27 aprile 2011

Roma: Sotto processo le mamme di compagni e compagne: vergogna!

Il 5 maggio p.v.si avvierà l’udienza che vede come imputate le mamme di Francesca e Gabriele e l’ex consigliera regionale Anna Pizzo.
Il 14 settembre 2009 viene messo in atto un assurdo e scenografico arresto dei compagni, della compagna e di alcuni occupanti della ex scuola 8 marzo. Tali arresti, voluti dal PDL romano, si basavano su accuse false ed infamanti con l’unico scopo di bloccare una piccola lotta sociale in corso che vedeva protagoniste alcune decine di famiglie che, con i compagni del C.S.O.A. Macchia Rossa, avevano occupato l’ex scuola 8 Marzo abbandonata da anni.
Il giorno dopo gli arresti, le mamme di Francesca e Gabriele, accompagnate da alcuni consiglieri regionali, si recano in visita presso il carcere di Regina Coeli e Rebibbia. Il direttore di Regina Coeli Mauro Mariani denuncia la presenza della madre di Gabriele che in quanto familiare diretto non poteva vedere il proprio figlio prima dell'interrogatorio di garanzia. Il suo zelo contagia anche a direttrice di Rebibbia Femminile dr.ssa Zainahi, che a posteriori denuncia la madre di Francesca. La comunicazione della chiusura delle indagini ed il provvedimento di rinvio a giudizio per le mamme e per la consigliera Anna Pizzo seguono di lì a poco con sospetta tempestività, quando i compagni e la compagna erano ancora agli arresti domiciliari.
Le mamme e la consigliera Anna Pizzo sono entrate in carcere perché conoscono la violenza che regna all’interno delle caserme, dei commissariati e degli istituti penitenziari. E’ di soli pochi giorni più tardi l’agghiacciante notizia della morte di Stefano Cucchi: ragazzo assassinato per mano di carabinieri, agenti di polizia penitenziaria e medici dell’Ospedale Pertini, quelli cioè che dovrebbero essere i tutori della legge, delle buone condizioni di vita all’interno delle carceri e assicurare l’assurdo concetto di “rieducazione” e di quelli che dovrebbero garantire il diritto alla salute ed alla vita. Ma le nostre madri non vengono dalla montagna del sapone, Sconvolte politicamente e ed ancor più emotivamente dall’arresto e da una campagna stampa che ci dipingeva come dei mostri, degli aguzzini, dei razzisti, guerrafondai , dei ladri e come cioè persone prive di qualunque scrupolo, hanno voluto costatare con i loro occhi, che ai loro figli non fosse stato torto un capello. Hanno voluto con la loro presenza dimostrarci la loro vicinanza e solidarietà, per un arresto ingiusto che si era abbattuto su di noi e che stava infamando un intero movimento.
L’aver rinviato a giudizio le mamme e la consigliera Anna Pizzo, è soltanto l’ennesimo tassello di un accanimento giudiziario ed una campagna diffamatoria, come non se ne vedevano da molti anni e che da aprile 2009 ha intessuto la cronaca della ex scuola 8 marzo. Crediamo che questa udienza sia l’antipasto di un boccone ben più ghiotto che vuole mettere a processo non solo i compagni e la compagna ma attraverso loro anche un intero movimento come quello per il diritto all'abitare , che si organizza e lotta. Questo processo vuole mettere alla sbarra la capacità di tanti/e di autodeterminarsi e sottrarsi al ricatto del affitti a nero e dello sfruttamento e riconosce nella lotta e nello strumento della autorganizzazione l’unica possibilità di riscatto politico e sociale.

Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa

Roma: Ragazzi aggrediti da militanti CasaPound

Ieri sera nel quartere Talenti sei giovani studenti tra i 16 e i 18 anni delle scuole medie superiori della zona, due ragazze e quattro ragazzi tra 16 e i 18 anni, sono stati aggrediti da una quindicina di esponenti di casa pound provenienti dall'occupazione di Via Val d'Ala. Tre dei giovani hanno dovuto ricorrere alle cure mediche con prognosi che vanno dai 7 ai 10 giorni. La loro unica colpa era di stare a chiacchierare sotto le proprie case, come in una sera qualunque, e per alcuni di loro di essere attivi politicamente nei propri istituti.
I neofascisti di casa pound mostrano il loro volto firmando come primo atto politico della loro presenza in IV municipio un aggressione squadrista. L'unico scopo di questi figuri è quello di inquinare la normale dialettica politica e sociale in un quartiere che sta vedendo in questi anni un forte protagonismo dell'associanismo di base, degli studenti, dei precari, ormai è caduta la maschera di "occupazione abitativa" di Via Val D'Ala 200: delle 18 famiglie che dovevano vivere la non ce ne è neanche una e quella occupazione è solo un covo da cui partono aggressioni.
Le istituzioni, dal IV Municipio alla Regione Lazio passando per il Comune di Roma, si devono assumere le loro responsabiltà: non possono continuare a fare delle organizzazioni neofasciste la loro longa manus inondandoli di patrocini e finanziamenti e usandoli come strumento di "governance" dei territori, e poi chiudere gli occhi di fronte alle aggressioni e allo squadrismo.


VIA VAL D'ALA 200 VA CHIUSA!


FUORI I FASCISTI DAI NOSTRI TERRITORI!
 

Immigrazione: dopo i respingimenti collettivi, espulsioni e convalide nei nuovi Cie

Dopo la visita di Berlusconi e le diverse missioni di Maroni a Tunisi, per perfezionare “intese tecniche” allo scopo di allontanare dal territorio italiano i tunisini giunti a Lampedusa, sembrerebbe entro un tetto massimo di 800 persone, le autorità italiane hanno effettuato circa trecento respingimenti collettivi direttamente da Lampedusa, gli ultimi sabato 23 aprile. Altre decine di respingimenti sommari, se non espulsioni vere e proprie, sono stati effettuati nell’ultima settimana dall’aeroporto di Palermo e da altri aeroporti italiani.
Nel frattempo, risulta che la metà circa dei 23.000 tunisini giunti in Sicilia a partire dal mese di gennaio si sia allontanata, in gran parte verso altri paesi europei, senza alcun documento di soggiorno, o con una “intimazione a lasciare entro cinque giorni il territorio dello stato”, il cosiddetto “foglio di via”, di fatto un vero e proprio passaporto verso la clandestinità.
Gli altri tunisini che hanno fatto richiesta di permesso di soggiorno per motivi umanitari in base al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 5 aprile scorso, stanno ottenendo i documenti di soggiorno e stanno affluendo verso il valico di frontiera di Ventimiglia, dove la situazione si aggrava di giorno in giorno, anche perché la Francia continua a respingere coloro che non possono dimostrare i requisiti ( documenti e risorse economiche) richiesti dagli Accordi di Schengen, e poi dal Regolamento comunitario n. 562 del 2006.
Tutti coloro che sono giunti in Italia dopo il 5 aprile, o ai quali sia stato rifiutato il permesso di soggiorno per una pregressa espulsione o per precedenti penali, sono stati rinchiusi nei nuovi centri di detenzione aperti “di fatto” dal governo in diverse regioni italiane, e poi trasformati in Cie con un tardivo decreto del ministro dell’interno. È bastata qualche ora di differenza per trasformare la condizione di coloro che giungevano dalla Tunisia, trattenuti per mesi a Lampedusa in condizioni disumane, da richiedenti protezione umanitaria in clandestini, una operazione orchestrata dai partiti di governo ad evidenti scopi elettorali, per vincere ancora una volta sulle politiche della paura, dello “tsunami immigrazione” tante volte annunciato e poi ridimensionato.
Prima si è creata una emergenza a Lampedusa, bloccando nell’isola miglia di migranti che se fossero stati trasferiti tempestivamente non avrebbero distrutto l’immagine dell’isola ed avrebbero avuto riconosciuto almeno i loro diritti fondamentali. Poi, con il decreto del Presidente del Consiglio del 5 aprile si è dichiarato lo “stato di emergenza su tutto il territorio nazionale”, e si sono affidati i pieni poteri alla Protezione civile, sulla base di un presupposto inesistente, come ha poi stabilito l’Unione Europea che ha negato l’applicazione della direttiva 2001/55/CE. Infine con l’ennesimo decreto del 7 aprile si è stabilito “lo stato di emergenza umanitaria nei paesi del Nord Africa”, su un altro presupposto chiaramente falso “ l’emigrazione di un gran numero di cittadini libici”, non per portare aiuti in Tunisia o per riconoscere visti di ingresso o ancora altri permessi di soggiorno, ma all’esclusivo scopo di “ consentire un efficace contrasto dell’eccezionale afflusso di cittadini ( africani, libici, tunisini?) nel territorio nazionale”.
Il vero scopo di questa decretazione d’urgenza è apparso subito chiaro, e consisteva nell’”ineludibile esigenza di assicurare l’urgente attivazione, in coordinamento con il Ministero deli affari esteri, di interventi in deroga all’ordinamento giuridico”. In realtà si tentava di derogare le regole che vietavano i respingimenti e le espulsioni collettive, ma il governo provvisorio tunisino ha negato l’autorizzazione per le operazioni di respingimento a mare, sul modello di quelle praticate con tanto “successo” negli anni passati, dopo gli accordi con la Libia di Gheddafi. Ed allora ecco che la deroga “all’ordinamento giuridico”, in realtà un vero e proprio stato di eccezione, si è applicata nelle operazioni di respingimento sommario da Lampedusa, e poi da altre città, mentre si prolungava la detenzione amministrativa ben oltre i termini previsti dalla legge, in assenza di tempestivi provvedimenti di convalida da parte dell’autorità giudiziaria.
In una prima fase, che corrisponde ai rimpatri effettuati direttamente da Lampedusa, si è provveduto con identificazioni sommarie, sembrerebbe che neppure le autorità consolari abbiano fornito i documenti di viaggio, e senza la tempestiva notifica dei provvedimenti dei provvedimenti di allontanamento forzato, al punto che molti migranti neppure sapevano, nei primi giorni di rimpatri, dove li avrebbe condotti l’aereo sul quale venivano imbarcati.
Dopo che la notizia sulla destinazione effettiva dei voli verso la Tunisia ha cominciato a circolare non si sono contati i tentativi di suicidio e gli atti di autolesionismo, in assenza di tutte le condizioni per il rimpatrio forzato previste dalla Direttiva comunitaria n. 2008/115/CE che l’Italia di Maroni e Berlusconi si ostina a non applicare. E appare evidente come lo scopo effettivo dell’incontro tra Sarkozy e Berlusconi per il 26 aprile sia costituito dalla ricerca comune di altri sotterfugi per eludere le direttive comunitarie che stabiliscono garanzie procedurali anche per gli immigrati irregolari, e magari modificare il Regolamento Schengen all’esclusivo scopo di chiudere -”quando serve”- le frontiere interne, al pari di quelle esterne, agli immigrati provenienti dai paesi del Nord-africa.
E quando si è finalmente arrivati alle prime convalide dei provvedimenti di allontanamento e di trattenimento, come negli ultimi giorni a Santa Maria Capua Vetere, e come si verificherà in tutti i nuovi centri di accoglienza ed identificazione trasformati in Cie (Manduria, in Puglia, Kinisia, a Trapani, in Sicilia, e sembra anche a Potenza), i giudici di pace hanno semplicemente obbedito alle pressioni dello locali questure, giungendo a convalidare misure di trattenimento fondate su presupposti giuridici inesistenti e sulla falsificazione delle date di trattenimento.
Nel caso dei migranti detenuti sulla nave di crociera Excelsior per quasi una settimana, da Lampedusa a Catania, e poi a Civitavecchia ed ancora a Trapani, dove venivano fatti sbarcare, al fine di giustificare il conteggio dei termini richiesti dall’art. 13 della Costituzione e dagli articoli 13 e 14 del T.U. sull’immigrazione, si è cercato di addurre il carattere “volontario” della loro scelta di salire sulle navi o di entrare nei centri di accoglienza ed identificazione. Quasi come se fossero “ospiti”, ospiti particolari però, perché tutti hanno visto la caccia all’uomo forsennata, persino con agenti a cavallo ed elicotteri, che si è scatenata quando gli “ospiti” volevano esercitare la loro libertà di circolazione.

Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo) da www.meltingpot.org

26 aprile 2011

Udienze-Scandalo nel CIE Andolfato di Santa Maria Capua Vetere

Riassumiamo l'assurda e scandalosa gestione delle udienze di convalida che si stanno tenendo in queste ore per circa duecento profughi e migranti dal Nord Africa trattenuti nella caserma Ex-Andolfato di Santa Maria Capua Vetere.
Come sapete questa Caserma è stata trasformata in un CIE con un'ordinanza governativa della sera del 21 aprile. Ma i migranti vi sono detenuti in maniera del tutto illegittima, senza un ordine formale di trattenimento e quindi anche senza una convalida di una qualsivoglia autorità giudiziaria, dalla mattina di lunedi 18 aprile (quindi ormai sei giorni fà) e prima ancora erano stati detenuti per altri sei giorni sulla nave militare Excelsior partita da Lampedusa il 12 aprile e trasformatasi in una specie di prigione galleggiante. Per altro non attrezzata al trasporto passeggeri...
Quindi i giudici di pace (dott. Marco Capone e dott.ssa Della Valle) che dalla tarda mattinata di oggi stanno celebrando le udienze di convalida, non hanno evidentemente i termini per confermare il trattenimento dei migranti, essendo abbondantemente trascorso il tempo massimo di 48 + 48 ore previsto dalla normativa.
Questa cosa è stata aggirata con un incredibile imbroglio, ma ancor più con un'incredibile arroganza: la permanenza dei migranti nell'ex-caserma Andolfato dalla mattina di lunedi 18 alla sera di giovedi 21 aprile (quella sulla nave non viene neppure presa in considerazione) non sarebbe stata in forma coatta ma volontaria!! Questo sulla base di un foglio che la croce rossa ha fatto firmare ai migranti all'ingresso nella caserma, in cui "accettavano" quella sistemazione... Ora, a parte che diversi migranti hanno fatto verbalizzare di non aver firmato alcun foglio, è evidente che tale attestato non vale nulla, visto che nessuno può rimettere la disponibilità della propria libertà ad altri. Si trattava semplicemente della disponibilità ad essere alloggiati e non evidentemente "trattenuti". E qui viene l'assunto più incredibile: "In questi giorni i migranti non sono stati imprigionati, ma semplicemente non hanno mai chiesto di uscire o manifestato tale volontà in qualche modo" !!
Questa incredibile versione (visti i fatti) è stata tranquillamente fatta propria dai giudici di pace, malgrado le proteste degli avvocati e le verbalizzazioni di segno contrario dei migranti. Il meno scorbutico dei due "giudici" ha tranquillamente fatto presente che questi erano gli "ordini" del questore, che "bisogna convalidare tutti"...
Così queste persone costrette in una tendopoli perennemente al sole, che si sono comprensibilmente rivoltate, che hanno riportato trauma cranici e si sono spezzate gambe e braccia lanciandosi da un muro alto sei metri, che sono state inseguite e anche investite dalle volanti, lo avrebbero fatto perchè probabilmente... non amano uscire dalla porta!!
Perchè mai poi la polizia li conteneva nel campo facendo ampio uso di blindati, celere e lacrimogeni e una volta scappati li riprendeva (come dimostrano tante foto e artcoli di giornale, tutte antecedenti alla formalizzazione del CIE e corrispondenti alla fase "volontaria") non è dato ovviamente saperlo...
E' una roba incredibile...!
Il funzionario di polizia responsabile del campo e interrogato nell'udienza di convalida ha anche verbalizzato di "non essere informato se i migranti avevano o meno la facoltà di uscire..."
Dulcis in fundo: inizialmente la Questura aveva scelto di datare la notifica del provvedimento di respingimento e del conseguente trattenimento nella struttura alla sera del 21 aprile stesso... ma poichè ora hanno capito che è impossibile completare le convalide stanotte (alle 2 del mattino siamo ancora ad 80 su circa 200) e forse anche per lunedi 25, allora senza farsi problema hanno cancellato a penna e senza mettere alcun timbro la data del 21 aprile dalle notifiche e hanno scritto 23 aprile... Praticamente sarebbero stati avvisati prima i giudici di pace e poi notificati i provvedimenti di trattenimento!?
Naturalmente i verbali di queste udienze saranno usati dagli avvocati in esposti e ricorsi. Ma è altrettando importante dare rilievo pubblico e politico a questa modalità di assoluto e perfino illegale arbitrio con cui sono stati calpestati e raggirati i diritti fondamentali di queste persone in conseguenza di un imprecisato "Stato d'eccezione".
E cercare di fare in modo che tanti prendano parola per condannare.

22 aprile 2011

3 detenuti sono morti e 3 hanno tentato il suicidio: dalle carceri la cronaca di un’altra “settimana santa”

Dalle carceri italiane la cronaca di un’altra “settimana santa”, che non è fatta di colombe e uova pasquali, di pranzi e celebrazioni liturgiche. Una settimana di “normalissima” disperazione, di tensioni e violenze, di suicidi, di decessi per droga e per malattia. Tre detenuti sono morti, uno per suicidio, uno per (probabile) overdose, il terzo per malattia. Altri tre hanno tentato di uccidersi, il primo tagliandosi la gola, altri due impiccandosi.
Nel solo mese di aprile sono morti 11 detenuti, di cui 5 suicidi, 2 per malattia e 4 per “cause da accertare”. Da inizio anno salgono a 50 i decessi nelle carceri italiane: 19 per suicidio, 21 per “cause naturali” e 10 per “cause da accertare”. La loro età media era di 35 anni, 15 erano stranieri e 35 italiani; 2 le donne: Loredana Berlingeri, di 44 anni, morta per “cause naturali” il 18 marzo nel carcere di Reggio Calabria ed Adriana Ambrosini, 24 anni, che si è impiccata lo scorso 3 aprile nell’Opg di Castiglione delle Stiviere (Mn).
Firenze, giovedì 21 aprile. Un detenuto nigeriano di 34 anni, W.D., si impicca con una maglietta alle sbarre della sua cella nel carcere di Sollicciano. Per mettere in atto l’intento suicida rientra dal cortile dei passeggi in anticipo rispetto ai compagni e pochi minuti gli sono sufficienti, quando lo trovano è già cadavere.
L’uomo era in custodia cautelare con l’accusa di detenzione di droga e di rissa. Era stato arrestato il 5 ottobre scorso assieme alla sua fidanzata e a 3 connazionali dalla Polizia, accorsa per la segnalazione di una rissa tra extracomunitari. Gli agenti trovano 4 nigeriani che si stanno picchiando e una donna, anch’essa nigeriana, che prende a testate un muro urlando a squarciagola. I poliziotti volendo chiarire l'accaduto interrogano la giovane, che ha solo 18 anni e che racconta di essere appena tornata da Amsterdam per incontrare il proprio ragazzo, uno di quelli coinvolti nella zuffa. Gli agenti insospettiti decidono di recarsi nelle abitazioni dei coinvolti nella lite, accompagnati dalla ragazza. Mentre effettuavano il controllo la giovane si accascia a terra accusando mal di pancia. Accompagnata d'urgenza all'Ospedale le vengono trovati in corpo 20 ovuli contenenti cocaina.
Bologna, giovedì 21 aprile. Marzio Berti, detenuto 40enne, verso mezzogiorno si sente male e chiede di vedere il medico. Il sanitario lo visita e poi lo rimanda in cella, perché il malore sembra passato. Invece dopo pochi minuti ha una nuova crisi e crolla sul pavimento, ucciso da un arresto cardiocircolatorio. Inutile l’arrivo dell’ambulanza, l’uomo è senza vita, gli occhi riversi verso l’alto: sospetta overdose, scrive il medico del 118 nel referto. Di eroina, probabilmente tagliata male, entrata non si sa come nel carcere della Dozza.
Marzio Berti, tossicodipendente da almeno 20 anni, stava scontando una condanna definitiva per furto, ma aveva alle spalle una lunga serie di reati, tra cui anche un omicidio. Era stato arrestato per la prima volta nel 1994 a Riccione, poco più che ventenne. Da allora, aveva fatto dentro e fuori dalle carceri.
Un’esistenza segnata dall’emarginazione e dalla droga, che fa apparire più di una “tragica coincidenza” la morte del fratello minore di Marzio, anche lui tossicodipendente, anche lui ucciso da un’overdose mentre si trovava detenuto nel carcere bolognese, nel novembre 2006.
Palermo, giovedì 21 aprile. Fabio Tranchina, 40 anni, fermato martedì scorso fa dalla Dia di Palermo perché accusato di concorso nella strage di via D'Amelio, tenta per due volte il suicidio in una cella del carcere “Pagliarelli” di Palermo, dove è detenuto in regime di isolamento.
Voghera (Pv), mercoledì 20 aprile. Un detenuto italiano di 30 anni tenta di impiccarsi, approfittando dell’uscita del compagno di cella per “l’ora d’aria”, viene soccorso dagli agenti della polizia penitenziaria, che gli salvano la vita. L’episodio avviene in un periodo di particolare tensione nella Casa circondariale di via Prati Nuovi. Infatti, da circa una settimana una quarantina di reclusi in una sezione di alta sicurezza del carcere vogherese stanno facendo lo sciopero della fame.
Torino, mercoledì 20 aprile. Franco Livraga, 65 anni, muore a causa dell'aggravamento di una malattia di cui soffriva da tempo. L’uomo era stato condannato in appello a 13 anni di carcere, per reati legati allo sfruttamento della prostituzione, ed era in attesa della sentenza della Cassazione.
Trieste, martedì 19 aprile. Houssein Tahiri, detenuto 31enne di origini afghane, rifugiato politico in Italia dal 2007, tenta il suicidio tagliandosi la gola con una lametta nella sua cella del carcere Coroneo.
Si salva, soccorso dall'infermiera in servizio in carcere e poi medicato dai sanitari del 118 chiamati immediatamente dalla direzione della Casa circondariale. “Voglio tornare nel mio Paese”, dichiara ai soccorritori. Precauzionalmente viene messo in una cella di isolamento.
Arrestato il 25 marzo scorso, dopo che aveva dato fuoco volontariamente alla mansarda nella quale abitava, autoaccusandosi all’arrivo dei Carabinieri. Il 19 ottobre 2010 l’uomo si era cucito la bocca usando un ago e del filo. Un attimo prima aveva bruciato i suoi documenti, provocando anche allora un piccolo incendio nell'appartamento dove era stato accolto dal Centro italiano di Solidarietà.

fonte: Ristretti Orizzonti

21 aprile 2011

Carceri: Federico Rigolon un’altra vittima del sospetto di simulazione?

In carcere si muore spesso giovani, i suicidi, ma anche le morti per malattia riguardano persone che a quell’età non dovrebbero proprio morire. L’altro ieri, nel carcere di Padova, è morta una persona. Si chiamava Federico Rigolon.
In carcere dal 2004, doveva scontare una lunga condanna, ma credo che ormai non abbia tanto senso parlare di cos’aveva fatto, e quale fosse la sua condanna, voglio invece parlare della sua morte. Avvenuta in modo assurdo, come molte morti in carcere.
Federico ha cominciato a stare male nella tarda notte tra sabato e domenica, e ha chiamato l’agente per lamentarsi della sua condizione. I compagni delle celle vicine mi hanno raccontato che l’intervento dell’agente è stato rapido, e nonostante le difficoltà che richiede il movimento dei detenuti a quell’ora, in pochi minuti Federico era stato portato nell’infermeria del carcere.
Dopo la visita, era ritornato in cella dove aveva passato la notte tra dolori e lamenti. All’alba aveva ripreso a lamentarsi e l’agente di turno aveva chiamato il medico. Una dottoressa era andata in reparto per visitarlo, l’aveva fatto chiamare in ambulatorio, lui era entrato e dopo qualche minuto era venuto fuori dalla stanza lanciando degli insulti.
Ritornato in cella, Federico aveva raccontato l’accaduto ai detenuti che l’avevano raggiunto incuriositi dalle sue urla. Mettendo in dubbio la professionalità di quel medico, aveva spiegato come, in risposta alle sue richieste di essere portato d’urgenza al Pronto Soccorso, lei gli aveva dato due pastiglie, “stai simulando... mi ha detto che sto simulando perché non voglio lavorare, vi rendete conto? e io le ho detto: sei una t… incompetente, e lei ha chiamato l’agente e gli ha chiesto di farmi un rapporto disciplinare”. Poi Federico era andato di nuovo dall’agente per spiegare i motivi della sua reazione, ma ormai il medico era andato via, e l’agente aveva fatto la sua relazione informativa.
Poi all’una, mentre gran parte del reparto era uscito per l’ora d’aria, Federico si era messo a dormire. Rientrato alle tre, fatta la doccia, e messo su la pentola per riscaldare la cena, Claudio, il suo compagno di cella, era andato per svegliarlo, accorgendosi subito che quell’uomo non respirava.
Avvisato l’agente, avevano atteso l’arrivo dei soccorsi. Prima la stessa dottoressa, che aveva accertato la gravità delle condizioni del paziente ed era corsa a chiamare il Pronto Soccorso. Poi c’è stato per tutta la sera il via vai di medici, agenti, esperti della scientifica, magistrati, e infine, a mezzanotte, hanno portato via il corpo di Federico, salutato dal silenzio dei settantacinque detenuti della sezione.
Sicuramente le autorità aspetteranno l’autopsia e poi faranno accertamenti, indagini e alla fine ci faranno sapere a cos’era dovuto il malessere, e cosa lo ha ucciso a 38 anni. Tuttavia, conoscere le cause della morte è l’ultima cosa che interessa i detenuti della Casa di Reclusione di Padova. La domanda che tutti noi ci poniamo è: quanti detenuti devono morire ancora affinché nessun medico dica più “tu stai simulando”?
Mi trovo qui da quattordici anni e di morti ne ho visti tanti. Molti vittime del sospetto di simulazione. Ed è sempre la stessa scena che si ripete: il detenuto che si lamenta, il medico che non gli crede, e poi la morte che “dà ragione” al paziente. Perché è questo il punto: noi siamo pazienti, ma alcuni medici continuano a vederci come detenuti che si fingono malati, e sembra che stare attenti a non essere presi in giro sia a volte per certi medici la priorità assoluta, più importante persino della salvaguardia delle nostre vite.
Noi riconosciamo le nostre colpe e ci assumiamo le nostre responsabilità, ma siamo stanchi di essere trattati come “diversi dal genere umano”, e vorremmo che almeno i medici si dimenticassero di ciò che abbiamo fatto per finire qui, e ci trattassero come pazienti, quindi come esseri umani.

Elton Kalica da Ristretti Orizzonti

Teramo: continua l'inquisizione repressiva.... la questura ora denucia anche per i pesci d'aprile

Continua l'ondata repressiva a Teramo ai danni delle compagne e compagni antifascisti.
D. R. giovane attivista antifascista è indagato per procurato allarme in merito alla falsa notizia sul comizio anti-questore. A comunicarlo il circolo di Rifondazione Comunista di Teramo.
I fatti riguarderebbero la news apparsa su alcuni siti internet, lo scorso 31 marzo, dove si leggeva di che si sarebbe tenuto un “comizio pubblico per raccontare quello che succede in città, per raccogliere le firme per far rimuovere il questore e per recarci in corteo, di seguito, dal Prefetto di Teramo per consegnargli un dossier sull'operato della questura di Teramo". Naturalmente, il 1° aprile, giornata dedicata agli scherzi ed ai così detti “pesci d’aprile”, la manifestazione non ci fu. Ora la Digos ha indagatoil 25enne teramano, nonchè esponente di Rifondazione, accusandolo di procurato allarme. Secondo Rifondazione gli inquirenti lo accuserebbero di avere diffuso la notizia tramite un comunicato e nelle giornate successive sia avvenuta una perquisizione all’interno della sua abitazione conclusasi con il sequestro di materiale informatico. Rifondazione precisa che il reato di procurato allarme punisce chi “annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità, o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio ed è una contravvenzione che può essere sanata con il pagamento di un ammenda di 258 euro, sempre che l’aver annunciato una manifestazione, che poi non si è tenuta visto che non era neanche autorizzata, costituisca un “pericolo inesistente. “L’attività di indagine, invece, ha, ovviamente un costo per la collettività incredibilmente più ampio: ad esempio, le sole perquisizioni hanno visto mobilitare per l’intera mattinata dell’8 aprile ben sei agenti di polizia, il materiale informatico verrà portato a Roma, dove tra diversi mesi verrà sottoposto a perizia, da altri agenti che poi dovranno tornare a recuperare gli hard-disk, senza dimenticare tutti i costi relativi all’impiego di altro personale per le indagini e per lo svolgimento del possibile processo”. Rifondazione manifestando solidarietà a D. R. pone l’accento sulle parole dell’attuale Presidente del Tribunale di Teramo, che qualche mese fa, esprimeva il proprio stupore per il fatto che i processi che si svolgono a Teramo riguardano quasi sempre fatti privi di qualsiasi allarme sociale, quando il territorio esprime segnali di presenze malavitose molto più inquietanti.

20 aprile 2011

Giustizia: “Via le Br dalle procure”… o via le “Politiche dell’Emergenza” dall’Italia?

Dalla fine degli anni 70 molti governi e parecchie forze parlamentari hanno delegato alla magistratura la patata bollente costituita da una serie di problemi come la lotta armata, la corruzione della classe politica, la violenza omicida della mafia prefinanziaria, la tossicodipendenza e l’immigrazione.
Su questa base, e non perché alcuni magistrati avrebbero formato una sorta di avanguardia rivoluzionaria, è cresciuto il peso dell’ordine della magistratura, un ordine - si badi bene - che secondo la Costituzione a non può essere un terzo potere oltre il potere esecutivo (del governo) e il potere legislativo (del parlamento).
La carta costituzionale non prevede un eccessivo peso alla magistratura ma tutte le “Politiche dell’Emergenza” hanno stravolto quel principio e reso antiegualitarie e “meritocratiche” le leggi speciali, cioè le misure legislative a favore di “pentiti” e “dissociati” - tutti rei confessi - e a danno dei loro coimputati.
Solo a partire da Tangentopoli, cioè oltre un decennio dopo la nascita della moda emergenzialistica, le principali forze politiche di centro-destra e di centro-sinistra si sono divise nettamente in relazione al ruolo della magistratura. Al tempo stesso hanno però continuato a promuovere sempre nuove “Politiche dell’Emergenza” e quest’ultime, col passar del tempo e sia pur in piccolissime dosi, sono diventate una specie di boomerang lanciato dalla classe dirigente e dominante e poi tornato indietro, con maggior forza, allorché proprio in tale classe si è dischiusa una specie di guerra tra le sue maggiori fazioni, una lotta aspra tra berlusconismo e antiberlusconismo.
I tifosi della prima fazione ritengono che certi magistrati svolgano un ruolo giacobino, brigatista o, in genere, rivoluzionario. Altri, all’opposto, difendono la magistratura nel quadro dello status quo. Proprio negli ultimi giorni, ad esempio, sono apparsi dei manifesti con il demenziale slogan “via le Br dalle procure”.
Il ministro della Giustizia Alfano, per buona fortuna, ha condannato fermamente la loro affissione in maniera molto precisa e senza neppure mezzo commento antistorico.
Il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati ha invece diffuso un comunicato per precisare “che a Milano le Br in Procura ci sono state davvero: per assassinare magistrati”.
Il procuratore voleva ricordare i magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, uccisi rispettivamente il 29 gennaio 1979 e il 19 marzo 1980, ma ha dimenticato un fatto storico e giuridico di carattere fondamentale: quei due omicidi furono rivendicati e commessi da persone (poi diventate per lo più “pentite” o “dissociate”) appartenenti all’organizzazione di estrema sinistra chiamata Prima Linea.
La tesi secondo cui le Br avrebbero ucciso Alessandrini e Galli è quindi falsa quanto quella relativa al presunto carattere rivoluzionario di alcuni magistrati di Milano.
La storia, ben più che la legge, non ammette l’esistenza di tesi così opposte e così unite nell’essere prive di fondamento. Anzi, se proprio la vogliamo dire tutta, il presupposto di ogni progresso effettivo, in qualsiasi ambito della vita sociale, è la ricerca e l’acquisizione della verità e non certo la diffusione di messaggi dal contenuto falso.
Per discutere in termini costruttivi sulla causa fondamentale della malagiustizia in Italia bisogna ragionare con estrema saggezza e senza puntare il dito contro Tizio o Sempronio.
Da questo punto di vista, non sembra inutile precisare che la giustizia, cioè una giustizia degna del suo nome, non ha nulla in comune col giustizialismo e con le gogne mediatiche e nemmeno con gli attacchi calunniosi verso questo o quel magistrato. La giustizia è, assieme al rispetto della dignità altrui a partire da quella dei soggetti più svantaggiati, lo studio per la libertà dalle “Politiche dell’Emergenza” vecchie e nuove, fattori che in Italia, sovraffollandola, hanno mandato in corto circuito la macchina carceraria dello Stato.
Tre decenni di penalistiche e carcerarie “Politiche dell’Emergenza” dimostrano che spendere più denaro per le carceri significa, contemporaneamente, investire di meno nella prevenzione dei reati, nell’istruzione, nelle attività educative, nella ricerca scientifica e nel campo dell’equità sociale. Significa di fatto ridurre le spese indispensabili alla riproduzione allargata delle forze produttive sociali e quindi aumentare l’insicurezza di tale riproduzione.

Più carcere non significa più sicurezza ma esattamente il contrario. Questa è la verità.

Sandro Padula  da Ristretti Orizzonti

19 aprile 2011

Dioune Sergigme Shoiibou, lasciato morire in carcere con la testa rotta

Non sappiamo quale reato avesse commesso Dioune Sergigme Shoiibou, il trentenne senegalese morto alcuni giorni fa nel carcere Mammagialla a Viterbo. Sappiamo che gli avevano dato sei mesi di pena. Non doveva essere un efferato criminale, non doveva essere troppo pericoloso per la nostra società, non doveva avere motivi di alta sicurezza ostativi nei confronti di un suo soggiorno di cura esterno al carcere.
Aveva avuto un ematoma al cervello, il ragazzo, per rimuovere il quale era stata necessaria un’operazione che lo aveva privato di parte della calotta cranica. Non è facile andarsene in giro con mezza testa. Non è facile vivere in cella, dove i soccorsi sono lenti e parziali, sentendosi il cervello senza protezione. Peggio che andare in moto a duecento all’ora senza casco.
Fatto sta che Dioune si è sdraiato sul letto e non si è più alzato. Si dice che sul suo corpo non si siano visti segni di violenze. Le cause del decesso saranno medici legali e magistrati a stabilirle. Quegli stessi magistrati che, per un reato bagatellare, hanno tenuto in carcere un uomo con il cranio rotto. Eppure le leggi ci sono. C’è il rinvio dell’esecuzione della pena (art. 147 comma due del codice penale), c’è la detenzione domiciliare a casa o in luogo di cura (art. 47-ter dell’ordinamento penitenziario), ci sono molte possibilità tra le maglie delle norme. Se solo si volessero applicare.
Ma oramai pare che i magistrati che fanno politica siano solo quelli che si schierano pubblicamente contro le nefandezze di Berlusconi, e che tutti gli altri si trascinino con stanchezza utilizzando solo le procedure che creano loro meno responsabilità. Sarebbe bello che la magistratura scegliesse di farsi scudo non solo contro i potenti ma anche a difesa dei deboli. Si fa alta politica e si fa alta società salvando dalla morte un poveraccio che è finito per disgrazia in una delle nostre carceri.

fonte: carta.org

18 aprile 2011

Carmelo Musumeci vince il premio letterario Ciro Principessa

Il Premio letterario nazionale Ciro Principessa, che prende il nome di un giovane militante comunista ucciso da un neofascista nel 1979 ha scelto fra gli undici testi da pubblicare (il volume sarà edito da Odradek col titolo “Sangue rosso e lame nere. Storie di militanza antifascista”) il racconto “Amore rosso” di Carmelo Musumeci, che ha ricevuto il voto unanime di tutta la giuria composta da Cristiano Armati scrittore, Bianca Bracci Torsi responsabile antifascismo Prc, Claudio Del Bello editore, Dino Greco direttore di Liberazione, Citto Maselli regista, Alessandro Portelli docente universitario e autore di saggi sulla Resistenza a Roma.

Al compagno Musumeci i nostri complimenti più vivi anche se ci ha fatto piangere.

17 aprile 2011

A Saviano non piacciono le critiche.

Roberto Saviano ha querelato Liberazione. Una denuncia penale per diffamazione a mezzo stampa è stata depositata nei miei confronti, in qualità di autore degli articoli messi sotto accusa, e del direttore Dino Greco. Sembra che Saviano non abbia gradito il modo in cui ho raccontato, lo scorso 14 ottobre, la vicenda della diffida inoltrata dal centro Peppino Impastato all’editore del suo penultimo libro, La parola contro la camorra. La parola appunto, quella che Saviano dice fin dal titolo di utilizzare come strumento per combattere il crimine organizzato, veicolo di libertà che lui sostiene di difendere contro le molte censure, sempre denunciate ma mai viste; quella parola che distribuisce su tutti i supporti mediatici, a destra e manca degli schieramenti politici, resta legittima solo se da lui pronunciata. La sua parola, intesa come unica parola possibile, che perciostesso esclude le altre, soprattutto se sono critiche nei suoi confronti, se ne raccontano limiti e inesattezze, se ne mettono in mostra la faccia nascosta o molto più semplicemente se dicono: «Noi la pensiamo diversamente da te. Le verità che affermi sembrano prese dal dizionario di monsieur de Lapalisse, per non dire le volte che travalicano la realtà dissolvendosi in fantasie». Come dimostra la sistematica omissione delle fonti che rende impossibile la verifica di quel che scrive. Marta Herling, nipote di Benedetto Croce, l’ha recentemente colto in fallo per aver narrato un aneddoto della vita del filosofo napoletano ripreso da una fonte che - si è poi scoperto - riportava una testimonianza anonima. O ancora, con la denuncia di plagio, solo l’ultima in ordine di tempo, venuta dal settimanale albanese Investigim. Quella parola “altra” che per Saviano non può essere libera ma va confiscata per mezzo dell’intimidazione penale, della richiesta di carcere e dell’accusa di corrività con quelli che lui ha eletto suoi acerrimi nemici mortali, i Casalesi. I suoi critici sono immediatamente considerati amici dei suoi nemici. I familiari e il centro intitolato a Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, animatore a Cinisi di una emittente libera, “Radio aut”, assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, avevano segnalato alcune inesattezze presenti nel suo testo e chiedevano di apportare le dovute correzioni. Messo in discussione come amministratore della storia di un’antimafia che non conosce, anche per evidenti ragioni anagrafiche, Saviano non solo ha opposto uno sprezzante silenzio, un’indifferenza che segnala come il rifiuto di adularlo sia per lui una insopportabile e delittuosa ferita narcisistica, ma non ha impedito ad Einaudi di comportarsi ancora peggio. La casa torinese acquistata da Berlusconi ha minacciato i familiari di ritorsioni legali se non avessero smesso di agitarsi pubblicamente. L’intera vicenda potete trovarla con dovizia di particolari sul sito del centro (www.centroimpastato.it). La querela contro Liberazione appare dunque un diversivo, l’espediente che capovolge l’ordine del problema e per giunta suona come una promessa di punizione contro chi ha osato dare voce alle critiche. Del secondo articolo, un corsivo - apparso il 10 novembre del 2011 - sulla sua prestazione televisiva offerta nella prima puntata di Vieni via con me, non so dirvi molto di più se non che sono assolutamente consapevole d’aver commesso l’imperdonabile crimine di lesa maestà. Ma dovrebbe esser noto che a Liberazione non sono graditi i monarchi, tanto più le monarchie intellettuali. Della questione Saviano ci siamo occupati a partire da quello che Alessandro Dal Lago ha definito «il dispositivo». Una funzione intellettuale che appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker che in Outsiders scrive: «Opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri». Il dispositivo Saviano con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Una macchina da guerra mediatica messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male. Del personaggio Saviano meglio tacere. Gli preferiamo uomini come Vittorio Arrigoni che non si ritenevano depositari di nulla e mettevano in gioco le proprie idee senza imboscarsi dietro potenti gruppi editoriali-finanziari.

Paolo Persichetti

A Paolo Persichetti, al direttore Dino Greco e a tutta la redazione di Liberazione la solidarietà e la vicinanza delle compagne e compagni dell'Osservatorio sulla Repressione.

Patrizia Aldrovandi e tre giornalisti della Nuova Ferrara rinviati a giudizio per diffamazione

Per aver detto e scritto che il fascicolo del primo pubblico ministero Maria Emanuela Guerra era  praticamente vuoto a 4 mesi dalla morte di Federico Aldrovandi, sono stati rinviati a giudizio per diffamazione dal tribunale di Mantova, la mamma del ragazzo, il direttore e due giornalisti della Nuova Ferrara. Il processo è fissato al 1 marzo 2012. Il magistrato ha chiesto un risarcimento di un milione e mezzo di euro.
"Confesso che ho pianto di rabbia e dispiacere, confessa Patrizia, non me l'aspettavo. In questa battaglia per la verità sulla morte di Federico, che ha avuto un primo e parziale riconoscimento, abbiamo sempre usato l'arma della civiltà e del rispetto. Ora mi vogliono processare per aver detto semplicemente quello che è agli atti del processo e nelle motivazioni della sentenza di primo grado del giudice Francesco Maria Caruso".
Insieme alla mamma di Federico sono stati rinviati a giudizio il direttore della Nuova Ferrara Paolo Boldrini e due redattori del quotidiano ferrarese. Agli atti figurano praticamente tutti gli articoli pubblicati dal quotidiano, che fanno riferimento al ruolo del magistrato nella vicenda che il 25 settembre 2005 portò alla morte del diciottenne Federico, durante un controllo di Polizia. Quattro agenti della questura di Ferrara sono stati condannati a 3 anni e sei mesi per eccesso in omicidio colposo. Come fonte di prova della diffamazione, acquisita nel processo, anche una pagina che riporta le fotografie, separate e distinte, di Patrizia Aldrovandi e di Maria Emanuela Guerra. "La madre di Federico, sostengono gli avvocati del magistrato, sembra guardare con tono minaccioso la nostra assistita, gettando in questo modo discredito sul suo operato".
"Mi dispiace per Patrizia, commenta il direttore della Nuova Ferrara Paolo Boldrini, ha già perso un figlio, ha affrontato un lungo e doloroso percorso giudiziario e ora da vittima dello Stato diventa addirittura presunta autrice di un reato contro lo Stato".
"Tra un anno, attacca l'avvocato Fabio Anselmo che difende la mamma di Federico, trasformeremo il processo a nostro carico in un processo contro il sostituto Maria Emanuela Guerra, porteremo le prove del suo operato".
"Se ci dovesse essere, a questo punto non accetterò più nessuna remissione della querela, spiega Patrizia, non abbiamo paura della verità. L'unica condizione è che la signora Guerra chieda scusa a tutti".
Il sostituto procuratore Maria Emanuela Guerra il 14 marzo 2006 lasciò le indagini , le subentrò Nicola Proto. Il 12 dicembre 2009 il figlio del primo magistrato fu condannato per spaccio di droga a due anni e quattro mesi in un'inchiesta denominata " Bad Boys". Le indagini, condotte dalla squadra mobile di Ferrara, scattarono poche settimane prima del 25 settembre 2005. La Nuova Ferrara è stata querelata anche per aver scritto questo.

16 aprile 2011

Giustizia: 18 mesi di carcere per un sospetto… ecco la storia di Massimo Papini

È proprio vero che la vita può cambiare in un momento. Un attimo prima, ad esempio, sei un professionista di successo sulla piazza nazionale. Un attimo dopo un aspirante terrorista, stella nascente della lotta armata. Basta un istante.
Un istante, per sconvolgere un’esistenza serena, normale. E appena ventisette secondi per leggere una sentenza dove si afferma che non è vero niente, che con il terrorismo non c’entri nulla e che le accuse che ti vengono mosse sono del lutto infondate. In mezzo, però, tra quell’istante e quei ventisette secondi, c’è un anno e mezzo di galera, per lo più in isolamento.
Diciotto mesi dietro le sbarre che pesano come macigni, anche da uomo nuovamente libero. Perché non basterà il resto della vita a dimenticarli. Lo sa bene Massimo Papini, scenografo apprezzato e stimato, che, da un giorno all’altro, a ottobre del 2009, si è visto sbattere in prigione con l’accusa di essere un novello brigatista.
Criminale in pectore, pronto a imbracciare le armi sotto le insegne della stella a cinque punte. A suo carico indizi pesantissimi, tracce indelebili. Ovvero, i suoi sentimenti. Quelli nei riguardi di Diana Blefari Melazzi, che aveva amato e alla quale era ormai legato da una tenera e profonda amicizia. Un legane che non si è spezzato neanche davanti ai gravi sintomi di disturbi psichici che la donna, membro delle nuove Br e reclusa in regime di 41-bis, ha iniziato a manifestare in carcere.
Lui ha continuato a starle accanto, nelle lettere e nelle poche ore di colloquio. Quando Diana Blefari Melazzi si impicca nella sua cella a Rebibbia, poco dopo aver ricevuto la notifica della condanna all’ergastolo, Massimo è in galera già da un mese. Vittima di quella sorta di pratica medievale che è la custodia cautelare, spesso usata come strumento per mettere sotto pressione gli imputati affinché confessino i crimini dei quali sono accusati. Massimo però non ha proprio nulla da confessare.
Non li ha mai nascosti né rinnegati, del resto, i suoi sentimenti. E sono proprio i sentimenti a finire sotto processo, insieme ad alcune frequentazioni e percorsi politici intrapresi in gioventù. Frattaglie del passato, suggestioni prive di significato eppure, sufficienti, in un clima da caccia alle streghe e in base a quel residuato degli anni di piombo che è l’articolo 270 bis, a costituire per l’accusa un impianto probatorio.
E a sottoporre l’uomo, presunto colpevole fino a prova contraria, a un regime detentivo per certi versi più pesante del carcere duro imposto a mafiosi e camorristi. Un trattamento simile quasi a un’istigazione al suicidio. Massimo, però, non ha ceduto. Con la sua forza, grazie al sostegno di chi, come Rita Bernardini, è andato a trovarlo in carcere e all’affetto degli amici del Comitato che porta il suo nome, costituito all’indomani dell’arresto per sostenerne l’innocenza, ha superato l’ingiusta detenzione, con grande dignità. Oggi, dunque, è di nuovo un nomo libero, anche se quei diciotto mesi di vita non glieli restituirà nessuno. Neanche le scuse, semmai arriveranno, del ministro dell’Interno che il giorno del suo fermo si affrettò a congratularsi con il capo della Polizia e il prefetto per il successo dell’operazione.

Valentina Ascione da Gli Altri

G8 Genova: depositati motivi della sentenza sulle violenze e le torture alla caserma Bolzaneto

E' stata depositata presso la cancelleria della Corte di Appello di Genova la sentenza che in secondo grado ha portato alla condanna di 44 persone perche', secondo l'accusa, nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 dell'estate 2001, i no-global furono picchiati, umiliati, sottoposti a trattamenti inumani. Il fascicolo che contiene le motivazioni consta di 800 pagine ed e' suddiviso in sette sezioni.
Tra le molte vessazioni subite dai manifestanti che furono condotti durante il vertice G8 nel carcere provvisorio nella caserma di Bolzaneto vi fu anche quella di cantare gli inni fascisti. Secondo i giudici Maria Rosaria D'Angelo, Paolo Gallizia e Roberto Settembre, firmatari della sentenza d'appello depositata oggi a Genova, "L'imposizione di inneggiare al fascismo - si legge in un passaggio delle motivazioni del dispositivo - insieme con il canto da parte degli aguzzini di canzoni del regime come 'Faccetta nera', e il richiamo allo sterminio degli ebrei non e' solo manifestazione nostalgica di quel sistema politico, ma comporta un chiaro messaggio simbolico sui destinatari delle sevizie, identificati come vittime destinate alla sopraffazione, in modo tale, da un lato, di accrescere il terrore di subire la tortura da parte di chi non ha pieta' e non deflette dai suoi obiettivi fino alle estreme conseguenze, e dall'altro, di rafforzare lo spirito di gruppo dei seviziatori.
"Toccafondi vide, seppe e capi'". Giacomo Toccafondi era il medico responsabile dell'area sanitaria all'interno della caserma di Bolzaneto durante il vertice G8 del 2001 di Genova. In appello e' stato condannato a un anno e due mesi di reclusione (con sospensione della pena).
La sua permanenza continua all'interno della caserma durante i giorni in cui fu trasformata in un carcere provvisiorio e la continuita' del suo impegno hanno spinto i giudici della corte d'appello di Genova a considerare impossibile che lui non fosse stato al corrente delle violenze patite dai detenuti.
"Toccafondi - si legge nella sentenza - vide, seppe e capi' che le persone offese che venivano condotte davanti a lui, trascinate, umiliate, percosse, spesso gia' ferite, atterrite, infreddolite, affamate, assetate, sfinite dalla mancanza di sonno, preda dell'altrui capriccio aggressivo e violento, sostanzialmente gia' seviziate, venivano ulteriormente seviziate in sua presenza". Specificano i giudici che "per sevizie, s'intende il complesso di gesti e di parole attraverso le quali la persona veniva fatta denudare, con l'imposizione violenta della postura del corpo, veniva costretta a subire una perquisizione che vedeva la distruzione di molti effetti personali doveva esporre la propria nudita' a molte persone, subiva spesso percosse da agenti che eseguivano materialmente la perquisizione, e non venivano sottoposti a una normale indagine clinica ne' ricevano assistenza ne' conforto". Al contrario, ricordano i giudici che il medico "spesso si accaniva sui pazienti" che in certi casi aveva anche schiaffeggiato. "Nulla fece Toccafondi - concludono i giudici - per determinare una diversa modalita' di approccio da parte degli altri sanitari, violando cosi' il suo dovere di garanzia che discende dall'articolo 40 cp. Ne consegue allora e ulteriormente che Toccafondi anche quando si allontanava dal sito era del tutto consapevole che le modalita' di approccio alle persone condotte in infermeria non mutavano".

La Corte di Appello di Genova ha presentato anche le motivazioni della sentenza per le violenze avvenute durante il G8 del 2001. Per i giudici l’ex vicecapo della Digos Alessandro Perugini era a conoscenza di quanto stava succedendo ai dimostranti fermati. “Aveva –si legge- l'assoluta contezza dell'antigiuridicità delle condotte che, anche nella percezione intellettiva del pubblico ufficiale, vengono percepiti come fatti estranei al sistema giuridico dei Paesi occidentali, caratterizzato questo da principi insuperabili di garanzie all' integrita' fisica e morale del soggetto e al diritto di non essere privati della liberta' senza la pronuncia di un'autorità giudiziaria''.

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Venerdì sono state rese pubbliche le motivazioni del processo d'appello per le torture di Bolzaneto, processo che si era concluso con 44 condannde tra poliziotti, carabinieri, guardia di finananza e personale sanitario.Durissime le parole dei giudici, non solo verso chi ha praticato le torture, ma anche verso i tanti pubblici ufficiali che hanno inneggiato al fascismo e al nazismo:

«Richiamarsi platealmente al nazismo e al fascismo, al programma sterminatore degli ebrei, alla sopraffazione dell’individuo e alla sua umiliazione, proprio mentre vengono commessi i reati contestati o nei momenti che li precedono e li seguono, - affermano i giudici -esprime il massimo del disonore di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale......Questo richiamo ai principi posti a fondamento dei regimi sterminatori razzisti non è solo condotta antitetica ai principi e ai valori costituzionali ......... ma costituisce il più infimo grado di abiezione di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale della Repubblica italiana che ha prestato giuramento di fedeltà alla sua Costituzione».
Le motivazioni della Corte d'appello mostrano con grande chiarezza che nella caserma di Bolzaneto nel luglio 2001 fu praticata la tortura. A questo punto non è più possibile tacere, minimizzare, fare finta di nulla.
Abbiamo diritto di sapere dai vertici delle forze dell'ordine, dai responsabili politici e anche dall'ordine dei medici se i responsabili dei fatti accertati dai pm e sanzionati dalla Corte d'appello siano ancora in servizio; se intendono o no ripudiare simile condotte; se intendono o no scusarsi con le vittime dei soprusi e con tutti i cittadini. Abbiamo diritto di chiedere al parlamento l'approvazione di una seria legge sulla tortura.
Nel luglio 2001 a Genova furono violati i principi cardine della democrazia, e decine di agenti, funzionari e dirigenti delle nostre forze dell'ordine sono stati condannati in secondo grado per gli abusi commessi. Eppure nessuno di costoro è stato rimosso. Alcuni occupano tuttora posizioni di altissimo livello. E' una vergogna sempre più intollerabile, che mina la credibilità delle istituzioni democratiche.
In qualsiasi paese civile, le parole scritte oggi dai giudici, sarebbero un punto di partenza per un radicale ricambio ai vertici delle forze dell'ordine e per l'avvio di una riforma che porti trasparenza e più cultura democratica all'interno degli apparati di sicurezza.

Vittorio Agnoletto - nel 2001 portavoce del Genoa social Forum
Lorenzo Guadagnucci - Comitato Verità e Giustizia per Genova

15 aprile 2011

Bologna: Free movement day, studenti manganellati sotto la sede Atc

Si è svolto questa mattina il corteo promosso dal Collettivo autonomo studentesco (Cas) che, partito da piazza XX Settembre, ha raggiunto la sede Atc di via Saliceto per ottenere risposte sulle rivendicazioni della campagna “Atc non puoi rubarci la città”. Oltre 100 studenti hanno attraversato il ponte di via Matteotti dietro lo striscione “Freedom of movement”. Tra gli slogan: “Noi il biglietto non lo paghiamo” e “Sutti stiamo arrivando”, in riferimento al presidente dell’Atc Francesco Sutti.
Arrivati alla sede Atc, subito presidiata dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa, una delegazione di studenti è riuscita ad entrare ed avere un incontro con Sutti, che però- riferisce il Cas- non ha dato risposte scaricando tutte le responsabilità sulla Regione Emilia Romagna. Gli studenti hanno quindi chiesto che Sutti scendesse per parlare di fronte a tutti i manifestanti, ma la richiesta è stata respinta. “Allora saliamo noi”, la risposta degli studenti, che si sono avvicinati ai cordoni dei Carabinieri. A quel punto sono partite diverse manganellate, che però non sono riuscite a far disperdere i manifestamti. Gli studenti sono quindi ripartiti in corteo percorrendo via Matteotti e via dell’Indipendenza fino a raggiungere piazza Nettuno. La sede del Comune, nel frattempo, è stata letteralmente blindata.

fonte: zic.it

Ciao, Vittorio.

Vittorio Arrigoni è morto. Il suo corpo è stato trovato questa notte intorno alle 1.50 in un'abitazione nella Striscia di Gaza, nella periferia di Gaza City. La notizia è stata dapprima diffusa da fonti di Hamas e poi confermata da un'attivista dell'International Solidarity Movement, l'italiana Silvia Todeschin. Hamas, il movimento islamico che controlla il territorio della Striscia non è riuscito a mediare per la sua liberazione. Le forze di sicurezza di Hamas hanno circondato l'area nella quale era detenuto Vittorio, dando luogo a un'irruzione armata, in seguito alla quale alcuni militanti salafiti sarebbero stati feriti, altri due militanti sarebbero stati arrestati, mentre altri sarebbero ricercati. Non è chiaro come Vittorio sia stato ucciso. Silvia Todeschin, attivista dell'International Solidarity Movement, ha riconosciuto il corpo alle 3.10. Ha raccontato a PeaceReporter che - secondo quanto le è stato riferito dalla sicurezza di Hamas - Vittorio sarebbe morto qualche ora prima del loro arrivo.
Vittorio era la nostra voce a Gaza, che parlava sotto le bombe, raccontando quello che vedeva con ironia e umanità, senza filtri. Una voce scomoda per i signori della guerra, di tutte le fazioni, sempre dalla parte degli ultimi e sempre a favore di una pace giusta. Vittorio è morto nella sua Gaza, una prigione a cielo aperto dove vive in condizioni di apartheid un milione e mezzo di palestinesi. Non sappiamo se a ucciderlo siano stati davvero i salafiti della fantomatica e finora sconosciuta «Brigata Mohammed Bin Moslama», o se Vittorio sia rimasto vittima di un'operazione decisa in qualche stanza dell'intelligence israeliana. Quello che invece sappiamo senza alcun dubbio è che la sua morte priva la pace di uno dei figli migliori e per questo, stringendolo forte in un abbraccio ideale, rilanciamo con rabbia e dolore il suo "Restiamo umani". Ciao Vittorio, uomo, compagno, fratello. Oggi piangiamo la tua morte, ma nessuno trascuri le lacrime che ci bruciano il viso, nessuno sottovaluti la nostra rabbia.

Le compagne e i compagni dell'Osservatorio sulla Repressione

Il blog di Vittorio

Il carcere continua a fare vittime: 8 morti da inizio aprile, di cui 6 per suicidio e 2 per "cause da accertare"

Il bilancio delle morti “di carcere” si aggrava di giorno in giorno: almeno 45 reclusi e 2 agenti hanno perso la vita nel 2011 e l’avverbio “almeno” sta a significare che alcuni casi potrebbero non essere ancora emersi.
Di queste 47 persone, 20 si sono sicuramente suicidate (18 detenuti e i 2 poliziotti), altre 17 sono morte per malattia, mentre per 10 casi sono in corso indagini volte all’accertamento delle cause del decesso.
Il nostro monitoraggio è indipendente rispetto alle istituzioni penitenziarie, che eventualmente vengono contattate solo per avere conferma o meno delle notizie raccolte attraverso la nostra rete di collaboratori.
In assenza di notizie ufficiali per quanto riguarda le morti in carcere (l’ultimo Bollettino Penitenziario reso pubblico - report che raccoglie anche i cosiddetti “eventi critici” - risale addirittura al 2007) abbiamo il timore che alcuni casi rimangano ignoti.

GLI ULTIMI CASI RACCOLTI

Adriana Ambrosini, 24 anni, Opg Castiglione delle Stiviere (Mn)
Avrebbe potuto succedere anche alla vicenda di Adriana Ambrosini, una ragazza di 24 anni che la sera di domenica 3 aprile 2011 si è tolta la vita nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mn). Adriana, originaria della Provincia di Pavia, era all’Opg per scontare due anni di internamento, di cui uno era già trascorso: non aveva mai mostrato aggressività verso se stessa, né segnali di depressione. A scatenare la reazione estrema, forse, il trasferimento in un’altra struttura di una compagna di detenzione.
Si è uccisa approfittando della pausa-cena, in cui i vigilanti erano impegnati a sorvegliare gli altri internati: si è allontanata dalla mensa con una scusa, ha raggiunto la sua stanza e lì si è impiccata con un lenzuolo agganciato alla finestra.
Nell’Opg di Castiglione delle Stiviere, considerato un istituto-modello, il precedente suicidio risaliva a 16 mesi fa; l’11 dicembre 2008 un 27enne originario di Rieti si impiccò in cella, di lui abbiamo solo le iniziali: T.G. Ma il caso più misterioso è quello di Katiuscia Favero, una ragazza di 30 anni che fu ritrovata impiccata ad una recinzione del giardino interno alla struttura il 16 novembre 2005: per gli investigatori si trattò di un suicidio, per la madre fu un omicidio. Katiuscia, prima di essere internata all’Opg, era stata detenuta alcuni mesi nel carcere fiorentino di Sollicciano e poi ricoverata in un Reparto Psichiatrico Ospedaliero, dove aveva denunciato di essere stata violentata, ma l’unico risultato della sua denuncia fu il trasferimento a Castiglione delle Stiviere.

Cittadino Romeno, 58 anni, Opg Aversa (Ce) - 13 i decessi negli ultimi 4 anni: la struttura è sotto indagine
Ieri, grazie al lavoro dell’Associazione Antigone Campania, si è avuta notizia del suicidio di un romeno di 58 anni nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa (Ce), che si è tolto la vita impiccandosi nel bagno della cella. L’uomo, ritenuto incapace di intendere e volere in un procedimento per il reato di omicidio, era stato quindi prosciolto per “infermità di mente” e sottoposto alla misura di sicurezza dell’internamento in Ospedale Psichiatrico Giudiziario per un periodo di 5 anni.
La misura di sicurezza, tuttavia, era stata prorogata di altri 5 anni, e la notizia gli era arrivata il giorno precedente al suicidio, facendolo sprofondare nella disperazione.
Il 58enne a termini di legge avrebbe potuto ottenere il ricovero in una Comunità Psichiatrica esterna al circuito penitenziario, ma non arrivò mai alcuna disponibilità ad accoglierlo nelle strutture della Regione di provenienza, poiché l’Asl di riferimento non lo poteva o non lo voleva assistere.
Nell’Opg di Aversa il precedente suicidio risale allo scorso 5 gennaio, quando si uccise Massimo B., di 32 anni. Il 4 agosto 2010 vi morì Stefano Crocetti, di 42 anni, per cause ancora non accertate. Il 21 dicembre 2009 si impiccò Pierpaolo Prandato, di 45 anni e allo stesso modo finì i suoi giorni Vincenzo Nappo, di 43 anni, il 9 giugno 2009. Il 16 settembre 2008 un’altra morte per “cause da accertare”, quella di Massimo Morgia, 37 anni. Il 28 marzo 2008 si suicidò Said Mouaouia, tunisino di 36 anni. Il 29 gennaio 2008 toccò a Vincenzo Romano, di 35 anni, il 4 gennaio 2008 il 26enne Fabrizio P. Il 30 novembre 2007 si uccise Antonio Romanelli, 57 anni, il 12 aprile dello stesso anno il 50enne Gianluigi Frigerio. Il 7 marzo 2007 morì in cella per AIDS Antonino M., di 43 anni, e il 29 gennaio il marocchino Derri Hajaj per “arresto cardiocircolatorio”.
In poco più di 4 anni 13 persone sono morte nell’Opg di Aversa, su questi decessi e più in generale sulle condizioni della struttura è in corso un’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere, coordinata dalla dott.ssa Raffaella Capasso.

Cittadino Italiano, 60 anni, Casa Circondariale di Prato
Un detenuto di 60 anni, che stava scontando una pena di nove anni alla Dogaia, è morto mercoledì scorso, 36 ore dopo essere stato sottoposto a un intervento per un'ernia inguinale. Secondo quanto è stato riferito dall'Asl, l'intervento chirurgico era perfettamente riuscito e il paziente, controllato dalla polizia penitenziaria, era stato riportato in carcere. Apparentemente il detenuto stava bene e non avrebbe mostrato alcun sintomo di altri disturbi. Poi la morte improvvisa, forse dovuta a un problema cardiaco.

Poliziotti penitenziari morti nel mesi di aprile

Antonio Parisi, 40 anni, Caltagirone (Ct)
Il 12 aprile 2011 si è suicidato l'assistente capo della Polizia penitenziaria Antonio Parisi, 40 anni, effettivo in servizio nella casa circondariale di Caltanissetta, era attualmente distacco alla Casa circondariale di Caltagirone. L’uomo, che doveva iniziare il suo turno di servizio, ha accostato la macchina al ciglio della strada e si è impiccato a un albero.

Ruggero Porta, 42 anni, Mamone (Nu)
Il 9 aprile 2011 un assistente capo della Polizia penitenziaria, Ruggero Porta, 42enne, in servizio alla Casa Reclusione di Mamone Lodè (Nuoro) si è suicidato con la pistola di ordinanza. Ne dà notizia la segreteria nazionale della Uil-Penitenziari. L'agente penitenziario era effettivo presso la Casa Circondariale di Brescia Canton Mombello ma da circa dieci anni era stato distaccato presso la struttura penitenziaria di Mamone. Il suicidio è avvenuto in un appezzamento agricolo di proprietà sito in Sardala (Ca).

fonte: Ristretti Orizzonti

13 aprile 2011

Omicidio Verbano, spunta un nuovo dossier

L'apparizione improvvisa dalla polvere del passato di un nuovo schedario sui militanti dell'estrema destra romana. E' questo il nuovo colpo di scena nella vicenda della morte di Valerio Verbania, il giovane militante dell'Autonomia ucciso il 22 febbraio di 31 anni fa nella sua abitazione da un commando di suoi coetanei di fede fascista, che si firmò con la sigla dei Nuclei armati rivoluzionari. Non sono stati i carabinieri del Ros a trovarlo, nonostante lo stessero cercando da giorni. Una perquisizione era stata condotta di recente in un box legato alla famiglia di un vecchio amico di Valerio morto nel frattempo. Il dossier è stato consegnato alla madre di Valerio dopo che dal suo blog e su Fb, il 24 marzo aveva lanciato un appello ai vecchi compagni di suo figlio: «Se avete della documentazione, vi prego fatemela avere è molto importante per le indagini». Carla Verbano aggiungeva che avrebbe mantenuto il più stretto riserbo su chi gliel'avrebbe fatta pervenire. E così Il primo aprile scorso un giovane ha suonato al citofono di Carla Rina Verbano: «Signora le devo consegnare una cosa». Il ragazzo è salito fino alla porta di casa ed ha lasciato un grosso borsone: «E'per lei». Poi è subito sgusciato via. Sarà anche una versione di comodo, ma poco importa. Dentro c'erano due grossi raccoglitori e una rubrica marrone che all'interno, sulla prima pagina, riporta la scritta «onore al compagno Valerio Verbano caduto sulla strada che porta al comunismo». Il materiale risulta aggiornato fino al 1982. Si tratta di un lavoro molto pulito. Le singole schede, dei fogli A4, sono conservate in camice di plastica, le note sono dattilografate in modo ordinato, la data è impressa con un timbro. Gli aggiornamenti sono battuti con un'altra macchina, il che lascia pensare che vi abbiano lavorato più persone in tempi diversi. Nessun appunto è a mano. Un lavoro da professionisti. La sensazione è che si tratti di un archivio nel quale sono confluiti differenti dossier sui fascisti presenti sulla piazza romana, compreso quello meno ordinato che venne sequestrato a Verbano. Alcune schede contengono informazioni con la dicitura: «Tratto dal lavoro del compagno Valerio Verbano». Tono deferente che porta a ritenere questo lavoro successivo alla sua morte, messo in piedi per dare una risposta risolutiva all'attivismo aggressivo dei neofascisti romani. I due raccoglitori contengono dei sottofascicoli suddivisi per zone della Capitale: Roma Est, Sud, Nord, Colle oppio, Monteverde, Eur, Centro, Testaccio-Aventino, Paioli, piazza Muscolo, piazza Bologna, piazza Indipendenza. Nella rubrica un indice indica la presenza di Nomi (circa 900 con relative zone di provenienza), numeri di targa e proprietari corrispondenti, luoghi di ritrovo, storia e vita dei Nar, approfondimenti su piazza Tuscolo, aggiornamenti sul quartiere Trieste relativi al periodo tra il 1980-82. Per volere di Carla Verbano l'intero materiale è stato consegnato alla procura dal legale, Flavio Rossi Albertini, che nel frattempo si è visto rifiutare la richiesta di copia delle parti del dossier Verbano presenti nel fascicolo perché in questa fase sarebbero «ancora coperte da segreto istruttorio». Documenti che pure sono filtrati sul Corriere della sera e poi sulle nostre pagine. Questa mole di carte riemerse almeno su un punto cominciano a fare chiarezza: il dossier c'entra molto poco con la morte di Verbano. La dietrologia, le connessioni tra apparati e ambienti della criminalità non trovano conferme, se non su aspetti già ampiamente noti. I carabinieri poi seguono una ipotesi investigativa molto diversa dalla cortina fumogena di nomi e ambienti apparsi sui media nelle scorse settimane. La pista imboccata è quelle della vendetta legata alla morte di Cecchetti. Le loro indagini si concentrano attorno ad un gruppo di neofascisti che frequentavano un noto locale di Talenti. Ma c'è dell'altro l'inchiesta su Verbano rischia di essere è una sorta di matrioska, che al suo interno può riservare altri sviluppi d'indagine questa volta sul fronte opposto. Nell'area dell'antagonismo romano cominciano a farsi strada le prime perplessità. C'è chi comincia a prender coscienza che "l'antifascismo giustizialista" non porta da nessuna parte se non al rischio di nuovi arresti a distanza di oltre 30 anni sulla base di indizi labili di persone distanti anni luce da quelle vicende.

Paolo Persichetti

DO YOU REMEMBER IL 14 DICEMBRE A ROMA ? CONTINUANO I PROCESSI !

Il 12 aprile al Tribunale di Roma/2° sezione, si è svolta un’altra udienza del processo che vede imputati una parte dei giovani arrestati il 14 dicembre , 6 dei 23 - 3 genovesi e 3 romani, tra i romani Mario Miliucci - a sostegno degli inquisiti, presenti un drappello di compagni/e.
Per questo troncone la prossima udienza sarà il 29 settembre : mentre per altri 12 compagni/e, suddivisi in 2 sezioni , le udienze inizieranno il prossimo 6 giugno.
Le lotte non si processano , liberi/e tutti/e

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