10 aprile 2011

La famiglia di Carlo Saturno non crede al suicidio in cella. Dagli abusi al minorile alla morte al Policlinico

«Non smetto mai di guardare la foto dove stiamo tutti insieme e mi viene da piangere perché ho tanta paura, non so quando vi posso riabbracciare, non so quando uscirò, non so niente e questo mi fa stare molto triste, non provo più un pizzico di felicità». L'ultima lettera di Carlo Saturno a una delle sorelle restituisce un'immagine che non coincide con la scarna versione ufficiale a proposito di un detenuto così spavaldo da essere spedito in isolamento dopo una «colluttazione in carcere con alcuni agenti». Un sovrintendente avrebbe una frattura alla mano. In quella lettera, Carlo confessava di essersi tagliato le vene per la pressione prepotente delle "guardie". Era il 18 marzo. Dieci giorni dopo finirà in isolamento, arrestato in carcere per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Quando il gip gli convalida la misura, Saturno è già in coma con le linee della vita piatte sugli schermi dei macchinari che lo tenevano in vita al Policlinico di Bari. Il 30 marzo lo hanno trovato appeso a un letto a castello di due metri, lui che era alto 1 e 72, impiccato con le lenzuola. Morirà il 7 aprile. La procura indaga contro ignoti per istigazione al suicidio e ha identificato i carcerieri di turno. I familiari non credono al suicidio ma dietro le sbarre ogni suicidio è un omicidio di Stato. E qui i misteri ci sono e un medico legale sarà incaricato stamattina dell'autopsia. E' lo stesso che aveva detto che i segni sul collo di Saturno, 22 anni, erano compatibili sia con le lenzuola sia con un eventuale strangolamento. Carlo si sarebbe impiccato all'ora del passeggio ma l'addetto alla conta non si sarebbe accorto della sua assenza. C'è da capire anche la tempistica dei soccorsi.
Il portavoce della famiglia è un cugino che abita a Ceglie del Campo ed è lui che racconta di sette fratelli, tre dei quali ancora minorenni e sparsi in affidamento, di un padre morto di cancro a 39 anni nel 2002 e una madre a cui stata sottratta la potestà sui figli. .
La biografia del 22enne, per la prima volta in carcere a 14 anni, sembra un trattato su un «sistema che fallisce ogni giorno», come spiega a Liberazione, Mariapia Scarciglia di Antigone. Al minorile di Lecce, Carlo è incappato in una "banda" di nove guardie che, secondo l'accusa di un pm, terrorizzava i piccoli detenuti ma pure il personale che non fosse stato d'accordo con certi metodi. Tra le parti civili ci sono anche l'ex direttore, un medico, un'educatrice e una poliziotta. Al processo, Carlo era stato quello con più coraggio. «E aveva ricordato di quando uno schiaffo gli ruppe il timpano. Al mattino il cuscino era pieno di sangue ma non lo vollero mandare in infermeria. A volte era costretto a dormire nudo in isolamento, sena nemmeno un materasso», dice Nazareno Dinoi, direttore del quotidiano La voce di Manduria, la cittadina in cui è cresciuto Saturno. Processo rinviato a giugno 2012 ma solo per prendere atto della prescrizione avvenuta. Che Carlo «era sempre in guerra con le guardie», - lo ricorda anche suo cugino: «il giorno prima di essere trovato in fin di vita, aveva avuto una discussione con un poliziotto penitenziario perchè, ci dicono, rifiutava di essere trasferito in un altro padiglione del carcere di Bari». Ma sarebbe stato picchiato anche nel carcere di Taranto, davanti all'avvocato d'ufficio che lo difendeva, Antonio Liagi. Così rivelava ieri un giornale barese on line. Era stato arrestato nel corso di un blitz il 10 febbraio 2009 e il 3 marzo dell'anno appresso la sua legale di fiducia, Tania Rizzo, aveva richiesto la modalità protetta.
Da Lecce, però, era come se in ogni prigione ci fosse qualcuno ad aspettare Carlo, preceduto dalla sua fama di parte civile.
Il resto è puro copione: il Sappe, sindacato degli agenti di custodia si dice «frastornato dal clamore mediatico» che «con un abile regia» avrebbe ribaltato i ruoli tra vittime e carnefici. Il Governatore di tutte le Puglie (dove la sanità penitenziaria non è mai decollata), puntualissimo, ha incontrato i familiari di Saturno per le condoglianze, ha recitato dei versi ai giornalisti sull'«ordinario e diffuso Medioevo che forse per esorcizzare la pena del vivere non sfugge agli smottamenti verso la pena delle pene: la privazione della dignità e della speranza». E ha promesso che nelle prossime settimane nominerà il Garante che i detenuti aspettano dal 2006.

Checchino Antonini da Liberazione

8 aprile 2011

ALFA di ARESE: poliziotti picchiano gli operai

Giustizia: "caso Papini", una vicenda esemplare di giustizia dell’emergenza

Conferenza stampa a Montecitorio. I legali denunciano: "Quello di Papini è stato un processo ai sentimenti. Quando venne arrestato, la Digos di Bologna sapeva già da un anno, grazie alle intercettazioni telefoniche, che andava in carcere a trovare la Blefari con l’accordo della direzione dell’istituto di pena per tentare di impedire i suoi propositi suicidari dichiarati in una lettera. L’inchiesta è stata una montatura". Dopo l’assoluzione crolla il teorema accusatorio messo in piedi dai pm bolognesi che hanno pilotato da lontano anche l’inchiesta romana e il processo. I magistrati dovrebbero archiviare la sua posizione nell’inchiesta sull’attentato a Marco Biagi, ma sotto le due torri esiste una delle peggiori procure d’Italia.
Chissà cosa avrebbe pensato il marziano di Flaiano se fosse atterrato ieri mattina davanti a Montecitorio? Mentre i post-girotondini del popolo viola presidiavano la piazza per protestare contro il modo in cui il governo e la sua maggioranza parlamentare affrontano i temi della giustizia, srotolando un tricolore lungo circa 60 metri per dare inizio alla giornata della democrazia accanto a molte bandiere dell’Italia dei valori, FdS e Sel, dentro la Camera si teneva una conferenza stampa quasi deserta sul caso di Massimo Papini: uno degli esempi drammaticamente più concreti di come si esercita la giustizia in Italia. 17 mesi e 23 giorni di carcere duro in custodia preventiva, quando andava bene in regime di alta sicurezza nel braccio speciale di Siano, in Calabria, dove sono rinchiusi una parte dei detenuti politici di sinistra; altrimenti in regime di totale isolamento, peggio del 41 bis, quando durante i lunghi mesi del processo era appog giato al piano terra del reparto G12 di Rebibbia. Sempre solo in un cubicolo, senza diritto alla socialità con altri detenuti, e con le ore d’aria (per così dire) da passare in un rettangolo di cemento di pochi metri quadrati circondato da alte mura e con il cielo coperto da una grossa griglia metallica. Tutto questo per un’accusa senza fondamento: aver fatto parte delle cosiddette “nuove brigate rosse”, solo perché non aveva rinunciato ad assistere la sua ex fidanzata, Diana Blefari Melazzi, precipitata dopo l’arresto nel labirinto della sofferenza psichiatrica. Strada senza ritorno sfociata nel suicidio, poche settimane dopo l’arresto di Massimo, il 31 ottobre 2009. Una morte quasi indotta da una persecutoria volontà di sfruttare la sua malattia come una opportunità per le indagini. "Assolto per non aver commesso il fatto" hanno stabilito lo scorso 23 marzo i giudici della prima corte d’assise di Roma, ribadendo che la solidarietà, anche per chi è stato dichiarato colpevole, non è reato. Un caso "paradigmatico" hanno spiegato i suo legali, Caterina Calia e Francesco Romeo presenti alla conferenza stampa insieme a Gianluca Peciola, consigliere provinciale Sel e alla deputata radicale (lista Pd) Rita Bernardini, che ha seguito il caso, incontrato più volte Papini in carcere e portato radio radicale a registrare le udienze del processo. Attenzione mediatica che ha infastidito molto la pubblica accusa. Tra i banchi solo qualche sparuto giornalista e gli amici di Massimo, animatori del comitato che l’ha sostenuto nei suoi 17 mesi di detenzione.
La piazza era piena ma la sala era vuota. Eppure si parla tanto di giustizia al punto che – direbbero i sociologi – questo tema è divenuto il maggiore repertorio di mobilitazione dell’azione politica. Fa scorrere fiumi d’inchiostro, riempie tg e salotti televisivi, ma quando ci si trova di fronte a casi concreti l’interesse svanisce. Davvero una strana idea di giustizia: la destra che grida alle toghe rosse e vede complotti delle procure ovunque si allinea subito dietro l’azione repressiva della magistratura, quando questa si riversa contro soggetti estranei al mondo imprenditoriale, alle classi possidenti; la sinistra, che inneggia alla costituzione e si erge a paladina delle legalità, perde vista, udito e parola di fronte agli abusi, per non parlare del carattere sistemico delle pratiche inquisitorie condotte dalla magistratura inquirente, grazie anche ad una legislazione speciale che gli offre mano libera. Insomma ci si agita molto per non fare nulla. L’arena giudiziaria appare solo il luogo dove si è trasferito lo scontro politico. Alla fine, della giustizia, della giustizia giusta, delle garanzie, non interessa a nessuno. Vince solo la demagogia penale: in galera tutti meno quelli che ci mandano gli altri. E così vicende come quelle di Papini restano sullo sfondo, ignorate. Nessuno chiederà conto alla procura di Bologna che – è già accaduto in altri casi – ha pilotato da lontano l’arresto di Papini e il processo, occultando prove a discarico dell’imputato, come ha denunciato l’avvocato Romeo. Nessuno vorrà sapere perché i testi citati dalla difesa sono stati inchiestati durante il processo, al punto da dover temere che l’azione difensiva fosse diventata un delitto. Il marziano di Flaiano non ha esitato, ha ripreso il volo disgustato.
 
Paolo Persichetti

Varese: Si è aperto il processo per il “caso Uva e c’è un nuovo imputato

Il processo per la morte di Giuseppe Uva si è aperto ieri, a poco meno di tre anni da quella notte maledetta, ma la notizia è un’altra: perché la procura chiama ora a risponderne per colpa professionale anche un altro medico, il terzo, dopo lo psichiatra Carlo Fraticelli, (contro il quale è intestato il processo), e Matteo Catenazzi (medico operante in pronto soccorso, sul cui non luogo a procedere pronunciato in sede di udienza preliminare pendono ricorsi per cassazione da parte della stessa procura varesina, della procura generale e delle parti civili).
È la dottoressa Enrica Finazzi, psichiatra, già interrogata dai pm Agostino Abate e Sara Arduini, per la quale è stata formulata formale imputazione per cooperazione colposa nella morte di Giuseppe Uva con gli altri due medici dell’ospedale di Circolo che gli somministrarono dosi massicce di calmanti nonostante fosse in stato di alterazione alcolica. L’interazione di quei farmaci con l’alcol, secondo la procura, è la causa che ha condotto alla morte dell’artigiano varesino. avvenuta il 14 giugno 2008.
La notizia non è propriamente un colpo di scena, perché già il giudice per l’udienza preliminare Cristina Marzagalli aveva individuato la presenza di un referto redatto da un terzo medico. Il professionista era stato convocato in procura ancora a gennaio, ed ora i pm Abate e Arduini hanno chiuso le indagini, chiedendone appunto il rinvio a giudizio.
Peraltro, proprio il referto a firma della dottoressa Finazzi, medico specialista, che indicava come necessaria la somministrazione a Uva di farmaci antipsicotici (Talofen e Farganasse IM), è la ragione principale per la quale il dottor Catenazzi (difeso dagli avvocati Gianfranco Orelli e Andrea Orelli), era stato prosciolto: proprio perché quest’ultimo aveva chiesto il consulto dello specialista.
Presieduto dal giudice Orazio Muscato, ieri si è dunque aperto il processo contro lo psichiatra comasco Carlo Fraticelli, contumace, difeso dall’avvocato Renato Piccinelli. Udienza riservata alla formazione del fascicolo (il dibattimento si apre il 30 aprile), con richiesta di ammissioni prove e testi avanzate dalle parti. Si è conclusa quattro ore dopo con la riserva da parte del giudice sull’istanza più importante: una nuova perizia per determinare la causa della morte di Giuseppe Uva, se necessario con la riesumazione del cadavere, come chiesto dagli avvocati di parti civili Fabio Anselmo e Alessandra Pisa.
Sono stati ammessi, su richiesta del pm Abate, la cartelle clinica, tre file audio delle chiamate alle centrali operative di 112, 113 e 118, e 26 fotografie dell’esame autoptico. Ammessi, su richiesta dell’avvocato Piccinelli, il documento che le procedure per la contenzione fisica in ospedale, oltre a due consulenti di parte: con il loro ingresso nel processo sale a 10 il numero di periti. Anche in virtù di questa considerazione, il giudice non se l’è sentita di disporre una nuova perizia (contro la quale, oltre al pm si era espresso anche l’avvocato di Fraticelli). La posizione dei parenti di Uva, che adombrano responsabilità terze, in particolare per quanto avvenuto durante il periodo trascorso da Uva al comando provinciale dei carabinieri di via Saffi, è nota, ed ha contribuito a creare il “caso Uva”. Peraltro, prima dell’avvocato ferrarese Anselmo, noto per la vicenda Aldovrandi, si erano rivolti, in successione, ad altri due legali varesini che, con un propri periti, erano addivenuti alle stesse conclusioni della procura.

fonte: La Provincia

Carceri: Carlo Saturno muore dopo 7 giorni di coma; si indaga per istigazione al suicidio. Per la sorella Carlo è stato ucciso in carcere

Si indaga per istigazione al suicidio, per la morte avvenuta questa mattina di Carlo Saturno, il giovane detenuto del carcere di Bari trovato dalla polizia penitenziaria con un cappio al collo fatto con un lenzuolo.
Secondo le indagini del pm Isabella Ginefra e dell’aggiunto Pasquale Drago, il giovane potrebbe essere stato indotto al suicidio da persone che al momento risultano ignote. Il fascicolo della Procura, infatti, è passato da modello 45, indagine conoscitiva, a modello 44, ossia contro persone da identificare.
“I segni sul collo sono esclusivamente compatibili con il lenzuolo - tiene a precisare il medico legale Francesco Introna, smentendo categoricamente la notizia di stampa diffusa questa mattina da un quotidiano. Hanno scritto falsità, non ho mai sollevato dubbi su come sia avvenuto il soffocamento e comunque non ho avuto alcun mandato formale né ho depositato alcuna perizia”.
Dunque sarebbe confermato, per il momento, che Saturno si sia suicidato, ma su istigazione di qualcuno. Ma di chi? Senza muovere accuse, sembra che alcune ombre si siano estese su alcuni agenti della polizia penitenziaria di Bari. Secondo la Procura, prima del suicidio il giovane sarebbe stato picchiato da alcuni agenti. I motivi non sono ben chiari, anche se si ipotizza che possano essere sorti contrasti quando fu deciso il trasferimento di cella di Saturno. In quell’occasione, fu disposto il trasferimento nella cella di isolamento.
Agli atti, poi, risultano alcuni trascorsi sempre con la polizia penitenziaria. Quando Saturno era rinchiuso nel carcere minorile di Lecce, sarebbe stato picchiato da alcuni agenti della penitenziaria. Per quell’aggressione è ancora in corso un processo per lesioni, contro nove agenti del carcere di Lecce. Al momento, dunque, la Procura vuole accertare se dietro il suicidio del giovane, ci siano state pressioni da parte di alcuni agenti della polizia penitenziaria.
Perquisizioni sono in corso nel carcere di Bari da parte della polizia giudiziaria su disposizione della Procura,  La polizia giudiziaria sta acquisendo fascicoli e documentazione utili a ricostruire i giorni precedenti a quello che sembra essere un suicidio. Dopo la morte, avvenuta questa mattina nel reparto di rianimazione del Policlinico di Bari, la Procura ha modificato l'iscrizione del fascicolo d’inchiesta che fino a ieri era a "modello 45", cioè senza indagati nè ipotesi di reato. L'aggiunto Pasquale Drago e il sostituto Isabella Ginefra, ai quali è affidata l’inchiesta, indagano ora per istigazione al suicidio contro ignoti. E’ stata disposta l’autopsia e nelle prossime ore sarà affidato l’incarico ad un medico legale.
Le indagini finora compiute dalla procura di Bari non avrebbero accertato alcun segno recente di lesioni provocate da terzi sul corpo di Carlo Saturno. Lo si apprende da fonti giudiziarie. Sul corpo del giovane sarebbero state invece trovate vecchie ferite, probabilmente procurate da terzi negli anni scorsi. Per questo motivo, fino a stamani il fascicolo d’indagine, affidato ai pm Pasquale Drago e Isabella Ginefra, era iscritto a "modello 45", cioè senza ipotesi di reato e senza indagati. Con la morte del giovane, avvenuta poco fa, i magistrati inquirenti potrebbero rivedere, per motivi procedurali, la loro impostazione di lavoro in vista dell’autopsia che probabilmente decideranno di disporre e di affidare al medico legale dell’università di Bari, Francesco Introna. Questi nei giorni scorsi, su richiesta dei pm, ha visitato Saturno in rianimazione.
“L’autopsia faccia luce, senza lasciare dubbi, sulle reali cause della morte di Carlo Saturno e su ciò che è accaduto nei suoi ultimi giorni di vita”. Lo chiede Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri, dopo la morte del giovane detenuto del carcere di Bari.
“L’inchiesta interna disposta dal Dap faccia anche chiarezza sul perché - aggiunge - il ragazzo fosse stato posto in isolamento e se ciò fosse legittimò. ‘È inoltre da verificare se fossero state adottate misure di sostegno - prosegue Gonnella - per una persona che aveva manifestato paura e depressione”. Il presidente di Antigone annuncia, infine, che il caso di Carlo Saturno sarà segnalato alle autorità sovranazionali e che “sulla vicenda del processo alle guardie penitenziarie, in cui il giovane era parte lesa, rinviato a dopo la prescrizione dei reati, è pronto un esposto al Csm”.
I familiari si sono affidati a un legale. “Carlo stava pagando per i suoi errori, non meritava quella fine”. “Vogliamo la verità, vogliamo scoprire chi ce l’ha ammazzato, vogliamo soltanto la verità”. Grida e piange Anna Saturno, la sorella di Carlo, il detenuto 22enne che lo scorso 30 marzo, è stato trovato impiccato nella sua cella nel carcere di Bari.
È appena uscita al reparto di Rianimazione del Policlinico di Bari dove il giovane è ricoverato da una settimana con l’elettroencefalogramma piatto.

Che cosa pensa sia accaduto a suo fratello?
“È quello che vogliamo sapere. Vogliamo sapere cosa è successo in quella cella, è meglio che chi sa parli altrimenti andrà a finire molto male”.

Lei non si è fatta un’idea? Suo fratello le aveva mai raccontato qualcosa di strano?
“Carlo mi diceva sempre di andarlo a trovare, mi diceva che mi voleva bene, lo avevo sentito pochi giorni prima, stavo rispondendo alla sua lettera quando ho avuto la notizia giovedì scorso. Mio fratello non era pazzo, era solo un ragazzo che aveva preso una strada sbagliata ma stava pagando per i suoi errori. Mio fratello non si è suicidato ma è stato ammazzato”.

È stato trovato impiccato nella cella. Perché dice che è stato ammazzato?
“Lo hanno fatto morire. Sono degli assassini, si devono vergognare, non devono più uscire di casa. Quelli trattano i detenuti solo come delinquenti quando potrebbero essere i propri figli”.

Chi sono quelli? Gli agenti di polizia penitenziaria?
“Sì”.

Crede che lo picchiassero in carcere?
“Sicuramente, anche se lui mi diceva di stare tranquilla. Come accadeva a Lecce. Ora voglio sapere la verità. Voglio sapere di chi è la colpa. Voglio sapere perché al posto di educare, dato che a questo dovrebbe servire il carcere, facevano altro. Bisogna invece perdonare e rieducare. Se solo fossero stati loro figli”.

Ora che pensate di fare?
“Vogliamo andare fino in fondo. Mio fratello non era un assassino, aveva solo sbagliato, ma stava scontando la sua pena e io adesso lo voglio vicino a me, voglio abbracciarlo, non lo voglio nella tomba, non voglio un fratello sotto terra. Ora sto pregando, ma i medici non ci hanno dato buone notizie. A questo punto non ci rimane altro che la verità. La verità e la giustizia”.

L’ultima lettera: ho tanta paura, statemi vicino
“Non smetto mai di guardare la foto dove stiamo tutti insieme e mi viene da piangere perché ho tanta paura, non so quando vi posso riabbracciare, non so quando uscirò, non so niente e questo mi fa stare molto triste, non provo più un pizzico di felicità”.
È datata 18 marzo l’ultima lettera che Carlo Saturno ha scritto dal carcere alla sorella Anna. Il giovane fa riferimento su quel pezzo di carta anche a un altro recente tentativo di suicidio. “Cara sorellina mi dispiace di averti fatto piangere, vedi che non mi sono tagliato tutto ma è stato un momento di crisi che sto passando tuttora”. Il 22enne aveva infatti provato a tagliarsi le vene ma non ci era riuscito.
“Ti aspetto tanto, quando vieni? Scrivimi presto per favore, statemi vicino. Vieni presto per favore perché voglio vederti”. Così si concludono le poche righe scritte dal giovane di Manduria alla sorella che adesso vive a Pulsano a pochi chilometri da Taranto. Dopo dodici giorni, il tentativo di suicidio.

7 aprile 2011

Processo Mastrogiovanni: imputati sei medici e dodici infermieri

Presso il Palazzo di Giustizia di Vallo della Lucania (Sa), con la presenza della Presidente del Tribunale, D.ssa Elisabetta Garzo, è ripreso il processo che vede imputati sei medici e dodici infermieri per la morte di Francesco Mastrogiovanni avvenuta durante la notte del 4 agosto 2009 presso il reparto di psichiatria dell'Ospedale civile di Vallo della Lucania. Secondo le risultanze dell'esame autoptico effettuato dal medico legale Dr. Adamo Maiese e dallo psichiatra Dr. Giuseppe Ortano, Francesco è morto per edema polmonare causato da circa quattro giorni di contenzione videoripresa dal circuito intermo di videosorveglianza del reparto.
Numerose persone hanno assistito all'udienza; oltre a parenti ed amici, sono stati presenti membri del Comitato del posto e anche provenienti da altre parti d'Italia.
Prima i legali delle parti civili e poi i difensori degli imputati hanno presentato le rispettive liste testimoniali. Non sono mancati momenti di tensione quando l'Avv. Caterina Mastrogiovanni - legale dei familiari di Francesco - ha definito "elenchi telefonici" le liste testimoniali presentate dagli avvocati degli imputati per via dell'indicazione di centinaia di persone come testi a favore di alcuni imputati (ovviamente a puro scopo dilatorio).
Circa il video che è stato determinante per il rinvio a giudizio dei medici e degli infermieri del reparto, le posizioni processuali prospettate, oltre a vedere una netta divergenza tra l'accusa (che ne chiede l'ingresso nel processo) e la difesa che invece ne invoca l'esclusione, anche tra gli stessi difensori degli imputati non vi è stata una convergenza di vedute in quanto alcuni avvocati hanno consegnato al giudice dei CD- ROM con fotogrammi ritenuti favorevoli ai loro assistiti.
L'avv. Valentina Restaino - che rappresenta una delle associazioni che si sono costituite parti civili (UNASAM) - ha chiesto al Presidente di disporre l'ingresso di tutto il video nel processo e non solo di parte dello stesso perché soltanto con la visione di tutto il video in udienza il processo può assolvere alla sua funzione che è quella di accertare la verità.
Nel processo l'ASL di Salerno è presente nella duplice veste di parte civile contro gli imputati e di responsabile civile chiamata in giudizio dai familiari della vittima.
Per Sabatino Catapano - artista salernitano presente all'udienza - alle prossime udienze bisogna far partecipare un pubblico sempre più numeroso perché in Italia in questi ultimi anni ci sono state troppe vittime presso le strutture psichiatriche e che il processo che si svolge a Vallo della Lucania è molto importante perché in futuro non succedano più casi del genere.
I membri del "Comitato verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni"- presieduto dal prof. Giuseppe Tarallo - annunciano che, nei prossimi giorni, daranno luogo ad iniziative pubbliche per sensibilizzare l'opinione pubblica perché ritengono che i fatti che hanno portato alla morte di Francesco abbiano una rilevanza che trascende il caso singolo.

La prossima udienza avrà luogo il 19 aprile p.v. alle ore 14,00.

Per il Comitato
Prof. Giuseppe Tarallo


Bologna: Cinque compagni arrestati, 60 perquisizioni in diverse città

Oltre trecento uomini impegnati in sedici città, dall'Emilia alla Puglia e alla Campania, in una operazione anti-terrorismo, partita da Bologna, che ha nel mirino militanti anarco-insurrezionalisti. La polizia del capoluogo emiliano ha condotto dalle prime ore del giorno sessanta perquisizioni nei confronti di esponenti dell'ala insurrezionalista del movimento anarchico. I provvedimenti sono eseguiti nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Bologna, svolta dalla Digos del capoluogo felsineo e dalla direzione centrale della Polizia di Prevenzione (Ucigos).
Nel mirino i frequentatori del circolo bolognese "Fuoriluogo", che è stato oggetto di sequestro penale. La Digos ha eseguito 12 misure cautelari disposte dal Gip del capoluogo: si tratta di cinque arresti e sette misure di obbligo o divieto di dimora, per episodi di eversione, danneggiamenti, incendi e altri reati.
Gli arrestati: Stefania Carolei, bolognese, 55 anni; Annamaria Pistolesi, bolognese, 36 anni; Martino Trevisan e Robert Ferro, 25enni e originari dell'Alto Adige, il primo di Bressanone e il secondo di Bolzano; Roman Nicusor, 31 anni, romeno. Obbligo di dimora nel Comune di appartenenza per Sirio Manfrini (26 anni, di Rovereto), Roberto Nadalini (modenese 32enne), Maddalena Calore (24 anni, Padova), Francesco Magnani (24 anni, Ferrara). Divieto di accesso nel Comune di Bologna per Stella Paola Molina (25 anni, trentina), Giuseppe Valerio Caprioli (27 anni, potentino), Simone Ballerini (21 anni, di Bologna).
Gli indagati sono accusati di appartenere ad una associazione per delinquere aggravata dalla finalità eversiva, diretta al compimento di azioni delittuose di natura violenta contro persone e cose, realizzate a Bologna.
Operazioni in 16 città. Sono oltre 300 gli uomini della Polizia di Stato impiegati nell’operazione. I provvedimenti vengono eseguiti, oltre che a Bologna, anche nelle città di Ferrara, Modena, Roma, Padova, Trento, Reggio Calabria, Ancona, Torino, Lecce, Napoli, Trieste, Genova, Teramo, Forlì, Ravenna e Milano: questo perché il gruppo bolognese aveva contatti con altre realtà tramite una rivista clandestina, “Invece”. 

5 aprile 2011

I “buoni” vogliono rubarci l’acqua

Spesso i cattivi sono più onesti dei buoni, per questo molti detenuti sostengono il Forum italiano dei movimenti per l’acqua.
Ci siamo anche noi!
Siamo i “cattivi”, che non perdono la speranza di essere migliori dei “buoni” e che vogliono ancora fare parte del mondo, della società e della vita.
Molti di noi hanno perso la libertà, alcuni per sempre, ma non la forza per lottare per i propri diritti e l’acqua per tutti è uno dei principali diritti dell’uomo.
Anche i detenuti di tutte le carceri d’Italia sono contro la legge che prevede l’affidamento del servizio idrico pubblico a società di capitali.
L’acqua non è una merce e siamo contrari che un bene prezioso come l’acqua possa essere gestito attraverso meccanismi di mercato.
Per evitare che la prossima volta i “buoni” tentino pure di privatizzare anche l’aria che respiriamo, molti detenuti si mobiliteranno tramite i loro parenti e amici per appoggiare il referendum per la sospensione della legge Ronchi, per impedire il processo in corso di privatizzazione dell’acqua.
In attesa dello svolgimento del referendum, i detenuti si mobiliteranno nelle carceri per raccogliere firme per sostenere e appoggiare l’iniziativa di sottrarre il servizio idrico alle regole del mercato e della concorrenza.

I detenuti e gli ergastolani di Spoleto.

4 aprile 2011

Roma: agenti di polizia contro le t-shirt di Emergency e bandiere della pace

Emergency presenterà nelle prossime ore un esposto alla procura della Repubblica di Roma. L'organizzazione non governativa fondata da Gino Strada ha ricevuto diverse segnalazioni dopo la manifestazione del due aprile contro la guerra. Diversi partecipanti sono stati fermati per le vie della capitale, in prossimità di luoghi 'istituzionali' e obbligati dalle forze di polizia a cambiare percorso per gli indumenti che indossavano: magliette di Emergency che ricordano il testo dell'articolo 11 della Costituzione e bandiere della pace.
Una prima testimonianza, pubblicata da Repubblica domenica, è di una signora che racconta di essere stata fermata da un agente di pubblica sicurezza mentre usciva dal pacifico presidio contro la guerra che si è tenuto a piazza Navona, portando sulle spalle una bandiera della pace. L'agente le ha detto "Signora, di qui non può uscire con quella bandiera sulle spalle".
Un altro caso, raccolto dall'organizzazione umanitaria, si è verificato davanti a Palazzo Madama, verso le 14.30: alcuni volontari di Emergency stavano attraversando la piazza per raggiungere la mostra di Tiziano Terzani a Palazzo Incontro, insieme a molti altri passanti e turisti. Anche qui i volontari indossavano magliette di Emergency e magliette con l'Articolo 11 della Costituzione Italiana. Sono stati fermati da alcuni agenti di pubblica sicurezza che hanno detto loro "Con quell'abbigliamento da manifestazione non potete passare di qui, dovete fare il giro della piazza" e ancora "Con quelle magliette non ci si può fermare davanti a Palazzo Madama".
Sempre sabato, intorno alle alle 18.00: altri volontari di Emergency, rientrando da piazza Navona e dirigendosi verso la stazione Termini, stavano camminando davanti a Palazzo Grazioli. L'area era chiusa al traffico, mentre i pedoni potevano passare. I cinque volontari, che indossavano magliette di Emergency, sono stati fermati da agenti di pubblica sicurezza, in mezzo alla fiumana dei passanti, ed è stato loro impedito di attraversare il varco pedonale. Gli agenti hanno detto loro: "Con questo abbigliamento da manifestazione, voi dovete passare sul marciapiede opposto".
Il divieto per la E di Emergency è avvenuto anche prima della manifestazione, secondo questa terstimonianza che arriva da Pisa: "Arrivando a piedi da piazza Barberini quando eravano su via del corso abbiamo girato in piazza Colonna passando davanti Palazzo Chigi, dopo che erano passati i primi del gruppo due bambine di 14 anni che avevano la E di Emergency disegnata sulla guancia sono state fermate da un poliziotto che ha detto che non potevano passare da quella parte perchè erano "manifestanti", tutti quindi abbiamo fatto il giro passando dall'altraparte della piazza".
Chi ha dato un ordine che violenta la libertà di espressione e le libertà personali riconosciute dalla Costituzione?

2 detenuti morti e altri 2 in condizioni gravissime: è nuovamente “allarme suicidi” nelle carceri italiane

Tragico il bilancio dell’ultimo weekend nelle carceri italiane: 2 detenuti sono morti e altri 2 sono in fin di vita. In tre casi si è trattato certamente di gesti suicidari.
Da inizio anno sono già 37 i detenuti morti nelle carceri italiane, di cui 15 per suicidio, 17 per “cause naturali” e 7 per “cause da accertare”. La loro età media era di 37 anni, 12 erano stranieri e 25 italiani; la sola donna si chiamava Loredana Berlingeri ed aveva 44 anni, è morta per “cause naturali” il 18 marzo scorso nel carcere di Reggio Calabria.

Padova, Casa Reclusione, 3 aprile 2011: Mehedi Kadi, algerino 39enne, si impicca nella Casa di Reclusione "Due Palazzi". Era appena stato trasferito da Vicenza, condannato con pena definitiva fino al 2023 per rapina e tentato omicidio. L’uomo ha deciso di uccidersi quando è rimasto solo in cella mentre gli altri compagni di reclusione usufruivano dell’ora d’aria pomeridiana. Kadi era stato arrestato nell’ottobre del 2008 a seguito di una rapina avvenuta in una villetta di Creazzo (Vicenza).
Lo scorso anno nella Casa di Reclusione di Padova ci furono ben 3 suicidi: il primo fu il 28enne tunisino Walid Aloui, che si impiccò il 23 febbraio 2010; poi fu la volta di Giuseppe Sorrentino, 35 anni, che si uccise il 7 marzo 2010 e l’ultima delle impiccagioni ebbe come vittima Santino Mantice, 25enne, che si uccise nel Reparto Infermeria il 30 giugno 2010, quando gli mancavano soli 3 mesi a terminare la pena detentiva. Inoltre il 17 luglio scorso fu ritrovato senza vita in cella Sabi Tautsi, che aveva 39 anni e la cui morte fu registrata come evento determinato da “cause da accertare”. Negli ultimi 13 mesi, quindi, nell’istituto di pena padovano sono morti 5 detenuti, di cui 4 per suicidio tramite impiccagione.

Viterbo, Casa Circondariale, 2 aprile 2011: Mario Germani, 29 anni, tenta di suicidarsi nella sua cella del carcere di “Mammagialla”. L’uomo viene salvato da alcuni agenti di Polizia penitenziaria e trasportato d’urgenza nell’ospedale di Belcolle con un’ambulanza del 118, dove è stato rianimato e intubato ed è tuttora ricoverato al reparto di rianimazione, in condizioni gravissime. Era stato arrestato nei giorni scorsi da una pattuglia della polizia che lo aveva sorpreso, di notte, fuori dalla propria abitazione, dove avrebbe dovuto essere agli arresti domiciliari. È stato così denunciato per evasione e riportato in carcere. Sono in corso indagini per accertare le ragioni che hanno indotto il giovane a tentare il suicidio.
Nel carcere di Viterbo l’ultimo decesso risale a un anno fa, quando morì per “cause naturali” Agostino G., detenuto di 35 anni. L’ultimo suicidio avvenne il 20 aprile 2009, con la morte per impiccagione del 57enne Antonino Saladino. Il 2008 fu l’anno più “nero” del carcere di “Mammagialla”, con 3 suicidi ed 1 morte per cause “da accertare”.

Novara, Casa Circondariale, 2 aprile 2011: Mario Coldesina, 42 anni, muore in cella. Secondo i primi accertamenti medico legali il decesso è avvenuto per soffocamento. Il detenuto - era rinchiuso nel reparto “nuovi giunti”, in una cella con altre due persone. Da quanto si è saputo, intorno alle 13 l’uomo ha sbucciato un kiwi e l’ha mangiato tutto intero. Subito dopo si è sentito male. Soccorso da personale del 118, intervenuto su richiesta dei responsabili del carcere, è morto poco dopo.
Sul decesso interviene il Sappe, Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, che esprime preoccupazione per il sovraffollamento delle carceri dal momento che - sostiene l’organizzazione sindacale - la cosiddetta “legge svuota carceri” non ha deflazionato a sufficienza gli istituti di pena. La nota del Sappe continua: “Non è ancora chiaro se si è trattato di un incidente o di un suicidio. L’uomo era detenuto per furto aggravato e il suo periodo di detenzione sarebbe terminato nel 2013. Aveva impugnato la sentenza di primo grado ed era in atteso della conclusione del processo di appello”.

Bari, Casa Circondariale, 1 aprile 2011: Carlo Saturno, 22 anni, di Manduria (Ta), si impicca in cella. Ora è in condizioni disperate nella rianimazione del policlinico di Bari, dove è mantenuto in vita dalle macchine. L’elettroencefalogramma di ieri è risultato piatto, come quello del giorno precedente, per cui da un momento all’altro i sanitari potrebbero decidere di staccare la spina del respiratore.
A trovarlo penzoloni sono state le guardie che lo hanno tirato giù quando respirava appena ed era in fin di vita. In suo aiuto è intervenuto il personale dell’infermeria e del 118. Ora però rischia di non farcela. Come fanno sapere i suoi familiari, Carlo soffriva da tempo di crisi depressive ed era in cura con tranquillanti. Il suo avvocato, Tania Rizzo, del foro di Lecce, lo aveva visto l’ultima volta una ventina di giorni fa nel corso di un’udienza che lo riguardava nel tribunale di Manduria.
"In quell’occasione - racconta l’avvocatessa - Carlo era visibilmente agitato, nervoso e scostante". I familiari che vivono a Manduria si sarebbero già rivolti ad un proprio legale di fiducia per capire le cause del gesto e soprattutto per scoprire eventuali responsabilità.
Il giovane era detenuto per furto, ma era anche parte civile nel processo in corso davanti al tribunale di Lecce contro nove poliziotti del carcere minorile, che sono accusati di aver compiuto violenze sui ragazzi detenuti tra il 2003 e il 2005. Carlo, che all’epoca16enne, avrebbe subito vere e proprie sevizie. Gli agenti sono accusati di maltrattamenti e vessazioni. Saturno - spiega ancora l’Osservatorio - è uno dei tre ex detenuti di quel minorile che ha trovato il coraggio di presentarsi come parte lesa nel processo iniziato il 19 febbraio scorso davanti giudice Pietro Baffa, che vede alla sbarra, per i presunti abusi nei confronti anche di Saturno, il capo degli agenti Gianfranco Verri, il suo vice Giovanni Leuzzi, sette agenti di polizia penitenziaria, per rispondere tutte della presunta atmosfera di paura instaurata tra i giovani detenuti con minacce, privazioni e violenze non di natura sessuale.

fonte: ristretti orizzonti

G8 Genova: Condannato il poliziotto del calcio in faccia

Se n'è accorto finora solo il giornale più letto a Genova: è diventata definitiva la prima condanna contro i poliziotti che, dieci anni orsono, si scatenarono contro persone inermi, colpevoli solo di aver osato manifestare a Genova. Si tratta della sentenza del calcio in faccia in Corso Barabino. La foto ha fatto il giro del mondo, un agente in borghese che prendeva la rincorsa per colpire un ragazzino di Ostia, 17 anni, già male in arnese per il trattamento poliziesco, e tenuto fermo da altri eroi travisati. Poco dopo i carabinieri, sparando e usando armi improprie, avrebbero caricato illegittimamente un corteo regolarmente autorizzato. Negli scontri, uno di loro sparò negli occhi a un ragazzo di 23 anni che provava a sollevare un estintore per difendersi dalla pistola spianata.
Torniamo al calcio in faccia, perché qui un processo c'è stato, per Carlo Giuliani no. Un anno di reclusione a lui, otto mesi ai suoi pard, quattro poliziotti. Lui è Alessandro Perugini, vice di Mortola alla digos di Genova, picchiatore, fabbricatore di prove false per giustificare gli arresti, mattatore anche a Bolzaneto. Solo il gioco delle prescrizioni gli farà restare sulla fedina penale il falso in atto pubblico. Tanto il Viminale non ci fa caso, manco fossero medaglie al valore. Anzi, nel 2005 uscì la notizia che Perugini (e Canterini) aveva ricevuto il massimo dei voti nella valutazione del servizio dell'anno 2001. Il capo della Commissione era De Gennaro, condannato anche lui per istigazione alla falsa testimonianza proprio dell'allora questore di Genova sul mistero della spedizione punitiva alla Diaz.
Restano vividi, grazie alla controinformazione, il viso sfigurato di quel ragazzino di Ostia e il suo grido: «Fate schifo!». E proprio uno dei condannati con Perugini verrà intercettato, tempo dopo, mentre avvisa il questore e il capo della digos di allora di essere nel mirino della procura.
Tutto ciò mentre a Genova prosegue il lavorìo di preparazione delle iniziative per il decennale di quelle giornate. Non solo la denuncia della repressione ma le ragioni stesse della mobilitazione "no global" sono di un'attualità sconcertante. Stamattina al circolo Bianchini di Rifondazione si terrà l'assemblea nazionale del coordinamento Verso Genova 2011. All'ordine del giorno: i rapporti con Palazzo Tursi e gli altri enti locali, le mobilitazioni per i prossimi G8 e G20, il vaglio delle proposte pervenute finora, la preparazione degli eventi di apertura, il corteo del 23 luglio e l'assemblea internazionale del giorno appresso.
Un percorso che già può avvalersi di contributi importanti come quello del Legal team Italia, i legali che seguono le manifestazioni, che hanno svolto a Napoli un convegno per riflettere sulle torsioni autoritarie in piazza e nei luoghi di lavoro. L'introduzione a quel convegno, di Ezio Menzione, è disponibile sul sito di Liberazione, nella nuova rubrica dedicata alla strada per Genova.

3 aprile 2011

Bari: detenuto di 22 anni si impicca in cella. Era parte civile nel processo in corso contro nove agenti, accusati di maltrattamenti e vessazioni.

I familiari e l’avvocato chiedono con forze che siano chiarite eventuali responsabilità della tragedia.

Carlo Saturno, 22 anni, di Manduria (Ta), si è impiccato in carcere giovedì sera nella Casa Circondariale di Bari, ma solo ieri è trapelata la notizia.
A trovarlo penzoloni sono state le guardie che lo hanno tirato giù quando respirava appena ed era in fin di vita. In suo aiuto è intervenuto il personale dell’infermeria e del 118 di Bari. Trasportato in ospedale è ora ricoverato in condizioni disperate nella rianimazione del policlinico, dove è mantenuto invita dalle macchine. L’elettroencefalogramma di ieri è risultato piatto, come quello del giorno precedente, per cui da un momento all’altro i sanitari potrebbero decidere di staccare la spina del respiratore.
Come fanno sapere i suoi familiari, Carlo soffriva da tempo di crisi depressive ed era in cura con tranquillanti. Il suo avvocato, Tania Rizzo, del foro di Lecce, lo aveva visto l’ultima volta una ventina di giorni fa nel corso di un’udienza che lo riguardava nel tribunale di Manduria.
“In quell’occasione - racconta l’avvocatessa - Carlo era visibilmente agitato, nervoso e scostante”. I familiari che vivono a Manduria si sarebbero già rivolti ad un proprio legale di fiducia per capire le cause del gesto e soprattutto per scoprire eventuali responsabilità.
Il giovane era detenuto per furto, ma era anche parte civile nel processo in corso davanti al Tribunale di Lecce contro nove poliziotti del carcere minorile, che sono accusati di aver compiuto violenze sui detenuti tra il 2003 e il 2005. Carlo, che all’epoca aveva 16 anni, sarebbe stato vittima, assieme ad altri ragazzi, di vere e proprie sevizie.
Il nome di Carlo Saturno compare infatti nell’elenco delle presunte vittime dei nove agenti di polizia penitenziaria del carcere minorile di Lecce che il tribunale salentino sta processando perché accusati di maltrattamenti e vessazioni di ogni tipo nei confronti di alcuni ospiti dell’istituto di pena per minori. Saturno è uno dei tre ex detenuti di quel minorile che ha trovato il coraggio di presentarsi come parte lesa nel processo iniziato il 19 febbraio scorso davanti giudice del tribunale di Lecce Pietro Baffa, che vede alla sbarra, per i presunti abusi nei confronti anche di Saturno, il capo degli agenti Gianfranco Verri, il suo vice Giovanni Leuzzi, sette agenti di polizia penitenziaria, per rispondere tutte della presunta atmosfera di paura instaurata tra i giovani detenuti con minacce, privazioni e violenze non di natura sessuale. Si tratta di Ettore Delli Noci, Vincenzo Polimeno, Alfredo De Matteis, Emanuele Croce, Antonio Giovanni Leo, Fernando Musca e Fabrizio De Giorgi.

fonte: Ristretti Orizzonti

1 aprile 2011

Carcere Lamezia Terme: detenuti costretti a dormire per terra

Dai dati relativi alla situazione degli istituti carcerari italiani, emerge chiaramente il fallimento dell’istituzione “Carcere”.
Quella che dovrebbe essere la finalità principale del carcere, ovvero la rieducazione, in realtà perde la sua connotazione originaria, lasciando il posto alla sola punizione, quindi ad un clima punitivo esasperato dalle condizioni disumane in cui i detenuti sono costretti a vivere.
Il quadro è chiaro: al 20 marzo 2011 negli istituti di pena italiani erano presenti 67.318 detenuti; dal primo gennaio al 20 marzo 2011 i suicidi in cella sono stati 14, i tentativi di suicidio sono stati 194, mentre si sono registrati ben 1025 episodi di autolesionismo; si sono verificate, poi, 75 manifestazioni di protesta mentre gli scioperi della fame hanno abbondantemente superato i 1000 casi.
Per quanto riguarda la Calabria, l’indice di sovraffollamento è pari al 77,6% con 3 suicidi registrati nel 2010.
Dai rapporti delle associazioni che curano i diritti dei detenuti e dalla stampa, apprendiamo che a Lamezia, invece, la capienza regolamentare del carcere è di 30 posti, la capienza massima è di 50, ma il numero dei detenuti in alcuni casi raggiunge anche 90. Nel mese di novembre, ad esempio, un articolo di giornale documentava la presenza di 9 persone rinchiuse nella stessa cella. Non si registrano suicidi, mentre ci sarebbero stati due tentativi di suicidio nel 2010.
L’indice di sovraffollamento, quindi, per Lamezia sale dal 176,7% di dicembre 2010 al 193,3% di marzo 2011, non ci si stupisce quindi se il carcere lametino risulta essere ancora una volta il più sovraffollato d’Italia…
Un altro triste primato per la nostra città, costretta da ospitare anche un altro luogo di reclusione, quel lager per stranieri chiamato Centro di Identificazione ed Espulsione considerato il peggiore d’Italia e che nei prossimi giorni potrebbe accogliere altri migranti giunti dai paesi del Mediterraneo in rivolta.
È importante, quindi, tenere alta l’attenzione sui problemi che affliggono i detenuti e, per questo, vogliamo esprimere la nostra vicinanza a tutte quelle persone rinchiuse nelle carceri da un sistema che, troppo spesso, dimentica che la dignità umana non può essere calpestata solo perché detenuti.
Tutti gli uomini meritano un rispetto incondizionato, sul quale nessuna "ragion di Stato" può imporsi.

Collettivo Altra Lamezia



Opg: Lettera aperta al sen. Marino

Egregio Senatore Marino,

a proposito dell’ormai periodico “gran baccano” che sistematicamente si imbastisce sulla situazione delle carceri di questo Paese e, da ultimo, sui fin qui sempre dimenticatissimi ospedali psichiatrici giudiziari, sarebbe opportuno che finalmente fosse data la parola a chi queste realtà le conosce davvero e vi lavora da gran tempo in condizioni di assoluta carenza di risorse economiche e professionali. Ad essi (ed a quei pochi, ma grandemente benemeriti, gruppi di volontari che hanno costituito le coraggiose, quanto sparute, avanguardie di una società civile sostanzialmente assente e distante su questa come su tante altre questioni tragicamente irrisolte dell’Italia centocinquantenaria) bisognerebbe dire solo grazie!
Veda, Senatore Marino, queste persone sono quelle che da anni chiedono, con tutte le loro forze, che gli O.P.G. siano presi in considerazione per essere messi in condizioni di funzionare e, quindi, profondamente riformati. Sono decenni che tutti, direttori ed operatori, gridano nel deserto, invocando interlocuzioni a livello politico ed istituzionale. È così avvenuto che tutti i manicomi giudiziari (con l’esclusione di quello mantovano che è un vero ospedale e, quindi, tutt’altra cosa!) degenerassero come e più delle carceri. Perché gli O.P.G. erano, sono e rimarranno, nei termini delle normative vigenti, carceri, concepite ed organizzate come tali; carceri dalle quali si vorrebbe (nientemeno!) che facessero assistenza adeguata, cura avanzata, riabilitazione e reinserimento sociale di soggetti resi, nel frattempo, non più pericolosi. Cioè tutto quello che non riescono a fare gli stessi servizi psichiatrici territoriali, le cui disfunzioni e inadempienze sono, appunto, una delle maggiori cause di ciò che è avvenuto negli O.PG. negli ultimi anni!! Come già accennato dianzi gli “addetti ai lavori” hanno, invano, chiesto, pregato, progettato, protestato, cercato di sensibilizzare, aperto le porte dei vecchi manicomi criminali (ai quali, ipocritamente, fu, tempo addietro, cambiato solo il nome, senza sapere, o volere, incidere sulla sostanza) facendovi entrare i volontari, il mondo femminile, insomma la comunità esterna, coinvolgendola in attività prima mai realizzate dentro quelle tragiche mura e cercando alleanze per far sentire la voce dei “dimenticati da Dio e dagli uomini” (voci che nessuno, fuori da quelle mura, ha mai voluto ascoltare!).
Privi, alla lettera, di ogni risorsa, con un personale ridotto ai minimi termini e senza formazione specifica (e costituito, nella componente sanitaria, in larga parte da “avventizi” pagati ad ore o a prestazioni) questi istituti si sono viste assegnate, soprattutto negli ultimi anni, decine e decine di poveracci, indesiderati ed emarginati, provenienti dall’ambiente libero o dagli altri istituti penitenziari destinati ai cosiddetti “normali”. Sono così diventati alla fine (e come poteva essere altrimenti!) delle pattumiere, delle vere e proprie discariche sociali, perché questo si è voluto che diventassero nella assoluta indifferenza ed ipocrisia delle compagini politiche succedutesi al governo del Paese, nell’affaccendarsi vacuo ed inconcludente dei vertici dell’Amministrazione Penitenziaria (fra l’altro sempre tenacemente silenziosa rispetto all’ennesima campagna mediatica), nel pervicace rifiuto di comprendere il problema da parte del “consesso civile” che sempre volentieri rimuove dalla coscienza collettiva i luoghi di segregazione che esso stesso ha creato illudendosi di curare, così, le paranoie diffuse che lo affliggono in questa lunga fase crepuscolare che scandisce i passaggi della post-modernità salvo, poi, dare la stura agli eclatanti lavacri mediatici che rapidamente scorrono, tra una pubblicità e l’altra, in attesa del prossimo motivo di “scandalo” tanto lacrimevole quanto,a sua volta, fugace: quasi un rito collettivo ormai!
Orbene ,Senatore, ci consenta di chiederLe quando la classe politica di questo Paese ritroverà il coraggio di guardare in faccia la realtà, di assumesi le proprie responsabilità e di fare le scelte necessarie attuando quelle riforme che questo stesso Paese attende da troppo tempo? Nel caso di specie gli O.P.G. vanno certamente chiusi, perché assolutamente fuori dal tempo. Chiusi come da decenni grida proprio chi vi lavora, spesso per 8 ore di seguito al giorno in mezzo ai malati in un rapporto di 1 a 80, quando va bene. Malati deterioratissimi che spesso nessuno (ma proprio nessuno, a cominciare da quelli che ora si stracciano le vesti a tutti i livelli !) vuole prendersi in carico. Non può concepirsi l’ulteriore permanenza di istituti diventati assurdi contenitori di relitti umani, iperaffollati, senza possibilità di un minimo di manutenzione delle strutture, di pagare i ricoverati lavoranti (sono questi, tanto per essere chiari, a fare le pulizie, come i detenuti le fanno in carcere), di svolgere tutte quelle attività di cura ed assistenza che sarebbero assolutamente necessari, con pochissimi psichiatri, praticamente senza psicologi e nel sistematico rifiuto alla accoglienza da parte dei cosiddetti territori e delle istituzioni (si pensi alla Regione Sicilia).
Se nei “fatali” giorni pre-natalizi del 2010, in cui il Parlamento è rimasto chiuso per consentire al Presidente del Consiglio di questo ineffabile Paese di rinserrare le fila del suo impalpabile governo e dar vita alla vergognosa campagna acquisti cui, come cittadini, abbiamo assistito attoniti, si fosse dato luogo, per non andar lontano, ad uno sforzo di riforma di questi luoghi (stiamo parlando di circa 1500 persone senza nessun potere contrattuale, esattamente come gli operatori che vi lavorano) forse avremmo risolto la questione senza dare luogo a spettacoli televisivi i quali raccontano, come al solito, solo una parte della realtà (quella che si vuol far vedere) e finiscono invariabilmente per mettere in evidenza, una volta di più, la cronica insipienza di un potere legislativo che volentieri assolve se stesso e riversa, altrettanto volentieri, su chi, in prima linea, cerca disperatamente di tenere in piedi ciò che, nella falcidie di risorse e nel siderale ritardo dell’ammodernamento di strutture ed apparati normativi, non è più gestibile: uno scarico inqualificabile di responsabilità alla ricerca di capri espiatori da dare in pasto ai riti mediatici ossessivamente iconolatrici ed ovviamente assolutori per chi potendo scegliere non ha scelto e potendo fare non ha fatto (a proposito, questo Governo, forse troppo impegnato nella “epocale” riforma della giustizia, è il primo a non aver mai messo nell’agenda della Commissione Giustizia la riforma del codice penale, soprattutto nella parte che tratta delle misure di sicurezza detentive irrogate per motivi di ordine psichiatrico!).

Distinti saluti.

Partito della Rifondazione Comunista Messina

30 marzo 2011

Reggio Calabria: privata dell’identità la detenuta rom deceduta al carcere di San Pietro

Spogliata della propria identità, etichettata come detenuta straniera e inserita, in maniera anonima, nelle statistiche dei decessi in carcere. Loredana Berlingeri era una cittadina italiana di cultura rom, che dopo aver vissuto per 44 anni con il pregiudizio riservato al suo gruppo è stata privata nella morte, delle sue origini, della sua storia e della cittadinanza italiana. Ma almeno davanti alla morte non dovremmo essere tutti uguali, cittadini liberi e detenuti, rom o meno? Se lo chiede la signora Giuliana, sorella di Loredana, che assieme all’Opera nomadi chiede che venga fatta chiarezza sulla morte della sorella avvenuta alla casa circondariale di via San Pietro, il 18 marzo.
“Non ci spieghiamo perché - afferma Giacomo Marino, presidente dell’associazione - tutti i media hanno dato la notizia della morte della signora Berlingeri come di una detenuta straniera. Se si è trattato un errore da parte degli organi della casa circondariale o come mai non si è provveduto a correggerlo? La categoria di detenuta straniera, è stata utilizzata con una connotazione tesa a spersonalizzare e annullare l’identità, in modo da evitare ogni possibile attenzione sulla persona. In questo modo la donna è diventata uno dei tanti casi di decesso, semplicemente un numero nella statistica”. Una rivendicazione che il presidente dell’Opera nomadi argomenta, “ogni detenuto che muore deve avere lo stesso rispetto che viene riservato ad una persona libera che muore, considerare i detenuti un numero e non come una persona porta a spersonalizzare anche l’approccio è una mancanza di rispetto”.
Ma quello sull’identità non è l’unico dubbio che accompagna questa vicenda: “Per questo caso bisogna chiamare in causa anche il diritto del detenuto ad essere curato adeguatamente. La signora Loredana - prosegue Marino - era affetta da una patologia grave che mal si conciliava con le condizioni di vita di un carcere sovraffollato. Non vogliamo entrare nel merito della pena, non sta a noi dare giudizi, ma il diritto alla salute che dovrebbe essere garantito ai detenuti? In carcere si dovrebbe scontare solo la pena a cui si è condannati e non un’altra aggiuntiva”.
E la sorella della signora Loredana conferma: “Mia sorella non stava bene, aveva avuto una paralisi facciale ed era seguita dai medici dell’ospedale “Riuniti”, avevamo chiesto più volte che scontasse la pena agli arresti domiciliari, ma non gli erano mai stati concessi” dice ripercorrendo i capitoli della storia della sorella condannata per furto, che ad agosto avrebbe scontato la sua condanna. “Sono andata a trovarla a colloquio qualche giorno prima e mi sembrava che stesse bene. Poi abbiamo saputo che mia sorella era morta tramite gli avvocati. Nessuno è venuto a spiegarmi cosa è successo e anche la richiesta di fare l’autopsia è stata negata. Io voglio sapere, qualcuno mi ha detto che due giorni prima mia sorella si è sentita male, se è vero perché non l’hanno portata in ospedale?”
“Di fronte a questo modo di gestire le cure di una detenuta malata - conclude Marino - chiediamo che la magistratura apra un’indagine sul caso per approfondire la vicenda”.

L’Opera Nomadi: stava male e non è stata portata in ospedale
Prima di morire è stata male ma il personale del carcere di Reggio Calabria non l’ha trasferita in ospedale. A denunciare la vicenda di Loredana Berlingieri, morta il 18 marzo scorso nel carcere di Reggio, è l’Opera Nomadi che chiede alla magistratura di aprire una inchiesta. “Loredana - afferma una nota dell’Opera Nomadi di Reggio Calabria - era affetta, ormai da tempo, da una grave cardiopatia tuttavia la sua condizione di salute era stata considerata compatibile con la situazione carceraria.
Da quanto riferiscono i familiari il 16 marzo Loredana si era sentita male, ma non è stata trasferita in ospedale dove poteva essere curata adeguatamente. Il tragico epilogo della morte ci fa capire che la sua condizione di salute non era compatibile con la condizione carceraria, soprattutto con la situazione carceraria che presenta oggi il carcere di San Pietro”.
“Lo stesso segretario aggiunto - prosegue la nota - del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Giovanni Battista Durante, nel comunicato del 18 marzo lo ammette dicendo che molti detenuti soffrono di patologie che nel carcere non possono essere curate per carenza di mezzi e strutture adeguate. Spesso mancano le risorse economiche e le figure professionali adeguate. Di fronte a questo modo di gestire le cure di una detenuta gravemente ammalata, che si è concluso con la morte della stessa, l’Opera Nomadi e i familiari chiedono alla magistratura che si apra una indagine sul caso”. L’opera nomadi, inoltre, lamenta che sia stata data notizia della morte di una donna straniera quando invece non “vi è alcun dubbio della cittadinanza italiana di Loredana Berlingieri. La categoria di "detenuta straniera", in questo caso come in altri, è stata utilizzata con una connotazione tesa a spersonalizzare ed ad annullare l’identità, in modo da evitare ogni possibile attenzione sulla persona”.

fonte: Gazzetta del Sud

Ingiustizia è fatta! la Cassazione respinge il ricorso della madre di Marcello Lonzi

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai legali della madre di Marcello Lonzi, morto nel 2003 nel carcere delle Sughere a Livorno dove era detenuto, con il quale si chiedeva la riapertura del caso dopo l’archiviazione disposta nel maggio scorso dal gip di Livorno Rinaldo Merani. I legali della donna chiedevano l’annullamento della decisione del gip. Lonzi fu trovato morto in una cella della casa circondariale di Livorno l’11 luglio di 8 anni fa: si trovava recluso per tentato furto e in carcere sarebbe dovuto rimanere per 4 mesi.
Una prima inchiesta, condotta a ridosso dell’episodio, finì con un’archiviazione (firmata dallo stesso gip). Nel 2007 la madre di Lonzi, Maria Ciuffi, ottenne la riapertura delle indagini: la Procura livornese avviò un’altra inchiesta, lavorando per oltre 2 anni e iscrivendo anche tre persone nel registro degli indagati (un compagno di cella e due agenti di polizia penitenziaria), ma chiedendo da ultimo l’archiviazione per tutti. Secondo i magistrati livornesi Lonzi morì a causa di un malore. “Ci sarà un giudice in tutta Italia che mi ascolterà?”, aveva detto Maria Ciuffi, quando fu ufficializzato il ricorso in Cassazione. Dopo questo nuovo esito della vicenda, non è escluso che ora la donna, come ha annunciato più volte, si rivolga alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
 
fonte: Ansa

Processo Cucchi: Stefano picchiato e nascosto in ospedale

Stefano Cucchi andava nascosto a «occhi indiscreti». Ecco perché Claudio Marchiandi è stato condannato a due anni al termine del processo con rito abbreviato. Marchiandi è il funzionario del Prap (provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria) che decise che Stefano Cucchi - il geometra romano morto il 22 ottobre del 2009 a sei giorni dal suo arresto - «doveva essere internato» nel reparto peniteziario dell'ospedale Pertini per evitare che si scoprissero le sue reali condizioni di salute. Ieri sono state rese pubbliche le motivazioni con cui la gup del tribunale di Roma, Rosalba Liso, è pervenuta alla prima condanna di questa vicenda. E Ilaria, la sorella del ragazzo ucciso, ha voluto ringraziare i giudici: «Ora non siamo più soli». Per la morte di suo fratello sono attualmente sotto processo sei medici, tre infermieri e tre guardie penitenziarie.


Nel provvedimento, la giudice spiega che il ricovero in quel reparto venne fatto per evitare che la situazione «venisse portata a conoscenza dell'autorità giudiziaria». Una scelta fatta ben sapendo che il Pertini non fosse una struttura adeguata, ma era necessaria «per tenere Cucchi al riparo da sguardi indiscreti sottraendolo intenzionalmente a tutte le cure di cui aveva bisogno». «Non c'era spazio a dubbi di sorta in ordine al fatto che Cucchi fosse stato picchiato», scrive la gup. Dunque Marchiandi abusò delle proprie funzioni di pubblico ufficiale, violando il protocollo tra l'Asl e il Prap, per imporre il ricovero di Cucchi al Pertini, dove si presentò spontaneamente di sabato pomeriggio, fuori dal turno di lavoro, consentendo l'ingresso del detenuto in un reparto in cui «non doveva assolutamente entrare poiché‚ trattavasi di un paziente di un fase di acuzie». Non solo, Marchiandi «ha concorso alla falsa rappresentazione delle reali condizioni di Stefano cosìu008D determinandone l'ingresso al reparto protetto del Pertini, che non sarebbe stato altrimenti in alcun modo possibile». Infatti, fu redatto un certificato medico di comodo da una delle dottoresse imputate. Nel provvedimento il gup figua anche il direttore del carcere di Regina Coeli, Mauro Mariani, dove Cucchi era detenuto dopo la paradossale udienza che ne convalidò gli arresti nonostante fosse accompagnato da carte false (il ragazzo risultava essere più vecchio di sei anni, albanese anziché romano e senza fissa dimora). Si legge ancora nelle motivazioni: «È di tutta evidenza che l'imputato con una condotta che in più occasioni è stata coralmente definita a dir poco "anomala" ha in primo luogo cercato di eludere le indagini "occultando" la circostanza che Stefano fosse stato picchiato e che aveva appreso con ragionevole certezza, duole dirlo, in primo luogo dal direttore del carcere Mariani, investito da subito della questione concernente le condizioni di salute di Stefano poiché‚ il dottor Degli Angioli (il medico del carcere che visitò Cucchi disponendone con urgenza il ricovero, ndr) aveva già ricevuto un non troppo larvato ostruzionismo da parte degli stessi agenti della polizia penitenziaria che avrebbero dovuto occuparsi del trasferimento di Stefano presso il vicinissimo Fatebenefratelli, i quali avevano addotto le più banali scuse». Mariani «si è limitato ad invitare Degli Angioli a chiamare un'ambulanza che sarà chiamata intenzionalmente dagli agenti solo due ore dopo e dopo che costoro avessero tentato in tutti i modi a farlo desistere dalle sue determinazioni. In tale contesto il direttore Mariani non ha velocizzato i tempi, non ha autorizzato una vettura di servizio, un autista, ha soltanto dato l'autorizzazione per un'ambulanza, che poi i suoi agenti hanno chiamato all'ultimo minuto». Per il magistrato la vicenda Cucchi è caratterizzata da «anomalie» e tanti soggetti coinvolti «molti non ancora scoperti per chiara omertà». Già, chi ha ridotto Cucchi in quello stato? Riuscirà a chiarirlo il processo?

29 marzo 2011

Oltre il danno la beffa. Condannati 12 lavoratori eutelia

Scandalosa la condanna del tribunale ordinario di Roma a tre mesi di carcere o al pagamento di una multa di 7600 euro contro dodici lavoratori Eutelia accusati del reato di occupazione di proprietà privata,  per il presidio da loro effettuato nella sede di via Bona a Roma, durante una delle fasi più dure della vertenza.
Nel 2009 i lavoratori ex Eutelia,dopo diversi mesi passati senza ricevere lo stipendio, occuparono la sede dell’ azienda per protesta contro i licenziamenti e le truffe della società. La notte del 10 novembre 2009, Samuele Landi ex AD, fece irruzione nella sede via Bona a Roma, con l’ ausilio di 17 vigilantes che si ‘spacciarono’ insieme allo stesso Landi, per appartenenti alle Forze dell'ordine.
La condanna a tre mesi di reclusione è stata convertita in una pena pecuniaria di 7.600 euro a testa. Il procedimento era stato aperto proprio su querela del Landi, attualmente latitante a Dubai.
Si tratta di una sentenza ingiusta che ci lascia a dir poco perplessi anche perché, in quel periodo, i lavoratori non si trovavano in occupazione ma in assemblea permanente nei locali dell’azienda per difendere il proprio posto.
La sentenza  ha scatenato la reazione di molti esponenti del mondo del lavoro. Fabrizio Potetti, coordinatore nazionale Fiom-Cgil del gruppo Agile-Eutelia a commento della sentenza ha detto: «Riteniamo totalmente ingiustificata tale decisione che non tiene conto, in nessun modo, della gravità della situazione allora attraversata dai lavoratori», sottolinea Potetti che aggiunge: «Per fermare lo scellerato piano della proprietà, i lavoratori si videro costretti a presidiare l'azienda, non solo per protestare contro il mancato pagamento dei loro stipendi per diversi mesi consecutivi, ma soprattutto per bloccare la sistematica distruzione dell'Azienda stessa intrapresa dai soggetti a cui era stata ceduta la Società; un fatto, questo, asseverato prima dai custodi giudiziari e poi dalle sentenze di condanna emesse al termine del processo per bancarotta fraudolenta». «Oltretutto, come testimoniato dalle Forze dell'ordine intervenute subito dopo l'attivazione del presidio da parte dei lavoratori, tutte le attività lavorative e di servizio ai clienti sia di Agile che di Eutelia sono state effettuate con continuità proprio grazie all'impegno dei lavoratori che, pur nello stato di disperazione nella quale si trovavano - conclude il sindacalista Fiom - hanno sempre salvaguardato, a differenza di altri, le attività ed i beni aziendali».
"Siamo davanti ad un vero e proprio assurdo – ha dichiarato Alfio Ncotra , capogruppo della Federazione della Sinistra alla Provincia di Arezzo- perché colpisce dodici lavoratori, condannati senza sapere nemmeno di essere indagati e denunciati da quegli stessi manager che oltre a distruggere l'azienda con pratiche illegali tentarono un'irruzione paramilitare violenta per sgomberare i lavoratori da una giusta azione di lotta". Nicotra ricorda “come la mattina del 10 novembre sono stato avvisato dai lavoratori di Eutelia che nella sede di via Bona era in corso una irruzione da parte di sconosciuti. In quel periodo ero commissario della federazione romana del Partito della Rifondazione Comunista e mi precipitai in azienda per capire cosa stava accadendo. Al mio arrivo trovai la polizia che si era interposta tra i lavoratori e il gruppo di vigilantes che si era asserragliato sulle scale dell’azienda. La tensione era altissima perché i lavoratori si sentivano umiliati per aver rivisto il loro padrone dopo che per mesi aveva declinato ogni incontro e dopo che aveva in modo fraudolento ceduto il ramo di azienda con 2000 lavoratori nello scatola vuota di Agile. Samuele Landi era già stato portato al Commissariato di Polizia. Abbiamo collaborato con le forze dell’ordine per garantire l’incolumità dei vigilantes e la loro uscita dall’azienda. Diedi notizia alla stampa e al presidente della provincia di Arezzo Roberto Vasai di cosa stava accadendo. Landi dichiarò successivamente di avermi denunciato, ma, come per i lavoratori Eutelia, fino ad oggi non ho ricevuto nessun avviso di garanzia.” Nicotra esprime “ la sua totale solidarietà ai lavoratori ingiustamente condannati. Questi lavoratori sono persone straordinarie con i quali, nei mesi di lotta di Agile/Eutelia , ho costruito anche un fraterno rapporto di amicizia. La giustizia non può essere così strabica da condannare le vittime e lasciare in una latitanza dorata il colpevole.”

 
A tutti i lavoratori Eutelia in lotta e alla battaglia che conducono da tempo con civiltà e determinazione va tutta la nostra solidarietà.

28 marzo 2011

Carceri: Detenuto si toglie la vita in cella nel penitenziario di Venezia.

Ancora un suicidio nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore. Si è impiccato domenica sera nella sua cella un detenuto romeno di 29 anni. Era entrato in carcere a febbraio e dopo pochi giorni aveva già compiuto un gesto di autolesionismo, che aveva costretto gli agenti della Polizia penitenziaria a trasferirlo per alcuni giorni in ospedale per le cure. Dopo il suo ritorno in cella era tenuto d'occhio, ma gli organici a Santa Maria Maggiore sono davvero risicati e in questi giorni i detenuti sono 370. Il giovane rumeno si è impiccato appendendosi alle sbarre.
Nel 2009 sono stati ben tre i suicidi a Santa Maria Maggiore, un altro lo scorso anno e proprio tre giorni fa, da Roma, la Uil aveva segnalato che il carcere venziano nei primi tre mesi del 2011 aveva conquistato il triste primato dei tentati suicidi tra i detenuti: sono stati ben dieci, quasi tutti sventati. In Italia si tratta del quindicesimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno.

fonte: La Nuova di Venezie e Mestre

G8 Genova: È andata meglio in piazza Tahrir

La Grand Chambre della Corte Europea, con una maggioranza tutt'altro che granitica (10 a 7), ha stabilito che non vi sarebbero responsabilità del Governo italiano né nella morte di Carlo Giuliani né nell'inchiesta che ne seguì, che portò all'archiviazione dell'accusa di omicidio per il carabiniere Placanica che sparò a Carlo. Nessuna responsabilità dell'Italia nemmeno per la conduzione dell'ordine pubblico in quei tre giorni del vertice G8 del 2001. Su questo punto la Corte Europea, nel suo massimo grado e ribaltando quanto stabilito della prima istanza, si pone in aperto contrasto con le sentenze dei processi di Genova (3 i maggiori) che pure hanno attentamente analizzato i fatti di quei giorni, li hanno minutamente ricostruiti e sono giunte a stabilire che l'intervento dei carabinieri, poche ore prime dell'omicidio e nella stessa zona, fu illegittimo e ingiustificato: non dimentichiamoci che Carlo subì proprio quell'attacco, poco prima di essere freddato. Ugualmente le sentenze genovesi hanno accertato come sia stato illegittimo, nella decisione e nei metodi seguiti, l'attacco e il macello della Diaz. Infine, come sommamente illegittimo fu il trattamento subito dai fermati nella caserma di Bolzaneto. Se - secondo la Corte Europea - ciò rimanda ad un corretto, attento ed equilibrato mantenimento dell'ordine pubblico in piazza, non capiamo proprio cosa potrebbe definirsi per ingiustificato macello. Sicuramente i militari egiziani in piazza Tahrir hanno fatto meglio di quanto fecero Fini e De Gennaro nel comandare i loro sottoposti a Genova in quelle drammatiche giornate.
La verità è che la Corte Europea, soprattutto nella seconda istanza (la Grand Chambre) sta diventando sempre di più una istanza politica, sensibilissima ai desiderata dei vari governi, non appena le vengono sottoposte questioni politicamente sensibili. E l'ampliamento della Unione (che ovviamente si riflette sulla Corte) non le ha giovato in termini di libertà e autonomia di giudizio. Il verdetto sul crocifisso nelle aule italiane sta a dimostrarlo, tanto quanto questa sentenza sulla morte di Carlo.
D'altro canto, è difficile ergersi a critici della Corte Europea quando da un lato i nostri giudici non hanno nemmeno ritenuto di dover disporre il dibattimento e dall'altro i politici di tutti i partiti (con pochissime eccezioni personali) non hanno inteso disporre nemmeno di una commissione d'inchiesta parlamentare. Forse perché la maggioranza e l'opposizione di allora erano ambedue invischiate nella gestione di quei tre giorni, basti pensare a come l'allora capo della polizia transitò dal governo di centrosinistra a quello di destra.
La pronuncia di ieri pone fine, per il momento, all'iter della vicenda penale. Se col tempo dovessero emergere elementi nuovi sarà sempre possibile riaprirla. Rimane la via civile per chiedere risarcimento a Placanica e alla sua Arma, nonché allo stato stesso: un modo per celebrare comunque un processo (perché anche il giudizio civile implica un processo, sia pure mille miglia difforme da quello che avremmo voluto) e cercare di fare emergere, una volta ancora, delle responsabilità che si vollero occultare quando fu impedito il dibattimento penale (vi ricordate? Il solito proiettile che, sparato in aria impatta con un calcinaccio e va a conficcarsi in un occhio di Carlo uccidendolo in brevissimo tempo e altre panzane) e su cui oggi i giudici (o meglio sarebbe dire i politici?) di Strasburgo hanno inteso mettere una lapide definitiva. Non si illudano questi giudici e chi ne ha manovrato la maggioranza: non ci stancheremo mai di ricercare la verità sulla morte di Carlo. Costi quel che costi.

Ezio Menzione (Legale della famiglia Giuliani)

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