19 luglio 2010

Barcellona Pozzo di Gotto: Un manicomio trasformato in un carcere incivile

A Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, il manicomio non ha mai smesso d'esistere. Anzi, la situazione odierna dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario rappresenta una tragica realtà sempre più drammatica e destinata a peggiorare.
L'istituto di Barcellona è l'unico Opg che non ha ancora recepito il Decreto dell'1 aprile 2008, tramite il quale si è stabilito il trasferimento delle competenze relativamente alle funzioni sanitarie, ai rapporti di lavoro, alle risorse finanziarie e strumentali in materia di sanità penitenziaria al Sistema sanitario nazionale. La struttura barcellonese rimane dunque a carico del Ministero della Giustizia.
Parallelamente un numero sempre maggiore di internati provenienti sia dagli altri istituti italiani - in fase di ristrutturazione, di dismissione o di chiusura definitiva - sia dai territori viene continuamente portato qui. Un vero e proprio trasferimento di massa che ha reso questo istituto l'unico "contenitore" a livello nazionale di casi fortemente disagiati e di un lungo elenco di persone che non avrebbero alcuna necessità di essere istituzionalizzate (senza fissa dimora, mendicanti, stranieri senza documenti, etc.), ma che, minando la "sicurezza" di facciata tanto proclamata, vengono rinchiusi all'interno dell'Opg.
I degenti sono al momento circa 320 (ma il numero è in continua oscillazione) mentre il personale impiegato è fortemente carente: agenti di guardia, assistenti sociali, educatori, infermieri e medici specializzati, non riescono a garantire le necessità di base e le cure che sarebbero fondamentali in una struttura di questo tipo. Questo perché il personale impiegato è poco e - per quanto riguarda soprattutto le guardie carcerarie - non specializzato per un istituto che non dovrebbe essere un carcere. Paradossalmente, si discute da qualche tempo di una imminente apertura del braccio femminile che contribuirà ad esasperare l'attuale situazione di degrado e difficoltà di gestione di tutte le attività a partire dalle normali esigenze igieniche e logistiche dell'ospedale, dove mancano anche le minime strutture quali bagni e non sono garantiti i servizi di pulizia basilari (cambio delle lenzuola, lavanderia, pulizia delle stanze). In questo assurdo inferno quotidiano vivono anche 54 stranieri provenienti da 22 diversi paesi. Stranieri che spesso non parlano l'italiano, non conoscono le reali motivazioni della loro reclusione e non hanno alcuna rete sociale-familiare di riferimento sul territorio.
Questa realtà, da molto tempo denunciata dalle reti locali e dalle associazioni, sembra ora essere venuta a galla. Nel mese di giugno infatti, due ispezioni parlamentari a sorpresa negli Opg di Barcellona Pozzo di Gotto e di Aversa hanno risvegliato l'indignazione degli ispettori presenti.
La commissione parlamentare presieduta da Ignazio Marino, istituita con "funzione di inchiesta sull'efficacia del servizio sanitario nazionale", inaspettatamente ha avuto occasione di constatare quale e quanto sia devastante le condizioni di vita delle persone internate negli Opg. La commissione ha visitato 2 dei 6 reparti dell'Istituto di Barcellona e quanto ha constatato non lascia alcuno spazio a fraintendimenti.
La pratica della contenzione forzata, in particolare, ha stupito tanto Marino quanto il senatore Michele Saccomanno (Pdl) che racconta: "Abbiamo un affollamento fino a nove persone in stanza. Nelle due stanze predisposte alla contenzione c'è un paziente detenuto, scarsamente sedato, coperto da un lenzuolo ma completamente nudo, con polsi e caviglie strettamente legati agli assi metallici del letto, che, oltre che arrugginito, è predisposto con un foro centrale per feci e urine a caduta libera in una pozzetta posta in corrispondenza sul pavimento".
Ad oggi i numerosi i tentativi di richiamare l'attenzione sulla situazione dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona, a tutti gli effetti un carcere senza alcuna regolamentazione circa la specificità dei casi e degli aspetti psichiatrici non hanno sortito risultati soddisfacenti. L'Italia è rimasto l'unico paese dell'Occidente "civilizzato" dove la gestione dei "folli-rei" è affidata all'amministrazione che gestisce le strutture carcerarie. Diverse forze sia associative che istituzionali hanno cercato interlocutori politici regionali, "da ultimo l'assessore alla sanità Russo, persona di notevole rilievo sotto molti aspetti, ci ha molto chiaramente detto che la responsabilità, in termini di recepimento del decreto nella legislazione siciliana, spetta alla politica che deve prevederne apposita norma e stanziare i fondi", queste le parole del direttore dell'istituto Nunziante Rosania.
Il circolo Arci Città futura, la Casa di solidarietà e accoglienza e altre realtà associative del territorio da vent'anni lavorano dentro e fuori l'istituto per smantellare lo stato delle cose, per affermare che le esperienze di inserimento lavorativo e sociale sui territori d'appartenenza già sperimentate sono testimonianza di come sia possibile superare definitivamente questo Istituto "totale" e dare alle persone opportunità dignitose di riappropriazione di quel sé a volte dimenticato, schiacciato dal pregiudizio e dalle paure di una società che si dichiara civile.
Approfittiamo dunque di questa momentanea vetrina di visibilità per ribadire ancora una volta che l'Opg deve essere chiuso, che basterebbero alcune misure di immediata realizzazione per rendere più semplice il percorso di tante, troppe persone costrette a trascorrere le proprie esistenze all'interno di questa struttura: abolizione delle proroghe, diritto di residenza, riorganizzazione dell'assistenza e della cura su base territoriale per garantire a piccoli gruppi di pazienti di essere seguiti in strutture chiaramente diverse dall'Opg con risultati migliori e un più facile reinserimento. Chi non l'ha ancora visto forse non ci crede. L'Ospedale psichiatrico giudiziario deve chiudere.


Circolo Arci città futura
Casa di Solidarietà ed Accoglienza

L'implosione delle carceri: fatiscenza e sovraffollamento

"Il carcere è fuorilegge" è questa la constatazione fatta propria dalle associazioni "A buon diritto" e "Antigone" supportate dalla rivista "Carta" che hanno lanciato nei mesi scorsi una campagna di inchiesta sullo stato del sistema penitenziario italiano. Dal 21 giugno al 2 luglio, esponenti delle associazioni, parlamentari, consiglieri regionali, attivisti impegnati nel settore, hanno visitato 15 istituti penitenziari riempiendo una semplice griglia utile ad evidenziare gli aspetti critici di ogni singola struttura. I risultati di queste visite sono stati presentati ieri in conferenza stampa presso la Camera dei deputati. Presenti Luigi Manconi e Patrizio Gonnella in rappresentanza delle due associazioni promotrici, alcuni parlamentari e consiglieri regionali che avevano partecipato alle visite. Il quadro che ne è emerso è a dir poco desolante e ha ragione Luigi Manconi a dire che le carceri non stanno esplodendo ma implodendo, come testimonia l' aumento dei suicidi, - gli ultimi due sventati ieri a Frosinone - degli atti di autolesionismo. Sovraffollamento e carenze strutturali si sommano in un cocktail micidiale, hanno constatato dati alla mano gli intervenuti: a Pistoia ogni detenuto ha a disposizione due metri quadrati, e lo stesso accade nel carcere milanese di S.Vittore. A Bologna la struttura potrebbe contenere 450 persone, al momento della ispezione i detenuti erano 1150, a volte causa anche la carenza di personale penitenziario, si riducono a 2 le ore d'aria giornaliere e si è nell'impossibilità di svolgere attività formative o scolastiche. È violato l'articolo 3 della Convenzione europea. Quanto avviene, spesso indipendentemente anche da chi ci opera, è da considerarsi come trattamento disumano e degradante e annienta l'idea stessa di pena come percorso di rieducazione. Ad impressionare è la costante disparità del rapporto fra capienza e presenze: Padova, 98 posti disponibili 250 detenuti, Roma Rebibbia (femminile) 281 posti, 390 persone, a Sulmona, ormai ribattezzato come il carcere dei suicidi sono in 444 dove potrebbero starne in 270, sempre nella capitale a Regina Coeli, con un reparto chiuso, 1073 presenze per meno di 650 posti disponibili, a Fermo, 80 per 45 posti, a Firenze Sollicciano 989 presenze per 521 unità, e così via. E poi strutture in cui è cronica la carenza idrica, tanto da rendere difficile farsi la doccia periodicamente, muffa e muschio sulle mura, cavi elettrici scoperti e cucine insufficienti, il lavoro esterno o interno privilegio di pochi, le porte blindate che vengono chiuse di solito dopo la mezzanotte perché non c'è personale sufficiente a garantire la custodia. Nel corso della conferenza sono state emerse iniziative: tra i parlamentari, Guido Melis ha proposto la realizzazione di una commissione parlamentare di inchiesta, Rita Bernardini ha lanciato l'idea di tornare nelle carceri il giorno di ferragosto, Ignazio Marino ha confermato la modifica del regolamento dell'amministrazione penitenziaria, che permetterà ai parenti di detenuti ospedalizzati, di conferire quotidianamente con i medici. Una decisione presa dopo la orrenda vicenda di Stefano Cucchi. È Stata mostrata copia degli esposti che Antigone e A Buon Diritto presenteranno, ai sindaci, agli assessori regionali alla Salute, ai Dirigenti delle Asl, alle direzioni delle Case circondariali competenti per i 15 istituti visitati. Nell'esposto si intima, ai termini di legge, di ripristinare condizioni sanitarie conformi al dettato normativo. Il consigliere regionale in Abruzzo della Federazione della Sinistra, Maurizio Acerbo, è intervenuto proponendo che vengano visitate anche le strutture in cui le condizioni di vita sono ancora peggiori e facendo appello ai consiglieri regionali soprattutto della FdS affinché facciano propria questa esigenza. In Abruzzo, su proposta di Acerbo si sta provvedendo ad istituire la figura del garante dei detenuti ancora assente nella legislazione regionale.

Stefano Galieni

15 luglio 2010

Tutto quello che non si scrive sulla condanna del generale Ganzer

La ricostruzione di una storia italiana dopo la clamorosa condanna a 14 anni del generale dei Ros: i misteri d'Italia, i processi ai movimenti, le trame...

Rinasce la P3 , il solito Dell’Utri, il coordinatore di Forza Italia, il vecchio faccendiere Carboni. Siamo abituati. Un po’ meno al fatto che un generale dei carabinieri, capo dell’ineffabile Ros, sia duramente condannato a 14 anni in primo grado per aver messo in piedi una rete che acquista cocaina in Colombia per far meglio carriera.
Il generale Ganzer non ha fatto un piega. Aspetta le motivazioni di una sentenza del processo meno raccontato dai media italiani. Eppure i protagonisti e i fatti meritavano approfondimenti. Ma oggi nel Belpease chi si mette a scrivere delle ombre del reparto operativo più osannato nella lotta al crimine?A Milano hanno condannato anche ufficiali e sottoufficiali del Ros e un alto generale. Si chiama Mauro Obinu. Vice di Ganzer. Ma anche imputato in altri processi poco raccontati. A Palermo fa coppia sul banco degli imputati con il generale Mori. Sono accusati di non aver catturato Binnu Provenzano. In quel periodo attraverso i Ciancimino avevano avuto anche il mandato di trattare con Cosa Nostra invece di pensare ad arrestare boia e mandanti delle stragi che uccisero Falcone, Borsellino e le loro scorte. Obinu sta all’Aise. Che non è un’azienda di elettrodomestici ma una delle sigle dei nostri straordinari servizi segreti che ogni tanto cambiano sigla per rinverdire il brand. Il capo di Obinu è Gianni De Gennaro condannato in Appello ad un anno e quattro mesi per la macelleria messicana della scuola Diaz di Genova quando era il capo della polizia italiana. Poi richiamo alla vostra memoria che il comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale era stato condannato ad un anno e mezzo per peculato ed è stato ricompensato con una nomina a senatore del partito berlusconiano. Vogliamo aggiungere Niccolò Pollari direttore del Sismi salvato dalle accuse per il rapimento di Abu Omar con il segreto di Stato e ricompensato con una qualifica di Consigliere di Stato.
Vi meravigliate? Io ho poco disincanto forse perché essendo un direttore di giornale ho potuto verificare che in favore di Pollari con dossier mirati si muovevano strani personaggi calabresi in odor di massomafia. Non avete mai incontrato uomini delle istituzioni che si sentono Stato più Stato degli altri? Spesso in rapporto stretto con giornalisti di grido dotati di ottimi fonti e che nelle redazioni possono far emergere titoloni su quel personaggio o capaci di far circolare dossier molto documentati contro avversari interni o esterni. Anche loro P3? Chissà.
Stiamo ai fatti senza troppo dietrologia e comprendiamo chi è il generale Ganzer condannato a 14 anni da un Tribunale di quello Stato che doveva servire. Accademia Militare di Modena. Capitano e allivo del generale Dalla Chiesa tiene il fortino strategico di Padova dove coordina il blitz contro l’Autonomia. Si tratta del processo «7 aprile» ovvero quando l’inquisizione politica consente l’eclisse del Diritto. Il dossier che arriva al giudice Calogero porta le firma di Ganzer. Sul fronte della criminalità cattura la banda dei giostrai. Poi infiltra uno dei suoi uomini nella “Mafia del Brenta” di Felice Maniero. Pochi ricordano che un pm indaghi l’ufficiale dei carabinieri per falsa testimonianza a difesa dell’infiltrato. La circostanza è citata da Fiorenza Sarzanini del Corsera che la elogia in positivo chiosando : “preferì finire sotto processo piuttosto che tradire un collaborante”. Carabinieri su una linea d’ombra. Stato nello Stato. Ma ci sono anche magistrati che non fanno sconti. Parte da lontano la vicenda che ha visto condannare il capo Dei Ros ad una pesantissima condanna a 14 anni di carcere. A Ganzer è andata male perché ha trovato un mastino sulla sua strada. Lo stesso magistrato che ha indagato sul Sismi di Pollari. Un pm tostissimo. Armando Spataro della Procura di Milano. Che si fida ciecamente di Ganzer. Ma quelli come Spataro non si bevono tutto come oro colato. Anche se ti chiami Ganzer. Il pm riceve la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. Questo il racconto del pm dagli atti processuali:«Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce». Spataro firmò il decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu effettuata. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga. Un copione che sarebbe poi stato ricalcato molte altre volte. Secondo l’accusa, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le brillanti operazionì non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Anche Fabio Salomone pm bresciano indaga sul Ros. Quello di Bergamo. I carabinieri reclutano giovani pusher su piazza. Trovano i clienti e vendono la coca. Un gruppo di carabinieri fa carriera con operazioni dove i soldi spariscono e che hanno una sorta di regia etorodiretta.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» racconta al pm Salomone che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinarono in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti. «Il Ros – scrivono i giudici nel rinvio a giudizio – instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere nè alla loro identificazione nè alla loro denuncia… ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta – annota la Procura di Milano – di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». I sottoufficiali indagati nascondono microspie ambientali e registrano l’interrogatorio del Pm. Per Ganzer è un gioco facile denunciare Salomone per abuso alla procura di Venezia e paralizzare per lungo tempo l’inchiesta. Un’inchiesta, nata a Brescia nel 1997 (pm Fabio Salamone) passata poi a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un pm bergamasco, salvo poi essere mandata a Bologna (per un episodio a Ravenna), restituita da Bologna a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, che sollevò conflitto di competenza in Cassazione, la quale stabilì infine la competenza di Milano. Un giro d’Italia che ha ritardato la fine di un processo durato un’eternità e che a quello di piazza Fontana gli fa un baffo per quanti tribunali ha visitato nel silenzio generale. E Biagio Rotondo detto “Il Rosso”? Il testimone che ha permesso di scoprire i giochi del Ros è morto suicida in carcere a Lucca il 29 agosto nel 2007. Cinque giorni prima la squadra mobile lo ha arrestato nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine avviata con delle intercettazioni . Fuori dal ristorante dove lavora è stata trovata avvolta in un tovagliolo una vecchia pistola di strana provenienza e che ha giustificato il fermo per porto d’armi abusivo. Nella sua ultima lettera indirizzata anche ai magistrati che hanno gestito la sua collaborazione c’è scritto: “Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile…Vi chiedo scusa per questo insano gesto”. C’ è un’altra presunta mela marcia in questa storia. E’ il magistrato Mario Conte che a Bergamo offre la copertura legale al supermarket carrierista della droga. E quando l’inchiesta Salomone decolla Conte si fa trasferire a Brescia acconto alla stanza di Salomone. Per motivi di salute la sua posizione è stralciata e si trova in attesa di giudizio. Si vedrà.
Per il momento una sentenza di primo grado ci dice che il metodo Ganzer nella lotta alla droga ha permesso l’arresto di molti pesci piccoli, sono aumentate le finanze di molti narcos ed è aumentativo il volume della cocaina nel nostro Paese. Senza dimenticare le violazioni del diritto e la deviazione delle istituzioni. Chissà se vi è capitato di assistere in televisione a vedere i servizi di quelle operazioni antidroga come “Cobra” o “Cedro” e che nulla altro sarebbero state che delle recite a soggetto. I Ros di Ganzer avrebbero anche installato una finta raffineria a Pescara per rendenre più brillante l’operazione. Ma tutto questo non era un’associazione a delinquere secondo il Tribunale di Milano. Resta con la prescrizione una zona d’ombra anche per un carico arrivato dal Libano di 4 bazooka,119 kalasnikov, 2 lanciamissili in quel caldissimo 1993 italiano e che secondo l’originario capo d’accusa i Ros avrebbero venduto alla cosca dei Macrì-Colautti. I soldi dell’affare non si trovano. Solo qualche traccia bancaria sbiadiata. Guadagni forse personali e qualche conto off shore che l’inchiesta non è stata in grado di trovare. Ganzer e Obinu sapevano quello che combinavano i sottoposti. Sono stati tutti condannati insieme al loro tramite libanese Jean Ajai Bou Chaya che dovrà scontare 18 anni di carcere.
Intanto a Milano per arrivare a questa sentenza sono stati escussi trecento testimoni ( a favore di Ganzer la difesa ha anche chiamato l’ex procuratore nazionale Vigna) e accorpati centoquaranta fascicoli. Tenute 163 udienze in cinque anni, 28 tra requisitorie e arringhe, 8 giorni di camera di consiglio. Nessuno ha seguito il processo fatto salvo rinvio a giudizio, richiesta pena e cronache sulla sentenza. L’unica eccezione è rappresentata da un articolo dell’Unità apparso in pagina il 25 febbraio del 2009 a firma di Nicola Biondo.
Il generale Ganzer in tutto questo trambusto è diventato capo del Ros dal 2002 con beneplacito di destra e sinistra. A Mario Mori sotto processo a Palermo succede Ganzer condannato ieri a Milano. Allievi di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nucleo speciale. Molti ufficiali e poca truppa. Investigazione speciale e segreta. I magistrati sono stati spesso al loro guinzaglio, intercettazioni invasive e operazioni nella terra di mezzo con il confidente. Una strana miscela che ha fatto esplodere conflitti esplosivi come quello tra il colonnello Riccio e Mori in Sicilia. Anche per Riccio condotte illegali nelle indagini antimafia gli sono costate una condanna in Appello a 4 anni e 10 mesi. Chi è più Stato dello Stato? I Ros di Ganzer oggi gestiscono le inchieste sui fondi neri a Finmeccanica, i ricatti a Marrazzo, tutte le nobile gesta della cricca, l’asse calobro-lombarda delle ndrine e gli affari della Camorra. Può il generale rimanere al suo posto? Secondo il ministro dell’Interno leghista e per il Comando generale dell’Arma non ci sono dubbi, dall’opposizione non vola neanche una mosca. L’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, da ministro dell’Interno vide lungo e chiese che alcune competenze dei reparti speciali italiani andassero ai comandi territoriali. Il Gico della Guardia di Finanza e lo Sco della Polizia hanno ottemperato alla disposizione. Tranne il Ros dei carabinieri che con le sue ventisei sezioni dislocate nelle Procure distrettuali restano delle monadi impenetrabili. Da quei reparti vengono uomini come Angelo Jannone, Giuliano Tavaroli, Marco Mancini e finiti tutti nello scandalo dei dossier illegali Telecom-Sismi. E gli ex Sismi accusano gli ex Ros di avere contatti proprio con Ganzer che con il Ros di Roma va a Palermo a disarticolare l’ufficio di Genchi subito sospeso dall’incarico senza essere formalmente indagato mentre il generale resta al suo posto mancando solo la promozione di generale di brigata. I Ros sono quelli che arrestarono a Milano il calabrese Daniele Barillà, sette anni di carcere innocente risarcito con soldi e la fiction di Beppe Fiorello “L’uomo sbagliato”. Potremmo narrarvi tante storie sul Ros. Ma io che sono un cronista di provincia ricordo che il Ros di Ganzer si occupò anche dei No Global di Cosenza e della Rete del Sud ribelle dopo i fatti di Genova. E dal mio archivio pesco un documentato articolo di Peppino D’Avanzo che su Repubblica ci svelava questa trama: «ACCADE che il Raggruppamento Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio, s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”. Organizzato il quadro, occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47 di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e concludono che ‘quel lavoro è del tutto inutilizzabile’. Gli investigatori dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato: “Questa roba non serve a niente”. Il dossier viene allora presentano ai pubblici ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone ragioni dell’Arma dei Carabinieri. Ora rendere conto delle buone ragioni del Ros che diventano buone ragioni per il pubblico ministero e il giudice delle indagini preliminari, Nadia Plastina, è imbarazzante per la loro e nostra intelligenza».
Nadia Plastina è stata promossa, Fiordalisi è diventato pm in una procusa sarda e vive sotto scorta per le minacce ricevute. I militanti arrestati nell’operazione No global sono stati tutti assolti nel processo di primo grado e devono affrontare quello d’appello. Il generale Ganzer è stato condannato da un tribunale dello Stato e resta al suo posto di comandante del Ros.


Paride Leporace da carta.org

14 luglio 2010

Suicidio nel carcere di Torino: 101° detenuto morto nel 2010

È morto tre giorni dopo aver tentato il suicidio nel carcere delle Vallette, Antimo Spada. Il 35enne originario di Aversa, esponente dei Casalesi di secondo piano, era stato arrestato nel 2005.
Secondo quanto si apprende, l’uomo, che doveva scontare ancora nove anni di condanna all’interno del penitenziario “Lorusso e Cotugno” si era impiccato in cella domenica pomeriggio. Era stato subito soccorso dagli agenti di polizia penitenziaria che l'avevano trasferito all’ospedale Maria Vittoria. Spada che si trovava nella settima sezione - blocco A del carcere era sottoposto a regime di alta sicurezza.
Dall’inizio del mese, oltre al suicidio di Antimo Spada, abbiamo raccolto segnalazioni di altri tre detenuti morti nelle carceri italiane: al Nuovo Complesso di Rebibbia, Roma, il 3 luglio è morto Hugo Cidade, 47 anni, argentino. Aveva una cirrosi epatica, patologia già ampiamente diagnosticata e per cui pare i medici del carcere avessero già da tempo dichiarato l'incompatibilità con il regime carcerario. Nonostante questo è rimasto in cella e vi è morto.
Tra il 7 e l’8 luglio, nel carcere di Napoli Secondigliano sono morti due detenuti italiani, sembra a causa di gravi malattie di cui erano affetti. Non sappiamo altro su di loro, né i nomi né l’età.
Con questi ultimi 4 casi salgono così a 101 i detenuti morti da inizio anno: 30 si sono impiccati, 7 sono morti per avere inalato del gas (4 di loro si sono suicidati, per gli altri 3 probabilmente si è trattato di un “incidente” nel tentativo di sballarsi), mentre 64 detenuti sono morti per malattia, o per cause ancora da accertare. In 10 anni i detenuti morti sono stati 1.699, di cui 591 per suicidio.

fonte: Ristretti Orizzonti

Genova G8: condannati quattro poliziotti per arresti illegali in piazza Manin

Sentenza ribaltata, in appello, per quattro poliziotti (assolti in primo grado e ora condannati a 4 anni ciascuno) accusati di aver arrestato illegalmente due studenti spagnoli durante le manifestazioni del G8 di Genova nel luglio 2001. I giudici hanno inoltre deciso di trasmettere gli atti alla procura con l'ipotesi di falsa testimonianza, per un funzionario del VII reparto mobile di Bologna, lo stesso cui appartenevano i quattro poliziotti. I poliziotti condannati sono Antonio Cecere, Luciano Beretti, Marco Neri e Simone Volpini. Le accuse a loro carico erano quelle di falso ideologico in atti pubblici, calunnia e abuso d'ufficio. Per questi ultimi due reati è stata dichiarata la prescrizione. L'inchiesta riguardava gli scontri avvenuti il 20 luglio 2001 in piazza Manin, dove manifestavano varie associazioni religiose e di pacifisti. I poliziotti, in forza al VII reparto mobile di Bologna, furono inviati in piazza dove alcuni black bloc si sarebbero infiltrati. Fra gli arrestati vi furono i due spagnoli che, secondo il pm, sarebbero stati accusati ingiustamente di aver lanciato una bottiglia incendiaria l'uno e di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro il secondo. Ad appellarsi erano state anche le parti civili. I legali dei condannati intendono presenteremo ricorso in Cassazione.

fonte: primocanale.it

13 luglio 2010

Terremotati a Roma, dopo le botte, le denunce

Dopo le manganellate dello scorso 7 luglio contro gli aquilani, ieri sono arrivate le prime denunce da parte della Digos. In una prima informativa consegnata agli inquirenti contenente la ricostruzione dei fatti avvenuti durante la manifestazione indetta dai Comitati del cratere aquilano, dalla Questura di Roma fanno sapere che due manifestanti sono stati denunciati e ben 27 identificati per gli scontri avvenuti, a inizio manifestazione, tra via del Corso e piazza Venezia e, nel primo pomeriggio, lungo via del Plebiscito, a pochi metri da Palazzo Grazioli, blindatissima residenza del premier Berlusconi.
I due denunciati sono M.E., 39 anni, membro del Pd di Roma, e C.G., 26 anni, attivista romano del centro sociale La Strada. Il primo, in qualità di promotore della manifestazione «per inosservanza dei provvedimenti di pubblica sicurezza» si legge nell'informativa «in quanto l'iniziativa si è svolta senza tener conto delle modalità concordate». Tradotto: il corteo non ha rispettato il percorso autorizzato. Il secondo, definito «noto antagonista» nell'informativa della digos, è stato invece segnalato per violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Con loro, cinque attivisti sono stati identificati durante i primi scontri tra piazza Venezia e via del Corso mentre altre 22 persone sono state riconosciute durante il fronteggiamento con le forze dell'ordine lungo via del Plebiscito.
Così, dopo i tre manifestanti feriti mercoledì scorso durante le cariche indiscriminate che hanno coinvolto anche il sindaco aquilano Cialente e il deputato Giovanni Lolli (Pd), le forze dell'ordine presentano il conto.
Eppure, poche ora prima, nel pomeriggio di domenica, l'Assemblea dei cittadini del presidio aquilano di Piazza Duomo, vera promotrice della manifestazione del 7 luglio, ha scritto una lettera al ministro degli Interni, Roberto Maroni, in risposta a quanti, dal capo della Digos al Questore di Roma fino ad arrivare al capo della Polizia, Antonio Manganelli, hanno evocato la presenza al corteo di elementi esterni, "infiltrati", che avrebbero agito da provocatori. «La informiamo» scrive l'assemblea al ministro Maroni «che di quel che è accaduto gli unici responsabili siamo noi, cittadini aquilani, e di questo ci assumiamo, tutti uniti, piena e unica responsabilità».
Altro che infiltrati: «noi eravamo in piazza con gli aquilani» spiegano dai movimenti di lotta per l'abitare di Roma «perché abbiamo risposto alla chiamata di un intero territorio che rischia di sparire. Abbiamo aderito pubblicamente all'appello "L'Aquila chiama Italia" e siamo scesi in piazza, a volto scoperto e mani alzate, non solo per rivendicare diritti e dignità per il popolo aquilano, ma anche per protestare contro un'idea di città e di democrazia, quella del manganello, che non ci appartiene».
In fondo, ci sono i filmati a dimostrare come, lo scorso 7 luglio, a difendere il diritto di far sentire la propria voce, pacificamente, «c'era un intero popolo, con i nostri sindaci e i nostri gonfaloni». Un popolo che ha continuato il suo cammino verso gli scudi delle forze dell'ordine «sempre con le mani alzate, con i volti ben visibili e armati solamente della bandiera neroverde della nostra città». Bandiere rigorosamente, è bene precisare, con aste di plastica leggera.
E a chi fa riferimento a provocazioni nei confronti degli agenti da parte di membri dell'area antagonista romana, gli aquilani rispondono duramente: «chi parla di provocatori o è male informato o, molto probabilmente, agita inesistenti spettri per coprire i propri errori». In entrambi i casi «riteniamo che incarichi così delicati non possano più essere ricoperti da persone che mentono per coprire le proprie responsabilità, screditando le istituzioni che rappresentano».

L'Aquila: E allora...denunciateci tutti

Siamo venuti oggi a conoscenza delle denunce nei confronti di due partecipanti alla manifestazione degli aquilani a Roma del 7 di luglio.
Ribadiamo quanto espresso ieri dall'assemblea cittadina nella lettera indirizzata al Ministro degli Interni On. Maroni: di quanto è accaduto durante la manifestazione i promotori si assumono la piena ed unica responsabilità.
I cittadini aquilani hanno partecipato numerosissimi a quella manifestazione, partendo con oltre 40 pullman dalla città. Voler negare il fatto che erano i terremotati a chiedere diritti e ad urlare la propria rabbia è un'offesa nei confronti di chi, tra mille difficoltà, ha scelto di essere in piazza a Roma.
Dopo averci espropriati del diritto ad essere protagonisti della ricostruzione della nostra città ora si sta tentando in tutti i modi di nascondere l'evidenza del fatto che ERAVAMO NOI ad urlare sotto i palazzi del governo.
Il fatto che non ci fossero solo aquilani, significa soltanto che in tanti hanno aderito ai nostri appelli e alla nostra richiesta di solidarietà, hanno compreso e condiviso i nostri problemi e le nostre richieste: molte istituzioni locali non solo aquilane, movimenti, collettivi, associazioni di ogni città e territorio italiano. Questo perchè la questione aquilana non è non può essere considerata una questione locale. E' un tema nazionale e a chiunque ci abbia espresso una solidarietà concreta esprimiamo la nostra gratitudine e la nostra solidarietà.
Denunciamo, inoltre, il continuo tentativo di spostare l'attenzione da quelli che sono i reali problemi del cratere. I media oggi dovrebbero parlare delle richieste legittime ed urgenti della popolazione aquilana, nessuna delle quali accolta dal governo. Le uniche risposte che abbiamo ricevuto sono state le mangnellate, gli scudi levati dalle forze dell'ordine, i feriti e oggi le denuce.

E allora denunciateci tutte e tutti.


Comitato 3e32

12 luglio 2010

Il comandante dei ROS dei Carabinieri condannato a 14 anni: un vero criminale che però resterà al suo posto!!!

Almeno venti carabinieri, tra ufficiali e sottufficiali, hanno sistematicamente violato le norme sulle operazioni antidroga sotto copertura, trasformandosi in trafficanti e raffinatori di stupefacenti. Arresti obbligatori di latitanti sono stati omessi, falsificando regolarmente i rapporti all'autorità giudiziaria. In questa storia i conti vanno fatti in lire: centinaia di milioni in contanti, frutto di sequestri durante le operazioni, sono stati sottratti alle regole della confisca per essere riciclati. No era un'associazione a delinquere armata per spacciare droga a livello internazionale e per fabbricarsi carriere gloriose nelle pieghe di quella sorta di "secondo lavoro" ma il loro comandante, secondo il tribunale di Milano, il generale Ganzer ieri comunque è stato condannato a 14 anni dall'ottava sezione penale per le irregolarità di quelle operazioni antidroga attuate con l'aiuto di un magistrato bergamasco, oggi a Brescia e che sarà processato a parte. Un processo lunghissimo e semiclandestino per fatti che risalgono a un arco di tempo che, dal '91, arriva al '97 e prova a far luce sull'attività di venti manovali in divisa agli ordini del noto ufficiale dell'Arma su cui, come da copione, si cuce la stima e la fiducia di statisti del calibro di Maroni Roberto, titolare del Viminale e di strateghi come Federici Luigi, comandante generale della Benemerita negli anni in cui, secondo i giudici, operava l'associazione a delinquere. Entrambi pronti a giocarsi la testa. La decenza vorrebbe che si attendesse il tempo necessario a leggere le motivazioni della sentenza. Ma la decenza non alberga in certi ambienti come dimostra la recentissima pioggia d'affetto che ha avvolto un altro condannato eccellente, il capo della polizia all'epoca del G8 2001, De Gennaro, oggi capo di tutti i servizi segreti. E i servizi c'entrano anche stavolta: tra i condannati spicca il nome di Mauro Obinu, ieri all'Arma, capo della sezione antidroga del Ros, oggi all'Aise (l'agenzia informazioni e sicurezza esterna, ex Sisde). Per Ganzer 14 anni, s'è detto (ma la pm Luisa Zanetti ne aveva chiesti 27) e 65mila euro di multa. Per Obinu 7 anni, 10 mesi e 35mila euro. 13 anni e mezzo e 59mila euro per l'ex sottufficiale Gilberto Lovato. Tra i 18 imputati solo tre sono andati assolti. Soddisfati i difensori per la cancellazione del reato associativo. Non più un'associazione a delinquere ma un «insieme di ufficiali e sottufficiali in combutta con alcuni malavitosi».
Dunque questi carabinieri, anche d'alto rango, hanno forzato le regole per fabbricarsi carriere, visibilità e prestigio e le sostanze che raffinavano e vendevano si sono "perse" nel mercato dei clan.
Ricapitolando: agli inizi degli anni '90, l'Arma decide di sperimentare metodi nuovi nel contrasto al narcotraffico immaginando per alcuni agenti sotto copertura dei limiti più ampi di quelli in vigore. Si possono infiltrare, possono ottenere di ritardare i sequestri di sostanze, salvare i pesci piccoli per acchiappare quelli più grossi. E' su questa libertà operativa che Ganzer mette a punto il "metodo" che rivendica anche alla luce di questa sentenza. Sono anni in cui il Ros agirà con carta bianca prendendo contatti con narcos colombiani e libanesi, ordinando e comprando "roba" da loro con fondi neri, soldi sequestrati di cui veniva omesso il sequestro, poi quella droga veniva raffinata in proprio e se ne curava in proprio lo smercio. Più che infiltrazioni sarebbero istigazioni a compiere reati. L'unica cosa a contare era la fabbricazione di operazioni eclatanti: Operazione Cedro, Operazione Lido, Operazione Shipping, Operazione Hope e poi Cedro Uno. 502 milioni di lire e 65 chili di stupefacenti di cui si perdono le tracce. Non si può fare a meno di pensare a un'altra eclatante fabbricazione dei Ros: i fascicoli contro gli attivisti del Sud ribelle sui quali si voleva imbastire il tremendo reato di cospirazione. Missione compiuta quando un controverso pm cosentino ha accettato quei dossier ma fallita quando i giudici hanno mandato assolti tutti gli imputati. Il 20 luglio finirà anche il processo d'appello al Sud ribelle.
Si torni al processo Ganzer. Naturalmente, il dispositivo letto in aula prevede l'interdizione dai pubblici uffici. Non luogo a procedere, invece, per l'accusa di traffico di armi. Il capo di imputazione, prescritto, riguarda l'importazione dal Libano di 4 bazooka, 119 kalashnikov, 2 lanciamissili e centinaia di proiettili nel dicembre 1993 e la loro cessione nel maggio 1994 a una cosca calabrese che, poco dopo lo scambio di denaro, se li è vista sequestrare dagli stessi carabinieri. Con i militari è stato condannato il loro maggiore confidente, soprannominato «Fonte trafficante». Secondo il pubblico ministero Luisa Zanetti, anche se i giudici hanno ritenuto inesistente l'associazione per delinquere contestata ai carabinieri, la condanna di Ganzer per i singoli episodi di traffico di droga attesta che ha avuto un ruolo attivo, organizzativo e direttivo. Le operazioni antidroga che hanno portato alle condanna di Ganzer sono la «Cobra» e la «Cedro 1».

L'Aquila: Manganellati, Denunciati e criminalizzati

Spiccate denunce nei confonti di due partecipanti alla manifestazione a Roma del 7 Luglio.Si tratta di E.M. 39 anni(promotore) e di G.C. 26 anni, romano. Nei filmati del simpatico omino della Digos che ci riprendeva dalla camionetta risulterebbero altri 22 romani appartenenti a centri sociali.

Procedendo con ordine:

- i denunciati sarebbero colpevoli di aver spinto contro gli scudi all’imbocco di via del Corso. ‘sti scostumati.

- per di più sarebbero pure romani. st’infiltrati.

- quindi non sarebbero nemmeno terremotati. ‘sti sculati.

- e, ciliegina sulla torta, non sono loro ad essere stati manganellati. ‘ sti impuniti.

E gli aquilani manganellati? Sono solo degli sfigati. Ah, e visto che ci state: PURE INGRATI.

Vanno solo criminalizzati


fonte StazioneMir

20 luglio a Catanzaro processo di appello al Sud Ribelle. Siamo tutte/i imputate/i. Carlo Giuliani è tutte/i noi

Dopo 8 anni il processo al Sud Ribelle si avvicina alla conclusione. Il 20 luglio, 9° anniversario dell’assassinio di Carlo Giuliani e data simbolo delle giornate di Genova, la Corte di Assise d’Appello di Catanzaro si pronuncerà sulla decisione della Corte di Assise di Cosenza che ha assolti i 13 compagni/e , mandando in frantumi il forcaiolo teorema Fiordalisi.
Nel rituale questurino-giudiziario , sotto accusa sono sempre le idee e i propugnatori dell’uguaglianza e della giustizia sociale, che la piazza di Genova chiedeva unanimemente. Genova ha segnato il movimento con la morte impunita e archiviata di Carlo Giuliani; con le pesanti condanne inflitte alle/i compagne/i condannati sdoganando i reati fascisti di “devastazione e saccheggio”.
E il 20 luglio a Catanzaro pende il rischio che la Corte di Assise d’Appello possa accogliere il ricorso della Procura di Cosenza, riportando il processo all'anno zero. Il processo al Sud ribelle, è bene ricordarlo, è uno dei due filoni d'inchiesta aperti da Genova, che ha tentato di raccontare in chiave criminale quella informale aggregazione autonoma.. Mentre i veri criminali hanno assassinato Carlo e assassinano giorno dopo giorno la libertà di pensare e dissentire, di agire e di esistere .
Il 20 luglio 2010 a Catanzaro, a Genova e dovunque, dobbiamo essere più che mai presenti in piazza per non dimenticare e per non lasciare che siano i giudici a scrivere la storia e a legittimare la repressione delle idee e delle azioni. Facciamo sentire a tutte/i che il processo a carico del Sud Ribelle non coinvolge solo 13 compagne/i, bensì l’intero movimento che protestò da tutta Italia a Genova nel luglio 2001 ! Il 20 luglio 2010 a Catanzaro è necessario più che mai assumersi questa responsabilità collettiva , partecipando con delegazioni nazionali al presidio davanti al Tribunale.

Martedì 20 luglio PRESIDIO davanti il tribunale di Catanzaro dalle ore 9.

coordinamento liberi tutti

11 luglio 2010

Ferrara: I poliziotti condannati per l'omicidio di Aldrovandi, ora denunciano anche i bloggers

Dopo aver denunciato la madre di Federico Aldrovandi – il ragazzo, ora si può dirlo, ucciso da quattro agenti di polizia mentre tornava a casa dopo una serata con gli amici – per diffamazione, i quattro poliziotti di Ferrara se la prendono anche con la rete. Tramite il loro avvocato fanno sapere di aver intentato una causa contro alcuni frequentatori del blog aperto dalla mamma di Federico, attorno al quale in questi anni si sono riuniti diverse persone a portare la solidarietà alla famiglia.
I fatti, o meglio i post “incriminati”, riguardano contenuti pubblicati dall’autunno 2007 all’estate 2008, “quando presero piede iniziative fatte di insulti giornalieri nei confronti dei quattro poliziotti – spiega Gabriele Bordoni, avvocato difensore degli agenti – e di istigazione a punire gli imputati”.
E ci tiene però a precisare “ogni critica, anche se severa, va accettata; ma non gli insulti o le minacce. Abbiamo inoltre voluto distinguere le posizioni della famiglia scritte nel blog, perché riteniamo che sia doveroso che possano esprimersi come credono, da quelle manifestate invece da altri frequentatori del blog, fatte di offese, contumelie e in alcuni casi anche incitamento all’odio”.
Offese a pubblico ufficiale, dunque, e una “istigazione all’odio”, che i quattro responsabili della morte del ragazzo di 18 anni avrebbero subito durante questi anni di processo.
Alcuni giorni fa, la pm del processo, Mariaemanuela Guerra, aveva anch’ella sporto denuncia per diffamazione nei confronti della madre di Federico, a causa delle accuse portate da tempi non sospetti sul modo “poco limpido” con cui sono state condotte le indagini, e dopo una condanna ad altri 3 agenti per omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento (il cosidetto “Aldro-bis“).

“Non sono bastate due sentenze, le risultanze di tutte le indagini successivamente fatte dal dott. Proto a farle capire che comunque, sia pure in buona fede, gli errori che sono stati commessi durante la conduzione di quelle prime indagini sono stati contro di me, contro la mia famiglia e contro la verità. Ora lei mi querela, e immagino che vorrà da me i danni che io le ho causato [...] io non ho mai offeso nessuno ma ho solo preteso verità e senso di responsabilità da coloro che hanno sbagliato. Il pm vuole da me i danni. Dopo che non si è recata sul posto quella mattina, dopo che non ha sequestrato subito i manganelli rotti, dopo che non ha sequestrato l’autovettura contro la quale si sarebbe fatto male Federico e sulla quale c’era il sangue di mio figlio, dopo tutto ciò adesso vuole da me i danni alla sua immagine” – la risposta della madre in un articolo del suo blog.


fonte: zic.it

2003-2010: a sette anni dalla morte di Marcello Lonzi

In occasione dell'anniversario della morte di Marcello Lonzi si terrà, questo pomeriggio, un presidio contro gli omicidi di stato davanti al carcere delle Sughere di Livorno.
Sono trascorsi sette anni da quando Marcello Lonzi viene trovato morto nella sua cella, la numero 21 del padiglione "D" del carcere della Sughere dove stava finendo di scontare la sua condanna per tentato furto.
Il corpo del giovane viene ritrovato in un lago di sangue e chiari sono i segni di un violento pestaggio ma, nonostante le pressioni della famiglia, appare subito evidente che vi è la volontà di insabbiare tutto, di archiviare la morte di Marcello come decesso avvenuto per "cause naturali".
Dal'11 luglio 2003 la famiglia, in particolare la madre Maria Cuffi, ha cercato, in ogni modo, di veder riconosciuto il proprio diritto a trovare i responsabili della morte del figlio.
Dopo la prima archiviazione del 2004 una controperizia sul corpo di Marcello dà elementi, nel 2006, per riaprire di nuovo il caso fino alla seconda archiviazione di pochi mesi fa.
Durante questi sette anni l'impegno di Maria Ciuffi è stato fondamentale non solo per non far calare il sipario sulla sua storia personale, ma anche per creare una rete di collegamento tra tutte quelle famiglie o quei singoli che vivono giornalmente vicende simili che, come Maria, hanno visto i propri cari entrare in carceri, questure, reparti psichiatrici e non uscirne più se non da morti.
Tutti gli anni, fino ad oggi, è sempre stata la stessa Maria Ciuffi a chiamare a raccolta le tante persone solidali per ricordare, in presidio Marcello e le tante altre vittime di abusi e violenze commesse dalla lunga mano dello Stato. Fino ad oggi, appunto: per la prima volta dalla morte del figlio, infatti, Maria non sarà fuori dal carcere, forse perché 7 anni di solitudine e delusioni le rendono sempre più difficile tornare in quel luogo.
Se per il caso Lonzi adesso non resta che attendere il ricorso in Cassazione e l'eventuale successivo parere del tribunale di Strasburgo, è sempre più necessario che davanti a simili casi ci sia un'assunzione collettiva, che le lotte dei singoli siano inserite in un orizzonte più partecipato e più ampio.

DOMENICA 11 LUGLIO DAVANTI AL CARCERE DI LIVORNO
DALLE 17.00 ALLE 20.00

PRESIDIO CONTRO GLI OMICIDI DI STATO!

Voghera: Carabinieri indagati per un pestaggio

Nessuna archiviazione. Sono indagati i carabinieri che lo scorso aprile avrebbero pestato Isidro Luciano Diaz, 41 anni, argentino. L'uomo che alleva cavalli non si sarebbe fermato ad un controllo per eccesso di velocità vicino a Voghera. I carabinieri hanno affiancato la sua auto e lo hanno bloccato con le pistole in mano, mentre Diaz consegnava loro un coltello che gli sarebbe servito per lavorare con i cavalli. A quel punto, secondo Diaz, è iniziato un pestaggio che è continuato nella caserma di Voghera. Il giorno dopo l'uomo è stato processato per direttissima a Tortona. Sotto consiglio di un avvocato d'ufficio è stato indotto a patteggiare ed è stato condannato a due anni di libertà vigilata per resistenza a pubblico ufficiale. Ma immediatamente dopo ha sporto denuncia contro i carabinieri di Voghera. Diaz sostiene di essere stato preso a calci, sbattuto per terra e al muro. Per ottenere assistenza medica sarebbe stato indotto a firmare carte in cui si autoaccusava ma che in quello stato e per problemi di lingua non poteva comprendere .
La sua versione sarebbe supportata dai referti medici. L'argentino infatti è stato operato sei volte perché le percosse gli hanno causato il distacco della retina e la perforazione dei timpani e ha presentato al tribunale di Tortona delle foto che documentano le numerosi ecchimosi riportate su tutto il corpo. Il caso è stato reso noto dall'associazione «A buon diritto» presieduta da Luigi Manconi. Diaz ora è seguito dagli stessi legali di Cucchi e Aldovrandi. In un primo tempo il pm del tribunale di Tortona aveva richiesto l'archiviazione del procedimento a carico dei carabinieri, martedì invece il gip Tiziana Paolillo ha emesso un provvedimento di imputazione coatta. Si tratta di un atto che prelude a un probabile processo contro i carabinieri coinvolti che potrebbe celebrarsi questo autunno. Lo stesso giorno il sostituto procuratore del tribunale di Voghera, Ilaria Perinu, ha disposto l'incidente probatorio nel processo penale contro i carabinieri Massimo Bergozza, Nicola Sansipersico, Giuseppe Spoto, Marco Iachini e Cirino Turco. I giudici in questo modo hanno riconosciuto l'attendibilità della versione fornita da Diaz e la sua rispondenza con gli esami medici e con le fotografie, mentre sembra sempre meno verosimile l'ipotesi dei carabinieri secondo cui l'uomo si sarebbe fatto male al momento dell'arresto cadendo sull'asfalto.

fonte: il manifesto

9 luglio 2010

Genova G8: Arresti illegali, chieste pene in appello per 4 agenti

Pene comprese tra quattro anni e quattro anni e otto mesi sono state chieste dal pm Francesco Cardona Albini, che affianca il pg, nel processo di appello a quattro poliziotti imputati per un episodio avvenuto nei giorni del G8 genovese, il 20 luglio del 2001, in piazza Manin. I quattro, assolti in primo grado, sono accusati, a vario titolo, di falso, calunnia, abuso d'ufficio, e arresto illegale nei confronti di due cittadini spagnoli che avevano preso parte a una manifestazione in piazza Manin. Gli avvocati Emanuele Tambuscio e Laura Tartarini, che assistono i due cittadini spagnoli si erano costituiti parte civile. La pena maggiore e' stata chiesta per Antonio Cecere. Identiche pene di 4 anni sono state chieste per Luciano Beretti, Simone Volpini e Marco Neri. La sentenza e' attesa per il prossimo 13 luglio. I poliziotti, in forza al VII reparto mobile di Bologna facevano parte di una squadra di pronto impiego che verso le 15 di quel giorno venne inviata in piazza Manin dove erano in atto degli scontri con i Black Bloc. Ci fu un lancio di oggetti e di molotov contro gli agenti. Fra gli arrestati i due spagnoli accusati, secondo la procura ingiustamente, uno di avere lanciato una bottiglia incendiaria e l'altro di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro. Stamani hanno parlato le difese, si attende la sentenza.
fonte: Agi

8 luglio 2010

Milano: cariche della polizia contro gli operai della Mangiarotti

La giornata di mobilitazione degli operai della Mangiarotti di oggi è iniziata davanti al consolato francese per impedire che la committente Areva chiedesse il trasferimento delle commesse dallo stabilimento di Milano. Dopo un colloquio fra un gruppo di sindacalisti e il diplomatico francese, il corteo a cui hanno partecipato anche una delegazione dei lavoratori della Maflow di Trezzano sul Naviglio e alcuni esponenti dei centri sociali, ha tentato di raggiungere la prefettura per chiedere al rappresentante provinciale del governo il rispetto di una sentenza che impone alla proprietà di mantenere la produzione nello stabilimento milanese.
"Il percorso del corteo era stato autorizzato - ha affermato Rosario Schiettini, delegato della Fiom nell'azienda che produce componenti per l'industria nucleare - ma all'imbocco di corso Monforte uno schieramento di forze dell'ordine ci ha impedito di arrivare fino al portone della prefettura. Sono partite le cariche e cinque operai sono stati colpiti dalle manganellate: uno di loro è stato portato via in ambulanza".
Dopo gli scontri una delegazione di rappresentati sindacali è riuscita a ottenere un'udienza in prefettura.

Napoli: denunciati per manifestazione "abusiva" attivisti dei movimenti e rappresentanti USB

Ancora un ennesimo provvedimento repressivo si è abbattuto su attivisti dei movimenti di lotta napoletani e su alcuni responsabili dell’Unione Sindacale di Base della Campania.
La Procura della Repubblica di Roma ha recapitato a 5 attivisti del Presidio di Lotta di Chiaiano/Marano e 2 compagni dell’ USB una denuncia per aver manifestato, lo scorso 18 febbraio a Roma, presso Palazzo Chigi, in occasione di un Presidio contro la riforma della “Protezione Civile Spa” . Una manifestazione indetta dai Comitati aquilani, dall’RdB Vigili del Fuoco ed a cui avevano aderito i movimenti napoletani che da anni si battono contro le conseguenze antisociali della Protezione Civile di Bertolaso e la sua “cricca” nei nostri territori.
Nel provvedimento giudiziario si cita una non meglio precisata manifestazione non autorizzata mentre – come dimostrano le cronache di questi giorni – l’obiettivo di questo atto repressivo è mettere a tacere lo sdegno e le proteste che, finalmente, iniziano a lievitare a fronte del palesarsi di un intricato verminaio fatto di affari, speculazioni e ruberie ai danni dei terremotati dell’Aquila e di tutta la collettività.
L’Unione Sindacale di Base mentre esprime la sua solidarietà agli attivisti inquisiti mantiene viva l’attenzione e la mobilitazione per contrastare il colossale imbroglio che si cela dietro l’affare della Protezione Civile, dietro le truffe e i ritardi della Ricostruzione a l’Aquila e nei meandri della mai risolta Emergenza/rifiuti in a Napoli e in Campania.

Unione Sindacale di Base

Farmaci a base di marijuana. Malato di sclerosi multipla denunciato per spaccio

«Mi hanno trattato come un criminale. Sarebbe bastata una ricerca su Google per scoprire la triste verità. Sono un malato di sclerosi multipla. Non uno spacciatore. Solo per questo nell'armadietto tengo un farmaco che contiene cannabis». Andrea Trisciuoglio, 32 anni, racconta con serenità e determinazione la scena vissuta due giorni fa. I Carabinieri si sono presentati a casa sua, a Foggia, con un mandato di perquisizione per detenzione di stupefacenti: «Pensi che prima di bussare alla porta hanno chiesto alla vicina. Forse temevano che scappassi. Io, che ho appena ripreso a camminare. In casa c'erano mia moglie e mio figlio di sedici mesi. Un trauma per tutti. La pace familiare turbata. No, non finisce qui. Perché non deve accadere ad altri».
Sembra un episodio di «Scherzi a parte». Invece è tutto vero. Trisciuoglio si cura con una medicina a base di cannabinoidi, il «Badiol», rimborsato dal servizio pubblico pugliese. Boccette con infiorescenze di canapa, contenente due principi attivi estratti dalla marijuana. I carabinieri ne hanno trovate due. Altre 8 ne avrebbero ritirate il giorno dopo. Niente da nascondere dunque. Tanto più che lui aveva dichiarato pubblicamente di usare la cannabis. «La prendo da circa un anno e mi ha fatto bene. Mi muovevo a fatica. Ora non ho spasmi, dolori e la rigidità tipiche di questa degenerazione del sistema nervoso. E già questo è sufficiente per affermare che la medicina è valida. A me basta aver riacquistato l'autonomia».
Consigliere generale dell'Associazione Luca Coscioni, ex agente immobiliare, Trisciuoglio percepisce una pensione di invalidità di 250 euro al mese. Il suo avvocato d'ufficio, Luigi Follieri, ex senatore del Partito Popolare, confida nell'archiviazione dell'inchiesta. Per ora sul suo capo pesa una denuncia in base all'articolo 73 del decreto 309-90, quello sulla detenzione a fine di spaccio di stupefacenti. Non risulta che altre persone abbiano ricevuto lo stesso trattamento. «Credo che in caso di patologie capaci di compromettere seriamente la qualità della vita la prescrizione di farmaci con cannabinoidi sia più che dovuta», commenta Francesco Schittulli, presidente della Lega italiana per la lotta ai tumori. «Un episodio ingiustificabile. Un'esibizione di arroganza e cecità», è sgomenta Maria Antonietta Coscioni, presidente dell'omonima associazione, in sciopero della fame da otto giorni per denunciare i problemi dei malati di Sla (sclerosi laterale amiotrofica).


fonte: Corriere della Sera

7 luglio 2010

Termoli (CB): Il sindaco adotta ordinanza per colpire chi chiede l'elemosina

Il sindaco di Termoli (CB) Antonio Di Brino ha deciso di firmare un’ordinanza antiaccattonaggio, sulla scia di tanti Comuni governati dalla Lega al Nord. Il controllo sarà affidato ai vigili urbani e saranno previste delle sanzioni pecuniarie per colpire chi verrà sopreso a chiedere l’elemosina. La notizia è stata annunciata dal sindaco nella conferenza stampa di presentazione dell’estate termolese. «E’ un segnale importante di maggiore sicurezza per la città. Vogliamo rendere Termoli più ordinata e più sicura». Il sindaco Di Brino non ha nascosto di pensare anche a un’ordinanza antibivacco: «Abbiamo avuto segnalazioni di vagabondi, siamo in attesa di conoscere meglio il decreto Maroni (quello appena firmato sulla registrazione dei senza fissa dimora, ndr). Al di là di tutto ritengo che sia arrivato il momento di dare a Termoli garanzie di maggiore sicurezza, ci sono troppo furti d’auto, in appartamenti. Lavoreremo in sinergia con le forze dell’ordine».

Roma: Polizia carica corteo di protesta dei terremotati Aquilani, 3 feriti

In cinquemila nella capitale per la ricostruzione della città. Le forze dell'ordine bloccano i manifestanti (video) prima a piazza Venezia, poi in via del Corso e ancora a piazza Colonna. Scontri con la polizia: manganellate anche al sindaco Cialente. Tre i manifestanti feriti: due ragazzi sono stati colpiti alla testa in via del Corso, un terzo ragazzo è stato malmenato durante il tentativo di forzare il primo posto di blocco in piazza Venezia.
"Guardate il sangue di un aquilano. La mia unica colpa è essere un terremotato". (video) Così uno dei due giovani feriti alla testa in via del Corso. Il ragazzo racconta di aver ricevuto due manganellate ed è sanguinante alla testa.
"Prima hanno usato le loro sofferenze e poi li hanno messi a tacere con il manganello. E' davvero scandalosa l’aggressione violenta messa in atto dalle forze dell’ordine, che hanno caricato e malmenato i cittadini aquilani terremotati che manifestavano contro la manovra Finanziaria". Questo il giudizio del segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero, riguardo agli scontri di cui questa mattina sono stati vittima i cittadini de L'Aquila arrivati nella capitale per protestare sulla manovra finanziaria del governo.
"Il presidente del consiglio ha fatto un sacco di chiacchiere e di promesse mendaci e poi è sparito come un venditore di chimere - dichiara Ferrero - Berlusconi ha utilizzato cinicamente per mesi la ribalta del terremoto per farsi pubblicità, dispensando efficienza di carta pesta e soluzioni illusorie a tutti i problemi. Adesso che i nodi vengono al pettine, che i soldi sono finiti ma i problemi sono rimasti irrisolti, che le popolazioni continuano a vivere nell’indigenza ma il governo non sa come fare, Berlusconi non si fa più vedere, mentre le forze dell’ordine caricano i manifestanti per cancellare dalla vista il problema".

6 luglio 2010

denunce ad attivisti napoletani per le contestazioni a Roma contro la Bertolaso

Lo scorso 18 febbraio, a poche settimane dallo scoppio dello scandalo della "cricca" che vedeva scoperchiare con l'inchiesta di Perugia il mare di corruzione nella gestione dei grandi eventi, si teneva a Roma davanti a Palazzo Chigi un presidio contro la riforma della Protezione Civile in s.p.a. Il presidio fu convocato nell'ambito di una campagna nazionale contro la riforma della protezione civile in s.p.a. portata avanti da diversi comitati di base come la rete 3e32 di L'Aquila, il Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano, la Rdb nazionale, i Vigili del Fuoco della Rdb, pezzi della Cgil, il popolo viola e tante altre realtà che lanciarono le mobilitazioni a partire da un convegno tenutosi a L'Aquila il 23 gennaio scorso.
La manifestazione come racconta la cronaca di quella giornata del portale Global Project, fu caratterizzata da diversi momenti di tensioni registrati sotto palazzo Chigi. Su tutti senza dubbio la contestazione al deputato del Pdl ed avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini che fu oggetto di dure contestazioni e fu costretto a rifugiarsi in una libreria nei pressi di Palazzo Chigi per sfuggire alle contestazioni verbali dei comitati.
Anche alcuni politici che transitarono per il presidio furono oggetto di critiche da parte dei presidianti come il caso di Di Pietro e Donadi del Idv accusati di venire a fare passerella.
Quella giornata servì oltre che a bloccare la riforma della protezione civile (la commissione stralciò l'articolo del decreto 195 che prevedeva la trasformazione della protezione civile in una s.p.a. in house) anche a denunciare la gestione dei grandi eventi come un sistema di corruzione strutturale che vedeva i soldi pubblici finire nelle tasche di funzionari dello stato e imprenditori loro amici.
Quelle stesse inchieste a mesi di distanza c'hanno raccontato anche di peggio !
Fu proprio lo striscione del Presidio permanente di Chiaiano esposto sulla staccionata davanti a Palazzo Chigi a stimolare l'ossessione degli agenti della Digos della Questura di Roma. Sullo striscione c'era scritto "Monnezza, appalti e ricostruzione - Un mare di corruzzione - Bertolaso Ladro in S.p.a.". Gli agenti della Digos della Questura di Roma arrivarono ad impartire ordini ad un poliziotto del reparto mobile di posizionarsi in prossimità della parola "ladro" per impedire la visuale dell'intera frase dalle finestre del Palazzo...
Un'ossessesione vera e propria....!
Alla fine del presidio alcuni funzionari della Digos impedirono che lo striscione fosse portato via chiedendo una ingiustificabile indentificazione dei "proprietari" dello striscione.
Un gesto incomprensibile e soprattutto fuori da ogni logica di diritto. Il presidio era autorizzato, ed organizzazioni sindacali nazionali come la Rdb ne avevano chiesto ed ottenuto l'autorizzazione (quindi non c'e' nessuna manifestazione non autorizzata). Alla fine una decina di attivisti furono identificati per poter portare via lo striscione.
Oggi arrivano 7 denunce per manifestazione non autorizzata da parte della Procura della Repubblica di Roma. Ad esserne destinatari attivisti del Presidio permanente di Chiaiano, del Laboratorio Insurgencia e dirigenti sindacali del Rdb.
Forse continua il conto aperto di Bertolaso nei nostri confronti, abbiamo ormai materiale a sufficienza per incontrarci nelle aule dei tribunali per diversi anni....
Fino ad ora immaginavamo solo al Tribunale di Napoli, oggi invece scopriamo che dovremo andare a difenderci da accuse inesistenti (siamo curisosi di leggere l'eventuale motivazione del rinvio a giudizio) anche a Roma.

Presidio permanente di Chiaiano e Marano
Laboratorio Occupato Insurgencia

Venezia Mestre: Multato per aver elemosinato

Gran caldo accoglieva i viaggiatori che si recavano a Mestre o che semplicemente attendevano nella stazione di detta città il treno che li avrebbe condotti in qualche città,paese, di questa strana Repubblica.
Treni regionali con finestrini aperti, l’aria condizionata non funzionava, treni eurostar con finestrini sigillati, l’aria condizionata funzionava perfettamente.
Ecco il banchetto dei gelati situato all’angolo dell’entrata principale della stazione, piccola fila di turisti a cercar rinfresco in una bibita gelata che in un normale market costerebbe meno della metà di quanto venduta in quel banchetto sponsorizzato da una nota marca di prodotti alimentari. Ma come dire, nessuna speculazione è in corso. Neanche dentro il noto mcdonald situato tra i bagni pubblici e puzzolenti della stazione di Mestre e la biglietteria delle stazione dei treni, dove se per caso si vuole chiedere informazione su altre compagnie di treni che da qualche tempo circolano in Italia, ben formati ed istruiti,il personale operante in detta stazione nega qualsiasi tipo di informazione sul punto… nel rispetto della piena logica del libero mercato concorrenziale.
Schifato da tutto ciò, provvedo ad accendermi la classica sigaretta in attesa del prossimo treno , destinazione Bologna.
Mi reco all’entrata della stazione ed ecco un ragazzo, che ora chiamerò Igor, avvicinarsi al sottoscritto e chiedere una sigaretta. Subito dopo si riavvicina per chiedere cortesemente l’accendino dato che non lo aveva per accendersela.
Nel mentre si accendeva con lentezza accompagnata dal senso del caldo, la desiderata sigaretta, ecco che al primo “tiro ” mi dice : sai mi hanno appena multato. Oggi ho raccolto 5 euro, e mi hanno fatto multa di 20 euro circa. Per aver chiesto l’elemosina. Cioè più di quanto ho raccolto in tutta la giornata.”
In quel momento non percepisco più il caldo.
Il ragazzo con il suo cane si allontanava lentamente e prova ad elemosinar ancora, cercando di tirar su qualche quattrino per comprarsi probabilmente un panino.
Sapevo dell’esistenza di ordinanze che da qualche anno in varie città d’Italia trovano sempre più diffusione; le cosi dette ordinanze anti accattonaggio.
Spesso nel contenuto di queste ordinanze si legge che per tutelare l’immagine della città nonchè delle iniziative poste in essere in ambito sociale dal comune che il chieder elemosina lede nella loro sostanza, è vietato chiedere,appunto, elemosina, e violar tale divieto comporta sanzione amministrativa e confisca dei soldi ottenuti tramite accattonaggio.
Spesso, i luoghi ove è vietato di fatto l’accattonaggio sono precise aree, in particolare lungo le principali direttrici di grande flusso del centro storico,sui ponti e nell’area attigua agli stessi, nonché davanti a chiese, caserme, ospedali, banche, aeroporti, porti, stazioni, pontili e pensiline del trasporto pubblico, cimiteri e per un raggio di cento metri dagli incroci regolati da semaforo.
Le periferie sono spesso immuni da tali ordinanze perchè nessuna immagine della civiltà artificiosa umana rischia di essere compromessa!
Nella maggior parte dei casi, chi chiede elemosina pone la propria dignità sotto il peggior tappeto usurato e calpestato dalla inciviltà borghese. E vedersi applicata una sanzione amministrativa e la contestuale confisca di ciò che si è ottenuto con l’accattonaggio, nel buon nome della sicurezza dei cittadini, dell’immagine delle città, del non turbamento dello stile di vita borghese, è un vero insulto repressivo posto in essere dalla società apparente e frivola ma autoritaria di oggi giorno.
Crisi economica reale in fase di piena affermazione. Gli ammortizzatori sociali giungono al termine, il lavoro non c’è, l’accattonaggio incrementerà, così come incrementeranno i reati per stato di necessità, e la repressione sociale sarà sempre più dura. Costruiranno altre carceri per rinchiuderci dentro chi chiederà l’elemosina? Non mi stupirebbe se ciò dovesse succedere un giorno non poi così lontano!
Dopo aver fumato, ultima sigaretta, salgo sul treno con i finestrini aperti ( treno regionale) per Bologna.

Che società meschina!

di Marco Barone
http://www.gliitaliani.it/2010/07/multato-per-aver-elemosinato/

5 luglio 2010

Testimonianze: lettera dal carcere di Poggioreale

Gentile Osservatorio, vorremmo ringraziarla per aver dedicato uno spazio ai problemi o almeno a parte di quello che si verifica nel carcere di Poggioreale. Eppure ci sono cose ben più gravi di quelle raccontate. Pressioni psicologiche effettuate dagli agenti sui detenuti, maltrattamenti fisici e morali, violazioni dei diritti umani, anche dei diritti minimi che anche un detenuto dovrebbe avere.

Il giorno 11, poco dopo il colloquio, durante l’attesa per tornare nelle nostre celle ci hanno chiuso in una camera di sicurezza, circa 40 detenuti in uno spazio di circa 10/12 mq. Un detenuto (malato di cuore come registrato nelle cartelle cliniche del carcere) non riesce a respirare e si sente male! Chiama la guardia, la chiamiamo anche noi! Dopo averlo chiamato a squarciagola arriva, infuriato e infastidito… Gli facciamo presente che è grave, che quel nostro compagno è malato di cuore… Ci risponde “certo come tutti quelli che stanno qui. Alla fine quel detenuto per la disperazione con tutta la forza che ha sbatte la testa contro la cella… Si spacca la fronte e il viso. Poco dopo viene portato in infermeria. E’ giusto? E’ giusto che nei colloqui, se uno prova ad abbracciare un familiare, le guardie battono le loro chiavi sul vetro fino a fare piangere i bambini? E’ giusto che la scorsa settimana dei detenuti sono stati puniti solo perché si sono lamentati per avere fatto 50 minuti di colloquio invece di un’ora? Controllate le cartelle cliniche dei detenuti e guardate quanti di questi vengono medicati con fratture, ematomi, lesioni… Sempre la stessa risposta: “Dottore è caduto!”.
Chiedete ai detenuti quanti torti subiscono a Poggioreale… Qui dentro non possiamo rivolgerci né tantomeno lamentarci con nessuno… Non possiamo nemmeno fare denunce! Il giorno 5 un detenuto scese per denunciare un aggressione subita dalle guardie (nonostante lo avevamo scosigliato, sapendo quanto sono vigliacchi), poco dopo abbiamo sentito delle urla che ci hanno fatto venire i brividi. Ad oggi non sappiamo ancora cosa è successo. E quando sono venuti a prendere le sue cose in cella e abbiamo chiesto notizie in merito, la guardia ci ha risposto: “Fate gli avvocati?”.
Sto scrivendo questa lettera, perché dicono che lo so fare meglio di altri. Scrivo a nome di circa 650 detenuti. Purtroppo non possiamo comunicare tra un padiglione e l’altro, ma lo stato di disagio qui è altissimo e tutti si sono accorti, o meglio si stanno accorgendo, che anche se si è educati e rispettosi, se si osservano le regole, tutti stanno alla mercé delle guardie e dei loro stati d’animo! Un esempio: un detenuto di 69 anni chiede: “Ispettore permette una domanda?”, E l’ispettore risponde: “No, io non permetto e ora vado”. Può sembrare assurdo, ma credeteci è così: è uno scandalo, è uno schifo, è una vergogna! Sì, è vero, non sono tutti uguali, ma a esagerare è il 20% che si salva. Basterebbe diritti e doveri e qui il 90% dei problemi sparirebbero. Ma non va così.
C’è un clima di terrore in tutto quello che si fa, se per esempio sbagliano la spesa, devi avere timore di chiamare un appuntato, perché se lo fai alzare dalla sedia per una cavolata come questa, facile che si metta a strillare non puoi fare niente tranne soffocare la tua rabbia e mangiare l’ennesimo sospiro. Sicuramente anche gli agenti lavorano con molta difficoltà, ma noi che stiamo già chiusi 22 ore su 24, oltre a questo, dobbiamo essere trattati come vermi, è veramente troppo! La stessa Costituzione dice che il trattamento delle persone internate o comunque sottoposte a restrizioni di libertà non può essere contrario al senso di umanità! Ma quale umanità, venite a vedere con i vostri occhi e chiedete a coloro che sono stati detenuti qui a Poggioreale! Chi sta qui e subisce un tale trattamento, quando esce (se prima non si uccide) è un animale, una belva, un cane rabbioso, ed è normale, per ciò che ha subito.
Come si può avere fiducia nello Stato se qui è proprio lo Stato a fare cose inverosimili? Noi non possiamo fare altro che stare in silenzio, ma per quanto ancora? Dobbiamo autolesionarci? O magaari dobbiamo morire come mosche prima che qualcuno si accorga che il problema più grande non è il sovraffollamento, ma i soprusi che subiamo ogni giorno, e che sicuramente molti subiscono in tante carceri d’Italia? E’ giusto che chi ha sbagliato debba pagare, ma comunque ha dei diritti. Per favore fate sì che chi è rinchiuso qui possa cambiare e ritrovare fiducia nello Stato, nelle persone. Fate sì che queste persone non abusino del loro potere e della loro autorità.
Ci scusiamo per non avere messo i nostri nomi, perché questo significherebbe dover subire chissà quale tortura o quale dispetto da questi tutori dello Stato!
Prima di lasciarvi vi informo di un altro grave episodio che si è verificato tempo fa. Un ragazzo giovane, molto giovane ha chiesto di essere portato in infermeria e per quasi due ore ha pregato il capoposto. Per favore, per cortesia e alla fine è salito l’ispettore che ha iniziato a fare il pazzo dicendo “lei non deve chiamare, quando è possibile la chiamaiamo noi!”. Dopo dieci minuti il ragazzo si era tagliato le vene! Poco dopo veniva portato in infermeria…
Questa è giustizia? Questa è democrazia? Costretti a straziare i nostri corpi per farci ascoltare o magari per non subire aggressioni.

I DETENUTI DI POGGIOREALE, PADIGLIONI SALERNO, AVELLINO, NAPOLI, MILANO, LIVORNO

Bologna: Morto un detenuto al carcere di Dozza

La polizia penitenziaria ha trovato questa mattina un detenuto morto nel settore giudiziario. A renderlo noto è stato il segretario generale aggiunto del Sappe (sindacato degli agenti penitenziari) Giovanni Battista Durante: il detenuto - ha detto - era italiano, poco più che trentenne, tossicodipendente e in attesa di giudizio.
L'uomo sarebbe stato trovato riverso sul letto e secondo i primi accertamenti, riferisce il Sappe, si tratterebbe di morte naturale. «Non possiamo comunque non evidenziare - commenta Durante - che all’interno del carcere bolognese ci sono circa 1.150 detenuti, a fronte di una capienza di circa 500 posti.Di questi, circa 300 sono tossicodipendenti, la maggior parte dei quali, probabilmente, potrebbero scontare la pena all’esterno, in strutture di recupero, ma continuano a rimanere in carcere, contribuendo ad alimentare il sovraffollamento. La nostra legislazione, pur essendo all’avanguardia, incontra grosse difficoltà applicative. La legge sulla droga, infatti, prevede la sospensione della pena e l’affidamento terapeutico per i soggetti condannati fino a sei anni di reclusione (quattro per coloro che si sono resi responsabili di reati più gravi), i quali abbiano superato positivamente un programma di recupero, ovvero che ad esso intendano sottoporsi. Nelle carceri italiane la percentuale dei tossicodipendenti è di circa il 25 per cento».

fonte: Corriere di Bologna

Perugia: condannati a 8 mesi per resistenza aggravata i 3 attivisti del csoa ex Mattatoio

Michela, Lollo e Riccardo sono stati condannati in primo grado a 8 mesi e al pagamento di un totale di 16.600 euro di risarcimento danni più spese legali e processuali per resistenza aggravata e oltraggio a pubblico ufficiale.
Le richieste del PM (8 mesi) sono dunque state interamente accolte, così come erano state accolte le richieste di convalida degli arresti, dei domiciliari e dell'obbligo di firma.
Per non aver fatto nulla.
Ma non è questo che ci interessa principalmente discutere, ma il contesto in cui è avvenuto l'episodio degli arresti che ci racconta del momento in cui viviamo e delle strutture che regolano oggi le nostre vite. Non pensiamo che sia un caso il fatto che gli arresti siano avvenuti nel centro storico di perugia, oggetto da anni di intense politiche securitarie e di campagne mediatiche contro il degrado.
E così, negli anni, si è individuato un luogo: il centro storico
si sono creati gli attori-oggetti della rappresentazione: giovani, spacciatori, tossici
si sono messi in correlazione eventi: vita notturna, consumo di alcool e droga, spaccio, schiamazzi, aggressioni e, dopo gli arresti, anche la militanza politica.
L'insieme di questi fattori ci fa capire come questi arresti non siano un fatto di repressione su militanti politici, ma siano l'effetto di una costruzione entro cui tutti possono essere colpiti, in quanto tutti attori di questa rappresentazione. Questi arresti paiono essere dunque il punto finale di un percorso che ha portato all'istallazione di nuove telecamere, al rafforzamento della presenza delle forze dell'ordine nei luoghi d'incontro della piazza e alle ordinanze sul decoro urbano.
Con il particolare che gli arresti e la rigida volontà di difendere l'azione della polizia dimostra anche una determinazione da parte del sistema questura-magistratura locale di voler gestire le questioni cittadine anche con un volto autoritario e di vendetta (uno degli elementi del processo è la mancanza di rispetto verso le forze dell'ordine e il risarcimento morale verso gli agenti, come se la divisa portasse una condizione di super-umanità).
Pare dunque che al classico modello securitario si aggiunga in maniera fluida e non meccanica, nè escludente, un altro modello del controllo, più diretto, più violento, meno sofisticato.
Ci sembra di poter inserire dunque questo evento nella questione generazionale e nella questione di genere, dove è in atto un attacco diretto da tutti i punti di vista, formazione, reddito, stile e forme di vita, contro le precarie e i precari, gli studenti e le studentesse che vivono nel centro storico di Perugia e costruiscono la vita notturna della città.
Una guerra contro lo stile di vita, i desideri di una generazione senza futuro all'interno della crisi globale. Bere una birra in piazza è un'attività sospetta, così come sospetti erano i ribelli che si potevano identificare con una maglietta a strisce, simbolo di un'altra generazione che esattamente cinquant'anni prima della sentenza di ieri, 30 giugno, voleva ascoltare un altro tipo musica, organizzare diversamente la propria vita e conquistare nuove libertà.

Tutta nostra la città non deve essere uno slogan di militanza, il titolo di un'assemblea o un piano d'azione ma la voglia irresistibile di esserci

Commonslab

105 anni di carcere per le nuove Br, ma nessuno sa quale reato abbiano commesso

Davide Bortolato è stato condannato a 14 anni e 7 mesi di carcere, e altrettanti ne sono stati inflitti a Claudio Latino. Il sindacalista Vincenzo Sisi di anni ne dovrà scontare 13 e 5 mesi, Massimiliano Toschi 10 e 8 mesi. Poco meno di Bruno Ghirardi (10 anni e 10 mesi) e di Alfredo Davanzo, l’ “ideologo del gruppo”: 11 anni e 4 mesi. Nel complesso, le condanne comminate dalla corte d’appello di Milano al processo contro le cosidette “nuove Brigate rosse” veleggiano intorno ai 105 anni di carcere per 14 imputati. Mica uno scherzo. Sono terroristi, e dunque tutti festeggiano: i giornali della destra come quelli della sinistra forcaiola, e anche quelli della sinistra più radicale, vuoi perché distratti, vuoi perché imbarazzati, vuoi perché troppo impegnati nella loro guerricciola per le intercettazioni, glissano. A nessuno pare strano il fatto che questi “terroristi” di azione terrorista non ne abbiano compiuta neppure una: un ferimento, un sequestro, una rapina. Niente. “Li abbiamo fermati in tempo” spiegano i giudici inquirenti, e tanto ha da bastare.
Gli associati in banda armata, peraltro, non risultano neppure aver dato alla suddetta un nome purchessia, una sigletta di quelle che non si negano a nessuno. Niente di niente anche su questo fronte. Sconteranno anni e anni di galera per aver dato vita a un’associazione inesistente. Le intercettazioni che “li inchiodano” poi, almeno a giudicare da quelle che sono state rese note, se le parole “garanzie” e “diritto” avessero ancora un senso finirebbero tutt’alpiù in una sceneggiatura di film comico-demenziale.
In un paese anche anormale ma minimamente civile, una simile sentenza desterebbe scandalo. Una sinistra anche timida timida, però con ancora uno straccio di senso di sé e della propria missione, punterebbe i riflettori e reclamerebbe spiegazioni. Una stampa che fosse anche solo in minima misura non democratica ma semplicemente seria, a partire dai soliti “Repubblica” e “Fatto”, scandaglierebbe, denuncerebbe, discuterebbe.
Invece zero assoluto e silenzio perfetto. La sinistra è troppo impegnata a idolatrare i giudici, e la destra con lo strapotere dei medesimi se la prende solo quando viene toccata da vicino, altrimenti dei diritti se ne frega alla grande.
Così nessuno osa dire quel che tutti sanno e di cui tutti sono contentissimi. Che in Italia esiste una categoria di reati, quelli che riguardano “il terrorismo”, per cui garanzie e diritti sono stati sospesi “sine die”: si può finire in galera solo per il cognome che si porta, come è successo a Manolo Morlacchi, figlio del brigatista (vero) Pietro Morlacchi; si può essere condannati a pene smisurate senza aver compiuto nessun reato, come in questo caso. E che in Italia esiste una seconda categoria di reati, quelli “di mafia”, per cui la tortura è non solo ammessa ma incentivata, essendo l’art 41bis nient’altro che una forma legalizzata di tortura. L’oscenità di questo paese è questa. Mille e mille volte più che non la legge di Berlusconi contro le intercettazioni o le proteste contro i programmini di Santoro e Travaglio.

Andrea Colombo da Gli Altri

1 luglio 2010

Detenuto di 25 anni suicida nella Casa di Reclusione di Padova

Santino Mantice, classe 1985, si è ucciso impiccandosi nella sua cella della Casa di Reclusione di Padova. Avrebbe terminato la pena tra soli 3 mesi. Per il momento non abbiamo altri particolari sull'accaduto.
Nel solo mese di giugno nelle carceri italiane si sono impiccati 6 detenuti, inoltre 1 detenuto semilibero si è suicidato, impiccandosi a un albero in provincia di Bolzano, quando ha saputo di dover tornare in carcere e un giovane immigrato si è impiccato nella "cella di sicurezza" della Questura di Agrigento. Dall'inizio dell'anno sono già 29 i detenuti suicidi per impiccagione, mentre 6 sono morti asfissiandosi con il gas delle bombolette.
Il suicidio di Santino Mantice è il 590esimo avvenuto nelle carceri italiane dal 2000ad oggi.


fonte: Osservatorio permanente sulle carceri

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