6 novembre 2010

Catanzaro: Continuano le aggressioni e provocazioni fasciste

Dopo il già gravissimo episodio dello scorso sabato 30 ottobre avvenuto a Catanzaro a danni del L.S.A. Riscossa, terminato con l’accoltellamento di un compagno ancora in degenza e in condizioni di salute precarie, un'altra vile aggressione si è consumata nella giornata di ieri. Questa è avvenuta in pieno
orario di visite proprio sotto l’ospedale dove è ricoverato il compagno ferito sabato; cinque fascisti hanno accerchiato un altro militante del Riscossa colpendolo a calci e pugni. Le forze dell’ ordine sono arrivate solo a pestaggio finito, quando gli aggressori si erano già vigliaccamente dileguati.
Nonostante le condizioni fisiche del compagno non siano gravi, ad esserlo sono le dinamiche che si stanno palesando in questi giorni. Il clima di violenza, tensione ed intolleranza generato da componenti fasciste o neo-fasciste (come amano definirsi nonostante che nelle pratiche attuate non sia leggibile niente di nuovo rispetto al passato), ha raggiunto ormai un livello inaccettabile e insuperabile in una società che si voglia definire civile.
Notiamo inoltre intorno a questo grave problema l’ indifferenza ed il silenzio dei maggiori circuiti mediatici calabresi e non solo. Tg e media non esitano un minuto a sbattere in prima pagina per giorni gli episodi di violenza strumentalizzabili dalle parti politiche al potere, come quando a commetterli sono gli immigrati tanti invisi alla Lega Nord. Quando invece ad essere colpiti sono persone con idee scomode per chi ci governa tutto tace.
Ci  appare chiaro come questa situazione non provochi solo danno alle vittime fisiche dell’ aggressione, bensì sia anche causa ed effetto di un degrado sociale, culturale e politico in cui oggi ci troviamo.
Non facciamoci intimidire da questi attacchi, perché sarebbe la loro vittoria, essi devono anzi essere la sveglia di una coscienza assopita. Il miglior modo di dare solidarietà al Riscossa, al suo lavoro politico e sociale e ai compagni feriti è, in questo momento, la partecipazione attiva ai momenti di confronto e
mobilitazione, gli unici capaci di restituire la città a se stessa, arginando questa deriva fascista.

Solidarietà al LSA Riscossa

collettivo universitarioa  Redshift

4 novembre 2010

"Questa non si chiama giustizia". Intervista a Lucia Uva, sorella di Giuseppe Uva

Varese, 14 giugno 2008. Sono circa le 3 di mattina quando Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero vengono fermati, in stato di ebbrezza, dai carabinieri. Portati in caserma, Biggiogero sente le urla dell'amico provenire da un'altra stanza. Alle 5 i militari chiedono l'intervento di un'ambulanza. In ospedale richiedono un TSO e il trasferimento nel reparto psichiatrico, dove il 43enne Uva muore poche ore dopo per arresto cardiaco. Dagli esami tossicologici risultano somministrati farmaci controindicati in caso di assunzione di alcool. Sarebbe questa la causa del decesso, che lascia però aperte alcune domande: in primo luogo se Uva, fra le 3 e le 5 di quella mattina, abbia subito un assurdo pestaggio; in secondo luogo se i traumi eventualmente riportati abbiano contribuito a causarne la morte.
Su questi aspetti si è concentrata l'attenzione dei familiari, a cominciare dalla sorella Lucia, che non ha risparmiato critiche all'indirizzo dei pm titolari dell'inchiesta. Infatti, da quanto apprendiamo dal quotidiano La Provincia di Varese, la Procura sembra avere un orientamento diverso: i pm sono convinti che la sola causa della morte sarebbe da ricercarsi nella colpa di due medici, ossia nell'incauta somministrazione del tranquillante che avrebbe provocato l'arresto cardiaco. Sarà il giudice a stabilire, nell'udienza fissata al prossimo 1 dicembre, in merito al rinvio a giudizio, ma le premesse fanno supporre che il procedimento sarà incentrato solo sui due medici, inquadrando la morte di Giuseppe Uva in un "normale" caso di "malasanità".
Ciò nonostante, quella di "Pino" Uva è innanzitutto la storia di un uomo affidato alle mani dello Stato (nel suo caso prima ai carabinieri, poi a una struttura sanitaria) e riconsegnato morto ai propri familiari. Conseguentemente è un caso in cui, indipendentemente dall'accertamento di responsabilità penali, è legittimo attendersi risposte dallo Stato, contrassegnate dalla massima trasparenza. Tutte considerazioni che portano ad accostare la vicenda, pur con i necessari distinguo, a fatti più noti all'opinione pubblica (Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, per citare i due più significativi) in cui, al contrario, la trasparenza non ha contraddistinto l'azione dello Stato.
Di tutto questo parliamo con Lucia, sorella di Pino.

Tu quando e come hai saputo della morte di Giuseppe?
Quella mattina ero partita in vacanza con mia figlia Angela e i miei nipotini. Alle 7:15 ricevo una telefonata da mia sorella Mara: mi dice che Pino si trova in ospedale, mi racconta che lo avevano portato lì i carabinieri perché prima lo avevano fermato ubriaco, e poi l'avevano accompagnato nel reparto psichiatrico in quanto "sragionava". Ho risposto a Mara di andare subito in ospedale per vedere cosa stava succedendo e di farmi sapere...
Dopo, ricordo tante telefonate. All'inizio Mara mi ha tranquillizzata: "Lucia, stai tranquilla, Pino sta dormendo. Se senti come russa, sembrano mesi che non dorme!... Ci hanno detto di non svegliarlo e di ritornare oggi pomeriggio alle 3". Tutto questo verso le 10:00, ero appena arrivata al casello di Senigallia; poi alle 11:10 mi ha chiamato mio figlio Alessandro: "mamma, zia Carmela ti ha cercato... Zio Pino è morto...". Non potevo crederci, pensavo a uno scherzo e gli ho riattaccato il telefono in faccia. Subito dopo ho richiamato Mara che, piangendo, mi ha confermato la notizia. Alle 15:45 eravamo in obitorio.

Una volta giunta all'ospedale, hai potuto parlare solo con i medici, oppure sei riuscita a chiedere spiegazioni anche ai carabinieri che avevano arrestato Giuseppe?
A dire il vero con i medici non ho parlato, lo avevano già fatto le mie sorelle. Io alle 17 sono andata al posto di polizia del pronto soccorso, ma loro non sapevano nulla della morte di mio fratello, non erano stati avvertiti. Non sapevano neanche che era stato fatto un ricovero coatto, un Tso, con Pino accompagnato lì dagli agenti. So che l'ispettore Talotta ha fatto subito delle telefonate per avvertire il Magistrato di turno, che quella notte era Agostino Abate. Purtroppo da quel momento il dottor Abate non ha ancora fatto chiarezza sulla morte di Pino, a mio avviso.

Quale è stata la prima versione ufficiale?
Ci hanno detto che aveva avuto un arresto cardiaco, un infarto: questo è quanto ci hanno detto, tutto qui. Poi sono spariti tutti, non si è fatto trovare più nessuno...

So che quando hai visto il corpo hai avuto subito molti dubbi su quella versione...
Sì, quando l'ho visto Pino era irriconoscibile: pieno di botte, il corpo tutto viola, con escoriazioni su entrambe le gambe, la mano destra aveva una nocca enorme... Poi ricordo le sue costole, sul lato sinistro, che sporgevano fuori in modo innaturale. Il suo corpo era privo delle mutande, ma aveva invece un pannolone: quando gliel'ho tolto era sporco di sangue, i testicoli erano viola... Quel corpo me lo sono guardato tutto; non era quello di uno che poteva essersi prodotto le lesioni da solo (ti ricordo che si parlò molto di suoi gesti autolesionisti, per giustificare le ferite): si vedeva che quelle erano botte date di santa ragione... E poi dovrebbero spiegarmi come può riuscire uno a conciarsi così da solo, proprio mentre è controllato da tanti uomini in divisa. Mi sembra una ricostruzione priva di logica...

Cosa ti ha raccontato Alberto Biggiogero, circa quella notte?
Mi ha detto che quella sera lui e Pino avevano bevuto un pò ed erano in giro a festeggiare. Aveva vinto la Nazionale, e loro due, per gioco, stavano transennando la via Dandolo (il giorno dopo era la festa delle ciliegie). A un certo punto è arrivata una macchina dei carabinieri. Uno di questi conosceva Pino: mentre lo inseguiva gli ha urlato qualcosa tipo "Uva, proprio te cercavo stasera!". Dopo pochi minuti sono arrivate due vetture della polizia e tutti insieme sono andati in caserma; Alberto viene fatto entrare in una delle volanti della polizia, mentre fanno salire Pino nell'auto dei carabinieri. Dentro la caserma i due amici restano separati; Alberto è in una stanza, controllato a vista dagli agenti, e sente Giuseppe, in un'altra stanza, urlare "basta, basta". A un certo punto Alberto riesce ad approfittare della momentanea assenza degli agenti e chiama il 118 per chiedere aiuto, ma subito dopo i carabinieri hanno minimizzato al personale del 118 quanto stava accadendo ("sono solo due ubriachi...") e poi hanno tolto il cellulare ad Alberto...

Tramite il tuo avvocato, Fabio Anselmo, hai prodotto perizie di medici che sostengono la tesi secondo cui la morte fu causata non da errori medici (o almeno non solo da quelli), ma dai traumi che Pino avrebbe subito nelle ore precedenti il decesso. Cosa pensi della decisione del gup di non includere nel fascicolo quelle perizie?
Non posso accettare questa ricostruzione. Non è solo colpa dei medici, mi sembra una versione utile solo a nascondere la verità. A mio avviso il PM Abate ha voluto proteggere i carabinieri. Una cosa è certa: dopo 30 mesi non mi hanno ancora dato risposte. Cosa ci faceva Pino in caserma con 10 uomini in divisa? Perché aveva i pantaloni sporchi di sangue, dietro e davanti al cavallo? Perché era senza slip, e dove sono finiti? Perché il magistrato non ha fatto analizzare i pantaloni?

Nel "caso Uva" mi sembra abbiano fatto di tutto per nascondere quanto successo. Questa non si chiama Giustizia...
Qualora la magistratura confermasse la decisione di incentrare il processo solo sulla responsabilità dei medici, quali sarebbero i passi successivi che la vostra famiglia intende intraprendere?
Posso solo dirti che andremo avanti nell'impegno di scoprire la verità. Lo dobbiamo a Pino. Sicuramente in questa battaglia ci aiuterà Fabio, il nostro avvocato.

C'è un momento in cui hai deciso di far diventare pubblica la tua ricerca di verità?
Sì... Una sera stavo seguendo un servizio sul processo per l'uccisione di Federico Aldrovandi. Rimasi sconvolta, perché sentivo le versioni dei poliziotti: erano le stesse cattiverie e falsità che avevo sentito dire su mio fratello. Le solite cose: le lesioni alle vittime attribuite ad autolesionismo, insinuazioni sul loro stile di vita (il tossico, l'ubriacone...), la negazione dell'evidenza...
La mattina dopo chiamai Lino, il papà del povero Federico, gli dissi che anch'io stavo vivendo una tragedia come la loro, gli raccontai la mia storia e chiesi consiglio su cosa potevo fare. Mi rispose di cercare di farmi ascoltare dai giornalisti della mia città, di chiamare Beppe Grillo, di non arrendermi... Poi ricordo una domenica, quando sentii la vicenda di Stefano Cucchi: il lunedì chiamai Rita Cucchi e anche a lei dissi che stavo vivendo lo stesso dolore. Pure lei mi disse "devi denunciare, non dobbiamo arrenderci!". E così ho ricominciato da capo la mia battaglia.
Sono andata a Ferrara da Fabio Anselmo (che era già l'avvocato delle famiglie Cucchi e Aldrovandi). Lui, dopo aver visto i pochi fogli del fascicolo su mio fratello, si è impegnato subito per fare ripartire le indagini: dopo 24 mesi in cui non era stato fatto quasi niente, lui in pochi mesi è riuscito a smuovere quei PM dal loro torpore. Devo un grosso grazie a lui e anche, voglio ricordarlo, a Luigi Manconi.
Ora vediamo cosa succederà... Io dico solo che mio fratello, come tutte le altre "vittime di stato", merita giustizia. E ti dirò che, secondo me, non è solo una questione di giustizia, ma di dignità: una dignità che va restituita a Pino e a tutti quelli come lui, prima ammazzati e poi ricoperti di fango...

Francesco "baro" Barilli

Roma: Avvisi di garanzia alle maestre che protestarono in Campidoglio

Nove avvisi di garanzia sono stati recapitati a rappresentanti sindacali, educatrici ed insegnanti delle scuole di infanzia di Roma che lo scorso 31 maggio manifestavano sotto il Campidoglio per uno sciopero indetto da RdB Pubblico Impiego. L’accusa è resistenza a pubblico ufficiale aggravata dal concorso di più persone.
Roberto Betti, RdB-Usb del Comune di Roma: « Si vuole criminalizzare tutti quelli che si oppongono alle politiche del Comune. Noi volevamo solo che una nostra delegazione fosse ricevuta durante la trattativa in corso in Campidoglio». «Siamo offesi da questi avvisi di garanzia – ha detto la responsabile Usb degli asili nido di Roma Caterina Fide – Noi non chiediamo soldi ma solo che i servizi funzionino negli asili nido. Il comune sta percorrendo una strada che vuole portare alla privatizzazione degli asili».

Il carcere è una non risposta

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha recentemente condannato l'Italia per trattamenti disumani e degradanti a cui sono sottoposti i detenuti nel nostro Paese. Tutti quelli che pensano che il carcere sia un male necessario, specialmente questo tipo di prigione che c'è in Italia, sono come coloro che pensavano che era il sole che girava intorno alla terra. Il carcere, in qualsiasi parte del mondo, non dà risposte, il carcere è una non risposta. Non si dovrebbe andare in carcere, ma se ci si va, non si dovrebbe trovare un luogo disumano e fuorilegge, come nelle patrie galere italiane. Un luogo dove le persone vengono rinchiuse come in un canile e spesso abbandonate a se stesse. La pena, in qualsiasi parte del mondo, non dovrebbe produrre vendetta, ma perseguire il fine di riparare e riconciliare. Solo un carcere aperto e rispettoso della legalità potrebbe restituire alla società cittadini migliori. Invece le prigioni in Italia, settimo paese più industriale e avanzato nel mondo, produce solo sofferenza, ingiustizia e nuovi detenuti. Ed è il posto dei poveri, dei tossicodipendenti, degli extracomunitari e degli avanzi della società. Inoltre, per i detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis, è anche il luogo dove gli esseri umani trascorrono anni e anni della loro vita senza vivere. I prigionieri sottoposti a questo regime rimangono chiusi in cella nell'inattività, nella noia, nella mancanza di qualsiasi contatto con il mondo esterno, ventidue ore su ventiquattro. I detenuti sottoposti al "carcere duro" non possono abbracciare e toccare i propri familiari, alcuni anche da diciotto anni. Vivono in un sostanziale isolamento e con una barriera di plastica nelle loro finestre per impedire loro di vedere il cielo, le stelle e la luna. Il carcere nel nostro Paese produce morte ed è altissimo il numero dei detenuti che per non soffrire più, o perché amano troppo la vita, se la tolgono, più di 50 dall'inizio di quest'anno. E poi solo in Italia, non in Europa e non nel resto del mondo, esiste una pena che non finisce mai: "La Pena di Morte Viva", l'ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio, se al tuo posto non metti un altro in galera. Niente è più crudele di una pena che non finirà mai, perché questo tipo di ergastolo uccide una persona in maniera disumana. L'ergastolano italiano ostativo ha solo la possibilità di soffrire, invecchiare e morire. E non avere più futuro è molto peggio di non avere vita, perché nessuno può vivere senza avere la speranza di libertà. Non può una persona essere colpevole per sempre. E' inumano che una persona continui a essere punita per un reato che ha commesso venti/trenta anni prima. I sogni nei carceri muoiono. E spesso muoiono prima i prigionieri che riescono ancora a sognare, perché è l'unico modo che hanno per realizzare i loro sogni.

Carmelo Musumeci - Carcere Spoleto

Carceri, è l'ora del risarcimento

Appello per far la legge che ripaghi chi ha subito un'ingiusta detenzione

Se una legge deve essere retroattiva questa deve essere quella inerente la riparazione per ingiusta detenzione introdotta in Italia con il nuovo codice di procedura penale nell’ottobre1989.
Prima di quella data le tante persone detenute e poi assolte non hanno potuto beneficiare di nessuna riparazione, proprio perché la norma è compresa tra gli istituti applicabili solo per i procedimenti ancora in corso all’entrata in vigore del codice di procedura penale e non anche per quelli già conclusi.
Molte vittime dell’errore giudiziario contemplato dall’art.314 del codice di procedura penale sono rimaste quindi prive della giusta riparazione e ciò è accaduto in aperta violazione degli articoli 2 e 24 della Costituzione, nonché delle norme della citata Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Esistono tanti cittadini che hanno subito l’umiliazione del carcere, talvolta per anni e l’annichilimento del diritto inviolabile della libertà personale, consacrato dall’articolo 13 della Costituzione, ma non hanno ottenuto nessuna giusta riparazione e nemmeno quella somma di denaro che certo si direbbe meglio “conforto” che non “riparazione”.
E tutto ciò perché la loro completa assoluzione si è potuta ottenere solo in un momento precedente, talvolta di pochi giorni o di poche settimane soltanto, a quella dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale.
E’ questa una situazione che offende la dignità del Paese e che contrasta con la concezione di salvaguardia dei diritti inviolabili dell’uomo che la Repubblica ha posto a fondamento del suo ordinamento costituzionale.
E’ una situazione deplorevole e ingiusta che non può consentire a nessuno di dire: “ E’ ormai troppo tardi”.
Esistono depositate alla Camera ma non ancora calendarizzate in commissione giustizia due proposte di legge che vanno nella direzione di introdurre la retroattività nella riparazione per ingiusta detenzione una la n. 3158 prima firmataria l’On. (radicale- Pd) Rita Bernardini e l’altra n. 1865 firmatario l’On. (Udc) Pier Luigi Mantini, facciamo in modo che questi disegni di legge vengano discussi e approvati.

Giovanni Russo Spena, Luigi Manconi, Associazione Antigone, Paolo Ferrero, Rita Bernardini, Italo Di Sabato, Giulio Petrilli, Sandro Favi, Elettra Deiana, Katia Bellilo, Antonio Distasi. Annamaria Rivera, Claudio Grassi, Andrea Ricci, Loris Campetti, Stefano Azzarà, Linda Santilli, Eleonora Martini, Vittorio Agnoletto, Paolo Sospiro, Gabriele Sospiro, Paolo Cacciari, Imma Barbarossa, Sergio Sinigaglia, Roberto Mancini, Giuliano Pisapia, Orazio Sturniolo, Silvana Pisa, Francesco Manna, Roberto Musacchio, Luigi Vinci, Alberto Burgio


per adesioni contattare: Marcello Pesarini 339 1347355 - marcello.pesarini@virgilio.it

3 novembre 2010

Storie di ordinaria ingiustizia

Il 13 maggio 1999 (Governo D'Alema) il sindacali­smo di base, da solo, chiamava i lavoratori a scioperare per opporsi alla guerra della NATO contro quella che fu la Repubblica Yugoslava.
Una guerra illegale che violava lo Statuto dell'ONU e la Costituzione Italiana, fatta non per le ragioni “umanitarie” sbandierate all'epoca dalla propaganda governativa, e che per la prima volta dal 1945, tragicamente, riportava il con­flitto sul territorio europeo.
Una guerra non ancora conclusa tanto che migliaia di soldati NATO stazionano ancora oggi in Bosnia, in Kosovo, in Croazia, in Macedonia.
Alla fine della manifestazione svoltasi a Firenze, davanti al consolato america­no, la polizia e i carabinieri caricavano violentemente i lavoratori provocando feriti e una scia di disordini.
Immagini video (mostrate anche da “striscia la notizia” e che sono visionabili su youtube.com, ad esempio: http://www.youtube.com/watch?v=oyIC4zsYFeg ) do­cumentarono della violenza e della volontà di reprimere chi aveva osato criti­care un’alleanza inedita perché erano insieme, sia pure con ruoli diversi, d'a­lema, fini, casini e berlusconi.
Il 29 gennaio 2008, dopo quasi 10 anni dai fatti, il tribunale di Firen­ze, con una sentenza incredibile, condannava 13 manifestanti addi­rittura a 7 anni per “resistenza pluriaggravata”.

VIETATO PROTESTARE – VIETATO CONTESTARE
una anticipazione delle politiche repressive e di becera criminalizzazione che oggi caratterizzano l'azione delle cricche al potere contro ogni protesta sociale sia degli operai che degli studenti, contro ogni contestazione agli interessi di quei pochi privilegiati che stanno sempre più invischiando il Paese in costose avventure militari con la loro scia di lutti e tragedie.
In questa Italia le varie caste politiche ed economiche rubano e deva­stano, violano la Costituzione e il diritto internazionale, sfruttano e schiavizzano, cancellano diritti primari come sanità e istruzione e tut­to in una completa impunità, i 13 lavoratori condannati a 7 anni per aver manifestato contro la guerra, si troveranno il 5 novembre 2010 nuovamente in tribunale dove è fissata l'udienza di secondo grado che dovrà esaminare il ricorso presentato dalla difesa degli imputati.

DIRE BASTA è TROPPO POCO !!!

La Confederazione cobas di Firenze e usi Firenze esprimono la propria solidarietà ai lavoratori CONDANNATI, denunciano una repressione che schiaccia ogni spazio democratico e invita i lavoratori a partecipare alle iniziative di solidarietà che si svolgeranno in città.


Confederazione Cobas Firenze/ Usi Firenze

Ha un nome e un cognome il poliziotto picchiatore alla scuola Diaz, mai identificato

C'è un poliziotto a Genova che, durante il G8-2001, si è distinto per vigliaccheria. Questo sbirro, della Digos, ha partecipato al blitz nella scuola Diaz, lo si vede immortalato in un video, in borghese, con una lunga coda di cavallo, che manganella qualcuno al secondo piano della scuola, poi lo si vede uscire dall'edificio.
Nessuno sa chi sia, sebbene tutti lo abbiano visto.
Questo poliziotto non è mai stato identificato: non sapendo a quale Questura facesse riferimento, i Pm che indagavano sul blitz hanno mandato richieste a 98 questure d'Italia (tranne quella di Genova) perché lo sbirro venisse identificato. Tutto invano.
Pareva che questo sbirro fosse scomparso. Alcuni anni dopo viene individuato: è un Digos della questura di Genova, che ha pure avuto la faccia di merda di seguirsi tutto il processo Diaz, come spettatore, comodamente seduto in aula. A questo punto è troppo tardi per incriminarlo. Ma almeno il suo volto attuale e la sua posizione sono noti.
E poi eccolo lì spuntare in una foto mentre arresta un tifoso serbo a Genova, qualche settimana fa. Ci risiamo.
C'è poi un nome che spunta da una conversazione telefonica (è un atto pubblico relativo al processo Diaz) in cui uno dei picchiatori della Diaz, stanco per il lavoro appena compiuto, avvisa il collega che lo ha chiamato che intende passare in Questura, mettere due firme e poi tornarsene a casa. Compaiono un nome e un cognome, un dettaglio interessante. Il nome venne già ripreso dal SecoloXIX, ma il giornalista non fece il link, e poi forse nemmeno esisteva facebook nel 2007...
Copia il nome, incolla su google e TADAN! chi ti spunta? proprio lui! su Facebook!
Lo sbirro "Coda di cavallo" ora ha una foto pubblica recente, un CV di tutto rispetto, un profilo su facebook e, ovviamente NOME e COGNOME: si tratta di Luigi Demarinis, di professione picchiatore, in servizio alla gloriosa Questura di Genova (continua su imc Liguria)
 
Fonte: Indymedia Ligura

Taverna del Re, nuovi scontri e feriti

Sono tre le persone ferite nell’ultima carica effettuata dalla polizia dinanzi al sito di Taverna del Re, alla periferia di Giugliano. Una quarta persona, invece è stata colta da malore. Sul posto è giunta un’ambulanza del servizio 118 mentre si attendono l’arrivo di altri mezzi di soccorso.
In precedenza agenti del reparto mobile della polizia e un funzionario della Digos hanno detto di essere stati colpiti da pietre e oggetti lanciati dai manifestanti. Comunque, nonostante i nuovi incidenti, almeno 27 camion hanno sversato nel sito di stoccaggio, secondo i dati resi noti dalle «forze dell’ordine».

Aggressione fascista contro ambientalisti a Correzzana (Mb)

La sera di sabato 30 ottobre, un gruppo di giovani animalisti e ambientalisti, in maggioranza ragazze, sono stati prima rincorsi e inseguiti a Correzzana (MB) e infine minacciati e aggrediti da un manipolo di ragazzotti armati di spranghe e bastoni che urlavano “Viva il Duce, Viva Hitler” e “Sparite comunisti di merda!”.
L’inquietante episodio di violenza di ieri sera finirà in Parlamento e in Consiglio provinciale di Monza e Brianza, grazie a due interrogazioni urgenti che saranno presentate da una deputata radicale eletta con le liste del PD e dal consigliere provinciale del PDL, Luca Procaccini.
Gli ambientalisti del Coordinamento “Fermiamo Harlan”, Gaia Onlus e Animalisti Italiani, accompagnati dall’ex deputato Stefano Apuzzo, Presidente di Amici della Terra Lombardia, stavano incasellando volantini di condanna della vivisezione e dell’allevamento “Harlan” che ha sede proprio a Correzzana. L’enorme capannone colmo di animali, sito in Via Fermi 8, fa parte dell’azienda multinazionale che alleva cani, gatti, conigli e altri animali destinati ad essere torturati nei laboratori di vivisezione. Il Gruppo di giovani ambientalisti stava volantinando e incasellando quando sono apparsi due figuri, usciti dallo stabilimento Harlan (uno dei quali sarebbe stato identificato come il responsabile della sicurezza dell’azienda), che hanno iniziato a seguire minacciosi con la propria auto gli animalisti, sfrecciandogli vicino. Uno dei due figuri di “Harlan” si è anche fiondato in un bar in piazza uscendone trafelato.
Preoccupati dallo sgradevole pedinamento e temendo una “chiamata di rinforzi” di loschi figuri, gli ambientalisti hanno chiamato i Carabinieri. In seguito ad un primo controllo dei documenti, il gruppo di giovani ha proseguito a incasellare i volantini. All’improvviso, è apparso (usciti dal medesimo bar) un gruppo di circa 8 ragazzotti armati di spranghe e bastoni che hanno rincorso e aggredito le ragazze urlando “Viva il Duce, Viva Hitler, Fuori dalle palle comunisti di merda”.
I giovani animalisti si sono sottratti al pestaggio citofonando ad un caseggiato e rifugiandosi nel cortile e in casa di una famiglia del posto. L’abitazione veniva, nel frattempo, fatta oggetto di lancio di sassi e bastoni e il gruppo di facinorosi di estrema destra non accennava a voler abbandonare il campo.
Solo il pronto intervento dei Carabinieri della Stazione di Seregno, richiamati sul luogo dagli animalisti ha permesso di riportare la calma e di far cessare l’assedio dei violenti. I militari hanno raccolto le testimonianze dei giovani e della famiglia che li ha fatti rifugiare e ispezionato la zona, ma dei figuri armati di bastoni non v’era più traccia.
“Presenteremo un esposto denuncia contro ignoti”, affermano gli animalisti, “la cosa più inquietante è che a Correzzana la Harlan la faccia da padrona, affidandosi a personaggi di dubbia professionalità e riuscendo chissà come a far sbucare dal nulla gruppi di giovani estremisti di destra armati di spranghe per cacciare gli odiati animalisti al grido di Viva Hitler!”. “Interpelleremo anche la sede statunitense della multinazionale per sapere se questi sono i figuri ai quali l’azienda affida la propria “sicurezza””, conclude Stefano Apuzzo di Amici della Terra-Friends of The Earth.


Fonte: Indymedia Lombardia

2 novembre 2010

Polizia su Facebook

Polizia di nuovo sotto i riflettori, nonostante i filtri ed i silenzi dei pestaggi di turno, delle violenze di branco, delle prepotenze quotidiane. Non bastano le fiction televisive ed i romanzi avvincenti per celare la natura delle forze dell'ordine nostrane, il loro agire anche attraverso un mezzo di comunicazione come quello di Facebook denuda malefatte e correlati...
La vicenda di oggi è torinese, ardita da un caposquadra delle volanti e da un suo collega, che commentano le immagini di operazioni di polizia di qualche settimana fa. Online le immagini del conflitto a fuoco con ostaggi la mattina del 13 ottobre, in corso Moncalieri, a Torino, quando, anche per mano degli poliziotti, si è sfiorata la tragedia, in mezzo al traffico. I poliziotti sono accorsi dietro segnalazione di una rapina alla posta e hanno aperto il fuoco...

La Repubblica Torino questa mattina ripropone quanto rintraccibile nella pagina di Facebook degli sbirri:

"Di chi sarà questa manina di fata....?". Nella foto trovata in Internet, ripresa e pubblicata nella bacheca personale, le dita dell'uomo in divisa sono poggiate sul finestrino della macchina crivellata di colpi, il vetro forato, il lunotto posteriore abbattuto, il parabrezza in frantumi. La mattina del 13 ottobre, in corso Moncalieri, si è sfiorata la tragedia, in mezzo al traffico, in un'ora affollata. Una sparatoria da Far West, a senso unico. Roba succulenta da magnificare sul web. I poliziotti sono accorsi in forze per la segnalazione di una rapina alle Poste. Gli agenti hanno sparato 14 colpi contro una Saab con a bordo un ostaggio, alla guida, e due banditi con una pistola che sembrava vera. Altri poliziotti hanno usato le armi contro una Panda rossa, il terzo rapinatore a bordo, la guidatrice prigioniera nell'abitacolo. Uno si vanta: "Contare i fori (quelli dei colpi esplosi contro i fuggitivi, ndr) non è da tutti". Il collega risponde: " Finché li conti i buchi va bene, il peggio è se li contano gli altri". Altra posa con didascalia, posticcia: "Io do le disposizioni ed il socio guardingo impara, restando impassibile". Il collega che ha sparato durante il blitz antirapina aggiunge, da poliziotto duro e puro: "Sai che non piego e non chino la testa, ancor più quando sono pienamente nel giusto".

Che vi sia dell'inascoltabile nelle parole e nei vanti dello sbirro non vi è dubbio, così come è innegabile la riproposizione dell'endemico dna dei poliziotti nostrani, prepotenza di potere e rozza miserabilità... Dalla questura di Torino, per ora, nessuno proferisce parola, nessuno si è finora preso l'onere di dare spiegazioni, in fin dei conti li conoscono bene "i loro ragazzi"... e tempo per meravigliarsi troppo non ce n'è!

fonte: InfoAut

Continuano le cariche della polizia a Taverna del Re

Nuovi scontri tra manifestanti e polizia si sono verificati a Taverna del Re presso il presidio montato dai cittadini per impedire il transito degli autocompattatori diretti al sito. Alcuni manifestanti si sono piazzati davanti ai mezzi dei carabinieri e hanno bloccato una lunga colonna di automezzi. Alcuni di loro si sono aggrappati ai camion mentre carabinieri e polizia tentano di riportarli a terra. Un uomo è caduto battendo la testa a terra mentre una giovane è stata colta da malore. Le forze dell’ordine hanno strattonato anche fotografi e operatori tv, che denunciano di essere stati allontanati da poliziotti e carabinieri che stavano effettuando una carica sui dimostranti. Dopo 40 minuti di corpo a corpo tra forze di polizia e manifestanti all’interno del sito è entrato un solo autocompattatore. Gli agenti della polizia municipale hanno controllato circa 150 automezzi ed elevato circa 30 contravvenzioni per perdita di percolato dagli automezzi che si recavano a Taverna del Re per il conferimento dei rifiuti.

1 novembre 2010

Taverna del Re (Na): Cariche della polizia. ferito un manifestante

Un uomo è rimasto ferito nel corso delle cariche della polizia avvenuti a Taverna del Re (gurada le foto). Il manifestante è a terra in attesa dell'arrivo dei soccorritori con il volto sanguinante. Secondo quanto raccontano alcuni testimoni, l'uomo era a mani alzate e stava procedendo lentamente, quando è stato raggiunto da un poliziotto che gli ha sferrato un colpo al viso. L'uomo dovrà essere operato al setto nasale. Ferito anche se lievemente un giovane carabiniere. Il militare è rimasto ferito alzando lo scudo mentre tentava di respingere insieme ai colleghi i manifestanti che volevano impedire il transito degli autocompattatori in uscita dal sito di compostaggio.

I morti invisibili in carcere. Cancellati perché stranieri

Nelle prigioni italiane muoiono ogni anno 150 detenuti. Un terzo per "cause oscure". Ma l'elenco delle morti sospette è destinato a salire. Nel conteggio complessivo mancano gli "invisibili". Gli "invisibili" sono quei detenuti stranieri il cui decesso si riassume in un certificato e in una sommaria ricostruzione dei fatti destinata alla burocrazia. A Regina Coeli, il carcere romano già al centro di inchieste per i casi Cucchi e La Penna, gli "invisibili" finiti nel nulla sono tre. Due sono morti in cella, un terzo nel carcere di Augusta (Siracusa), ma la famiglia da tempo aveva chiesto un intervento alla procura di Roma per indagare sui ripetuti maltrattamenti che il giovane avrebbe subito ben prima del suo trasferimento in Sicilia.
Marko Hadzovic, Paolo Iovanovic, Mija Diordevic. Cittadini originari della ex-Jugoslavia, abituati a sopravvivere ai margini. Pregiudicati, tossici, malviventi di mezza tacca. Tre "clienti" abituali delle prigioni italiane. Erano considerati scarti della società. Adesso sono morti e nessuno, a parte le famiglie e qualche amico, si impegna per sapere come. E perché. E se ci sono responsabilità nel comportamento di chi, in funzione del proprio ruolo, e nel rispetto delle leggi, avrebbe dovuto sorvegliarli ma anche proteggerli.
Eppure i loro casi, proprio perché opachi e facili da archiviare, sembrano gettare nuove ombre sul nostro sistema carcerario, e nel caso specifico su Regina Coeli. Sembrano dire che le vicende ben più note di Stefano Cucchi e di Simone La Penna non sono eventi eccezionali. Questo sembrano dire le storie degli "invisibili". Storie delle quali nessuno finora ha mai parlato ma che Repubblica è in grado di ricostruire.

Marko Hadzovic, 32 anni, è morto in prigione ad Augusta (Siracusa) il primo marzo scorso. Vi era arrivato da Regina Coeli passando per Viterbo e Rossano Calabro. Un tour carcerario non usuale per un piccolo rapinatore che doveva scontare pene cumulative per nove anni. Era stato arrestato a Roma perché insieme al suo complice minorenne, armati di taglierino, aggredivano le donne sole in macchina, le picchiavano e le derubavano. Un reato odioso il cui effetto sulla generale sensazione di insicurezza era devastante.
Quando Hadzovic fu arrestato, il tam-tam carcerario diffuse la voce che tra le vittime dei suoi colpi vi fosse stata anche la congiunta di un uomo delle forze dell'ordine. Questo, all'interno dell'istituto di pena, avrebbe aggravato - e non poco - la sua situazione.
Alex H., ladro di rame, era a Regina Coeli nello stesso periodo. Racconta a Repubblica: "Ho incontrato Marko Hadzovic nel settimo braccio. Gli facevano portare il vitto. Non si doveva parlare con lui, era considerato peggio di un "infame". Mi sembrò un po' malconcio. Per noi stranieri è sempre più dura che per gli altri. Con qualcuno esagerano proprio. Di Marko mi dissero che era caduto dalle scale".
La famiglia di Hadzovic, attraverso i suoi legali, si era rivolta al Garante dei detenuti e cercò di interessare la magistratura. "E' stato legato, bastonato, gettato per terra" scriverà in una memoria. Queste, e molte altre accuse, non trovarono però uno sbocco d'indagine. Nel frattempo Hadzovic venne trasferito nelle altre carceri. Ad Augusta il primo marzo scorso è morto. La procura di Siracusa ha aperto un'inchiesta per omicidio.

Paolo Jovanovic viene fermato dai carabinieri il 17 marzo del 2007 e portato a Regina Coeli. Ha 27 anni. È accusato di ricettazione, è un tossicodipendente frequentemente in crisi. Uscirà dal carcere il 22, ormai privo di vita. Nei cinque giorni di detenzione è stato curato con il metadone per astinenza da eroina. Lo psichiatra consiglia la sorveglianza in cella di isolamento con prescrizione di psicofarmaci.
La sera del 22 marzo, intorno alle 20,30, il personale carcerario va da Jovanovic per somministrargli la terapia. Secondo quanto dichiarato nei documenti ufficiali, lui non risponde e nessuno lo sveglia. Alle 22,50 il personale procede alla conta numerica dei detenuti. Jovanovic continua a non rispondere. Non può, perché sta morendo.
Si tenta un soccorso estremo con rianimazione e defibrillazione. Gli amici di Jovanovic, che sul caso hanno costruito un dossier, ritengono che l'intervento fu tardivo e inutile. "A quel punto era già morto", dicono. Il detenuto viene trasportato in ospedale e lì risulterà essere deceduto alle 23,46. Nel dossier, che sostiene la necessità di un'indagine, sono elencate le numerose perplessità legate ai farmaci utilizzati e alle modalità di detenzione.

Mija Diordevic viene arrestato nel 2008. Ha quarant'anni. È un pluripregiudicato, un soggetto difficile che fa uso di droga. In cella viene "gestito" con il valium. Secondo la famiglia, Mija si sente male di stomaco, il valium lo ha talmente stordito che non riesce a respirare. Muore in cella soffocato dal vomito. Nessuno ne parla. È un altro "invisibile" da archiviare al più presto. La procura apre un fascicolo per gli accertamenti di rito. Il risultato a cui si approda è che non si ravvisa alcun reato. La famiglia, difesa dall'avvocato Luca Santini, dà il via a una causa civile contro il ministero della Giustizia e l'Asl. La tesi è che ci sia stata negligenza e che il cittadino-recluso Mija Diordevic sia stato abbandonato a se stesso.
 

31 ottobre 2010

Aggressione fascista a Catanzaro

Il Collettivo Riscossa intende ricostruire e fare chiarezza su quanto accaduto lo scorso sabato 30 ottobre nelle adiacenze della nostra sede, luogo in cui si sono verificate due vili aggressioni fasciste con il conseguente tentato omicidio di un nostro compagno. Era in corso un'iniziativa pubblica per la presentazione di una rivista di controinformazione. Intorno alle 21.30 abbiamo notato dalla finestra un gruppetto di fascisti che ha iniziato a provocarci con cori, insulti e minacce. Alle nostre rimostranze verbali il gruppetto fascista ha iniziato ad avvicinarsi, scagliando un mattone verso una finestra, dietro la quale si trovavano due ragazze facilmente visibili dall'esterno, rompendone pericolosamente i vetri. L'aggressione è continuata con il tentativo, fallito, di assaltare i locali della nostra sede. Nonostante l'accaduto, una volta dileguatisi i fascisti, si è deciso di portare a termine l'iniziativa prevista. Trascorse circa un paio d'ore però, abbiamo notato che nuovamente, il gruppo di fascisti, questa volta più numeroso, si stava avvicinando minacciosamente all'ingresso della nostra sede. Siamo usciti dicendo loro di allontanarsi anche per non arrecare ulteriore disturbo alle famiglie del vicinato. Al che è seguita una nuova aggressione nel corso della quale uno dei componenti del gruppo ha estratto dalla tasca un coltello e con estrema lucidità e determinazione ha colpito il nostro compagno con due fendenti alla schiena. Quanto verificatosi è stato tanto repentino quanto premeditato, tant'è che subito dopo il vile gesto, il gruppo, ricompattatosi, ha iniziato immediatamente ad allontanarsi. Abbiamo subito portato il nostro compagno al pronto soccorso. Una volta giunti li siamo stati tempestati dalle domande da parte di agenti della polizia, che anziché identificare gli aggressori, ha identificato gli aggrediti! Dopodiché, la stessa polizia, ha deciso di perquisire la nostra sede alla ricerca di "armi ed esplosivi", perquisizione che si è conclusa con il sequestro di una vecchia piccola falce ormai arrugginita, da noi conservata in quanto simbolo della tradizione e delle lotte del movimento operaio e contadino. E anche in questo caso, anziché ricercare altrove la lama che aveva ferito il nostro compagno, la loro attenzione si è concentrata su quel vecchio attrezzo agricolo per il quale siamo anche stati denunciati per "detenzione illegale di arma bianca". La perquisizione è durata circa due ore. Subito dopo siamo stati forzatamente trasferiti in questura per un "interrogatorio", o meglio per rendere sommarie informazioni, durato quasi fino alle 8 del mattino. Il nostro compagno accoltellato è stato operato d'urgenza per le gravi ferite riportate, ferite che, solo per un fortuito caso, non hanno avuto conseguenze irreversibili. Non è più ammissibile che simili episodi possano essere considerati semplici risse del sabato sera o guerre fra bande. Ricordiamo che i fascisti in città hanno già provocato numerose aggressioni nel corso degli ultimi anni, sfociate in episodi di violenza e intolleranza razziale e politica, rimasti a tutt'oggi impuniti anche per il silenzio delle istituzioni. Invitiamo pertanto la cittadinanza tutta a vigilare e a mobilitarsi per impedire che simili spregevoli e gravi fatti non abbiano più a ripetersi.

COLLETTIVO RISCOSSA CATANZARO

30 ottobre 2010

Torino: caccia all'uomo, cariche della polizia e arresti

Una piazza militarizzata per 24 ore, cariche indiscriminate contro un presidio di solidarietà, rastrellamenti nelle vie circostanti, caccia all'uomo fin dentro le case.Questo il parterre di forza messo in campo dalla questura di Torino per "garantire" lo sgombero di un palazzo occupato. Non è la prima volta che fatti del genere succedono nella nostra città.
Dopo un presidio che andava avanti dalla mattina, con alcuni occupanti sul tetto, la polizia aspetta la notte per intervenire e optare per la soluzione decisa, caricando i presidianti per disperderli. E non basta. Un gruppo di loro viene inseguito fin dentro casa e arrestato.
Responsabile di quest'eccesso di zelo, l'agente Scarpello, già più volte resosi responsabile di un attivismo persecutorio sopra le righe.
Oggi il nostro collettivo si trova privato di un compagno, arrestato in casa sua da una squadra di digos e celerini, colpevole di aver partecipato ad un presidio di solidarietà con un palazzo sotto sgombero, destinato a far fruttare le tasche di qualche speculatore futuro, pubblico o privato che sia.

Ribadiamo la nostra solidarietà con chi occupa e resiste!
Vogliamo l'immediata liberazione di Mauro e di tutti i fermati!


Collettivo Universitario Autonomo - Torino

29 ottobre 2010

Il nuovo Garante dei detenuti è un agente penitenziario

Emma Marcegaglia a capo della Cgil, Luciano Tavaroli che diventa Garante della Privacy, Silvio Berlusconi nominato a sorpresa Presidente della Corte Costituzionale. Potremmo inventarci molte altre estrose combinazioni di ruoli e persone ma esse non potranno mai essere così succose come l’episodio che andremo a raccontare nelle prossime righe. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha nominato un funzionario di polizia penitenziaria quale nuovo garante comunale delle persone private della libertà. Non vorrei sbagliarmi, ma potrebbe essere uno dei primi casi al mondo, se non l’unico.
Nei giorni scorsi c’era capitato di sentire che in una regione del centro Italia un direttore carcerario sarebbe stato candidato a divenire anch’egli garante regionale dei detenuti. Avevamo espresso forti perplessità a riguardo. A noi sembrava una anomalia visto che i requisiti minimi di terzietà e indipendenza non sarebbero assicurati da chi ricopre funzioni di governo del sistema carcerario. La nomina di Alemanno, però, è andata oltre ogni immaginazione possibile.
Nei confronti dell’ispettore Vincenzo Lo Cascio, neo garante romano dei detenuti, non abbiamo in corso nessuna questione personale. La questione - come si diceva una vola - è politica. A dire il vero è anche culturale. Il sindaco Alemanno evidentemente non conosceva alcun professore, esperto in diritti umani, avvocato, giurista, politico autorevole o degno a cui affidare l’incarico. Evidentemente conosceva solo poliziotti.
Tutto ciò accade nella città dove si è consumato uno dei crimini più efferati mai visti in Italia ai danni di una persona privata della libertà personale (Stefano Cucchi). Proprio in questi giorni il partito di Alemanno - per volontà del premier in persona - sta presentando una proposta organica di riforma della giustizia. Punto centrale è la separazione delle carriere. Un pubblico ministero non deve mai fare il giudice e viceversa. A Roma invece un poliziotto penitenziario può fare il garante dei detenuti. Qui le carriere non solo non vengono separate ma sono addirittura fuse.

Patrizio Gonnella  da il manifesto

Napoli - Disoccupati arrestati udienza di convalida. 8 ancora in carcere

"Udienza di convalida" per i 13 precari Bros arrestati e pestati tre giorni fà dopo l'occupazione di una banalissima saletta del consiglio regionale. Ricordiamo che la celere sfondo' il muro della sala con il contributo dei pompieri e ne ha mandati due all'ospedale.
Il clima mediatico è di rigida condanna con autentiche falsificazioni come il mito del Rolex rubato della guardia giurata... la stessa ne ha denunciato solo lo smarrimento, malgrado le insistenze della questura.
Una strumentalizzazione da quattro soldi, infatti le immagini hanno dimostrato che uno dei dimostranti lo ha raccolto da terra e poggiato su un mobile della sala occupata.
Almeno quest'accusa si è smontata, ma è servita giornalisticamente a creare una certa immagine falsificata della irruzione della polzia al consiglio regionale.
L'udienza di convalida ha avuto un esito molto pensante per i precari bors.
Solo 5 disoccupati sono usciti dal carcere di Poggioreale per andare agli arresti domiciliari, mentre altri 8 attivisti dei precari bros organzzati restanto in carcere a Poggioreale.
Nelle ultime settimane la spirale di repressione contro i movimenti a Napoli ha assunto i toni di una vera e propria caccia alle streghe. Disoccupati arrestati, studenti picchiati, cittadini in lotta contro le discariche picchiati ed arrestati, un clima cileno che la Questrua di Napoli con il primo dirigente Santi Giuffrè ed il capo della Digos Bonfiglio hanno instaurato in città sprezzanti della crisi e del dramma sociale che la città vive e di ogni banale regola democratica.

Carceri: Suicidi nelle carceri di Foggia e Bologna

Giancarlo Pergola, di 55 anni, si e' suicidato alle sette di ieri sera impiccandosi con un lenzuolo nella sua cella del reparto ''precauzionale'' del carcere di Foggia. A trovare il corpo dell'uomo un agente di polizia penitenziaria che non ha potuto fare nulla per salvarlo. A darne notizia e' l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere.
Un detenuto sloveno di 32 anni, P.G., si e' ucciso questa mattina nel carcere bolognese della Dozza; ha usato come cappio per l'impiccagione i lacci delle scarpe e il suicidio e' avvenuto nei locali delle docce.
A renderlo noto e' stato il segretario generale della Uil Penitenziari, Eugenio Sarno: ''Si tratta del 57/o suicidio in cella, un'ecatombe senza fine - ha commentato - Questi 57 corpi esanimi dovrebbero rappresentare 57 macigni sulle coscienze di chi dovrebbe e potrebbe gestire e risolvere, ma non lo fa''
Pergola era detenuto dal dicembre 2008 e il 16 marzo scorso i giudici della corte d'assise di Foggia l'avevano condannato a 12 anni di carcere (riconoscendogli la semi-infermita' mentale) per aver ucciso la madre, Maria Luisa De Nardellis, con un mattarello da cucina. La sera stessa dell'omicidio l'uomo confesso' il delitto dicendo di averlo fatto perche' stanco delle accuse che la madre gli rivolgeva per la sua condizione economica e lavorativa.
Nel mese di ottobre salgono cosi' a 6 i suicidi in carcere, mentre da inizio anno 57 detenuti si sono tolti la vita: 47 si sono impiccati, 6 asfissiati con il gas della bomboletta da camping, 3 avvelenati da mix di farmaci e 1 dissanguato dopo essersi tagliato la gola. L'ultimo suicidio avvenuto nel carcere di Foggia risale all'8 marzo 2009, quando si uccise il 25enne Leonardo Di Modugno.
Negli Istituti di pena pugliesi quello di Pergola e' il quinto suicidio dell'anno: 2 sono avvenuti nel carcere di Lecce, 1 in quello di Brindisi e 1 di Altamura (Ba).

Il dissenso non si licenzia!. Appello per il reintegro al lavoro di Damiano Piccione

Damiano Piccione è un giovane operaio edile che ha a cuore il suo futuro e quello di tutti, non rimanendo indifferente agli attacchi continui ai lavoratori e alle lavoratrici.
Come operaio si è sempre contraddistinto per l'impegno, per la sicurezza sui luoghi di lavoro, che nel campo edile è uno di quei costi che i padroni tagliano molto volentieri.
E' un operaio come molti che però non rimane indifferente a ciò che capita intorno a lui, s'informa, si organizza e lotta per i propri diritti, come dovrebbero fare molti più lavoratori.
Con questo spirito Damiano ha partecipato alla contestazione contro il leader della Cisl Bonanni alla festa del Pd. Con lo spirito di chi non si ritiene un numero da mettere a bilancio ma un lavoratore che ha delle cose da dire a chi, con metodo, sta svendendo i diritti dei lavoratori.
Ha partecipato alla contestazione ed è stato riconosciuto da alcuni esponenti della Cisl con cui aveva animatamente discusso molte volte, visto il ruolo di responsabile della sicurezza e da RSU di cantiere che aveva ricoperto in passato.
Uno di loro, in particolare, come si può ben vedere nei video diffusi, tentò di colpirlo con una sedia.
Da qui la rappresaglia di padroni e sindacato: la ditta per cui Damiano lavorava, ITINERA S.p.A. del gruppo Gavio, il 9 ottobre gli comunicava, dopo averlo sospeso, il licenziamento per giusta causa (ex art.2119 c.c.), perché riconosciuto in televisione e sui giornali tra i contestatori a Bonanni.

Il grimaldello per licenziarlo?
Quel giorno Damiano era in malattia, certificata dal medico addetto ai controlli da parte dell'INPS. E' bene notare che Damiano aveva già ricevuto i controlli in mattinata. Soprattutto, l'INPS non gli aveva contestato nulla.
Itinera S.p.a, evidentemente ben consigliata, gli contesta di aver rotto i suoi impegni ed obblighi lavorativi nei riguardi dell'azienda, con cavilli legali di raro utilizzo nelle cause tra lavoratori e padroni.
La verità è che Damiano è stato licenziato perché ha dissentito all'ordine di pace sociale imposto per smembrare il contratto collettivo dei metalmeccanici, per erodere i diritti di tutti i lavoratori e delle lavoratrici.
Saranno le udienze del giudice del lavoro a parlare dal punto di vista legale.
In questa vicenda, noi chiediamo che a Damiano non sia tolto per rappresaglia il suo diritto al lavoro e al dissenso!

Chiediamo l'immediato reintegro di Damiano Piccione presso l'azienda ITINERA S.p.A.

Guarda il video (clicca qui)



Rsu e mondo sindacale:
Massimo Favro Rsu Fillea Cgil Val di Susa
Rosa Pilloni Chivasso (TO) Rsu Fiom Cgil Chivasso(to)
Pasquale Rsu Fiom Cgil Grugliasco
Stefano Vannicelli Rsu Flc Cgil Università di Torino
Massimo Cappelli Rsu Flc Cgil Università di Torino
Stefano Demichelis Rsu Flc Cgil Università di Torino
Marco Congiu Direttivo Fiom Cgil Torino centro
Vincenzo Caliendo Rsu Cobas Mirafiori Torino
Piero Bernocchi Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Vincenzo Miliucci Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Pino Giampietro Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Pino Iaria Esecutivo Nazionale Confeder. Cobas Scuola D
Domenico Teramo Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Marco D’Ubaldo Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Gabriella Filippi Esecutivo Nazionale Cobas
Roberto Spagnolo Esecutivo Regionale Piemonte Cobas Scuola
Raffaele Sciortino, Conf. Cobas Torino
Pino Capasso Conf. Cobas Scuola e Privato
Lucca Salvatore Stasi Conf. Cobas Taranto
Luca Tavano Conf. Cobas Lavoro Privato Napoli
Marco Scavanini Conf. Cobas Scuola Genova
Alessandro Nannini Conf. Cobas Lavoro Privato Firenze
Francesco Masi Conf. Cobas Scuola Basilicata
Bobo Aprile Conf. Cobas Brindisi
Fabrizio Onofri Conf. Cobas Roma
Teresa Vicidomini Conf. Cobas Salerno
Comitato Docenti Salerno
Renato Franzitta Conf. Cobas Sicilia
Mario Tucci Conf. Cobas Laterza (Taranto)
Giancarlo Della Corte Conf. Cobas Sardegna
Rosanna Fragomeni (Coord. Reg. Pubblico impiego USB)
Luigi Casali (Coord. Regionale del Piemonte USB)
Antonio Lania (Resp. Reg.Settore servizi USB)
Antonio Cimino (Segr. Territoriale Ivrea USB)
Enrica Coppo, funzionario REGIONE PIEMONTE - Moncrivello (VC)
Sacha Contu, Rsu-Usb Reggia di Venaria (To)
Antonio Mammone (RSA Reggia di Venaria-USB)
Villa Corrado, FLC CGIL, Torino
Vincenzo Grazino (flunitiCub)
Stefano Capello (Flaica Cub)
Luigi Pispa (cobas pt Cub)
Cosimo Scarinzi (Cub Scuola)
Strumia Renato (Sallca Cub)
Fulvio Beato, Direzione Flaica CUB
Mimmo Dallago, Federazione Autonoma Bancari Italiani- Sindacato Autonomo, Perugia

Personalità politiche e culturali:
Haidi Giuliani
Gianni Vattimo, filosofo (Torino)
Diego Novelli (direttore di Nuova società)
Andrea Doi (Caporedattore Nuova Società)
Giulia Zanotti (Caposervizio Nuova Società)
Nicoletta Dosio Circolo PRC Meyer-Vighetti - Bussoleno (valsusa, Torino)
Marco Santopadre, Direttore Radio Città aperta, Roma
Italo Disabato, Osservatorio sulla repressione
Giovanni Peta, Sinistra Critica Spezzano Sila, Cosenza
Virgilio Piln, Proletaria Vox

Uomini e donne
Federico Esposito, commesso Supermarket - Caluso (To)
Davide Tarocco Tatuatore
fabio benintende, studente - Torino
Salvatore Sapia, Account Department
Michele Anelli - Invorio (No) - musicista
Susanna Grego
Corinna Poggi
Berardi Alessandro Tarantasca Cuneo, artigiano
Antonio Capuano,ricercatore
Simone Neri, operaio elettricista industriale Genova
Simone Rubino,studente Università di Torino
Cecilia Stella, educatrice Torino
Davide Grasso, elettorando in filosofia presso Università di Torino

Collettivi e strutture politiche:
csoa askatasuna - Torino
Lab. occupato Crash! - Bologna
spazio antagonista Guernica - Modena
spazio antagonista Newroz, Pisa
CSOA Tempo Rosso - Pignataro Maggiore
No-Workers Terra di Lavoro (CE)
CSOA Spartaco S. Maria Capua Vetere (CE)
CSA Oltrefrontiera, PESARO

28 ottobre 2010

La polizia ci spia su Facebook

Un patto segreto con il social network. Che consente alle forze dell'ordine di entrare arbitrariamente e senza mandato della magistratura in tutti i profili degli utenti italiani. Lo hanno appena firmato in California

Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dal Congresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati. In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.
Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell'ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l'autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.
Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d'anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l'enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l'amicizia a qualcuno che graviti in ambienti "interessanti" per le forze dell'ordine.
A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi "ghisa" nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell'ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.
Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.
 
Giorgio Florian da l'Espresso

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