5 marzo 2011

Testimonianze: " I Carabinieri mi hanno violentata in gruppo"

"Tra poco è la festa della donna, ma non per me. Io sono stata umiliata. Quegli uomini mi hanno uccisa dentro. L'ultimo colpo l'ho avuto quando uno dei carabinieri ha detto che ero consenziente. Ma come potevo esserlo se non ero libera?". Continua a parlare con gli inquirenti S. D. T., la ragazza madre di 32 anni, racconta dello stupro dei tre carabinieri e del vigile che l'avrebbero violentata. Ritorna a quella notte in caserma piena di alcol e sesso per forza: "Mi hanno costretta a bere, io non volevo, perché quegli uomini erano già ubriachi. E io avevo troppa paura".
L'Arma tenta di correre ai ripari. Trasferimento immediato «in uffici non al contatto con il pubblico di Torino, Milano e Cagliari» per i tre carabinieri denunciati per violenza sessuale da una donna arrestata per furto a Roma. Il quarto uomo coinvolto, un vigile urbano, non era in servizio al momento dei fatti e sarebbe ancora attivo presso il gruppo di appartenenza.

Agghiacciante il racconto della donna ricostruito dalla stampa. Colta sul fatto dopo un piccolo furto di generi di abbigliamento in un magazzino Oviesse di via Casilina, S. - 32 anni, originaria di Crema, a Roma ospite di un amico - il 23 febbraio scorso viene arrestata e portata nella vicina caserma dei carabinieri. In attesa del processo per direttissima, la trattengono per la notte, trasferendola - per mancanza di posti al Casilino - alla caserma del Quadraro. Qui viene svegliata da tre carabinieri accompagnati da un amico vigile urbano: la invitano a bere, poi lei dice di avere fame, si spostano nella sala mensa e lì avviene la violenza plurima. La mattina dopo S. è in tribunale per la convalida del processo per furto, non dice nulla ai magistrati. Solo nel pomeriggio, una volta recuperata la libertà e convinta dall'amico, si presenta dai carabinieri del Casilino e denuncia lo stupro. I medici del Policlinico Casilino che la visitano certificano «l'assenza di segni visibili di violenza sul corpo», ma attestano il rapporto sessuale. S. peraltro ricorda bene i tatuaggi di uno dei suoi aggressori.
E qui scatta la contraffensiva: due dei denunciati negano di aver consumato l'atto, gli altri mettono in campo un classico del maschilismo doc: il rapporto c'è stato ma era consenziente. Come se far bere e fare sesso con una cittadina affidata alla loro custodia fosse una cosa accettabile per dei cosiddetti tutori dell'ordine. Il peggio delle argomentazioni misogine arriva da voci anonime di colleghi: «Brutta storia, sono tre colleghi molto capaci e giovani», e poi: «Quella donna li ha istigati».
Ovviamente, come da copione, si scruta moralisticamente la vittima: sui maggiori media si rincorrono gli accenni alla «vita difficile», c'è chi sottolinea che si tratta di «ragazza madre», chi addirittura la definisce «prostituta».
Politicamente corretto, invece, il comandante provinciale di Roma, colonnello Maurizio Detalmo Mezzavilla, secondo il quale «i fatti denunciati sono gravissimi e perciò oggetto di indagini accurate e rigorose da parte della magistratura e dell'Arma»: in caso di colpevolezza, i militari dall'Arma saranno sospesi. «Il nostro giudizio di assoluta riprovazione prescinde dalle responsabilità penali che si stanno doverosamente accertando», insiste Detalmo Mezzavilola, «perché vicende del genere contrastano con i mille atti di solidarietà che i carabinieri compiono ogni giorno». La procura apre un fascicolo, i quattro sono indagati per violenza sessuale in concorso, ma qualcuno di loro sarebbe stato "solo" complice di chi ha materialmente violentato.
La segretaria della Commissione Difesa della Camera Federica Mogherini (Pd) chiede che il ministro dell'Interno riferisca con urgenza al Parlamento. La Casa delle Donne Lucha Y siesta, Action_a, reclama le dimissioni del sindaco Alemanno, che ha parlato di eventuale «mela marcia». «Basta violenza sulle donne: i migranti accusati di qualsiasi cosa accade a Roma vengono chiusi nei Cie o buttati nel mediterraneo, e dei carabinieri cosa ne facciamo?», si legge in una nota dell'associazione. «Ce n'è abbastanza per affermare una volta per tutte che i decreti sicurezza sbandierati da questo governo e da questa amministrazione sono inutili e strumentali, oltre che dannosi», prosegue la nota. «Non siamo stanche. Siamo furiose e inorridite, ma determinate a ribadire la nostra presenza e il nostro sdegno in piazza, per le strade, nelle istituzioni e in tutte le sedi dove ce ne sia necessità». In particolare Lucha y Siesta invita a mobilitarsi «sotto la caserma incriminata per chiedere l'immediato allontanamento dall'Arma dei colpevoli, e urlare al sindaco Alemanno che deve dimettersi immediatamente perché i presupposti su cui si è fatto eleggere sono crollati, uno ad uno, miseramente in questi due anni».

3 marzo 2011

Roma: Violentata in caserma da 4 carabinieri

Il buio e il silenzio di una caserma deserta. Una donna priva della libertà. Un uomo in divisa da carabiniere e un vigile urbano che godono del suo corpo di detenuta. Altri due militari che ascoltano, capiscono, e tacciono. È storia della notte tra mercoledì 23 e giovedì 24 febbraio. Stazione dei carabinieri del Quadraro, periferia a est della città. Una madre di 32 anni, detenuta in una camera di sicurezza della caserma dopo un arresto in flagranza per furto, ha rapporti sessuali completi e ripetuti con almeno uno dei tre carabinieri che l'hanno in custodia e con un agente della polizia municipale che è in quegli uffici. "Una violenza", denuncia lei. "Un abuso" vigliacco consumato su chi è privato della libertà e dunque è di per sé in una condizione di "minorità fisica e psicologica", ipotizza il procuratore aggiunto Maria Monteleone che procede nei confronti dei tre militari. E della loro stupefacente giustificazione: "È vero il rapporto sessuale c'è stato, ma quella donna era consenziente".
I fatti, dunque. Almeno per come è possibile in questo momento ricostruirli incrociando il racconto della donna (che trovate in queste pagine) e quello consegnato dai militari alla loro catena gerarchica prima, alla procura della Repubblica, poi.
Mercoledì 23. S., 32 anni, nata a Crema e a Roma da qualche tempo, viene sorpresa in un magazzino dell'Oviesse del quartiere Casilino mentre ruba dei capi di abbigliamento. La donna è giovane, bella, e ha una vita complicata. Dice di essere ragazza madre, non ha una casa, non ha un lavoro, si appoggia nell'appartamento del suo compagno, un agente immobiliare. Il pomeriggio del 23, il suo verbale di arresto viene redatto nella caserma dei carabinieri del Casilino. "Andrai a giudizio per direttissima domani", le spiegano. "Stanotte la passi dentro". Nelle camere di sicurezza del Casilino non c'è posto. S. viene quindi trasferita alla stazione del Quadraro. Arriva che è notte. E di lei si "occupano" tre militari di turno ("un appuntato e due carabinieri - riferiscono fonti del Comando Generale - dal foglio disciplinare immacolato"). I tre arrivano in caserma quando S. è già nella sua cella. Hanno passato la serata fuori e si sono tirati dietro un amico, un vigile urbano. Hanno bevuto e fanno bere anche S. E qui - racconta lei - comincia il suo incubo. I quattro le aprono la porta della cella. Le dicono di seguirli in sala mensa. Il rapporto sessuale è ripetuto. E di almeno un carabiniere, S. memorizza i tatuaggi su una parte del corpo.
La mattina dopo, giovedì 24 febbraio, S. è in tribunale per la convalida del suo arresto per furto. È stordita, umiliata. Ricorda il sesso, non ha memoria di violenza fisica. Al giudice monocratico e al pm di udienza non racconta nulla. Viene scarcerata e, convinta dal compagno, nel pomeriggio si presenta alla stazione dei carabinieri del Casilino per sporgere denuncia. I militari la accompagnano al Policlinico Casilino, dove viene sottoposta al tampone vaginale e, visitata, si certifica "l'assenza di segni visibili di violenza sul corpo".
La Procura comincia a indagare a ritmo indiavolato. Gli atti vengono secretati. Il racconto dettagliato della ragazza (a cominciare dal dettaglio del tatuaggio sul corpo di uno dei militari) trova riscontro. Gli indagati afferrano quanto scivoloso sia per loro il terreno e scelgono una strada antica. Se non c'è violenza fisica - argomentano - è la prova che non c'è stata violenza sessuale. S. ha fatto sesso perché è quello che voleva. E poi, S. è una "sbandata". È un toppa peggiore del buco. Che, se possibile, rende ancora più determinato il procuratore, Maria Monteleone. Nella difesa dei carabinieri e del vigile urbano c'è infatti qualcosa che rende ancora più odioso quel che è accaduto. I quattro non capiscono - o fingono di non capire - che la violenza è nel presupposto della condizione in cui S. è precipitata la notte in cui i suoi carcerieri hanno goduto del suo corpo. Che diventa oltraggioso persino parlare di una "seratina" di alcool e sesso con una detenuta. Che non esiste consenso in un rapporto tra un uomo libero e una donna dietro le sbarre. Ma tant'è. La difesa, ad oggi, resta questa. Nell'imbarazzo profondo, nella vergogna, che ora diventano dell'Arma intera e del suo Comando generale.

Carlo Bonini da La Repubblica

Indagini sulla morte di Carmelo Castro; rilievi nella cella e sequestro di documenti

Primi atti formali disposti dalla Procura dopo la riapertura delle indagini (che erano stato già archiviate) sull'oscura morte del detenuto incensurato diciannovenne Carmelo Castro, avvenuta nel carcere di piazza Lanza il 28 marzo del 2009 ufficialmente per impiccagione.
I pubblici ministeri Assunta Musella e Miriam Cantone hanno disposto un'ispezione nella cella n. 9 del reparto "Nicito" dove gli agenti di custodia penitenziaria dichiararono di avere trovato il corpo di Carmelo "penzoloni, in piedi, con un lenzuolo annodato al collo" e appeso al perno sommitale dei letti a castello: versione apparentemente credibile ma che fa a pugni con la "matematica". Infatti, se il ragazzo era alto un metro e 75, come poteva mai "penzolare all'impiedi" da un'altezza che supera di poco il metro e sessanta?
Ad accorgersi del paradosso erano stati i volontari dell'associazione "Antigone" e "A buon diritto" (cui la famiglia del giovane si è rivolta), nonché il Garante dei diritti fondamentali dei detenuti senatore Salvo Fleres e il legale della famiglia di Carmelo, avvocato Vito Pirrone, nel corso di alcune visite in piazza Lanza.
Il particolare, di non scarsa portata, non era stato preso in considerazione nella prima indagine - quella che il gip Alfredo Gari aveva archiviato - ma adesso la Procura ha deciso di approfondire, tant'è che negli scorsi giorni ha dato incarico alla polizia giudiziaria di effettuare e dunque "cristalizzare" le misurazioni in cella e di sequestrare alcuni atti in amministrazione; non sappiamo ancora se il pm abbia chiesto, o abbia intenzione di chiedere, la videoregistrazione di quanto è accaduto nel corridoio del reparto nelle ore a cui si fa risalire la presunta impiccagione.
Altre risposte immediate da dare sono di natura medico legale, dal momento che sul cadavere del giovane sono state rilevate, nel corso dell'autopsia, tracce ematiche poco compatibili con un decesso per impiccagione e c'è anche da capire perché un detenuto in regime di "grandissima sorveglianza" siano stato perso di vista dal personale del carcere per circa tre ore. La parte offesa non vuole insinuare nulla, né accusare nessuno, ma solo sapere la verità, dopo di che se qualcuno dovrà pagare, che paghi.
Inoltre sul caso hanno presentato interrogazioni parlamentari bipartisan al ministro della Giustizia i parlamentari Rita Bernardini, Felice Casson e Salvo Fleres (che ne ha proposte tre). Il ministro Alfano però non ha mai risposto.

fonte: La Sicilia

Omicidio Stefano Cucchi; interviene il Quirinale, in risposta alla lettera alla sorella

Ilaria Cucchi gli aveva scritto un mese fa, all'indomani del rinvio a giudizio di dodici imputati per la morte di suo fratello Stefano, il geometra romano arrestato per possesso di hashish una sera d'ottobre del 2009 e uscito cadavere dal reparto carcerario di un ospedale dopo una settimana di detenzione. Era amareggiata, la sorella di Stefano, perché dai reati contestati era scomparso l'omicidio, colposo o preterintenzionale che fosse, per lasciare spazio alle lesioni e all'abbandono di persona incapace a provvedere a se stessa. Così aveva deciso di rivolgersi al presidente della Repubblica in persona. "Non possiamo comprendere - sosteneva la donna a conclusione della lunga lettera inviata a Giorgio Napolitano - pubblici ministeri che ostinatamente fanno finta di non sapere che Stefano, se non fosse stato picchiato, ora sarebbe vivo come vivo era con noi la sera del suo arresto. Caro presidente, noi non comprendiamo ma siamo ben consapevoli di quanto poco ciò conta, così come quanto poco è contata per l'umana giustizia italiana la vita di Stefano Cucchi. E di quanto poco continui a contare. Ognuno di noi esseri umani coltiva un piccolo o grande sogno, il mio è quello di essere smentita". Ora, a un mese dall'inizio del processo fissato per il 24 marzo, dal Quirinale è arrivata la risposta. A firma di Loris D'Ambrosio, il consigliere del presidente della Repubblica per gli affari dell'amministra-zione della Giustizia, "Il capo dello Stato segue con attenzione i problemi connessi alla condizione carceraria e vive con preoccupazione e turbamento le vicende umane che da essa non di rado discendono - si legge nella lettera firmata da D'Ambrosio -. E ha assicurato più volte che è indispensabile assicurare alla persona detenuta il pieno rispetto dei suoi diritti fondamentali, e a tal fine è altrettanto indispensabile che gli organi preposti attivino le più rigorose forme di controllo per impedire il compimento di atti prevaricatori o, addirittura, costituenti delitto". Nella vicenda di Stefano Cucchi, evidentemente, tutto questo non è stato garantito. Ma al Quirinale fanno affidamento che il dibattimento che sta per cominciare possa chiarire i punti oscuri della morte di un detenuto rimasta ancora inspiegata. "Nella umana comprensione per la sofferenza sua e della sua famiglia - scrive ancora il consigliere di Napolitano a Ilaria Cucchi - la invito ad avere fiducia nella magistratura che, ne sono certo, saprà tempestivamente pervenire, anche grazie al contributo della difesa tecnica da voi attivata, al compiuto accertamento delle responsabilità, a tutela di tutte le parti del processo". La cosa più importante, per Ilaria Cucchi e gli avvocati che sostengono le ragioni della sua famiglia, sta nell'inciso contenuto nelle considerazioni finali della lettera giunta dal Quirinale. Quello in cui D'Ambrosio valorizza il "contributo della difesa tecnica da voi attivata". Perché la prima battaglia che i legali di parte civile affronteranno in Corte d'assise sarà quella persa davanti al giudice dell'udienza preliminare, e cioè la richiesta di una nuova perizia sulle cause del decesso di Cucchi. Per stabilire un collegamento - certo secondo i consulenti degli avvocati, viceversa escluso categoricamente da quelli dei pubblici ministeri - tra le percosse ricevute da Stefano e la morte arrivata sei giorni più tardi. È questo il punto di maggior rammarico manifestato dalla sorella di Stefano, sottolineato anche nella lettera a Napolitano. Lei e i suoi genitori continuano a ritenere che esista un rapporto di causa-effetto tra le botte prese dal detenuto nelle camere di sicurezza del Tribunale di Roma (peraltro negate dagli agenti penitenziari) e i motivi del ricovero. E di conseguenza della morte. "Se Stefano non fosse stato picchiato non sarebbe andato in ospedale, non sarebbe stato messo in un reparto chiuso e oggi sarebbe vivo", ha sempre detto Ilaria. Nelle sue conclusioni, di fronte alla richiesta di nuovi accertamenti, il giudice che ha rinviato a giudizio degli imputati ha osservato che le conclusioni dei periti delle parti civili "evidenziano problematiche e spunti di carattere scientifico degne di considerazione, ma necessitano di essere approfondite". Come dire che quel nesso tanto discusso ci potrebbe essere, ma ancora non è chiaro. Tuttavia gli ulteriori tentativi per arrivare a una risposta definitiva, ha aggiunto, potranno avvenire "solo nell'ambito delle sede dibattimentale". Cioè in quel processo che sta per cominciare, e al quale il Quirinale invita i familiari di Stefano Cucchi a guardare con speranza e fiducia.

fonte: Corriere della Sera

2 marzo 2011

Due detenuti morti in poche ore, ad Avellino e Piacenza

Jean Jaques Olivier Esposito, 39enne di origini francesi, si è impiccato ieri mattina verso le 10:00 nel carcere di Ariano Irpino (Av). L’uomo, in custodia cautelare per reati di droga, da tempo manifestava gravi segnali di disagio psichico: aveva già tentato più volte il suicidio e anche per questo il suo avvocato, Michele Sarno, aveva chiesto l’applicazione di una misura cautelare meno afflittiva, gli arresti domiciliari.
Il legale annuncia la nomina di un consulente medico legale di parte “relativamente alle operazioni peritali, riservandosi sin da ora di proporre tutte le azioni a tutela dei familiari del proprio patrocinato''.
Per tragica coincidenza esattamente due anni prima, l’1 marzo 2009, nel carcere di Avellino ci fu un altro suicidio, quello di Vincenzo Sepe, 54 enne di origini napoletane.
D. Trebbi, 30 anni, tossicodipendente, è morto ieri pomeriggio verso le 16:00 nel carcere di Piacenza. Le poche notizie al riguardo sono state raccolte da Riccardo Arena, direttore di Radio Carcere. Sulle cause della morte sono state avviate le indagini del caso: la prima ipotesi è quella di una overdose di droga, o di un mix letale di farmaci. Il giovane, che divideva la cella con un altro detenuto, si è accasciato improvvisamente sul pavimento ed ogni tentativo di soccorso è risultato vano.
L’ultimo decesso di un detenuto nel carcere di Piacenza risaliva al 2 novembre 2009, quando si suicidò Isam Khaudri, tunisino di 22 anni.


fonte: ristretti orizzonti

26 febbraio 2011

Bologna: la polizia difende i fascisti e picchia i compagni

Questo pomeriggio dalle ore 14.00 CasaPound organizza un’iniziativa sul tema del ritorno al nucleare presso la Sala del Baraccano, concessa dal Quartiere Santo Stefano. Un centinaio di persone di alcune realtà cittadine che avevano lanciato un presidio nel pomeriggio, si sono ritrovate stamattina per manifestare il proprio rifiuto alla concessione della sala di quartiere e hanno trovato la sede blindata dai reparti della celere. Al tentativo dei manifestanti di entrare da un entrata secondaria, la polizia ha respinto con i manganelli ferendo un ragazzo in testa. (video)
Alcuni manifestanti sono stati bloccati all’interno della sala dalla polizia, mentre il presidio all’esterno ne chiedeva l’immediata liberazione. I manifestanti sono poi riusciti ad entrare in massa occupando la sede del quartiere ricongiungendosi con le persone all’interno. E’ stato subito indetta una conferenza stampa e un’assemblea pubblica.
Via Santo Stefano, all'altezza del Baraccano è praticamente blindata con agenti in assetto antisommossa. Dall’interno il presidio ha convocato subito una conferenza stampa e un’assemblea pubblica, invitando tutta la cittadinanza a partecipare e a ribadire che in questa città non ci sono spazi per le associazioni neo-fasciste.
Dall'interno fanno sapere che non c'è nessun ordine di sgombero e che il presidio-assemblea andrà avanti fino a che non verrà revocato lo spazio a Casapound.

 

Mondovi (Cn): Paolo Ferrero identificato a Mondovì per aver distribuito pane a prezzo calmierato

Questa mattina Paolo Ferrero segretario del PRC è stato identificato dai vigili urbani del Comune di Mondovì (Cuneo) durante l'iniziativa dei Gruppi di Acquisto Popolari (GAP) che consiste nell'acquisto collettivo per ridurre i prezzi dei generi di prima necessità contro la crisi e la speculazione.
Il verbale dei Vigili urbani fa seguito all'ordine del giorno approvato dal consiglio comunale a maggioranza leghista che di fatto restringe l'attività dei gruppi di acquisto.
Il Prc contesta la norma e la giudica incostituzionale perchè impedisce di fatto la libera associazione dei cittadini garantita dalla costituzione repubblicana

24 febbraio 2011

Dopo il danno la beffa: denunce e multe ai pastori bastonati a Civitavecchia

Tre avvisi di garanzia e quaranta contravvenzioni: è l'effetto penale della vigliaccata, subita, e delle  manganellate, incassate, dai pastori a Civitavecchia il 28 dicembre. A poche ore dalla partenza per Milano, domani festeggeranno in Piazza Affari, 43 iscritti e simpatizzanti del Movimento hanno ricevuto altrettanti biglietti speciali dalla Procura di Civitavecchia e dalla prefettura di Roma.
Gli indagati. Sono tre: Felice Floris, leader dell'Mps, quel giorno trascinato a terra da tre poliziotti in assetto anti-sommossa mentre cercava di mediare con un funzionario della questura e liberato in un battibaleno dalle donne del Movimento. Il secondo è Priamo Cottu, Ollolai, a Civitavecchia ammanettato dai carabinieri e rilasciato solo dopo l'intervento di un sindaco al seguito del gruppo: «Garantisco io per lui», fu il prezzo pagato per non vedere l'amico caricato su uno dei dieci blindati schierati. Poi c'è Andrea Cinus, Sant'Anna Arresi, spinto all'improvviso, senza alcun motivo e con violenza dalle forze dell'ordine sul cancello-prigione per i pastori, cancello apparso dal nulla al molo numero uno.
I tre sono indagati per resistenza a pubblico ufficiale e il rifiuto - così c'è scritto - di farsi identificare. Gli avvisi di iscrizione sul registro degli indagati sono stati firmati dal sostituto procuratore Consolato Labate, con un passato da ex capo dell'ufficio indagine della Federcalcio, e titolare dell'inchiesta sugli incidenti di dicembre. Allo stesso magistrato il procuratore capo Gianfranco Amendola, ex parlamentare europeo dei Verdi alla fine degli anni ottanta, ha affidato anche l'inchiesta preliminare sul "comportamento delle forze dell'ordine prima, durante e dopo la carica". Carica a freddo, va ricordato, ma non si sa se anche il fascicolo-bis abbia prodotto o meno degli avvisi di garanzia.
I multati. Sono quaranta sui trecento del Movimento che, due mesi fa furono bloccati da un esercito di poliziotti sùbito dopo lo sbarco dal traghetto «Nuraghes». Sono stati multati per manifestazione non autorizzata: la sanzione va da 2500 a diecimila euro. Contravvenzioni che non pagheremo mai, hanno fatto sapere i pastori.
Le polemiche. A caldo gli incidenti di Civitavecchia scatenarono le sdegnate reazioni bipartisan da parte dei parlamentari sardi, con diverse interrogazioni urgenti al ministro dell'Interno, Roberto Maroni. In quei giorni, anche sul web si scatenò un'affollata crociata, spontanea e popolare, in difesa dei pastori, con molti attacchi per "un'evidente violazione da parte delle forze dell'ordine dei principi costituzionali, la libertà di manifestare, sfociata in una brutale forma di repressione preventiva", parole dell'avvocato Nino Marazzita.
Il nuovo viaggio. Gli avvisi e le contravvenzioni non fermano il Movimento: «Oggi partiremo per Milano - dice Felice Floris -. Saremo in trecento, abbiamo chiesto l'autorizzazione alla questura: dunque, siamo in regola. Come tutte le volte, anche domani porteremo in piazza solo la nostra volontà di protestare contro chi ha messo alla fame i pastori: le multinazionali. Non siamo dei violenti e mai lo saremo».

Bologna: Polizia ferma studenti in azione sui bus dell'atc

Oggi durante un’azione all’interno della campagna “atc non puoi rubarci la città” alcuni studenti e studentesse del collettivo autonomo studentesco sono stati oggetto di una forte provocazione da parte dell’atc e delle forze dell’ordine.
Mentre le macchinette obliteratrici si rifiutavano, come nei giorni scorsi, di far pagare l’aumento del costo dei biglietti i controllori hanno fatto fermare il bus e scendere tutti i passeggeri in attesa dell’arrivo del reparto mobile dei carabinieri.
All’arrivo di questi sono stati comminati più di 300 euro di multe varie dall’ATC e minacciate dalle forze dell’ordine denunce penali per imbrattamento e interruzione di pubblico servizio. Tutti gli studenti inoltre sono stati identificati.
Riteniamo vergognoso un simile attacco ad una campagna legittima e che gode dell’appoggio della maggior parte dei cittadini. Atc si è dimostrata ancora una volta schierata contro quelli che dovrebbero essere i suoi “utenti” e complice nel voler far pagare a tutti i costi l’austerity a studenti e precari.
La nostra campagna continua, non faremo neanche un passo indietro. Tant’è vero che durante la provocazione poliziesca molti altri autobus proseguivano la sciopero del biglietto …

Collettivo Autonomo Studentesco

23 febbraio 2011

Omicidio Verbano, due nuovi sospetti

Ufficialmente nessun nome è stato ancora iscritto nel registro degli indagati per le nuove indagini sull'omicidio di Valerio Verbano, il diciannovenne militante dell'Autonomia operaia ucciso il 22 febbraio di 31 anni fa da un commando di tre neofascisti che gli tesero un agguato nella sua abitazione dopo aver immobilizzato i genitori. E' vero tuttavia che l'attenzione degli inquirenti si è concentrata su due personaggi che all'epoca avevano più o meno la sua stessa età. A loro si sarebbe arrivati attraverso un aggiornamento dei vecchi identikit, realizzati sulla base delle testimonianze del padre di Valerio, Sardo Verbano, che aprì la porta agli attentatori e vide uno di loro in faccia, e di un vicino di casa che incrociò i tre sulle scale mentre si allontanavano precipitosamente. Grazie a dei moderni programmi di grafica informatica in uso alle forze di polizia, il Ros dei carabinieri che conduce le indagini per conto dei pm Pietro Saviotti e Erminio Amelio ha invecchiato gli identikit dell'epoca comparandoli con i volti attuali di alcuni sospettati, giungendo a sovrapporli con quelli di due neofascisti di quegli anni. Non ci sarebbero dunque nuovi riconoscimenti. Insomma il quadro probatorio raccolto allo stato sarebbe prettamente indiziario, supportato da ricostruzioni logiche, per questo in procura si procede con cautela. Domani si svolgerà un esame molto importante, un accertamento tecnico irripetibile su quei pochi reperti sfuggiti alla distruzione dei corpi di reato decisi dal giudice istruttore Claudio D'Angelo, che per oltre un decennio ha avuto in mano il dossier. Di fatto la procura sta espletando solo oggi alcune di quelle richieste che nel gennaio 1987 il nuovo pm incaricato delle indagini, Loreto D'Ambrosio, aveva chiesto senza trovare ascolto. Giovedì i tecnici di laboratorio tenteranno di individuare eventuali tracce genetiche dal bottone, gli occhiali e la pistola, una beretta 7,65, lasciati dagli attentatori. Probabilmente verrà svolta anche una perizia comparativa sull'arma per verificare, come chiesto nuovamente dai legali di Carla, la madre di Verbano, l'eventuale compatibilità della pistola con un'arma da fuoco dello stresso calibro impiegata in una rapina realizzata da tre esponenti di Terza posizione nel 1979. Ad individuare i due volti si sarebbe giunti dopo un accurato lavoro di mappatura della violenza politica nei quartieri dell'area nord est della Capitale, una delle zone dove lo scontro tra rossi e neri fu più sanguinoso. Non è escluso che ad indirizzare questo lavoro di analisi vi sia stato il contributo di qualche "gola profonda". Uno o più collaboratori di giustizia a cui sarebbe stato chiesto di raschiare il fondo del barile. L'ipotesi su cui sembrano aver lavorato gli inquirenti è quella di un'azione messa in piedi da un "nucleo di quartiere", appartenente all'area dello spontaneismo armato di destra, per candidarsi all'ingresso nei Nar. Lo scenario è abbastanza verosimile, risponde infatti a delle dinamiche molto frequenti in quegli anni di forte accelerazione militarista, dove gruppi esterni spesso composti da giovanissimi realizzavano azioni indipendenti per accreditarsi presso i gruppi maggiori. I Nuclei armati rivoluzionari erano una sigla aperta che si prestava ad episodi del genere. L'azione venne rivendicata a nome del comando «Thor, Balder e Tir», mai ricomparso successivamente, e fu criticata dai militanti storici dei Nar con un altro comunicato. Secondo quanto riferito da Repubblica, i sospetti si sarebbero incentrati su un «professionista» affermato e su un attivista di estrema destra riparato da molti anni all'estero. I due non sarebbero affatto degli sconosciuti e sicuramente uno di loro sarebbe stato fermato in passato per possesso di armi. La descrizione del militante espatriato lascia pensare ad un latitante riparato in Sud America, in un Paese tuttora coinvolto in una accesa controversia giuridico-diplomatica con l'Italia. Per altro il personaggio è stato condannato per aver partecipato proprio alla rapina del 1979 nella quale venne utilizzata una 7,65, arma di cui si sta cercando di verificare la compatibilità con quella che Valerio Verbano strappo dalle mani dei suoi assassini. Inesatto appare invece è il richiamo al ferimento di Roberto Ugolini, il militante ex di Lc ferito nel marzo 79 da un nucleo di Terza posizione di cui sono noti i nomi. Uno di loro era in carcere al momento dell'assassinio di Verbano, l'altro, Giorgio Vale, nell'80 già faceva parte dei Nar. Identiche modalità d'azione che conducono ad ipotizzare l'intervento di una medesima area armata ma con responsabili diversi.

Paolo Persichetti

Pediatra pestata a sangue al G8 di Genova: ora il ministero dovrà pagare

Adesso lo Stato italiano deve pagare. Basta con le perdite di tempo, basta con i silenzi e le assenze, con gli appelli, basta con i «non ricordo».
Deve pagare, e basta. Si ricomincia da quella che nell´aprile del 2007 era stata prima sentenza di condanna nei confronti del Ministero dell´Interno, colpevole delle illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti durante il G8. Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ancora ragione a Marina Spaccini, pediatra di origine triestina, pacifista che per quattro anni aveva lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti. Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: «Non violenza!». Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c´era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra "buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice istruttore Angela Latella. I cattivi c´erano per davvero, ed erano ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte del medico triestino. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, il giudice aveva deciso di condannare il Ministero dell´Interno. Una cifra tutto sommato modesta, cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali. Ma lo Stato si era comunque opposto. Aveva presentato appello. La corte ha detto che il Ministero deve pagare. E basta. A questo punto vale la pena di ricordare la motivazione del precedente giudice. «Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia, non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un´iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta a riportare l´ordine pubblico gravemente messo in pericolo». Perché l´intervento della polizia non fu «legittimo», è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l´ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata. La pacifista era assistita dall´avvocato Alessandra Ballerini.


fonte: La Repubblica

La madre di Marcello Lonzi non si arrende, il suo ricorso arriva in Cassazione

Finisce davanti alla Corte di Cassazione il caso di Marcello Lonzi, il detenuto morto nel carcere livornese delle Sughere l'11 luglio 2003. La madre del ventinovenne livornese, Maria Ciuffi, aveva annunciato che si sarebbe rivolta ai giudici romani già subito dopo la sentenza di archiviazione pronunciata a maggio dal gip di Livorno Rinaldo Merani che accolse la richiesta della Procura.
Sulle circostanze del decesso di Lonzi (che si trovava recluso per tentato furto e con un residuo di 4 mesi di pena da scontare) era stata condotta una inchiesta terminata con la richiesta d'archiviazione delle posizioni di tre indagati (due guardie carcerarie e il compagno di cella). Secondo i magistrati livornesi Lonzi morì a causa di un malore. Già nel 2004 una prima inchiesta era terminata con un'archiviazione.
"Ci sarà un giudice in tutta Italia che mi ascolterà? - dice Maria Ciuffi, che da 8 anni si batte per la verità sulla morte del figlio - Se neanche la Cassazione lo farà, sono pronta ad andare fino a Strasburgo, alla Corte dei diritti dell'uomo. Se ci va Berlusconi, posso andarci anch'io, no?". "Nonostante tutto - conclude Ciuffi - non ho perso la speranza".

fonte: Ansa

22 febbraio 2011

Milano: poliziotti penitenziari rinviati a giudizio per violenze sessuali a detenuti transessuali

Rinviati a giudizio con l’accusa di aver stuprato dei detenuti transessuali nelle carceri di San Vittore e di Bollate due agenti della polizia penitenziaria. Il pubblico ministero Isidoro Palma contesta loro i reati di concussione sessuale e violenza sessuale con l’aggravante di averli commessi su persone sottoposte alla limitazione della libertà personale e in qualità di pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni. In base a quanto ricostruito dalla procura, il primo agente, un ispettore superiore in servizio a San Vittore di 56 anni, nel luglio 2008 in due occasioni avrebbe convocato un primo detenuto transessuale nel proprio ufficio. Rimasto solo con lui, gli avrebbe detto di essere il “comandante delle guardie” e avrebbe preteso un rapporto sessuale. Tra il giugno e il settembre dello stesso anno avrebbe riservato quattro volte lo stesso trattamento a un altro transessuale. Ancora, avrebbe convocato il detenuto nell’ufficio, ricordato chi è che comanda e richiesto rapporti sessuali in cambio della promessa di soddisfare rapidamente le richieste di ricevere vestiti in cella presentate dal trans. Il secondo imputato è invece un assistente di polizia penitenziaria, che avrebbe violentato le stesse due vittime.
La prima a San Vittore e la seconda a Bollate. Se le imputazioni sono le stesse del collega, diverse, però, le modalità delle presunte violenze. Avrebbe avvicinato il primo transessuale nel settembre 2008, intimandogli di non creare problemi e costringendolo a un rapporto attraverso le grate della sua cella alla presenza degli altri detenuti. In una seconda occasione, nell’estate del 2009, si sarebbe chiuso con lui nella cella. Poi avrebbe riservato lo stesso trattamento al secondo trans nell’agosto del 2009, una volta trasferito con l’altro transessuale nel carcere di Bollate, dove le due vittime condividevano la stessa cella. L’inchiesta aveva preso il via dalle confidenze della prima vittima a un operatore del carcere che aveva fatto aprire una prima indagine della stessa polizia penitenziaria. I due transessuali nei mesi scorsi hanno confermato le accuse in sede di incidente probatorio. Da marzo la vicenda finirà al vaglio del tribunale.

fonte: www.diritto.net

Tessera del tifoso: intervista all'avvocato Lorenzo Contucci

Avvocato, per la prossima stagione si vuole limitare le trasferte ai soli tesserati, è possibile?
“Dovrebbero ritenere a rischio tutte le centinaia di partite che nei fine settimana vengono giocate ma in base a cosa? Fai una legge dove ritieni potenzialmente a rischio ogni gara? Non vedo come sia possibile”.

La sensazione è che il progetto Tessera del Tifoso non sia stato gestito adeguatamente.
“Loro pensavano di risolvere ogni problema di “sicurezza”. Hanno fatto leva sul tifoso che segue in casa la squadra e che ha sottoscritto la tessera per aver l'abbonamento, non pensando che la grande maggioranza di coloro che la squadra la seguono anche in trasferta, avrebbero detto no. Si sono trovati di fronte a un movimento numeroso e colorato che ha di fatto messo in “crisi”, il sistema della tessera, tanto che i questori talvolta prendono decisioni autonome per “sistemare” i tifosi in trasferta. La sensazione è che il giocattolo gli sia scoppiato tra le mani e che navighino a vista”.

Dei famosi vantaggi per i tesserati, promessi e ripromessi non si vede traccia?
“Perchè è stata una sorta di “imposizione” per le società di calcio. Non erano e non sono preparati a una strategia di marketing”.

La sensazione però è che le società, tessera o non tessera, guardano solo alle pay-tv mentre non c'è rispetto per i tifosi
“E' vero, e il duopolio Mediaset-Sky, i tanti abbonati in più, porteranno di riflesso più soldi nelle casse delle società ma quanto può continuare questo giochino?”

A Udine cinema allo stadio, a Torino sponda Juve e presto a Firenze leCheerleaders, più che il modello inglese un vero e proprio modello americano

“Senza dubbio, si guarda sicuramente a un modello che culturalmente non ci appartiene e niente ha a che vedere con il calcio”.

E sul comunicato della curva maratona puoi darci delle delucidazioni? Cosa sta accadendo quindi?

“Esattamente quello che avevo segnalato qualche anno fa: si tratta del famigerato ed incostituzionale articolo 9 della legge Amato, che vieta a chiunque abbia avuto un daspo o una condanna per reati da stadio di acquistare biglietti.

Maroni - a voce - ha interpretato l'art. 9 dicendo che i biglietti non vengono rilasciati a chi ha daspo in corso e a chi ha avuto condanne per reati da stadio negli ultimi 5 anni, anche se poi l'art. 9 dice tutt'altro.
E' stata creata una "black list" nella quale sono inseriti i nominativi di coloro che sono sottoposti a daspo ed anche le condanne ricevute: poi, se la Questura segue le direttive di Maroni, non verranno rilasciati biglietti a chi ha avuto condanne "da stadio" negli ultimi 5 anni (anche se per lo stesso episodio si è già scontato il daspo!), se seguono la legge, chi ha avuto una condanna da stadio, anche nel 1990, non potrà più avere biglietti.
La proposta di modifica della norma che avevo fatto era quella per cui non potesse avere un biglietto chi ha un daspo in corso e chi ha avuto condanne "da stadio" negli ultimi 5 anni purché per lo stesso episodio non abbia già scontato il daspo: se il mio daspo è finito, vuol dire che per la stessa questura non sono più pericoloso e quindi perché non posso andare allo stadio?
Tuttavia è difficile far passare concetti così semplici in un Regime tutto incentrato su come far più soldi e autoassolversi in caso di reati.”

16 febbraio 2011

Cosenza: denunciati gli antifascisti

Il 16 Novembre 2010 la Cosenza antifascista si è data appuntamento sotto Palazzo dei Bruzi, sede del Municipio, per manifestare contro l’arrivo di un ex-picchiatore nero, fascista e antisemita dichiarato: Adriano Tilgher. A mesi di distanza arriva una denuncia per il compagno Gaetano Azzinaro reo, secondo il rapporto della Digos cosentina, di aver aggredito un ufficiale di polizia. Il rapporto della Digos è un caso scuola di come si possa eliminare qualsiasi dimensione politica per trasformare tutto in una semplice questione di ordine pubblico. Non c’è traccia della presenza di un fascista che nega la shoah e sta dalla parte della repubblica di Salo, non c’è nessun riferimento alla massiccia presenza in quella piazza di compagni che praticano l’antifascismo quotidianamente nel loro impegno sociale e politico: Gaetano è un semplice scalmanato che si è scagliato contro la polizia. Al di la della solita lacunosa ricostruzione della Digos cosentina, storicamente dotata di grande fantasia (do you rember processo Sud Ribelle?), colpisce l’accanimento sistematico contro compagni fondamentali che stanno in tutte le vertenze. Ogni occasione è buona per reprimere e zittire, per decostruire una dimensione politica e alimentare quella dell’ordine pubblico in cui il compagno diviene l’ennesimo cattivo, scalmanato e violento da isolare nel limbo della delinquenza comune.
Gaetano è un compagno e in quella piazza c’eravamo anche noi: la sua colpa è quella di essere un antifascista militante che costruisce giornalmente i valori fondamentali della nostra costituzione, la sua colpa è far vivere socialmente l’antifascismo che permea la nostra costituzione partigiana, la sua colpa è la nostra colpa perché siamo tutti Antifascisti.

Francesco Campolongo - Comitato Politico Provinciale PRC Cosenza

APPELLO ALLA MOBILITAZIONE

Lo scorso 16 dicembre la Cosenza Antifascista ha presidiato la casa comunale che si preparava ad accogliere Adriano Tilgher. Un presidio determinato a non dare spazio ad una persona che, oltre al suo passato di militante di estrema destra nonché fondatore di avanguardia nazionale, continua ad esprimere un pensiero xenofobo e razzista.
Nonostante oggi Tilgher trova spazio nel partito de La Destra, rappresenta ancora una ideologia fascista che predica la superiorità di alcune “razze”, la deportazione dei migranti, dei rom, dei gay, dei diversi e, in una città multiculturale come Cosenza, personaggi del genere non hanno e non devono avere nessuna agibilità politica. Una città che quotidianamente pratica dal basso l’Antifascismo e l’Antirazzismo impedendo, da sempre l’apertura di sedi di Forza Nuova o Casapound, stando al fianco dei tanti migranti e lottando assieme per l’affermazione dei diritti di tutti e di ciascuno in un’era in cui anche quei principi e diritti che sembravano affermati, sono compromessi da un ventennio di politiche che criminalizzano migranti, attivisti, precari, ultrà e chiunque lotta per difendere spazi di agibilità politica o non si allinea ai dettami della parte dominante della società. Questo, e molto altro, è quanto volevamo ribadire con il presidio contro Tilgher, avremmo voluto che soggetti del genere nella nostra città non mettessero piede e men che meno nella casa comunale. Ma ancora una volta Digos e Celere hanno impedito a noi di entrare consentendo loro di prendere parola e diffondere razzismo e xenofobia. Come se non bastasse, a istanza di due mesi circa, uno degli antifascisti presenti in piazza quel 16 dicembre viene denunciato individualmente per aggressione e resistenza a pubblico ufficiale. Pensiamo che la Digos voglia colpirne uno e uno solo perché colpirci tutti significherebbe rimanere impastoiati nell’ennesimo, fallimentare, processo politico e ben sapendo che a Cosenza tali macchinazioni non fanno presa. Ad oggi, Cantafora & Co., hanno rimediato solo 15 anni di figuracce andando a tessere teoremi
di eversione e sovversione a Cosenza, anche quando si trattava di solidarietà, perseguitando i Ribelli di questa città. Teoremi che gli si sono sgretolati tra la gente e nelle aule dei tribunali. Ed è proprio per rompere i meccanismi di solidarietà che colpiscono Gaetano. Ultrà, compagno ed operaio ex-vallecrati, con una sfilza di denunce (sempre a firma Cantafora) per aver lottato a difesa del proprio lavoro che è indagato (assieme ad altri operai) come presunto responsabile del fallimento di Vallecrati, fallimento da ricercare tra i politici-imprenditori che negli ultimi dieci anni si sono mangiati anche la monnezza! Ma i poteri forti si proteggono a vicenda. Con quest’ennesima denuncia Gaetano rischia di essere etichettato come “pericoloso socialmente” per cui gli potrebbe essere impedito di frequentare luoghi pubblici, manifestazioni sportive o di piazza. Ma Gaetano non rimarrà solo, nonostante i tentativi di isolarlo e di mostrificarlo, saremo al suo fianco fino alla conclusione di questa, ennesima, assurda vicenda che tenta di dividere i movimenti in buoni e cattivi, pacifici e violenti.


Il 19 febbraio saremo nuovamente in piazza per dire a tutta la città che il 16 dicembre sotto comune c’eravamo tutti a respingere Tilgher e i suoi protettori, e soprattutto a ribadire che se anche si mascherano
dietro all’ufficialità di un partito facendosi proteggere dalla celere, difenderemo questa città da qualsiasi fascismo giorno dopo giorno, generazione dopo generazione.

SOTTO IL COMUNE C’ERAVAMO TUTTI! L’ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA!

SABATO 19 FEBBRAIO 2011 ORE 18.00 PRESIDIO IN PIAZZA XI SETTEMBRE

per sottoscrivere l'appello: rialzo@autistici.org



15 febbraio 2011

Castrovillari: si impicca detenuto romeno di 48 anni, salgono a 9 i suicidi in carcere da inizio anno

Da inizio anno salgono così a 9 i detenuti suicidi a 17 il totale delle morti in carcere. Nel carcere di Castrovillari nel mese di settembre 2009 due detenuti si suicidarono a distanza di pochi giorni, mentre i precedenti casi risalgono al 2003 (2 suicidi) e al 2002 (1 suicidio).

Si chiamava Vasile Gavrilas, aveva 48 anni ed era in attesa di giudizio con l’accusa di “concorso in omicidio”: ieri mattina poco prima delle 10 si è impiccato alle sbarre con i lacci delle scarpe, nel carcere di Castrovillari, in provincia di Cosenza.
Vasile era in carcere dallo scorso 25 ottobre, quando fu arrestato assieme ai fratelli Costel e Cristinel Habliuc, di 28 e 29 anni, anch’essi romeni, con l’accusa di avere ucciso il bracciante agricolo bulgaro Angelov Krasimir, di 33 anni.
I fratelli Habliuc, durante l’udienza di convalida tenutasi nel carcere di Castrovillari, avevano risposto alle domande, fornendo la loro versione dei fatti e confermando l’avvenuto pestaggio scoppiato per delle “avances” fatte dalla vittima a una sedicenne romena, fidanzata di uno dei tre fermati. Vasile Gravilas, invece, si era avvalso della facoltà di non rispondere.
Il corpo senza vita di Angelov Krasimir, originario di Vidin (Bulgaria) e residente a Cassano Ionio (Cs), era stato rinvenuto da alcuni addetti alla vigilanza del villaggio turistico di Marina di Sibari sotto un eucalipto in un’area di parcheggio adiacente alla carreggiata e posta all’entrata del villaggio turistico.


fonte: Ristretti Orizzonti

Chieti: detenuto di 27 anni ritrovato morto, disposta l’autopsia per accertare cause del decesso

Un detenuto è morto nella Casa circondariale di Chieti, in via Janni. Aveva 27 anni, si chiamava Gaetano Busiello ed era originario di Napoli. Il giovane, detenuto a Chieti da circa 4 mesi, è presumibilmente morto tra le 23 di sabato 12 febbraio e le 4 del mattino di domenica 13. Lo hanno scoperto senza vita i compagni di cella. Domani l'autopsia chiarirà le cause del decesso, al momento l'ipotesi è quella di “infarto”. Subito, oltre che i familiari, sono stati informati il direttore del carcere, il comandante, il magistrato di sorveglianza. Con la morte di Busiello e il suicidio di Gianluca Corsi nel carcere di Velletri da inizio anno salgono a 8 i suicidi in carcere e a 15 il totale dei detenuti morti: 6 di loro avevano meno di 30 anni e altri 7 un’età compresa tra i 32 e i 39 anni.

fonte: Ristretti Orizzonti

14 febbraio 2011

Processo per la morte di Aldo Bianzino; sotto accusa un assistente di polizia penitenziaria

È stata rinviata al 21 marzo la prossima udienza del processo a carico di Gianluca Cantoro, l'assistente di polizia penitenziaria al carcere di Capanne accusato di omissione di soccorso, omissione di atti d'ufficio e falso poiché non avrebbe soccorso Aldo Bianzino, morente in cella, la notte tra il 13 e il 14 ottobre del 2007. Lo ha stabilito ieri mattina il collegio di giudici (Maffei, Bellucci e Monaco) accogliendo l'incompatibilità sollevata dalla dottoressa Monaco sul caso Bianzino. Pertanto l'udienza è stata subito rinviata.
Per la prima volta era presente nell'aula del tribunale di Perugia anche l'avvocato Fabio Anselmo, già noto per aver assistito la famiglia di Stefano Cucchi e fresco di nomina come legale di fiducia dalla ex moglie di Aldo, Gioia Toniolo assieme ai due figli maggiori di lui Aruna Prem ed Elia. Di fronte ai giudici, anche gli avvocati Massimo Zaganelli e Gioia Cecchini che rappresentano i genitori di Aldo e il figlio minore Rudra Bianzino, nato dal legame tra il falegmane di Pietralunga e la compagna Roberta Radici, morta per cause naturali nel 2009.
Aldo fu bloccato nell'ottobre del 2007 dopo un blitz di Polizia e Guardia di Finanza nell'abitazione dove viveva con la compagna, Rudra e la mamma di lei. Le forze dell'ordine ammanettarono Aldo e Roberta dopo aver scoperto e sequestrato una coltivazione di marijuana nel giardino dietro l'abitazione, posta in un luogo sperduto tra le colline dell'Altotevere a Pietralunga. Dopo la morte di Aldo, la Procura aprì anche un fascicolo per omicidio volontario a carico di ignoti, poi archiviato nel dicembre del 2009.
Prosegue invece il filone di indagini che vede imputata la guardia carceraria Cantoro. Lo stabilì nel novembre del 2009 il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Perugia, Marina De Robertis che ha rinviato a giudizio il poliziotto "ritenendo - come aveva prospettato il pm Giuseppe Petrazzini - che ci sono elementi sufficienti per processare Cantoro. Omise reiteratamente - si legge nel capo d'imputazione - di avvertire i sanitari di cui Bianzino chiedeva l'intervento, da mezzanotte alle 8 del mattino, dicendo di sentirsi male". Altri cinque agenti in servizio a Capanne saranno sentiti nel processo che ripartirà il 21 marzo.

fonte: La Nazione 

12 febbraio 2011

Velletri (Rm): detenuto vede agenti che rubano, loro lo pestano per farlo tacere

Lesioni, peculato e violenza privata nei confronti di un detenuto pakistano. L’indagine, iniziata nel 2009, ha portato all’arresto di cinque agenti di polizia penitenziaria in servizio alla Casa circondariale di Velletri.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, il detenuto aveva notato che i cinque agenti sottraevano regolarmente materiale di vario genere dal carcere e addirittura rubavano generi alimentari destinati ai detenuti. Così aveva deciso di annotare su un diario tutti gli ammanchi per poi segnalare il caso al giudice di sorveglianza.
Ma probabilmente è stato “scoperto” dai cinque i quali, per tutta risposta, lo hanno picchiato per ritorsione. Una vicenda al limite dell’incredibile che ha visto il coinvolgimento del garante dei detenuti del Lazio. L’inchiesta della Procura di Velletri è stata coordinata dal procuratore capo Silverio Piro che ha chiesto e ottenuto l’ordinanza di custodia cautelare dal gip Ilari.
Per tre agenti sono scattati gli arresti domiciliari, mentre per altri due è stato invece disposto l’obbligo di dimora. Tre agenti sono originari della zona dei Castelli Romani, mentre gli altri due sono pontini: uno di Cisterna e l’altro di Scauri. Entrambi sono difesi dall’avvocato Pasquale Cardillo Cupo. Nei prossimi giorni si terranno gli interrogatori di garanzia.

fonte: il messaggero 

Pavia: detenuto di 38 anni si uccide asfissiandosi con il gas, salgono a 7 i suicidi da inizio anno

Jon R. aveva 38 anni, era di origini romene. Ha aspettato che i compagni di cella uscissero per l’ora di socializzazione. Una volta rimasto solo con le sue angosce ha messo in pratica il suo proposito disperato, che forse covava da tempo. Ha inalato il gas della bomboletta che viene data ai detenuti per cucinare e si è infilato un sacchetto di plastica in testa, per aumentarne gli effetti. Il giovane detenuto, un romeno di 38 anni, è morto in pochi minuti.
I compagni di cella, al ritorno, lo hanno trovato steso per terra, vicino alla branda. Ormai senza vita. I medici del 118, subito allertati, hanno fatto il possibile per salvarlo, ma per il ragazzo non c’è stato niente da fare. Inutile il trasporto in ospedale.
Era arrivato nel carcere di “Torre del Gallo” un mese fa, proveniente da un altro istituto penitenziario. Era recluso nel reparto “protetti”, riservato a chi deve scontare pene per reati ritenuti “infamanti” dagli altri carcerati. Infatti l’uomo era in carcere per violenza sessuale. Non si conoscono i motivi del gesto, ma pare che da giorni fosse in uno stato di prostrazione dovuto proprio alle accuse per cui era detenuto, ma i compagni e gli agenti di polizia penitenziaria non immaginavano che sarebbe arrivato a un gesto così estremo.
Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta. I vertici del carcere hanno avvisato il magistrato di turno in Procura, che si è recato sul posto per valutare il caso. “Non siamo ancora in grado di dire niente, gli accertamenti sono in corso”, si limita a dire il direttore del carcere, Jolanda Vitale. Mentre il provveditore regionale agli istituti penitenziari, Luigi Pagano, spiega: “Il detenuto è rimasto solo per un breve momento, mentre gli altri compagni stavano tornando dall’ora di socializzazione. Il fatto è che basta inalare il gas per pochi minuti perché questo abbia effetti letali. La crisi respiratoria che ne deriva diventa irreversibile”.
Il provveditore alle carceri della Lombardia, Luigi Pagano, in attesa che l’inchiesta della procura faccia luce sull’ennesimo caso di suicidio in cella, interviene sulla disponibilità delle bombolette da parte dei detenuti: “Sarà necessario in futuro fissare altre regole, bisogna ripensare all’utilizzo di queste apparecchiature. In realtà il sistema è già regolamentato dalla legge, ma nell’uso concreto delle bombolette molte cose sfuggono al controllo. I detenuti possono usarle per cucinare, e non sempre è possibile prevedere ogni loro gesto. Comunque seguirò personalmente la vicenda”. L’inchiesta aperta dalla procura è un atto dovuto. Al momento non si ipotizzano ipotesi diverse da quelle del suicidio.
 
Nel carcere di Pavia sono avvenute altre 5 morti, negli ultimi 9 anni.
 
Il 5 settembre 2009 Sami Ben Gargi, tunisino di 41 anni, si lascia morire, privandosi volontariamente di cibo e di acqua, perché non accetta la condanna che gli era stata inflitta. E che vive come una vergogna.
L’1 agosto 2007 il 27enne Tomas Libiati viene trovato morto in cella. La visita del medico legale stabilisce che il decesso è avvenuto per “cause naturali”, escludendo l’ipotesi del suicidio, ma la giovane età del detenuto lascia dei dubbi sulla dinamica dell’accaduto.
Il 3 gennaio 2006 Ennio Bertoglio, 57 anni, viene ucciso dal compagno di cella, perché sospettato di pedofilia. "L’ho colpito con la caffettiera perché non sopportavo di dividere la cella con un uomo responsabile di abusi sui minori. Tra detenuti esiste un codice d’onore che va rispettato", ha dichiarato l’omicida ai magistrati incaricati delle indagini.
Il 19 luglio 2002, G.S., 36 anni, originario di Como, muore inalando il gas. Il corpo senza vita viene trovato verso le 20. L’ipotesi nettamente prevalente è quella del suicidio, anche se non si può escludere che l’uomo abbia voluto inalare il gas solo per stordirsi, in un momento particolarmente negativo, e sia stato stroncato dall’eccessiva quantità respirata.
Il 27 giugno 2002 Miguel Bosco, detenuto per il furto di uno scooter, si chiude nel bagno della cella e si toglie la vita inalando il gas sprigionato da una bomboletta. Aveva 30 anni. Per il caso del giovane rom il ministero della Giustizia è stato chiamato in causa dalla famiglia e, sette anni più tardi, è stato condannato a risarcirla per mancata sorveglianza: 140mila euro, destinati alla madre per la perdita di un figlio.

La “questione” dei fornelli da camping in uso ai detenuti


In carcere i fornelli da camping sono consentiti per legge. Il Regolamento Penitenziario (D.P.R. n° 230/2000), all’articolo 13 comma 4 recita “È consentito ai detenuti ed internati, nelle proprie camere, l'uso di fornelli personali per riscaldare liquidi e cibi già cotti, nonché per la preparazione di bevande e cibi di facile e rapido approntamento”.
Ma il gas delle bombolette è anche utilizzato dai detenuti per togliersi la vita asfissiandosi, o più spesso come sostanza stupefacente: viene inalato, alla ricerca dello “sballo” e a volte questa pericolosa pratica causa delle morti “accidentali”.
Ed ogni volta che un detenuto muore, volontariamente o meno, a causa del gas inalato, si rinnova la polemica sull’utilizzo dei fornelli da campeggio e sulla necessità di sostituirli con delle “piastre” ad alimentazione elettrica. Tutti gli operatori sono d’accordo su questa soluzione, ma poi non se ne fa nulla.
 
Il motivo è semplice: ha un costo… e le casse del Dap sono desolatamente vuote.
 
I detenuti hanno comunque bisogno di uno strumento per cucinarsi i pasti in cella, considerando che il vitto fornito dall’amministrazione non li sfama: per il 2011 (vedi tabella allegata) le risorse stanziate consentono una spesa giornaliera pro-capite di 3,35 € (per colazione, pranzo e cena… la stessa cifra che noi spendiamo per 3 caffè al bar). Per garantire il minimo indispensabile (4,25 € al giorno) servirebbero 20 milioni di € in più, che non sono stati assegnati forse anche per la prevista scarcerazione di 8-9mila detenuti con la legge “svuota-carceri”. Invece ne sono usciti meno di mille, e ora i soldi per sfamare chi è rimasto dentro non bastano.
La seconda ragione (sempre economica) per cui ai detenuti vengono lasciati i fornelli è che per prepararsi i pasti acquistano i prodotti alimentari al “sopravvitto”, una sorta di spaccio interno alle carceri, gestito dalle stesse ditte aggiudicatarie dell’appalto (con gara per offerte al ribasso) sulla fornitura del vitto “ministeriale”. Anzi la gestione del “sopravvitto” è molto più redditizia rispetto a quella del “vitto”: ogni detenuto può acquistare prodotti fino a un limite di spesa di 130 € settimanali (a fronte dei circa 25 euro spesi dal ministero per mantenerlo).
Naturalmente pochi detenuti possono permettersi spese così elevate, ma anche calcolando cifre ridotte di 2/3 a livello nazionale si arriva a una “torta” di 200 milioni di euro all'anno. Un business non trascurabile, basato su prezzi assimilabili a quelli di un supermercato, dove però non ci sono mai vendite sottocosto o promozioni e dove il “personale” costa pochissimo (un detenuto “spesino” guadagna 300 - 400 euro al mese). Insomma lasciare che i detenuti si cucinino in cella è un affare 
Infine, per sostituire i fornelli a gas con quelli elettrici è necessario che in ogni cella ci sia una presa elettrica, che oggi non c’è. E come verrebbe misurato il consumo di energia? Con un contatore per ogni cella? E se in una cella ci sono 10 detenuti, come verrebbe suddivisa la spesa? (Attualmente ognuno ha il suo fornello e si compra le bombolette di ricarica). Comunque sarebbe necessario fare dei lavori di adeguamento e oggi si pensa piuttosto a costruire nuove celle per far fronte al sovraffollamento, piuttosto che a rendere più sicure e vivibili quelle esistenti.
 
Insomma, i fornelletti sono pericolosi, ma rimarranno.


fonte: Ristretti Orizzonti

11 febbraio 2011

Firenze: Arrestati giovani rom perché usavano corrente in una casa occupata

Questa mattina i Carabinieri della compagnia Scandicci (Firenze), hanno arrestato otto uomini romeni di origine rom, tra i 23 e 41 anni, in via dei Ciliegi, a Scandicci, dove avevano occupato, con le loro famiglie, una casa abbandonata. Motivo dell’arresto sarebbe l’allacciamento abusivo a una cabina elettrica dell’Enel, al fine di riscaldare con alcune stufe elettriche i propri cari, tra cui donne, minori, malati e una bambina paralitica di due anni, per un totale di circa 20 occupanti.
Attualmente gli 8 Rom, secondo fonti delle forze dell’ordine, sono in custodia presso la caserma dei Carabinieri di via Vivaldi a Scandicci, dove attenderanno fino a domattina, per poi essere trasferiti al Tribunale di Firenze, dove saranno processati per direttissima. Donne e minori si sono invece messi in fuga.
“Ci appelliamo alla magistratura – hanno detto Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne, organizzazione per i diritti umani – affinché gli otto Rom siano assolti e subito scarcerati. Le estreme condizioni di indigenza e abbandono istituzionale in cui versano le loro famiglie – spiegano – li hanno costretti a un riparo di fortuna per poter garantire la sopravvivenza a donne e bambini da freddo e intemperie; questo giustifica il loro comportamento, e di fatto li pone in una condizione di non colpevolezza di fronte alla legge".
Il Gruppo EveryOne ricorda anche una recente sentenza del Tribunale di Verona, che, accogliendo l’orientamento della Cassazione, ha riconosciuto l’esistenza dello stato di necessità nei confronti di una famiglia di migranti che nel 2006 aveva occupato abusivamente a Verona un appartamento, collocando il «diritto all’abitazione» tra i «beni primari collegati alla personalità», come previsto dall’articolo 2 della nostra Costituzione”.

Napoli: repressione contro le lotte sociali

La Questura di Napoli ha chiesto al Tribunale l’applicazione di alcune Misure di Sorveglianza Speciale, per i prossimi tre anni, contro un compagno (Gino Monteleone)dei Precari Bros Organizzati.
Attraverso la costruzione di un Dossier zeppo di notizie false, imprecisioni e vere e proprie calunnie ai danni di un attivista del Coordinamento di Lotta per il Lavoro, da sempre in prima fila nelle mobilitazioni contro la disoccupazione e la precarietà, la Polizia napoletana sta concretizzando il dichiarato obiettivo di distruggere non solo il compagno in questione ma l’intera Vertenza dei Precari Bros di Napoli e provincia.

QUESTA VERGOGNOSA OPERAZIONE REPRESSIVA DEVE ESSERE FERMATA.

Mentre la politica economica del governo attacca le condizioni di vita e di lavoro dei ceti popolari, mentre l’Amministrazione Caldoro ha abolito il Reddito di Cittadinanza, i finanziamenti agli Operatori Sociali, ha interrotto il Progetto Bros, ha imposto i ticket sanitari e la chiusura di alcuni ospedali, mentre si colpisce il diritto allo studio e si tagliano le spese sociali diventa necessario, per le istituzioni tutte, criminalizzare e reprimere chiunque si ribella a questi odiosi provvedimenti e decide di organizzarsi e lottare per far valere i propri diritti.

QUANTI HANNO A CUORE LA LIBERTA’ DELLE LOTTE E IL DIRITTO AL DISSENSO, QUANTI NON VOGLIONO ABBASSARE LA TESTA DI FRONTE ALL’ARROGANZA DELLE ISTITUZIONI E ALLA REPRESSIONE CONTRO I LAVORATORI, GLI STUDENTI E I DISOCCUPATI DEVONO MOBILITARSI IMMEDIATAMENTE A DIFESA DEL COMPAGNO INQUISITO E DELLA PIENA LIBERTA’ DI MOVIMENTO!

Chiunque vuole difendere la democrazia e la libertà deve solidarizzare con Gino e con i movimenti sociali di questa città!!

Coordinamento di Lotta per il Lavoro - NAPOLI

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