26 settembre 2010

Nasce l'associazione dei familiari delle vittime delle violenze di "stato"

Unione di fatto. La rete tra i familiari delle vittime di "malapolizia" è informale ma esiste già. Patrizia, Haidi, Ilaria, Lucia, Elia, Stefania e molti altri si soccorrono l'un l'altro, dialogano anche tramite i blog, condividono l'umanità dolente di chi è stato scaraventato su una scena pubblica che mai avrebbe immaginato.
Unione di fatti. «Ora dobbiamo imparare a intrecciare i vissuti per fare un passo avanti - spiega Patrizia Aldrovandi cinque anni esatti da quando i poliziotti bussarono alla sua porta - perché non succeda mai più, per uscire dalla solitudine». Il cinema in cui parla è pieno e lo sarà fino a sera quando partirà la fiaccolata diretta a Via Ippodromo dove si consumò quel violentissimo e e ancora misterioso "controllo di polizia" che uccise un diciottenne incensurato. Esecutori e depistatori - già condannati in primo grado - ancora al loro posto. Chi s'è battuto per non insabbiare il caso, però, ha lanciato l'appello per continuare a interrogarsi su come rendere stabile quella rete di affetti e di passione civile. Lo hanno raccolto le associazioni, i ragazzi delle curve e tutti quelli che hanno dedicato poesie, romanzi, articoli e video a Federico Aldrovandi. Un discorso partito da Livorno, Genova, Pisa e nelle altre città di quel «Paese dei comitati» che è l'Italia. Così ha detto a suo tempo Manlio Milani, la cui moglie fu dilaniata dalla bomba di piazza della Loggia.
Nell'indifferenza pressoché totale della politica ferrarese (era presente solo il consigliere provinciale di Rifondazione comunista), questo dialogo ieri ha fatto un passo avanti. Patrizia e Lino hanno voluto mettere la loro esperienza «a disposizione del futuro, nel nome di Federico e degli altri». Alla tavola rotonda ciascuno degli interventi ha cercato dei nessi tra storie in apparenza diverse. Ognuno ha raccontato la solitudine di quei momenti, la criminalizzazione delle vittime, i depistaggi, le omertà. «I linciaggi morali da parte di funzionari di uno Stato che si chiude a riccio, che non è trasparente».
Altro tratto comune a molte di queste voci è la lezione civile che è partita dal caso Aldrovandi: «Senza Federico - dice Ilaria Cucchi - quella di Stefano sarebbe rimasta una morte naturale». Quella sera di ottobre dell'anno scorso, Ilaria cercò Patrizia su internet e fra dieci giorni inizierà il processo per l'uccisione di suo fratello. «Vorrei un pm come quello di Ferrara», chiede Lucia Uva, sorella di Giuseppe che fu preso per strada a Varese mentre «giocava» e fu torturato, secondo le accuse dei familiari, in una caserma dove c'erano due carabinieri e sei poliziotti. Ma il pm, a oltre due anni dai fatti, interroga i giornalisti che raccontano la storia, interrogano i medici legali della famiglia e le associazioni - come "A buon diritto" - che si occupano della storia. C'è chi sta da tre anni alla ricerca di una strada per un vero processo. Come i Bianzino, la famiglia di Aldo, pacifico ebanista che morì due giorni dopo «essere entrato sano in carcere», ricorda uno dei suoi figli, Elia.
Patrizia è contenta per l'arrivo in sala di Stefano Gugliotta, pestato dai celerini che andavano a caccia di ultra fuori dall'Olimpico. «Sono contenta che le persone che videro tutto dai palazzi hanno filmato la scena con un telefonino e hanno trovato la forza di testimoniare». Ma Stefano spiega quanto sarà dura: «In ordine pubblico sono tutti incappucciati». Così lui sta misurando quanto sia difficile trovare i colpevoli. Proprio come sa già Paolo Scaroni, tifoso bresciano sfigurato dalle pesanti attenzioni della celere nella stazione veronese il 24 settembre 2005, poche ore prima che i quattro agenti di Ferrara facessero anche peggio con Federico (solo il 2 dicembre inizierà il processo a sette dei suoi presunti carnefici). «Una rete potrebbe aiutare», conferma Elia Bianzino. «Forse uniti il dolore pesa meno», dice pure Giorgio Sandri, padre di Gabriele, che conta i giorni che mancano al processo d'appello. Sono 65. Ma anche sulla sua storia pesa l'infamia di una versione ufficiale subito costruita dai vertici del Viminale.
«Che cosa si può fare?», si domanda Haidi Giuliani, una delle prime a pensare a una rete tra queste storie invisibili. «Si può fare politica - è risposta che la stessa mamma di Carlo suggerisce - mandare lettere a un giornale è politica, così come lo è vivere nella società, partecipare, anche partecipare al dolore degli altri». Spiega Haidi che anche chi non è stato ucciso da gente in divisa è vittima di meccanismi di depistaggio e criminalizzazione. E infine liquida la versione ufficiale che liquida le evidenze come frutto dell'azione di mele marce. «E' vero gli assassini in divisa sono pochi. Ma quanti loro colleghi parlano? Quanti sono capaci di indignarsi e di denunciare il degrado delle loro istituzioni?». Le idee cominciano a prendere corpo: nascerà un'associazione che si occuperà di supporto legale e di supporto psicologico, che gestirà campagne per rendere esigibili i diritti costituzionali. Perché di questo si parla. La gente di questo cinema (dove prima della fiaccolata sarà proiettato il film di Filippo Vendemmiati, "E' stato morto un ragazzo") è un pezzo del tessuto che prova a resistere al degrado della democrazia in Italia.


Checchino Antonini

25 settembre 2010

Tifosi del Fasano trattenuti in caserma a Castellana Grotte

Sei fasanesi sono stati bloccati ieri sera (23 settembre) dai Carabinieri a Castellana Grotte e fino a tarda ora sono stati trattenuti in caserma. In base alle poche e frammentarie notizie trapelate dalla cittadina del sub barese, a quanto pare, i sei – che sarebbero tutti tifosi fasanesi - avrebbero compiuto una vera e propria spedizione punitiva nella città delle grotte, dove ieri pomeriggio si è disputata la partita Castellana-Martina Franca, gara valevole per la seconda fase della Coppa Italia. Gara che si è conclusa con la sconfitta del Martina Franca per tre reti a uno.
Al termine della partita, a quanto pare, un gruppo formato da una ventina di fasanesi si sarebbe fatto trovare all’esterno del campo sportivo con l’intenzione di dare una lezione ai tifosi martinesi. Tra le due tifoserie – è cosa nota – c’è un’acredine storica. Non è escluso che sulla decisione del gruppo di esagitati di andare in trasferta nella città delle grotte per dare una lezione ai supporter martinesi che avevano seguito la loro squadra del cuore a Castellana possa aver influito il fatto che domenica scorsa, in occasione dell’incontro Martina-Fasano, ai fasanesi è stato impedito, da un provvedimento dell’osservatorio sugli eventi sportivi, l’accesso allo stadio.
Finita la partita, una ventina di tifosi organizzati del Martina, uscendo dal campo, si è trovata di fronte il gruppo dei fasanesi che hanno subito messo in chiaro le loro intenzioni. I tarantini, a quanto pare, hanno subito fatto marcia indietro e si sono barricati all’interno dello stadio. Nel frattempo i carabinieri si sono precipitati all’esterno del campo e hanno formato una barriera umana per evitare ulteriori contatti e frizioni tra i due gruppi contrapposti. Una volta che la situazione è tornata alla normalità, i militari dell’Arma si sono messi sulle tracce dei facinorosi. E’ partita una vera e propria caccia all’uomo, a conclusione della quale sei persone, tutte di Fasano, sono state condotte in caserma. Almeno questo è quello che è stato possibile sapere.
Sino a tarda sera il “destino” delle sei persone, sulle cui generalità non è trapelato assolutamente nulla, è stato incerto: la “bravata” potrebbe costare ai sei fasanesi addirittura l’arresto. Una denuncia a piede libero, in ogni caso, non gliela toglie nessuno.
Nessun dubbio, almeno secondo le forze dell’ordine, sul fatto che nel mirino del gruppo di fasanesi fossero destinati a finire i tifosi organizzati del Martina. Complessivamente, ieri erano una cinquantina i martinesi che erano andati in trasferta a Castellana per seguire la propria squadra. Ma l’attenzione dei fasanesi si è concentrata solo su chi ostentava sciarpe, magliette e gadget della tifoseria organizzata martinese.

fonte. fasano.it

Genova: agente già condannato per le torture a Bolzaneto rinviato a giudizio per stupro. A Secondigliano arrestati 8 poliziotti: rubavano agli spacciatori

Anche questa settimana non mancano notizia di cronaca nera riguardanti alcuni esponenti delle cosiddette forze dell’ordine. Una riguarda Massimo Pigozzi, il poliziotto di 46 anni accusato di aver stuprato due prostitute romene e di averne palpeggiate altre due nello spogliatoio della questura, che ieri è stato rinviato a giudizio. La prima udienza del processo per violenza sessuale aggravata è stata fissata per il prossimo primo dicembre presso il tribunale penale.
I due diversi episodi alla base del processo risalgono al 2005: il poliziotto, all’epoca in servizio presso le camere di sicurezza della questura di Genova, era stato accusato da due diverse prostitute romene che si trovavano in stato di fermo, di essere state fatte uscire dalla cella ed accompagnate nello spogliatoio dove sarebbero state violentate.
Da notare che l’agente Pigozzi era stato già condannato a tre anni e due mesi di reclusione (in primo e secondo grado) nel processo per le violenze e le torture inflitte nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del luglio 2001 ai danni di alcuni manifestanti inermi: è stato infatti riconosciuto colpevole di aver divaricato e rotto le dita di una mano a una persona che era stata fermata provocandogli lesioni gravi.
Ieri si è appreso che il ministero degli Interni presieduto da Roberto Maroni si è costituito parte civile nel processo a carico del poliziotto per il danno diretto in relazione all’abbandono del posto di lavoro e per quello all’immagine. Ma ci vorrebbe ben altro per rimediare al danno d’immagine creato dalle cosiddette ‘mele marce’.
Notizia di ieri è anche quella proveniente dalla Campania, dove ultimamente alcuni spacciatori di droga avevano denunciato di essere oggetto di furti da parte di alcuni poliziotti. Fatto confermato da alcune intercettazioni che hanno portato all'arresto di otto agenti del commissariato di polizia di Secondigliano - dove insieme all' adiacente Scampia si concentra la gran parte delle piazze di spaccio di Napoli - disposto dal gip Tommaso Miranda su richiesta dei pm Enrica Parascandolo e Vincenzo Ranieri. Significative le conversazioni intercettate in carcere tra Antonio Di Lauro, arrestato dagli agenti il 21 ottobre 2009 perché custodiva in casa una consistente quantità di droga, ed i suoi familiari. Dopo avere calcolato quanto denaro e quanta droga i poliziotti avevano portato via, lo spacciatore invitava i parenti a togliere dall'appartamento il denaro e gli oggetti di valore nell'eventualità di un nuovo blitz. Dalle intercettazioni emerge che gli agenti avrebbero sottratto denaro anche dalle tasche di indumenti trovati in casa, da portafogli e borsellini e si sarebbero appropriati anche di un paio di occhiali da sole. Ora le accuse nei confronti degli otto poliziotti arrestati sono di falso in atto pubblico, peculato e detenzione illecita di stupefacenti. Secondo quanto emerso dalle indagini in almeno tre episodi gli otto agenti si sarebbero appropriati di circa 15 mila euro e di circa mezzo chilo di droga. Alcuni degli agenti avevano rapporti di affari con informatori che li avvertivano sulle operazioni da compiere e venivano poi ricompensati con parte del denaro e della droga di cui i poliziotti si impadronivano. Gli arrestati venivano obbligati a firmare verbali di sequestro manipolati. Venivano falsificate anche le trascrizioni di intercettazioni ambientali ordinate dalla magistratura, da cui venivano espunte le parti per loro compromettenti.
La Procura ha aperto anche un altro fascicolo per la fuga di notizie che consentiva agli agenti indagati di ricevere informazioni riservate sullo stato delle indagini che li riguardavano e addirittura di prevedere l'imminente emissione di misure cautelari nei loro confronti.

Marco Santopadre, Radio Città Aperta

23 settembre 2010

Reggio Calabria, si uccide detenuto in attesa di giudizio

Un detenuto di 23 anni si è suicidato nel pomeriggio nel carcere di Reggio Calabria. Lo ha reso noto il Sappe, sindacato autonomo dela polizia penitenziaria. "Verso le 16.30 - ha riferito il segretario generale aggiunto del Sappe - un detenuto si è impiccato nella sua cella. Si trattava di un giovane di 23 anni ed era in carcere da circa un mese, in attesa di giudizio".
Nel corso dell'anno, sempre a Reggio Calabria, c'erano stati due tentativi di suicidio, sempre fortunatamente sventati dagli agenti della polizia penitenziaria.
Ma il personale, secondo il segretario, è troppo poco, per effettuare la sorveglianza: "La sezione dove è avvenuto il suicidio - ha detto - è dislocata su due piani e l'agente, per effettuare i controlli, deve spostarsi da un piano all'altro. Di solito, a causa della carenza di personale, c'è un solo agente che effettua la sorveglianza. La Calabria soffre di gravi carenze di personale - ha aggiunto - e solo a Reggio Calabria mancano 50 agenti. L'organico previsto è di 199 agenti e ce ne sono circa 150".

Fatti di Pistoia, un dossier mostra i legami fra questura e fascisti. Scarica il dossier

Questa mattina a Livorno si è svolta una conferenza stampa del "Comitato parenti e amici degli arrestati livornesi per i fatti di Pistoia". Il Comitato ha consegnato alla stampa un dossier che mostra attraverso i profili di facebook i legami personali che ci sono in quella città fra esponenti di Casa Pound, poliziotti e esponenti del centrodestra. Nel dossier sono presenti anche alcuni stralci di intercettazioni all'interno della stanza della questura dove erano in stato di fermo le persone prelevate dall'assemblea al Circolo 1 maggio lo scorso 11 ottobre. Da queste intecettazioni, fatte dalla questura senza che gli indagati (poi imputati) ne fossero a conoscenza, emerge che essi stessi non sapessero perchè erano lì.
Non c'è altro da aggiungere se non invitare chi è interessato a leggersi il dossier che spiega senz'altro meglio di qualunque articolo la situazione che si è creata a Pistoia circa un anno fa e che ha portato a processo e a lunghi mesi di misure cautelari 7 persone estranee ai fatti. red. 23 ottobre 2010


fonte: SenzaSoste

Salerno: Roberto Collina, come Cucchi, Aldrovandi e Uva?

Roberto Collina (nella foto) è morto durante i festeggiamenti di San Matteo che si dice sia un santo con due facce. Speriamo che nessuno in questa triste faccenda ne voglia oscurare una. Come succede sempre più spesso in Italia. Da qualche tempo.
Roberto Collina come Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva?
Questa volta si tratta del quarantenne Roberto Collina, di Pastena, quartiere est della città. Mentre nel cielo delle illusioni si erano da poco spenti le luci dei fuochi d’artificio per la festa di San Matteo, patron della città, Roberto cadeva sulla dura e reale terra di Largo Campo, vicino alla fontana del Vanvitelli, storico fulcro della movida salernitana, battendo la testa in seguito ad una colluttazione con due agenti della polizia in borghese e fuori servizio. Uno che presta servizio a Napoli ed un altro che lavora in toscana. Roberto moriva sul selciato.
I giornali raccontano che Roberto era in chiaro stato di ebbrezza ed avrebbe infastidito i familiari di uno dei due agenti. Questo sarebbe stato il motivo dell’origine del tentativo di bloccarlo e della colluttazione. Al macabro spettacolo hanno assistito decine di testimoni.
Sono intervenuti un’ambulanza ed una squadra della sezione volanti. Il corpo è rimasto a terra per quasi quattro ore fino all’arrivo del magistrato che ha aperto un’inchiesta. E’ stata avvertita anche la mamma di Roberto che, arrivata sul posto, vicino al corpo del figlio, è scoppiato in lacrime e sorretta da amici e parenti, ha gridato più di una volta, “Me l’hanno ucciso, Me l’hanno ucciso”.
Logica pretenderebbe che con un ubriaco dei professionisti evitassero colluttazioni e contatti. E che il “dare fastidio”, sempre per dei professionisti, non implicasse interventi ravvicinati ma allontanamento. Allo stato è presto per dare giudizi e non sappiamo niente di più di quello che dicono i giornali e le impressioni della gente presente.
A molti, però, non è piaciuto il comunicato della questura di Salerno da cui, sembra, trasparire più che una descrizione dei fatti, la preoccupazione di conclamare a chiare lettere il ligio e ortodosso comportamento dei due poliziotti.
Sul corpo di Roberto sono state disposti un esame autoptico, per verificare la presenza o meno di sostanze stupefacenti o alteranti e per stabilirne la causa della morte.
Roberto Collina è morto durante i festeggiamenti di San Matteo che si dice sia un santo con due facce. Speriamo che nessuno in questa triste faccenda ne voglia oscurare una. Come succede sempre più spesso in Italia. Da qualche tempo.
Speriamo di non dover allungare la lista degli Stefano Cucchi, dei Federico Aldrovandi, dei Giuseppe Uva.
La morte di Collina pone una serie di interrogativi. Il Cantiere Salerno ritiene che c'è bisogno di una riflessione in comune. Vediamoci Lunedì 27 Settembre alle ore 20.00 nella hall del Cantiere. Chi è interessato si faccia vedere.


22 settembre 2010

Detenuto marocchino di 22 anni si impicca nel carcere di Venezia

Da inizio anno sono 45 i detenuti suicidi e sale a 126 il totale dei morti in carcere.

Questa mattina alle 11.00 un detenuto marocchino di 22 anni, di nome Naib, si è impiccato nella cella del carcere di Santa Maria Maggiore (Ve) che condivideva con altri 6 detenuti. L’uomo aveva già tentato più volte di togliersi la vita, tanto da essere sottoposto al regime di “grande sorveglianza”, accorgimento che tuttavia non è bastato a impedire la tragedia.
Da inizio anno a livello nazionale salgono così a 45 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (38 impiccati, 5 asfissiati col gas, 1 morto dissanguato dopo essersi tagliato le vene e 1 avvelenato con dei farmaci), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 126 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.686, di cui 603 per suicidio).
Inoltre sono avvenuti altri 3 suicidi di persone “detenute”, seppur non ristrette in carcere: Tomas Göller, semilibero di 43 anni, che si è ucciso impiccandosi ad un albero in un bosco in Provincia di Bolzano per il timore di dover tornare in carcere; Rodolfo Gottardo, detenuto in liberà vigilata che si è ucciso davanti ai Carabinieri che dovevano riportarlo in carcere e Yassine Aftani, un tunisino di 22 anni che si è impiccato a nella “camera di sicurezza” della Questura di Agrigento dopo aver appreso la notizia che sarebbe stato rimpatriato.

Fonte: Ristretti Orizzonti

Genova: Poliziotto rinviato a giudizio per violenze su una prostituta in questura

È stato rinviato a giudizio Massimo Pigozzi, il poliziotto di 46 anni accusato di aver stuprato due prostitute romene e di averne palpeggiate altre due nello spogliatoio della questura. Il processo è fissato al primo dicembre presso il tribunale penale. Lo ha deciso il gip Roberta Bossi nell’udienza preliminare di stamani. Si è appreso anche che il ministero degli Interni si è costituito parte civile per due motivi: per il danno diretto in relazione all’abbandono del posto di lavoro e per il danno all’immagine.
Una delle parti offese, tramite il suo legale, si è invece costituita parte civile e chiamerà il ministero come responsabile civile. Gli episodi risalgono alla primavera-estate 2005. L’accusa nei confronti di Pigozzi che è difeso dagli avvocati Nicola Scodnik e Alessandro Vaccaro, è quella di violenza sessuale aggravata. L’inchiesta è stata condotta dal pm Ranieri Vittorio Miniati. Il poliziotto che era in servizio presso le camere di sicurezza della questura, era stato accusato dalle romene che si trovavano in stato di fermo, di essere state fatte uscire dalla cella ed accompagnate nello spogliatoio dove sarebbero avvenute le violenze sessuali.
Uno stupro e un palpeggiamento sarebbero avvenuti nel maggio 2005 ed altrettanti nell’agosto dello stesso anno. Pigozzi fu condannato a tre anni e due mesi (in primo e secondo grado) nel processo per le violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del luglio 2001 a Genova perché accusato di aver divaricato le dita di una mano a una persona che era stata fermata provocandogli lesioni gravi. Al momento Pigozzi è in aspettativa dalla polizia e lavora in una pubblica assistenza

fonte: il secolo XIX

No Tav: La società incaricata alla progettazione chiede i danni al movimento

Il 16 novembre nel Tribunale di Susa si discuterà la causa civile richiesta da Ltf, la società incaricata della progettazione della Torino-Lione, che comprende un risarcimento danni di 220 mila euro per l’impossibilità di svolgere il carotaggio S68 all’interporto di Susa programmato per il 12 gennaio 2010. L’occasione colta da Ltf è relativa al Presidio di Susa e al blocco che il movimento no tav fece la notte impedendo alle forze dell’ordine di prendere possesso dell’aria.
Lo stratagemma per intimorire il movimento è questa volta quello delle carte bollate, causa civile e richiesta danni ad personam. Cifra esorbitante richiesta a chi quella sera ha comunicato alle forze dell’ordine che avremmo resistito. Alberto Perino, la sindaca di S.Didero Loredana Bellone, e il vice sindaco Giorgio Vair, sono i citati in tribunale in rappresentanza di chi c’era quella notte. Questura e magistratura indicano così esponenti del movimento popolare e amministratori per spargere qua e là un pò di Timore, solo che non funziona. Il movimento è unito e solidale e vige il motto che “chi tocca uno tocca tutti”. Come dice LaStampa nell’articolo pubblicato oggi: “Il ricorso alla causa civile contro i No Tav potrebbe così diventare uno strumento di dissuasione che i soggetti incaricati della progettazione o dell’esecuzione dei lavori, potrebbero utilizzare per contenere la protesta. Non è un caso che il presidente dell’Osservatorio, Mario Virano, pur non essendo parte in causa, segua con estrema attenzione la vicenda.”
Il movimento ribalterà in ogni sede la vicenda, del resto non si è fatto intimidire dalle botte e non si farà intimidire dalla carta bollata.

fonte InfoAut

Senigalia: Il Csoa Mezza Canaja messo sotto sequestro

Nella mattina di mercoledì 22 settembre l’autorità giudiziaria di Ancona ha posto sotto sequestro la fabbrica ex-ragno che il Mezza Canaja occupa da dieci mesi.
La messa dei sigilli è la conclusione di un’articolata operazione giudiziaria che è cominciata lo scorso 24 giugno con la notifica a tredici attivisti del centro sociale di altrettante denunce con l’accusa di occupazione, scasso e istigazione a delinquere. In verità, compare anche un altro denunciato, ovvero il direttore responsabile del Corriere Adriatico per aver pubblicato le motivazioni dell’occupazione. Altro che bavaglio, questa è intimidazione bella e buona verso chi svolge il proprio lavoro.
Le denunce firmate dal Procuratore della Repubblica Giovanna Lebboroni hanno fornito su un piatto d’argento al Giudice per le Indagini Preliminari la motivazione per mettere sotto sequestro lo spazio. Ricordiamo, uno spazio abbandonato da circa vent’anni, di proprietà della società “SO. DE. CO. REAL ESTATE S.R.L.”, una delle scatole cinesi della “Unione Fiduciaria s.p.a.”. In pratica, uno stabile in mano alla grande rendita finanziaria e speculativa.
La pratica della messa dei sigilli, del sequestro preventivo, per sgomberare gli spazi occupati è ormai un dispositivo repressivo da anni ampiamente usato in tutta Italia. L’azione giudiziaria occupa lo spazio della politica, si sostituisce a essa, eliminando di fatto ogni possibilità di mediazione, di trattativa, d’incontro, di confronto, di dialogo e di dialettica tra la dimensione sociale dei movimenti e quella politica delle istituzioni.
L’azione giudiziaria si dà quindi come atto di violenza pura.
La strategia politica della seconda Amministrazione Angeloni - quella con i Verdi al governo – verso il Mezza Canaja è stata essenzialmente quella di aprire una trattativa che avesse, di fatto, come unico obiettivo la demolizione delle ex-colonie Enel, utilizzando il ricatto della penale per evitare ogni tipo di resistenza. La strategia dell’Amministrazione Mangialardi – quella con i Verdi, PdCI e SEL al governo – è stata invece quella di ignorare pubblicamente il problema, di far finta di niente.
Nonostante sei anni di precarietà, tre occupazioni e continue tensioni, il Mezza Canaja – piaccia o non piaccia – si è però radicato nel tessuto sociale di questa città, assumendo, di fatto, il ruolo di un’organizzazione politica riconosciuta e partecipe alla vita civica e pubblica di Senigallia.
E’ ora che chi governa questa città si assuma la responsabilità politica di dire a tutti i suoi cittadini se il Mezza Canaja è una risorsa – un bene comune – per Senigallia o se invece è un problema. Il primo caso implica una gestione politica, il secondo una da ordine pubblico. Scorciatoie burocratico-amministrative fondate sul dare un colpo al cerchio – far star calmi noi – e uno alla botte – non fare scelte politiche pubbliche – non sono più praticabili. Oggi, o la politica ha la volontà di trovare una soluzione pubblica, credibile e stabile, partendo da un accordo condiviso tra parti diverse e con diversi interessi, oppure, accetta la criminalizzazione dei movimenti, perché questo è ciò che nemmeno troppo sottotraccia, emerge dall’azione giudiziaria.
Lunedì 27 settembre incontreremo il Sindaco Maurizio Mangialardi per proporgli una “soluzione politica”. Soltanto una volta ascoltate e pesate le sue parole, decideremo se e come reagire allo sgombero, se è il tempo del confronto o dello scontro.

Mezza Canaja

21 settembre 2010

Bologna: Operazione di polizia contro la contestazione a Maroni

Questa mattina la Digos di Bologna ha notificato a diversi attivisti provvedimenti contro le libertà personali. Si tratta di 6 obblighi di firma giornalieri e un arresto domiciliare.
Tutto questo avviene ad un anno di distanza dal 28 settembre scorso quando in tanti e tante scendemmo in strada per gridare tutto il nostro sdegno contro la presenza in città del ministro leghista Roberto Maroni. Ministro invitato dall'Università di Bologna a partecipare ad un seminario sulla tessera del tifoso: il tutto con adeguato riconoscimento di crediti da parte dell'Alma Mater. Sinceramente cosa ci sia stato di istruttivo in quel seminario ancora ci sfugge!
Maroni per noi è semplicemente il ministro del “pacchetto sicurezza”, dei respingimenti in mare e dei campi di concentramento per migranti nel deserto libico. Lo stesso ministro facente parte di un partito, come la Lega nord, che da anni ormai fa dell'odio e della paura per il diverso la propria bandiera politica. Maroni era ed è un ospite assolutamente sgradito a Bologna.
Proprio per questo centinaia di studenti, attivisti dei centri sociali e delle associazioni antirazziste, singoli cittadini decisero di contestarne la presenza.
Come studenti di questa università più volte chiedemmo di poter entrare nella sala nella quale si svolgeva il seminario per prendere parola contro le politiche razziste e xenofobe portate avanti dal ministro e dal suo partito. Cercammo di entrare con dei canotti, proprio a simboleggiare la nostra vicinanza a quelle decine di migranti che ogni giorno rischiano la vita in mare, respingimenti e deportazioni solo per poter sperare in un futuro migliore. Ricevemmo in cambio cariche brutali e spropositate da parte della polizia, evidentemente particolarmente zelante nel difendere chi ogni mese versa loro lo stipendio!
Gli studenti universitari e Bologna tutta dimostrarono che il dissenso e l'indignazione si possono e si devono mettere in campo di fronte a una presenza di questo tipo. In tanti e tante provammo ad entrare in quella sala!
Oggi la notizia di queste misure restrittive giunge come un vero e proprio atto punitivo e persecutorio. Evidentemente alla Questura e alla Procura di questa città il dissenso crea fastidio! Noi non abbiamo paura e continueremo a scendere in piazza ogni volta che ce ne sarà bisogno. Perchè, piaccia o non piaccia, anche questa è democrazia! Anche “respingere” chi, come Maroni, deporta e mette a repentaglio la vita di centinaia di migranti.
Agli studenti e agli attivisti colpiti da questi spropositati provvedimenti penali va tutta la nostra solidarietà e vicinanza.

Non ci fermerete...

Bartleby_spazio autogestito
 

20 settembre 2010

Tessera del tifoso: intervista all'avvocato penalista Lorenzo Contucci

Non è una legge e nemmeno un decreto.
E' una circolare ministeriale adottata dal ministro degli interni Maroni ed è rivolta a prefetti e questori e gli si dice praticamente: io ministro voglio che la tessera del tifoso sia abbinata all'abbonamento, che si possa andare nel settore ospiti solo con la tessera, voi vigilate che le società facciano quello che dico io, altrimenti se non lo fanno rischiano di vedersi lo stadio non a norma e limitazioni di partite.

Si parte dal presupposto che chiunque frequenta uno stadio è un potenziale delinquente.
Essendoci già biglietti nominativi e abbonamenti, la tessera è inutile.
Va innanzitutto a colpire coloro che sono abbonati da anni, o perlomeno per 19 gare sono presenti. Quindi tifosi che dovrebbero essere più tranquilli rispetto a chi magari compra un biglietto occasionale.
Oltre a un enorme problema di privacy, rischio il prossimo anno di avere accanto allo stadio un assassino che ha scontato la sua condanna e si fa il suo abbonamento e non uno che l'abbonamento non lo può avere perché ha sbagliato allo stadio e sappiamo che la legge del Daspo è talmente ampia che permette addirittura di scegliere chi diffidare.

Sembra che la tessera non sarà fatta a chi ha un Daspo in corso, poi ogni singola società adotta un proprio criterio ma la norma non specifica nulla perché non esiste una norma, quindi siamo in balia delle questure ed è possibile che una questura scelga diversamente da altre ad appaiate situazioni.
Non è possibile ricorrere perché appunto la norma non esiste ed è per questo che un uomo libero non può che dire "No alla tessera" perché concettualmente è sbagliato sia tu ultras, tifoso, semplice cittadino.
Per Gennaio 2011 la situazione è in divenire. La linea che stanno adottando molte tifoserie è una sorta di boicottaggio economico. Se saranno fatte poche tessere a quel punto sarà il potere economico, ovvero le pay tv, che davanti a stadi quasi vuoti, inizieranno a pretendere che si torni alla normalità.

Le curve ancora come laboratorio ed esperimenti. Sono state indotrotte leggi di repressione sociale senza aver alcun tipo di contrasto e poi esportate nella vita civile.
Stavolta c'è stata una presa di coscienza e le tifoserie sono riuscite a spiegare all'opinione pubblica l'anomalia della tessera.

La tessera sarà un grosso spartiacque per capire chi alle parole farà seguire i fatti e chi no. Il colpo è durissimo, è difficile capire cosa accadrà. Se la tessera fallirà allora ci sono prospettive positive per il tifo organizzato, magari rinascendo sotto altre forme, altrimenti andiamo verso un modello americano con tanto di pubblico che applaude a comando.
Non mi risulta che siano stati rilasciati abbonamenti senza la tessera. A Roma per esempio, si è detto successivamente e l'abbonamento potrebbe essere invalidato. Perchè si verifica quello che avevamo detto, essendo i tempi stretti, non fanno in tempo a mandare la tessera anche a chi l'ha richiesta. La Roma richiede un'autocertificazioni dove si dichiara di aver richiesto la tessera, i controlli saranno postumi. E quindi nel frattempo ci sarà un permesso provvisorio, il che è un clamoroso controsenso perchè io posso essere la persona più diffidata, condannata ed andare allo stadio, salvo poi in un secondo tempo, mi ritirano la tessera. Ma se la sicurezza è l'obiettivo, questo è davvero un controsenso.
I Laziali hanno adottato una scelta radicale che condivido ma essendosi formati quattro mesi fa, sapendo già della tessera, potevano evitare di formarsi. In curva sud non faranno abbonamenti a livelli di gruppi ed acquisteranno i biglietti partita per partita.

tratto da www.infoaut.org

17 settembre 2010

Carcere e psichiatria: il caso di Giuseppe D.

Un uomo ultrasettantenne è stato internato nel manicomio criminale di Reggio Emilia al culmine di 14 anni di persecuzione psichiatrica e processuale.
Motivo principale della persecuzione è che la figlia del vicino del piano di sotto è una psichiatra.
Il Telefono Viola è intervenuto a fianco del suo avvocato (Carmen Pisanello di Reggio Emilia), ma al momento la situazione non si è ancora risolta. Il Sig. Giuseppe D., coadiuvato dall'Avv. Pisanello, ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, in seguito alla negazione da parte del Tribunale di Sorveglianza di Bologna del diritto all'appello contro la proroga dell'internamento(decisione successivamente confermata dalla Cassazione).
La Corte Europea tarda a prendere una decisione, pertanto in accordo con il Sig. Giuseppe, il suo avvocato e i familiari, abbiamo scelto di diffondere in internet la documentazione raccolta e prodotta dal Telefono Viola su questo caso.
La speranza è che prima o poi finisca sotto l'attenzione dei giudici europei, accelerandone le decisioni.

DIFFONDETE il documento, datene visibilità sul vostro blog, social network (facebook, twitter, ecc.).

Aiutiamo Giuseppe D. a uscire dall'incubo!


La documentazione è possibile scaricarla e leggerla andando sul sito del telviola www.ecn.org/telviola


COLLETTIVO DEL TELEFONO VIOLA DI MILANO-T28 OCC.
via dei transiti 28
02.2846009
tutti i mercoledi dalle 17.00 alle 20.00
segreteria attiva 24 su 24

Napoli: Carica della polizia contro i manifestanti della Fincantieri

In via Santa Lucia gli operai stavano tenendo un sit-in.  Gli agenti sono intervenuti con una carica

Momenti di tensione questa mattina, che si sono conclusi con una carica, tra forze di polizia e operai aderenti alla Fiom dello stabilimento della Fincantieri di Castellammare di Stabia. Le tensioni sono avvaenute vicino alla sede della giunta regionale della Campania, in via Santa Lucia a Napoli. Gli operai hanno rallentato il traffico sia in via Santa Lucia sia in via Caracciolo.
Gli operai hanno chiesto di essere ricevuti dagli amministratori regionali ma l'incontro non c'è stato, perché non era stato fissato in precedenza. Subito dopo la polizia, secondo quanto ha riferito la questura, ha cercato di fissare un incontro urgente in prefettura. Gli operai, secondo quanto riferito dalle forze dell'ordine, non hanno voluto lasciare la zona - dove i disagi sono stati notevoli - e quindi gli agenti sono intervenuti dapprima con una azione di alleggerimento e successivamente con una carica.
«Giudichiamo del tutto ingiustificate,gravi e inaccettabili le cariche che le forze dell'ordine hanno effettuato a Napoli contro i lavoratori della Fincantieri e i dirigenti dei sindacati dei metalmeccanici che, nel corso di una manifestazione unitaria, avevano raggiunto la sede della Regione Campania al fine di poter avere una sede di discussione sulle strategie industriali e sul futuro del cantiere navale di Castellammare di Stabia». Lo dichiara il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini.
«Giudichiamo altresì inspiegabile e irresponsabile - aggiunge - il comportamento della Regione Campania che, da qualche tempo, rifiuta i necessari momenti di confronto con le organizzazioni sindacali e con le rappresentanze dei lavoratori. Tutto ciò, di fronte all'aggravamento della crisi industriale, che colpisce i lavoratori e mette a rischio il loro futuro occupazionale, non fa altro che alimentare la tensione sociale. Una tensione che, al contrario, le Istituzioni avrebbero il dovere di considerare come un terreno prioritario del loro impegno».
"Le pesantissime cariche della polizia nei confronti dei lavoratori della Fincantieri di Castellammare di Stabia, che chiedevano semplicemente un incontro alla presidenza della Regione Campania, chiamano in campo le responsabilità della Regione stessa, ma anche quelle del Governo". Lo dichiara il presidente del comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi. "Il Governo - prosegue - è totalmente inadempiente nei confronti della crisi della cantieristica navale. L'allora ministro dello Sviluppo economico, Scajola, aveva assunto degli impegni per nuovi investimenti e per creare lavoro, impegni che sono rimasti totalmente lettera morta. Dopo il lungo vuoto ministeriale, Fim, Fiom, Uilm hanno chiesto una convocazione a Palazzo Chigi, cui sinora non è stato dato alcun riscontro. Ora, dopo questa vergognosa assenza del Governo, la Regione Campania rifiuta di ricevere i lavoratori e la polizia li carica brutalmente, colpendo anche il segretario della Fiom di Napoli".

Bruno Bellomonte, l'indipendentista senza libertà

Accusato di terrorismo, ma senza prove, Bruno Bellomonte è in carcere da più di un anno. Attorno a lui, candidato a sindaco di Sassari con l'1,2% dei voti, un'ampia solidarietà.


“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Così recita la prima parte dell’articolo 3 della Costituzione. I cittadini sono uguali di fronte alla legge senza distinzione di opinioni politiche. Ma solo sulla carta. Il caso di Bruno Bellomonte è infatti un chiaro esempio di repressione sulla base delle opinioni politiche e di una militanza scomoda.
61 anni, siciliano, Bellomonte è un capostazione delle Ferrovie dello Stato a Sassari, dirigente comunista e indipendentista dell’organizzazione A Manca pro S’Indipendentzia (a Sinistra per l’Indipendenza, ndr) e sindacalista. Conosciuto in tutta la Sardegna per le battaglie compiute sempre, come si dice, “alla luce del sole”.
Bellomonte è stato arrestato a Rom il 10 giugno del 2009 con l’accusa - basata solo su intercettazioni ambientali - di avere preso parte ad un tentativo di riorganizzazione del brigatismo rosso in occasione del G8 della Maddalena, poi spostato all’Aquila. Avrebbe contribuito alla progettazione di un attentato alle navi dei “Grandi della terra” con modellini radiocomandati (in realtà, in quei mesi Bellomonte, dirigente di primo piano di aMpI, era impegnato nella preparazione del controvertice delle Nazioni senza stato). Nel luglio dello stesso anno, dopo un mese e mezzo di carcerazione, l’indipendentista di sinistra è stato trasferito da Regina Coeli al carcere di Siano, in Calabria, il penitenziario più difficile da raggiungere dalla Sardegna.
Bellomonte è da più di un anno in galera, da innocente. E, da innocente, è stato licenziato da Trenitalia. Candidato a sindaco della città di Sassari nelle amministrative di maggio per la lista di aMpI, l’indipendentista “presoneri” (prigioniero, ndr) ha ottenuto l’1,2 per cento delle preferenze. Un risultato tutt’altro che trascurabile, tenendo conto dell’esclusione dalle tribune elettorali e di un oscuramento mediatico pressoché totale.
Attorno a Bellomonte si è creato un movimento di solidarietà che è andato oltre i confini della sua organizzazione politica e della rete delle amicizie. I sindacati di base Orsa e Usb si sono pronunciati contro il licenziamento. Una serie di movimenti e organizzazioni indipendentiste (a eccezione dell’Irs di Ornella Demuru e Gavino Sale, che pure non avevano presentato liste alle comunali) hanno sostenuto la sua candidatura a primo cittadino di Sassari. Anche Sinistra Critica ha voluto sposare questa battaglia di libertà invitando a votare “Bellomonte sindaco”. Non solo, Rifondazione comunista, nel suo Comitato politico nazionale, ha approvato all’unanimità un ordine del giorno in solidarietà al dirigente di aMpI. Il comitato Lavoratori pro Bellomonte promosso dal “Minatore Rosso”, Antonello Tiddia, ha raccolto centinaia di firme in solidarietà al ferroviere indipendentista: tra i primi firmatari lo scrittore Valerio Evangelisti e decine di dirigenti politici (da Sinistra Critica a Sel, dal Prc al Pcl) e sindacali e rappresentanti di Comitati e movimenti.
Tutta questa solidarietà non è casuale. Come detto, in Sardegna in tanti conoscono Bruno Bellomonte. E in tantissimi sono a conoscenza delle vicende dell’operazione Arcadia nel 2006, quando, senza entrare nei particolari della vicenda, Bellomonte passò 18 giorni nel carcere cagliaritano di Buoncammino sulla base di accuse false, fondate su intercettazioni ambientali fittizie. “Sono stato scarcerato – aveva dichiarato il comunista indipendentista all’Unione Sarda il primo agosto del 2006 - a solo perché ho avuto la fortuna di poter dimostrare di non essere l’autore dell’attentato di Porto Cervo che mi veniva addebitato, visto che in quel periodo stavo mangiando cous cous in Tunisia. Loro però hanno sentito ‘Brù’ in un’intercettazione (fatta in Sardegna quando Bellomonte era in Tunisia, ndr) e subito hanno dedotto: in A Manca c’è un Bruno, quindi è Bellomonte. E badate che se non fossi andato in un paese dove è necessario vistare il passaporto ora sarei ancora a Buoncammino”.
Questi i meccanismi di un sistema giudiziario che, nonostante le 3mila firme raccolte con una petizione popolare, non rispetta nemmeno il criterio della territorialità della pena. Principio che (secondo una legge del 1975 ed un protocollo d'intesa tra Stato e Regione Sardegna) prevede che i detenuti condannati o in attesa di giudizio scontino la pena in istituti prossimi alla residenza delle loro famiglie.


Fabrizio Ortu  da il megafonoquotidiano

16 settembre 2010

Napoli: Irruzione della Guardia di Finanza al centro sociale Officina 99. 7 compagne/i fermati

Irruzione della guardia di finanza nel centro sociale Officina 99 a Napoli. I giovani all’interno sono stati identificati e trattenuti. Sono state identificate 12 persone e  sette le/i compagne/i fermate/i in seguito alla perquisizione effettuata presso il centro sociale Officina 99 a Napoli. La loro posizione è al vaglio degli inquirenti, ma dovrebbero; sequestrati materiali, computer Un centinaio di militanti presidia la caserma che è praticamente di fronte il centro sociale. La finanza si è presentata con un giornalista del Roma, quotidiano della destra napoletana. Non potrebbe essere più chiara la provocazione. 
Obiettivo della Guradia di Finanza una piccola coltivazione di marijuana che si trovava sul terrazzo del centro sociale di via Granturco. I militari hanno sequestrato le piante Non è chiaro al momento se il Pm deciderà di trasformare il fermo in arresto e se rilascerà tutti in giornata.
 «Le piante generalmente vengono utilizzate nella "festa del raccolto" a novembre – spiega uno degli attivisti – Da anni come tutti sanno siamo impegnati in una campagna antiproibizionista e la festa è un momento clou di questo percorso. In una città dove il narcotraffico è una delle maggiori attività della criminalità organizzata è assurdo che si arrestino persone solo perché hanno coltivato alcune di piante di marijuana al solo scopo di attuare una protesta simbolica contro le politiche proibizioniste nei confronti delle droghe leggere. Questa operazione ha il sapore di una mossa elettorale».

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Comunicato stampa
 
Comunicato Stampa del Centro Sociale Officina 99

La destra comincia la sua campagna elettorale suonando una cover vecchissima: quei "drogati dei centri sociali"....! Con un'operazione palesemente telecomandata e una giornalista de il Roma "Embedded", intorno alle 12 di oggi alcuni personaggi in borghese poi qualificatisi come appartenenti alla guardia di Finanza sono entrati all'interno del Csoa Officina 99 di Via Gianturco per verificare sulla base di "segnalazioni ricevute" la presenza di piante di Canapa. Guarda caso il giorno dell'avvio della festa annuale in strada, probabilmente per avere piu pubblicità...
Dopo una lunga perquisizione sono state sequestrate alcune piante presenti sul terrazzo e identificate tutte le persone presenti dentro e fuori il centro sociale, che lavoravano alla preparazione della 1 giornata di "adunata Sediziosa" XI festa dell'autorganizzazione e dell'antagonismo campano. Le 7 persone impegnate con la cucina sono state addirittura portate nella caserma di via Gianturco perchè, a differenza di chi allestiva gli stands, era dentro il palazzo!! Un presidio con decine di attivisti si è immediatamente costituito fuori la caserma per chiederne l'immediato rilascio! Per gli avvocati sarebbe tragicomico se, in uno spazio sociale aperto a tutti, 6 persone impegnate nella cucina, si vedano assegnata qualche responsabilità particolare per delle piante trovate sul terrazzo. In un altro qualunque momento ne avrebbero trovate altre venti, di persone, o anche migliaia durante un'iniziativa come stasera.
Tutti sanno invece che da anni sul terrazzo del centro, del tutto pubbliche e visibili, ci sono alcune piante di canapa come simbolo e provocazione politica contro le leggi proibizioniste che continuano a fare morti e profitti per le organizzazioni mafiose. E' politicamente e moralmente vergognoso che in una città come la nostra dove il proibizionismo consegna uin potere enorme alle narcomafie si facciano blitz farsa come questo a scopo di propaganda.
Il centro sociale che da anni ha un consolidato riconoscimento nel quartiere, che svolge in continuazione attività, corsi e serate, cui la cittadinanza riconosce un ruolo chiave nella salvaguardia ambientale dell'area, continua ad essere attaccato per una battaglia politica che continuerà a svolgere, contro una legge infame, la Fini-GIovanardi, che sta riempiendo le carceri di giovani consumatori senza risolvere i problemi e contro la demonizzaziuone della canapa che ha solo ragioni speculative.
A più tardi nuove info sulla situazione dei fermati.

Csoa Officina 99



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7 detenuti sono morti negli ultimi 10 giorni, tra suicidi e malasanità carceraria

7 detenuti sono morti negli ultimi in 10 giorni: 3 suicidi, 3 per cause ancora da accertare, 1 per malattia. Da inizio anno sono già 44 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (37 impiccati, 5 asfissiati col gas, 1 avvelenato con dei farmaci e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 125.

Torino, 16 settembre 2010 - Placido Caia, 64 anni viene ritrovato morto in cella nel carcere delle Vallette. Caia affiliato alla ‘ndrangheta calabrese, avrebbe finito di scontare la pena nel 2016. Dalle prime indiscrezioni pare che la morte sia dovuta a cause naturali.

Prato, 15 settembre 2010 - Un detenuto 40enne di origini campane muore in una cella del carcere Dogaia, presumibilmente per un problema cardiaco. L’uomo viene trovato già cadavere e tutti i soccorsi sono vani. Tocca poi ai servizi funebri della Misericordia trasportare la salma all’Istituto di anatomia patologica, dove verrà eseguita l’autopsia, su disposizione del sostituto procuratore Sergio Affronte.

Torino, 14 settembre 2010 - Rodolfo Gottardo, 50 anni, in libertà vigilata, si uccide davanti ai Carabinieri che volevano riportarlo in carcere, da dov’era uscito dopo aver scontato 20 anni di pena per tentato omicidio e rapina. Tossicodipendente e sieropositivo, lavorava come magazziniere in una cooperativa. In carcere aveva anche recitato per il film "Tutta colpa di Giuda", regista Davide Ferrario, protagonista Luciana Littizzetto. Fuori non ha saputo cambiare il copione di una esistenza alla deriva.

Napoli, 8 settembre 2010 - Francesco Consolo, 34 anni, di origini pugliesi, detenuto nella Sezione Transessuali del carcere di Poggioreale, si uccide asfissiandosi con il gas dalla bomboletta data in dotazione ai detenuti per cucinare in cella. Lo ritrovano steso sulla branda, con un sacchetto di plastica in testa e la bomboletta di gas accanto.

La Spezia, 8 settembre 2010 - Ivan Maggi, 22 anni, si impicca in cella la notte del 5 settembre. Viene soccorso ancora in vita, ma le sue condizioni appaiono subito gravissime, a causa dei danni cerebrali provocati dall’anossia. Ricoverato al centro di Rianimazione dell’ospedale Sant’Andrea, il giovane non sopravvive. Viene dichiarato clinicamente morto dopo 3 giorni di coma.

Pisa, 5 settembre 2010 - Moez Ajadi, tunisino di 33 anni, detenuto presso il carcere Don Bosco di Pisa, accusa problemi respiratori e dolori polmonari, perciò viene ricoverato al Centro clinico penitenziario. La sua situazione clinica comincia a peggiorare e ne viene disposto il trasferimento immediato presso una struttura civile più attrezzata, l’Ospedale Santa Chiara, ma muore in ambulanza ancor prima di arrivare al pronto soccorso. La procura ha aperto un’inchiesta, per fare piena luce sul fatto e per stabilire se vi sono eventuali responsabilità.

Napoli, 5 settembre 2010 - Giuseppe Coppola, 60 anni, detenuto nel carcere di Poggioreale accusa forti dolori al petto. In infermeria gli somministrano un antidolorifico e lo rimandano in cella. Dopo un paio d’ore Coppola ha un nuovo malore e sviene. Viene chimata l’autoambulanza, ma l’uomo muore durante il tragitto verso l’ospedale.


fonte: Ristretti Orizzonti


14 settembre 2010

Torino: "Gridavo basta ma i poliziotti continuavano a colpire"

Un’aggressione terribile che mi segnerà tutta la vita. Mai avuto tanta paura. Mi stavano ammazzando di botte». Marinella Alotto (nella foto), 46 anni, ambulante di Borgone parla a fatica da un letto della stanza 9 del reparto di ortopedia dell’ospedale di Susa dov’è ricoverata dalla tarda serata dell’altro ieri. I medici dopo i primi accertamenti effettuati nella mattinata anche alle Molinette di Torino l'hanno giudicata guaribile in 30 giorni. Ha una frattura al setto nasale, un trauma cranico con ferita lacero contusa, piccole fratture agli zigomi sotto gli occhi e lesioni varie in tutto il corpo, in particolare sul braccio destro e al basso ventre, dove oggi sarà sottoposta a esami più approfonditi. «E' come se fosse stata investita da un'auto» dice il marito Paolo Ala, anche lui ambulante, seduto accanto al suo letto. Marinella e Paolo erano fra quei circa trecento No Tav che alle 19 dell’altra sera si sono scontrati con le forze dell’ordine che li hanno caricati per difendere il sito S72 in frazione Coldimosso di Susa.

Cosa è accaduto? Almeno secondo la vostra versione?

«Era la solita protesta No Tav. Come abbiamo sempre fatto. Non abbiamo attuato particolari gesti provocatori. Non è vero che abbiamo lanciato pietre. Sono partiti in direzione dei poliziotti solo alcuni palloncini colorati e pieni di acqua e poi i soliti slogan come "Sarà Dura, non ci piegherete” e altri ma niente di più».

Ma allora?

«Ad un certo punto ho sentito delle urla tremende che arrivavano dai poliziotti in tenuta antisommossa. Era partita la carica contro di noi ma ce ne siamo accorti in ritardo perché era notte e avevamo i fari contro. C’è stato un fuggi-fuggi generale verso i boschi. Purtroppo sono caduta. In quattro mi sono arrivati sopra ed hanno iniziato a colpirmi con i manganelli sul viso e sul braccio con il quale cercavo di proteggermi. Urlavo ”basta, basta”, ma loro continuavano a picchiarmi. Sono poi arrivati, un ragazzo e una ragazza, che mi hanno aiutata ad alzarmi ed a raggiungere la statale 24».

Poi vi siete persi di vista, vero signor Paolo?

«Solo quando sono arrivato sulla statale 24 sono riuscito a parlare con Marinella ed ho saputo che era ferita. Quando sono arrivato al presidio dell'autoporto mi sono accorto della gravità del fatto, aveva il viso cosparso di sangue. L'ho caricata in auto e subito accompagnata al pronto soccorso. Domattina (oggi, ndr) sarà sottoposta ad intervento chirurgico, in seguito alla frattura del setto nasale, la operano alle Molinette di Torino».

fonte: la Stampa

Questura e fascisti: democrazia della repressione

Negli ultimi anni i politicanti di destra, rincorsi da una certa sinistra (Violante in testa) hanno teso la loro azione al revisionismo storico, allo stravolgimento dei valori dati dalla Resistenza. In questa situazione il riapparire sulla scena di gruppi nostalgici di chiara ispirazione neofascista e neonazista è tutt'uno col tentativo di garantire loro agibilità politica e fisica.
In questo frangente chi lotta per la salute, per la difesa dei territori, per i diritti degli immigrati e dei lavoratori si trova ad essere oggetto dell'attacco e delle minacce di costoro.
E' così che coloro che ancora si ispirano ai valori dell'antifascismo si siano mobilitati in occasione di queste apparizioni.
Tra ottobre e novembre 2009 siamo stati protagonisti a Novara e a Vercelli di due momenti di antifascismo militante, fatti a cui sono seguite ben 35 denunce che hanno colpito antifascisti di Novara, Vercelli e Biella.
Il 31 ottobre scorso il comune di Novara ha concesso lo spazio pubblico della Barriera Albertina al Partito nazional popolare per l'unificazione dell'area che, tra gli altri, aveva invitato esponenti di Forza nuova ed ex repubblichini, per parlare di F 35; un chiaro tentativo di confondere le acque rispetto alla lotta che a Novara porta avanti l'Assemlea permanente No F 35.
In quell'occasione, per impedire la riunione, una ventina di persone hanno occupato l'area antistante lo stabile, hanno subìto violenza da parte delle forze dell'ordine, ma sono riusciti ad ottenere lo spostamento dell'assemblea fascista in un altro luogo.
Il 28 novembre a Vercelli, sempre una ventina di militanti, si è opposta alla presenza di Forza nuova, partito neonazista che sta tentando il proprio ingresso in città.
Il fatto che questure e procure si prodighino per colpire i militanti antifascisti è un chiaro segnale del tentativo di criminalizzare e spegnere ogni voce di dissenso che denuncia l'inaccettabilità di queste presenze nelle nostre città, mentre si lascia spazio a formazioni che, forti di coperture istituzionali, si rendono colpevoli o ispiratrici di aggressioni a tutto ciò che è "diverso".
Chiediamo che tutti i sinceri antifascisti pongano la loro attenzione a quello che sta succedendo nei nostri territori, che chi, forte dei valori della Resistenza, si mobiliti insieme a noi perché non siano concessi spazi pubblici a chi si fa portatore di ideali di odio e sopraffazione, in contrasto, con lo stesso dettato costituzionale che qualcuno dice di voler difendere.



Pirati delle Risaie -VERCELLI-
CSA Mattone Rossa -VERCELLI-
Collettivo Stella Rossa -BIELLA-
Circolo Banditi d'Isarno -NOVARA-

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