10 settembre 2010

Secondo uno psicologo inglese è la polizia che genera violenza negli stadi


Clifford Stott è un professore di Psicologia Sociale dell’Università di Liverpool che negli ultimi anni ha centrato il suo lavoro docente e l’attività divulgativa sull’interazione tra i tifosi più radicali delle squadre di calcio e le forze di polizia. Per questo motivo è stato invitato ad una Conferenza il prossimo 13 settembre a Jena in Germania da parte degli Ultras del Carl Zeiss, squadra militante nella terza divisione tedesca. Il portale “Taz”, uno dei più affermati mezzi di comunicazione digitali tedeschi, lo ha intervistato. Nonostante i suoi studi siano per lo più rivolti ai contesti britannici e tedeschi, alcune considerazioni si possono facilmente applicare a tutti i paesi europei.


Mr. Stott, di chi è la colpa della violenza negli stadi? Dei tifosi o della polizia?
La maggior parte delle situazioni si risolvono con l’uso della forza da parte delle forze di polizia.

Però la polizia deve prevenire la violenza negli stadi?
Si, però quando si arriva al punto cruciale degli scontri tutto dipende dalla cooperazione tra i partecipanti e, in generale, il gruppo più poderoso e numeroso negli stadi è la polizia. E come risolve la polizia questi momenti? Solitamente accrescendo la situazione violenta.

Perchè crede che si producano questi errori?
La polizia quando si incarica di seguire le grandi masse tende a soffocare agitazioni e piccoli disordini perché crede che possano essere una minaccia per creare una situazione violenta più grave. Ma, dagli studi sulla dinamica dei gruppi, abbiamo appurato che quando la violenza poliziale è inappropriata si creano le condizioni per una scalata in chiave conflittiva della situazione. La polizia crede che le masse siano violente e pericolose di per se, e che di conseguenza deve agire per arginarle preventivamente. Ironicamente, facendo ciò, l’unica cosa che ottiene è seminare i semi di una nuova violenza.

I tifosi non hanno colpe?
Sicuramente tra i tifosi di calcio c’è gente che è propensa alla violenza. Però il problema dell’ordine pubblico non è agire come i tifosi. Tra fans e polizia è possibile lavorare a lungo termine rafforzando e facendo prevalere il dialogo.

Come possono tifosi e polizia favorire questo diálogo?
Esistono canali di comunicazione, come i fan-projeckts in Germania per esempio, che sono un esempio molto efficace della costruzione di ponti comunicativi tra la polizia e i tifosi. Il Borussia Möenchengladbach è un esempio da seguire per il livello di mediazione che si crea tra i due intermediari. Ma questi canali di comunicazione sono spesso perturbati dall’eccessivo potere della polizia. Si deve far capire alle forze di polizia che oltre all’uso della forza si possono sviluppare alternative molto valide basate sulla comunicazione.

Un esempio che si dovrebbe seguire...
Si, ma in realtà è molto più complicato, perché la polizia ottempera al suo monopolio del potere, che tradizionalmente è associato all’uso della forza. Questo è ciò che dovrebbe cambiare. Le forza di polizia devono trovare la forma di interagire con i tifosi, senza la minaccia preventiva di una esplicita carica. Non è semplice, però per esempio in Svezia e Norvegia esistono delle unità speciali che si chiamano “operatori di dialogo” della polizia, il cui ruolo è costruire connessioni personali con i fans. Per fare ciò, però, è necessario innanzitutto un cambiamento strutturale, culturale e organizzativo nelle forze di polizia di tutta Europa. Per esempio si potrebbe promuovere un programma internazionale di formazione a carico della Commissione Europea.

Ci sono antecedenti della coesistenza pacifica tra tifosi e polizia?
Si, nel Mondiale 2006 in Germania, a Francoforte, per esempio, un team di mediazione comunicativa della polizia è riuscito a mantenere la calma tra i supporters inglesi. In molti frangenti si trovarono di fronte a grandi masse di tifosi inglesi che cercavano lo scontro con i loro omologhi tedeschi, ma riuscirono a mantenere la situazione calma senza l’utilizzo della forza.

Lei crede che parlando un po’ con gli ultras si può evitare la violenza?
Si, ciò a volte è sufficiente. Un esempio: gli hooligans tedeschi avevano attaccato i fans inglesi in un bar di Francoforte; il giorno dopo circa 300 inglesi si riunirono di fronte a un pub britannico all’incrocio con un'altra strada. La situazione era evidente: come sarebbero arrivati i tedeschi sarebbero iniziati gli scontri. Quando arrivò la voce che i tedeschi si stavano dirigendo verso il bar, 300 inglesi ubriachi si misero in marcia per andargli incontro. In quel momento alcuni operatori della polizia di Francoforte passarono davanti ai supporters e con un megafono pronunciarono in inglese un piccolo discorso che diceva pressappoco “Perché non tornate al bar? Non c’è nessun problema. Non ci sono tedeschi dall’altra parte. E’ solo una voce”. Gli inglesi si voltarono e tornarono al bar. Al contrario, se la polizia avesse caricato, come fa di solito, i tifosi si sarebbero scontrati e la situazione sarebbe peggiorata di molto.

Che pensa dei divieti di accesso alle manifestazioni sportive?
Dipende dal tipo di divieto. Potrebbero essere un buon strumento se utilizzati in maniera giusta, però spesso non è così. So che in Germania i tifosi manifestano un grande risentimento nei confronti di queste misure e credo che questo risentimento sia giustificato in qualche modo. Negli stadi è fondamentale il diritto alla libera circolazione e poter ricorrere alla sanzione corrispondente come succede in Gran Bretagna, ma in Germania la cosa viene maneggiata in maniera diversa e sono i Club stessi o la Federazione che possono imporre il divieto di accesso, senza possibilità di appello. La nostra posizione è che queste misure, come il divieto di accesso o altre restrizioni di diritto, sono necessarie perché la polizia opera in un determinato modo. Se le operazioni di ordine pubblico si eseguirebbero in maniera più ragionevole e dialogante non ci sarebbe bisogno dell’imposizione di tutte queste sanzioni e proibizioni.

Link all’intervista originale in tedescho:
 http://www.taz.de/1/sport/artikel/1/manchmal-reicht-ein-bisschen-reden-1/



Biografia e opere del Psicologo in inglese:
http://www.liv.ac.uk/Psychology/staff/cstott.html

(Traduzione in italiano di Andrea Greco)

fonte: SenzaSoste

9 settembre 2010

Napoli: nel carcere di Poggioreale 3 detenuti morti in pochi giorni


Il primo è deceduto dopo aver assunto un “mix di farmaci”, il secondo è stato stroncato da un infarto, l’ultimo in ordine di tempo ha inalato gas e aveva un sacchetto di plastica infilato in testa, le indagini appureranno se si è trattato di un suicidio e di tentativo di “sballo” concluso tragicamente. Da inizio anno salgono a 125 i detenuti morti, tra suicidi, malattia e le c.d. cause da accertare”.
“Nel carcere Poggioreale di Napoli e per giunta nello stesso padiglione, ovvero nella stessa palazzina chiamata Roma, sono morti nel giro di pochi giorni tre persone detenute”. Lo affermano in una nota Riccardo Arena, che cura la rubrica Radiocarcere su Radio Radicale e Ristretti Orizzonti. “Il primo detenuto è morto il 24 agosto, ma la notizia si è appresa solo oggi. Si chiamava Sergio Scotti ed è morto dopo aver assunto un mix di farmaci (Sanax e Rivodril) introdotti fraudolentemente in cella.”
“Invece”- precisano Radiocarcere e Ristretti Orizzonti - “domenica 5 settembre, durante la notte, è morto un altro detenuto, a causa di un infarto. Si chiamava Giuseppe Coppola, di 60 anni, ed era detenuto sempre nel padiglione Roma del carcere di Poggioreale. Pare che Coppola, verso le tre di mattina, si sia sentito male ed abbia accusato dolori al petto. Portato in infermeria, gli è stato somministrato un semplice antidolorifico (Toratol) ed è stato rimesso in cella. Non è chiaro se il medico lo abbia visitato o meno. Dopo un paio d’ore Coppola si è di nuovo sentito male tanto che è svenuto in cella. E’ morto durante il trasporto in autoambulanza stroncato da un infarto.”
“Ieri sera, l’ultimo decesso” – affermano ancora Radiocarcere e Ristretti Orizzonti – “Infatti, sempre nel padiglione Roma del carcere di Poggioreale, è morto Francesco Consolo, di 34 anni. Consolo era detenuto nella sezione Transex, dove vengono ubicati tossicodipendenti, omosessuali e transessuali ed è morto dopo aver inalato il gas dalla bomboletta data in dotazione ai detenuti per cucinare in cella. È stato infatti ritrovato senza vita con un sacchetto di plastica in testa e la bomboletta di gas accanto.
Rita Bernardini, deputato Radicale, sentita al riguardo ha dichiarato: “125 detenuti sono morti dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane: questi sono ‘omicidi di Stato’, con l’aggravante che lo Stato è consapevole di ciò che fa e non si vuole ravvedere. Prova ne è il Decreto legislativo sul trasferimento all’estero dei detenuti stranieri comunitari, approvato l’altro ieri dal CdM: un provvedimento insufficiente, anzi inutile, per affrontare l’emergenza del sovraffollamento carcerario.”


fonte: Ristretti Orizzonti


La Spezia: Muore il detenuto 22enne che si era impiccato domenica scorsa

Ivan Maggi, 22 anni, si era impiccato domenica scorsa, 5 settembre, nel carcere di La Spezia. Era stato soccorso ancora in vita, ma le sue condizioni erano apparse subito gravissime a causa dei danni cerebrali provocati dall’anossia ed era entrato in un coma profondo. Ricoverato al centro di Rianimazione dell’ospedale Sant’Andrea il giovane non ha mai ripreso conoscenza. Alle 12.30 di ieri è stato dichiarato clinicamente morto. Alle 15.30 è iniziata, come prevede la legge, l’osservazione che dura sei ore. La scorsa notte sono arrivati dal Centro regionale trapianti del San Martino le équipe che hanno prelevato gli organi del giovane, poi trasportati in altri ospedali italiani dove ci sono lunghe liste di attesa. Peraltro lo stesso ventenne aveva chiesto espressamente alla famiglia che, in caso di morte, avrebbe voluto donare i suoi organi. E i familiari, che sono sempre stati al suo capezzale, hanno subito acconsentito.
Il giovane era in carcere dallo scorso 18 giugno con l’accusa di avere plagiato la fidanzata, una coetanea conosciuta nel 2008, costringendola a condividere con lui un’esistenza da clochard, fatta di stenti e furtarelli. La ragazza ha subìto anche dei ricoveri coatti per lo stress psico-fisico, finché i suoi genitori si sono rivolti ai Carabinieri denunciando Maggi.
In carcere il suo stato psichico era diventato sempre più precario. Non aveva mai risposto alle domande del giudice che lo aveva rinviato a giudizio. Il processo era fissato per il 4 ottobre prossimo. Forse l’avvicinarsi della data dell’udienza lo aveva profondamente scosso. L’amore per la sua ragazza era rimasto immutato. E il non vederla l’aveva fatto cadere in uno stato di profonda prostrazione. Il suo avvocato di fiducia, Federico Lera, ha sempre sostenuto l’innocenza del suo assistito.
Da inizio anno a livello nazionale salgono così a 44 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (37 impiccati, 5 asfissiati col gas, 1 avvelenato con dei farmaci e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 122 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.681, di cui 601 per suicidio). Inoltre sono avvenuto altri 2 suicidi di persone “detenute”, seppur non ristrette in carcere: Tomas Göller, semilibero di 43 anni (che si è ucciso impiccandosi ad un albero in un bosco in Provincia di Bolzano per il timore di dover tornare in carcere) e Yassine Aftani, un tunisino di 22 anni che si è impiccato a nella “camera di sicurezza” della Questura di Agrigento dopo aver appreso la notizia che sarebbe stato rimpatriato.


fonte: Ristretti Orizzonti




Caso Uva: La famiglia chiede di indagare un carabiniere

Una relazione sentimentale con la moglie di un carabiniere che avrebbe fatto da scenario e «innesco» alla morte di Giuseppe Uva, l'artigiano deceduto nel giugno del 2008 in ospedale a Varese dopo essere stato fermato ubriaco in strada e trattenuto per alcune ore in caserma. Altri dettagli in un dossier che è sul tavolo del procuratore di Varese Maurizio Grigo. È questa l'ipotesi avanzata dai legali della famiglia, che oggi hanno depositato in procura a Varese un dossier con tre nuove testimonianze che parlano di «una frequentazione che è andata avanti per alcuni mesi».
La richiesta è quella di vagliare il nuovo materiale raccolto - anche se testimonianze in tal senso erano emerse già un anno fa - nell'ambito dell'indagine aperta nel settembre del 2009, di riesumare la salma ed effettuare una nuova autopsia con l'obiettivo di verificare la presenza di traumi o fratture sul corpo di Uva.
Il procuratore di Varese Maurizio Grigo incontrerà giovedì Fabio Anselmo, il legale della sorella di Uva, Lucia, e nei prossimi giorni gli inquirenti ascolteranno la testimonianza di Alberto Biggiogero, l'amico fermato assieme a Uva e portato in caserma, che nella notte aveva chiamato il 118 dopo aver sentito urla e rumori di colluttazione che provenivano dalla stanza dove si trovava Uva.
Biggiogero, nella denuncia presentata il 15 giugno del 2008, ha parlato anche di un carabiniere che, fermandoli, avrebbe detto a Uva «proprio te cercavo, te la faccio pagare». Nelle tre pagine del dossier il nome della donna che sarebbe coinvolta nella presunta relazione non viene citato. Gli amici di Uva parlano di un rapporto che andava avanti da tempo e che, secondo i familiari «potrebbe essere stata la molla che ha provocato il rancore da parte dei militari». Proprio con l'obiettivo di dimostrare la frequentazione attraverso scambi di telefonate o di sms, i legali hanno intenzione di chiedere un accertamento sui tabulati telefonici di Uva.
L'esistenza di una relazione amorosa, della quale aveva parlato per primo nei giorni scorsi Biggiogero, è confermata anche da Lucia Uva che ha raccontato di un rapporto «nato nel 2007 dopo un incontro in discoteca». «Tutti gli amici di Giuseppe sapevano che usciva con la moglie di un carabiniere - ha detto Lucia Uva - c'era stata una relazione che però nel 2008 era già finita». «Un militare da tempo mostrava un rancore particolare verso Giuseppe - ha concluso la sorella - e ogni volta che lo vedeva per strada cercava di provocarlo».

fonte: Il Messaggero

Viareggio: attentato alla sede del Prc

Una bomba carta ha mandato in frantumi i vetri della porta della sede di Rifondazione Comunista, federazione della Versilia, a Viareggio. E' successo stanotte qualche minuto prima dell'una: lo scoppio è stato sentito anche a notevole distante e ha richiamato subito l'attenzione degli abitanti delle case vicine alla sede del Prc, in via San Marino, vicino alla stazione ferroviaria.
Il petardo sarebbe stato lanciato tra la saracinesca e la porta a vetri. Una coppia di fidanzati avrebbe visto due giovani allontanarsi a piedi. Le indagini sono condotte dai carabinieri e i residui di polvere trovati saranno inviati al ris di Roma. "Seguiamo tutte le piste - dice il comandante della compagnia di Viareggio Andrea Pasquali - e non escludiamo nulla".
Dopo l'esplosione diversi rappresentati del partito sono arrivati davanti alla sede del Prc: tra questi l'ex vice presidente del Senato, Milziade Caprili, oggi consigliere comunale a Viareggio . "Non capiamo il motivo di questo gesto - dice Caprili -. E' già cominciata la campagna elettorale. Non é la prima volta comunque che siamo stati oggetto di vandalismi". Il giovane segretario della sezione di Prc Simone Forassiepi ricorda che "questo episodio segue l'incendio di una bandiera che si trovava fuori dalla sede, avvenuto alcuni mesi fa. Sono certo che si tratta di un fatto legato alla politica: se fosse stata una bravata di giovani ci sarebbero stati altri posti per collocare un petardo ed invece l'hanno messo davanti alla nostra sede".

8 settembre 2010

«Tso per i vagabondi» Alemanno a ruota libera


«Sindaco!! Dì quarcosa de destra!». E' sembrata una nemesi della celebre battuta di Nanni Moretti l'esibizione di ieri di Gianni Alemanno dopo l'incontro con il ministro dell'Interno Maroni.
Le avvisaglie c'erano già state nei giorni scorsi con i richiami alle deportazioni di cittadini rom comunitari messe in campo da Sarkozy, ma evidentemente non avevano sortito l'effetto propagandistico necessario. Aumentare la rapidità con cui verranno demoliti i campi rom ritenuti abusivi nella capitale? Troppo poco. Istituire il numero chiuso (non più di 6mila rom in città)? Improvvisare regolamenti per cui solo chi è presente sul territorio da almeno 10 anni potrà restare? Idee trite e ritrite che non finiscono neanche sulla stampa locale e non contribuiscono allo scopo per cui vengono sbandierate: far crescere il consenso di una amministrazione che in questi due anni si è distinta per inadeguatezza totale ad affrontare i problemi reali di tutte e tutti coloro che a Roma ci vivono, indipendentemente dalla loro provenienza.
Del resto gli annunci di Alemanno e quelli di Maroni sono interdipendenti: soluzioni ad effetto, sfoderamento di muscoli e cattiveria contro i più vulnerabili e poi spesso nulla di concreto. Il risultato è comunque che la percezione di insicurezza su cui si fonda la fabbrica della paura non è affatto sparita mentre le questioni sociali che ne sono causa ed effetto restano immutate. E allora ecco un bel "decreto sicurezza", l'ennesimo che il ministro si è impegnato a emanare entro 15 giorni - a detta di Alemanno - con tre bersagli precisi: rom, prostitute e senza fissa dimora. Avveniva anche 500 anni fa, l'ha ripetuto il fascismo e ci si riprova oggi con modalità pressappoco inalterate.
Esiste, a differenza del Ventennio, un soggetto chiamato Europa, che regola attraverso una direttiva del 2004 la libertà di circolazione. Direttiva che offre gli strumenti per bloccare l'afflusso delle persone non gradite, è sufficiente che rischiare di pesare sul bilancio sociale e che venire ritenuti pericolosi per la sicurezza pubblica. Non basta. Maroni, dice Alemanno, proporrà all'Ue di rendere ancora più restrittive le condizioni di movimento e di far sì che i singoli Stati possano agire indipendentemente dalla direttiva, per espellere magari intere comunità ritenute non integrate o "numericamente" troppo onerose. E per quanto riguarda in particolare la Capitale? Alemanno è in prima fila: non importa se il tanto decantato Piano nomadi sia un mistero in itinere, non importa se un giorno il sindaco dichiara di aver individuato le aree per 6 campi attrezzati e il giorno dopo diventano 3, non importa se i campi abusivi siano, a seconda della necessità di allarmare la popolazione, 100 o 200. Sgomberi e demolizioni, è questa la risposta, trovando poi soluzioni di accoglienza economicamente compatibili. «Non è accettabile che esistano strutture che costano 72 euro al giorno per ospite e strutture che ne costano 19», tuona il sindaco, senza spiegare quale mai possa essere la differenza e perché l'amministrazione garantisca convenzioni cosi diversificate.
Per eliminare la prostituzione non basta invece un'ordinanza comunale - scopre l'ineffabile sindaco - il meretricio si continua ad esercitare a cielo aperto e in tutti i quartieri, secondo la legge universale della domanda e dell'offerta. Ma anche per questo problema Alemanno ha pronta una soluzione immediata: rendere tale attività reato. Il tutto in un decreto legge. Come con i rom il risultato è garantito: maggiore invisibilità, ricattabilità e fragilità in cambio del tanto decantato "decoro urbano" di veltroniana memoria.
Terzo bersaglio: chi è senza fissa dimora, chi vive in condizioni di povertà estrema. L'idea, anche questa copiata di sana pianta da passati regimi, è quella del Trattamento sanitario «realmente obbligatorio» per i vagabondi. In pratica: homeless, mentalmente sofferenti o perfettamente lucidi non importa, trascinati contro la loro volontà e abbandonati per qualche giorno o settimana in strutture di contenzione e poi di nuovo fuori, nel freddo e nella polvere: ma nel frattempo un marciapiede, un angolo riparato saranno rimasti "puliti", non più ingombri di cartoni e frammenti di vita.
Frasi ad effetto forse, per riacquistare credibilità. Polvere nascosta sotto il tappeto come strategia di governo e campagna elettorale strisciante, purtroppo cogliendo un malessere diffuso. Ieri, oltre al mistero pestaggio di un "branco" che ha ridotto in fin di vita un uomo alla Magliana, in un altro quartiere periferico, Tor Sapienza, un'aggressione ha scatenato la rabbia della popolazione, in particolare contro rom e transessuali. Una problematicità, quella delle periferie che andrebbe affrontata con piani di sviluppo sociale inclusivi, altro che demolizioni. Ma per contrastare il sindaco che soffia sul fuoco, occorrerebbe una sinistra capace di affermare che la vera sicurezza è quella che passa per maggiori risorse per il welfare.

Stefano Galieni

6 settembre 2010

Il carcere continua a fare vittime: un detenuto tunisino di 33 anni muore a Pisa

È la 121esima persona “morta di carcere” dall’inizio dell’anno. Era stato arrestato il 16 giugno scorso, perché sprovvisto di permesso di soggiorno. La Procura indaga sulle cause della morte: malore provocato da una overdose di farmaci, oppure suicidio?

È stato un malore causato da un mix di farmaci assunti in modo sbagliato a stroncare la vita di Moez Atadi, tunisino di 33 anni, detenuto presso il carcere Don Bosco di Pisa? La procura ha aperto un’inchiesta per fare piena luce sul fatto e per stabilire se vi sono eventuali responsabilità.
Stando ad una prima ricostruzione dell’accaduto, il tunisino ha incominciato a sentirsi male tra venerdì e sabato scorso. Come di prassi, il detenuto è stato subito ricoverato presso il Centro Clinico del “Don Bosco”, un centro questo di alto livello visto che è punto di riferimento di altre case circondariali.
Il tunisino accusava problemi respiratori e dolori polmonari ma nulla lasciava presagire al peggio. La sua situazione clinica ha cominciato a peggiorare nella nottata e quindi è stato disposto il trasferimento immediato presso una struttura civile più attrezzata come l’ospedale Santa Chiara ma sembra che l’uomo sia deceduto ancor prima di arrivare al pronto soccorso. Il corpo del tunisino è attualmente presso l’istituto di medicina legale a disposizione della procura.
Il pm Antonio Giaconi ha aperto un fascicolo d’indagine ed ha disposto l’autopsia che verrà eseguita domani dal medico legale Marco Di Paolo. Saranno decisivi i prelievi ematici che serviranno per gli esami tossicologici che dovranno accertare la natura e le reali conseguenze del mix di farmaci ingerito dal tunisino.
Per ora sembra l’ipotesi di un suicidio sembra improbabile, almeno stando ai racconti dei compagni di cella, che sono stati interrogati dalla polizia penitenziaria. Il tunisino era in carcere dal 16 giugno scorso perché inottemperante ai dispositivi della legge Bossi-Fini.
Con il decesso di Moez Atadi il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 121 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.681, di cui 600 per suicidio).

fonte. ristretti orizzonti

3 settembre 2010

Vittime delle forze dell’ordine: le famiglie danno vita a un’associazione


Sarà presentata ufficialmente il 25 settembre a Ferrara, nel quinto anniversario della morte di Federico Aldrovandi. La madre, Patrizia Moretti: «Un modo per unire le nostre voci e avere più forza. Lavoreremo perché non accada più»
 «Continuare a parlarne è la forma più duratura di giustizia». Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi ucciso il 25 settembre 2005 da quattro poliziotti, ha ancora voglia di far sentire la sua voce. Ma perché abbia più forza l’ha unita a quella delle famiglie Bianzino, Cucchi, Giuliani, Sandri e Uva. Nel quinto anniversario della morte di Federico, a Ferrara, verrà presentata l’associazione famiglie delle vittime delle forze dell’ordine. Quel giorno sarà anche la prima nazionale del documentario di Filippo Vendemmiati sul caso Aldrovandi.
«Sarà un’associazione aperta – racconta Patrizia Moretti – che nasce con due obiettivi: lavorare perché nessuno debba più vivere ciò che è accaduto a noi e ricucire il rapporto con le istituzioni». La madre di Federico tiene infatti a ricordare come, in questi anni, non abbia mai generalizzato le accuse, ma abbia sempre distinto i colpevoli dalle persone oneste. «Ho accusato di omicidio i quattro agenti condannati nel 2009 – precisa – e di depistaggio e falso i loro colleghi che hanno cercato di nascondere quanto era accaduto, mai la polizia nel suo complesso».
Quello del poliziotto è un mestiere delicato, «che va fatto con coscienza». È per questo che la madre di Federico sostiene l’importanza di una selezione sugli ingressi e della formazione. E parla della necessità di poter identificare gli agenti, cosa che oggi non è possibile. La strada da fare è ancora lunga, ma lei non si tira indietro ed è convinta che ognuno nel suo piccolo possa fare qualcosa. «Non credo che la gente voglia una polizia di cui avere paura – afferma –. Anche per questo la legge deve essere uguale per tutti. Oggi, purtroppo, non è così».
La notizia della decisione di costituirsi in associazione arriva a pochi giorni dall’anteprima veneziana del documentario «È stato morto un ragazzo» [8 settembre nelle Giornate degli autori]. «Il titolo è una sgrammaticatura, ma riflette la realtà. Abbiamo lottato a lungo contro le versioni ufficiali che via via ci venivano raccontate – racconta Patrizia Moretti – e che, puntualmente, venivano smentite».
Patrizia Moretti si aspetta molto dal film di Vendemmiati, «l’unico», a suo parere, che potesse girarlo. Il regista, di origine ferrarese, era un conoscente della famiglia [compagno di scuola di Lino Aldrovandi] a cui, durante la lavorazione, si è avvicinato molto. «Ha seguito il processo fin dall’inizio e conosceva bene la vicenda – chiarisce la madre di Federico – ma il film gli ha permesso di approfondirla sia dal punto di vista giornalistico che da quello umano».
Una conoscenza, quest’ultima, che, secondo Patrizia Moretti, è mancata a Mariaemanuela Guerra, il pubblico ministero a cui era stato assegnato il caso e che «non ha mai cercato di sapere chi era mio figlio o che cosa aveva fatto quel giorno. Non le importava di lui». Tanto che per i primi quattro mesi il fascicolo dell’indagine rimase vuoto e ci vollero il blog aperto da Patrizia Moretti e l’assegnazione a un nuovo pm per arrivare al processo. «Il fascicolo vuoto non è una mia invenzione – precisa – ma un fatto. Oggi, quel pm ha scelto di querelarmi per averlo detto. Non so perché lo abbia fatto, ma credo che per lei sia controproducente».
Nonostante tutte le falsità dette sul figlio, i depistaggi e le querele, Patrizia Moretti non ha perso la fiducia nella giustizia. «Non ho mai dubitato che la verità sarebbe venuta alla luce – racconta –. È vero, la condanna è piccola, ma nemmeno l’ergastolo avrebbe potuto restituirmi Federico. Ho lottato per dargli la giustizia che meritava. Credo che il film di Vendemmiati sia importante: potrà mettere mio figlio nella giusta luce e farlo vivere di nuovo, visto che lui non può più farlo».

fonte: redattore sociale

29 agosto 2010

Testimonianze: Storie di un pestaggio in carcere

Storia di un pestaggio da me subito in carcere accaduto il 7 agosto 2009. Rinchiuso in cella, circa quattro agenti carcerieri mi hanno dato schiaffi, pugni, calci. Tutto questo per circa 15 minuti. Poi mi hanno servito dell'altro...

Mi chiamo Pannia Giovanni, ho 41 anni e sono di Vibo Valentia.
Mi trovavo in vacanza a Stromboli e, in seguito all’assunzione a mia insaputa di sostanze cannabinoidi (poi risultate dagli esami delle urine) mi sono trovato in uno stato di incapacità di discernere (per come anche comprovato dalla documentazione medica), sono entrato in una abitazione privata e poi in una chiesa.
Sono stato arrestato dai Carabinieri di Stromboli ( successivamente non convalidato dal G.I.P. presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto) e dopo circa 4 ore trascorse nella cella della caserma mi hanno portato con la motovedetta a Milazzo, quindi in caserma per dei rilievi e poi al carcere di Messina Gazzi in quanto ritenuto responsabile per i reati di furto e danneggiamento.
Basta che digitiate il mio nome su Google per leggere ancora gli articoli stampa dei giornali locali, descrizione dei fatti, giornalisticamente fantasiosa, da me poi smentita.
Appena arrivato in carcere sono stato rinchiuso in cella, dove circa quattro Agenti carcerieri, nonostante le mie condizioni di salute fisica e mentale a dir poco disumana (la stessa dichiarazione del Direttore del carcere di Gazzi, inviata al Gip preposto alla convalida ne fa piena prova) si sono brutalmente avventate contro di me denudandomi con forza strappandomi i vestiti di dosso, picchiandomi con schiaffi e pugni, rompendo la catenina ed il crocefisso che porto al collo, una volta a terra hanno continuato a tirarmi forti calci, il tutto è durato per circa 15 minuti.
Dopo avermi fatto i rilievi, mi hanno portato in un’altra cella lugubre e sudicia e lasciandomi completamente nudo hanno continuato a vessarmi per il solo gusto di provocare lesioni sfidandomi con parole minacciose e mediante l’uso di idranti, tanto che ero costretto ad alzare letto e materasso per ripararmi, letto che poi hanno tolto dalla cella, costringendomi a sdraiarmi per terra.
Per questi fatti ho riportato danni sia fisici, con evidenti ematomi in faccia e sul corpo, che psichici.
Dopo tre giorni, appena uscito dalla Casa Circondariale di Messina per interessamento dei miei familiari e con intervento dei legali Avv. Salvatore Staiano e Avv. Antonio Porcelli, sono stato trasferito in ambulanza e visitato dai medici del pronto soccorso dell’ospedale Piemonte e successivamente ricoverato presso il reparto di psichiatria dell’ospedale di Vibo Valentia.
Ora non ho più neanche il mio lavoro in quanto il mio datore mi ha destinato ad altra mansione e non sembra intenzionato a riaffidarmi la mia mansione originaria.
Del pestaggio subito in carcere fino ad ora non ho parlato con gli organi di informazione.
Ma trascorso un anno da quei terribili fatti, visto che ho presentato querela a carico del Personale della Polizia Penitenziaria l’8 settembre 2009 ho deciso di rendere Pubblica la vicenda in quanto credo sia ingiusto che tali individui non abbiano ancora ricevuto la loro giusta punizione e potrebbero continuare a perpetrare ad altri quello che hanno fatto a me.

Pannia Giovanni

L'Aquila: festa della perdonaza, tensione tra cittadini e polizia per gli striscioni di protesta

Hanno urlato "Vergogna", "3,32 io non ridevo", "Bravo Letta", complimenti. Hanno dato le spalle al corteo e hanno interrotto gli applausi che fino a un attimo prima avevano salutato il passaggio della teca di Celestino V seguita dai vigili del fuoco. I cittadini aquilani hanno contestato così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, venuto a rappresentare il Governo al corteo della Perdonanza Celestiniana.
Prima del passaggio del corteo c'erano stati spintoni e tensioni tra i cittadini e le forze dell'ordine in piazza Duomo dove il popolo delle carriole svata aspettando il passagio del corteo della Perdonanza.
In piazza i cittadini hanno esposto una serie di striscioni "Cialente vergogna", "Molinari vergogna", "Letta, vedi di andartene" (scritto in dialetto), "Il gran rifiuto della cricca". Le forze dell'ordine hanno cercato di far rimuovere gli striscioni ma la popolazione ha resistito. Per un momento ci sono stati anche spintoni tra la polizia e folla.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta al suo arrivo in piazza non ha voluto commentare gli striscioni ma si è informato con il sindaco su quanti fossero i contestatori. Il sottosegretario abruzzese ha detto che "Il futuro dell'Aquila sarà degno della sua tradizione. Il presidente Berlusconi tornerà presto all'Aquila"
I cittadini hanno poi difeso gli striscioni con un cordone umano che ha fronteggiato la polizia. Il sindaco Cialente, appena arrivato in piazza, ha cercato una mediazione e ha detto "Non sono il questore non ho responsabilità sugli striscioni tolti, cercherò di mediare. Stiamo calmi, non roviniamo la Perdonanza".
La gente al passaggio di Cialente ha urlato: "Portate via la polizia".
In piazza anche il presidente della Regione Gianni Chiodi. I manifestanti hanno consegnato anche a lui una copia dei volantini che vengono distribuiti. Alcune persone stanno raccontando al presidente di essere stati spintonati dalle forze dell'ordine.
Distribuiti anche dei volantini con la scritta Nessuna passerella per chi rideva quella notte.
"Il corteo della Perdonanza", recitano i volantini, "rischia di trasformarsi nell'ennesima passerella mediatica sulla nostra città. si ha infatti notizia della probabile presenza di esponenti del Governo, gli stessi contro cui abbiamo manifestato a Roma accolti dalle manganellate della polizia. Gli stessi che prima ci hanno colpevolmente tranquillizzato, amici e sodali delle cricche che quella notte ridevano sui nostri lutti pensando ai loro soldi. La presenza di esponenti del Governo sarebbe una provocazione per tutta la città che reagirebbe al grido di "Alle tre e 32 io non ridevo". Invitiamo tutti i cittadini che hanno perso molto con il terremoto ma non la dignità e il rispetto per sè stessi a essere presenti al corteo della Bolla per far sentire forte la propria voce di dissenso verso chi la propria dignità l'ha venduta da tempo al miglior offerente".


fonte: il Centro


28 agosto 2010

Genova G8: Arresti illegali al G8, smascherati gli abusi in Piazza Manin

«È falsa la circostanza secondo cui gli arresti dei due spagnoli sarebbero avvenuti in un contesto di scontri tra manifestanti e polizia. Dai filmati si vede benissimo come gli arrestati si siano diretti a mani nude contro i blindati della polizia». Lo sostengono i giudici della Corte d’appello nella motivazione della sentenza di condanna per quattro poliziotti accusati di aver arrestato illegalmente due studenti iberici durante le manifestazioni del G8 di Genova 2001. In primo grado i quattro, in forza al VII Reparto Mobile di Bologna, erano stati assolti mentre il 13 luglio scorso, in Appello, sono stati condannati a 4 anni ciascuno, per falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici. Si tratta di Antonio Cecere, Luciano Beretti, Marco Neri e di Simone Volpini.
Per le accuse di calunnia e abuso d’ufficio è stata dichiarata la prescrizione. L’inchiesta riguardava gli scontri avvenuti il 20 luglio 2001 in piazza Manin dove manifestavano varie associazioni religiose e pacifiste. I quattro poliziotti furono inviati in piazza dove era stato segnalato che alcuni black bloc si erano infiltrati. In quel contesto furono arrestati i due spagnoli con l’accusa di aver lanciato una bottiglia incendiaria l’uno e di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro il secondo. Nella motivazione i giudici, parlando dei testi a difesa, si riferiscono anche alla testimonianza di un funzionario del reparto mobile di Bologna che parlò di scontri in corso in un altro lato della piazza. «Oltre a quello dei due spagnoli - affermano - nessun altro arresto è avvenuto in piazza Manin».
Per lui i giudici d’appello hanno trasmesso gli atti alla Procura con l’ipotesi di falsa testimonianza. «La sentenza di primo grado - dice la Corte - parla di una commistione inscindibile tra i manifestanti pacifici e gli appartenenti al blocco nero e di una azione di disturbo dei pacifisti verso le forze dell’ordine che cercavano di arginare le violenze dei black bloc. Non corrisponde al vero perché dai filmati è possibile vedere come i manifestanti violenti si opponessero solo brevemente alla polizia per poi scappare». «I filmati confermano la versione data dalle vittime: l’arresto non avvenne durante scontri o lancio di lacrimogeni ma molto dopo, quando la situazione dell’ordine pubblico era ormai ristabilita. Inoltre confermano che i due spagnoli non avevano alcun oggetto in mano, non avevano lanciato molotov e non si opponevano alla polizia».

fonte: il secolo XIX

27 agosto 2010

Imbrattarono scritta fascista due partigiani sono indagati

E adesso si è mossa anche la magistratura. Per poco ma ha preso un provvedimento: sono infatti indagati per imbrattamento i due vecchi partigiani di Grosio, Giuseppe Rinaldi, 87 anni (nella foto), presidente provinciale dell'Anpi, e Giuseppe Cenini, 83 anni, ex sindaco del paese, per quella scritta «Vergogna» sul palazzo che era la sede delle Brigate Nere e dove campeggia ancora una frase fascista, restaurata nel 2005.
Un gesto clamoroso che ha superato i confini provinciali ed ha fatto il giro d'Italia ed è la ragione per cui i due vecchi partigiani dicono di essere assolutamente sereni nonostante il fascicolo aperto col loro nome. «Non vogliamo interferire con la magistratura, che deve fare il suo corso - spiega Rinaldi -. Per questo non commentiamo neanche la secchiata di vernice, con cui qualcuno ha voluto coprire la nostra scritta. Anche se certamente vuol dire che quella parola, “Vergogna”, ha colpito nel segno e che dava fastidio».«Dal 2004 aspettavamo una risposta agli esposti che abbiamo presentato contro il restauro di quella scritta, che per noi è un falso storico - dice Rinaldi -. Siccome non è mai arrivata, abbiamo deciso di agire. Avevamo pensato a diverse ipotesi e una di queste era di aggiungere una scritta. Ci abbiamo riflettuto a lungo, perché volevamo che fosse una parola studiata, non improvvisata. E, alla fine, l'abbiamo trovata: “Vergogna”. Non ce n'è un'altra migliore per esprimere il concetto. E, infatti, ha avuto effetto...

fonte: La Provincia di Sondrio

26 agosto 2010

Tessera del tifoso: Schedatura che criminalizza


E' criminogeno e mistificatorio dipingere la polemica riguardo alla tessera del tifoso come uno scontro tra violenti e nonviolenti". E' quanto sostiene il responsabile nazionale giustizia del Prc/Federazione della Sinistra, Giovanni Russo Spena. "La tessera del tifoso, voluta con forza dal ministro Maroni, è uno strumento emergenziale, che opera una criminalizzazione generalizzata del tifo e la cui efficacia nel contrasto alla violenza è del tutto aleatoria - afferma Russo Spena - Di sicuro con la tessera del tifoso la sicurezza negli stadi viene ulteriormente privatizzata e affidata al controllo delle società, rafforzando il già nefasto e improprio legame tra queste e alcuni ambienti delle tifoserie. Attraverso l'introduzione di benefici commerciali del tutto estranei al tema della sicurezza, le società hanno così un ulteriore strumento di fidelizzazione del tifo e di profitto economico; mentre i cittadini sono soggetti a una criminalizzazione preventiva e una schedatura che viola i più elementari diritti civili". "L'esperienza insegna che la sola via efficace per contrastare la violenza è quella della partecipazione e della democrazia - conclude Russo Spena - Il che significa restituire il calcio alla sua dimensione popolare: non restringendo, ma ampliando le possibilità e le modalità di accesso allo sport e agli stadi per tutte le famiglie, e non solo per ricchi privilegiati e fanatici organizzati. Duole doverlo ripetere ancora, ma il nemico dell'animo sportivo e nonviolento è sempre il profitto".

25 agosto 2010

UDINE:Pestaggio in carcere, secondini manganellano un ragazzo e poi lo imbottiscono di psicofarmaci


Noi detenuti della casa circondariale di Tolmezzo abbiamo deciso di scrivere questa lettera dopo l'ennesimo pestaggio avvenuto nelle carceri italiane.
Dopo i casi di Marcello Lonzi a Livorno, di Stefano Cucchi a Roma e di Stefano Frapporti a Rovereto e di tanti, troppi altri in giro per la penisola, siamo costretti a vedere con i nostri occhi che la situazione carceraria in italia non è cambiata per niente. Mentre da una parte ci si aspetta dai detenuti silenzio e sottomissione per una situazione inumana (quasi 70.000 prigionieri a fronte di nemmeno 45.000 posti, percorsi di reinserimento sociale pressochè inesistenti, scarsissima assistenza sanitaria, fatiscenza delle strutture ecc...) si ha dall'altra il solito trattamento vessatorio da parte del personale penitenziario, non giustificabile con la solita scusa sulla scarsità di uomini e mezzi.
Denunciamo quello che, ancora una volta, è successo venerdì 13 agosto proprio qui a Tolmezzo, dove un ragazzo, M.F., è stato picchiato con tanto di manganelli nella sezione infermeria.
Se come per altre volte i protagonisti dell'aggressione erano, tra gli altri, graduati ormai noti ai detenuti per le loro provocazioni, l'altra costante è stata la completa assenza del comandante delle guardie e della direttrice dell'istituto.
La nostra situazione è fin troppo pesante per accettare la sottomissione fisica dopo quella psicologica. Per noi tacere oggi potrebbe voler dire ricevere bastonate domani se non fare la fine dei vari Stefano o Marcello domani l'altro.
Noi non ci stiamo e con questa nostra ci rivolgiamo a chiunque nel cosidetto mondo libero voglia ascoltare, affinchè la nostra voce non cada morta all'interno di queste mura.

alcuni detenuti del carcere di Tolmezzo

24 agosto 2010

Livorno: Licenziata perchè trans

Una storia che si ripete, una vicenda a cui i media, a dire il vero, hanno dedicato poco spazio. Accusa la ditta per la quale lavorava di averla licenziata perché transessuale. La storia è quella di Simona, Gianluca Pisano sui documenti, 39 anni di Livorno che, impiegata per 12 anni presso la “System”, ha presentato ricorso per “licenziamento illegittimo per discriminazione”. La ditta si difende parlando di “crisi aziendale” ma la lettera di licenziamento è arrivata due mesi dopo l’inizio delle cure ormonali necessarie alla transizione.
La System si difende aggiungendo di non essere mai stata a conoscenza del fatto, ma, come spiega l’avvocato di Pisano Corrada Giammarinaro, “non potevano non sapere”. Ad aprile Simona è stata presidente del Congresso Italiano Transgender, tenutosi proprio a Livorno e la notizia venne pubblicata su molti quotidiani e tv locali.
A giugno Simona ha ricevuto una lettera dalla società che offre assistenza e vendita di software per commercialisti, in cui le veniva comunicato che a causa della crisi del mercato il suo rapporto di lavoro si sarebbe concluso immediatamente. Dato infatti che non le era stato dato nessun preavviso, l’azienda nel licenziare Simona ha garantito le mensilità che le spettavano, ma il luogo di lavoro avrebbe dovuto lasciarlo subito. “Prima di allora – spiega Simona – non c’era stato nessun segnale, lo stesso andamento dell’azienda non faceva trapelare il bisogno di tagli al personale”.
Lei stessa, in contatto diretto con i clienti, era consapevole dell’andamento generale degli affari. “Il mio percorso, iniziato un paio di anni addietro, non è mai stato un argomento di conversazione in azienda – spiega Simona- Per motivi di riservatezza e per mancanza di condizioni adatte, ho preferito tacere la questione e andare al lavoro con abiti maschili”. Ma dopo quattro mesi di cure ormonali, i segni su Pisano erano ben evidenti. Altro legittimo sospetto da parte del legale di Pisano, sta nel fatto che l’unico licenziamento ha riguardato Simona. Il prossimo passaggio sarà quindi l’attivazione del collegio di conciliazione presso la Direzione Provinciale del Lavoro.
L’obiettivo di Simona e dell’avvocato Giammarinaro è comunque quello di portare la discussione di fronte al giudice del lavoro, nella sede dove potrà essere discusso e analizzato a fondo il fattore discriminazione. “Chiederemo l’indennità massima prevista per il licenziamento illegittimo, nonché un risarcimento per discriminazione” chiude l’avvocato. Sulla vicenda è interventa anche Paola Concia, parlamentare del Pd. “L’italiano medio non avverte la protezione forte delle istituzioni nei confronti delle persone lgbt – ha dichiarato la Concia. Si sente così autorizzato a licenziare, a usare violenza, a denunciare per un bacio. E’ tutto figlio della stessa ragione, l’assenza delle istituzioni”.

fonte: Dazebao l'infomazione online

Detenuto di 34 anni si impicca nel carcere di Parma: è il 599° suicidio nelle carceri italiane in 10 anni.


Matteo Carbognani, 34 anni, si è ucciso ieri sera nel carcere di Parma impiccandosi con le lenzuola.
L’uomo era in carcere dal 2004, quando fu arrestato assieme alla moglie Bidò Mateo Raquel, originaria di Santo Domingo, e ad altre sei persone, nell’ambito di un’operazione contro il traffico di cocaina a Parma.
Carbognani era stato condannato a otto anni per traffico di stupefacenti, quindi gli rimanevano da espiare meno di due anni di reclusione. Ultimamente aveva manifestato segni di disagio psichico: era seguito da uno psichiatra, che lo aveva visitato solo due giorni prima del suicidio.
Nelle carceri di Parma in poco più di un anno si sono uccisi quattro detenuti, un “record” negativo che supera perfino quello del penitenziario di Sulmona (13 suicidi in 10 anni, ma “solo” 2 negli ultimi 15 mesi),
4 detenuti si sono suicidati nelle carceri di Parma in meno di 14 mesi

Carbognani Matteo 34 anni  22-ago-10 ;  Saladino Giuseppe 32 anni 06-nov-09; Gozzi Francesco 52 anni 27-ott-09; Bavero Camillo 49 anni 28-giu-09. 

Da inizio anno a livello nazionale salgono così a 42 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (36 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 116 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.714, di cui 599 per suicidio).
Inoltre sono avvenuto altri 2 suicidi di persone “detenute”, seppur non ristrette in carcere: Tomas Göller, semilibero di 43 anni (che si è ucciso impiccandosi ad un albero in un bosco in Provincia di Bolzano per il timore di dover tornare in carcere) e Yassine Aftani, un tunisino di 22 anni che si è impiccato a nella “camera di sicurezza” della Questura di Agrigento dopo aver appreso la notizia che sarebbe stato rimpatriato.

fonte: Ristretti Orizzonti

21 agosto 2010

Disagio sociale. Condannato a un anno di carcere. Rubava per mangiare

Dovrà passare i prossimi 12 mesi in una cella del carcere di Velletri perché sorpreso a rubare, con la compagna, alcuni bancali di legno vuoti all’esterno di un supermercato per “rivenderli e trovare i soldi per comprare da mangiare”. Protagonista della vicenda, segnalata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, un italiano trentenne.
Secondo quanto ricostruito dai collaboratori del Garante l’uomo - disoccupato da lungo tempo per altro recidivo per lo stesso tipo di azione - è stato sorpreso dalle forze dell’ordine mentre era intento a caricare, con l’aiuto della compagna, sulla sua auto alcuni bancali di legno vuoti all’esterno di un supermarket sulla via Appia. Giudicato con rito direttissimo l’uomo - che si è giustificato affermando che voleva vendere i bancali allo scopo di trovare qualche soldo per comperare da mangiare - si è dichiarato colpevole ed ha patteggiato una pena di 12 mesi di reclusione che sta già scontando a Velletri. Anche la sua compagna è stata condannata e si trova nel carcere di Rebibbia Femminile. «Più che una vicenda criminale, questa è una storia di forte di forte disagio sociale - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - Rubare per mangiare è una vicenda degna del film ‘Ladri di biciclette’ di Vittorio De Sica, ma quella era finzione mentre questa la realtà che viviamo quotidianamente. Il lato triste della vicenda è che fra un anno quest’uomo uscirà dal carcere e si troverà nelle stesse condizioni di disperazione. Manca quella che si chiamava ‘rete di intervento sociale’, che consentiva di intervenire per evitare situazioni di questo genere. Senza questo aiuto è inevitabile che le carceri siano destinate a diventare il terminale ultimo del malessere della nostra società».


fonte: Dazebao

Viareggio: Abbraccio gay in un bar, il carabiniere li caccia

«Io e Fabio eravamo al bar a fare colazione, ci siamo abbracciati e un carabiniere in divisa è intervenuto. Urlando ci ha invitati ad andarcene via, dicendo che quello era un posto dove vengono i bambini e non un posto per gay. Gli abbiamo chiesto cosa stessimo facendo di male e lui ha ripetuto, a voce ancora più alta, di andarcene via. Non ci siamo nemmeno baciati. Era solo un abbraccio fra due amici».
La denuncia di Mirco Vigni, 22 anni, ha fatto in poche ore il giro di Viareggio. Dove questa mattina, verso le 5.30, al bar da Cusimano in via San Francesco stava facendo colazione assieme a un amico dopo avere lavorato tutta la notte al Priscilla Caffè, un locale gay della vicina Torre del Lago. Il solito cappuccino per sgranchirsi dopo la nottata al bancone, come tante altre volte. Mirco era in compagnia di Fabio, un amico che lavora in un'altra famosa discoteca della Versilia.
«Fabio stava seduto al tavolo e io ero in piedi alle sue spalle. L'ho abbracciato. Siamo solo amici. Nel bar c'erano quattro carabinieri in divisa, seduti qualche tavolo più in là». Uno dei quattro ha parlato a voce alta, rivolto verso il bancone. Nel bar c'erano almeno una quindicina di persone a quell'ora. «Ha detto - prosegue Mirco - riferendosi a noi, che queste cose dovevamo andare a farle da qualche altra parte, perché quello era un luogo pubblico. E che si riempiva di bambini. Io ho chiesto se l'avrebbe detto anche a un ragazzo che abbracciava una ragazza e il carabiniere, a voce ancora più alta, ha ripetuto che ce ne dovevamo andare».
A questo punto Mirco ha raccolto telefonino e portafogli e si è avvicinato al bancone. «Conosco il titolare di vista, gli ho chiesto il conto e gli ho detto che avrebbe fatto meglio a intervenire visto che i carabinieri non ci avevano contestato nulla formalmente, ma stavano mandando via un cliente. E quella, in fondo, era casa sua. Abbiamo subito una discriminazione incredibile e pensare che io e Fabio non siamo nemmeno fidanzati. Siamo due amici. Ci vogliamo bene e ci siamo scambiati un semplice abbraccio».
Fuori dal bar, la solidarietà di una ragazza che ha assistito alla scena. Mentre Fabio piangeva terrorizzato. «Mi ripeteva che voleva andarsene, era spaventato». Immediata la segnalazione all'Arcigay che ha condannato l'episodio e intende chiedere spiegazioni all'Arma dei carabinieri. Nel pomeriggio il presidente nazionale dell'associazione, Paolo Patanè, ha tenuto una conferenza stampa su quello che definisce «un caso grave di omofobia a fronte di un avanzamento del dialogo con le forze dell'ordine che è un fatto importantissimo», spiega a L'espresso.
«Ancora un volta in Italia siamo di fronte a un problema di omofobia profonda che c'è nel Paese. Una problematica diffusa da parte delle forze dell'ordine, che danno un'interpretazione e un giudizio moralistici di fronte all'affettività e alla presunzione di omosessualità. Qui siamo di fronte a due amici che si abbracciano, è gravissimo ciò che è avvenuto. E' un problema di formazione che va affrontato una volta per tutte. Altrimenti chi indossa la divisa lede un diritto fondamentale dei cittadini che invece dovrebbe difendere: essere se stessi».

fonte: La Repubblica





Il ministro dell'Interno italiano Roberto Maroni intende legalizzare l'intolleranza nell'Ue


Ecco le dichiarazioni rese ieri da Roberto Maroni e diffuse da tutti i media nazionali, senza alcun commento riguardo alla loro natura discriminatoria: "Sarkozy ha ragione ma non è certo una novità. Anche l’Italia usa da anni la tecnica dei rimpatri assistiti e volontari. Nel 2007, proprio con i rom, usò questa strada pure il sindaco di Roma, che non era Jean-Marie Le Pen ma Walter Veltroni. E figuriamoci se allora qualche professionista dell’antirazzismo si sognò di gridare allo scandalo. Dobbiamo arrivare alla possibilità di espellere anche i cittadini comunitari, espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti. So bene che l'Ue stabilisce che l’espulsione dei cittadini comunitari non è possibile. Durante la discussione per il pacchetto sicurezza fu proprio l’Italia a chiedere a Bruxelles la possibilità di attivare questa procedura. Ma il commissario Jacques Barrot, francese, rispose di no: in base al principio di proporzionalità, disse, l’unica sanzione possibile per un comunitario è l’invito ad andarsene, che serve a ben poco. Ma adesso torneremo alla carica. Il 6 settembre ne discuteremo a Parigi in un incontro con i ministri dell’Interno di diversi Paesi europei. Le espulsioni dovrebbero essere possibili per tutti i cittadini comunitari, non solo per i rom. Il problema semmai è un altro: a differenza di quello che avviene in Francia, da noi molti rom e sinti hanno anche la cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare nulla". Trasmettiamo la dichiarazione d'intenti del governo italiano e segnatamente del ministero degli Interni alle Istituzioni e agli organismi umanitari internazionali, augurandoci che traggano le dovute conclusioni e assumano di conseguenza posizioni chiare e decise.


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20 agosto 2010

Di carcere si muore, Solidarietà con i detenuti Ricordando Stefano Frapporti. Presidio a Rovereto

Di carcere si muore.
Quando non fisicamente, si muore affettivamente, psicologicamente, moralmente.
Le varie lettere che riceviamo dal carcere di Rovereto descrivono una situazione invivibile e degradante. Parliamo in particolare della sezione femminile.
Questa è la realtà quotidiana: ore d’aria in meno rispetto a quelle previste, celle chiuse tutto il giorno, mancanza di personale medico, sovraffollamento, cibo immangiabile, disposizioni arbitrarie che riducono al minimo il vestiario consentito, prodotti necessari – ad esempio per l’igiene intima – dai costi altissimi (per la gioia delle ditte che li forniscono). A questo quadro si aggiungono i sempre più frequenti rifiuti da parte del magistrato di sorveglianza di concedere liberazioni anticipate e misure alternative a chi ne avrebbe diritto.
Allargando lo sguardo oltre le condizioni carcerarie stesse, è evidente che il carcere assomiglia sempre più al “nuovo” programma sociale previsto per i poveri. Il 27% dei detenuti è composto da tossicodipendenti. Il 38% da immigrati senza documenti. Facciamo un esempio: abolendo la legge Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sull’immigrazione uscirebbero subito 2/3 dei prigionieri! Altro che grandi criminali da cui difendere la società!
Il problema non si risolve certo costruendo nuove carceri. Per invertire questa tendenza ad una società sempre più carceraria è necessario lottare tutti. Dentro come fuori.
Sarà anche questo il nostro modo per ricordare Stefano Frapporti e l’arresto che lo ha ucciso.

SABATO 21 AGOSTO, DALLE ORE 18,00
PRESIDIO SOTTO IL CARCERE DI ROVERETO

Musica, interventi, microfono aperto



assemblea dei familiari, amici e solidali di Stefano Frapporti

nonsipuomorirecosi@gmail.com

http://frapportistefano.blogspot.com




17 agosto 2010

Cari sbirri, li volete o no i codici identificativi sulle divise?

Mi chiamo Carlo Gubitosa, sono un giornalista e saggista, e dal 2001 al 2003 ho svolto una inchiesta sui fatti del G8 genovese, producendo un libro/documento di 600 pagine.Con la presente vorrei replicare con preghiera di pubblicazione alla "Lettera congiunta Silp-Sap sui fatti del G8 di Genova del 2001"

Cari rappresentanti di Silp e Sap,

ho letto con interesse la vostra lettera aperta rivolta ai media, in cui avete detto che "i Poliziotti del G8 sono anche i primi che esigono chiarezza ed esigono che chi ha disonorato la propria divisa paghi".
E allora come mai entrambi i sindacati in questione sono sempre e da sempre avversi a ogni proposta di legge per l'introduzione di un codice identificativo su caschi e divise, come avviene in molti altri paesi europei? Questo aiuterebbe all'individuazione dei responsabili di abusi evitando che si faccia di tutte le erbe un fascio.
Avete detto di voler scrivere "alle testate cittadine perché è giusto che i cittadini conoscano il disagio della Polizia genovese".
Come mai il disagio di essere associati a gravi abusi, crimini e torture si vuole esprimere solo verso i cittadini, mentre non risulta che sia stato espresso nessun disagio verso le istituzioni per le promozioni di funzionari condannati in primo e secondo grado per quella che un vostro collega ha definito la "Macelleria Messicana" allestita dalle forze dell'Ordine alla Scuola Diaz? Il disagio nasce solo quando si intacca la vostra immagine pubblica o anche quando gli onesti restano al palo mentre fa carriera chi ha ordito pestaggi e costruito maldestramente false prove e teoremi accusatori? Perché non è volata una parola dai vostri sindacati contro le ingiuste promozioni "in automatico" che non tengono conto delle responsabilità penali accertate per chi ha fatto carriera?
Voi dite che "i Poliziotti del G8 erano anche quelli che hanno comprato le bottiglie d'acqua per i fermati, quelle che sono andate in farmacia per acquistare gli assorbenti per le fermate".
L'atteggiamento umano e rispettoso nei confronti dei fermati e degli arrestati è il vostro dovere istituzionale, e almeno in teoria dovrebbe essere la normalità del vostro lavoro, non un evento eccezionale da sbandierare pubblicamente quasi a volere premi e riconoscimenti per una doverosa umanità che comunque non può compensare le azioni di alcuni vostri colleghi, autori di violenze, abusi e torture sui manifestanti in stato di fermo chiaramente documentati in sede giudiziaria.
Voi dite che i poliziotti di Genova sono "quelli che hanno atteso le sentenze che hanno stabilito una verità processuale".
E allora come mai il Sap ha "atteso le sentenze" con una vasta produzione di comunicati dal sapore corporativo e di difesa "a prescindere" dei colleghi? Si legga ad esempio l'Ansa del 14 luglio 2008, dove il portavoce nazionale del Sap Massimo Montebove dichiarava che "Il SAP ha difeso e continuerà sempre a difendere la Polizia di Stato e le Forze dell'Ordine dall'infamante e non provata accusa di aver commesso, sistematicamente, abusi e violenze". Il problema è nell'avverbio "sistematicamente"? Vi stanno bene gli abusi e le violenze purché non siano "sistematici"?
E ancora, come mai il SAP ha promosso sin dal 2001 una raccolta fondi per difendere i poliziotti accusati e successivamente condannati per abusi e violenze nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto? Vi farete dare indietro i soldi usati per le spese legali di chi avrà sentenze di condanna passate in giudicato, oppure la vostra raccolta fondi "in attesa delle sentenze" era anche a favore dei colpevoli per ridurre al minimo le conseguenze delle loro azioni?
Voi dite di essere "quelli che notoriamente non sono fulmini di perspicacia ma balza all'occhio del meno attento il fatto che, ben più di una volta, si è colpita la nostra Istituzione per colpire qualcos'altro".
Siccome sono ancora meno "fulmine" di voi, non capisco queste allusioni e questi riferimenti, se avete qualcosa da dire ditelo, altrimenti parlare in codice non serve a molto. Il coraggio e il carattere che voi vantate nella vostra lettera bisogna dimostrarlo nel dire le cose chiaramente, senza ammiccamenti o allusioni comprensibili solo agli addetti ai lavori, perché è fin troppo facile essere spavaldi e coraggiosi quando si tratta di fare irruzione a volto coperto e manganelli in mano in una scuola dove c'è gente indifesa che dorme. E quindi spiegatevi: in quale occasione pensate di essere stati colpiti ingiustamente per danneggiare qualcos'altro o qualcun altro?
Voi dite che "abbiamo lavorato tanto affinché la Polizia di Stato acquisisse un vero contatto col cittadino ed entrasse a pieno titolo nel tessuto sociale"
Anche la società civile ha lavorato tanto per ritrovare lo spirito della riforma dell'81, quando i poliziotti sfidavano le leggi dello stato per smilitarizzarsi. Personalmente ho organizzato un confronto su questi temi con un rappresentante del SILP durante il forum sociale di Firenze nel 2002, ma tutte le volte che si tratta di prendere posizioni giuste e coraggiose, ho visto i vostri sindacati tirarsi indietro.
Ho visto i vostri rappresentanti più illuminati, istruiti e sinceramente democratici che dopo aver fatto in pubblico dei bei proclami come il vostro, in privato si tiravano indietro e dicevano a mezza bocca che loro sono favorevoli ai codici identificativi su caschi e divise, ma non potevano dirlo pubblicamente per paura di perdere iscritti. E' questo il coraggio delle vostre idee che vi hanno insegnato in Caserma? Abbiate il coraggio di dire come la pensate: i vostri sindacati sono favorevoli all'introduzione di codici identificativi su caschi e divise?
Se siete contrari, come potete sostenere di lavorare per entrare nel tessuto sociale e stare a contatto con i cittadini, quando volete rendere più facile l'impunità a chi viene sorpreso mentre commette abusi con tanto di foto e filmati? Se invece siete favorevoli, perché non avete il coraggio di dirlo pubblicamente, cercando un alleanza con le forze sociali e politiche che hanno lo stesso obiettivo?
Avete paura di diventare impopolari tra la base dei vostri iscritti, avete paura di perdere tesserati e quindi soldi e potere politico? E se state zitti per paura, che autorità morale avete per fare i risentiti di fronte alla sfiducia e al pregiudizio dei cittadini nei vostri confronti provocato proprio dai pavidi come voi che col loro silenzio favoriscono i violenti come i picchiatori della Diaz e di Bolzaneto?
Voi dite che "ci troviamo sempre più compressi ed all'angolo, sempre più distanti da quelle aperture verso il tessuto sociale e sempre più facenti parti di una struttura sotto attacco continuo".
Non prendetevela con la stampa, non prendetevela con i manifestanti, non prendetevela con chi si ribella alla violenza in divisa: il potere di restituire onore e dignità alla vostra professione già troppo infangata è tutto nelle vostre mani.
Rileggete le parole coraggiose del vostro collega Giancarlo Ambrosini, e trovate il coraggio per una grande battaglia di civiltà, per introdurre codici identificativi su caschi e divise che rendano davvero personale le responsabilità di abusi senza infangare tutta una categoria. Studiate l'esperienza di Ambrosini, talmente coraggioso da denunciare gli abusi commessi dai colleghi fino ad essere emarginato dal sindacato Siulp che aveva contribuito a fondare, ricevendo minacce e intimidazioni che arrivarono fino all'incendio della porta di casa sua.
Leggete che cosa diceva profeticamente il vostro collega Ambrosini molti anni prima dei fatti del G8: "Chi ha sbagliato lo ammetta apertamente e smetta di adottare la politica dello struzzo, quello che viviamo oggi non è il nostro ineluttabile destino, ma l'esito a cui ci ha portato una politica miope e codarda, di cui è urgente fare piazza pulita. [...] In passato non abbiamo temuto di dire la nostra anche su cose difficili e complesse, e abbiamo inciso profondamente, e non solo nel nostro ambiente. Ora dobbiamo tornare protagonisti, perché il paese ha bisogno che si avvii un'altra grande stagione politica ed ideale, che potrà essere molto più difficile, complessa e contrastata di quella che abbiamo vissuto negli anni Settanta, ma che forse sarà ancora più decisiva".
E allora vi riformulo nuovamente la domanda chiave: siete favorevoli all'introduzione di codici identificativi su caschi e divise, inocui per chi non avrà nulla da nascondere, ma determinanti per individuare chi ha commesso abusi senza che si possa nascondere nella massa di poliziotti onesti?
Se la risposta è sì, allora passate all'azione, e ritroverete tutto quel consenso e quella fiducia dei cittadini che avete perso in questi anni, e non certo per colpa degli organi di informazione.
Se la vostra risposta è no, allora risparmiateci i piagnistei, le lacrime di coccodrillo, i racconti epici sul mestiere difficile del poliziotto e le immagini poetiche di poliziotti che passano bottiglie d'acqua ai fermati: niente di tutto questo potrà cancellare il vostro disonore, che a quel punto non sarà frutto del pregiudizio dei cittadini o di quello dei giornalisti, nè sarà più frutto delle violenze dei vostri colleghi: sarà solo la naturale conseguenza del vostro silenzio e della vostra vigliaccheria.

Cordiali saluti

Carlo Gubitosa




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