21 settembre 2010

Bologna: Operazione di polizia contro la contestazione a Maroni

Questa mattina la Digos di Bologna ha notificato a diversi attivisti provvedimenti contro le libertà personali. Si tratta di 6 obblighi di firma giornalieri e un arresto domiciliare.
Tutto questo avviene ad un anno di distanza dal 28 settembre scorso quando in tanti e tante scendemmo in strada per gridare tutto il nostro sdegno contro la presenza in città del ministro leghista Roberto Maroni. Ministro invitato dall'Università di Bologna a partecipare ad un seminario sulla tessera del tifoso: il tutto con adeguato riconoscimento di crediti da parte dell'Alma Mater. Sinceramente cosa ci sia stato di istruttivo in quel seminario ancora ci sfugge!
Maroni per noi è semplicemente il ministro del “pacchetto sicurezza”, dei respingimenti in mare e dei campi di concentramento per migranti nel deserto libico. Lo stesso ministro facente parte di un partito, come la Lega nord, che da anni ormai fa dell'odio e della paura per il diverso la propria bandiera politica. Maroni era ed è un ospite assolutamente sgradito a Bologna.
Proprio per questo centinaia di studenti, attivisti dei centri sociali e delle associazioni antirazziste, singoli cittadini decisero di contestarne la presenza.
Come studenti di questa università più volte chiedemmo di poter entrare nella sala nella quale si svolgeva il seminario per prendere parola contro le politiche razziste e xenofobe portate avanti dal ministro e dal suo partito. Cercammo di entrare con dei canotti, proprio a simboleggiare la nostra vicinanza a quelle decine di migranti che ogni giorno rischiano la vita in mare, respingimenti e deportazioni solo per poter sperare in un futuro migliore. Ricevemmo in cambio cariche brutali e spropositate da parte della polizia, evidentemente particolarmente zelante nel difendere chi ogni mese versa loro lo stipendio!
Gli studenti universitari e Bologna tutta dimostrarono che il dissenso e l'indignazione si possono e si devono mettere in campo di fronte a una presenza di questo tipo. In tanti e tante provammo ad entrare in quella sala!
Oggi la notizia di queste misure restrittive giunge come un vero e proprio atto punitivo e persecutorio. Evidentemente alla Questura e alla Procura di questa città il dissenso crea fastidio! Noi non abbiamo paura e continueremo a scendere in piazza ogni volta che ce ne sarà bisogno. Perchè, piaccia o non piaccia, anche questa è democrazia! Anche “respingere” chi, come Maroni, deporta e mette a repentaglio la vita di centinaia di migranti.
Agli studenti e agli attivisti colpiti da questi spropositati provvedimenti penali va tutta la nostra solidarietà e vicinanza.

Non ci fermerete...

Bartleby_spazio autogestito
 

20 settembre 2010

Tessera del tifoso: intervista all'avvocato penalista Lorenzo Contucci

Non è una legge e nemmeno un decreto.
E' una circolare ministeriale adottata dal ministro degli interni Maroni ed è rivolta a prefetti e questori e gli si dice praticamente: io ministro voglio che la tessera del tifoso sia abbinata all'abbonamento, che si possa andare nel settore ospiti solo con la tessera, voi vigilate che le società facciano quello che dico io, altrimenti se non lo fanno rischiano di vedersi lo stadio non a norma e limitazioni di partite.

Si parte dal presupposto che chiunque frequenta uno stadio è un potenziale delinquente.
Essendoci già biglietti nominativi e abbonamenti, la tessera è inutile.
Va innanzitutto a colpire coloro che sono abbonati da anni, o perlomeno per 19 gare sono presenti. Quindi tifosi che dovrebbero essere più tranquilli rispetto a chi magari compra un biglietto occasionale.
Oltre a un enorme problema di privacy, rischio il prossimo anno di avere accanto allo stadio un assassino che ha scontato la sua condanna e si fa il suo abbonamento e non uno che l'abbonamento non lo può avere perché ha sbagliato allo stadio e sappiamo che la legge del Daspo è talmente ampia che permette addirittura di scegliere chi diffidare.

Sembra che la tessera non sarà fatta a chi ha un Daspo in corso, poi ogni singola società adotta un proprio criterio ma la norma non specifica nulla perché non esiste una norma, quindi siamo in balia delle questure ed è possibile che una questura scelga diversamente da altre ad appaiate situazioni.
Non è possibile ricorrere perché appunto la norma non esiste ed è per questo che un uomo libero non può che dire "No alla tessera" perché concettualmente è sbagliato sia tu ultras, tifoso, semplice cittadino.
Per Gennaio 2011 la situazione è in divenire. La linea che stanno adottando molte tifoserie è una sorta di boicottaggio economico. Se saranno fatte poche tessere a quel punto sarà il potere economico, ovvero le pay tv, che davanti a stadi quasi vuoti, inizieranno a pretendere che si torni alla normalità.

Le curve ancora come laboratorio ed esperimenti. Sono state indotrotte leggi di repressione sociale senza aver alcun tipo di contrasto e poi esportate nella vita civile.
Stavolta c'è stata una presa di coscienza e le tifoserie sono riuscite a spiegare all'opinione pubblica l'anomalia della tessera.

La tessera sarà un grosso spartiacque per capire chi alle parole farà seguire i fatti e chi no. Il colpo è durissimo, è difficile capire cosa accadrà. Se la tessera fallirà allora ci sono prospettive positive per il tifo organizzato, magari rinascendo sotto altre forme, altrimenti andiamo verso un modello americano con tanto di pubblico che applaude a comando.
Non mi risulta che siano stati rilasciati abbonamenti senza la tessera. A Roma per esempio, si è detto successivamente e l'abbonamento potrebbe essere invalidato. Perchè si verifica quello che avevamo detto, essendo i tempi stretti, non fanno in tempo a mandare la tessera anche a chi l'ha richiesta. La Roma richiede un'autocertificazioni dove si dichiara di aver richiesto la tessera, i controlli saranno postumi. E quindi nel frattempo ci sarà un permesso provvisorio, il che è un clamoroso controsenso perchè io posso essere la persona più diffidata, condannata ed andare allo stadio, salvo poi in un secondo tempo, mi ritirano la tessera. Ma se la sicurezza è l'obiettivo, questo è davvero un controsenso.
I Laziali hanno adottato una scelta radicale che condivido ma essendosi formati quattro mesi fa, sapendo già della tessera, potevano evitare di formarsi. In curva sud non faranno abbonamenti a livelli di gruppi ed acquisteranno i biglietti partita per partita.

tratto da www.infoaut.org

17 settembre 2010

Carcere e psichiatria: il caso di Giuseppe D.

Un uomo ultrasettantenne è stato internato nel manicomio criminale di Reggio Emilia al culmine di 14 anni di persecuzione psichiatrica e processuale.
Motivo principale della persecuzione è che la figlia del vicino del piano di sotto è una psichiatra.
Il Telefono Viola è intervenuto a fianco del suo avvocato (Carmen Pisanello di Reggio Emilia), ma al momento la situazione non si è ancora risolta. Il Sig. Giuseppe D., coadiuvato dall'Avv. Pisanello, ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, in seguito alla negazione da parte del Tribunale di Sorveglianza di Bologna del diritto all'appello contro la proroga dell'internamento(decisione successivamente confermata dalla Cassazione).
La Corte Europea tarda a prendere una decisione, pertanto in accordo con il Sig. Giuseppe, il suo avvocato e i familiari, abbiamo scelto di diffondere in internet la documentazione raccolta e prodotta dal Telefono Viola su questo caso.
La speranza è che prima o poi finisca sotto l'attenzione dei giudici europei, accelerandone le decisioni.

DIFFONDETE il documento, datene visibilità sul vostro blog, social network (facebook, twitter, ecc.).

Aiutiamo Giuseppe D. a uscire dall'incubo!


La documentazione è possibile scaricarla e leggerla andando sul sito del telviola www.ecn.org/telviola


COLLETTIVO DEL TELEFONO VIOLA DI MILANO-T28 OCC.
via dei transiti 28
02.2846009
tutti i mercoledi dalle 17.00 alle 20.00
segreteria attiva 24 su 24

Napoli: Carica della polizia contro i manifestanti della Fincantieri

In via Santa Lucia gli operai stavano tenendo un sit-in.  Gli agenti sono intervenuti con una carica

Momenti di tensione questa mattina, che si sono conclusi con una carica, tra forze di polizia e operai aderenti alla Fiom dello stabilimento della Fincantieri di Castellammare di Stabia. Le tensioni sono avvaenute vicino alla sede della giunta regionale della Campania, in via Santa Lucia a Napoli. Gli operai hanno rallentato il traffico sia in via Santa Lucia sia in via Caracciolo.
Gli operai hanno chiesto di essere ricevuti dagli amministratori regionali ma l'incontro non c'è stato, perché non era stato fissato in precedenza. Subito dopo la polizia, secondo quanto ha riferito la questura, ha cercato di fissare un incontro urgente in prefettura. Gli operai, secondo quanto riferito dalle forze dell'ordine, non hanno voluto lasciare la zona - dove i disagi sono stati notevoli - e quindi gli agenti sono intervenuti dapprima con una azione di alleggerimento e successivamente con una carica.
«Giudichiamo del tutto ingiustificate,gravi e inaccettabili le cariche che le forze dell'ordine hanno effettuato a Napoli contro i lavoratori della Fincantieri e i dirigenti dei sindacati dei metalmeccanici che, nel corso di una manifestazione unitaria, avevano raggiunto la sede della Regione Campania al fine di poter avere una sede di discussione sulle strategie industriali e sul futuro del cantiere navale di Castellammare di Stabia». Lo dichiara il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini.
«Giudichiamo altresì inspiegabile e irresponsabile - aggiunge - il comportamento della Regione Campania che, da qualche tempo, rifiuta i necessari momenti di confronto con le organizzazioni sindacali e con le rappresentanze dei lavoratori. Tutto ciò, di fronte all'aggravamento della crisi industriale, che colpisce i lavoratori e mette a rischio il loro futuro occupazionale, non fa altro che alimentare la tensione sociale. Una tensione che, al contrario, le Istituzioni avrebbero il dovere di considerare come un terreno prioritario del loro impegno».
"Le pesantissime cariche della polizia nei confronti dei lavoratori della Fincantieri di Castellammare di Stabia, che chiedevano semplicemente un incontro alla presidenza della Regione Campania, chiamano in campo le responsabilità della Regione stessa, ma anche quelle del Governo". Lo dichiara il presidente del comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi. "Il Governo - prosegue - è totalmente inadempiente nei confronti della crisi della cantieristica navale. L'allora ministro dello Sviluppo economico, Scajola, aveva assunto degli impegni per nuovi investimenti e per creare lavoro, impegni che sono rimasti totalmente lettera morta. Dopo il lungo vuoto ministeriale, Fim, Fiom, Uilm hanno chiesto una convocazione a Palazzo Chigi, cui sinora non è stato dato alcun riscontro. Ora, dopo questa vergognosa assenza del Governo, la Regione Campania rifiuta di ricevere i lavoratori e la polizia li carica brutalmente, colpendo anche il segretario della Fiom di Napoli".

Bruno Bellomonte, l'indipendentista senza libertà

Accusato di terrorismo, ma senza prove, Bruno Bellomonte è in carcere da più di un anno. Attorno a lui, candidato a sindaco di Sassari con l'1,2% dei voti, un'ampia solidarietà.


“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Così recita la prima parte dell’articolo 3 della Costituzione. I cittadini sono uguali di fronte alla legge senza distinzione di opinioni politiche. Ma solo sulla carta. Il caso di Bruno Bellomonte è infatti un chiaro esempio di repressione sulla base delle opinioni politiche e di una militanza scomoda.
61 anni, siciliano, Bellomonte è un capostazione delle Ferrovie dello Stato a Sassari, dirigente comunista e indipendentista dell’organizzazione A Manca pro S’Indipendentzia (a Sinistra per l’Indipendenza, ndr) e sindacalista. Conosciuto in tutta la Sardegna per le battaglie compiute sempre, come si dice, “alla luce del sole”.
Bellomonte è stato arrestato a Rom il 10 giugno del 2009 con l’accusa - basata solo su intercettazioni ambientali - di avere preso parte ad un tentativo di riorganizzazione del brigatismo rosso in occasione del G8 della Maddalena, poi spostato all’Aquila. Avrebbe contribuito alla progettazione di un attentato alle navi dei “Grandi della terra” con modellini radiocomandati (in realtà, in quei mesi Bellomonte, dirigente di primo piano di aMpI, era impegnato nella preparazione del controvertice delle Nazioni senza stato). Nel luglio dello stesso anno, dopo un mese e mezzo di carcerazione, l’indipendentista di sinistra è stato trasferito da Regina Coeli al carcere di Siano, in Calabria, il penitenziario più difficile da raggiungere dalla Sardegna.
Bellomonte è da più di un anno in galera, da innocente. E, da innocente, è stato licenziato da Trenitalia. Candidato a sindaco della città di Sassari nelle amministrative di maggio per la lista di aMpI, l’indipendentista “presoneri” (prigioniero, ndr) ha ottenuto l’1,2 per cento delle preferenze. Un risultato tutt’altro che trascurabile, tenendo conto dell’esclusione dalle tribune elettorali e di un oscuramento mediatico pressoché totale.
Attorno a Bellomonte si è creato un movimento di solidarietà che è andato oltre i confini della sua organizzazione politica e della rete delle amicizie. I sindacati di base Orsa e Usb si sono pronunciati contro il licenziamento. Una serie di movimenti e organizzazioni indipendentiste (a eccezione dell’Irs di Ornella Demuru e Gavino Sale, che pure non avevano presentato liste alle comunali) hanno sostenuto la sua candidatura a primo cittadino di Sassari. Anche Sinistra Critica ha voluto sposare questa battaglia di libertà invitando a votare “Bellomonte sindaco”. Non solo, Rifondazione comunista, nel suo Comitato politico nazionale, ha approvato all’unanimità un ordine del giorno in solidarietà al dirigente di aMpI. Il comitato Lavoratori pro Bellomonte promosso dal “Minatore Rosso”, Antonello Tiddia, ha raccolto centinaia di firme in solidarietà al ferroviere indipendentista: tra i primi firmatari lo scrittore Valerio Evangelisti e decine di dirigenti politici (da Sinistra Critica a Sel, dal Prc al Pcl) e sindacali e rappresentanti di Comitati e movimenti.
Tutta questa solidarietà non è casuale. Come detto, in Sardegna in tanti conoscono Bruno Bellomonte. E in tantissimi sono a conoscenza delle vicende dell’operazione Arcadia nel 2006, quando, senza entrare nei particolari della vicenda, Bellomonte passò 18 giorni nel carcere cagliaritano di Buoncammino sulla base di accuse false, fondate su intercettazioni ambientali fittizie. “Sono stato scarcerato – aveva dichiarato il comunista indipendentista all’Unione Sarda il primo agosto del 2006 - a solo perché ho avuto la fortuna di poter dimostrare di non essere l’autore dell’attentato di Porto Cervo che mi veniva addebitato, visto che in quel periodo stavo mangiando cous cous in Tunisia. Loro però hanno sentito ‘Brù’ in un’intercettazione (fatta in Sardegna quando Bellomonte era in Tunisia, ndr) e subito hanno dedotto: in A Manca c’è un Bruno, quindi è Bellomonte. E badate che se non fossi andato in un paese dove è necessario vistare il passaporto ora sarei ancora a Buoncammino”.
Questi i meccanismi di un sistema giudiziario che, nonostante le 3mila firme raccolte con una petizione popolare, non rispetta nemmeno il criterio della territorialità della pena. Principio che (secondo una legge del 1975 ed un protocollo d'intesa tra Stato e Regione Sardegna) prevede che i detenuti condannati o in attesa di giudizio scontino la pena in istituti prossimi alla residenza delle loro famiglie.


Fabrizio Ortu  da il megafonoquotidiano

16 settembre 2010

Napoli: Irruzione della Guardia di Finanza al centro sociale Officina 99. 7 compagne/i fermati

Irruzione della guardia di finanza nel centro sociale Officina 99 a Napoli. I giovani all’interno sono stati identificati e trattenuti. Sono state identificate 12 persone e  sette le/i compagne/i fermate/i in seguito alla perquisizione effettuata presso il centro sociale Officina 99 a Napoli. La loro posizione è al vaglio degli inquirenti, ma dovrebbero; sequestrati materiali, computer Un centinaio di militanti presidia la caserma che è praticamente di fronte il centro sociale. La finanza si è presentata con un giornalista del Roma, quotidiano della destra napoletana. Non potrebbe essere più chiara la provocazione. 
Obiettivo della Guradia di Finanza una piccola coltivazione di marijuana che si trovava sul terrazzo del centro sociale di via Granturco. I militari hanno sequestrato le piante Non è chiaro al momento se il Pm deciderà di trasformare il fermo in arresto e se rilascerà tutti in giornata.
 «Le piante generalmente vengono utilizzate nella "festa del raccolto" a novembre – spiega uno degli attivisti – Da anni come tutti sanno siamo impegnati in una campagna antiproibizionista e la festa è un momento clou di questo percorso. In una città dove il narcotraffico è una delle maggiori attività della criminalità organizzata è assurdo che si arrestino persone solo perché hanno coltivato alcune di piante di marijuana al solo scopo di attuare una protesta simbolica contro le politiche proibizioniste nei confronti delle droghe leggere. Questa operazione ha il sapore di una mossa elettorale».

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Comunicato stampa
 
Comunicato Stampa del Centro Sociale Officina 99

La destra comincia la sua campagna elettorale suonando una cover vecchissima: quei "drogati dei centri sociali"....! Con un'operazione palesemente telecomandata e una giornalista de il Roma "Embedded", intorno alle 12 di oggi alcuni personaggi in borghese poi qualificatisi come appartenenti alla guardia di Finanza sono entrati all'interno del Csoa Officina 99 di Via Gianturco per verificare sulla base di "segnalazioni ricevute" la presenza di piante di Canapa. Guarda caso il giorno dell'avvio della festa annuale in strada, probabilmente per avere piu pubblicità...
Dopo una lunga perquisizione sono state sequestrate alcune piante presenti sul terrazzo e identificate tutte le persone presenti dentro e fuori il centro sociale, che lavoravano alla preparazione della 1 giornata di "adunata Sediziosa" XI festa dell'autorganizzazione e dell'antagonismo campano. Le 7 persone impegnate con la cucina sono state addirittura portate nella caserma di via Gianturco perchè, a differenza di chi allestiva gli stands, era dentro il palazzo!! Un presidio con decine di attivisti si è immediatamente costituito fuori la caserma per chiederne l'immediato rilascio! Per gli avvocati sarebbe tragicomico se, in uno spazio sociale aperto a tutti, 6 persone impegnate nella cucina, si vedano assegnata qualche responsabilità particolare per delle piante trovate sul terrazzo. In un altro qualunque momento ne avrebbero trovate altre venti, di persone, o anche migliaia durante un'iniziativa come stasera.
Tutti sanno invece che da anni sul terrazzo del centro, del tutto pubbliche e visibili, ci sono alcune piante di canapa come simbolo e provocazione politica contro le leggi proibizioniste che continuano a fare morti e profitti per le organizzazioni mafiose. E' politicamente e moralmente vergognoso che in una città come la nostra dove il proibizionismo consegna uin potere enorme alle narcomafie si facciano blitz farsa come questo a scopo di propaganda.
Il centro sociale che da anni ha un consolidato riconoscimento nel quartiere, che svolge in continuazione attività, corsi e serate, cui la cittadinanza riconosce un ruolo chiave nella salvaguardia ambientale dell'area, continua ad essere attaccato per una battaglia politica che continuerà a svolgere, contro una legge infame, la Fini-GIovanardi, che sta riempiendo le carceri di giovani consumatori senza risolvere i problemi e contro la demonizzaziuone della canapa che ha solo ragioni speculative.
A più tardi nuove info sulla situazione dei fermati.

Csoa Officina 99



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7 detenuti sono morti negli ultimi 10 giorni, tra suicidi e malasanità carceraria

7 detenuti sono morti negli ultimi in 10 giorni: 3 suicidi, 3 per cause ancora da accertare, 1 per malattia. Da inizio anno sono già 44 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (37 impiccati, 5 asfissiati col gas, 1 avvelenato con dei farmaci e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 125.

Torino, 16 settembre 2010 - Placido Caia, 64 anni viene ritrovato morto in cella nel carcere delle Vallette. Caia affiliato alla ‘ndrangheta calabrese, avrebbe finito di scontare la pena nel 2016. Dalle prime indiscrezioni pare che la morte sia dovuta a cause naturali.

Prato, 15 settembre 2010 - Un detenuto 40enne di origini campane muore in una cella del carcere Dogaia, presumibilmente per un problema cardiaco. L’uomo viene trovato già cadavere e tutti i soccorsi sono vani. Tocca poi ai servizi funebri della Misericordia trasportare la salma all’Istituto di anatomia patologica, dove verrà eseguita l’autopsia, su disposizione del sostituto procuratore Sergio Affronte.

Torino, 14 settembre 2010 - Rodolfo Gottardo, 50 anni, in libertà vigilata, si uccide davanti ai Carabinieri che volevano riportarlo in carcere, da dov’era uscito dopo aver scontato 20 anni di pena per tentato omicidio e rapina. Tossicodipendente e sieropositivo, lavorava come magazziniere in una cooperativa. In carcere aveva anche recitato per il film "Tutta colpa di Giuda", regista Davide Ferrario, protagonista Luciana Littizzetto. Fuori non ha saputo cambiare il copione di una esistenza alla deriva.

Napoli, 8 settembre 2010 - Francesco Consolo, 34 anni, di origini pugliesi, detenuto nella Sezione Transessuali del carcere di Poggioreale, si uccide asfissiandosi con il gas dalla bomboletta data in dotazione ai detenuti per cucinare in cella. Lo ritrovano steso sulla branda, con un sacchetto di plastica in testa e la bomboletta di gas accanto.

La Spezia, 8 settembre 2010 - Ivan Maggi, 22 anni, si impicca in cella la notte del 5 settembre. Viene soccorso ancora in vita, ma le sue condizioni appaiono subito gravissime, a causa dei danni cerebrali provocati dall’anossia. Ricoverato al centro di Rianimazione dell’ospedale Sant’Andrea, il giovane non sopravvive. Viene dichiarato clinicamente morto dopo 3 giorni di coma.

Pisa, 5 settembre 2010 - Moez Ajadi, tunisino di 33 anni, detenuto presso il carcere Don Bosco di Pisa, accusa problemi respiratori e dolori polmonari, perciò viene ricoverato al Centro clinico penitenziario. La sua situazione clinica comincia a peggiorare e ne viene disposto il trasferimento immediato presso una struttura civile più attrezzata, l’Ospedale Santa Chiara, ma muore in ambulanza ancor prima di arrivare al pronto soccorso. La procura ha aperto un’inchiesta, per fare piena luce sul fatto e per stabilire se vi sono eventuali responsabilità.

Napoli, 5 settembre 2010 - Giuseppe Coppola, 60 anni, detenuto nel carcere di Poggioreale accusa forti dolori al petto. In infermeria gli somministrano un antidolorifico e lo rimandano in cella. Dopo un paio d’ore Coppola ha un nuovo malore e sviene. Viene chimata l’autoambulanza, ma l’uomo muore durante il tragitto verso l’ospedale.


fonte: Ristretti Orizzonti


14 settembre 2010

Torino: "Gridavo basta ma i poliziotti continuavano a colpire"

Un’aggressione terribile che mi segnerà tutta la vita. Mai avuto tanta paura. Mi stavano ammazzando di botte». Marinella Alotto (nella foto), 46 anni, ambulante di Borgone parla a fatica da un letto della stanza 9 del reparto di ortopedia dell’ospedale di Susa dov’è ricoverata dalla tarda serata dell’altro ieri. I medici dopo i primi accertamenti effettuati nella mattinata anche alle Molinette di Torino l'hanno giudicata guaribile in 30 giorni. Ha una frattura al setto nasale, un trauma cranico con ferita lacero contusa, piccole fratture agli zigomi sotto gli occhi e lesioni varie in tutto il corpo, in particolare sul braccio destro e al basso ventre, dove oggi sarà sottoposta a esami più approfonditi. «E' come se fosse stata investita da un'auto» dice il marito Paolo Ala, anche lui ambulante, seduto accanto al suo letto. Marinella e Paolo erano fra quei circa trecento No Tav che alle 19 dell’altra sera si sono scontrati con le forze dell’ordine che li hanno caricati per difendere il sito S72 in frazione Coldimosso di Susa.

Cosa è accaduto? Almeno secondo la vostra versione?

«Era la solita protesta No Tav. Come abbiamo sempre fatto. Non abbiamo attuato particolari gesti provocatori. Non è vero che abbiamo lanciato pietre. Sono partiti in direzione dei poliziotti solo alcuni palloncini colorati e pieni di acqua e poi i soliti slogan come "Sarà Dura, non ci piegherete” e altri ma niente di più».

Ma allora?

«Ad un certo punto ho sentito delle urla tremende che arrivavano dai poliziotti in tenuta antisommossa. Era partita la carica contro di noi ma ce ne siamo accorti in ritardo perché era notte e avevamo i fari contro. C’è stato un fuggi-fuggi generale verso i boschi. Purtroppo sono caduta. In quattro mi sono arrivati sopra ed hanno iniziato a colpirmi con i manganelli sul viso e sul braccio con il quale cercavo di proteggermi. Urlavo ”basta, basta”, ma loro continuavano a picchiarmi. Sono poi arrivati, un ragazzo e una ragazza, che mi hanno aiutata ad alzarmi ed a raggiungere la statale 24».

Poi vi siete persi di vista, vero signor Paolo?

«Solo quando sono arrivato sulla statale 24 sono riuscito a parlare con Marinella ed ho saputo che era ferita. Quando sono arrivato al presidio dell'autoporto mi sono accorto della gravità del fatto, aveva il viso cosparso di sangue. L'ho caricata in auto e subito accompagnata al pronto soccorso. Domattina (oggi, ndr) sarà sottoposta ad intervento chirurgico, in seguito alla frattura del setto nasale, la operano alle Molinette di Torino».

fonte: la Stampa

Questura e fascisti: democrazia della repressione

Negli ultimi anni i politicanti di destra, rincorsi da una certa sinistra (Violante in testa) hanno teso la loro azione al revisionismo storico, allo stravolgimento dei valori dati dalla Resistenza. In questa situazione il riapparire sulla scena di gruppi nostalgici di chiara ispirazione neofascista e neonazista è tutt'uno col tentativo di garantire loro agibilità politica e fisica.
In questo frangente chi lotta per la salute, per la difesa dei territori, per i diritti degli immigrati e dei lavoratori si trova ad essere oggetto dell'attacco e delle minacce di costoro.
E' così che coloro che ancora si ispirano ai valori dell'antifascismo si siano mobilitati in occasione di queste apparizioni.
Tra ottobre e novembre 2009 siamo stati protagonisti a Novara e a Vercelli di due momenti di antifascismo militante, fatti a cui sono seguite ben 35 denunce che hanno colpito antifascisti di Novara, Vercelli e Biella.
Il 31 ottobre scorso il comune di Novara ha concesso lo spazio pubblico della Barriera Albertina al Partito nazional popolare per l'unificazione dell'area che, tra gli altri, aveva invitato esponenti di Forza nuova ed ex repubblichini, per parlare di F 35; un chiaro tentativo di confondere le acque rispetto alla lotta che a Novara porta avanti l'Assemlea permanente No F 35.
In quell'occasione, per impedire la riunione, una ventina di persone hanno occupato l'area antistante lo stabile, hanno subìto violenza da parte delle forze dell'ordine, ma sono riusciti ad ottenere lo spostamento dell'assemblea fascista in un altro luogo.
Il 28 novembre a Vercelli, sempre una ventina di militanti, si è opposta alla presenza di Forza nuova, partito neonazista che sta tentando il proprio ingresso in città.
Il fatto che questure e procure si prodighino per colpire i militanti antifascisti è un chiaro segnale del tentativo di criminalizzare e spegnere ogni voce di dissenso che denuncia l'inaccettabilità di queste presenze nelle nostre città, mentre si lascia spazio a formazioni che, forti di coperture istituzionali, si rendono colpevoli o ispiratrici di aggressioni a tutto ciò che è "diverso".
Chiediamo che tutti i sinceri antifascisti pongano la loro attenzione a quello che sta succedendo nei nostri territori, che chi, forte dei valori della Resistenza, si mobiliti insieme a noi perché non siano concessi spazi pubblici a chi si fa portatore di ideali di odio e sopraffazione, in contrasto, con lo stesso dettato costituzionale che qualcuno dice di voler difendere.



Pirati delle Risaie -VERCELLI-
CSA Mattone Rossa -VERCELLI-
Collettivo Stella Rossa -BIELLA-
Circolo Banditi d'Isarno -NOVARA-

10 settembre 2010

Secondo uno psicologo inglese è la polizia che genera violenza negli stadi


Clifford Stott è un professore di Psicologia Sociale dell’Università di Liverpool che negli ultimi anni ha centrato il suo lavoro docente e l’attività divulgativa sull’interazione tra i tifosi più radicali delle squadre di calcio e le forze di polizia. Per questo motivo è stato invitato ad una Conferenza il prossimo 13 settembre a Jena in Germania da parte degli Ultras del Carl Zeiss, squadra militante nella terza divisione tedesca. Il portale “Taz”, uno dei più affermati mezzi di comunicazione digitali tedeschi, lo ha intervistato. Nonostante i suoi studi siano per lo più rivolti ai contesti britannici e tedeschi, alcune considerazioni si possono facilmente applicare a tutti i paesi europei.


Mr. Stott, di chi è la colpa della violenza negli stadi? Dei tifosi o della polizia?
La maggior parte delle situazioni si risolvono con l’uso della forza da parte delle forze di polizia.

Però la polizia deve prevenire la violenza negli stadi?
Si, però quando si arriva al punto cruciale degli scontri tutto dipende dalla cooperazione tra i partecipanti e, in generale, il gruppo più poderoso e numeroso negli stadi è la polizia. E come risolve la polizia questi momenti? Solitamente accrescendo la situazione violenta.

Perchè crede che si producano questi errori?
La polizia quando si incarica di seguire le grandi masse tende a soffocare agitazioni e piccoli disordini perché crede che possano essere una minaccia per creare una situazione violenta più grave. Ma, dagli studi sulla dinamica dei gruppi, abbiamo appurato che quando la violenza poliziale è inappropriata si creano le condizioni per una scalata in chiave conflittiva della situazione. La polizia crede che le masse siano violente e pericolose di per se, e che di conseguenza deve agire per arginarle preventivamente. Ironicamente, facendo ciò, l’unica cosa che ottiene è seminare i semi di una nuova violenza.

I tifosi non hanno colpe?
Sicuramente tra i tifosi di calcio c’è gente che è propensa alla violenza. Però il problema dell’ordine pubblico non è agire come i tifosi. Tra fans e polizia è possibile lavorare a lungo termine rafforzando e facendo prevalere il dialogo.

Come possono tifosi e polizia favorire questo diálogo?
Esistono canali di comunicazione, come i fan-projeckts in Germania per esempio, che sono un esempio molto efficace della costruzione di ponti comunicativi tra la polizia e i tifosi. Il Borussia Möenchengladbach è un esempio da seguire per il livello di mediazione che si crea tra i due intermediari. Ma questi canali di comunicazione sono spesso perturbati dall’eccessivo potere della polizia. Si deve far capire alle forze di polizia che oltre all’uso della forza si possono sviluppare alternative molto valide basate sulla comunicazione.

Un esempio che si dovrebbe seguire...
Si, ma in realtà è molto più complicato, perché la polizia ottempera al suo monopolio del potere, che tradizionalmente è associato all’uso della forza. Questo è ciò che dovrebbe cambiare. Le forza di polizia devono trovare la forma di interagire con i tifosi, senza la minaccia preventiva di una esplicita carica. Non è semplice, però per esempio in Svezia e Norvegia esistono delle unità speciali che si chiamano “operatori di dialogo” della polizia, il cui ruolo è costruire connessioni personali con i fans. Per fare ciò, però, è necessario innanzitutto un cambiamento strutturale, culturale e organizzativo nelle forze di polizia di tutta Europa. Per esempio si potrebbe promuovere un programma internazionale di formazione a carico della Commissione Europea.

Ci sono antecedenti della coesistenza pacifica tra tifosi e polizia?
Si, nel Mondiale 2006 in Germania, a Francoforte, per esempio, un team di mediazione comunicativa della polizia è riuscito a mantenere la calma tra i supporters inglesi. In molti frangenti si trovarono di fronte a grandi masse di tifosi inglesi che cercavano lo scontro con i loro omologhi tedeschi, ma riuscirono a mantenere la situazione calma senza l’utilizzo della forza.

Lei crede che parlando un po’ con gli ultras si può evitare la violenza?
Si, ciò a volte è sufficiente. Un esempio: gli hooligans tedeschi avevano attaccato i fans inglesi in un bar di Francoforte; il giorno dopo circa 300 inglesi si riunirono di fronte a un pub britannico all’incrocio con un'altra strada. La situazione era evidente: come sarebbero arrivati i tedeschi sarebbero iniziati gli scontri. Quando arrivò la voce che i tedeschi si stavano dirigendo verso il bar, 300 inglesi ubriachi si misero in marcia per andargli incontro. In quel momento alcuni operatori della polizia di Francoforte passarono davanti ai supporters e con un megafono pronunciarono in inglese un piccolo discorso che diceva pressappoco “Perché non tornate al bar? Non c’è nessun problema. Non ci sono tedeschi dall’altra parte. E’ solo una voce”. Gli inglesi si voltarono e tornarono al bar. Al contrario, se la polizia avesse caricato, come fa di solito, i tifosi si sarebbero scontrati e la situazione sarebbe peggiorata di molto.

Che pensa dei divieti di accesso alle manifestazioni sportive?
Dipende dal tipo di divieto. Potrebbero essere un buon strumento se utilizzati in maniera giusta, però spesso non è così. So che in Germania i tifosi manifestano un grande risentimento nei confronti di queste misure e credo che questo risentimento sia giustificato in qualche modo. Negli stadi è fondamentale il diritto alla libera circolazione e poter ricorrere alla sanzione corrispondente come succede in Gran Bretagna, ma in Germania la cosa viene maneggiata in maniera diversa e sono i Club stessi o la Federazione che possono imporre il divieto di accesso, senza possibilità di appello. La nostra posizione è che queste misure, come il divieto di accesso o altre restrizioni di diritto, sono necessarie perché la polizia opera in un determinato modo. Se le operazioni di ordine pubblico si eseguirebbero in maniera più ragionevole e dialogante non ci sarebbe bisogno dell’imposizione di tutte queste sanzioni e proibizioni.

Link all’intervista originale in tedescho:
 http://www.taz.de/1/sport/artikel/1/manchmal-reicht-ein-bisschen-reden-1/



Biografia e opere del Psicologo in inglese:
http://www.liv.ac.uk/Psychology/staff/cstott.html

(Traduzione in italiano di Andrea Greco)

fonte: SenzaSoste

9 settembre 2010

Napoli: nel carcere di Poggioreale 3 detenuti morti in pochi giorni


Il primo è deceduto dopo aver assunto un “mix di farmaci”, il secondo è stato stroncato da un infarto, l’ultimo in ordine di tempo ha inalato gas e aveva un sacchetto di plastica infilato in testa, le indagini appureranno se si è trattato di un suicidio e di tentativo di “sballo” concluso tragicamente. Da inizio anno salgono a 125 i detenuti morti, tra suicidi, malattia e le c.d. cause da accertare”.
“Nel carcere Poggioreale di Napoli e per giunta nello stesso padiglione, ovvero nella stessa palazzina chiamata Roma, sono morti nel giro di pochi giorni tre persone detenute”. Lo affermano in una nota Riccardo Arena, che cura la rubrica Radiocarcere su Radio Radicale e Ristretti Orizzonti. “Il primo detenuto è morto il 24 agosto, ma la notizia si è appresa solo oggi. Si chiamava Sergio Scotti ed è morto dopo aver assunto un mix di farmaci (Sanax e Rivodril) introdotti fraudolentemente in cella.”
“Invece”- precisano Radiocarcere e Ristretti Orizzonti - “domenica 5 settembre, durante la notte, è morto un altro detenuto, a causa di un infarto. Si chiamava Giuseppe Coppola, di 60 anni, ed era detenuto sempre nel padiglione Roma del carcere di Poggioreale. Pare che Coppola, verso le tre di mattina, si sia sentito male ed abbia accusato dolori al petto. Portato in infermeria, gli è stato somministrato un semplice antidolorifico (Toratol) ed è stato rimesso in cella. Non è chiaro se il medico lo abbia visitato o meno. Dopo un paio d’ore Coppola si è di nuovo sentito male tanto che è svenuto in cella. E’ morto durante il trasporto in autoambulanza stroncato da un infarto.”
“Ieri sera, l’ultimo decesso” – affermano ancora Radiocarcere e Ristretti Orizzonti – “Infatti, sempre nel padiglione Roma del carcere di Poggioreale, è morto Francesco Consolo, di 34 anni. Consolo era detenuto nella sezione Transex, dove vengono ubicati tossicodipendenti, omosessuali e transessuali ed è morto dopo aver inalato il gas dalla bomboletta data in dotazione ai detenuti per cucinare in cella. È stato infatti ritrovato senza vita con un sacchetto di plastica in testa e la bomboletta di gas accanto.
Rita Bernardini, deputato Radicale, sentita al riguardo ha dichiarato: “125 detenuti sono morti dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane: questi sono ‘omicidi di Stato’, con l’aggravante che lo Stato è consapevole di ciò che fa e non si vuole ravvedere. Prova ne è il Decreto legislativo sul trasferimento all’estero dei detenuti stranieri comunitari, approvato l’altro ieri dal CdM: un provvedimento insufficiente, anzi inutile, per affrontare l’emergenza del sovraffollamento carcerario.”


fonte: Ristretti Orizzonti


La Spezia: Muore il detenuto 22enne che si era impiccato domenica scorsa

Ivan Maggi, 22 anni, si era impiccato domenica scorsa, 5 settembre, nel carcere di La Spezia. Era stato soccorso ancora in vita, ma le sue condizioni erano apparse subito gravissime a causa dei danni cerebrali provocati dall’anossia ed era entrato in un coma profondo. Ricoverato al centro di Rianimazione dell’ospedale Sant’Andrea il giovane non ha mai ripreso conoscenza. Alle 12.30 di ieri è stato dichiarato clinicamente morto. Alle 15.30 è iniziata, come prevede la legge, l’osservazione che dura sei ore. La scorsa notte sono arrivati dal Centro regionale trapianti del San Martino le équipe che hanno prelevato gli organi del giovane, poi trasportati in altri ospedali italiani dove ci sono lunghe liste di attesa. Peraltro lo stesso ventenne aveva chiesto espressamente alla famiglia che, in caso di morte, avrebbe voluto donare i suoi organi. E i familiari, che sono sempre stati al suo capezzale, hanno subito acconsentito.
Il giovane era in carcere dallo scorso 18 giugno con l’accusa di avere plagiato la fidanzata, una coetanea conosciuta nel 2008, costringendola a condividere con lui un’esistenza da clochard, fatta di stenti e furtarelli. La ragazza ha subìto anche dei ricoveri coatti per lo stress psico-fisico, finché i suoi genitori si sono rivolti ai Carabinieri denunciando Maggi.
In carcere il suo stato psichico era diventato sempre più precario. Non aveva mai risposto alle domande del giudice che lo aveva rinviato a giudizio. Il processo era fissato per il 4 ottobre prossimo. Forse l’avvicinarsi della data dell’udienza lo aveva profondamente scosso. L’amore per la sua ragazza era rimasto immutato. E il non vederla l’aveva fatto cadere in uno stato di profonda prostrazione. Il suo avvocato di fiducia, Federico Lera, ha sempre sostenuto l’innocenza del suo assistito.
Da inizio anno a livello nazionale salgono così a 44 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (37 impiccati, 5 asfissiati col gas, 1 avvelenato con dei farmaci e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 122 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.681, di cui 601 per suicidio). Inoltre sono avvenuto altri 2 suicidi di persone “detenute”, seppur non ristrette in carcere: Tomas Göller, semilibero di 43 anni (che si è ucciso impiccandosi ad un albero in un bosco in Provincia di Bolzano per il timore di dover tornare in carcere) e Yassine Aftani, un tunisino di 22 anni che si è impiccato a nella “camera di sicurezza” della Questura di Agrigento dopo aver appreso la notizia che sarebbe stato rimpatriato.


fonte: Ristretti Orizzonti




Caso Uva: La famiglia chiede di indagare un carabiniere

Una relazione sentimentale con la moglie di un carabiniere che avrebbe fatto da scenario e «innesco» alla morte di Giuseppe Uva, l'artigiano deceduto nel giugno del 2008 in ospedale a Varese dopo essere stato fermato ubriaco in strada e trattenuto per alcune ore in caserma. Altri dettagli in un dossier che è sul tavolo del procuratore di Varese Maurizio Grigo. È questa l'ipotesi avanzata dai legali della famiglia, che oggi hanno depositato in procura a Varese un dossier con tre nuove testimonianze che parlano di «una frequentazione che è andata avanti per alcuni mesi».
La richiesta è quella di vagliare il nuovo materiale raccolto - anche se testimonianze in tal senso erano emerse già un anno fa - nell'ambito dell'indagine aperta nel settembre del 2009, di riesumare la salma ed effettuare una nuova autopsia con l'obiettivo di verificare la presenza di traumi o fratture sul corpo di Uva.
Il procuratore di Varese Maurizio Grigo incontrerà giovedì Fabio Anselmo, il legale della sorella di Uva, Lucia, e nei prossimi giorni gli inquirenti ascolteranno la testimonianza di Alberto Biggiogero, l'amico fermato assieme a Uva e portato in caserma, che nella notte aveva chiamato il 118 dopo aver sentito urla e rumori di colluttazione che provenivano dalla stanza dove si trovava Uva.
Biggiogero, nella denuncia presentata il 15 giugno del 2008, ha parlato anche di un carabiniere che, fermandoli, avrebbe detto a Uva «proprio te cercavo, te la faccio pagare». Nelle tre pagine del dossier il nome della donna che sarebbe coinvolta nella presunta relazione non viene citato. Gli amici di Uva parlano di un rapporto che andava avanti da tempo e che, secondo i familiari «potrebbe essere stata la molla che ha provocato il rancore da parte dei militari». Proprio con l'obiettivo di dimostrare la frequentazione attraverso scambi di telefonate o di sms, i legali hanno intenzione di chiedere un accertamento sui tabulati telefonici di Uva.
L'esistenza di una relazione amorosa, della quale aveva parlato per primo nei giorni scorsi Biggiogero, è confermata anche da Lucia Uva che ha raccontato di un rapporto «nato nel 2007 dopo un incontro in discoteca». «Tutti gli amici di Giuseppe sapevano che usciva con la moglie di un carabiniere - ha detto Lucia Uva - c'era stata una relazione che però nel 2008 era già finita». «Un militare da tempo mostrava un rancore particolare verso Giuseppe - ha concluso la sorella - e ogni volta che lo vedeva per strada cercava di provocarlo».

fonte: Il Messaggero

Viareggio: attentato alla sede del Prc

Una bomba carta ha mandato in frantumi i vetri della porta della sede di Rifondazione Comunista, federazione della Versilia, a Viareggio. E' successo stanotte qualche minuto prima dell'una: lo scoppio è stato sentito anche a notevole distante e ha richiamato subito l'attenzione degli abitanti delle case vicine alla sede del Prc, in via San Marino, vicino alla stazione ferroviaria.
Il petardo sarebbe stato lanciato tra la saracinesca e la porta a vetri. Una coppia di fidanzati avrebbe visto due giovani allontanarsi a piedi. Le indagini sono condotte dai carabinieri e i residui di polvere trovati saranno inviati al ris di Roma. "Seguiamo tutte le piste - dice il comandante della compagnia di Viareggio Andrea Pasquali - e non escludiamo nulla".
Dopo l'esplosione diversi rappresentati del partito sono arrivati davanti alla sede del Prc: tra questi l'ex vice presidente del Senato, Milziade Caprili, oggi consigliere comunale a Viareggio . "Non capiamo il motivo di questo gesto - dice Caprili -. E' già cominciata la campagna elettorale. Non é la prima volta comunque che siamo stati oggetto di vandalismi". Il giovane segretario della sezione di Prc Simone Forassiepi ricorda che "questo episodio segue l'incendio di una bandiera che si trovava fuori dalla sede, avvenuto alcuni mesi fa. Sono certo che si tratta di un fatto legato alla politica: se fosse stata una bravata di giovani ci sarebbero stati altri posti per collocare un petardo ed invece l'hanno messo davanti alla nostra sede".

8 settembre 2010

«Tso per i vagabondi» Alemanno a ruota libera


«Sindaco!! Dì quarcosa de destra!». E' sembrata una nemesi della celebre battuta di Nanni Moretti l'esibizione di ieri di Gianni Alemanno dopo l'incontro con il ministro dell'Interno Maroni.
Le avvisaglie c'erano già state nei giorni scorsi con i richiami alle deportazioni di cittadini rom comunitari messe in campo da Sarkozy, ma evidentemente non avevano sortito l'effetto propagandistico necessario. Aumentare la rapidità con cui verranno demoliti i campi rom ritenuti abusivi nella capitale? Troppo poco. Istituire il numero chiuso (non più di 6mila rom in città)? Improvvisare regolamenti per cui solo chi è presente sul territorio da almeno 10 anni potrà restare? Idee trite e ritrite che non finiscono neanche sulla stampa locale e non contribuiscono allo scopo per cui vengono sbandierate: far crescere il consenso di una amministrazione che in questi due anni si è distinta per inadeguatezza totale ad affrontare i problemi reali di tutte e tutti coloro che a Roma ci vivono, indipendentemente dalla loro provenienza.
Del resto gli annunci di Alemanno e quelli di Maroni sono interdipendenti: soluzioni ad effetto, sfoderamento di muscoli e cattiveria contro i più vulnerabili e poi spesso nulla di concreto. Il risultato è comunque che la percezione di insicurezza su cui si fonda la fabbrica della paura non è affatto sparita mentre le questioni sociali che ne sono causa ed effetto restano immutate. E allora ecco un bel "decreto sicurezza", l'ennesimo che il ministro si è impegnato a emanare entro 15 giorni - a detta di Alemanno - con tre bersagli precisi: rom, prostitute e senza fissa dimora. Avveniva anche 500 anni fa, l'ha ripetuto il fascismo e ci si riprova oggi con modalità pressappoco inalterate.
Esiste, a differenza del Ventennio, un soggetto chiamato Europa, che regola attraverso una direttiva del 2004 la libertà di circolazione. Direttiva che offre gli strumenti per bloccare l'afflusso delle persone non gradite, è sufficiente che rischiare di pesare sul bilancio sociale e che venire ritenuti pericolosi per la sicurezza pubblica. Non basta. Maroni, dice Alemanno, proporrà all'Ue di rendere ancora più restrittive le condizioni di movimento e di far sì che i singoli Stati possano agire indipendentemente dalla direttiva, per espellere magari intere comunità ritenute non integrate o "numericamente" troppo onerose. E per quanto riguarda in particolare la Capitale? Alemanno è in prima fila: non importa se il tanto decantato Piano nomadi sia un mistero in itinere, non importa se un giorno il sindaco dichiara di aver individuato le aree per 6 campi attrezzati e il giorno dopo diventano 3, non importa se i campi abusivi siano, a seconda della necessità di allarmare la popolazione, 100 o 200. Sgomberi e demolizioni, è questa la risposta, trovando poi soluzioni di accoglienza economicamente compatibili. «Non è accettabile che esistano strutture che costano 72 euro al giorno per ospite e strutture che ne costano 19», tuona il sindaco, senza spiegare quale mai possa essere la differenza e perché l'amministrazione garantisca convenzioni cosi diversificate.
Per eliminare la prostituzione non basta invece un'ordinanza comunale - scopre l'ineffabile sindaco - il meretricio si continua ad esercitare a cielo aperto e in tutti i quartieri, secondo la legge universale della domanda e dell'offerta. Ma anche per questo problema Alemanno ha pronta una soluzione immediata: rendere tale attività reato. Il tutto in un decreto legge. Come con i rom il risultato è garantito: maggiore invisibilità, ricattabilità e fragilità in cambio del tanto decantato "decoro urbano" di veltroniana memoria.
Terzo bersaglio: chi è senza fissa dimora, chi vive in condizioni di povertà estrema. L'idea, anche questa copiata di sana pianta da passati regimi, è quella del Trattamento sanitario «realmente obbligatorio» per i vagabondi. In pratica: homeless, mentalmente sofferenti o perfettamente lucidi non importa, trascinati contro la loro volontà e abbandonati per qualche giorno o settimana in strutture di contenzione e poi di nuovo fuori, nel freddo e nella polvere: ma nel frattempo un marciapiede, un angolo riparato saranno rimasti "puliti", non più ingombri di cartoni e frammenti di vita.
Frasi ad effetto forse, per riacquistare credibilità. Polvere nascosta sotto il tappeto come strategia di governo e campagna elettorale strisciante, purtroppo cogliendo un malessere diffuso. Ieri, oltre al mistero pestaggio di un "branco" che ha ridotto in fin di vita un uomo alla Magliana, in un altro quartiere periferico, Tor Sapienza, un'aggressione ha scatenato la rabbia della popolazione, in particolare contro rom e transessuali. Una problematicità, quella delle periferie che andrebbe affrontata con piani di sviluppo sociale inclusivi, altro che demolizioni. Ma per contrastare il sindaco che soffia sul fuoco, occorrerebbe una sinistra capace di affermare che la vera sicurezza è quella che passa per maggiori risorse per il welfare.

Stefano Galieni

6 settembre 2010

Il carcere continua a fare vittime: un detenuto tunisino di 33 anni muore a Pisa

È la 121esima persona “morta di carcere” dall’inizio dell’anno. Era stato arrestato il 16 giugno scorso, perché sprovvisto di permesso di soggiorno. La Procura indaga sulle cause della morte: malore provocato da una overdose di farmaci, oppure suicidio?

È stato un malore causato da un mix di farmaci assunti in modo sbagliato a stroncare la vita di Moez Atadi, tunisino di 33 anni, detenuto presso il carcere Don Bosco di Pisa? La procura ha aperto un’inchiesta per fare piena luce sul fatto e per stabilire se vi sono eventuali responsabilità.
Stando ad una prima ricostruzione dell’accaduto, il tunisino ha incominciato a sentirsi male tra venerdì e sabato scorso. Come di prassi, il detenuto è stato subito ricoverato presso il Centro Clinico del “Don Bosco”, un centro questo di alto livello visto che è punto di riferimento di altre case circondariali.
Il tunisino accusava problemi respiratori e dolori polmonari ma nulla lasciava presagire al peggio. La sua situazione clinica ha cominciato a peggiorare nella nottata e quindi è stato disposto il trasferimento immediato presso una struttura civile più attrezzata come l’ospedale Santa Chiara ma sembra che l’uomo sia deceduto ancor prima di arrivare al pronto soccorso. Il corpo del tunisino è attualmente presso l’istituto di medicina legale a disposizione della procura.
Il pm Antonio Giaconi ha aperto un fascicolo d’indagine ed ha disposto l’autopsia che verrà eseguita domani dal medico legale Marco Di Paolo. Saranno decisivi i prelievi ematici che serviranno per gli esami tossicologici che dovranno accertare la natura e le reali conseguenze del mix di farmaci ingerito dal tunisino.
Per ora sembra l’ipotesi di un suicidio sembra improbabile, almeno stando ai racconti dei compagni di cella, che sono stati interrogati dalla polizia penitenziaria. Il tunisino era in carcere dal 16 giugno scorso perché inottemperante ai dispositivi della legge Bossi-Fini.
Con il decesso di Moez Atadi il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 121 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.681, di cui 600 per suicidio).

fonte. ristretti orizzonti

3 settembre 2010

Vittime delle forze dell’ordine: le famiglie danno vita a un’associazione


Sarà presentata ufficialmente il 25 settembre a Ferrara, nel quinto anniversario della morte di Federico Aldrovandi. La madre, Patrizia Moretti: «Un modo per unire le nostre voci e avere più forza. Lavoreremo perché non accada più»
 «Continuare a parlarne è la forma più duratura di giustizia». Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi ucciso il 25 settembre 2005 da quattro poliziotti, ha ancora voglia di far sentire la sua voce. Ma perché abbia più forza l’ha unita a quella delle famiglie Bianzino, Cucchi, Giuliani, Sandri e Uva. Nel quinto anniversario della morte di Federico, a Ferrara, verrà presentata l’associazione famiglie delle vittime delle forze dell’ordine. Quel giorno sarà anche la prima nazionale del documentario di Filippo Vendemmiati sul caso Aldrovandi.
«Sarà un’associazione aperta – racconta Patrizia Moretti – che nasce con due obiettivi: lavorare perché nessuno debba più vivere ciò che è accaduto a noi e ricucire il rapporto con le istituzioni». La madre di Federico tiene infatti a ricordare come, in questi anni, non abbia mai generalizzato le accuse, ma abbia sempre distinto i colpevoli dalle persone oneste. «Ho accusato di omicidio i quattro agenti condannati nel 2009 – precisa – e di depistaggio e falso i loro colleghi che hanno cercato di nascondere quanto era accaduto, mai la polizia nel suo complesso».
Quello del poliziotto è un mestiere delicato, «che va fatto con coscienza». È per questo che la madre di Federico sostiene l’importanza di una selezione sugli ingressi e della formazione. E parla della necessità di poter identificare gli agenti, cosa che oggi non è possibile. La strada da fare è ancora lunga, ma lei non si tira indietro ed è convinta che ognuno nel suo piccolo possa fare qualcosa. «Non credo che la gente voglia una polizia di cui avere paura – afferma –. Anche per questo la legge deve essere uguale per tutti. Oggi, purtroppo, non è così».
La notizia della decisione di costituirsi in associazione arriva a pochi giorni dall’anteprima veneziana del documentario «È stato morto un ragazzo» [8 settembre nelle Giornate degli autori]. «Il titolo è una sgrammaticatura, ma riflette la realtà. Abbiamo lottato a lungo contro le versioni ufficiali che via via ci venivano raccontate – racconta Patrizia Moretti – e che, puntualmente, venivano smentite».
Patrizia Moretti si aspetta molto dal film di Vendemmiati, «l’unico», a suo parere, che potesse girarlo. Il regista, di origine ferrarese, era un conoscente della famiglia [compagno di scuola di Lino Aldrovandi] a cui, durante la lavorazione, si è avvicinato molto. «Ha seguito il processo fin dall’inizio e conosceva bene la vicenda – chiarisce la madre di Federico – ma il film gli ha permesso di approfondirla sia dal punto di vista giornalistico che da quello umano».
Una conoscenza, quest’ultima, che, secondo Patrizia Moretti, è mancata a Mariaemanuela Guerra, il pubblico ministero a cui era stato assegnato il caso e che «non ha mai cercato di sapere chi era mio figlio o che cosa aveva fatto quel giorno. Non le importava di lui». Tanto che per i primi quattro mesi il fascicolo dell’indagine rimase vuoto e ci vollero il blog aperto da Patrizia Moretti e l’assegnazione a un nuovo pm per arrivare al processo. «Il fascicolo vuoto non è una mia invenzione – precisa – ma un fatto. Oggi, quel pm ha scelto di querelarmi per averlo detto. Non so perché lo abbia fatto, ma credo che per lei sia controproducente».
Nonostante tutte le falsità dette sul figlio, i depistaggi e le querele, Patrizia Moretti non ha perso la fiducia nella giustizia. «Non ho mai dubitato che la verità sarebbe venuta alla luce – racconta –. È vero, la condanna è piccola, ma nemmeno l’ergastolo avrebbe potuto restituirmi Federico. Ho lottato per dargli la giustizia che meritava. Credo che il film di Vendemmiati sia importante: potrà mettere mio figlio nella giusta luce e farlo vivere di nuovo, visto che lui non può più farlo».

fonte: redattore sociale

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