16 novembre 2010

Il pacchetto sicurezza fa i conti con la crisi

Decreto sicurezza al test della crisi politica. Il provvedimento d’urgenza, approvato oltre una settimana fa da Palazzo Chigi, è entrato in vigore sabato scorso, ma è atteso ora da un cammino parlamentare che si annuncia quanto meno complesso. Nei prossimi due mesi, infatti, il dl 187 dovrà essere convertito in legge e potrebbe trovarsi a fare i conti, nella spola tra Camera e Senato, con le ripercussioni della battaglia politica. Come potrebbe essere “sacrificato” il disegno di legge che accompagna il decreto 187, nel quale sono state convogliate le misure sull’immigrazione (con la previsione dell’espulsione del cittadino comunitario per motivi di ordine pubblico) e quelle sul wi-fi (con l’obiettivo di superare le norme restrittive del decreto legge anti-terrorismo volute dall’ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu). All’interno del decreto legge 187, invece, spiccano gli interventi sulla tracciabilità dei pagamenti negli appalti pubblici e quelle relative al rafforzamento delle ordinanze dei sindaci in materia di sicurezza.
Nella versione definitiva del provvedimento è stata inserita una disposizione che obbliga ispettori di Asl e del ministero del Lavoro a decretare la confisca obbligatoria per gli impianti e i prodotti realizzati da aziende responsabili di gravi o reiterate violazioni in materia di “tutela del lavoro, di igiene sui luoghi di lavoro e di prevenzione degli infortuni sul lavoro”. Una sanzione amministrativa che può essere irrogata senza dover attendere l’ordinanza-ingiunzione di pagamento, ma che potrebbe necessitare di modifiche in sede di conversione del dl 187 per le incertezze interpretative e applicative che sta già generando presso gli operatori.
Confermato poi gli interventi contro il tifo violento (con la reintroduzione dell’arresto in flagranza differita ripristinato fino al 30 giugno 2013 e l’aumento di poteri e tutele per gli steward all’interno degli stadi, in materia anti-mafia (con la facoltà concessa alla neonata Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni sottratti alla criminalità organizzata di “autofinanziarsi”) e l’istituzione del nuovo Comitato per la programmazione strategica per la cooperazione internazionale di polizia (Copscip).

Alleanza sindaci-prefetti per gestire l’ordine pubblico sul territorio
I poteri di ordinanza affidati al sindaco dalla legge sulle autonomie (267/2000) ottengono, grazie al decreto legge n. 187, il concorso delle Forze di polizia attraverso l’intervento del Prefetto. Le ordinanze previste per i casi di urgenza nelle materie di polizia locale, igiene ed edilizia, nel 2008 con il decreto legge 92 hanno visto ampliate le loro finalità, fino a comprendere rimedi ai pericoli per la sicurezza urbana e l’incolumità pubblica. Il Prefetto, nella legge del 2008, aveva solo compiti ispettivi e le ordinanze dovevano essergli comunicate per garantire il suo potere di annullamento. Lo Stato ha mantenuto infatti il potere di indirizzo, espresso in tema di sicurezza urbana dalla direttiva del ministero dell’Interno 5 agosto 2008. La sicurezza urbana è stata poi meglio definita attraverso numerosi interventi della giustizia amministrativa, volti ad evitare eccessi nel concetto di difesa del territorio. Si segnalano esempi in materia in tema di mendicità “invasiva” (Consiglio di Stato, 13 gennaio 2010 n. 127), di orari di pubblici esercizi, di schiamazzi, uso di videogiochi in periodo scolastico (Tar Veneto 20 settembre 2001), di colazioni a sacco ed uso di bottiglie di vetro, fino alle discussioni sul passaggio “inquinante” di greggi su strade, vietato con ordinanza ma riaperto dal Tar Lecce (ordinanza 771/2010). E ci sono anche stati interventi che per imporre agli esercenti di bar e pub di predisporre personale che dissuadesse da rumori eccessivi o di mettere a disposizione dei turisti i propri locali igienici (Tar Toscana 702/2010).
Ampliando i poteri di intervento dei sindaci, sono sorti problemi relativi alla dimensione territoriale, poiché ogni sindaco governa nei propri confini, con l’aggiunta poi di problemi per il personale dipendente, in particolare per i piccoli comuni. Utilizzare il vigile urbano per sgomberare nomadi, ad esempio, pone problemi anche perché l’accompagnamento può avvenire fino al confine del territorio comunale. Problemi analoghi sorgevano per le attività di identificazione e per le segnalazioni di eventuali reati: ora le Forze di polizia concorrono nelle operazioni che scaturiscono dall’iniziativa dei sindaci, senza necessità di specifiche consultazioni volta per volta, con il Prefetto. Quest’ultimo potrà varare idonee misure organizzative, come del resto già è avvenuto quando, con il Dm5 agosto del 2008, si è chiarito il concetto di “sicurezza urbana”.
Assicurando il concorso delle Forze di pubblica sicurezza, le ordinanze sindacali sono in un certo senso promosse di qualità, e da provvedimenti locali in tema di sicurezza urbana diventano tasselli di un mosaico di “ordine pubblico” (riservato allo Stato dall’articolo 117 della Costituzione). Le Forze di Polizia comprendono sia la Polizia di Stato che l’Arma dei Carabinieri, il Corpo forestale dello Stato, la Guardia di Finanza, la Polizia penitenziaria, ma è evidente che la norma si riferisca soprattutto ai primi due corpi, agevolando interventi anche per l’esecuzione di ordinanze di Comuni il cui territorio non ospiti le strutture (sedi, caserme) e che quindi in precedenza avevano problemi di coordinamento.

Si scrive sindaco si legge sceriffo
Poliziotti a caccia di infradito e minigonne selvagge. Carabinieri arruolati nella battaglia contro gli schiamazzi notturni. Guardia di Finanza impiegata per frenare l’abuso di colazioni al sacco. La Forestale sulle strade per impedire il passaggio “inquinante” delle greggi. Scenari di quotidiana inflessibilità che il decreto legge sicurezza (n. 187), operativo da sabato scorso, potrebbe rendere presto realistici. Il provvedimento, infatti, coinvolge in pianta stabile prefetti e forze di Polizia nell’attuazione delle ordinanze dei sindaci. Quelle ordinanze nate per consentire ai primi cittadini d’intervenire nei casi d’urgenza (dalla polizia locale all’igiene, dall’edilizia alla sicurezza urbana e all’incolumità pubblica) e che negli ultimi armi hanno assunto le finalità più disparate, con grande sfoggio di fantasia. Tanto da suscitare in molte circostanze le decisioni riparatrici dei Tar. Schierare a presidio delle ordinanze dei sindaci gli apparati di polizia pone però problemi rilevanti che meriterebbero più lucida valutazione. Sia perché si rischia di distrarre dalla difesa dell’ordine pubblico risorse già sotto pressione, sia perché si potrebbe incrinare l’equilibrio fra istituzioni, sovrapponendo ruoli e funzioni.


fonte: Il Sole 24 Ore, 16 novembre 2010

14 novembre 2010

Napoli: Ruba pacchetto di wafer da 1,29€ condannato a 3 anni

Aveva rubato un pacco di wafer da 1,29 euro in un discount ed è stato condannato a tre anni di reclusione. Salvatore Scognamiglio, 40 anni, non ha potuto beneficiare dell'attenuante del danno lieve per gli effetti della legge Cirielli che ha introdotto un giro di vite per i recidivi.
La sentenza è stata emessa il 4 novembre dal giudice monocratico di Marano, sezione distaccata del Tribunale di Napoli, al termine di un breve dibattimento che era stato chiesto dal pm nelle forme del giudizio immediato. Assistito da un difensore di ufficio, l'imputato - che per questa accusa si trova agli arresti domiciliari - non ha chiesto l'adozione di riti alternativi come patteggiamento o rito abbreviato che avrebbero determinato una pena più lieve.
Scognamiglio è stato riconosciuto responsabile di rapina impropria. Nei giorni scorsi all'interno di un discount di Melito, in provincia di Napoli, fu bloccato da due addetti alla sicurezza che lo avevano notato mentre si impossessava di un pacco di biscotti. Invitato a consegnare la refurtiva - come emerso oggi al processo - tentò di divincolarsi, ma fu presto immobilizzato e consegnato ai carabinieri. "Mi vergogno, avevo fame...", si è giustificato Scognamiglio, che è tossicodipendente e che in passato ha già riportato condanne per piccoli furti.
Il giudice, in base alle norme sulla recidiva della Cirielli, che non consente in questi casi di concedere le attenuanti (generiche e danno lieve) prevalenti, gli ha inflitto tre anni di reclusione, il minimo consentito dalla legge.

11 novembre 2010

Livorno: Lotte studentesche e repressione

Oggi, 11 novembre, si è tenuta presso la sala sindacale del comune di livorno una conferenza stampa convocata dal Coordinamento Studentesco Livornese e dal Collettivo Studentesco Universitario Livornese durante la quale è stato presentato un documento unitario contro la crescente criminalizzazione del movimento studentesco a Livorno.
La conferenza ha visto intervenire, in una sala piena, numerosi studenti e membri dei soggetti che hanno firmato il documento. Quest'ampia partecipazione ed i numerosi interventi dei presenti hanno permesso di chiarire come la repressione non tocchi solo il movimento studentesco ma colpisca tutti, nelle forme più diverse che l'autoritarismo e la criminalizzazione possano assumere.
L'attacco agli studenti è un attacco alle lotte, è un attacco ad un movimento radicato, riconosciuto e vivo.
Nella conferenza stampa inoltre il Coordinamento Studentesco Livornese ha annunciato le prossime scadenze di lotta: 17 novembre partecipazione in mattinata al corteo a Pisa contro la riforma Gelmini e nel pomeriggio presidio itinerante nel centro di Livorno, mentre per il 25 novembre un nuovo corteo studentesco cittadino.

fonte: SenzaSoste



DOCUMENTO CONTRO LA REPRESSIONE

In seguito a quanto avvenuto negli ultimi mesi, riteniamo necessario denunciare la repressione che, anche nella nostra città, colpisce coloro che sul lavoro, nella scuola e nelle piazze lottano e decidono di non chinare la testa di fronte a delle condizioni di sempre maggiore sfruttamento ed oppressione, di fronte ad una crescente riduzione dei diritti e degli spazi di espressione, di fronte a tagli alla scuola e al sociale.
In particolare sempre più dura è la linea della questura nei confronti del movimento studentesco cittadino. Il Coordinamento Studentesco Livornese, luogo di discussione e di autonoma organizzazione degli studenti medi, è ormai da anni un organismo di massa vitale e riconosciuto, radicato nelle scuole ed in città, che negli ultimi anni ha saputo dar vita ad un ampio movimento contro i tagli all'istruzione e contro quelle riforme che porteranno ad una scuola sempre più classista, autoritaria ed asservita agli interessi della confindustria.
E' ormai da un anno che con provocazioni, intimidazioni, identificazioni, denunce ed altri provvedimenti la Questura tenta di criminalizzare gli studenti.
Il Coordinamento Studentesco Livornese ed il Collettivo Studentesco Universitario Livornese, hanno denunciato più volte negli ultimi tempi questa situazione, ricevendo spesso la solidarietà di organizzazioni politiche e sindacali.
Nell'autunno 2009 due denunce a studenti minorenni e decine di identificazioni a studenti dell'Istituto Nautico, per aver tentato l'occupazione della propria scuola. Tentativo pacifico che si concluse con una trattativa che portò alla convocazione in quella scuola di un'assemblea permanente contro la politica scolastica del Governo. A questo si aggiungono altri provvedimenti, e continue provocazioni della Questura.
Sempre più forte la militarizzazione delle manifestazioni studentesche, una linea di condotta che cerca chiaramente di spezzare il fronte di una mobilitazione divenuta evidentemente troppo scomoda in una città come la nostra.
Già a febbraio, alla manifestazione contro le denunce agli studenti del Nautico, per la prima volta in dieci anni si sono viste camionette e cordoni antisommossa ad un corteo studentesco.
Con la ripresa dell'anno scolastico ed il rilancio delle lotte studentesche, il clima si è fatto più pesante.
L'8 ottobre scorso, sono scesi in piazza oltre 3000 studenti da tutta la provincia contro i tagli alla scuola e contro la riforma Gelmini. Un corteo vivo e partecipato, organizzato in una giornata di mobilitazione nazionale della scuola, al quale era presente anche una consistente delegazione di sindacati e di lavoratori della scuola in sciopero, è stato blindato senza alcun motivo sotto la prefettura da un ingente schieramento di camionette ed agenti. Ancora più grave è quanto accaduto giovedì 21 ottobre sotto il palazzo del Comune quando decine di agenti, con due camionette, hanno impedito agli studenti in corteo notturno di appendere sulle scale del comune uno striscione, limitando la libertà di manifestazione.
Questo ultimo episodio non può che confermare la natura esclusivamente strumentale della “apertura” del sindaco Cosimi e del PD nei confronti delle mobilitazioni studentesche. Si cerca visibilità da passerella andando nelle scuole e promuovendo incontri istituzionali, mentre al passaggio dei cortei si blinda il palazzo del comune, sprangando le porte come l'8 ottobre o schierando la polizia come il 21 ottobre.
E' in tale contesto che vengono recapitati in queste settimane, a quattro ragazzi, quattro Decreti Penali di Condanna per “accensione pericolosa” di “lamperogeni” e “petardi” durante il corteo studentesco notturno del 6 novembre 2009.
Questi provvedimenti giungono ad un anno di distanza dai fatti contestati, nel pieno delle mobilitazioni studentesche e vicino ad importanti scadenze di lotta. Il decreto penale di condanna, regolato dagli articoli 459-464 del Codice di Procedura Penale, è una vera e propria condanna in primo grado, già pronta, che viene recapitata a casa senza che neanche il condannato venga a sapere di essere indagato. Si tratta di un procedimento speciale rispetto al rito ordinario, che prevede, saltando l'indagine preliminare ed il dibattimento, l'immediata condanna ed esecuzione della pena pecuniaria, disponendo solo 15 giorni per ricorrere.
Con la sola prova della testimonianza di alcuni agenti della DIGOS, quattro compagni sono stati condannati in base all'articolo 703 del Codice Penale, che riguarda l'uso di armi da fuoco, l'accensione di fuochi pirotecnici che necessitano di licenza, ed altre accensioni o esplosioni pericolose. Se anche avessero commesso il fatto, resta paradossale una condanna del genere nei confronti di chi ha acceso un lamperogeno o un petardo che possono essere acquistati in libera vendita.
Siamo convinti che in realtà queste condanne siano completamente slegate dai fatti contestati, tra l'altro consueti in un qualsiasi corteo. L'intenzione della Questura è quella di colpire queste quattro persone, i fatti contestati non sono che un pretesto, tanto più che i provvedimenti sono recapitati adesso, in un periodo denso di importanti scadenze di lotta.
A nostro avviso è importante chiarire il più possibile la natura pubblica e politica non solo della vicenda relativa a queste quattro condanne, ma dell'intero attacco repressivo che da un anno colpisce Livorno ed in particolare gli studenti.
E' infatti ormai evidente che non ci troviamo di fronte a provvedimenti casuali o episodici, ma ad una chiara volontà di criminalizzare il movimento, attraverso degli strumenti repressivi che colpiscono tutti, i compagni più attivi come chi inizia ad avvicinarsi al movimento.
Questo attacco avviene certamente anche a livello mediatico. Ormai da tempo infatti la stampa locale minimizza la protesta studentesca, facendola apparire come episodica, frammentata e priva di contenuti politici. Un esempio evidente di questa cattiva informazione lo abbiamo avuto riguardo al corteo dell'otto ottobre, quando tutti i quotidiani locali hanno dato grande spazio ad una rissa per futili motivi avvenuta a margine del corteo. Ancora più rischioso dal punto di vista della criminalizzazione del movimento studentesco è il velo moralistico attraverso il quale viene filtrata ogni notizia riguardante le mobilitazioni degli studenti. Un'informazione che contrappone l”autogestione intelligente” di certi istituti ad altre mobilitazioni o che confronta gli studenti che puliscono il giardino per protesta a quelli che scendono in piazza in corteo, è un'informazione che distingue tra “buoni” e “cattivi” riducendo il peso delle mobilitazioni e favorendo la criminalizzazione del movimento.
Dopotutto non è una scoperta il ruolo dei media nel criminalizzare le proteste, basta tornare indietro di poco più di un mese alle contestazioni da parte degli operai alle sedi di Confindustria e della CISL. Fatti che sui quotidiani locali vennero duramente criminalizzati e condannati come atti di violenza, anziché essere letti come una decisa contestazione nei confronti di chi vuole per gli operai condizioni di lavoro sempre peggiori e salari sempre più bassi.
La repressione in ogni sua forma, che venga dalle questure o dai media ufficiali, ha sempre lo stesso scopo, quello della criminalizzazione del dissenso e dell'isolamento di chi non china la testa.
Come già detto la repressione a Livorno non colpisce solo gli studenti.
Dall'estate del 2009 decine di denunce, 4 arresti, varie condanne.
Questa è la situazione a Livorno.
Denunce a chi spontaneamente contestava la presenza dei fascisti di Forza Nuova alla processione dei cattolici tradizionalisti a Montenero. Una montatura, con un processo ancora in corso e 4 persone agli arresti per diversi mesi, per chi partecipava a Pistoia ad un' assemblea sull'incostituzionalità delle ronde. Denunce a chi prova ad occupare la propria scuola. Condanne a chi ha partecipato ad un corteo notturno.
Per reagire alla stretta autoritaria e repressiva che a Livorno, come in tutta Italia, colpisce chi lotta e chi non china la testa, invitiamo tutte le associazioni, i collettivi, le organizzazioni politiche e sindacali, i partiti, a vigilare sulla situazione in città, a sostenere gli studenti e tutti coloro che subiscono la repressione, ad esprimere solidarietà ai singoli ed alle organizzazioni colpite.
Nel rivolgere questo invito a chi ha sostenuto in questi anni le mobilitazioni studentesche, ricordiamo ancora che questa stretta repressiva colpisce tutti.
Indipendentemente da chi viene coinvolto più direttamente, la repressione punta a colpire tutte le lotte: viene colpito il movimento studentesco, i lavoratori, i percorsi unitari come quello che ha portato all'importante manifestazione cittadina del 23 ottobre. Per questo la risposta migliore alla criminalizzazione ed alla repressione è rilanciare le lotte, praticare la solidarietà, difendere la libertà di espressione e manifestazione, difendere gli spazi di agibilità politica.

Adesioni fin ora giunte:

Coordinamento Studentesco Livornese, Collettivo Studentesco Universitario Livornese, Unicobas Livorno, Cobas Livorno, USB Livorno, C.S.A. Godzilla, Federazione Anarchica Livornese, Collettivo Anarchico Libertario, Teatro Officina Refugio, Centro Politico 1921, Federazione della Sinistra (Pdci-Prc), Sinistra Critica, Partito Comunista dei Lavoratori sezione provinciale di Livorno, Rete docenti precari di Livorno,
Rete "Vertenza Livorno", Sinistra Ecologia e Libertà

Modena: Sgomberato lo Spazio Antagonista Occupato Guernica

Questa mattina la questura di Modena ha sgomberato lo Spazio Antagonista Occupato Guernica.
Nel momento dello sgombero non era presente nessun compagno, compagni che sono poi arrivati formando un presidio davanti allo spazio.
Con l'operazione di questa mattina, non hanno sgomberato solo un edificio, ma un progetto radicato in città, un progetto che l'amministrazione comunale di Modena non ha mai voluto prendere in considerazione a differenza della gente della città di Modena.
Con questo sgombero sono stati interrotti laboratori (fotografia, Hip hop, elettronica), progetti culturali, la palestra popolare che a breve avrebbe avuto vita e quel progetto di socialità che ha visto migliaia di persone attraversare lo spazio.

Pubblichiamo un breve comunicato del Guernica:

Forse le iniziative politiche dello Spazio Guernica, non piacciano alla classe politica modenese e alla questura di Modena, ma se vogliono il Guernica per le strade, per le strade troveranno il Guernica, pronto a rivendicare il progetto e l'ideale che porta avanti tutti i giorni.
Non cancelleremo le iniziative, ma saranno solo sospese, in attesa di trovare un altro posto per poterle portare avanti, consapevoli che presto il Guernica rinascerà sempre più forte e sempre compatto a sostegno di questo progetto che ha ridato vita alla città di Modena.

Il Guernica sarà in piazza mercoledì 17 a sostegno delle lotte studentesche

Sostieni il Guernica, lotta insieme a noi per un nuovo Guernica

10 novembre 2010

Bologna: Suona in piazza Verdi senza permesso, 400 euro di multa

Una multa di 400 euro per aver improvvisare uno spettacolo, cantando e suonando uno strumento in un luogo pubblico. E’ successo ieri sera in piazza Verdi ad un ragazzo israeliano di 23 anni, a cui la Polizia municipale ha contestato di aver messo in piedi uno spettacolo in luogo pubblico senza avere l’autorizzazione del Comune (come prevederebbe l’articolo 68 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza). E’ solo una delle sanzioni scattate durante un controllo effettuato ieri sera in piazza Verdi dai vigili urbani e dalla Polizia intorno a mezzanotte. Un giovane salernitano di 19 anni, anche lui alle prese con uno strumento musicale, ha reagito al controllo ed e’ stato denunciato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale e disturbo della quiete pubblica.
Oggi, intanto, arriva l’ennesimo giro di vite sui locali di via Petroni e dintorni. Il commissario Anna Maria Cancellieri annuncia infatti che ridurra’ gli orari di apertura di alcuni esercizi: “Su situazioni delicate tipo via Petroni, ma non solo, stiamo lavorando. Spero per la fine della settimana di fare qualche cosa per dare risposte molto concrete. La riduzione degli orari sicuramente”. Misure che riguarderanno “via Petroni, qualche locale particolare. Sospensioni delle licenze? Non credo che ci siano situazioni tali da portare a questo- aggiunge il commissario- ma siccome abbiamo dato la deroga, eventualmente interverremo sulla deroga” portando cosi’ la chiusura dalla tre all’una del mattino.

fonte: zic.it


G8 Genova, Cerrato: «Colucci si compiacque dei complimenti su deposizione»

«Eravamo in auto insieme per andare a pranzo. Colucci ha ricevuto una telefonata dove si compiaceva di avere ricevuto i complimenti dal capo della polizia e dal vice». È quanto ha dichiarato ieri mattina in tribunale a Genova Nicola Cerrato, ex procuratore aggiunto di Milano, chiamato a testimoniare nel processo per falsa testimonianza a carico dell'ex questore di Genova Francesco Colucci, accusato dai pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini di avere modificato la propria versione sul ruolo avuto dai vertici della polizia, tra cui l'ex capo Gianni De Gennaro, nell'irruzione alla scuola Diaz durante il G8 del luglio 2001. La presunta "ritrattazione" di Colucci avvenne nel corso del processo per l'irruzione alla Diaz nell'udienza del 3 maggio 2007. Colucci si sarebbe poi compiaciuto di fronte a testimoni dei complimenti ricevuti dal capo della polizia e dal suo vice per la testimonianza resa. Cerrato toccò nuovamente il tema dei "complimenti" in una telefonata fatta a Colucci e finita negli atti dell'indagine per la falsa testimonianza. «Lo avevo chiamato per esprimergli la mia solidarietà - ha detto Cerrato - dopo avere saputo dell'indagine. E gli dissi: “Ti devo fare un appunto: quando sei in auto con altre persone o con l'autista, non fare affermazioni delicate al telefono”. Facevo riferimento al fatto che si compiacesse dei complimenti ricevuti da Manganelli per la deposizione resa. La telefonata che ha fatto lui, io non l'avrei mai fatta in presenza di altre persone». Cerrato ha riferito anche di un atteggiamento di Colucci, il quale si sarebbe "lamentato del commissariamento” subito durante il G8. Diceva di avere commesso l'errore di non avere esercitato il suo ruolo istituzionale, ma di avere fatto agire i generali venuti da Roma. Continuava a ripetere: “Ma io che ho fatto?”».

fonte: Agi


8 novembre 2010

Milano: Polizia spara contro un auto in transito

La notte tra venerdì e sabato, a Milano, in pieno quartiere Ticinese, la polizia ha sparato contro un auto in transito.
Dei sei colpi sparati alcuni hanno sfondato il lunotto posteriore e uno ha centrato il passeggero trapassandolo da parte a parte. Pochi millimetri hanno fatto la differenza tra la vita e la morte.
A sparare è stato un uomo in divisa, ad essere colpito un nostro amico e compagno.
Il pretesto sembra essere stato quello di aver ignorato una richiesta di controllo.
Ciò che è successo non è un semplice fatto di cronaca criminale da mistificare e rimasticare a piacimento sui giornali, né uno scandaloso eccesso di zelo di cui indignarsi, ma l’ordinario risultato di una guerra permanente dichiarata in nome della “sicurezza”; una sicurezza che uccide, nelle questure, nelle galere, per le strade, ovunque qualcosa sfugga al controllo, ovunque vi siano forme di vita da normalizzare.
D’altra parte viviamo territori occupati da uomini armati.
Le nostre strade sono pattugliate dall’esercito.
Uomini in divisa ci chiedono di continuo di mostrare i documenti.
Ai margini delle nostre città vengono allestiti campi di internamento.
Rispondere a quanto successo non è solo vendetta personale ma è una necessità vitale che riguarda tutti. Perchè girarsi dall’altra parte oggi significa trovarsi con le spalle al muro domani.
L’hanno capito in Grecia quando dopo l’assassinio di Alexis è scoppiata la rivolta.
L’hanno capito le banlieu francesi quando dopo la morte di due ragazzi inseguiti dalla polizia hanno dato inizio ad una settimana di fuoco.
Già lo sanno bene gli abitanti di Terzigno, Chiaiano e Pianura, i valligiani della Val Susa, i famigliari di Aldrovandi, Giuliani, Frapporti, Cucchi, Lonzi, Sandri, e di tutti gli assassinati dalla polizia, come lo sanno le migliaia di vite rese clandestine e quotidianamente braccate.
Gli spari dell’altra notte hanno rotto il silenzio attorno a una verità sempre meno nascosta: la polizia è una minaccia organizzata contro le nostre vite, riprendersi le strade oggi e liberare il territorio da chi in armi lo occupa è una questione vitale.
Chiediamo a tutti coloro che leggeranno questo comunicato, in Italia, in Europa e nel mondo, a tutti coloro che conosciamo, ad anonimi complici di chissadove, a tutti gli uomini e le donne liberi che hanno conti in sospeso con la polizia, di agire quanto prima e rispondere a quanto accaduto e accade ogni giorno.

Lunedì 8 novembre ore 19 TUTTI  in via Gola

In solidarietà con Enzo e Lacine



7 novembre 2010

Violenze e sevizie su un detenuto: indagato il medico che visitò anche Cucchi

Legò un detenuto al letto (senza avergli somministrato l’anestesia) mentre gli inseriva il catetere, e ora è indagato per violenza privata, abuso di autorità contro detenuti con l’aggravante di aver commesso il fatto con abuso dei poteri o comunque in violazione dei doveri inerenti la pubblica funzione rivestita.
Protagonista della vicenda è Rolando Degli Angioli, il medico che visitò Stefano Cucchi e ne chiese il ricovero. Degli Angioli impose il trattamento sanitario, peraltro non necessario a Julien Jean Gerard Monnet l’uomo che nel luglio 2008 venne arrestato per aver ridotto in fin di vita la figlioletta di cinque anni. Monnet era stato portato nel carcere di Regina Coeli dove lavorava il dottor Degli Angioli. Nell’inchiesta del pm Francesco Scavo, è indagato anche un infermiere che era in servizio nel carcere della capitale.
Gli accertamenti sono partiti sia da una segnalazione del medico che in seguito ha avuto in cura Monnet, che alcune risultanze investigative svolte nell’ambito del caso Cucchi. Secondo quanto si è appreso a breve si avvierà una rogatoria internazionale per sentire Monnet. Il transalpino è assistito dagli avvocati Michele e Alessandro Gentiloni Silverij. Degli Angioli sarebbe già stato sentito e avrebbe negato di essere stato lui a effettuare quell’operazione, mentre il suo infermiere ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. Nel fascicolo del pm, infine, c’è anche la testimonianza di un urologo che visitò Monnet nei giorni successivi a quell’operazione: secondo l’urologo l’intervento del medico non sarebbe stato necessario.


6 novembre 2010

Catanzaro: Continuano le aggressioni e provocazioni fasciste

Dopo il già gravissimo episodio dello scorso sabato 30 ottobre avvenuto a Catanzaro a danni del L.S.A. Riscossa, terminato con l’accoltellamento di un compagno ancora in degenza e in condizioni di salute precarie, un'altra vile aggressione si è consumata nella giornata di ieri. Questa è avvenuta in pieno
orario di visite proprio sotto l’ospedale dove è ricoverato il compagno ferito sabato; cinque fascisti hanno accerchiato un altro militante del Riscossa colpendolo a calci e pugni. Le forze dell’ ordine sono arrivate solo a pestaggio finito, quando gli aggressori si erano già vigliaccamente dileguati.
Nonostante le condizioni fisiche del compagno non siano gravi, ad esserlo sono le dinamiche che si stanno palesando in questi giorni. Il clima di violenza, tensione ed intolleranza generato da componenti fasciste o neo-fasciste (come amano definirsi nonostante che nelle pratiche attuate non sia leggibile niente di nuovo rispetto al passato), ha raggiunto ormai un livello inaccettabile e insuperabile in una società che si voglia definire civile.
Notiamo inoltre intorno a questo grave problema l’ indifferenza ed il silenzio dei maggiori circuiti mediatici calabresi e non solo. Tg e media non esitano un minuto a sbattere in prima pagina per giorni gli episodi di violenza strumentalizzabili dalle parti politiche al potere, come quando a commetterli sono gli immigrati tanti invisi alla Lega Nord. Quando invece ad essere colpiti sono persone con idee scomode per chi ci governa tutto tace.
Ci  appare chiaro come questa situazione non provochi solo danno alle vittime fisiche dell’ aggressione, bensì sia anche causa ed effetto di un degrado sociale, culturale e politico in cui oggi ci troviamo.
Non facciamoci intimidire da questi attacchi, perché sarebbe la loro vittoria, essi devono anzi essere la sveglia di una coscienza assopita. Il miglior modo di dare solidarietà al Riscossa, al suo lavoro politico e sociale e ai compagni feriti è, in questo momento, la partecipazione attiva ai momenti di confronto e
mobilitazione, gli unici capaci di restituire la città a se stessa, arginando questa deriva fascista.

Solidarietà al LSA Riscossa

collettivo universitarioa  Redshift

4 novembre 2010

"Questa non si chiama giustizia". Intervista a Lucia Uva, sorella di Giuseppe Uva

Varese, 14 giugno 2008. Sono circa le 3 di mattina quando Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero vengono fermati, in stato di ebbrezza, dai carabinieri. Portati in caserma, Biggiogero sente le urla dell'amico provenire da un'altra stanza. Alle 5 i militari chiedono l'intervento di un'ambulanza. In ospedale richiedono un TSO e il trasferimento nel reparto psichiatrico, dove il 43enne Uva muore poche ore dopo per arresto cardiaco. Dagli esami tossicologici risultano somministrati farmaci controindicati in caso di assunzione di alcool. Sarebbe questa la causa del decesso, che lascia però aperte alcune domande: in primo luogo se Uva, fra le 3 e le 5 di quella mattina, abbia subito un assurdo pestaggio; in secondo luogo se i traumi eventualmente riportati abbiano contribuito a causarne la morte.
Su questi aspetti si è concentrata l'attenzione dei familiari, a cominciare dalla sorella Lucia, che non ha risparmiato critiche all'indirizzo dei pm titolari dell'inchiesta. Infatti, da quanto apprendiamo dal quotidiano La Provincia di Varese, la Procura sembra avere un orientamento diverso: i pm sono convinti che la sola causa della morte sarebbe da ricercarsi nella colpa di due medici, ossia nell'incauta somministrazione del tranquillante che avrebbe provocato l'arresto cardiaco. Sarà il giudice a stabilire, nell'udienza fissata al prossimo 1 dicembre, in merito al rinvio a giudizio, ma le premesse fanno supporre che il procedimento sarà incentrato solo sui due medici, inquadrando la morte di Giuseppe Uva in un "normale" caso di "malasanità".
Ciò nonostante, quella di "Pino" Uva è innanzitutto la storia di un uomo affidato alle mani dello Stato (nel suo caso prima ai carabinieri, poi a una struttura sanitaria) e riconsegnato morto ai propri familiari. Conseguentemente è un caso in cui, indipendentemente dall'accertamento di responsabilità penali, è legittimo attendersi risposte dallo Stato, contrassegnate dalla massima trasparenza. Tutte considerazioni che portano ad accostare la vicenda, pur con i necessari distinguo, a fatti più noti all'opinione pubblica (Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, per citare i due più significativi) in cui, al contrario, la trasparenza non ha contraddistinto l'azione dello Stato.
Di tutto questo parliamo con Lucia, sorella di Pino.

Tu quando e come hai saputo della morte di Giuseppe?
Quella mattina ero partita in vacanza con mia figlia Angela e i miei nipotini. Alle 7:15 ricevo una telefonata da mia sorella Mara: mi dice che Pino si trova in ospedale, mi racconta che lo avevano portato lì i carabinieri perché prima lo avevano fermato ubriaco, e poi l'avevano accompagnato nel reparto psichiatrico in quanto "sragionava". Ho risposto a Mara di andare subito in ospedale per vedere cosa stava succedendo e di farmi sapere...
Dopo, ricordo tante telefonate. All'inizio Mara mi ha tranquillizzata: "Lucia, stai tranquilla, Pino sta dormendo. Se senti come russa, sembrano mesi che non dorme!... Ci hanno detto di non svegliarlo e di ritornare oggi pomeriggio alle 3". Tutto questo verso le 10:00, ero appena arrivata al casello di Senigallia; poi alle 11:10 mi ha chiamato mio figlio Alessandro: "mamma, zia Carmela ti ha cercato... Zio Pino è morto...". Non potevo crederci, pensavo a uno scherzo e gli ho riattaccato il telefono in faccia. Subito dopo ho richiamato Mara che, piangendo, mi ha confermato la notizia. Alle 15:45 eravamo in obitorio.

Una volta giunta all'ospedale, hai potuto parlare solo con i medici, oppure sei riuscita a chiedere spiegazioni anche ai carabinieri che avevano arrestato Giuseppe?
A dire il vero con i medici non ho parlato, lo avevano già fatto le mie sorelle. Io alle 17 sono andata al posto di polizia del pronto soccorso, ma loro non sapevano nulla della morte di mio fratello, non erano stati avvertiti. Non sapevano neanche che era stato fatto un ricovero coatto, un Tso, con Pino accompagnato lì dagli agenti. So che l'ispettore Talotta ha fatto subito delle telefonate per avvertire il Magistrato di turno, che quella notte era Agostino Abate. Purtroppo da quel momento il dottor Abate non ha ancora fatto chiarezza sulla morte di Pino, a mio avviso.

Quale è stata la prima versione ufficiale?
Ci hanno detto che aveva avuto un arresto cardiaco, un infarto: questo è quanto ci hanno detto, tutto qui. Poi sono spariti tutti, non si è fatto trovare più nessuno...

So che quando hai visto il corpo hai avuto subito molti dubbi su quella versione...
Sì, quando l'ho visto Pino era irriconoscibile: pieno di botte, il corpo tutto viola, con escoriazioni su entrambe le gambe, la mano destra aveva una nocca enorme... Poi ricordo le sue costole, sul lato sinistro, che sporgevano fuori in modo innaturale. Il suo corpo era privo delle mutande, ma aveva invece un pannolone: quando gliel'ho tolto era sporco di sangue, i testicoli erano viola... Quel corpo me lo sono guardato tutto; non era quello di uno che poteva essersi prodotto le lesioni da solo (ti ricordo che si parlò molto di suoi gesti autolesionisti, per giustificare le ferite): si vedeva che quelle erano botte date di santa ragione... E poi dovrebbero spiegarmi come può riuscire uno a conciarsi così da solo, proprio mentre è controllato da tanti uomini in divisa. Mi sembra una ricostruzione priva di logica...

Cosa ti ha raccontato Alberto Biggiogero, circa quella notte?
Mi ha detto che quella sera lui e Pino avevano bevuto un pò ed erano in giro a festeggiare. Aveva vinto la Nazionale, e loro due, per gioco, stavano transennando la via Dandolo (il giorno dopo era la festa delle ciliegie). A un certo punto è arrivata una macchina dei carabinieri. Uno di questi conosceva Pino: mentre lo inseguiva gli ha urlato qualcosa tipo "Uva, proprio te cercavo stasera!". Dopo pochi minuti sono arrivate due vetture della polizia e tutti insieme sono andati in caserma; Alberto viene fatto entrare in una delle volanti della polizia, mentre fanno salire Pino nell'auto dei carabinieri. Dentro la caserma i due amici restano separati; Alberto è in una stanza, controllato a vista dagli agenti, e sente Giuseppe, in un'altra stanza, urlare "basta, basta". A un certo punto Alberto riesce ad approfittare della momentanea assenza degli agenti e chiama il 118 per chiedere aiuto, ma subito dopo i carabinieri hanno minimizzato al personale del 118 quanto stava accadendo ("sono solo due ubriachi...") e poi hanno tolto il cellulare ad Alberto...

Tramite il tuo avvocato, Fabio Anselmo, hai prodotto perizie di medici che sostengono la tesi secondo cui la morte fu causata non da errori medici (o almeno non solo da quelli), ma dai traumi che Pino avrebbe subito nelle ore precedenti il decesso. Cosa pensi della decisione del gup di non includere nel fascicolo quelle perizie?
Non posso accettare questa ricostruzione. Non è solo colpa dei medici, mi sembra una versione utile solo a nascondere la verità. A mio avviso il PM Abate ha voluto proteggere i carabinieri. Una cosa è certa: dopo 30 mesi non mi hanno ancora dato risposte. Cosa ci faceva Pino in caserma con 10 uomini in divisa? Perché aveva i pantaloni sporchi di sangue, dietro e davanti al cavallo? Perché era senza slip, e dove sono finiti? Perché il magistrato non ha fatto analizzare i pantaloni?

Nel "caso Uva" mi sembra abbiano fatto di tutto per nascondere quanto successo. Questa non si chiama Giustizia...
Qualora la magistratura confermasse la decisione di incentrare il processo solo sulla responsabilità dei medici, quali sarebbero i passi successivi che la vostra famiglia intende intraprendere?
Posso solo dirti che andremo avanti nell'impegno di scoprire la verità. Lo dobbiamo a Pino. Sicuramente in questa battaglia ci aiuterà Fabio, il nostro avvocato.

C'è un momento in cui hai deciso di far diventare pubblica la tua ricerca di verità?
Sì... Una sera stavo seguendo un servizio sul processo per l'uccisione di Federico Aldrovandi. Rimasi sconvolta, perché sentivo le versioni dei poliziotti: erano le stesse cattiverie e falsità che avevo sentito dire su mio fratello. Le solite cose: le lesioni alle vittime attribuite ad autolesionismo, insinuazioni sul loro stile di vita (il tossico, l'ubriacone...), la negazione dell'evidenza...
La mattina dopo chiamai Lino, il papà del povero Federico, gli dissi che anch'io stavo vivendo una tragedia come la loro, gli raccontai la mia storia e chiesi consiglio su cosa potevo fare. Mi rispose di cercare di farmi ascoltare dai giornalisti della mia città, di chiamare Beppe Grillo, di non arrendermi... Poi ricordo una domenica, quando sentii la vicenda di Stefano Cucchi: il lunedì chiamai Rita Cucchi e anche a lei dissi che stavo vivendo lo stesso dolore. Pure lei mi disse "devi denunciare, non dobbiamo arrenderci!". E così ho ricominciato da capo la mia battaglia.
Sono andata a Ferrara da Fabio Anselmo (che era già l'avvocato delle famiglie Cucchi e Aldrovandi). Lui, dopo aver visto i pochi fogli del fascicolo su mio fratello, si è impegnato subito per fare ripartire le indagini: dopo 24 mesi in cui non era stato fatto quasi niente, lui in pochi mesi è riuscito a smuovere quei PM dal loro torpore. Devo un grosso grazie a lui e anche, voglio ricordarlo, a Luigi Manconi.
Ora vediamo cosa succederà... Io dico solo che mio fratello, come tutte le altre "vittime di stato", merita giustizia. E ti dirò che, secondo me, non è solo una questione di giustizia, ma di dignità: una dignità che va restituita a Pino e a tutti quelli come lui, prima ammazzati e poi ricoperti di fango...

Francesco "baro" Barilli

Roma: Avvisi di garanzia alle maestre che protestarono in Campidoglio

Nove avvisi di garanzia sono stati recapitati a rappresentanti sindacali, educatrici ed insegnanti delle scuole di infanzia di Roma che lo scorso 31 maggio manifestavano sotto il Campidoglio per uno sciopero indetto da RdB Pubblico Impiego. L’accusa è resistenza a pubblico ufficiale aggravata dal concorso di più persone.
Roberto Betti, RdB-Usb del Comune di Roma: « Si vuole criminalizzare tutti quelli che si oppongono alle politiche del Comune. Noi volevamo solo che una nostra delegazione fosse ricevuta durante la trattativa in corso in Campidoglio». «Siamo offesi da questi avvisi di garanzia – ha detto la responsabile Usb degli asili nido di Roma Caterina Fide – Noi non chiediamo soldi ma solo che i servizi funzionino negli asili nido. Il comune sta percorrendo una strada che vuole portare alla privatizzazione degli asili».

Il carcere è una non risposta

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha recentemente condannato l'Italia per trattamenti disumani e degradanti a cui sono sottoposti i detenuti nel nostro Paese. Tutti quelli che pensano che il carcere sia un male necessario, specialmente questo tipo di prigione che c'è in Italia, sono come coloro che pensavano che era il sole che girava intorno alla terra. Il carcere, in qualsiasi parte del mondo, non dà risposte, il carcere è una non risposta. Non si dovrebbe andare in carcere, ma se ci si va, non si dovrebbe trovare un luogo disumano e fuorilegge, come nelle patrie galere italiane. Un luogo dove le persone vengono rinchiuse come in un canile e spesso abbandonate a se stesse. La pena, in qualsiasi parte del mondo, non dovrebbe produrre vendetta, ma perseguire il fine di riparare e riconciliare. Solo un carcere aperto e rispettoso della legalità potrebbe restituire alla società cittadini migliori. Invece le prigioni in Italia, settimo paese più industriale e avanzato nel mondo, produce solo sofferenza, ingiustizia e nuovi detenuti. Ed è il posto dei poveri, dei tossicodipendenti, degli extracomunitari e degli avanzi della società. Inoltre, per i detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis, è anche il luogo dove gli esseri umani trascorrono anni e anni della loro vita senza vivere. I prigionieri sottoposti a questo regime rimangono chiusi in cella nell'inattività, nella noia, nella mancanza di qualsiasi contatto con il mondo esterno, ventidue ore su ventiquattro. I detenuti sottoposti al "carcere duro" non possono abbracciare e toccare i propri familiari, alcuni anche da diciotto anni. Vivono in un sostanziale isolamento e con una barriera di plastica nelle loro finestre per impedire loro di vedere il cielo, le stelle e la luna. Il carcere nel nostro Paese produce morte ed è altissimo il numero dei detenuti che per non soffrire più, o perché amano troppo la vita, se la tolgono, più di 50 dall'inizio di quest'anno. E poi solo in Italia, non in Europa e non nel resto del mondo, esiste una pena che non finisce mai: "La Pena di Morte Viva", l'ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio, se al tuo posto non metti un altro in galera. Niente è più crudele di una pena che non finirà mai, perché questo tipo di ergastolo uccide una persona in maniera disumana. L'ergastolano italiano ostativo ha solo la possibilità di soffrire, invecchiare e morire. E non avere più futuro è molto peggio di non avere vita, perché nessuno può vivere senza avere la speranza di libertà. Non può una persona essere colpevole per sempre. E' inumano che una persona continui a essere punita per un reato che ha commesso venti/trenta anni prima. I sogni nei carceri muoiono. E spesso muoiono prima i prigionieri che riescono ancora a sognare, perché è l'unico modo che hanno per realizzare i loro sogni.

Carmelo Musumeci - Carcere Spoleto

Carceri, è l'ora del risarcimento

Appello per far la legge che ripaghi chi ha subito un'ingiusta detenzione

Se una legge deve essere retroattiva questa deve essere quella inerente la riparazione per ingiusta detenzione introdotta in Italia con il nuovo codice di procedura penale nell’ottobre1989.
Prima di quella data le tante persone detenute e poi assolte non hanno potuto beneficiare di nessuna riparazione, proprio perché la norma è compresa tra gli istituti applicabili solo per i procedimenti ancora in corso all’entrata in vigore del codice di procedura penale e non anche per quelli già conclusi.
Molte vittime dell’errore giudiziario contemplato dall’art.314 del codice di procedura penale sono rimaste quindi prive della giusta riparazione e ciò è accaduto in aperta violazione degli articoli 2 e 24 della Costituzione, nonché delle norme della citata Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Esistono tanti cittadini che hanno subito l’umiliazione del carcere, talvolta per anni e l’annichilimento del diritto inviolabile della libertà personale, consacrato dall’articolo 13 della Costituzione, ma non hanno ottenuto nessuna giusta riparazione e nemmeno quella somma di denaro che certo si direbbe meglio “conforto” che non “riparazione”.
E tutto ciò perché la loro completa assoluzione si è potuta ottenere solo in un momento precedente, talvolta di pochi giorni o di poche settimane soltanto, a quella dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale.
E’ questa una situazione che offende la dignità del Paese e che contrasta con la concezione di salvaguardia dei diritti inviolabili dell’uomo che la Repubblica ha posto a fondamento del suo ordinamento costituzionale.
E’ una situazione deplorevole e ingiusta che non può consentire a nessuno di dire: “ E’ ormai troppo tardi”.
Esistono depositate alla Camera ma non ancora calendarizzate in commissione giustizia due proposte di legge che vanno nella direzione di introdurre la retroattività nella riparazione per ingiusta detenzione una la n. 3158 prima firmataria l’On. (radicale- Pd) Rita Bernardini e l’altra n. 1865 firmatario l’On. (Udc) Pier Luigi Mantini, facciamo in modo che questi disegni di legge vengano discussi e approvati.

Giovanni Russo Spena, Luigi Manconi, Associazione Antigone, Paolo Ferrero, Rita Bernardini, Italo Di Sabato, Giulio Petrilli, Sandro Favi, Elettra Deiana, Katia Bellilo, Antonio Distasi. Annamaria Rivera, Claudio Grassi, Andrea Ricci, Loris Campetti, Stefano Azzarà, Linda Santilli, Eleonora Martini, Vittorio Agnoletto, Paolo Sospiro, Gabriele Sospiro, Paolo Cacciari, Imma Barbarossa, Sergio Sinigaglia, Roberto Mancini, Giuliano Pisapia, Orazio Sturniolo, Silvana Pisa, Francesco Manna, Roberto Musacchio, Luigi Vinci, Alberto Burgio


per adesioni contattare: Marcello Pesarini 339 1347355 - marcello.pesarini@virgilio.it

3 novembre 2010

Storie di ordinaria ingiustizia

Il 13 maggio 1999 (Governo D'Alema) il sindacali­smo di base, da solo, chiamava i lavoratori a scioperare per opporsi alla guerra della NATO contro quella che fu la Repubblica Yugoslava.
Una guerra illegale che violava lo Statuto dell'ONU e la Costituzione Italiana, fatta non per le ragioni “umanitarie” sbandierate all'epoca dalla propaganda governativa, e che per la prima volta dal 1945, tragicamente, riportava il con­flitto sul territorio europeo.
Una guerra non ancora conclusa tanto che migliaia di soldati NATO stazionano ancora oggi in Bosnia, in Kosovo, in Croazia, in Macedonia.
Alla fine della manifestazione svoltasi a Firenze, davanti al consolato america­no, la polizia e i carabinieri caricavano violentemente i lavoratori provocando feriti e una scia di disordini.
Immagini video (mostrate anche da “striscia la notizia” e che sono visionabili su youtube.com, ad esempio: http://www.youtube.com/watch?v=oyIC4zsYFeg ) do­cumentarono della violenza e della volontà di reprimere chi aveva osato criti­care un’alleanza inedita perché erano insieme, sia pure con ruoli diversi, d'a­lema, fini, casini e berlusconi.
Il 29 gennaio 2008, dopo quasi 10 anni dai fatti, il tribunale di Firen­ze, con una sentenza incredibile, condannava 13 manifestanti addi­rittura a 7 anni per “resistenza pluriaggravata”.

VIETATO PROTESTARE – VIETATO CONTESTARE
una anticipazione delle politiche repressive e di becera criminalizzazione che oggi caratterizzano l'azione delle cricche al potere contro ogni protesta sociale sia degli operai che degli studenti, contro ogni contestazione agli interessi di quei pochi privilegiati che stanno sempre più invischiando il Paese in costose avventure militari con la loro scia di lutti e tragedie.
In questa Italia le varie caste politiche ed economiche rubano e deva­stano, violano la Costituzione e il diritto internazionale, sfruttano e schiavizzano, cancellano diritti primari come sanità e istruzione e tut­to in una completa impunità, i 13 lavoratori condannati a 7 anni per aver manifestato contro la guerra, si troveranno il 5 novembre 2010 nuovamente in tribunale dove è fissata l'udienza di secondo grado che dovrà esaminare il ricorso presentato dalla difesa degli imputati.

DIRE BASTA è TROPPO POCO !!!

La Confederazione cobas di Firenze e usi Firenze esprimono la propria solidarietà ai lavoratori CONDANNATI, denunciano una repressione che schiaccia ogni spazio democratico e invita i lavoratori a partecipare alle iniziative di solidarietà che si svolgeranno in città.


Confederazione Cobas Firenze/ Usi Firenze

Ha un nome e un cognome il poliziotto picchiatore alla scuola Diaz, mai identificato

C'è un poliziotto a Genova che, durante il G8-2001, si è distinto per vigliaccheria. Questo sbirro, della Digos, ha partecipato al blitz nella scuola Diaz, lo si vede immortalato in un video, in borghese, con una lunga coda di cavallo, che manganella qualcuno al secondo piano della scuola, poi lo si vede uscire dall'edificio.
Nessuno sa chi sia, sebbene tutti lo abbiano visto.
Questo poliziotto non è mai stato identificato: non sapendo a quale Questura facesse riferimento, i Pm che indagavano sul blitz hanno mandato richieste a 98 questure d'Italia (tranne quella di Genova) perché lo sbirro venisse identificato. Tutto invano.
Pareva che questo sbirro fosse scomparso. Alcuni anni dopo viene individuato: è un Digos della questura di Genova, che ha pure avuto la faccia di merda di seguirsi tutto il processo Diaz, come spettatore, comodamente seduto in aula. A questo punto è troppo tardi per incriminarlo. Ma almeno il suo volto attuale e la sua posizione sono noti.
E poi eccolo lì spuntare in una foto mentre arresta un tifoso serbo a Genova, qualche settimana fa. Ci risiamo.
C'è poi un nome che spunta da una conversazione telefonica (è un atto pubblico relativo al processo Diaz) in cui uno dei picchiatori della Diaz, stanco per il lavoro appena compiuto, avvisa il collega che lo ha chiamato che intende passare in Questura, mettere due firme e poi tornarsene a casa. Compaiono un nome e un cognome, un dettaglio interessante. Il nome venne già ripreso dal SecoloXIX, ma il giornalista non fece il link, e poi forse nemmeno esisteva facebook nel 2007...
Copia il nome, incolla su google e TADAN! chi ti spunta? proprio lui! su Facebook!
Lo sbirro "Coda di cavallo" ora ha una foto pubblica recente, un CV di tutto rispetto, un profilo su facebook e, ovviamente NOME e COGNOME: si tratta di Luigi Demarinis, di professione picchiatore, in servizio alla gloriosa Questura di Genova (continua su imc Liguria)
 
Fonte: Indymedia Ligura

Taverna del Re, nuovi scontri e feriti

Sono tre le persone ferite nell’ultima carica effettuata dalla polizia dinanzi al sito di Taverna del Re, alla periferia di Giugliano. Una quarta persona, invece è stata colta da malore. Sul posto è giunta un’ambulanza del servizio 118 mentre si attendono l’arrivo di altri mezzi di soccorso.
In precedenza agenti del reparto mobile della polizia e un funzionario della Digos hanno detto di essere stati colpiti da pietre e oggetti lanciati dai manifestanti. Comunque, nonostante i nuovi incidenti, almeno 27 camion hanno sversato nel sito di stoccaggio, secondo i dati resi noti dalle «forze dell’ordine».

Aggressione fascista contro ambientalisti a Correzzana (Mb)

La sera di sabato 30 ottobre, un gruppo di giovani animalisti e ambientalisti, in maggioranza ragazze, sono stati prima rincorsi e inseguiti a Correzzana (MB) e infine minacciati e aggrediti da un manipolo di ragazzotti armati di spranghe e bastoni che urlavano “Viva il Duce, Viva Hitler” e “Sparite comunisti di merda!”.
L’inquietante episodio di violenza di ieri sera finirà in Parlamento e in Consiglio provinciale di Monza e Brianza, grazie a due interrogazioni urgenti che saranno presentate da una deputata radicale eletta con le liste del PD e dal consigliere provinciale del PDL, Luca Procaccini.
Gli ambientalisti del Coordinamento “Fermiamo Harlan”, Gaia Onlus e Animalisti Italiani, accompagnati dall’ex deputato Stefano Apuzzo, Presidente di Amici della Terra Lombardia, stavano incasellando volantini di condanna della vivisezione e dell’allevamento “Harlan” che ha sede proprio a Correzzana. L’enorme capannone colmo di animali, sito in Via Fermi 8, fa parte dell’azienda multinazionale che alleva cani, gatti, conigli e altri animali destinati ad essere torturati nei laboratori di vivisezione. Il Gruppo di giovani ambientalisti stava volantinando e incasellando quando sono apparsi due figuri, usciti dallo stabilimento Harlan (uno dei quali sarebbe stato identificato come il responsabile della sicurezza dell’azienda), che hanno iniziato a seguire minacciosi con la propria auto gli animalisti, sfrecciandogli vicino. Uno dei due figuri di “Harlan” si è anche fiondato in un bar in piazza uscendone trafelato.
Preoccupati dallo sgradevole pedinamento e temendo una “chiamata di rinforzi” di loschi figuri, gli ambientalisti hanno chiamato i Carabinieri. In seguito ad un primo controllo dei documenti, il gruppo di giovani ha proseguito a incasellare i volantini. All’improvviso, è apparso (usciti dal medesimo bar) un gruppo di circa 8 ragazzotti armati di spranghe e bastoni che hanno rincorso e aggredito le ragazze urlando “Viva il Duce, Viva Hitler, Fuori dalle palle comunisti di merda”.
I giovani animalisti si sono sottratti al pestaggio citofonando ad un caseggiato e rifugiandosi nel cortile e in casa di una famiglia del posto. L’abitazione veniva, nel frattempo, fatta oggetto di lancio di sassi e bastoni e il gruppo di facinorosi di estrema destra non accennava a voler abbandonare il campo.
Solo il pronto intervento dei Carabinieri della Stazione di Seregno, richiamati sul luogo dagli animalisti ha permesso di riportare la calma e di far cessare l’assedio dei violenti. I militari hanno raccolto le testimonianze dei giovani e della famiglia che li ha fatti rifugiare e ispezionato la zona, ma dei figuri armati di bastoni non v’era più traccia.
“Presenteremo un esposto denuncia contro ignoti”, affermano gli animalisti, “la cosa più inquietante è che a Correzzana la Harlan la faccia da padrona, affidandosi a personaggi di dubbia professionalità e riuscendo chissà come a far sbucare dal nulla gruppi di giovani estremisti di destra armati di spranghe per cacciare gli odiati animalisti al grido di Viva Hitler!”. “Interpelleremo anche la sede statunitense della multinazionale per sapere se questi sono i figuri ai quali l’azienda affida la propria “sicurezza””, conclude Stefano Apuzzo di Amici della Terra-Friends of The Earth.


Fonte: Indymedia Lombardia

2 novembre 2010

Polizia su Facebook

Polizia di nuovo sotto i riflettori, nonostante i filtri ed i silenzi dei pestaggi di turno, delle violenze di branco, delle prepotenze quotidiane. Non bastano le fiction televisive ed i romanzi avvincenti per celare la natura delle forze dell'ordine nostrane, il loro agire anche attraverso un mezzo di comunicazione come quello di Facebook denuda malefatte e correlati...
La vicenda di oggi è torinese, ardita da un caposquadra delle volanti e da un suo collega, che commentano le immagini di operazioni di polizia di qualche settimana fa. Online le immagini del conflitto a fuoco con ostaggi la mattina del 13 ottobre, in corso Moncalieri, a Torino, quando, anche per mano degli poliziotti, si è sfiorata la tragedia, in mezzo al traffico. I poliziotti sono accorsi dietro segnalazione di una rapina alla posta e hanno aperto il fuoco...

La Repubblica Torino questa mattina ripropone quanto rintraccibile nella pagina di Facebook degli sbirri:

"Di chi sarà questa manina di fata....?". Nella foto trovata in Internet, ripresa e pubblicata nella bacheca personale, le dita dell'uomo in divisa sono poggiate sul finestrino della macchina crivellata di colpi, il vetro forato, il lunotto posteriore abbattuto, il parabrezza in frantumi. La mattina del 13 ottobre, in corso Moncalieri, si è sfiorata la tragedia, in mezzo al traffico, in un'ora affollata. Una sparatoria da Far West, a senso unico. Roba succulenta da magnificare sul web. I poliziotti sono accorsi in forze per la segnalazione di una rapina alle Poste. Gli agenti hanno sparato 14 colpi contro una Saab con a bordo un ostaggio, alla guida, e due banditi con una pistola che sembrava vera. Altri poliziotti hanno usato le armi contro una Panda rossa, il terzo rapinatore a bordo, la guidatrice prigioniera nell'abitacolo. Uno si vanta: "Contare i fori (quelli dei colpi esplosi contro i fuggitivi, ndr) non è da tutti". Il collega risponde: " Finché li conti i buchi va bene, il peggio è se li contano gli altri". Altra posa con didascalia, posticcia: "Io do le disposizioni ed il socio guardingo impara, restando impassibile". Il collega che ha sparato durante il blitz antirapina aggiunge, da poliziotto duro e puro: "Sai che non piego e non chino la testa, ancor più quando sono pienamente nel giusto".

Che vi sia dell'inascoltabile nelle parole e nei vanti dello sbirro non vi è dubbio, così come è innegabile la riproposizione dell'endemico dna dei poliziotti nostrani, prepotenza di potere e rozza miserabilità... Dalla questura di Torino, per ora, nessuno proferisce parola, nessuno si è finora preso l'onere di dare spiegazioni, in fin dei conti li conoscono bene "i loro ragazzi"... e tempo per meravigliarsi troppo non ce n'è!

fonte: InfoAut

Continuano le cariche della polizia a Taverna del Re

Nuovi scontri tra manifestanti e polizia si sono verificati a Taverna del Re presso il presidio montato dai cittadini per impedire il transito degli autocompattatori diretti al sito. Alcuni manifestanti si sono piazzati davanti ai mezzi dei carabinieri e hanno bloccato una lunga colonna di automezzi. Alcuni di loro si sono aggrappati ai camion mentre carabinieri e polizia tentano di riportarli a terra. Un uomo è caduto battendo la testa a terra mentre una giovane è stata colta da malore. Le forze dell’ordine hanno strattonato anche fotografi e operatori tv, che denunciano di essere stati allontanati da poliziotti e carabinieri che stavano effettuando una carica sui dimostranti. Dopo 40 minuti di corpo a corpo tra forze di polizia e manifestanti all’interno del sito è entrato un solo autocompattatore. Gli agenti della polizia municipale hanno controllato circa 150 automezzi ed elevato circa 30 contravvenzioni per perdita di percolato dagli automezzi che si recavano a Taverna del Re per il conferimento dei rifiuti.

1 novembre 2010

Taverna del Re (Na): Cariche della polizia. ferito un manifestante

Un uomo è rimasto ferito nel corso delle cariche della polizia avvenuti a Taverna del Re (gurada le foto). Il manifestante è a terra in attesa dell'arrivo dei soccorritori con il volto sanguinante. Secondo quanto raccontano alcuni testimoni, l'uomo era a mani alzate e stava procedendo lentamente, quando è stato raggiunto da un poliziotto che gli ha sferrato un colpo al viso. L'uomo dovrà essere operato al setto nasale. Ferito anche se lievemente un giovane carabiniere. Il militare è rimasto ferito alzando lo scudo mentre tentava di respingere insieme ai colleghi i manifestanti che volevano impedire il transito degli autocompattatori in uscita dal sito di compostaggio.

I morti invisibili in carcere. Cancellati perché stranieri

Nelle prigioni italiane muoiono ogni anno 150 detenuti. Un terzo per "cause oscure". Ma l'elenco delle morti sospette è destinato a salire. Nel conteggio complessivo mancano gli "invisibili". Gli "invisibili" sono quei detenuti stranieri il cui decesso si riassume in un certificato e in una sommaria ricostruzione dei fatti destinata alla burocrazia. A Regina Coeli, il carcere romano già al centro di inchieste per i casi Cucchi e La Penna, gli "invisibili" finiti nel nulla sono tre. Due sono morti in cella, un terzo nel carcere di Augusta (Siracusa), ma la famiglia da tempo aveva chiesto un intervento alla procura di Roma per indagare sui ripetuti maltrattamenti che il giovane avrebbe subito ben prima del suo trasferimento in Sicilia.
Marko Hadzovic, Paolo Iovanovic, Mija Diordevic. Cittadini originari della ex-Jugoslavia, abituati a sopravvivere ai margini. Pregiudicati, tossici, malviventi di mezza tacca. Tre "clienti" abituali delle prigioni italiane. Erano considerati scarti della società. Adesso sono morti e nessuno, a parte le famiglie e qualche amico, si impegna per sapere come. E perché. E se ci sono responsabilità nel comportamento di chi, in funzione del proprio ruolo, e nel rispetto delle leggi, avrebbe dovuto sorvegliarli ma anche proteggerli.
Eppure i loro casi, proprio perché opachi e facili da archiviare, sembrano gettare nuove ombre sul nostro sistema carcerario, e nel caso specifico su Regina Coeli. Sembrano dire che le vicende ben più note di Stefano Cucchi e di Simone La Penna non sono eventi eccezionali. Questo sembrano dire le storie degli "invisibili". Storie delle quali nessuno finora ha mai parlato ma che Repubblica è in grado di ricostruire.

Marko Hadzovic, 32 anni, è morto in prigione ad Augusta (Siracusa) il primo marzo scorso. Vi era arrivato da Regina Coeli passando per Viterbo e Rossano Calabro. Un tour carcerario non usuale per un piccolo rapinatore che doveva scontare pene cumulative per nove anni. Era stato arrestato a Roma perché insieme al suo complice minorenne, armati di taglierino, aggredivano le donne sole in macchina, le picchiavano e le derubavano. Un reato odioso il cui effetto sulla generale sensazione di insicurezza era devastante.
Quando Hadzovic fu arrestato, il tam-tam carcerario diffuse la voce che tra le vittime dei suoi colpi vi fosse stata anche la congiunta di un uomo delle forze dell'ordine. Questo, all'interno dell'istituto di pena, avrebbe aggravato - e non poco - la sua situazione.
Alex H., ladro di rame, era a Regina Coeli nello stesso periodo. Racconta a Repubblica: "Ho incontrato Marko Hadzovic nel settimo braccio. Gli facevano portare il vitto. Non si doveva parlare con lui, era considerato peggio di un "infame". Mi sembrò un po' malconcio. Per noi stranieri è sempre più dura che per gli altri. Con qualcuno esagerano proprio. Di Marko mi dissero che era caduto dalle scale".
La famiglia di Hadzovic, attraverso i suoi legali, si era rivolta al Garante dei detenuti e cercò di interessare la magistratura. "E' stato legato, bastonato, gettato per terra" scriverà in una memoria. Queste, e molte altre accuse, non trovarono però uno sbocco d'indagine. Nel frattempo Hadzovic venne trasferito nelle altre carceri. Ad Augusta il primo marzo scorso è morto. La procura di Siracusa ha aperto un'inchiesta per omicidio.

Paolo Jovanovic viene fermato dai carabinieri il 17 marzo del 2007 e portato a Regina Coeli. Ha 27 anni. È accusato di ricettazione, è un tossicodipendente frequentemente in crisi. Uscirà dal carcere il 22, ormai privo di vita. Nei cinque giorni di detenzione è stato curato con il metadone per astinenza da eroina. Lo psichiatra consiglia la sorveglianza in cella di isolamento con prescrizione di psicofarmaci.
La sera del 22 marzo, intorno alle 20,30, il personale carcerario va da Jovanovic per somministrargli la terapia. Secondo quanto dichiarato nei documenti ufficiali, lui non risponde e nessuno lo sveglia. Alle 22,50 il personale procede alla conta numerica dei detenuti. Jovanovic continua a non rispondere. Non può, perché sta morendo.
Si tenta un soccorso estremo con rianimazione e defibrillazione. Gli amici di Jovanovic, che sul caso hanno costruito un dossier, ritengono che l'intervento fu tardivo e inutile. "A quel punto era già morto", dicono. Il detenuto viene trasportato in ospedale e lì risulterà essere deceduto alle 23,46. Nel dossier, che sostiene la necessità di un'indagine, sono elencate le numerose perplessità legate ai farmaci utilizzati e alle modalità di detenzione.

Mija Diordevic viene arrestato nel 2008. Ha quarant'anni. È un pluripregiudicato, un soggetto difficile che fa uso di droga. In cella viene "gestito" con il valium. Secondo la famiglia, Mija si sente male di stomaco, il valium lo ha talmente stordito che non riesce a respirare. Muore in cella soffocato dal vomito. Nessuno ne parla. È un altro "invisibile" da archiviare al più presto. La procura apre un fascicolo per gli accertamenti di rito. Il risultato a cui si approda è che non si ravvisa alcun reato. La famiglia, difesa dall'avvocato Luca Santini, dà il via a una causa civile contro il ministero della Giustizia e l'Asl. La tesi è che ci sia stata negligenza e che il cittadino-recluso Mija Diordevic sia stato abbandonato a se stesso.
 

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