16 agosto 2010

Schedatura, controllo e business ecco la tessera del tifoso

La Gazzetta dello Sport di martedi 10 agosto 2010 sulle risse calcistiche nelle amichevoli estive, anche tra giocatori, si chiedeva già nel titolo se "La violenza vuol colpire la tessera del tifoso?" I creatori e i sostenitori della "tessera del tifoso" pensano che le passioni, il disordine, la disarmonia possano essere tranquillamente ridotti e governati da regole e norme. Il tifoso, secondo questi guardiani della morale pubblica, non solo deve stare composto, deve mostrarsi sereno pure quando la sua squadra sta perdendo, deve portare la famiglia allo stadio, deve applaudire, magari in piedi, gli avversari, adesso con l'introduzione della tessera deve anche far parte della categoria virtuosa dei "Tifosi Ufficiali".
Concretamente, la tessera dovrebbe progressivamente sostituire i biglietti cartacei e consentire una sorta di schedatura di massa di tutti coloro che partecipano da spettatori a un avvenimento sportivo. Oltre al controllo c'è ovviamente anche il business, visto che produzione e vendita alle società di calcio dei supporti delle tessere e dei relativi software di gestione rappresenta un affare da parecchie cifre. In un comunicato Telecom Italia, che offre il supporto tecnologico, spiega che la tessera «rappresenta lo strumento attraverso il quale la Lega Professionisti vuole promuovere la categoria dei tifosi ufficiali che aderiscono volontariamente ad un codice di comportamento etico». Nella stessa nota si ricorda però anche che «la tessera, che ha anche la funzione di carta di credito ricaricabile nel circuito Visa, consentirà al tifoso associato l'accesso allo stadio, previo acquisto dell'idoneo titolo, senza la necessità di portare con sé un biglietto cartaceo, e la fruizione di altri servizi forniti dalla società di calcio come biglietti premio, varchi privilegiati ed altre agevolazioni per le tifoserie».
La direttiva della tessera obbligatoria arriva dopo una serie impressionante di proibizioni che in questi ultimi anni hanno riguardato soprattutto i giovani. Dal divieto del fumo a quello delle droghe leggere, dal drastico restringimento dell'orario di apertura dei locali notturni alla criminalizzazione del fenomeno dei rave illegali, dalla bocciatura per condotta fino all'ascesa del Calvario ogni volta che si vuole andare a vedere una partita allo stadio. La moderazione dei giovani ha sempre costruito la tomba dove giace la creatività. Poi però arrivano le sorprese: l'eccesso di alcool devasta sempre più i giovani, lo stupro è diventato un gioco di massa, la violenza contro i gay un passatempo quotidiano, la caccia all'immigrato uno sport nazionale. E come si giustificano di solito i colpevoli di questi reati? Confessando semplicemente che si annoiavano e allora per passare il tempo...
D'altra parte, come riconquistare sentimenti, turbamenti, inquietudini in un mondo dal quale non si può fuggire perché non ne esiste un altro? Imprigionati in una società che vuole essere sana, in un universo che vuole essere perfetto, l'unica libertà concessa agli individui è la fuga in una interiorità anomala e mostruosa che alla prima occasione che le si presenta per tracimare non può che farlo in modo violento e devastante. E dove se non sulla strada?
E così i severi amministratori dei nostri corpi, dei nostri stadi, delle nostre piazze, invece di capire, come avviene in tutti i paesi della civile Europa, che solo tollerando o legalizzando qualche eccesso lo si può controllare e soprattutto si allontana il rischio di trasgressioni ben più gravi, stringono ancora di più i freni della "normalità", inchiodando i nostri giovani a un mondo monotono e senza tempo.
Il cui succo del provvedimento è: statevene a casa, abbonatevi alla pay-tv che vi pare e amen.

Starsene a casa può essere una scelta o un obbligo. Qualche caso spicciolo:
A) sono un turista straniero in visita a Roma. Posso acquistare un biglietto per il derby? No.
B) sono un leccese residente a Torino. Posso acquistare un biglietto per Inter-Lecce? No. La vendita è riservata a chi vive nella provincia in cui si gioca.
C) sono un onesto padre di famiglia, parlo il milanese meglio di Bossi e di suo figlio, io di figli ne ho due, posso portarli al derby? No, non si può acquistare più di un biglietto a persona. E poi continuano a dire che bisogna riportare le famiglie allo stadio.
Ecco, nei tre casi mi sembra di vedere una limitazione alla libertà individuale. Detto in altri termini, e per puro comodo, immaginiamo di dividere i tifosi in bravi e cattivi. I cattivi identificati, in teoria, sono già soggetti a Daspo, quindi schedati e controllati ma la tessera non sarà concessa neanche a coloro che hanno già scontato la diffida del Daspo. Cioè, si può vietare l'ingresso in una struttura pubblica, come lo sono gli stadi italiani, a qualcuno solo perché sospettato di essere potenzialmente pericoloso. Insomma, una misura punitiva per tutta la vita.
Ma che bisogno c'è di schedare tutti? Questo è il punto. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché un cittadino incensurato, senza precedenti specifici, non è libero di muoversi nel suo paese e di andare allo stadio pagando un biglietto e basta, come si fa nel resto del mondo. Si colpiscono i diritti di una stragrande maggioranza per limitare gli eventuali danni di un'esigua minoranza. Se la libertà di movimento passa per una schedatura c'è per caso un costituzionalista che ha qualcosa da dire?



Italo Di Sabato - responsabile naz.le Osservatorio sulla Repressione



14 agosto 2010

Trento, scarcerato il gestore del sito marijuana.it: vendere semi non è reato

Il Tribunale del riesame di Trento ha ordinato la scarcerazione di Matteo Filla, 37 anni, milanese che vive ad Arco, responsabile del sito web marijuana.it e di una serie di altri siti internet, accogliendo le argomentazioni dell'avvocato difensore, Carlo Alberto Zaina, consulente legale dell'Aduc in materia di stupefacenti.
A renderlo noto è la stessa Aduc, associazione diritti utenti e consumatori, e Filla si trova al terzo procedimento giudiziario per episodi analoghi. Un primo giudizio l'ha visto assolto nel 2007, con sentenza passata in giudicato, mentre ha in corso un altro procedimento, nel quale è stato condannato a dicembre del 2009, in attesa di appello.
L'ultimo procedimento lo vede accusato dal Tribunale di Rovereto di istigazione, induzione e proselitismo per la coltivazione di piante idonee alla produzione di stupefacenti. per questo ha trascorso due settimane in carcere, su ordine di custodia cautelare.
Il Riesame di Trento ha ritenuto ora di scarcerarlo, osservando che la vendita dei semi, secondo sentenze della Cassazione, non è illecita', mentre lo diventa la commistione di vendita di semi, e materiale che ne spieghi la coltivazione con strumenti per la coltivazione stessa.
''Filla gestisce altri siti dove procedure e attrezzi sono disponibili - ha spiegato il suo legale - ma senza link a quello della vendita, inoltre su quello dove vende compare una finestra che ricorda come la coltivazione sia reato. Il Riesame ha osservato infine che viene punita l'istigazione all'uso, non rilevata nel caso in questione, ben distinta, tra l'altro, dalla propaganda, che costituisce un illecito amministrativo''
 
fonte: Trentino

"Mai più morire come Stefano Cucchi". Nuove regole per i detenuti ricoverati

Se un detenuto ricoverato si aggrava, i medici potranno avvertire i familiari anche senza attendere l'autorizzazione del magistrato di sorveglianza. Per il momento si tratta solo di un accordo tra il provveditorato delle carceri del Lazio e l'ospedale romano Sandro Pertini, quello dove il 22 ottobre 2009 è morto nel più completo e colpevole abbandono Stefano Cucchi. Ma il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ha sollecitato tutti gli istituti a stabilire accordi simili con gli ospedali che hanno reparti detentivi (meno di una decina, nonostante la legge del 1993 secondo cui dovrebbe essercene uno in ogni capoluogo di provincia). Una volta definito un protocollo standard, questo sarà sottoposto al ministero della salute e alle Regioni, e dovrà essere valido su scala nazionale per le Asl e gli istituti di pena «per armonizzare le esigenze della salute con quelle della sicurezza ma anche evitare che il trattamento di un detenuto possa essere addirittura più restrittivo in ospedale che in carcere». Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha scritto al presidente della Commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino, per annunciare la novità. «Sono queste le cose che mi fanno pensare che la nostra battaglia sta avendo un senso. Con le nuove norme Stefano ci avrebbe avuti accanto a lui» ha commentato la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi.
La famiglia Cucchi non si è rassegnata alla morte improvvisa del giovane, con segni di percosse sul corpo e in uno stato di evidente disidratazione e denutrizione, quando non erano stati nemmeno avvisati che era stato ricoverato in ospedale dopo l'arresto per detenzione di una piccola quantità di sostanze stupefacenti. E non c'è dubbio che proprio la loro battaglia tenace e coraggiosa, che ha visto Ilaria in prima fila, è all'origine della decisione del Dap. «Nessuno potrà restituire Stefano Cucchi alla sua famiglia», ha commentato Marino. «Ma adesso si potrà evitare che altri casi come quello del giovane morto all'ospedale Sandro Pertini di Roma accadano nuovamente». E spiega: «se al momento del ricovero di Stefano Cucchi vi era di fatto la proibizione di comunicare con i familiari, in caso di aggravamento di un paziente detenuto, da oggi il medico, di fronte a una persona privata della libertà, potrà fare ciò che ogni medico pratica con ogni paziente: nel momento dell'aggravamento l'assiste e immediatamente dopo informa i familiari delle condizioni cliniche del loro caro. Fino ad oggi per fare questo c'era la necessità di un permesso del magistrato di sorveglianza, richiesto attraverso il carcere. Occorrevano giorni. Ora bastano minuti».

Testimonianze: Lettera dal carcere di Macomer (NU)


Un caro saluto a tutti i compagni,

a metà marzo 2010 il sottoscritto è stato trasferito nel carcere di Rossano nella sezione EIV (Elevato Indice di Vigilanza, ora AS2, Alta Sorveglianza), composta di soli prigionieri “islamici”, una decina in tutto. Subito ho riscontrato un regime di detenzione molto diverso dalla EIV dove ero stato precedentemente ristretto.
Sin dai primi giorni che siamo entrati nell'AS2 di Rossano la direzione ha vietato molti dei nostri diritti e cose che prima in tutti gli altri carceri avevamo senza nessun problema: la radio, l'orologio, il lettore cd, i colloqui con i famigliari - per chi li ha, il campo sportivo…
Tutto questo nelle altre carceri dove eravamo stati non mancavano, ci sono anche nelle sezioni per soli musulmani (Asti, Macomer, Benevento). Il congelatore, per esempio, in sezione non c'è; ce n'è soltanto uno nel corridoio che porta al passeggio, ma non ci possiamo mettere niente, possiamo soltanto metterci l'acqua per il ghiaccio.
Al direttore abbiamo fatto molte richieste, rimaste però tutte senza risposta. Ci siamo sentiti presi in giro, dalla direzione non arrivava nessuna risposta.
Allora abbiamo iniziato a protestare. Abbiamo cominciato con il rivolgere le nostre lamentele ai capi delle guardie; facevo questo nel mentre ci recavamo all'aria, nel piccolo tragitto dalle celle al cortile. Poi siamo entrati in sciopero della fame, portato avanti per quattro giorni. Per ultimo abbiamo fatto alcune battiture notturne, alle 22.30, alle 1.45 e alle 4 del mattino.
Dopo tutte queste proteste nessuno ci ha risposto! Ci sentivamo sempre più sotto pressione e stavamo sempre più male.
Il 29 giugno 2010 tutti abbiamo, fatto richiesta di trasferimento. Le guardie hanno sempre continuato a fare le perquisizioni alle celle. In una di queste alla mia cella, hanno prelevato vari oggetti con la scusa che non erano autorizzati. Quegli oggetti mi sono stati autorizzati dal momento che ero entrato in quel carcere. Ho fatto presente tutto questo alla guardia che aveva fatto la perquisa; a lui non importava nulla, anzi, mi provocava per crearmi dei problemi. Infatti mi sono innervosito troppo con lui. Il 6 luglio 2010 ha presentato un rapporto contro di me. Dal direttore per discutere del rapporto disciplinare sono andato assieme ad un altro prigioniero (Fezzani Moez).
Il direttore si è rivolto a me in modo molto arrogante, mi ha insultato come se fossi uno schiavo. Invece di darmi un consiglio umano, con il suo modo di parlare mi ha fatto innervosire abbastanza, allora gli ho detto delle parole pesanti. A quel punto sono intervenute le guardie. Mi hanno preso con forza e portato alle celle.
Quando gli altri compagni hanno saputo quello che era successo e che era stato punito anche Moez, si sono innervositi e hanno cominciato la battitura alle porte per solidarietà. Il vice-comandante e il brigadiere della sezione sono entrati in sezione per portarmi all'isolamento. Con loro c'erano molte guardie, ho paura per me, allora mi sono ferito al collo con una lametta, per far loro più paura mi sono ferito anche ad un dito. All'inizio mi sono rifiutato di uscire dalla cella, poi ho detto loro che sarei uscito se mi lasciavano prendere tutta la roba e se non mi toccavano. Hanno accettato. Poi ho capito che era una fregatura, che mi stavano dicendo menzogne. Mi hanno portato all'infermeria dove, appena hanno visto il dito mi hanno detto che doveva essere cucito. Però non avevano l'ago per compiere l'operazione. Quando il dottore (o l'infermiere) è uscito per andare a prendere l'ago, sono rimasto solo con il brigadiere e una guardia che ha cominciato a dirmi di tutto. Parolacce e bestemmie solo per farmi innervosire e così crearmi problemi. Gli ho detto di non interrompermi mentre stavo parlando con un suo capo. La guardia mi dice di stare zitto, che lui non ha paura di me. In quel mentre arriva il comandante che da dietro mi da uno schiaffo, dicendo: eccomi qui. E' stato come un segnale, tutte le guardie presenti mi hanno aggredito con forza per uccidermi. Con il manganello mi davano botte sul viso, su tutto il corpo. In quei momenti urlavo dal dolore, cercavo di evitare le botte del manganello dirette alla faccia, proteggendomi con la spalla destra - mi fa ancora male fino all'osso. Sono scappato dalle loro mani, mi sono buttato sotto il tavolo, loro allora hanno continuato colpirmi ma con i piedi e i manganelli. Mi hanno causato dei tagli profondi in particolare nel labbro superiore, da dove usciva molto sangue.
Successivamente sono stato portato all'isolamento, in una cella vicino alla sezione. Quella cella era priva di ogni cosa né finestre, né porta per il bagno, né luce. Più volte ho chiesto di andare in infermeria per essere visitato, per fare una radiografia alla spalla e per cucire il labbro. Il mio corpo era pieno di macchie blu a causa delle botte. Alle richieste non ha risposto nessuno.
La notte tardi è venuto, mi ha guardato nella cella buia. Gli ho chiesto di curarmi tutte le ferite; mi ha ascoltato, se ne è andato e non è più tornato. Nel secondo turno della notte è venuto anche l'infermiere; ha guardato e se ne è andato anche lui. Poi è venuto un altro, ho poi saputo che era lo psichiatra; non mi ha detto una parola. Dopo un poco è ritornato l'infermiere per farmi una puntura anti-dolorifica.
I medici hanno scritto che io ero completamente sano; e il medico psichiatra ha chiesto di lasciarmi in una cella senza niente. Ha fatto questo senza avermi visitato!
In quella cella ci sono rimasto sei giorni, dormivo per terra senza vestiti, solo con un pantaloncino che indossavo all'inizio e senza nessuna cura.
Il 12 luglio 2010 sono stato trasferito nel carcere di Nuoro. Quando mi ha visitato il medico gli ho chiesto di registrare e prendere atto di tutti i segni rimasti sul corpo che erano ancora lì dopo quasi una settimana dal massacro.
Ho scordato di scrivere che dopo due giorni ho chiesto di andare in infermeria per denunciarli. Non mi hanno autorizzato.
Il medico e lo psichiatra anche loro sono colpevoli di tutto. Ho quattro testimoni detenuti che erano nell'isolamento quando mi hanno portato lì anche me. Hanno visto il comandante, le guardie e me. Ricordo bene le facce delle guardie e ho anche il nome di chi mi ha fatto rapporto. Il direttore ha ordinato l'aggressione contro di me.
Voglio denunciare tutti questi fascisti infami.

P.S. il 22 luglio 2010 mi è arrivata una notifica inviata dal DAP, in cui bengo punito a sei mesi di 14-bis, a sei mesi (isolamento) da scontare nel carcere di Nuoro (via Badu 'e Carros 1 - 08100 Nuoro).

Un cordiale saluto Elayashi Radi


Indirizzo del carcere di Macomer: Località Bonu Trau 19 - 08015 Macomer (Nuoro)

13 agosto 2010

Carceri, ferragosto di ispezione per 195 parlamentari

Saranno 195 i Parlamentari che, con la promotrice dell'iniziativa Rita Bernardini dei Radicali, passeranno il week end di Ferragosto nelle carceri italiane. Lo scopo della Radicale è verificare le condizioni di vita nei penitenziari italiani. Secondo Ristretti Orizzonti, il sito di cultura e informazione sul carcere attivo da 12 anni, le visite saranno effettuate in più di 170 carceri da 87 deputati, 37 senatori, 60 consiglieri regionali, 5 garanti dei diritti dei detenuti, 2 europarlamentari, 2 magistrati, 1 presidente di tribunale, 1 procuratore generale, accompagnati da alcune centinaia di collaboratori (tra militanti radicali, rappresentanti del volontariato, dell'avvocatura, delle organizzazioni sindacali). Ed è a tutti loro che Ristretti Orizzonti dà alcuni suggerimenti per una «visita informata» agli istituti di pena, che vanno dalla verifica se nell'ambito dell'assistenza sanitaria ci si occupa, come dovuto, anche di prevenzione dei suicidi, fino al al controllo che i detenuti possano disporre effettivamente di acqua calda per lavarsi. Ai parlamentari viene consigliata come prima tappa, la visita agli ambienti dedicati ai colloqui dei detenuti con i familiari. «Il rischio è che con il caldo estivo e con il sovraffollamento, i colloqui diventino sempre meno un momento dove coltivare i rapporti affettivi con i familiari e sempre più dei luoghi di stress e frustrazione», avverte Ristretti Orizzonti, che perciò chiede di verificare tra l'altro se la sala destinata agli incontri tra i detenuti e i parenti sia «adeguatamente ventilata». Si suggerisce anche di controllare l'infermeria, per verificare se sia dovutamente attrezzata con apparecchiature adatte alle visite specialistiche e se effettivamente le richieste di visita medica vengano accolte «senza ritardo». Ma anche per accertarsi che siano previste modalità per individuare le persone a rischio suicidio e se sia garantito loro «almeno un ascolto adeguato». Scontata la visita delle celle, che per dimensioni dovrebbero rispettare gli standard stabiliti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura («non meno di 15 metri quadri per quattro detenuti»). «I servizi igienici devono essere separati per rispettare la privacy di chi ne usufruisce», ricorda ancora il sito, che raccomanda di «verificare se c'è acqua calda» e se in ogni sezione ci sia effettivamente un defibrillatore «perfettamente funzionante». Tra i tanti suggerimenti quello di controllare lo stato di lenzuola e coperte «spesso in condizioni inaccettabili», ma anche il rispetto delle norme, non solo igieniche, sul vitto, a cominciare dalla presenza obbligatoria di un agente per vigilare sull'equità della distribuzione dei pasti.
Proprio ieri intanto il vice presidente della commissione attività produttive della Regione Sicilia, Pino Apprendi (Pd), ha fatto chiarezza su una morte nel carcere dell'Ucciardone di Palermo, avvenuta lo scorso 4 agosto, quella del detenuto Dino Naso: «Il detenuto ha accusato un malore alla gola sostenendo di avere le placche, presumibilmente alle 9,30 del mattino e ha così chiesto qualcosa per alleviare il fastidio.
Pare che gli siano state portate una pillola e una bustina. Continua a sentirsi male anche se in maniera lieve e verso le 13 si prepara una camomilla, la situazione degenera intorno alle 15,30 quando inizia la crisi respiratoria. I detenuti chiedono aiuto e viene chiamato il medico che si trovava alla sesta sezione per un altro caso. Alle 16,25 Dino Naso riceve le prime cure in infermeria così come registrato nella cartella clinica, alle 16,57 viene chiamato il 118 che arriva all'Ucciardone alle 17,10. I medici e gli operatori sanitari del 118, dopo avere prestato le prime cure urgenti, ripartono verso l'ospedale alle 17,56. Il detenuto arriva in condizioni gravissime al Buccheri La Ferla alle 18,12» dove poi morirà. Sulla vicenda sono in corso due inchieste, una da parte della magistratura, la seconda da parte dell'amministrazione carceraria. Per Apprendi comunque «è impensabile che in una struttura penitenziaria dove sono reclusi 707 detenuti, ci sia un solo medico di turno impegnato a tamponare le emergenze ed evitare gli imprevisti. Questo si traduce in una mancanza quasi totale di sicurezza per i carcerati, del tutto intollerabile».

Giuseppe Gulotta, 22 anni in prigione «In galera da innocente. Perché?»

Di sicuro c’è solo che è innocente. Innocente ma con 22 anni di galera alle spalle. Innocente ma accusato di strage. È la storia di Giuseppe Gulotta e di un eccidio senza colpevoli, quello di Alcamo Marina, provincia di Trapani, avvenuto il 27 gennaio 1976 e che costò la vita ai carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta (nella foto è l'uomo a sinistra accompagnato all'uscita dal carcere dal legale).

Giuseppe Gulotta nel 1976 aveva 18 anni. «Fu una cosa terribile, in paese ne parlavamo tutti. Due giovani carabinieri, quasi miei coetanei, trovati uccisi in una piccola caserma di fronte al mare». Delitto inspiegabile, misterioso. Uccisi nel sonno, la serratura fusa dalla fiamma ossidrica, pistole e divise che spariscono. Una vita serena, di provincia, quella di Giuseppe. Non poteva immaginare che di lì a poco sarebbe finito nel tritacarne di un mistero di Stato. Lui che di politica nulla sapeva. Anni 70, roba per stomaci forti, quando i sogni di un mondo migliore stavano svanendo in un delirio di piombo. «La mia era una vita di lavoro. Prima dal barbiere, poi muratore. Ero un ragazzino riservato, timido con le ragazze». L’unico lusso una vespa arancione, qualche sera in pizzeria e in discoteca, «ma io facevo tappezzeria» ricorda Giuseppe. Sempre in compagnia di Gaetano e Vincenzo, gli amici con cui era cresciuto.
Quando i due carabinieri vengono uccisi, Giuseppe sta aspettando una chiamata dalla Guardia di Finanza dopo aver sostenuto tutti gli esami. Ad Alcamo arrivano due squadre di investigatori, quella del colonnello Giuseppe Russo, un mastino dell’antimafia, e quella dell’antiterrorismo di Napoli. Scatta la caccia all’uomo. Il movente è politico, è terrorismo. Due carabinieri morti esigono un colpevole, a ogni costo. E a pagare il prezzo sono quei tre amici inseparabili: Giuseppe Gulotta, Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli. A chiamarli in causa è un altro ragazzo di Alcamo, con il quale a volte uscivano: Peppe Vesco. È un tipo particolare Vesco, un po’ naif: un chiacchierone che al bar parla di rivoluzione, di anarchia e che ha perso una mano in un incidente. In paese lo chiamano “Peppe ’u pazzo”. È il 12 febbraio 1976. Il tritacarne è in azione. Lo mettono in moto una decina di carabinieri agli ordini del colonnello Russo. Vesco viene arrestato per un’infrazione. Nella sua macchina i carabinieri trovano una pistola. In caserma Vesco viene sottoposto a torture indicibili: botte, scosse elettriche, costretto a bere acqua e sale. Prima nega qualsiasi coinvolgimento nella strage poi dice che la refurtiva sottratta sul luogo del delitto si trova in casa di un bottaio, Giovanni Mandalà, dove viene recuperata. Poi altre torture. Alla fine ammette: ho fatto la strage con i miei amici Gulotta, Ferrantelli e Santangelo. È la svolta: i tre ragazzi vengono arrestati e dopo una notte da film horror confessano tutto. Tutto ciò che non avevano mai fatto.
«La mia innocenza è nelle carte» dice Gulotta che oggi, dopo 22 anni di carcere da innocente, con il processo di revisione in corso, racconta a l’Unità la sua storia. Ci sono carte che grondano sangue e lacrime. Le lacrime e il sangue di Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. Le carte, quelle in cui si autoaccusano, sotto tortura, della strage. Sono le 10 di sera del 12 febbraio 1976. I tre ragazzi, dopo la denuncia di Vesco, sono in stato di fermo. «Stavo riparando il bagno di casa. Fui portato in caserma». Siamo ad Alcamo, provincia di Trapani, Italia. Ma potrebbe essere l’Argentina dei generali, il Cile di Pinochet, un gulag sovietico o una prigione talebana. Da mezzanotte all’alba Giuseppe Gulotta viene torturato come un desaparecido. Perché per tutti, lui, quel 18enne timido che voleva indossare la divisa della Finanza, ufficialmente non è lì. Il verbale di arresto segnala che Gulotta arriva in caserma alle 5 del mattino e non alle dieci di sera. Ecco il racconto dell’orrore: «Verso mezzanotte mi legano mani e piedi a una sedia. Provo a divincolarmi e spezzo il bracciolo della sedia. Iniziano a urlare che li avevo uccisi io i due carabinieri. Ovviamente nego. Mi circondano, sono una decina, tutti carabinieri in divisa. Mi picchiano in faccia, mi sputano addosso. Calci e pugni. Urlano: sei stato tu, dillo. I tuoi amici hanno ammesso tutto». Non era vero. In quei momenti uguale trattamento subivano Gaetano e Vincenzo. Spunta anche una pistola che scortica la faccia di Gulotta. «Se non confessi ti ammazziamo», minacciano.
«Uno da dietro mi teneva la testa, mentre un altro carabiniere mi schiaffeggiava». Era il colonnello Russo che Gulotta riconoscerà molti anni dopo. «Quando smise, un altro prese a strizzarmi i genitali. Non finivano più». Russo finirà ucciso l’anno dopo e per uno strano caso anche lì ai sospettati verrà estorta una confessione sotto tortura. In realtà il colonnello venne ucciso da Leoluca Bagarella, allora giovane boss emergente.
Carte che grondano sangue. È il verbale della confessione di Giuseppe. «Era l’alba quando mi arresi alle botte». «Ditemi quello che devo confessare, basta che non mi picchiate più» dice agli aguzzini in divisa. «Si fermarono. Mi portarono in un’altra stanza e mi ammanettarono a un termosifone. Ero una maschera di sangue. Accanto a me c’era un avvocato, una donna giovane che fumava, non mi degnò di uno sguardo. Firmai il verbale di confessione, avevo solo diciotto anni». La dignità non abitava in quella caserma, quella notte. C’è solo un carabiniere che non viene contagiato da quell’isteria collettiva. «Gulotta mi sembrò un pulcino impaurito e bagnato» ricorda oggi.
Dopo la confessione estorta Gulotta viene portato a Trapani in carcere e poi nel pomeriggio si trova di fronte ai vertici della procura, Genco e Lumia. «Ero in uno stato pietoso. Stavo per dirlo anche a una guardia carceraria cosa avevo subito ma il carabiniere che era con me mi strinse forte il braccio. Mi ricordo bene cosa disse: “Scrivete che è scivolato in caserma su una buccia di banana”». Ancora carte che sanguinano. «La frase finì nel verbale - dice Gulotta - I miei abiti pieni di sangue sparirono». Raccontò tutto anche ai magistrati. «Dissi che ero innocente, dissi delle torture. Non potevo immaginare che l’avrei ripetuto a decine di altri pm per altri 30 anni. Non successe nulla». A parte quella confessione a suon di botte, non c’è nulla che somigli a un’indagine sulla strage di Alcamo Marina. Non viene appurato con un esame, lo stub, se i quattro sospettati hanno usato armi, non si accerta il loro alibi, non si cercano altri testimoni. Vesco esce di scena nell’ottobre del 1976 dopo aver ritrattato le accuse: privo di una mano si impicca in carcere. Una versione inverosimile ma ufficiale: altre carte insanguinate. Muore con lui una delle possibilità per capire.
Tra assoluzioni e condanne. Intanto Gulotta sconta 2 anni e 3 mesi di carcere. Nel 1988 ha un figlio da Michela la sua attuale compagna. Nel ’90 la sentenza definitiva: ergastolo. Inizia a scontarlo, da innocente. Con una forza sovraumana. «Avevo degli obiettivi: la revisione del processo e aspettare i primi permessi per ritornare in famiglia. Ho sempre sperato nella giustizia». Un detenuto modello, mai una protesta, mai pensato a fuggire, a sottrarsi a quella condanna ingiusta. Gli altri due, Ferrantelli e Santangelo, invece scappano in Sudamerica. Lui no: rimane in carcere, chiede la revisione, trova nella sua compagna e nei figli un baluardo contro l’assurdo dolore. «Ho accettato il corso della giustizia. Non volevo fuggire, volevo giustizia». E la giustizia - o quel che ne rimane - arriva nel 2008, trentadue anni dopo l’infamia. Riappare quel carabiniere che vide Gulotta, «il pulcino bagnato e impaurito», subire le torture. È Renato Olino e decide di parlare. Si innesca così il meccanismo che porta al processo di revisione. Il 24 giugno scorso Olino racconta tutto davanti alla Corte di Reggio Calabria. Ha riavvolto il film di quella notte, di quel branco di lupi in divisa che non la smetteva di picchiare, che non voleva la verità ma solo un colpevole, uno qualsiasi. Il 22 luglio 2010, dopo 22 anni di detenzione, Gulotta esce dal carcere in libertà vigilata.
«Vorrei sapere chi e perché mi ha fatto questo. Ho iniziato a documentarmi. Siamo finiti in una vicenda enorme, legata ai misteri di questo paese. Io voglio capire cosa è successo ad Alcamo, in Sicilia, in Italia in quegli anni. Ci sarà qualcuno che mi dirà in che razza di storia sono finito, da che parte stavano i carabinieri, da che parte stavano i giudici. Siamo stati i capri espiatori di una cosa molto più grande di noi che non si doveva conoscere. Questo è stato il modo in cui alcuni carabinieri hanno creduto di fare giustizia dei loro colleghi uccisi?». Come tutti i misteri italiani dietro la strage si intravedono 007 e traffici di armi, trame e segreti: il tritacarne di Stato in cui è caduto Gulotta. Recentemente la procura di Trapani ha aperto due inchieste. Una sulla morte dei due militari, l’altra su 4 carabinieri accusati di sequestro di persona e lesioni gravissime: sono Giuseppe Scibilia, Elio Di Bona, Giovanni Provenzano e Fiorino Pignatella. Due indagini che potrebbero rispondere alla domanda di Gulotta: perché?
Gli indagati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere anche se per quei reati, per quelle torture è già scattata la prescrizione. «Questo mi fa rabbia - dice Gulotta - perché ancora una volta negare la verità? Che Stato è quello che condanna un innocente e permette a un colpevole, che è anche un carabiniere, di tacere la verità?». Coltiva anche un sospetto terribile. «In tanti conoscevano la verità. Credo che Olino l’avrebbe potuta dire prima ma i tempi non erano maturi, qualcuno gli ha consigliato di tacere, per trent’anni». Nessuno ha chiesto scusa a Gulotta. «Solo Olino. Dopo la sua testimonianza si è venuto a sedere vicino a me. Per un attimo ho provato quasi timore. Mi ha guardato e mi ha detto, “Alzati Giuseppe”. Mi ha abbracciato forte: “Scusami, anche a nome dei miei colleghi”. Nessun altro si è fatto sentire».


di Nicola Biondo da unita.it


11 agosto 2010

Suicidio a Rebibbia è l’ultimo atto di una tragica serie: in una settimana 3 detenuti sono morti e 2 sono ricoverati in fin di vita all’ospedale

Per le carceri italiane una settimana da dimenticare: il suicidio di Riccardo Greco, avvenuto la scorsa notte nel carcere di Rebibbia, è solo l’ultimo atto di una tragica serie che sembra non aver fine e che finora ha causato la morte di 3 detenuti, mentre altri due sono ricoverati all’ospedale in coma irreversibile. Da inizio anno a livello nazionale salgono a 41 i detenuti suicidi (35 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 113 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.711, di cui 597 per suicidio).

Palermo, 4 agosto: in cella con altri 8 detenuti è colpito da un infarto, arriva all’ospedale in coma
Nel carcere Ucciardone di Palermo Dino Naso, 41 anni, è in una cella assieme ad altri 8 detenuti. Nove persone pressate in 12 metri quadri, il caldo asfissiante si somma al fumo delle sigarette e Dino, che ha problemi cardiaci, chiede all’agente che gli apra la porta, perché non riesce a respirare.
La porta rimane chiusa e l’uomo all’improvviso si accascia sul pavimento, un medico accorre e cerca di rianimarlo, poi ne dispone il trasferimento all’Ospedale. Secondo i familiari, il personale del carcere sarebbe intervenuto in ritardo e dal malore al trasferimento in Ospedale sarebbero trascorse due ore. Replica il direttore vicario dell’Ucciardone, Carmen Rosselli: “Abbiamo garantito la massima assistenza, il detenuto era in preda a una crisi respiratoria e ha lasciato la cella con le sue gambe”. Fatto sta che Dino Naso è arrivato all’Ospedale già in coma ed il giorno successivo al ricovero è sopraggiunta la morte cerebrale.

Udine, 4 agosto: si impicca in cella, è all’ospedale in coma profondo e si valuta espianto organi
Pochi minuti dalla mezzanotte, approfittando del cambio della guardia, Ramon Berloso si impicca nella sua cella del carcere di Udine. Viene soccorso quasi subito e trasportato in Ospedale, ma ugualmente sprofonda in uno stato di coma dal quale non si risveglierà più. Fabio Pasquariello, comandante del nucleo investigativo di Udine, ha incontrato i medici della clinica Universitaria dove l’uomo è ricoverato, ed è lui a tracciare un parallelo con Eluana Englaro: “Come lei anche Berloso ha riportato ingenti danni a causa dell’anossia cerebrale - dice. I medici escludono che possa tornare alla coscienza, ma il suo corpo è sano”.
Ebbene, è proprio questa condizione ad aprire ora un doppio scenario: il coma profondo può evolvere nella morte cerebrale, oppure nello stato vegetativo, cioè in una condizione di incoscienza che, come insegna il caso Eluana, può permanere immutata per anni. In caso di morte cerebrale potrebbe prendere corpo l’ipotesi dell’espianto degli organi. Un’eventualità che, a quanto appreso, l’ospedale avrebbe già preventivato e della quale i medici avrebbero cominciato a parlare con la madre di Berloso, sua congiunta più prossima. Spetterà a lei, infatti, autorizzare l’operazione e mettere così in moto il protocollo per l’espianto.

Brondisi, 5 agosto: si impicca in cella, aveva già tentato suicidio perché non poteva vedere figli
Mohamed Hattabi, tunisino di 43anni, si impicca durante la notte nel carcere di Brindisi; la mattina dello stesso giorno aveva già tentato il suicidio tagliandosi le vene, ma era stato soccorso in tempo. L’uomo era sotto stretta sorveglianza: aveva già cercato, in passato, di togliersi la vita, senza però riuscirci. Era disperato, a quanto pare, per via della lontananza dai due figlioletti di nove e sei anni.
Non era stato possibile incontrarli, come ogni mese, perché alla fine di luglio la moglie dell’uomo era stata arrestata su ordine di carcerazione per un vecchio furto di alcune bottiglie, in un supermercato. La donna deve scontare una condanna a tre mesi di reclusione, sarebbe presto uscita, perché può beneficiare della sospensione condizionale della pena, ma nel frattempo i due bimbi sono stati affidati a una coppia di amici che li avrebbero ospitati fino al momento del ritorno a casa della madre. Il 43enne non sapeva nulla di quanto era accaduto fuori dalla casa circondariale in cui era detenuto per scontare la pena che gli era stata inflitta: era stato condannato per droga e armi, sarebbe uscito nel 2012. Probabilmente sarebbe stato trasferito in un penitenziario, lontano da Brindisi e dai suoi bambini che hanno continuato a vivere con la madre, brindisina, e che frequentano la scuola dalle suore. È stato forse il timore di non rivederli per lungo tempo, la sofferenza dovuta al regime carcerario, l’insostenibile dolore provocato dalla distanza dai figli, a causarne il suicidio.

Frosinone, 6 agosto: detenuto ha un arresto cardiaco, il defibrillatore non funziona
Mauro M., detenuto 32enne tossicodipendente, malato di Hiv e sottoposto a terapia psichiatrica muore in cella. La causa del decesso, secondo le autorità sanitarie del carcere, sarebbe un arresto cardio-circolatorio. L’infermeria dell’Istituto di Frosinone è dotata di un defibrillatore semi-automatico. Questo strumento salvavita, stando a quanto appreso dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni sarebbe stato però inutilizzabile, perché avrebbe le batterie scariche e le placche scadute.
“Probabilmente la morte per cause naturali di quest’uomo non farà gridare allo scandalo contro il sovraffollamento e le precarie condizioni di vita nelle carceri italiane - ha aggiunto il Garante - ma per l’ennesima volta invito tutti quanti a chiedersi se fosse davvero il carcere, e non una struttura esterna adeguata, la soluzione migliore per una persona in quelle condizioni di salute”.

fonte: Ristretti Orizzonti

10 agosto 2010

Mortola l'ex capo della Digos di Genova nel 2001, condannato per il G8 promosso a questore

Promozioni per i "capi" condannati per il G8, mentre la "truppa" abbandonata deve fronteggiare la sfiducia dei cittadini. Non sono parole di un no global ma le amare considerazioni di Roberto Traverso, segretario provinciale del sindacato di polizia Silp Cgil.
La frustrazione nasce dalla notizia della promozione a questore di Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova nel luglio del 2001, condannato in secondo grado a 3 anni e otto mesi per l'irruzione e i falsi della scuola Diaz e a un anno e due mesi per induzione alla falsa testimonianza col capo dei servizi De Gennaro.
Traverso si chiede: "Cosa diranno i genovesi? Purtroppo penso che la loro reazione sarà questa: "Cosa c'è di strano? È sempre stato così!". Il danno oltre la beffa per una categoria come la nostra che per quei maledetti giorni del 2001 sta pagando mediaticamente (e non solo) un prezzo altissimo. Da un lato, sentenze che infliggono un durissimo colpo a chi aveva responsabilità organizzative gestionali, dall'altro, la convivenza con un'Amministrazione che si dimentica della "truppa"".
Quei poliziotti senza gradi che secondo il Silp "solo per una responsabilità oggettiva, si trovano a pagare centinaia di migliaia di euro tra spese legali e risarcimenti. Su questo la nostra Amministrazione è silente... o meglio sfuggente".


fonte: La Repubblica

8 agosto 2010

Carceri psichiatrici choc: «Indecenti, vanno chiusi»

A volte ci sono foto che raccolgono con uno scatto il senso di mille storie. Tra quelle scattate dalla Commissione di indagine parlamentare sulla sanità, negli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani, durante le visite ispettive c'è n'è una che ritrae un uomo obeso, nudo, in una cella-letamaio (la vedete pubblicata qui sopra). È un internato dell'Opg di Napoli. La sua storia e le sue condizioni sono simili a quelle degli altri sofferenti psichici (circa 1.500) internati nei manicomi giudiziari. Una vicenda per certi versi già nota - il manifesto la segue da anni - ma la cui denuncia trova oggi conferma e autorevolezza. Nei cinque Opg i senatori che si sono recati in visita hanno rilevato «una sorta di inferno organizzato - ha detto il presidente della Commissione Ignazio Marino - dove senza problemi viene affermato anche dagli operatori che vi lavorano che i malati stanno vivendo una sorta di ergastolo bianco». In queste strutture (Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia) hanno trovato internati abbandonati da 25 anni, condizioni fatiscenti, stanze che puzzano di urina, persone legate nude al letto di contenzione. A "salvarsi" è solo la struttura di Castiglione delle Stiviere, la sola completamente in carico ai servizi sanitari.
Per tre strutture (Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto e Montelupo) il quadro appare,se possibile, ancora più drammatico. Condizioni invivibili, sporcizia, degrado e assenza di assistenza sanitaria. Ad accompagnare i parlamentari, i carabinieri dei Nas che hanno redatto una dettagliata relazione sulle visite. E a leggere i loro rapporti sembra risentire le parole di Francesco Caruso. Su Barcellona, ad esempio, scrivono i Nas «durante il sopralluogo emergeva il sovraffollamento degli ambienti, l'assenza di cure specifiche, l'inesistenza di qualsiasi attività educativa o ricreativa e la sensazione di completo e disumano abbandono del quale gli stessi degenti si lamentavano. I degenti, nella assoluta indifferenza, oltre ad indossare abiti vecchi e sudici, loro malgrado, si presentavano sporchi e maleodoranti».
Ad Aversa «le celle/stanze, munite di 6 posti letto ed un servizio igienico, versavano tutte in pessime condizioni strutturali ed igienico-sanitarie, con pavimenti danneggiati in vari punti, soffitti e pareti con intonaco scrostato ed estese macchie di umidità» e ovunque «cumuli di sporcizia e residui alimentari, letti metallici con vernice scrostata e ruggine, sgradevoli esalazioni di urina, armadietti vetusti, effetti letterecci sporchi, strappati ed evidentemente insufficienti, finestre, anche in corrispondenza di letti, divelte o con vetri rotti: il tutto in condizioni tali da rendere disumana la permanenza di qualsiasi individuo».
E se nell'Opg di Napoli le condizioni strutturali sembrano migliori, non altrettanto vale per le condizioni degli internati. Viene riscontrato il caso di Leonardo Marco, che a fronte di una misura di 2 anni è internato da ben 25 anni (la misura di sicurezza detentiva può essere prorogata senza limiti, ecco perché è detta ergastolo bianco), di un altro internato che da circa 3 anni ha ottenuto il parere favorevole, ma è ancora in attesa di trasferimento in una comunità. E poi ci sono i casi di E.V. con un occhio nero (e messo nel letto di contenzione il 16 luglio) e di uno con ustioni alle mani, senza che nulla risulti nella loro cartella clinica. Un altro internato presenta una evidente cancrena agli arti inferiori. E questo è solo un piccolo estratto di quella che davvero appare come una galleria della disumanità.
A fronte di questa orribile situazione sembra opinione condivisa da tutte le componenti della Commissione che questi luoghi vadano chiusi. Secondo Ignazio Marino «il 40% degli internati è dimissibile, anche se continua a rimanere rinchiuso. Come commissione abbiamo chiesto la lista dei soggetti dimissibili in modo che entro agosto vengano fatti uscire e presi in carico dalle Asl. Alcune strutture sono indecenti e indecorose e vanno chiuse. La Commissione - annuncia Marino - lavorerà per incidere immediatamente e concretamente sulla situazione all'interno degli Opg, con indicazioni utili per l'eventuale modifica delle leggi vigenti». Una sfida ambiziosa che vuole accelerare i tempi previsti dalla riforma della sanità penitenziaria e garantire la dimissione degli internati per i quali, pur in assenza di pericolosità sociale, vi sono state proroghe delle misura di sicurezza per l'assenza di alternative.
Non è un obiettivo semplice da raggiungere, come sottolineano sia gli scettici per mestiere che i prudenti per giudizio, ma, alla luce di ciò che sono questi luoghi, terre di mezzo tra il manicomio e il carcere, solo la loro chiusura può porre rimedio alla disperata inumanità che li attraversa.


fonte: il manifesto

Tunisino 43enne si impicca nel carcere di Brindisi: è il 40 detenuto suicida nel 2010

Un detenuto di nazionalità tunisina si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere di Brindisi. L’uomo, un 43enne, in carcere per una condanna per armi, che avrebbe dovuto finire di scontare a maggio del 2012, si è stretto al collo una maglietta legandola alle sbarre della finestra del bagno della sua cella. Nonostante i soccorsi da parte degli agenti della polizia penitenziale siano stati immediati per il tunisino non c’è stato nulla da fare.
Con lui sono già quattro i detenuti che, nelle carceri della Puglia, si sono tolti la vita: prima di lui si sono impiccati Luigi Colucello di 55 anni, nel carcere di Lecce (12 giugno 2010) e un detenuto straniero di 30 anni, sempre nel carcere di Lecce (28 maggio 2010), mentre Pierpaolo Ciullo, che aveva 39 anni, si è ucciso inalando gas nel carcere di Altamura (Ba) il 2 gennaio 2010.
Da inizio anno a livello nazionale salgono così a 40 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (34 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 112 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.710, di cui 596 per suicidio).


fonte: ristretti orizzonti

Genova G8: Sentenza Diaz, il blitz fu ordinato da De Gennaro

Avevano l'obbligo d'impedire le violenze e non lo hanno fatto. Gli alti funzionari della polizia presenti durante l'irruzione nella scuola Diaz di Genova durante il G8 sono stati condannati dalla Corte d'Appello in base all'articolo 40 del codice penale. La norma è estremamente chiara in proposito, «Non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». E' quanto emerge dalle motivazioni della sentenza di secondo grado per le violenze alla Diaz nel 2001, 310 pagine, depositate con largo anticipo dalla Corte d'Appello di Genova. La Corte spiega che Gratteri, Canterini e Luperi, inviati a Genova dal capo della polizia De Gennaro, erano i più alti funzionari presenti al momento dell'irruzione, quindi responsabili gerarchicamente dell'operato dei loro sottoposti. Hanno visto quello che accadeva e, poiché la loro superiore posizione gerarchica lo consentiva, avrebbero potuto impedire le violenze. Ma non lo fecero. Secondo la norma, una omissione che cagioni un evento che non si sarebbe dovuto verificare equivale a cagionare l'evento stesso, quando l'agente che per funzione ha l'obbligo giuridico d'impedirlo non interviene per farlo. Per questa ragione il 18 maggio scorso, ribaltando la sentenza di primo grado, vennero condannati ben 25 poliziotti, tra cui l'intero vertice della polizia di Stato. 4 anni di reclusione per l'allora capo dell'anticrimine Gratteri, oggi responsabile della polizia di prevenzione (ex Ucigos), 5 anni per l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma Canterini, "riparato" in Romania con l'Interpol, 4 anni a Luperi attuale dirigente dell'intelligence interna, 3 anni e 8 mesi per Spartaco Mortola, vice del questore di Torino. «Preso atto del fallimentare esito della perquisizione - si legge nelle motivazioni - si sono attivamente adoperati per nascondere la vergognosa condotta dei poliziotti violenti concorrendo a predisporre una serie di false rappresentazioni della realtà a costo di arrestare e accusare ingiustamente i presenti nella scuola», come avvenne con le famose bottiglie molotov. Mentre in primo grado fu ritenuto unico responsabile Pietro Troiani, l'Appello ha stabilito che i filmati dell'episodio sono inequivocabili poiché indicano un conciliabolo tra alti dirigenti della polizia nel cortile con le bottiglie in mano. «Motivazioni che confermano la ricostruzione dei pm, sostenuta dal movimento e dalle vittime», secondo Vittorio Agnoletto, già portavoce del Gsf, e Lorenzo Guadagnucci, pestato alla Diaz che sottolineano nelle motivazioni come il blitz, sia nato «da un'esplicita richiesta del capo della polizia di riscattare l'immagine del corpo». Con una bella retata sanguinosa

27 luglio 2010

Palermo: aggressione fascista

La notte scorsa cinque militanti antifascisti sono stati aggrediti da membri di organizzazioni di estrema destra nei pressi di piazza Politeama, a Palermo. Tra di essi vi erano anche alcuni nostri iscritti". E' quanto afferma Marco Giordano, coordinatore provinciale dei Giovani comunisti. "Condanniamo senza mezzi termini l'accaduto e richiamiamo l'attenzione delle istituzioni sui frequenti episodi di violenza squadrista commessi nella nostra città - aggiunge - Auspichiamo che tale fatto non inneschi una spirale di violenza, ribadendo le nostre idee antifasciste, contro ogni forma di razzismo e di omofobia e per la difesa della Costituzione democratica frutto della Resistenza".

Ennesimo suicidio in carcere: 44nne in attesa di giudizio si impicca a Siracusa

Corrado Liotta, 44 anni, detenuto nel carcere “Cavadonna” di Siracusa, si è ucciso questa notte impiccandosi alle sbarre. Sembra che l’uomo sia morto all’istante, poiché nell’appendersi al rudimentale cappio che aveva fabbricato si è spezzato le vertebre cervicali. Fatto sta che i compagni di cella non si sono accorti di nulla ed il corpo senza vita dell’uomo è stato scoperto dall’agente di turno, che stava effettuando la conta alle 3 di notte.
Liotta era detenuto, in attesa di giudizio, nel Reparto “isolati” del carcere e già la settimana scorsa aveva commesso atti di autolesionismo, ingoiando lamette da barba. Era stato arrestato lo scorso 9 maggio dagli agenti della Questura di Siracusa, intervenuti per sedare un litigio scoppiato in un condominio: l’uomo, armato di un coltello e di un cacciavite, minacciava pesantemente delle persone chiuse all’interno di una stanza, chiedendo loro dei soldi. Da qui l’arresto, con l’accusa di lesioni e minacce, tentata estorsione e danneggiamento.
Nel 2010 nelle carceri siciliane si sono già uccisi 7 detenuti, di cui 2 nel penitenziario di Siracusa
Da inizio anno salgono così a 39 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (33 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 109 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.707, di cui 595 per suicidio).
"I suicidi e i gesti quotidiani di autolesionismo che affliggono la realtà carceraria italiana sono delitti di stato ampiamente annunciati". E' quanto dichiara il responsabile nazionale giustizia del Prc, Giovanni Russo Spena, in relazione al suicidio avvenuto oggi a Siracusa.
"Diciamo da tempo che il carcere in Italia è fuorilegge - afferma Russo Spena - La maggioranza parlamentare, con l'impegno molto negativo del partito giustizialista di Antonio Di Pietro, non è riuscita a varare nemmeno il modesto provvedimento di decongestionamento carcerario, detto 'svuota carceri'. Riteniamo che l'unica soluzione riformatrice sia che il ministro della Giustizia porti immediatamente in discussione in parlamento le proposte per la depenalizzazione e l'adozione di misure alternative avanzate sia dalla commissione Nordio che dalla commissione Pisapia. La civiltà delle carceri è misura della civiltà di un paese".

23 luglio 2010

Liberi tutti! Il Riesame dà ragione agli imputati dei Fatti di Pistoia

Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivata la notizia attesa ormai da 10 mesi: i 6 imputati per i Fatti di Pistoia dell'11 ottobre scorso sono liberi. Il Tribunale del Riesame ha infatti accolto il ricorso degli imputati che in questi 10 mesi hanno scontato carcere, arresti domiciliari e dimora notturna a fronte di un capo d'imputazione, devastazione e saccheggio (reato che prevede da 7 a 15 anni di reclusione), tenuto in piedi solo per giustificare una rappresaglia politica nei confronti degli imputati. Un reato quindi giudicato inesistente sia dalla Cassazione di Roma che da Tribunale del Riesame di Firenze e che getta pesanti ombre su come siano state gestite fino ad oggi le misure cautelari e le limitazioni della libertà personale degli imputati.
Due tribunali quindi hanno confermato ciò che noi diciamo da tempo, cioè che a Pistoia è statoa costruita da parte della questura e dell'accusa una rappresaglia politica verso degli imputati che si sono sempre dichiarati innocenti e che hanno subito 10 mesi di misure cautelari in modo ingiusto e artificioso. Ricordiamo che quando furono concessi gli arresti domiciliari il Pm si oppose e chiese la carcerazione di tutti, proprio appellandosi ad un reato che per due tribunali è inesistente.
Infine è doveroso un commento sul comportamento de Il Tirreno riguardo la vicenda. Nei giorni scorsi oltre 20 organizzazioni politiche e sindacali hanno inviato comunicati di sostegno agli imputati proprio alla vigilia della sentenza del Tribunale del Riesame. Un sostegno ampio e incondizionato proprio sull'ingiustizia delle misure detentive di cui ha dato notizia anche il Tg3 oltre che numerosi giornali. Per Il Tirreno invece silenzio assoluto, il solito atteggiamento di indifferenza verso quelle persone che chiedono giustizia ma che non fanno parte della loro cerchia. Basti ricordare i titoli garantisti e commoventi con interviste annesse all'ex assessore Cecio quando ricevette, per cavilli burocratici, una sentenza favorevole. Tuttavia, per rincare la dose, Il Tirreno questa mattina invece di dare notizia della sentenza di liberazione, ha confezionato un bell'articoletto di sostegno alla Procura di Pistoia con il Procuratore Generale che annuncia che prenderà in mano il processo e che difende il Pm Boccia smentito da due tribunali. Insomma, spazio e sostegno a chi viene smontato da una sentenza e indifferenza verso coloro a cui la sentenza dà ragione. Forse della sentenza del Riesame non ne sapevano niente in redazione, ma visto il tempismo con cui sono andati in soccorso alla Procura di Pistoia non viene che da pensare male. Insomma, il solito Tirreno nemico dei livornesi e amico del potere.


fonte SenzaSoste

Catania: Detenuto suicida, è il 38esimo caso nel 2010

Andrea Corallo, 39 anni, detenuto nel carcere Bicocca di Catania, questa mattina si è tagliato la gola con una lametta da barba ed è morto dissanguato. L’uomo era stato arrestato nell’aprile 2008 a Ragusa, nell’ambito di un’operazione contro la criminalità organizzata dedita alle estorsioni.
Non carcere della Bicocca poco più di un mese fa si era suicidato un altro detenuto, Antonio Di Marco, 43enne. Nel complesso degli istituti penitenziari della Sicilia nel 2010 i detenuti suicidi sono 6, di cui l’ultimo in ordine di tempo (il 18 luglio) è stato Rocco Manfrè, 65enne, che si è impiccato nella Casa Circondariale di Caltanissetta. Da inizio anno salgono così a 38 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (32 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 105 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.703, di cui 594 per suicidio).
Nei primi sette mesi del 2009 (anno che ha fatto registrare il “record storico” di suicidi in carcere, con 72 casi), il numero dei detenuti suicidi era attestato a 31, quindi 7 in meno rispetto a quest’anno. Un trend negativo che, a meno di clamorose inversioni, a fine anno produrrà un numero di decessi in carcere mai visto, né immaginabile fino a pochi anni fa: a titolo di esempio nel 2007 i suicidi furono 45, l’anno successivo 46… ma oggi i numeri sono quasi raddoppiati.
E, come sottolinea oggi il Sindacato Uil-Pa Penitenziari, non sono soltanto i detenuti a “morire di carcere”: da inizio anno già 4 agenti di Polizia penitenziaria si sono tolti la vita e ieri si è ucciso anche il Provveditore alle carceri della Calabria, Paolo Quattrone.
Un estremo malessere affligge il sistema penitenziario (ufficialmente in “stato di emergenza” dallo scorso gennaio) e non se ne intravedono vie di uscita. Un malessere fatto di sovraffollamento e di carichi di lavoro insostenibili, di risorse economiche ed umane sempre più scarse, di fatiche e professionalità poco o nulla riconosciute, di strutture edilizie spesso al limite della vivibilità.
I tanti, troppi, “morti di carcere”, da entrambe le parti, sono la testimonianza più eloquente che alla dichiarazione dello “stato di emergenza” devono seguire interventi sostanziali, per uscire da questa emergenza. Da mettere in atto subito, non chissà quando… e chissà tra quanti altri morti.
fonte: ristretti orizzonti

Archiviata la querela contro la madre di Federico Aldrovandi

Aveva definito "delinquenti" i quattro poliziotti allora sotto processo per l'omicidio colposo di suo figlio. Tre di loro l'avevano denunciata ma un giudice di Mantova le ha dato ragione. Accuse archiviate perché Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, aveva ragione. «Non consideriamo - così disse all'Ansa Patrizia il 5 luglio 2008 - quelle persone come rappresentanti delle istituzioni, ma solo come delinquenti». Nelle motivazioni, uscite mercoledì, il giudice ritiene che quelle considerazioni «non fossero affatto espressione di una critica ingiustificata e totalmente disancorata dalla ponderata valutazione di circostanze obiettive idonee a fondare quel personale convincimento della madre della vittima». In quel periodo, «contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa degli agenti», il processo era già iniziato e in fase «di avanzata istruttoria». Già allora sussistevano «molteplici prove del fatto che l'intervento operato dai poliziotti era stato caratterizzato da un uso della forza assolutamente eccessivo e sproporzionato rispetto alla finalità di bloccaggio dell'Aldrovandi che doveva essere perseguita». Quando Patrizia rilasciò l'intervista «erano già molteplici le emergenze comprovanti che a carico dell'Aldrovandi era stata esercitata una violenza non solo eccessiva e sproporzionata rispetto all'offesa da respingere, ma addirittura tale da integrare un vero e proprio "pestaggio" («assolutamente non necessario avuto riguardo all'entità dell'offesa posta in essere dal giovane», dirà il giudice in un altro passaggio, ndr) con uso di corpi contundenti assolutamente non tollerabile in un sistema democratico». Al gip mantovano, competente per territorio, non sfuggono «le difficoltà in cui sono chiamate ad operare quotidianamente e in modo meritorio le forze di polizia e il senso di frustrazione che in alcune occasioni può - sotto il profilo umano - cogliere le forze dell'ordine nel vedersi aggredite od offese da terzi soggetti». Ma «è proprio in queste situazioni che si misura la tenuta del sistema democratico e che entra in gioco la professionalità delle forze di polizia, le quali devono sempre aver presente che l'uso della forza deve costituire l'extrema ratio e che, anche quando necessario, deve essere sempre proporzionato e commisurato all'offesa da fronteggiare». Parole chiarissime che tendono a « stigmatizzare e a sottoporre legittimamente a critica, anche aspra» l'hobby di troppi operatori in divisa di esercitare «una forza repressiva obiettivamente e ingiustificatamente eccedente i limiti consentiti». Vada come vada il processo d'appello - fissato per il 17 maggio 2011 - un pestaggio come quello di Via Ippodromo del 25 settembre 2005 - «continuerebbe comunque ad integrare comportamento illegittimo». Non sfugge al gip che «colleghi e superiori» degli agenti «anziché consentire che i fatti fossero accertati in modo obiettivo, avevano fatto in modo di raccogliere il maggior numero possibile di elementi confermativi della tesi difensiva dei quattro poliziotti, facendo in modo di non avere la scomoda presenza né del pm, né dei familiari della vittima (avvertiti del decesso solo alcune ore dopo) sul luogo del delitto». Come altro avrebbe potuto definirli «una madre che aveva pacificamente perso il proprio figlio in occasione di un intervento di polizia caratterizzato da un uso della forza che definire eccessivo è riduttivo»? Però, proprio alla vigilia della manifestazione anti-bavaglio di Piazza Navona, la polizia ha suonato ancora a casa Aldrovandi. Stavolta era per notificare un'altra querela. A sentirsi diffamata, con immenso stupore della famiglia è la pm di turno quella notte che fù raggirata da chi fece le prime indagini e persuasa a non recarsi sul luogo del delitto.


Checchino Antonini

22 luglio 2010

Pistoia: Gli errori sui fatti dell'11 ottobre

In merito agli avvenimenti dell'11 ottobre a Pistoia e ai conseguenti atti della Questura e della Magistratura, non possiamo che tornare ad esprimere la nostra totale solidarietà nei confronti di Alessandro Orfano, Elisabetta Cipolli, Selvaggio Casella, Vittorio Colombo, Alessandro della Malva e Juri Bartolozzi, rimasti coinvolti in una vicenda giudiziaria che li ha ingiustamente colpiti nelle proprie libertà personali, senza che vi fossero elementi probatori a carico degli arrestati in grado di giustificare le pesantissime misure cautelari che hanno subito.
Si è cercato, in ogni modo, di creare un caso, facendo crescere a sproposito l'entità di quanto accaduto (per arrivare a giustificare l'accusa di devastazione e saccheggio di Casapound) e successivamente trovando un comodo, quanto improbabile, capro espiatorio nei partecipanti all'assemblea dell'ex circolo Arci "1° maggio".
Ragazzi peraltro, ben noti e apprezzati nelle loro città per la loro attività sociale, di solidarietà con i più deboli e di infaticabile impegno civile, che li hanno visti quotidianamente anche al fianco dei militanti del nostro Partito, con cui hanno condiviso molte, sacrosante, battaglie.
Battaglie a volte tese e problematiche, ma sempre affrontate, in modo aperto e leale da parte di tutti.
Oggi questi ragazzi, dopo aver visto carcere, arresti domiciliari, divieti assoluti di incontro e comunicazione per oltre tre mesi, sono sottoposti, per decisione del collegio dei giudici, a obbligo di dimora dalle 21 alle 7 e permanenza nella provincia di residenza.
La cosa continua a destare preoccupazione, pur essendosi pronunciata a loro vantaggio, i primi giorni di aprile, la stessa Cassazione che ha annullato la sentenza del Tribunale del Riesame del 3 novembre 2009 che aveva confermato le misure cautelari a danno di alcuni di loro e che ha chiesto a questo stesso Tribunale di emettere un nuovo giudizio, tenendo conto degli errori segnalati dalla Corte, in quanto non esisteva alcuna indicazione nel provvedimento del Tribunale che giustificasse tali misure.
A ulteriore conferma dei dubbi avanzati sul particolare accanimento nei loro confronti. Un accanimento che evidentemente è ancora ben lungi dal cessare, come ha dimostrato l'atteggiamento del Pm che aveva addirittura richiesto una nuova applicazione degli arresti domiciliari, fortunatamente respinto dal Tribunale del Riesame sulla base della sentenza della Corte di Cassazione.
Tra l'altro, nel caso di Elisabetta, la cosa è ancor più grave, avendo tutti i testimoni negato la presenza di una donna nei fatti di Casapound.
Tenuto conto dell'esito della quinta udienza, che non disponeva niente sulle misure di custodia, la difesa ha deciso di fare a sua volta ricorso al Tribunale del Riesame per far decadere tali misure.
A distanza di oltre cinque mesi dalla decisione del collegio giudicante e di tre mesi da quanto sancito dalla Corte di Cassazione finalmente, oggi 21 luglio detto Tribunale riformulerà la decisione in merito alla legittimità degli arresti secondo le indicazioni della Suprema Corte e si esprimerà sull'appello contro il mantenimento delle misure di sorveglianza richiesto dalla difesa.
Aspettiamo con fiducia la nuova sentenza che possa vedere decadere ogni restrizione nei confronti di questi compagni, rispetto ai quali le udienze non hanno portato alcun fatto a sostegno dell'accusa. Fiducia, ma insieme a qualche timore, perché nel frattempo stanno accadendo episodi che non tranquillizzano.
Per la prima volta dopo molti mesi e del tutto immotivamente, ad uno degli indagati è stata infatti respinta l'autorizzazione ad allontanarsi dalla città per poter svolgere la propria (precaria) attività lavorativa, negandogli un diritto fondamentale sancito dal nostro ordinamento.
Come Prc, continueremo a manifestare la nostra vicinanza verso i ragazzi e le loro famiglie e a sostenere la loro battaglia per la verità e la giustizia, rinnovando la richiesta alla Magistratura di fare, in tempi rapidi, piena luce su quanto accaduto l'11 ottobre a Pistoia, sgombrando il campo dalle ombre, dagli errori e pregiudizi che hanno macchiato la fase iniziale delle indagini, non reggendo clamorosamente nei mesi successivi alla prova dei fatti.
Riteniamo indispensabile che, attorno a casi come quello che ha coinvolto questi compagni, debba crescere la conoscenza e la solidarietà, che rappresentano l'unico modo per evitare che simili episodi possano ripetersi o addirittura aumentare, come è già accaduto in questi ultimi anni.


Alessandro Trotta, Giovanni Russo Spena, Stefano Cristiano

Bologna, sgomberata la Casa popolare “Dodi Maracino”

Ieri mattina la polizia municipale è arrivata in via Legnano 3, a Bologna in Zona Borgo Panigale. Così è iniziato lo sgombero della Casa Popolare “Dodi Maracino”: la struttura, l'ex scuola elementare “Mazzini” chiusa da due anni, era stata occupata il 25 aprile dal sindacato degli inquilini Asia Rdb e al momento dello sgombero ospitava 60 persone. Già due settimane dopo l'occupazione il comune aveva tagliato la luce agli inquilini della ex-scuola. I residenti avevano chiesto di poter aprire un contratto con l'Enel per poter pagare le spese dell'elettricità, ma non gli era stato concesso. E alla fine c'è stato lo sgombero.
«C'è un problema generalizzato di precarietà abitativa che in questo momento sta diventato una vera e propria emergenza sui grandi numeri. Le amministrazioni locali hanno risposto a questa emergenza tagliando tutti i fondi che sono destinati all'edilizia pubblica e ordinando gli sgomberi» afferma Federico Orlandini, di AsiaRdb «Abbiamo tentato di dialogare con il commissario e con le amministrazioni ma il dialogo veniva sempre interrotto affermando che non vi erano soluzioni alternative allo sgombero dei residenti della struttura». La Dodi Maracino era stata occupata a seguito di un altro sgombero, quello della Tendopoli, organizzata in segno di protesta davanti alla nuova sede del comune di Bologna in Piazza Liber Paradisus. «Nel giro di tre mesi le famiglie accolte qui sono aumentate di giorno in giorno. Nelle stanze in cui ad Aprile abitavano singole famiglie adesso venivano divise tra due, tre gruppi familiari. Da oggi grazie allo sgombero 60 persone rimangono in mezzo a una strada visto che non ci è stata proposta né una soluzione a lungo termine né una provvisoria» continua Orlandini
L'edificio della Ex scuola Mazzini doveva essere riassegnato a delle associazioni ma da due anni era chiuso. Asia Rdb e i gli inquilini lo avevano trasformato in un'occupazione abitativa restituendolo alla città e alla cittadinanza per far fronte ad un'emergenza sempre più pressante in territorio emiliano. Intanto, nell'attesa dell'instaurazione di un dialogo tra movimenti e amministrazioni locali Asia rdb promette che «la mobilitazione andrà avanti finché non si troverà un alloggio nuovo per tutti coloro che sono colpiti da quest'emergenza».

Sestri Ponente: denunciati 19 lavoratori della Fincantieri

La Procura di Genova ha inviato un avviso di garanzia al segretario provinciale della Fiom Cgil Francesco Grondona, al responsabile organizzativo della stessa organizzazione sindacale Bruno Manganaro e ad altri 17 lavoratori e delegati sindacali dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente per gli scioperi e l’occupazione del dicembre 2009. A denunciare i lavoratori, secondo quanto annunciato dai rappresentanti sindacali durante una conferenza stampa convocata stamani nella sede regionale della Camera del Lavoro di Genova e della Liguria, sarebbe stata la direzione stessa dell’azienda.
Nel mirino degli inquirenti, la manifestazione del 18 dicembre scorso durante la quale un gruppo di lavoratori e delegati sindacali forzarono i blocchi all’esterno dello stabilimento per partecipare all’assemblea pubblica sul futuro dell’azienda, a cui aveva preso parte anche il governatore ligure Claudio Burlando ed il sindaco di Genova Marta Vincenzi. Sindacalisti e lavoratori, secondo quanto denunciato dalla Fiom, sarebbero accusati di aver danneggiato durante l’irruzione le sbarre e le transenne posizionate all’esterno dell’edificio.
«Un’azione intimidatoria nei confronti della Fiom e un segnale preoccupante per il futuro dello stabilimento». Così il segretario provinciale della Fiom Cgil di Genova, Francesco Grondona, ha commentato stamani le denunce nei confronti dei vertici dell’organizzazione sindacale e di altri 17 lavoratori dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente per gli scioperi e l’occupazione del cantiere genovese nel dicembre del 2009.
"Occorre svelenire l'Italia dal clima di repressione nei confronti dei lavoratori e delle loro lotte che sta annichilendo la vita sociale e democratica del paese". E' quanto dichiara il segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero, commentando i 19 avvisi di garanzia inviati dalla procura di Genova a lavoratori e sindacalisti dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente per gli scioperi e l’occupazione del dicembre 2009.
"A denunciare i lavoratori sarebbe stata la stessa direzione aziendale, a conferma di un accanimento contro le rivendicazioni e i diritti dei lavoratori che dalla Fiat si sta estendendo come una metastasi a tutto il paese", osserva il segretario di Rifondazione intervenendo a Napoli a una tavola rotonda sui temi della democrazia e del lavoro insieme al segretario della Fiom Maurizio Landini, l’europarlamentare dell’Idv Luigi De Magistris e il leader della minoranza del Pd Ignazio Marino. "Ai 19 indagati e alla Fiom va tutta la nostra solidarietà per quest’azione intimidatoria - conclude Ferrero - Si tratta di un segnale allarmante sia per il futuro di Fincantieri che per quello della democrazia e dei diritti del lavoro in Italia. Perciò siamo convinti che la manifestazione nazionale convocata dalla Fiom il 16 ottobre sui temi del lavoro, i diritti e la democrazia sia quanto mai necessaria, tempestiva e utile al paese e a far ripartire l'iniziativa comune dell’opposizione".

21 luglio 2010

Bologna: pugno duro del comune contro i lavavetri

Lavorano per strada tutto il giorno, esposti allo smog delle auto e al caldo opprimente di questi giorni. Come se non bastasse, la Polizia municipale di Bologna sceglie la linea dura e prende di mira i lavavetri, già “cavallo di battaglia” dell’ex sindaco-sceriffo Cofferati. Negli ultimi giorni i vigili urbani (operando perfino in borghese) ne hanno sanzionati 63, con sequestro degli attrezzi di lavoro. E non hanno intenzione di fermarsi, neanche in estate. Parola del comandante in persona, Carlo Di Palma, del quale riportiamo una dichiarazione che rende l’idea del personaggio: “Nonostante l’estrema ‘volatilita’ delle fattispecie comportamentali insite nell’illegittima azione riconducibile al fenomeno ‘lavavetri’, questo comando intende perseguire per quanto possibile, senza sconti e senza interruzioni estive, la linea della fermezza e del controllo urbano”. Appare superfluo ogni commento sulle fattispecie comportamentali insite nella vergognosa azione riconducibile al fenomeno “guardie”.

fonte: zic.it

Io li dimetto. Una petizione per non tolleare l'intollerabile

Campagna promossa da Globalproject.info e Il Manifesto

Sono passati pochi giorni dalle condanne in primo grado e in appello con cui il tribunale di Genova ha riconosciuto la colpevolezza degli alti funzionari e dell’allora capo della polizia, a vario titolo, per quei tragici avvenimenti. I condannati per i fatti della scuola Diaz, per il massacro, i pestaggi e la costruzione delle prove false contro le vittime, ricoprono a tutt’oggi incarichi delicatissimi nell’ambito della direzione effettiva degli apparati della polizia di stato e dei servizi segreti. Nonostante le condanne questi signori continuano ad esercitare le loro funzioni, e anzi, godono di protezioni trasversali della politica così evidenti, tanto da farli apparire come degli “intoccabili”, diversi da tutti davanti alla legge. Sempre in questo periodo il Generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer, comandante del Ros ( Raggruppamento Operativo Speciale), protagonista nel dopo Genova nell’orchestrare inchieste ed arresti nei confronti degli attivisti politici di movimento, è stato condannato a Milano a quattordici anni di carcere per “associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga” ed altri reati. Anche lui, come se nulla fosse, è ancora a dirigere le “operazioni speciali” dell’Arma. Molti altri casi in questi anni, ci parlano di reati pesantissimi, fino all’omicidio, alle sevizie e alle torture, all’abuso sessuale e al ricatto, alla morte in mare di migranti tra cui bambini, in cui sono coinvolti i tutori dell’ordine. Genova è sicuramente il simbolo di dove si può arrivare se si costruisce l’idea di una totale impunità attorno ad azioni compiute indossando una divisa. Noi crediamo che bisogna dire basta. Quando militari, polizia e carabinieri, che hanno il potere di decidere sulla libertà e sulla vita della cittadinanza, godono di impunità invece che di maggiori controlli e attenzione, allora l’ombra autoritaria e fascista di un regime si delinea nettamente, rischiando di oscurare ogni cosa. Noi facciamo appello a tutti affinchè vi siano interventi amministrativi e legislativi perché:

gli appartenenti a forze dell’ordine e forze armate, inquisiti per reati riguardanti le loro funzioni, vengano destinati ad altre funzioni non operative in attesa degli esiti processuali;

in caso di condanna in primo grado vengano immediatamente sospesi;

in caso di condanna definitiva vengano dimessi da ogni incarico.

Rivolgiamo un appello a tutti inoltre affinchè si giunga alle immediate dimissioni dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e dei vertici della polizia condannati a Genova, ed inoltre dell’allontanamento da ogni funzione del Generale dei Carabinieri Gianpaolo Ganzer, in virtù dei gravissimi reati di cui sono stati protagonisti e delle enormi conseguenze che essi hanno provocato.

Attraverso la nostra presa di parola vogliamo dare un senso all’indignazione profonda che non può che assalire ogni persona per bene di fronte a questa vergogna.


Sottoscrivi la petizione su:

iolidimetto@globalproject.info

20 luglio 2010

Catanzaro, il Sud Ribelle non si processa: respinta la richiesta della Procura

A Catanzaro la Corte d'Assise e d'Appello ha appena rigettato la richiesta della Procura nel secondo grado del processo al "Sud Ribelle" incriminato per la costruzione della rete verso il NoG8 del luglio 2001 a Genova.

Tutti assolti gli attivisti del sud ribelle inseguiti da otto anni da un dossier preparato dagli uomini del generale Ganzer che li accusava di diversi reati, il più grave quello di cospirare contro gli organi costituzionali. Un’accusa paradossale che era piovuta addosso a una ventina di attivisti, soprattutto di Puglia, Campania e Calabria, e che diverse procure si erano rifiutate di trattare finché un controverso pm di Cosenza non se ne volle far carico. Il sud ribelle non era un’associazione sovversiva, era un pezzo della moltitudine che contestò il G8 del 2001. Il sostituto procuratore generale Marisa Manzini, stamane, aveva chiesto oltre 30 anni di carcere. I giudizi d’appello hanno confermato quindi la sentenza di primo grado.
Gli attivisti erano inizialmente accusati di «cospirazione politica, in quanto promotori e organizzatori di una vasta associazione sovversiva di oltre ventimila aderenti che attentarono all’ordinamento economico mondiale durante il vertice G8 di Genova del luglio 2001». Il sostituto procuratore generale Marisa Manzini aveva rinunciato a contestare l’accusa di associazione sovversiva, chiedendo invece di riconoscere gli imputati colpevoli di associazione a delinquere semplice.
L’udienza odierna, per ironia della sorte, si è tenuta nel giorno dell’anniversario della morte di Carlo Giuliani. Per ricordarlo il movimento ha manifestato davanti al palazzo di giustizia del capoluogo calabrese. I magistrati hanno dichiarato inammissibile l’appello dell’accusa in relazione ai capi di imputazione per i quali il procuratore generale ha rinunciato, confermando la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’assise di Cosenza il 24 aprile 2008. Tra novanta giorni saranno depositate le motivazioni e la procura potrà decidere l’eventuale ricorso in Cassazione. Proprio una settimana fa proprio il generale Ganzer è stato condannato per una storia di traffico di stupefacenti internazionale finalizzato, tra l’altro, alla costruzione delle carriere sua e dei suoi uomini. La notizia rimbalza anche in piazza Alimonda dove si stà svolgendo la manifestazione di commemorazione per il nono anniversario dell’omicidio di Carlo Giuliani. Nove anni dopo, le condanne alle forze dell’ordine coinvolte nelle violenze alla Diaz e a Bolzaneto e l’assoluzione definitiva del sud ribelle, fa risaltare ancora di più il processo negato per il fatto più grave del luglio 2001, l’omicidio di un ragazzo.


Il messaggio dagli indagati:
«Il processo al Sud Ribelle finisce veramente qui. Grazie a tutti»

Carceri: un fine settimane di "morte"

Nell’ultimo fine settimana altre 3 persone sono “morte di carcere”: due si sono impiccate, la terza è stata ritrovata senza vita in cella e le cause del decesso sono ancora da accertare. Con questi ultimi 3 casi salgono a 104 i detenuti morti da inizio anno: 32 si sono impiccati, 7 sono morti per avere inalato del gas (5 di loro si sono suicidati, per gli altri 2 probabilmente si è trattato di un “incidente” nel tentativo di sballarsi), mentre 65 detenuti sono morti per malattia, o per cause ancora da accertare. In 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.702, di cui 593 per suicidio.

Sabato 17 luglio - Casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova

Sabi Tauzi, detenuto marocchino di 39 anni, viene ritrovato cadavere in cella. Ex tossicodipendente, era in carcere per droga e avrebbe finito di scontare la pena nel 2014. Il medico legale ha dichiarato che la morte è sopraggiunta per “cause naturali”, ma comunque è stata disposta l’autopsia. Le Associazioni di volontariato e la Fp-Cgil Penitenziari avevano segnalato da tempo le condizioni pesantissime del sovraffollamento, aggravate dal caldo torrido, chiedendo di intervenire con misure per alleviare il disagio insopportabile: sabato in città il termometro segnava 38 gradi e nelle celle del “Due Palazzi” la temperatura arrivava a 40 gradi. Fonti istituzionali dichiarano invece che la temperatura nelle celle era “assolutamente accettabile” e che Tauzi divideva la cella (progettata per 1 persona) “con un solo altro detenuto”. Comunque finalmente i blindi sono stati aperti anche la notte e pare che verrà autorizzato l’acquisto di piccoli ventilatori. Nella Casa di Reclusione di Padova dall’inizio dell’anno sono morti già 4 detenuti; prima della morte di Sabi Tauzi, infatti, sono avvenuti 3 suicidi: Santino Mantice, 25 anni, si è impiccato il 30 giugno scorso; Giuseppe Sorrentino, 35enne, si è ucciso il 7 marzo e Walid Aloui, 28 anni, il 23 febbraio.

Domenica 18 luglio - Casa Circondariale “San Sebastiano” di Sassari

Italo Saba, 53 anni, si impicca con i lacci delle scarpe nella sua cella del carcere di Sassari, dove era detenuto da una settimana. L’uomo è stato soccorso dagli agenti, che lo hanno staccato da quel cappio improvvisato, ed è stato portato in fin di vita all’ospedale, dove dopo circa un’ora è morto.
Intorno alle 17 di ieri nella cella di San Sebastiano c’è stato un sopralluogo degli inquirenti. Presente anche il sostituto procuratore Maria Grazia Genoese. Sul cadavere nei prossimi giorni sarà effettuata l’autopsia.

Domenica 18 luglio - Casa Circondariale “Malaspina” di Caltanissetta

Rocco Manfrè, 65 anni, muore suicida nella notte. Si sarebbe strozzato stringendosi al collo il laccio in plastica della borsa termica che i detenuti possono tenere in cella. L’allarme è stato dato dal compagno di cella e, malgrado il tempestivo intervento dei sanitari e l’immediato ricovero presso il vicino ospedale, per Rocco Manfrè non c’è stato nulla da fare. L’uomo stato arrestato solo due giorni prima, accusato di un omicidio avvenuto 18 anni fa: vittima Agostino Reina, un operaio di 32 anni sparito da Gela e il cui corpo venne ritrovato semicarbonizzato solo alcuni mesi dopo la sua scomparsa.
fonte: ristretti orizzonti

19 luglio 2010

Verona: denunciati gli antifascisti

Da qualche giorno 8 compagni e compagne di Verona e altre città hanno ricevuto le denuncie e le imputazioni di oltraggio, resistenza, minacce, ingiurie a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato, per aver portato la loro solidarietà attiva fuori dal tribunale, a Luca e Pasquale, due compagni antifascisti arrestati per l’infamia di un noto nazista veronese, che li accusava di essere stato aggredito. Il giorno della convalida degli arresti, avvenuti a Novembre 2009, questi compagni tra cui alcuni parenti degli arrestati, assieme a tanti altri antifascisti, tentarono di vederli e capire le condizioni dei due antifascisti sequestrati dallo stato, dato che per 3 giorni non li fu concesso di bere e uno di loro non ricevette mai i medicinali salvavita di cui aveva urgente bisogno. La polizia, con ingente spiegamento di forze e arroganza ,vietò a tutti l’entrata e la possibilità di vedere gli arrestati, e sguinzagliò i giornalisti asserviti per provocare e continuare l’ignobile lavoro di denigrazione contro i compagni. Ma la sbirraglia non si aspettava la grande determinazione e la giusta indignazione dei parenti, amici e compagni. Sperava in una facile repressione anche di chi porta la solidarietà, anche di chi è solo parente di coloro che lottano contro questo stato assassino e fascista. Speravano di poter fare ciò che hanno fatto con Cucchi, Aldrovandi, e i tanti assassinati nelle questure, nelle caserme e in carcere. Purtroppo per loro, quel giorno non è andata così!! Quel giorno famigliari e amici, donne e uomini liberi, hanno dimostrato tutta la loro vicinanza e solidarietà a chi era stato strappato alle loro vite, al loro affetto, contro ogni legge dei tribunali e delle questure, infame, ingiusta e codarda. Hanno risputato in faccia ai carnefici tutto il male che hanno fatto nelle loro schifose carriere, prevenendone dell’altro ai due compagni. Oggi, con la solita vigliaccheria e meschinità che contraddistingue il capo della digos veronese, i suoi scagnozzi in divisa e i noti magistrati in prima linea nella difesa dell’ingiustizia e della repressione a tutto ciò che può minare i privilegi delle caste al potere, intendono continuare la loro guerra all’antifascismo e alle lotte sociali. Questa volta colpendo gli affetti più vicini e chi tenta di portare un aiuto e solidarietà a tutti coloro, che con ardito coraggio lottano e combattono per una società senza razzismo, fascismo, sfruttamento e disumanità. Tentano di fare terra bruciata attorno a chi si ribella, disarticolare l’unità nelle lotte. Diamo la più totale e attiva solidarietà a questi nostri 8 parenti, amici, compagni, i quali sono “colpevoli” d’aver usato contro questa banda di assassini e sciacalli corrotti, la più forte e nobile delle armi : LA SOLIDARIETA’!!! Umana e militante. Siamo ORGOGLIOSI di oltraggiare in ogni modo la divisa e la toga di chi per secoli ha solo dispensato orrore, ingiustizie, miseria e lutti ai popoli!!! Ignobili individui piccoli e meschini che vivono da parassiti dello sfruttamento capitalista altrui!!!! Siamo FIERI di resistere e minacciare il fascismo e l’arroganza di chi assassina e vorrebbe una società di schiavi pacifici e rassegnati. Siamo FELICI di danneggiare quei luoghi ripugnanti e disumani che si chiamano tribunali, cie, questure, caserme, basi militari. Chi continua a seminare vento e soffocar le genti con cieli plumbei di sofferenze e ingiustizie, troverà per sempre chi è disposto a dar tempesta!!!

Arditi e Antifascisti
Antifascisti/e veronesi

Notizie Correlate