9 febbraio 2011

Genova: detenuto tossicodipendente di 25 anni vittima del carcere… e del proibizionismo

Dal 17 agosto scorso Ciprian Florin Gheorghita, 25 anni, romeno, era recluso nel carcere di Marassi, dopo che i carabinieri della stazione di San Teodoro (Genova) lo avevano arrestato perché in possesso di alcuni grammi di hascisc e per “resistenza”. Condannato a 13 mesi di carcere (di cui 6 già scontati), avrebbe terminato la pena il 9 settembre prossimo.
Ma ieri pomeriggio lo hanno trovato agonizzante nel bagno della cella, con accanto un sacco nero di plastica che emanava ancora gas butano, e due fornelletti da camping. È morto poco dopo nell’infermiera mentre provavano a rianimarlo.
A novembre la fidanzata di Ciprian Florin era stata fermata nella sala colloqui dagli agenti della polizia penitenziaria dopo che le unità cinofile avevano fiutato dell'hascisc, una piccola dose nascosta nelle scarpe. Da quel momento alla donna era stata vietato l'incontro con il fidanzato. Più recentemente il romeno era stato trovato in possesso di un cellulare all’interno della cella e per questo al giudice di sorveglianza era stata proposta l’adozione di una misura di sorveglianza più restrittiva.
I detenuti al Marassi sono circa 730 detenuti (il 60% dei quali stranieri), a fronte di una capienza di 456 posti letto. Ciprian Florin avrebbe potuto ottenere il beneficio della c.d. legge "svuota-carceri", avendo il fine pena ad agosto. Purtroppo così non è stato. Non certo un'eccezione, visto che ad oggi nel carcere di Genova hanno ottenuto il beneficio solo in 15 persone e solo in 3 nel vicino carcere di Pontedecimo.
Il Sappe, sindacato della Polizia penitenziaria, parla di suicidio. Per il direttore del carcere, Salvatore Mazzeo, invece si è trattato di un incidente: “Il detenuto era tossicodipendente e seguito dal Sert, con ogni probabilità ha inalato il gas per lo sballo, in carcere è una pratica alternativa alla droga”.
Il ritrovamento vicino al ragazzo morente di un sacchetto di plastica riempito di gas sembra però avvalorare l’ipotesi del Sappe. Di solito lo “sballo” viene ottenuto inalando il butano dalla bomboletta posta sotto le narici, mentre la pratica di riempire di gas il sacchetto e poi di infilarselo in testa è utilizzata prevalentemente per uccidersi.
Lo scorso anno, su un totale di 66 detenuti suicidi, in 8 hanno scelto questo metodo, sicuramente meno cruento rispetto a quello all’impiccagione, e tuttavia meno utilizzato perché non dà l’assoluta sicurezza di morire: infatti chi si impicca, a meno che venga “soccorso” entro pochissimi minuti, non sopravvive mai (e non c’è modo di avere “ripensamenti” all’ultimo istante), mentre il tentativo di suicidio con il gas può essere interrotto volontariamente (togliendosi il sacchetto dalla testa, per istinto di autoconservazione) o involontariamente (il sacchetto può rompersi, o sfilarsi, quando la persona cade a terra). E in chi sopravvive la mancanza di ossigeno (anossia), può causare danni cerebrali irreversibili, il coma o la paralisi.

fonte: Ristretti Orizzonti

5 febbraio 2011

Ilaria Cucchi scrive a Napolitano; basta ipocrisie, mio fratello è morto per le botte

"Non è possibile comprendere pm che ostinatamente fanno finta di non sapere che Stefano, se non fosse stato picchiato, ora sarebbe vivo come vivo era con noi la sera del suo arresto".
È uno dei passaggi di una lettera che Ilaria Cucchi, sorella del ragazzo morto il 22 ottobre del 2009 nel padiglione penitenziario dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, ha inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Stefano, scrive Italia, "è morto in condizioni terribili, irriconoscibile a noi famigliari che lo avevamo visto solo pochi giorni prima del suo decesso. Certo era stato tossicodipendente, ricaduto nel giro, ma l'unica cosa sulla quale sono proprio tutti d'accordo è sul fatto che la droga non c'entri nulla con la sua morte. Per chi come noi deve fare i conti con la perdita di un proprio caro, l'ipocrisia diventa un'offesa insopportabile. Piuttosto si dica che è morto perché era uno spacciatore".
"Se di fronte alle evidenti drammatiche difficoltà in cui si trovava Stefano persino pm e giudice sono rimasti indifferenti, io come cittadina Italiana cosa posso pensare?", continua la lettera, "tutti hanno guardato altrove, tutti tranne i medici che lo hanno avuto in cura prima del suo ricovero al Pertini, che hanno constatato lesioni oggi ostinatamente negate dai due pm del processo". "Noi non comprendiamo, ma siamo ben consapevoli di quanto poco è contata per la umana Giustizia Italiana la vita di Stefano Cucchi. E quanto poco continua a contare. Ognuno di noi esseri umani - conclude Ilaria - coltiva un piccolo o grande sogno. Il mio è quello di essere smentita".

Fonte: Ansa

4 febbraio 2011

Chiesta la riesumazione del corpo di Carmelo Castro

Il Garante Fleres ha riferito al Pm che i letti delle celle sono d'altezza inferiore alla statura del giovane. La presunta impiccagione viene messa in dubbio.
Ora che è stata riaperta l'inchiesta giudiziaria sulla morte in cella del diciannovenne incensurato di Biancavilla Carmelo Castro, la famiglia del ragazzo si aspetta verità, trasparenza e giustizia. Il giovane è deceduto il 28 marzo del 2009 (quattro giorni dopo l'arresto) nella cella 9 del reparto Nicita di piazza Lanza. Secondo le dichiarazioni (non ancora approfondite) del personale del carcere, quel giorno, verso le 12,30, Carmelo fu trovato penzoloni, con un lenzuolo al collo, appeso a un perno del letto a castello della sua cella di isolamento. Ma si sospetta che forse non ci sia stata alcuna impiccagione o che quantomeno sia accaduto qualcosa che si vuol tenere nascosto. Il giovane, oltretutto, pur essendo recluso in regime di "grandissima sorveglianza", fu perso di vista dagli agenti penitenziari per circa tre ore: cosa è successo nel frattempo a Carmelo? Chi gli ha portato il pasto? Chi si è avvicinato alla cella? E perché la direzione del carcere non ha voluto mettere a disposizione il filmato che riproduce tutto quello che è avvenuto nel corridoio in quelle ore?
Si tenga ancora in considerazione che Carmelo - forse costretto da alcuni delinquenti a fare da palo in una rapina - aveva rivelato ai carabinieri i nomi dei correi e dunque temeva ritorsioni, tanto che durante la sua breve permanenza in piazza Lanza ha sempre rinunciato all'ora d'aria.
E ancora: dagli atti si evince - fino a prova contraria - che il giovane, per quanto fosse agonizzante, non è stato liberato subito dal cappio, ma solo 10 - 15 minuti dopo (quando cioè arrivò il medico, chiamato da un agente carcerario); altra grande contraddizione sta nel fatto che tutti i letti a castello di quel reparto non sono più alti di un metro e 70, quando invece Carmelo era alto un metro e 1 metro e 75. Questa constatazione è stata personalmente fatta, non solo dagli attivisti delle associazioni "Antigone" e "A buon diritto" che hanno visitato il carcere, ma anche dal Garante dei diritti dei detenuti siciliani, senatore Salvo Fleres, il quale, proprio per "cristallizzare" questo importante dato, venerdì è stato sentito dal procuratore aggiunto Giuseppe Toscano (che coordina le nuove indagine) come "persona informata dei fatti". Fleres è stato ascoltato su richiesta dell'avvocato Vito Pirrone che assiste la parte offesa, ossia i parenti di Carmelo. Anche un bambino a questo punto si chiederebbe: Com'è possibile che il giovane si sia impiccato da un'altezza inferiore alla propria statura?
Anche se il Garante Fleres è vincolato dal segreto istruttorio circa il contenuto delle sue dichiarazioni in Procura, si conosce già chiaramente la sua posizione rispetto al caso Castro, tanto è vero che egli ha già presentato sull'argomento ben tre interrogazioni parlamentari al ministro della Giustizia, l'ultima delle quali lo scorso 18 gennaio, quando il senatore ha anche chiesto al ministro della Giustizia un'ispezione ministeriale al Palazzo di Giustizia per esaminare il fascicolo.
Numerosi sono gli adempimenti che la Procura dovrebbe disporre in questa fase delle indagini e altrettante le lacune da colmare e i testimoni da convocare. L'avvocato Pirrone, nel suo lunghissimo elenco di richieste, reclama ulteriori accertamenti medico - legali, con riesumazione del cadavere, "al fine di chiarire la presenza di macchie ipostatiche in parti del corpo non compatibili con l'impiccagione e di evincere le reali cause e dinamiche della morte".

Fonte: La Sicilia

Giuseppe Casu: Morte in psichiatria, affidata una nuova perizia

I periti dovranno dire chiaramente se esiste un nesso di causalità tra la sommnistrazione dell'aloperidolo e la morte di Giuseppe Casu. Ieri mattina il giudice Simone Nespoli ha affidato una perizia agli stessi esperti che avevano escluso che la morte dell'ambulante quartese fosse dovuta a una tromboembolia. Avevano indicato cme probabile causa del decesso la somministrazione di un farmaco pericoloso per il cuore, non a caso prima è obbligatorio l'elettrocardiogramma.
I periti hanno tre mesi di tempo per rispondere ai quesiti posti dal giudice: appuntamento al 5 maggio.
Sembra senza fine la vicenda processuale nata dopo la morte dell'ambulante quartese Giuseppe Casu, spirato al Santissima Trinità il 22 giugno 2006 dopo 6 giorni di ricovero in Psichiatria in seguito ad un trattamento sanitario obbligatorio.
Sul banco degli imputati, con l'accusa di omocidio aggravato dalla colpa cosciente, ci sono l'ex primario di Psichiatria Gian Paolo Turri e la sua collega del Santissima Trinità Maria Cantone. La morte improvvisa di Giuseppe Casu aveva convinto i familiari a presentare un esposto in Procura mentre il Parlamento veniva investito della questione con diverse interrogazioni. Al centro della polemica cera la lunghissima contenzione al letto del paziente. E proprio per questo di recente Turri, la Cantone e altri cinque psichiatri sono stati iscritti sul registro degli indagati per sequestro di persona.

Fonte: Unione Sarda

Napoli: Fascisti aggrediscono uno studente

Il 3 febbraio 2011, a Napoli nei pressi di piazza Cavour, è stato aggredito un compagno dell’Unione degli studenti da una decina di fascisti mentre strappava i manifesti con scritto “Il duce siamo noi” che da qualche giorno tappezzano i muri del centro storico. Alla domanda di uno di loro “cosa stai facendo?”, il compagno ha rivendicato la natura antifascista della nostra Costituzione. A quel punto è stato accerchiato e aggredito con schiaffi e pugni in pieno volto. Un’aggressione che testimonia ancora una volta la vigliaccheria di chi si muove nell’ombra ed attacca in 10 contro 1, di chi approfitta della crisi globale per alzare la testa, tutelato da un governo che attraverso le sue politiche non fa che legittimare questi vili attacchi. Rivendichiamo quindi la nostra natura ANTIFASCISTA e invitiamo gli studenti e tutta la cittadinanza a ripudiare l’esistenza di gruppi fascisti e neofascisti nella nostra città.

NAPOLI ANTIFASCISTA!

Unione degli Studenti Napoli
Unione degli Studenti Campania
Link Napoli
Rete della Conoscenza Campania

1 febbraio 2011

L'assurda morte in una comunità protetta di Stefano Biondo, 21 anni, disabile

Stefano Biondo, un ragazzo di 21 anni, disabile psichico per autismo, muore in circostanze misteriose all’interno della casa protetta di via delle Madonie al Villaggio Miano. La Procura della Repubblica di Siracusa ha aperto un’inchiesta.
Intanto è stata eseguita l’autopsia sul cadavere del giovane Stefano, da parte del medico legale Francesco Coco che consegnerà l’esito al sostituto procuratore Giancarlo Longo.
“Hanno ucciso mio fratello Stefano – ha detto la sorella della vittima, Rossana La Monica – Aveva solo 21 anni, disabile psichico, ricoverato da più di 2 anni e mezzo in psichiatria a Siracusa perché non lo volevano in nessuna delle comunità terapeutiche di Siracusa e provincia a causa delle sue crisi. Dopo due anni e mezzo di calvario, tramite il provvedimento del giudice Milone del tribunale di Siracusa, che intimava il sindaco e ai dirigenti ASP, di trovare entro un mese una collocazione idonea per lui, siamo riusciti ad individuare una struttura che a condizione che in supporto avessero degli infermieri 3 ore la mattina e 3 ore il pomeriggio, lo avrebbero accolto.
Solo l’altro ieri abbiamo accompagnato uno Stefano felicissimo di uscire dall’ospedale e andare in questa comunità. Poi martedì mi chiama alle 17,39 una operatrice della comunità dicendo che Stefano aveva avuto una crisi e che avevano chiamato l’ambulanza e che lo avrebbe riportato in ospedale. Con mio marito alle 18,00 arriviamo in comunità dove ci ritroviamo davanti la scena agghiacciante di mio fratello buttato a terra legato con un cavo elettrico con un aspetto allarmante, chiedo subito la condizione e l’infermiere mi dice di non preoccuparmi perché stava così perché gli aveva dovuto fare una dose da 100, ma io che ho frequentato un corso di primo soccorso, ho sentito il polso di Stefano assente.
Ho iniziato ad agitarmi e mi sentivo dire “perché sta facendo così” poi non sentendo nemmeno il polso carotideo ho iniziato a praticargli la respirazione bocca bocca e il massaggio cardiaco. Lo pseudo infermiere allora chiede il misura pressione, per constatare che non c’era pressione sanguigna, e mi dice di aver chiamato il 118, il genio non ha comunicato durante la telefonata codice rosso, l’arresto cardiorespiratorio, quindi dopo mezz’ora giunge un’ambulanza con due semplici soccorritori, anziché quella della rianimazione con defibrillatore. Abbiamo richiesto un medico legale di parte, dopodomani ci sarà l’autopsia.
L’autore materiale dell’omicidio di mio fratello è l’infermiere, ma i mandanti sono da ricercare ai vertici, chi ha permesso il carcere per due anni e mezzo, mentre altri malati dalla psichiatria venivano mandati nelle varie strutture, ma Stefano mai. Ma adesso un posto lo hanno trovato dove non darà più fastidio. Chi ha permesso tutto ciò dovrà pagare. Era una angelo incompreso e sfortunato”.

fonte: BlogSicilia

grazie a angie per la segnalazione

Morire di carcere: Per i consulenti del pm Simone La Penna non ebbe le cure necessarie

Simone La Penna, il detenuto di 32 anni morto il 26 novembre del 2009 nel carcere di Regina Coeli dove scontava una pena detentiva per droga, era in precarie condizioni di salute, tanto che avrebbe dovuto essere trasferito in una struttura sanitaria. Inoltre non gli sarebbero state prestate le cure necessarie. E' quanto hanno rilevato i consulenti del pubblico ministero Eugenio Albamonte che per la morte del detenuto, avvenuta per crisi cardiaca, sono indagati a Roma 7 tra medici e infermieri della struttura sanitaria del carcere.
Sulla base di quanto accertato dai consulenti il pm dovra' ora rivedere la posizione degli indagati. Per quanto riguarda l'inchiesta Albamonte chiedera' una proroga e prossimamente potrebbe ascoltare la convivente di La Penna che ha chiesto di poter fornire elementi utili per le indagini.

fonte:Adnkronos

Napoli: Agenti in assetto antisommossa sgomberano lo ZERO81 ed il FANON

Le forze dell'ordine hanno sgomberato (video) (foto) i due spazi occupati dagli studenti in L.go Banchi Nuovi, dopo anni di abbandono strutturale. Unoi dei due era la mensa dell'università orientale, ferma dal 2005 ed inutilizzata oramai: questo ha comportato che la polizia in assetto celere è entrata dalle porte di emergenza sin dentro il cortile del palazzo giusso, sede centrale dell'ateneo. Erano anni che nopn si vedeva un cordone di polizia in assetto antisommossa schierato all'interno degli spazi di un'università pubblica. Tutto ciò col placet della Rettrice LIDIA VIGANONI che anzi sembra aver sollecitato lo sgombero, non gradendo che gli studenti rianimassero uno spazio chje evidentemente preferiva vuoto per destinarlo a non ben definiti interessi...
Oggi, alle 17.00, era prevista la prima Assemblea pubblica di ZERO81.
E' diventata un'assemblea pubblica in palazzo Giusso contro gli sgomberi degli spazi occupati dal movimento degli studenti, Z.E.R.O81 e Fanon, dopo le cariche fin dentro l'Università e i lacrimogeni ad altezza uomo fin dentro le Aule Studio!
In un momento sociale e politico come questo, dopo quello che ha significato il movimento studentesco nel mese di di...cembre, gli avvenimenti del 31 gennaio non sono solo una "questione dell'Orientale", ne solo degli "studenti in movimento"! - Diffondiamo! Partecipiamo!

A seguire il comunicato stampa che ricostruisce gli avvenimenti dello sgombero

Comunicato Stampa

Quello che è successo oggi è davvero molto grave! Questa mattina la celere in assetto antisommossa ha sgomberato con la forza due spazi entrambi abbandonati da diversi anni e occupati nelle scorse settimane dagli studenti in mobilitazione come luoghi di (auto)rganizzazione del movimento studentesco!
Celere e carabinieri per procedere allo sgombero hanno fatto irruzione anche nella stessa Università Orientale in palazzo Giusso (uno dei due spazi infatti, la ex-mensa, è ad esso adiacente ed è di proprietà dell'università stessa pur essendo stato dismesso e abbandonato dall'Istituzione da anni): la rettrice Viganoni si è assunta quindi la responsabilità non solo di determinare lo sgombero, ma anche di acconsentire all'ingresso della celere negli spazi universitari che, per quanto riguarda l'Orientale, non avveniva da oltre trent'anni!!
E questo di fronte a un movimento di studenti che solo il mese scorso ha riempito le piazze di Napoli e di tutto il paese per difendere l'università pubblica che il governo vuole smantellare. Contro una riforma che gli stessi Rettori prima dicevano di contestare seppur in maniera assolutamente timida ed ipocrita.
Così per protestare contro questo doppio sopruso dello sgombero e dell'irruzione della celere nell'Università, nel pomeriggio si è autoconvocata un assemblea con due-trecento studenti che sono poi partiti in corteo improvvisato e spontaneo per il centro storico. Arrivati alla fine fuori gli spazi sgomberati, tra loro limitrofi, abbiamo cercato di rientrare ma la celere lo ha impedito, prima con un'iniziale respingimento del corteo e poi chiudendosi dentro questi stessi spazi (!!) e convocando un plotone di celere molto piu numeroso che ha caricato! A quel punto bloccare le strade era l'unico modo per impedire che l'avanzata dei reparti antisommossa facesse una mattanza nei vicoli!
Ciononostante lacrimogeni al gas Cs (vietati dalla convenzione di ginevra e usati per l'ordine pubblico solo in Italia.. ne abbiamo raccolto vari bossoli che sono a disposizione) sono stati sparati fin dentro palazzo Giusso dove molti studenti si erano rifugiati, violandolo quindi per la seconda volta, con i colpi che hanno sfondato le vetrate delle librerie delle aule studio (vedi foto!!!) mentre il gas rendeva l'aria irrespirabile!!
Solo a quel punto, poichè gli studenti resistevano nella "loro" Università, la polizia si è finalmente ritirata!
Per martedi abbiamo convocato un'assemblea pubblica alle ore 17.00 in palazzo Giusso cui invitiamo tutti a partecipare.
I due spazi sgomberati si chiamano Frantz Fanon, per quello che è uno dei principali intellettuali anti-coloniali che si studiano nella nostra Università, e ZERO81 per ricordare a tutti che siamo una generazione a cui stanno completamente rubando il futuro!
La vicenda di oggi ci dimostra l'assoluta incapacità di dialogo delle istituzioni di questa città (a partire in questo caso dai vertici dell' Università Orientale), mentre la Questura conferma la sua linea punitiva e repressiva, proprio mentre in tutta l'Europa e nel Mediterraneo i giovani precari sono in rivolta contro i ricatti sociali della crisi e un ceto politico sempre piu arrogante e autoreferenziale. Pensiamo che quello che è successo non riguardi solo gli studenti ma deve vedere schierati anche i ricercatori, i docenti e l'opinione pubblica!
Fuori la polizia da scuole e Università. Ritirare la riforma Gelmini. Difendiamo il nostro futuro! Il futuro non è scritto!!

Antifascismo: un'assoluzione e cinque condanne, per i fatti di Pistoia

Dopo una lunga giornata di dibattimento, intorno alle 19 è arrivata la sentenza sui fatti di Pistoia. Assolto il livornese Alessandro Orfano, condannati a due anni per danneggiamento aggravato (con sospensione della pena) gli altri imputati, Alessandro Della Malva e Juri Bartolozzi e gli altri livornesi Vittorio Colombo, Selvaggio Casella ed Elisabetta Cipolli. La richiesta del pm era di ben altra portata, e prevedeva 9 anni di reclusione, in quanto puntava alla riabilitazione del reato di devastazione e saccheggio. Un'ipotesi totalmente estranea alla realtà del processo, che non è stata minimamente presa in considerazione dai giudici. Il Pm nella propria requisitoria ha anche espresso la propria idea di ordine pubblico e di devastazione che avrebbe fatto impallidire anche qualche nostalgico del ventennio.
Una sentenza difficile da commentare al momento perchè le motivazioni verranno depositate solo fra 15 giorni, tuttavia appare subito una sentenza con molte contraddizioni e che dunque segue l'andamento di questo anno di udienze.
Nella giornata conclusiva però non poteva mancare l'ultimo colpo di scena, cioè la suocera di uno dei testimoni dell'accusa, il pizzaiolo Romondia, che ha fatto recapitare una lettera al giudice in cui dice di sapere che il genero non ha visto niente quel giorno e che è andato a fare i riconoscimenti solo perchè pressato da quelli di Casa Pound. La signora è stata poi chiamata a testimoniare dal giudice e ha ribadito che il genero le aveva detto di non aver visto nulla. La testimonianza poi, nonostante le numerose domande del giudice, si è fermata lì perchè la signora ha affermato che non poteva dire altro perchè avrebbe avuto ripercussioni in famiglia. Ma nella sostanza ha confermato quello scritto nella lettera. Si è trattato solo dell'ultimo colpo di scena, l'ennesimo in un processo in cui i testimoni dell'accusa sono stati di volta in volta screditati e dove loro stessi si sono contraddetti più volte.
L'impressione per chi ha seguito il processo dall'esterno è che questa sia stata una sentenza cerchiobottista che ha cercato di tenere un equilibrio fra le montature della questura di Pistoia, le forzature di un Pm che per far proseguire le misure cautelative ha giocato tutto sulla devastazione e saccheggio e le mille contraddizioni dei teste. Insomma, appare palese che non ci sono elementi a carico dei 6 imputati ma siccome qualcuno è stato a fare il danno allora qualcuno doveva essere condannato altrimenti si sarebbe screditato e deligittimato il lavoro delle autorità locali. Alla città di Pistoia servivano dei responsabili e il giudice gliel'ha dati ammorbidendo però il tutto con la minor condanna possibile, probabilmente cosciente di aver condannato degli innocenti.
Emergono subito due quesiti che non hanno per ora risposta: se un testimone è credibile e attendibile lo è in generale. E se non lo è, non lo è per tutti. Perchè un imputato è stato assolto e gli altri no? Perchè durante tutto il processo i testimoni chiave hanno dichiarato di non aver visto donne e invece l'unica donna imputata è stata condannata? Probabilmetne quando leggeremo le motivazioni ci saranno le risposte a queste domande e anche a molte altre.
Queste, come detto, sono solo impressioni. Nei prossimi giorni approfondiremo la lettura di questa sentenza attendendo poi le motivazioni fra due settimane. In ogni caso appare certo il ricorso in appello, visto che gli imputati oggi condannati puntano, come dichiarato fin da principio, al riconoscimento della loro totale estraneità ai fatti.

fonte: SenzaSoste

31 gennaio 2011

Sbagliano foto, va in carcere per 2 anni: ma era solo un omonimo del colpevole

Non ci sono soltanto i processi lumaca a rendere amara la vita nei tribunali, perchè certe volte la giustizia può diventare crudele in tempi rapidi ma sbagliando clamorosamente. Come è successo a Marco Moreschini, 34 anni, che oggi avrebbe una vita diversa, magari più bella, se quattro anni fa le forze dell’ordine avessero mandato la foto giusta ai magistrati che cercavano un suo omonimo. Cioè quella del vero Marco Moreschini, nato negli anni’60, sospettato di essere coinvolto in una rapina violenta. Purtroppo per un errore inspiegabile inviarono la foto del Marco più giovane. Che da quel momento è stato privato della libertà per due anni, è stato condannato in un primo processo per un crimine mai commesso, ha rischiato di gettare la vita al vento. Un calvario terminato la scorsa settimana, quando il Tribunale di Roma si è occupato nuovamente del suo caso dopo che la Corte d’Appello aveva annullato la prima condanna e lo ha dichiarato innocente. E ammettendo anche la distrazione di chi confuse le foto da esaminare. Negligenza rimarcata più volte dal pubblico ministero nel corso della discussione.
Tutto ha inizio la notte del 7 giugno del 2007. Sono le quattro del mattino quando due studenti universitari vengono fermati da un pazzo con ascia sul Ponte delle Valli che vuole i loro portafogli. I due giovani consegnano soldi e due assegni. Pochi giorni dopo una signora anziana va in Banca a cambiare i due assegni rubati. La fermano e lei spiega: «Ma me li ha dati mio figlio, Marco Moreschini. Quando è nato? Negli anni 60”. Gli inquirenti che stanno indagando, chiedono la foto segnalazione di Marco Moreschini nato negli anni 60. Ad essere inviata però è un’altra foto. Quella di Marco Moreschini, nato nel ’77. L’altro Marco esce dall’inchiesta sulla rapina. Per sempre. D’altronde è troppo gracile per compiere una rapina cosi violenta. Mentre nei gangli della giustizia rimane impigliato il Marco giovane. E tutto accade per un altro scherzo del destino. Il suo volto, i suoi lineamenti somigliano per un incredibile coincidenza alla persona responsabile della rapina. Cosi dicono le due vittime, due studenti universitari fuori sede, quando vedono la faccia paffuta del giovane Marco. MorescHini finisce in carcere dove resta un anno. Poi va ai domiciliari per altri dieci mesi. Viene condannato in primo grado a marzo del 2008. In appello il processo è annullato. E si ricomincia tutto da capo. Un odissea che Marco affronta male, nonostante sia innocente. Si lascia andare con la droga. Intanto emerge una altra incredibile coincidenza: la sua somiglianza con chi aveva commesso la rapina, tale da confondere le due vittime. Entrambe, senza sapere nulla sull’identità del sosia di Marco, si dicono sicure che si, «è lui che ci ha rapinati». Ormai l’accusa fa acqua da tutte le parti. E cosi i giudici della settima sezione penale assolvono Marco Moreschini giovane. E l’altro Moreschini? Ormai è tardi. E non si troverà mai. »Un incredibile svista nell’invio della foto ha provocato questo terremoto» commentano gli avvocati Pasquale Ciampa e Daniel Giudice, difensori del ragazzo assolto.
 
fonte: Il messaggero

28 gennaio 2011

Trenitalia e Polizia "sequestrano" gli studenti alla stazione di Colleferro e impediscono la loro partecipazione alla manifestazione a Cassino

Giovani manifestanti che stavano andando alla manifestazione Fiom a Cassino sono stati fatti scendere dal treno all'altezza di Colleferro. Il treno con a bordo circa 500 studenti della Sapienza partito stamattina alle 7.30 da Roma Termini e diretto a Cassino per la manifestazione indetta dalla Fiom è stato infatti bloccato all'altezza della cittadina laziale. Gli studenti sono scesi dal convoglio e hanno inscenato la protesta.
"Ci sentiamo presi in giro - racconta uno studente - Ferrovie dello Stato e la Digos ci avevano assicurato a Termini che ci avrebbero fatto arrivare a Cassino invece a Colleferro il nostro treno si è misteriosamente fermato. Siamo circa 500 tra studenti, precari e rappresentanti dei centri sociali. Vogliono impedirci di manifestare. Rimarremo sui binari finché il nostro treno non ripartirà".
Le Forze dell'ordine, anche con il supporto della Polizia Scientifica, hanno proceduto alla documentazione di tutte le fasi dell'iniziativa di protesta e hanno denunciati all'Autorità giudiziaria gli studenti
"E' stata vergognosa l'operazione messa in atto questa mattina nei confronti degli studenti che si recavano a Cassino a manifestare, che si sono visti prima bloccare il treno a Colleferro e poi sentiti minacciare di denunce a loro carico, perciò protestando a ragione per il sequestro subito da parte delle autorità". E' quanto afferma in una nota il segretario nazionale del prc/Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero. "Mentre il presidente del consiglio rivendica impunità totale per le proprie malefatte - osserva il segretario del Prc/FdS - agli studenti viene impedita la libertà di manifestare a fianco degli operai metalmeccanici. Esprimo quindi la nostra piena solidarietà agli studenti illegalmente sequestrati".

26 gennaio 2011

Parma: Condanna per uno dei vigili che picchiarono Emmanuel Bonsu

Il Gup Paola Arisi ha condannato a due anni e dieci mesi di carcere, con rito abbreviato, Fernando Villani, uno dei dieci vigili urbani accusati del pestaggiodi Emmanuel Bonsu Foster, il giovane di origine ghanese malmenato ed insultato con epiteti razzisti nella sede della polizia locale di Parma il 29 settembre 2008, dopo essere stato arrestato in un parco cittadino perché ritenuto uno spacciatore di droga. Villani dovrà inoltre risarcire il Comune di Parma con 5mila euro.
Il 20 Maggio 2010 c’erano stati i primi pronunciamenti del Tribunale: una condanna a tre anni e quattro mesi per Marcello Frattini, uno dei pochi, insieme a Pasquale Fratantuono e Mirko Cremonini per i quali permaneva l’aggravante discriminatoria; otto rinvi a giudizio (ancora in itinere), e un rifiuto di patteggiamento, quello richiesto da Villani, per il quale ora si è raggiunto il giudizio di colpevolezza.

25 gennaio 2011

Omicidio Cucchi: rinvio a giudizio per 12 persone e una condanna a 2 anni

Stefano Cucchi sarebbe stato picchiato dalla polizia penitenzaria poco prima dell'udienza di convalida nei sotterranei della Cittadella giudiziaria di Roma. Morì sei giorni dopo perché lasciato senza cure nel padiglione carcerario dell'ospedale Pertini. Dodici rinvii a giudizio per la morte del trentunenne romano sono stati disposti ieri dal Gup sulla base di questa ricostruzione. Nel corso dell'udienza è stato condannato a due anni un funzionario dell'amministrazione penitenziaria regionale, Claudio Marchiandi. Si tratta del direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento. Aveva chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato. I dodici rinviati a giudizio sono sei medici, tre infermieri del Pertini e tre guardie carcerarie, accusati a vario titolo di lesioni e abuso di autorità, favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d'ufficio e falsità ideologica. Il processo inizierà il 24 marzo prossimo di fronte alla terza Corte d'Assise.
Accolte, dunque, le richieste dei pm Barba e Loy. Gli agenti che lo pestarono - procurandogli ferite alle mani, alle gambe e alla colonna vertebrale - avrebbero anche sottoposto il ragazzo a misure di rigore non consentite dalla legge. Cucchi li irritava perché chiedeva farmaci e si lamentava troppo. Una dottoressa e il direttore dell'ufficio detenuti scrissero che stava in buone condizioni generali di salute ("con stato di nutrizione discreto, decubito indifferente, apparato muscolare tonico trofico") nella cartella clinica. E lo seppellirono in una struttura per pazienti non acuti e non con la schiena spezzata come la sua. Tutto ciò per coprire gli agenti penitenziari. Gli altri medici e i tre infermieri «dal 18 al 22 ottobre abbandonarono Cucchi incapace di provvedere a se stesso», omettendo anche «di adottare i più elementari presidi terapeutici e di assistenza (...)doverosi e tecnicamente di semplice esecuzione ed adottabilità (...) certamente idonei ad evitare il decesso di paziente». Secondo l'accusa, questi, tra l'altro, omettevano «volontariamente di adottare qualunque presidio terapeutico al riscontro di valori di glicemia ematica, rilevato il 19 ottobre, pur essendo tale valore al di sotto della soglia ritenuta dalla letteratura scientifica pericolosa per la vita, neppure intervenendo con una semplice misura quale la somministrazione di un minimo quantitativo di zucchero sciolto in un bicchiere d'acqua che il paziente assumeva regolarmente, misura questa idonea ad evitare il decesso». Sempre «volontariamente», non avrebbero né svolto un «necessario» elettrocardiogramma né una «semplice palpazione del polso» per tenere sotto controllo la brachicardia; non avrebbero comunicato a Cucchi «l'assoluta necessità di effettuare esami diagnostici essenziali alla tutela della sua vita, limitandosi ad annotare gli asseriti rifiuti nella cartella clinica, motivati dalla volontà di effettuare colloqui con un avvocato, circostanza che omettevano di comunicare alla polizia penitenziaria»; non avrebbero trasferito Cucchi in un reparto più idoneo a curarlo; non avrebbero controllato il «corretto posizionamento o occlusione del catetere». E quando Stefano morì, all'alba del 22 ottobre 2009, un'altra dottoressa scrisse che si trattava di morte naturale. Invece erano sei giorni, da quando era stato arrestato per pochi grammi di hashish, che non si reggeva in piedi, paralizzato, cateterizzato, e perdeva peso a vista d'occhio.
Ma non è un po' sproporzionata questa copertura per delle semplici lesioni? Il tarlo rode la mente di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, e dei suoi genitori. L'attesa del dispositivo della sentenza è stata contrassegnata da una tensione emotiva quasi insopportabile. La Gup ha spiegato di non essere competente a disporre una superperizia ma che la perizia di parte evidenzi «problemi e spunti degni di considerazione, che necessitano di essere approfonditi». Perché, questo sostiene Ilaria, la condanna del funzionario rivela l'esistenza di un apparato di depistaggio e contraddice l'ipotesi delle lesioni lievi. I periti di parte civile, infatti, sostengono che furono le conseguenze delle botte ad ammazzare il ragazzo, che non fu solo malasanità, ipotesi su cui i pm (uno dei quali è legato al clamoroso errore giudiziario del delitto della Caffarella) sembrano inchiodati.
L'amarezza di Ilaria è «incredibile» e confida a Liberazione, il primo giornale a occuparsi di questa storia, che se fosse un imputato «chiederei di cambiare i pm». «Andremo al processo con questa falsa ricostruzione che si basa su una consulanza medico-legale insufficiente», commenta Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi e prima ancora della famiglia Aldrovandi. Di fronte ai rinvii a giudizio e alla lista di morti strane dietro le sbarre, uno dei sindacati del comparto ripete la propria indisponibilità a «accettare una certa (tendenziosa e falsa) rappresentazione del carcere come luogo in cui quotidianamente e sistematicamente avvengono violenze in danno dei detenuti». Ma così è in una miriade di occasioni.
Restano inesplorate dai pm le ore che precedettero l'arrivo in tribunale del ragazzo. La notte in cui fu arrestato dormì in una camera di sicurezza dell'Arma. Da lì fu chiamata un'ambulanza che tornò vuota alla base. Qui i carabinieri si contraddicono: uno prima dice che l'ha chiamata lui poi a un collega confida che Stefano aveva dato testate al muro tutta la notte; un altro carabiniere riferisce al comandante che Cucchi camminava a fatica e che aveva dovuto aiutarlo a fare le scale e poi al pm smentisce tutto; due albanesi che viaggiarono con lui verso il tribunale, invano, hanno dichiarato che era sceso malconcio; un altro carabiniere infine parla col pm di un ragazzo che non si reggeva in piedi.
Il sottosegretario Giovanardi, che dichiarò che Cucchi era morto di Aids, ora vuole costituirsi parte civile. Resta ancora da chiarire come sia stato possibile che, in udienza di convalida, il giudice non si sia reso conto dello stato di salute del detenuto e della falsità delle carte dei carabinieri in cui Cucchi era albanese, più vecchio di sei anni e senza fissa dimora.

Checchino Antonini da Liberazione

Carcere: mio figlio non si è tolto la vita, lo hanno lasciato morire in cella

Michele sorride con gli occhi. Sensibile e dal carattere arrendevole, questo ragazzone di Fragagnano è morto il 12 gennaio in solitudine nella cella del carcere di Perugia che da quattro mesi era diventata la sua casa. Aveva 23 anni e gli alveoli dei polmoni saturi di gas. Lo inalava abitualmente, quel gas. Per lui era come una spugna.
Serviva a cancellare in un solo colpo le mura, le sbarre, tutti quei chilometri che lo separavano dalla famiglia. Poco più che adolescente, Michele era stato travolto dallo tsunami delle cattive amicizie e il suo carattere debole non gli aveva permesso di salvarsi. Così era diventato tossicodipendente.
“Michele non si è tolto la vita. La sua morte non è stato un suicidio come all’inizio volevano farci credere. Il gas lo ha ucciso lentamente e nessuno lo ha salvato. Nessuno si è accorto di quello che stava passando, nonostante tutte le nostre denunce”. Mamma Michela, che per quel figlio sfortunato avrebbe dato la vita, mostra la foto di Michele che sorride con l’orgoglio di chi, fino alla fine, ha combattuto per strappare da un destino doloroso la carne della sua carne. Ora che ha seppellito suo figlio non si dà pace. Insieme con il marito Mimmo, Michela oggi ha intrapreso un altro sentiero irto. Vuole capire perché un ragazzo di soli 23 anni, curato in carcere con gli antidepressivi, sia stato lasciato da solo in cella e con la disponibilità di una bomboletta del gas necessaria, ufficialmente, per preparare i pasti. Mamma Michela e papà Mimmo non chiedono giustizia, ma solo una risposta a tutti i loro perché.
“Quando ti muore un figlio in quella maniera, non puoi rassegnarti”. La famiglia Massaro non lo aveva mai fatto con Michele. Aveva lottato per cambiare il futuro del figlio. Non si era chiusa nel dolore di chi vive la tossicodipendenza come una lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla pelle. Aveva chiesto aiuto urlando a squarciagola tutta l’impotenza di chi si trova all’improvviso di fronte ad un mondo sconosciuto, ad un mostro dalle mille facce. Si era rivolta ad un’associazione, il Cast (Centro assistenza sulla tossicodipendenza) e, insieme con il figlio, aveva cominciato il faticoso percorso nelle comunità di recupero dei tossicodipendenti.
Ma la strada che porta alla disintossicazione dall’eroina è lunga e costellata di ostacoli. Michele era stato ad Oria, poi ad Assisi. Lungo il suo cammino aveva incontrato più volte il polso fermo della legge. Per procurarsi la dose aveva compiuto furti, un paio di tentativi di rapina. Ma il crimine non era certo il suo mestiere. Era sempre stato “pizzicato” dalle forze dell’ordine ed era finito alla sbarra. L’ultima volta il tribunale lo aveva condannato ad un cumulo di pena di otto anni e sei mesi. Doveva restare in cella fino al 2018.
“Era disperato il mio Michele - dice papa Mimmo - , perché voleva tornare in comunità dove era seguito e dove aveva iniziato il percorso di disintossicazione. Ma il giudice è stato inflessibile. Non si è reso conto di avere di fronte un ragazzo debole e spaventato. Per lui mio figlio era solo un numero su una pratica da evadere in fretta”.
Due giorni prima di Capodanno Michela e Mimmo vanno a trovare il figlio. Michele è pallido come un cencio, respira a fatica, sembra asmatico. Chiedono di essere ricevuti dal direttore del carcere di Perugia. Nessuno risponde. Chiedono che il figlio sia visitato. Il medico vede Michele qualche giorno dopo. “Il dottore ci ha detto: ha il cuore forte come un toro. Ma a mio figlio non è stata fatta né una spirometria, né un’analisi del sangue”. Michele una settimana dopo è morto due volte: stroncato da un infarto e soffocato dall’indifferenza delle istituzioni.

Maristella Massari da Gazzetta del Mezzogiorno

Torna il libertà Mario Miliucci

Nell’udienza di lunedi  24/1 la 2°Corte del Tribunale di Roma ha revocato gli arresti a Mario “ in considerazione del cessato clima di allarme sociale”, pur comminandogli la misura precauzionale “della firma giornaliera”.
Il processo è stato rinviato al 17 marzo , in quanto non era disponibile prima per l’interrogatorio il vicequestore che a redatto per Mario l’accusa di “resistenza”.
Al momento dell’ordinanza in aula ci sono state evidenti manifestazioni di soddisfazione, così come al folto presidio che stazionava davanti il Tribunale, dove si è brindato e abbracciato Mario.


24 gennaio 2011

Mario Milicci Libero: riprende oggi il processo per i fatti del 14 dicembre

Riapre oggi il processo contro Mario Miliucci, unico del gruppo di manifestanti arrestati alla fine della manifestazione del 14 dicembre scorso ad essere sottoposto ad una misura di custodia cautelare, nella fattispecie gli arresti domiciliari, insieme al minorenne S.M., il ragazzo immortalato in diversi momenti degli scontri che hanno segnato la giornata di lotta (e che i soliti cretini malati di dietrologia avevano iscritto a forza nella categoria degli infiltrati). La prima udienza, che lo vedeva alla sbarra insieme agli altri coimputati arrestati nella stessa retata successiva agli scontri, si è era tenuta il 23 dicembre. Nel frattempo il tribunale del riesame ha annullato le restrizioni che durante l'udienza di convalida erano state disposte nei confronti di quattro di loro. I giudici hanno ravvisato nei verbali d'arresto una eccessiva indeterminatezza delle condotte delittuose contestate. I magistrati hanno sottolineato la «generica individuazione» degli imputati nonché la presenza di numerose incongruenze nella ricostruzione dei fatti proposta dalle forze di polizia. Una situazione analoga a quella di Miliucci, nei confronti del quale si rivolgono accuse dai contorni confusi e malcerti. I verbali d'arresto descrivono attimi di forte concitazione dovuti agli scontri molto duri avvenuti a ridosso di piazza di Spagna, e che hanno visto anche la distruzione di alcuni mezzi delle forze di polizia, senza mai fornire precise indicazioni sui responsabili effettivi degli scontri. Arrestato casualmente in una fase di deflusso alle 15.45, come recita il verbale, a Miliucci viene attribuita (nonostante venga descritto con il volto travisato e dunque irriconoscibile) la partecipazione «unitamente alla fazione più violenta dei manifestanti» ad «un fitto lancio di sampietrini» e quindi «all'assalto dei mezzi», senza che quest'ultima circostanza verificatasi quando era già in manette, e maliziosamente lasciata scivolare nel rapporto, sia confortata da ulteriori e più consolidati dettagli. Una volta arrestato, dopo aver subito un pesante pestaggio, il giovane si è visto accollare l'improbabile possesso di tre enormi massi trasportabili soltanto con una cariola. Insomma per volontà di qualcuno, e forse per quel nome carico di storia, Mario rischia di diventare il capro espiatorio del 14 dicembre. Per questo oggo, a partire dalle 9.30, il supporto legale del movimento dopo un'assemblea cittadina tenutasi il 15 gennaio al Volturno occupato ha indetto un presidio cittadino davanti a piazzale Clodio.

21 gennaio 2011

Carceri: Due suicidi nelle ultime 24 ore

Si è suicidato in carcere, a Caltagirone, dopo aver tentato di uccidere la convivente romena di 35 anni. Per Salvatore Camelia di 39 anni, non c'è stato nulla da fare: l'uomo si è tolto la vita in una cella della Casa circondariale di contrada Noce, impiccandosi, con un lenzuolo, alla grata della finestra. Inutili i primi soccorsi degli agenti dell'istituto penitenziario e i successivi interventi di rianimazione di Camelia, il cui corpo è giunto privo di vita all'ospedale “Gravina” di Caltagirone.
Si è conclusa così, con un tragico epilogo, la vicenda iniziata con il tentato omicidio della straniera per l'indomita gelosia di Camelia e il successivo arresto dell'aggressore. Secondo le prime ricostruzioni dei carabinieri di Mineo, che avevano eseguito il provvedimento restrittivo, l'uomo aveva aggredito e ferito la vittima con un coltello. Dopo l'arresto, Camelia era stato accompagnato nel carcere calatino. L'accusato sarebbe stato interrogato dalla competente autorità giudiziaria, che gli avrebbe contestato i reati di tentato omicidio e lesioni. La sua morte improvvisa, alla quale seguiranno i necessari accertamenti di medicina legale, potrebbe accreditare la “pista” dell'iniziale movente passionale del tentato omicidio.

Antonino Montalto, detenuto 22enne di origini siciliane si impicca in cella nel carvere di Prato. In questo momento non abbiamo altri particolari sulla vicenda.

fonte: Ristretti Orizzonti




20 gennaio 2011

Per il G8 di Genova paghiamo tutti

Un'aggiunta ben camuffata in una leggina del 2010 rimetterebbe a carico dello Stato i risarcimenti che i poliziotti condannati avrebbero dovuto pagare alle vittime delle violenze.

Sono state introdotte all’ultimo momento, alla chetichella. Piccole varianti al testo, nella migliore delle tradizioni italiane delle leggine camuffate e inserite all’ultimo istante per farle passare inosservate. Le aggiunte sono state inserite giusto alla vigilia del voto in aula, all’interno del Decreto legge 187 del 12 novembre 2010, dal titolo “Misure urgenti in materia di sicurezza”, al Capo 1: “Misure per gli impianti sportivi”.
Ben camuffata, l’aggiuntina. Occorre andare all’articolo “2 bis”, dall’innocuo titolo “Fondo di solidarietà civile”. Che dice: «A favore delle vittime di reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive ovvero di manifestazioni di diversa natura, è istituito, presso il Ministero dell’interno, il Fondo di solidarietà civile». L’aggiuntina è nelle parole: «ovvero di manifestazioni di diversa natura».
Non sportive, quindi? E allora di quale natura? Il testo non lo dice. Né lo specifica in seguito. Il Decreto legge, dopo aver chiarito che tale Fondo di solidarietà serve a risarcire – nella misura del 30 per cento – «a) le vittime di reati commessi con l’uso della violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive e dei soggetti danneggiati dagli stessi reati», inserisce la seconda magistrale chiosa: «Il Fondo, nell’ambito delle risorse annualmente disponibili, provvede nella misura del 70 per cento, a interventi di solidarietà civile nei confronti delle vittime di azioni delittuose avvenute in occasione o a causa di manifestazioni diverse da quelle di cui alla lettera a), per le quali la vigente normativa non prevede altre provvidenze, comunque denominate, a carico del bilancio dello Stato» e «finalizzato anche alla definizione transattiva di liti concernenti il risarcimento dei danni alla persona e l’eventuale pagamento delle somme disposte dal giudice». Infine, terza e ultima variazione del testo, il Decreto specifica che «All’elargizione delle somme e agli interventi di cui al comma 2 (cioè i risarcimenti per le manifestazioni non sportive, ndr), nonché all’individuazione delle modalità relative all’esercizio del diritto di rivalsa o all’eventuale rinuncia ad esso, provvede il Ministero dell’interno».
Ecco fatto. Risolto il problema. Con queste poche frasi è stato ritagliato un abito su misura. Per cosa? Per i risarcimenti legati alle violenze di Genova 2001, in occasione del Forum sociale mondiale. I processi per i fatti avvenuti all’interno della caserma Bolzaneto e per l’irruzione notturna alla scuola Diaz hanno portato alla condanna, nel corso del 2009 e 2010, di oltre settanta agenti e dirigenti della Polizia di Stato, nonché alla condanna per falsa testimonianza dell’ex responsabile della Digos ligure Spartaco Mortola e dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro (oggi al vertice dei Servizi segreti).
Sentenze che sono giunte al secondo grado di giudizio (si attende l’esame della Cassazione) e che complessivamente comportano risarcimenti alle vittime delle violenze e spese processuali per diversi milioni di euro. Lo Stato aveva già provveduto a ricollocarli tutti (diversi dei quali all’interno dei Servizi di sicurezza). Con la manciata di righe dedicate alle “misure per gli impianti sportivi” ha risolto anche il problema rimasto aperto: il denaro che avrebbero dovuto risarcire, le spese legali, gli oneri collegati alle condanne.
Somme che avrebbero dovuto pagare i colpevoli. E che invece pagheranno in gran parte tutti i cittadini italiani. Insomma, sembra tutto sistemato. Giusto in vista del decennale che fra pochi mesi ricorderà i drammatici giorni di Genova. E – non dimentichiamolo – la morte di un giovane: Carlo Giuliani.

Luciano Scalettari da Famiglia Cristiana

Sulmona: detenuto di 64 anni si suicida impiccandosi nel “Reparto internati”

Da inizio anno è il terzo suicidio in carcere, mentre altri 4 detenuti sono morti per “cause naturali”

Un nuovo suicidio nel cosiddetto “Reparto internati” del carcere di Sulmona. Formalmente si tratta di una “Casa di Lavoro”, pensata per agevolare il recupero di quei condannati che, pur avendo terminato di scontare la pena, non vengono rimessi in libertà in quanto ritenuti “socialmente pericolosi”. In realtà è un luogo di disperazione, dove gli “internati” restano rinchiusi per mesi ed anni senza processo e senza “fine pena” certo.
Sono 200 le persone che popolano questo Reparto, sovraffollato oltre ogni limite. Lo scorso anno tre internati si sono uccisi: Antonio Tammaro, di 28 anni, il 7 gennaio; Romano Iaria, di 54 anni, il 3 aprile; Raffaele Panariello, di 31 anni, il 24 agosto. Un quarto, Domenico Cardarelli, di 39 anni, è morto per cause “naturali” l’8 aprile 2010. In altre 14 situazioni (solo lo scorso anno) i detenuti hanno provato a uccidersi, ma sono stati salvati grazie al provvidenziale intervento degli agenti di polizia penitenziaria.
La Casa di Lavoro di Sulmona avrebbe una capienza di 75 posti: invece in celle di nove metri quadrati, concepite per un massimo di due persone, oggi sono in 4-5, con brande a castello e nessuno spazio per muoversi.
È l’unica struttura del genere considerata di “massima sicurezza”, rimasta in funzione insieme a quella di Saliceta San Giuliano di Modena. Gli altri due istituti, a Castelfranco Emilia e Favignana, hanno smesso di svolgere la loro funzione di “recupero sociale”. Così in due anni Sulmona ha visto quadruplicare il numero degli ospiti internati, saliti da 50 a 200.
Un carcere difficile quello di Sulmona, anche se in questi ultimi tempi il direttore Romice sta lottando duramente per migliorare le condizioni sia dei detenuti sia degli operatori che lavorano nella struttura. Nel recente passato ci sono stati anche suicidi “eccellenti”, come quelli del sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini, o della direttrice Armida Miserere.
Mauro Nardella, Vicesegretario della Uil-Pa Penitenziari Abruzzo, riconosce l’impegno straordinario della direzione, ma lamenta una insufficienza di risorse economiche e di personale (sotto organico di almeno 60 unità), che può essere risolta solo a livello politico, cominciando col modificare le norme che oggi consentono l’internamento (senza processo e, quindi, senza reati accertati) degli ex detenuti, in base a una prognosi di “pericolosità sociale”.
E sul versante politico una prima risposta arriva da Rita Bernardini, Deputato Radicale membro della Commissione Giustizia della Camera, che nel prossimo fine settimana tornerà a visitare il carcere di Sulmona, per verificarne le condizioni incontrando gli operatori penitenziari e i detenuti.

La cronaca del suicidio
Ancora un suicidio nel carcere di Sulmona. Un detenuto egiziano di 64 anni si è ucciso impiccandosi nella sua cella, nel reparto internati del penitenziario peligno. Il detenuto era affetto da tempo da una forte depressione che aveva minato il suo equilibrio psichico.
Furti, rapine ed estorsioni che l’avevano costretto trascorrere molti anni dietro le sbarre. Ad agosto aveva ottenuto la libertà dopo aver finito di scontare la sua pena. Ma la lunga detenzione gli aveva procurato forti contraccolpi a livello psichico. Uscito dal carcere, ha cercato di rifarsi una vita trasferendosi a Roma ma nella capitale si sarebbe macchiato di nuovi reati tanto che lo scorso mese di dicembre è tornato nel carcere di Sulmona, questa volta da internato.
Proprio in seguito al comportamento assunto una volta uscito dal carcere, il giudice lo ha ritenuto socialmente pericoloso, condannandolo all’ulteriore pena della Casa di Lavoro. Erano quasi le 20 di ieri quando gli altri internati hanno lanciato l’allarme richiamando l’attenzione degli agenti di polizia penitenziaria in servizio in quel momento. A nulla sono valsi i tentativi di rianimarlo, tanto che il medico del carcere intervenuto anche lui in soccorso dell’egiziano, non ha potuto far altro che constatarne il decesso.
Sul posto sono accorsi anche gli agenti della scientifica del commissariato di via Sallustio per effettuare i rilievi del caso. Sembrerebbe che il detenuto sia impiccato alla grata della cella utilizzando un pezzo di lenzuola.
Sull’episodio sono state avviate due inchieste: la prima interna ordinata dal direttore del carcere Sergio Romice e l’altra avviata dal procuratore Federico De Siervo, il quale ha già fissato per oggi l’autopsia per accertare in maniera definitiva le cause che hanno portato alla morte del detenuto egiziano.

fonte: Ristretti Orizzonti

Razzismo di strada e attivismo istituzionale

C'è una questione sociale in Italia tremendamente irrisolta. L'insicurezza sociale si respira ovunque. Ogni giorno tutto s'intreccia nella retorica emergenziale e la precarietà percepita si lega a quella effettiva. E' una simbiosi dirompente sul piano simbolico rilanciata dalla complicità dei media. In queste poche righe riassumo la discussione del gruppo di lavoro sulla penalità liberista organizzato dall'Osservatorio sulla repressione che si è tenuto sabato15 gennaio a Roma al seminario della R@P, sapendo che questa discussione apre a sinistra un tema enorme sulla tanto decantata legalità.
Si sa che nel mondo politico e in quello dei media, che si assomigliano molto, le apparenze non coincidono quasi mai con la realtà.
Dall'insediamento del governo Berlusconi la persecuzione dei migranti, dei rom e dei cittadini italiani sinti è divenuta ossessiva. E' evidente una specie di sintonia, di coordinamento, tra il razzismo di strada e l'attivismo istituzionale. In questi ultimi mesi abbiamo assistito ai controlli della polizia sui bus, gli sgomberi dei nomadi, i rastrellamenti di prostitute nelle città maggiori, la schedature dei sinti, la scelta di mettere i militati per le strade, pacchetti sicurezza che attuano principi discriminatori e incostituzionali.
Il distacco della politica dal sociale diventa sempre più grande, e pensare ad elementi di permeabilità fra i due campi è sempre più difficile.
La subalternità al processo neoliberista ci consegna uno Stato che ha abdicato al proprio ruolo nel rimuovere le cause che determinano l'ineguaglianza sociale e che ha sviluppato per contrappeso un suo intervento etico, rispetto alla questione delle libertà e dei diritti civili.
Le due cose vanno insieme: allo Stato Sociale Minimo si accompagna la tendenza a uno Stato Penale Massimo, che fa dell'esclusione un dato strutturale. Non dobbiamo però commettere l'errore di pensare che questa tendenza si sviluppi meccanicamente ad opera delle classi dominanti, la maggior parte della popolazione sente il peso dell'insufficienza del sistema del welfare, e vive un quotidiano ruvido che incattivisce. Così quando il rumore di sottofondo è zuppo di demagogia e le risposte non arrivano dalla politica, il bersaglio che si definisce è il capro espiatorio più vicino al portone di casa.
Non comprendere questo pensiamo che sia un errore, altrettanto grave da chi risponde accettando la subalternità della cultura securitaria della destra che rimuove i diritti sociali. Questo per dire che la crisi che oggi investe il nostro Paese è molto più profonda perché non coinvolge solo la politica ma la società stessa, che non riesce più a metabolizzare le trasformazioni sociali che l'attraversano.
La precarietà è ovunque, ovvero è un sistema che si tiene insieme, destruttura il mercato del lavoro e i diritti del welfare. La dottrina della guerra ai poveri, ma anche ai giovani, magari graffitari, occupanti o ultras, chiude gli spazi pubblici: piazze e giardini recintati, polizie locali, private, città assediate in regime di coprifuoco notturno. Creando un nemico ubiquo, indefinibile e fungibile (marocchini, rom, albanesi, stupratori all'angolo delle strade, pedofili nei giardinetti) le vere magagne in cui affondiamo sono minimizzate e il ceto politico può continuare a fare la bella vita. E i giornali a vendere il loro allarmismo. Siamo all'abiura dei fondamenti dello Stato diritto, in nome di un'emergenza del tutto fittizia, rilanciata da media irresponsabili e al servizio di un potere politico così debole da cercare consenso assecondando le pulsioni più irrazionali che serpeggiano in una società malata e insicura.
Per questo motivo pensiamo che non occorre arretrare e lanciare una sfida politica e culturale di un nuovo garantismo sociale, partendo dalla questione della cittadinanza, dando risposte attraverso un nuovo modello di welfare che rimette la questione sociale al centro della politica e non viceversa. Una vera politica di sicurezza e legalità, non ha bisogno di leggi e provvedimenti emergenzialisti, ma un progetto e azioni conseguenti che sappiano coniugare l'uso razionale delle risorse, politiche di accoglienza e la partecipazione democratica, nel contesto di una politica rinnovata, sottraendo il voto al ricatto del bisogno e spezzando ogni legame con mafie e con il malaffare.
La crisi sociale e politica che attraversa il nostro Paese ci obbliga a spingere l'acceleratore su questo versante senza timore aggregando una massa critica a partire dallo sciopero generalizzato del 28 gennaio indetto dalla Fiom e dal sindacalismo di base.
Il momento in cui giocare la partita è già iniziato, e sta alla nostra capacità di costruzione di una nuova grammatica che tende a ricomporre un "noi" collettivo, in un nuovo spazio che rivendica un welfare moderno.

Italo di Sabato
Osservatorio sulla Repressione, R@P

Liberazione 20 gennaio 2011

Verità per Daniele. Basta morti di Stato

Daniele Franceschi, giovane operaio viareggino, moriva lo scorso 25 agosto nel carcere francese di Grasse, dove si trovava da alcuni mesi ancora in attesa di giudizio. I familiari di Daniele, e in particolare la mamma Cira, non hanno mai creduto alla versione ufficiale che parlava di morte “naturale”: la loro lotta per la verità e la giustizia, supportata da diversi solidali, sembra che cominci finalmente ad ottenere dei risultati.
Infatti è di questi giorni la notizia che diversi membri dello staff medico del carcere di Grasse saranno presto iscritti nel registro degli indagati, avendo sottovalutato, per non dire totalmente ignorato, le reali condizioni di salute di Daniele, che se adeguatamente soccorso, poteva essere salvato.
Nonostante ciò, siamo comunque coscienti che la strada per far piena luce sulla vicenda è ancora lunga: infatti rimangono ancora molti punti oscuri sulla vicenda. Che fine ha fatto il diario che Daniele teneva in cella? Perché è sparito? Si vogliono nascondere dei maltrattamenti che Daniele aveva subito e che denunciava in alcune lettere alla madre? Perché gli organi interni di Daniele non sono ancora stati riportati in Italia, così da impedire ulteriori analisi di parte? Tutti interrogativi a cui è necessario dare una risposta.
Per questo oggi scendiamo in piazza a Firenze davanti al consolato francese: il comportamento tutt’altro che limpido delle autorità francesi ci lascia sospettare che diversi aspetti della morte di Daniele non vogliano essere rivelati. Non ci stupisce inoltre il fatto che la console francese abbia negato l’incontro con i familiari che avevamo richiesto settimane fa: oltretutto adducendo fredde motivazioni burocratiche.
Ciò che abbiamo imparato in questi mesi è che solo con la lotta e la mobilitazione è possibile ottenere la verità. Quante morti in carcere archiviate come “naturali” e di cui non abbiamo mai sentito parlare, quante tra queste potevano in realtà essere evitate?
In Italia lo scorso anno sono morte nei penitenziari 173 persone. Dal 2000 i decessi dietro le sbarre sono stati 1742: una mattanza silenziosa. Questo ci parla di una vera e propria emergenza sociale creata e fomentata dalle politiche sempre più repressive e liberticide portate avanti negli ultimi anni, senza grandi differenze sostanziali da tutti i governi europei. Queste politiche e legislazioni emergenziali colpiscono soprattutto piccoli consumatori di stupefacenti e migranti non ottemperanti al decreto di espulsione; reati questi per i quali non esistono misure alternative al carcere, ma solo detenzione in istituti o in centri di detenzione, ormai autentiche discariche sociali. Al di là delle sbarre non c'è speranza alcuna di recupero e integrazione, grazie anche ai cospicui tagli operati dai governi nel campo sociale. Le morti in carcere non sono che la punta di un iceberg, la manifestazione più tragica delle terribili condizioni in cui le decine di migliaia di “dannati della democrazia” sono costretti a vivere: strutture fatiscenti, condizioni igienico-sanitarie disastrose e sovraffollamento sono all’ordine del giorno nelle carceri europee. Chiedere verità e giustizia per Daniele Franceschi significa lottare anche per tutti loro.


Gruppo di lavoro contro le morti in carcere “Daniele Franceschi” (Viareggio)-Zone del silenzio (Pisa)-Archivio Germinal (Carrara)

19 gennaio 2011

Milano: sgomberato lo spazio occupato di Scienze Politiche

Questa mattina alle 7 è stato sgomberato da una ventina di agenti della digos lo spazio occupato ieri pomeriggio all'interno della Facoltà di Scienze Politiche a Milano. Alle 12:30 assemblea nel cortile della Facoltà per discutere il da farsi. Ieri era stato occupato un locale della facoltà in via Livorno 1 (parallela di via Conservatorio) al dipartimento di storia. Per oggi era previsto un banchetto informativo nel cortile della facoltà e una paninata a prezzi popolari.
Quello che segue è il comunicato con il quale studenti e studentesse hanno fatto il loro ingresso dentro lo spazio occupato, lavoro politico che certo non si farà fermare dallo sgombero!

Rivendichiamo ciò che è nostro!

Oggi è stato occupato uno spazio a scienze politiche; invitiamo tutti a passare. L'università è il luogo dove tutti giorni veniamo a studiare o seguire lezioni; ma è anche un luogo dove viviamo buona parte della nostra giornata.
Per questo motivo è necessario riappropriarsi di uno spazio all'interno della facoltà, al fine di destinarlo a tutte quelle attività alternative alla semplice "didattica". Questo perché governi e baroni, con le loro riforme e controriforme, hanno trasformato gli atenei in luoghi dove ogni studente si deve limitare ad assorbire nozioni preconfezionate, per poi ripeterle all'esame di turno. Al contrario, noi siamo convinti che l'università debba essere prima di tutto un'esperienza di accrescimento personale e collettivo, affinché la propria coscienza critica possa maturare e crescere liberamente - confrontandosi e socializzando con gli altri studenti.
Questo spazio, inoltre, vuole porsi come luogo di riferimento per mantenere alto il livello della mobilitazione, che dovrà continuare, soprattutto dopo l'approvazione del ddl Gelmini e dopo il ricatto imposto da Marchionne ai lavoratori FIAT, ai quali esprimiamo tutta la nostra solidarietà. Le politiche di ristrutturazione delle università, infatti, sono in diretta continuità con tutte le politiche di ristrutturazione del mercato del lavoro messi in atto in questi ultimi anni. Politiche propagandate senza ritegno all'interno della nostra facoltà.
In sostanza, in questo spazio vorremmo costruire una socialità diversa da quella che ci viene imposta dai ritmi universitari, in modo che gli studenti abbiano la possibilità di interagire al di fuori delle lezioni per discutere e relazionarsi in un modo diverso.

Assemblea Studenti Scienze Politiche

fonte: InfoAut

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