13 marzo 2011

Massa: 49enne ritrovato morto in cella, i familiari dei detenuti scrivono “trattati come bestie”

Enzo Di Marco, 49 anni, detenuto nella Casa Circondariale di Massa, si è sentito male durante la notte di giovedì scorso. I compagni di cella se ne sono accorti soltanto la mattina dopo e hanno dato l’allarme, ma era troppo tardi per prestargli qualsiasi soccorso. Probabilmente la morte è stata causata da un infarto, anche se bisognerà attendere gli esiti degli esami tossicologici e istologici, disposti dal magistrato, per avere una risposta certa.
Di Marco è il ventinovesimo detenuto che muore nelle carceri italiane da inizio anno e, se l’ipotesi dell’arresto cardiocircolatorio venisse confermata, sarebbe il decimo ucciso da un “infarto”, tra cui tre ragazzi non ancora trentenni. Altri 11 detenuti sono morti suicidi, i rimanenti per sospette overdose di droghe o di farmaci, tranne due, che avevano 66 e 75 anni e sono deceduti per “cause naturali” legate a patologie da tempo diagnosticate. Nel complesso soltanto 3 dei 29 detenuti morti avevano più di 50 anni.
Verrebbe spontaneo pensare all’esistenza di un “fattore ambientale”, cioè che la carcerazione (soprattutto nelle attuali condizioni di estremo sovraffollamento) provochi l’insorgenza di nuove patologie, anche in detenuti giovani, e aggravi quelle preesistenti.
Al riguardo è emblematica questa lettera dei familiari dei detenuti di Massa riportata dal quotidiano “Il Tirreno” e precedente alla morte di Enzo Di Marco:
Scriviamo questa lettera perché vorremmo esprimervi alcune nostre perplessità sulla Casa circondariale di Massa. Attualmente si trova in uno stato di sovraffollamento assurdo, una situazione disumana. Detenuti costretti a dormire per terra e in condizioni igieniche poco sicure. Anche se tutte queste persone hanno sbagliato, stanno pagando e non è giusto non rendere pubblica questa situazione. Vengono trattati come bestie. I giornali nazionali non parlano mai del carcere di Massa e delle condizioni in cui vivono i detenuti. Non è giusto che vivano come animali.
Facciamo appello alle istituzioni affinché non chiudano gli occhi sul carcere di Massa, ma aiutino i carcerati a vivere con dignità la loro pena. La soluzione forse sarebbe quella di abolire alcune leggi che hanno pesato moltissimo sulle carceri italiane. Una su tutte potrebbe essere quella sull’immigrazione”.
Nella Casa Circondariale di Massa ci sono 62 celle, divise in 3 sezioni detentive. In ogni cella dovrebbero trovare posto 2 detenuti, ma per i noti problemi di sovraffollamento la “capienza ufficiale” dell’Istituto è stata portata a 175 posti, quindi aggiungendo una terza branda per cella. Attualmente la situazione è drammatica, perché i detenuti presenti sono oltre 260 (esattamente erano 266, all’ultima rilevazione, effettuata a inizio anno). Non ci sono brande per tutti e, anche se ci fossero, nelle celle non c’è lo spazio per montarle, quindi i detenuti sono costretti a dormire su materassi a terra.

fonte: Ristretti Orizzonti

11 marzo 2011

Violenze sussuali in caserma......

Una giovane donna viene trattenuta in stato di fermo in una caserma dei Carabinieri di Roma, accusata di un piccolo furto. Nella notte, 3 Carabinieri e un Vigile Urbano abusano sessualmente della malcapitata, loro parleranno di un rapporto sessuale consenziente ma le testimonianze contraddittorie spingono lo stesso magistrato ad ipotizzare il reato di violenza indagando formalmente gli agenti.
Gli stessi responsabili del vile atto vengono in tutta fretta trasferiti, tutti tranne (ironia istituzionale) il vigile, il quale è risultato non in servizio al momento della violenza in caserma. Ma cerchiamo di spiegare la dinamica del fatto: la giovane, fermata a seguito della sottrazione di alcuni abiti, roba da poco, veniva condotta in commissariato dove è stata dichiarata in stato di fermo.
In Italia, la detenzione amministrativa si va estendendo rispetto a quella penale e il fermo che per ora si limita a 48 ore, viene largamente utilizzato. In altri paesi europei, invece, il fermo non esiste, per le altre legislazioni è inconcepibile rimanere due giorni chiusi dentro una caserma, senza possibilità alcuna di contatto con l'esterno. In queste 48 ore può accadere di tutto, la sospensione del diritto lascia il fermato in balia di persone che dovrebbero teoricamente garantire la sua incolumità ma che sovente sono accusate di violenze e di abusi (di vario genere).
Nelle caserme di carabinieri e polizia in Italia si puo' morire o essere percossi, le statistiche attestano numerosi e non certo sporadici episodi di violenza, il caso Cucchi è solo l'esempio più noto all'opinione pubblica. In Italia, fino al 1996, il reato di violenza sessuale non era neppure riconosciuto come tale, ma bensì considerato danno contro la morale, come se lo status di persona non spettasse alle donne. E proprio in assenza di questo status, per decenni, le violenze sessuali sulle donne sono stati dei non reati, atti di virilità o debolezza della carne maschile.
Chi ha abusato di questa giovane donna sapeva di poter contare sui molti vantaggi derivanti dalla condizione detentiva della stessa e dalla forza insita nella divisa, sulla impossibilità della giovane di difendersi e far valere la inviolabilità del proprio corpo, la dignità di essere umano. Chi ha abusato di una detenuta sperava nella impunità, nella intoccabilità della divisa, nel potere derivante da una istituzione che in teoria dovrebbe occuparsi di tutelare i cittadini.
Per un simile episodio, avvenuto pero' nel degrado della città e con il coinvolgimento non di agenti in divisa ma di immigrati dalla pelle scura, la giunta capitolina ha attuato una punizione collettiva contro la comunità somala, sgomberando decine di persone (estranee al fatto) e lasciandole in strada in pieno inverno. Ci chiediamo per quale ragione il sindaco Alemanno non usi ugual peso e ugual misura per i carabinieri protagonisti delle violenze, visto che ad oggi, a parte il loro trasferimento in luoghi dove potrebbero reiterare violenze, non pare siano state prese misure atte ad evitare il ripetersi degli stessi soprusi su uomini e donne in stato di fermo o detenzione.
Perché allora non muriamo (e chiudiamo) la caserma dei CC del Quadraro a Roma? Sarebbe un gesto di civiltà, perché tanta compiacenza verso questi luoghi istituzionali dove si manifestano violenze e soprusi?
Mentre scriviamo, emergono dalla cronaca nuovi casi di abusi e di violenze - anche sessuali- all'interno di istituzioni totali e detentive, nei CIE e negli OPG, senza che la cosa susciti indignazioni o proteste neppure da parte di chi, un tempo, faceva della battaglia in difesa delle donne una battaglia di civiltà per tutti e tutte.

z o n e d e l s i l e n z i o -Pisa-

Brescia: presidio di solidarietà per la dignità dei detenuti

Partecipato presidio giovedi pomeriggio all’esterno del carcere di Canton Mombello a Brescia, in solidarietà ai detenuti in sciopero del vitto con battiture 3 volte al giorno. I reclusi denunciano il sovraffollamento e chiedono misure alternative alla detenzione in galera in quello che è uno degli istituti di pena peggiori di tutta Italia.
Oltre un centinaio di solidali, con pentole e coperchi, ha animato la protesta per tutto il tardo pomeriggio rilanciando all’esterno il grande rumore prodotto dalla rabbia dei reclusi in lotta per vedere riconosciuta la loro dignità.

 
fonte: Radio Onda d'Urto

10 marzo 2011

Cos'è rimasto della stagione della democratizzazione della polizia

Se fosse un film questa storia inizierebbe con le immagini di una manifestazione piccola piccola, a Ponte Galeria e finirebbe (per ora) con le foto pubblicate ieri da Liberazione. Località sperduta al di là della periferia ovest di Roma. Ponte Galeria è un luogo di case più o meno abusive a sfregiare la campagna, più in là l'aeroporto di Fiumicino. Ponte Galeria diventò famosa alla fine del secolo scorso quando, accanto alla decentratissima scuola della celere, spuntarono le gabbie del Cpt romano, luogo di feroce apartheid - nel comune sentire delle reti antirazziste - inventato da due ministri di allora, Turco Livia e Napolitano Giorgio.
Era il 15 gennaio 2000. Dieci anni prima era scoppiata la pantera nelle università di mezza Italia. Questo si dissero mesti due partecipanti alla minuscola manifestazione, reduci da quell'altro movimento. Intorno a loro c'erano poche decine di persone bloccate nel piazzale della stazione da uno spiegamento di forze in tenuta antisommossa che occupava fisicamente il budello di strada che portava alle gabbie per migranti che non avevano commesso reato alcuno. Quello di clandestinità sarebbe stato inventato dal successivo governo dai ministri Bossi Umberto e Fini Gianfranco.
Il film andrebbe avanti con la scena del tentativo di avanzata, dopo un nervoso fronteggiamento immobile, da parte dei manifestanti, dietro un salsiccione di gomma. Era l'uso del momento: mettere in gioco i corpi (con un po' d'imbottitura) per provare a forzare la situazione, dimostrando risolutezza ma senza offendere altre persone, mettendo spalle al muro chi gestiva l'ordine pubblico, la violenza era solo da una parte. Infatti, al di là del salsiccione si scatenò una gragnuola di manganellate e lancio di armi improprie contro i manifestanti. Fu spaccata la testa a un ingegnere in pensione, pacifista incallito, incapace per carattere di mostrare i muscoli. Durò pochissimo e non ebbe conseguenza alcuna sul destino della battaglia antirazzista e non sarebbe nemmeno il caso di dedicare tanto spazio a questo ricordo se il capo della piazza non fosse un commissario di polizia che, una quindicina di anni prima, giovane capitano di pubblica sicurezza era finito sotto processo per aver denunciato che il suo, alla celere di Padova, era un «mestiere violento» e che esisteva un settore di polizia che non voleva «più mettere a ferro e fuoco le città, ma inserirci nella realtà che ci circonda». Fu messo alla sbarra per attività sediziosa. In sintesi aveva denunciato che la celere agiva con metodi da guerra sporca nella gestione dell'ordine pubblico, che gli agenti - incoraggiati dagli ufficiali - truccavano con sabbia e tondini di ferro manganelli ritenuti troppo morbidi, toglievano la calotta ai candelotti lacrimogeni così da aumentarne la capacità penetrante, compravano fionde e biglie per attaccare i manifestanti. Non basta, il giovane capitano rivelò che il Reparto è un campionario quasi completo di reati comuni: furto, ricettazione, rapine, sfruttamento della prostituzione. E molti dei poliziotti avevano simpatie e contatti col mondo dell'estrema destra. Fu così che si iniziò a parlare di "polizia democratica" che ambiva a essere sindacalizzata e a scrollarsi di dosso, assieme alle stellette, anche l'eredità di Scelba. I pasoliniani figli del popolo avevano preso coscienza, volevano essere cittadini e lavoratori come gli altri, servire la Costituzione e non essere il braccio armato del potere. Il 25 aprile del 1981, nonostante la pesantezza emergenziale dell'epoca, la pubblica sicurezza diventò polizia di stato e ogni agente potè aderire al sindacato.
Nemmeno venticinque anni dopo di quella stagione non sembrava essere restato niente. Il capitano, divenuto commissario, aveva guidato un'azione con gli stessi metodi di chi lo aveva sbattuto sotto processo. La polizia s'era rimilitarizzata ma il grande pubblico lo avrebbe scoperto solo un anno e mezzo dopo, comodamente seduto sulle poltrone di casa, mentre migliaia di robocop con i colori di ogni polizia disponibile inseguivano e violentavano, con ogni mezzo a disposizione, i trecentomila manifestanti accorsi contro il G8 di Genova (come qualche mese prima a Napoli). Dopo ventitre anni ci riscappa il morto.
Le pratiche denunciate dal capitano coraggioso erano tornate in auge maturando nella mutazione della società italiana, trovando linfa nella montante emergenza sicurezza inventata senza pezze d'appoggio statistiche, nel nuovo modello di difesa, nella creazione di un fronte interno della guerra globale, nella riforma dell'arma dei carabinieri, nella professionalizzazione dell'esercito, nell'erosione dei diritti del lavoro e della cittadinanza, nello smarrimento che quell'erosione ha indotto nei tessuti sociali, infine nella ristrutturazione dei servizi segreti coordinati da una sorta di Negroponte italiano.
Dieci anni dopo il catalogo di brutalità, abusi, omicidi e depistaggi commessi da personale delle forze dell'ordine è così vasto da impedire che la stampa e le procure si girino dall'altra parte. E questa scia di sangue ha oltrepassato i confini degli scenari di piazza, dei contesti di conflitto, per macchiare i luoghi del contatto quotidiano, informale, tra gli uomini con la divisa (e la pistola) e quelli senza entrambe. E' una mutazione del ruolo delle polizie e della loro relazione col contesto - che poi è il rapporto coi cittadini e con la legalità. Di questo, anche, si parla quando si grida all'emergenza democratica nel Paese.
Di questo parla la vicenda legata all'omicidio di Federico Aldrovandi e al depistaggio delle indagini sui fatti. Il questore dell'epoca, come il capitano coraggioso, era stato tra coloro che, nei primi anni '70, aveva preso parte alle riunioni clandestine del movimento per la sindacalizzazione della polizia.
Se fosse un film, dalla solitudine della famiglia Aldrovandi, si passerebbe con una semplice dissolvenza alla scena più affollata di una conferenza stampa della famiglia Cucchi. All'apparenza il caso ha una fortuna mediatica e politica migliore di quella del diciottenne ferrarese ma spesso i cronisti enfatizzano aspetti marginali della vicenda. Quasi nessuno avverte l'urgenza di indagare quella mutazione genetica, di individuare strumenti di formazione e di garanzia tali per cui non debba più accadere che qualcuno ci rimetta la salute e le penne e alla fine anche la dignità se qualche appartenente di questi corpi decide di "superare la linea blu", come dicono negli Usa quando viene commesso qualche abuso nella gestione del servizio. Eppure, solo per fare alcuni esempi, sia le morti di Stefano Frapporti, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri e la condanna del capo dei Ros o "solo" lo stupro appena denunciato da una donna transitata in una caserma dei carabinieri della periferia romana configurano un vero e proprio ribaltamento dell'emergenza sicurezza.
Il debate public è strabico e omertoso: si concentra sull'opportunità o meno che i funzionari colpevoli restino in servizio ma trascura di assumersi le proprie responsabilità sulla mancata istituzione di una vera inchiesta parlamentare (Violante e Di Pietro in testa) o sull'invenzione di strumenti di garanzia per tutti come il codice alfanumerico sulla divisa dei robocop che agiscono travisati in contesti di ordine pubblico. Nel frattempo, il sindacato unitario della polizia s'è sfaldato e i suoi frammenti non hanno mai voluto battersi per aprire una discussione con il resto della società. Anzi, in più di un'occasione, la galassia sindacale ha fatto quadrato attorno al Viminale anche quando gli abusi erano evidenti e danneggiavano i lavoratori stessi. L'Italia resta quello che Manlio Milani - sua moglie fu uccisa in piazza della Loggia - chiama «il paese dei comitati».

Checchino Antonini

Corteo del 14 dicembre a Roma: Maroni non sente gli spari «Solo lacrimogeni»

Assordante il silenzio durato ore del Viminale dopo la pubblicazione, da parte di Liberazione, della pistoletta (o fucilata) di Via degli Astalli nel corso degli scontri avvenuti a Roma il 14 dicembre scorso. Solo in serata viene annunciato un comunicato con cui il ministero si attesta sulla versione che la fiammata sarebbe il prodotto del lancio di un lacrimogeno. Che però, nel video, è invisibile. E non è «dal basso verso l'alto» come suggerisce la velina diramata. «Sembra di essere in Libia», sbotta Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, il primo ad aver chiesto che Maroni riferisca sugli ordini sono dati quel giorno alle forze dell'ordine per la gestione dell'ordine pubblico, e se vi sono state inchieste interne riguardo all'uso di armi da fuoco. Perfino una tv attentissima come Rainews, ieri mattina, non ha mostrato la prima di Liberazione (speriamo sia stata una falla nella nostra distribuzione) nella rassegna stampa e le agenzie che hanno ripreso le dichiarazioni del leader Prc le hanno catalogate ai capitoli Scuola e Università. «Se, come non ho motivo di dubitare, fosse confermato quello che scrive Liberazione, si dovrà aprire una procedura non ordinaria ma straordinaria rispetto ai fatti del 14 dicembre e il Ministro dell'Interno Maroni non solo dovrebbe spiegare, ma dimettersi e con lui il Governo - dice in buona solitudine il consigliere regionale della Federazione della Sinistra Fabio Nobile - perché non parleremmo soltanto di una repressione del movimento degli studenti che in quei giorni il Ministro ha tentato di criminalizzare ma si tratterebbe di una ripetizione aggravata di quanto accaduto a Genova nel 2001». Più cerchiobottista l'opposizione parlamentare: «Il ministro Maroni dia tutte le spiegazioni necessarie a chiarire l'ipotesi avanzata oggi dal quotidiano Liberazione - chiede Emanuele Fiano, responsabile della Sicurezza del Partito Democratico e membro del Copasir - ho assistito di persona a tutto lo svolgimento della manifestazione e degli incidenti ed ho apprezzato la scelta di un metodo di gestione della piazza da parte della questura teso ad evitare il più possibile i contatti tra le forze dell'ordine e la minoranza violenta presente nei cortei studenteschi. Eppure le foto pubblicate oggi, anche se ad una prima analisi sembrerebbero indicare il lancio di fumogeni, mostrano sicuramente un'arma ad altezza d'uomo e questo di per se pone interrogativi ai quali il ministro Maroni deve rispondere. Proprio perchè crediamo che in quella manifestazione siano state adoperate sagge cautele professionali da parte delle forze dell'ordine è bene che non rimangano dubbi: proprio per questo abbiamo presentato un'interrogazione urgente al ministro degli Interni e sollecitiamo un suo chiarimento».
Il dibattito politico (vedi gli altri articoli di questo paginone) è storicamente distratto o strabico sulle vicende di "malapolizia". Eccezione notevole, ma non è una novità, è il lavoro delle radio indipendenti, prezioso esempio di servizio pubblico, che hanno ripreso la notizia diffusa da questo giornale provando a rilanciare non solo la denuncia dei metodi della repressione ma la battaglia per rendere trasparente e consono ai dettami costituzionali il contegno delle polizie.
«Quando ho aperto Liberazione mi sono venuti i brividi», confida Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, ucciso dal proiettile di un carabiniere durante gli scontri innescati dalle cariche illegittime dei militari del Lombardia che attaccarono con armi proprie e improprie un corteo regolarmente autorizzato. «Criminale è la certezza dell'impunità», ricorda l'ex deputata del Prc ancora impegnata, dieci anni dopo, nella richiesta di verità e giustizia per quell'omicidio archiviato forse per sempre come legittima difesa sebbene un filmato restituisca l'evidenza di un ragazzo che provava a sollevare un estintore per difendersi, e difendere altri manifestanti, dalla minaccia di una pistola già spianata.
Di occasioni per rimettere all'ordine del giorno la repressione dei conflitti in agenda ce ne sono già due a breve scadenza. La prima venerdì e sabato prossimi a Bologna in occasione del 34° anniversario dell'omicidio di Francesco Lorusso, l'altro il
17 marzo, anniversario dell'Unità nazionale «ma anche decennale delle prove generali per la mattanza genovese», suggerisce Haidi Giuliani a proposito delle violenze di polizia a Piazza Plebiscito di Napoli seguite dal sequestro di alcuni manifestanti e dalle torture nella famigerata caserma Raniero. «Tutto ciò dimostra l'attualità del percorso Verso Genova 2011 - conclude Giuliani - che dovrà contare sulla partecipazione attiva più ampia possibile. Luglio non è poi così lontano. Né il prossimo, né quello del 2001».

Francesco Ruggeri da Liberazione

Carceri: abusi su trans a Aversa,arrestati due poliziotti penitenziari

Due agenti di polizia penitenziaria dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa sono stati posti agli arresti domiciliari per violenza sessuale nei confronti di un internato transessuale della struttura. Gli episodi contestati sono 5-6, e risalgono al 2008. Gli indagati, separatamente, avrebbero pressato il transessuale per ottenere rapporti orali, senza usare la forza ma approfittando dello stato di soggezione della vittima e per la posizione di autorita' rivestita dagli agenti.

fonte: Ansa

Altri 2 detenuti morti in circostanze poco chiare: un “infarto annunciato” e un “suicido presunto”

OPG di Montelupo Fiorentino: martedi  pomeriggio un internato 29enne, G.D., di origini genovesi, viene ritrovato morto nella sua cella. Il giovane era arrivato nella struttura psichiatrica penitenziaria nell’ottobre 2010. Il cadavere è stato trovato nel bagno della cella: in quel momento era solo. A scoprirlo gli agenti. Sono subito scattati i soccorsi; si è anche provato a rianimarlo. Il detenuto è stato dichiarato morto intorno alle 18. Accanto all’uomo, che era stato internato a causa di episodi di aggressioni in famiglia, è stata trovata una bomboletta di gas in dotazione ai detenuti.
I reclusi a volte aspirano il gas per sballarsi e questa pratica può anche diventare mortale. Ma il Sappe, Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria, parla apertamente di suicidio. Sul caso è stato aperto un fascicolo da parte della Procura della Repubblica di Firenze. La salma è stata trasferita al reparto di medicina legale di Careggi per essere sottoposta ad autopsia.

Carinola (Ce): Francesco Sparaccio, 53 anni, viene trovato cadavere nella cella dove da sei anni stava scontando l’ergastolo. Qualche mese addietro l’uomo comincia ad accusare dolori, per i quali chiede sempre più frequentemente assistenza infermieristica. Viene curato con Malox e antidolorifici, anche per via endovenosa. Il 25 gennaio scorso il suo legale, Daniela D’Amuri, chiede al magistrato di sorveglianza il ricovero d’urgenza, perché Sparaccio accusa dolori insopportabili al ventre e allo stomaco. Richiesta rimasta senza conseguenze. In ospedale Sparaccio, non ci è mai arrivato.
Ora la famiglia ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Caserta, chiedendo di accertare se quella morte si poteva scongiurare oppure no. Se il personale medico del carcere avesse accertato fino in fondo le cause di quei malori e per quale ragione nessuno avesse ritenuto di trasferire il detenuto in ospedale per le indagini mediche necessarie. Ovvero se questa sia una storia di ordinaria noncuranza da sommare all’infamante capitolo della malasanità nelle carceri italiane, oppure no.

Appello: il giudice dispone il ricovero, ma in Ospedale non c’è posto
Bari: un giovane detenuto nel carcere di Bari, il 30enne di origini francavillesi Massimo Di Palmo, gravemente cardiopatico, in queste ore sta lottando per vedersi riconosciuto il diritto alla salute, diritto “inalienabile” anche per chi è detenuto. Il giudice del tribunale di Brindisi Giuseppe Licci ne ha disposto il ricovero nel Centro clinico del capoluogo barese, ma nella clinica non c’è posto…. così è stato trasferito in una cella dove vive con altri otto detenuti, fumatori.

fonte: Ristretti Orizzonti

9 marzo 2011

Corteo 14 dicembre a Roma: L’Arma spara ad altezza d’uomo. Come a Genova dieci anni fa

Tre colpi. Tre, almeno, e Liberazione è in grado di mostrare la “pistola fumante”. Era il 14 dicembre, giorno della sfiducia studentesca e metalmeccanica al governo Berlusconi, graziato, invece, dal voto dell’Aula. La scena è quella dello slargo all’incrocio tra Botteghe Oscure e Via degli Astalli. Per alcuni lunghi minuti i manifestanti si sono fronteggiati con il drappello di carabinieri che sbarravano la strada verso Palazzo Grazioli, la residenza del premier di fronte alla quale il Cavaliere ha preteso che non fermino più neppure gli autobus. Il fronteggiamento, ripreso da molte angolazioni, da professionisti e mediattivisti, sembra determinato dalle modalità stesse della gestione della piazza. Piazzare in quel modo i blindati sembra più una provocazione, una rozzezza tra le tante, che una reale necessità difensiva. Nei minuti presi in esame volano bottigliette, qualche stecca e anche sassi alle spalle dei due blindati dove piomba anche un bombone da stadio. Prima e dopo quel botto sono chiaramente distinguibili due detonazioni da arma da fuoco. Le foto che pubblichiamo in anteprima sono tratte da un video finora inedito. La fiammata che immortaliamo non lascerebbe dubbi sulla traiettoria del proiettile: ad altezza d’uomo. Lo sparo è partito da dietro gli scudi appostati sul cofano anteriore di uno dei due blindati che sbarravano il budello di strada alle spalle di Palazzo Venezia. Negli scatti si riconoscono alcuni carabinieri e, col casco più chiaro, azzurro anzichè blu, il dirigente di ps che li comandava in abiti borghesi. Altro materiale, girato da prospettive diverse mostra alcuni militari con la pistola in mano e aderente alla coscia. Diversi testimoni ricordano di aver udito le esplosioni e di avere visto il personale in ordine pubblico chino, probabilmente a raccogliere bossoli. “Le immagini che oggi pubblica Liberazione – commenta Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista – sono inequivocabili. Di nuovo come a Genova nel 2001 le forze dell’ordine sparano ad altezza d’uomo durante una manifestazione. A Roma non è successo l’irreparabile ma questo non rende meno grave la questione. Adesso capiamo meglio le parole di Maroni che nei giorni delle manifestazioni studentesche di dicembre sosteneva che ci poteva “scappare il morto” . Vogliamo sapere da lui che ordini sono stati dati alle forze dell’ordine per la gestione dell’ordine pubblico, se vi sono state inchieste interne riguardo all’uso di armi da fuoco e che risultati hanno dato. Ministro Maroni, vogliamo conoscere la verità, perchè l’Italia è un paese democratico ed ha diritto di sapere”.

Checchino Antonini Liberazione 9 marzo 2011


Il primo fotogramma rivela l’assenza di pericoli immediati per le forze dell’ordine che bloccano Via Astalli. I manifestanti sono distanti






Ecco la pistola fumante, l’evidenza dell’uso di armi da fuoco ad altezza d’uomo. I testimoni hanno riferito spesso di aver udito dei colpi e visto agenti con la pistola







Ecco la posizione esatta dalla quale sono stati sparati almeno tre colpi nella direzione del corteo. Si tratta del cofano anteriore di uno dei blindati che impediva ai manifestanti di transitare sotto la residenza del premier







A comandare il drappello di Via Astalli un funzionario di polizia con il casco antisommossa e gli abiti civili

7 marzo 2011

L'agenda rossa di Valerio Verbano.

Ci sono i voti del semestre appena concluso, l'orario delle lezioni, il testo della canzone di De André, Il bombarolo, e poi in stampatello sul frontespizio: «Portare l'attacco al cuore dello Stato», con una falce e martello e un mitra sovrapposti e sotto la sigla Ccr, collettivo comunista rivoluzionario quarta zona, composto dagli studenti del liceo scientifico Archimede. E' la copia fotostatica dell'agenda rossa 1977, edita dalla Savelli, appartenente Valerio Verbano, allora studente appena sedicenne, riemersa da un buio lungo 31 anni. Ai lati dei fogli la firma di Rina Zapelli, nome da ragazza di Carla Verbano, madre di Valerio, apposta al momento del sequestro la sera del 20 aprile 1979.
L'inchiesta sui fascisti
Tra le pagine che abbiamo potuto consultare, poco meno della metà dei 379 fogli che sembrano comporre quanto resta del "dossier Verbano", ci sono anche 41 fogli di una rubrica nei quali sono riportati circa 900 nomi di attivisti di estrema destra corredati da indirizzi e in alcuni casi con numero di telefono. Redatti tutti con la grafia di Verbano. Altri 16 fogli, trascritti da più mani, riportano appunti, minute di schede, appartenenza politica, piantine e altre informazioni, come alcuni luoghi di ritrovo dell'estrema destra. Carla Verbano vi ha già riconosciuto quella di un amico di Valerio deceduto nel frattempo. Un accurato lavoro di mappatura delle diverse realtà del neofascismo romano dove lucide intuizioni e scoperte anzitempo si sommano anche ad imprecisioni e approssimazioni notevoli. Alcune schede collimano solo in parte con quelle riportate nel recente libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek 2011. Questa circostanza conferma quanto ricordato nei giorni scorsi da Carla Verbano sulla esistenza di più versioni del dossier, «realizzato da Valerio insieme ad altri sei o sette amici». La riprova sta proprio nel libro di Lazzaretti che riporta uno schedario con circa 1200 nomi aggiornato ad un periodo successivo alla morte di Verbano. Nel dossier "riapparso" in una scheda numerata "002" si legge che Pierluigi Bragaglia, ex militante del Fdg divenuto «gregario delle strutture collaterali dei Nar», ha 18 anni, mentre nel documento citato da Lazzaretti gli anni salgono a 20 e il testo della scheda, seppure quasi identico, vede l'ordine delle frasi spostato a conferma del fatto che le informazioni salienti contenute nel "dossier" erano patrimonio di un'area più larga che le ha conservate ed aggiornate nel tempo.
E' azzardato trarre delle conclusioni sulla base di una visione troppo parziale della carte riemerse - secondo quanto sostenuto dal Corriere della sera - da un archivio dei carabinieri a cui la procura ha recentemente attribuito la delega per le nuove indagini sull'omicidio. L'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Carla Verbano, si è già rivolto ai pm per avere copia del "dossier". Le carte di Verbano rivestono ormai una valenza storica ancor prima che giudiziaria. Il buco nero che per lunghi decenni ha inghiottito le sue agende, rubriche e foto, consigliano oggi un dovere di trasparenza assoluta, tanto più che eventuali sviluppi dell'inchiesta si attendono dall'esame tecnico di altri reperti.
Gli elenchi distrutti
Quello che si legge nel verbale di sequestro del materiale trovato dalla digos nella stanza di Valerio Verbano è un lungo elenco: l'agenda rossa che fu il suo diario personale nel 1977, quaderni, decine di fogli sparsi, fotocopie, ritagli di giornali, fotografie e una pistola. In tutto, ben diciotto schedari pieni di documenti e altri sei di foto. Dopo il sequestro, cominciano le ‘stranezze'. Tutto il materiale - spiega Marco Capoccetti Boccia nel suo, Valerio Verbano, una ferita ancora aperta, Castelvecchi 2011 - sarà tenuto in custodia dalla digos per una settimana prima di essere consegnato all'ufficio corpi di reato del tribunale di Roma per essere repertato e messo a disposizione del fascicolo processuale «Verbano + 4». Pochi giorni dopo la morte di Valerio i legali della famiglia ne chiedono la restituzione. Si scopre così che l'originale del cosiddetto "dossier" non è più al suo posto; è praticamente sparito. Il 27 febbraio 1980 il giudice istruttore Claudio D'Angelo, che si occupa dell'omicidio di Valerio, constatata la scomparsa del dossier dall'ufficio corpi di reato riceve dalla digos una «copia fotostatica della documentazione sequestrata nell'abitazione di Verbano Valerio». Se ne evince che si tratta ancora di una copia integrale ma Carla Verbano, che all'epoca poté visionare le carte, sostiene che il materiale inviato dalla digos era «dimezzato» rispetto all'originale. Nell'ottobre 1980, il giudice istruttore nega alla famiglia la restituzione delle carte sequestrate, ormai presenti solo in copia, perché ancora sottoposte a segreto istruttorio. Quattro anni dopo, l'11 aprile 1984, la corte d'appello che aveva giudicato Valerio ordina la distruzione dei reperti, comprese le carte e le foto, nonostante queste fossero state nuovamente repertate nell'inchiesta aperta per il suo omicidio. In realtà, come documenta Capoccetti, l'effettiva distruzione della copia fotostatica inviata dalla digos avverrà solo il 7 luglio 1987. Da quel momento non c'è più traccia del dossier negli atti giudiziari. Per ritrovarne copia Capoccetti ha scritto anche alla digos, ricevendo lo scorso luglio un'evasiva risposta che tra le righe non smentisce affatto l'attuale possesso di copia del «materiale oggetto di sequestro». Documentazione che all'improvviso è riapparsa in mano ai carabinieri dopo la recente riapertura dell'inchiesta. Si è detto anche che il dossier sarebbe passato nelle mani del giudice Amato, ucciso mentre conduceva un'inchiesta contro Nar e Terza posizione, ma sempre secondo quanto accertato da Capoccetti non c'è alcuna traccia di protocollo che ne dia conferma. Questo trasmigrare, sparire e ricomparire, dimagrire, per infine esser distrutto e poi riapparire in copia fotostatica dove nessuno se lo aspetta, è senza dubbio una delle circostanze più sconcertanti di tutta la vicenda.
L'agenda rossa del 1977
Siamo entrati nelle pagine del diario di Valerio del 1977 con un sentimento di pudore. Ci sembrava di violare la sua intimità, i suoi segreti, quelli di un adolescente cresciuto in fretta. In quegli anni si diventava adulti presto travolti dalla forza di una corrente che insegnava come fosse possibile cambiare il mondo. Valerio surfava veloce su quell'onda di rivolta che non conosceva rassegnazione. Il suo era un coinvolgimento totale: almeno quattro riunioni politiche a settimana, tra collettivi, comitato e assemblee, non solo all'Archimede ma anche all'università. Annotava le manifestazioni e gli scontri del periodo, le ricorrenze, l'uccisione dei militanti di sinistra, da Francesco Lorusso ad Antonio Lo Muscio e Walter Rossi, insieme ai compiti in classe, i pomeriggi al muretto con gli amici, gli incontri con le ragazze e anche un «abbiamo giocato a nascondino» che fa sorridere. Tanti gli slogan, roventi come la temperatura al suolo dell'epoca, ma anche una battuta del tipo: «Atac: associazione telline aspiranti cozze». Meglio non prendersi troppo sul serio. Il 4 marzo annota: «Mancia ripassa a scuola».
Angelo Mancia, conosciuto come Manciokan, fattorino del Secolo d'Italia, era un noto picchiatore del quartiere. Venne ucciso per rappresaglia dalla Volante rossa poche settimane dopo la morte di Valerio, anche se con il suo assassinio non c'entrava nulla. Il 12 marzo sono appuntati gli scontri durante la manifestazione nazionale per l'uccisione da parte di un carabiniere di Francesco Lorusso e, qualche giorno dopo, il 15, la discussione nel collettivo «sui fatti di sabato e le baiaffe». Facevano discutere le pistole apparse durante il corteo e l'armeria presa d'assalto il sabato precedente. Il 22 settembre Valerio annota la partenza per Bologna dove partecipa, fino al 25, al convegno nazionale contro la repressione. Dormirà a casa di una zia accompagnato dalla madre, ci racconta Capoccetti. Il 15 novembre si legge «Vado all'Archimede, vengo aggredito». Quasi un presagio.


Giorgio Ferri e Nicola Macò da Liberazione

Milano: Arrestato maresciallo dell'esercito per tentata violenza sessuale su una ragazzina dodicenne

Un maresciallo dell'Esercito di 45 anni è stato arrestato con l'accusa di tentata violenza sessuale per aver adescato tramite Facebook, fingendosi un'altra persona, la figlia di una conoscente, una ragazzina di 12 anni. Il provvedimento di fermo, richiesto dal pm di Milano Giancarla Serafini e dal procuratore aggiunto Pietro Forno, è stato convalidato dal gip Bruno Giordano, che ha disposto anche la custodia cautelare per il militare. Dopo averle fatto apprezzamenti e parlato a lungo con lei via Facebook, l'uomo ha dato un appuntamento alla ragazzina, ma i carabinieri sono riusciti a fermarlo in flagranza, proprio mentre la ragazzina stava per salire a casa sua. Ad accorgersi dell'uomo, infatti, erano stati i genitori della piccola che la lasciavano 'chattare' su Facebook, ma le controllavano il 'profilo'. Si sono accorti, dunque, delle avances dell'uomo, denunciando tutto ai carabinieri. Secondo una sentenza della Cassazione del 1993, poi, come è stato spiegato in Procura, far salire in macchina una ragazzina che non ha ancora compiuto i 14 anni, dopo averla adescata con lusinghe, configura il reato di tentata violenza sessuale.

fonte: leggo.it

Brescia: detenuti in sciopero della fame

I detenuti della casa Circondariale di Brescia (Canton Monbello) hanno deciso di mettere in atto uno sciopero generale del vitto lunedì 7 marzo fino a giovedì 17 con battitura sui blindati dalle ore 8.00 alle 8.30, dalle ore 12.00 alle ore 12.30, e dalle ore 17.30 alle ore 18.00, questo dovuto al sovraffollamento e soprattutto alla mancata concessione di pene alternative da parte delle autorità competenti.

Comitato detenuti

5 marzo 2011

Lo stupro in divisa

«Cosa si può fare quando chi ha potere abusa di chi non ne ha? Almeno farsi avanti, e gridare forte la verità. Farsi avanti per se stessi, farsi avanti per gli amici, farsi avanti anche se si è da soli». E' uno dei passaggi più significativi di North country - storia di Josie, film fortemente voluto dall'attrice Charlize Theron che interpreta la parte della prima donna che fece causa negli Stati Uniti per molestie sessuali alla miniera dove lavorava, creando così un precedente per l'introduzione nell'ordinamento nordamericano delle class action, (le azioni di categoria) incentrate sui diritti sessuati.
Almeno gridare forte la verità.
E la verità è che se la violenza maschile contro le donne è sempre un'ingiustizia e un abuso che riguarda tutte e tutti questa violenza è ancora più ingiusta quando è compiuta da chi veste una divisa, da chi ricopre un ruolo istituzionale, da chi incarna un'autorità riconosciuta, e di questa approfitta.
Nella vicenda della donna arrestata e violentata, sembra, da almeno un carabiniere (ma l'indagine è in corso e comunque almeno altri due colleghi e un vigile urbano sapevano cosa stava capitando) c'è un dato sconcertante, ma purtroppo non estraneo alla mentalità corrente: gli uomini, ricordiamolo, che in quel momento vestivano una divisa che rappresenta la legge, e quindi la collettività, sostengono che al rapporto sessuale la donna ha dato il suo consenso. E questo basta loro come giustificazione di innocenza rispetto all'accusa di stupro. Sono gli uomini che detenevano una donna perchè accusata di furto, sono gli uomini che in quel momento esercitavano il potere di arresto demandato loro dalla società a riparazione di un reato. La domanda è: ci può essere consenso libero da parte di una donna in stato di arresto, (quindi non libera), ad un rapporto sessuale con uno o più uomini che sono i suoi detentori, ovvero i rappresentanti della legge? Ricordo che nel memorabile docu film Processo per stupro uno degli avvocati sosteneva che la giovane abusata da Izzo e Ghira aveva volontariamente praticato un atto sessuale sul suo aguzzino. Si trattava di due ragazze e di quattro uomini, armati e su di giri. Consenso? Che in una caserma si possano compiere atti di indicibile violenza lo sappiamo, purtroppo. Quello che fa vergognare è che si possa pensare di passarla liscia. Ecco la verità.

Monica Lanfranco da Liberazione

Testimonianze: " I Carabinieri mi hanno violentata in gruppo"

"Tra poco è la festa della donna, ma non per me. Io sono stata umiliata. Quegli uomini mi hanno uccisa dentro. L'ultimo colpo l'ho avuto quando uno dei carabinieri ha detto che ero consenziente. Ma come potevo esserlo se non ero libera?". Continua a parlare con gli inquirenti S. D. T., la ragazza madre di 32 anni, racconta dello stupro dei tre carabinieri e del vigile che l'avrebbero violentata. Ritorna a quella notte in caserma piena di alcol e sesso per forza: "Mi hanno costretta a bere, io non volevo, perché quegli uomini erano già ubriachi. E io avevo troppa paura".
L'Arma tenta di correre ai ripari. Trasferimento immediato «in uffici non al contatto con il pubblico di Torino, Milano e Cagliari» per i tre carabinieri denunciati per violenza sessuale da una donna arrestata per furto a Roma. Il quarto uomo coinvolto, un vigile urbano, non era in servizio al momento dei fatti e sarebbe ancora attivo presso il gruppo di appartenenza.

Agghiacciante il racconto della donna ricostruito dalla stampa. Colta sul fatto dopo un piccolo furto di generi di abbigliamento in un magazzino Oviesse di via Casilina, S. - 32 anni, originaria di Crema, a Roma ospite di un amico - il 23 febbraio scorso viene arrestata e portata nella vicina caserma dei carabinieri. In attesa del processo per direttissima, la trattengono per la notte, trasferendola - per mancanza di posti al Casilino - alla caserma del Quadraro. Qui viene svegliata da tre carabinieri accompagnati da un amico vigile urbano: la invitano a bere, poi lei dice di avere fame, si spostano nella sala mensa e lì avviene la violenza plurima. La mattina dopo S. è in tribunale per la convalida del processo per furto, non dice nulla ai magistrati. Solo nel pomeriggio, una volta recuperata la libertà e convinta dall'amico, si presenta dai carabinieri del Casilino e denuncia lo stupro. I medici del Policlinico Casilino che la visitano certificano «l'assenza di segni visibili di violenza sul corpo», ma attestano il rapporto sessuale. S. peraltro ricorda bene i tatuaggi di uno dei suoi aggressori.
E qui scatta la contraffensiva: due dei denunciati negano di aver consumato l'atto, gli altri mettono in campo un classico del maschilismo doc: il rapporto c'è stato ma era consenziente. Come se far bere e fare sesso con una cittadina affidata alla loro custodia fosse una cosa accettabile per dei cosiddetti tutori dell'ordine. Il peggio delle argomentazioni misogine arriva da voci anonime di colleghi: «Brutta storia, sono tre colleghi molto capaci e giovani», e poi: «Quella donna li ha istigati».
Ovviamente, come da copione, si scruta moralisticamente la vittima: sui maggiori media si rincorrono gli accenni alla «vita difficile», c'è chi sottolinea che si tratta di «ragazza madre», chi addirittura la definisce «prostituta».
Politicamente corretto, invece, il comandante provinciale di Roma, colonnello Maurizio Detalmo Mezzavilla, secondo il quale «i fatti denunciati sono gravissimi e perciò oggetto di indagini accurate e rigorose da parte della magistratura e dell'Arma»: in caso di colpevolezza, i militari dall'Arma saranno sospesi. «Il nostro giudizio di assoluta riprovazione prescinde dalle responsabilità penali che si stanno doverosamente accertando», insiste Detalmo Mezzavilola, «perché vicende del genere contrastano con i mille atti di solidarietà che i carabinieri compiono ogni giorno». La procura apre un fascicolo, i quattro sono indagati per violenza sessuale in concorso, ma qualcuno di loro sarebbe stato "solo" complice di chi ha materialmente violentato.
La segretaria della Commissione Difesa della Camera Federica Mogherini (Pd) chiede che il ministro dell'Interno riferisca con urgenza al Parlamento. La Casa delle Donne Lucha Y siesta, Action_a, reclama le dimissioni del sindaco Alemanno, che ha parlato di eventuale «mela marcia». «Basta violenza sulle donne: i migranti accusati di qualsiasi cosa accade a Roma vengono chiusi nei Cie o buttati nel mediterraneo, e dei carabinieri cosa ne facciamo?», si legge in una nota dell'associazione. «Ce n'è abbastanza per affermare una volta per tutte che i decreti sicurezza sbandierati da questo governo e da questa amministrazione sono inutili e strumentali, oltre che dannosi», prosegue la nota. «Non siamo stanche. Siamo furiose e inorridite, ma determinate a ribadire la nostra presenza e il nostro sdegno in piazza, per le strade, nelle istituzioni e in tutte le sedi dove ce ne sia necessità». In particolare Lucha y Siesta invita a mobilitarsi «sotto la caserma incriminata per chiedere l'immediato allontanamento dall'Arma dei colpevoli, e urlare al sindaco Alemanno che deve dimettersi immediatamente perché i presupposti su cui si è fatto eleggere sono crollati, uno ad uno, miseramente in questi due anni».

3 marzo 2011

Roma: Violentata in caserma da 4 carabinieri

Il buio e il silenzio di una caserma deserta. Una donna priva della libertà. Un uomo in divisa da carabiniere e un vigile urbano che godono del suo corpo di detenuta. Altri due militari che ascoltano, capiscono, e tacciono. È storia della notte tra mercoledì 23 e giovedì 24 febbraio. Stazione dei carabinieri del Quadraro, periferia a est della città. Una madre di 32 anni, detenuta in una camera di sicurezza della caserma dopo un arresto in flagranza per furto, ha rapporti sessuali completi e ripetuti con almeno uno dei tre carabinieri che l'hanno in custodia e con un agente della polizia municipale che è in quegli uffici. "Una violenza", denuncia lei. "Un abuso" vigliacco consumato su chi è privato della libertà e dunque è di per sé in una condizione di "minorità fisica e psicologica", ipotizza il procuratore aggiunto Maria Monteleone che procede nei confronti dei tre militari. E della loro stupefacente giustificazione: "È vero il rapporto sessuale c'è stato, ma quella donna era consenziente".
I fatti, dunque. Almeno per come è possibile in questo momento ricostruirli incrociando il racconto della donna (che trovate in queste pagine) e quello consegnato dai militari alla loro catena gerarchica prima, alla procura della Repubblica, poi.
Mercoledì 23. S., 32 anni, nata a Crema e a Roma da qualche tempo, viene sorpresa in un magazzino dell'Oviesse del quartiere Casilino mentre ruba dei capi di abbigliamento. La donna è giovane, bella, e ha una vita complicata. Dice di essere ragazza madre, non ha una casa, non ha un lavoro, si appoggia nell'appartamento del suo compagno, un agente immobiliare. Il pomeriggio del 23, il suo verbale di arresto viene redatto nella caserma dei carabinieri del Casilino. "Andrai a giudizio per direttissima domani", le spiegano. "Stanotte la passi dentro". Nelle camere di sicurezza del Casilino non c'è posto. S. viene quindi trasferita alla stazione del Quadraro. Arriva che è notte. E di lei si "occupano" tre militari di turno ("un appuntato e due carabinieri - riferiscono fonti del Comando Generale - dal foglio disciplinare immacolato"). I tre arrivano in caserma quando S. è già nella sua cella. Hanno passato la serata fuori e si sono tirati dietro un amico, un vigile urbano. Hanno bevuto e fanno bere anche S. E qui - racconta lei - comincia il suo incubo. I quattro le aprono la porta della cella. Le dicono di seguirli in sala mensa. Il rapporto sessuale è ripetuto. E di almeno un carabiniere, S. memorizza i tatuaggi su una parte del corpo.
La mattina dopo, giovedì 24 febbraio, S. è in tribunale per la convalida del suo arresto per furto. È stordita, umiliata. Ricorda il sesso, non ha memoria di violenza fisica. Al giudice monocratico e al pm di udienza non racconta nulla. Viene scarcerata e, convinta dal compagno, nel pomeriggio si presenta alla stazione dei carabinieri del Casilino per sporgere denuncia. I militari la accompagnano al Policlinico Casilino, dove viene sottoposta al tampone vaginale e, visitata, si certifica "l'assenza di segni visibili di violenza sul corpo".
La Procura comincia a indagare a ritmo indiavolato. Gli atti vengono secretati. Il racconto dettagliato della ragazza (a cominciare dal dettaglio del tatuaggio sul corpo di uno dei militari) trova riscontro. Gli indagati afferrano quanto scivoloso sia per loro il terreno e scelgono una strada antica. Se non c'è violenza fisica - argomentano - è la prova che non c'è stata violenza sessuale. S. ha fatto sesso perché è quello che voleva. E poi, S. è una "sbandata". È un toppa peggiore del buco. Che, se possibile, rende ancora più determinato il procuratore, Maria Monteleone. Nella difesa dei carabinieri e del vigile urbano c'è infatti qualcosa che rende ancora più odioso quel che è accaduto. I quattro non capiscono - o fingono di non capire - che la violenza è nel presupposto della condizione in cui S. è precipitata la notte in cui i suoi carcerieri hanno goduto del suo corpo. Che diventa oltraggioso persino parlare di una "seratina" di alcool e sesso con una detenuta. Che non esiste consenso in un rapporto tra un uomo libero e una donna dietro le sbarre. Ma tant'è. La difesa, ad oggi, resta questa. Nell'imbarazzo profondo, nella vergogna, che ora diventano dell'Arma intera e del suo Comando generale.

Carlo Bonini da La Repubblica

Indagini sulla morte di Carmelo Castro; rilievi nella cella e sequestro di documenti

Primi atti formali disposti dalla Procura dopo la riapertura delle indagini (che erano stato già archiviate) sull'oscura morte del detenuto incensurato diciannovenne Carmelo Castro, avvenuta nel carcere di piazza Lanza il 28 marzo del 2009 ufficialmente per impiccagione.
I pubblici ministeri Assunta Musella e Miriam Cantone hanno disposto un'ispezione nella cella n. 9 del reparto "Nicito" dove gli agenti di custodia penitenziaria dichiararono di avere trovato il corpo di Carmelo "penzoloni, in piedi, con un lenzuolo annodato al collo" e appeso al perno sommitale dei letti a castello: versione apparentemente credibile ma che fa a pugni con la "matematica". Infatti, se il ragazzo era alto un metro e 75, come poteva mai "penzolare all'impiedi" da un'altezza che supera di poco il metro e sessanta?
Ad accorgersi del paradosso erano stati i volontari dell'associazione "Antigone" e "A buon diritto" (cui la famiglia del giovane si è rivolta), nonché il Garante dei diritti fondamentali dei detenuti senatore Salvo Fleres e il legale della famiglia di Carmelo, avvocato Vito Pirrone, nel corso di alcune visite in piazza Lanza.
Il particolare, di non scarsa portata, non era stato preso in considerazione nella prima indagine - quella che il gip Alfredo Gari aveva archiviato - ma adesso la Procura ha deciso di approfondire, tant'è che negli scorsi giorni ha dato incarico alla polizia giudiziaria di effettuare e dunque "cristalizzare" le misurazioni in cella e di sequestrare alcuni atti in amministrazione; non sappiamo ancora se il pm abbia chiesto, o abbia intenzione di chiedere, la videoregistrazione di quanto è accaduto nel corridoio del reparto nelle ore a cui si fa risalire la presunta impiccagione.
Altre risposte immediate da dare sono di natura medico legale, dal momento che sul cadavere del giovane sono state rilevate, nel corso dell'autopsia, tracce ematiche poco compatibili con un decesso per impiccagione e c'è anche da capire perché un detenuto in regime di "grandissima sorveglianza" siano stato perso di vista dal personale del carcere per circa tre ore. La parte offesa non vuole insinuare nulla, né accusare nessuno, ma solo sapere la verità, dopo di che se qualcuno dovrà pagare, che paghi.
Inoltre sul caso hanno presentato interrogazioni parlamentari bipartisan al ministro della Giustizia i parlamentari Rita Bernardini, Felice Casson e Salvo Fleres (che ne ha proposte tre). Il ministro Alfano però non ha mai risposto.

fonte: La Sicilia

Omicidio Stefano Cucchi; interviene il Quirinale, in risposta alla lettera alla sorella

Ilaria Cucchi gli aveva scritto un mese fa, all'indomani del rinvio a giudizio di dodici imputati per la morte di suo fratello Stefano, il geometra romano arrestato per possesso di hashish una sera d'ottobre del 2009 e uscito cadavere dal reparto carcerario di un ospedale dopo una settimana di detenzione. Era amareggiata, la sorella di Stefano, perché dai reati contestati era scomparso l'omicidio, colposo o preterintenzionale che fosse, per lasciare spazio alle lesioni e all'abbandono di persona incapace a provvedere a se stessa. Così aveva deciso di rivolgersi al presidente della Repubblica in persona. "Non possiamo comprendere - sosteneva la donna a conclusione della lunga lettera inviata a Giorgio Napolitano - pubblici ministeri che ostinatamente fanno finta di non sapere che Stefano, se non fosse stato picchiato, ora sarebbe vivo come vivo era con noi la sera del suo arresto. Caro presidente, noi non comprendiamo ma siamo ben consapevoli di quanto poco ciò conta, così come quanto poco è contata per l'umana giustizia italiana la vita di Stefano Cucchi. E di quanto poco continui a contare. Ognuno di noi esseri umani coltiva un piccolo o grande sogno, il mio è quello di essere smentita". Ora, a un mese dall'inizio del processo fissato per il 24 marzo, dal Quirinale è arrivata la risposta. A firma di Loris D'Ambrosio, il consigliere del presidente della Repubblica per gli affari dell'amministra-zione della Giustizia, "Il capo dello Stato segue con attenzione i problemi connessi alla condizione carceraria e vive con preoccupazione e turbamento le vicende umane che da essa non di rado discendono - si legge nella lettera firmata da D'Ambrosio -. E ha assicurato più volte che è indispensabile assicurare alla persona detenuta il pieno rispetto dei suoi diritti fondamentali, e a tal fine è altrettanto indispensabile che gli organi preposti attivino le più rigorose forme di controllo per impedire il compimento di atti prevaricatori o, addirittura, costituenti delitto". Nella vicenda di Stefano Cucchi, evidentemente, tutto questo non è stato garantito. Ma al Quirinale fanno affidamento che il dibattimento che sta per cominciare possa chiarire i punti oscuri della morte di un detenuto rimasta ancora inspiegata. "Nella umana comprensione per la sofferenza sua e della sua famiglia - scrive ancora il consigliere di Napolitano a Ilaria Cucchi - la invito ad avere fiducia nella magistratura che, ne sono certo, saprà tempestivamente pervenire, anche grazie al contributo della difesa tecnica da voi attivata, al compiuto accertamento delle responsabilità, a tutela di tutte le parti del processo". La cosa più importante, per Ilaria Cucchi e gli avvocati che sostengono le ragioni della sua famiglia, sta nell'inciso contenuto nelle considerazioni finali della lettera giunta dal Quirinale. Quello in cui D'Ambrosio valorizza il "contributo della difesa tecnica da voi attivata". Perché la prima battaglia che i legali di parte civile affronteranno in Corte d'assise sarà quella persa davanti al giudice dell'udienza preliminare, e cioè la richiesta di una nuova perizia sulle cause del decesso di Cucchi. Per stabilire un collegamento - certo secondo i consulenti degli avvocati, viceversa escluso categoricamente da quelli dei pubblici ministeri - tra le percosse ricevute da Stefano e la morte arrivata sei giorni più tardi. È questo il punto di maggior rammarico manifestato dalla sorella di Stefano, sottolineato anche nella lettera a Napolitano. Lei e i suoi genitori continuano a ritenere che esista un rapporto di causa-effetto tra le botte prese dal detenuto nelle camere di sicurezza del Tribunale di Roma (peraltro negate dagli agenti penitenziari) e i motivi del ricovero. E di conseguenza della morte. "Se Stefano non fosse stato picchiato non sarebbe andato in ospedale, non sarebbe stato messo in un reparto chiuso e oggi sarebbe vivo", ha sempre detto Ilaria. Nelle sue conclusioni, di fronte alla richiesta di nuovi accertamenti, il giudice che ha rinviato a giudizio degli imputati ha osservato che le conclusioni dei periti delle parti civili "evidenziano problematiche e spunti di carattere scientifico degne di considerazione, ma necessitano di essere approfondite". Come dire che quel nesso tanto discusso ci potrebbe essere, ma ancora non è chiaro. Tuttavia gli ulteriori tentativi per arrivare a una risposta definitiva, ha aggiunto, potranno avvenire "solo nell'ambito delle sede dibattimentale". Cioè in quel processo che sta per cominciare, e al quale il Quirinale invita i familiari di Stefano Cucchi a guardare con speranza e fiducia.

fonte: Corriere della Sera

2 marzo 2011

Due detenuti morti in poche ore, ad Avellino e Piacenza

Jean Jaques Olivier Esposito, 39enne di origini francesi, si è impiccato ieri mattina verso le 10:00 nel carcere di Ariano Irpino (Av). L’uomo, in custodia cautelare per reati di droga, da tempo manifestava gravi segnali di disagio psichico: aveva già tentato più volte il suicidio e anche per questo il suo avvocato, Michele Sarno, aveva chiesto l’applicazione di una misura cautelare meno afflittiva, gli arresti domiciliari.
Il legale annuncia la nomina di un consulente medico legale di parte “relativamente alle operazioni peritali, riservandosi sin da ora di proporre tutte le azioni a tutela dei familiari del proprio patrocinato''.
Per tragica coincidenza esattamente due anni prima, l’1 marzo 2009, nel carcere di Avellino ci fu un altro suicidio, quello di Vincenzo Sepe, 54 enne di origini napoletane.
D. Trebbi, 30 anni, tossicodipendente, è morto ieri pomeriggio verso le 16:00 nel carcere di Piacenza. Le poche notizie al riguardo sono state raccolte da Riccardo Arena, direttore di Radio Carcere. Sulle cause della morte sono state avviate le indagini del caso: la prima ipotesi è quella di una overdose di droga, o di un mix letale di farmaci. Il giovane, che divideva la cella con un altro detenuto, si è accasciato improvvisamente sul pavimento ed ogni tentativo di soccorso è risultato vano.
L’ultimo decesso di un detenuto nel carcere di Piacenza risaliva al 2 novembre 2009, quando si suicidò Isam Khaudri, tunisino di 22 anni.


fonte: ristretti orizzonti

26 febbraio 2011

Bologna: la polizia difende i fascisti e picchia i compagni

Questo pomeriggio dalle ore 14.00 CasaPound organizza un’iniziativa sul tema del ritorno al nucleare presso la Sala del Baraccano, concessa dal Quartiere Santo Stefano. Un centinaio di persone di alcune realtà cittadine che avevano lanciato un presidio nel pomeriggio, si sono ritrovate stamattina per manifestare il proprio rifiuto alla concessione della sala di quartiere e hanno trovato la sede blindata dai reparti della celere. Al tentativo dei manifestanti di entrare da un entrata secondaria, la polizia ha respinto con i manganelli ferendo un ragazzo in testa. (video)
Alcuni manifestanti sono stati bloccati all’interno della sala dalla polizia, mentre il presidio all’esterno ne chiedeva l’immediata liberazione. I manifestanti sono poi riusciti ad entrare in massa occupando la sede del quartiere ricongiungendosi con le persone all’interno. E’ stato subito indetta una conferenza stampa e un’assemblea pubblica.
Via Santo Stefano, all'altezza del Baraccano è praticamente blindata con agenti in assetto antisommossa. Dall’interno il presidio ha convocato subito una conferenza stampa e un’assemblea pubblica, invitando tutta la cittadinanza a partecipare e a ribadire che in questa città non ci sono spazi per le associazioni neo-fasciste.
Dall'interno fanno sapere che non c'è nessun ordine di sgombero e che il presidio-assemblea andrà avanti fino a che non verrà revocato lo spazio a Casapound.

 

Mondovi (Cn): Paolo Ferrero identificato a Mondovì per aver distribuito pane a prezzo calmierato

Questa mattina Paolo Ferrero segretario del PRC è stato identificato dai vigili urbani del Comune di Mondovì (Cuneo) durante l'iniziativa dei Gruppi di Acquisto Popolari (GAP) che consiste nell'acquisto collettivo per ridurre i prezzi dei generi di prima necessità contro la crisi e la speculazione.
Il verbale dei Vigili urbani fa seguito all'ordine del giorno approvato dal consiglio comunale a maggioranza leghista che di fatto restringe l'attività dei gruppi di acquisto.
Il Prc contesta la norma e la giudica incostituzionale perchè impedisce di fatto la libera associazione dei cittadini garantita dalla costituzione repubblicana

24 febbraio 2011

Dopo il danno la beffa: denunce e multe ai pastori bastonati a Civitavecchia

Tre avvisi di garanzia e quaranta contravvenzioni: è l'effetto penale della vigliaccata, subita, e delle  manganellate, incassate, dai pastori a Civitavecchia il 28 dicembre. A poche ore dalla partenza per Milano, domani festeggeranno in Piazza Affari, 43 iscritti e simpatizzanti del Movimento hanno ricevuto altrettanti biglietti speciali dalla Procura di Civitavecchia e dalla prefettura di Roma.
Gli indagati. Sono tre: Felice Floris, leader dell'Mps, quel giorno trascinato a terra da tre poliziotti in assetto anti-sommossa mentre cercava di mediare con un funzionario della questura e liberato in un battibaleno dalle donne del Movimento. Il secondo è Priamo Cottu, Ollolai, a Civitavecchia ammanettato dai carabinieri e rilasciato solo dopo l'intervento di un sindaco al seguito del gruppo: «Garantisco io per lui», fu il prezzo pagato per non vedere l'amico caricato su uno dei dieci blindati schierati. Poi c'è Andrea Cinus, Sant'Anna Arresi, spinto all'improvviso, senza alcun motivo e con violenza dalle forze dell'ordine sul cancello-prigione per i pastori, cancello apparso dal nulla al molo numero uno.
I tre sono indagati per resistenza a pubblico ufficiale e il rifiuto - così c'è scritto - di farsi identificare. Gli avvisi di iscrizione sul registro degli indagati sono stati firmati dal sostituto procuratore Consolato Labate, con un passato da ex capo dell'ufficio indagine della Federcalcio, e titolare dell'inchiesta sugli incidenti di dicembre. Allo stesso magistrato il procuratore capo Gianfranco Amendola, ex parlamentare europeo dei Verdi alla fine degli anni ottanta, ha affidato anche l'inchiesta preliminare sul "comportamento delle forze dell'ordine prima, durante e dopo la carica". Carica a freddo, va ricordato, ma non si sa se anche il fascicolo-bis abbia prodotto o meno degli avvisi di garanzia.
I multati. Sono quaranta sui trecento del Movimento che, due mesi fa furono bloccati da un esercito di poliziotti sùbito dopo lo sbarco dal traghetto «Nuraghes». Sono stati multati per manifestazione non autorizzata: la sanzione va da 2500 a diecimila euro. Contravvenzioni che non pagheremo mai, hanno fatto sapere i pastori.
Le polemiche. A caldo gli incidenti di Civitavecchia scatenarono le sdegnate reazioni bipartisan da parte dei parlamentari sardi, con diverse interrogazioni urgenti al ministro dell'Interno, Roberto Maroni. In quei giorni, anche sul web si scatenò un'affollata crociata, spontanea e popolare, in difesa dei pastori, con molti attacchi per "un'evidente violazione da parte delle forze dell'ordine dei principi costituzionali, la libertà di manifestare, sfociata in una brutale forma di repressione preventiva", parole dell'avvocato Nino Marazzita.
Il nuovo viaggio. Gli avvisi e le contravvenzioni non fermano il Movimento: «Oggi partiremo per Milano - dice Felice Floris -. Saremo in trecento, abbiamo chiesto l'autorizzazione alla questura: dunque, siamo in regola. Come tutte le volte, anche domani porteremo in piazza solo la nostra volontà di protestare contro chi ha messo alla fame i pastori: le multinazionali. Non siamo dei violenti e mai lo saremo».

Bologna: Polizia ferma studenti in azione sui bus dell'atc

Oggi durante un’azione all’interno della campagna “atc non puoi rubarci la città” alcuni studenti e studentesse del collettivo autonomo studentesco sono stati oggetto di una forte provocazione da parte dell’atc e delle forze dell’ordine.
Mentre le macchinette obliteratrici si rifiutavano, come nei giorni scorsi, di far pagare l’aumento del costo dei biglietti i controllori hanno fatto fermare il bus e scendere tutti i passeggeri in attesa dell’arrivo del reparto mobile dei carabinieri.
All’arrivo di questi sono stati comminati più di 300 euro di multe varie dall’ATC e minacciate dalle forze dell’ordine denunce penali per imbrattamento e interruzione di pubblico servizio. Tutti gli studenti inoltre sono stati identificati.
Riteniamo vergognoso un simile attacco ad una campagna legittima e che gode dell’appoggio della maggior parte dei cittadini. Atc si è dimostrata ancora una volta schierata contro quelli che dovrebbero essere i suoi “utenti” e complice nel voler far pagare a tutti i costi l’austerity a studenti e precari.
La nostra campagna continua, non faremo neanche un passo indietro. Tant’è vero che durante la provocazione poliziesca molti altri autobus proseguivano la sciopero del biglietto …

Collettivo Autonomo Studentesco

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