18 ottobre 2010

Terzigno (Na): Cariche della polizia al presidio antidiscarica


Nuova giornata di scontri tra polizia e manifestanti alla Rotonda di Terzigno, scoppiati proprio quando gli agenti in tenuta antisommossa hanno rimosso il blocco composto da circa duecento persone che impediva agli autocompattatori di portare la spazzatura nella discarica. La polizia ha caricato, i manifestanti hanno risposto con una fitta sassaiola, lancio di bottiglie e un enorme falò per sbarrare la strada agli agenti. Due poliziotti e un carabiniere sono rimasti feriti. Tre donne, invece, riferiscono i comitati, sono rimaste contuse per le manganellate al volto.
"Ci siamo distesi a terra, sotto le camionette, ma siamo stati presi di forza e picchiati con i manganelli", denuncia l'avvocato Lucio Pisacane, che abita in via Panoramica a Boscoreale. "Ci hanno detto che dovevano raggiungere la discarica per dare il cambio ai colleghi - continua - e poi hanno reagito al blocco forzandolo con mezzi corazzati".
Prima degli scontri, durante la notte, decine di camion erano stati bloccati lungo la strada per la discarica, tra Terzigno e Boscoreale. Si sono formate code fino ai caselli dell'autostrada. Sedici automezzi risultano danneggiati. Uno, di una ditta di Benevento, è stato bruciato. Dopo i tafferugli è tornata la calma, ma resta il clima di grande tensione e di attesa, per l'incontro tra i sindaci dei paesi vesuviani e il prefetto. I comitati contestano l'apertura di una seconda discarica in località cava Vitiello, accanto a quella, attualmente in funzione, della Sari.

Comunicato stampa sulla notte del 18 ottobre

La notte tra il 17 e il 18 le popolazioni di Terzigno e Boscoreale hanno impedito ai camion di sversare rifiuti all'interno della cava SARI.
I blocchi proseguono anche durante queste ore.
Alle 12:30 circa una violenta carica delle forze dell'ordine ha ferito numerosi cittadini, tra i quali diverse persone anziane e una donna incinta.
L'ennesima dimostrazione del fallimento dello stato autoritario che oppone polizia alle giuste rimostranze delle popolazioni che da anni soffre dei veleni della camorra e dello stato!!
Gli organi di governo continuano a pensare solo a discariche e inceneritori senza prendere in considerazione le alternative verso rifiuti zero proposte dai cittadini e dai comitati in lotta!


Movimento difesa del territorio area vesuviana


http://vesuvioinlotta.blogspot.com/
 
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17 ottobre 2010

Criminalizzare chi dissente

Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza agli anarchici messinesi che, a pochi giorni dal corteo No Ponte del 2 ottobre a Messina, sono stati denunciati e minacciati dalle forze dell'ordine. Il semplice attacchinaggio di volantini che inneggiavano alla Resistenza popolare contro chi vuole distruggere l'area dello Stretto di Messina ha portato a perquisizioni e a denunce per istigazione a delinquere e a disobbedire alle leggi, imbrattamento, resistenza a pubblico ufficiale. La sproporzione tra l'azione e la reazione non ci sorprende, e si innesta in un'ondata intimidatoria e repressiva che, dalla fase di preparazione della manifestazione villese del 19 dicembre scorso, monta sempre più, arrivando perfino alla pretesa di identificare chi semplicemente partecipa alle riunioni della Rete No Ponte... L'intento è chiaro e segue un cliché vecchio e stantio: criminalizzare le aree più radicali del movimento per creare spaccature, divisioni, e contemporaneamente intimidire quelle più moderate, inculcando nella popolazione la convinzione che sia impossibile, oltreché inopportuno, opporsi alle imposizioni. Siamo vicini e solidali con le vittime di queste azioni repressive, ben consapevoli che attacchi come questi non riusciranno a fermare chi combatte per la difesa del proprio territorio e dei beni comuni…

Rete No Ponte

Proibizionismo e carcere, il mix che ha ammazzato Stefano Cucchi

Parco degli acquedotti. Periferia sud di Roma. Dopo il tramonto alcune decine di persone partecipano a un'assemblea all'aperto proprio nel luogo in cui, un anno fa, un manipolo di carabinieri arrestava Stefano Cucchi per il possesso di qualche grammo di fumo. Cominciava per lui un calvario di sei giorni. Morirà semiparalizzato e sfigurato nel repartino penitenziario di un ospedale. Un anno dopo, al tribunale di Roma, è in corso l'udienza preliminare a carico di 13 indagati, tra agenti penitenziari e personale medico sanitario, accusati a vario titolo delle condotte che hanno causato la morte del trentunenne geometra romano, restato per sei giorni isolato dal resto del mondo. Martedì prossimo il gup deciderà sulla richiesta di una nuova perizia da parte della famiglia che non crede all'ipotesi di lesioni dolose lievi avanzata dai periti del pm. Perché quella di Cucchi non può essere considerata una morte naturale o dovuta a qualche errore dei medici. E un processo che parte «su una base sbagliata, su una grande ipocrisia, francamente non mi interessa», commenta un anno dopo Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano.
Dopo una drammatica notte a Regina Coeli, i compagni di cella raccontarono di un ragazzo che non riusciva a stare in piedi. Ma al Fatebenefratelli, l'ospedale di fronte al carcere giudiziario, Cucchi passa due volte e per due volte viene restituito alla galera. La prima volta viene mandato lì da un medico che lo vede al suo arrivo dal tribunale (e che sarà licenziato poco dopo) e sarebbe andato via di sua volontà firmando a mezzanotte per il rientro. La seconda per essere destinato al repartino penitenziario del Pertini. Ma al Pertini Stefano sarà ancora più solo, con la schiena spezzata e senza sapere che i genitori ogni giorno sbattevano al muro di gomma della burocrazia. Impossibile visitarlo, si capisce è un carcere, impossibile sapere come sta. Privacy. E nella privacy grottesca di una cella ospedaliera Stefano prova a comunicare con l'esterno. Chiede a una volontaria della parrocchia di avvertire il cognato. Scrive agli operatori della comunità che aveva frequentato qualche anno prima. Ma la lettera sarà spedita da una mano misteriosa solo dopo la sua morte e resa pubblica dalla comunità quattro mesi dopo con altrettanto mistero.
Stefano muore senza che nessuno si sia degnato di consegnargli i panni puliti che sua madre aveva lasciato alla portineria del repartino. Sua sorella Ilaria, all'obitorio, inorridisce davanti a un corpo sfigurato e dimagrito all'inverosimile. Il tribunale non consente alla famiglia di fare foto durante l'autopsia ma ci riescono le pompe funebri e il caso Cucchi esplode sulla stampa "normale" grazie al coraggio di far pubblicare quelle foto.
Cucchi, però, arrivò già malconcio all'udienza preliminare dopo una notte passata nelle mani dei carabinieri che lo consegneranno agli agenti di custodia della cittadella giudiziaria poco prima di una paradossale udienza in cui né la giudice, né il difensore d'ufficio, si resero conto delle sue condizioni, né delle carte farlocche che lo presentavano come cittadino albanese senza fissa dimora di sei anni più anziano di quello che era. Di tutto ciò nessuno ha mai dato conto e nemmeno del fatto che in quelle carte risulta la nomina di un legale di fiducia che i carabinieri non hanno mai avvertito. Il ministro La Russa ha subito assolto a mezzo stampa la Benemerita, mai sfiorata, pare, dalle indagini sebbene più di una testimonianza faccia capire che c'è un cono d'ombra che si dovrebbe provare a illuminare. Intanto le morti "naturali" continuano a moltiplicarsi nelle sovraffollate prigioni italiane.

15 ottobre 2010

Milano: Sgombero "Bottiglieria Occupata" 50 denunciati. 7 attivisti restistono sul tetto

Sono ancora sul tetto della “Bottiglieria occupata”, il centro sociale sgomberato da polizia e carabinieri giovedì verso le 12 a Milano, i 7 militanti che erano subito saliti in cima agli stabili durante l’intervento delle forze dell’ordine mentre, sempre in via Savona, è ancora presente, questa mattina, un presidio di solidarietà.
Poichè i 7 sono su un tetto sporgente e fatiscente le forze dell’ordine devono ancora decidere come intervenire, con i pompieri, per evitare che qualcuno si faccia male. Durante la notte una settantina di manifestanti ha cercato di rioccupare il centro sociale senza riuscirvi: la polizia ha identificato e denunciato una cinquantina di giovani per manifestazione non annunciata che si aggiungono ai 20 denunciati, ieri, per occupazione abusiva delle due palazzine in disuso diventato un centro sociale non autorizzato.

Milano: Forze dell’ordine contro centri sociali e giovani dissidenti

Ogni forma di cultura alternativa è sotto assedio in questa settimana dalle forze dell’ordine, capeggiate dal questore di Milano, Vincenzo Indolfi, dal Prefetto, Gian Valerio Lombardi, e dal vicedindaco, Riccardo De Corato.
Ieri, nuove brutte notizie per gli 11 ragazzi che lo scorso sabato mattina erano stati denunciati per la festa tenutasi al parco Lambro venerdi notte. Per coloro i quali non sono residenti a Milano è, infatti, stata disposta la misura di sicurezza preventiva comportante l’allontanamento immediato dalla città.
La notizia, pervenuta intorno alle 14 circa di ieri, è stata aggravata dall’obbligo di essere entro le ore 20 della sera stessa presso la questura del proprio comune di residenza. A nulla sono valsi gli appelli, sostenuti anche da chi scrive, ad ammorbidire i toni del confronto.
Per i giovani, non importa se con compagna e figli, se con un lavoro, o una casa da pagare ed una vita privata a Milano è scattato sordamente l’obbligo.
Firmatario del provvedimento risulta essere il Questore di Milano, ma la vicenda lascia – ad alcuni dei protagonisti, sostenuti dai loro avvocati – numerosi dubbi e preoccupazioni per la democraticità e la legalità delle istituzioni milanesi.
Questi provvedimenti, infatti, sembrerebbero palesarsi macroscopicamente illegittimi, cioè contrari alle prescrizioni legislative, e l’azione delle forze dell’ordine sembrerebbe perpetuare una forma di abuso di potere.
La misura è stata disposta, infatti, nei confronti di alcuni tra i partecipanti alla festa soltanto sulla base dei precedenti penali che essi avevano.
Una diseguaglianza che appare imbarazzante per uno stato democratico guidato da una Costituzione rigida che si basa su canoni ben diversi. Un provvedimento che appare, dunque, destinato a perire non appena il suo esame passerà sul tavolo di un magistrato.
Eppure, però, i giovani dovranno pagare gli avvocati e la domanda è: dove troveranno i soldi?
In una regione ove lo stesso Presidente, che è indagato per Abuso di potere e relazioni sospette con un’ associazione segreta nota come P3, continua a governare; oggetto delle azioni repressive della polizia sono i giovani.
Cosa si vuole? Forse il silenzio?
Ma le brutte notizie non finiscono qui.
Questa mattina, infatti, un nucleo delle forze dell’ordine ha colpito un altro centro sociale, la Bottiglieria occupata. Partito lo sgombero, 7 ragazzi – al di sotto dei 25 anni – per sfuggire alla polizia si sono nascosti sul tetto.
E’, così, a rischio anche la loro stessa vita, il tutto per sgomberare un capannone in disuso da anni.
La bottiglieria occupata è un centro sociale nato da pochissimo, ma da subito diventato centro di attività culturali. In questi giorni stava iniziando il corso di teatro, aperto a tutti, li si svolgevano videoproiezioni e si consentiva alle giovani band emergenti di suonare all’interno dei suoi spazi, tutto in orari che non recavano alcun disturbo alla quiete pubblica. Niente feste, niente droga.
Uno spazio nato dall’occupazione di uno stabile abbandonato, che si trovava in via Savona 18.
Adesso, dichiara De Corato, “si proceda con lo sgombero degli altri dodici stabili pubblici e privati occupati da decenni dai centri sociali, dal Cantiere alla Panetteria Okkupata a cominciare dal Cox di via Conchetta 18”.
Appare in corso, dunque, una vera e propria attività di repressione contro ogni forma pacifica di contestazione sul territorio milanese.
Per lo sgombero di oggi è stato isolato completamente un intero quartiere e sembrerebbe, dalle primissime testimonianze, che l’accesso sia stato vietato agli stessi residenti.
In questo momento, però, i giovani hanno organizzato un raduno all’università statale aperto a chiunque voglia sostenere la “Bottiglieria occupata” e tutte le altre realtà a rischio..
Ciò che si prospetta è un caldo autunno di fuoco, ma la domanda che i giovani – e non solo – si pongono è sempre la stessa: è giusto sprecare tante risorse pubbliche per simili azioni?
Favorevoli o contrari che si possa essere ai centri sociali, essi comunque – quando sono ben gestiti – garantiscono attività di pubblico interesse, corsi teatrali, video proiezioni, palestre. In una città come Milano, è proprio esclusivamente verso questi spazi che deve agitarsi la mano repressiva della pubblica autorità?
Interi edifici, in periferia ed anche in pieno centro, sono occupati da anni e fungono da mero teatro di spaccio di sostanze stupefacenti di ogni genere e di prostituzione, ma questo non sembra interessare alle forze dell’ordine. Interessano solo i centri sociali, le festicciole nei parchi.
Quello che sembra è che si voglia tacitare ogni forma di dissenso, ogni voce fuori dal coro, ogni forma pacifica di protesta. Il metodo che si sta utilizzando, poi, è quello della “tolleranza zero”, già fallito negli Stati Uniti ed incompatibile con i valori sui quali si fonda la nostra Repubblica.
Concludendo con le parole di una canzone di Noyz Narcos, Sotto Indagine: “la musica da strada è sotto indagine [...] ne parlano al distretto, al tribunale e ultimamente pure sul giornale sottile linea tra paura e gloria tra mattino e sera, luna piena, non darà risposte anche stasera”.

Napoli: polizia carica il corteo dei studenti e precari

Il corteo di studenti, docenti e precari indetto dai Cobas è stato caricato a Piazza Matteotti all'incrocio dopo la questura.
La carica ha disperso il corteo, procurandone una spaccatura. Dopo la feroce carica al corteo di studenti e precari ci sono due compagni fermati e diversi feriti. E' in atto un presidio sotto la questura. I compagni che possono devono accorrere.

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Quelle morti in carcere di cui non parla quasi nessuno

Elezioni in primavera o no, la propaganda elettorale è già iniziata: e quando si cercano i consensi, si sa, è meglio non parlare di carcere, di 54 suicidi in meno di un anno, di 5 giovani impiccati in una età compresa tra i 22 e i 27 anni in meno di dieci giorni; o di tre ergastolani attivi nel comitato per l’abolizione dell’ergastolo trasferiti dal carcere di Spoleto (chiediamo ufficialmente al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il perché di questo trasferimento che ci appare punitivo).
E a pochi giorni dall’anniversario della morte di Stefano Cucchi, è meglio non parlare della morte di Simone nel carcere di Belluno. Le (scarse) cronache della scorsa settimana parlavano della solita overdose. Poi addirittura il consigliere regionale della Lega Toscani ha dichiarato: «L’aggravamento delle condizioni di salute del giovane detenuto non sono riconducibili in alcun modo all’assunzione di sostanze stupefacenti». Ma oggi Simone non c’è più.
Intanto Christian Bianchini, un detenuto del carcere di Taranto di 28 anni, da tempo affetto da tumore al fegato, ha ottenuto da più di 40 giorni l’autorizzazione al ricovero in una struttura ospedaliera a Palermo, ma la mancanza di fondi per il trasferimento del detenuto e la burocrazia ottocentesca dell’amministrazione penitenziaria gli impediscono di vedersi garantito il diritto alla salute, se non alla vita.
Una vita, quella reclusa, trascorsa nel sovraffollamento terzomondista che attanaglia le patrie galere
(quasi 69mila detenuti in spazi che dovrebbero contenere 43mila persone, con una media di tre mq a detenuto), dimenticando che il carcere è uno spazio della nostra società dove non possono essere inflitte pene contrarie al senso di umanità.
Bene ha fatto allora il magistrato di sorveglianza di Firenze, Stefano Tocci, ad accogliere il reclamo presentato dai detenuti di Sollicciano sulla messa in mora dell’amministrazione penitenziaria del carcere fiorentino che non garantisce i diritti minimi (a partire dal diritto alla vita, alla salute e alla dignità). Anche noi, nel nostro piccolo, con i nostri consiglieri regionali, insieme ad Antigone e ad altre realtà della società civile, abbiamo messo in mora le pubbliche amministrazioni di mezza Italia (comuni, regioni, Aassll), perché non dimentichino le carceri.
Finora le uniche risposte sono arrivate dal Comune di Firenze e dalla Regione Piemonte, ma non demordiamo.
Anche se siamo consapevoli che le amministrazioni locali poco possono fare (ma, almeno quel poco, devono farlo, almeno nominando Garanti locali imparziali ed attribuendo agli stessi poteri effettivi) a causa dei tagli indiscriminati che hanno subito nelle ultime finanziarie.
Così come possono fare gli operatori della giustizia (a partire dal personale amministrativo in protesta per i tagli al personale e alle risorse subiti) di fronte ad un tasso di incarcerazione nazionale che, come hanno ricordato di recente i Garanti locali dei detenuti, anche essi in protesta, è pari al 42 % a fronte di una media europea del 24%, con Germania e Inghilterra al 15%.
Dunque, se non si inverte la tendenza politica che dagli anni Novanta in poi ha operato sotto l’insegna dell’ipertrofia legislativa e della bulimia carceraria, se non torniamo a pensare, almeno a sinistra, che il vero senso dello Stato è la prevenzione del crimine e del disagio, è la promozione delle politiche sociali per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 della Costituzione), non risolveremo mai il dramma del carcere e del disagio sociale e non saremo mai competitivi ed alternativi a quelle fabbriche della paura di destra che, invano, nelle elezioni della seconda repubblica il centro-sinistra ha sempre cercato di simulare.
Come ha ricordato Patrizio Gonnella sul manifesto del 12 ottobre “Il sovraffollamento carcerario, la violenza istituzionale, la carcerazione di massa del disagio sociale non sono eventi naturali. Sono il frutto di politiche pubbliche scellerate decise per ottenere consenso”.
Contro di esse le opposizioni devono (dobbiamo) fare un cambio di passo. Dobbiamo in primo luogo interloquire con le altre forze democratiche del Paese per capire se abbiamo o meno la stessa idea di giustizia, della pena e, più in generale, la stessa idea sul rapporto intercorrente tra politiche sociali e politiche criminali.
Per non farci cogliere impreparati, come avvenuto nella scorsa legislatura. Dove saggiamente abbiamo approvato un provvedimento di indulto, ma non lo abbiamo sostenuto con politiche legislative che statuissero il ritorno dallo stato penale allo stato sociale, al sogno dell’eguaglianza sostanziale, al sogno di una società diversa e possibile.

 Giovanni Russo Spena, Gennaro Santoro

14 ottobre 2010

Pistoia: è morto il detenuto 35enne che si era impiccato ieri

Non ce l’ha fatta il detenuto che ieri era stato salvato in extremis dagli agenti del Santa Caterina di Pistoia.
Il giovane aveva tentato il suicidio con un lenzuolo all’interno della propria cella, legandolo alla terza branda, la più in alto, mentre i compagni non erano con lui. L’uomo era stato arrestato l’estate scorsa per rapina.
Ieri gli agenti del penitenziario pistoiese avevano tentato di salvarlo, chiamando i soccorsi. Nonostante la corsa in ospedale però già in serata era stata decretata dai medici la morte cerebrale. Nella notte poi l’uomo è spirato. I familiari del suicida hanno scritto una lettera chiedendo che il nome dell’uomo non venga rivelato e smentendo che fosse in cura per problemi psichici.
La morte del giovane riaccende intanto il dibattito intorno alla situazione del carcere della città. Dall’inizio dell’anno ci sono stati almeno due tentativi di suicidio. Santa Caterina in Brana è uno degli istituti di pena toscani con la più alta densità di detenuti rispetto alla capienza: secondo gli ultimi dati ufficiali della Direzione e divulgati dal Comune di Pistoia i carcerati variano mediamente da 140 a 150, con punte di 157, a fronte di una capacità di accoglienza di 79 unità. La soglia di tolleranza, pari a 90 persone, è ogni giorno abbondantemente superata. In celle di sei metri arrivano a vivere fino a quattro persone, molte delle quali affette da gravi problemi di salute e con tossicodipendenza.
Una serie di questioni che adesso torna alla discussione del Consiglio comunale con un’interpellanza di alcuni consiglieri del Pd. “Il Comune ha competenze limitatissime in materia, ma può fare comunque qualcosa?”, ci si chiede. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, si ricorda citando la Costituzione dall’Istituto storico della Resistenza di Pistoia.
Gravissime, come più volte denunciato dai sindacati, le carenze di organico della polizia penitenziaria. “Di fronte all’ennesima tragedia - dichiara la segretaria della Camera del lavoro Gessica Beneforti - anche le istituzioni locali si devono impegnare per mettere a punto una risposta immediata all’emergenza carceraria che a Pistoia ha raggiunto livelli non più tollerabili. Chiediamo pertanto l’istituzione urgente di un tavolo di confronto per fare ogni sforzo per la soluzione dei problemi”. “L’intero sistema carcerario sta correndo ormai verso il baratro”, si commenta dalla Uil-Pa penitenziari.

12 ottobre 2010

Detenuto di 42 anni si impicca nel carcere di Ravenna: è il 54° suicidio dell’anno

Carmelo Di Bartolo, 42 anni, ex collaboratore di giustizia originario di Gela (Ct), si è suicidato stamattina nel carcere di Ravenna. Il cadavere dell'uomo, che si è impiccato nella sua cella, é stato scoperto intorno alle 8. Era stato arrestato il 29 settembre per rapina. Già noto alle forze dell'ordine, aveva anche un passato da collaboratore di giustizia. Carmelo Di Bartolo era stato arrestato nel 1997. Aveva sparato al cugino, Carmelo Fiorisi, nel contro storico di Gela. Fiorisi venne ferito di striscio, mentre Di Bartolo venne arrestato la stessa sera nella sua abitazione. Venne trovato a letto ancora vestito e con la pistola sotto il cuscino. Dopo aver scontato la pena era tornato in libertà. Il 29 settembre ancora un arresto, questa volta per rapina.

Di Bartolo non è il solo detenuto che oggi si aggiunge alla lista dei “morti di carcere”, infatti ad Olbia è stato ritrovato senza vita nella sua cella il gelese Francesco Maurilio La Cognata, 50 anni, condannato all’ergastolo. Per il momento non si conoscono le ragioni del decesso, tuttavia le prime rilevazioni effettuate sul corpo fanno propendere per un decesso da attribuire a “cause naturali”.

Una “odiosa pena di morte”

Con i due casi odierni, salgono 135 i detenuti morti in carcere da inizio anno, 54 di loro si sono suicidati. I due terzi dei suicidi avevano meno di 40 anni, nel dettaglio: 14 avevano tra i 20 e i 29 anni, 20 tra i 30 e i 39 anni, 12 tra i 40 e i 49 anni, 6 tra i 50 e i 59 anni e 2 più di 60 anni. Dal 2000 ad oggi 612 detenuti si sono tolti la vita nelle carceri italiane, mentre il totale dei morti in detenzione arriva a 1.695.
Negli Stati Uniti, dove la pena di morte è ancora applicata, da inizio anno sono state eseguite 41 condanne capitali (Fonte: Rick Halperin, Southern Methodist University), lo scorso anno furono 52, nel 2008 soltanto” 37.
Domenica scorsa, Giuliano Cazzola, deputato del Pdl, ha dichiarato: “Oggi si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte. Nei giorni scorsi la Camera, tra un tripudio di belle parole, ha votato alla unanimità una risoluzione in tal senso. Il fatto è che nelle carceri italiane, dall’inizio dell’anno, vi sono stati più di cinquanta suicidi. Non è anche questa una odiosa pena di morte di cui è in larga misura responsabile lo Stato?”

fonte: Ristretti Orizzonti

11 ottobre 2010

Palermo: Liberi gli studenti arrestati

Liberati gli studenti arrestati sabato a Palermo dopo scontri con la Digos durante un presidio antifascista. Il Gip non convalida i fermi.
I tre sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale,lesioni, manifestazione non autorizzata e rifiuto di fornire le generalita'. Per loro il pm Ennio Petrigni aveva chiesto la convalida dell'arresto e il divieto di dimora davanti al liceo.
Sono stati accolti al grido di 'Resistenza' da decine di ragazzi



Esprimiamo la nostra più sincera soddisfazione per la mancata convalida degli arresti dei tre militanti antifascisti, trattenuti dalle forze dell’ordine dopo il presidio che si è svolto davanti il Liceo Classico Umberto Primo lo scorso sabato. Tale notizia arriva dopo tre giorni di intense mobilitazioni a Palermo che hanno visto coinvolto un ampio movimento con una grande partecipazione di giovani. Riteniamo comunque che nella nostra città rimanga un serio problema di agibilità politica, visti gli episodi di repressione emersi nel corso dell’anno, dallo sgombero del Laboratorio Zeta alla rimozione dello striscione della libreria Altroquando in occasione della visita del Papa a Palermo. Per questi motivi la nostra attenzione sulla reale possibilità di esprimere la propria opinione rimane alta affinché gli spazi di democrazia della nostra città vengano difesi.

Marco Giordano
Coordinatore provinciale Giovani Comunisti/e Palermo

10 ottobre 2010

Terrorista a chi?

E' bastato un cilindretto di cartone che sprigionasse fumo rosa e un uovo davanti la sede della Cisl a Roma per far gridare a giornalisti e politici il pericolo del ritorno al terrorismo in Italia.
Questo coro infame e strumentale ha lo scopo di rovesciare integralmente il senso e la realtà della storia di questo paese.
Allora è necessario occuparsi di aggettivi. Terrorista è il bombardamento aereo di una città. Non ha altro scopo fuori di quello di procurare strage a casaccio e seminare terrore tra indifesi e inermi. Il terrorismo comincia a Guernica nel 1937, sotto le bombe sganciate dalle ondate di attacchi della divisione Condor della Luftwaffe sopra un obiettivo civile che non aveva nulla di strategico, in un giorno di mercato. Rispetto a questo terrorismo, tutto quello che va sotto questo nome è sfumatura.
In Italia c'è stato il terrorismo ed è stato di Stato. E' stato di Stato: uno stato al quadrato. Alimentato da apparati interni alle pubbliche istituzioni, con esplosivo scoppiato sui treni, in piazze, dentro le banche: è rimasto impunito. Consiglio perciò questa facile distinzione: considerate terroristi gli impuniti di strage. La loro impunità garantisce l'aggettivo.
Un paese con interi apparati statali compromessi con lo stragismo (e che sono stati compromessi non lo dico io: lo ha affermato un ministro degli Interni democristiano dei tempi come Paolo Emilio Taviani, tra i fondatori di Gladio), dentro un sistema capitalistico di intenso sfruttamento e di stragi sul lavoro. Rappresentanti politici di governo, uomini di partito che hanno alimentato la strategia della tensione, che hanno tramato per costruire svolte autoritarie e golpiste in Italia, dalla Rosa dei venti alla P2, che in alcuni momenti della storia di questo paese sono state preponderanti. E anche chi non era in quella cabina di regia, ne è stato in molti tratti complice omertoso, per realismo politico e fedeltà al “sistema” se non per convinzione. Uomini e apparati che hanno gestito i risvolti sporchi della guerra fredda e il volto opaco della democrazia italiana. Non bisogna dimenticare che tutti gli allora responsabili dei servizi segreti, i vertici dei carabinieri, numerosi alti funzionari della polizia, magistrati, autorevoli esponenti di partito erano attivi nella loggia P2.
Giovanni Pellegrino – che nella seconda metà degli anni '90 è stato presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi e sul terrorismo – ha cosi scritto: “ Nel periodo 1968-1974 settori del mondo politico, apparati istituzionali, gruppi e movimenti della destra radicale hanno elaborato e posto in essere una strategia della tensione [...]; a tale strategia sono attribuibili tentativi di colpo di Stato [...] tre grandi stragi impunite nel periodo 1969-1974 [...] gli apparati di intelligence e di sicurezza, anche dopo il 1974, furono autori di attività di depistaggio e di copertura nei confronti di elementi della destra radicale individuati come possibili autori di fatti di strage”.
E' questa una verità documentata negli atti parlamentari e che ha portato lo stesso Giovanni Pellegrino a dichiarare: “ La Commissione stragi deve avere il coraggio di dire agli italiani in forma ufficiale che le cose sono andate cosi: eravamo un Paese dove si è combattuta per molti anni una guerra, a bassa intensità, ma una guerra c'era” E ancora: “ In tutti i capoluoghi di regione, in uffici privati, erano dislocate tra il 1950 e il 1984 strutture miste di polizia da cui dipendevano dei civili, per lo più infiltrati, che operavano alla dipendenza diretta dell'Ufficio di sicurezza del Ministero dell'Interno e da quello che ne rappresentava il cuore e cioè l'Ufficio affari riservati. Queste strutture periferiche “parallele” raccoglievano notizie, infiltravano gruppi estremistici, operavano autonome indagini rispetto all'attività giudiziaria ufficiale”
Una “guerra” che ha prodotto 147 vittime e 690 feriti per le bombe stragiste e 414 dimostranti uccisi dalle forze dell'ordine dal dopoguerra al 1980.
E' questa una storia d'Italia, rimasta sepolta nelle montagne di carte e documenti e nei tanti “armadi della vergogna” che trova nell'assoluta continuità degli apparati statali e polizieschi dell'Italia repubblicana con quelli del fascismo. Basti pensare che ancora nel 1960, 62 dei 64 prefetti di prima classe provenivano dai ranghi dell'amministrazione dello Stato nel regime mussoliniano E cosi pure tutti i 241 viceprefetti, i 135 questori e i 139 vicequestori.
Paradigmatica di questa continuità è la figura di Marcello Guida, questore a Milano: città cardine e laboratorio privilegiato di quella strategia nel periodo della strage di Piazza Fontana e della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta nei locali della questura dove era sottoposto a interrogatorio. Laboratorio anche dei pervicaci depistaggi delle indagini e delle coperture e impunità assicurate ai gruppi eversivi e terroristi della destra. Marcello Guida, funzionario della Stato fascista, era stato direttore del carcere-confino di Ventotene, dove erano rinchiusi militanti e dirigenti dell'opposizione al regime, comprese figure di riferimento del PCI, PSI. Tra di loro anche Sandro Pertini, che secondo alcuni nel giorno dei funerali delle vittime della strage di piazza fontana rifiutò di stringere la mano all'ex direttore del carcere-confino.
Quella della strategia della tensione è una storia parallela e nascosta, che è ormai trascorsa senza lasciare alcuna traccia nella pubblica opinione e nella società civile – e lasciandone invece di inevitabili e persistenti, in termini di continuità fisiche e culturali e di vincoli omertosi negli apparati statali – ma che pure dovrebbero porre qualche riflessione in più su quegli anni, sullo Stato democratico e sulle risposte che poi date al fenomeno della lotta armata.
Lo Stato ha vinto, quello che Pellegrino ha chiamato, la “guerra civile” con le organizzazioni armate, ma i vincitori hanno pervicacemente negato, negli anni,alle insorgenze armate, ogni radice sociale e politica, ogni motivazione di reazione ai profondi deficit di democrazia e di giustizia sociale di cui è stata intessuta la storia italiana del dopoguerra, con la particolare accentuazione del crinale tra gli anni '60 e '70, con la strategia della tensione e le stragi. Sconfitte quelle insorgenze, processati e schiacciati da un destino di carcere si è consegnata alla storia e alle nuove generazioni una lettura e un giudizio di quei fenomeni come puramente criminali o, addirittura, psicopatologici. Ma dovrebbero bastare le cifre a svelare quanto si sia piuttosto trattato di un ampio fenomeno di radicalità sociale: 40.000 denunciati, 20.000 “passati” dalle carceri, 4.200 condannati, spesso senza nessuna garanzia del diritto di difendersi. Dietro queste aride cifre, le “carceri speciali”, la tortura, l'isolamento, la parte migliore di due generazioni ricondotta all'esilio, o “restituita” alla società dopo essere stata umiliata nella sua identità.
Negli ultimi 20 anni c'è stata una enorme maturazione e trasformazione dei movimenti sociali e antagonisti, con un abbandono generalizzato delle pratiche violente e un trasferimento dello scontro sul piano simbolico o su quello della disobbedienza di massa. Dall'altra parte, lo Stato ha continuato con le armi della repressione e della legislazione emergenziale.
Dalle giornate di Genova 2001 alle numerose cariche gratuite contro ogni genere di manifestazione e vertenza sociale e territoriale, dalle persecuzioni e umiliazioni dei migranti, al ricatto imposto ai lavoratori, al ricorso alla violenza fisica. Per non parlare di Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi e tanti altri usciti malconci dalle mani delle forze dell'ordine. Depistaggi, insabbiamenti, promozione dei responsabili sono state le risposte ottenute dai cittadini, senza parlare poi dei 15 mila denunciati per le lotte sociali dal G8 di Genova ad oggi. Una ulteriore dimostrazione di come lo Stato cerca scientificamente di trasformare le lotte politiche e sociali in azioni puramente delinquenziali.
Coloro che hanno in mano le redini sociali e di garanzia dello Stato, hanno dimostrato e dimostrano coi fatti, che della democrazia, dei diritti dei cittadini se ne infischiano. Dispiace e inquieta, invece, che anche nella sinistra cosiddetta radicale c’è chi pensa che un uovo o un fumogeno possa creare terrore. Personalmente a Lor Signori ho una gran voglia di tirare un uovo.


Italo Di Sabato - osservatorio sulla repressione

Meglio un uovo oggi che senza diritti domani

In queste settimane la classe politica ci ha fatto assistere a insulti continui, epurazioni, delegittimazioni, che per di più non hanno per oggetto i problemi del Paese ma liti personali tra Fini e Berlusconi e i processi del nostro premier. Ecco, questo è un atteggiamento se non violento, quantomeno immorale e offensivo verso le persone che vivono la quotidianità di un Paese in crisi. Qualche giorno fa la 'ndrangheta ha fatto recapitare un Bazooka e oggi è stato ritrovato un documento che parla di un patto tra le mafie per dare il via ad una nuova stagione di stragi.Ma questa notizia è in coda rispetto a qualche uovo sui muri della Cisl.
Sì, siamo andati a tirare qualche uovo presso la sede Centrale della Cisl, a volto scoperto con battute goliardiche, senza fare danni, senza colpire le persone, per contestare in maniera democratica una idea che dimentica i diritti e propone la paura e per criticare una politica che non difende i diritti. Esiste una parte del capitalismo italiano che crede che occorra competere con i paesi emergenti tagliando i costi collegati ai diritti sui luoghi di lavoro e al welfare. Che l'unica alternativa alle delocalizzazioni sia ricreare in Europa condizioni simili a quelle dei Paesi in cui si vorrebbe emigrare.
Pomigliano parla di questo. Lo sciopero, l'astensione per malattia, il rispetto dei tempi di vita da conquiste di civiltà sono diventati voci di bilancio.
Siamo di fronte ad un capitalismo che non investe nel futuro, che non chiede allo Stato di creare le condizioni di innovare, ad esempio potendo contare su un buon sistema di scuola pubblica e ricerca, ma chiede il modo per fare profitti con meno intralci possibili.
Un esempio eclatante di questi giorni è dato dalla Fincantieri che dismette i cantieri di Castellammare di Stabia e Riva Trigoso per utilizzare quelle aree per operazioni immobiliari. Dalla produzione alla rendita.
Dovremmo parlare di questo. Di come il nostro Paese abbia bisogno di una cultura economica che abbia davvero a cuore la ricchezza e la qualità della vita delle persone. Di come la riconversione energetica sia una scommessa che non possiamo non affrontare. Di come rispettare l'ambiente e le nostre coste, fermando inutili cementificazioni e speculazioni, non siano fisse da ambientalisti ma occasioni di ricchezza. Di come opere come il Ponte sullo stretto o la TAV siano i veri lacci.
La cosa più grave del "modello Pomigliano" è che promuove il conflitto "orizzontale" tra poveri, la contrapposizione tra diverse istanze sociali, in gara tra loro per non essere colpite dalle logiche del profitto. A Pomigliano sono i lavoratori Italiani contro quelli stranieri, quando si parla di pensioni sono i giovani contro gli anziani, e ancora migranti contro italiani e potremmo continuare. E tutto questo infonde un clima di paura, perché si ha il terrore di perdere il proprio pezzettino e si vede l'altro come una minaccia.
Invece dobbiamo avere il coraggio di recuperare il conflitto sociale, cioè l'idea che le istanze sociali e quelle di profitto sono spesso contrapposte e che la solidarietà e i diritti vanno imposti con strumenti democratici e determinati. E per farlo, la nostra costituzione prevede il diritto di contestare, criticare, opporsi, manifestare, cioè utilizzare i mezzi democratici a disposizione per chi, come noi, non ha i milioni di Berlusconi. A questo ci siamo attenuti.

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Action, diritti in movimento

Omicidio Aldrovandi, lo Stato risarcisce la famiglia

Lo Stato ha riconosciuto un risarcimento alla famiglia di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. È stato raggiunto due giorni fa l’accordo per la
transazione economica a favore delle parti civili costituite nei processi nati dalle inchieste sulla morte del ragazzo. Complessivamente ai familiari di Federico andranno quasi due milioni. In cambio lo Stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti sulla vicenda.
«Sono soddisfatto dal punto di vista professionale, si tratta di una ammissione di responsabilità di indubbia valenza - ha spiegato uno dei legali della famiglia, Fabio Anselmo, ricordando che il ministero dell’Interno non era mai stato citato come responsabile civile - ma anche dispiaciuto dal punto di vista umano, avrei voluto essere in appello. Però capisco la fatica della famiglia per tutta questa battaglia». Ma - ha assicurato - il papà e la mamma di Federico, Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti, saranno comunque in aula in appello. Le responsabilità penali restano ovviamente in capo agli imputati.
I quattro poliziotti di pattuglia quella mattina sono stati condannati in primo grado per eccesso colposo in omicidio colposo, e altri tre loro colleghi sono stati condannati per il depistaggio delle indagini (per un quarto il processo è ancora in corso).
«Oggi si può iniziare a parlare di pacificazione» ha detto Anselmo, ricordando che la famiglia di Federico non ha mai avuto un atteggiamento di contrapposizione nei confronti della polizia, ma ha solo lottato perché fosse ristabilita la verità su quanto gli era accaduto.
«In prima fila alla proiezione ferrarese del film “È stato morto un ragazzo” del giornalista Filippo Vendemmiati sulla vicenda di Federico c’era il questore - ha detto Anselmo - e anche lo stesso Manganelli è stato molto vicino alla madre». «L’associazione delle vittime delle forze dell’ordine che stiamo fondando - ha concluso - nasce per aiutare chi si trova in situazioni simili ed è in difficoltà. Lo scopo è chiedere aiuto allo Stato affichè non lasci solo chi si trova in queste situazioni».
La mamma di Federico: è un altro passo «È un altro passo: una tragedia così non si chiuderà mai, Federico non ce lo restituirà mai nessuno, ma l’importante è che la sua memoria sia quella giusta. Quello che mi interessava era far sapere quello che è successo, e questo è un obiettivo raggiunto».
Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, commenta così il risarcimento di 2 milioni di euro riconosciuto dallo Stato alla sua famiglia per la morte del ragazzo, avvenuta a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. Le motivazioni della sentenza di condanna di primo grado, che hanno accertato le responsabilità dei quattro poliziotti coinvolti nell’intervento degenerato in pestaggio che causò la morte del giovane, per la famiglia sono chiare, anche se parteciperà comunque al processo di appello. Il decreto con l’accordo tra le parti, spiega uno dei legali della famiglia, Fabio Anselmo, è già stato firmato dal ministero dell’Interno e prevede che la famiglia non si costituisca più parte civile nei procedimenti ancora aperti. «Non è solo una questione economica, ma un segnale importante - spiega ancora la mamma di Federico - dopo una battaglia durissima, che lo Stato stesso si faccia portavoce, promuova un avvicinamento alla famiglia, è una bella cosa».
Per il legale c’è la soddisfazione professionale «per un’ ammissione di responsabilità di indubbia valenza» ma anche il rammarico dal punto di vista umano di non essere parte in appello. «La famiglia è stremata da cinque anni di feroci battaglie - commenta Anselmo - è soddisfatta dalla sentenza di primo grado che vedrà una sicura conferma dell’impianto in secondo grado, cerca di voltare pagina». Se si è arrivati a questo punto, è comunque perché la famiglia di Federico non si è mai fermata davanti alla ricostruzione ufficiale dei fatti, raccogliendo anche tramite un blog divenuto tra i più cliccati in Italia, prove e testimonianze su quello che era veramente avvenuto quella sera.
Per la mamma di Federico Aldrovandi, la ricerca della verità continuerà in sede penale, ma anche al di fuori delle aule dei tribunali. «La nostra idea è costituire una associazione - spiega ancora Patrizia Moretti - affinché fatti come questi non si ripetano mai più: l’idea ci è’ venuta lo scorso 25 settembre, nel quinto anniversario della morte di mio figlio. Il nostro è uno scopo propositivo - conclude la mamma - lo Stato ci ha dato una grande risposta, vorrei questa fosse una strada da seguire».


9 ottobre 2010

Testimonianza: Violenza poliziesca a Palermo

Oggi 09/10/10 alle ore 12.00 si è tenuto un presidio antifascista davanti al liceo classico Umberto I: gruppi di poliziotti Digos hanno picchiato e portato via alcuni ragazzi (tra questi anche minorenni) e intorno alle 13.00 è sopraggiunta una camionetta del corpo in assetto antisommossa.
All'arrivo della digos, scortata da due volanti, una delle quali arrivata peraltro in controsenso, ci sono stati attimi di tensione, data la pretesa da parte loro di sequestrare del materiale (cosa che hanno effettivamente fatto).alla loro richiesta di documenti, rivolta ad alcuni ragazzi dei red block, è stata data risposta negativa. la polizia ha intimato loro di farsi identificare per una decina di minuti, fino a che non hanno deciso di prendere di peso uno di loro.a questo punto quasi tutti i presenti si sono messi in mezzo, nel tentativo di impedire l'arresto, di questi è stato afferrato R. M., il quale è stato messo a terra da 3 poliziotti, uno dei quali gli schiacciava il volto con un ginocchio.nella colluttazione alcuni motori, appartenenti ai manifestanti sono stati buttati per terra, mentre mascazzini veniva trattenuto violentemente.cercando di intercedere per la liberazione del ragazzo molti si sono messi ad urlare, e tra questi è stao fermato  C. I. (minorenne), il quale seppur urlando, stava unicamente chiedendo spiegazioni, senza muovere un dito.al questo punto io stesso mi sono avvicinato, chiedendo che fosse rilasciato, e di conoscere l'accusa con la quale lo stavano trattenendo, sottolineando che si trattava di un ragazzino, ma un uomo della digos mi ha afferrato per il bavero e scagliato un paio di metri più indietro urlandomi, testuali parole "vattinne, coglione, ca ci nnè puru pì ttia". R.M. intanto era a terra in lacrime e mi chiedeva un aiuto che non gli ho potuto dare.voltandomi dopo i due metri che mi sono stati cortesemente fatti percorrere, vedo  P. T., il quale con le mani tese verso l'alto chiedeva spiegazioni, e per risposta otteneva strattoni e spinte.sono sicuro di aver sentito distintmente toro dire "non sto facendo niente", ma è stato comunque caricato in macchina, mentre io e un altro ragazzo chiedevamo che lo rilasciassero. Ho visto altri 3 poliziotti strattonare M.A. e mi è stato riferito che anche lui è stato caricato in una macchina.a questo punto una ragazzina di 15 ha reagito iinsultando le forze dell'ordine e gridandogli contro; per tutta risposta i poliziotti l'hanno spinta e colpita finchè molti ragazzi anche dell'umberto, non si sono messi in mezzo.ho tentato di calmare la ragazza, la quale se ne è andata scortata da 5 dei manifestanti.intanto i poliziotti erano diventati una cinquantina, la digos urlava frasi poco eleganti ai pochi rimasti in zona, e lo stesso energumeno di poco prima mi ha ripetuto la frase di cui sopra.allontanandomi di pochi metri vedo un altro ragazzo avvicinato da due poliziotti e poi lasciato andare, il quale mi dice che aveva filmato tutto, ma è stato costretto a cancellare il video dai due poliziotti.tengo a sottolineare che nonostante nessuna delle macchine della polizia fosse stata assalita per liberare i ragazzi, queste se ne sono andate sgommando e passando a pochi centimetri sia da me che da altri passanti non coinvolti.quando me ne sono andato erano rimasti solo i ragazzini del liceo, i quali avevano paura ad uscire, e una camionetta con una decina di poliziotti in antisommossa che bloccava la strada poco più indietro.ho raccolto alcuni oggetti che sapevo essere di mascazzini e me ne sono andato.

mail inviata da M.C.

GUARDA IL VIDEO
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Aggiornamenti dal presidio fuori dalla Questura di Palermo: dei 6 ragazzi fermati, 3 sono stati rilasciati e si stanno dirigendo in ospedale per un referto medico, presentano escoriazioni. I restanti 3 - trattenuti in questura e digiuni da mezzogiorno, come conferma il loro legale - sono stati arrestati con l'imputazione - tra le altre - di manifestazione non autorizzata. (M.C.)

presidio davanti al Tribunale di Palermo  Lunedì 10 Ottobre dalle ore 9.00, in concomitanza col processo per direttissima! Importante essere in tanti



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I mafiosi fuori, gli studenti in galera…

Che Paese può mai essere quello in cui lo Stato lascia in libertà i mafiosi e arresta gli studenti che, pacificamente, fanno un presidio davanti alle scuole? Benvenuti in Italia, l’Italia della Repressione squadrista dello Stato, l’Italia delle “signorine” in Parlamento e della violenza contro chi riflette e lotta per un mondo migliore.
Nella giornata di ieri, 9 ottobre 2010, alcuni studenti palermitani stavano facendo un pacifico presidio davanti al liceo Umberto I di Palermo, contro la violenza cieca e razzista di un fascismo mai sconfitto, che colpisce i più deboli, covato dentro le scuole con il benestare dei presidi. Nella Palermo dove ancora, camminando per strada, puoi vedere il boss di turno – ben riconosciuto da tutti – sostare in panciolle al bar con i suoi “amici”; le forze di polizia, evidentemente annoiate dal lavorare in una città così tranquilla, non trovano niente di meglio da fare che precipitarsi al presidio antifascista di questi studenti per…?
Per strattonarli, poi rompergli le aste delle bandiere in testa, buttarli a terra e, con le ginocchia sui colli di questi ventenni, ammanettarli e portarseli in Questura, proferendo epiteti offensivi e minacce, insulti che palesano il bieco odio che guida quest’azione scellerata ma scientemente perseguita dagli apparati decisionali dello Stato italiano. Scientemente perché sono fatti che, come funghi d’autunno, si moltiplicano a dismisura sul suolo del Paese, nel silenzio della stampa asservita a un potere che logora chiunque osi criticarlo.
Un potere che annichilisce – o tenta di annichilire – ogni istanza di giustizia ed egualitarismo, suffragato da giudici che, invece di onorare la memoria di chi, con la vita, ha pagato il prezzo più alto della lotta alla mafia, preferiscono processare per direttissima sei studenti che, per un mondo più giusto, hanno osato fare un banchetto davanti a un liceo.
Il DAS – Dimensione Autonoma Studentesca, non resterà nel silenzio che lo Stato intima ai suoi cittadini. Durante le giornate di oggi e di domani daremo vita a presidi in tutta la città per richiedere l’immediato proscioglimento di tutti gli studenti ingiustamente pestati e arrestati, la rimozione dei vertici della Digos di Palermo, le dimissioni del Questore di Palermo, dott. Marangoni e del Prefetto Caruso.
Noi non ci fermeremo davanti alla Repressione violenta dello Stato squadrista, che da un lato vuole distruggere le menti offuscandole nell’ignoranza e, dall’altro, colpire con mano pesante chi non se la sente di abbassare la testa e accettare lo sfacelo tardo-borghese del capitalismo putrefatto.

DAS- Dimensione Autonoma Studentesca

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Vogliamo Cesare, Francesco e Ruggero liberi!


Riteniamo molto grave l’intervento delle forze dell’ordine contro il presidio antifascista che si è svolto davanti il Liceo Classico Umberto Primo. Non è pensabile che un semplice volantinaggio possa essere represso in questo modo. Tale episodio è stato preceduto in questi mesi da altri atti che testimoniano un clima poco sereno nella città di Palermo, come ad esempio si è potuto verificato in occasione della visita del Papa. Teniamo a precisare che non si è verificato nessuno scontro tra grupppi di destra e gruppi di sinistra, come invece è stato erroneamente detto. Il nostro auspicio è che sui fatti venga fatta piena chiarezza.
Esprimiamo la nostra più sincera solidarietà ai sei compagni coinvolti nell’accaduto, alcuni dei quali iscritti alla nostra organizzazione, e quanto è successo ribadisce il nostro impegno per difendere gli spazi di democrazia nella nostra città.


Vogliamo Cesare, Francesco e Ruggero liberi!


Marco Giordano Portavoce provinciale dei Giovani Comunisti/e Palermo
Anna Belligero Portavoce nazionale Giovani Comunisti/e

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Il brutale intervento delle forze dell'ordine contro un presidio studentesco, nato dopo una lunga serie di provocazioni di organizzazione neofasciste al Liceo umberto,è un fatto di inaudita gravità. Il pesante attacco a giovani che manifestavano contro forze che la Costituzione repubblicana pone fuori del perimetro della civile convivenza, così come l'inquietante metodologia adottata prima e dopo l'intervento davanti al liceo, sono circostanze che non possono passare sotto silenzio. Non si può non rilevare, inoltre, che siamo di fronte ad un episodio che si inserisce nel solco di una lunga serie di iniziative gravi che tendono a colpire le lotte sociali ed i comportamenti di dissenso nella città di Palermo. IL PRC esprime la più ampia ed affettuosa solidarietà ai ragazzi ed alle ragazze del presidio antifascista, in cui erano in prima fila i giovani comunisti ed annuncia un'intensa ed unitaria mobiltazione a difesa degli spazi di democrazia , contro ogni atto repressivo, per sbarrare il passo ad ogni provocazione fascista.


Luca Cangemi segretario regionale PRC-Sicilia

Carcere Siracusa: Detenuto suicida. E' il 53^ dall'inizio anno

Un detenuto si è impiccato nel carcere di Siracusa. E' il 53esimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno in tutta Italia. Il suicidio si è avvenuto intorno nel pomeriggio di ieri. A quanto si è appreso si tratta di un extracomunitario".
La notizia è stata confermata da Mimmo Nicotra vice segretario generale dell'Osapp, uno dei sindacati della Polizia penitenziaria: "Con questo suicidio sono ben quattro i detenuti che si sono uccisi negli ultimi due mesi nel carcere di Siracusa. Carcere" - precisa Nicotra - che ospita ben 590 detenuti e dove la situazione è al collasso.

6 ottobre 2010

Omicidio Cucchi: prima udienza. Chiesta nuova perizia

Con la richiesta di una nuova perizia s'è aperto il processo sull'omicidio di Stefano Cucchi. Trentuno anni, arrestato per pochi grammi di fumo, il geometra romano è stato ucciso il 22 ottobre dello scorso anno, dopo sei giorni drammatici iniziati in una caserma dei carabinieri e terminati nel repartino penitenziario del Pertini di Roma. Tredici gli indagati, tra sanitari e guardie, nessuno è dei carabinieri. Le foto del suo cadavere - grazie al coraggio dei suoi familiari - hanno bucato ogni schermo ma la consulenza dei periti del pm non dà conto di quell'orrore. «Ossia non individua la causa della morte», dice Fabio Anselmo, il legale di questa famiglia e di quelle di Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman e Giuseppe Uva. I suoi periti hanno visto tutt'altro film. Che comincia «dal trauma che hanno subito la colonna vertebrale e il coccige». Quelle lesioni sono compatibili con un «meccanismo contundente». E non si può interrompere in nessun modo il nesso causale tra quei traumi e la morte.
Tutto questo perché il reato di lesioni colpose, ipotizzato per una parte degli indagati, quelli con la divisa della polizia penitenziaria, sia insufficiente e che si debba contestare loro l'omicidio preterintenzionale. Anselmo ha dunque chiesto, in apertura di udienza preliminare, che il nuovo accertamento sia svolto in sede di incidente probatorio.
Ilaria, la sorella di Stefano, non crede che sia credibile la perizia Arbarello (direttore dell'Istituto di medicina legale) che alleggerirebbe i secondini aggravando il peso sui medici. «La giustizia mi deve spiegare come possono due fratture gravi alla schiena essere considerate lesioni lievi. E anche per quale motivo mio fratello Stefano, che quando è stato arrestato stava benissimo, si sarebbe ammalato all'ospedale Sandro Pertini fino a morire. Dalle lastre è ben visibile un frammento osseo che si distacca dalla vertebra L3 e penetra nel midollo».
Ma la procura di Roma ha detto no a una nuova perizia, così come i legali delle guardie carcerarie mentre invece erano favorevoli gli avvocati dell'altro gruppo di indagati, quelli col camice bianco. Perché non c'è dubbio che la morte di Stefano sia dovuta a un cocktail micidiale di malocarcere, malasanità e malapolizia. La domanda è la seguente: quando è stata spezzata la spina dorsale di un ragazzo sostanzialmente sano che, la sera dell'arresto, era appena uscito dalla palestra dove tirava di boxe? Suo padre Giovanni ha sempre raccontato di averlo visto gonfio di botte in quell'ultimo incontro la mattina successiva a piazzale Clodio. Ma l'avvocato d'ufficio (ancora nessuno ha spiegato perché gli fu negato il legale di fiducia regolarmente nominato) e la giudice che ne convalidò l'arresto non si accorsero né di quei segni né delle carte taroccate in cui risultava albanese, più anziano di alcuni anni e senza fissa dimora. Il giudice dell'udienza preliminare deciderà il 19 ottobre a proposito di questa perizia che dovrà chiarire se davvero Cucchi era semiparalizzato in quella cella dell'ospedale in cui, in quasi completo isolamento, sarebbe morto senza sapere che ogni mattina i suoi bussavano al cancello del bunker chidendo invano sue notizie.
Solo uno dei sindacati di polizia penitenziaria, l'Osapp, pare convinto che la verità stia affiorando: se in un primo momento «il risentimento, l'odio, la pena per le immagini del geometra morto facevano ricondurre tutte le responsabilità ai poliziotti penitenziari». Quasi un anno dopo l'Osapp parla di un "agguato di sistema", «in cui vittima sembra essere non solo il povero Stefano ma anche lo stesso "carnefice" che lo prese in carico a Piazzale Clodio quel triste giorno». Per ora, però, sembra fuori dalla faccenda, una delle dichiarazioni del Dap, in fase di indagini, sulle «altre amministrazioni» coinvolte.
L'udienza preliminare continuerà il 26 ottobre poi ancora il 9 e il 30 novembre nela cittadella giudiziaria dove per mesi, di fronte all'aula del riesame è stato un cartello, solo il nome di Cucchi listato a lutto, messo lì una aderente all'associazione nazionale forense ma dava fastidio alle «mani ignote» che proprio ieri notte l'hanno fatto sparire. Dopo Cucchi gli episodi «strani» e i «suicidi» nelle carceri romane non si sono fermati. Andrea Alzetta di Action torna a chiedere al sindaco Alemanno (uno dei tanti a farsi bello in questi mesi accanto ai Cucchi) che fine abbia fatto l'impegno a istituire un garante dei detenuti.

5 ottobre 2010

Omicidio Cucchi, i familiari attaccano: «Il processo è basato su una bugia»

Il giudice Rosalba Liso deciderà il 19 ottobre prossimo se disporre una perizia, con le forme dell’incidente probatorio, che accerti, una volta per tutte, se Stefano Cucchi sia morto per il pestaggio subito dagli agenti della polizia penitenziaria mentre si trovava nei sotterranei del tribunale di Roma prima del processo per direttissima. I familiari del 31enne ragioniere, deceduto il 22 ottobre 2009 all’ospedale Sandro Pertini dopo essere stato arrestato sei giorni prima dai carabinieri per il possesso di 20 grammi di erba, si sono costituiti parte civile [assieme al Comune di Roma] nell’udienza preliminare a carico di 13 imputati [3 poliziotti penitenziari, un dirigente del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e 9 tra medici e infermieri dello stesso ospedale] chiedendo, attraverso gli avvocati Fabio Anselmo e Dario Piccioni, un accertamento medico-legale ‘super partes’ che, alla fine, attribuisca ai tre agenti il reato di omicidio preterintenzionale e non quello, molto più lieve, di lesioni colpose e abuso di autorità, come hanno optato i pm.
«Si insiste nel negare l’evidenza dei fatti – ha spiegato a fine udienza un’amareggiata Ilaria Cucchi – non ci vogliono spiegare perché è morto mio fratello. È inaccettabile la tesi della procura che ha contestato le lesioni lievi ai poliziotti. Se mi accorgo che non si vuole arrivare alla verità, sono disposta anche a rinunciare a prendere parte al processo. A me non interessa partecipare a un dibattimento basato su una bugia, e cioè sull’idea che il pestaggio subito da Stefano abbia determinato soltanto delle lesioni». La procura si è opposta alla richiesta dei legali dei Cucchi ritenendo sufficientemente valida la ricostruzione della vicenda fatta dai propri consulenti secondo cui Cucchi è deceduto perché non curato in modo adeguato dai medici del Pertini.

4 ottobre 2010

Detenuto di 35 anni si impicca nel carcere di Poggioreale: è il 52° suicidio dell’anno

Antonio Granata, 35enne di origini campane, arrestato il 29 settembre scorso, si è tolto la vita questa mattina impiccandosi nel carcere napoletano di Poggioreale. Appena entrato nell'istituto penitenziario l'uomo era stato allocato nel Padiglione Firenze, nel reparto “nuovi giunti”. Successivamente, notificatagli un'ordinanza di custodia cautelare per 416 bis era stato spostato nel padiglione “Livorno-Alta Sicurezza”.
A quanto si è appreso, ma le notizie sono ancora frammentate, pare che il detenuto abbia utilizzato un lenzuolo per togliersi la vita. A dare l'allarme è stato il compagno di cella che, rientrando dall'ora d'aria, ha trovato il corpo esamine. Salgono così a 52 le persone che si sono suicidate nelle carceri italiane dall'inizio del 2010.
“Una mattanza”, scrive Eugenio Sarno, segretario generale Uil Pa Penitenziari, “che il Dap e il ministero della Giustizia non sembrano capaci di arginare. Tra auto soppressioni, aggressioni, violenze, sovrappopolamento e violazione del diritto”, continua Sarno, “le nostre galere hanno perso ogni residuo di civiltà, umanità e legalità. Nonostante gli sforzi del personale, abbandonato a se stesso, nulla si può se non intervengono quelle soluzioni strutturali più volte richieste”.
Il precedente suicidio registrato a Poggioreale risale al 9 settembre scorso: un transessuale di 34 anni, il pugliese Francesco Consoli, detenuto da circa un anno, si era tolto la vita inalando del gas. Il terzo caso in pochi giorni nel carcere campano: nelle settimane precedenti un detenuto era morto assumendo un mix di farmaci (Sanax e Rivodril) introdotti fraudolentemente in cella, mentre un altro era stato stroncato da un infarto.

fonte Ristretti Orizzonti

Palermo: Arriva il Papa e la Digos irrompe in libreria:rimosso il cartello "I love Milingo"

Una sospensione dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. E' quanto avvenuto domenica scorsa, a Palermo, per le 24 ore di visita del Pontefice. Lungo tutto il percorso seguito da Benedetto XVI è stato sospeso l'art. 21 della Costituzione. Nessuno ha avuto il diritto di manifestare le proprie opinioni, nessuno ha avuto la libertà di potersi esprimere, neanche all'interno del proprio esercizio commerciale o domicilio. I fatti sono più di uno, ma quello saltato immediatamente alle cronache è avvenuto all'interno di una nota libreria palermitana dove polizia e Digos hanno fatto irruzione per strappare uno striscione dalla vetrina. Salvatore, proprietario della fumetteria Altroquando, non s'è lasciato intimorire ed ha ripreso passo passo il sequestro di materiale avvenuto all'interno della sua proprietà . La libreria Altroquando esiste dal 1991, vende soprattutto fumetti ed ha il vizio, come ci dice lo stesso Salvatore Rizzuto Adelfio, di dar voce ai senza voce: una patria della libertà di parola e soprattutto della satira. «Era il mio giorno di chiusura ma, insieme all'associazione Scomunicazione e a Tutti pazzi per il papa, abbiamo deciso di rimanere aperti per permettere anche ai fedeli del pontefice di fruire della mostra inaugurata il 30 settembre dal titolo: Il futuro della papa mobile. Al progetto hanno aderito diversi disegnatori e le tavole raccontano ironicamente il futuro del mezzo di trasporto papale, tra tank e bulldozer. Nessun insulto è presente su quelle tavole, nessuno ne veniva urlato dalla scritta in vetrina, anzi: abbiamo deciso insieme, visto che lor signori parlano di pace ed amore, di esporre un messaggio che esternasse amore verso una persona, tanto che lo striscione recitava "Io amo Milingo"». Neanche mezzora ha resistito, poi Digos ed agenti in divisa sono entrati nella libreria chiedendo di togliere lo striscione e le locandine della mostra. Salvatore, come si vede perfettamente dalle immagini da lui girate s'è opposto al sequestro richiedendo un mandato o un'autorizzazione di un magistrato, ovviamente inesistente. I love Milingo è stato tolto direttamente dagli uomini della polizia di stato insieme alle locandine della mostra e ad un comunicato di un gruppo anarchico, mentre le tavole in esposizione si sono salvate. Un abuso vero e proprio con tanto di anfibi e pistole alla cintola in un luogo simbolo della libertà di critica e satira, una «bottega dell'impossibile, che resiste dal 1991, tra fumetti, editoria alternativa, controcultura, arti sperimentali, cultura Lgbt, musica etnica e indipendente e tanto altro». Non è stato l'unico caso, comunque non il più sconcertante. Anche i pompieri sono stati mobilitati contro la libertà d'espressione: l'evento che più sa di ridicolo è accaduto proprio al Foro Italico, a pochi passi dal palco di Ratzinger. Una frase di uno dei fondatori della Chiesa, una citazione tratta dal Vangelo secondo Matteo (21, 12), sventolava dal balcone di un palazzo: «La casa mia sarà casa di preghiera, voi ne fate una spelonca di ladri». Chissà che avrebbe pensato l'evangelista Matteo nel sapere che le sue parole sarebbero state strappate con la forza grazie all'uso di un'autoscala dei pompieri perché il proprietario dell'immobile si rifiutava di aprire la porta del suo appartamento. "Sarà una risata che vi seppellirà" non è mai stato così vero.

Valentina Perniciaro

"Giuseppe Casu è morto perchè legato al letto"

Sembrava un processo destinato a chiudersi con l'assoluzione degli imputati, ma ore è arrivata la relazione elaborata dai periti del tribunale a gettare una cupa ombra accusatoria sui due medici che il pm Giangiacomo Pilia ritiene responsabili della morte di Giuseppe Casu, il fruttivendolo di Quartu Sant'Elena morto il 22 giugno 2006 nel servizio di psichiatria dell'ospedale Santissima Trinità dopo sei giorni di contenzione fisica e trattamente farmacologico.
I periti Rita Celli, Guglielmo Occhionero e Elda Feyles, nominati dal giudice monocratico Simone Nespoli, confermano - secondo l'Agenzia Italia, che ha anticipato la notizia - la tesi dell'accusa e fanno riferimento a "una contenzione troppo prolungata e un decesso, causato da un evento cardiaco acuto, prevedibile e prevenibile".La vicenda è nota. Casu arrivò a Is Mirrionis per un trattamento sanitario obbligatorio disposto dal sindaco di Quartu ed eseguito in piazza IV Novembre il 16 giugno 2006.
Era molto agitato e secondo i medici in preda a crisi difficili da gestire che lo rendevano violento e pericoloso, per se e per i medici.
Per questo fu legato al letto. Morì per "insufficienza cardiaca correlabile ad un'aritmia, evento compatibile con gli effetti collaterali dell'azione del principio attivo dell'aldoperidolo" scrivono i periti del tribunale nella relazione di 55 pagine depositata ieri mattina e che sarà disussa in aula il prossimo 11 ottobre: "Fu la carenza organizzativa - si legge nel documento - tradottasi in un difetto di assistenza nella fase diagnostica, a determinare il decesso e per tanto è da riconoscersi la responsabilità in capo ai curanti del predetto servizio nel determinismo dell'evento. Evento di per se stesso, data la natura del trattamento psicofarmacologico, prevedibile e prevenibile".
Proseguono i periti: "Nel caso del paziente Casu, non ricorre quasi mai il requisito dell'attualità del pericolo di vita che avrebbe motivato una contenzione - spiegano riguardo alla necessità di tenerlo legato al letto - perchè il paziente delirava e dunque al più avrebbe delirato con maggiore intensità. E non risulta in letteratura che mai nessuno sia morto per delirio o allucinazioni".
Le conclusioni sono queste: "Costringere a letto una persona non è un atto medico salvo pericolo attuale di vita e non sono giustificabili interventi preventivi".

Fonte: La Nuova di Sardegna

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