8 maggio 2010

Roma: fermato e picchiato dalla Polizia sotto casa

Picchiato durante Roma-Inter. Proprio vicino allo Stadio Olimpico di Roma, dove giallorossi e nerazzurri si battevano per la vittoria della Coppa Italia. Lui invece veniva preso, strattonato e picchiato da alcuni agenti di polizia.
Sono i genitori di Stefano Gugliotta a denunciare il fatto. Ora il 25enne è in carcere, in cella d'isolamento, dopo essere stato fermato e malmenato, a Roma, da poliziotti la sera del 5 maggio scorso. La famiglia del giovane ha mandato un video fatto dall' alto - probabilmente da una abitazione - con un telefonino dell'accaduto a «Chi l'ha visto?», la trasmissione di Rai3, che lo ha diffuso sul suo sito. Il fermo di Stefano Gugliotta, secondo quanto riferisce la famiglia, è avvenuto in viale Pinturicchio, alle 21,40, nei pressi dello Stadio Olimpico.
Nelle immagini del video si vede un motorino con a bordo due giovani; un poliziotto blocca il motorino. Comincia un diverbio fra i tre; il ragazzo che si trova di dietro, con una felpa bianca, scende, viene rincorso per un po', poi corre via. L'altro, con una maglia rossa, viene strattonato sul viso, vengono alle mani. Il giovane si difende. Arriva un altro poliziotto e poi altri agenti che circondano il ragazzo sulla moto; continua la colluttazione.

Milano: detenuto si suicida nel carcere di San Vittore.

Un detenuto bulgaro di 33 anni si è ucciso nel carcere di San Vittore, a Milano. A Il recluso si è tolto la vita verso le 14 impiccandosi con un lenzuolo. Era in attesa di estradizione in Spagna, dove era accusato di omicidio: proprio nei giorni scorsi era stato condannato a trent'anni. Con il caso di oggi sono 25 i detenuti che si sono suicidati dall' inizio dell'anno.

Omicidio Lonzi: Lettera della mamma

Il 19 maggio alle ore 11 ci sarà a Livorno l’udienza con il Gip, che dovrà decidere se chiudere definitivamente il caso di Marcello Lonzi.
Sono ora sette anni che lotto per avere giustizia per la morte di mio figlio Marcello. Nell’aula ci sarò io, il compagno di cella di Marcello e due guardie penitenziarie. So che per me non sarà facile guardarle, ma sono sicura che non eviterò i loro sguardi.
Tutto adesso dipenderà dal Gip Rinaldo Merani, colui che archiviò nel 2004, perciò le speranze di avere giustizia per mio figlio sono NULLE.
Ecco perchè ancora una volta ho bisogno della vostra presenza, del vostro calore che in questi sette anni solo voi siete riusciti a trasmettermi. Dirvi grazie è pochissimo per me, ma vi abbraccio, tutti quelli che conosco, e anche le persone che mi hanno aiutato a sostenere le spese medico-legali che non ho avuto il piacere di conoscere.
L’avvocato Matteo Dinelli dice che ci sono troppi elementi che non tornano, come mette in risalto la perizia del mio medico legale Marco Salvi di Genova: che durante l’esumazione della salma furono trovati frammenti di vernice blu scura attaccati alla pelle sul buco in testa; e poi le lesioni dietro le spalle... Ci sarebbero molti dubbi, ma la Procura archivia. Perché?
Sono sempre stata una mamma obbiettiva, mio figlio aveva sbagliato e doveva pagare, era in carcere per scontare la sua pena. Lo Stato lo ha preso e lo ha consegnato dentro una bara. Ora io non ci sto, chi ha sbagliato deve pagare, la legge deve essere uguale per tutti no?? Se la Procura di Livorno mi archivia non potrò più fare niente contro di loro, solo ricorrere in Cassazione a Roma e poi a Strasburgo. Credetemi non sarà tanto facile perché se perdo a Roma dovrò pagare tutte le spese del processo, e io adesso non sono in grado. Alcuni ragazzi di Pisa hanno detto che faranno un concerto in piazza per aiutarmi, li ringrazio sin d’ora per il pensiero, ma io vorrei che la Procura riconoscesse che Marcello è stato ucciso! La verità non si può più nascondere, basta guardare le foto, non è morte naturale come vogliono far apparire loro, basta insabbiamenti!
Hanno richiesto l’archiviazione motivandolo con il rapporto tra me e mio figlio!! Che ne sanno loro di Marcello? Solo io posso dire tante cose sul suo conto, ed è giunto il momento di buttare fuori tutto ciò che per sette maledetti anni mi sono tenuta dentro, senza mai ribellarmi a coloro che hanno puntato il dito su di me, facendo credere cose assurde sul rapporto fra me e il mio Marcellino, come lo ho sempre chiamato io dal giorno che è nato.
Sapevo tutto quello che faceva, mi raccontava ogni cosa, pur sapendo di ferirmi lui doveva parlare con me, era fatto così. Come mamma certamente io non dicevo certo fai bene, cercavo di lavorare sodo per dargli i soldi, per evitare che andasse a rubare, faceva uso di droga, ma oggi posso ringraziarlo per il rispetto che mi ha sempre portato, perché io non l’ho mai visto con una siringa, né in mano, tantomeno nel braccio. Ricordo una sera, mi telefonò di andarlo a trovare, mi mise al corrente di un fatto molto serio, lo pregai di non farlo, per ben un’ora e mezza a parlare con lui, a dissuaderlo ma ne valse la pena, perché mio figlio mi ascoltò. Oggi non so se gli avrei detto le stesse parole.
Era un ragazzo gioviale, rideva sempre, molto mammone come tutti i maschi, ma sapeva che quando sbagliava io ero lì a riprenderlo. Mi diceva sempre una frase: “te mamma vai sempre fino in fondo”. Ero e sono ancora oggi così. Non lascio mai le cose a metà.
Lui viveva a Livorno, io a Pisa, due volte a settimana mi chiamava solo per salutarmi, poi ero io che andavo da lui per portargli la spesa e i soldi, siamo stati al ristorante insieme, mi ha fatto vedere quando era rappresentante di orologi, era dispiaciuto quando era il mio compleanno e non poteva farmi un regalo, ma già il suo bacio valeva per me più di cento regali, e questo lui lo sapeva. Marcello era cresciuto con rispetto e educazione, per fortuna è stato un bene che ha conservato.
Ora voglio dire a quei detenuti che hanno puntato il dito contro di me, e alla Procura di Livorno, che voi non sapevate un bel niente del nostro rapporto, né credo a una sola parola che avete messo nero su bianco dicendo che lo diceva Marcello, perché mio figlio aveva troppo rispetto per dire queste cose. Quello che invece sono sicura è che vi è stato imboccato di dirle, ma a me non fanno poi tanto male. Ma non sporcate la memoria di mio figlio, questo non lo permetto!
Per fortuna ci sono persone ancora pulite che non si fanno corrompere, né si vendono ai giudici, né alle forze dell’ordine, e la dimostrazione è stata il 16 gennaio a Livorno alla manifestazione. Coloro credono come me che Marcello Lonzi è stato ucciso e come sempre tanto poi la verità prima o poi viene fuori.
Come mamma ho il dovere di lottare ancora, lo devo a Marcello, e sono sicura che guardandomi da lassù dirà: “lei va fino in fondo, perché mia madre è fatta così, e io non voglio che cambi”.


Maria Ciuffi
http://marcellolonzi.noblogs.org

7 maggio 2010

Carcere: Suicidio di un detenuto nel carcere di Como

Ennesimo suicidio, il 24/mo dall'inizio dell'anno, nelle sovraffollate istituzioni detentive italiane. Eraldo De Magro, detenuto originario di Cosenza e con precedenti per traffico di armi, si è tolto la vita impiccandosi con i lacci delle scarpe nel carcere di Como. Recentemente - riferiscono fonti interne al carcere di Como - aveva lamentato di sentirsi perseguitato dall'autorità giudiziaria. Da una decina di giorni rifiutava il cibo e - si è inoltre appreso - sul calendario all'interno della cella, alla data di oggi, 6 maggio, avrebbe scritto la parola 'fine'.

Con la morte di Eraldo Di Magro, salgono a 100 i detenuti suicidi negli ultimi 18 mesi.
Il Piano carceri è in gestazione da almeno un anno e mezzo, prova ne è il titolo di questo articolo, apparso sul Corriere della Sera il 7 novembre 2008 “Alfano: al via Piano di edilizia carceraria studiato con Matteoli”. Ma è del gennaio 2009, 16 mesi fa, l’avvio ufficiale del Piano, sempre stando ai titoli dei quotidiani: “Ionta nominato Commissario Straordinario per l’Edilizia penitenziaria” (Italia Oggi, 23 gennaio 2009); “Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Piano carceri” (La Repubblica, 23 gennaio 2009).
Da un anno e mezzo a questa parte il ministro Alfano e altri esponenti governativi hanno annunciato più volte l’imminente avvio del “Piano”, indicandolo come “soluzione definitiva” al problema sempre più pressante del sovraffollamento carcerario. In 18 mesi il numero dei nuovi posti-detenuto (annunciati) da costruire è progressivamente aumentato, dai 17.000 ai “21.479” dichiarati ieri dal ministro della Giustizia. Nel contempo è lievitato anche l’ammontare degli stanziamenti necessari (annunciati), da 1-1,2 miliari di euro a 1,6 miliardi di euro. Finora nulla è stato speso e nessun nuovo posto-detenuto è stato creato.
Nel novembre 2008 nelle carceri italiane erano presenti 57.000 detenuti, cioè 10.500 meno di oggi, che equivalgono a un “mezzo piano carceri” già andato in fumo (assieme a 800 milioni di euro… investimento reso vano prima ancora di essere impiegato).
Ma in attesa dell’avvio per “Piano carceri” nelle sovraffollate, indecenti e invivibili carceri italiane si sono suicidati 100 detenuti (7 tra novembre e dicembre 2008, 72 nel 2009 e 21 nel 2010). Molti lo avranno fatto per sofferenze legate a vicende famigliari, a depressione, a fattori “imprevisti e imprevedibili”, ma almeno qualcuno è stato certamente spinto a togliersi la vita da condizioni detentive divenute insopportabili, tra affollamento e mancanza di personale penitenziario (sia del “trattamento che della sorveglianza). (fonte Osservatorio permanente sulle morti in carcere)

6 maggio 2010

Pieve di Cento (Fe): Pestaggio in caserma

Per gli agenti della Polizia municipale di Reno Galliera è un automobilista che ha reagito con le botte ad un controllo, per lui invece solo loro gli aguzzini: i vigili urbani. «Mi hanno portato in caserma e mi hanno pestato», è scritto nella querela consegnata al pm.
Così quella che avrebbe dovuto essere una denuncia per resistenza e rifiuto di sottoporsi ad accertamenti sullo stato psicofisico del conducente dell’auto si è trasformata negli ultimi giorni in un nuovo possibile caso di abusi ad opera di pubblici funzionari cui è stato affidato il compito di far rispettare leggi e regolamenti. La storia è approdata in procura (il magistrato competente è Barbara Cavallo) un paio di giorni fa e deve ancora, quindi, essere valutata dagli inquirenti. La cautela è d’obbligo e i fatti al centro delle indagini sono al momento posizionati in segmenti diversi del loro percorso giudiziario.
La denuncia contro A.C., 32 anni, nato a Cento, comune nel quale ha anche lavorato, ma residente a Pieve, ha già passato il vaglio delle indagini preliminari ed è giunta ad un passaggio cruciale: la notifica dell’atto con cui il pm informa le parti dell’avvenuta conclusione dell’inchiesta. Le accuse di A.C. rivolte ad alcuni agenti della polizia municipale di Reno Galliera, che accorpa il servizio di alcuni Comuni del Bolognese tra cui Pieve di Cento, sono contenute in una memoria-querela con la quale la difesa dell’i ndagato, rappresentata dall’avvocato Massimo Bissi, chiede al pm di svolgere accertamenti e di indagare su specifici fatti. Un input, al momento, nulla di più. La vicenda risale al pomeriggio del 24 marzo scorso, mentre A.C. stava percorrendo via Ponte Nuovo, a Pieve, provenendo da Cento. Giunto all’altezza di via Iº maggio l’u omo ha svoltato poco prima di incrociare una pattuglia della polizia municipale di Reno Galliera. A.C. sarebbe stato quindi inseguito dalla pattuglia, lampeggianti accesi, e fermato. I vigili eseguono il controllo, ma secondo la loro versione l’uomo si sarebbe opposto innescando una sorta di colluttazione. Nello scontro due agenti restano contusi: uno al polso, l’altro al polso e alle spalle. Si tratta di ferite lievi, guaribili in tre giorni. Ma sono sufficienti per contestare al conducente del veicolo la resistenza a pubblico ufficiale e le lesioni. Il trentaduenne di Pieve deve anche rispondere di guida sotto l’effetto di stupefacenti: non avrebbe accordato infatti il consenso al test previsto da una norma del codice della strada, il che comporta comunque una denuncia.
Il verbale dei vigili urbani innesca un’inchiesta che segue lo stesso corso di altre indagini dello stesso tipo. Il pm chiude le indagini e invia il 415 bis all’indagato, il quale nel frattempo ha compiuto i suoi passi e si è affidato all’avvocato Bissi. Ha interpellato un medico legale, Antonio Vanzi, di Ferrara, e gli ha chiesto una consulenza su alcune contusioni, una in particolare molto evidente (al fianco), che ha sul corpo. Poi, assieme al legale, mette nero su bianco la sua ricostruzione e la trasmette alla procura. L’accusa è pesante ed espone ulteriormente A.C. sul fronte giudiziario: se la sua denuncia fosse inventata o distorta potrebbe essere a sua volta accusato di calunnia. Il suo racconto è corredato di fotografie e fornisce una versione dei fatti molto diversa da quella resa dagli agentoi. Uno dei componenti della pattuglia avrebbe puntato una pistola contro il volto di A.C. subito dopo essersi fermato. Poi l’avrebbe insultato e strattonato, minacciandolo: «Se non fai quello che ti dico ti buco». Ad A.C. viene chiesto di consegnare il cellulare, lui si rifiuta, poi chiama il padre. Quando quest’ultimo arriva A.C. viene caricato in auto e portato alla caserma di S. Giorgio di Piano. Il padre resta indietro. In caserma l’indagato sarebbe stato denudato e perquisito, portato nel bagno, insultato e pestato: colpito «con calci e pugni», sottolinea l’avvocato Bissi. «E’ stato subito trattato come un terrorista, senza nessun motivo - prosegue il legale - nessuno l’ha informato dei suoi diritti, è stato sottoposto a perquisizione personale e dell’auto senza poter chiamare un avvocato e senza che gli venisse rilasciato un verbale, è stato picchiato a mani nude e il medico legale ha confermato la compatibilità delle lesioni (lividi al collo, braccia e a un fianco) con il suo racconto».


fonte: La Nuova Ferrara

Viaggiatori rom schedati sui treni

Segnalare e contare "eventuali passeggeri di etnia rom" che salgono e scendono dal treno alla fermata di Salone, tra Roma Tiburtina e Avezzano. La "selezione" è affidata a controllori e capotreni alle prese con un modulo prestampato di Trenitalia, secondo l'azienda però mai in pratica utilizzato, che non menziona passeggeri senza biglietto o molesti, ma semplicemente gli appartenenti all'etnia rom.
Un asterisco tra voci burocratiche, proprio sopra la casella "annotazioni", che ha scatenato la denuncia dei ferrovieri del sindacato autonomo Fast Ferrovie, che conta 3mila iscritti soprattutto tra i macchinisti. Con un piccolo giallo: Ferrovie dello Stato sostiene che il modulo non è mai stato impiegato, ma evidentemente ha circolato abbastanza per provocare la reazione di capotreni e addetti, scandalizzati dalla prospettiva di dover compilare quelle caselle.
Con una lettera indirizzata al ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna chiedono di correggere il modulo "dall'evidente intento discriminatorio". "La richiesta ai capotreni di indicare viaggiatori di etnia rom, meramente in quanto tali e senza alcun'altra motivazione, non può avere altra lettura che la discriminazione - scrive al ministro il segretario di Fast, Piero Serbassi - Noi crediamo che tutto ciò non possa essere tollerato. Per questo siamo a chiederle un intervento". Intervento che però, secondo Ferrovie dello Stato non è necessario, perché il modulo non è stato poi "attivato". "E comunque tutto quello che facciamo è per la sicurezza dei viaggiatori - spiegano dall'azienda - la fermata di Salone è nei pressi di un enorme campo nomadi, è stata chiusa nel 2002 per ragioni di sicurezza e riaperta solo dal primo aprile. La questione è molto seria, in passato ci sono state minacce ai viaggiatori, nessuno voleva più prendere il treno in quella stazione. La riapertura è stata concessa solo a patto di controlli molto rigidi sulla sicurezza, con tanto di telecamere. La questione di quell'area è nota a tutte le amministrazioni".
Gli addetti si pongono però anche problemi pratici. "Come fa il personale a stabilire che il cliente in questione sia inequivocabilmente di etnia rom? - chiede Serbassi nella lettera - il viaggiatore di etnia rom va segnalato anche se regolarmente in possesso di biglietto?". La questione finisce su un blog di ferrovieri che citano Bertolt Brecht: "Vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubacchiavano. Quando presero me non c'era rimasto nessuno a protestare".



fonte: La Repubblica

5 maggio 2010

Processo d'appello al Sud Ribelle. Io ci sarò.

A distanza di un anno si ritorna a parlare di processo al “Sud ribelle” in vista dell'udienza fissata per il 18 maggio presso la Corte d'Appello di Catanzaro.
Dall'assemblea emerge forte la determinazione a che non cada nel dimenticatoio. Genova ha segnato il movimento con la morte impunita di Carlo Giuliani, le pesanti condanne inflitte ai compagni processati a Genova -con lo sdoganamento di reati fascisti quali devastazione e saccheggio- e il rischio concreto che la corte di Catanzaro potrebbe accogliere il ricorso dell'accusa riportando il processo di Cosenza all'anno zero.
Non si deve sottovalutare questo processo perchè significherebbe sminuire quello che potrebbe determinare in termini repressivi a tutto il corpo militante. Nè bisogna dimenticare che le condanne dei poliziotti di Ge e Na gridano vendetta. Proprio negli stessi giorni del processo d’appello a Catanzaro contro i nostri militanti, parte quello d’appello dei poliziotti condannati a Genova per le torture nella caserma Diaz.
Il processo al “Sud ribelle”, è bene ricordarlo, è uno dei due filoni d'inchiesta aperti a Genova che cerca di raccontare come criminale la forma aggregativa autonoma contro i padroni e i potenti del mondo.
Ancora, bisogna rilanciare forte il messaggio che i processi sono a carico dei compagni solo formalmente, mentre politicamente sono processi all'intero movimento. E oggi è più che mai necessario assumersi collettivamente questa responsabilità visto il clima di repressione che si respira.
Dall'assemblea è emersa la necessità di un'analisi più approfondita per cercare di ricompattare il movimento, specialmente al sud, su questioni quali lavoro/reddito, devastazione ambientale, migranti, sfruttamento e diritto al dissenso. Centrale resta la questione ponte sullo stretto. Qui si concentra tutto ciò che c’è di peggio in questo Governo, nazionale e regionale, e nei nostri territori. Un misto che va dai finanziamenti mafiosi al controllo dei territori da parte della ‘ndrangheta .
Per tutto questo è necessario rialzare l’attenzione su quanto sta avvenendo in tutta Italia a livello repressivo: case occupate sgomberate, centri sociali chiusi con la forza dalla polizia, operai caricati ovunque attuino forme diverse di protesta. Il movimento non può restare estraneo a tutto questo. Deve organizzare ovunque assemblee per richiamare l’attenzione su questo processo e sin da ora chiamare a raccolta tutti e tutte per essere presenti con un forte presidio davanti e dentro il Tribunale di Catanzaro.

Coordinamento liberi tutti

Dall’assemblea meridionale del 30/4/10 al CPOA Rialzo per la riapertura del processo al Sud Ribelle in Corte d'appello a CZ

Novara: multata donna con il burqa

Torna la questione del burqa e della libertà delle donne islamiche. Si comincia a Novara, dove una donna col velo integrale è stata fermata, venerdì scorso, nei pressi di un ufficio postale.
La migrante rischia una multa di 500 euro in base ad una ordinanza del sindaco leghista Massimo Giordano, che dice: «Questa è la via dell'integrazione».
Lo scorso autunno Mara Carfagna prometteva di bandire burqa e niqab nei luoghi pubblici in quanto simboli della sopraffazione maschile: «Io non ho mai creduto a quelle donne che dichiarano di scegliere il burqa, perché una limitazione della libertà non può essere una scelta autenticamente libera». Ma la ministra si è astenuta dal presentare un disegno di legge governativo, scegliendo di affidarsi alla proposta della sua collaboratrice Souad Sbai, parlamentare Pdl di origine marocchina, da anni impegnata con l'associazione Acmid-donna nella difesa dei diritti delle musulmane in Italia.
Nella proposta di Sbai, attualmente in discussione alla commissione Affari costituzionali della Camera, viene apportato un semplice ma significativo cambiamento ad una legge del 1975, varata per contrastare il terrorismo, che esplicitamente vieta l'uso di caschi integrali o altri indumenti che possano impedire il riconoscimento di una persona in un luogo pubblico. A questa dicitura verrebbe aggiunto il divieto del niqab e del burqa che, spiega Sbai, nulla hanno a che vedere con le usanze religiose dell'Islam ma sono «un obbligo» imposto alle donne dagli «estremisti».
La duplice ottica della parlamentare marocchina è quella di liberare, per così dire, le donne e isolare i fondamentalisti islamici.
A questa legge si oppone, sempre per così dire, la proposta di Paola Binetti che sfuma il divieto assoluto e ritiene indispensabile lasciare la libertà di indossare capi di vestiario simbolo di appartenenza religiosa, purché «liberamenti scelti» e che lascino scoperto il viso.
E' proprio questo il punto: chi deciderà se una donna ha liberalmente scelto di coprire il viso e il resto del corpo? Come sarà possibile distinguere una reale volontà di imbacuccarsi col burqa dalla imposizione culturale, o fisica, di un marito-padrone? In fondo il dibattito sul velo è tutto racchiuso in quella locuzione: «liberamente scelti».
Emanuela Moroli, presidente di Differenza Donna, commenta: «Il burqa non è certamente un abito comodo, per usare un eufemismo. Ma trovo insopportabile questo legiferare sui vestiti delle donne». Moroli, però, trova giusta la proposta francese in discussione proprio questi giorni, che vuole introdurre il reato di imposizione del burqa per punire quei mariti e quei padri, e insomma chiunque imponga alle donne della famiglia di uscire completamente avvolte dalla palandrana nera. Per loro si prevedono pene pesanti: un anno di carcere e 15mila euro di multa. Per le donne, invece, una multa di 150 euro.
E' soltanto della settimana scorsa il primo divieto europeo al burqa, varato dal Parlamento belga, che prevede una multa di 25 euro e rischia di passare sette giorni dietro le sbarre.
Il dibattito in Francia è sicuramente condizionato dalla questione della laicità dello Stato che ha portato a vietare tutti i simboli religiosi dai luoghi pubblici, a cominciare dalle scuole. La battaglia contro il burqa è una battaglia personale di Sarkozy che rischia però di cozzare con la Costituzione che tutela la libertà di coscienza. Ecco perché i socialisti, pur contrari al burqa, stanno studiano una controproposta più leggera.
In Italia la discussione sul velo integrale doveva coincidere con quella sulla cittadinanza, rimandata a dopo le regionali ma in fase di stallo per la tempesta tra finiani e berlusconiani. L'idea della maggioranza è quella di negare il passaporto italiano alle famiglie che impongono il burqa alle donne. A sinistra, invece, risulta irritante il fatto che la destra punti il dito esclusivamente contro le comunità islamiche, come se fossero gli unici luoghi di violenza contro le donne. Significativo è il fatto che, per la prima volta, il ministero delle Pari opportunità sia parte civile nel processo contro il padre di Sanaa, la ragazza uccisa a Pordenone perché frequentava un ragazzo italiano.

3 maggio 2010

Stefano Cucchi: falsità ed omissioni per nascondere il pestaggio

Sarebbe bastato un semplice cucchiaino di zucchero sciolto in un bicchiere di acqua a salvare la vita di Stefano Cucchi. E’ quanto i pubblici ministeri Barba e Loy scrivono nell’atto di fine indagine appena depositato che contesta “le mancate cure” al giovane da parte del primario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dei quattro medici e dei tre infermieri. Le accuse sono precise: favoreggiamento e abbandono di incapace con l’aggravante di averne provocato la morte, abuso di ufficio e falso ideologico. Tredici le persone coinvolte che finiranno sotto processo tra personale medico e paramedico, secondini e un dirigente dell’amministrazione penitenziaria.

Ma ripercorriamo insieme le tappe:
15 ottobre 2009, ore 23,30: Stefano Cucchi viene arrestato per possesso di modesta quantità di sostanze stupefacenti. E’ sano, la mattina era stato in palestra ad allenarsi.
16 ottobre, sotterranei del tribunale di Roma: al processo Cucchi arriva con il volto gonfio e con delle ecchimosi sotto gli occhi.
22 ottobre ore 03,00: Stefano Cucchi muore per disidratazione nel padiglione carcerario dell’ospedale Pertini di Roma; è denutrito, ha il corpo ricoperto di ematomi, fratture e altre lesioni.
La procura avvia un’indagine per omicidio preterintenzionale, la salma del giovane romano viene riesumata per ulteriori accertamenti, il 13 novembre arrivano i primi avvisi di garanzia ai tre agenti della polizia penitenziaria e ai tre medici del Pertini.
Il DAP, dipartimento di amministrazione penitenziaria, dispone un’inchiesta interna e assolve gli agenti; i medici vengono rimossi dalla Asl ma, in seguito alle proteste dei colleghi e dell’ordine dei medici, vengono reintegrati.

Oggi cade l’accusa di omicidio, la posizione degli agenti della penitenziaria si attenua, è vero, ma quella dei medici fa venire la pelle d’oca, rischiano otto anni di carcere.
Hanno abbandonato Stefano, hanno aggiustato la cartella clinica, hanno “orientato” la destinazione in un reparto, quello carcerario, non adatto alle condizioni del paziente e infine hanno mentito sulle “buone condizioni di salute”. Scrivono i pm:“ intenzionalmente gli procuravano un danno ingiusto di rilevante gravità nel ricoverarlo in un centro inidoneo”.
Ma ancora una volta non si riesce a dare una risposta alla domanda: come un ragazzo arrestato in buone condizioni di salute si è ritrovato morto in un letto d’ospedale dopo soli sei giorni? I medici lo avrebbero potuto salvare ma chi lo ha ridotto in quello stato?
E’ quanto si cercherà di capire nel dibattimento. Negli atti depositati qualche altro frammento di verità viene fuori: si riconosce, intanto, che all’origine del decesso c’è stata un’aggressione e forse più d’una; c’è l’ipotesi che “in concorso tra loro alcuni agenti, abusando della loro autorità, spingendo e colpendo con calci Stefano Cucchi, lo facevano cadere in terra causandogli politraumatismo, lesioni e fratture alla IV vertebra sacrale” e perchè si sarebbero così accaniti contro il detenuto? “per farlo desistere dalla richiesta di farmaci e dalle continue lamentele”.
Gli agenti non sopportavano i lamenti di dolore del geometra romano, non volevano sentirlo, dava loro fastidio dunque bisognava punirlo.
La famiglia di Stefano Cucchi non si arrende, la sorella Ilaria parla di ricostruzione “allucinante” di quei momenti. “Ora so che mio fratello è stato ucciso -ha detto- questa cosa è stata chiarita, Stefano è stato letteralmente abbandonato dai medici che si sarebbero dovuti prendere cura di lui” ha aggiunto Ilaria. La sorella e tutta la famiglia di Stefano ora sperano che nei prossimi giorni si faccia chiarezza e si scopra la verità sulle prime ore dopo l’arresto del ragazzo, partendo dal pestaggio potrebbe nuovamente cambiare la posizione degli agenti della penitenziaria che lo tennero in custodia.
Ma bisognerà attendere il processo per avere una risposta alle centinaia di domande che tutti noi ci siamo posti in questi interminabili 200 giorni. Appare chiaro però l’impulso sadico che ha invaso corpo e mente di questi 13 uomini, una violenza gratuita, una cattiveria difficilmente raccontabile forse dettata dalla paura di essere scoperti e additati come torturatori che prima ha fatto marcire, nelle celle di sicurezza del tribunale, un giovane romano arrestato per 20 grammi di hashish e due di cocaina e poi lo ha lasciato morire sapendo che si sarebbe potuto salvare con un semplice bicchiere di acqua e zucchero.


Roberta Serdoz

1 maggio 2010

Lettera dal carcere di Macomer (NU)

Carissimi compagni, tanti saluti,
sono Chabchoub Mohamed, tunisino, dal 1989 in Italia. Adesso mi trovo nel carcere di Macomer. Sono stato arrestato il 9 agosto 2008 assieme ad altri tre tunisini e un marocchino, tutti accusati di "terrorismo internazionale" (cellula di Imola, Faenza, Bologna). Noi quattro tunisini siamo tutti a Macomer, il nostro fratello del Marocco invece è a Parma al centro clinico - problemi ai reni.
Vi scrivo la mia prima lettera per raccontare la nostra situazione.
Dal carcere di Bologna siamo stati trasferiti circa 1 anno fa qui a Macomer, dove siamo sottoposti alla tortura psicologica.
Vi racconto soltanto l'ultimo viaggio per andare all'udienza al tribunale di Bologna.
Partenza il giorno 3 aprile 2010 ore 2.30 del mattino: da Macomer a Cagliari, noi siamo quattro in furgone dentro le gabbie con le manette; scorta di 12 agenti penitenziari, armati. Imbarco sull'aereo fino a Milano, poi di nuovo in furgone con destinazione carcere di Vigevano. Qui ci mettono nella sezione di "osservazione", praticamente isolamento.
Il giorno 7 aprile alle ore 6 del mattino partenza in furgone da Vigevano per Bologna, ci infilano manette speciali, 10 agenti più due volanti di scorta. 3 ore di viaggio in condizioni terribili. Uno di noi non ha mai smesso di vomitare. Anch'io non sto bene, il mio stato di salute non è dei migliori: ho un'ernia inguinale, soffro alla prostata e mi porto dietro la bronchite. Nonostante tutto questo ci fanno viaggiare in questi condizioni.
In aula il presidente della corte d'assise ascolta il perito (sulle trascrizioni delle conversazioni ambientali, telefoniche…), il quale ripete più volte di non essere riuscito a preparare le perizie, dice di aver chiamato in aiuto un altro interprete e che gli occorrono ancora, minimo, 40 giorni. Così le udienze fissate per il 7, 14, 21 aprile vengono spostate rispettivamente al 5, 12 e 21 maggio. E' la seconda volta che il processo viene rinviato causa ritardi del perito. Stavolta il giudice ha detto di aver fretta, perché la sua vice (giudice a latere) sta per essere trasferita a Genova e questa faccenda deve concludersi entro maggio. Speriamo bene.
Nota: gli interpreti sono due marocchini e un giordano, mentre i discorsi da tradurre sono tutti in lingua tunisina. Uno degli interpreti mi ha detto che fatica a capire i discorsi in lingua araba tunisina. Secondo voi, questo è giusto? Penso di no. L'avvocato ha detto: faccio quello che posso. Pensate inoltre che il perito è un italiano, non so come faccia a capire.
Alla fine dell'udienza ci portano di nuovo a Vigevano - alle stesse condizioni dell'andata. Appena arrivati al carcere, già informato del rinvio, con il DAP hanno immediatamente deciso la trasferta per Macomer.
Dovevo fare un colloquio con la mia famiglia (moglie, tre bambini di 11, 6 e 4 anni, tutte femmine, sono tutte nate qui, dove stanno anche crescendo) il giorno 10 aprile, un sabato, invece il venerdì 9 il comandante del carcere mi comunica della trasferta a Macomer, decisa proprio per il giorno successivo, quello del colloquio. Mi hanno fatto telefonare a mia moglie per comunicarle di non venire. Pensate, in 5 mesi ho visto la mia famiglia una volta sola, e solo per 1 ora.
Vi invito a venire il giorno 5 maggio alla corte d'assise di Bologna per assistere all'udienza, così potete capire meglio quello che sta succedendo.
Un saluto caro da Chabchoub Mohamed

Macomer, 23 aprile 2010

Appello. Nessuno spazio ai neofascisti

Il mondo della formazione respinge i «fascisti del terzo millennio» di CasaPound e Blocco studentesco, che vorrebbero manifestare a Roma il 7 maggio. «I gruppi che si ispirano al fascismo, sono corpi estranei al tessuto vivo di scuola e università e non devono trovare cittadinanza e accessibilità in questi luoghi», dicono.
Nelle ultime settimane, due, tra le principali università di Roma –Tor Vergata e Roma Tre – sono state attraversate da episodi di violenza, che ci lasciano attoniti e preoccupati.
Nel primo caso sono avvenuti, in pieno giorno, durante lo svolgimento di un Senato Accademico, nel secondo invece, durante la sera, di fronte alla Facoltà di Lettere. In entrambe i casi, i diretti responsabili di queste aggressioni, indiscriminate, perpetrate ai danni degli studenti, appartengono all’organizzazione Blocco Studentesco, la parte giovanile del gruppo politico di Casa Pound. Per scoprire di cosa si tratta è sufficiente guardare il sito e i blog: loro stessi, infatti, si definiscono “fascisti del terzo millennio”.
Non si tratta solo di slogan, ma di un’applicazione diretta e sistematica di pratiche violente ed antidemocratiche, fatte di insulti, minacce, aggressioni, ai danni degli studenti universitari e della scuole superiori, che esprimono delle opinioni differenti, contrarie alle teorie e ai metodi di ispirazione neofascista. Il Blocco studentesco, già l’anno passato, nel pieno del movimento dell’Onda, si è reso responsabile di aggressioni e disordini, colpendo direttamente, durante la discussione in Senato del d.d.l Gelmini, gli studenti che manifestavano a Piazza Navona.
E’ probabilmente superfluo richiamare alcuni principi costituzionali, o la legge Mancino del ’93, che vietano esplicitamente gesti e azioni che si richiamano all’ideologia nazifascista. Molto più semplicemente, basterebbe osservare che la proliferazione di questi gruppi, ci segnala una situazione di vera e propria emergenza democratica.
In questo contesto, è importante assumere una posizione chiara, dire che coloro che incitano alla discriminazione razziale, coloro che applicano sistematicamente la violenza nei confronti del diverso, coloro che traggono ispirazione dal fascismo e dal cameratismo militaresco, non sono i benvenuti nelle scuole e nell’università. Ed è importante che a dire questo sia l’intero corpo democratico, in primis del mondo della formazione, per ribadire che la libertà e la democrazia non sono dati acquisiti una volta per tutte, ma pratiche da difendere e rinnovare ogni giorno.
Chiediamo a tutti i componenti del mondo della formazione, docenti in primo luogo, ricercatori, dottorandi studenti, ma anche a tutte le forze politiche, di prender parola, di esprimersi a riguardo. Di aprire gli occhi rispetto alla vera natura di queste organizzazioni che, se da un lato presentano pubblicamente una nuova facciata di presunta democraticità, dall’altro perpetuano un’ideologia e delle pratiche profondamente violente e anti-costituzionali.
Crediamo sia necessario, mai come adesso, ribadire con forza, che i gruppi che si ispirano nel loro agire politico quotidiano al fascismo, sono corpi estranei al tessuto vivo di scuola e università e pertanto non devono trovare cittadinanza e accessibilità in questi luoghi, di cui la democrazia e l’antifascismo costituiscono la base imprescindibile.
Chiediamo a tutte le forze politiche democratiche di prendere posizione, in modo chiaro e netto, rispetto alla manifestazione che il Blocco studentesco intende fare venerdì 7 maggio. E’ importante che tutti, dai municipi, al comune fino ad arrivare alla regione, dicano – così come ha già fatto l’Anpi – che questa manifestazione, organizzata da un gruppo di neofascisti con il beneplacito del P.d.L., deve essere vietata, assolutamente.
Per quel giorno, dalle università di Roma e da tutte le scuole, abbiamo deciso di mobilitarci. Crediamo che non si possa rimanere in silenzio, di fronte ad una situazione di emergenza, meglio di urgenza democratica. Crediamo che, nonostante le riduzioni semplicistiche operate dai media, chi conduce una pratica politica aggressiva, razzista, militare, non possa essere equiparato tout court ad un gruppo di studenti, o sedicenti tali.

STUDENTI MEDI ED UNIVERSITARI

1.Alberto Asor Rosa – Professore Emerito di Letteratura Italiana – Università di Roma La Sapienza
2.Raul Mordenti – Professore di Critica Letteraria – Università di Tor Vergata
3.Paolo De Nardis – Professore di Sociologia – Università di Roma La Sapienza
4.Antonello D’angelo – Professore di Storia della metafisica nel pensiero contemporaneo – Università di Roma La Sapienza
5.Irene Kajon – Professoressa di Antropologia filosofica – Università di Roma La Sapienza
6.Myriam Silvera – Professoressa di Storia dell’ebraismo – Università di Roma La Sapienza
7.Pierluigi Valenza – Professore di Filosofia della religione – Università di Roma La Sapienza
8.Paolo Vinci – Professore di Filosofia pratica – Università di Roma La Sapienza
9.Elena Gagliasso – Professoressa di Filosofia e scienze del vivente – Università di Roma La Sapienza
10.Fiorella Bassan – Professoressa di Ermeneutica artistica – Università di Roma La Sapienza
11.Donatella Di Cesare – Professoressa di Filosofia del linguaggio – Università di Roma La Sapienza
12.Francesco Saverio Trincia – Professore di Filosofia morale – Università di Roma La Sapienza
13.Tito Magri – Professore di Filosofia teoretica – Università di Roma La Sapienza
14.Carlo Cellucci – Professore di Logica – Università di Roma La Sapienza
15.Lucio Pagnoncelli – Professore di Pedagogia generale – Università di Roma La Sapienza
16.Pietro Lucisano – Professore di Pedagogia sperimentale – Università di Roma La Sapienza
17.Orlando Franceschelli – Professore di Teoria dell’evoluzione e politica – Università di Roma La Sapienza
18.Caterina Botti – Professoressa di Etica delle donne – Università di Roma La Sapienza
19.Stefano Gensini – Professore di Semiotica – Università di Roma La Sapienza
20.Edoardo Ferrario – Professore di Estetica – Università di Roma La Sapienza
21.Giorgio Asquini – Professore di Pedagogia sperimentale integrato – Università di Roma La Sapienza
22.Paul Corner – Direttore del Centro Studi Regimi Totalitari[CISReTo] – Dipartimento di Scienze Storiche – Università degli Studi di Siena
23.Marina Minucci – Professoressa di lingua Francese – Università di Roma La Sapienza
24.Alessandra Ciattini – Professoressa di Antropoloigia Culturale – Università di Roma La Sapienza
25. Stefano Garroni – Ricercatore CNR – Università di Roma La Sapienza
26.Paola Lombardi – Professore di Antichità greche – Università di Roma La Sapienza
27.Leonardo Capezzone – Professore di Storia del Mediterraneo arabo-islamico – Università di Roma La Sapienza
28.Sonia Gentili – Professoressa di Letteratura Italiana – Università di Roma La Sapienza
29.Maria Rosaria Marella – Professoressa di diritto privato – Università di Perugia
30.Simone Capra – Dottorando di ricerca Villard de Honnecourt – Università di Roma Tre
31.Giorgio Mariani – Professore di Lingue e letterature anglo-americane – Università di Roma La Sapienza
32.Barbara Staniscia – Ricercatrice di Scienze Umanistiche – Università di Roma La Sapienza
33.Marco Ribezzi Crivellari – Dottorando di ricerca in Fisica – Università di Roma 3
34.Jorg Senf – Professore di Tedesco – Università La Sapienza di Roma
35.Paolo Desideri – Professore di Progettazione architettonica e urbana – Università di Roma Tre
36.Francesco Careri – Ricercatore di Progettazione architettonica e urbana – Università di Roma Tre
37.Bianca Iaccarino Idelson – Ricercatrice di psicologia dinamica – Università di Roma Tre
38.Sandra Annunziata – Assegnista di ricerca del Dipsu – Università di Roma Tre
39.Daniela De Leo – Assegnista di ricerca del Dipsu – Università di Roma Tre
40.Ilaria Panato – Dottoranda del Dipsu – Università di Roma Tre
41.Viola Mordenti – Dottoranda del Dipsu – Università di Roma Tre
42.Giorgia Cacciotti – Dottore di ricerca – Università di Roma Tre
43.Viviana Fini – Dottore di ricerca – Università di Roma Tre
44.Claudia Gatti – Dottore di ricerca – Università di Roma Tre
45.Marco Tullio Liuzza – Dottorando in Neuroscienze cognitive e sociali – Università di Roma La Sapienza
46.Federico Marini – Ricercatore in Chimica – Università di Roma La Sapienza
47.Pietro Montani – Professore di Estetica – Università di Roma La Sapienza
48.Paola Rodano – Professore di Istituzioni di filosofia teoretica – Università di Roma La Sapienza
49.Francesco Pitocco – Professore di Storia – Università di Roma La Sapienza
50.Piero Bevilacqua – Professore di Storia – Università di Roma La Sapienza
51. Saverio Luzzi – Dottore in Storia e scrittore
52.Giancarlo Ruocco – Direttore del dipartimento di Fisica – Università di Roma La Sapienza
53.Margherita Hack – Professoressa di Astrofisica – Università di Trieste
54.Oliviero Diliberto – Professore di Diritto romano – Università di Roma La Sapienza
55.Vito Francesco Porcaro – Ricercatore Inaf
56.Chiara Cavallaro – Ricercatrice Cnr
57.Paola Bertolazzi – Ricercatrice Cnr
58.Angelita Castellani – Ricercatore Cnr
59.Orazio Licandro – Professore di Diritto romano – Università di Catanzaro
60.Antonio Montefusco – Ricercatore di Storia medievale – Università di Roma La Sapienza
61.Irene Bevilacqua – Dottoranda di Storia contemporanea – Università di Roma La Sapienza
62.Livio Ciappetta – Dottoranda di Storia moderna – Università di Roma La Sapienza
63.Danilo Corradi – Dottorando di Storia contemporanea – Università di Roma La Sapienza
64.Giuseppe Ricco – Professore di Ingegneria – Università di Palermo
65.Anna Giglio – Ricercatrice al Cnr
66.Bruno Buongiorno Nardelli – Ricercatore al Cnr
67.Francesca Margiotta – Ricercatrice al Cnr
68.Luciano Mariti – Direttore del dipartimento Arti e Scienze dello spettacolo – Università di Roma La Sapienza
69.Bruno Martino – Ricercatore al Cnr
70.Danilo Di Genova – Dottorando di ricerca in Geodinamica – Università Roma Tre

30 aprile 2010

Semitalia: chiusura del sito e arresto

E’ notizia dell’ultim ora che il sito Semitalia.com è stato chiuso (sottoposto a sequestro preventivo) e che i titolari sono stati arrestati, per reiterazione del reato (collegato ad un caso di Art. 82. Istigazione, proselitismo e induzione al reato di persona minore, di tempo fa). Abbiamo appena avuto notizie dall’avv. Zaina che segue il caso, il quale ci ha confermato che la richiesta di fermo è partita dal pm di Bolzano e che i titolari di Semitalia attualmente si trovano nel carcere di Sollicciano (Firenze).
E’ già stata inoltrata al giudice la richiesta di riconsiderare il procedimento quindi di valutare al più presto la scarcerazione, o in alternativa almeno di considerare gli arresti domiciliari. Contemporaneamente è stata inviata una comunicazione al giudice del tribunale della libertà di Trento.
Riteniamo si tratti di un fatto gravissimo e non escludiamo eventuali iniziative a supporto dei ragazzi di Semitalia. Vi terremo naturalmente aggiornati.
Riportiamo di seguito le leggi relative al commercio di semi di cannabis in Italia (alcune parti estrapolate da precedenti sentenze) e vi chiediamo intanto di divulgare questo articolo per dimostrare come sia del tutto INCREDIBILE essere arrestati per un fatto del genere:
I semi di cannabis sono esclusi dalla nozione legale di Cannabis, ciò significa che essi non sono da considerarsi sostanza stupefacente (L. 412 del 1974, art. 1, comma 1, lett. B; Convenzione unica sugli stupefacenti di New York del 1961 e tabella II del decreto ministeriale 27/7/1992). In Italia la coltivazione di Cannabis è vietata (artt. 28 e 73 del DPR 309/90) se non si è in possesso di apposita autorizzazione (art. 17 DPR 309/90). Pertanto tali semi potranno essere utilizzati esclusivamente per fini collezionistici e per la preservazione genetica. Questi semi sono commercializzati con la riserva che essi non siano usati da terze parti in conflitto con la legge. Chi commercializza tali prodotti si solleva da ogni e qualsiasi responsabilità derivante dall’uso improprio di tali prodotti.
La commercializzazione di semi di cannabis, anche in presenza della commercializzazione di altri elementi o strumenti per la coltivazione in genere (e non necessariamente specificamente per la cannabis) non configura il reato di “istigazione al consumo di sostanze stupefacenti”.
Cannabis e censura. La vendita di semi è legale, ma gli imprenditori continuano a finire in galera e i siti Internet vengono chiusi
di Pietro Yates Moretti (fonte: Notiziario Aduc)
Il vicepresidente del consiglio comunale di Vicchio (Firenze) è finito dietro le sbarre. L’accusa? La vendita legale di semi di canapa, una pratica riconosciuta dal diritto italiano e internazionale. Evidentemente non la pensa cosi’ il Tribunale di Bolzano, che -almeno da quanto si apprende dalla stampa- ha sbattuto in galera il politico e imprenditore 32enne Marco Gasparrini insieme all’altro socio di “Semitalia” anche per istigazione; mentre il loro sito Internet (www.semitalia.it) e’ stato sottoposto a sequestro preventivo.
Ricordiamo che i semi di canapa non possono venir considerati come sostanze stupefacenti, vista la legge n. 412/1974, la Convenzione unica sugli stupefacenti di New York del 1961 e, da ultimo, la tabella I Decreto Ministero della Salute 11 aprile 2006. Non solo. Lo stesso Tribunale di Bolzano aveva riconosciuto la legittimità della vendita di semi in un pronunciamento di appena due mesi fa ottenuto dall’avv. Carlo Alberto Zaina, consulente legale Aduc.
Purtroppo, se è pacifico che i semi di cannabis siano legali, negli ultimi anni la guerra alla droga è diventata anche guerra alla libertà di espressione. Siccome alcuni soggetti comprano semi per coltivare illegalmente canapa, ecco che il venditore viene a sua volta accusato del reato d’opinione di istigazione a delinquere. La vendita in se’ è legale, ma farlo alla luce del sole -magari via Internet con una società regolarmente registrata con quell’oggetto sociale, come Semitalia- diventa un reato d’opinione. Un’assurdità sia dal punto di vista giuridico che logico. Sarebbe come accusare di istigazione a delinquere un negoziante di casalinghi perche’ vende coltelli, utilizzati a volte per commettere reati.
Ma a questo si è ridotta la fallimentare guerra alla droga: a far tacere, persino col carcere, chi anche indirettamente non condivide la strategia proibizionista e repressiva sulla canapa.



fonte: www.enjoint.com

Per la Procura di Roma Stefano Cucchi non è stato ucciso.

Non c'è più l'omicidio colposo tra i reati formulati dalla procura di Roma in relazione alla morte di Stefano Cucchi, il ragazzo morto il 22 ottobre scorso, una settimana dopo essere stato arrestato dai carabinieri per spaccio di droga. A carico dei medici dell'ospedale Sandro Pertini, infatti, i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loi, che hanno depositato gli atti, hanno contestato, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l'abbandono di incapace, l'abuso d'ufficio, e il falso ideologico. Lesioni e abuso di autorità sono le ipotesi di reato attribuite agli agenti della polizia penitenziaria. Complessivamente, 13 persone rischiano di finire a processo.


Bastava un cucchiaino di zucchero e Stefano Cucchi si sarebbe salvato. Lo scrivono i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy nell'avviso di fine inchiesta notificato a tredici persone tra agenti della polizia penitenziario, personale medico e paramedico in servizio all'ospedale Sandro Pertini e a un dirigente del Prap (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria). Tra le varie mancate cure contestate al primario, a quattro medici e tre infermieri (si salva dall'accusa di abbandono di incapace aggravato dalla morte solo la dottoressa Rosita Caponetti), c'è anche quella di aver volontariamente omesso di "adottare qualunque presidio terapeutico al riscontro di valori di glicemia ematica pari a 40 mg/dl, rilevato il 19 ottobre, pur essendo tale valore al di sotto della soglia ritenuta dalla letteratura scientifica come pericolosa per la vita (per un uomo pari a 45mg/dl), neppure intervenendo con una semplice misura quale la somministrazione di un minimo quantitativo di zucchero sciolto in un bicchiere d'acqua che il paziente assumeva regolarmente, misura questa idonea ad evitare il decesso». Tra le altre omissioni volontarie, ci sono la mancata effettuazione di un elettrocardiogramma, la mancata palpazione del polso e l'assenza di controllo del corretto posizionamento o dell'occlusione del catetere determinando così l'accumulo di una rilevante quantità di urina nella vescica (1400 cc) con risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche. A Cucchi, poi, non è stata comunicata l'assoluta necessità di effettuare esami diagnostici essenziali alla tutela della sua vita. Chi era in servizio al Pertini si era limitato a prendere atto del suo rifiuto, con nota in cartella clinica, motivato dalla volontà di parlare con il proprio avvocato. Tra le altre omissioni, il mancato trasferimento del paziente con urgenza in un reparto più idoneo quando le condizioni di salute erano ormai diventate assai critiche.

La dinamica: il pestaggio, l'omissione di soccorso, il falso certificato. Stefano fu picchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e, di fatto, non curato dai medici dell'ospedale Sandro Pertini, i quali, pur avendo ben presenti le patologie di cui soffriva il ragazzo nel corso della degenza, "volontariamente omettevano di intervenire". È dunque questo o scenario che emerge dall'avviso di fine indagine, firmato dai due pm e dal procuratore Giovanni Ferrara, e notificato a tredici persone.
Nicola Menichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici sono gli agenti di polizia penitenziaria cui è contestato il concorso nelle lesioni volontarie e nell'abuso di autorità. Nove rappresentano il personale sanitario in servizio all'ospedale Sandro Pertini dove era stato ricoverato Cucchi: si tratta del primario Aldo Fierro, dei medici Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis, Stefania Corbi e di Rosita Caponetti, e degli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. La lista degli indagati è completata da Claudio Marchiandi, direttore dell'ufficio dei detenuti e del trattamento del Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria (Prap). Fatta eccezione per gli agenti della penitenziaria, tutti gli altri, a vario titolo, sono accusati di falso, abuso d'ufficio, abbandono di incapace (punito fino a otto anni, tre in più rispetto al massimo previsto per l'ipotesi originaria di omicidio colposo), rifiuto di atti d'ufficio, favoreggiamento e omissione di referto. Fu il medico Flaminia Bruno, in servizio al Pertini il 22 ottobre scorso, a scrivere il certificato di morte di Stefano Cucchi, "attestando falsamente che si trattava di morte naturale". Il pm Vincenzo Barba, magistrato di turno quel giorno, ricevette la chiamata di un agente di polizia penitenziaria che gli segnalava quel decesso per cause naturali, circostanza che di solito non comporta alcun accertamento da parte dell'autorita' giudiziaria. La magistratura, pero', decise di vederci chiaro quando il primario del Pertini, Aldo Fierro, suggeri' un approfondimento, attraverso l'esame dell'autopsia, per l'individuazione della causa della morte. La denuncia dei familiari di Cucchi, che erano ancora all'oscuro di tutto, giunse a sette giorni dalla morte. Nel falso documento redatto dalla dottoressa Bruno fu scritto che a causare il decesso di Cucchi fu «una sospetta embolia polmonare in paziente affetto da frattura vertebra L3 piu' trauma facciale. Grave dimagrimento. Iperazotemia». Secondo la procura, l'indagata era a conoscenza delle patologie di cui Cucchi era affetto, perche' ricoverato nel reparto nei cinque giorni precedenti, ricollegabili a un traumatismo fratturativo di origine violenta che imponeva la messa a disposizione della salma all'autorita' giudiziaria.

Il testimone. I nove in servizio al Pertini, tra medici e paramedici, assieme al funzionario del Prap sono accusati dalla procura di Roma di concorso in favoreggiamento per aver aiutato i tre agenti della polizia penitenziaria, autori del pestaggio di Stefano Cucchi,«a eludere le investigazioni dell'autorita' giudiziaria», di fatto omettendo di trasferire o di richiedere il trasferimento in reparto idoneo in relazione alle condizioni critiche del paziente. Ai nove sanitari la procura ha contestato anche il concorso mell'omissione di referto (non hanno avvertito il magistrato del pestaggio subito da Cucchi). Al primario e alla dottoressa Corbi, infine, e' attribuito anche il concorso nel rifiuto di atti d'ufficio per non aver disposto con assoluta urgenza il trasferimento del paziente presso una struttura piu' idonea del Pertini. Nel corso delle indagini, svolte senza che sia stata sollecitata la collaborazione della polizia giudiziaria, i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy hanno acquisito oltre 80 testimonianze. Quella del detenuto straniero, cui Cucchi
confido' di essere stato picchiato dagli agenti penitenziari, e' ritenuta, in particolar modo, "obiettivamente credibile": il supertestimone rivelo' ai pm che Cucchi gli fece vedere il sangue che aveva sulle gambe (dove era stato preso a calci) e che gli aveva sporcato i pantaloni. Pantaloni che, al momento di quell'audizione, ancora non erano stati sequestrati dagli inquirenti e che, sottoposti in seguito ad analisi di laboratorio, hanno presentato evidenti tracce di sostanza ematica. "Molto convincente e coerente" e' stata poi definita la consulenza medico legale del professor Paolo Arbarello le cui conclusioni sono state sostanzialmente recepite dai magistrati. Cucchi, tra le varie lesioni, presentava anche un taglio alla fronte (aveva battuto la testa dopo essere stato picchiato dagli agenti) e il sangue, per gravita', era sceso intorno agli occhi.
«Senza pestaggio Stefano non sarebbe morto: nessuno può negarlo. Sarebbe come sostenere che si sarebbe prodotto per caso quelle lesioni», ripete Ilaria Cucchi quando sente parlare di derubricazione della posizione dei secondini indagati. La sorella di Stefano, riconosce la speditezza delle indagini, ringrazia i pm, ma non può fare a meno di vedere i «vuoti» che ancora non riesce a capire: «Qualsiasi astrusa e fantasiosa tesi scientifica e legale non può mettere in discussione la realtà. Stefano era in perfette condizioni di salute, E' stato brutalmente picchiato e per questo è finito in ospedale, dove ha smesso di vivere».
«Per noi è fondamentale - prosegue Ilaria - sapere cos'è accaduto in quei 6 giorni, un tempo brevissimo, in cui mio fratello ha smesso di vivere. Abbiamo avuto, come famiglia, la forza di reagire ma tutte quelle famiglie che non hanno la forza, i mezzi e le possibilità di affrontare una simile battaglia, allora non avranno giustizia?».

Genova G8: assolto il giovane accusato di aver lanciato la molotov

Assolto con formula piena, per non avere commesso il fatto: Matteo B., 27 anni, di origini venete, era stato accusato di resistenza a pubblico ufficiale per aver preparato, incendiato e lanciato una bottiglia molotov ai poliziotti del reparto Mobile durante le manifestazioni del G8, nel luglio 2001. I fatti sarebbero avvenuti il 21 luglio tra via Zara e via Rosselli, nei pressi di corso Italia, dove c'erano cortei di manifestanti. Secondo l'accusa, il giovane, assistito dall'avvocato Fabio Taddei, avrebbe agito in concorso con una persona che non è stata identificata.
Durante il processo erano stati sentiti come testimoni anche alcuni poliziotti della Digos di Genova e del reparto mobile di Bologna. Uno di loro aveva riferito che la sua attenzione fu attirata da una fiammata; poi vide la bottiglia che finì contro il muro di un caseggiato, forse perché chi l'aveva lanciata era scivolato.

I medici non capirono che Cucchi stava morendo

Il primo medico a incontrare Cucchi fu il medico della Città giudiziaria ma di fronte a lui, Stefano non si sarebbe spogliato. Si sarebbe limitato a giustificare una «serie di lesioni traumatiche» attribuendole a «un non meglio precisato episodio traumatico accidentale». Erano le 14.05 del 16 ottobre 2009, l'udienza di convalida era finita alle 13. «Per la prima volta a quell'ora sono documentate lesioni su quel corpo», dice a Liberazione , il senatore Pd, Ignazio Marino, presidente della commissione che, nell'ambito dell'indagine sul servizio sanitario nazionale, ha indagato sulla morte del trentunenne romano. Stefano era stato arrestato la sera prima e aveva trascorso la notte in una caserma dei carabinieri dove ha avuto un malore. Così alle 5 arrivò un'ambulanza. Il personale trovò il paziente disteso sul letto di una camera di sicurezza. Rifiutò il ricovero ma aveva tremori, forse una crisi di epilessia, lui ne soffriva. Quando lo vide in aula, suo padre, Giovanni, notò subito gli occhi gonfi come di uno che aveva preso botte.
Chi lo visitò davvero fu il medico di Regina Coeli. Erano le 16.45. «Deve uscire subito!», avrebbe esclamato questo dottore appena si rese conto delle condizioni del detenuto appena arrivato dal tribunale.
Quando il pm lo fa cercare a Regina Coeli sarà detto ai carabinieri che quel camice bianco era all'estero. Non era vero. Ma allora perché in procura nessuno sa se esiste un fascicolo per omissione di atti d'ufficio visto che il senatore Marino ha sporto regolare denuncia?
Non è l'unica stranezza del caso. Nelle carte della commissione, desecretate ieri, Marino evidenzia un altro fatto strano: «Il ricovero al Pertini formalizzato da un dirigente di Via Arenula resosi disponibile». Una procedura sicuramente inedita. Un passo indietro: da Regina Coeli, quel pomeriggio, Cucchi va al Fatebenefratelli dove gli trovano due fratture alla terza vertebra lombare e a livello coccigeo. Dopo una notte in galera (strano che abbia preferito tornare in cella piuttosto che starsene al pronto soccorso), torna dolorante al Fatebenefratelli. Da lì il ricovero «inedito» alla struttura penitenziaria del Pertini dove «per sottolineare la propria esigenza di vedere l'avvocato di fiducia il paziente cominciò a manifestare opposizione alla somministrazione di cure e cibo». Così si legge nelle carte desecretate che potrebbero essere piene di altre sorprese come il rapporto interno del Dap che ci ha rivelato, ad esempio, il degrado dei sotterranei di Piazzale Clodio e il verbale zeppo di errori con cui fu convalidato l'arresto di Cucchi.
L'«opposizione» del paziente fu saltuaria, dovuta alla protesta ma, secondo la commissione, ha «impresso un'evoluzione completamente diversa del quadro medico». Il rene di Stefano si bloccò, si giunse a un punto di non ritorno. In una manciata di giorni perse 10 chili. Morì forse alle tre del 22 ottobre, lo troveranno tre ore dopo. Aveva addosso la stessa roba della sera dell'arresto. I traumi c'erano, la commissione lo mette nero su bianco, ma non sarebbero stati tali da mettere in pericolo la vita del paziente. «La causa ultima della morte di Cucchi non è una causa traumatica ma metabolica». I medici del Pertini dovevano capire la gravità delle condizioni, cosa che Stefano non era in grado di fare, non capiva che stava morendo. Ai medici del Pertini si potrebbe imputare «la mancata individuazione dell'urgenza e gravità del problema la sera del 21 ottobre».
Dunque, non c'è più il segreto sugli atti della commissione Marino. Entro due giorni quelle carte viaggeranno sulla rete, per ora viaggiano verso Piazzale Clodio. Ma c'è voluto più di un mese - dall'approvazione della relazione finale il 17 marzo - perché i commissari si decidessero a spedire quegli atti alla Procura di Roma dalla quale, entro pochi giorni ci si aspetta la chiusura delle indagini e il rinvio a giudizio per gli indagati, finora tre medici e sei infermieri, per l'omicidio del trentunenne romano.
La desecretazione non è stata indolore: da un lato le opposizioni favorevoli a una linea di trasparenza, dall'altra il Pdl che ha fatto slittare questo voto per settimane. S'è detto che forse voleva tenere per sé certe domande troppo inquisitorie. S'è temuto ci fossero pressioni dell'ordine dei medici o di qualcuna delle amministrazioni coinvolte. Il Pdl ieri ha detto che avrebbe voluto garantire le persone audite «e alle quali avevamo assicurato che tutto era secretato». Medici ma non solo. Ma Ignazio Marino insiste a dire che la relazione potrebbe aiutare i pm. Tempi e modi della relazione finale, approvata all'unanimità, sono un «risultato eccellente», non fosse la pecca della faticosa desecretazione. «E' giusto che il Paese sappia - insiste Marino al telefono con Liberazione - giusto anche nei confronti degli indagati che possono esercitare al meglio il proprio diritto di difesa, giusto nell'ottica della leale collaborazione tra i poteri».
Restano intatti i coni d'ombra di questa vicenda: perché, nonostante un verbale pieno di errori (su data e luogo di nascita e sulla mancanza di fissa dimora), una giudice negherà i domiciliari a un ragazzo che arrivò in aula già coi segni di un pestaggio e senza l'avvocato di fiducia che aveva designato la sera prima? Perché il giovane, inspiegabilmente, firmerà a mezzanotte del venerdì per tornare in cella piuttosto che stare al pronto soccorso del Fatebenefratelli? Perché gli fu impedito di comunicare con l'esterno?

29 aprile 2010

Ferrara, pestaggio in caserma video inchioda un carabiniere

Nuovo pestaggio in una sede delle forze dell'ordine. Questa volta il teatro è stata la caserma dei carabinieri di via del Campo a Ferrara. In un video , reso pubblico dall'associazione "A buon diritto" di Luigi Manconi si vedono, in momenti diversi, due persone che cadono a terra, forse colpite, circondate da alcuni carabinieri in divisa; e un altro fermato nudo, poi avvolto in una coperta e portato via da personale di pronto soccorso sanitario. Manconi parla di un nuovo "caso di violenza all'interno di un caserma".
Il video è nel fascicolo dell'inchiesta aperta dalla procura di Ferrara per lesioni contro un carabiniere 2 e per resistenza a pubblico ufficiale contestata a quattro giovani. Il filmato riguarda i fatti accaduti il 24 febbraio scorso (e riferiti allora da mezzi di informazione) quando i quattro, dopo essere stati arrestati in stato di ebbrezza per resistenza a pubblico ufficiale, furono trattenuti per ore in caserma. "Ma uno dei fermati - spiega Manconi - ha subìto pesanti maltrattamenti e violenze e colpi inferti con manganello a opera di uno, e forse non solo uno, appartenente all'Arma. Le immagini, riprese da una telecamera di sorveglianza installata nei locali della caserma, sono impressionanti: un giovane uomo, ammanettato, totalmente inoffensivo e non in grado di difendersi, viene aggredito, colpito con lo sfollagente, buttato per terra. Proverà a rialzarsi per due volte e per due volte verrà colpito. Senza che alcuno gli presti soccorso. Si tratta, giova ricordarlo - sottolinea - di una persona affidata a un apparato dello Stato, all'interno di una caserma dello Stato, che ne deve garantire l'incolumità". Per concludere: "Come le cronache dolorosamente riportano con frequenza crescente, dobbiamo dire che non si tratta affatto di un caso isolato".
Sul caso la procura di Ferrara, pm Barbara Cavallo, ha subito aperto un'inchiesta, ordinato una perizia per pulire le immagini, e ora si dovrà determinare se vi siano responsabilità da parte dei militari (non solo l'unico già indagato) o se le loro azioni siano state innescate dalla resistenza dei giovani, trattenuti per tre ore, in un clima di tensione e di "guerriglia" causata da loro (uno si era denudato, uno si era ferito ad un braccio e sanguinante rincorreva i carabinieri per infettarli) come aveva sottolineato Alberto Bova, legale del carabiniere indagato, che aveva aggiunto come il video non facesse trasparire nessun atto violento. Secondo quanto riferito a suo tempo da uno dei legali dei giovani, Barbara Simoni, nell'integrale del video a disposizione della magistratura si vedrebbe un carabiniere che con un manganello in mano prima carica il gesto e poi colpisce un ragazzo seduto e ammanettato. Quindi si vedono altri carabinieri, da identificare, in ginocchio su un altro ragazzo.
Il primo carabiniere, ora indagato per quel colpo di manganello, è stato riconosciuto dallo stesso legale, perché lo aveva assistito come parte civile, in altri episodi di arresti per resistenza. Dopo aver visto il video e riconosciuto il militare indicandolo, ha scelto di assistere i ragazzi. L'avvocato Bova, aveva sottolineato che tutto è avvenuto dopo che i quattro ragazzi fuori controllo che avevano aggredito i carabinieri e provocato danni, ferendo gravemente cinque militari. Per i giovani, che risiedono nella provincia di Rovigo, è pendente in tribunale il processo per direttissima, 'congelato' e fissato all'11 maggio in attesa degli sviluppi della nuova inchiesta.

fonte: La Repubblica

27 aprile 2010

Testimonianze: Un 25 Aprile “verde”…ma solo di rabbia!

Il CSOA Cloro Rosso interviene sui fatti accaduti domenica scorsa durante la trasferta che ha visto impegnati i tifosi tarantini in quel di Verona, tra i quali vi erano alcuni compagni del nostro spazio che hanno potuto assistere al trattamento inumano e alle continue provocazioni da parte delle forze dell’ordine.
Ma descriviamo con ordine i fatti.
I tifosi del Taranto, appena usciti dal casello autostradale di Verona, vengono immediatamente bloccati da un’imponente numero di agenti di Polizia, molti dei quali impugnavano i propri manganelli al contrario, pratica illegale diventata “celebre” durante il G8 di Genova.
Della serie, il buon giorno lo si vede dal mattino!
Una volta fermate tutte le auto transitate dal casello, esse vengono incolonnate e fatte incamminare alla volta dello stadio Bentegodi, mentre ad ogni incrocio o cavalcavia vengono sistemati agenti della Digos impegnati a filmare qualsiasi movimento dei tifosi jonici.
Durante questo tragitto, alcune auto di tifosi rossoblù verranno colpite da oggetti lanciati molto probabilmente da supporters locali, adeguatamente nascosti dietro siepi e cespugli.
Ma, incredibilmente, gli agenti di scorta alla carovana, invece scovare questi eroi della domenica, scendono dalle proprie camionette e caricano, senza alcun motivo, con calci e spintoni i tarantini che, legittimamente, erano scesi per difendere i propri mezzi.
Si susseguiranno perquisizioni nelle auto, insulti spesso a sfondo razzista (la parola “terroni” è la più gettonata) e persino minacce di “rompere le teste” a coloro che domanderanno il perché di tanta, immotivata, repressione.
Ma il bello dovrà ancora venire.
Una volta arrivati allo stadio Bentegodi, un pulmino di tifosi del Taranto verrà bloccato e fatto oggetto di una interminabile perquisizione. Il resto dei presenti, per solidarietà ai propri concittadini ingiustamente fermati, deciderà di non entrare allo stadio, subendo oltre un’ora di intimidazioni e insulti gratuiti. Il tutto, mentre dalle gradinate dello stadio i civilissimi tifosi gialloblù ci urlavano a gran voce “Terroni, andate a lavorare”.
Persino gli agenti della Digos di Taranto presenti in quel di Verona verranno bistrattati dai loro colleghi locali. Insomma, al “terrone” non si fa alcuno sconto, nemmeno se è in divisa!
Dopo sessanta interminabili minuti di tensione, le forze dell’ordine svelano, per chi ancora non se ne fosse accorto, qual è la loro natura ideologica, strappando una maglia con l’immagine del Che Guevara ad un tifoso rossoblù.
Nella ricca e civile Verona, l’effige di quel personaggio storico non è gradita. Probabilmente quella di qualche esponente leghista sarebbe stata sicuramente più apprezzata.
Verona, infatti, è il “laboratorio” privilegiato del Ministro Maroni, il quale, a più riprese, ha manifestato la volontà di sperimentare sugli ultras misure ultra-repressive da applicare, successivamente, in altri contesti.
La possibilità di estendere il DASPO alle manifestazioni e la volontà di usare fucili con proiettili di gomma negli stadi la dicono lunga sulle intenzioni del ministro di trasformare questo paese nel Cile di Pinochet.
Al termine di questo stillicidio, tutti i tifosi tarantini abbandoneranno lo stadio veneto senza aver avuto modo di assistere ad un solo secondo di partita. 1800 km, con relativi costi di viaggio e biglietto, per essere ingabbiati ed insultati.
Durante il percorso che ci porterà fuori da Verona, scorgiamo un eloquente striscione firmato Casa Pound “25 Aprile, niente da festeggiare”.
Le forze dell’ordine se ne guarderanno bene dal rimuoverlo, nonostante l’evidente reato di apologia del fascismo.
Al ritorno in terra pugliese, leggeremo che la questura di Verona ha diffuso un comunicato, ovviamente falso, in cui afferma che si sono verificati scontri tra supporters delle opposte fazioni, riportato per intero dai nostri “scribacchini” locali (eccezion fatta per Gianmario Leone del Tarantoggi), interessati più al giornalismo di stampo sensazionalista che alla ricerca della verità.
Ci auguriamo che le istituzioni escano finalmente allo scoperto e tutelino la dignità della tifoseria tarantina, l’unica in Italia con oltre il 60% delle trasferte vietate dall’Osservatorio per le manifestazioni sportive e che registra casi di multe/diffide per la sola esposizione di uno striscione in ricordo di un amico scomparso.
Siamo stanchi di essere considerati la periferia dell’impero, cittadini senza alcuna tutela né dignità.

RISPETTO PER TARANTO!

Napoli: aggressione fascista

Ci arriva in questi minuti notizia che i compagni/e della Rete Anticapitalista, appena partiti per un volantinaggio/attacchinaggio su via Roma (popolare via dello shopping napoletano), hanno subito una grave aggressione da parte di neofascisti.

Un gruppo di fascisti, tutti in età adulta, sono spuntati all'improvviso ed hanno aggredito compagni/e prendendoli di sorpresa: con mazze, calci, insulti.
La gente che era in strada, stupita da quanto stava accadendo, è accorsa e i fascisti sono scappati via. Anche un giornalista era presente a questa edificante scena.
I compagni della Rete, nonostante alcuni siano ancora doloronti per l'aggressione, hanno deciso di continuare il percorso stabilito distribuendo volantini per la manifestazione del 1 maggio autorganizzato, attacchinando manifesti e facendo speakeraggio.
Probabilmente ai fascisti della nostra città non bastano le poltrone recentemente conquistate in Regione e Provincia, vogliono di più, tornare in strada con i "vecchi" metodi di una volta: aggressioni vigliacche, violenza, coperture politiche, impunità.
Ai fascisti (che dei lavoratori sono i primi nemici) aver colpito i compagni impegnati nella costruzione del 1 maggio autorganizzato, e per di più il giorno dopo un bellissimo corteo del 25 aprile non delegato, animato da migliaia di persone in piazza, deve essere sembrata un'ottima occasione...
A noi il compito di far veicolare notizie e fatti, perchè siano sempre più ricostretti nell'ombra.
Invitiamo perciò tutti a far girare la notizia dei fatti di oggi e a scendere in piazza il 1 maggio, a P.zza Mancini allle ore 11

CONTRO FASCISTI E PADRONI

RETE ANTICAPITALISTA CAMPANA .

Carceri: detenuto si impicca a Teramo. E' il 22/o suicidio dall'inizio dell'anno.

Nel carcere di Teramo questa mattina si è ucciso Gianluca Protino, 34enne originario di San Nicandro Garganico (Fg) e detenuto nella Sezione di Alta Sicurezza dell'istituto peligno". A darne notizia in una nota è l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere. "Protino - si legge nella nota - era in carcere dal gennaio 2009, quando fu arrestato dai Carabinieri poichè trovato in possesso di 100 grammi di cocaina. Inizialmente assegnato al carcere di Lucera (Fg) era poi stato trasferito all'Alta Sicurezza di Teramo in seguito al suo coinvolgimento in un'inchiesta sulla criminalità organizzata (l'operazione «Remakè') che portò all'arresto del «boss» Gennaro Giovanditto e di altre 14 persone, tutte ritenute responsabili di traffico di stupefacenti. Dall'inizio dell'anno salgono così a 17 i detenuti che si sono impiccati nelle carceri italiane, mentre altri 3 si sono sicuramente suicidati utilizzando il gas del fornello da camping in uso ai detenuti. In ulteriori 3 casi a nostro avviso non è possibile attribuire con certezza la morte ad un'intenzione suicida (probabilmente l'intenzione era di «sballarsi» inalando del gas e la morte è stata accidentale). Nel carcere di Teramo, che ha una capienza di 231 detenuti, oggi ce ne sono circa 400, il 25% dei quali stranieri. Negli ultimi 5 anni - si legge ancora nella nota dell'Osservatorio permanente sulle morti in carcere - vi sono morti 8 detenuti, di cui 5 per suicidio. Ma il caso che ha suscitato maggiore scalpore è stato quello di Uzoma Emeka, 32enne nigeriano morto lo scorso 17 dicembre a causa di un tumore al cervello che nessuno gli aveva diagnosticato".

26 aprile 2010

La Resistenza continua a Locorotondo come ovunque

In questi giorni le strade di Locorotondo sono stati imbrattate con manifesti listati a lutto per ricordare la morte di Benito Mussolini e annunciare un evento fascista per il 1° maggio.
E’ un segnale preoccupante, una provocazione inquietante fatta da soggetti che si nascondono vilmente dietro la sigla di “associazione culturale”.
Il 25 aprile e il 1° maggio sono il simbolo della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, della lotta e della dignità di milioni di uomini e donne contro lo sfruttamento del lavoro, memoria collettiva e monito per contrastare vecchi e nuovi fascismi.
Contro chi vuole sporcare questo patrimonio si è levata la coscienza civile della nostra comunità e delle forze antifasciste locali, che, da subito e ad alta voce, hanno urlato la propria indignazione e si sono attivate contro la decisione del sindaco di autorizzare tutto ciò.
Il sindaco, infatti, prima ha firmato, poi ha revocato l’autorizzazione dichiarando di “averlo scoperto per caso”. Una “distrazione” allarmante. Egli in realtà è stato “costretto” ad accogliere le nostre proteste, le osservazioni fatte dalle forze dell’ordine e a rispondere al suo giuramento di autorità di pubblica sicurezza.
Oggi la Locorotondo democratica si è ritrovata, con Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà, Partito Democratico, movimenti e associazioni a ricordare che l'antirazzismo è un valore e che l'antifascismo è un dovere per ognuno/a di noi, che la Resistenza continua nel rispetto e nella difesa della Costituzione, oggi così pesantemente violata.
I nostalgici del fascismo, gli apologeti del ventennio, coloro che vogliono stravolgere il senso della storia e dei valori democratici su cui si è ricostruito il nostro Paese, che si annidino dentro pseudo-associazioni o che siedano in Comune, hanno avuto la dimostrazione che la nostra attenzione è e sarà sempre alta e che non potranno avanzare, perché c’è un valore che ci unisce e ci rende forti: quello scritto sulla corona di alloro - “gli antifascisti” - che giovani diciottenni, sostenuti ed accompagnati da adulti e anziani, hanno deposto stamattina sulla lapide in memoria di Giuseppe di Vagno

Vitanna Convertini
segretaria circolo "XXV aprile" PRC Locorotondo

25 aprile 2010

ORA E SEMPRE RESISTENZA....


Ordinaria TORTURA: La storia di Antonio Argentieri Piuma torturato in carcere

La storia di Antonio Argentieri Piuma, tifoso del Catanzaro finito in carcere dopo una trasferta con scontri ad Arezzo, nel 2004. «Mi misero una pistola in bocca, mi pestarono e insultarono ripetutamente. Ho denunciato tutto alla magistratura con tanto di foto e certificati medici, ma invano. Se parlo ora è solo per aiutare a scoprire la verità su casi come quelli di Stefano Cucchi.

Oltrepassata la cinta muraria, nei pressi di Porta S. Spirito, la strada si inerpica dolcemente. È un antico acciottolato, ornato da cipressi e faggi. Le finestre dei palazzi intorno sono tinte dai vessilli delle contrade: la Giostra del Saracino, di cui Arezzo mena vanto, si terrà di lì a un mese. In cima al Poggetto del Sole, il palazzo della Questura lo trovi a destra, valicando questa collina che si erge intorno alla stazione centrale.
Antonio Argentieri Piuma, le bellezze e le vestigia medievali di Arezzo, quella lontana sera di maggio di cinque anni fa, non ebbe modo di ammirarle. Perché una brutta storia, la sua storia, di ordinaria tortura, lo vide protagonista, e vittima suo malgrado. Una storia che ha inizio proprio in quelle stanze anguste e buie del palazzo in vetta al Poggetto del Sole.
La partita di Supercoppa
È il 23 maggio del 2004 e Antonio, Totò per gli amici, si muove alla volta di Arezzo. È un tifoso dell'U.S. Catanzaro 1929, Antonio. Un tifoso accanito, un ultrà. Che segue la sua squadra del cuore ovunque e comunque. Anche a costo di sacrifici. Come quello di arrivare in Toscana dalla Calabria per una partita apparentemente inutile. Il campionato di serie C il Catanzaro lo ha già vinto. E quella che si gioca nella città del Petrarca è poco più che un'amichevole. Anche se, ufficialmente, mette in palio un trofeo, la Supercoppa di Lega, tra le due squadre, l'Arezzo e il Catanzaro, che hanno vinto i rispettivi gironi.
Tra le opposte tifoserie i rapporti sono pessimi a causa dell'antico gemellaggio tra i catanzaresi e i fiorentini. Dante definiva gli aretini «i botoli ringhiosi». E la rivalità tra aretini e fiorentini è, come noto, plurisecolare. Nel dopogara scoppiano cruenti tafferugli. Il bilancio finale è da prima pagina: 19 arresti e numerosi feriti. Tra gli arrestati c'è anche Antonio Argentieri Piuma, Totò per gli amici. Tutti vengono condotti al palazzo della Questura.
Il fermo e l'arresto
«Mi tremano i polsi, ho la bocca secca, lo sguardo inebetito. Mi trascinano per il corridoio, mi colpiscono alle braccia, alle gambe, sulla testa. Non sento più nulla ormai, dopo le botte subite dalla polizia al momento dell'arresto:la calibro 9 puntata in bocca e poi sbattuta sul cranio. La disperata difesa finita in un pestaggio barbaro, la terrificante stretta alla gola che provocò la perdita dei sensi». Argentieri, a quasi 6 anni di distanza, rompe il silenzio e ripercorre per il manifesto quei drammatici momenti vissuti insieme ai suoi amici. Una decisione lenta e sofferta, solo per dare sostegno alla famiglia di Stefano Cucchi e per amore di verità.
Ma il peggio, dopo le ore passate in Questura, doveva ancora arrivare. Perché le tante ore di fermo erano solo l'antipasto di una giornata nera, un incubo maledettamente vero. «Tutto incomincia intorno alle due del mattino. Il lunghissimo fermo di polizia si tramuta in arresto - continua Argentieri - e così, tre per volta, veniamo tradotti in prigione regolarmente ammanettati». Il carcere di Arezzo di via Garibaldi 259 sorge in un palazzo antico. È una prigione dalla cattiva fama e dalla brutta nomea. Lo scorso Ferragosto i detenuti hanno manifestato all'interno per protestare contro le negazioni dei loro diritti, sventolando fuori dalle sbarre un lenzuolo che bruciava, sbattendo con forza le pentole in un interminabile e rumorosissimo cacerolazo. Il giorno prima, il 14 agosto, la senatrice Donatella Poletti del Partito radicale si era recata in visita ispettiva, denunciando sovraffollamento, carenza di organico, una struttura antica e fatiscente, «una situazione in cui anche una partita di pallone tra detenuti diventa un miraggio».
Cinque anni prima, la casa circondariale di Arezzo fu teatro di violenze, pestaggi ed umiliazioni. «Mi trascinano dentro una cella, il cancello rimane aperto. Davanti a me una scrivania, un agente della polizia penitenziaria. "Svuota le tasche, stronzo" mi grida "fai vedere cosa nascondi". Ecco che ricevo il primo pugno sul viso, a freddo, e il secondo di dietro alla nuca. La gamba del secondino che mi sta alle spalle si infila tra le mie e perdo l'equilibrio mentre lui mi colpisce sulla testa con la suola degli anfibi».
È un racconto duro e crudo quello di Argentieri, che descrive nei minimi particolari quegli attimi in cui una rabbia mista ad incredulità lo pervade. «Ora dammi il portafogli, terrone di merda, poggia tutto qui e spogliati che ti diamo una bella ripassata. Fai in fretta, calabrese di merda, pantaloni scarpe, mutande, tutto». Argentieri non risponde ad alcuna provocazione perché è consapevole che i suoi aguzzini non aspettano altro. Esegue le indicazioni, si spoglia e lascia cadere gli abiti sul freddo pavimento della cella di sicurezza. Nel mentre, un agente della polizia stradale si gusta la scena all'ingresso della cella con un ghigno di soddisfazione: «Prima di essere investito da una lunga serie di manganellate che faranno di me un corpo di piaghe e dolori».
«L'ubriacone»
«Cerco di proteggere il capo e le tempie con le braccia e lascio più scoperti i fianchi. Resistere è dura. Non so dove trovare la forza per non urlare, per non reagire: un'umiliazione terrificante. Torturato così da due sconosciuti in una prigione dello Stato italiano. Chi è stato a Genova, l'anno del G8, sa di cosa parlo». Nel volgere di qualche minuto, Argentieri riceve una cinquantina di manganellate, intervallate da ceffoni, pugni, calci, spintoni, pugni, di tutto. «Ho le costole rotte, la testa che mi scoppia, le braccia livide, le gambe piene di ferite. I vestiti sono laceri, la faccia arrossata e gonfia. Emetto qualche gemito di dolore ma l'unica cosa che temo veramente è di essere sodomizzato, sì sodomizzato. Sono due mostri assetati di violenza. Sento la puzza dell'alcool uscire dalla bocca di uno dei due, quello che stava dietro la scrivania».
Nei giorni seguenti, infatti, Argentieri conobbe le gesta infami di quel secondino, noto come "l'ubriacone", dalla voce di alcuni detenuti. «Ma l'altro, quello coi baffetti, non era da meno, ma per fortuna si fermano lì e non vanno oltre. Entrambi li rividi poi il giorno della scarcerazione, incrociando i loro sguardi». Dopo il pestaggio Argentieri si riveste e viene condotto in cella, la sua prima notte da detenuto. «Il corridoio è buio, vedo poco ma continuo a camminare. Salgo una rampa di scale, la seconda, la terza, fino ad arrivare all'ultimo piano. Nel tragitto ricevo calci e spintoni. "Ecco la tua cameretta" mi urlano "entra, stronzo, ora sei a casa" spingendomi in cella con un calcione sulla schiena. Sono all'incirca le quattro del mattino».
All'indomani, dinanzi al Gip, Argentieri non raccontò nulla di quella barbara notte appena vissuta, per paura di ritorsioni all'interno dell'istituto penitenziario. «Ma quando riabbracciai la libertà denunciai tutto alla magistratura, allegando una corposa documentazione costituita da certificazioni mediche e materiale fotografico relativo alle ferite riportate sul corpo». Di quella denuncia non si saprà più nulla. Andrà avanti, invece, il procedimento penale a carico di Argentieri e dei suoi amici che sinora ha prodotto in cifre: 4 giorni di carcere, 14 giorni ai domiciliari, un mese di obbligo di dimora, una condanna in primo grado ad un anno e dieci mesi di reclusione (per chi come Argentieri ha seguito il rito ordinario) con la pena condonata perché coperta da indulto. Tutti gli imputati hanno annunciato ricorso in appello.
Questa che avete letto è la storia di Totò Argentieri Piuma, che oggi ha trentacinque anni, è giornalista, dirige la rivista telematica www.terramara.it, vive la sua vita normalmente ma non ha dimenticato una virgola di quei drammatici momenti: «A me andò bene ma a Stefano Cucchi, ad Aldo Bianzino, a Federico Aldrovandi no. In un Paese civile e democratico che rifiuta a parole qualsiasi forma di violenza e discriminazione questo non è accettabile. La violenza e la tortura sono bandite dalla Costituzione a prescindere dal capo d'imputazione e dal tipo di condanna inflitta. Per questo è sacrosanta la ricerca di tutta la verità. La magistratura ha il dovere di fare giustizia». , tifoso del Catanzaro finito in carcere dopo una trasferta con scontri ad Arezzo, nel 2004. «Mi misero una pistola in bocca, mi pestarono e insultarono ripetutamente. Ho denunciato tutto alla magistratura con tanto di foto e certificati medici, ma invano. Se parlo ora è solo per aiutare a scoprire la verità su casi come quelli di Stefano Cucchi»
fonte: il manifesto

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