raisi a cui erano legati i vertici della Democrazia Cristiana meridionale e non solo; e la lista potrebbe continuare ancora a lungo. Affidare allo Stato Italiano, lo "Stato delle stragi" e della repressione violenta e antidemocratica di tutti i movimenti rivoluzionari che la storia ha saputo esprimere e lasciarci in eredità, vuol dire consegnare il ricordo di Peppino ai suoi infami assassini.
Un esempio ne è il fatto che nelle scorse settimane Roberto Saviano “eroe” dell’antimafia ha presentato denuncia contro Paolo Persichetti, giornalista di Liberazione, in quanto non ha gradito la diffida inoltrata dal centro Peppino Impastato all’editore del suo penultimo libro, “La parola contro la camorra”.
Nella ricostruzione proposta da Saviano il merito di aver lacerato il velo di silenzio sulla morte di Impastato, consentendo anche la riapertura dei processi, viene attribuito per intero al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, presentato al festival di Venezia nel settembre 2000. I due decenni precedenti, il fondamentale lavoro di controinformazione, condotto all’inizio in piena solitudine, dal Centro Impastato e dai suoi familiari scompaiono nel buco nero della storia. L’omissione, segnalano i legali del Centro, è tanto più grave perché l’operazione editoriale mira ad una diffusione di massa del testo che così contribuirebbe a edificare una riscrittura del passato contraria alla verità storica. L’infaticabile lavoro di denuncia del Centro Impastato aveva portato la commissione antimafia ad occuparsi della vicenda già nel 1998 mentre le indagini e i processi hanno tutti avuto inizio prima del film, che semmai ha coronato questo risveglio d’attenzione sulla vicenda. Saviano non è nuovo ad operazioni del genere. Quando non abbevera i suoi testi alle fonti investigative da mostra di evidenti limiti informativi. In un’altra occasione aveva anche raccontato di una telefonata ricevuta dalla madre di Impastato, «che abbiamo verificato non essere mai avvenuta» come ci ha spiegato Umberto Santino. Quest’ultimo episodio ripropone nuovamente gli interrogativi sul ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali. L’inquietante livello di osmosi raggiunto con gli apparati inquirenti e d’investigazione, che l’hanno trasformato in una sorta di divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia, dovrebbe sollevare domande sulla sua funzione intellettuale e sulla sua reale capacità d’indipendenza critica. Saviano oramai è un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica in mano ad alcuni apparati. L’uomo Saviano sembra divenuto un replicante. L’omissione del lavoro delle compagne/i e del centro Peppino Impastato, non appare affatto innocente ma la diretta conseguenza di una diversa concezione dell’antimafia risolutamente opposta all’antimafia sociale di Peppino Impastato. Una verità che con tutta evidenza il dispositivo Saviano non può più raccontare.
L’Impegno e il ricordo di Peppino parla quindi a noi, oggi, ancora di più, per il suo rigore scientifico, la sua tensione, la sua passione. Anche se tentano di trasformarlo in una icona imbalsamata, in un "santino" (come stanno tentando, del resto, con Che Guevara) va ricordato che Peppino fu, come amava rivendicare, un sessantottino, un comunista. Fu un organizzatore sociale e politico; organizzò il conflitto bracciantile; occupò terre. Fu un innovatore culturale, anche sul piano della comunicazione: "Radio Aut" fu esempio straordinario della capacità comunicativa di attaccare il comando mafioso anche con lo sberleffo, con la satira aspra e documentata che parte dall'inchiesta sul territorio. Ricordiamo Peppino, oggi, dopo tanti anni, con il sentimento vivo e l'affetto di chi si sente, anche emotivamente, parte di uno splendido impegno collettivo. Tanto più perché controcorrente.

Maggio 2011

Osservatorio sulla Repressione

8 maggio 2011

Bari: polizia aggredisce presidio antifascista

A Bari, nella “Puglia migliore”, i fascisti di “Casa Pound” hanno presentato il loro libro di “propaganda”; l’evento è stato ospitato nella biblioteca provinciale, nel cuore della città vecchia, e patrocinato dalla Reguione Puglia, dalla Provincia e dalla circoscrizione “Murat-S.Nicola”, e con la silenziosa connivenza di tutte le altre realtà cittadine.
Oggi come non mai, professarsi e comportarsi da fascisti va di moda. E così la Polizia di Stato, nel pomeriggio si è schierata in difesa dei viki infami.
Noi antifascisti abbiamo cercato di bloccare la profanazione delle strade della città di Benedetto Petrone ucciso da lame fasciste nel 1977.
Bloccati da un cordone di celerini, aggrediti prima verbalmente abbiamo resistito con decisione e rabbia, ma pacificamente, quando alle forze dell’ordine sono saltati i nervi senza motivo e dalle parole sono passati ad i fatti o meglio ai manganelli.
Questa è la vile aggressione che abbiamo subito, aggressione che ha avuto in primis, come bersaglio, le donne davanti al cordone.
Rivendichiamo l’antifascismo come dovere morale, portando nel cuore i fratelli e le sorelle vittime della repressione fascista e di Stato.

Ora e sempre Liberi, Ribelli e Antifascista !!!

7 maggio 2011

Cosenza: Occuparono la casa, assolti perchè in caso di necessità non costituisce reato

Erano stati tratti a giudizio perchè, a detta dell’accusa, avevano abusivamente occupato un appartamento dell’Aterp. Ieri il giudice monocratico Formoso li ha assolti con la formula “perchè il fatto non costituisce reato”, riconoscendogli lo stato di necessità. Si tratta di due cosentini, difesi dall’ avvocato Gianpiero Calabrese, che chiameremo solo per nome, ossia Francesco, di 30 anni, e Concetta, di 26. I fatti che gli erano stati contestati risalgono al luglio del 2007. I due erano nello specifico accusati di aver «abusivamente invaso, al fine di occuparlo stabilmente, un appartamento dell’Aterp, di Cosenza, sito in via Temesa » edi aver «divelto la porta diingresso al fine di introdurvisi». Da qui la citazione diretta a giudizio. Nel corso della sua arringa l’avvocato Calabrese ha spiegato che la coppia non aveva divelto alcuna porta, in quanto essa era già aperta, e che l’appartamento in questione era abbandonato e in cattive condizioni. Quindi ha aggiunto che i due, senza casa,dormivano in auto. Quindi la decisione di trovare un appartamento, in considerazione del fatto che lei era in stato di gravidanza. Un vero e proprio stato di necessità, riconosciuto non solo dal giudice, ma anche dalla pubblica accusa. Da qui l’assoluzione con la formula piena. Per lacronacaidue vivono tuttora, e in attesa di una sistemazione definitiva, nello stesso appartamento, che nel frattempo hanno rimesso a nuovo


fonte: Il fatto

Bologna: Cariche della polizia al presidio contro Maroni

Mille persone hanno manifestato, nelle strade del centro di Bologna, contro la presenza in città del ministro leghista Roberto Maroni, contro le politiche di austerity e il razzismo istituzionale del governo Berlusconi. Partendo dall’incrocio della ‘T’, un corteo si è mosso lungo via Indipendenza dietro lo striscione “Emergenza Maroni, respingiamo il governo Berlusconi”. Tra i cori: “Odio la Lega”, “Maroni stiamo arrivando” e “Indovina dove andiamo”. Poi, dopo aver percorso via dei Mille e via Marconi, i manifestanti hanno annunciato l’intenzione di raggiungere la Prefettura ma il corteo è stato fermato dalle forze dell’ordine all’inizio di via Ugo Bassi. Dopo alcuni minuti di fronteggiamento, i manifestanti hanno imboccato rapidamente via Testoni e poi via Portanova. All’inizio di via IV Novembre, a pochi passi dall’Ufficio del Governo, il contatto con la Polizia che ha manganellato ripetutamente e con violenza sulle prime file.
In quel momento uno studente delle superiori è stato fermato dalla Polizia: prima è stato trascinato violentemente a terra, poi una volta portato dietro i cordoni ha ricevuto diverse manganellate. Il corteo però non si è disperso e dopo un lungo fronteggiamento ha ottenuto la possibilità di riprendere il cammino, lungo via Battisti e poi via Barberia fino a piazza Malpighi. Lì è cominciato un blocco del traffico, proseguito poi nel pieno dell’incrocio tra via Ugo Bassi e via Marconi e terminato solo quando dagli avvocati è giunta la notizia del rilascio dello studente fermato.


fonte: zic.it

Rovereto: processo a carico dei compagni che chiedono verità e giustizia per Stefano Frapporti

Giovedì 5 maggio, si è svolto a Rovereto il processo contro 21compagni per il corteo spontaneo dopo la morte di Stefano Frapporti, avvenuta il 21 luglio del 2009. Le accuse erano manifestazione non autorizzata, interruzione di pubblico servizio (per il blocco ferroviario) e danneggiamento di un'auto dei carabinieri.
Il PM De Angelis (lo stesso che aveva convalidato l'arresto di Stefano e poi archiviato la sua morte) si è fatto sostituire...
Mentre all'esterno del tribunale si svolgeva un nutrito presidio, indetto e partecipato dall'assemblea dei familiari, amici e solidali di Stefano, gli imputati hanno letto una dichiarazione e sono usciti dall'aula urlando
"Stefano vive" e "Noi non scordiamo".
Il PM aveva chiesto da 2 mesi a 1 anno senza condizionale. Alla fine i compagni sono stati condannati a 4 mesi tramutati in 5000 euro di multa, in 2 mesi tramutati in circa 1000 euro e in 20 giorni tramutati in circa 700 euro. La mobilitazione per Stefano e contro le morti di Stato, che in città continua tutt'ora, ha di sicuro giocato la sua parte.

Di seguito la dichiarazione letta dai compagni.

*Ai signori della corte*

Il 21 luglio del 2009, a Rovereto, Stefano Frapporti, muratore di 49 anni, viene fermato in bicicletta dai carabinieri Lanzalotto e Incandela. Una manciata d'ore più tardi Stefano viene trovato impiccato nella cella numero 5 del carcere di via Prati.
Nonostante le menzogne, le omissioni e le contraddizioni contenute nei vari verbali, la morte di Stefano sarà poi archiviata.
Lo stesso magistrato che ha convalidato quell'arresto e poi archiviato il caso, il PM De Angelis, oggi ci processa per aver urlato la nostra rabbia, il 29 luglio 2009, contro la morte di Stefano.
Le morti di Lonzi, Bianzino, Aldrovandi, Cucchi, Uva, Mastrogiovanni e tanti altri dimostrano che gli omicidi di Stato non sono casi isolati.
Che avessimo ragione a non riporre alcuna fiducia nei tribunali è dimostrato proprio da questo processo: si archiviano le morti di Stato, si reprime chi protesta.
Quello che abbiamo fatto la settimana dopo la morte di Stefano – i cosiddetti reati per cui oggi siamo qui – era il minimo che si potesse fare, e ce lo rivendichiamo a testa alta. Facendo finta di niente, ci saremmo
sentiti complici.
Quella nostra rabbia è stata solo l'inizio di una mobilitazione per non scordare Stefano che dura tutt'ora e che ha coinvolto centinaia di persone in questa città. Siamo orgogliosi di aver dato il nostro contributo.
Spesso non presenziamo nemmeno ai nostri processi. Oggi siamo qui, invece, perché vogliamo guardare in faccia chi ha archiviato la morte di Stefano e per dire chiaro e tondo: noi non scordiamo, noi non archiviamo.
Oggi non siamo qui per difenderci.
Siamo noi che attacchiamo voi.
Le vostre sentenze non spostano di un millimetro le nostre convinzioni.

Rovereto, 5 maggio 2011

*i processati *

Torino: Detenuto suicida al carcere delle Vallette

Un detenuto che avrebbe compiuto 63 anni tra pochi giorni si è ucciso ieri mattina impiccandosi nel bagno della sua cella nella quinta sezione del blocco C della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno. L. B., nato a Udine, era stato arrestato solo martedì scorso per violenza sessuale con le aggravanti. Per mettere in atto il gesto, con un lenzuolo, l’uomo ha atteso l’ora d’aria. Nessuno così si è accorto di quanto aveva intenzione di fare.
Nel carcere delle Vallette le condizioni restano di grave sovraffollamento: ieri erano recluse 1560 persone, un terzo in più rispetto alla reale capienza della struttura. E il caso dell’uomo che si è tolto la vita riporta l’attenzione sulle precarie condizioni in cui i detenuti devono vivere e gli agenti di Polizia Penitenziaria sono costretti a lavorare.
«Si tratta del ventesimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno - dice Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria -, una media superiore a quella del 2010, quando a quest’epoca dell’anno i morti erano stati cinque in meno».
Le preoccupazioni degli agenti sono fortissime. «Abbiamo paura che il trend non si fermi, ma cresca ancora - denuncia Beneduci - perché di personale di polizia penitenziaria in servizio ce n’è sempre meno, e quello che c’è è gravemente insufficiente. Quest’anno andranno via ulteriori 2500 unità mentre ne saranno assunte solo 800. A meno che non si realizzino quegli interventi che il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha promesso e che ad oggi non sono in vista».
A Torino, dichiara l’Osapp, la situazione è particolarmente grave. «Sussiste anche qui una grave carenza di organico: mancano 200 agenti per le sezioni maschili e 40 per le sezioni femminili. Il personale opera con grande senso del dovere e sacrificio, con responsabilità e professionalità. Ma i carichi di lavoro dichiara Beneduci - sono insostenibili a fronte di un sovraffollamento drammatico». I casi a rischio, come quello dell’uomo che si è impiccato ieri, sono difficilmente intercettabili. «I turni arrivano fino alle venti ore consecutive, gli agenti sono impiegati contemporaneamente su più servizi, tanto che risulta difficile concedere i riposi». Ma non solo. «Grandi difficoltà ci sono anche al Nucleo Traduzioni, fortemente sotto organico con gravi rischi per la sicurezza. Per di più, i trasferimenti avvengono su mezzi vecchi, spesso guasti. Mezzi da rottomare».

fonte: La Stampa

6 maggio 2011

Genova: Sciopero generale, cariche della polizia

Oggi un corteo di migliaia di precari, disoccupati e studenti ha attraversato la città in occasione dello sciopero generale.
Il nostro obiettivo era di generalizzare questa giornata di mobilitazione: far emergere i volti, la determinazione e la rabbia di migliaia di lavoratori, precari, studenti, disoccupati, migranti, bloccando un paese che sta trasformando il lavoro in schiavitù.
Abbiamo deciso di bloccare le più importanti vie di comunicazione cittadina perché pensiamo che uno sciopero generale debba colpire anche la mobilità e l’ordinaria routine del paese (come è accaduto in Francia dove l’attacco alle pensioni è stato osteggiato con il blocco dell’intero paese per giorni e giorni) e non possa fermarsi ad una passeggiata di due ore.
Eravamo in piazza con la determinazione di chi si vede negato il futuro, di chi è costretto a vivere in una situazione di costante precarietà e di chi non si arrende al silenzio e all’impotenza.
Arrivati in piazza De Ferrari abbiamo quindi deciso che la nostra giornata di lotta non poteva finire lì, abbiamo invitato tutti e tutte a proseguire con noi la manifestazione e insieme a migliaia di persone determinate ad andare oltre, abbiamo imboccato la sopraelevata, bloccando il traffico in entrambi i sensi.
Alla fine di questo corteo multiforme, compatto e svoltosi senza tensioni siamo giunti alla stazione Principe, dove abbiamo tentato di bloccare un ulteriore nodo della mobilità cittadina.
Ad un ingresso laterale quando ormai molti erano entrati per andare verso i binari, il corteo è stato caricato da più lati con una violenza assolutamente ingiustificata, come da molti anni non si vedeva nella nostra città. (foto)
Sono stati aggrediti fra gli altri giovanissimi studenti medi, molte ragazze, fotografi, giornalisti, persone buttate a terra e calpestate.
Il bilancio è di decine di feriti, quasi tutti studenti minorenni, alcuni ricoverati in ospedale. Dalle ferite riportate è evidente che il bersaglio preferito dalle forze dell’ordine siano le teste e i visi dei/delle manifestanti.
Il comportamento violento delle forze dell’ordine non è passato inosservato da parte dei cittadini: gli impiegati delle poste di Piazza Acquaverde ed altri passanti sono usciti in strada per manifestare la loro solidarietà al corteo e il loro sdegno verso le pratiche della polizia. In ogni caso abbiamo testimonianze, filmati, fotografie, che presto pubblicheremo.
Chiediamo a tutti/e di prendere posizione rispetto a queste pratiche di repressione violenta perché rappresentano un attacco alla libertà di tutti/e.
Questa aggressione al corteo non solo non fermerà le nostre mobilitazioni future, ma soprattutto non toglie nulla all’importanza ed al successo di questa grande giornata di mobilitazione.
Oggi migliaia di persone hanno deciso di riempire di significato ulteriore la parola “sciopero generale”: come accade da mesi nelle piazze, nelle scuole e nelle fabbriche di tutta Italia, anche oggi moltissimi hanno scelto di manifestare con radicalità e determinazione, per rivendicare un futuro differente.

Il movimento genovese

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Il comunicato dell'Unione degli Studenti

Oggi in migliaia ci siamo dati appuntamento a piazza Caricamento per attraversare lo sciopero generale della Cgil.
Studenti medi, universitari, precari e disoccupati sono riusciti a generalizzare la manifestazione della Cgil, arrivati in piazza De Ferrari abbiamo quindi deciso che la giornata di lotta non doveva finire lì e insieme a migliaia di persone determinate ad andare oltre, abbiamo imboccato la sopraelevata, bloccando il traffico in entrambi i sensi.
Alla fine di questo corteo multiforme, colorato, pacifico e svoltosi senza tensioni siamo giunti alla stazione Principe, dove abbiamo tentato di bloccare un ulteriore nodo della mobilità cittadina. Ad un ingresso laterale quando ormai molti erano entrati per andare verso i binari, il corteo composto perlopiù da studenti delle superiori quasi tutti minorenni, è stato caricato da più lati con una violenza assolutamente ingiustificata, come da molti anni non si vedeva nella nostra città. Sono stati aggrediti fra gli altri giovanissimi studenti medi, molte ragazze, fotografi e giornalisti.
La scena a cui abbiamo assistito è stata paradossale, 50 poliziotti e 30 finanzieri in tenuta antisommossa hanno iniziato a picchiare violentemente e indiscriminatamente da più lati tutti gli studenti che si accalcavano sull'ingresso laterale della stazione, abbiamo assistito a pestaggi di gruppo da parte dei finanzieri su un ragazzo minorenne buttato a terra contro un muro, una ragazza trascinata per i capelli e insultata, due ragazzi di14 anni picchiati brutalmente perchè si erano messi in mezzo a difendere le loro compagne di classe,due ragazze minorenni prese a calci in faccia e altre decine di ragazzi e ragazze universitari picchiati senza alcun motivo. Alla fine del pestaggio, stile g8 di genova 2001, 5 ambulanze hanno portato in ospedale i pericolosi "anarchici-criminali-teppisti": 1 ragazza con la testa aperta, un'altra con un occhio nero, il naso rotto e varie ferite al volto, e 5 ragazzi minorenni, uno dei quali è dovuto ricorrere ai punti sul viso in ospedale.
Decine sono i ragazzi e le ragazze feriti che hanno deciso di non andare in ospedale, ma che son stati curati sul posto da parte degli operatori del 118 e da medici presenti all'interno del corteo.
Dalle ferite riportate è evidente che il bersaglio preferito dalle forze dell’ordine siano le teste e i visi dei/delle manifestanti. Il comportamento violento delle forze dell’ordine non è passato inosservato da parte dei cittadini: gli impiegati delle poste di Piazza Acquaverde sono usciti in strada per manifestare la loro solidarietà al corteo e il loro sdegno verso le pratiche della polizia; altri passanti si sono resi conto di ciò che stava succedendo e non sono rimasti indifferenti. In ogni caso abbiamo testimonianze, filmati, fotografie, che presto pubblicheremo.
Siamo sconcertati dalle dichiarazioni del sindacato di polizia della Cgil, accorso subito in difesa delle forze dell'ordine.link:

Ma di quali anarchici parlano? Ma di quali manifestanti violenti?
Oggi chi dovrebbe tutelare i cittadini ha deciso di massacrare studenti inermi e per giunta minorenni che avevano manifestato fino a quel momento in modo totalmente pacifico.
Ci chiediamo, ancora una volta, se siano uomini queste persone che si divertono a massacrare ragazzini e ragazzine minorenni e con che faccia tornino a casa la sera dalla loro moglie o dai loro figli.
Di una sola cosa siamo sicuri, non saranno le vostre manganellate e la vostra violenza a fermarci. Continueremo a lottare per i nostri diritti e per cambiarlo davvero questo mondo malato.

Le studentesse e gli studenti dell'Unione degli Studenti Genova

Torino: Sciopero generale, cariche della polizia allo spezzone studentesco

Gli studenti medi e universitari dei collettivi autorganizzati si sono radunati in un migliaio oggi in piazza Arbarello a Torino per lo sciopero generale di 4 ore indetto dalla Cgil.
Giunto in via dell'Arcivescovado, il corteo è passato davanti alla sede di Equitalia, l'agenzia per la riscossione dei tributi, vero e proprio istituto di usura legalizzato, responsabile di migliaia di pignoramenti e multe contro i lavoratori che non arrivano alla terza settimana, pensionato o precari. Qui il corteo ha espresso tutta la sua rabbia contro un istituto che fa vivere migliaia di famiglie nel terrore di perdere il frutto sudato del proprio lavoro per qualche multa, bolletta o imposta non pagata.
Come sempre, gli studenti van bene e ricevono pacche sulle spalle quando sfilano pacifici senza disturbare nessuno. Quando esprimono una critica e un obiettivo più alto e politico, subito vengono biasimati o picchiati. Così la questura fa caricare gli studenti: toccare i poteri forti non è consentito! Diverse e ripetute cariche, che hanno trovato la resistenza determinata degli studenti, hanno prodotto due fermi e il pestaggio di alcuni studenti e studentesse. Il corteo si è infine ricomposto tornando a sfilare per le strade del centro cittadino, andando a concludersi di fronte a palazzo nuovo.

Uomo di 33 anni suicida in Opg Aversa

Salvatore Pepe, 33 anni, si è suicidato la scorsa notte nell’ospedale psichiatrico giudiziario “Saporito” di Aversa. L’uomo si trovava nell’Opg da circa due mesi, dopo essere stato estradato dalla Germania, dove era stato arrestato per un omicidio.
Lo rende noto Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania e componente dell’Osservatorio nazionale sul carcere.
L’uomo si è tolto la vita in tarda serata. Non era in isolamento, ma condivideva la cella con altri internati. Sembra che proprio ieri avesse avuto un colloquio con lo psichiatra, che non ravvisando segnati di “pericolo” le aveva rimandato in cella. Verso le 23 si è appartato in bagno e dopo un po’ i compagni, non vedendolo più uscire, hanno aperto la porta trovandolo appeso a un cappio, ma ancora in vita. Hanno chiamato i soccorsi, ma Salvatore è morto mentre erano in corso le “manovre rianimatorie”.
“Questo è il terzo suicidio dall’inizio di quest’anno. Il 12 aprile scorso si è tolto la vita un internato rumeno di 58 anni, mentre a gennaio si è suicidato un internato di 32 anni. Una sequenza preoccupante che richiede interventi urgenti e ragionati. E che dimostra anche che è necessario procedere rapidamente al superamento di queste strutture.
In Italia sono presenti 6 Opg (Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Stiviere) che dipendono dal Ministero della Giustizia per la parte sulla sicurezza e dalle Asl per la parte sanitaria. Quello di Aversa ha una capacità ufficiale di circa 180 posti, ma in esso sono presenti circa 230 internati.
“Si tratta - sottolinea Antigone - di persone incapaci di intendere e di volere, autori di reato, che sono condannati ad una misura di sicurezza detentiva, prorogabile. “Chiediamo con urgenza, - ribadisce l’associazione - all’amministrazione penitenziaria e all’Asl, l’attivazione di risorse per garantire, nell’attesa che si realizzi un rapido percorso di chiusura e dimissione, così come definito dalla commissione parlamentare di inchiesta sull’efficienza del sistema sanitario presieduta da Ignazio Marino. Registriamo nell’Opg di Aversa, tra malattia e suicidi, un’impressionante sequenza di morti che è indispensabile arrestare”.

fonte: ristretti orizzonti

5 maggio 2011

La morte di Carmelo Castro; dopo tre anni salta fuori il lenzuolo usato come cappio

La Procura sta entrando nel vivo delle indagini sulla morte in carcere del 19enne incensurato Carmelo Castro di Biancavilla. Il giovane - fu asserito da fonti di piazza Lanza - il 28 marzo 2009 fu trovato impiccato e penzoloni nella cella di isolamento dov'era detenuto da soli quattro giorni.
L'indagine fu archiviata una prima volta, senza che un solo agente di custodia penitenziaria fosse ascoltato dal magistrato, senza che nulla, neanche la cella della morte, fosse sequestrata, senza che si svolgessero approfondimenti di sorta, dando insomma per scontato tutto quello che emergeva dalle "carte" di piazza Lanza. Ora che il caso è stato riaperto (vi sono stati diversi ricorsi e molte ragioni per farlo) si ricomincia davvero da zero.
Si cominciano anche a interrogare le persone informate dei fatti (e la lista è molto lunga, comprendendo, oltre che il personale del carcere, anche i medici e il personale parasanitario che in un modo o nell'altro hanno avuto qualcosa a che fare con questa vicenda). E per la prima volta, dopo tre anni, è saltato fuori un reperto molto importante, che prima d'ora, inspiegabilmente, non era stato mai consegnato alla magistratura: il lenzuolo trovato annodato al collo della vittima. E pare anche che la Procura sia determinata a disporre un'analisi di polizia scientifica per prelevare il Dna e compararlo con quello del ragazzo.
La tardiva consegna del reperto lascia molto perplesso l'avvocato Vito Pirrone - che assiste i familiari di Castro - il quale a questo punto reclama a gran voce che l'amministrazione di piazza Lanza consegni pure i filmati relativi al "traffico" che si è svolto nel corridoio dove si affacciava la cella di Castro. Si vuole insomma sapere chi ha visto per l'ultima volta Carmelo vivo: sono stati gli agenti penitenziari o piuttosto i detenuti addetti alla distribuzione del pasto?
Di certo si sa che il ragazzo, dopo aver fatto i nomi dei correi di una rapina aveva paura di rappresaglie e rinunciava anche all'ora d'aria. Inoltre Carmelo era in regime di grandissima sorveglianza (e fu perso di vista dal personale del carcere per circa tre ore) e si dubita che egli possa essersi effettivamente suicidato: egli era alto 1,75 ed il letto a castello al quale dicono si sia impiccato non supera il metro e 60.

fonte: La Sicilia

La tragica storia di Federico Aldrovandi

La tragica storia di Federico Aldrovandi sta assumendo dei toni grotteschi che nascondono Forse qualcosa di peggio dell'ingiustizia. La madre del ragazzo ucciso nella vicenda che tutti conosciamo, dopo aver patito la perdita di un figlio, ogni si vede imputata di diffamazione per aver criticato l'operato di una pm.
Il magistrato che ha querelato Patrizia Moretti perde di vista il senso dello stato di diritto.
Leonardo Sciase ha scritto che ogni piramide di iniquità si fonda su tanta brava gente che fa coscienziosamente il proprio dovere.
Questa svolta della vicenda Aldrovandi sembra ritracciare alla perfezione la riflessione dello scrittore siciliano. Se c'è un modo per disperdere ogni fiducia nello Stato, è proprio questo. Usare le sue leggi ciecamente, passando sopra alle persone come carrarmati.
Proviamo a immaginare che Patrìzia Moretti venga riconosciuta colpevole dal tribunale di Mantova. Sarebbe la sua condanna una vittoria per la giustizia? E cosa resterebbe nelle coscienze degli italiani di tutta questa vicenda? Un risentimento profondo per le istituzioni, la certezza che non è in un tribunale che si può ricevere riparazione di un torto, anzi la paura di venire un giorno stretti nelle spire della bestia giudiziaria che a proprio arbitrio stritola, trovando sempre la legge che le conviene.
Da una sentenza simile gli italiani concluderebbero che lo Stato può ammazzarci un figlio e poi metterci alla gogna perché ci siamo lamentati. Non è proprio di questo che abbiamo bisogno per sentirci una società coesa, dove le libertà del singolo sono tutelate da regole certe.
Il pm che si accanisce contro la madre di Aldrovandi, ha forse il senso dello Stato è delle sue funzioni, ma ha certamente perso il senso dell'umanità. E cosa resta a un magistrato se perde il senso dell'umanità?
Non può essere umanamente considerato un reato insultare l'istituzione che non e in grado di difenderci dal sopruso.
E' invece un segnale d'allarme che dovrebbe indurre lo Stato a colpire duramente quelle frange malate del suo apparato che si macchiano di tanta ingiustizia.
Oggi che la riforma della giustizia è di grande attualità, questi fatti dovrebbero farci riflettere.
Il sistema giudiziario italiano va sicuramente riformato. Ma perché qualsiasi riforma abbia senso, bisognerebbe prima riformare nelle coscienze degli italiani il concetto stesso di giustizia.
La vicenda Aldrovandi semina invece sfiducia ed è l'inquietante manifestazione di una giustizia senza diritto.

Diego Marani
Fonte: La Nuova Ferrara

cannabis “terapeutica”: La corte d'appello dell'Aquila conferma condanna ad 1 anno ed 8 mesi di reclusione

Venerdì 29 aprile scorso, a L’Aquila, la Corte di Appello ha confermato la condanna ad 1 anno ed 8 mesi di reclusione + € 5.000 di multa, inflitta dal Tribunale di Chieti al pianista-pittore teatino Fabrizio Pellegrini in primo grado, per la coltivazione sul balcone di casa di 8 piantine di canapa nel giugno 2005.
Fabrizio, affetto da una sindrome fibromialgica che gli causa continui dolori e che gli impedisce tra l’altro di esercitarsi nelle sue attività, negli anni ha scoperto che le cure più efficaci nel suo caso sono gli esercizi yoga, e la terapia con cannabis. Nel 2005, all’epoca dei fatti, ancora il Thc non era stato inserito dal Dm 18-4-2007 nella tabella II sezione B delle sostanze stupefacenti dotate di attività terapeutica, e nessuna importazione nel nostro Paese era ancora mai avvenuta (con l’eccezione di una episodica importazione di Bedrocan per un paziente di Crotone nel 2005, le forniture cominceranno a Roma solo a metà 2006, su apposita deroga ministeriale dalla nuova Legge 49 Fini-Giovanardi, che metteva tutte le droghe inclusa la cannabis in una unica tabella “proibita”).
Quindi la cannabis medicinale olandese, che solo in seguito il medico gli avrebbe prescritto e la Asl gli avrebbe fornito, non era disponibile e Fabrizio, come molti altri malati nelle sue condizioni, si è trovato senza alternative. Se non quella tra rifornirsi presso spacciatori, finanziando la mafia e rischiando di avvelenarsi ma commettendo solo un illecito amministrativo, o coltivarsi la sua medicina, modo certo più “etico” e sicuro per la salute, ma che lo espone in prima persona alle apocalittiche pene (fino a 20 anni di reclusione) previste per il suo comportamento.
In primo grado la difesa aveva inutilmente chiesto al tribunale di riconoscere la pressoché inesistente offensività del fatto, e l’attenuante di cui all’art. 62 n.1 c.p. relativa ai “motivi di particolare valore morale e sociale”, per la scelta di non alimentare il mercato della droga (in mano alla criminalità)”. Ed aveva fatto notare che nella cd. coltivazione domestica per uso personale manca del tutto, per definizione, la dimensione offensiva del “pericolo di aumento della sostanza stupefacente in circolazione”, che sola giustifica la rilevanza penale, secondo sentenze di Cassazione precedenti ai fatti. Niente da fare, la legge punisce la coltivazione senza eccezioni possibili, e sì che Giovanardi continua imperterrito a ripetere che la “sua” legge colpisce solo gli spacciatori. E Fabrizio? e tutti i malati nelle sue condizioni, signor sottosegretario? Perché vuole obbligare tutti gli auto coltivatori per uso personale, terapeutico o meno, a frequentare (e finanziare) per legge proprio quella filiera narco mafiosa, che a parole addirittura pretende di voler combattere?
Ora, a Fabrizio resta solo l’opzione di un costoso ricorso in Cassazione, se non vuole essere incarcerato definitivamente, e per un lungo periodo. Ma non è tutto: il prossimo venerdì 13 maggio, a L’Aquila ci sarà già un nuovo processo di Appello, con una nuova sentenza, per il reato di coltivazione di 9 piantine nella propria abitazione nel 2002.
In primo grado a Chieti, a marzo 2006 era stato condannato ad 1 anno e 4 mesi di reclusione, + € 3.000 di multa, anche se aveva dichiarato l’uso terapeutico cui le piantine erano destinate, aveva prodotto una prescrizione di un medico e naturopata tedesco per infiorescenze di cannabis, e nonostante nel 2002 i vari Bedrocan, che in seguito gli hanno prescritto, ancora non fossero nemmeno stati registrati e commercializzati. Ed anche se, dalle analisi chimiche agli atti, la percentuale di Thc riscontrata (in un solo campione su 5, gli altri comprendevano i semi, una pipa, terriccio da coltivazione ecc. e non presentavano Thc) era “inferiore allo 0,1%”, quindi molto al di sotto di quanto previsto dalla legge come discrimine tra la canapa “tessile” e quella psicoattiva. Nessun tribunale perseguirebbe mai un cittadino su queste basi, ci confermano i nostri autorevoli consulenti, come è possibile che a Chieti lo abbiano addirittura condannato?
Dalla stessa perizia commissionata dal tribunale: “L’analisi quantitativa, effettuata mediante gascromatografia con rilevatore a ionizzazione di fiamma (gc/fid), ha evidenziato la presenza di Thc con una percentuale di purezza inferiore allo 0,1%.
La differenza tra una tipologia di cannabis da droga e una tipologia di cannabis da fibra è data dal rinvenimento nelle foglie e nelle infiorescenze dei cannabinoidi (cannabinolo, tetraidrocannabinolo e cannabidiolo), dove, in particolare, un contenuto di tetraidrocannabinolo (Thc) superiore allo 0,5% identifica proprietà stupefacenti e non più merceologicamente commerciali della pianta.
La percentuale di tetraidrocannabinolo (Thc) determinata nel campione 2 risulta quindi inferiore al valore cui la comunità scientifica fa riferimento per distinguere la Cannabis utile per la produzione di fibra alla Cannabis utilizzabile per finalità stupefacenti”.
Secondo l’avvocato Marco Di Paolo, “gli appelli arriveranno uno dopo l’altro come le ciliegie”. In questa situazione surreale, incombe anche l’Appello relativo alla condanna a 6 anni in primo grado, la cui data non è ancora stata fissata, dove Fabrizio non potrà neanche difendersi invocando l’uso terapeutico perché l’avvocato d’ufficio dell’epoca non lo aveva neanche menzionato, e Fabrizio stesso non era presente in aula perché detenuto in carcere. Queste prime condanne in Appello, per questo crimine senza vittime, saranno funzionali alla presentazione di Fabrizio come plurirecidivo “delinquente abituale”. Le prospettive si fanno sempre più cupe, per la nostra Giustizia, per il nostro Paese (che avrà un motivo in più per essere biasimato a livello internazionale) e soprattutto per il povero incolpevole Fabrizio. Chiederemo conto direttamente a Giovanardi ed al Dpa, per questo assurdo accanimento contro i pazienti.

4 maggio 2011

Firenze: Fermi e perquisizioni, arrestati 22 attivisti del movimento antagonista

Un’ingente operazione di polizia ha portato stamani all’emissione di misure cautelari per 22 compagni nella città di Firenze, e a perquisizioni e denunce per molti altri (circa 78 in tutto); quasi tutti studenti, legati allo Spazio liberato 400 colpi e alla Rete dei Collettivi.
Per 5 compagni sono scattati gli arresti domiciliari, per 17 l’obbligo di firma. Non stupisce né la dinamica dei fermi né il tempismo della questura fiorentina. Con un elaborato e fantasioso teorema vengono colpite e criminalizzate le dinamiche di conflitto dell’autunno: tra i reati contestati vi sono cortei non autorizzati, blocchi di strade e di stazioni, occupazioni di edifici, danneggiamenti e episodi di violenza verso le forze dell’ordine (presumibilmente in riferimento alla contestazione alla Santanchè).
Misure che hanno l’odore di arresti preventivi, a due giorni da quello sciopero generale chiesto a gran voce anche e soprattutto dal movimento studentesco e universitario durante l’autunno, e che il movimento si sta preparando ad attraversare.

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Il comunicato dei compagni/e


Nella mattinata di mercoledì 4 maggio, 21 studentesse e studenti medi, universitari ed un lavoratore, sono stati bruscamente svegliati da uomini in divisa. immediatamente sono scattate le perquisizioni, seguite dalla schedatura e dalla consegna di 22 ordinanze di custodia cautelare tra cui 5 arresti domiciliari.

Mentre sui maggiori quotidiani e tg nazionali le veline ci narrano di questi "pericolosi anarchici" arrestati perchè violenti e quindi accusati di appartenere ad un'unica associazione a delinquere, uno studio più accurato degli atti accusatori delinea i contorni di un'operazione intimidatoria.
Gli atti "criminosi" che sarebbero stati commessi dai giovani compagni sono quasi tutti collocati all'interno delle lotte per il diritto allo studio e contro l'università-azienda.
Sono una semplice conseguenza dell'aver condotto una ferma resistenza alle politiche di smantellamento di scuola ed univerdsità ed alla capacità di autorganizzarsi.
Non si tratta, però, soltanto di colpire gli studenti in quanto tali, ma c'è la precisa volontà di aumentare il livello repressivo nei confronti di chi oggi si oppone con mobilitazioni di massa, cortei, occupazioni ed autogestionii di spazi di socialità e lotta.
Azioni compiute da migliaia di persone vengono trasformate dal prisma della questura in semplici atti di deliquenza "comune", quando invece sono stati l'unica risposta possibile al comportamento criminale del governo e dell'unione europea in materia di istruzione pubblica, lavoro, ambiente e politiche sociali.
Non lasceremo che questura e magistrati, attraverso simili montature realizzate ad arte per i media FERMINO LA NOSTRA LOTTA!

COMPAGNE E COMPAGNI UNITI CONTRO LA REPRESSIONE.

Processo Mastrogiovanni: terza udienza

Si è tenuta regolarmente la terza udienza del Processo che vede imputati diciotto tra medici e infermieri dell'ospedale di Vallo della Lucania (Sa) che nell'estate 2009 causarono la morte del maestro elementare Francesco Mastrogiovanni di Castelnuovo Cilento (Sa).
Dei Comandanti delle Forze dell'ordine che, durante la mattinata del 31 luglio 2009, parteciparono all'esecuzione dell'Ordinanza di Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.) emanata dal sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, si è presentato all'udienza di oggi solo il comandante della stazione dei Carabinieri di Pollica, il maresciallo Maffia. Il comandante della Polizia urbana di Pollica, Graziano Lamanna, ha preferito assentarsi ed è stato nuovamente convocato per la prossima udienza.
Il maresciallo dei CC ha confermato il contenuto della relazione di servizio redatta alle ore 15 del 31 luglio 2009, precisando che il documento acquisito agli atti del processo è stato redatto dai CC della stazione di Pollica che, come risulta dalla stessa relazione, sono intervenuti alle ore 8,30 del 31 luglio 2009 a seguito della richiesta di ausilio da parte del comandante della Polizia Urbana di Pollica, mentre il maresciallo Maffia giunge sul posto ove Francesco Mastrogiovanni viene sedato, intorno alle ore 12.
Nel rapporto si legge che alle "ore 8,30 odierne" il Sottotenente Graziano Lamanna della Polizia Locale del Comune di Pollica ha chiesto l'intervento dei carabinieri della stazione di Pollica "...poiché il Sindaco di Pollica con ordinanza n. 53 del 31.7.2009 recante protocollo 6917 aveva ordinato il Trattamento Sanitario Obbligatorio in stato di degenza ospedaliera nell'interesse del sig. Mastrogiovanni Francesco...."
Ma sempre nella stessa relazione ed in palese contraddizione con quanto scritto all'inizio del documento, i CC scrivono che le visite mediche prescritte dalla normativa vigente in materia di T.S.O. (un primo medico che propone al sindaco la richiesta di T.S.O. ed un secondo che convalida la precedente richiesta) avvengono dopo le ore 8,30 e quando ormai Mastrogiovanni, inseguito dai carabinieri e dai vigili, si è tuffato in mare dopo essere giunto nel parcheggio del Villaggio Club Costa Cilento-Marina Piccola, situato nel territorio del Comune di San Mauro Cilento, dove stranamente viene eseguita un'ordinanza del sindaco di Pollica. Infatti si riferisce di un medico del 118 che interviene per primo durante la mattinata e poi di una dottoressa del Centro di salute Mentale di Vallo della Lucania successivamente.
Perché si scrive che alle ore 8,30 il sindaco ha già ordinato il TSO? Prima di comprimere i diritti della persona - soprattutto con l'intervento delle forze dell'ordine - non si deve attendere che sia perfezionata la procedura di legge?
Sempre nell'udienza di oggi è stata sentita con la massima attenzione la nipote di Francesco Mastrogiovanni, deceduto dopo essere stato legato mani e piedi senza nessuna interruzione per ottantadue ore al letto dell'ospedale di Vallo della Lucania.
La studentessa Grazia Serra, in compagnia del fidanzato Marco Garofalo, durante il pomeriggio del 3 agosto 2009 si recò presso il reparto di psichiatria per informarsi sulle condizioni di salute dello zio, di eventuali sue necessità e soprattutto per cercare di capire le motivazioni del ricovero presso il reparto di psichiatria. La studentessa - con la voce rotta dalla commozione - ha riferito che il comportamento del medico di turno le sembrò "poco professionale", che andò via dal reparto senza aver potuto far visita allo zio e ancor più preoccupata per le risposte ricevute. Per il medico di turno venivano praticate le terapie richieste dal caso, il ricoverato non aveva bisogno di niente, la visita da parte dei parenti in quel momento non era funzionale alla terapia praticata e occorrevano una decina di giorni per superare la situazione. Ha ricordato anche che la madre si era rivolta al sindaco del Comune di Castelnuovo Cilento, dott. Eros Lamaida, medico nello stesso ospedale e sindaco del comune di residenza del fratello, che la aveva tranquillizzata dicendole che tutto si svolgeva regolarmente e poi, la mattina del 4 agosto, sarà lo stesso sindaco ad annunziarle telefonicamente e inaspettamente: «Franco non è più con noi ».
Marco Garofalo ha riferito che alle sue domande sulle modalità di alimentazione dello zio di Grazia, il medico chiese infastidito se fosse infermiere. Il ragazzo rimase sorpreso tanto da cessare il colloquio.
Grazia Serra rispondendo con precisione e determinazione alle numerose domande dei legali ha fatto cenno soprattutto alla ferita profonda facilmente visibile al polso sinistro dello zio ormai cadavere presso l'obitorio e ha parlato dello zio come di una persona colta, tranquilla, che amava leggere e amava il suo lavoro di insegnante, ricordando che quell'anno aveva insegnato fino alla chiusura della scuola proprio nella Scuola Elementare di Pollica, senza nessun problema.
Il presidente del tribunale, dott.ssa Elisabetta Garzo, su domanda, ha ammesso le televisioni locali a riprendere le fasi del processo che vede imputati diciotto persone, tra medici ed infermieri.
La prossima udienza si terrà alle ore 14 di martedì 17 maggio 2011. Saranno sentiti altri quattro testi indicati dal P.M., dott. Renato Martuscelli: il comandante della polizia urbana di Pollica e tre dei numerosi ricoverati presso il reparto di psichiatria, che certamente riferiranno della contenzione praticata senza umanità e sena nessun regolamento nell'ospedale di Vallo della Lucania non nel Medioevo ma nell'anno di grazia 2009.

Per il Comitato verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni
Vincenzo Serra, Giuseppe Galzerano, Giuseppe Tarallo


3 maggio 2011

Milano: Bandiera fascista in commissariato di polizia

Una croce celtica fascista è comparsa in un ufficio al secondo piano del commissariato di polizia Città Studi in via Cadamosto, a Milano (foto), zona Porta Venezia. Il simbolo fascista è stato fotografato da un passante il pomeriggio del Primo maggio. La bandiera con il simbolo della croce cerchiata in bianco su sfondo nero, appesa alla parete dell'Uigos (l'ufficio politico del commissariato) è ben visibile dalla finestra centrale del secondo piano. La stessa che monta sui pennoni appesi al davanzale sia la bandiera tricolore sia quella dell'Unione europea.
A una prima richiesta informale di spiegazioni sull'accaduto da parte di alcuni abitanti della zona, dal commissariato avrebbero risposto che si è trattato solo di un atto goliardico e che la bandiera è stata subito rimossa. La questura di Milano ha comunque disposto accertamenti sulla vicenda.


Roma: Violenza della polizia al concerto a piazza San giovanni

Due poliziotti in borghese arrestano due giovani per uno spinello durante il concerto in piazza San Giovanni, violenza gratuita davanti a tanti giovani e bambini... e gente che rimane tranquillamente a guardare...

Caso Uva, polemiche sul processo

Nuova puntata del caso Uva, giunto alla seconda udienza davanti al tribunale di Varese. In aula anche domani saranno presenti Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, e Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi. Le due donne sostengono con passione la battaglia di Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto nel giugno del 2008 all'ospedale di Varese, dopo il fermo in via Dandolo e l'interrogatorio nella caserma dei carabinieri. E oggi (venerdì 29 aprile), le tre donne hanno tenuto una conferenza stampa, alla Coopuf di via De Cristoforis, per tenere alta l'attenzione della società civile su questa vicenda. La conferenza stampa è stata realizzata con l'appoggio del comitato provinciale dell'Arci di Varese e dell'associazione “Antigone Lombardia”, con la presidente regionale Alessandra Naldi. Secondo quest'ultima è necessario «rompere il velo di silenzio intorno al caso e fare sì che l'opinione pubblica vigili sulla vicenda». Patrizia Moretti è stata la prima ad affrontare il dolore della morte e del silenzio della giustizia, ma per il decesso del figlio, a Ferrara, c'è già stata una sentenza di primo grado:«Siamo contro la violenza – ha tuttavia ricordato a scanso di equivoci – e pertanto ci sentiamo anche vicine ai familiari dei carabinieri picchiati a Grosseto. Su questo caso, invece, devo dire che ci sentiamo vicine a Lucia Uva, che non ha avuto ancora una vera giustizia e che, devo dire, è stata anche trattata in maniera ostile alla scorsa udienza, quando il pm ha chiesto di farla uscire dall'aula. Ci è sembrata una decisione un po' crudele».
Ilaria Cucchi è d'accordo:«Noi familiari, in aula, riviviamo ogni volta un grande dolore. E' accaduto anche a me, ieri, al processo di Roma per la morte di mio fratello. E' per questo che non capisco come mai vi sia questa ostilità, in aula, verso Lucia. Ci vuole più umanità».
Il dialogo delle donne chiamate da Antigone è stata appassionato e a tratti commovente. Sono persone molto sensibili e che stanno affrontando i processi andando a sostenere l'una le altre.
Ma se da un alto la coscienza civile e la forza di queste donne suscita ammirazione, dall'altro vi è il risvolto giudiziario che vede Lucia Uva in una posizione davvero polemica nei confronti del pm Agostino Abate, a cui i giudici non hanno mai contestato nulla. La donna lo ha criticato nuovamente con una lettera dai toni molti accesi: «Se davvero pensa che io abbia manomesso il cadavere di mio fratello mi deve denunciare» ha anche detto durante il suo intervento. C'è davvero un muro di incomprensione e rancore che si è levato verso la procura. Ma Lucia è una persone semplice e di cuore e ha sentito nei suoi confronti molta asprezza che la fa soffrire profondamente. Sono sentimenti che vanno oltre il lavoro dei pm ed é da questi presupposti che si deve partire per capire come mai il processo che vede imputati tre medici, stia suscitando polemiche.

fonte: Varese News

2 maggio 2011

Eurogendfor, la nuova polizia europea con poteri illimitati

Praticamente non ne ha parlato nessuno. Praticamente la ratifica di Camera e Senato è avvenuta all’unanimità. Praticamente stiamo per finire nelle mani di una superpolizia dai poteri pressoché illimitati. Che sulla carta è europea, ma che nei fatti è sotto la supervisione statunitense. Tanto è vero che la sede centrale si trova a Vicenza, la stessa città dove c’è il famigerato Camp Ederle delle truppe USA

Alzi la mano chi sa cos’è il trattato di Velsen. Domanda retorica: nessuno. Eppure in questa piccola città olandese è stato posto in calce un tassello decisivo nel mosaico del nuovo ordine europeo e mondiale. Una tappa del processo di smantellamento della sovranità nazionale, portato avanti di nascosto, nel silenzio tipico dei ladri e delle canaglie.
Il Trattato Eurogendfor venne firmato a Velsen il 18 ottobre 2007 da Francia, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo e Italia. L’acronimo sta per Forza di Gendarmeria Europea (EGF): in sostanza è la futura polizia militare d’Europa. E non solo. Per capire esattamente che cos’è, leggiamone qualche passo. I compiti: «condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici» (art. 4). Il raggio d’azione: «EUROGENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche» (art. 5). La sede e la cabina di comando: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero - l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR» (art. 3).
Ricapitolando: la Gendarmeria europea assume tutte le funzioni delle normali forze dell’ordine (carabinieri e polizia), indagini e arresti compresi; la Nato, cioè gli Stati Uniti, avranno voce in capitolo nella sua gestione operativa; il nuovo corpo risponde esclusivamente a un comitato interministeriale, composto dai ministri degli Esteri e della Difesa dei paesi firmatari. In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non si limitano a missioni militari, sottoposti alla supervisione di un’organizzazione sovranazionale in mano a una potenza extraeuropea cioè gli Usa, e che, come se non bastasse, è svincolata dal controllo del governo e del parlamento nazionali.
Ma non è finita. L’EGF gode di una totale immunità: inviolabili locali, beni e archivi (art. 21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art. 23); i danni a proprietà o persone non possono essere indennizzati (art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (art. 29). Come si evince chiaramente, una serie di privilegi inconcepibili in uno Stato di diritto.
Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Come ha fatto notare il giornalista che ha scovato la notizia, il freelance Gianni Lannes (uno con due coglioni così, che per le sue inchieste ora gira con la scorta), non soltanto è una vergogna constatare che i nostri parlamentari sanciscano una palese espropriazione di sovranità senza aver neppure letto i 47 articoli che la attestano, ma anche che sia passata inosservata un’anomalia clamorosa. Il quartiere generale europeo è insediato a Vicenza nella caserma dei carabinieri “Chinotto” fin dal 2006. La ratifica è dell’anno scorso. E a Vicenza da decenni ha sede Camp Ederle, a cui nel 2013 si affiancherà la seconda base statunitense al Dal Molin che è una sede dell’Africom, il comando americano per il quadrante mediterraneo-africano.
La deduzione è quasi ovvia: aver scelto proprio Vicenza sta a significare che la Gestapo europea dipende, e alla luce del sole, dal Pentagono. Ogni 25 Aprile i patetici onanisti della memoria si scannano sul fascismo e sull’antifascismo, mentre oggi serve un’altra Liberazione: da questa Europa e dal suo padrone, gli Stati Uniti.

Alessio Mannino


Ilaria Cucchi parla del processo in corso per la morte di Stefano: “ho brutta sensazione”...

“Ho una brutta sensazione, perché sentire e vedere che una o due persone sentite ieri ammettono che mio fratello era come quando è entrato in carcere e non come le foto che abbiamo visto tutti...”.
A parlare è la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, il romano di 31 anni fermato dai Carabinieri per droga il 15 ottobre 2009, al Parco degli Acquedotti di Roma, e morto il successivo 22 mattina nella struttura di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini. Intervistata dall’emittente radiofonica Centro Suono Sport, ha spiegato: “La donna che disse di non intervenire quando furono udite le urla d’aiuto? Fra gli imputati ci sono anche infermiere e dottoresse, ma nessuna del carcere però. Il fatto che mio fratello urlasse, è l’anello mancante, e che fa più male.
Vedere l’indifferenza di fronte a mio fratello, un ragazzo che ha perso la vita così...”. Si sono sentite molte testimonianze discordanti (ieri c’è stata la seconda udienza del processo): “Alcuni prima affermavano una cosa che adesso rinnegano. Io vorrei solo sapere la verità”. Durante l’udienza un carabiniere ha parlato della paura che aveva Stefano del giudizio della famiglia per il nuovo problema giudiziario: “Sì, è un cosa che fa male perché in quei momenti quella era la sua più grande preoccupazione, noi non solo abbiamo saputo dell’arresto ma abbiamo risaputo anche della droga”.
Secondo Ilaria verranno chiamate a testimoniare le donne che erano recluse con Stefano quella sera: “Penso di sì, ci sono circa 150 testimoni, i capi d’accusa si basano su quello. In più vorrei avere tante risposte anche di altri momenti. Ogni elemento è indispensabile quando si cercano di ricostruire determinate situazioni”.

fonte: Dire

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