21 marzo 2011

Torino: carica della polizia alla no berlusconi night

Come annunciato la visita torinese di Berlusconi non è filata liscia. In città per promuovere il candidato sindaco di plastica Michele Coppola e nel contempo per testare il suo gradimento in pubblico, ha trovato una Torino che non ha tradito le aspettative. Il miglior amico dell'oggi tanto odiato e bombardato Gheddafi, il grande statista (quello del bunga bunga) aveva in programma una toccata e fuga in una città blindata, in un noto hotel del centro, dove per partecipare alla convivialità della serata, i commensali hanno pagato dai 500 euro in su.
Questo mentre L'Italia è complice in una vera e propria guerra contro la Libia, che ha tanto il sapore del 1999 Serbo.
Ad attenderlo un presidio di un migliaio di persone, variegato quanto determinato a tentare l'assedio al rais. Dal concentramento alle 18 davanti alla stazione di Porta Nuova a qualche isolato dall'hotel che ospitava B., dopo circa una mezz'ora d'interventi, di buon passo e cogliendo di sorpresa il servizio di sicurezza schierato in gran forze, ci si è concentrati a pochi metri dall'ingresso dei Principi di Piemonte. Qui la presenza è cresciuta e si è manifestata a vari livelli e in molteplici contenuti la rabbia verso chi decide i destini di ciascuno. Di quel politico che un giorno bacia l'anello di quello che oggi bombarda.
Intorno alle 20 la pressione al cordone sanitario di difesa al premier si è rafforzata e la questura, per non fare brutta figura di fronte al proprio capo, ha caricato i manifestanti al fine di allontanare la presenza contro B. Manganelli e lacrimogeni ( video) non hanno tolto l'assedio all'hotel che è proseguito oltre le 21, fino a quando un corteo spontaneo ha continuato a manifestare nel centro cittadino.
Berlusconi non è gradito e la guerra a Torino ha trovato i suoi primi oppositori.

fonte: InfoAut


10 anni NoGlobal

LA VIGILIA DEL G8 DI GENOVA Un convegno per ricordare i fatti del 17 marzo 2001 a Napoli e quello che ne è seguito: le tecniche di repressione sperimentate con gli ultras e applicate ai movimenti, le zone rosse, l'assenza del reato di tortura, le legislazioni speciali per controllare le rivolte contro le discariche e gestire il dopo-terremoto a L'Aquila. In 10 anni, 16 mila attivisti denunciati e 6 mila rinviati a giudizio per le lotte sociali.

Il 17 marzo a Napoli non si ricorda l'unità d'Italia ma il Global forum del 2001, almeno nell'area che si riconosce nelle lotte politiche e sociali. Quel pomeriggio, cioè, che anticipò il G8 di Genova sul piano della repressione violenta del dissenso. Ieri un convegno organizzato dal Legal team Italia proprio a Napoli ha ripercorso l'ultimo decennio di politiche e legislazioni speciali come pratiche riproposte poi, di volta in volta, sui territori in rivolta contro le discariche, la Tav fino a L'Aquila del post terremoto. Dalla gestione delle manifestazioni in piazza, quindi, si è passati alle proteste per il lavoro, alle comunità, il controllo sociale diventato un problema di ordine pubblico. È Livio Pepino, direttore di Quale Giustizia, a spiegare come molti dispositivi utilizzati dal 2001 in avanti siano stati sperimentati negli anni sulle tifoserie calcistiche, gruppi che non sollevano particolari simpatie e quindi facilmente isolabili, dall'arresto in flagranza differita fino al daspo,
che a dicembre scorso si è proposto di estendere alle manifestazioni politiche. Soprattutto, il reato di devastazione: «In Italia - spiega Pepino - era stato utilizzato quasi esclusivamente per i terroristi altoatesini che mettevano le bombe ai tralicci, per le rivolte carcerarie e, naturalmente, per gli hooligan». La gestione concordata della piazza è terminata quando è cominciata la politica delle zone rosse: «Dal '46 al '77 - ricorda ancora - sono stati 142 i morti durante i cortei. Dal '77 al 2001, cioè da Giorgiana Masi a Carlo Giuliani, non era più accaduto». A Genova è successo qualcosa di diverso, che aveva avuto un suo precedente a marzo a Napoli, sotto un governo di differente colore politico ma con la stessa gestione dell'ordine pubblico.
Piazza Municipio ridotta a una tonnara con, per la prima volta dopo decenni, anche carabinieri e guardia di finanza a gestire la repressione, feroce. Nessun varco per scappare, manifestanti colpiti con manganelli fuori ordinanza, inseguiti fin dentro il pronto soccorso degli ospedali. Il processo terminato con la condanna in primo grado per sequestro di persona aggravato per i funzionari, non tutti, una parte delle colpe sanate dalla prescrizione: «Perché l'Italia - ricorda l'avvocato Liana Nesta - non ha recepito il reato di tortura. Portati nella caserma Raniero senza conoscere l'imputazione, senza poter parlare con un legale, identificati e sottoposti ad angherie.
Tra i condannati in primo grado il vicequestore Fabio Ciccimarra, che metterà poi la molotov nella Diaz a Genova». E poi la ritorsione dello stato, perché quello che è successo nella città ligure è successo sotto obiettivi e telecamere di giovani, reporter e mediattivisti, le bugie smascherate anche grazie a una segreteria legale che ha fornito supporto tecnico nei diversi procedimenti. E allora arrivano nel 2002 i processi di Cosenza e Taranto, dove si teorizza che un gruppo di sovversivi, dai docenti agli operai, hanno cospirato da sud contro lo stato prima e durante i fatti di Genova: «Hanno tirato - spiega l'avvocato Simonetta Crisci - fuori dal cassetto il reato di cospirazione, un'accusa sufficientemente vaga da poter colpire chiunque, un arnese che ha funzionato dal fascismo a oggi. I giornali, esibiti in aula, raccontavano dei Ros del generale Ganzer che giravano le procure proponendo l'inchiesta, lo stesso accusato di traffico d'armi e droga. Di uno degli accusati, Francesco Cirillo, avevano fatto la copia delle chiavi di casa per installare delle cimici, dopo ogni incursione se le tenevano invece di riconsegnarle al pm, così entravano e uscivano quando volevano». Un'accusa basata non su prove ma interpretazioni di conversazioni, già bocciata due volte, ma portata lo stesso in appello.
In dieci anni, sono 16mila le persone denunciate, seimila rinviate a giudizio, per fatti che riguardano le lotte sociali ricorda Italo di Sabato, dell'Osservatorio sulla repressione. Nel 2009 a Teramo 39 ragazzi sono finiti nelle maglie della giustizia dopo uno scontro con Forza nuova e la rottura di una vetrina, di cui 22 solo per aver esposto allo stadio uno striscione di solidarietà: «La legalità come dichiarazione di guerra contro i poveri cristi». Napoli, Genova e poi le Torri gemelle con la lotta planetaria al terrorismo che, dagli Usa all'Europa, impone la compressione dei diritti civili, così spiega l'avvocato Ezio Menzione si arriva ad accettare come normali le retate a tappeto, le zone off limits, gli arresti fuori flagranza, i controlli alle frontiere fino ai pastori sardi bloccati a Civitavecchia per non farli arrivare a manifestare a Roma. Fino alle discariche dichiarate zone militari, con le aggravanti per gli arrestati nelle vicinanze, aggravanti anche per chi colpisce un agente di pubblica sicurezza, cose che capitano in una manifestazione, oppure si fanno capitare.

Adriana Pollice - il manifesto

20 marzo 2011

«Botte e carcere, così reprimono il conflitto sociale»

La notizia che i caccia francesi siano già sui cieli della Libia piomba - e ne accresce l'attualità - sul convegno del Legal team Italia (gli avvocati riconoscibili dalla pettorina giallo-nera durante le manifestazioni) incentrato sulla relazione tra repressione nelle piazze e riscrittura dei rapporti di forza nei luoghi di lavoro. Le prove generali del salto di qualità nella gestione dell'ordine pubblico avvennero a pochi minuti da Castel dell'Ovo, location del convegno, giusto dieci anni fa. Il 17 marzo del 2001, per la prima volta, una manifestazione di massa venne caricata ferocemente dopo essere stata privata di una via di fuga. New entry, sulla scena del crimine, le fiamme oro accanto alle divise di polizia e carabinieri. Altra terrificante novità fu la caccia all'uomo negli ospedali e il rapimento (così stabilirà un tribunale nove anni dopo) di decine di feriti. Un'«attrezzeria» dispiegata a Genova qualche mese dopo e che da allora è stata perfezionata - lo ha delineato nella relazione introduttiva l'avvocato Ezio Menzione - nella dilatazione delle zone rosse intorno alle discariche, alle scuole, alle tendopoli dei terremotati aquilani. Una compressione dei diritti che trovò nuova linfa dopo l'11 settembre ma che è legata alla gigantesca riscrittura dei rapporti sociali che va sotto il nome di globalizzazione liberista.

Sul piano strettamente giuridico, la tendenza denunciata dal Legal team è quella per cui la «legge è sempre meno uguale per tutti». Le nuove aggravanti di clandestinità e di recidiva reiterata, infatti, segnano come il rischio di privazione della libertà sia incredibilmente più concreto per chi si trovi in posizioni marginali rispetto alla cittadinanza - gli stranieri - o alla collocazione sociale: i tossici, gli ultras, gli antagonisti. «La piazza è un luogo complicato - ha avvertito Livio Pepino, ex segretario di Magistratura democratica - ma negli ultimi anni è sfumato il confine tra le tipologie delle manifestazioni, dei moti di piazza, del riot». La mutazione nella gestione dell'ordine pubblico ha preso le mosse nella stagione della "tolleranza zero", che ha avuto ricadute nell'abbassamento del livello delle violazioni tollerate e ha fatto saltare la consuetudine della gestione concordata della piazza. Frutto avvelenato di quella stagione, ha segnalato Liana Nesta, avvocato di parte civile per la mattanza di Piazza Municipio, è anche l'«immunità funzionale», l'impunità, pretesa dagli operatori di polizia.

Nei dieci anni presi in esame, le novità giuridiche, come la propensione crescente dei pm a farsi strumento delle polizie, hanno preso le mosse comunque da vecchi arnesi come il Codice Rocco di epoca fascista, cuciti su misura per perseguitare gli attori del conflitto sociale. Un esempio per tutti, quel reato di cospirazione appiccicato agli imputati del Sud Ribelle, fa presente la loro legale Simonetta Crisci. Quegli arnesi, spesso, sono così obsoleti da non condurre in galera, perché «i cattivi pensieri non si possono punire», ha detto Sergio Moccia, professore alla Federico II, ma «la vera pena - ha aggiunto - è il lunghissimo processo che attende gli inquisiti». «Dai processi di Genova «è emerso anche che, per le forze dell'ordine, guerra e ordine pubblico sono la stessa cosa», ha spiegato Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, ucciso a Genova da uno dei carabinieri che avevano aggredito un corteo regolarmente autorizzato. Da allora Haidi non smette di reclamare un processo, di mettere in collegamento le vittime dell'ordine pubblico e di denunciare come la repressione sia indice della debolezza della democrazia.

Le cifre - sedicimila denunciati e seimila rinviati a giudizio per reati legati al conflitto - rivelano la dimensione della repressione sperimentata in primo luogo sugli ultras del calcio. La composizione della popolazione carceraria e la mole dei morti dietro le sbarre, i ripetuti casi di malapolizia (Cucchi, Aldrovandi, Uva ecc…) pongono l'urgenza di «una nuova stagione di garantismo», ha suggerito Italo Di Sabato che cura l'Osservatorio repressione.
«Ma perché, è legale il ricatto di Pomigliano?», si domanda Antonio Di Luca della Fiom, testimoniando la solitudine dei lavoratori nel deserto politico della post-democrazia. E' il lavoro ai tempi dello «stato terminale del diritto del lavoro». La storia degli ultimi dieci anni - descritta da un'avvocata del lavoro, Marina Paparo, e da una docente precaria dell'Unical, Antonella Durante - è anche la storia di come, dal pacchetto Treu al Libro bianco di Maroni fino al collegato lavoro e all'attacco frontale al contratto collettivo nazionale si sia prodotta una mutazione genetica del giuslavorismo, con il medesimo autoritarismo esibito in ordine pubblico.
Le radici dell'attacco risalgono sia alla sconfitta dell'80 alla Fiat sia alla concertazione del '93, che introdusse le prime deroghe al ccnl su cui Marchionne ha potuto scardinare Pomigliano e Mirafiori. Nel mirino c'è sempre il conflitto sociale, che poi è lo stesso obiettivo del sistema elettorale bipolare. Anche la choc-economy, testata a L'Aquila e nell'emergenza rifiuti napoletana, tende a sperimentare il governo autoritario del territorio per imporre interessi forti e la privatizzazione dei beni comuni. «E' ora di uscire dall'emergenza visto che non serve a risolvere le emergenze», ha spiegato, concludendo, Gilberto Pagani, presidente del Legal team (che pubblicherà i materiali sul suo sito), rimandando al prossimo appuntamento genovese per una riflessione internazionale da cui, finalmente, escano appunti per una piattaforma.

Checchino Antonini da Liberazione

19 marzo 2011

Nel carcere di Pescara 35enne si impicca: da inizio anno sono 13 i detenuti suicidi e 33 in totale i morti

Mario Di Fonso, 35 anni, si è suicidato questa mattina nel carcere di Pescara impiccandosi alle sbarre con un rudimentale cappio ricavato da una striscia di lenzuolo. Scattato l’allarme, oltre al medico del carcere è intervenuto anche il 118, ma l'uomo era già morto. Il magistrato di turno, Silvia Santoro, ha disposto l'autopsia.
Di Fonso era in carcere dallo scorso settembre, quando fu arrestato assieme ad altre sette persone nell’ambito di un’inchiesta del commissariato di Lanciano (Chieti) per un presunto traffico di sostanze stupefacenti.
Salgono così a 13 i detenuti morti per suicidio dall’inizio del 2011 (4 nel solo mese di marzo) e a 33 il totale dei detenuti morti per cause diverse nelle carceri italiane. L’ultimo decesso era avvenuto ieri nella Casa Circondariale di Reggio Calabria, vittima una donna marocchina di 44 anni.

fonte: Ristretti Orizzonti

18 marzo 2011

Genova 2011: «Loro la crisi, noi la speranza»

Genova chiama ancora. Tra giugno e luglio ci saranno trenta giorni di iniziative pubbliche per rilanciare e attualizzare la riflessione intorno a un diverso modello di società, alla luce degli avvenimenti di questi ultimi dieci anni, «con lo sguardo rivolto al futuro», spiega Rita Lavaggi, coordinatrice cittadina degli eventi del decennale. La contestualizzazione di quell'esperienza sta tutta dentro lo slogan scelto dai promotori: "Loro la crisi, noi la speranza".
Nel 2001, uno dei più grandi movimenti sociali degli ultimi tempi aveva scelto la Genova del G8 per dimostrare l'inconsistenza e l'illegittimità di quelle ricette economiche, prevedendo con largo anticipo i disastri globali che quel tipo di globalizzazione avrebbe portato: una crisi sociale, con oltre un miliardo di persone che muoiono di fame; una crisi economica, causata da un sistema finanziario sganciato dalla vita reale; una crisi climatica, con un pianeta che sta drammaticamente cambiando. Questo ha portato a tensioni, violenze, oppressione: le insurrezioni popolari del Maghreb di questi giorni che ce lo ricordano, rappresentano, altresì, il riscatto, la speranza e la dignità di quelle popolazioni.
Quel movimento pacifico fece paura e fu stroncato a Genova con una repressione senza precedenti:
migliaia di persone pestate, 93 cittadini aggrediti nel sonno alla scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto molti furono torturati, Carlo Giuliani fu ucciso in Piazza Alimonda (e neppure un processo per tentare di fare chiarezza e rendere giustizia a questa morte) e i responsabili di tali violenze pur essendo stati condannati sono ancora al loro posto e molti sono stati promossi. Amnesty International la definì la più grave violazione dei diritti umani dal secondo dopoguerra. Non c'è nessun altro Paese al mondo che abbia i vertici delle polizie e dei servizi segreti condannati in appello.
Ieri, a Tursi, il comitato promotore ha presentato le ragioni del ritorno a Genova: continuare a lavorare per un nuovo mondo possibile, chiedere verità e giustizia, «perché la storia ha confermato e superato nella negatività, purtroppo, le previsioni che facemmo allora». A dimostrarlo ci sarà "Cassandre", (ispirata dalla figura mitica che, inascoltata, prevedeva il futuro) mostra multimediale che aprirà il 24 giugno al Ducale e chiuderà il 24 luglio, giorno della grande assemblea che concluderà il ritorno fatto dagli appuntamenti rituali, in Piazza Alimonda e sotto la Diaz, dal fitto calendario e dal corteo che si riprenderà il centro allora in balìa della zona rossa degli Otto grandi. La crisi dei cambiamenti climatici, le turbolenze della finanza, le guerre per il controllo del petrolio, i rischi del nucleare, i cambiamenti in America Latina erano tutte questioni già previste dal primo world social forum di Porto Alegre in poi come ha ricordato Vittorio Agnoletto, allora portavoce del Gsf, citando le parole di Walden Bello, sociologo filippino. «Dobbiamo riprendere il filo - esorta Agnoletto - se vogliamo comprendere le rivolte del Maghreb dobbiamo guardare a Chicago dove c'è la borsa dei prodotti agricoli». «Anche il concetto di beni comuni è nato tra Porto Alegre e Genova», insiste il medico milanese mettendo in evidenza la filiazione del popolo dell'acqua da quello che fu chiamato - per la sua vastità - il movimento dei movimenti. All'interno del calendario, il Forum dei movimenti dell'acqua è presente con due workshop, sulla ripubblicizzazione del servizio idrico - i movimenti intendono sperimentare un modello partecipativo - e sul quadro internazionale della gestione del più fondamentale dei beni comuni.
Il percorso, in cui Liberazione figura tra i promotori, è tutt'altro che concluso, è possibile aderirvi e prendere parte alle assemblee nazionali che, da ottobre, scandiscono la preparazione degli eventi (info: wwwgenova2011.org).
Con un messaggio inviato agli organizzatori della conferenza stampa, il leader Fiom, Maurizio Landini, ha annunciato che i metalmeccanici contribuiranno alle inziative anche promuovendo un'assemblea con giovani delegati e studenti «contro la crisi, per il contratto nazionale e la democrazia». Ad aprire le danze, il 24 e 25 giugno, saranno le reti femministe di Punto G con un evento sulla violenza contro le donne, una conferenza sulla laicità contro l'incedere dei fondamentalismi e un confronto tra vecchio e nuovo femminismo.
A ridosso della settimana finale è prevista la maggiore densità di appuntamenti, alcuni generalisti come il ritorno al Carlini, altri autorganizzati da "pezzi" del vastissimo cartello promotore. Anche Rifondazione e i Giovani comunisti saranno visibilissimi sia all'ombra della Lanterna sia nella strada che conduce nella città del primo social forum. Tra le idee già pervenute quella del Legal forum, pronto a tenere un convegno internazionale sulla repressione e quella di Sinistra critica che, come altri soggetti, ha le antenne puntate sul Maghreb (dal primo al 4 aprile ci sarà un forum internazionale in Tunisia a cui prenderanno parte le reti italiane). Titolo della sua iniziativa che proverà a far dialogare le resistenze sociali di questa e quella sponda del Mediterraneo: "La rivoluzione è possibile".
Sempre sulla strada che porta a Genova, Cgil e Arci svolgeranno un convegno a Roma il 22 marzo alle ore 10.30 (centro congressi Cavour) con Paolo Beni (presidente nazionale Arci) e Enrico Panini (segretario confederale Cgil). La partecipazione della confederazione di Corso Italia è una novità importante a dieci anni dalla diserzione della Cgil (ma non della Fiom e della sinistra sindacale) dall'esperienza del Genoa social forum.

16 marzo 2011

La vergogna degli Opg, inferno dei "dimenticati"

Lerciume, urina, immondizia, letti arrugginiti, fori utilizzati come vasi per escrementi, ratti, stanze da quattro dove si sta in nove, ed ancora torture, farmaci usati come sedativi continui, nessuna terapia. E' un viaggio nell'orrore. Un vero e proprio "choc" il monitoraggio eseguito dalla Commissione d'inchiesta del Senato sull'efficacia e l'efficienza del Servizio sanitario nazionale, presieduta da Ignazio Marino, negli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Un "Abu Ghraib" d'Italia si può ben definirla che, proprio nell'anniversario dei suoi 150 anni, urla vendetta per quei veri e propri "fantasmi" dimenticati. E domenica andrà in onda il documentario prodotto dalla stessa Commissione a "Presa diretta" su Rai Tre. «Così - denuncia Marino - gli italiani si renderanno conto di questi luoghi dove si è dimenticata del tutto l'umanità». E, a vederlo, questo reportage, si resta a dir poco inorriditi. C'è chi piange in ginocchio gridando «giustizia», chi si aggira in silenzio in stanze incrostate di ruggine, sudiciume ovunque, fori usati come latrine, nessuna terapia. Farmaci che sembrano sepolti solo da polvere; medici, in ciascuna struttura, presenti solo quattro ore a settimana che dovrebbero prendersi cura di 300 persone. E sono proprio loro, gli internati degli Opg, a raccontare il loro degrado. Come se non bastasse, delle 1.535 persone che vi sono recluse, più di 300 sarebbero già «dimissibili», vale a dire dovrebbero uscire da quei nosocomi criminali, ma da anni, di proroga in proroga giudiziaria, continuano ad essere reclusi all'inferno. «L'inferno dei dimenticati» lo definisce Marino.
E la situazione sembra davvero disperata oltre che disarmante.
Gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) sono nati a metà degli anni Settanta in sostituzione dei precedenti manicomi criminali, strutture giudiziarie dipendenti dal Ministero della Giustizia. Sono rimasti esclusi dalla legge Basaglia del 1978 che ha riformato i manicomi e la loro organizzazione è di fatto ferma al codice Rocco del 1930. In Italia ce ne sono sei (a Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Aversa, Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Stiviere e Napoli-Secondigliano). E' in questi che, da fine 2010, sono iniziate, grazie all'indagine condotta dalla Commissione, visite a sorpresa, inattese, sempre puntualmente impreviste che non hanno fatto altro che «svelare - spiega il senatore Pd - una situazione inaccettabile, quella che alcuni magistrati hanno definito un "ergastolo bianco"». Oltre che un vero e proprio «schifo», aggiunge Michele Saccomanno (Pdl), «che ci fa vergognare di celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia». Da quando le visite sono state eseguite, molte di quelle persone sono morte a causa delle condizioni disumane in cui versavano. Nel 2008, ad Aversa, arrivò anche una delegazione del Comitato per la prevenzione della tortura della Commissione Europea. E proprio questa descrisse la situazione come «inimmaginabile», dunque passibile di una denuncia proprio per tortura. Del resto, chi ci entra anche per reati risibili, come per quel poveraccio che nel 1992 si è infilato una mano in tasca fingendo di avere una pistola e ha fatto una rapina da 7 mila lire in un'edicola, ancora sta dentro, dopo 20 anni. Si rischia, insomma, di non uscirne più. Il meccanismo che si innesca è, purtroppo, il seguente: chi potrebbe uscire, se non ha una famiglia - e, spesso, non ce l'ha - dovrebbe essere curato dalle Asl sul territorio, come una qualunque persona con malattie mentali. Ma le Asl, a volte non possono, a volte non vogliono offrire "percorsi alternativi" ed allora rinviano tutto al magistrato che non fa altro che firmare proroghe su proroghe. «Uno scandalo» riflette ad alta voce Marino. E' come se si facesse di tutto per tenerli dentro perché - dicono le Asl - «mancano le risorse». Eppure, riflette Marino, «ora non ci sono davvero più scuse perché dai ministeri Salute e Giustizia è stato preso l'impegno di stanziare 10 milioni di euro per agevolare l'assistenza e garantire appunto le cure di chi ne ha bisogno». Del resto, alla denuncia, promette ancora il senatore Pd, seguiranno i fatti.
La Commissione è già intenzionata a chiudere tre strutture su sei e arrivare, al più presto, all'individuazione di nuove strutture a custodia cosiddetta «attenuata» per il trattamento sanitario dei reclusi. Gli ultimi fatti di cronaca che hanno coinvolto alcune di queste realtà - come per l'Opg di Montelupo Fiorentino, dove un uomo è morto per aver inalato del gas, o, ancora, ad Aversa, dove due agenti della polizia penitenziaria sono stati arrestati con l'accusa di aver abusato di un transessuale - «rendono indispensabile un'azione urgentissima dove - afferma un altro senatore Pd - è assolutamente necessario che l'aspetto sanitario prevalga su quello carcerario». Ma, soprattutto - conclude Marino - «si renda alle persone la loro dignità e al nostro Paese l'integrità di una nazione che porta rispetto nei confronti di tutti i suoi cittadini». Questi lager vanno chiusi.


Castalda Musacchio da Liberazione

Carceri: due detenuti muoiono in cella a Padova e Pesaro, già 31 i “morti di carcere” nel 2011

Nelle sovraffollate carceri italiane negli ultimi 15 giorni si sono verificati sette decessi; da inizio anno i morti sono 31, di cui 11 suicidi. Un’altissima frequenza di “infarti” anche in persone giovani.
Adel Mzoughi, tunisino di 36 anni detenuto nella Casa Circondariale di Padova, ieri pomeriggio è stato ritrovato cadavere nella sua cella. L’uomo era in carcere con l’accusa di detenzione di droga e resistenza a pubblico ufficiale. Sono in corso indagini per appurare le cause del decesso, dalle prime informazioni trapelate sembra si sia trattato di un infarto.
Le condizioni detentive nella Casa Circondariale di Padova sono caratterizzate da un drammatico sovraffollamento: a fronte di 98 posti “regolamentari” i detenuti presenti all’ultima rilevazione, lo scorso 28 febbraio, erano 216 (indice di affollamento del 220%). Gli stranieri presenti erano 168 (78% del totale), i tossicodipendenti 94 (44% del totale).
Victor Galvez, 47enne di origine cilena, ma con cittadinanza italiana, è morto domenica sera verso le 22.30 nella Casa Circondariale di Pesaro. L’uomo era in cella con altri due detenuti e sembra che prima di morire abbia litigato con uno di essi, poi gli animi si sono placati e tutti si sono distesi in branda.
Soltanto che il 47enne sembrava troppo immobile. Per questo, gli altri due compagni di cella hanno provato a scuoterlo, ma senza avere risposte. È stato chiamato il 118, il medico e gli infermieri gli hanno praticato delle terapie per far ripartire il cuore. L’uomo è stato caricato e portato all’Ospedale, ma è stato tutto inutile. La procura ha deciso di far sottoporre il corpo ad autopsia per accertare le cause del decesso, seppur ci siano elementi per affermare che si sia trattato di un infarto. Si escludono comunque ferite da arma da taglio.
Nel carcere di Pesaro, a fronte di una capienza di 178 posti, i detenuti presenti sono 337 (indice di affollamento del 190%). Gli stranieri sono 182 (56% del totale), i tossicodipendenti 48 (15% del totale) di cui 7 in trattamento metadonico. Nelle celle di 8mq, progettate per un solo detenuto, sono rinchiuse 2 o anche 3 persone.

fonte: Ristretti Orizzonti

13 marzo 2011

Massa: 49enne ritrovato morto in cella, i familiari dei detenuti scrivono “trattati come bestie”

Enzo Di Marco, 49 anni, detenuto nella Casa Circondariale di Massa, si è sentito male durante la notte di giovedì scorso. I compagni di cella se ne sono accorti soltanto la mattina dopo e hanno dato l’allarme, ma era troppo tardi per prestargli qualsiasi soccorso. Probabilmente la morte è stata causata da un infarto, anche se bisognerà attendere gli esiti degli esami tossicologici e istologici, disposti dal magistrato, per avere una risposta certa.
Di Marco è il ventinovesimo detenuto che muore nelle carceri italiane da inizio anno e, se l’ipotesi dell’arresto cardiocircolatorio venisse confermata, sarebbe il decimo ucciso da un “infarto”, tra cui tre ragazzi non ancora trentenni. Altri 11 detenuti sono morti suicidi, i rimanenti per sospette overdose di droghe o di farmaci, tranne due, che avevano 66 e 75 anni e sono deceduti per “cause naturali” legate a patologie da tempo diagnosticate. Nel complesso soltanto 3 dei 29 detenuti morti avevano più di 50 anni.
Verrebbe spontaneo pensare all’esistenza di un “fattore ambientale”, cioè che la carcerazione (soprattutto nelle attuali condizioni di estremo sovraffollamento) provochi l’insorgenza di nuove patologie, anche in detenuti giovani, e aggravi quelle preesistenti.
Al riguardo è emblematica questa lettera dei familiari dei detenuti di Massa riportata dal quotidiano “Il Tirreno” e precedente alla morte di Enzo Di Marco:
Scriviamo questa lettera perché vorremmo esprimervi alcune nostre perplessità sulla Casa circondariale di Massa. Attualmente si trova in uno stato di sovraffollamento assurdo, una situazione disumana. Detenuti costretti a dormire per terra e in condizioni igieniche poco sicure. Anche se tutte queste persone hanno sbagliato, stanno pagando e non è giusto non rendere pubblica questa situazione. Vengono trattati come bestie. I giornali nazionali non parlano mai del carcere di Massa e delle condizioni in cui vivono i detenuti. Non è giusto che vivano come animali.
Facciamo appello alle istituzioni affinché non chiudano gli occhi sul carcere di Massa, ma aiutino i carcerati a vivere con dignità la loro pena. La soluzione forse sarebbe quella di abolire alcune leggi che hanno pesato moltissimo sulle carceri italiane. Una su tutte potrebbe essere quella sull’immigrazione”.
Nella Casa Circondariale di Massa ci sono 62 celle, divise in 3 sezioni detentive. In ogni cella dovrebbero trovare posto 2 detenuti, ma per i noti problemi di sovraffollamento la “capienza ufficiale” dell’Istituto è stata portata a 175 posti, quindi aggiungendo una terza branda per cella. Attualmente la situazione è drammatica, perché i detenuti presenti sono oltre 260 (esattamente erano 266, all’ultima rilevazione, effettuata a inizio anno). Non ci sono brande per tutti e, anche se ci fossero, nelle celle non c’è lo spazio per montarle, quindi i detenuti sono costretti a dormire su materassi a terra.

fonte: Ristretti Orizzonti

11 marzo 2011

Violenze sussuali in caserma......

Una giovane donna viene trattenuta in stato di fermo in una caserma dei Carabinieri di Roma, accusata di un piccolo furto. Nella notte, 3 Carabinieri e un Vigile Urbano abusano sessualmente della malcapitata, loro parleranno di un rapporto sessuale consenziente ma le testimonianze contraddittorie spingono lo stesso magistrato ad ipotizzare il reato di violenza indagando formalmente gli agenti.
Gli stessi responsabili del vile atto vengono in tutta fretta trasferiti, tutti tranne (ironia istituzionale) il vigile, il quale è risultato non in servizio al momento della violenza in caserma. Ma cerchiamo di spiegare la dinamica del fatto: la giovane, fermata a seguito della sottrazione di alcuni abiti, roba da poco, veniva condotta in commissariato dove è stata dichiarata in stato di fermo.
In Italia, la detenzione amministrativa si va estendendo rispetto a quella penale e il fermo che per ora si limita a 48 ore, viene largamente utilizzato. In altri paesi europei, invece, il fermo non esiste, per le altre legislazioni è inconcepibile rimanere due giorni chiusi dentro una caserma, senza possibilità alcuna di contatto con l'esterno. In queste 48 ore può accadere di tutto, la sospensione del diritto lascia il fermato in balia di persone che dovrebbero teoricamente garantire la sua incolumità ma che sovente sono accusate di violenze e di abusi (di vario genere).
Nelle caserme di carabinieri e polizia in Italia si puo' morire o essere percossi, le statistiche attestano numerosi e non certo sporadici episodi di violenza, il caso Cucchi è solo l'esempio più noto all'opinione pubblica. In Italia, fino al 1996, il reato di violenza sessuale non era neppure riconosciuto come tale, ma bensì considerato danno contro la morale, come se lo status di persona non spettasse alle donne. E proprio in assenza di questo status, per decenni, le violenze sessuali sulle donne sono stati dei non reati, atti di virilità o debolezza della carne maschile.
Chi ha abusato di questa giovane donna sapeva di poter contare sui molti vantaggi derivanti dalla condizione detentiva della stessa e dalla forza insita nella divisa, sulla impossibilità della giovane di difendersi e far valere la inviolabilità del proprio corpo, la dignità di essere umano. Chi ha abusato di una detenuta sperava nella impunità, nella intoccabilità della divisa, nel potere derivante da una istituzione che in teoria dovrebbe occuparsi di tutelare i cittadini.
Per un simile episodio, avvenuto pero' nel degrado della città e con il coinvolgimento non di agenti in divisa ma di immigrati dalla pelle scura, la giunta capitolina ha attuato una punizione collettiva contro la comunità somala, sgomberando decine di persone (estranee al fatto) e lasciandole in strada in pieno inverno. Ci chiediamo per quale ragione il sindaco Alemanno non usi ugual peso e ugual misura per i carabinieri protagonisti delle violenze, visto che ad oggi, a parte il loro trasferimento in luoghi dove potrebbero reiterare violenze, non pare siano state prese misure atte ad evitare il ripetersi degli stessi soprusi su uomini e donne in stato di fermo o detenzione.
Perché allora non muriamo (e chiudiamo) la caserma dei CC del Quadraro a Roma? Sarebbe un gesto di civiltà, perché tanta compiacenza verso questi luoghi istituzionali dove si manifestano violenze e soprusi?
Mentre scriviamo, emergono dalla cronaca nuovi casi di abusi e di violenze - anche sessuali- all'interno di istituzioni totali e detentive, nei CIE e negli OPG, senza che la cosa susciti indignazioni o proteste neppure da parte di chi, un tempo, faceva della battaglia in difesa delle donne una battaglia di civiltà per tutti e tutte.

z o n e d e l s i l e n z i o -Pisa-

Brescia: presidio di solidarietà per la dignità dei detenuti

Partecipato presidio giovedi pomeriggio all’esterno del carcere di Canton Mombello a Brescia, in solidarietà ai detenuti in sciopero del vitto con battiture 3 volte al giorno. I reclusi denunciano il sovraffollamento e chiedono misure alternative alla detenzione in galera in quello che è uno degli istituti di pena peggiori di tutta Italia.
Oltre un centinaio di solidali, con pentole e coperchi, ha animato la protesta per tutto il tardo pomeriggio rilanciando all’esterno il grande rumore prodotto dalla rabbia dei reclusi in lotta per vedere riconosciuta la loro dignità.

 
fonte: Radio Onda d'Urto

10 marzo 2011

Cos'è rimasto della stagione della democratizzazione della polizia

Se fosse un film questa storia inizierebbe con le immagini di una manifestazione piccola piccola, a Ponte Galeria e finirebbe (per ora) con le foto pubblicate ieri da Liberazione. Località sperduta al di là della periferia ovest di Roma. Ponte Galeria è un luogo di case più o meno abusive a sfregiare la campagna, più in là l'aeroporto di Fiumicino. Ponte Galeria diventò famosa alla fine del secolo scorso quando, accanto alla decentratissima scuola della celere, spuntarono le gabbie del Cpt romano, luogo di feroce apartheid - nel comune sentire delle reti antirazziste - inventato da due ministri di allora, Turco Livia e Napolitano Giorgio.
Era il 15 gennaio 2000. Dieci anni prima era scoppiata la pantera nelle università di mezza Italia. Questo si dissero mesti due partecipanti alla minuscola manifestazione, reduci da quell'altro movimento. Intorno a loro c'erano poche decine di persone bloccate nel piazzale della stazione da uno spiegamento di forze in tenuta antisommossa che occupava fisicamente il budello di strada che portava alle gabbie per migranti che non avevano commesso reato alcuno. Quello di clandestinità sarebbe stato inventato dal successivo governo dai ministri Bossi Umberto e Fini Gianfranco.
Il film andrebbe avanti con la scena del tentativo di avanzata, dopo un nervoso fronteggiamento immobile, da parte dei manifestanti, dietro un salsiccione di gomma. Era l'uso del momento: mettere in gioco i corpi (con un po' d'imbottitura) per provare a forzare la situazione, dimostrando risolutezza ma senza offendere altre persone, mettendo spalle al muro chi gestiva l'ordine pubblico, la violenza era solo da una parte. Infatti, al di là del salsiccione si scatenò una gragnuola di manganellate e lancio di armi improprie contro i manifestanti. Fu spaccata la testa a un ingegnere in pensione, pacifista incallito, incapace per carattere di mostrare i muscoli. Durò pochissimo e non ebbe conseguenza alcuna sul destino della battaglia antirazzista e non sarebbe nemmeno il caso di dedicare tanto spazio a questo ricordo se il capo della piazza non fosse un commissario di polizia che, una quindicina di anni prima, giovane capitano di pubblica sicurezza era finito sotto processo per aver denunciato che il suo, alla celere di Padova, era un «mestiere violento» e che esisteva un settore di polizia che non voleva «più mettere a ferro e fuoco le città, ma inserirci nella realtà che ci circonda». Fu messo alla sbarra per attività sediziosa. In sintesi aveva denunciato che la celere agiva con metodi da guerra sporca nella gestione dell'ordine pubblico, che gli agenti - incoraggiati dagli ufficiali - truccavano con sabbia e tondini di ferro manganelli ritenuti troppo morbidi, toglievano la calotta ai candelotti lacrimogeni così da aumentarne la capacità penetrante, compravano fionde e biglie per attaccare i manifestanti. Non basta, il giovane capitano rivelò che il Reparto è un campionario quasi completo di reati comuni: furto, ricettazione, rapine, sfruttamento della prostituzione. E molti dei poliziotti avevano simpatie e contatti col mondo dell'estrema destra. Fu così che si iniziò a parlare di "polizia democratica" che ambiva a essere sindacalizzata e a scrollarsi di dosso, assieme alle stellette, anche l'eredità di Scelba. I pasoliniani figli del popolo avevano preso coscienza, volevano essere cittadini e lavoratori come gli altri, servire la Costituzione e non essere il braccio armato del potere. Il 25 aprile del 1981, nonostante la pesantezza emergenziale dell'epoca, la pubblica sicurezza diventò polizia di stato e ogni agente potè aderire al sindacato.
Nemmeno venticinque anni dopo di quella stagione non sembrava essere restato niente. Il capitano, divenuto commissario, aveva guidato un'azione con gli stessi metodi di chi lo aveva sbattuto sotto processo. La polizia s'era rimilitarizzata ma il grande pubblico lo avrebbe scoperto solo un anno e mezzo dopo, comodamente seduto sulle poltrone di casa, mentre migliaia di robocop con i colori di ogni polizia disponibile inseguivano e violentavano, con ogni mezzo a disposizione, i trecentomila manifestanti accorsi contro il G8 di Genova (come qualche mese prima a Napoli). Dopo ventitre anni ci riscappa il morto.
Le pratiche denunciate dal capitano coraggioso erano tornate in auge maturando nella mutazione della società italiana, trovando linfa nella montante emergenza sicurezza inventata senza pezze d'appoggio statistiche, nel nuovo modello di difesa, nella creazione di un fronte interno della guerra globale, nella riforma dell'arma dei carabinieri, nella professionalizzazione dell'esercito, nell'erosione dei diritti del lavoro e della cittadinanza, nello smarrimento che quell'erosione ha indotto nei tessuti sociali, infine nella ristrutturazione dei servizi segreti coordinati da una sorta di Negroponte italiano.
Dieci anni dopo il catalogo di brutalità, abusi, omicidi e depistaggi commessi da personale delle forze dell'ordine è così vasto da impedire che la stampa e le procure si girino dall'altra parte. E questa scia di sangue ha oltrepassato i confini degli scenari di piazza, dei contesti di conflitto, per macchiare i luoghi del contatto quotidiano, informale, tra gli uomini con la divisa (e la pistola) e quelli senza entrambe. E' una mutazione del ruolo delle polizie e della loro relazione col contesto - che poi è il rapporto coi cittadini e con la legalità. Di questo, anche, si parla quando si grida all'emergenza democratica nel Paese.
Di questo parla la vicenda legata all'omicidio di Federico Aldrovandi e al depistaggio delle indagini sui fatti. Il questore dell'epoca, come il capitano coraggioso, era stato tra coloro che, nei primi anni '70, aveva preso parte alle riunioni clandestine del movimento per la sindacalizzazione della polizia.
Se fosse un film, dalla solitudine della famiglia Aldrovandi, si passerebbe con una semplice dissolvenza alla scena più affollata di una conferenza stampa della famiglia Cucchi. All'apparenza il caso ha una fortuna mediatica e politica migliore di quella del diciottenne ferrarese ma spesso i cronisti enfatizzano aspetti marginali della vicenda. Quasi nessuno avverte l'urgenza di indagare quella mutazione genetica, di individuare strumenti di formazione e di garanzia tali per cui non debba più accadere che qualcuno ci rimetta la salute e le penne e alla fine anche la dignità se qualche appartenente di questi corpi decide di "superare la linea blu", come dicono negli Usa quando viene commesso qualche abuso nella gestione del servizio. Eppure, solo per fare alcuni esempi, sia le morti di Stefano Frapporti, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri e la condanna del capo dei Ros o "solo" lo stupro appena denunciato da una donna transitata in una caserma dei carabinieri della periferia romana configurano un vero e proprio ribaltamento dell'emergenza sicurezza.
Il debate public è strabico e omertoso: si concentra sull'opportunità o meno che i funzionari colpevoli restino in servizio ma trascura di assumersi le proprie responsabilità sulla mancata istituzione di una vera inchiesta parlamentare (Violante e Di Pietro in testa) o sull'invenzione di strumenti di garanzia per tutti come il codice alfanumerico sulla divisa dei robocop che agiscono travisati in contesti di ordine pubblico. Nel frattempo, il sindacato unitario della polizia s'è sfaldato e i suoi frammenti non hanno mai voluto battersi per aprire una discussione con il resto della società. Anzi, in più di un'occasione, la galassia sindacale ha fatto quadrato attorno al Viminale anche quando gli abusi erano evidenti e danneggiavano i lavoratori stessi. L'Italia resta quello che Manlio Milani - sua moglie fu uccisa in piazza della Loggia - chiama «il paese dei comitati».

Checchino Antonini

Corteo del 14 dicembre a Roma: Maroni non sente gli spari «Solo lacrimogeni»

Assordante il silenzio durato ore del Viminale dopo la pubblicazione, da parte di Liberazione, della pistoletta (o fucilata) di Via degli Astalli nel corso degli scontri avvenuti a Roma il 14 dicembre scorso. Solo in serata viene annunciato un comunicato con cui il ministero si attesta sulla versione che la fiammata sarebbe il prodotto del lancio di un lacrimogeno. Che però, nel video, è invisibile. E non è «dal basso verso l'alto» come suggerisce la velina diramata. «Sembra di essere in Libia», sbotta Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, il primo ad aver chiesto che Maroni riferisca sugli ordini sono dati quel giorno alle forze dell'ordine per la gestione dell'ordine pubblico, e se vi sono state inchieste interne riguardo all'uso di armi da fuoco. Perfino una tv attentissima come Rainews, ieri mattina, non ha mostrato la prima di Liberazione (speriamo sia stata una falla nella nostra distribuzione) nella rassegna stampa e le agenzie che hanno ripreso le dichiarazioni del leader Prc le hanno catalogate ai capitoli Scuola e Università. «Se, come non ho motivo di dubitare, fosse confermato quello che scrive Liberazione, si dovrà aprire una procedura non ordinaria ma straordinaria rispetto ai fatti del 14 dicembre e il Ministro dell'Interno Maroni non solo dovrebbe spiegare, ma dimettersi e con lui il Governo - dice in buona solitudine il consigliere regionale della Federazione della Sinistra Fabio Nobile - perché non parleremmo soltanto di una repressione del movimento degli studenti che in quei giorni il Ministro ha tentato di criminalizzare ma si tratterebbe di una ripetizione aggravata di quanto accaduto a Genova nel 2001». Più cerchiobottista l'opposizione parlamentare: «Il ministro Maroni dia tutte le spiegazioni necessarie a chiarire l'ipotesi avanzata oggi dal quotidiano Liberazione - chiede Emanuele Fiano, responsabile della Sicurezza del Partito Democratico e membro del Copasir - ho assistito di persona a tutto lo svolgimento della manifestazione e degli incidenti ed ho apprezzato la scelta di un metodo di gestione della piazza da parte della questura teso ad evitare il più possibile i contatti tra le forze dell'ordine e la minoranza violenta presente nei cortei studenteschi. Eppure le foto pubblicate oggi, anche se ad una prima analisi sembrerebbero indicare il lancio di fumogeni, mostrano sicuramente un'arma ad altezza d'uomo e questo di per se pone interrogativi ai quali il ministro Maroni deve rispondere. Proprio perchè crediamo che in quella manifestazione siano state adoperate sagge cautele professionali da parte delle forze dell'ordine è bene che non rimangano dubbi: proprio per questo abbiamo presentato un'interrogazione urgente al ministro degli Interni e sollecitiamo un suo chiarimento».
Il dibattito politico (vedi gli altri articoli di questo paginone) è storicamente distratto o strabico sulle vicende di "malapolizia". Eccezione notevole, ma non è una novità, è il lavoro delle radio indipendenti, prezioso esempio di servizio pubblico, che hanno ripreso la notizia diffusa da questo giornale provando a rilanciare non solo la denuncia dei metodi della repressione ma la battaglia per rendere trasparente e consono ai dettami costituzionali il contegno delle polizie.
«Quando ho aperto Liberazione mi sono venuti i brividi», confida Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, ucciso dal proiettile di un carabiniere durante gli scontri innescati dalle cariche illegittime dei militari del Lombardia che attaccarono con armi proprie e improprie un corteo regolarmente autorizzato. «Criminale è la certezza dell'impunità», ricorda l'ex deputata del Prc ancora impegnata, dieci anni dopo, nella richiesta di verità e giustizia per quell'omicidio archiviato forse per sempre come legittima difesa sebbene un filmato restituisca l'evidenza di un ragazzo che provava a sollevare un estintore per difendersi, e difendere altri manifestanti, dalla minaccia di una pistola già spianata.
Di occasioni per rimettere all'ordine del giorno la repressione dei conflitti in agenda ce ne sono già due a breve scadenza. La prima venerdì e sabato prossimi a Bologna in occasione del 34° anniversario dell'omicidio di Francesco Lorusso, l'altro il
17 marzo, anniversario dell'Unità nazionale «ma anche decennale delle prove generali per la mattanza genovese», suggerisce Haidi Giuliani a proposito delle violenze di polizia a Piazza Plebiscito di Napoli seguite dal sequestro di alcuni manifestanti e dalle torture nella famigerata caserma Raniero. «Tutto ciò dimostra l'attualità del percorso Verso Genova 2011 - conclude Giuliani - che dovrà contare sulla partecipazione attiva più ampia possibile. Luglio non è poi così lontano. Né il prossimo, né quello del 2001».

Francesco Ruggeri da Liberazione

Carceri: abusi su trans a Aversa,arrestati due poliziotti penitenziari

Due agenti di polizia penitenziaria dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa sono stati posti agli arresti domiciliari per violenza sessuale nei confronti di un internato transessuale della struttura. Gli episodi contestati sono 5-6, e risalgono al 2008. Gli indagati, separatamente, avrebbero pressato il transessuale per ottenere rapporti orali, senza usare la forza ma approfittando dello stato di soggezione della vittima e per la posizione di autorita' rivestita dagli agenti.

fonte: Ansa

Altri 2 detenuti morti in circostanze poco chiare: un “infarto annunciato” e un “suicido presunto”

OPG di Montelupo Fiorentino: martedi  pomeriggio un internato 29enne, G.D., di origini genovesi, viene ritrovato morto nella sua cella. Il giovane era arrivato nella struttura psichiatrica penitenziaria nell’ottobre 2010. Il cadavere è stato trovato nel bagno della cella: in quel momento era solo. A scoprirlo gli agenti. Sono subito scattati i soccorsi; si è anche provato a rianimarlo. Il detenuto è stato dichiarato morto intorno alle 18. Accanto all’uomo, che era stato internato a causa di episodi di aggressioni in famiglia, è stata trovata una bomboletta di gas in dotazione ai detenuti.
I reclusi a volte aspirano il gas per sballarsi e questa pratica può anche diventare mortale. Ma il Sappe, Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria, parla apertamente di suicidio. Sul caso è stato aperto un fascicolo da parte della Procura della Repubblica di Firenze. La salma è stata trasferita al reparto di medicina legale di Careggi per essere sottoposta ad autopsia.

Carinola (Ce): Francesco Sparaccio, 53 anni, viene trovato cadavere nella cella dove da sei anni stava scontando l’ergastolo. Qualche mese addietro l’uomo comincia ad accusare dolori, per i quali chiede sempre più frequentemente assistenza infermieristica. Viene curato con Malox e antidolorifici, anche per via endovenosa. Il 25 gennaio scorso il suo legale, Daniela D’Amuri, chiede al magistrato di sorveglianza il ricovero d’urgenza, perché Sparaccio accusa dolori insopportabili al ventre e allo stomaco. Richiesta rimasta senza conseguenze. In ospedale Sparaccio, non ci è mai arrivato.
Ora la famiglia ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Caserta, chiedendo di accertare se quella morte si poteva scongiurare oppure no. Se il personale medico del carcere avesse accertato fino in fondo le cause di quei malori e per quale ragione nessuno avesse ritenuto di trasferire il detenuto in ospedale per le indagini mediche necessarie. Ovvero se questa sia una storia di ordinaria noncuranza da sommare all’infamante capitolo della malasanità nelle carceri italiane, oppure no.

Appello: il giudice dispone il ricovero, ma in Ospedale non c’è posto
Bari: un giovane detenuto nel carcere di Bari, il 30enne di origini francavillesi Massimo Di Palmo, gravemente cardiopatico, in queste ore sta lottando per vedersi riconosciuto il diritto alla salute, diritto “inalienabile” anche per chi è detenuto. Il giudice del tribunale di Brindisi Giuseppe Licci ne ha disposto il ricovero nel Centro clinico del capoluogo barese, ma nella clinica non c’è posto…. così è stato trasferito in una cella dove vive con altri otto detenuti, fumatori.

fonte: Ristretti Orizzonti

9 marzo 2011

Corteo 14 dicembre a Roma: L’Arma spara ad altezza d’uomo. Come a Genova dieci anni fa

Tre colpi. Tre, almeno, e Liberazione è in grado di mostrare la “pistola fumante”. Era il 14 dicembre, giorno della sfiducia studentesca e metalmeccanica al governo Berlusconi, graziato, invece, dal voto dell’Aula. La scena è quella dello slargo all’incrocio tra Botteghe Oscure e Via degli Astalli. Per alcuni lunghi minuti i manifestanti si sono fronteggiati con il drappello di carabinieri che sbarravano la strada verso Palazzo Grazioli, la residenza del premier di fronte alla quale il Cavaliere ha preteso che non fermino più neppure gli autobus. Il fronteggiamento, ripreso da molte angolazioni, da professionisti e mediattivisti, sembra determinato dalle modalità stesse della gestione della piazza. Piazzare in quel modo i blindati sembra più una provocazione, una rozzezza tra le tante, che una reale necessità difensiva. Nei minuti presi in esame volano bottigliette, qualche stecca e anche sassi alle spalle dei due blindati dove piomba anche un bombone da stadio. Prima e dopo quel botto sono chiaramente distinguibili due detonazioni da arma da fuoco. Le foto che pubblichiamo in anteprima sono tratte da un video finora inedito. La fiammata che immortaliamo non lascerebbe dubbi sulla traiettoria del proiettile: ad altezza d’uomo. Lo sparo è partito da dietro gli scudi appostati sul cofano anteriore di uno dei due blindati che sbarravano il budello di strada alle spalle di Palazzo Venezia. Negli scatti si riconoscono alcuni carabinieri e, col casco più chiaro, azzurro anzichè blu, il dirigente di ps che li comandava in abiti borghesi. Altro materiale, girato da prospettive diverse mostra alcuni militari con la pistola in mano e aderente alla coscia. Diversi testimoni ricordano di aver udito le esplosioni e di avere visto il personale in ordine pubblico chino, probabilmente a raccogliere bossoli. “Le immagini che oggi pubblica Liberazione – commenta Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista – sono inequivocabili. Di nuovo come a Genova nel 2001 le forze dell’ordine sparano ad altezza d’uomo durante una manifestazione. A Roma non è successo l’irreparabile ma questo non rende meno grave la questione. Adesso capiamo meglio le parole di Maroni che nei giorni delle manifestazioni studentesche di dicembre sosteneva che ci poteva “scappare il morto” . Vogliamo sapere da lui che ordini sono stati dati alle forze dell’ordine per la gestione dell’ordine pubblico, se vi sono state inchieste interne riguardo all’uso di armi da fuoco e che risultati hanno dato. Ministro Maroni, vogliamo conoscere la verità, perchè l’Italia è un paese democratico ed ha diritto di sapere”.

Checchino Antonini Liberazione 9 marzo 2011


Il primo fotogramma rivela l’assenza di pericoli immediati per le forze dell’ordine che bloccano Via Astalli. I manifestanti sono distanti






Ecco la pistola fumante, l’evidenza dell’uso di armi da fuoco ad altezza d’uomo. I testimoni hanno riferito spesso di aver udito dei colpi e visto agenti con la pistola







Ecco la posizione esatta dalla quale sono stati sparati almeno tre colpi nella direzione del corteo. Si tratta del cofano anteriore di uno dei blindati che impediva ai manifestanti di transitare sotto la residenza del premier







A comandare il drappello di Via Astalli un funzionario di polizia con il casco antisommossa e gli abiti civili

7 marzo 2011

L'agenda rossa di Valerio Verbano.

Ci sono i voti del semestre appena concluso, l'orario delle lezioni, il testo della canzone di De André, Il bombarolo, e poi in stampatello sul frontespizio: «Portare l'attacco al cuore dello Stato», con una falce e martello e un mitra sovrapposti e sotto la sigla Ccr, collettivo comunista rivoluzionario quarta zona, composto dagli studenti del liceo scientifico Archimede. E' la copia fotostatica dell'agenda rossa 1977, edita dalla Savelli, appartenente Valerio Verbano, allora studente appena sedicenne, riemersa da un buio lungo 31 anni. Ai lati dei fogli la firma di Rina Zapelli, nome da ragazza di Carla Verbano, madre di Valerio, apposta al momento del sequestro la sera del 20 aprile 1979.
L'inchiesta sui fascisti
Tra le pagine che abbiamo potuto consultare, poco meno della metà dei 379 fogli che sembrano comporre quanto resta del "dossier Verbano", ci sono anche 41 fogli di una rubrica nei quali sono riportati circa 900 nomi di attivisti di estrema destra corredati da indirizzi e in alcuni casi con numero di telefono. Redatti tutti con la grafia di Verbano. Altri 16 fogli, trascritti da più mani, riportano appunti, minute di schede, appartenenza politica, piantine e altre informazioni, come alcuni luoghi di ritrovo dell'estrema destra. Carla Verbano vi ha già riconosciuto quella di un amico di Valerio deceduto nel frattempo. Un accurato lavoro di mappatura delle diverse realtà del neofascismo romano dove lucide intuizioni e scoperte anzitempo si sommano anche ad imprecisioni e approssimazioni notevoli. Alcune schede collimano solo in parte con quelle riportate nel recente libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek 2011. Questa circostanza conferma quanto ricordato nei giorni scorsi da Carla Verbano sulla esistenza di più versioni del dossier, «realizzato da Valerio insieme ad altri sei o sette amici». La riprova sta proprio nel libro di Lazzaretti che riporta uno schedario con circa 1200 nomi aggiornato ad un periodo successivo alla morte di Verbano. Nel dossier "riapparso" in una scheda numerata "002" si legge che Pierluigi Bragaglia, ex militante del Fdg divenuto «gregario delle strutture collaterali dei Nar», ha 18 anni, mentre nel documento citato da Lazzaretti gli anni salgono a 20 e il testo della scheda, seppure quasi identico, vede l'ordine delle frasi spostato a conferma del fatto che le informazioni salienti contenute nel "dossier" erano patrimonio di un'area più larga che le ha conservate ed aggiornate nel tempo.
E' azzardato trarre delle conclusioni sulla base di una visione troppo parziale della carte riemerse - secondo quanto sostenuto dal Corriere della sera - da un archivio dei carabinieri a cui la procura ha recentemente attribuito la delega per le nuove indagini sull'omicidio. L'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Carla Verbano, si è già rivolto ai pm per avere copia del "dossier". Le carte di Verbano rivestono ormai una valenza storica ancor prima che giudiziaria. Il buco nero che per lunghi decenni ha inghiottito le sue agende, rubriche e foto, consigliano oggi un dovere di trasparenza assoluta, tanto più che eventuali sviluppi dell'inchiesta si attendono dall'esame tecnico di altri reperti.
Gli elenchi distrutti
Quello che si legge nel verbale di sequestro del materiale trovato dalla digos nella stanza di Valerio Verbano è un lungo elenco: l'agenda rossa che fu il suo diario personale nel 1977, quaderni, decine di fogli sparsi, fotocopie, ritagli di giornali, fotografie e una pistola. In tutto, ben diciotto schedari pieni di documenti e altri sei di foto. Dopo il sequestro, cominciano le ‘stranezze'. Tutto il materiale - spiega Marco Capoccetti Boccia nel suo, Valerio Verbano, una ferita ancora aperta, Castelvecchi 2011 - sarà tenuto in custodia dalla digos per una settimana prima di essere consegnato all'ufficio corpi di reato del tribunale di Roma per essere repertato e messo a disposizione del fascicolo processuale «Verbano + 4». Pochi giorni dopo la morte di Valerio i legali della famiglia ne chiedono la restituzione. Si scopre così che l'originale del cosiddetto "dossier" non è più al suo posto; è praticamente sparito. Il 27 febbraio 1980 il giudice istruttore Claudio D'Angelo, che si occupa dell'omicidio di Valerio, constatata la scomparsa del dossier dall'ufficio corpi di reato riceve dalla digos una «copia fotostatica della documentazione sequestrata nell'abitazione di Verbano Valerio». Se ne evince che si tratta ancora di una copia integrale ma Carla Verbano, che all'epoca poté visionare le carte, sostiene che il materiale inviato dalla digos era «dimezzato» rispetto all'originale. Nell'ottobre 1980, il giudice istruttore nega alla famiglia la restituzione delle carte sequestrate, ormai presenti solo in copia, perché ancora sottoposte a segreto istruttorio. Quattro anni dopo, l'11 aprile 1984, la corte d'appello che aveva giudicato Valerio ordina la distruzione dei reperti, comprese le carte e le foto, nonostante queste fossero state nuovamente repertate nell'inchiesta aperta per il suo omicidio. In realtà, come documenta Capoccetti, l'effettiva distruzione della copia fotostatica inviata dalla digos avverrà solo il 7 luglio 1987. Da quel momento non c'è più traccia del dossier negli atti giudiziari. Per ritrovarne copia Capoccetti ha scritto anche alla digos, ricevendo lo scorso luglio un'evasiva risposta che tra le righe non smentisce affatto l'attuale possesso di copia del «materiale oggetto di sequestro». Documentazione che all'improvviso è riapparsa in mano ai carabinieri dopo la recente riapertura dell'inchiesta. Si è detto anche che il dossier sarebbe passato nelle mani del giudice Amato, ucciso mentre conduceva un'inchiesta contro Nar e Terza posizione, ma sempre secondo quanto accertato da Capoccetti non c'è alcuna traccia di protocollo che ne dia conferma. Questo trasmigrare, sparire e ricomparire, dimagrire, per infine esser distrutto e poi riapparire in copia fotostatica dove nessuno se lo aspetta, è senza dubbio una delle circostanze più sconcertanti di tutta la vicenda.
L'agenda rossa del 1977
Siamo entrati nelle pagine del diario di Valerio del 1977 con un sentimento di pudore. Ci sembrava di violare la sua intimità, i suoi segreti, quelli di un adolescente cresciuto in fretta. In quegli anni si diventava adulti presto travolti dalla forza di una corrente che insegnava come fosse possibile cambiare il mondo. Valerio surfava veloce su quell'onda di rivolta che non conosceva rassegnazione. Il suo era un coinvolgimento totale: almeno quattro riunioni politiche a settimana, tra collettivi, comitato e assemblee, non solo all'Archimede ma anche all'università. Annotava le manifestazioni e gli scontri del periodo, le ricorrenze, l'uccisione dei militanti di sinistra, da Francesco Lorusso ad Antonio Lo Muscio e Walter Rossi, insieme ai compiti in classe, i pomeriggi al muretto con gli amici, gli incontri con le ragazze e anche un «abbiamo giocato a nascondino» che fa sorridere. Tanti gli slogan, roventi come la temperatura al suolo dell'epoca, ma anche una battuta del tipo: «Atac: associazione telline aspiranti cozze». Meglio non prendersi troppo sul serio. Il 4 marzo annota: «Mancia ripassa a scuola».
Angelo Mancia, conosciuto come Manciokan, fattorino del Secolo d'Italia, era un noto picchiatore del quartiere. Venne ucciso per rappresaglia dalla Volante rossa poche settimane dopo la morte di Valerio, anche se con il suo assassinio non c'entrava nulla. Il 12 marzo sono appuntati gli scontri durante la manifestazione nazionale per l'uccisione da parte di un carabiniere di Francesco Lorusso e, qualche giorno dopo, il 15, la discussione nel collettivo «sui fatti di sabato e le baiaffe». Facevano discutere le pistole apparse durante il corteo e l'armeria presa d'assalto il sabato precedente. Il 22 settembre Valerio annota la partenza per Bologna dove partecipa, fino al 25, al convegno nazionale contro la repressione. Dormirà a casa di una zia accompagnato dalla madre, ci racconta Capoccetti. Il 15 novembre si legge «Vado all'Archimede, vengo aggredito». Quasi un presagio.


Giorgio Ferri e Nicola Macò da Liberazione

Milano: Arrestato maresciallo dell'esercito per tentata violenza sessuale su una ragazzina dodicenne

Un maresciallo dell'Esercito di 45 anni è stato arrestato con l'accusa di tentata violenza sessuale per aver adescato tramite Facebook, fingendosi un'altra persona, la figlia di una conoscente, una ragazzina di 12 anni. Il provvedimento di fermo, richiesto dal pm di Milano Giancarla Serafini e dal procuratore aggiunto Pietro Forno, è stato convalidato dal gip Bruno Giordano, che ha disposto anche la custodia cautelare per il militare. Dopo averle fatto apprezzamenti e parlato a lungo con lei via Facebook, l'uomo ha dato un appuntamento alla ragazzina, ma i carabinieri sono riusciti a fermarlo in flagranza, proprio mentre la ragazzina stava per salire a casa sua. Ad accorgersi dell'uomo, infatti, erano stati i genitori della piccola che la lasciavano 'chattare' su Facebook, ma le controllavano il 'profilo'. Si sono accorti, dunque, delle avances dell'uomo, denunciando tutto ai carabinieri. Secondo una sentenza della Cassazione del 1993, poi, come è stato spiegato in Procura, far salire in macchina una ragazzina che non ha ancora compiuto i 14 anni, dopo averla adescata con lusinghe, configura il reato di tentata violenza sessuale.

fonte: leggo.it

Brescia: detenuti in sciopero della fame

I detenuti della casa Circondariale di Brescia (Canton Monbello) hanno deciso di mettere in atto uno sciopero generale del vitto lunedì 7 marzo fino a giovedì 17 con battitura sui blindati dalle ore 8.00 alle 8.30, dalle ore 12.00 alle ore 12.30, e dalle ore 17.30 alle ore 18.00, questo dovuto al sovraffollamento e soprattutto alla mancata concessione di pene alternative da parte delle autorità competenti.

Comitato detenuti

5 marzo 2011

Lo stupro in divisa

«Cosa si può fare quando chi ha potere abusa di chi non ne ha? Almeno farsi avanti, e gridare forte la verità. Farsi avanti per se stessi, farsi avanti per gli amici, farsi avanti anche se si è da soli». E' uno dei passaggi più significativi di North country - storia di Josie, film fortemente voluto dall'attrice Charlize Theron che interpreta la parte della prima donna che fece causa negli Stati Uniti per molestie sessuali alla miniera dove lavorava, creando così un precedente per l'introduzione nell'ordinamento nordamericano delle class action, (le azioni di categoria) incentrate sui diritti sessuati.
Almeno gridare forte la verità.
E la verità è che se la violenza maschile contro le donne è sempre un'ingiustizia e un abuso che riguarda tutte e tutti questa violenza è ancora più ingiusta quando è compiuta da chi veste una divisa, da chi ricopre un ruolo istituzionale, da chi incarna un'autorità riconosciuta, e di questa approfitta.
Nella vicenda della donna arrestata e violentata, sembra, da almeno un carabiniere (ma l'indagine è in corso e comunque almeno altri due colleghi e un vigile urbano sapevano cosa stava capitando) c'è un dato sconcertante, ma purtroppo non estraneo alla mentalità corrente: gli uomini, ricordiamolo, che in quel momento vestivano una divisa che rappresenta la legge, e quindi la collettività, sostengono che al rapporto sessuale la donna ha dato il suo consenso. E questo basta loro come giustificazione di innocenza rispetto all'accusa di stupro. Sono gli uomini che detenevano una donna perchè accusata di furto, sono gli uomini che in quel momento esercitavano il potere di arresto demandato loro dalla società a riparazione di un reato. La domanda è: ci può essere consenso libero da parte di una donna in stato di arresto, (quindi non libera), ad un rapporto sessuale con uno o più uomini che sono i suoi detentori, ovvero i rappresentanti della legge? Ricordo che nel memorabile docu film Processo per stupro uno degli avvocati sosteneva che la giovane abusata da Izzo e Ghira aveva volontariamente praticato un atto sessuale sul suo aguzzino. Si trattava di due ragazze e di quattro uomini, armati e su di giri. Consenso? Che in una caserma si possano compiere atti di indicibile violenza lo sappiamo, purtroppo. Quello che fa vergognare è che si possa pensare di passarla liscia. Ecco la verità.

Monica Lanfranco da Liberazione

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