15 maggio 2010

Torino: arrestati per un'azione pacifica alle porte palatine

Doveva essere la solita azione pacifica ad effetto mediatico per chiedere la libertà dei nostri compagni arrestati e quelli inquisiti il 12 Maggio 2010, ma questa volta qualcosa, non per colpa nostra, è andato storto…
Verso le 16 di venerdì 14 Maggio, un gruppo di solidali si è avvicinato pacificamente alle Porte Palatine, situate a pochi passi dal Duomo, dove dal 10 Maggio c'è la kermesse folcloristica dell'ostensione della sindone, ed ha steso uno striscione nero -vedi foto- .
Immediatamente è arrivato un agente in borghese del commissariato vicino, e con fare minaccioso e vioolento ha ordinato ai propri colleghi di fermare alcuni nostri Compagni. E così fra la tensione alle stelle che hanno creato gli uomini in divisa, Andrea e Gabriele sono stati strattonati, ammanettati e portati in questura. Sembrava, ed in effetti era una cosa da poco… Nel senso che, se si ragiona, ma gli sbirri difficilmente lo fanno… è talmente assurdo che, per uno striscione esposto si vada in galera… Qui ormai viene violato il seppur minimo diritto d'espressione… La tanto democrazia di merda che va a sventolare il presidente Napolitano…
No! La polizia non ci sta a fare l'ennesima figura di merda, come la sera precedente al Salone del libro… Ecco perchè sono intervenuti così violentemente contro un'azione pacifica…. Ecco perchè i Nostri Compagni Andrea e Gabriele ora sono in galera!

Ci faremo sentire molto presto!

TUTTE E TUTTI LIBERI!!!

fonte Indymedia

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La lettera della mamma di Gabriele

Hanno arrestato mio figlio Gabriele, studente, 20 anni, incensurato per una menifestazione alle Porte Palatine di solidarietà con i Centri Sociali! Alle 16. E mi hanno avvertita alle 20,30. Adesso è alle Vallette...non ho potuto parlargli...ho paura per lui e mi sembra un incubo, Cosa sta succedendo in questa nostra città, in questo nostro Paese? mio figlio non è nè un criminale, nè un violento...è serio, generoso, riflessivo e si interessa a quello che succede intorno a lui. E' antifascista, antirazzista e NOTAV. Studia Scienze Politiche e ha tutti 30: studia, pensa, si informa. Perchè hanno arrestato proprio lui: castigarne uno per colpirne cento? Affinchè i giovani non si ribellino, siano passivi e ossequiosi verso tutto ciò che è ingiusto, antidemocratico, prepotente e mafioso.

Se volete madargli un telegramma l'indirizzo è:
Gabriele Gasseau Carcere Lo Russo Cotugno Strada Pianezza, 300 - 10151 torino

Tiziana Pistol

Da Gugliotta al rimosso di Genova

Ultimamente i media nazionali hanno dato spazio a vicende che, al di là di contesti ed epiloghi diversi, ruotano attorno a violenze delle forze dell’ordine, da Cucchi a Gugliotta. Questi fatti sono persino riusciti a fare da traino ad altri del passato (tornati ad apparire o apparsi per la prima volta sui giornali) e in una certa misura ad aprire un dibattito su un tema che in Italia sembrava essere un tabù: gli abusi delle forze di polizia. Tutto questo è positivo, ma vorrei sottolineare almeno una stonatura e una dimenticanza.
La stonatura è data dalla tendenza a evidenziare le “vite normali” dei ragazzi recentemente uccisi o malmenati. L’opinione pubblica, piegata dall’ossessione della sicurezza, è più incline a commuoversi di fronte a un “bravo ragazzo” picchiato o ucciso. Quando la stessa sorte capita a un criminale, o anche solo a uno di quei soggetti considerati diversi o marginali, la partecipazione si ferma; a volte scatta addirittura il meccanismo del “se l’è cercata” o “in fondo gli sta bene”. La circostanza può portare a diverse riflessioni, ma almeno una mi sembra fondamentale: lo smarrimento del concetto di “diritti inalienabili dell’individuo”. Inalienabili, ossia inscindibilmente legati all’essere umano, indipendentemente dalla sua moralità o da suoi comportamenti anche odiosi. Proprio il fatto che le vittime degli ultimi abusi siano stati sovente ragazzi “normali” dovrebbe farci capire quanto ogni cedimento su questo piano sia pericoloso. I diritti non hanno nove vite come i gatti; ne hanno una, molto fragile. Ci vogliono secoli per conquistarli e poco per smarrirli, con conseguenze drammatiche per tutti.
La dimenticanza la segnalo grazie a un articolo firmato da Francesco Merlo su Repubblica “Quei ragazzi picchiati per la loro innocenza”. Un articolo condivisibile e persino lodevole, per la chiarezza con cui sottolinea, all’interno delle forze di polizia, colpe e obblighi NON delle sole mele marce, ma di quelle sane («Sarebbe dunque necessario che ora la polizia indagasse sulla polizia, che riflettesse sul reclutamento, che denunziasse se stessa»). Sui maggiori quotidiani Merlo è anche uno dei pochi, forse l’unico, a citare i fatti di Genova nell’elenco di abusi che hanno preceduto il caso Gugliotta. Ma lo fa con una grossa imprecisione: «la polizia italiana … a Genova si permise abusi e violenze che rimasero comunque isolati e che stavano dentro gli scontri di piazza … Invece qui ci sono agenti che si abbandonano all’odio contro i fermati, contro gli indifesi, contro quelli che dovrebbero tutelare anche quando devono reprimerli».
Se parliamo di odio contro i fermati e di violenze verso soggetti ormai indifesi, mi sembra che il paragone fra i casi recenti e i fatti di strada del luglio genovese ci stia tutto.
Ma il paragone, sotto questo profilo, si fa ancora più calzante se parliamo della Diaz e soprattutto di Bolzaneto.
Dove, è bene ricordarlo, le violenze furono riservate a persone già fermate e in attesa di essere tradotte in carcere: il parallelo con le vicende Cucchi o Gugliotta si fa ancora più calzante.
Genova quindi, da vicenda-simbolo delle violenze delle forze di polizia (nonché dell’impunità e della scarsa capacità, giustamente stigmatizzata da Merlo, degli apparati dello Stato nell’indagare su se stessi) è diventata una gigantesca rimozione. E così si perde un nesso causale fondamentale: gli abusi di oggi sono figli di un’involuzione delle forze dell’ordine, a sua volta figlia di un percorso culturale che ha sancito il declassamento dei diritti nelle priorità dei cittadini e della politica. Una rimozione ancora più amara se pensiamo che il 18 maggio sarà emessa la sentenza di appello per i fatti della scuola Diaz. Per quelle 93 persone picchiate e arrestate con accuse false la sentenza di primo grado ha portato a 13 condanne e 16 assoluzioni, ma senza che ci sia mai stata una presa di distanza o un’autocritica da parte dei vertici, della polizia o delle Istituzioni in generale, verso le violenze commesse.
Sarebbe opportuno che, indipendentemente da quello che sarà il verdetto, la politica e i media nazionali dimostrassero in occasione della nuova sentenza-Diaz almeno la sensibilità dimostrata verso i casi Cucchi e Gugliotta: oltre a costituire un parziale e tardivo risarcimento per i fatti genovesi, sarebbe la migliore dimostrazione di una sincera volontà a far sì che queste vicende non si ripetano.

Francesco “baro” Barilli

La verità di Stefano Gugliotta: «Botte senza motivo»

«Mi ha intimato l’alt e poi mi ha colpito». Sono le prime parole pronunciate in conferenza stampa da Stefano Gugliotta, protagonista suo malgrado dell’ennesimo abuso da parte delle forze dell’ordine e scarcerato l’altro ieri pomeriggio, dopo sette giorni di detenzione. Ha lo sguardo spaventato, il labbro e il naso gonfi, un vuoto al posto di un incisivo, indossa una tuta bianca.
Racconta la sua verità, quella che i genitori e gli amici hanno già avuto modo di denunciare: una serata passata a casa, in via Pinturicchio, a due chilometri dallo Stadio Olimpico, la decisione di andare con un amico in un pub a festeggiare il compleanno del cugino e l’assurdo alt. Cercavano uno con una felpa rossa e Stefano ne aveva addosso una, tanto è bastato per essere immediatamente aggredito da almeno sei o sette agenti in assetto anti sommossa che lo hanno colpito dappertutto prima di trascinarlo in caserma e poi in carcere.
È uscito con le scuse della polizia mentre un solo agente risulta finora indagato per lesioni volontarie aggravate. Ma non si parli di cosa risolta. Alla Camera Penale di Roma si domandano ancora le ragioni di quei 7 giorni di detenzione. Il Codice di procedura penale parla chiaro, art 275: la misura della custodia cautelare si deve applicare solo quando qualsiasi altra misura risulti inadeguata o quando sussista il pericolo di fuga. Secondo gli avvocati del Foro, in realtà ormai è divenuto normale utilizzare la carcerazione preventiva come deterrente sociale, basti pensare che il 35% dei detenuti nelle carceri italiane è trattenuto in quanto ancora si deve celebrare il processo. Spesso la detenzione preventiva diventa un “anticipo della pena” spiegano gli avvocati, peccato in questa maniera salti l’intero impianto dello Stato di diritto. Ma c’è dell’altro. Accaduto la stessa notte dell’arresto di Stefano. Due ragazzi abruzzesi di 19 anni, Emanuele e Stefano sono ancora detenuti, fermati sembra al di fuori dell’area in cui sono avvenuti gli scontri successivi alla finale di Coppa Italia fra Roma e Inter. Sono stati semplicemente portati in galera. Un parlamentare Idv si è recato a trovarli e chiede la loro liberazione. Altre immagini hanno dato un quadro ancora più inquietante della situazione, un uomo che aveva assistito alla partita, anche lui con felpa rossa, è stato picchiato come Stefano, è scappato e un’automobile, forse una civetta della polizia, lo ha investito in pieno. Anche l’uomo è tutt’ora detenuto.
A parlare con gli agenti di polizia che ogni domenica debbono fare il turno allo stadio ci si sente raccontare di botte prese senza poter reagire, di delinquenza organizzata, di stress e della scarsità di strumenti a disposizione. L’impressione è che i contingenti impiegati a scopo repressivo intervengano solo laddove scontri non ci sono. Che esista insomma una sorta di area intorno allo stadio, controllata dalle tifoserie, in cui conviene non alzare il livello di conflitto, un territorio incontrollato e inavvicinabile. Nelle vie circostanti, dove invece molto spesso passano continuamente abitanti e cittadini, ultrà e semplici supporter, dove di solito non avvengono fatti così eclatanti da richiedere l’intervento repressivo, si scatena spesso la caccia all’uomo, in questa maniera si arriva a notte fonda con un bilancio di persone arrestate, a volte non coinvolte in alcun tipo di reato e con una sorta di pace armata. Non è un caso che gli operatori dell’informazione che provano a riprendere i fatti si ritrovino ad essere malmenati, o da gruppi di tifosi o da agenti infervorati, come se certe immagini non dovessero circolare troppo.
Nel frattempo, a proposito di apparati repressivi, una notizia giunge da Berlino dove il primo maggio 2009 Christian Picchione, trentenne romano, era stato arrestato durante una manifestazione. Accusato di devastazione per aver lanciato, secondo l’accusa, 17 bottiglie di vetro vuote contro la polizia, aveva ricevuto in prima istanza una condanna a 2 anni e 6 mesi di reclusione. Dopo un anno di carcere, in appello ha ottenuto la libertà con obbligo di firma – è stato scarcerato l’altro ieri – ma nel contempo la pena è stata elevata di ulteriori 4 mesi. Fra sei mesi Christian avrà il giudizio definitivo, nella speranza di non dover rimettere più piede in carcere per ora dovrà recarsi quotidianamente al commissariato per dimostrare la propria reperibilità. Del resto i giudici lo avevano fatto capire: volevano per lui una condanna esemplare per evitare che altri ragazzi stranieri venissero a turbare l’ordine germanico.

Stefano Galieni

14 maggio 2010

Repressione: Riflettori accessi sull'operato delle forze di Polizia. Intervista a Radio Onda d'Urto

Prima notte fuori dal carcere per Stefano Gugliotta, il 25enne aggredito dai poliziotti e poi arrestato il 5 maggio scorso dopo la finale di coppa Italia, Inter-Roma. Alla base della decisione del magistrato la mancanza delle esigenze cautelari, fermo restando la sussistenza del reato di resistenza a pubblico ufficiale. Per il pestaggio di Stefano è invece indagato al momento un solo poliziotto, per lesioni volontarie. Nella tarda mattinata Stefano ha tenuto la prima conferenza stampa, dove ha ribadito sia la sua totale estraneità ai fatti che il durissimo trattamento ricevuto dalla polizia. "Ero a bordo del mio motorino -ha detto Stefano- quando si è avvicinato un agente intimandomi l'alt, io mi sono fermato e lui mi ha colpito con un pugno alla bocca. Ho iniziato ad urlare le mie ragioni ma i poliziotti mi menavano, mi colpivano: saranno stati setto o otto, sono pieno di lividi". Mentre non si è ancora spenta l'eco di quanto successo nella Capitale, il giornale "Liberazione" pubblica oggi la storia di un altro abuso di potere legato al mondo dello stadio. Nel maggio 2008, a Battipaglia, un 32enne cronista sportivo è stato preso violentemente a manganellate dagli agenti, riportando diversi punti di sutura al capo. Il giorno dopo il giovane, Ilario Marmo, va al commissariato e denuncia tutto. Qualche settimana dopo, però, gli viene notificata una controdenuncia dei Carabinieri di Scalea. "Secondo laccusa - ha detto il cronista allOsservatorio del Prc contro la repressione, che per primo ha denunciato il caso - avrei picchiato io con calci, spintoni e pugni 7 Carabinieri, 4 dei quali finiti in ospedale con lesioni gravi. Nonostante la presenza di un video che testimonia chiaramente i fatti cè un procedimento penale in corso nei miei confronti. Mi hanno dato 5 anni di Daspo e non posso neppure svolgere più lattività di Cronista Sportivo". Parliamo di tutto questo, parliamo di repressione con lo stesso cronista sportivo Ilario Marmo, protagonista della vicenda suddetta e con Italo di Sabato, dell'osservatorio sulla repressione del Prc.

Adcolta il contributo audio (clicca qui)
fonte: Radio Onda d'urto

12 maggio 2010

Stefano Gugliotta scarcerato da Regina Coeli

Torna in libertà Stefano Gugliotta, il ragazzo di 25 anni pestato da un poliziotto e arrestato il 5 maggio scorso in via Pinturicchio alla fine della partita di Coppa Italia tra Roma e Inter. La mancanza delle esigenze cautelari costituisce il motivo del provvedimento del gip, fermo restando la sussistenza del reato di resistenza a pubblico ufficiale contestata al ragazzo.
Intanto è indagato il poliziotto che l'ha aggredito. Il procuratore aggiunto Pietro Saviotti e il sostituto Francesco Polino al termine di un incontro con gli investigatori per fare il punto e decidere sulla posizione del ragazzo, hanno chiesto la scarcerazione del giovane arrestato la sera degli scontri seguiti alla finale di Coppa Italia tra Inter-Roma il 5 maggio scorso. La richiesta sulla base del presupposto che sia "stato vittima - è detto nel provvedimento - di un atto arbitrario". Sulla richiesta si è pronunciato il gip Aldo Morgigni, lo stesso che ha emesso il provvedimento cautelare nei confronti di Gugliotta per le accuse di oltraggio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. L'atto è stato anche inviato per conoscenza al ministero dell'Interno in relazione all'interrogazione parlamentare prevista sulla vicenda. Secondo la procura, i filmati sull'aggressione fanno capire come sia stata legittima la reazione che Gugliotta ha avuto con i poliziotti al momento dell'arresto, conseguente all'atto subito.
Il poliziotto che gli ha sferrato un pugno al momento del fermo, invece, è stato stato iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di lesioni volontarie, aggravate dal fatto che è un pubblico ufficiale. L'uomo è un poliziotto del Reparto Mobile in servizio da circa 15 anni. L'agente è considerato dai colleghi "una persona tranquilla". Al momento né lui né gli altri tre agenti dello stesso reparto, ascoltati ieri in Procura, sarebbero stati sospesi dal servizio. L'atto istruttorio è stato a un certo punto interrotto perché per la sua prosecuzione era necessaria la presenza di un avvocato.
In parallelo proseguono anche gli accertamenti riguardano le altre sette persone finite in carcere la stessa sera. Contro la loro detenzione i difensori hanno presentato ricorso al Tribunale del Riesame, la cui discussione deve essere ancora fissata.

fonte: La Repubblica

IL GIP di Firenze archivia. Scende il silenzio forzato sulla morte di Niki Aprile Gatti

Un altro duro colpo per chi chiede giustizia, un'altra dura archiviazione che lascia attoniti e con il groppo in gola. Un'altra morte senza responsabili.

Di seguito la breve storia delle vicende che hanno portato Niki a morire per mano dello Stato

E' stato il più grande scandalo economico e politico degli ultimi tempi. La vicenda Telecom Sparkle-Fastweb si è configurata da subito come una truffa dal respiro internazionale costruita attorno alle regole degli inganni e degli insabbiamenti di un tempo, viva espressione di questa imperitura liaison dangereuse che unisce in una sorta di gioco perverso mafia (le 'ndrine di Isola Capo Rizzuto), politica (l'ex senatore del PDL Nicola Paolo Di Girolamo), compagnie telefoniche internazionali (Telecom e Fastweb), neofascisti legati all'alta finanza e alla criminalità organizzata (Gennaro Mokbel), ufficiali delle forze dell'ordine (Polizia di Stato e Guardia di Finanza) e alcuni commercialisti di fiducia.

Una storia di alta criminalità stile anni '70 catapultata con forza ai giorni nostri.

L'articolato puzzle internazionale ruota attorno ad una serie innumerevoli di giganteschi flussi di denaro che appaiono e scompaiono tra San Marino e Londra, Hong Kong e Isole Cayman, per poi affluire come un torrente in piena in conti ben coperti nelle filiali degli istituti di credito italiani.
E' proprio l'asse San Marino-Londra a spuntare in occasione di altre truffe telefoniche italo-europee: Phuncards-Broker, Eutelia e l'inchiesta Premium.
Ed è in quest'ultima che entra con un ruolo da "protagonista involontario" Niki Aprile Gatti, ragazzo di appena 26 anni, programmatore per una delle aziende incriminate (la Oscorp SpA), trovato morto nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano (FI) dopo appena 4 giorni dal suo arresto.
Apparentemente è il più classico dei suicidi: Niki viene trovato impiccato ad una corda costruita con strisce di jeans e lacci di scarpe nel bagno della cella numero 10, IV sezione. Ma solo apparentemente, perché troppe cose lasciano pensare ad una mano estranea responsabile di una vita spezzata nel fiore degli anni. Una mano senza nome, ma che trasforma un ragazzo suicida in un ragazzo "suicidato".
Oggi, con la decisione del GIP del Tribunale di Firenze di archiviare l'indagine sulla sua morte (nonostante la dura opposizione di sua madre, Ornella Gemini, spesso definita "madre-coraggio" per la straordinaria tenacia dimostrata durante questa durissima battaglia), Niki Aprile Gatti torna ad essere a tutti gli effetti, ma contro ogni logica, un "suicida".
Il 19 giugno del 2008 Niki riceve la telefonata della madre del titolare/socio dell'azienda per cui lavora: lo informa che il figlio è stato arrestato e lo invita a recarsi dall'avvocato aziendale, Franco Marcolini, per avere spiegazioni.
Niki non ha ragioni per temere nulla e si rega dal legale dell'azienda. All'uscita, ore 14:30, viene tratto in arresto. L'accusa: frode informatica.
Non viene trasferito al carcere di Rimini così come avviene per gli altri 17 arrestati, ma, solo fra tutti, presso quello di massima sicurezza di Sollicciano. A differenza degli altri imputati non si avvale della facoltà di non rispondere. A domanda risponde. E cerca di aiutare i magistrati nella ricerca di possibili informazioni.
Al termine dell'interrogatorio di garanzia Niki è l'unico tra gli indagati ad aver collaborato. Ed è anche l'unico al quale viene confermata la custodia cautelare in carcere; per i "silenziosi" scatta invece il privilegio degli arresti domiciliari.
E' il 23 giugno. Poche ore più tardi, nella mattinata di martedì 24 giugno 2008 Niki viene trovato morto dai suoi compagni di stanza.
E' un suicidio. E' questo ciò che affermano le autorità inquirenti sin dai primi istanti. E' questo ciò che ha certificato ieri il GIP di Firenze. Lasciando decine di dubbi e questioni fondanti irrisolti.
Resta senza motivazioni la scelta di condurre un incensurato di 26 anni accusato di un reato lieve (frode informatica), solo tra tutti gli altri arrestati, in un carcere di massima sicurezza.
Non si hanno chiare spiegazioni sul perché alla madre di Niki, Ornella, fu riferito della sua detenzione presso il carcere di Rimini (nel quale, invece, Niki non mise in realtà mai piede).
Si conclude con un punto interrogativo la presunta telefonata di rito che Niki avrebbe fatto a sua madre dal carcere ma che in realtà non venne mai ricevuta.
Non si comprende sulla base di quali informazioni le agenzie di stampa uscite immediatamente dopo gli arresti definivano Niki Aprile Gatti titolare della Oscorp (come a volerne accentuare la presunta colpevolezza), quando in realtà questi deteneva appena il 9% del pacchetto azionario.
Rappresenta una profonda anomalia la scelta di Niki di recarsi presso l'avvocato dell'azienda, incontrando l'inevitabile arresto, anziché fuggire come avrebbe fatto chiunque sapesse di essere colpevole di qualcosa.
La procura di Firenze non spiega come sia stato possibile che alle ore 20:58 del 20 giugno venisse recapitato a Niki (che allora si trovava in carcere) un telegramma proveniente dalla sua stessa abitazione (che per logica avrebbe dovuto essere sotto sequestro) che gli ordinava di nominare un nuovo avvocato.
30 giorni dopo l'arresto, il marito di Ornella trovava l'appartamento di Niki a San Marino completamente svaligiato. La Procura di San Marino dopo diversi mesi archivia la denuncia di furto attribuendo ogni responsabilità dell'espoliazione all'ex ragazza di Niki. Eppure non si hanno tracce del pc di Niki, così come non emergono ragioni valide a dimostrare come ciò sia potuto avvenire nella casa di un ragazzo indagato per truffa e successivamente ritrovato morto.
In seguito anche la sede della Oscorp SpA venne ritrovata dal commissario liquidatore privata di ogni bene. La sua denuncia di "smarrimento" venne archiviata come la precedente sulla base di 2 fatture che dimostrerebbero la vendita di tutti i beni dell'azienda. Eppure tali fatture risultano emesse prima del 18 giugno, data in cui Niki era ancora regolarmente a lavoro con il suo pc e con tutti i beni ancora in possesso dell'azienda.
Il verbale del carcere attesta un sereno dialogo tra Niki ed un agente (non meglio identificato) alle ore 10 del 24 giugno, stessa ora e data in cui la perizia data la morte di Niki.
Continua a destare sospetti di non poco conto il fatto che la morte sia avvenuta durante o subito dopo l'ora d'aria in cui c'è piena libertà di movimento nel carcere. Così come li desta la misteriosa sparizione della prima richiesta di opposizione all'archiviazione presentata da Ornella Gemini, madre di Niki Aprile Gatti.
Le testimonianze dei suoi due compagni di stanza, fondamentali nel confermare il suicidio, non collimano.
Restano al loro posto, come macigni abbandonati, le testimonianze dei tanti che hanno visto Niki negli ultimi giorni di vita in carcere che ne attestano la totale serenità di spirito e la sua decisione di collaborare liberamente con gli inquirenti.
Non trova risposta il dubbio sul fatto che lacci di scarpe e strisce di tessuto jeans possano sorreggere il peso di un uomo di 92 chilogrammi, così come non la trovano la questione sulla legittima presenza di lacci di scarpe in un carcere di massima sicurezza o la capacità per un detenuto di creare a mano strisce di tessuto jeans.
Numerosi dubbi nei quasi due anni che ci separano dalla morte di Niki Aprile Gatti non hanno ancora trovato chiare risposte. E ad essi i giudici competenti non hanno finora ritenuto di doverne dare. Inserendo Niki, la sua storia e la sua morte in quel vastissimo spazio che così pesso chiamiamo "Misteri d'Italia".

fonte: informazionesenzafiltro.blogspot.com

Nuove verità sulla morte di Stefano Cucchi

Il ragazzo fermato con Stefano Cucchi che dice di esser stato costretto a firmare un falso verbale. Un agente della polizia penitenziaria che afferma di aver ricevuto delle confidenze da Cucchi sul fatto che sarebbe stato picchiato dai carabinieri. La vicenda della morte del 31enne romano arrestato per poche dosi di hashish e deceduto una settimana dopo in un letto di ospedale nel reparto di medicina protetta Sandro Pertini, con il volto sfigurato, due vertebre fratturate e varie escoriazioni sul corpo, si arricchisce di particolari. Ora che le la Procura di Roma ha chiuso le indagini - rinviando a giudizio cinque medici del Pertini, tre guardie penitenziarie in servizio nelle celle del Tribunale e un funzionario del dipartimento regionale dell'amministrazione penitenziaria - paradossalmente emergono particolari che sembrano tirare in ballo le responsabilità dei carabinieri. Secondo i pm Stefano fu pestato, la mattina del 16 ottobre, nei sotterranei del Tribunale da tre agenti della penitenziaria, accusati anche da due testimoni oculari già sentiti in incidente probatorio. A quanto pare però - ma gli atti della Procura sarebbero costituiti da centinaia di pagine, tutte da «scoprire» - ci sono testimonianze inedite che accusano i militari di aver picchiato il ragazzo.
Intanto viene alla luce quanto raccontato ai pm da Emanuele, amico di Stefano da 11 anni, compagno di sventura in quella notte davanti al parco. Dice davanti ai pubblici ministeri Barba e Loy: «I carabinieri in borghese mi dissero che avrei dovuto firmare una dichiarazione che avevo acquistato lo stupefacente da Stefano, pur non essendo vero, in modo da uscire pulito da questa storia». E ancora: «Un carabiniere in borghese che tutti chiamavano maresciallo ha scritto davanti a me il verbale che io provvedevo a firmare benché fosse falso. Ho firmato senza nemmeno leggere perché ero timoroso della perquisizione domiciliare e poi perché ero stato minacciato che se non avessi firmato avrebbero accollato anche alla mia persona la responsabilità per la detenzione dello stupefacente». La parola del ragazzo contro quella dei militari, ovviamente. Ma di certo l'amico di Stefano assume su di sé il rischio di essere quanto meno querelato per diffamazione, quindi dovrebbe essere abbastanza certo di quel che dice. La sua testimonianza, se fosse vera, non è irrilevante: senza l'accusa di spaccio il giudice probabilmente non avrebbe convalidato l'arresto, e Stefano sarebbe tornato a casa. Ma non è questo l'unico elemento sul comportamento dei carabinieri. La guardia penitenziaria in servizio al casellario di Regina Coeli che accoglie Stefano il 16 ottobre, dopo la convalida, dice: «Aveva segni sul viso. Gli ho chiesto cosa fosse successo. Cucchi mi ha detto che era stato malmenato dai carabinieri quando era stato arrestato. Mi ha detto che lui faceva il pugile e aveva cercato di parare i colpi, ma poi è stato buttato a terra ed è stato colpito a calci»

Cinzia Gubbini da il manifesto

Torino: Perquisizioni e arresti contro centri sociali e case occupate

Brusco risveglio questa mattina per alcuni spazi occupati della città di Torino. Una nuova maxi-operazione poliziesca ordita dalla questura cittadina per punire le pratiche di resistenza e contestazione seguite allo sgombero dell'Ostile nella giornata del 10 dicembre 2009. Alle 6.30 di questa mattina poliziotti e digos fanno la loro irruzione, sfondando le porte, al centro sociale Askatasuna e all'Asilo occupato di Torino, al Mezcal squat di Collegno e al Barocchio squat di Grugliasco.
Entrano di soppiatto alla ricerca di persone, “armi”, travisamenti. L'operazione, queta volta, porta la firma del pm Rinaudo. Il “bottino” del pm tocca 16 persone, portandone in carcere 3, ai domiciliari 4 e sottoponendone 9 all'obbligo di firma.
I reati imputati agli indagati sono i soliti: resistenza, lesioni, travisamento e varie “aggravanti” che non guastano mai per fare numero e curriculum . Tra le altre spicca sempre, per l'uso scientifico che se ne fa, quella relativa al fatto di aver compiuto il “crimine” in più persone. E' la pratica collettiva che viene messa sotto accusa. Il fatto di aver resistito in più persone ad un atto ignobile come lo sgombero di uno stabile inutilizzato in quartieri sempre più preda dell'immobiliare. Si pensa così di colpire e punire una resistenza e una contestazione legittime che quella sera furono la naturale risposta ad un'operazione repressiva e di chiusura di uno spazio sociale.
Ancora una volta, è l'uso politico-intimidatorio della misura cautelare (in assenza cioè di qualsiasi processo) a scandire senso e finalità prime di simili operazioni. Una volontà di intimidazione e disciplinamento che incontra non di rado le aspirazioni di carriera di pubblici ministeri noti per le proprie inclinazioni liberticide.
Puntuale come sempre la scelta dei tempi, giusto sul finire dell'esposizione della Sindone e l'ordinato svolgimento delle elezioni regionali, per non disturbare manovratori e gendarmi.


fonte: InfoAut

Caso Gugliotta: Procura Roma chiede a gip scarcerazione. Indagato un agente per lesioni

Stefano Gugliotta è stato vittima di un atto arbitrario. Lo sostiene la procura di Roma che ha inviato al gip Aldo Morgigni (e per conoscenza, in vista di una interrogazione parlamentare, anche al ministero dell'Interno) il parere positivo alla scarcerazione. Secondo il procuratore Giovanni Ferrara, l'aggiunto Pietro Saviotti e il pm Francesco Polino, i filmati sull'aggressione fanno capire come sia stata legittima la reazione che Gugliotta (finito in carcere per resistenza, violenza e oltraggio a pubblico ufficiale) ha avuto con i poliziotti al momento dell'arresto, alla luce della condotta violenta assunta dall'agente.
Intanto è indagato per lesioni volontarie aggravate dal fatto che è un pubblico ufficiale, il poliziotto che ha sferrato il pugno a Gugliotta. L'agente era stato sentito ieri come persona informata sui fatti dal pm Polino, ma l'atto istruttorio era stato poi interrotto in quanto si era resa necessaria la nomina di un avvocato. Al vaglio dei magistrati ci sarebbe la posizione di un secondo agente di polizia che, però, pare non abbia toccato Gugliotta. L'agente si sarebbe soltanto avvicinato al motorino del ragazzo.

Caso Gugliotta, sciopero della fame in cella Il ragazzo: "Non ce la faccio più"

Non ce la faccio più. Da oggi non voglio più mangiare né bere". Sono queste le parole che Stefano Gugliotta, il ragazzo di 25 anni picchiato dagli agenti di polizia la sera della finale di Coppa Italia e ora detenuto nel carcere di Regina Coeli, ha detto questa mattina a suo padre. "Siamo arrabbiati - ha detto il genitore che indossa anche oggi una maglia di color rosso - non vediamo l'ora che esca. Come fanno a difendere delle persone accusando mio figlio?".
In maglia rossa, oggi sit-in di solidarietà a Trastevere, mentre il procuratore capo Giovanni Ferrara e il pm Francesco Polino incontreranno gli investigatori per fare il punto e decidere sulla posizione del ragazzo. Pare si arriverà a una richiesta di scarcerazione della stessa procura. Sulla vicenda risponderà anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito nel corso del Question time nell'Aula Montecitorio.

fonte: La Repubblica

Caso Cucchi: carabiniere rivela che Stefano è stato pestato prima di entrare in Tribunale

Un carabiniere vide Stefano Cucchi prima di entrare in tribunale: era già stato pestato. Si tratta di un militare della compagnia Casilina che ospitò il 31enne dopo l'arresto e l'interrogato da parte dei carabinieri della compagnia Appia, Che dichiarano un'altra storia rispetto a quella emersa ieri dalle carte dei Pm. Secondo loro Stefano era fresco come una rosa prima di arrivare a Piazzale Clodio. Come già successo per la relazione del Dap anche le carte dei Pm riservano sorprese sulla morte del giovane romano che ancora aspetta una risposta.

Battipaglia: Cronista sportivo picchiato e denunciato dalla Polizia

Caro Osservatorio, mi chiamo Ilario Marmo e vi scrivo da Battipaglia (Sa).

In questi giorni è d’attualità il tema degli abusi di potere, e la disavventura capitata a Stefano Gugliotta è sulla bocca di tutti.
Anche io sono stato vittima di una vicenda analoga, ma Purtroppo non ho agganci x finire in TV e sulle prime pagine dei quotidiani Nazionali.
Il 25 maggio 2008 mi trovavo allo Stadio Comunale di Praia a Mare per seguire la Battipagliese Calcio in qualità di CRONISTA SPORTIVO (inviato di http://www.battipagliaonline.com/).
Al termine dell’incontro di calcio, mentre mi accingevo a raggiungere gli spogliatoi per le interviste, sono stato ingiustamente PESTATO, tra la folla, dalle Forze dell’Ordine. Il Bilancio di quella giornata è stato pesante per me:

- 4 manganellate, una delle quali alla testa
- 4 punti di sutura e trauma cranico
- Lasciato per terra sanguinante, con le Forze dell’Ordine che non si sono neppure scomodate a chiamare i soccorsi

Il giorno dopo denuncio l’accaduto al Commissariato di Polizia a Battipaglia.
Dopo qualche giorno mi viene notificata una (contro)denuncia dei Carabinieri di Scalea.
Secondo l’accusa avrei picchiato con calci, spintoni e pugni 7 Carabinieri, 4 dei quali finiti in ospedale con lesioni gravi. Nonostante la presenza di un VIDEO (in mio possesso) che testimonia chiaramente i fatti c’è un procedimento penale in corso nei miei confronti. Mi hanno dato 5 anni di DASPO e non posso neppure svolgere più l’attività di Cronista Sportivo.

GUARDATE IL VIDEO con la MIA STORIA
http://www.youtube.com/watch?v=Gcs-8dtjyQ0

Io vi scrivo con il cuore in mano. Questa vicenda ha segnato totalmente la mia vita. Sono contro ogni forma di violenza e mai nella mia vita ho commesso atti violenti, ma mi ritrovo a dover affrontare un PROCESSO ASSURDO ed INGIUSTO.


Ilario Marmo – Battipaglia (Sa)

11 maggio 2010

Caso Gugliotta, identificati tre agenti del pestaggio

Sono ormai 15 le persone disposte a testimoniare sulle violenze della polizia contro il giovane inerme e innocente. La scena è stata ripresa da alcuni residenti e trasmessa dalla trasmissione "Chi l'ha visto". Ma Gugliotta si trova ancora recluso nel carcere di Regina Coeli
Mercoledì 5 maggio, dopo la finale di Coppa Italia giocata da Roma e Inter, un ragazzo di 25 anni, Stefano Gugliotta, è stato fermato distante dallo stadio Olimpico mentre era in motorino con un amico da un agente di polizia che ha cominciato a picchiarlo senza motivo. L'amico è riuscito a scappare ma Gugliotta è stato accerchiato da altri agenti che hanno continuato l'opera del primo collega. Per i legali il giovane sarebbe stato scambiato per un' altra persona che aveva partecipato a scontri post partita. La scena è stata ripresa da alcuni residenti e trasmessa dalla trasmissione "Chi l'ha visto" e ora sono 15 le persone disposte a testimoniare. Gugliotta si trova ora recluso nel carcere di Regina Coeli. Intanto sono stati dentificati tre agenti che hanno partecipato al pesatggio.
La storia risale a mercoledì 5 maggio, dopo la finale di Coppa Italia giocata da Roma e Inter, un ragazzo di 25 anni, Stefano Gugliotta, è stato fermato distante dallo stadio Olimpico mentre era in motorino con un amico da un agente di polizia che ha cominciato a picchiarlo senza motivo. L'amico è riuscito a scappare ma Gugliotta è stato accerchiato da altri agenti che hanno continuato l'opera del primo collega.
Per il legale il giovane, Cesare Piraino, sarebbe stato scambiato per un altra persona che aveva partecipato a scontri post partita. In realtà Gugliotta stava andando via da un pub dove aveva festeggiato il compleanno del cugino e non aveva visto la partita allo stadio.
Alcuni residenti della zona nella quale è avvenuto il pestaggio hanno ripreso la scena con un telefonino, ritrasmesso poi dalla trasmissione di Rai3 “Chi l'ha visto?, e ora sono salite a 15 le persone disposte a testimoniare sull'accaduto. Il caso sta assumendo anche un carattere politico, è intervenuto anche il ministro dell'Interno Roberto Maroni il quale si è unito nella richiesta di fare piena luce al presidente della Provincia el Lazio Nicola Zingaretti e al governatore del Lazio Renata Polverini.
Il capo della polizia Antonio Manganelli ha disposto un'indagine, mentre la procura di Roma, su richiesta del legale di Gugliotta Cesare Piraino, ha dato il via ad un'inchiesta e ha affidato alla questura il compito di indagare sull'operato degli agenti tre dei quali sarebbero stati già identificati.
Stefano Gugliotta rimane comunque rinchiuso nel carcere di Regina Coeli e ieri ha ricevuto la visita di una delegazione di parlamentari che hanno accertato le sue condizioni. Lesioni ad una gamba e a un braccio, un dente rotto ma soprattutto una condizione psicologica che non lascia tranquilli. Per la polizia il ragazzo avrebbe precedenti penali per rapina e una sanzione amministrativa per uso di cocaina. Per l'avvocato difensore però ciò non sarebbe vero così come risulterebbe dal certificato dei carichi pendenti.

Caso Gugliotta, a breve un fascicolo sui picchiatori in divisa

Il fascicolo non c’è ancora ma che i tre agenti - che hanno toturato Stefano Gugliotta dopo la finale di Coppa Italia vinta dall’Inter all’Olimico - saranno indagati per lesioni volontarie sembra più di una voce. I tre sarebbero stati identificati dai video e i loro nomi viaggerebbero verso Piazzale Clodio. Anche il capo della polizia, Manganelli, ha disposto un’indagine interna a tutela della rispettabilità del Viminale. Se ne occuperà il questore di Roma.
Quando l’hanno portato in cella gli hanno messo sotto il muso un foglio con una casella già sbarrata da una X. Serviva a dimostrare che avrebbe rifiutato visite mediche supplementari. Stefano Gugliotta, il venticinquenne arrestato mercoledì nel quartiere Flaminio di Roma, a ridosso dell’Olimpico, conferma la sua versione a un parlamentare che l’è andato a trovare a Regina Coeli dov’è ancora rinchiuso nonostante un video dei suoi vicini di casa racconti una storia del tutto diversa da quella inventata dalla Celere. Di resistenza, violenza e oltraggio nemmeno l’ombra. A condannarlo sarebbe stata, forse, la giacca rossa simile a quella di qualche ultrà nel mirino dei gladiatori in divisa.
Solo tre settimane fa, il comitato prevenzione tortura - dopo una missione nel nostro Paese - aveva denunciato al Consiglio d’Europa come in Italia stia crescendo l’impunità verso i reati commessi dalle forze dell’ordine. Gugliotta, dal suo letto nell’infermeria del carcere, non riesce ancora a capire perché gli si siano scagliati addosso. Qualche reduce della scuola Diaz, dove operò un analogo reparto, glielo potrebbe spiegare. Fra una settimana ci sarà a Genova la sentenza d’appello per quella mole di reati costituita dal pestaggio e dall’arresto, assolutamente illegittimi, di una novantina di persone inermi e incensurate. Come Gugliotta cui non arriveranno mai le scuse della squadretta che lo ha conciato per le feste in una “normale” caccia all’uomo a margine di una partita di pallone che lui neanche aveva visto: cercava un locale con suo cugino e altri amici ma lungo il tragitto sarebbe stato avvicinato da un agente che lo avrebbe subito colpito. Avevano la bava alla bocca mentre lo pestavano, raccontano i testimoni, almeno 14, pronti a ripeterlo al giudice. Stefano è agitato, non riesce a dormire da venerdì sera. Dopo il trattamento Diaz, si trova nelle stesse condizioni di Stefano Cucchi sei mesi prima. Sua madre, almeno, ha potuto vederlo ed è preoccupata da una ferita che ha sulla testa. Suo figlio ha perso un dente, ha lividi per tutto il corpo e i punti sul labbro spaccato. «A preoccupare sono soprattutto le condizioni psichiche dopo tre giorni di isolamento. Il caso Cucchi insegna quanto certi segnali non debbano essere sottovalutati», avverte Ivano Peduzzi, capogruppo Fds in Regione. Il caso buca gli schermi perché Gugliotta è uno “normale”. «La violenza di persone con la divisa c’è sempre stata - ricorda Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, quello che non ha avuto nemmeno il riconoscimento post-mortem di un processo (le immagini parlavano da sole anche nel suo caso) - ma solitamente quella violenza si rivolgeva a persone senza difesa, migranti, tossicodipendenti». Quand’era senatrice del Prc, Haidi è stata tra le proponenti di un disegno di legge che prevedeva un segno alfanumerico sulle tute di chi agisca travisato in ordine pubblico. Proposta ignorata dalla pletora di politici bipartisan che ieri si affannavano a interrogare e sdegnarsi sulle agenzie. Haidi lo sa che la stragrande maggioranza di carabinieri e poliziotti fanno il loro lavoro onestamente ma da nove anni si chiede tra loro nessuno denunci mai i colleghi mele-marce.Gugliotta aspetta il Riesame e spera. Intanto, la commissione Errori sanitari di Montecitorio, la “gemella” della commissione sul Ssn di Palazzo Madama, quella che ha svolto l’inchiesta su Cucchi, ha richiesto la cartella clinica di Gugliotta e ha chiesto carteggi al Dap e alla presidente Polverini da cui dipende la sanità del Lazio.

8 maggio 2010

Roma: fermato e picchiato dalla Polizia sotto casa

Picchiato durante Roma-Inter. Proprio vicino allo Stadio Olimpico di Roma, dove giallorossi e nerazzurri si battevano per la vittoria della Coppa Italia. Lui invece veniva preso, strattonato e picchiato da alcuni agenti di polizia.
Sono i genitori di Stefano Gugliotta a denunciare il fatto. Ora il 25enne è in carcere, in cella d'isolamento, dopo essere stato fermato e malmenato, a Roma, da poliziotti la sera del 5 maggio scorso. La famiglia del giovane ha mandato un video fatto dall' alto - probabilmente da una abitazione - con un telefonino dell'accaduto a «Chi l'ha visto?», la trasmissione di Rai3, che lo ha diffuso sul suo sito. Il fermo di Stefano Gugliotta, secondo quanto riferisce la famiglia, è avvenuto in viale Pinturicchio, alle 21,40, nei pressi dello Stadio Olimpico.
Nelle immagini del video si vede un motorino con a bordo due giovani; un poliziotto blocca il motorino. Comincia un diverbio fra i tre; il ragazzo che si trova di dietro, con una felpa bianca, scende, viene rincorso per un po', poi corre via. L'altro, con una maglia rossa, viene strattonato sul viso, vengono alle mani. Il giovane si difende. Arriva un altro poliziotto e poi altri agenti che circondano il ragazzo sulla moto; continua la colluttazione.

Milano: detenuto si suicida nel carcere di San Vittore.

Un detenuto bulgaro di 33 anni si è ucciso nel carcere di San Vittore, a Milano. A Il recluso si è tolto la vita verso le 14 impiccandosi con un lenzuolo. Era in attesa di estradizione in Spagna, dove era accusato di omicidio: proprio nei giorni scorsi era stato condannato a trent'anni. Con il caso di oggi sono 25 i detenuti che si sono suicidati dall' inizio dell'anno.

Omicidio Lonzi: Lettera della mamma

Il 19 maggio alle ore 11 ci sarà a Livorno l’udienza con il Gip, che dovrà decidere se chiudere definitivamente il caso di Marcello Lonzi.
Sono ora sette anni che lotto per avere giustizia per la morte di mio figlio Marcello. Nell’aula ci sarò io, il compagno di cella di Marcello e due guardie penitenziarie. So che per me non sarà facile guardarle, ma sono sicura che non eviterò i loro sguardi.
Tutto adesso dipenderà dal Gip Rinaldo Merani, colui che archiviò nel 2004, perciò le speranze di avere giustizia per mio figlio sono NULLE.
Ecco perchè ancora una volta ho bisogno della vostra presenza, del vostro calore che in questi sette anni solo voi siete riusciti a trasmettermi. Dirvi grazie è pochissimo per me, ma vi abbraccio, tutti quelli che conosco, e anche le persone che mi hanno aiutato a sostenere le spese medico-legali che non ho avuto il piacere di conoscere.
L’avvocato Matteo Dinelli dice che ci sono troppi elementi che non tornano, come mette in risalto la perizia del mio medico legale Marco Salvi di Genova: che durante l’esumazione della salma furono trovati frammenti di vernice blu scura attaccati alla pelle sul buco in testa; e poi le lesioni dietro le spalle... Ci sarebbero molti dubbi, ma la Procura archivia. Perché?
Sono sempre stata una mamma obbiettiva, mio figlio aveva sbagliato e doveva pagare, era in carcere per scontare la sua pena. Lo Stato lo ha preso e lo ha consegnato dentro una bara. Ora io non ci sto, chi ha sbagliato deve pagare, la legge deve essere uguale per tutti no?? Se la Procura di Livorno mi archivia non potrò più fare niente contro di loro, solo ricorrere in Cassazione a Roma e poi a Strasburgo. Credetemi non sarà tanto facile perché se perdo a Roma dovrò pagare tutte le spese del processo, e io adesso non sono in grado. Alcuni ragazzi di Pisa hanno detto che faranno un concerto in piazza per aiutarmi, li ringrazio sin d’ora per il pensiero, ma io vorrei che la Procura riconoscesse che Marcello è stato ucciso! La verità non si può più nascondere, basta guardare le foto, non è morte naturale come vogliono far apparire loro, basta insabbiamenti!
Hanno richiesto l’archiviazione motivandolo con il rapporto tra me e mio figlio!! Che ne sanno loro di Marcello? Solo io posso dire tante cose sul suo conto, ed è giunto il momento di buttare fuori tutto ciò che per sette maledetti anni mi sono tenuta dentro, senza mai ribellarmi a coloro che hanno puntato il dito su di me, facendo credere cose assurde sul rapporto fra me e il mio Marcellino, come lo ho sempre chiamato io dal giorno che è nato.
Sapevo tutto quello che faceva, mi raccontava ogni cosa, pur sapendo di ferirmi lui doveva parlare con me, era fatto così. Come mamma certamente io non dicevo certo fai bene, cercavo di lavorare sodo per dargli i soldi, per evitare che andasse a rubare, faceva uso di droga, ma oggi posso ringraziarlo per il rispetto che mi ha sempre portato, perché io non l’ho mai visto con una siringa, né in mano, tantomeno nel braccio. Ricordo una sera, mi telefonò di andarlo a trovare, mi mise al corrente di un fatto molto serio, lo pregai di non farlo, per ben un’ora e mezza a parlare con lui, a dissuaderlo ma ne valse la pena, perché mio figlio mi ascoltò. Oggi non so se gli avrei detto le stesse parole.
Era un ragazzo gioviale, rideva sempre, molto mammone come tutti i maschi, ma sapeva che quando sbagliava io ero lì a riprenderlo. Mi diceva sempre una frase: “te mamma vai sempre fino in fondo”. Ero e sono ancora oggi così. Non lascio mai le cose a metà.
Lui viveva a Livorno, io a Pisa, due volte a settimana mi chiamava solo per salutarmi, poi ero io che andavo da lui per portargli la spesa e i soldi, siamo stati al ristorante insieme, mi ha fatto vedere quando era rappresentante di orologi, era dispiaciuto quando era il mio compleanno e non poteva farmi un regalo, ma già il suo bacio valeva per me più di cento regali, e questo lui lo sapeva. Marcello era cresciuto con rispetto e educazione, per fortuna è stato un bene che ha conservato.
Ora voglio dire a quei detenuti che hanno puntato il dito contro di me, e alla Procura di Livorno, che voi non sapevate un bel niente del nostro rapporto, né credo a una sola parola che avete messo nero su bianco dicendo che lo diceva Marcello, perché mio figlio aveva troppo rispetto per dire queste cose. Quello che invece sono sicura è che vi è stato imboccato di dirle, ma a me non fanno poi tanto male. Ma non sporcate la memoria di mio figlio, questo non lo permetto!
Per fortuna ci sono persone ancora pulite che non si fanno corrompere, né si vendono ai giudici, né alle forze dell’ordine, e la dimostrazione è stata il 16 gennaio a Livorno alla manifestazione. Coloro credono come me che Marcello Lonzi è stato ucciso e come sempre tanto poi la verità prima o poi viene fuori.
Come mamma ho il dovere di lottare ancora, lo devo a Marcello, e sono sicura che guardandomi da lassù dirà: “lei va fino in fondo, perché mia madre è fatta così, e io non voglio che cambi”.


Maria Ciuffi
http://marcellolonzi.noblogs.org

7 maggio 2010

Carcere: Suicidio di un detenuto nel carcere di Como

Ennesimo suicidio, il 24/mo dall'inizio dell'anno, nelle sovraffollate istituzioni detentive italiane. Eraldo De Magro, detenuto originario di Cosenza e con precedenti per traffico di armi, si è tolto la vita impiccandosi con i lacci delle scarpe nel carcere di Como. Recentemente - riferiscono fonti interne al carcere di Como - aveva lamentato di sentirsi perseguitato dall'autorità giudiziaria. Da una decina di giorni rifiutava il cibo e - si è inoltre appreso - sul calendario all'interno della cella, alla data di oggi, 6 maggio, avrebbe scritto la parola 'fine'.

Con la morte di Eraldo Di Magro, salgono a 100 i detenuti suicidi negli ultimi 18 mesi.
Il Piano carceri è in gestazione da almeno un anno e mezzo, prova ne è il titolo di questo articolo, apparso sul Corriere della Sera il 7 novembre 2008 “Alfano: al via Piano di edilizia carceraria studiato con Matteoli”. Ma è del gennaio 2009, 16 mesi fa, l’avvio ufficiale del Piano, sempre stando ai titoli dei quotidiani: “Ionta nominato Commissario Straordinario per l’Edilizia penitenziaria” (Italia Oggi, 23 gennaio 2009); “Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Piano carceri” (La Repubblica, 23 gennaio 2009).
Da un anno e mezzo a questa parte il ministro Alfano e altri esponenti governativi hanno annunciato più volte l’imminente avvio del “Piano”, indicandolo come “soluzione definitiva” al problema sempre più pressante del sovraffollamento carcerario. In 18 mesi il numero dei nuovi posti-detenuto (annunciati) da costruire è progressivamente aumentato, dai 17.000 ai “21.479” dichiarati ieri dal ministro della Giustizia. Nel contempo è lievitato anche l’ammontare degli stanziamenti necessari (annunciati), da 1-1,2 miliari di euro a 1,6 miliardi di euro. Finora nulla è stato speso e nessun nuovo posto-detenuto è stato creato.
Nel novembre 2008 nelle carceri italiane erano presenti 57.000 detenuti, cioè 10.500 meno di oggi, che equivalgono a un “mezzo piano carceri” già andato in fumo (assieme a 800 milioni di euro… investimento reso vano prima ancora di essere impiegato).
Ma in attesa dell’avvio per “Piano carceri” nelle sovraffollate, indecenti e invivibili carceri italiane si sono suicidati 100 detenuti (7 tra novembre e dicembre 2008, 72 nel 2009 e 21 nel 2010). Molti lo avranno fatto per sofferenze legate a vicende famigliari, a depressione, a fattori “imprevisti e imprevedibili”, ma almeno qualcuno è stato certamente spinto a togliersi la vita da condizioni detentive divenute insopportabili, tra affollamento e mancanza di personale penitenziario (sia del “trattamento che della sorveglianza). (fonte Osservatorio permanente sulle morti in carcere)

6 maggio 2010

Pieve di Cento (Fe): Pestaggio in caserma

Per gli agenti della Polizia municipale di Reno Galliera è un automobilista che ha reagito con le botte ad un controllo, per lui invece solo loro gli aguzzini: i vigili urbani. «Mi hanno portato in caserma e mi hanno pestato», è scritto nella querela consegnata al pm.
Così quella che avrebbe dovuto essere una denuncia per resistenza e rifiuto di sottoporsi ad accertamenti sullo stato psicofisico del conducente dell’auto si è trasformata negli ultimi giorni in un nuovo possibile caso di abusi ad opera di pubblici funzionari cui è stato affidato il compito di far rispettare leggi e regolamenti. La storia è approdata in procura (il magistrato competente è Barbara Cavallo) un paio di giorni fa e deve ancora, quindi, essere valutata dagli inquirenti. La cautela è d’obbligo e i fatti al centro delle indagini sono al momento posizionati in segmenti diversi del loro percorso giudiziario.
La denuncia contro A.C., 32 anni, nato a Cento, comune nel quale ha anche lavorato, ma residente a Pieve, ha già passato il vaglio delle indagini preliminari ed è giunta ad un passaggio cruciale: la notifica dell’atto con cui il pm informa le parti dell’avvenuta conclusione dell’inchiesta. Le accuse di A.C. rivolte ad alcuni agenti della polizia municipale di Reno Galliera, che accorpa il servizio di alcuni Comuni del Bolognese tra cui Pieve di Cento, sono contenute in una memoria-querela con la quale la difesa dell’i ndagato, rappresentata dall’avvocato Massimo Bissi, chiede al pm di svolgere accertamenti e di indagare su specifici fatti. Un input, al momento, nulla di più. La vicenda risale al pomeriggio del 24 marzo scorso, mentre A.C. stava percorrendo via Ponte Nuovo, a Pieve, provenendo da Cento. Giunto all’altezza di via Iº maggio l’u omo ha svoltato poco prima di incrociare una pattuglia della polizia municipale di Reno Galliera. A.C. sarebbe stato quindi inseguito dalla pattuglia, lampeggianti accesi, e fermato. I vigili eseguono il controllo, ma secondo la loro versione l’uomo si sarebbe opposto innescando una sorta di colluttazione. Nello scontro due agenti restano contusi: uno al polso, l’altro al polso e alle spalle. Si tratta di ferite lievi, guaribili in tre giorni. Ma sono sufficienti per contestare al conducente del veicolo la resistenza a pubblico ufficiale e le lesioni. Il trentaduenne di Pieve deve anche rispondere di guida sotto l’effetto di stupefacenti: non avrebbe accordato infatti il consenso al test previsto da una norma del codice della strada, il che comporta comunque una denuncia.
Il verbale dei vigili urbani innesca un’inchiesta che segue lo stesso corso di altre indagini dello stesso tipo. Il pm chiude le indagini e invia il 415 bis all’indagato, il quale nel frattempo ha compiuto i suoi passi e si è affidato all’avvocato Bissi. Ha interpellato un medico legale, Antonio Vanzi, di Ferrara, e gli ha chiesto una consulenza su alcune contusioni, una in particolare molto evidente (al fianco), che ha sul corpo. Poi, assieme al legale, mette nero su bianco la sua ricostruzione e la trasmette alla procura. L’accusa è pesante ed espone ulteriormente A.C. sul fronte giudiziario: se la sua denuncia fosse inventata o distorta potrebbe essere a sua volta accusato di calunnia. Il suo racconto è corredato di fotografie e fornisce una versione dei fatti molto diversa da quella resa dagli agentoi. Uno dei componenti della pattuglia avrebbe puntato una pistola contro il volto di A.C. subito dopo essersi fermato. Poi l’avrebbe insultato e strattonato, minacciandolo: «Se non fai quello che ti dico ti buco». Ad A.C. viene chiesto di consegnare il cellulare, lui si rifiuta, poi chiama il padre. Quando quest’ultimo arriva A.C. viene caricato in auto e portato alla caserma di S. Giorgio di Piano. Il padre resta indietro. In caserma l’indagato sarebbe stato denudato e perquisito, portato nel bagno, insultato e pestato: colpito «con calci e pugni», sottolinea l’avvocato Bissi. «E’ stato subito trattato come un terrorista, senza nessun motivo - prosegue il legale - nessuno l’ha informato dei suoi diritti, è stato sottoposto a perquisizione personale e dell’auto senza poter chiamare un avvocato e senza che gli venisse rilasciato un verbale, è stato picchiato a mani nude e il medico legale ha confermato la compatibilità delle lesioni (lividi al collo, braccia e a un fianco) con il suo racconto».


fonte: La Nuova Ferrara

Viaggiatori rom schedati sui treni

Segnalare e contare "eventuali passeggeri di etnia rom" che salgono e scendono dal treno alla fermata di Salone, tra Roma Tiburtina e Avezzano. La "selezione" è affidata a controllori e capotreni alle prese con un modulo prestampato di Trenitalia, secondo l'azienda però mai in pratica utilizzato, che non menziona passeggeri senza biglietto o molesti, ma semplicemente gli appartenenti all'etnia rom.
Un asterisco tra voci burocratiche, proprio sopra la casella "annotazioni", che ha scatenato la denuncia dei ferrovieri del sindacato autonomo Fast Ferrovie, che conta 3mila iscritti soprattutto tra i macchinisti. Con un piccolo giallo: Ferrovie dello Stato sostiene che il modulo non è mai stato impiegato, ma evidentemente ha circolato abbastanza per provocare la reazione di capotreni e addetti, scandalizzati dalla prospettiva di dover compilare quelle caselle.
Con una lettera indirizzata al ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna chiedono di correggere il modulo "dall'evidente intento discriminatorio". "La richiesta ai capotreni di indicare viaggiatori di etnia rom, meramente in quanto tali e senza alcun'altra motivazione, non può avere altra lettura che la discriminazione - scrive al ministro il segretario di Fast, Piero Serbassi - Noi crediamo che tutto ciò non possa essere tollerato. Per questo siamo a chiederle un intervento". Intervento che però, secondo Ferrovie dello Stato non è necessario, perché il modulo non è stato poi "attivato". "E comunque tutto quello che facciamo è per la sicurezza dei viaggiatori - spiegano dall'azienda - la fermata di Salone è nei pressi di un enorme campo nomadi, è stata chiusa nel 2002 per ragioni di sicurezza e riaperta solo dal primo aprile. La questione è molto seria, in passato ci sono state minacce ai viaggiatori, nessuno voleva più prendere il treno in quella stazione. La riapertura è stata concessa solo a patto di controlli molto rigidi sulla sicurezza, con tanto di telecamere. La questione di quell'area è nota a tutte le amministrazioni".
Gli addetti si pongono però anche problemi pratici. "Come fa il personale a stabilire che il cliente in questione sia inequivocabilmente di etnia rom? - chiede Serbassi nella lettera - il viaggiatore di etnia rom va segnalato anche se regolarmente in possesso di biglietto?". La questione finisce su un blog di ferrovieri che citano Bertolt Brecht: "Vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubacchiavano. Quando presero me non c'era rimasto nessuno a protestare".



fonte: La Repubblica

5 maggio 2010

Processo d'appello al Sud Ribelle. Io ci sarò.

A distanza di un anno si ritorna a parlare di processo al “Sud ribelle” in vista dell'udienza fissata per il 18 maggio presso la Corte d'Appello di Catanzaro.
Dall'assemblea emerge forte la determinazione a che non cada nel dimenticatoio. Genova ha segnato il movimento con la morte impunita di Carlo Giuliani, le pesanti condanne inflitte ai compagni processati a Genova -con lo sdoganamento di reati fascisti quali devastazione e saccheggio- e il rischio concreto che la corte di Catanzaro potrebbe accogliere il ricorso dell'accusa riportando il processo di Cosenza all'anno zero.
Non si deve sottovalutare questo processo perchè significherebbe sminuire quello che potrebbe determinare in termini repressivi a tutto il corpo militante. Nè bisogna dimenticare che le condanne dei poliziotti di Ge e Na gridano vendetta. Proprio negli stessi giorni del processo d’appello a Catanzaro contro i nostri militanti, parte quello d’appello dei poliziotti condannati a Genova per le torture nella caserma Diaz.
Il processo al “Sud ribelle”, è bene ricordarlo, è uno dei due filoni d'inchiesta aperti a Genova che cerca di raccontare come criminale la forma aggregativa autonoma contro i padroni e i potenti del mondo.
Ancora, bisogna rilanciare forte il messaggio che i processi sono a carico dei compagni solo formalmente, mentre politicamente sono processi all'intero movimento. E oggi è più che mai necessario assumersi collettivamente questa responsabilità visto il clima di repressione che si respira.
Dall'assemblea è emersa la necessità di un'analisi più approfondita per cercare di ricompattare il movimento, specialmente al sud, su questioni quali lavoro/reddito, devastazione ambientale, migranti, sfruttamento e diritto al dissenso. Centrale resta la questione ponte sullo stretto. Qui si concentra tutto ciò che c’è di peggio in questo Governo, nazionale e regionale, e nei nostri territori. Un misto che va dai finanziamenti mafiosi al controllo dei territori da parte della ‘ndrangheta .
Per tutto questo è necessario rialzare l’attenzione su quanto sta avvenendo in tutta Italia a livello repressivo: case occupate sgomberate, centri sociali chiusi con la forza dalla polizia, operai caricati ovunque attuino forme diverse di protesta. Il movimento non può restare estraneo a tutto questo. Deve organizzare ovunque assemblee per richiamare l’attenzione su questo processo e sin da ora chiamare a raccolta tutti e tutte per essere presenti con un forte presidio davanti e dentro il Tribunale di Catanzaro.

Coordinamento liberi tutti

Dall’assemblea meridionale del 30/4/10 al CPOA Rialzo per la riapertura del processo al Sud Ribelle in Corte d'appello a CZ

Novara: multata donna con il burqa

Torna la questione del burqa e della libertà delle donne islamiche. Si comincia a Novara, dove una donna col velo integrale è stata fermata, venerdì scorso, nei pressi di un ufficio postale.
La migrante rischia una multa di 500 euro in base ad una ordinanza del sindaco leghista Massimo Giordano, che dice: «Questa è la via dell'integrazione».
Lo scorso autunno Mara Carfagna prometteva di bandire burqa e niqab nei luoghi pubblici in quanto simboli della sopraffazione maschile: «Io non ho mai creduto a quelle donne che dichiarano di scegliere il burqa, perché una limitazione della libertà non può essere una scelta autenticamente libera». Ma la ministra si è astenuta dal presentare un disegno di legge governativo, scegliendo di affidarsi alla proposta della sua collaboratrice Souad Sbai, parlamentare Pdl di origine marocchina, da anni impegnata con l'associazione Acmid-donna nella difesa dei diritti delle musulmane in Italia.
Nella proposta di Sbai, attualmente in discussione alla commissione Affari costituzionali della Camera, viene apportato un semplice ma significativo cambiamento ad una legge del 1975, varata per contrastare il terrorismo, che esplicitamente vieta l'uso di caschi integrali o altri indumenti che possano impedire il riconoscimento di una persona in un luogo pubblico. A questa dicitura verrebbe aggiunto il divieto del niqab e del burqa che, spiega Sbai, nulla hanno a che vedere con le usanze religiose dell'Islam ma sono «un obbligo» imposto alle donne dagli «estremisti».
La duplice ottica della parlamentare marocchina è quella di liberare, per così dire, le donne e isolare i fondamentalisti islamici.
A questa legge si oppone, sempre per così dire, la proposta di Paola Binetti che sfuma il divieto assoluto e ritiene indispensabile lasciare la libertà di indossare capi di vestiario simbolo di appartenenza religiosa, purché «liberamenti scelti» e che lascino scoperto il viso.
E' proprio questo il punto: chi deciderà se una donna ha liberalmente scelto di coprire il viso e il resto del corpo? Come sarà possibile distinguere una reale volontà di imbacuccarsi col burqa dalla imposizione culturale, o fisica, di un marito-padrone? In fondo il dibattito sul velo è tutto racchiuso in quella locuzione: «liberamente scelti».
Emanuela Moroli, presidente di Differenza Donna, commenta: «Il burqa non è certamente un abito comodo, per usare un eufemismo. Ma trovo insopportabile questo legiferare sui vestiti delle donne». Moroli, però, trova giusta la proposta francese in discussione proprio questi giorni, che vuole introdurre il reato di imposizione del burqa per punire quei mariti e quei padri, e insomma chiunque imponga alle donne della famiglia di uscire completamente avvolte dalla palandrana nera. Per loro si prevedono pene pesanti: un anno di carcere e 15mila euro di multa. Per le donne, invece, una multa di 150 euro.
E' soltanto della settimana scorsa il primo divieto europeo al burqa, varato dal Parlamento belga, che prevede una multa di 25 euro e rischia di passare sette giorni dietro le sbarre.
Il dibattito in Francia è sicuramente condizionato dalla questione della laicità dello Stato che ha portato a vietare tutti i simboli religiosi dai luoghi pubblici, a cominciare dalle scuole. La battaglia contro il burqa è una battaglia personale di Sarkozy che rischia però di cozzare con la Costituzione che tutela la libertà di coscienza. Ecco perché i socialisti, pur contrari al burqa, stanno studiano una controproposta più leggera.
In Italia la discussione sul velo integrale doveva coincidere con quella sulla cittadinanza, rimandata a dopo le regionali ma in fase di stallo per la tempesta tra finiani e berlusconiani. L'idea della maggioranza è quella di negare il passaporto italiano alle famiglie che impongono il burqa alle donne. A sinistra, invece, risulta irritante il fatto che la destra punti il dito esclusivamente contro le comunità islamiche, come se fossero gli unici luoghi di violenza contro le donne. Significativo è il fatto che, per la prima volta, il ministero delle Pari opportunità sia parte civile nel processo contro il padre di Sanaa, la ragazza uccisa a Pordenone perché frequentava un ragazzo italiano.

3 maggio 2010

Stefano Cucchi: falsità ed omissioni per nascondere il pestaggio

Sarebbe bastato un semplice cucchiaino di zucchero sciolto in un bicchiere di acqua a salvare la vita di Stefano Cucchi. E’ quanto i pubblici ministeri Barba e Loy scrivono nell’atto di fine indagine appena depositato che contesta “le mancate cure” al giovane da parte del primario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dei quattro medici e dei tre infermieri. Le accuse sono precise: favoreggiamento e abbandono di incapace con l’aggravante di averne provocato la morte, abuso di ufficio e falso ideologico. Tredici le persone coinvolte che finiranno sotto processo tra personale medico e paramedico, secondini e un dirigente dell’amministrazione penitenziaria.

Ma ripercorriamo insieme le tappe:
15 ottobre 2009, ore 23,30: Stefano Cucchi viene arrestato per possesso di modesta quantità di sostanze stupefacenti. E’ sano, la mattina era stato in palestra ad allenarsi.
16 ottobre, sotterranei del tribunale di Roma: al processo Cucchi arriva con il volto gonfio e con delle ecchimosi sotto gli occhi.
22 ottobre ore 03,00: Stefano Cucchi muore per disidratazione nel padiglione carcerario dell’ospedale Pertini di Roma; è denutrito, ha il corpo ricoperto di ematomi, fratture e altre lesioni.
La procura avvia un’indagine per omicidio preterintenzionale, la salma del giovane romano viene riesumata per ulteriori accertamenti, il 13 novembre arrivano i primi avvisi di garanzia ai tre agenti della polizia penitenziaria e ai tre medici del Pertini.
Il DAP, dipartimento di amministrazione penitenziaria, dispone un’inchiesta interna e assolve gli agenti; i medici vengono rimossi dalla Asl ma, in seguito alle proteste dei colleghi e dell’ordine dei medici, vengono reintegrati.

Oggi cade l’accusa di omicidio, la posizione degli agenti della penitenziaria si attenua, è vero, ma quella dei medici fa venire la pelle d’oca, rischiano otto anni di carcere.
Hanno abbandonato Stefano, hanno aggiustato la cartella clinica, hanno “orientato” la destinazione in un reparto, quello carcerario, non adatto alle condizioni del paziente e infine hanno mentito sulle “buone condizioni di salute”. Scrivono i pm:“ intenzionalmente gli procuravano un danno ingiusto di rilevante gravità nel ricoverarlo in un centro inidoneo”.
Ma ancora una volta non si riesce a dare una risposta alla domanda: come un ragazzo arrestato in buone condizioni di salute si è ritrovato morto in un letto d’ospedale dopo soli sei giorni? I medici lo avrebbero potuto salvare ma chi lo ha ridotto in quello stato?
E’ quanto si cercherà di capire nel dibattimento. Negli atti depositati qualche altro frammento di verità viene fuori: si riconosce, intanto, che all’origine del decesso c’è stata un’aggressione e forse più d’una; c’è l’ipotesi che “in concorso tra loro alcuni agenti, abusando della loro autorità, spingendo e colpendo con calci Stefano Cucchi, lo facevano cadere in terra causandogli politraumatismo, lesioni e fratture alla IV vertebra sacrale” e perchè si sarebbero così accaniti contro il detenuto? “per farlo desistere dalla richiesta di farmaci e dalle continue lamentele”.
Gli agenti non sopportavano i lamenti di dolore del geometra romano, non volevano sentirlo, dava loro fastidio dunque bisognava punirlo.
La famiglia di Stefano Cucchi non si arrende, la sorella Ilaria parla di ricostruzione “allucinante” di quei momenti. “Ora so che mio fratello è stato ucciso -ha detto- questa cosa è stata chiarita, Stefano è stato letteralmente abbandonato dai medici che si sarebbero dovuti prendere cura di lui” ha aggiunto Ilaria. La sorella e tutta la famiglia di Stefano ora sperano che nei prossimi giorni si faccia chiarezza e si scopra la verità sulle prime ore dopo l’arresto del ragazzo, partendo dal pestaggio potrebbe nuovamente cambiare la posizione degli agenti della penitenziaria che lo tennero in custodia.
Ma bisognerà attendere il processo per avere una risposta alle centinaia di domande che tutti noi ci siamo posti in questi interminabili 200 giorni. Appare chiaro però l’impulso sadico che ha invaso corpo e mente di questi 13 uomini, una violenza gratuita, una cattiveria difficilmente raccontabile forse dettata dalla paura di essere scoperti e additati come torturatori che prima ha fatto marcire, nelle celle di sicurezza del tribunale, un giovane romano arrestato per 20 grammi di hashish e due di cocaina e poi lo ha lasciato morire sapendo che si sarebbe potuto salvare con un semplice bicchiere di acqua e zucchero.


Roberta Serdoz

1 maggio 2010

Lettera dal carcere di Macomer (NU)

Carissimi compagni, tanti saluti,
sono Chabchoub Mohamed, tunisino, dal 1989 in Italia. Adesso mi trovo nel carcere di Macomer. Sono stato arrestato il 9 agosto 2008 assieme ad altri tre tunisini e un marocchino, tutti accusati di "terrorismo internazionale" (cellula di Imola, Faenza, Bologna). Noi quattro tunisini siamo tutti a Macomer, il nostro fratello del Marocco invece è a Parma al centro clinico - problemi ai reni.
Vi scrivo la mia prima lettera per raccontare la nostra situazione.
Dal carcere di Bologna siamo stati trasferiti circa 1 anno fa qui a Macomer, dove siamo sottoposti alla tortura psicologica.
Vi racconto soltanto l'ultimo viaggio per andare all'udienza al tribunale di Bologna.
Partenza il giorno 3 aprile 2010 ore 2.30 del mattino: da Macomer a Cagliari, noi siamo quattro in furgone dentro le gabbie con le manette; scorta di 12 agenti penitenziari, armati. Imbarco sull'aereo fino a Milano, poi di nuovo in furgone con destinazione carcere di Vigevano. Qui ci mettono nella sezione di "osservazione", praticamente isolamento.
Il giorno 7 aprile alle ore 6 del mattino partenza in furgone da Vigevano per Bologna, ci infilano manette speciali, 10 agenti più due volanti di scorta. 3 ore di viaggio in condizioni terribili. Uno di noi non ha mai smesso di vomitare. Anch'io non sto bene, il mio stato di salute non è dei migliori: ho un'ernia inguinale, soffro alla prostata e mi porto dietro la bronchite. Nonostante tutto questo ci fanno viaggiare in questi condizioni.
In aula il presidente della corte d'assise ascolta il perito (sulle trascrizioni delle conversazioni ambientali, telefoniche…), il quale ripete più volte di non essere riuscito a preparare le perizie, dice di aver chiamato in aiuto un altro interprete e che gli occorrono ancora, minimo, 40 giorni. Così le udienze fissate per il 7, 14, 21 aprile vengono spostate rispettivamente al 5, 12 e 21 maggio. E' la seconda volta che il processo viene rinviato causa ritardi del perito. Stavolta il giudice ha detto di aver fretta, perché la sua vice (giudice a latere) sta per essere trasferita a Genova e questa faccenda deve concludersi entro maggio. Speriamo bene.
Nota: gli interpreti sono due marocchini e un giordano, mentre i discorsi da tradurre sono tutti in lingua tunisina. Uno degli interpreti mi ha detto che fatica a capire i discorsi in lingua araba tunisina. Secondo voi, questo è giusto? Penso di no. L'avvocato ha detto: faccio quello che posso. Pensate inoltre che il perito è un italiano, non so come faccia a capire.
Alla fine dell'udienza ci portano di nuovo a Vigevano - alle stesse condizioni dell'andata. Appena arrivati al carcere, già informato del rinvio, con il DAP hanno immediatamente deciso la trasferta per Macomer.
Dovevo fare un colloquio con la mia famiglia (moglie, tre bambini di 11, 6 e 4 anni, tutte femmine, sono tutte nate qui, dove stanno anche crescendo) il giorno 10 aprile, un sabato, invece il venerdì 9 il comandante del carcere mi comunica della trasferta a Macomer, decisa proprio per il giorno successivo, quello del colloquio. Mi hanno fatto telefonare a mia moglie per comunicarle di non venire. Pensate, in 5 mesi ho visto la mia famiglia una volta sola, e solo per 1 ora.
Vi invito a venire il giorno 5 maggio alla corte d'assise di Bologna per assistere all'udienza, così potete capire meglio quello che sta succedendo.
Un saluto caro da Chabchoub Mohamed

Macomer, 23 aprile 2010

Appello. Nessuno spazio ai neofascisti

Il mondo della formazione respinge i «fascisti del terzo millennio» di CasaPound e Blocco studentesco, che vorrebbero manifestare a Roma il 7 maggio. «I gruppi che si ispirano al fascismo, sono corpi estranei al tessuto vivo di scuola e università e non devono trovare cittadinanza e accessibilità in questi luoghi», dicono.
Nelle ultime settimane, due, tra le principali università di Roma –Tor Vergata e Roma Tre – sono state attraversate da episodi di violenza, che ci lasciano attoniti e preoccupati.
Nel primo caso sono avvenuti, in pieno giorno, durante lo svolgimento di un Senato Accademico, nel secondo invece, durante la sera, di fronte alla Facoltà di Lettere. In entrambe i casi, i diretti responsabili di queste aggressioni, indiscriminate, perpetrate ai danni degli studenti, appartengono all’organizzazione Blocco Studentesco, la parte giovanile del gruppo politico di Casa Pound. Per scoprire di cosa si tratta è sufficiente guardare il sito e i blog: loro stessi, infatti, si definiscono “fascisti del terzo millennio”.
Non si tratta solo di slogan, ma di un’applicazione diretta e sistematica di pratiche violente ed antidemocratiche, fatte di insulti, minacce, aggressioni, ai danni degli studenti universitari e della scuole superiori, che esprimono delle opinioni differenti, contrarie alle teorie e ai metodi di ispirazione neofascista. Il Blocco studentesco, già l’anno passato, nel pieno del movimento dell’Onda, si è reso responsabile di aggressioni e disordini, colpendo direttamente, durante la discussione in Senato del d.d.l Gelmini, gli studenti che manifestavano a Piazza Navona.
E’ probabilmente superfluo richiamare alcuni principi costituzionali, o la legge Mancino del ’93, che vietano esplicitamente gesti e azioni che si richiamano all’ideologia nazifascista. Molto più semplicemente, basterebbe osservare che la proliferazione di questi gruppi, ci segnala una situazione di vera e propria emergenza democratica.
In questo contesto, è importante assumere una posizione chiara, dire che coloro che incitano alla discriminazione razziale, coloro che applicano sistematicamente la violenza nei confronti del diverso, coloro che traggono ispirazione dal fascismo e dal cameratismo militaresco, non sono i benvenuti nelle scuole e nell’università. Ed è importante che a dire questo sia l’intero corpo democratico, in primis del mondo della formazione, per ribadire che la libertà e la democrazia non sono dati acquisiti una volta per tutte, ma pratiche da difendere e rinnovare ogni giorno.
Chiediamo a tutti i componenti del mondo della formazione, docenti in primo luogo, ricercatori, dottorandi studenti, ma anche a tutte le forze politiche, di prender parola, di esprimersi a riguardo. Di aprire gli occhi rispetto alla vera natura di queste organizzazioni che, se da un lato presentano pubblicamente una nuova facciata di presunta democraticità, dall’altro perpetuano un’ideologia e delle pratiche profondamente violente e anti-costituzionali.
Crediamo sia necessario, mai come adesso, ribadire con forza, che i gruppi che si ispirano nel loro agire politico quotidiano al fascismo, sono corpi estranei al tessuto vivo di scuola e università e pertanto non devono trovare cittadinanza e accessibilità in questi luoghi, di cui la democrazia e l’antifascismo costituiscono la base imprescindibile.
Chiediamo a tutte le forze politiche democratiche di prendere posizione, in modo chiaro e netto, rispetto alla manifestazione che il Blocco studentesco intende fare venerdì 7 maggio. E’ importante che tutti, dai municipi, al comune fino ad arrivare alla regione, dicano – così come ha già fatto l’Anpi – che questa manifestazione, organizzata da un gruppo di neofascisti con il beneplacito del P.d.L., deve essere vietata, assolutamente.
Per quel giorno, dalle università di Roma e da tutte le scuole, abbiamo deciso di mobilitarci. Crediamo che non si possa rimanere in silenzio, di fronte ad una situazione di emergenza, meglio di urgenza democratica. Crediamo che, nonostante le riduzioni semplicistiche operate dai media, chi conduce una pratica politica aggressiva, razzista, militare, non possa essere equiparato tout court ad un gruppo di studenti, o sedicenti tali.

STUDENTI MEDI ED UNIVERSITARI

1.Alberto Asor Rosa – Professore Emerito di Letteratura Italiana – Università di Roma La Sapienza
2.Raul Mordenti – Professore di Critica Letteraria – Università di Tor Vergata
3.Paolo De Nardis – Professore di Sociologia – Università di Roma La Sapienza
4.Antonello D’angelo – Professore di Storia della metafisica nel pensiero contemporaneo – Università di Roma La Sapienza
5.Irene Kajon – Professoressa di Antropologia filosofica – Università di Roma La Sapienza
6.Myriam Silvera – Professoressa di Storia dell’ebraismo – Università di Roma La Sapienza
7.Pierluigi Valenza – Professore di Filosofia della religione – Università di Roma La Sapienza
8.Paolo Vinci – Professore di Filosofia pratica – Università di Roma La Sapienza
9.Elena Gagliasso – Professoressa di Filosofia e scienze del vivente – Università di Roma La Sapienza
10.Fiorella Bassan – Professoressa di Ermeneutica artistica – Università di Roma La Sapienza
11.Donatella Di Cesare – Professoressa di Filosofia del linguaggio – Università di Roma La Sapienza
12.Francesco Saverio Trincia – Professore di Filosofia morale – Università di Roma La Sapienza
13.Tito Magri – Professore di Filosofia teoretica – Università di Roma La Sapienza
14.Carlo Cellucci – Professore di Logica – Università di Roma La Sapienza
15.Lucio Pagnoncelli – Professore di Pedagogia generale – Università di Roma La Sapienza
16.Pietro Lucisano – Professore di Pedagogia sperimentale – Università di Roma La Sapienza
17.Orlando Franceschelli – Professore di Teoria dell’evoluzione e politica – Università di Roma La Sapienza
18.Caterina Botti – Professoressa di Etica delle donne – Università di Roma La Sapienza
19.Stefano Gensini – Professore di Semiotica – Università di Roma La Sapienza
20.Edoardo Ferrario – Professore di Estetica – Università di Roma La Sapienza
21.Giorgio Asquini – Professore di Pedagogia sperimentale integrato – Università di Roma La Sapienza
22.Paul Corner – Direttore del Centro Studi Regimi Totalitari[CISReTo] – Dipartimento di Scienze Storiche – Università degli Studi di Siena
23.Marina Minucci – Professoressa di lingua Francese – Università di Roma La Sapienza
24.Alessandra Ciattini – Professoressa di Antropoloigia Culturale – Università di Roma La Sapienza
25. Stefano Garroni – Ricercatore CNR – Università di Roma La Sapienza
26.Paola Lombardi – Professore di Antichità greche – Università di Roma La Sapienza
27.Leonardo Capezzone – Professore di Storia del Mediterraneo arabo-islamico – Università di Roma La Sapienza
28.Sonia Gentili – Professoressa di Letteratura Italiana – Università di Roma La Sapienza
29.Maria Rosaria Marella – Professoressa di diritto privato – Università di Perugia
30.Simone Capra – Dottorando di ricerca Villard de Honnecourt – Università di Roma Tre
31.Giorgio Mariani – Professore di Lingue e letterature anglo-americane – Università di Roma La Sapienza
32.Barbara Staniscia – Ricercatrice di Scienze Umanistiche – Università di Roma La Sapienza
33.Marco Ribezzi Crivellari – Dottorando di ricerca in Fisica – Università di Roma 3
34.Jorg Senf – Professore di Tedesco – Università La Sapienza di Roma
35.Paolo Desideri – Professore di Progettazione architettonica e urbana – Università di Roma Tre
36.Francesco Careri – Ricercatore di Progettazione architettonica e urbana – Università di Roma Tre
37.Bianca Iaccarino Idelson – Ricercatrice di psicologia dinamica – Università di Roma Tre
38.Sandra Annunziata – Assegnista di ricerca del Dipsu – Università di Roma Tre
39.Daniela De Leo – Assegnista di ricerca del Dipsu – Università di Roma Tre
40.Ilaria Panato – Dottoranda del Dipsu – Università di Roma Tre
41.Viola Mordenti – Dottoranda del Dipsu – Università di Roma Tre
42.Giorgia Cacciotti – Dottore di ricerca – Università di Roma Tre
43.Viviana Fini – Dottore di ricerca – Università di Roma Tre
44.Claudia Gatti – Dottore di ricerca – Università di Roma Tre
45.Marco Tullio Liuzza – Dottorando in Neuroscienze cognitive e sociali – Università di Roma La Sapienza
46.Federico Marini – Ricercatore in Chimica – Università di Roma La Sapienza
47.Pietro Montani – Professore di Estetica – Università di Roma La Sapienza
48.Paola Rodano – Professore di Istituzioni di filosofia teoretica – Università di Roma La Sapienza
49.Francesco Pitocco – Professore di Storia – Università di Roma La Sapienza
50.Piero Bevilacqua – Professore di Storia – Università di Roma La Sapienza
51. Saverio Luzzi – Dottore in Storia e scrittore
52.Giancarlo Ruocco – Direttore del dipartimento di Fisica – Università di Roma La Sapienza
53.Margherita Hack – Professoressa di Astrofisica – Università di Trieste
54.Oliviero Diliberto – Professore di Diritto romano – Università di Roma La Sapienza
55.Vito Francesco Porcaro – Ricercatore Inaf
56.Chiara Cavallaro – Ricercatrice Cnr
57.Paola Bertolazzi – Ricercatrice Cnr
58.Angelita Castellani – Ricercatore Cnr
59.Orazio Licandro – Professore di Diritto romano – Università di Catanzaro
60.Antonio Montefusco – Ricercatore di Storia medievale – Università di Roma La Sapienza
61.Irene Bevilacqua – Dottoranda di Storia contemporanea – Università di Roma La Sapienza
62.Livio Ciappetta – Dottoranda di Storia moderna – Università di Roma La Sapienza
63.Danilo Corradi – Dottorando di Storia contemporanea – Università di Roma La Sapienza
64.Giuseppe Ricco – Professore di Ingegneria – Università di Palermo
65.Anna Giglio – Ricercatrice al Cnr
66.Bruno Buongiorno Nardelli – Ricercatore al Cnr
67.Francesca Margiotta – Ricercatrice al Cnr
68.Luciano Mariti – Direttore del dipartimento Arti e Scienze dello spettacolo – Università di Roma La Sapienza
69.Bruno Martino – Ricercatore al Cnr
70.Danilo Di Genova – Dottorando di ricerca in Geodinamica – Università Roma Tre

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