18 gennaio 2011

Teramo: città a libertà "vigilata"

COLPEVOLI DI DIFENDERE UN IDEALE

L’Antifascismo a Teramo
La città di Teramo vanta una lunga tradizione antifascista. Durante la seconda guerra mondiale, moltissimi giovani Teramani decisero di sacrificare la propria vita per liberare l’Italia dal regime fascista e dagli invasori nazisti. Grazie alle loro gesta nella battaglia di Bosco Martese, alla città di Teramo nel 2005 è stata assegnata la medaglia d’oro alla Resistenza. Nel corso degli anni le istituzioni non hanno fatto altro che onorare, con delle celebrazioni non all’altezza della situazione, la memoria di questi giovani, molti dei quali nostri nonni.

CRONOLOGIA DEI FATTI.
I primi rigurgiti di fascismo a Teramo si hanno negli anni 80 con la creazione del movimento di Fiamma Tricolore. Lo stesso non ha visibilità grazie anche alla presenza a Teramo di un forte movimento legato al partito Comunista. La città di Teramo, a dire la verità, ha vissuto sempre una situazione tranquilla e di convivenza tra movimenti contrapposti tenuto conto anche delle poche iniziative che si registravano.
Durante i primi anni del 2000 accade che alcuni disadattati, fuoriusciti da Rifondazione Comunista, inizino a predicare idee nazifasciste. Non vengono visti con preoccupazione, suscitano anzi una certa “tenerezza”. Gli stessi iniziano a frequentare ambienti dell’estrema destra non territoriale. Minacciano ragazzi più’ piccoli con coltelli e armi non convenzionali, le armi degli infami, le armi di chi è insicuro.
Vengono così ricondotti sulla retta via da alcuni ragazzi non schierati politicamente con delle “buone maniere”. Grazie a questo intervento gli stessi vivono nell’ombra fino a quando iniziano a rivedersi in giro nei meandri di Teramo.
La prima data da ricordare è quella del 25 aprile 2008 quando uno di questi soggetti, indossando una fascia nera al braccio in segno di lutto, pone, nel corso delle celebrazioni di rito, una bandiera della repubblica di Salò su una corona commemorativa. Di seguito iniziano a farsi vedere con dei banchetti sotto i portici e iniziano ad espandersi nelle scuole, aderendo al movimento denominato Casapound. Crescono nei numeri grazie all’avvicinamento di molti ragazzini a cui fanno il lavaggio del cervello raccontando favole sulla loro forza e garantendo loro protezione e, il 4 ottobre, organizzano, con il benestare della questura di Teramo, un incontro, “aperitivo giallo-nero”, al bar Civico 21 al quale partecipano per lo più individui venuti da fuori. Nel corso della serata ricevono la visita di un gruppo di non più’ di 10 ragazzi teramani desiderosi di fare sapere che la loro presenza in città non è gradita e l’obiettivo viene raggiunto. Loro rispondono assaltando, in 30 circa, ed armati, un centralissimo bar di Teramo, abituale ritrovo di molti giovani che con la politica nulla hanno a che fare, distruggendo una vetrina e prendendosela con persone che con i fatti precedentemente accaduti non c’entravano niente. La pagliacciata, comunque, la pagano cara: infatti in 14 si fanno fermare e vengono arrestati per danneggiamento. Dei 14 solo 4 sono della provincia di Teramo. Purtroppo viene arrestato per resistenza a p.u. anche un ragazzo di Teramo. Il lunedì successivo si svolge l’udienza di convalida e, mentre le carogne fasciste vengono liberate, il ragazzo rimane agli arresti dove resterà, nonostante diverse testimonianze lo scagionino, per 6 mesi, tra galera e domiciliari.
Nasce da lì un grande attrito tra le opposte fazioni. Si vive in città un clima di astio, anche se c’è da dire che lo scontro non ha ancora dei connotati propriamente politici o per lo meno in quella fase si sceglie, per svariati motivi, di non dargliene.
La svolta avviene nel momento in cui si viene a sapere che il 30 maggio 2009 è in programma il concerto degli Zetazeroalfa. A quel punto, un gruppo molto ristretto di ragazzi, convinti Antifascisti, decide che è arrivato il momento di dare un’ organizzazione ad un movimento altrimenti spontaneo e di creare i presupposti per togliere definitivamente qualsiasi agibilità a tali individui. Il primo obiettivo che viene posto è ottenere l’annullamento del concerto degli Zetazeroalfa. Per raggiungere tale obiettivo lo sforzo fatto da coloro che si mettono in prima linea è immenso: nel giro di un paio di settimana vengono organizzati svariati incontri ai quali vengono invitati anche soggetti appartenenti a realtà diverse e distanti dalla nostra, si stampano e si attacchinano volantini praticamente ogni giorno: l’obiettivo è far capire a tutti che gli Zetazeroalfa a Teramo non suoneranno, in un modo o nell’altro. Il 23 maggio viene organizzata una manifestazione per le via del centro per ribadire il concetto. Alla testa del corteo c’è lo striscione “ Teramo Antifascista”. L’iniziativa è abbastanza partecipata e numerosi sono i giovani che si avvicinano alla causa dell’antifascismo. La settimana successiva, a pochi giorni dalla data fissata per il concerto, e con il movimento in fermento che aveva ormai la certezza di dover sopperire alla mancanza delle Istituzioni nella difesa di un ideale sancito nella nostra Costituzione, arriva la notizia che gli Zetazeroalfa non verranno a Teramo: l’obiettivo è raggiunto!
Tutta la vicenda del concerto rafforza e fa crescere molto il movimento: in pratica si passa da una situazione in cui si è rischiato seriamente di assistere ad una sorta di raduno interregionale di Casapound ad una nella quale ai fasci non viene più concesso alcuno spazio.
Nei mesi successivi si susseguono gli “incontri ravvicinati” e ogni volta capiti l’occasione i fasci vengono trattati come è giusto fare. In pratica escono solo in gruppo e frequentano zone e bar fuori dal centro, sono isolati e ghettizzati.
Si arriva così al 23 dicembre 2009, la data che nessuno di noi scorderà e che, se da un lato evoca tanti brutti ricordi, dall’altro rappresenta un punto di svolta per il movimento antifascista teramano.
Quella sera tre nostri amici, di cui due vicini al movimento, non tanto negli ideali quanto nella “sostanza”, vengono aggrediti e accoltellati da un gruppo di una decina di fascisti mentre, con le rispettive fidanzate, stanno entrando in un noto locale della periferia teramana.
Il vile e infame gesto suscita indignazione e rabbia quasi unanime in tutta la città. Quasi unanime perché se da un lato la cittadinanza reagisce e lo fa attivamente, ognuno per la sua parte, le Istituzioni, le fdo e la magistratura restano impassibili. Non una dichiarazione da parte del governo della città su un fatto così grave e che mai prima di allora era accaduto, non una presa di posizione netta di condanna verso individui che inneggiano al nazifascismo e che vanno in giro con una lama in tasca.
Ma il vero scandalo è che i tutori dell’ordine pubblico non intervengano: la polizia giudiziaria non ritiene necessario l’arresto in flagranza di reato e il p.m. Davide Rosati, amico di famiglia di alcuni fascisti nonché padre di un ragazzino che non perde occasione per pubblicare sul suo profilo di face book foto che lo ritraino con pistole e croci uncinate, non firma nessun provvedimento restrittivo nonostante un ragazzo abbia rischiato di perdere un polmone, e sia stato costretto a trascorrere il Natale in ospedale, ed un altro si ritrovi il volto marchiato a vita! E siccome oltre a danno c’è sempre anche la beffa, a distanza di qualche tempo lo stesso p.m. Davide Rosati decide di denunciare tutti, aggrediti ed aggressori, contestandogli il reato di rissa. In pratica il tentativo di omicidio ( perche di ciò si tratta se mi accoltelli ad un polmone) viene derubricato a semplice rissa e di quest’ultimo reato viene accusato anche chi ha subito questa aggressione così infame e vigliacca.
Di fronte a questo atto infame commesso tanto dai fascisti e tanto da chi li protegge e spalleggia viene organizzata a Teramo una manifestazione Antifascista per dare un segnale forte. La manifestazione del 9 gennaio 2010 è un successo data la numerosa partecipazione di ragazzi di Teramo e non solo. Si gettano le basi per la costruzione di un gruppo maggiormente strutturato ed organizzato, che prende il nome di “Azione Antifascista Teramo”, e tutti i partecipanti si ripromettano di vigilare sulle vie della nostra città per evitare il ripetere di tali episodi e togliere qualsiasi spazio ai fascisti.
Da quel giorno in città esiste un vero e proprio movimento Antifascista coordinato e supportato da decine di ragazzi. Gli stessi si incontrano a cadenza settimanale per organizzare di volta in volta incontri, dibattiti, feste e manifestazioni. Riescono di fatto a presidiare continuamente le vie di Teramo. Nel frattempo gli infami fascisti sono rilegati in un Bar, il Borromei, dal quale, di fatto, non possono uscire e allontanarsi.
La rabbia dei ragazzi di Teramo è sempre maggiore e, di fatto, accade che spesso e volentieri alcuni si affaccino dalle parti del loro Bar per ricordargli che ciò che è accaduto non verrà dimenticato.
Nei mesi successivi i neofascisti di forza nuova, che intanto avevano espresso solidarietà agli accoltellatori del 23 dicembre 2009, cercano di ritagliarsi uno spazio nella nostra città dialogando con “Teramo non allineata”, lo pseudo-gruppo creato dai fasci teramani. Il primo tentativo di affacciarsi dalle nostre parti, visto che i forzanuovisti sono tutti di fuori, viene evitato e il volantinaggio in programma, che tra l’altro non era stato neanche pubblicizzato per la loro codardia, viene annullato grazie alla mobilitazione del movimento antifascista e di tanti semplici cittadini che fanno intendere chiaramente di non volere certi soggetti nella loro città.
È a questo punto che in soccorso dei fasci arrivano i loro degni compari della questura di Teramo che autorizzano un volantinaggio da svolgere in una triste domenica teramana. Ancora una volta decisivo risulta essere l’intervento degli antifascisti teramani che, occupando la piazza in un primo momento concessa ai fascisti, relegano questi ultimi fuori le mura del centro di Teramo in una zona che la domenica pomeriggio è, desolatamente, deserta. Il 7 febbraio 2010 Teramo è blindata e gli antifascisti che vogliono cacciare i fasci, che nel frattempo si danno volantini tra di loro, vengono respinti dalla celere “sapientemente” guidata dal capo di gabinetto della questura, Mimmo De Carolis.
L’autorizzazione rilasciata per quel volantinaggio viene ritenuta una vera e propria provocazione e lo sdegno dei Teramani è palpabile.
Successivamente accade che, durante una festa privata, organizzata da alcuni giovani, un simpatizzante del movimento Antifascista venga minacciato da uno degli stessi infami del 23 dicembre con un coltello. Saputa la notizia la rabbia cresce ancora di più perché si constata come chi la sera del 23 dicembre non ha esitato a sferrare dei fendenti a dei nostri compagni giri ancora indisturbato con una lama in tasca.
Alcuni di noi, resisi conto dell’assoluta impunità concessa dalle autorità agli infami fascisti, perdono la testa e la sera di venerdì 28 maggio 2010 cercano la vendetta nel loro bar. I fascisti si rinchiudono all’interno dello stesso e, di fatto, non accade quasi nulla, se non un reciproco lancio di oggetti. I danni si limitano ad una vetrina del bar ammaccata e alla contusione ad un dito della mano per la madre del proprietario del bar, giudicata guaribile in 7 giorni. La polizia, in questa circostanza, adotta una metro di giudizio completamente diverso rispetto a quello riservato alle carogne ed arresta due ragazzi fermati a centinaia di metri dal luogo ove si erano svolti i fatti. I due vengono portati in questura ed a loro il pm Rosati contesta i reati di devastazione, minacce ed, in un solo caso, quello di lesioni. Nel corso dell’udienza di convalida, il lunedì successivo, per i due il giudice stabilisce la custodia cautelare agli arresti domiciliari. Morale della favola? Se accoltelli una persona ad un organo vitale puoi continuare ad andare in giro tranquillamente senza dover cambiare il tuo “stile” di vita, se invece ammacchi la vetrina di un bar, cosa tra l’altro tutta da dimostrare, ti viene contestato il reato di devastazione, roba da g8 di Genova, e ti fai più di 3 mesi tra arresti ed obbligo di dimora. Come dire che una vetrina vale più di un polmone, o della vita stessa, di un ragazzo.
Tutto questo accade perché gli antifascisti si rendono conto che si devono fare giustizia da loro.
Dove non arriva la giustizia arriva il popolo… questo pensiero è più forte che mai!
Mente i ragazzi scontano gli arresti domiciliari grande è la solidarietà dimostrata da tutti. Vengono fatte collette, raccolte di libri e film per rendere meno dura la permanenza ai domiciliari. E proprio a seguito di alcuni incontri organizzati per raccogliere soldi e materiale da far arrivare ai ragazzi agli arresti, personale della questura di Teramo si reca nei bar dove tali incontri si erano svolti intimando ai proprietari di impedirne il ripetersi e minacciando conseguenze per le loro attività nel caso in cui non si fossero adeguati alle loro direttive.
Nel frattempo Forza Nuova, che non perde occasione per cercare, con ogni pretesto, di tornare nella nostra città, ottiene nuovamente, ed ancora una volta inspiegabilmente, l’autorizzazione ad organizzare un presidio in Piazza Dante, nelle vicinanze del già citato bar Borromei, ritrovo, e ghetto, delle carogne. Il movimento antifascista si mette immediatamente in moto e per esprimere tutto il dissenso e il disprezzo per tale decisione si decide di effettuare una sorta di comizio nella centralissima Piazza Martiri. E così, il 18 giugno 2010, i sinceri antifascisti, scesi in piazza per difendere un ideale sancito dalla nostra Carta Costituzionale e per protestare contro lo spazio concesso, in una città Medaglia d’Oro alla Resistenza, a personaggi quali lo stragista e leader di fn Roberto Fiore, vengono manganellati sotto gli occhi di tanti cittadini che avevano precedentemente applaudito i discorsi pronunciati al megafono. In seguito a tali fatti diversi appartenenti e simpatizzanti del movimento vengono denunciati per aver sopperito alla mancanza delle istituzioni.
Arriva l’estate e le carogne fasciste si spostano lungo la costa e anche lì si rendono protagonisti di episodi di minacce a ragazzi ritenuti vicini a chi ha tolto loro ogni visibilità nell’entroterra.
Una sera accade l’inevitabile: i fasci vengono attaccati da alcuni ragazzi dalle “buona maniere”. Ma la cosa non ha riscontri nell’immediato.
I ragazzi arrestati per la presunta devastazione al bar borromei, intanto, non ricevono il permesso per recarsi a lavoro e ad ogni istanza presentata dai loro legali il pm Rosati dà parere contrario. Solo dopo 50 giorni di arresti, ai giovani, peraltro entrambi incensurati, viene concessa la possibilità di andare a lavorare ma le restrizioni, pretese da Rosati ed inflitte dal giudice, sono pesantissime: obbligo di dimora nel comune ove lavorano(Tortoreto ed Alba Adriatica) e possibilità di uscire solo dalle 7 alle 20.
In questo lasso di tempo che và dalle manganellate agli antifascisti alla concessione degli arresti domiciliari, 10 ragazzi del nostro movimento vengono raggiunti da avviso orale. Addirittura anche chi era incensurato.
A distanza di 3 mesi dalla fantomatica devastazione del 28 maggio un terzo ragazzo viene arrestato e messo ai domiciliari mentre un quarto viene denunciato a piede libero. L’ arresto non ha basi su cui poggiarsi ed infatti il ragazzo solo dopo 5 giorni torna in libertà con l’obbligo di rientrare a casa entro le 21. Purtroppo però il suo calvario non finisce qui: infatti, a seguito di un incontro ravvicinato con uno degli infami del 23 dicembre, viene nuovamente messo ai domiciliari e nel momento in cui scriviamo si trova ancora a dover far ritorno a casa entro le 21.
Intanto l’estate finisce e la pressione della polizia sugli antifascisti è sempre più forte ed infatti per alcune scritte comparse in giro per Teramo vengono denunciati 2 ragazzi che quella sera erano a casa come da testimonianza.
Dopo tre mesi dalla già citata scazzottata al mare, al seguito della quale non c’erano stati refertati e fermi, un ragazzo del nostro movimento viene arrestato per rissa e due denunciati a piede libero. Dopo 3 mesi dal fatto arrestati per una semplice scazzottata e senza che gli organi inquirenti avessero in mano alcuna prova schiacciante se non una testimonianza piuttosto confusa e frammentaria!

E veniamo ai fatti più recenti.
Una notte di inizio settembre si incrociano per Teramo alcuni ragazzi vicini al nostro movimento e le carogne fasciste. I nostri verranno aggrediti con bottigliate e altro. Dopo un mese il pubblico ministero Rosati dispone l’arresto di 4 nostri compagni che resteranno ai domiciliari per ben 3 mesi e ai quali lo stesso pm negherà, in più di un occasione, la possibilità di andare a lavorare e frequentare l’università.
Il 27 novembre, in barba a quanto accaduto e vissuto precedentemente, il prefetto Soldà e il questore Di Ruocco, già tristemente famosa per le cariche agli operai di Melfi, concedono alle merde di Forza Nuova l’ennesimo permesso a volantinare nelle vie di Teramo. E’ l’ennesimo affronto da parte delle autorità cittadine. Nel corso della giornata una decina di sfigati di FN, come sempre arrivati da fuori provincia, vengono protetti in tutti i modi da un dispiegamento di forze dell’ordine a dir poco imponente, circa 80 unità, nonostante nel frattempo una cinquantina di antifascisti cerchi in tutti i modi di cacciarli. Si registrano anche alcune cariche di alleggerimento della polizia. Nei giorni seguenti si viene a sapere dagli organi di stampa che 20 ragazzi verranno denunciati per manifestazione non autorizzata, resistenza a pubblico ufficiale e, udite udite,tentata rissa e grida sediziose: siamo davvero alle comiche e se non si parlasse di cose e fatti realmente accaduti ci sarebbero gli elementi per ridere per un’intera settimana.
Si avvicina così l’anniversario del 23 dicembre e si decide di organizzare per il 18 un concentramento in piazza Orsini per ricordare quella data e discutere di antifascismo e lotta alla repressione in generale. Il prefetto Soldà, insieme al questore, ci vieta la piazza e la comunicazione ci viene notificata a soli 4 giorni dall’iniziativa . Ci viene comunque assicurata la concessione per sabato 8 gennaio, ma è storia di questi giorni l’emissione di un’ordinanza che istituisce in città una vera e propria zona rossa che non sarà più concessa per manifestazioni di “dissenso e protesta”, è il funerale della democrazia!
Allo stato attuale abbiamo 8 ragazzi che tutte le mattine si recano in questura a firmare, 2 che hanno l’obbligo di rientrare a casa entro le 21, tra l’altro ad uno di essi è stata notificata la richiesta di sorveglianza speciale per 5 anni che si discuterà a marzo 2011, e una quindicina di ragazzi, tra cui molti incensurati, a cui è stato notificato l’avviso orale. Una ragazza, è giusto ricordarlo, è stata prelevata da casa sua e messa sotto continuo ricatto dalla Digos per dire ciò che le loro orecchie volessero sentire.
Tutto questo viene fatto pagare a chi si oppone alla presenza di nazifascisti in città e a chi, di fatto, nel corso dell’ultimo anno e mezzo in particolare, ha sopperito all’assenza e all’immobilismo delle istituzioni nella difesa di un ideale così nobile , quale è l’antifascismo, sancito nella Costituzione. Con i loro comportamenti il P.M. Davide Rosati, il questore Di Ruocco e le forze dell’ordine in generale hanno dimostrato chiaramente da che parte stanno. Il loro obiettivo è reprimere il movimento antifascista teramano e, in tal modo, continuare a dare agibilità a chi dovrebbe essere di per sé fuorilegge per le idee che professa e per gli ideali che rivendica. Evidentemente però ad un sistema malato come il nostro è più utile chi fomenta odio, disprezza il diverso e va in giro con una lama in tasca ma, in fin dei conti, a questo sistema si adegua e di esso è il cane da guardia, piuttosto che chi tale sistema rifiuta e combatte.
Aggiornamenti ultimi a martedì 4 gennaio sono i seguenti: la piazza per organizzare il concentramento previsto non ci è concessa, abbiamo provocatoriamente chiesto piazza dante, luogo di ritrovo delle carogne fasciste. La notte tra il 26 e 27 dicembre codardi hanno cercato di dare fuoco, in maniera goffa, alla sede di Rifondazione Comunista.

Non ci piegheremo e non ci faremo intimidire da nessuno!

Sulla morte di Carmelo Castro il Garante dei detenuti chiederà un'indagine ministeriale

Sospetti sulla morte di Carmelo Castro: il giovane detenuto non poteva impiccarsi a un letto più basso di lui. Il mistero sulla morte in carcere del 19enne Carmelo Castro si infittisce sempre più. E ogni particolare nuovo che si aggiunge alla già grave e lunga lista di perplessità finora mai chiarite, non fa altro che alimentare la rabbia dei familiari e il bisogno di Giustizia avvertito dalla società civile e da una serie di associazioni che lottano per i diritti umani.
Più si scava insomma, più fango viene fuori. Giusto per sgombrare il campo da ogni equivoco e per dar forza alla recente denuncia espressa dall'Associazione Antigone, sabato mattina Il garante per i diritti dei detenuti siciliani, senatore Salvo Fleres, e il presidente della sezione catanese dell'Associazione nazionale forense, avvocato Vito Pirrone, hanno fatto una visita mirata al carcere di Piazza Lanza, proprio per verificare l'altezza del letto a castello all'apice del quale - è scritto sugli atti giudiziari - alle 12,20 del 28 marzo 2009, il giovane incensurato fu trovato "all'impiedi, penzoloni, impiccato al letto a castello con un lenzuolo stretto al collo".
Anche Fleres e Pirrone hanno potuto constatare coi loro stessi occhi che i letti a castello non sono più alti di un metro e 70 centimetri, mentre il ragazzo morto era alto circa un metro e 75. "Insomma - hanno commentato entrambi - qualcuno ci dovrà spiegare come abbia fatto il ragazzo a impiccarsi a un letto più basso di lui e soprattutto come ciò possa essere successo pur trovandosi il giovane in regime di altissima sorveglianza".
Questa ed altre contraddizioni sono riscontrabili in un'indagine della magistratura "mai approfondita", ecco perché Pirrone e le associazioni "Antigone" e "A buon diritto", hanno chiesto la riapertura delle indagini che sono state archiviate nell'agosto scorso. Dal canto suo il senatore Fleres, dopo aver presentato al ministro della Giustizia ben due interpellanze parlamentari sul caso Castro (alle quali, però, Alfano non ha mai dato risposta), si sta preparando a presentare la terza, proprio alla luce dell'ultimo inquietante particolare dell'altezza dei letti a castello del reparto in cui Carmelo è morto. Insomma si mette seriamente in dubbio che il giovane quella mattina fosse animato da volontà suicida: "Qualcosa di strano è successo, - commenta Fleres - non me la sento di dire "cosa", ma la magistratura avrebbe in mano tutti gli strumenti per chiarirlo e credo che abbia il dovere di farlo. I detenuti non sono cittadini di serie B e la legge vale anche per loro".
"Non si capisce perché non ci abbiano dato i filmati dei corridoi, - ha aggiunto l'avvocato Pirrone, legale di fiducia della famiglia Castro - né ci abbiano detto chi quella mattina portò il cibo al ragazzo; qualcuno forse gli ha mandato un messaggio intimidatorio? E se non c'era niente da nascondere, perché non hanno fatto chiarezza?".
Insomma gli elementi per riaprire il caso ci sono tutti (a partire dal presunto pestaggio subito nella caserma dei carabinieri il giorno dell'arresto, per finire nelle paure che il ragazzo aveva espresso verso possibili ritorsioni che sarebbero potute ricadere su di lui dopo che aveva fatto i nomi dei delinquenti che lo coinvolsero in una rapina) e anche il Garante è deciso di andare fino in fondo, annunciando che chiederà pure un'ispezione ministeriale al Palazzo di Giustizia per esaminare il caso. Senza usare mezzi termini si mette in dubbio il suicidio stesso o quanto meno - se è vero che fu suicidio - si teme che il giovane possa essere stato indotto, se non obbligato, a togliersi la vita. Una storia di una gravità estrema che non può restare così, in sospeso, in una Paese che si dice civile.
Nel corso dell'ispezione in carcere, però, non si è mancato di osservare come ancora i detenuti di piazza Lanza vengano tenuti come bestie ("L'inferno è peggio", ha commentato l'avvocato Pirrone), ma la cosa più vergognosa è la scarsa assistenza sanitaria prestata ai carcerati sofferenti.
"È uno scandalo - ha denunciato ancora una volta il senatore Fleres - che a quasi tre anni dall'emanazione del relativo decreto, la Sicilia resti l'unica regione italiana inadempiente e che non ha applicato l'assistenza della sanità pubblica alla popolazione carceraria". Tutto ciò significa che i malati in cella languiscono, il più delle volte senza assistenza sanitaria o con assistenza inadeguata.

fonte: La Sicilia

Il carcere uccide

Il 5 gennaio 2011 muore nel carcere delle Sughere di Livorno Yuri Attinà, 28 anni, detenuto per furto, l'ultimo di una lunghissima lista di decessi per “cause naturali”.
Le versioni ufficiali che come sempre si rincorrono in questi casi, parlano prima d'infarto, poi di caduta dal letto e infine di morte per asfissia autoindotta con una bomboletta di gas per cucina.
Per noi la causa principale è l'istituzione carcere, lo Stato e le sue politiche repressive e securitarie che riempono le galere di proletari e sottoproletari; questa appare sempre di più una vera e propria guerra di classe, dove i “detenuti sociali” vengono ammassati in questa gigantesca discarica.
Quella stessa guerra che il 25 Agosto dello scorso anno si è presa la vita di Daniele Franceschi, detenuto nel carcere di Grasse per aver utilizzato una carta di credito clonata, deceduto per le solite “cause naturali”.
Carceri, C.I.E, istituzioni psichiatriche, caserme e, più in generale, la militarizzazione della società, sono sempre di più gli strumenti con i quali la “fortezza Europa” affronta la crisi economica, ecologica ed etica. Una vera e propria crisi di sistema che si manifesta anche attraverso le svariate politiche di negazione dei diritti e delle libertà e delle tutele individuali e collettive.
Con la costituzione dell'Unione Europea, si sono inasprite le normative in materia di sicurezza, controllo e circolazione dei cittadini. La crisi economica che trova il suo culmine ai giorni nostri, ha dato vita ad un nuovo ordine mondiale, ad uso e consumo delle grandi multinazionali, che prevede una situazione continua di guerra interna ed esterna. Parallelamente alle politiche securitarie, all'ombra delle tante missioni militari, fiorisce un regime di terrore e di criminalità al servizio dei paesi occupanti.
L'inasprirsi delle condizioni di vita di una sempre più vasta fascia della popolazione e le consistenti ondate migratorie hanno aperto tutta una serie di contraddizioni e conseguenti rivendicazioni che i padroni non possono e non vogliono tollerare. Per questo vengono represse le lotte per il lavoro, per la casa, per la salute ecc.
La cosiddetta “guerra al terrorismo” e le varie guerre “umanitarie” sono in realtà delle sfacciate guerre imperialiste; sul fronte interno si utilizza ad arte la politica della paura per produrre un clima di sospetto e di insicurezza, clima che, anche grazie al supporto dei mass media, ha creato i presupposti per l'emanazione di leggi e decreti che restringono ulteriormente le libertà criminalizzando ogni marginalità.
Il carcere, i C.I.E., l'istituzione psichiatrica oltre al loro ruolo repressivo e di violento “ammortizzatore sociale”, sono soprattutto, per i soliti noti, un business. La prossima frontiera da superare, e si sta già lavorando in questo senso, è quella della privatizzazione del sistema repressivo. Anche lo sterile tam-tam mediatico sull'emergenza carceri va in questa direzione. Nei disegni, nelle proposte e nei “sussurri” di legge, che affrontano il sistema carcere, c'è un unico obiettivo che vorrebbe portare alla creazione di una specie di “amministrazione carceraria s.p.a.” e si attende solo che le varie lobbies interessate si mettano d'accordo trovando il Bertolaso di turno.
Che ci vogliano uno o dieci anni non importa: il sistema ha molta pazienza e il tempo dalla sua parte: nonostante le condizioni nelle carceri italiane siano ormai prossime al collasso e vicine ad una vera e propria esplosione.
Nel carcere, così come sul lavoro, si muore per il profitto e per le politiche speculative e di controllo sociale dei governi. Gli psicofarmaci soprattutto ansiolitici che rappresentano l'80 per cento dei medicinali prescritti nelle patrie galere, alimentando un cospicuo giro d'affari, rispondono alla necessità di sedare ogni conflittualità o rivendicazione di diritti.
Quasi la totalità di coloro che muoiono nelle strutture restrittive per le cosiddette cause naturali in realtà muoiono per la negligenza, l'incuria dovuta alla sovrappopolazione carceraria, e a volte il sadismo di quanti vi lavorano, in ogni caso a prevalere è la violenza e l'insensibilità delle istituzioni.
Il rispetto della salute della persona detenuta è spesso calpestato, determinando il letale peggioramento di patologie altrimenti curabili. Oltre all'HIV, massicciamente presente nelle carceri italiane, oggi ricompare persino la tubercolosi, per non parlare delle periodiche epidemie di salmonella, scabbia...dovute all'assenza di prevenzione, cura e rispetto per le norme igenico sanitarie.
L'anno 2010 si è chiuso con quasi 70.000 persone detenute in celle sovraffollate, con carenze igenico-sanitarie e prive di ogni tipo di assistenza. Un terzo di questi dannati della democrazia sono tra l'altro in attesa di giudizio, cioè potrebbero anche essere innocenti. Le sole leggi Bossi-Fini sull'immigrazione e la Fini-Giovanardi sulle droghe ci “forniscono” circa il cinquanta per cento delle 100.000 persone che ogni anno passano, anche solo per pochi giorni, dalle carceri nostrane.
Immigrati, tossicodipendenti, disagiati sociali ed economici che ricevono come unica risposta alla contraddizione che portano in essere, la carcerazione, l'abbandono nella cosiddetta discarica sociale che sono oggi i reparti psichiatrici i C.I.E e le galere.
Se si divide la popolazione carceraria per classi si aprono scenari inquietanti: circa il settanta per cento dei detenuti appartiene a quello che un tempo si chiamava sottoproletariato ( marginali, precari, disoccupati, migranti) il quindici per cento alla classe lavoratrice, il tredici per cento alla piccola e media borghesia e solo il due per cento circa può essere assimilato alla classe borghese dominante. Anche perché per i ricchi, che possono permettersi collegi di avvocati, è oltremodo semplice arrivare alla prescrizione; per tutti gli altri l'inferno carcerario.
A poco o nulla servono, con buona pace dei giustizialisti alla Travaglio, i vari decreti demagogici “svuota carceri” che la propaganda securitaria bipartizan ci propina come risolutori, gli istituti penali rimangono una realtà altamente esplosiva e la possibilità delle misure alternative alla detenzione è esclusa alla maggioranza dei detenuti.
Il nostro intento è quello di mantenere viva la questione carceraria e repressiva più in generale, per cercare il più possibile di ampliare un dibattito largo e trasversale alle varie realtà politiche e di movimento e suscitare indignazione e lotta. Il nostro contributo va al miglioramento delle condizioni di detenzione, all'abrogazione delle leggi vergogna che hanno riempito le galere italiane e che costituiscono un vero e proprio crimine perpetrato dalla nostra classe politica. Lavorando al contempo al superamento del sistema carcerario stesso e della società che lo genera.

A S S E M B L E A SABATO 22 ore 18 via dei CONCIATORI FIRENZE promossa da:

Zone del silenzio (Pisa), Coordinamento Anticapitalista Versiliese-CAV, Archivio Germinal - Carrara, Comitato verità per Yuri - Livorno.

14 gennaio 2011

Morire di carcere: Un altro detenuto si è ucciso nel carcere di Perugia. E sono 6 dall'inizio dell'anno

Michele Massaro, 23 anni, si è suicidato mercoledì pomeriggio inalando il gas di una bomboletta da camping. Era detenuto nel carcere “Capanne” di Perugia dallo scorso mese di ottobre, quando i Carabinieri lo prelevarono dalla Comunità Terapeutica nella quale era ricoverato.
I suoi trascorsi da tossicodipendente ed i reati “contro il patrimonio”, che spesso contrassegnano l’esistenza di chi deve procurarsi i soldi per la “dose”, gli avevano fatto accumulare una pena che considerava sproporzionata: 8 anni, troppi per avere una misura alternativa, ma per lui troppi anche da trascorrere in una cella, evidentemente.
Forse le sue ultime, uniche soddisfazioni - prima che venisse trovato da un agente penitenziario con un sacchetto di plastica calato sopra la faccia - sono state un trancio di pizza con la cipolla e un pezzo di pane con la Nutella, offerte dal compagno napoletano con il quale divideva la cella numero “1” del terzo piano del Reparto circondariale.
Poi la decisione: Massaro ha approfittato del cosiddetto momento di “socialità” in cui l’altro detenuto è uscito, forse uno dei pochi in cui la vittima è stata lasciata completamente sola nelle ultime settimane, per togliersi la vita.
In seguito al fax inviato dal suo legale alla direzione del carcere di Capanne - comunicazione avvenuta dopo l’incontro coi familiari sconvolti, ai quali era stato confidato l’intento suicida da Michele - il giovane era seguito dal personale con un’attenzione maggiore. Lui, che si era sempre mostrato passivo e quasi per niente coinvolto nelle attività ricreative dell’istituto penitenziario, è stato portato via - dopo che il medico legale Sergio Pantuso Scalise ne ha constatato il decesso - nel silenzio rispettoso dei detenuti del braccio maschile.
Da inizio anno, in soli 12 giorni, salgono così a 6 i detenuti “morti di carcere”: il più “anziano” aveva 35 anni, Michele era il più giovane. Due si sono suicidati, gli altri 4 sono morti per “infarto”.
Nel carcere di Perugia l’ultimo decesso risaliva all’ottobre 2007, quando Aldo Bianzino - falegname arrestato per il possesso di alcune piante di marijuana - fu trovato morto in cella in circostanze mai del tutto chiarite (la Procura ha recentemente archiviato il relativo fascicolo, che come ipotesi di reato riportava “omicidio volontario contro ignoti”).

fonte: Ristretti Orizzonti

12 gennaio 2011

Nei primi 10 giorni dell’anno sono morti 5 detenuti… avevano l’età media di 32 anni

Le carceri italiane sono affollate prevalentemente di persone giovani e, sempre più spesso, sono i giovani a morirvi: nei primi 10 giorni dell’anno 4 detenuti di età compresa tra i 28 e i 35 anni sono deceduti per cause naturali e 1 internato di 32 anni si è impiccato nell’Opg di Aversa.
Per “cause naturali”, in assenza di indagini più approfondite (in 3 casi su 4 non è stata disposta l’autopsia), si intende semplicemente che il cuore di queste persone si è fermato.
Lo scorso anno per “cause naturali” sono morti 107 detenuti, la loro età media era di 39 anni: 73 casi sono stati archiviati senza alcuna ulteriore indagine, dopo che dalle ispezioni cadaveriche non erano risultati segni di violenza sui corpi, e classificati come “decessi causati da malattia”.
Nei restanti 34 casi è stata avviata un’inchiesta giudiziaria, con ipotesi di reato di varia gravità (dalla omissione di atti d’ufficio, fino all’omicidio colposo) a carico di operatori sanitari e penitenziari, ma finora soltanto 7 procedimenti si sono conclusi e tutti con un “non luogo a procedere”.
Ma qualunque sia l’esito delle indagini ancora in corso è inconfutabile il fatto che per un detenuto la probabilità di morire per “cause naturali” sia molto più elevata che non per un coetaneo libero. Un importante riscontro in questo senso viene dall’Istat (Annuario statistico italiano 2009 - Mortalità per malattie cardiocircolatorie): nella popolazione italiana la frequenza è di 33 decessi ogni 10mila persone, ma negli “under 35” è di 0,65 su 10mila.
Se in carcere valesse la stessa probabilità statistica le morti per “infarto” e simili cause sarebbero non più di 3 - 4 ogni anno, cifre che invece si sono già raggiunte in poco più di una settimana… L’evidenza che si ricava anche dalle statistiche degli ultimi 10 anni (1.740 decessi) è che i detenuti muoiono con una frequenza 20 volte maggiore rispetto ai loro coetanei liberi, sia per suicidio, sia per “cause naturali”.
Questo accade per vari motivi: la popolazione detenuta è mediamente meno in salute di quella libera; la detenzione causa di per sé un aumento dei fattori di rischio per quanto riguarda le malattie nervose, cardiocircolatorie, infettive, respiratorie, etc.; la condizione di vita nelle celle caratterizzata da sovraffollamento, precarie condizioni igieniche, sedentarietà forzata, aggiunge ulteriori elementi patogeni, e così via.
Va anche detto che negli ultimi anni c’è stata una notevole riduzione delle risorse economiche destinate al sistema penitenziario. Complessivamente dal 2008 al 2010 i “tagli” sono stati del 30% e, visto che gli stipendi per il personale penitenziario non possono essere ridotti, i risparmi hanno riguardato la manutenzione e la pulizia dei fabbricati, ma anche il mantenimento e l’assistenza sanitaria dei detenuti.
Una denuncia in questo senso viene oggi anche dalla Uil-Pa Penitenziari e riguarda il vitto per i detenuti. “La media nazionale, in base ai vari contratti di appalto, determina che per garantire il vitto (colazione, pranzo e cena) alla popolazione detenuta occorrono 4,15 € al giorno pro-capite. Stimando una presenza di 68mila detenuti, occorrerebbero circa 106 milioni di euro. Al Dap, invece, sono stati assegnati 85,3milioni (da cui occorre detrarre circa 6milioni, necessari per gli interventi di manutenzione ed acquisto di materiali per le pulizie delle cucine). Ne consegue che, a finanziamenti inalterati, i contratti di appalto non saranno rispettati e la quota pro-capite per il vitto giornaliero (colazione, pranzo e cena) scenderebbe a 3,18 €.....”.
Su questa ultima cifra bisogna soffermarsi: 3,18 € al giorno, per garantire il vitto completo a un detenuto! Il costo di 3 tazzine di caffè in un bar… e poi siamo a chiederci come mai in carcere sia così difficile conservare la salute…


Salvatore Morelli, 35 anni viene trovato morto all’alba del primo giorno del 2011 nella sua cella nel carcere di “Borgo San Nicola”, a Lecce. A stroncargli la vita un infarto. L’uomo era cardiopatico ed obeso.

S.H., detenuto marocchino di 35 anni, muore nel pomeriggio del 3 gennaio durante la corsa in autoambulanza, dal carcere “Cavadonna” di Siracusa verso l’ospedale. Il sostituto procuratore Claudia D’Alitto decide di non disporre l’autopsia sul corpo dell’uomo, dopo che i medici dell’ospedale hanno comunicato che si trattava di una morte naturale.

Massimo B., trentaduenne originario di Roma, si suicida la mattina del 5 gennaio stringendosi un lenzuolo intorno al collo in uno dei bagni dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa: era stato trasferito ad agosto presso il “Filippo Saporito”, proveniente dall’Opg di Montelupo fiorentino, con una misura di sicurezza provvisoria.

Lo spesso giorno Yuri Attinà, livornese, 28 anni, muore nel carcere “Le Sughere” di Livorno. Sul suo corpo non sono stati riscontrati segni di violenza: a ucciderlo sarebbe un arresto cardiaco causato dalla inalazione di gas.

La sera di domenica 9 gennaio, sera intorno alle 22.30, Brahim Macher, detenuto tunisino di 32 anni, muore nella Casa di Reclusione “Felicina” di Saluzzo. Il giovane, che avrebbe compiuto 33 anni a novembre, era ristretto in regime ordinario. Un arresto cardio-circolatorio l'ha colpito senza lasciargli scampo, vani anche i tentativi di rianimazione praticati dall'equipe del 118 intervenuta all'interno della struttura carceraria.

fonte: Ristretti Orizzonti

9 gennaio 2011

Carmelo Castro è morto in carcere a 19 anni, ma il suo "suicidio" non convince

Incensurato, solare, con meno di vent'anni, da poco rientrato dalla Germania dove era andato a cercare lavoro e fortuna, Carmelo Castro viene coinvolto in una piccola storia criminale nella sua Sicilia. Il 24 marzo 2009 alle ore 14.00 i carabinieri lo portano prima nella caserma di Biancavilla, poi in quella di Paternò vicino Catania.
La sorella Agatuccia lo segue disperata. L'accusa è quella di aver preso parte, insieme ad altre due persone, a una rapina. Si sarebbe prestato a fare il palo. Agatuccia, insieme ad altre due donne, lo raggiunge a Paternò. I militari non le fanno vedere il fratello. Loro, testarde, si piazzano in una stanzetta. Lì hanno modo di sentire le urla e i pianti di Carmelo. Agatuccia ci riprova e tenta di andarlo a vedere.
Viene fermata ancora una volta da un carabiniere. Passano cinque ore, sono le 7 di sera e un carabiniere le invita ad andarsene. Loro si piazzano nel giardinetto antistante la caserma. Passa un quarto d'ora e lo vedono uscire. Dicono che hanno visto una faccia gonfia e "pestata". Agatuccia urla ai Carabinieri: "cosa gli avete fatto?"
Carmelo Castro alle 2 di notte del 25 marzo finisce in galera a Piazza Lanza. Così iniziano tre giorni di buio carcerario. Il 28 marzo a un orario imprecisato della tarda mattinata, racconta la "versione ufficiale", il ragazzo si sarebbe suicidato attaccando il lenzuolo allo spigolo della branda della sua cella. In quei giorni ai familiari viene impedito di incontrarlo, di comunicare con lui in qualsiasi modo. Lo rivedranno cadavere. Avranno la notizia della morte tre ore dopo il decesso.
Una volta incarcerato, Carmelo Castro è messo in isolamento. Non si capisce, perché non ve ne è traccia negli atti di indagine, se l'isolamento sia stato disposto dal giudice: sta di fatto che viene disposto. Nel frattempo psicologi ed educatori accertano che ha bisogno di sostegno in quanto "fortemente provato dalla detenzione".
A loro dice che "da tempo vive in una condizione di assoluta paura". Eppure viene lasciato solo in cella con lenzuola a disposizione per impiccarsi. Tenere in isolamento una persona a rischio di suicidio è gravissimo e colpevole. Il 28 marzo alle 9 e 30 un agente lo trova "tranquillo e sereno". Alle 12 e 20 l'assistente capo di turno va a farsi un giro nel reparto e lo trova "all'impiedi con il lenzuolo in dotazione attorniato al collo con un nodo".
Lo lascia lì impiccato e va a chiamare aiuto. Il medico interviene alle 12.35. Il verbale del pronto soccorso segna le 12. 30 come orario dell'arrivo del cadavere di Carmelo Castro. Orari fra loro contradditori. Dalla documentazione carceraria parrebbe che l'ultimo ad averlo visto in vita sia stato l'agente di sezione alle 9.30. Ma l'autopsia rileva che Castro aveva mangiato pochi minuti prima di morire. Alle 11 e 30 gli era stato portato il pranzo (carne con patate) dal detenuto porta vitto e lui lo aveva mangiato tutto. Qualcuno con la divisa deve avergli aperto la cella. Pochi minuti dopo, a pancia piena, si sarebbe ammazzato impiccandosi alla spalliera di un letto alto 170 centimetri. Lui che era alto 175 centimetri.
Su tutta questa storia - dal presunto pestaggio alla morte in carcere - le indagini della magistratura sono state del tutto lacunose. A luglio 2010 il caso è stato archiviato senza che i giudici abbiano mai sentito la sorella di Castro, l'ultimo agente che lo ha visto in vita, l'assistente che lo ha trovato morto (che fra l'altro dopo un anno e mezzo avrebbe a sua volta tentato il suicidio), il detenuto che gli ha portato il pranzo, psicologi, psichiatri ed educatori che hanno ascoltato e documentato le sue preoccupazioni.
Il caso è stato chiuso senza aver acquisito il registro delle visite mediche di primo ingresso, dal quale avrebbero potuto risultare eventuali segni di violenze subite, senza aver verificato il perché Castro era preoccupato e impaurito, senza aver sequestrato la cella, senza aver accertato come mai un detenuto a rischio di suicidio fosse stato lasciato solo con un lenzuolo in dotazione.
Tutto questo è successo nella terra del ministro della Giustizia Angelino Alfano. La madre e la sorella di Carmelo Castro non hanno una loro verità, ma vogliono giustizia.
Per questo va riaperta l'inchiesta. Per questo, insieme con "A Buon Diritto", abbiamo presentato un esposto alla Procura, che finora ha indagato in modo che potremmo definire burocratico. Se il caso dovesse restare chiuso ci rivolgeremo ai giudici europei. In ogni caso ci attendiamo che l'amministrazione penitenziaria avvii una sua inchiesta per capire come può accadere che un ragazzo di 19 anni senza precedenti si impicchi in isolamento nonostante avrebbe dovuto essere controllato a vista.


Patrizio Gonnella da Il Manifesto

Livorno: Tanta gente fuori dal carcere ad urlare la propria rabbia per la morte di Yuri

Questa volta Livorno ha risposto. Forse sempre la solita parte, ma oggi fuori dalle Sughere c'era veramente tanta gente. I parenti di Yuri, gli amici, il Csa Godzilla, i compagni del movimento, i collettivi politici di Pisa e Viareggio che lavorano sui temi carcerari e tante altre persone accorse per dire basta.
Ma in particolare c'erano Maria Ciuffi, la madre di Marcello Lonzi morto nel medesimo carcere nel 2003 e Cira, la madre di Daniele Franceschi, il ragazzo di Viareggio morto quest'estate nelle carceri francesi in mezzo a omissioni e insabbiamenti. Le due mamme sono subito andate ad esprimere la propria solidarietà alla sorella di Yuri.
I manifestanti hanno appeso uno striscione sull'ingresso principale del carcere con scritto "Si vive di ingiustizie, si muore di carcere. Basta omicidi di Stato". Perchè la posizione comune è una sola: a prescindere da cosa sia successo, non importa essere per forza essere morti per percosse per affermare che esiste una responsabilità penale, politica e morale da parte dell'aministrazione penitenziaria. Un giovane di 28 anni non può morire in carcere e se ciò avviene è perchè qualcuno ha delle responsabilità.
E i primi dubbi sorgono proprio dal modo misterioso con cui vengono gestite queste morti. Dopo due giorni e mezzo un alone di mistero continua ad avvolgere tutto come conferma la sorella: "Yuri è entrato alle Sughere sano, era un ragazzo forte e robusto. Abbiamo messo un perito perchè alcune cose non ci quadrano e probabilmente non quadrano nemmeno agli inquirenti". La sorella alla fine del suo intervento ha ringraziato tutte le persone venute al presidio. Prima di lei era stata la volta di Maria Ciuffi e Cira Franceschi che hanno ribadito la loro critica al sistema carcerario, la loro non fiducia nella giustizia e la loro solidarietà alla famiglia.
Poi i manifestanti si sono spostati in corteo ed hanno percorso tutto il quadrato esterno del carcere, anche nelle zone interdette, scandendo slogan contro polizia e carceri e tirando petardi all'interno del perimetro.
Sia gli amici che molti dei manifestanti hanno espresso la volontà di andare fino in fondo per scoprire i motivi di questa morte e denunciare le condizioni di inciviltà ai limiti della sopravvivenza che si vivono all'interno ddlle carceri. Nessuno vuole compiere l'errore di credere alle versioni ufficiali o di svegliarsi tardi come è successo con il caso Lonzi. Il Comitato verità per Yuri andrà dunque avanti e sosterrà sia la famiglia sia iniziative al riguardo.
Il carcere è sempre più il luogo degli ultimi, di coloro deboli fuori e dentro al carcere, di coloro che vengono distrutti e sedati con psicofarmaci e che vengono ammassati nelle celle.

Al riguardo consigliamo la lettura di questo documento redatto dal collettivo Zone del Silenzio di Pisa

Il video dell'inizio del presidio

Fonte: SenzaSoste

Genova: raid fascista alle sede del Prc

Raid vandalico nella notte presso la sede di Rifondazione comunista in via Sertoli a Molassana, dove sono stati rotti i vetri delle finestre, scardinata la porta di ingresso e lanciata all’interno una tuta imbevuta di benzina incendiata.
Il custode dello stabile ha spento il fuoco ed ha chiamato subito la polizia. Non ci sono stati feriti né intossicati. Sono in corso indagini della Digos per capire la matrice del gesto. Il pubblico ministero Emilio Gatti ha aperto un fascicolo per coordinare le indagini.
«Erano in sei tutti armati di bastone, hanno tentato di sfondare la porta e poi hanno lanciato questo panno incendiato. Per fortuna sono riuscito ad afferrarlo col bastone che uso per camminare ed a spegnerlo... altrimenti non voglio immaginare cosa sarebbe potuto accadere»: così Antonio Mazzà, segretario del circolo di Rifondazione Comunista, che al momento dell’irruzione era all’ interno della struttura. «Ero all’interno, quando ho sentito alcuni rumori strani. Ho visto sei giovani che tentavano di fare irruzione a volto coperto - racconta l’uomo -. Mi sono spaventato moltissimo. Ma credo che mi abbia salvato proprio la paura perché quando ho fatto per affrontarli, loro sono scappati». Non è chiaro se sia trattata di un’aggressione politica o di un gesto di alcuni teppisti. «Ho sentito delle urla - prosegue Mazzà - quei ragazzi gridavano che ce la volevano far pagare». Il segretario è stato ascoltato dalla Digos che sta indagando sulla vicenda. Al momento non è chiara la matrice del gesto e si sta lavorando per riuscire ad identificare i sei vandali e capire se appartengano o meno a qualche movimento politico.
C’è stato un altro raid vandalico nella zona di Molassana, nella notte, a poca distanza dal circolo del partito di Rifondazione Comunista. Nelle stesse ore alcuni ignoti hanno danneggiato a pietrate e devastato l’interno dell’ambulanza della Pubblica assistenza Molassana, che si trovava in via San Rocco di Molassana, ad un centinaio di metri da via Sertoli. Il mezzo per la rianimazione è stato gravemente danneggiato. Secondo gli investigatori della Digos, tuttavia, non ci sarebbero collegamenti con quanto avvenuto alla sede del circolo di Prc. I responsabili della pubblica assistenza hanno presentato denuncia ai carabinieri.

Fonte: Il secolo XIX

Napoli: Studenti aggrediti e minacciati con una pistola d’ordinanza in pieno centro!

Un gruppo di studenti medi appartenente al coordinamento degli Studenti Autorganizzati Campani, aveva intenzione di allestire, nel centro storico di Napoli, a P.zza S. Domenico, una mostra fotografica che raccontasse la mobilitazione di quest’anno contro la Riforma Gelmini.
Alle 17.15 di sabato 8 gennaio, mentre una ventina di studenti (di età compresa tra i 14 e i 18 anni) stavano attaccando i cartelloni, una volante e due motociclette della polizia municipale sono sopraggiunte intimando aggressivamente agli studenti di staccare subito le foto. Mentre i ragazzi domandavano le motivazioni di questo divieto, la polizia municipale ha iniziato a strappare le foto già messe: i ragazzi hanno cercato di difendere lo foto, e sono stati colpiti con calci e spintoni. Uno dei ragazzi che stava filmando la scena con il cellulare è stato aggredito, bloccato e portato via.
Ovviamente di fronte a questo evidente abuso, tutti gli altri presenti, compresi i passanti allibiti dal comportamento fascistoide e violento degli uomini in divisa, hanno iniziato a gridare chiedendo che lasciassero andare lo studente. Per tutta risposta diversi agenti della polizia municipale si sono avventati verso i ragazzi, inseguendoli fin sopra uno dei vicoli di Piazza S. Domenico. Uno di loro ha addirittura estratto la pistola di ordinanza, urlando verso i ragazzi: “se non ve ne andate vi sparo”!
Nel frattempo sono arrivate altre volanti della polizia municipale, e studenti e passanti sono stati a più riprese strattonati, spinti, colpiti dagli agenti, riportando diverse contusioni. I ragazzi che sopraggiungevano per vedere la mostra hanno improvvisato un presidio a P.zza San Domenico, fuori al bar dove era stato “sequestrato” il ragazzo che aveva filmato le violenze della polizia. Il presidio dei compagni ha ottenuto il rilascio del ragazzo, ma la tensione non si è abbassata, tanto che uno dei poliziotti, lo stesso che ha estratto l’arma, è arrivato a urlare: “una pallottola costa un euro, voi valete meno”…
Grazie alla solidarietà espressa dai cittadini e dai compagni arrivati è stato comunque possibile allestire la mostra, e partire in corteo spontaneo per le vie del centro, alla volta del comando della polizia municipale a P.zza Dante.
Siamo di fronte ad un episodio che qualifica nuovamente il comportamento delle forze del (dis)ordine nella nostra città: dopo l’arresto del ricercatore precario il 15 ottobre (processato per direttissima e completamente prosciolto, nonostante il questore annunciasse “sentenze esemplari”), le cariche a freddo agli studenti e ai lavoratori nel teatro San Carlo l’1 dicembre, l’aggressione ai danni degli attivisti ambientalisti della Critical Mass l’8 dicembre e le cariche nel Museo Nazionale agli studenti che erano lì per esprimere solidarietà agli operatori sociali, il 23 dicembre… Non una serie di episodi isolati, dunque, ma una vera e propria strategia volta a terrorizzare e a svuotare le piazze e le coscienze.

Contro il DDL Gelmini! Contro la repressione!

Il futuro non è scritto…
Video

Studenti Autorganizzati Campani


6 gennaio 2011

Ancora morti al carcere Sughere di Livorno: ucciso giovane di 28 anni

Il carcere della morte continua a mietere vittime. E' morto ieri pomeriggio Yuri Attinà, giovane livornese residente nel quartiere Shangay e molto conosciuto in città.
Motivo ufficiale del decesso è l'infarto ma gli stessi inquirenti stanno indagando con "estremo riserbo" su ciò che è accaduto all'interno del carcere delle Sughere nella giornata di ieri. Anche perchè l'infarto e la giovane età non possono che rimandare alla morte di Marcello Lonzi (anch'egli 28enne, anch'egli morto "ufficialmente per infarto) e a tutte le varie omissioni e "deviazioni" d'indagine che furono messe in atto proprio nelle prime ore della morte tanto che i familiari furono avvertiti solo dopo un giorno.
Qualunque sia il motivo della sua morte deve essere chiaro che si tratta dell'ennesimo omicidio di Stato all'interno del "Gulag Sughere" (così Il Tirreno lo scorso marzo definì il carcere dei 20 morti in 10 anni, 2 l'anno), un carcere che ha sempre goduto dell'omertà delle istituzioni locali e di una certa extraterritorialità visto che la città di Livorno ha sempre vissuto questo luogo come qualcosa di lontano.
Solo il caso Lonzi e le conseguenti iniziative in città culminate nella grande manifestazione di un anno fa contro gli omicidi di stato hanno risvegliato un'attenzione verso questa piaga cittadina. Ma oggi siamo qui a commentare un nuovo decesso, di un ragazzo di appena 28 anni ucciso nel carcere delle Sughere.
Conoscevamo Yuri, così come era ben conosciuto in città per i suoi tanti anni trascorsi allo stadio e perchè fino a pochi mesi fa era ogni sera in giro per La Venezia a frequentare i principali luoghi di ritrovo e cercare un contatto i ragazzi della sua età.
Ora la città deve pretendere la VERITA' e deve iniziare a interrogarsi se quel carcere della morte è un corpo estraneo al territorio da trattare con indifferenza oppure è una piaga da affrontare.
Infine una parola sul Garante dei Detenuti Marco Solimano. Da quando è diventato garante, non senza polemiche a nostro avviso inutili e sterili da destra e anche qualche malumore da sinistra, non lo abbiamo mai letto sulla stampa cittadina. Tuttavia il carcere della morte continua ad essere sovraffollato e le condizioni di vita sono al limite della sopportazione. Se la sua figura serve a qualcosa questo è il momento di dimostrarlo, a tutta la cittadinanza. Sennò è meglio asservarsi i soldi per pagare il funerale al prossimo morto.

E’ giunta l’ora di dire basta. Non lasciamo che anche Yuri venga sepolto senza che siano individuati omissioni e responsabili, senza che la città si prenda le proprie responsabilità, senza che chi gli voleva bene sappia cosa sia successo.
Per questo saremo sabato 8 gennaio alle ore 15 fuori dal carcere delle Sughere per gridare verità per Yuri e per non lasciare che un’altra morte venga bollata e insabbiata con false e retoriche frasi di circostanza.

Suicidio all'opg di Aversa. E' il terzo nel 2011

È il primo suicidio del 2011 nelle carceri campane quello di un internato nell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa che si è tolto la vita martedì pomeriggio. La struttura ospita attualmente circa 300 internati, persone sofferenti psichici, autori di reati e condannati ad una misura di sicurezza. Secondo l'Osservatorio dell'Associazione Antigone Campania, l'uomo, Massimo B., del 1979 si è tolto la vita impiccandosi nella propria cella. Si tratta del terzo “morto di carcere” dopo quello di Salvatore Morelli, avvenuto nel carcere di Lecce il giorno di Capodanno e di S.H. detenuto di 35 anni, morto nel pomeriggio del  3 gennaio nel carcere di Siracusa.
«E' triste costatare - ha dichiarato Dario Stefano Dell'Aquila, portavoce di Antigone Campania -, che un sofferente psichico, che ha fatto il suo ingresso in Opg a luglio dello scorso anno, sottoposto a misura di sicurezza provvisoria per reati non di particolare gravità, trovi la morte, dopo nemmeno sei mesi in una struttura in cui dovrebbe ricevere, in teoria, una adeguata assistenza sanitaria».
«Pur ammettendo tutti i limiti dovuti alla esiguità di risorse - ha proseguito il portavoce dell'associazione sulle condizioni delle carceri - rimane inspiegabile che una persona sottoposta ad un doppio regime di sorveglianza, sanitario e penitenziario, abbia modo di togliersi la vita senza, in pieno pomeriggio, senza che nessuno se ne accorga».

5 gennaio 2011

Siracusa: muore un detenuto marocchino di 35 anni, indagini in corso per stabilire le cause

S.H., detenuto di 35 anni, muore nel pomeriggio di lunedì 3 gennaio. Si tratta del secondo “morto di carcere” dopo quello di Salvatore Morelli, avvenuto nel carcere di Lecce il giorno di Capodanno. Da evidenziare che questa morte non entra nel computo degli “eventi critici” elaborato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che registra solamente le morti accertate dai sanitari all’interno degli Istituti di Pena... quindi chi supera il muro di cinta, anche se in coma, non è più "morto in carcere".
Nella Casa Circondariale di Siracusa l'ultimo decesso risaliva allo scorso 8 ottobre, quando un detenuto colombiano di 28 anni si uccise impiccandosi. Durante l'anno 2010 nell'Istituto sono avvenuti altri 3 suicidi, mentre è di 14 il totale delle morti registrate negli ultimi 5 anni (10 i suicidi). I posti-letto del carcere “Cavadonna” sono 309, ma attualmente i detenuti presenti sono 550, di cui 110 stranieri.

La cronaca della tragedia
La corsa a sirene spiegate dell'autoambulanza del 118 scortata dall'auto della polizia penitenziaria alla fine è risultata vana. Un detenuto extracomunitario rinchiuso nel carcere di contrada "Cavadonna" è arrivato cadavere al pronto soccorso dell'ospedale "Umberto I". La vittima è un marocchino di 35 anni. Sull'intera vicenda massimo il riserbo degli inquirenti e degli investigatori. La Procura ha avviato una serie di accertamenti preliminari e, con ogni probabilità, già nella giornata di oggi il sostituto procuratore della Repubblica Claudia D'Alitto potrebbe anche disporre l'esecuzione dell'esame autoptico.
Il fatto, secondo i pochi elementi noti, risale al tardo pomeriggio di lunedì scorso anche se la notizia è trapelata solamente ieri. Il detenuto sembra che abbia accusato un malore mentre era in carcere. Attivati i servizi sanitari di assistenza interni, constatato verosimilmente che la situazione non poteva certo essere gestita all'interno della struttura di detenzione, è stato disposto il trasferimento del detenuto all'ospedale generale provinciale. Ma quando i medici del pronto soccorso hanno provato ad intervenire c'è stato veramente ben poco da fare. Il cuore del marocchino si era fermato. Solo gli accertamenti medico-legali potranno consentire di fare luce sulle cause della morte.

fonte: Ristretti Orizzonti

4 gennaio 2011

Rho (Mi): sgomberato il centro sociale SOS FORNACE

Alle 8 di stamattina 10 camionette di polizia e carabinieri hanno sgomberato il centro sociale SOS Fornace di Rho, uno degli spazi sociali più importanti d’Italia, dove si sarebbero tenuti gli Stati Generali della Precarietà di metà gennaio.
Gli attivisti presenti nello stabile hanno provato a impedire lo sgombero, ma dopo esser stati ripetutamente malmenati dal centinaio di celerini hanno dovuto abbandonare il luogo. (foto) (Video)
La destra al potere a Rho e in Lombardia l’aveva giurata a uno dei luoghi più attivi della sinistra nella regione. Diversamente da tanti centri sociali che non fanno lavoro sul territorio, la Fornace ha ripetutamente avuto dietro di sé la cittadinanza rhodense, perché le sue battaglie in difesa dei pendolari, dei precari, delle aree industriali sono state molto popolari e questo la giunta affaristico-autoritaria di Zucchetti non gliel’ha mai perdonato.

STASERA ore 20:30 presidio-manifestazione di fronte al Comune in Piazza Visconti a Rho

Napoli: Agente di polizia spara alla nuca ad un giovane rapinatore

Restano gravissime le condizioni del baby rapinatore rimasto ferito ieri durante un tentata rapina in una tabaccheria di via Domenico Cirillo, a Napoli.  Un poliziotto presente sul posto che subito reagisce e preme il grilletto contro i giovani rapinatori colpiendoli entrambi, Antonio Fontanarosa viene preso alla testa, e i medici del Loreto Mare non lasciano spazio alla speranza. Il ragazzo che compirà 18 anni a febbraio, è ricoverato all'ospedale Loreto Mare in rianimazione: è in coma, la prognosi è riservata. Per lui è solo questione di ore, non si può operare. Il foro di entrata del proiettile è alla nuca. Si indaga su questo punto. Quando è stato ferito, voltava le spalle al poliziotto?

3 gennaio 2011

Lecce: detenuto di 35 anni muore in cella a Capodanno, era cardiopatico e obeso

Si tratta del primo decesso registrato nelle carceri italiane nel 2011. Lo scorso anno sono morti in cella 173 detenuti, di cui 66 per suicidio. Nel carcere di Lecce, nel 2010, si sono verificati 5 decessi (2 per suicidio), mentre negli ultimi 5 anni nelle celle di “Borgo San Nicola” hanno perso la vita 17 persone, delle quali 7 si sono suicidate.

Tragico Capodanno per un detenuto foggiano, Salvatore Morelli, 35 anni. L’uomo è stato trovato morto all’alba del primo giorno del 2011 nella sua cella nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce. A stroncargli la vita, con ogni probabilità, un infarto. Ad allertare gli agenti di polizia penitenziaria il compagno di cella insospettito dal prolungato silenzio del 35enne. Vano ogni tentativo di rianimarlo da parte del medico del penitenziario e l’immediato trasporto all’ospedale di Lecce “Vito Fazzi”, dove i medici non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.
Morelli era affetto da patologie preesistenti legate a problemi cardiocircolatori. Inoltre era obeso. Una situazione clinica che lo costringeva a recarsi quasi ogni giorno presso il nosocomio leccese, in modo da controllare le sue condizioni di salute. Sarà la relazione redatta dal medico legale Alberto Tortorella, a chiarire le cause della morte. Nelle prossime ore il sostituto procuratore Giuseppe Capoccia potrebbe disporre l’autopsia.
Il carcere di Lecce, ha un numero di detenuti più che doppio rispetto alla capienza regolamentare, presenta una situazione di vivibilità a dir poco critica, come testimoniano anche i dati diffusi oggi dal Sindacato Uil-Pa Penitenziari.

Dati relativi all’anno 2010
Fonte: Uil-Pa Penitenziari - Coordinamento Regionale Puglia

Capienza regolamentare: 680
Detenuti presenti: 1.449
Ricorsi al Magistrato di Sorveglianza c/o Tribunale di Lecce per ingiusta detenzione: 187
Ricorsi alla Commissione contro la Tortura della Corte di Strasburgo: 47
Tentati suicidi (con lettera d’addio): 41
Invii con estrema urgenza al Pronto soccorso per eventi critici: 937
Detenuti stranieri: 382
Detenuti tossicodipendenti: 253
Detenuti affetti da Epatite C: 361
Visite mediche eseguite giornalmente: 80
Detenuti affetti da patologie ansioso-depressive: 90
Detenuti affetti da patologie psicotiche: 40%
Detenuti che fanno uso di ansiolitici: 90%

fonte: ristretti orizzonti

Stato d’eccezione e tolleranza zero: il nuovo spazio giudiziario europeo

In vista del seminario della R@P (Rete di Autorganizzazione Popolare) del 15 gennaio, che si terrà a Roma in Via Bordoni nella Casa del Popolo di Torpignattara, pubblichiamo uno scritto di Italo di Sabato dell'osservatorio sulla repressione che curerà il seminario su neoliberismo e gestione penale della crisi. Lo scritto sarà utilizzato come traccia introduttiva del seminario che si terrà a partire dalle ore 15.

È strano, ma quando si parla di democrazie liberali si omette sempre di ricordare che questi sistemi prevedono, in caso di grave minaccia, specifiche clausole di autosospensione del proprio ordinamento costituzionale.
Per funzionare il sistema giuridico ha bisogno di normalità, perché ciò avvenga esso si avvale di momenti di interruzione che vengono chiamati “stato di eccezione”. È questo un punto cruciale, poiché chi introduce una tale misura è in buona sostanza l’ultimo a decidere, non a caso chi ha questo potere è stato indicato come il sovrano reale. Non lo stato di diritto, dunque, ma chi può decidere sulla sua sospensione rappresenterebbe il vero arcana imperii della sovranità.
A ricordarcelo è stata l’UE con “Uno spazio giudiziario europeo”. La soluzione per ogni problema, il rimedio contro i mali del XXI secolo: “terrorismo planetario”, insicurezza crescente, invasione delle popolazioni senza risorse.
Lotta senza quartiere contro il crimine, tolleranza zero, giudiziarizzazione sempre più estesa della vita sociale e politica, ma legge ed ordine possono arrivare a dominare queste nuove contraddizioni e sfide? O al contrario siamo di fronte ad una cinica panoplia di argomenti che fanno della paura, dell’angoscia e dell’ansia, dei nuovi ingredienti del mercato politico? Dispositivi ansiongeni, deliri sicuritari, demagogia giudiziaria, non rischiano forse di rivolgersi contro i loro promotori al pari di una medicina che uccide il malato?
Innanzitutto, che cosa è mai lo “spazio giudiziario europeo”? Uno spazio costituzionale unificato, dotato di pesi e contrappesi omogenei, di un sistema giuridico coerente, di una polizia unica, di criteri di formazione della prova identici? No! L’Europa, non ha nemmeno ancora assunto lo statuto di persona giuridica. L’Unione europea, non può firmare in quanto tale le convenzioni e i trattati internazionali. Di cosa parliamo dunque?
Vista da un altro continente, l’Europa appare uno spazio economico, finanziario e monetario, che cerca di accordarsi sul piano legislativo attraverso il principio di sussidiarietà. L’Europa politica è un nano, l’Europa militare balbetta, quanto all’Europa sociale essa è uno spettro (che s’aggira per i suoi Palazzi). L’Europa è un fantasma costituzionale e lo spazio giudiziario un inganno, il luogo dell’arbitrario puro.
Il riferimento è implicito ai movimenti che hanno partecipato alle mobilitazioni di Seattle, Göteborg, Nizza, Praga, Genova, fa chiaramente parte dei retropensieri dei redattori del testo, i quali non si nascondono affatto quando suggeriscono senza particolari pudori che “ciò potrebbe riguardare atti di violenza urbana, per esempio”, oppure l’occupazione di immobili appartenenti a società pubbliche, l’azione di gruppi di disoccupati, precari, immigrati che occupano le prefetture per rivendicare la loro regolarizzazione, i tradizionali “colpi di mano” o le azioni di disobbedienza civile e sociale; sarebbero già largamente azioni da considerare, secondo i nuovi criteri, degli “atti terroristici”.
La legislazione d’emergenza, in Italia, è stata l’apripista di un processo di involuzione autoritaria, che, interdendo definitivamente la società reale dal luogo delle decisioni, ha finito per esternalizzare il ruolo dei poteri forti fissandolo nel tecnicismo della governabilità.
Dall’approvazione della legge reale (1975) è un continuo varo di provvedimenti che ledono i diritti e di fatto danno immunità alle forze dell’ordine che compiono violenze, soprusi e molte volte omicidi.
Basti pensare all’approvazione dei pacchetti sicurezz: un mix micidiale di norme razziste e xenofobe con provvedimenti intesi a colpire le lotte e il conflitto sociale.
La risposta che il governo da alla crisi economica e sociale è la dichiarazione di guerra al più povero. Se aiuti un migrante clandestino rischi di finire in galera, a differenza di chi istiga all’odio razziale e diventa ministro della repubblica.
Se ti opponi per reclamare diritti, reddito, casa c’è il rischio di essere brutalmente picchiati, torturati e arrestati. Chi invece ha prodotto la violenza, ha calpestato i più elementari diritti (come è accaduto a Genova durante il G8 nel luglio 2001) viene assolto, promosso e premiato come un “eroe” dello Stato.
Non è un caso che la strategia di emergenza sulla sicurezza si concentra sugli aspetti di mediatizzati del malessere sociale.
In questo contesto avvengono anche le tante violenze da parte delle forze di polizia contro i migranti, giovani con look alternativi, ultras e tossicodipendenti.
Quante volte abbiamo sentito dire ad esempio che Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi in fondo erano due drogati? Oppure che Gabriele Sandri era un teppista da stadio o Carlo Giuliani un punkbestia noglobal?
Dove sono oggi le culture critiche, gli intellettuali? Perché in pochi si indignano contro queste barbarie che quotidianamente si compiono nel nostro “democratico” paese? E mai possibile che non ci sia nessuno che grida che oggi le carceri italiane sono delle proprie discariche sociali in cui 600 detenuti si sono suicidati nell’ultimo decennio?
E questa l’Italia dove alla corruzione di un governo populista, reazionario, razzista e fascistoide, l’unica opposizione che scalda gli animi di tanti antiberlusconiani sembra quella che vuole più Stato, che chiede più trasparenza, merito, legalità, manette e polizia. Uno Stato che serve a difesa della propria debolezza sociale, prima che politica.
Legalità e giustizia contro fragilità sociale, declassamento e precarietà. Per essere chiari si invoca lo Stato invece di far male ai padroni.
Non stupisce allora che la “cultura della legalità” tanto acclamata e bandiera dell’antiberlusconismo si traduce nell’invocare la necessità della tutela dell’ordine pubblico, attraverso l’intensificazione della repressione di tipo penale e amministrativo. Tale operazione sottintende una concezione autoritaria volta a privilegiare la dimensione della “sicurezza” rispetto a quello dell’intervento sociale.
La “cultura della legalità” ha conseguito risultati meno che mediocri nella lotta al crimine organizzato, alla mafia, alla camorra. In cambio ha avuto effetti devastanti sia sulle scelte politiche dei governi, sia sull’involuzione della mentalità del paese o meglio sull’affermarsi di un opinione pubblica essenzialmente repressiva e regressiva.
In Italia, l’equazione “immigrati uguale criminali” è diventato uno slogan agitato sia da destra che da larghi settori dell’ opposizione. Non è un caso se un idolo delle folli dell’antiberlusconismo come Beppe Grillo, può tranquillamente eccitare il suo popolo sbraitando contro gli immigrati che invadono i sacri confini della patria.
Come risulta, anche da recenti ricerche, il panico in questione è il frutto del corto circuito creato a metà degli anni ’90 tra l’agitazione di comitati di “cittadini” sorti sulle ceneri dei partiti tradizionali e le strumentalizzazioni dei partiti più o meno xenofobi come la Lega e An e il sensazionalismo dei media. Sarebbe bastato consultare qualche libro di Bauman per riflettere sul fatto che gli immigrati, al di la del loro reale coinvolgimento nella microcriminalità, diventano il parafulmine di una insicurezza e precarietà diffusa, in gran parte prodotta dallo smantellamento dello stato sociale.
Ma i partiti del centro-sinistra (Pd e Idv), opinion leader accreditati come i più incisivi oppositori a Berlusconi (Travaglio), sindaci di giunte “rosse” (Cofferati, Veltroni, Dominici, Chiamparino, Renzi) invece di svolgere un opera di informazione e, in sostanza, di riportare la realtà immaginaria e mediale ai fatti, hanno cavalcato le proteste nell’illusione di allargare il proprio consenso nell’elettorato moderato.
Com’era facilmente prevedibile questa “inimicizia dall’alto” si è rilevata un boomerang. Da una parte si sono legittimate le posizioni xenofobe della destra, dall’altra agli occhi dell’elettorato moderato, la responsabilità del “degrado” che tutti imputano agli immigrati non poteva che essere attribuita alla sinistra.
Inoltre dal G8 del 2001 a oggi sono numerosi i casi in cui la magistratura ha cercato di trasformare le lotte politiche in azioni puramente delinquenziali
Si parla di circa 15.000 persone sotto processo, interessano tutti i gangli attraverso i quali il movimento tentò di esprimersi nel luglio 2001: contrapposizione alle politiche liberiste, lotte sociali riguardanti il tema della precarietà (e con esso il diritto alla casa, ai servizi, al reddito), le lotte anti repressive degli anarchici, le lotte dei migranti. Nel filone repressivo post G8, non manca la criminalizzazione di chiunque si occupi di precarietà (lavorativa, sociale, di esistenza): ecco i processi contro gli attivisti della MayDay del 2004 a Milano, il processo per l'esproprio proletario del 6 novembre a Roma, gli innumerevoli processi per azioni contro la guerra, il reddito, i migranti e la casa (Bologna, Roma e Firenze con le condanne a 7 anni per chi manifestò al consolato Usa del 13 maggio 1999). Anche in questo caso le mosse delle varie procure, sembrano inserirsi nel solco ideologico delle nuove tecniche repressive: disconoscere il primato politico delle varie forme di opposizione, per sancirne la resa giudiziaria delinquenziale e tramutare ogni affaire politico in ordine pubblico.
La dimensione del fenomeno e la qualità delle imputazioni mosse indica la volontà di taluni apparati dello Stato e della stessa Magistratura di procedere ad una vera e propria criminalizzazione di istanze che dovrebbero trovare ben altre sedi e modalità di risposta.
Crediamo sia necessaria e non più rimandabile una campagna politica affinché ci sia un provvedimento generale che dia il segnale di un riconoscimento politico alle lotte di questi anni, che porti necessariamente alla depenalizzazione di una serie di reati, spesso ereditati dal vecchio Codice Rocco, che sanzionano stili di vita, comportamenti sociali diffusi o persino le libere opinioni. Una campagna per il riconoscimento della legittimità di alcune forme di lotta, entrati nella prassi dei movimenti e dei comitati territoriali. Cosi come non è più rinviabile una campagna per l’abrogazione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione e della Fini-Giovanardi sulle tossicopidendenze. Leggi che hanno riempito le carceri e fatto vittime.
La democrazia non può essere difesa senza svilupparla, approfondirla, radicalizzarla, poiché non si tratta di un catechismo, di un codice o di un insieme di norme e sacri principi, ma di un agire politico calato nel suo tempo. Bisogna agire avendo la consapevolezza che Berlusconi non lo si combatte cavalcando malumori e frustrazioni, ma costruendo politica e pratica di opposizione che si nutre di conflitto sociale e di disobbedienze, e che oggi tutto questo non esiste né nell’opposizione parlamentare ma neanche nel senso comune ispirato dai vari Grillo e Travaglio.
Per il momento, sarà saggio almeno accogliere il suggerimento di Zarathustra: “ diffidate di coloro nei quali è potente l’istinto di punire


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