27 ottobre 2010

Torino: processo rewind, 7 condanne e 17 rinvii a giudizio


Si è conclusa oggi al Tribunale di Torino l’udienza preliminare per le giornate di mobilitazione del G8 University Summit del maggio del 2009 a Torino.
Sette condanne, due assoluzioni e 17 rinvii a giudizio. E' quanto disposto dal giudice per l'udienza preliminare . Sette condanne, due assoluzioni e 17 rinvii a giudizio. E' quanto disposto dal giudice come condanna di 1 grado per gli studenti sotto processo per la giornata di mobilitazione del 19 maggio 2009, il g8 university summit.
Nove studenti avevano chiesto il rito abbreviato, due sono stati assolti, uno e' stato condannato a due mesi di arresto per porto di bastone in luogo pubblico, cinque a un anno e uno a un anno e un mese di reclusione, per i reati di lesioni e resistenza aggravata.
Gli altri 17 studenti, che non avevano chiesto il rito abbreviato, sono stati rinviati a giudizio. "Siamo abbastanza soddisfatti - commenta ai giornalisti l'avvocato Claudio Novaro, che difende due dei giovani condannati - perche' il giudice ha accolto la nostra richiesta di accorpare le accuse. C'era stata una proliferazione di fattispecie. Noi abbiamo sostenuto che il reato principale fosse lesione e resistenza. Il giudice ha accolto la nostra richiesta". Tutte le condanne, precisa il legale, sono comunque coperte dalla condizionale.
La mobilitazione intendeva contestare la conferenza internazionale che si teneva quel giorno al parco del Valentino, dove era in programma presso la facoltà di Architettura il G8 University Summit. Vi partecipavano quarantuno, tra rettori e presidenti di Università da 19 Paesi del mondo. Un summit a porte chiuse, che non produsse niente (eccetto militarizzazione e controllo), lontano dai bisogni e dalle istanze portate avante quell'anno dalla movimento dell'Onda.
Non e' ancora stata resa nota l'udienza d'inizio per gli studenti che hanno optato per il rito ordinario.

fonte: InfoAut




La morte di Simone La Penna: ucciso per incuria. Sei indagati

Simone La Penna aveva 32 anni, di Viterbo. È morto in carcere, soffriva di anoressia nervosa e, dalle analisi, risultava una carenza di potassio nel sangue. A Regina Coeli era arrivato il 28 giugno 2009 dal reparto medico per detenuti dell'ospedale Belcolle di Viterbo. E subito, viste le sue condizioni, era stato trasferito nel centro clinico del penitenziario romano. Sembra che avesse chiesto l'aiuto di uno psichiatra. Ma Simone è stato ucciso dall'incuria e dalla inefficienza. Lasciato morire, come fu per Stefano Cucchi. Morire di fame, questa volta e senza "l'aiuto" delle percosse. Sei persone tra medici e infermieri dell'ospedale romano Sandro Pertini e dell'infermeria del carcere Regina Coeli sono indagati dalla Procura di Roma per omicidio colposo Simone è morto per negligenze imputabili a chi doveva garantirne lo stato di salute. «Un'altra morte nelle carceri italiane e del Lazio che poteva essere evitata e su cui è necessario fare immediatamente chiarezza». Lo afferma in una nota il consigliere provinciale di Sel e coordinatore del Gruppo Federato della Sinistra in Provincia, Gianluca Peciola. «Un caso che si va ad aggiungere alle altre 12 morti nel Lazio e 159 in Italia, dall'inizio dell'anno - aggiunge -. Tra l'altro, come nel caso di Stefano Cucchi, anche il giovane morto a Regina Coeli si trovava in stato di custodia cautelare in carcere per reati di droga. Ma soprattutto soffriva di anoressia nervosa per cui le sue condizioni di salute erano assolutamente incompatibili con il regime detentivo. Le misure cautelari troppo spesso diventano un'anticipazione della misura afflittiva della carcerazione, in stridente contrasto con il dettato costituzionale del principio della presunzione di non colpevolezza».
Il ragazzo era stato arrestato per detenzione di stupefacenti nel gennaio 2009. In passato era stato malato di anoressia e da quando era entrato in carcere aveva iniziato a perdere molti chili di peso. Ricoverato anche al Pertini, era stato rimandato in carcere, dove poi è morto per un arresto cardiaco imputabile alla denutrizione. La Penna era in carcere per reati legati alla droga (doveva scontare una pena fino al 2011).


26 ottobre 2010

Terzigno: la polizia irrompe nelle case dei manifestanti, arresto immediato per chi presidia la zona

E’ emergenza democratica nelle zone vesuviane. Secondo l’agenzia di stampa CNRmedia.com, in queste ore le forze dell’ordine stanno facendo irruzione a tappeto nelle abitazioni dei manifestanti.
La notizia era stata lanciata 5 ore fa dal web e soprattutto dal social network più famoso, Facebook, ed ha trovato conferma in un comunicato della Questura di Napoli, che ribadisce che le perquisizioni sono solo "operazioni di routine".
La polizia sta usufruendo dell’articolo 41 del codice penale che dà la possibilità di irrompere in un domicilio privato senza il mandato del giudice, appellandosi ad un ipotetico sospetto di possesso di armi o droga.
Le testimonianze raccolte da CNRmedia sono allarmanti: “Ti perquisiscono alla ricerca di armi e droga e se non trovano nulla ti rilasciano un foglio con gli estremi della perquisizione e l'esito negativo. Altrimenti ti arrestano".
Oppure “Stiamo parlando di persone senza precedenti, completamente incensurate. Sono stati perquisiti circa quindici giovani manifestanti: qualcuno è stato rilasciato immediatamente, altri sono stati portati in questura di Napoli per poi essere liberati senza che sia stato trovato nulla".
E ancora: “Con questo metodo diversi ragazzi si sono intimoriti e, anche per la pressione delle famiglie spaventate, difficilmente li rivedremo in giro. È un'operazione squallida".
Intanto i sindaci vesuviani, durante l'incontro in Prefettura a Napoli con il sottosegretario Bertolaso, hanno ribadito un secco no all’apertura della seconda discarica e auspicano che siano eseguiti il prima possibile gli accertamenti sullo stato di salute della discarica Sari.
Ma è anche emergenza economica, infatti gli imprenditori della zona fanno sapere che si sta generando nell'area una grave crisi, con il rischio di 600-700 posti di lavoro a perdere.
Per ultimo, secondo la giornalista del Corriere della Sera, Fiorenza Sarzanini, è in studio una misura dettata direttamente dal Ministro Maroni, che parla di “divieto di assembramento nella rotonda di Terzigno” prevedendo l’arresto immediato per chi non rispetta tale veto.
Questa direttiva è già sulla scrivania del Prefetto Andrea De Martino, che la renderà subito operativa in caso si verificassero nuovi scontri.
E’ questa la linea dura di cui parlava Maroni? E poi, una domanda sorge spontanea: a Terzigno la Costituzione è stata sospesa?

fonte: Infooggi

Testimonianze: Carcere,cimitero sociale?

Dall'inizio dell'anno i suicidi in carcere sono 55… e nessuno ne parla. Molte persone aldilà del muro di cinta si domandano perché molti detenuti si tolgano la vita. Invece molti detenuti al di qua del muro si domandano quale motivo hanno per non togliersi la vita. La verità è che la morte in carcere è l'unica cosa che può portare un po' di speranza, amore sociale e felicità, perché quando ti togli la vita hai il vantaggio di smettere di soffrire. Una volta il carcere era solo una discarica sociale, ora è diventato anche un cimitero sociale. Da un po' di anni a queste parte la cosa più difficile in carcere non è più morire, ma vivere. I detenuti in carcere vengono controllati, osservati, contati, ogni momento del giorno e della notte, eppure riescono facilmente a togliersi la vita. Diciamo la verità: i detenuti non sono amati e non importa a nessuno se si tolgono la vita. Ormai le persone perbene si voltano dall'altra parte, mentre altri fanno finta di non vedere quello che vedono. Diciamoci la verità: questo accade perché la grandissima maggioranza della popolazione detenuta è costituita da individui disperati, poveri cristi, immigrati, tossicodipendenti, disoccupati e analfabeti. Persone di cui non importa a nessuno. Eppure di questa "gentaglia", di questa "spazzatura umana" non andrebbe buttato via nulla, perché con lo slogan "Tutti dentro" e "Certezza della pena" i partiti più forcaioli vinceranno le prossime elezioni. Nella stragrande maggioranza dei casi la morte in carcere è la conseguenza di un comportamento passivo e omissivo dello Stato, che scaraventa una persona in una cella, la chiude a chiave e se ne va. Eppure l'eutanasia in Italia è proibita. Lo Stato non fa nulla per evitare la morte in carcere, non per niente l'Italia è il Paese più condannato della Corte Europea dei Diritti Umani.

Carmelo Musumeci Carcere di Spoleto (Pg)

Omicidio Cucchi, chiesti 12 rinvii a giudizio

Processo Cucchi, chiesto il rinvio a giudizio per 12 tra secondini e sanitari e la condanna per l'unico imputato ad aver chiesto il rito abbreviato. Per i legali della famiglia Cucchi la perizia su cui si basa il processo è «inaccettabile, misera e contraddittoria» ma i pm credono che non sia necessario ripeterla. E hanno detto anche che contro i carabinieri avrebbero sventato molti tentativi di depistaggio. Per questo l'Arma resterà fuori dal processo.
Chiesto ieri il rinvio a giudizio di 12 persone e la richiesta di condanna a due anni per un tredicesimo imputato che aveva chiesto il rito abbreviato. La condanna è stata chiesta per Claudio Marchiandi, funzionario del Prap, il Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria. Nel corso della requisitoria di ieri i due pm hanno ricostruito le tappe della vicenda: dall'arresto per pochi grammi di fumo la notte del 15 ottobre 2009 all'arrivo al reparto protetto dell'ospedale Pertini, dove Cucchi morirà il 22 ottobre. Proprio in merito al trasferimento al reparto penitenziario, il pm Barba, ha affermato che «non doveva stare lì, le sue condizioni cliniche imponevano che Stefano dovesse essere trasportato al pronto soccorso». Per l'accusa quella decisione è fatta per «porre Cucchi lontano da sguardi Indiscreti. Stefano viene isolato dal resto del mondo: non gli viene concesso neanche di parlare con il proprio avvocato, non vengono informati i genitori della sue condizioni di salute. Ascoltando l'audio dell'udienza di convalida si sente la sua voce sofferente, si sente che ha subito qualcosa ma nessuno fa riferimento a lesioni visibili». Per il magistrato, inoltre, sono «evidenti anche le inadempienze del personale del Pertini: ciò che viene riportato nella sua cartella clinica è in aperto contrasto con quanto riscontrato dai medici del pronto soccorso del Fatebenefratelli e dal personale medico di Regina Coeli». Da parte dei medici e infermieri «c'è stato un disinteresse totale». Il pm ha poi affermato che sono stati molti i tentativi di depistaggio volti ad accusare i carabinieri ma le indagini non hanno riscontrato nulla in tal senso. L'altra pm, Maria Francesca Loy, ha spiegato che nei confronti degli agenti penitenziari non è stato contestato di omicidio preterintenzionale in quanto la consulenza dei medici legali «ha dimostrato che non vi sia alcun nesso causale tra la morte e le lesioni. Non è necessaria altra perizia: gli aspetti della morte di Cucchi sono stati esaminati senza lasciare dubbi».



Napoli: pestaggi, cariche e fermi contro i precari del progetto bros

La celere e i carabinieri sfondano il muro (!) della sala occupata del consiglio regionale, e danno vita a un pestaggio letterale della trentina di occupanti, del movimento dei precari bros, che praticamente non avevano opposto resistenza, salvo chiudersi dentro.Varie ambulanze sono state chiamate sotto la sede del consiglio e questo fa temere per la condizione dei fermati. Non ci sono altre notizie, perchè tutti gli altri sono stati portati in questura, dove ora si stanno dirigendo i movimenti dei precari. Fanno appello a tutti i compagni di recarsi subito alla questura!

La risposta alle esigenze di lavoro non può essere la repressione e le manganellate.Soprattutto quando le proteste non costituiscono un problema per l’ordine pubblico ma si trattasemplicemente delle iniziative pacifiche per accendere i riflettori su un dramma che impoveriscemigliaia di famiglia.Stamattina (martedì 26 ottobre), al centro direzionale di Napoli, nella sede del Consiglio regionale, è accaduto un episodio gravissimo che testimonia da un alto, quanto la tensione sia alta sull’emergenza lavoro, e dall’altro, la distanza dei consiglieri regionali e degli assessori dalle istanzedella popolazione.
Circa venti disoccupati, inseriti nel progetto Bros, ex isola, sono entrati nel Palazzo del potere ed hanno occupato una stanza al secondo piano. Tutto in maniera pacifica. Venti padri di famiglia che rivendicano un posto di lavoro, che chiedono alle istituzioni di non essere dimenticati dopo aver svolto per anni il percorso sancito dalla Regione: formazione orientamento ed esperienze lavorative. Il tutto per un reddito mensile pari a circa 500 euro. La fame.
I venti disoccupati hanno esposto dalla finestra uno striscione: “Lavoro per tutti, progetto Bros”. Nulla di male. Bastava l’intervento dell’assessore al Lavoro Severino Nappi, di un qualsiasi rappresentante della giunta Caldoro o di un semplice consigliere regionale, per fornire spiegazioni sul nuovo piano lavoro e sulla prospettiva dei 4mila precari “Bros”. Insomma, la gente si lamenta, difronte all’indifferenza dell’amministrazione pubblica e delle istituzioni tenta con iniziative pacifiche di accendere i riflettori sul loro dramma e la politica non interviene. Anzi, fa di più. I consiglieri regionali chiamano le forze dell’ordine che arrivano con delle camionette blindate. Lo sportello si apre, scendono gli uomini in assetto antisommossa. Caschi, scudi, parastinchi e manganelli. Come se fosse un blitz per arrestare chissà quale boss o per scontrarsi con un migliaio di facinorosi. Salgono su, al secondo piano, e succede l’incredibile. Si ascoltano urla pure dall’esterno del Palazzo. Davanti all’ingresso, in fretta e furia, si radunano altri disoccupati. Una ventina. Arrivano diverse telefonate e la comunicazione: “I disoccupati al primo piano sono stati massacrati”. La rabbia aumenta, si diffonde un sentimento comune di amarezza e di impotenza. Gli ingressi vengono blindati da carabinieri in assetto antisommossa. Ma dei “compagni” che hanno occupato il Palazzo non v’è traccia. Nessuno riesce a vederli. Non escono dagli ingressi principali. Arrivano gli ordini. Alcuni blindati si trasferiscono nel garage sotterraneo del Consiglio regionale. E’ tutto pronto.
Le camionette entrano nel sito per prelevare i manifestanti senza che nessuno veda niente. Addirittura i dirigenti delle forze dell’ordine “cacciano” un giornalista ed un fotografo dell’Ansa. “Vene dovete andare”. Non c’è nessun rischio per l’ordine pubblico. Nessun problema. Tutto sottocontrollo. Solo la volontà di evitare che i manifestanti venissero fotografati. Perché? Nessuno lo ha capito. Mettono alle calcagna un poliziotto che scorta il reporter e il fotografo dell’Ansa sulle scale che portano al piano superiore. Nessuno deve vedere e nessuno deve sapere. Diritto di cronaca violato e chissà quale altro diritto violato. I consiglieri regionali nelle loro stanze come se nulla fosse successo. Questa è la fotografia di una mattinata di vergogna.

fonte: Indymedia Napoli

Maroni mostra i muscoli alla gente di Terzigno

Chissà se il bossolo di gas cs scaduto è proprio quello sparato ad altezza d'uomo dal poliziotto ripreso mentre compie freddamente un gesto omicida. Sta di fatto che le due "cartoline" da Terzigno stanno facendo il giro del mondo sul web ma quasi nessuno mette in relazione quei fatti con il proclama ennesimo di Maroni Roberto, ministro di polizia per Berlusconi. L'enfasi della stampa mainstream, ieri, era tutta per l'aggressione della notte a due auto-civetta nel centro del comune vesuviano che si oppone da giorni all'apertura della seconda e più grande discarica d'Europa nel cuore di un parco nazionale. Un agente è rimasto ferito a un occhio e tre persone, tutte giovanissime, incensurate e del posto, sono state arrestate con l'accusa di resistenza, lesioni e violenza. Gli agenti in borghese erano in servizio di prevenzione mentre centinaia di loro colleghi, in tenuta antisommossa, presidia via Zabatta, l'accesso alla seconda discarica. Maroni se l'è presa e ha annunciato che non è più accettabile. Invita a deporre le armi altrimenti sarà costretto a intervenire in modo duro. Più duro dei lacrimogeni ad altezza d'uomo, più velenoso dei gas Cs, gli stessi adoperati a Genova da quel galantuomo di Scajola nel 2001. Magari La Russa, quando si dice pronto a inviare altri soldati, ha in mente un piano afgano. Vale la pena ricordare che un candelotto ad altezza d'uomo può ammazzare e che quel gas fa male al punto che la convenzione di Ginevra lo proibisce in teatri di guerra. Maroni, invece, ritiene che i suoi uomini si stiano comportando con grande prudenza e grande responsabilità. Sono gli altri, cattivi, che li attaccano. Ma un'altra foto giramondo, immortala un eroe dei nostri tempi che lancia un bel sampietrino. E la sua è una perfetta tenuta da robocop antisommossa. Allora Maroni a un certo punto dichiara ancora che «i violenti cercano il morto» e uno pensa «finalmente se n'è accorto». Invece no anche stavolta. I cattivi sono quelli che danno retta alle mamme vulcaniche, ai nonni, agli impiegati, agli studenti, ai disoccupati, alle casalinghe. Vulcanici anche loro. La Uilps, che difese a spada tratta i rapitori di manifestanti della Raniero, racconta di orde di facinorosi sprangamuniti che andrebbero a caccia di volanti e autocompattatori ma anche questa sigla, pur chiedendo rinforzi, è persuasa che non ci siano clan e centri sociali dietro le violenze.
«Minacce inconcepibili quelle di Maroni, degne di un capotribù anziché di un ministro», fa sapere Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, osservando come quella di Terzigno non sia una situazione risolvibile dal punto di vista dell'ordine pubblico. «A meno che non si voglia dichiarare guerra a un'intera comunità che difende il proprio diritto a vivere in salute e in sicurezza. A meno che non siano Maroni e il governo a cercare un esito drammatico». E' quello che pensa anche il Movimento difesa territorio area vesuviana che suggerisce una riflessione ulteriore: «Tutti sanno che la vicenda Terzigno travalica la questione meramente tecnica della gestione della discarica investendo un campo di contesa più generale: le prossime elezioni comunali di Napoli, gli interessi economici legati al flusso dei rifiuti, la lotta interna al Pdl campano, la sperimentazione di nuove forme di controllo sociale utilizzate in situazioni d'emergenza».
Bisognerebbe rifare il piano rifiuti, osserva ancora Ferrero. Ma i parlamentari Pdl della Campania e i vertici di Regione e Provincia non sono riusciti a trovare un accordo su un altro territorio da martirizzare anche se si ripete il mantra della trattativa che va avanti: «Siamo a buon punto, trovo la situazione migliorata in alcune parti e in altre non peggiorata - ha detto il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso in Prefettura a Napoli, in relazione alla raccolta dei rifiuti in città - il termovalorizzatore di Acerra funziona bene, oggi siamo sopra le 1500 tonnellate di rifiuti bruciati. Sono risultati in linea». In linea con l'usanza di bruciarci il tal-quale. Che il ciclo sia saltato, che i rifiuti non passino spesso nemmeno per gli Stir (stabilimento di tritovagliatura ed imballaggio rifiuti, gli ex Cdr come quello di Giugliano dov'è morto domenica un lavoratore di Portici) è ormai denunciato da diverse voci e anche il sindaco di Acerra si professa allarmato per l'ipotesi che si bruci di tutto nell'impianto imposto militarmente ai suoi cittadini.
Il ministro Rotondi, quello dell'Attuazione del programma, si iscrive al "partito del morto": lo Stato non può fare passi indietro o avere «la falsa pietà di cambiare programma per le proteste». Dunque, la divisa blu che ha sparato ad altezza d'uomo altro non faceva se non "attuare il programma"?
I verdi hanno fatto un sopralluogo con Bonelli, il segretario, e Giobbe Covatta che si è fatto fotografare con una «pericolosa camorrista» di sei anni. «Maroni deve sapere che è pronto a usare la forza contro donne che sventolano i rosari». Bersani, quello del Pd, sconsiglia l'uso della forza: «Non servono i miracoli, che finiscono in discarica, ma un piano di solidarietà». Intanto Brunetta e Rosa Russo Iervolino si scambiano accuse reciproche di non sapere di cosa si parla quando si parla di rifiuti napoletani. De Magistris invita il governo a «incontrare i comitati che propongono misure alternative: differenziata, trattamento meccanico a freddo, impianti di compostaggio per l'umido, abbattimento della produzione di scarti». Ma il governatore Caldoro chiede altra pazienza ai campani, almeno altri due-tre anni, il tempo di costruire i nuovi termovalorizzatori, la soluzione preferita da cricche e camorre. E Bertolaso spera che i sindaci ci ripensino, fa sapere che l'apertura della seconda discarica non è prossima e si vanta che a Cava Sari siano arrivati i camion con l'argilla per diminuire la puzza. Sarebbe l'inizio della bonifica. Ma i sindaci non hanno gradito l'accordo beffa che ignora l'inquinamento delle falde e insiste sullo sversamento a Cava Sari, la prima discarica.
Proteste, roghi e cassonetti rovesciati si registrano anche a Napoli città mentre qualcuno fa due conti e scopre che l'emergenza rifiuti costa venti euro a testa per ciascun italiano, 1,1 miliardi. Ormai la protesta va avanti da una settimana e, tra Boscoreale e Terzigno, ieri, c'era una sorta di normalità tra i segni della battaglia. Quasi tutti i negozi erano aperti.

Checchino Antonini

In queste ore stanno perquisendo le case dei manifestanti e stanno imponendo lo stato di fermo che impedisce loro di partecipare ai cortei e ai presidi. Terzigno chiede aiuto a tutta l'Italia che ha il dovere di rispondere!

25 ottobre 2010

A Terzigno usati i gas Cs come al G8 di genova!

Come dimostra la foto di uno dei tantissimi bossoli di lacrimogeno lanciati nelle strade di Terzigno e soprattutto di Boscoreale in questi giorni, le forze dell'ordine stanno usando abbondantemente i famigerati lacrimogeni a base di Cs, usati con grande scandalo durante il G8 di Genova, vietati dalla convenzione di GInevra per uso militare perchè il Cs è considerato un gas venefico di cui ancora non si conoscono pienamente gli effetti sulla salute a lungo andare!
Ricordiamo poi che nei nostri comuni in queste serate se ne fa un uso abbondante in contesti urbani chiusi e pieni di case, con un evidente effetto di concentrazione


Leggi gli articoli pubblicati su Carta sul candelotto usato al G8 di Genova

23 ottobre 2010

Ancona: Detenuto di 22 anni ritrovato morto nel carcere

Alberto Grande, 22 anni, è stato ritrovato morto ieri mattina nella sua cella del carcere di Montacuto ad Ancona.
Si tratta della terza vittima dentro l’istituto di pena anconetano dall’inizio dell’anno: tre detenuti giovani e non affetti da particolari patologie, le cui morti appaiono quantomeno “sospette”.
Il primo caso risale allo scorso mese di maggio (non conosciamo la data precisa), quando un 27enne marocchino fu ritrovato senza vita steso sul pavimento della cella. La notizia non trapela fino ad agosto quando, in occasione dell’iniziativa “Una cella in piazza”, la responsabile del Prap regionale, Manuela Ceresani, dichiara alla stampa: “Due soli i suicidi registrati da inizio anno (nelle carceri delle Marche - n.d.r.), uno ad Ancona (Montacuto) e il secondo a Fermo”. (Il Messaggero - Cronaca di Ancona, 21 agosto 2010). Ma il Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria, che ha ricevuto dal Prap delle Marche la comunicazione del decesso (suicidio?), classifica l’episodio come “morte per cause naturali”.
Il pomeriggio del 25 settembre Ajoub Ghaz, detenuto tunisino di 26 anni, viene ritrovato morto nella sua cella. Dai primi rilievi sembra che abbia ingerito un mix letale di farmaci. La procura di Ancona dispone l’autopsia. “Non si esclude la tesi di un suicidio” (Resto del Carlino - Cronaca di Ancona, 26 settembre 2010)
Il 27 settembre Eugenio Sarno, Segretario generale del sindacato Uil-Pa Penitenziari, dichiara all’Adnkronos: “Il suicidio del 26enne detenuto tunisino nel carcere di Ancona, che si è verificato sabato scorso, fa salire l'asticella delle autosoppressioni dietro le sbarre, nel 2010, a 50 morti".
Il 13 ottobre il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria diffonde le statistiche aggiornate riguardanti i suicidi in carcere: ad Ancona non risulta avvenuto nessun suicidio, mentre risulta quello avvenuto a Fermo (Ap), come dichiarato dalla responsabile del Prap Marche in agosto. Si tratta di Vincenzo Balsamo, che si è impiccato il 23 febbraio.
Ieri, per la terza volta dall’inizio dell’anno, nel carcere di Montacuto un giovane detenuto muore per cause apparentemente misteriose. Il Resto del Carlino - Cronaca di Ancona, oggi scrive: “Ennesimo giallo nel carcere di Montacuto. La vittima è un ragazzo di origini napoletane, Alberto Grande, e il rinvenimento del suo cadavere è avvenuto nella tarda mattinata di ieri”. “Quando un compagno di cella ha dato l’allarme sul posto sono accorsi medico e infermiere del carcere che hanno tentato di rianimare il giovane, purtroppo invano. Grande non si è mai ripreso e una volta constatato il decesso la salma è stata trasferita all’istituto di medicina legale dell’ospedale di Torrette. Tutte in piedi le ipotesi che hanno provocato l’arresto cardiocircolatorio del ventiduenne. Gli inquirenti e le autorità carcerarie non escludono che si sia potuto trattare di un gesto volontario, magari a seguito dell’assunzione di farmaci. La cosa certa al momento è che sul corpo del giovane non sono stati trovati segni di morte violenta, ma è chiaro che soltanto l’autopsia, disposta dalla procura, chiarirà ogni dubbio”.
Alberto Grande si è suicidato, assumendo intenzionalmente un mix letale di farmaci, o delle droghe?
Oppure l’arresto cardiocircolatorio che lo ha ucciso è da attribuire a “cause naturali”?
Per noi rimane il fatto che un ragazzo di 22 anni, entrato sano in carcere lo scorso luglio, in carcere ci è morto.

fonte: Ristretti Orizzonti

22 ottobre 2010

Testimonianze: «Così mi hanno pestato a sangue»

«Ho provato ad aiutare una donna di 60 anni, la polizia ha manganellato me e il mio ragazzo».

Il suo volto insanguinato è sulla prima pagina dei maggiori quotidiani nazionali. La sua foto è tra le più condivise sui social network. Il sangue che scorre sul suo volto è diventato il simbolo della protesta di Terzigno. È Carla Martire, la giovane manganellata negli scontri anti-discarica che sempre più assumono le fattezze di una «guerra civile».

Prima di tutto, Carla come va?
«Ora sto meglio. Ho solo qualche livido al volto.»

Come si è arrivati a questa escalation di violenza?
«Eravamo su via Panoramica. C’è stata una carica delle forze dell’ordine. Alcuni hanno cercato di fuggire, entrando nel cancello di una proprietà privata. Ma una donna sui 60 anni è stata aggredita e sono intervenuta per chiedere il perché di tanto accanimento».

Lì sono partite le manganellate.
«Si. Il mio ragazzo ha cercato subito di difendermi ma è stato aggredito anche lui. Ora ha una contusione al naso. Tra l’altro, l’ambulanza non è venuta nemmeno in nostro soccorso. Dopo mezz’ora di attesa siamo andati in ospedale con i nostri mezzi».

Secondo lei, perché l’hanno colpita?
«Per spaventare le mamme, i bambini, tutti coloro che protestano pacificamente. Le persone più violente non sono mai state “toccate”. È un piano già scritto. Si vuole evitare la via pacifica e mostrare all’informazione nazionale solo i risvolti più violenti e tutto ciò per metterci a tacere. Noi eravamo disponibili a un impianto di compostaggio, a Terzigno si è raggiunto il 50% di differenziata ma nessuno lo dice».

Come definisce l’attuale situazione di Terzigno?
«Qua è una guerra. I negozi sono chiusi, gli elicotteri sorvolano la zona continuamente. Vorrei già tornare in strada ma se non hai le gambe per correre non si può».

La protesta è stata tutta in crescendo.
«Sì, si è partiti da una situazione pacifica con la discesa delle 300 lanterne dal Vesuvio. Il sindaco di Terzigno ci aveva assicurato che la discarica non sarebbe stata aperta. Ma era solo un modo per tenere buone le persone. Quando si è saputo dell’apertura anche di una seconda discarica ovviamente è successo il finimondo. Non hanno interpellato nessuno, eravamo e siamo completamente fuori dai giochi».

Quando credi che si raggiungerà l’apice della violenza?
«Dopo le parole del presidente Berlusconi . Temo che gli scontri di stasera saranno i più forti in assoluto.»



Carceri: Presentato il rapporto di Antigone

Nel primo anniversario dell'uccisione di Stefano Cucchi, l'associazione Antigone presenta il suo settimo rapporto sulle carceri italiane. Tre le cause del sovraffollamento, spiega Patrizio Gonnella: «l’alta percentuale di detenuti in attesa di giudizio e la presenza di tossicodipendenti e stranieri doppia rispetto alla media europea».

Sono 206 gli istituti penitenziari italiani, per un totale di 44.612 i posti letto regolamentari e 68.527 detenuti. La fotografia del sistema carcerario italiano arriva dall’associazione Antigone, che questa mattina a Roma ha presentato il settimo Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia realizzato anche grazie al contributi di 37 volontari che hanno visitato numerosi istituti penitenziari sparsi su tutta la Penisola. Stando ai dati presenti nel Rapporto, dunque, il nostro Paese detiene il record europeo per presenza di imputati nelle carceri, ben il 43,7 per cento, mentre quelli in attesa di primo giudizio sono 15.233. Attualmente poi il 4,35 per cento della popolazione carceraria è costituita da donne e il 2,6 per cento da internati. Sono invece 57 i bambini sotto i tre anni che vivono in carcere con le loro madri e 11 le donne in gravidanza. Diciotto sono, invece, gli asili nido funzionanti e 22.675 i detenuti che hanno figli fuori dal carcere.
Altri numeri del sistema penitenziario italiani riguardano i semiliberi 877, le persone in affidamento in prova [7.800] e le persone in detenzione domiciliare [4.692]. Mentre le persone che hanno commesso un reato durante le misure alternative sono lo 0,23 per cento del totale, sostanzialmente 1 su 500. Inoltre sono 5.726 i detenuti italiani e solo 71 quelli stranieri imputati o condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Mentre i detenuti che hanno commesso violazioni della legge sulle droghe sono 28.154 e quelli che devono scontare una pena inferiore a un anno 11.601. Di questi la metà sono stranieri. Gli ergastolani italiani sono invece 1.437, contro soli 54 ergastolani stranieri.
Quanto al livello di istruzione, i dati presentati questa mattina dall’associazione Antigone parlano di 930 detenuti analfabeti, 2.342 privi di titolo di studio, 9.197 che hanno finito la sola scuola elementare e 595 laureati. In carcere ci sono anche i giovani e gli anziani: sono infatti 463 gli ultrasettantenni e 7.311 i detenuti con meno di 25 anni. Sul fronte dei costi, poi, 113 euro è il costo medio giornaliero di un detenuto e 7,36 euro il costo medio giornaliero di un detenuto per il suo mantenimento [pasti, igiene e trattamento rieducativo]. Nel 2009 le morti in carcere sono state 113 di cui 72 suicidi, 18 da accertare, 22 per malattia e 1 per omicidio. Nei primi nove mesi del 2010 i suicidi sono stati 55.
«I tassi di crescita dei detenuti sono stati pericolosamente alti nei primi mesi dell’anno. Negli ultimi tre mesi c’è stato invece un rallentamento della crescita. Dalle periferie d’Italia ci segnalano che ci sono state indicazioni di non procedere agli arresti». Così Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, in occasione della presentazione del settimo Rapporto nazionale sulle condizioni dei detenuti, che si è svolta questa mattina a Roma proprio nel giorno dell’anniversario della morte di Stefano Cucchi. «Per tutto il 2008, il 2009 e i primi sei mesi del 2010 si è registrata una crescita di detenuti tra le 500 e le 600 unità al mese – ha precisato Gonnella – Tra luglio, agosto e settembre le presenze sono però cresciute di circa 80 unità al mese e questo è accaduto in un periodo estivo in cui solitamente la crescita è più alta». Secondo il presidente di Antigone il calo non è casuale: «Sappiamo che in molte città si sono riuniti i comitati per l’ordine pubblico e la sicurezza, dove le autorità penitenziarie con un grande senso di responsabilità hanno affermato che non ci sono più posti».
Intrattenendosi con i giornalisti Gonnella ha parlato anche di quelle che ha definito come «le tre anomalie italiane»: si tratta dell’«alta percentuale di detenuti in attesa di giudizio», della «presenza di tossicodipendenti doppia rispetto alla media europea» e della «presenza di stranieri quasi doppia rispetto alla media europea». Tre poi i reati maggiormente responsabili del sovraffollamento: «la violazione della legge sugli stupefacenti, la violazione delle leggi sull’immigrazione e i reati contro il patrimonio». Quanto alle possibili soluzioni rispetto al problema del sovraffollamento Gonnella ha parlato di misure alternative, ma non solo. «Ci vuole coraggio – ha detto – questa è una fase politica in cui ci vuole coraggio», evitando di «alimentare paure che non esistono. Alcune grandi questioni come quelle delle droghe e dell’immigrazione devono essere trattate con strumenti diversificati – ha concluso – Bisogna anche costruire le carceri, nessuno dice di no, ma bisogna farlo sapendo che non è la soluzione del problema. È una soluzione parziale del problema».

fonte: Redattore sociale.it

Testimonianza da Terzigno: ero bloccata sul tetto per sfuggire alla polizia

Giovedi 21 ottobre, sono le 22,30 circa, si ordina lo spegnimento dell'illuminazione pubblica; i vesuviani lo sanno, è il segnale di nuove cariche.
Cala il silenzio e il cuore comincia a battere forte. Sto con una mia amica, ci guardiamo, ci comprendiamo al volo. Inutile fare gli eroi, abbiamo tutti paura e chi si è mai trovata in guerra?
Altri urlano, - non ci massacrate siamo disarmati -, la polizia sa che siamo disarmati, non è una questione di ordine pubblico, ci caricano perché l'ordine che hanno è quello di disperdere la folla e permettere ai camion di sversare. Alcuni poliziotti sotto al casco blu indossano delle mascherine bianche, come quelle dei manifestanti, anche loro sentono la puzza, anche loro son vittime di conati di vomito. Alla puzza presto si aggiungerà l'odore acro dei fumogeni, di roghi appiccati chissà da chi. Gli agenti si schierano, avanzano minacciosi, la Rotonda trema sotto i colpi dei loro anfibi; poi un boato, da poco lontano, viene da dentro al Parco Nazionale del Vesuvio, forse un petardo, forse un fuoco d'artificio; sono tantissimi i ristoranti in questa zona e siamo abituati ai fuochi di artificio, ma adesso tutto è stravolto, anche un tuono fa tremare le gambe. Partono le prime cariche, si alzano i manganelli, vedo correre, iniziano le urla. La folla si rompe, si corre in più direzioni, anche lo schieramento si rompe e gruppi di agenti isolano e accerchiano chi non è stato lesto a scappare: "lasciatelo stare bastardi" è il grido di chi assiste al massacro. I tanti vicoletti sconosciuti alla cronaca si gremiscono di persone in cerca di riparo, gli agenti li rincorrono, ma perché, non gli basta metterli in fuga? No, li rincorrono, è incredibile, li rincorrono brandendo il manganello. Una signora cade a terra, alza le mani, il poliziotto ha pietà. Alcuni signori tornano indietro, tutti con le mani alzate, ad aiutare la signora che ha un ginocchio sbucciato, una calza stracciata. Intanto arrivano gli sms, ci avvisano di nuovi blocchi lungo i Passanti, strada che conduce alla statale 268 e che collega Boscoreale a Napoli. Torna una calma apparente e così, al buio, la folla torna a schierarsi come la polizia. Sale il lampeggiante delle autoambulanze.
Circa duemila le persone alla Rotonda, altrettante in altri punti di Boscoreale e Terzigno; il questore chiama i rinforzi. Qualcuno tira fuori il thermos con il caffè, sono vicino al gazebo bianco, sono mesi che è stato montato a dar riparo ai vesuviani; dalla pioggia, dal vento, dai manganelli. Una protesta civile e fatta da gente comune non può non avere con sé un thermos con il caffè o un dolce fatto in casa. La salita per la discarica è bloccata in entrambe le direzioni; siamo sotto il totale controllo dei militari; i commercianti e gli abitanti di questa lunghissima strada sono dei sequestrati, le camionette parcheggiate davanti le loro case bloccano loro il passaggio. Ma non si lamentano, sono vesuviani e stanno con i vesuviani, hanno solo paura. L'area è densamente abitata, la discarica è visibile da molti balconi, la discarica confina con i giardini delle abitazioni, con i vigneti del Lacryma Christi. La discarica, enorme, infinita, è in pieno centro cittadino. Tutta la zona è militarizzata, sull'area pesa il Segreto di Stato, ritenuta argomento da sicurezza Nazionale. Anche lo spazio aereo è chiuso. Percorrere questa strada da mesi a questa parte significa camminare tra agenti armati, a tutte le ore del giorno e della notte. Al pulmino di una scuola calcio locale è da settimane che gli viene proibito di andare a prendere i bambini per portarli a fare l'allenamento. Anche per gli insegnanti e personale scolastico della scuola media ed elementare è difficile passare per andare al lavoro.
Questa è la situazione degli abitanti vesuviani. L'ironia è che anche oggi si continua a fare la raccolta differenziata porta a porta tra i vicoletti, mentre a pochi metri, sulla Rotonda, sembra di stare a Kabul dopo un bombardamento. Io, testimone con i miei colleghi, non abbiamo visto un razzo partire dai manifestanti, abbiamo visto invece le cariche partire senza motivo.


lettera firmata via mail

Un anno dall'omicidio di Stefano Cucchi.....

Oggi è un anno dalla morte di Stefano Cucchi, il giovane geometra romano di 31 anni, arrestato per una piccola quantità di stupefacenti e morto dopo pochi giorni per le torture, le violenze e i soprusi che ha subito nei vari passaggi dalla caserma dei carabinieri al carcere-. Stefano come Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Nick Aprile Gatti, Giuseppe Turrisi, Giuseppe Uva , era solo un ragazzo. Aveva forse commesso uno sbaglio. Questo però non giustifica la fine che ha fatto Stefano e le tante altre “vittime di Sato” né la fatica assurda, disumana, affrontata da famiglie e amici per ottenere la verità.
L'opinione pubblica è rimasta spesso indifferente. Morti del genere provocano disagio. La gente preferisce distogliere gli occhi: troppo imbarazzante ammettere che le persone pagate per difenderci finiscano talvolta, magari, per massacrare i nostri figli o i nostri amici. Non si tratta qui di mettere in discussione il ruolo delle forze dell'ordine. Tutti conosciamo persone degne che indossano la divisa, uomini e donne che svolgono un lavoro impegnativo in condizioni difficili. Ma non possiamo ridurre il problema, come spesso si tenta, alla retorica minimizzante delle 'poche mele marce'. In primo luogo, inizia a nascere il sospetto che non siano poi così poche; in secondo luogo, viene da chiedersi in quale cultura, in quale speranza di impunità, in quale clima politico queste mele marciscano.
Sappiamo che la degenerazione democratica di un paese non è una cosa astratta. Nasce nelle ovattate stanze del potere ma si traduce in vita concreta, ricade a cascata in mezzo a tutti noi, prende corpo nelle strade e nei rapporti tra persone. Impossibile pensare che le contraddizioni e le tensioni di un paese in crisi non si riflettano nelle sue forze dell'ordine, che della convivenza civile in quel paese dovrebbero essere garanzia. Esse sono come un rene sensibile che assorbe le scorie, tutti i veleni di un organismo in difficoltà.
Ogni volta che un poliziotto picchia un ragazzo fermato perché aveva qualche grammo di fumo in tasca, o magari alza il manganello su un manifestante inerme, sta creando uno strappo. La società dei diritti è uno schermo eretto a proteggerci. Ma questo schermo è sempre più a brandelli e ciò che si vede, dietro, è un vuoto spaventoso. Il famoso "fascio soft" in cui molti italiani ritengono di vivere oggi, illiberale ma non certo sanguinario, rischia di rivelarsi non così "soft" quando per ogni minimo motivo, o anche senza motivo, si rischia di incontrare il manganello di un poliziotto.
Sono passati più di nove anni da quando molti di noi hanno assaggiato il gusto acre del gas tossico Cs e sono stati inseguiti da frotte di poliziotti sovraeccitati lungo i vicoli di Genova. La macelleria genovese del 2001, madre di tutti i soprusi polizieschi, non ha mai avuto una seria rielaborazione da parte di questo paese. Eppure, a prescindere dalle opinioni politiche, ogni cittadino dovrebbe sentirsi turbato dall'idea di quegli avvenimenti. La maggior parte dei ragazzi pesantemente pestati alla Diaz o di quelli sequestrati e torturati a Bolzaneto non avevano a che fare con alcun atto di vandalismo. La violenza degli agenti fu gratuita e per questo ancora più radicale. E per chi a tutt'oggi si ostina a difendere gli agenti coinvolti, viene da pensare ci sia una sola plausibile giustificazione: il desiderio nascosto, o forse neppure nascosto, di essere stato al posto di quei poliziotti, libero di menare le mani.
Non pesa solo l'eredità della Legge Reale. A volte sembra esserci in questo paese un rinnovato desiderio di violenza. C'è chi aspetta di vedere all'opera la mano meno democratica della polizia. C'è chi giustifica le mele marce e contribuisce così al diffondersi della malattia. Ma la gente normale, quella che rifiuta la violenza, quella che desidera sentirsi rassicurata e non impaurita quando vede una divisa: questa gente, cosa può fare?
Ma ricordando oggi Stefano Cucchi è doveroso parlare anche della drammatica situazione carceraria. La vicenda di Stefano ha squarciato il velo dell'ipocrisia carceraria, ha aperto uno sguardo pubblico dentro le prigioni e gli ospedali detentivi. Ma la morte di Stefano non ha scosso però le coscienze di chi ci governa. Tutto, dopo le solite lacrime di coccodrillo, è rimasto come prima.
Le galere - dimenticate da tutti, governo, opposizione e media - sono ormai al limite estremo di tollerabilità umana. I detenuti sono costretti a vivere in modo indegno, ammassati in spazi di vita impossibili. Il personale penitenziario è anch'esso costretto a una vita massacrante. Mettere a rischio la serenità degli operatori significa mettere a rischio i diritti e l'incolumità personale dei detenuti.
I parlamentari di destra e sinistra che hanno visitato le carceri a ferragosto non hanno prodotto una che sia una proposta di soluzione del problema. Il Piano carceri del governo è ormai carta straccia. Periodicamente - e oramai poco credibilmente - il ministro della Giustizia Alfano promette misure eccezionali, espulsioni di massa di stranieri, nuovi programmi di edilizia penitenziaria e nuove assunzioni di poliziotti.
Di fronte alla tragedia di una condizione carceraria drammatica, di fronte all'internamento di massa di consumatori di droghe e di immigrati irregolari, di fronte a oggettivi trattamenti inumani e degradanti non si deve chiedere a noi il suggerimento di soluzioni alternative allo status quo. Il sovraffollamento carcerario, la violenza istituzionale, la carcerazione di massa del disagio sociale non sono eventi naturali. Sono il frutto di politiche pubbliche scellerate decise per ottenere consenso.
E’ necessario, quindi, invertire la tendenza politica che dagli anni Novanta in poi ha operato sotto l’insegna dell’ipertrofia legislativa e della bulimia carceraria, se non torniamo a pensare, almeno a sinistra, che il vero senso dello Stato è la prevenzione del crimine e del disagio, è la promozione delle politiche sociali per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 della Costituzione), non risolveremo mai il dramma del carcere e del disagio sociale e non saremo mai competitivi ed alternativi a quelle fabbriche della paura di destra che, invano, nelle elezioni della seconda repubblica il centro-sinistra ha sempre cercato di simulare.

Italo Di Sabato - Osservatorio sulla Repressione




Milano: Botte in caserma, a giudizio tre carabinieri

Il gip milanese Simone Luerti ha rinviato a giudizio due carabinieri, Piero A. e Gianluca P., di 44 e 29 anni, accusati di lesioni gravi per aver legato e picchiato un uomo in una caserma di Milano, dopo averlo fermato a bordo di un’auto rubata. Il giudice ha mandato a processo anche un terzo carabiniere, Thomas M., 28enne, accusato di omessa denuncia e di favoreggiamento per aver cercato di «coprire» la vicenda. Per i tre il processo comincerà il prossimo 15 febbraio davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Milano. Il giudice ha condannato a un anno e 4 mesi di reclusione, con rito abbreviato, anche la vittima del pestaggio, Luciano F., accusata di calunnia, perché in occasione della denuncia ha esagerato nell’enumerare le lesioni riportate, raccontando falsamente di aver perso un incisivo a causa di uno dei pugni subiti. Essendo un pregiudicato, non ha ottenuto la sospensione condizionale della pena.
L’episodio risale al 12 agosto del 2009, quando i carabinieri, all’epoca in servizio nella caserma Montebello, bloccarono l’uomo, con precedenti per droga, che stava guidando un’auto rubata, dopo aver incontrato alcuni pusher per una compravendita di eroina non andata in porto. L’uomo venne portato in caserma e, stando alle indagini del pm di Milano Antonio Sangermano, i due militari di 44 anni, e 29 anni, con del nastro isolante gli avrebbero chiuso la bocca e poi lo avrebbero picchiato mentre era steso a terra, con le mani legate, usando anche dei manganelli. Dopo l’aggressione, l’uomo era anche stato arrestato con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e poi portato a San Vittore. L’uomo nel procedimento si e’ costituito parte civile.

fonte: Corriere della Sera


21 ottobre 2010

Terzigno(Na): Continue e violente cariche della polizia contro il sit-in antidiscarica

Non si placa la rabbia della popolazione di Terzigno, ben poco disposta ad accettare di diventare il più grande sversatoio d'Europa senza muovere un dito. Oggi decine di ragazzi e uomini del paese hanno cercato di impedire le operazioni di sversamento garantite solo grazie ad una miltarizzazione senza precedenti del territorio.
Gli abitanti hanno hanno lanciato molotov, sassi e oggetti contundenti contro le forze dell'ordine che scortavano i compattatori. 5 gli autocompattatori bruciati. Al fuoco anche una macchina della Digos. La polizia resta con difficoltà a presidio dell'area a ridosso dell'invaso. Nella cittadina stamani centinaia di manifestanti sono scesi in piazza e hanno bruciato una bandiera italiana.
Il capo della polizia Antonio Manganelli ha detto: "Noi continuiamo a fare quello che siamo chiamati a fare: lì si deve sversare e lo consentiremo anche se questo costa l'uso della forza. Raccolgo però il rammarico dei miei uomini che tutte le sere fanno una battaglia. Dispiace che questo sia diventato un problema di polizia e che un'area geografica consolidi sentimenti di ostilità verso le forze dell'ordine, ma noi non siamo certo nemici di chi manifesta".
Intorno alle ore 19  carabinieri in assetto antisommossa sono scesi dai mezzi all'inseguimento dei manifestanti. Una ruspa della Polizia di Stato ha rimosso le barricate collocate dei manifestanti nei pressi della strada di accesso alla discarica, ma la zona è di fatto bloccata dai cittadini.

La cronaca della notte

Ennesima notte di violenza degli agenti a Terzigno: da giorni ormai i paesi di Boscoreale e Terzigno sono inaccessibili, in quanto tutte le vie di accesso sono presidiate da manifestanti e forze dell'ordine, numerosissimi sono stati i momenti di tensione e di sgombero, durante le notti scorse, affinché gli auto compattatori carichi di rifiuti potessero sversare.
L'ondata di protesta della popolazione, che dura ormai da alcune settimane, è dovuta alla decisione degli esponenti del Pdl campano di dare il via libera alla costruzione di una seconda discarica nel parco nazionale del Vesuvio, che dovrebbe diventare il più grande sversatoio d'Europa.
Continua nel frattempo il vano tentativo da parte delle istituzioni e dei media di criminalizzare la lotta delle popolazioni campane, tirando in ballo mafia o "professionisti della guerriglia". Netta la risposta dei manifestanti, che scrivono: "La protesta in atto nei comuni vesuviani è fatta da gente normale (impiegati, casalinghe, bambini ed anziani). Qui ci sono solo persone esasperate che lottano per la loro sopravvivenza, per un nuovo diritto alla salute e per un nuovo piano di gestione dei rifiuti. Tutte le istituzioni (a livello locale,regionale e provinciale) sono estremamente complici dell'ecocidio in atto."
La notte scorsa uno spiegamento massiccio di forze dell'ordine, probabilmente con pochi precedenti (una militarizzazione tale di un territorio la ricordano gli abitanti della Val Susa nel 2005 e nell'inverno scorso) ha condotto nella notte ad un blitz che in tempi brevissimi ha sgomberato tutta la zona di via Panoramica (la strada di accesso alla discarica di Sari) presidiata da alcune migliaia di manifestanti.
L'operazione di questa notte è partita dopo una serata ad alta tensione durante la quale, ad un lancio di petardi partito dai manifestanti, la polizia ha risposto con una fittissima pioggia di lacrimogeni, mandando nel panico la folla.
Quaranta mezzi lanciati a massima velocità e duecento celerini hanno poi circondato l'area per sgomberarla, iniziando una vera e propria caccia all'uomo, inseguendo e picchiando i manifestanti fino ai campi intorno all'area.
Bilancio della notte: due persone fermate e rilasciate dopo poche ore e numerosi feriti tra i manifestanti.

Le notizie sulla nottata di ieri:


Per ulteriori aggiornamenti segui il blog Vesuvio in lotta


notizie tratte da InfoAut

Processo Cucchi: No alla perizia che volevano i familiari

Niente super perizia per i familiari di Stefano Cucchi. La richiesta del loro legale, all'apertura dell'udienza preliminare, è stata bocciata ieri dal gup. Eppure doveva servire a determinare in maniera definitiva le cause della morte del geometra trentunenne ucciso da un cocktail micidiale di contatti ravvicinati del terzo tipo con diverse amministrazioni dello Stato. Proprio venerdì sarà un anno dalla sua morte, avvenuta nel padiglione penitenziario dell' ospedale Sandro Pertini di Roma in fondo a sei giorni di vero e proprio calvario. Era stato ricoverato dopo essere stato arrestato per droga, pochi grammi di hashish, in un parco di Cinecittà. Dopo una notte nella guardina dei carabinieri era giunto in tribunale per l'udienza di convalida, con gli occhi pesti, camminando malamente e con le carte ufficiali che lo presentavano più vecchio, albanese e senza fissa dimora.
A respingere la richiesta è stato il gup Rosalba Liso che deve decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio di 13 persone tra guardie carcerarie, medici, infermieri e del direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria - i carabinieri, dopo un brusco dictat di La Russa sono stati ignorati dalle indagini - accusati di una serie di reati che vanno dalle lesioni aggravate all'abuso di autorità nei confronti di un arrestato, al falso ideologico all'abuso di ufficio, all'abbandono di persona incapace, all'omissione di referto e ad altro. La richiesta dei familiari di Cucchi tendeva a dimostrare che per le tre guardie carcerarie imputate non si doveva ipotizzare l'accusa di lesioni gravissime bensì quella di concorso in omicidio preterintenzionale. La giudice ha respinto la richiesta sostenendo che proceduralmente la parte civile non poteva chiedere l'approfondimento delle indagini. Avrebbe potuto farlo o attraverso il pubblico ministero o durante la discussione. «In parole semplici, non è una cosa che non si può fare, è un atto che è possibile fare dopo», spiega Fabio Anselmo, legale dei Cucchi. Altrimenti sarà un processo che si concentrerà sul trattamento a un paziente evitando di chiedersi chi e quando gli abbia spezzato la schiena.
I pm Barba e Loy hanno anche chiesto al gup di rendere pubblica l'udienza, autorizzando l'accesso alle telecamere. La Procura, infatti, non avrebbe gradito le rivelazioni di Ilaria, sorella di Stefano, in tv quando ha detto di «un pm che diceva ai nostri avvocati di non santificare la mia famiglia». «Ci spiace veramente di aver dato così fastidio al pm tanto da costringerlo a lamentarsene davanti al giudice - ha commentato Ilaria Cucchi - si parla della morte di una persona della nostra famiglia ma questo evidentemente non conta. In fin dei conti la morte di Stefano sta diventando soltanto un problema nostro».
Il gup si è riservato di decidere e si pronuncerà sul punto la prossima udienza prevista per il 26 ottobre, quando inizierà la discussione e prenderanno la parola i pm.

20 ottobre 2010

Cagliari: proteste dei pastori, la polizia carica sotto la Regione

Scontri e cariche indiscriminate di polizia e carabinieri: così è terminato il presidio sotto il Consiglio Regionale sardo di Cagliari indetto dal Movimento dei pastori guidato da Felice Floris, a poco più di un mese dalle proteste che paralizzarono la città, in richiesta di un disegno di legge che fronteggiasse il momento di crisi.
I pastori, scesi in piazza per chiedere interventi urgenti a risanamento della gravissima crisi che sta infliggendo il mondo della pastorizia e dell'agricoltura e per chiedere che venga accolta la piattaforma presentata dal Movimento dei patori, sono stati accolti sin da subito da un ingente schieramento di forze dell'ordine, che ha presto reagito al lancio di uova e bottiglie di vetro, dapprima con i gas lacrimogeni, quindi con violentissime cariche.
I pastori hanno risposto alle cariche tentando di erigere barricate nella centralissima via Roma e in tutta la zona tra il consiglio Regionale e il porto cagliaritano: i cellulari hanno quindi invaso la zona a sirene spiegate ed è iniziato un vero e proprio rastrellamento.
Cinque persone sono state fermate, portate nel garage del palazzo della Regione, ammanettate e fatte distendere a terra, mentre numerosissimi si contano i feriti tra i manifestanti, molti lasciati a terra in una maschera di sangue.
Un manifestante ha perso un occhio dopo essere stato colpito da un lacrimogeno.

18 ottobre 2010

Terzigno (Na): Cariche della polizia al presidio antidiscarica


Nuova giornata di scontri tra polizia e manifestanti alla Rotonda di Terzigno, scoppiati proprio quando gli agenti in tenuta antisommossa hanno rimosso il blocco composto da circa duecento persone che impediva agli autocompattatori di portare la spazzatura nella discarica. La polizia ha caricato, i manifestanti hanno risposto con una fitta sassaiola, lancio di bottiglie e un enorme falò per sbarrare la strada agli agenti. Due poliziotti e un carabiniere sono rimasti feriti. Tre donne, invece, riferiscono i comitati, sono rimaste contuse per le manganellate al volto.
"Ci siamo distesi a terra, sotto le camionette, ma siamo stati presi di forza e picchiati con i manganelli", denuncia l'avvocato Lucio Pisacane, che abita in via Panoramica a Boscoreale. "Ci hanno detto che dovevano raggiungere la discarica per dare il cambio ai colleghi - continua - e poi hanno reagito al blocco forzandolo con mezzi corazzati".
Prima degli scontri, durante la notte, decine di camion erano stati bloccati lungo la strada per la discarica, tra Terzigno e Boscoreale. Si sono formate code fino ai caselli dell'autostrada. Sedici automezzi risultano danneggiati. Uno, di una ditta di Benevento, è stato bruciato. Dopo i tafferugli è tornata la calma, ma resta il clima di grande tensione e di attesa, per l'incontro tra i sindaci dei paesi vesuviani e il prefetto. I comitati contestano l'apertura di una seconda discarica in località cava Vitiello, accanto a quella, attualmente in funzione, della Sari.

Comunicato stampa sulla notte del 18 ottobre

La notte tra il 17 e il 18 le popolazioni di Terzigno e Boscoreale hanno impedito ai camion di sversare rifiuti all'interno della cava SARI.
I blocchi proseguono anche durante queste ore.
Alle 12:30 circa una violenta carica delle forze dell'ordine ha ferito numerosi cittadini, tra i quali diverse persone anziane e una donna incinta.
L'ennesima dimostrazione del fallimento dello stato autoritario che oppone polizia alle giuste rimostranze delle popolazioni che da anni soffre dei veleni della camorra e dello stato!!
Gli organi di governo continuano a pensare solo a discariche e inceneritori senza prendere in considerazione le alternative verso rifiuti zero proposte dai cittadini e dai comitati in lotta!


Movimento difesa del territorio area vesuviana


http://vesuvioinlotta.blogspot.com/
 
GUARDA I VIDEO (1 clicca qui)  2 clicca qui)

17 ottobre 2010

Criminalizzare chi dissente

Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza agli anarchici messinesi che, a pochi giorni dal corteo No Ponte del 2 ottobre a Messina, sono stati denunciati e minacciati dalle forze dell'ordine. Il semplice attacchinaggio di volantini che inneggiavano alla Resistenza popolare contro chi vuole distruggere l'area dello Stretto di Messina ha portato a perquisizioni e a denunce per istigazione a delinquere e a disobbedire alle leggi, imbrattamento, resistenza a pubblico ufficiale. La sproporzione tra l'azione e la reazione non ci sorprende, e si innesta in un'ondata intimidatoria e repressiva che, dalla fase di preparazione della manifestazione villese del 19 dicembre scorso, monta sempre più, arrivando perfino alla pretesa di identificare chi semplicemente partecipa alle riunioni della Rete No Ponte... L'intento è chiaro e segue un cliché vecchio e stantio: criminalizzare le aree più radicali del movimento per creare spaccature, divisioni, e contemporaneamente intimidire quelle più moderate, inculcando nella popolazione la convinzione che sia impossibile, oltreché inopportuno, opporsi alle imposizioni. Siamo vicini e solidali con le vittime di queste azioni repressive, ben consapevoli che attacchi come questi non riusciranno a fermare chi combatte per la difesa del proprio territorio e dei beni comuni…

Rete No Ponte

Proibizionismo e carcere, il mix che ha ammazzato Stefano Cucchi

Parco degli acquedotti. Periferia sud di Roma. Dopo il tramonto alcune decine di persone partecipano a un'assemblea all'aperto proprio nel luogo in cui, un anno fa, un manipolo di carabinieri arrestava Stefano Cucchi per il possesso di qualche grammo di fumo. Cominciava per lui un calvario di sei giorni. Morirà semiparalizzato e sfigurato nel repartino penitenziario di un ospedale. Un anno dopo, al tribunale di Roma, è in corso l'udienza preliminare a carico di 13 indagati, tra agenti penitenziari e personale medico sanitario, accusati a vario titolo delle condotte che hanno causato la morte del trentunenne geometra romano, restato per sei giorni isolato dal resto del mondo. Martedì prossimo il gup deciderà sulla richiesta di una nuova perizia da parte della famiglia che non crede all'ipotesi di lesioni dolose lievi avanzata dai periti del pm. Perché quella di Cucchi non può essere considerata una morte naturale o dovuta a qualche errore dei medici. E un processo che parte «su una base sbagliata, su una grande ipocrisia, francamente non mi interessa», commenta un anno dopo Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano.
Dopo una drammatica notte a Regina Coeli, i compagni di cella raccontarono di un ragazzo che non riusciva a stare in piedi. Ma al Fatebenefratelli, l'ospedale di fronte al carcere giudiziario, Cucchi passa due volte e per due volte viene restituito alla galera. La prima volta viene mandato lì da un medico che lo vede al suo arrivo dal tribunale (e che sarà licenziato poco dopo) e sarebbe andato via di sua volontà firmando a mezzanotte per il rientro. La seconda per essere destinato al repartino penitenziario del Pertini. Ma al Pertini Stefano sarà ancora più solo, con la schiena spezzata e senza sapere che i genitori ogni giorno sbattevano al muro di gomma della burocrazia. Impossibile visitarlo, si capisce è un carcere, impossibile sapere come sta. Privacy. E nella privacy grottesca di una cella ospedaliera Stefano prova a comunicare con l'esterno. Chiede a una volontaria della parrocchia di avvertire il cognato. Scrive agli operatori della comunità che aveva frequentato qualche anno prima. Ma la lettera sarà spedita da una mano misteriosa solo dopo la sua morte e resa pubblica dalla comunità quattro mesi dopo con altrettanto mistero.
Stefano muore senza che nessuno si sia degnato di consegnargli i panni puliti che sua madre aveva lasciato alla portineria del repartino. Sua sorella Ilaria, all'obitorio, inorridisce davanti a un corpo sfigurato e dimagrito all'inverosimile. Il tribunale non consente alla famiglia di fare foto durante l'autopsia ma ci riescono le pompe funebri e il caso Cucchi esplode sulla stampa "normale" grazie al coraggio di far pubblicare quelle foto.
Cucchi, però, arrivò già malconcio all'udienza preliminare dopo una notte passata nelle mani dei carabinieri che lo consegneranno agli agenti di custodia della cittadella giudiziaria poco prima di una paradossale udienza in cui né la giudice, né il difensore d'ufficio, si resero conto delle sue condizioni, né delle carte farlocche che lo presentavano come cittadino albanese senza fissa dimora di sei anni più anziano di quello che era. Di tutto ciò nessuno ha mai dato conto e nemmeno del fatto che in quelle carte risulta la nomina di un legale di fiducia che i carabinieri non hanno mai avvertito. Il ministro La Russa ha subito assolto a mezzo stampa la Benemerita, mai sfiorata, pare, dalle indagini sebbene più di una testimonianza faccia capire che c'è un cono d'ombra che si dovrebbe provare a illuminare. Intanto le morti "naturali" continuano a moltiplicarsi nelle sovraffollate prigioni italiane.

15 ottobre 2010

Milano: Sgombero "Bottiglieria Occupata" 50 denunciati. 7 attivisti restistono sul tetto

Sono ancora sul tetto della “Bottiglieria occupata”, il centro sociale sgomberato da polizia e carabinieri giovedì verso le 12 a Milano, i 7 militanti che erano subito saliti in cima agli stabili durante l’intervento delle forze dell’ordine mentre, sempre in via Savona, è ancora presente, questa mattina, un presidio di solidarietà.
Poichè i 7 sono su un tetto sporgente e fatiscente le forze dell’ordine devono ancora decidere come intervenire, con i pompieri, per evitare che qualcuno si faccia male. Durante la notte una settantina di manifestanti ha cercato di rioccupare il centro sociale senza riuscirvi: la polizia ha identificato e denunciato una cinquantina di giovani per manifestazione non annunciata che si aggiungono ai 20 denunciati, ieri, per occupazione abusiva delle due palazzine in disuso diventato un centro sociale non autorizzato.

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