19 giugno 2010

Repressione internazionale modello Genova

La decisione del governo di respingere le dimissioni di De Gennaro è un atto di arroganza istituzionale, prima che politica, tesa a consolidare, con una rinnovata fiducia, la catena di comando. Il controllo giurisdizionale (la decisione cioè della Corte d'appello) avrebbe permesso una riflessione seria, anche a livello istituzionale, sulla vera e propria sospensione nei giorni del G8 di Genova dei paradigmi fondativi dello stato di diritto. Primo fra tutti la sospensione dell'habeas corpus (si pensi inoltre agli omicidi di Aldrovandi, Bianzino, Cucchi ecc.). Le istituzioni avrebbero potuto chiedere scusa ufficialmente per la «macelleria messicana» condotta in prima persona non da alcune «mele marce» ma dalla catena di comando e chiedere scusa per il depistaggio attuato da parte della stessa. E' stato possibile in Sudafrica; è stato possibile qualche giorno fa per i massacri britannici in Irlanda; in Italia è stata possibile solo una volta (nel caso della relazione parlamentare dell'antimafia per l'uccisione di Peppino Impastato, che credo di conoscere in prima persona). Si badi che il depistaggio da parte di segmenti dello Stato è l'elemento costante e permanente della strategia della tensione e dello stragismo italico. Non sono ingenuo: so benissimo, che in Italia, sono mancate le condizioni politiche. Perché il governo attua una torsione populista, razzista, securitaria del rapporto fra statualità e cittadinanza (di cui l'impunità degli apparti dello stato è metafora); e perché l'opposizione parlamentare di questa catena di comando che abbiamo visto in opera a Genova è stata sempre docile ancella. E' un caso - lo dico anche in termini autocricritici perché avremmo dovuto porre la questione in modo netton - che tutti i funzionari responsabili del massacro e delle torture di Genova abbiano ricoperto, successivamente, incarichi di responsabilità ancora maggiori? Non sono certo un giustizialista. Ma è proprio il garantismo che pretende autonomia dei poteri, equilibrio e sobrietà nella gestione. La verità è che la progettualità, la radicalità e l'autorganizzazione, la critica al potere del movimento altermondialista facevano paura al potere stesso. Il movimento andava spazzato via con cinica e studiata violenza.
E' mia convinzione da sempre che a Genova, contro il movimento, abbiamo visto in opera una strategia internazionale. Intreccio fra comandi di polizia e comandi Nato a livello europeo. I sistemi d'arma usati, il tipo di addestramento delle truppe ci indicano precise connessioni internazionali. Esiste tuttora una vera e propria struttura militare e di polizia internazionale la cui funzione è tenere «sotto controllo» i soggetti che esprimono radicalità critica. Forse De Gennaro ne sa qualcosa...


Giovanni Russo Spena da il manifesto

18 giugno 2010

Appello: "Genova G8, sospendete i condannati dai loro incarichi"

Nelle scorse settimane abbiamo avuto due importanti sentenze, quelle di appello per i fatti accaduti alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, a Genova, nel luglio del 2001. Ci sono voluti nove anni ma alla fine il tribunale di Genova ha dato forma giudiziaria a una verità storica che già conoscevamo: alla scuola Diaz , nella caserma di Bolzaneto, furono violati i corpi, le leggi, la Costituzione, l'idea stessa dello stato di diritto.
Un orrore incompatibile con la nozione di democrazia. Perciò le due sentenze, con le condanne che colpiscono per intero la catena di comando (insieme a tutti i responsabili delle violenze e delle violazioni che è stato possibile individuare), sono importanti e preziose: ripristinano un principio di verità e di equità, possono essere un punto di risalita per le istituzioni. Già all'epoca del rinvio a giudizio sarebbe stata opportuna la sospensione di tutti gli imputati, a tutela della dignità e credibilità delle forze di polizia. Nessuno è stato sospeso, tutti sono al loro posto, alcuni dirigenti sono stati addirittura promossi e oggi si trovano a coprire incarichi delicati e di altissimo livello con il peso di condanne di secondo grado molto gravi e in aggiunta l'interdizione dai pubblici uffici.
Le dimissioni o la sospensione dagli incarichi ci sembrano a questo punto una questione di lealtà ai princìpi della democrazia, oltre che l'unico segnale chiaro da inviare a tutti i gli appartenenti alle forze di polizia affinché episodi del genere non si ripetano. E' anche l'unico modo per garantire che la Corte di Cassazione possa valutare gli atti e deliberare in piena libertà. Nel frattempo, nonostante le ripetute condanne, le vittime delle violenze alla scuola Diaz, nella Caserma di Bolzaneto, attendono ancora le scuse da parte dei vertici dello Stato e, per quanto riguarda Bolzaneto, anche i risarcimenti.
La fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle forze di polizia è ai minimi storici. Noi chiediamo che a tutela delle Istituzioni, di tutti i cittadini, degli stessi appartenenti alle forze di polizia, tutti i condannati con ruoli di comando siano DA SUBITO sospesi dai loro incarichi e che a tutti gli altri siano attribuiti esclusivamente compiti d'ufficio.

Promotori: Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova) Haidi e Giuliano Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani)

Gloria Bardi, scrittrice - "Dossier Genova G8" (Becco giallo)
Francesco Barilli, Dario Rossi, Checchino Antonini - "Scuola Diaz, vergogna di Stato" (Edizioni Alegre)
Massimo Carlotto, scrittore - "Il maestro di nodi" (e/o)
Giulietto Chiesa, giornalista - "Genova/G8" (Einaudi)
Sandrone Dazieri, scrittore - "Gorilla blues" (Mondadori)
Roberto Ferrucci, scrittore - "Cosa cambia" (Bompiani)
Carlo Gubitosa, giornalista - "Genova nome per nome" (Terre di mezzo)
Alessio Lega, cantautore - "Dall'ultima galleria" (canzone)
Riccardo Lestini, attore e autore teatrale - “Con il tuo sasso”
Edoardo Magnone, ricercatore - "La sindrome di Genova. Lacrimogeni e repressione chimica" (Frilli)
Federico Micali, regista - “Genova senza risposte” (documentario)
Fausto Paravidino, attore e autore teatrale - "Genova 01"
Paolo Pietrangeli, regista - "Genova per noi" (documentario)
Marco Poggi, infermiere - "Io, l'infame di Bolzaneto" (Logos)
Marco Rovelli, scrittore e cantautore - "Carlo Giuliani" (canzone)
Stefano Tassinari, scrittore - "I segni sulla pelle" (Tropea)
Roberto Torelli, regista - “Bella ciao” (documentario)
Giacomo Verde, regista - "Solo limoni" (documentario)
Marcello Zinola, giornalista - “La nuova polizia” (Frilli)

Si associano:
Vittorio Agnoletto, ex portavoce Genoa Social Forum
Altreconomia, rivista mensile
Daniele Barbieri, giornalista e scrittore
Stefano Benni, scrittore
Roberto Bergalli, Università di Barcellona
Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore
Carta, rivista settimanale
Edizioni Alegre
Pino Casamassima, giornalista
Mauro Covacich, scrittore
Andrea Cozzo, Università di Palermo
Girolamo De Michele, insegnante e scrittore
Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione
Roberto Escobar, Università di Milano
Valerio Evangelisti , scrittore
Saverio Fattori, scrittore
Angelo Ferracuti, scrittore
Saverio Ferrari, ricercatore
Rudi Ghedini, giornalista e scrittore
Chiara Ingrao, scrittrice
Manlio Milani, Comitato Piazza della Loggia
Ezio Menzione, avvocato
Salvatore Palidda, Università di Genova
Riccardo Passeggi, avvocato
Fausto Pellegrini, giornalista
Emilio Santoro, Università di Firenze
Grazia Verasani, scrittrice
Danilo Zolo, Università di Firenze

Per adesioni: info@veritagiustizia.it

Roma: Ha impedito uno sfratto, denunciata per truffa

Una storia come tante. Quartiere Esquilino, Roma, 13 gennaio. Una famiglia in condizioni di difficoltà estrema, madre cardiopatica con invalidità al 70%, padre che si arrangia facendo il becchino a giornata, due figli di cui una bambina portatrice di handicap, riceve l'ennesima notifica di sfratto esecutivo. La misura non viene eseguita, intervengono i movimenti di lotta per la casa con Angela Scarparo che, anche in veste di delegata del presidente del municipio, che decide un rinvio di altri tre mesi in attesa che i servizi sociali competenti riescano a trovare una soluzione. Ma la società immobiliare che aveva acquisito l'immobile ha recentemente impugnato il provvedimento e denunciato Angela Scarparo per «truffa e omissione di atti di ufficio». Secondo la FM immobiliare, infatti, non solo non poteva firmare tale provvedimento ma avrebbe dovuto collaborare per rendere libero l'appartamento.
Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta ieri in una sala della Regione Lazio, alla presenza della segretaria regionale del Prc Loredana Fraleone e del consigliere regionale Ivano Peduzzi, il legale Tommaso Mancini, che ha assunto la difesa, ha auspicato di veder celebrato il processo, nella speranza che faccia giurisprudenza. La protagonista della vicenda, ovviamente, non ha mancato di rivendicare la giustezza del proprio operato ribadendo che non si possono continuare a buttare le persone in mezzo alla strada. «La cosa che mi pare più originale in tutta questa situazione - ha dichiarato Scarparo, da anni impegnata nei movimenti per il diritto all'abitare - è che noi che fungiamo in un certo senso da ammortizzatore sociale per un problema enorme ci ritroviamo ad essere criminalizzati. Io ho il privilegio di potermi fare ascoltare, ma di storie come la mia ne accadono in continuazione e chi si espone è ormai carico di denuncie. In una città come Roma - ha continuato Scarparo - la questione casa è una vera e propria guerra, c'è chi si ammala e chi si uccide perché non sopravvive alla difficoltà di veder soddisfatto un diritto elementare. Le istituzioni hanno poi un comportamento schizofrenico: a volte ci interpellano; il giorno dopo ci trattano da criminali, solo perché siamo convinti che non sia possibile trasformare un bene primario in uno strumento per arricchirsi e speculare. Di soluzioni non ne offrono, mentre il resto della città neanche si accorge dei drammi che si consumano quotidianamente».
Anche Fraleone e Peduzzi si sono soffermati sulle dimensioni di una emergenza che coinvolge ormai pure i ceti medi che abitano in case di proprietà di enti privatizzati. «E' inaccettabile privatizzare gli immobili in un contesto in cui manca edilizia a canone sociale - ha ricordato Peduzzi - Al Comune di Roma parlano di grattacieli ma ignorano la gente per strada;, l'assessore regionale, Buontempo, ha detto che i soldi ci sono ma i comuni non rendono disponibili le aree, mentre lasciano spazio alla costruzione di villette. Aspettiamo una interlocuzione anche con lui».
La famiglia dell'Esquilino è tutt'ora nello stabile; alla conferenza stampa c'era un altro nucleo familiare del IV municipio: stessa situazione, nessuna soluzione.
Stefano Galieni

La verità su Genova

Lentamente, ma inesorabilmente, sta emergendo, anche a livello giudiziario, la verità su quelle giornate di «macelleria cilena» nelle quali sono stati massacrati, nel luglio 2001, non solo corpi, ma anche anime, speranze e utopie. Giornate che non si possono, e non si debbono dimenticare, finché, su quanto accaduto in quelle giornate buie per la nostra democrazia, non sarà fatta verità e giustizia. Quella verità che il centrodestra (e purtroppo non solo il centrodestra) ha voluto negare, anche impedendo quella Commissione Parlamentare d'inchiesta che avrebbe potuto accertare le responsabilità, anche politiche, di chi aveva dolosamente gestito l'ordine pubblico contro il movimento e contro chi manifestava per un mondo migliore, senza guerre, senza povertà, senza discriminazioni.
La condanna dell'ex capo della Polizia per istigazione alla falsa testimonianza arriva dopo la condanna di agenti, funzionari, ufficiali e generali per le violenze e i trattamenti disumani e degradanti di cui sono state vittime oltre 250 pacifisti nella caserma di Bolzaneto: vere e proprie torture che non è stato possibile contestare agli imputati perché, malgrado le continue sollecitazioni dell'Unione Europea e le condanne della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, tale reato ancora non è previsto dal nostro codice penale. Certo, c'è ancora la Cassazione. Anche se, come si sa, la Cassazione è giudice di legittimità e non può, salvo veri e propri travisamenti dei fatti, entrare nel merito della sentenza di condanna.
La Giustizia farà il suo corso. Il che, però, non significa - al di là delle responsabilità penali - che gli atti non diano elementi chiari.
«Ho parlato con il capo: devo fare marcia indietro»: sono parole di Francesco Colucci, questore di Genova, poco prima di testimoniare. Il suo interlocutore è Spartaco Mortola, numero uno della Digos durante il G8. Il senso di impunità non li fa neppure sospettare di essere intercettati. Ma le telefonate sono più di una e non lasciano spazio ad equivoci: «Il capo dice che sarebbe meglio raccontare una storia diversa....devo modificare quello che avevo detto». Il «capo» altri non è che De Gennaro. La testimonianza di Colucci, che nel corso delle indagini era stata lineare e coerente, diventa, dopo quelle telefonate, e quell'incontro col «capo», ben diversa. L'ex questore si corregge, cambia versione, si adegua alla testimonianza del suo superiore. Falsa testimonianza per lui, istigazione alla falsa testimonianza per De Gennaro, il capo dei capi.
La Giustizia proseguirà il suo corso. Ma, indipendentemente dall'esito giudiziario, oggi non è più possibile negare quello che da sempre chi era a Genova ha sempre urlato, con tutte le sue forze, compresa quella della disperazione. I vertici della polizia erano perfettamente consapevoli di quanto stava avvenendo alla Diaz e la gestione dell'ordine pubblico, aveva il preciso scopo di sospendere le libertà democratiche per cancellare un movimento che cresceva sempre di più. Gestione dell'ordine pubblico voluta, e poi avallata, da chi allora governava (e purtroppo governa) il Paese. Noi saremo colpevoli di sognare e di lottare: ma, da ieri, giustizia e verità sono più vicine.

Giuliano Pisapia da il Manifesto

17 giugno 2010

Omicidio Cucchi: Rinvio a giudizio per 13 persone

La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per 13 persone per la morte di Stefano Cucchi. Finiscono sotto processo tre agenti di polizia penitenziaria, sei medici, tre infermieri e 1 funzionario del Dap. I reati ipotizzati vanno dall'abbandono di persona incapace, a lesioni personali, al falso e all'abuso d'ufficio. Il giovane, arrestato il 16 ottobre scorso, morì pochi giorni dopo.
La richiesta è stata firmata oggi dai pm Vincenzo Barba e Francesca Maria Loy. Sotto processo rischiano di finire sei medici, Aldo Fierro, responsabile del reparto penitenziario del Sandro Pertini, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite e Rosita Caponetti; gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe; gli agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici; il direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria Claudio Marchiandi. I reati contestati, a seconda delle posizioni, vanno dalle lesioni aggravate all'abuso di autorità nei confronti di arrestato, dal falso ideologico all'abuso d'ufficio, dall'abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d'ufficio, fino al favoreggiamento ed all'omissione di referto. Sulle richieste si pronuncerà il gup Rosalba Liso. I tre agenti, secondo il capo d’imputazione, «abusavano dei poteri inerenti alla qualità di appartenenti alla polizia penitenziaria, quali preposti alla gestione del servizio delle camere di sicurezza del tribunale penale di Roma, adibite alla custodia temporanea degli arrestati in flagranza di reato in attesa dell’udienza di convalida, spingendo e colpendo con dei calci Cucchi, che ivi si trovava in quanto arrestato». Secondo i pm «lo facevano cadere a terra e gli cagionavano lesioni personali, consistite in ’politraumatismo ematoma in regione sopracillare sinistra, escoriazioni sul dorso delle mani, lesioni escoriate in regione para-rotulea bilateralmente cinque lesioni escoriate ricoperte da crosta ematica in corrispondenza della cresta tibiale sinistra, altre piccole escoriazioni a livello lombare para-sacrale superiormente e del gluteo destro, ed infrazione della quarta vertebra sacrale’, dalle quali derivava una malattia della durata compresa tra 20 e 40 giorni». Abbandono di persone incapaci aggravato dalla morte, secondo l’articolo 591 del codice penale. E’ questo il reato contestato a 6 medici e tre infermieri dell’ospedale «Sandro Pertini», dove fu ricoverato Cucchi. La fattispecie è contestata ad Aldo Fierro, dirigente medico di secondo livello e direttore della struttura complessa di medicina protetta, ai dirigenti medici di primo livello Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi e Preite De Marchis. Medesima accusa anche per i tre infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. I sanitari, in concorso tra loro, secondo gli inquirenti della Procura di Roma, «omettevano di adottare i più elementari presidi terapeutici e di assistenza che nel caso di specie apparivano doverosi e tecnicamente di semplice esecuzione ed adattabilità e non comportavano particolari difficoltà di attuazione essendo peraltro certamente idonei ad evitare il decesso del paziente».
«Sono soddisfatto per la richiesta di rinvio a giudizio per i 13 indagati perché finalmente si apre il processo e ci sarà data la possibilità di esercitare tutte le prerogative che lo Stato ci concede. Anzi, possiamo dire che adesso, finalmente, si comincia». Lo dice l'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi sul caso di Stefano, il giovane di 31 anni morto il 22 ottobre scorso durante un suo arresto per droga. «Presenteremo una memoria al processo per ipotizzare l'omicidio preterintenzionale a carico degli agenti - continua Anselmo - continuiamo a credere che senza le percosse Stefano non sarebbe morto. Se fosse morto soltanto per l'imperizia dei medici, allora cosa vuol dire, che si sarebbe sentito male pure a casa sua?».

Genova G8: De Gennaro istigò alla falsa testimonianza. Condannato a 1 anno e quattro mesi

Un anno e quattro mesi per il Capo, Gianni De Gennaro. La Corte d'Appello di Genova ha ritenuto che le prove erano bastanti, che quand'era capo della polizia istigò alla falsa testimonianza l'ex questore dei tempi del G8. Due mesi di meno all'altro imputato, l'ex capo della Digos cittadina e ora vicequestore vicario di Torino, Spartaco Mortola. Il pg Pio Macchiavello aveva chiesto due anni di reclusione per De Gennaro e un anno e quattro mesi per Mortola dopo l'esito, scandaloso per chi subì i massacri della Diaz e gli arresti illegittimi di quella notte. Nell'ambito delle indagini sulle false molotov, Mortola fu intercettato mentre chiacchierava con Colucci il quale gli riferiva i complimenti del capo dopo la sostanziale ritrattazione di fronte ai pm che indagavano sulla Diaz. In pratica a Colucci fu consigliato di non fare menzione delle telefonate di quella sera col Viminale per non rivelare la catena di comando e il ruolo del futuro Negroponte nella repressione con cui si chiusero le tre giornate del luglio. E’ stata quindi ribaltata la sentenza di assoluzione in primo grado sia a suo carico di De Gennaro che di Mortola, ex capo della Digos di Genova e attuale vice questore vicario di Torino.
«Perché non pensare che la sentenza di primo grado non era giusta? L’appello serve anche a questo». E’ questo il commento del pubblico ministero Enrico Zucca che insieme al collega Francesco Cardona Albini aveva indagato il prefetto Gianni De Gennaro e il vicequestore vicario Spartaco Mortola. Zucca si è allontanato dal Palazzo di giustizia di Genova subito dopo la lettura della sentenza che ha ribalato l’assoluzione in primo grado. «Finalmente si è dimpstrato che siamo tutti uguali davanti alla legge», ha detto dopo la sentenza Laura Tartarini, avvocato di parte civile in questo procedimento.
“ Era evidente a tutto il mondo che i massacratori della Diaz non potevano aver agito da soli e che i vertici della polizia non potevano non sapere. La condanna di De Gennaro e Mortola evidenzia queste responsabilità della catena di comando e palesa i tentativi di depistaggio per impedire che si facesse luce sui gravissimi fatti di Genova del luglio 2001.” E’ quanto afferma Alfio Nicotra, responsabile Movimenti del Prc e all’epoca dei fatti tra i portavoci del Genoa Social Forum.
“Adesso chiediamo che nei confronti dei due condannati – conclude Nicotra – siano usati gli stessi criteri utilizzati quando in casi analoghi si trovano funzionari e dipendenti pubblici. E’ impensabile che continui ad esercitare la sua funzione di Direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza un personaggio che ha istigato un questore alla falsa testimonianza. Motivi di precauzione non possono che indurre il Governo alla sospensione dall’incarico anche se sarebbe preferibile che fosse lo stesso Gianni De Gennaro a rassegnare le dimissioni . Ma questo richiederebbe un senso dello Stato che,fino ad oggi sulla vicenda di Genova, è sempre mancato all’ex capo della polizia.”
Ora il Capo si dovrebbe dimettere, lo chiedono anche altri due tra gli ex portavoce del social forum, Agnoletto e Muhlbauer e un europarlamentare, De Magistris, a cui qualcuno dovrebbe spiegare che il suo leader di partito, Di Pietro, sarebbe stato colui che pose la pietra tombale sull'ipotesi di una reale inchiesta parlamentare. In Liguria, l'Idv è capitanata da uno dei robocop che si scagliarono contro un corteo pacifico che contestava Otto dannosissimi Grandi. Uno che giura di non aver compreso la sentenza è tale Ascierto Filippo, ex carabiniere, allora deputato e responsabile per An dei rapporti con le forze dell'ordine. Gran fustigatore di centri sociali e amico di siti negazionsti (link spariti subito dopo la denuncia sulla stampa) Ascierto ci tiene a far sapere che De Gennaro è una brava persona. Dal canto suo, il giorno prima della Diaz, lui era con Fini nella sala operativa dei carabinieri mentre un drappello dell'Arma attaccava, anche con armi improprie, un corteo regolarmente autorizzato. Nel corso di quegli scontri, un ex collega di Ascierto sparò in mezzo agli occhi di Carlo Giuliani.
Le sentenze di secondo grado per i maxi-processi del G8 si sono chiuse con condanne nei confronti della polizia. Tutti colpevoli i 44 imputati [funzionari, agenti, ufficiali dei carabinieri, guardie carcerarie, militari, medici] per le torture alla caserma di Bolzaneto, dove vennero portati almeno 252 manifestanti fermati durante gli scontri di piazza. Sono stati giudicati colpevoli anche i responsabili e i mandanti del massacro alla Diaz, a partire dai vertici del ministero dell’interno come Giovanni Luperi, oggi responsabile dei servizi segreti all’Aisi, l’ex Sisde e Francesco Gratteri, oggi capo dell’Antiterrorismo [per entrambi 4 anni di reclusione]. E’ stato invece condannato a cinque anni a Vincenzo Canterini, all’epoca numero uno del reparto mobile, la polizia antisommossa romana.

Terni: Bomba fascista davanti al centro sociale Cimarelli

Stanotte giovedi 17 giugno alle ore 01.26 è esplosa una bomba carta davanti al cancello del Centro Sociale Autogestito Germinal Cimarelli, sede anche dell’Organizzazione Sindacale “COBAS”. Due compagni che si trovavano nel centro di documentazione, posto al primo piano, hanno sentito dei rumori all’esterno. Quando si sono affacciati hanno visto una macchina che si allontanava velocemente, poi il bagliore dell’esplosione ed infine hanno sentito il boato. Tanta la paura nel quartiere, alcuni cittadini svegliati dall'esplosione hanno dato prontamente l'allarme e in breve è intervenuta una macchina dei Carabinieri che hanno solo potuto accertare l'accaduto. Risultava sottratto anche uno striscione politico in solidarietà con la Palestina affisso lungo via del Lanificio.
”Ci riteniamo fortunati – dichiarano i ragazzi presenti nello stabile – perché ci trovavamo all'interno della struttura e non nel giardino perché altrimenti l'ordigno ci sarebbe esploso addosso”.
L’attentato è di chiara matrice fascista, sia per la dinamica che per la tempistica. Nella notte, intorno alle ore 24.00, erano stati visti appartenenti all’organizzazione neofascista Casapound attaccare uno striscione a Ponte le Cave. Altre volte era accaduto che i neofascisti attaccassero manifesti e striscioni a Terni, ma mai ci saremmo aspettati un attacco contro la nostra sede.
Riteniamo che questo “salto di qualità” sia figlio della legittimazione che questi individui hanno ricevuto grazie all’azione intimidatoria che il Questore ha messo in atto con gli “avvisi orali” contro coloro che avevano contestato i neofascisti all’aviosuperficie. Ricordiamo che il Questore nelle notifiche degli avvisi orali agli antifascisti definisce i neofascisti“un gruppo di sportivi paracadutisti”.
L’attentato avviene dopo che da parte di esponenti del PDL e della destra locale sono state espresse dichiarazioni di legittimazione degli stessi “paracadutisti”. Vorremmo sapere cosa hanno da dire i signori Raffaele Nevi e Alfredo De Sio che proprio ieri hanno parlato nei nostri confronti (che denunciavamo la grave intimidazione della Questura attraverso gli “avvisi orali” alle pubbliche proteste antifasciste) di “linguaggio di altri tempi che evoca scenari inesistenti alimentando tensioni strumentali e pericolose”. Ricordiamo a lorsignori che i linguaggi delle destre e dei servizi in Italia sempre si sono espressi con le bombe, gli esplosivi e le intimidazioni, da piazza Fontana alla strage alla stazione di Bologna.
Ci troviamo ora nella situazione paradossale in cui, chi ha manifestato pubblicamente contro l'entrata dei fascisti di casapound in città, si trova attaccato da più fronti:

·da quello istituzionale con gli “avvisi orali” del Questore che sono atti intimidatori che violano la libertà personale

·da quello amministrativo attraverso multe di oltre 5.000 € fatte dai vigili urbani,

·da quello politico-militare con la bomba carta neofascista fatta esplodere ieri notte.

Abbiamo impedito l'entrata dei fascisti di casapound a Terni perchè il fascismo è un pratica razzista e violenta, è squadrismo e l'episodio di questa notte ne è l’ulteriore conferma. Questi soggetti diffondono odio tramite la paura ed il razzismo. Terni non si spaventerà di fronte a chi è stato vinto dalla storia, davanti allo squadrismo neofascista.
Il Centro Sociale e tutte le realtà della RAT (Rete Antifascista Ternana) continueranno a lottare contro questi individui a difesa di una città civile, democratica, antifascista e multiculturale, che fonda le sue radici nel lavoro, nella solidarietà, nella Resistenza e nell'integrazione sociale.
E’ per questo che lanciamo un appello per la solidarietà e la vigilanza democratica a tutte le persone, le associazione e le istituzioni democratiche della nostra città.

Terni resiste.

CSA Germinal Cimarelli

Testimonianze: In carcere oltre 3mila stupri

Caro osservatorio, oltre tremila stupri l'anno avvengono dentro le carceri in Italia, questi dati sconvolgenti sono stati evidenziati dall'associazione che si occupa di diritti umani Every One… Un altro dato che impressiona è che dentro le carceri avviene il 40% di stupri che avvengono annualmente in Italia e che molti di essi sono concausa di suicidi e coinvolgono prevalentemente i detenuti più giovani. Questo degli stupri evidenzia ancora di più la drammaticità della vita dentro i nostri penitenziari… In particolare dentro alcuni grandi giudiziari o per non andare lontano, anche qui in Abruzzo dentro una delle sezioni della casa lavoro del carcere di Sulmona (non fatta vedere ad hoc quando ci sono le visite parlamentari o di rappresentanza,) lì c'è il più duro degli inferni… Nelle carceri italiane oramai non prevale più il reinserimento, la formazione, ma tutto nel degrado del sovraffollamento diventa violenza, un così alto numero di stupri deve far riflettere. L'Alta corte dei diritti umani ha già condannato l'Italia diverse volte, ma non cambia nulla. Il governo è immobile dentro i suoi contrasti… Io non condivido la cultura della "sicurezza", intesa come repressione anche di comportamenti che non dovrebbero essere reato… ma anche chi ha la cultura della "sicurezza", che poi sicurezza non è, deve rispettare almeno un minimo la dignità umana per chi sta in carcere, e questo non avviene. O ci sarà una ribellione morale ed etica forte che indurrà le istituzioni preposte a cambiare rotta o tutto precipiterà ancora di più in quel mondo dimenticato che ha il triste primato in Europa per i suicidi e anche per gli stupri.

Giulio Petrilli L'Aquila

Roma: aggressione fascista alla Garbatella

«Un’aggressione in piena regola di matrice fascista è avvenuta ieri notte di fronte allo spazio socio-culturale Casetta Rossa a Garbatella. Il ragazzo vittima di questo agguato, che per fortuna non ha riportato lesioni gravi, è stato accerchiato da una macchina e un motorino ed è stato colpito alla testa con i caschi». A dichiararlo in una nota è Gianluca Peciola, consigliere provinciale di Sinistra, Ecologia e Libertà e membro del collettivo Casetta Rossa. «Negli ultimi due anni il quartiere di Garbatella – continua Peciola – è stato bersaglio di numerose aggressioni fasciste, l’ultima pochi mesi fa davanti al centro sociale La Strada. È evidente che il clima politico in città sta degenerando e che i gruppi di estrema destra godono di una legittimità che prima non avevano». «Esprimo la mia più sincera condanna per la vigliacca aggressione subita questa notte da un giovane alla Garbatella – afferma in una nota Samuele Piccolo, del Pdl, vicepresidente del Consiglio comunale – Mi auguro che gli aggressori del ragazzo siano al più presto identificati. Atti violenti e autoritari nulla hanno a che vedere con la politica e le sue idee che vanno invece accettate anche se si possono non condividere».
«Prima di dare spazio a speculazioni demagogiche su fatti che devono essere ampiamente condannati da tutte le parti il delegato del Sindaco per le politiche della Sicurezza urbana, Giorgio Ciardi è necessario operare un distinguo tra la sicurezza urbana e sporadici episodi circoscritti di teppismo politico, di qualunque colore esso sia, quali quelli denunciati dal giovane aggredito al quale va la nostra solidarietà».
«Dopo due anni dall’insediamento del sindaco Alemanno sostiene Enzo Foschi, consigliere del Pd della Regione Lazio e della sua giunta, aggressioni e violenze a sfondo discriminatorio sono divenuti per i romani la vita quotidiana. La sicurezza, con cui la destra ha cavalcato le sue campagne elettorali, non è garantita. I soliti vigliacchi in branco hanno deciso di aggredire un ragazzo, accerchiandolo e tenendogli in buona sostanza un vero e proprio agguato».

16 giugno 2010

Milano, sgombero del Laboratorio Zero: la polizia carica

Nella mattinata di ieri un centinaio di celerini hanno circondato il Lab. Zero, stabile occupato in Ripa di Porta Ticinese per procedere allo sgombero. L'edificio, occupato ormai da molti anni e composto da una trentina di appartamenti, era abitato da circa sessanta persone. Tutti coloro che si trovavano all'interno dello stabile sono state denunciate per occupazione abusiva. Immediata la reazione del vice sindaco De Corato, già responsabile dello sgombero di Cox 18, che plaude l'intervento delle forze dell'ordine che avrebbero "riportato la legalità" in una Milano sempre più colpita dalla crisi e che soffre una evidente e preoccupante crisi abitativa.
Durante lo sgombero centinaia di solidali si sono recati nel quartiere di Porta Ticinese, blindato e militarizzato per l'occasione durante tutto il giorno mentre, alle 17 una cinquantina di aderenti ai diversi comitati milanesi per il diritto alla casa, Unione Inquilini, Usb e Cub si sono ritrovati in presidio davanti alla Prefettura del capoluogo lombardo, dove una delegazione è stata ricevuta da un funzionario a cui è stata sottoposta la richiesta di blocco degli sgomberi di fronte la grave emergenza abitativa che si riscontra in città. "L'emergenza abitativa non può essere gestita come un problema di ordine pubblico e l'occupante non è un delinquente, ma un povero che ha diritto alla casa" si legge nel comunicato diffuso per promuovere il presidio, che prosegue spiegando che a Milano ci sono "oltre 5mila case vuote e dal 2007 a oggi ci sono state meno di 2mila assegnazioni".
Occupanti e solidali hanno già dal primo pomeriggio indetto un'iniziativa serale con concentramento in piazza XXIV maggio: il presidio, trasformatosi in corteo, si è snodato per le vie di Porta Ticinese per poi terminare in via Savona 18, dove un altro stabile è stato occupato. Celere la reazione di questura e comune di Milano, che hanno prontamente fatto circondare l'area e caricare chi si era attardato all'esterno della nuova occupazione. Al momento alcune decine di persone si trovano ancora barricate dentro la struttura, mentre la polizia blocca la zona e tiene a distanza tutti i solidali a suon di cariche.

fonte: InfoAut

15 giugno 2010

Scarcerate Massimo Papini. Accuse senza argomenti. Il 21 giugno il tribunale della libertà dovrà decidere

Massimo Papini non è più solo. A sostenerlo in questi lunghi mesi d'isolamento carcerario non ci sono più soltanto i suoi avvocati e i suoi amici che hanno dato vita ad un combattivo comitato di difesa. Negli ultimi tempi il muro di silenzio che circondava il suo caso giudiziario si è rotto. Una petizione è stata firmata da esponenti del cinema e dello spettacolo, mondo nel quale Papini lavorava. Ieri hanno preso la parola durante una conferenza stampa tenutasi presso il tribunale di Roma la scenografa Paola Comencini, la deputata radicale Rita Bernardini e Gianluca Peciola, consigliere provinciale di SeL. Dopo una visita nel carcere Rebibbia, da parte della battagliera parlamentare radicale che senza tregua conduce nelle prigioni «visite di sindacato ispettivo» - come precisa con puntiglio, Radio radicale ha cominciato a trasmettere le udienze del processo, iniziato lo scorso 22 febbraio, nel quale Papini è accusato di partecipazione a banda armata per aver conservato negli anni un rapporto di amicizia con Diana Blefari Melazzi. La militante delle cosiddette «nuove Br» suicidatasi nel carcere femminile di Rebibbia il 31 ottobre, esattamente un mese dopo l'arresto dello stesso Papini, suo ex compagno, che aveva tentato di scagionare fino all'ultimo. L'attenzione comincia finalmente a focalizzarsi su una vicenda giudiziaria considerata, a torto, "minore", come se il suo tragico intrecciarsi con la morte di una detenuta in condizioni psicologiche devastate dal 41 bis, messa per questo sotto pressione con l'arresto dell'unico punto di riferimento esistenziale che le era rimasto, non fosse una vicenda su cui vigilare con attenzione. Se la morte della Blefari ha fatto parlare di «uso della malattia come strumento d'indagine», finalizzato a costruire con tutti i mezzi una «collaborazione», quella contro Papini appare una vera e propria persecuzione. Indagato e arrestato all'inizio per fare pressione sulla donna, continua a essere mantenuto in carcere e sovraccaricato di accuse, senza lo straccio di un riscontro, per coprire a posteriori una condotta investigativa che viola le stesse regole in nome del quale pretende di agire. Nel corso della conferenza stampa, Paola Comencini ha raccontato la sua amicizia lunga 12 anni, spiegando come Papini fosse stimato nel mondo del cinema per il suo lavoro nei set dei più grandi registi italiani. «Un'attività - ha sottolineato - che assorbiva talmente la sua esistenza e lo teneva così lontano da Roma da rendere inverosimili le accuse». Ha rivelato anche come al ritorno dai colloqui con la Blefari fosse molto provato. La donna, afflitta da rovinose crisi d'identità e disturbi percettivi fino ad arrivare ad allucinazioni visive, si fidava solo di Papini e aveva risposto in lui ogni speranza. «Massimo paga l'aver risposto a quel grido d'aiuto». E che il rapporto con Diana Blefari Melazzi fosse alla luce del sole l'ha precisato anche l'attuale fidanzata di Papini, Grazia, che ha sopraffatto la timidezza per spiegare con gli occhi lucidi ai giornalisti come Massimo «fin dal primo giorno mi disse di che aveva questa amica. Io stessa ho preparato da mangiare per lei e le ho mandato dei vestiti». Rita Bernardini ha denunciato le condizioni di detenzione proibitive in cui versa il detenuto, isolato 24 ore su 24, costretto a pochissima aria in un cubicolo di cemento, senza nemmeno la possibilità d'avere libri a sufficienza per trascorrere utilmente il tempo. Mentre il processo si trascina senza che l'accusa sia mai riuscita a fornire uno straccio di prova della colpevolezza di Papini, un fatto nuovo potrebbe aprirgli presto le porte della prigione. Il prossimo 21 giugno il Tribunale della libertà dovrà riesaminare nuovamente il precedente rifiuto di scarcerarlo, pronunciato in ottobre ma cassato il 4 marzo dalla Cassazione. Una censura netta quella pronunciata dalla suprema corte che rimprovera il collegio del riesame di non aver spiegato perché Papini sarebbe colpevole. «Siamo di fronte ad un caso giudiziario paradigmatico», spiega l'avvocato Romeo. «A causa del nuovo pacchetto sicurezza del luglio 2009 - aggiunge il legale - Papini si è visto sottrarre importanti tutele processuali. Si è passati direttamente in corte d'assise senza il vaglio dell'udienza preliminare. Fase che non potrà mai più essere recuperata. E' stato chiesto il giudizio immediato con un fascicolo dell'accusa incompleto. Le carte mancanti sono giunte soltanto a processo avanzato». Papini doveva essere processato a prescindere

Paolo Persichetti
da Liberazione

Rovereto - Condannati compagni per la resistenza al neofascismo

Il 10 giugno il tribunale di Rovereto ha emesso la sentenza contro Poza, Ivan e Jeppo, i tre compagni arrestati il 13 febbraio scorso durante il blocco per impedire il corteo di Fiamma Tricolore a Rovereto in ricordo dei "martiri delle foibe". Polizia e carabinieri, quel giorno, dopo aver fatto cambiare percorso ai fascisti, avevano caricato pesantemente i compagni scesi in strada.
Poza e Ivan sono stati condannati a 14 mesi senza la condizionale, Jeppo a 10 mesi con la condizionale. Superate persino le richieste del PM Merlo, che chiedeva 2 anni per i primi due e dieci mesi per Jeppo (il processo era con rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo). Per la resistenza del 13 febbraio sono denunciati a piede libero un'altra trentina di compagni. Martedì 8 e poi giovedì 10 giugno presìdi e cortei spontanei di solidarietà si sono svolti in città.

fonte: http://www.informa-azione.info/

Catania: detenuto di 43 anni si suicida con il gas della bomboletta da camping

Un detenuto del carcere catanese di Bicocca si è suicidato respirando il gas della bomboletta che alimentava un fornelletto da campeggio nella sua cella. Antonio Gaetano Di Marco, 43 anni, piccolo boss di Bronte, era stato condannato per mafia, e aveva altri dieci anni di pena da scontare.
La morte è stata scoperta all’alba dai compagni di cella, con i quali l’uomo aveva guardato ieri sera in tv la partita dalla nazionale. Di Marco, cugino del boss Francesco Montagno Bozzone, l’uomo che Santo Mazzei aveva indicato come rappresentante della commissione provinciale di Cosa Nostra, era depresso dopo che la Procura di Catania aveva ordinato il sequestro dei suoi beni.
Venerdì era stato visitato dallo psichiatra della struttura carceraria, ma il medico non aveva notato segni di peggioramento. Ex detenuto al 41 bis, da mesi era stato ammesso al circuito di alta sicurezza uno: in pratica avrebbe dovuto essere controllato a vista. Per commettere il suicidio, si è coperto con le lenzuola sulla sua branda.

Tessera del tifoso: intervista ad un avvocato penalista

Da mesi ormai è aperto il dibattito riguardo alla cosiddetta “Tessera del tifoso” fortemente voluta dall’attuale Ministro degli Interni Roberto Maroni. Tessera del tifoso che dovrebbe essere adottata dalle società a partire da quest’anno. La situazione però non è molto chiara e per questo abbiamo deciso di sentire l’avvocato Giuseppe Milli, avvocato penalista, esperto in diritto sulla legislazione inerente agli stadi.

Innanzitutto può spiegare per chi non lo sapesse cos’è la tessera del tifoso?
La Tessera del Tifoso altro non è che uno strumento simile ad una carta di credito dotato di memoria (o altro?) (il famigerato chip con tecnologia RFID –Radio Frequenza a Identificazione a Distanza) imposto ai tifosi che vorranno andare in trasferta nel settore ospiti o fare l’abbonamento per la squadra del cuore. In realtà la Tessera servirà anche per avviare una gigantesca operazione di marketing attraverso un presunto sistema di fidelizzazione del tifoso che vede coinvolti istituti bancari e società per azioni.
In tal modo il Viminale si sbarazzerebbe della minoranza chiassosa e, secondo gli ideatori della tessera, anche più oltranzista e dedita a delinquere, per far posto ai tifosi fidelizzati che si gioverebbero di avere percorsi differenziati e privilegiati nell’accesso allo stadio e sarebbero fruitori di operazioni simpatia attraverso servizi e utilità legati all’utilizzo della card tessera del tifoso.

Quali sono i punti più controversi di tale provvedimento?
Ve ne sono molti e tutti evidentemente non risolti in quanto è assente una reale campagna di informazione al cittadino-tifoso.
Quali trasmissione televisive vi stanno parlando della questione tessera? Quali organi di informazione stanno ospitando il pensiero di chi la pensa diversamente dal Ministro Maroni? Le uniche manifestazioni di dissenso sono frutto di iniziative autogestite dei gruppi ultras anche grazie all’ausilio della consulenza di un pool di avvocati che, evidentemente, presto hanno compreso quali e quanti limiti e perplessità incontra l’operazione tessera del tifoso così come promossa e pomposamente sbandierata in questi giorni.
Il difetto di genuina informazione fa sì che la gente non possa interrogarsi e decidere con più serenità di giudizio se fare o meno la tessera del tifoso. Altro è invece quello che si vive all’interno del movimento ultras. Il fatto che un tifoso (quasi sempre quello curvaiolo) non possa recarsi in trasferta ed accedere liberamente nel settore ospiti (a suo tempo creato proprio per offrire maggiore sicurezza ai tifosi) se non attraverso quello che definisco “un odioso ricatto” (il possesso della tessera), ha da subito svegliato le coscienze più assopite e, pertanto, oggi la stragrande maggioranza dei gruppi ultras si oppone decisamente alla Tessera.
I limiti più evidenti? Un provvedimento amministrativo mascherato a norma retroattivo , il controllo sociale ed il consumo di massa, la violazione di norme a presidio della libertà oltre che quelle di cui agli artt. 3 e 27 della Costituzione Italiana e delle prescrizione imposte dal Garante della Privacy sull’utilizzo di tecnologie RFID e tanto altro.
Faccio un esempio. Una legge, che entra in vigore modificandone una precedente, deve seguire un iter di formazione previsto tassativamente dal Diritto Costituzionale (decreto legge o legislativo) e soprattutto l’attività di legiferazione parlamentare.
Nel caso che ci occupa la Tessera del Tifoso è stata introdotta solo attraverso una circolare amministrativa con la quale il Ministro Maroni da disposizioni ai Prefetti e Questori affinché, a loro volta, “invitino” le Società di calcio ad adottare detto strumento. Le stesse Società calcistiche,ad esempio, “potranno accettare la sottoscrizione di un nuovo abbonamento solo da chi è in possesso della tessera del tifoso” (cit.).
La differenza che passa tra “potranno” e “dovranno” fa capire al Lettore che il sostegno giuridico è costituito niente più che da un mero atto amministrativo che, come è noto, non ha forza cogente di legge e che non comporta sanzioni di alcun tipo in caso di trasgressione. (vedi in termini strettamente giuridici il valore di una circolare amministrativa.)
Nessuno ha mai posto attenzione sul fatto che tale atto amministrativo sia addirittura imposto per fatti accaduti in passato creando una sorta di anomalia giuridica costituita dalla retroattività tipica di una norma di legge. Infatti per coloro che hanno subito un Daspo (che altro non è che una misura specialpreventiva e non una condanna passata in giudicato) o che sono stati condannati per reati da stadio negli ultimi 5 anni è precluso il rilascio della tessera.
Un atto amministrativo di simile portata potrà impedire a chi ha ricevuto un Daspo dal 1987 ad oggi di ottenere la Tessera che invece regolarmente otterrà chi ad esempio negli ultimi 5 anni si è macchiato di crimini odiosi (perché diversi da quelli cd.”da stadio”) magari in attesa di esecuzione della pena una volta che detta sentenza penale diventi irrevocabile secondo il disposto di cui all’art 27 cost.
Si giunge pertanto al paradosso giuridico secondo cui una misura preventiva potrà incidere in negativo e precludere il rilascio della tessera diversamente rispetto ad una condanna non da stadio ad esempio impugnata in fase di appello.

Le società sono obbligate ad uniformarsi a tale disposizione? E se sì, nel caso non lo facessero a che cosa andrebbero incontro?
Le Società non hanno l’obbligo di uniformarsi al suggerimento-invito ministeriale per il tramite dei Prefetti e Questori competenti e cosi facendo non incorrerebbero in alcuna sanzione ma c’è da giurarci tutte si adegueranno, volgendo le spalle ai propri tifosi più fedeli.
Secondo lei la “lotta” contro la tessera del tifoso portata avanti da numerose tifoserie è una lotta che riguarda solo i cosiddetti ultras o dovrebbe riguardare tutti i tifosi?
E’ una lotta che vede impegnati gli ultras per quanto è stato loro consentito di “capire” ma dovrebbe interessare chiunque abbia un minimo di orgoglio e dignità. Tuttavia temo che la stragrande maggioranza dei tifosi normali non abbia voglia di capire e interessarsi.

Secondo gli ultras la tessera del tifoso è uno strumento inutile e che limita la libertà personale, lei cosa pensa?
E’ uno strumento adottato con una procedura anomala intelligentemente applicata evidentemente per evitare ostacoli parlamentari bipartisan e soprattutto il vaglio della Commissione Affari Costituzionali. Se fosse proposto senza imposizione e lo si qualificasse come una semplice tessera promozione-premi per i tifosi doc sarebbe anche utile. Chi vorrà potrebbe utilizzarla per risparmiare ad esempio sul costo di gadgets e altro. Ma essendo limitativo della Libertà Personale ed inutile negli scopi sbandierati lo considero uno strumento oltremodo negativo. Inoltre pare che la tessera avrà un costo tra acquisto e transazioni bancarie varie. Meglio se tutto fosse gratuito.

Inoltre questo provvedimento le sembra utile per eliminare la tanto citata violenza negli stadi?
Non vedo quale sostanziale efficacia potrà avere. Piuttosto ho forte preoccupazione che tale strumento porti ad un pericoloso rimescolamento del tifo. Mi spiego meglio. Alcuni occuperanno il settore ospiti. Altri andranno in altri settori (è consentito fare il biglietto senza tessera). Altri resteranno fuori lo stadio. Questo per la tifoseria in trasferta. Per quella ospite ci si augura vivamente che quella consistente frangia che resterà all’esterno dell’impianto ( vi sono tifoserie che hanno deciso in tal senso) non costituiscano pericolo per la pubblica incolumità. Sono dell’avviso che la vecchia pratica dell’incanalamento collettivo della massa previ mirati e preventivi controlli di polizia costituisca la misura più idonea a prevenire e contenere l’endemico negativo fenomeno della violenza. Che purtroppo è presente anche nel nostro vivere quotidiano ma questo è tutto un altro discorso.
Anche quella della domenica però ha motivazioni e radici che affondano nella crisi socio-economica che stiamo vivendo e che meriterebbe diversa attenzione e misure completamente diverse da quella adottate e da quelle che si stanno adottando.

Visto che la tessera è sicuramente migliorabile, ci può fare alcune proposte di modifica dell’attuale “tessera del tifoso” oppure pensa che l’unica soluzione sia non farla entrare in vigore?
La tessera del tifoso dovrebbe essere ad uso facoltativo e non costituire uno strumento liberticida. Poi si potrà fare qualsiasi uso di marketing a seconda del desiderio soggettivo di ciascuno di noi.

Concludendo, se vuole aggiungere qualcosa che non è emerso nel corso dell’intervista ma che le sembra utile aggiungere…
L’introduzione della Tessera segna il fallimento della teoria repressiva “Tolleranza Zero” e la fine del Tifo inteso nella sua massima e positiva accezione (colore e calore della collettività e fenomeno di massima aggregazione sociale ). In nome del “Divide et impera” si cercherà di destrutturare l’organizzazione della tifoseria frazionandola in vari sotto gruppi . La massa del tifo organizzato si dividerà in tre fazioni a seconda del predominare di un sentimento rispetto ad un altro. Per alcuni prevarrà la Passione e la Fedeltà ad ogni costo (mi faccio la tessera perché senza la mia squadra non so stare), per altri la Dignità e l’Orgoglio (soffrirò ma non cedo al ricatto e non mi tessero), per altri ancora l’interesse (mi tessero perché il tifo è anche altro).
Concludo invitando tutti a pensare. Questa intervista non vuole indirizzare nessuno per questa o quella scelta. Io non vado più allo stadio da oltre un anno perché avevo da tempo capito tutto. Ho così superato il problema se tesserarmi o meno. E comunque Buona Tessera a tutti.

Fonte: SenzaSoste
tratto da http://ilsecoloxxi.wordpress.com/

13 giugno 2010

Carceri: Suicidi nel carcere di Lecce e Opera

Un detenuto di 55 anni di origine salentina si è impiccato nell’infermeria del carcere di Lecce. L’uomo doveva ancora scontare circa tre anni di pena. Ne danno notizia i sindacati di polizia penitenziaria Sappe e Osapp che rilevano che si tratta «del secondo suicidio avvenuto nel giro di qualche giorno nel carcere leccese, fatto questo che la dice lunga sull'attuale situazione vissuta all’interno del penitenziario». Sappe e Osapp denunciano che nel carcere salentino vi è una «drammatica situazione igienico-sanitaria derivante da un sovraffollamento che a Lecce, a fronte di 660 posti disponibili, vede la presenza di quasi 1400 detenuti».
Nella casa reclusione di Milano Opera un detenuto 47enne, ergastolano, di nazionalità straniera, si è impiccato. A darne notizia è Angelo Urso Segretario Nazionale della UIL PA Penitenziari. A quanto pare - scrivono dal sindacato - il detenuto ha approfittato del fatto che il compagno di cella era uscito per fruire dei passeggi per mettere in atto il proprio tragico proposito.
Ristretti Orizzonti, con una elaborazione di dati statistici del ministero, ricorda che negli ultimi dieci anni, dal 2000 al 2009, le persone dietro le sbarre che si sono tolte la vita sono state 568; nel decennio 1960-1969 furono “soltanto” cento.
«I motivi di questo aumento – spiega l’associazione – sono diversi: 40 anni fa i detenuti erano prevalentemente criminali 'professionistì, che mettevano in conto di poter finire dentro ed erano preparati a sopportarne i disagi. Oggi buona parte della popolazione detenuta è costituita da persone provenienti dall’emarginazione sociale (immigrati, tossicodipendenti, malati mentali) spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie per sopravvivere al carcere».

Terni: Intimidazioni della questura ai cobas e agli antifascisti

Il Questore di Terni , abusando dei suoi poteri - attraverso misure amministrativo/repressive, ancora previste dalla famigerata " legge Scelba del `56" e dal TULPS fascista - sta intentando di sequestrare i fondamentali diritti politici sanciti dalla Costituzione a 12 compagni , tra i principali animatori della vita sindacale , sociale,culturale e politica del territorio Ternano.
A questi compagni è stato applicato il provvedimento "dell´avviso orale ", una pesante minaccia tesa ad impedire le libertà individuali e di movimento , che impone " di tenere comportamenti conformi alla legge(Scelba) , in caso contrario saranno proposti al Tribunale di Terni per l´applicazione della Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza , prevista dall´art.3-L.1423/56 e successive modifiche previste dalle leggi 128/2001 e 94/2009 ".
Se queste disposizioni autoritarie , nonché faziose e coercitive , trovassero applicazione ovunque, la vita politica, la convivenza civile e i diritti costituzionali in Italia, sarebbero già sotto il sequestro di una tirannia di stampo fascista !
Peraltro, dopo la sconfessione e l´azzeramento dei Teoremi Questurino-Giudiziari sanzionati dalle Sentenze Assolutorie riguardanti i compagni di " Cosenza e Taranto", in cui erano imputati anche alcuni rappresentanti Cobas , nessuna istituzione governativa era arrivata a tanto !
Il Coordinatore della Confederazione Cobas della Provincia di Terni, Franco Coppoli, e un lavoratore Cobas della Tyssen Krupp, sono nella illegale " lista nera" predisposta dalla Questura di Terni-Divisione Anticrimine-Sezione misure di prevenzione e sicurezza .
Ciò la dice tutta sulle subdole intenzioni del Questore di Terni , che interviene a " gamba tesa" contro i protagonisti della ripresa conflittuale nel tessuto produttivo e sociale Ternano, sottoposto ai diktat padronali della Tyssen Krupp ( un mixer di clima da caserma condito con ritorsioni antisindacali e infortuni-morti del lavoro) , agli scempi della devastazione ambientale , agli scandali della Pubblica Amministrazione,alle provocazioni dei neofascisti.
Il Questore e la Questura di Terni , invece di intervenire a tutela della " legalità repubblicana"- di imporre il rispetto dei principi costituzionali e di sanzionare sopraffattori,corruttori e fascisti - si scagliano contro quanti ,esercitando il possesso dei Diritti Fondamentali denunciano, attraverso manifestazioni,scioperi e altre forme di protesta, la lesione di quei diritti pretendendone il ripristino.
Di fatto , con questa grave intimidazione la Questura di Terni si schiera a fianco del padronato, dei devastatori e dei fascisti, contro l´esercizio del diritto di sciopero e attività sindacali, contro la libertà di manifestare,contro il diritto di resistenza teso ad impedire la " ricostituzione del partito fascista", le connesse azioni squadristiche e il vilipendio della Costituzione antifascista !
La Confederazione Cobas , parte integrante di un vasto e diffuso movimento proteso al rinnovamento profondo della società italiana - usurpata e avvilita da una cricca politico-economica corrotta e alla bancarotta - non smetterà un attimo dal denunciare soprusi e crimini da qualsiasi parte provengano pretendendo, come in questo caso per i propri esponenti e per gli antifascisti, il ritiro degli odiosi provvedimenti e la sanzione di chi li ha partoriti .
La Confederazione Cobas nel rinnovare la incondizionata solidarietà e stima a Franco Coppoli , al lavoratore della Tyssen Krupp e agli antifascisti del territorio Ternano, si adopererà in tutte le sedi per far valere le argomentazioni democratico-costituzionali, impegnando l´intero quadro militante a sostegno delle iniziative locali e nazionali per sconfiggere la deriva autoritaria in corso.

Confederazione Cobas

Firenze: Vietato contestare la Gelmini

Si comunica a tutti i docenti e al personale di custodia che è categoricamente vietata qualunque esternazione tesa a dequalificare la figura del ministro della pubblica istruzione con volantinaggio, grembiulini appesi alla recinzione così come disegni, striscioni, nastri e quant'altro".
Eda Bruni, preside dell'Istituto Comprensivo Statale di Calenzano, esordisce così in una circolare, nella quale prosegue minacciando di ricorrere a provvedimenti disciplinari nei confronti di chi non dovesse dar seguito a tale ordine.
La circolare in questione è stata diffusa dopo che genitori e insegnanti hanno protestato contro i tagli della Gelmini, che impediscono a circa 50 bambini di frequentare la prima elementare a tempo pieno per l'anno prossimo.
Alle voci che si sono levate contro una circolare degna del ventennio fascista, la preside ha risposto che il suo intento è quello di "evitare che si dequalifichi l'immagine della scuola".
Nel frattempo, il Comitato dei genitori, deciso a portare avanti la contestazione, ha palesato la volontà di esporre cartelli e grembiulini sui lampioni di Calenzano e in altri spazi pubblici della città.

fonte: InfoAut

Milano: tolti con la forza i presìdi alla Mangiarotti.

Sono stati sgombrati con la forza i due presidi alla Mangiarotti Nuclear, dove i lavoratori stanno protestando contro la delocalizzazione "coatta" dell'azienda. Da tre giorni un gruppo di una trentina di lavoratori sostava davanti ai cancelli mentre un altro piccolo gruppetto stava in direzione. Contro l'iniziativa della Prefettura di Milano si è espresso
Luciano Muhlbauer, coordinatore cittadino di Milano del Prc ed ex consigliere regionale, che è stato presente durante l'intervento della polizia in via Pirelli 6«Quanto avvenuto è di una gravità inaudita, poiché, mediante l'uso della forza pubblica, è stato ristabilito il regime di illegalità, costruito e persino rivendicato dalla proprietà di Mangiarotti Nuclear Spa». Tre mesi fa i lavoratori avevano ottenuto una sentenza del Tribunale di Milano che imponeva a Mangiarotti Nuclear di riportare nello stabilimento di viale Sarca le produzioni da lì spostate anche in violazione degli accordi sottoscritti dallo stesso management. Non solo non è stata rispettata la decisione del giudice, ma pochi giorni fa la direzione ha fatto asportare di notte dalla fabbrica gli ultimi due pezzi di una commessa rimasti a Milano, «in piena e palese violazione dell'ordine del giudice». «Eppure, tutte queste illegalità e provocazioni non hanno suscitato alcuna reazione da parte delle istituzioni, né di quelle politiche, né di quelle preposte all'applicazione della legge», continua Muhlbauer. «La Questura ha mandato la Celere e sgomberato gli operai che occupavano come se fossero dei delinquenti. Se nessuno si è fatto male è merito esclusivamente del senso di responsabilità dei lavoratori della Mangiarotti, presenti in una cinquantina al presidio davanti alla sede occupata». Secondo il Prc, c'è stata, nel caso della Mangiarotti, «una tolleranza totale nei confronti delle illegalità del padrone, un accondiscendere continuo rispetto all'arroganza di uno dei proprietari, Tarcisio Testa, che nei suoi comportamenti ricorda sempre di più il tristemente famoso Genta dell'Innse, ma una totale inflessibilità nei confronti degli operai e una completa disattenzione rispetto alla legge e alle ordinanze della magistratura».

L'Italia non inserisce il reato di tortura. Lo richiedeva il consiglio dei diritti umani dell'Onu

L'Italia non ha accettato di introdurre una definizione esplicita di «tortura» nel Codice penale così come raccomandato dal Consiglio diritti umani dell'Onu che a febbraio ha esaminato la situazione italiana formulando una serie di raccomandazioni (Roma ne ha accettate 80 respingendone 12). Lo ha riferito l'ambasciatore d'Italia presso le Nazioni Unite Laura Mirachian presentando ieri mattina a Ginevra le risposte dell'Italia al Consiglio. Una spiegazione ha provato a darla Laura Mirachian,ambasciatore italiano presso le organizzazioni internazionali a Ginevra: «Manca un testo unico ma in vari capitoli dei nostri codici per la tortura sono già previste pesanti sanzioni». L'ambasciatrice, precisando che il dibattito all'interno del Consiglio di Ginevra si è concentrato «sulle problematiche dell'immigrazione e non sulla tortura», ha spiegato, inoltre, che l'Italia «»ha già sottoscritto il protocollo facoltativo relativo alla Convezione contro la tortura e lo ratificherà», inserendo anche «un meccanismo di vigilanza per la tortura all'interno della prevista Autorità nazionale per il rispetto dei diritti umani». La revisione del cosiddetto pacchetto di sicurezza sull'immigrazione è stata invece respinta - ha spiegato la diplomatica - in quanto l'Italia ha una sua politica «basata sulla divisione tra immigrati regolari e irregolari, sul dialogo con i Paesi d'origine e di transito». Per questo, ha concluso Mirachian, l'Italia «non può aderire alla Convenzione internazionale sui migranti, che non distingue gli irregolari da una immigrazione sana che invece va incoraggiata». Di avviso opposto è il presidente del comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d'Europa, Mauro Palma: «L'Italia ha bisogno del reato di tortura e la decisione di non introdurlo nel codice penale è un messaggio estremamente negativo.La tradizionale posizione dell'Italia secondo cui nel nostro ordinamento non c'è bisogno di questo reato specifico - dice ancora Palma - non vale più perché nel frattempo ci sono stati casi, come quello del G8 di Genova, per il quale i giudici hanno sottolineato che la mancanza del reato di tortura ha pesato». «La non introduzione del reato - secondo Palma - modifica la percezione di gravità dei comportamenti. La resistenza dell'Italia a dare maggiore trasparenza ai luoghi di detenzione, a differenza di quanto hanno deciso di fare i 24 stati del Consiglio d'Europa che hanno deciso di perseguire la tortura, allunga ombre scure sui comportamenti delle forze dell'ordine». «Ma poiché in Italia io non credo che le forze dell'ordine abbiano qualcosa da nascondere è importante approvare una delle proposte di legge bipartisan che giacciono in Parlamento sul tema. Una delle quali - conclude Palma - ha come firmatario proprio il sottosegretario Scotti».

9 giugno 2010

Taranto: Sgomberato il centro sociale Cloro Rosso

Il C.S.O.A. Cloro Rosso di Taranto, da martedì 8 giugno, non ha più una casa. E, molto probabilmente, non avrà più nemmeno un futuro: almeno non nel breve periodo. Taranto perde una struttura che ha provato a rendere questa città un luogo migliore in cui vivere. Il tutto in un’indifferenza quasi generale e in un vuoto politico e istituzionale.
Ma l’8 giugno è solo il giorno dell’atto finale di un’operazione politica che nasce da lontano. Il 18 maggio scorso, il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, firma un’ordinanza «contingibile ed urgente» di sgombero immediato nei confronti del C.S.O.A., dichiarandolo «inagibile», dopo oltre due anni di attività. E’ giusto ricordare che l’occupazione avvenne nella notte tra l’8 e il 9 marzo del 2008 e che da allora il Cloro Rosso ha potuto crescere e svolgere diverse attività, pur incontrando non pochi ostacoli di puro ostruzionismo politico.
Il primo passo è stato il recupero della struttura, fatiscente e abbandonata dal Comune. Una ristrutturazione portata avanti a proprie spese: nel corso di pochi mesi rinacque il giardino circostante, si verniciarono pareti e muri esterni, sorsero dal nulla la palestra sociale, il laboratorio teatrale, la biblioteca popolare, i gruppi di acquisto solidale, i dibattiti, gli spettacoli, i film e la musica, i concerti [oltre 200 gli eventi svolti in appena due anni], l’Internet point, l’attività di volontariato per le categorie meno privilegiate. In più, il Cloro Rosso divenne sin da subito parte attiva e integrante del quartiere, così come esponente in prima linea della vivace lotta ambientale e politica della città.
Nell’aprile del 2008 il Comune tentò qualche timido intervento di ostacolo: prima si decise di assegnare la struttura alla «Direzione Decentramento» degli uffici comunali, poi una delibera «ad hoc? revocò quella stessa decisione, assegnando la struttura al «Gabinetto Sindaco? nell’attesa della “`predisposizione di bando pubblico finalizzato all’affidamento dell’immobile ad associazione o privati». Niente di tutto ciò avvenne.
L’8 settembre 2009 viene effettuata nella struttura una nuova ispezione degli addetti ai Lavori pubblici e Patrimonio del Comune di Taranto, al termine della quale nessun provvedimento é preso. Solo oggi, invece, veniamo a conoscenza del fatto che nel verbale redatto al termine di quella ispezione, il locale fu giudicato «sostanzialmente inagibile sia sotto l’aspetto igienico-sanitario che sotto il profilo della sicurezza, vista la mancanza del certificato di prevenzione incendi». Ma dato che la burocrazia italiana gode di una velocità da bradipo, il verbale approda sui tavoli della Procura con ben 7 mesi di ritardo. Presa visione la magistratura interviene intimando al sindaco lo sgombero immediato della struttura, onde evitare una denuncia ai suoi danni e a quelli del segretario comunale.
Il Sindaco firma l’ordinanza n. 35 di martedì 18 maggio 2010, nella quale dichiara che «sussiste un’attuale situazione di pericolo per la pubblica e privata incolumità che richiede urgente intervento del Comune per la necessità improrogabile di adeguare l’edificio alle vigenti norme di sicurezza pena l’inutilizzabilità dell’immobile per lo svolgimento di qualsiasi attività». Dunque bisogna «sgomberare e lasciar libero l’ex edificio scolastico dalla medesima associazione occupato abusivamente e senza titolo» e «immediatamente cessare qualsiasi attività ivi abusivamente esercitata». E si legge ancora «in caso di inadempimento scatterà la denuncia all’autorità giudiziaria»
Ciò che sconcerta maggiormente però, non è tanto quanto scritto nell’ordinanza ma il protocollo d’intesa che prevedeva l’accollarsi dei lavori da parte del Comune per la messa a norma della struttura e l’assegnazione ad uso temporaneo del cine-tetro Mignon, situato nel quartiere Paolo VI di Taranto. Quel protocollo d’intesa però non vedrà mai la luce. Anche perché il consiglio circoscrizionale del quartiere Paolo VI, ha ribadito l’assoluto e categorico rifiuto ad ospitare i ragazzi del centro sociale nella struttura del cine-teatro, preferendo lasciare il Mignon abbandonato a se stesso.
Ed eccoci all’8 giugno. Alla buon’ora, arriva uno spiegamento di forze dell’ordine imponente: vigili urbani, polizia in assetto anti-sommossa, Digos. In tutto un centinaio di uomini pronti ad effettuare lo sgombero forzato della struttura. La sorpresa dei ragazzi è tanta: perché, se è vero che l’ordinanza di sgombero, scaduti i 10 giorni previsti dalla legge, si è tramutata in un atto di sgombero forzato e immediato, è anche vero che il protocollo d’intesa raggiunto era inteso proprio per evitare un simile triste finale.
Sono diverse le domande che rimangono senza riposta. Dove andranno a finire gli attrezzi della palestra sociale messa in piedi per permettere ad oltre 60 ragazzi di usufruire di un servizio gratuito? Dove troveranno posto i tanti libri che riempivano gli scaffali della biblioteca sociale, che chiunque poteva leggere e prendere in prestito? Ma, soprattutto, cosa ne sarà di quel gruppo di ragazzi che oltre due anni fa ha «sfidato» la politica e la burocrazia della «Molle Tarentum», per provare a dare un segno di svolta alla realtà di questa città?

Gianmario Leone

8 giugno 2010

Taranto: stanno sgomberando il centro sociale Cloro Rosso

Dalle prime ore del mattino la Polizia Municipale di Taranto ha bloccato di forza gli ingressi dell’ex scuola Martellotta di Taranto, sede del centro sociale Cloro Rosso.
La decisione arriva a sorpresa, dopo che la vicenda sembrava essersi risolta positivamente, con un accordo fra il centro sociale e l'amministrazione guidata dal sindaco Ippazio Stefàno (Sinistra Ecologia e Libertà). La Giunta comunale, peraltro, non ha ancora approvato il protocollo d'intesa fra le parti, che prevede l'assegnazione temporanea ai ragazzi del Cloro Rosso del teatro Mignon (http://www.linkredulo.it/opinioni/1171-cloro-rosso-firmato-laccordo-con-il-comune-di-taranto.html ).

Si attendono dunque nuovi sviluppi della vicenda.

7 giugno 2010

Pisa: sgomberati con la forza la tendopoli per il diritto alla casa

Stamattina alle 7 un ingente schieramento di vigili urbani, polizia e carabinieri ha sgomberato con la forza l’accampamento di largo Ciro Menotti, che da dodici giorni ospitava le otto famiglie sgomberate dallo stabile di via Marsala a Riglione.
Uomini, donne e bambini sono stati strattonati nel sonno, le tende sono state distrutte e portate via dalla Polizia Municipale, che, in barba alla tanto millantata legalità, non ha nemmeno redatto un verbale di sequestro.
Fin da subito un nutrito gruppo di solidali si è riunito di fronte a largo Ciro Menotti presidiato dai cordoni delle forze dell’ordine e al termine dello sgombero ha deciso di spostarsi sotto il Comune, il diretto responsabile di questa ennesima azione di forza nei confronti delle famiglie.
Crediamo che a Pisa in queste settimane si stia verificando un clamoroso vuoto di democrazia: a una legittima richiesta di diritti, di cui le famiglie di via Marsala hanno avuto il coraggio di farsi portavoce, la politica non risponde se non con la militarizzazione della città e ripetendo ossessivamente il mantra della legalità.
Ma dov’è la legalità? Non nelle case vuote per alzare i prezzi degli affitti, non nelle speculazioni immobiliari fatte col beneplacito del Comune o finanziate dal Comune stesso, non nelle bugie che continuano ad ammantare una vicenda che è fatta di coraggio, dignità e solidarietà.
A questa Giunta incapace di confrontarsi con le mille questioni sociali poste dai molti che ogni giorno pagano a caro prezzo una crisi economica devastante, e che continua a difendere solo gli interessi dei più forti, diciamo che legalità è avere il coraggio di cambiare le regole, senza rinchiudersi nelle stanze del potere, è avere la voglia di confrontarsi con la città e i suoi problemi, senza pretendere che sia la Polizia a gestire, o meglio distruggere, il dissenso.
Fino a quando esisterà il dissenso, esisterà la democrazia. Quando il dissenso sarà definitivamente distrutto finalmente potremo essere tutti più liberi e sicuri nella città del podestà Filippescu.
Mercoledì mattina il Sindaco, il Prefetto e forse anche il ministro Maroni firmeranno il Patto per Pisa città sicura.
Per noi la sicurezza è avere un lavoro, un tetto sulla testa, la possibilità di far crescere serenamente i nostri figli e pensiamo che questo sia il sentimento della maggior parte della città. A Paolo Fontanelli che accusa gli “antagonisti” di fare il gioco della Lega, rispondiamo che ci sembra grave che un’amministrazione di centro sinistra governi sposando i dettami della destra e facendosi indicare la linea politica dal ministro Maroni. Ci chiediamo se non sia quest’amministrazione comunale che chiede a gran voce a Maroni di incrementare il numero delle forze dell’ordine a Pisa a dare una sponda alla Lega. Il manganello, si sa, è sempre stato una prerogativa della destra.

CHIEDIAMO CASE CI DANNO POLIZIA È QUESTA LA LORO DEMOCRAZIA

Le famiglie di via Marsala
Progetto Prendocasa

Fuorni (Salerno): Giovane suicida in carcere

Per tutti, agenti penitenziari e compagni di cella, Alessandro Lamagna era un detenuto tranquillo, che presto sarebbe uscito per buona condotta. Dal carcere di Fuorni il 34enne è invece uscito cadavere, ieri pomeriggio, dopo essersi impiccato a una finestra.
Originario dell’hinterland napoletano, Alessandro Lamagna si era trasferito da qualche anno nel Cilento. Qui era stato arrestato per rapina, dopo aver tentato il colpo in una parafarmacia di Agropoli, a pochi chilometri dal centro cilentano in cui aveva trasferito la sua residenza. Sposato, sarebbe dovuto tornare in libertá agli inizi del 2012, ma in carcere gli avevano detto che avrebbe potuto ottenere anche prima una forma di semilibertá. Lui invece non ha retto.
Ieri, intorno alle 13.30, si è chiuso in bagno portando con sé un brandello di lenzuolo. Lo la legato alle sbarre della finestra e si è impiccato. Sono stati gli altri tre detenuti che dividevano con lui la cella a dare l’allarme quando, dopo una ventina di minuti, non lo hanno visto uscire dal bagno e hanno provato inutilmente a chiamarlo. Hanno avvisato il personale della polizia penitenziaria, ma gli agenti hanno trovato il giovane giá senza vita, asfissiato dalla corda di lenzuolo che si era stretta al collo. Inutili i tentativi di rianimarlo, affidati prima al medico della struttura carceraria e poi ai volontari del 118 arrivati dal Vopi di Pontecagnano.
E’ stato il medico legale Giovanni Zotti ad eseguire l’esame esterno e a confermare il suicidio. Poi sono stati avvisati i familiari e la salma è stata trasferita, in serata, al cimitero di Brignano. Il magistrato di turno non ha disposto l’autopsia, la dinamica è ritenuta chiara e risulta non vi fossero elementi che potessero lasciar prevedere un gesto così estremo.
Dalle testimonianze raccolte in carcere pare che il 34enne avesse avuto problemi di tossicodipendenza, e che a questo fossero legati alcuni reati contestatigli. Due anni fa era stato arrestato subito dopo una rapina in una parafarmacia di Agropoli.Con sé aveva i seicento euro che si era fatto consegnare dal titolare dell’e sercizio, intimandogli di svuotare il registratore di cassa sotto la minaccia di una pistola poi risultata giocattolo.
Aveva agito a volto scoperto, ed era stato individuato poco dopo da un carabiniere in borghese. In carcere era sembrato sereno, ma la detenzione gli aveva scavato dentro il male della depressione e ieri ha deciso di farla finita. A dicembre avrebbe compiuto 35 anni.


fonte: La Città di Salerno

5 giugno 2010

Napoli: La polizia carica un'assemblea pubblica

La sera del 4 giugno, alle ore 22, un folto gruppo di cittadini – circa 400 persone – si è riunito sulla panoramica di Boscoreale allo scopo di svolgere un’assemblea pubblica sul tema “discariche ed inceneritori” in seguito alle sconfortanti notizie provenienti dagli enti Provincia e Regione riguardanti la Cava vitello e la Cava Sari (site a circa 200 metri dalla suddetta rotonda).
Da subito lo schieramento delle forze dell’ordine è stato ingente.
L’assemblea ha tentato di chiedere alla polizia di poter aprire una vertenza con il Prefetto, avvicinandosi alla via Zabatta, dove erano schierati i blindati della Polizia: non avendo avuto risposte celeri in merito, i manifestanti, per evitare scontri, sono ritornate presso la rotonda proseguendo nel blocco stradale.
Passata la mezzanotte, il gruppo di cittadini è andato via via diminuendo fin quando – verso le ore 1.00 – le persone, rimaste circa in 50, nell’intento di proseguire il blocco stradale, hanno subito l’offesa delle forze dell’ordine che hanno iniziato una carica violenta contro i manifestanti stessi, molti dei quali fermi ai lati della strada.
I cittadini hanno provato a difendersi a mani alzate e senza offendere. Dopo circa trenta minuti di scontri, il bilancio è stato di 3 persone fermate e 6 feriti, tutti fra i civili.
L’offensiva dello Stato contro il diritto dei cittadini a difendere la propria salute, ha toccato questa sera punti di estrema violenza e tensione. La risposta alla richiesta, legittima, della cittadinanza a veder tutelata in primis la propria salute, è stata la violenza delle forze dell’ordine.

Siamo indignati dinanzi all'ennesimo abuso da parte dello Stato. Continueremo a gridare forte ai signori che gestiscono il potere che questa terra non è morta e non accetterà, restando a guardare, il disastro ambientale in atto.

Chiediamo solidarietà a tutte le realtà in lotta e ai cittadini.

Movimento Difesa del Territorio - Area Vesuviana
Collettivo Area Vesuviana

http://www.vesuvioinlotta.blogspot.com/

4 giugno 2010

Genova G8: Chiesti due anni per De Gennaro Al processo d'appello per l'assalto alla scuola Diaz

Due anni di reclusione per il prefetto Gianni De Gennaro e un anno e quattro mesi per il vicequestore vicario Spartaco Mortola sono stati chiesti dal procuratore generale al processo d'appello per aver istigato alla falsa testimonianza l'ex questore di Genova Francesco Colucci durante il processo per la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz durante il G8 del 2001. In primo grado De Gennaro e Mortola erano stati assolti poichè «non c'erano prove sufficienti di colpevolezza». All'udienza di oggi era presente De Gennaro, attualmente a capo del dipartimento per l'informazione e la sicurezza, difeso dall'avvocato Carlo Biondi e dal professor Franco Coppi. De Gennaro non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Assente invece il vicequestore vicario di Torino Mortola, difeso dall'avvocato Piergiovanni Iunca. Oltre all'accusa in aula ha discusso una delle quattro parti civili ammesse al processo di secondo grado. La prossima udienza è stata fissata per il 9 giugno quando concluderanno le parti civili e inizieranno gli avvocati delle difese. La sentenza è prevista per il 17 giugno.

fonte: il megafonoquotidiano.it

3 giugno 2010

Genova, l’appello di don Gallo: “Verità sul G8″. E la polizia scrive al Papa

Lancia provocazioni e scatena polemiche, Don Andrea Gallo, sacerdote genovese che chiede la verità sul G8 del 2001. Ha lanciato una campagna di raccolta firme per la libertà d’espressione ed è salito sul palco accanto a Simone Cristicchi mentre cantava, solo qualche giorno fa, ‘Genova Brucia’ al festival Blackout a Villa Serra di Genova.
L’iniziativa lanciata da Globalproject e dalla comunità di San Benedetto, che si chiama provocatoriamente ‘Genova Brucia Fan club’, dal titolo della canzone sul G8 genovese, ha già raccolto le firme di nomi del mondo dello spettacolo e della cultura come gli Africa Unite, Assalti frontali, Bandabardò, Caparezza, Neri Marcorè, Piero Pelù, Sergio Staino e i Tete de bois.
Nel testo dell’appello Don Gallo difende la canzone: ”’Genova Brucià è attuale e bruciante. Vuol svegliare le coscienze addormentate – scrive Don Gallo – Il testo attinge dagli stessi atti giudiziari e chiede di accertare la verità, senza voler creare meccanismi di criminalizzazione indiscriminata nei confronti di tutti i poliziotti”. “Una nazione che cancella la memoria è senza futuro” conclude Don Gallo .
Un vecchio prete genovese lancia un appello a tutti e soprattutto ai cantanti e musicisti, per esprimere solidarietà alla parte democratica delle forze dell’ordine, alla famiglia Giuliani, a Simone Cristicchi minacciato e alle centinaia di migliaia di protagonisti pacifici di quelle indimenticabili giornate. In attesa di far emergere le responsabilità politiche l’onestà è la miglior politica. Io Canto Genova Brucia e voi?”.
Ma l’appello lanciato da Don Gallo non è stato accolto con lo stesso entusiasmo dal sindacato della polizia Coisp che ha addirittura scritto una lettera al pontefice. “Ci rivolgiamo a Lei per rappresentare il disagio che posizioni estremiste violente più volte esternate da un certo Don Andrea Gallo di Genova ingenerano nei Servitori dello Stato riuniti nel Sindacato che rappresento nella Polizia di Stato”.
“Ci rivolgiamo quindi a Lei, Santo Padre, per esprimere tutto il rammarico di chi vede l’abito talare ed i simboli della cristianità usati per elogiare la brutalità, rinfocolare la contrapposizione sociale, andando ben al di là della libertà di espressione che attiene ad ogni individuo”.
“Ci permettiamo di rivolgerci a Lei Santo Padre, chiedendoLe di allontanare Don Gallo dalla scena pubblica, nei modi più opportuni, fino a quando non smetterà di mistificare la propria opera per non violenta, mentre predica in modo diametralmente opposto”.

fonte: bliz quotidiano

28 maggio 2010

Emergenza carceri: Se tre metri quadri vi sembrano tanti...

La commissione giustizia della Camera voterà il disegno di legge Alfano, cosiddetto svuota-carceri, che a seguito delle modifiche introdotte con gli emendamenti proposti e votati dal centro destra come dal centro sinistra può essere ribattezzato ex-svuota carceri.
Con la cancellazione della messa in prova per pene sotto i tre anni e dell'automatismo dei domiciliari per chi deve scontare un anno di pena residua il provvedimento legislativo interesserà infatti non più di 2-3mila detenuti, mentre le patrie galere hanno oggi 23.000 detenuti in più della capienza regolamentare. Svuotano un oceano con un cucchiaino.
Per questo motivo lanciamo, insieme ai soggetti riunitisi sabato scorso a Roma (da Antigone a Sant'Egidio, dall'ex Presidente Ciampi a Don Ciotti), un accorato appello a scendere in piazza, come avvenne nel natale del 2005, perché il potere politico si renda conto della tragedia umana che affligge le nostre patrie galere e trovi soluzioni immediate che evitino l'apocalisse che rischiamo di vivere la prossima estate.
In uno stato di diritto non è infatti tollerabile che nelle carceri si viva in uno spazio medio di tre metri quadri a persona o che vi sia la media di un morto (27 i suicidi) ogni due giorni dall'inizio dell'anno. In uno stato di diritto non è concepibile che di fronte ad una sciagura del genere la politica, in nome del consenso elettorale, si continui a trincerare sotto il vessillo della sicurezza.
La mano forte sulla legalità non è sinonimo di sicurezza, avvertiva Pietro Ingrao già nel 1975, esortando a non avere un atteggiamento pan-giustizialista. Perché il numero dei crimini commessi prescinde dalla severità delle leggi ed è più legato allo sviluppo delle politiche sociali e delle politiche di prevenzione che di quelle repressive.
Sappiamo di dire qualcosa di non gradito finanche tra le nostre fila: dissentiamo totalmente non solo dalla fabbrica della paura delle destre, ma anche dal giustizialismo cieco e testardo (spesso populista) delle forze dell'opposizione oggi presenti in Parlamento. Perché il giustizialismo non solo non è efficace come vorrebbero farci credere, ma troppo spesso si accompagna ad una giustizia a due velocità, spietata con i deboli, bonacciona con i forti. Quella giustizia che diventa sinonimo di severità con gli stranieri, i tossicodipendenti e i deviati, per poi diventare lumacona e garantista con i colletti bianchi e le divise blu. E troppo spesso chi come Di Pietro si fa gran cassa dei giustizialisti è lo stesso che poi nella scorsa legislatura ha di fatto impedito il venir alla luce della commissione di inchiesta sui fatti di Genova.
Non ci meravigliamo allora delle parole irrispettose del Ministro Maroni all'indomani della sentenza di appello sulla "macelleria messicana" messa in scena nella scuola Diaz di Genova. Non ci meravigliamo che quello stesso Ministro che si fa passare per nemico giurato delle mafie così come dei clandestini (come se fossero la stessa cosa) poi diventa blando e padre premuroso nei confronti dei vertici della polizia condannati dalla giustizia e promossi (anche dal centro sinistra) dalla politica. Perché ad inseguire le destre sul tema della sicurezza e della paura ci abbiamo perso non solo le ultime elezioni, ma anche quelle del 2001. E nel 2001 prima della mattanza di Genova ci sono stati i preparativi di Piazza Municipio e della Caserma Raniero di Napoli, con il centro sinistra al governo.
E' arrivata l'ora di decidere a sinistra da che parte stiamo: se vogliamo essere servi imitatori dell'ideale securitario proprio delle destre o se vogliamo realizzare una giustizia più mite con i deboli e meno blanda con chi ha gli strumenti per difendersi.

Giovanni Russo Spena
Gennaro Santoro

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