25 aprile 2010

Omicidio Cucchi: ostruzionismo del Pdl in commissione al Senato

La paura della trasparenza e la mancata collaborazione con la procura della repubblica rischiano di mandare in fumo il buon lavoro della commissione del Senato, presieduta da Ignazio Marino, sul caso Cucchi. E' quanto denuncia la senatrice dei Radicali/Pd, Donatella Poretti. L'improvviso ostruzionismo dei parlamentari della maggioranza sta ritardando la consegna alla procura della documentazione prodotta dalla commissione che potrebbe risultare utile all'inchiesta condotta dall'autorità giudiziaria, nonché essere utilizzata dagli indagati e dalle parti lese. Il 4 dicembre 2009 la procura aveva richiesto copia del materiale acquisito dalla commissione. Ma la commissione a maggioranza decide di consegnare solo il materiale prodotto dai sopralluoghi dei Nas dei carabinieri e non i resoconti integrali delle audizioni.

Locorotondo (Ba): Manifesti 'fuori legge' inneggiano al fascismo

La ridente cittadina nella Valle d'Itria si ritrova agli onori della cronaca per un vergognoso manifesto listato a lutto apparso questa mattina per tutte le strade di Locorotondo, il quale celebra il 65° anniversario dalla scomparsa del Duce, la commemorazione dei caduti della Repubblica Sociale Italiana e di “tutti coloro che hanno creduto nell'onore e nella grandezza del popolo d'Italia”.
Il volantino che ha tappezzato la cittadina è stato ideato e promosso dal circolo “Benito Mussolini” del paese. La Digos della Questura di Bari sta ancora cercando di far luce sulla vicenda e sulle reali finalità di questa discutibile iniziativa, soprattutto in vista delle celebrazioni del 25 aprile di domani.
Il sindaco di centro destra Giorgio Petrelli, che si definisce liberaldemocratico, in un primo momento ha addirittura affermato, "che non sussiste reato, in quanto l'affissione dei manifesti non comporta apologia al fascismo", riferendosi all'episodio.
Tuttavia in queste ore è stata disposta la copertura dei manifesti ed è stato revocato il permesso a tenere la manifestazione promossa dallo stesso circolo, sul tema del signoraggio bancario. L'autorizzazione era stata concessa dallo stesso sindaco, per il prossimo 1 maggio, invece che per il 25 aprile, come richiesto dagli esponenti dell'associazione. Petrelli, in un comunicato, dichiara che “a seguito di sopraggiunti motivi di ordine pubblico ed all’affissione di manifesti nonché alla distribuzione di volantini non consoni alla tradizione di grande democrazia e moderazione che caratterizza la cittadina di Locorotondo, ha disposto la revoca immediata dall’autorizzazione a svolgere la manifestazione del 1° maggio organizzata dal Circolo Culturale “Benito Mussolini” e la immediata copertura di tutti i manifesti oltre che il sequestro del materiale oggetto di volantinaggio”
Il circolo “Benito Mussolini” come è riportato in un comunicato stampa presente all'interno del blog annesso al gruppo ha escluso categoricamente la possibilita’ di ricostituzione del Partito Nazionale Fascista. Semplici nostalgici, dunque? Qualcuno rimanda, in vista di una giornata in cui d'obbligo sono il ricordo e la memoria, come il 25 aprile, alla “Legge Scelba” (20 giugno 1952, n. 645) , che nell'art.1 definisce le basi per poter parlare di organizzazione in contrasto con quel principio antifascista, baluardo per la nostra costituzione italiana. Infatti sancisce che “si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento […] rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, princìpi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. Strano che il primo cittadino non se ne sia accorto prima.
A Locorotondo non sono previste manifestazioni nell'immediato, ma il sindaco, Giorgio Petrelli, ha fatto sapere che l'amministrazione comunale ricorderà "il 25 aprile con l'esposizione del Tricolore e della bandiera europea. Una cerimonia la terremo invece il prossimo 2 giugno per la ricorrenza della Festa della Repubblica”.


fonte: Dazebao

24 aprile 2010

Aggressione fascista a Lamezia Terme

Nella notte tra giovedì 22 e venerdì 23 un gruppo di fascisti di CasaPound ha aggredito alcuni ragazzi del Collettivo Altra Lamezia impegnati nell’attacchinaggio dei volantini per manifestazione del 25 aprile. Dopo circa due ore di attacchinaggio, i ragazzi si sono resi conto che i loro volantini in più parti erano stati strappati e coperti da volantini del Blocco Studentesco, l’organizzazione studentesca di CasaPound. Allora, con gli ultimi tre volantini rimasti (tre contati), hanno provato a riprendersi gli spazi sui muri che gli erano stati tolti. Ecco come è nato tutto. Mentre si trovavano davanti alle macchine per andare via, arrivano questi signori di Casapound pretendendo di andare a togliere subito i volantini del 25 aprile. Al rifiuto sono partite le mani e non solo, in quanto uno di loro aveva un palo di scopa che è stato ripetutamente sbattuto in testa ad un ragazzo. Dopo frasi del tipo: “le questioni si risolvono alla vecchia maniera” e “Nicastro è nostra” si sono allontanati. Due minuti dopo è passata una pattuglia della guardia di finanza che ha constatato quanto accaduto. La serata si è conclusa al pronto soccorso, dove il referto conclusivo parlerà di cinque giorni di prognosi per un nostro compagno.
Eccola qui, Casapound Lamezia mostra il suo vero volto. Soggetti che a livello nazionale ormai godono della copertura delle istituzione e che dietro una maschera di falsa democrazia nascondono la loro reale anima violenta.
Ci piacerebbe sapere cosa ne pensa ora chi non ha esitato ad allearsi con loro alle elezioni comunali dandogli di fatto una legittimazione politica e mediatica che di certo non meritavano, cosi come ci piacerebbe sapere cosa pensa ora chi, a torto, vuole mettere sullo stesso piano fascismo e antifascismo. A questa gentaglia che è convinta di poter comandare a Lamezia rispondiamo che noi non ci abbassiamo alla logica dello scontro e anzi, la nostra continuerà ad essere una battaglia culturale. Chiediamo alla società civile lametina di prendere posizione su questo episodio e di partecipare, ancora con più rabbia e convinzione, al corteo del 25 aprile.

BASTA SPAZI AI FASCISTI!

Collettivo Altra Lamezia - Rifondazione Comunista - Lista Città – Casa della Legalità e della Cultura

http://www.altralamezia.altervista.org/

23 aprile 2010

Il Pd come la Lega. A Savona come ad Aldro dal prossimo anno fuori dalla mensa i morosi

«Si informa che, come da delibera della giunta comunale gli utenti che presentano dei bollettini insoluti (da settembre 2007 ad oggi) non potranno essere ammessi alla mensa dell’anno scolastico 2010/2011». E’ il messaggio che hanno trovato le famiglie savonesi con figli alle scuole materne ed elementari in una lettera che accompagnava i cedolini di pagamento del refettorio scolastico relative a gennaio e febbraio.
L’assessore ai servizi scolastici Isabella Sorgini, del Partito democratico ha adottato gli stessi provvedimenti dei comuni di Adro in provincia di Brescia, dove i bambini sono stati esclusi dalla mensa, e di Montecchio maggiore (Vicenza), dove i figli delle famiglie insolventi sono stati lasciati a pane e acqua.
D’altra parte, lo aveva già annunciato settimane fa e questa volta la decisione è diventata operativa. Il Comune ricorda ai genitori che non ha più intenzione di tollerare morosità: chi non paga entro la fine di quest’anno scolastico, dunque, da settembre non mangerà. Ma lo stesso assessore si affretta a chiarire che «A Savona non succederà mai come in altri comuni che i bambini vengano umiliati con pane e acqua”, perchè dice “non vogliamo colpire gli alunni ma soltanto quei genitori che pensano di fare i furbi. Abbiamo solo messo delle regole, e intendiamo farle rispettare, ripristinando la legalità. Ci sono famiglie che per anni non hanno pagato – prosegue Sorgini – a chi non paga inviamo tre solleciti poi l’iscrizione al ruolo, ma spesso non succede nulla. Ma chi non paga per un anno intero non avrà più diritto al servizio». Fuori dalla mensa, quindi.

Bologna: Contestarono i militari il 2 giugno, tutti assolti

Duecento persone parteciparono in Piazza Maggiore alla contestazione della parata militare del 2 giugno 2006, contemporaneamente a molte altre città italiane. A fischiare i militari ed esporre striscioni c’erano Tpo, Crash, Vag61 e Livello57, gli anarchici del Circolo Berneri, gli studenti della Rete Universitaria, la Cub.
L’accensione di un fumogeno, il lancio di un petardo e di alcuni pomodori avevano fatto scattare la denuncia per cinque dei dimostranti, ieri assolti.

fonte: zic.it

22 aprile 2010

Napoli: Bottiglie incendiarie contro i muri del Laboratorio Insurgencia

Due bottiglie incendiarie contro il laboratorio sociale Insurgencia! Questa l'amara scoperta fatta nella serata di ieri in occasione delle consuete attività di quartiere nel centro sociale: i chiarissimi segni neri di due vampate di fuoco sul muro e in terra i cocci di bottiglie di vetro con gli stoppini... Il fatto probabilmente risale alla notte precedente, visto che di giorno è impossibile che possa passare inosservato un gesto del genere su un luogo conosciuto e frequentato dagli attivisti, dagli studenti della limitrofa scuola Sbordone e dagli abitanti del quartiere.
Un gesto facile e vigliacco, probabilmente da auto in corsa, che fortunatamente non ha prodotto nessun danno, perchè si è consumato contro il muro, ma non per questo è meno grave e vile contro chi quotidianamente lavora contro l'emarginazione e la mancanza di spazi di socialità e di autorganizzazione nei quartieri popolari.
Non facciamo fatica nemmeno ad immaginare la matrice di questo attentato, che è sicuramente collocata in quella microgalassia di gruppetti neofascisti e xenofobi, che fortunatamente a Napoli non hanno la rappresentatività sociale per mobilitarsi in piazza e dopo aver tentato inutilmente di insediarsi a Materdei oggi sfogano la propria sottocultura in questo modo (e coerentemente con quello che avviene in tante parti d'Italia). Un problema di tutta la città, dopo la serie di aggressioni squadriste contro singole persone, dagli studenti del Margherita di Savoia al passante di piazza Dante... Questo gesto rappresenta un ulteriore escalation della loro regressione. La vicinanza con le manifestazioni pubbliche del 25 aprile è probabilmente un altro motivo stimolante per le teste bacate di questi piccoli fans della dittatura e dello squadrismo.
Proprio venerdi alle 17.30 al laboratorio Insurgencia si presenta il liibro "Sia folgorante la fine" di Carla Verbano, mamma di Valerio, assassinato trent'anni fà dai neofascisti dei NAR e al quale è stata intitolata una strada dal Comune di Napoli quest'anno. Un'iniziativa che automaticamente diventa anche un'assemblea pubblica contro questo avvenimento.
Se qualcuno pensa di intimidirci rispetto alle nostre attività quotidiane al fianco dei soggetti sociali più deboli e sfruttati, davvero fa malissimo i suoi conti, ma dopo un'episodio del genere ci fanno ancora più rabbia le equiparazioni astratte (e incostituzionali) tra le reti antirazziste e antifasciste che a Napoli mobilitano migliaia di giovani (come il 30settembre contro Casapound o come il primo marzo contro le leggi xenofobe) e chi fa dello squadrismo la sua reale forma di esistenza. Come se la storia non avesse insegnato nulla su queste sottoculture autoritarie e razziste e sui loro tristissimi epigoni.
Altresì non possiamo non notare l'agibilità che viene concessa a questi squadristi che agiscono in queste forme vigliacche mentre invece la repressione aggredisce le lotte sociali, come testimoniano proprio ieri le misure cautelari confermate agli attivisti antidiscarica di Chiaiano. E aspettiamo di sapere cosa hanno da dire quei rappresentanti del Pdl e della Destra, da Schifone a Diodato a Florino, che coltivano pubblicamente relazioni e sostegno economico e politico a questi gruppetti xenofobi e neofascisti che sempre più, a dispetto della loro presunta carica "antisistema", si caratterizzano come la gioventù nera di una parte del centrodestra. A dimostrazione di un progressivo slittamento del sistema di garanzie democratiche e costituzionali.
Per parte nostra rilanciamo ancora e lo faremo sempre, il piano della mobilitazione di massa come la manifestazione del 25 aprile lanciata dalla rete napoletana contro il neofascismo, il razzismo e il sessismo con la partecipazione dell'ANPI (ore 17.00 da piazza del Gesù) e l'appello ai movimenti per la manifestazione del primo maggio a Chiaiano!

Laboratorio occupato Insurgencia

21 aprile 2010

Vizio di forma, riapplicate le misure cautelari agli attivisti di Chiaiano

Sembra una vicenda assurda, magari raccontata in qualche libro noir ed invece è quello che sta avvenendo agli attivisti del Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano.
Lunedi’ 19 aprile presso il Tribunale del riesame si teneva l’udienza per decidere sulla scarcerazione dagli arresti domiciliari per Pietro Spaccaforno e per la cessazione dell’obbligo di firma quotidiano per gli altri attivisti tra cui Davide Brignola ed Egidio Giordano.
Nella serata di lunedi’ 19 aprile il commissariato di polizia di Secondigliano scarcerava Spaccaforno dopo l’arrivo della decisione del riesame. Stessa sorte toccava anche a Davide Brignola presso un altro commissariato di polizia presso il quale quotidianamente lo stesso andava ad ottemperare agli obblighi di firma.
La sentenza del riesame ridimensiona pesantemente tutto l’impianto accusatorio. Vengono cancellati infatti i reati di furto ed incendio in merito agli episodi del 23 maggio 2008 in cui migliaia di cittadini furono attaccati dalle forze dell’ordine presso il Presidio in rotonda Titanic.
Due capi d’accusa cancellati ! Resta in piedi solo l’interruzione di pubblico servizio e la violenza privata, che a due anni di distanza dai fatti non giustificherebbero in alcun modo delle misure di restrizione della libertà.
Ed invece due giorni dopo la sentenza il Tribunale del Riesame torna indietro, parlando di cattiva interpretazione dell’ordinanza emessa. Oggi Pietro Spaccaforno è stato rimesso nuovamente agli arresti domiciliari e gli altri attivisti sono tornati all’obbligo di firma ! Due giorni dopo una sentenza che di fatto smantella le principali accuse. Non c’e’ stato nessun furto e nessun incendio di autobus secondo il riesame, ciononostante il tribunale ha deciso di confermare lo stesso le misure cautelari per i capi d’imputazione minori ovvero l’interruzione di pubblico servizio, questo a due anni di distanza dai fatti e senza alcun oggettivo pericolo di reiterazione del reato !
Ancora una volta poniamo la domanda oggettivamente più legittima : Se non è persecuzione allora cos’e’ ?
Decine di cittadini avevano atteso lunedi’ mattina sotto il Tribunale la decisione del riesame esponendo una bilancia della giustizia in cui su un piatto c’erano le foto del 23 maggio del 2008 e su un altro le immagini di Guido Bertolaso e della Protezione Civile a testimoniare come la giustizia continui ad essere forte coi deboli e debole coi forti. Una persecuzione che mette in pericolo la tenuta del diritto al dissenso nella nostra città. Una persecuzione che si applica attraverso mezzi incredibili mettendo in libertà delle persone e riarrestandole due giorni dopo !
Centinaia di personaggi della cultura, della politica, delle scienze avevano firmato l’appello in solidarietà e sostegno agli attivisti colpiti dalle misure di restrizione della libertà, ed è a tutti loro, oltre che alle migliaia di persone che si mobiliteranno il 1°Maggio prossimo a Chiaiano che qualcuno dovrà spiegare come viene garantito il diritto al dissenso in questa città !
Il prossimo 1° Maggio i movimenti napoletani scenderanno in piazza a Chiaiano a difesa di tutte le lotte sociali per ribadire che nessuna intimidazione e nessuna repressione potrà impedire che in questa città si sviluppino forme di nuova democrazia come la lotta di Chiaiano ha dimostrato di essere.
Decine di artisti suoneranno al concerto che si terrà dopo la manifestazione dai 99 Posse ai Zezi per una manifestazione popolare che reclamerà a gran voce il diritto al dissenso a Napoli e nel paese.


Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano

Manicomo Italia, seminudi e legati al letto

Lo chiamano “ergastolo bianco”. Colpisce «persone che non devono scontare una pena né essere rieducate», come spiega Alessandro Margara, ex magistrato e capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dal 1997 al 1999. «Si tratta di individui che sono stati prosciolti perché malati e quindi devono essere curati», per questo finiscono negli ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg. Ex “manicomi criminali”sopravvissuti alla riforma Basaglia varata trentadue anni fa. In Italia ne esistono ancora sei: quello di Aversa in provincia di Caserta, Napoli sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Malgrado il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne disponga la chiusura, la loro fine è ancora lontana. Attualmente vi si trovano rinchiusi 1.535 persone, tra cui 102 donne, contro una capienza regolamentare di 1.322 posti. Secondo i dati, aggiornati al 31 marzo, forniti dall’amministrazione penitenziaria, la quasi totalità dei presenti, 1.305, non è composta da detenuti in attesa di giudizio né da condannati in via definitiva ma da «internati». Che cosa è un internato? Non è un detenuto e nemmeno un condannato, ma una persona ritenuta «pericolosa socialmente». Nei suoi confronti il giudice dispone una misura di sicurezza che può arrivare all’internamento. Provvedimento che «si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa», sottolinea Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’università Cattolica di Piacenza. Ma avviene lo stesso anche quando l’internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui. L’internamento può essere prorogato all’infinito, lo decide sempre il magistrato di sorveglianza in base alle valutazioni mediche. Per questo lo chiamano «ergastolo bianco».
Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono ancora 484 internati rinchiusi nelle cosiddette case lavoro o case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una «pena accessoria». Che cosa è una pena accessoria? Una punizione supplementare che viene scontata dopo aver terminato la condanna penale. Per le persone etichettate dalla magistratura come «delinquenti abituali o professionali», una volta usciti dal carcere subentra la misura di prevenzione: tra queste la più estrema è l’internamento in una casa lavoro, di fatto un prolungamento della reclusione in una struttura che non si differenzia in nulla da un normale carcere, anche perché il lavoro non esiste e l’internato resta chiuso in cella. L’illegittimità di questo doppio circuito penale è denunciata da tempo da molti operatori del settore e dalle associazioni di volontariato. Prima che andassero di moda il viola, il giustizialismo e il populismo, la critica delle istituzioni totali era anche uno dei caratteri distintivi dei comunisti e della sinistra. L’ultima denuncia arriva dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa redatto dopo un’ispezione effettuata nel settembre 2008. Nelle 84 pagine del testo si segnalano le pessime condizioni in cui versano gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma si riferisce anche di una diffuso ricorso alle percosse da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone fermate o arrestate, oltre a rilevare il grave stato di sovraffollamento delle prigioni. Sotto accusa in particolare la situazione in cui versa l’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Una struttura scadente. La delegazione ha riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano mantenuti nell’Opg anche oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine d’internamento. Le autorità italiane hanno risposto che la struttura è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive. Per Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania, «Il giudizio del Cpt evidenzia le condizioni di inumanità e degrado che vivono gli internati dell’Opg di Aversa. Un problema che non deriva solo dalle condizioni di sovraffollamento ma dal meccanismo manicomiale in sé e dalle sue dinamiche di annullamento sociale del sofferente psichico». Nel rapporto sono state evidenziate numerose situazioni di criticità: condizioni igieniche e di vivibilità minime, carenza di personale civile, assenza di attività di reinserimento sociale, insufficienza del livello di assistenza sanitaria, uso dei letti di contenzione. Solo pochi mesi fa è stato registrato il decesso di un internato morto per il proprio rigurgito e di un altro deceduto per tubercolosi.
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di finanza, soprattutto nella zona del Bresciano. I presunti maltrattamenti consistono essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto e, in diversi casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi, inoltre, la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, verifica il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constata la necessità di un’azione più incisiva in questo campo, per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell’ordine. Inoltre, rileva il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, la relazione pone l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il ”41-bis”).

Paolo Persichetti

Mogliano (Treviso): Il sindaco leghista vieta di cantare Bella Ciao per il 25 aprile

«Bella ciao» vietata alle commemorazioni del 25 Aprile. La scaletta della banda in vista della parata di domenica fa litigare Anpi e amministrazione comunale. Il sindaco Azzolini: «A Mogliano è meglio cantare la canzone del Piave». Il presidente della sezione locale dell’associazione partigiani, Maurizio Beggio ribatte: «Bella ciao non è politica, è di tutti, la canta anche mia figlia». La commemorazione della resistenza piomba al centro della polemica politica. E la nuova amministrazione leghista sembra ben intenzionata a far pesare il suo dominio sulla città, anche in occasione della festa del 25 Aprile. La data della liberazione dal fascismo rischia così di rimanere orfana di uno dei brani simbolo della lotta partigiana: «Bella ciao».
La canzone è troppo di sinistra, troppo rossa per essere intonata dalla banda cittadina nella verde piazza moglianese. Il sindaco Giovanni Azzolini getta da subito benzina sul fuoco: «L’Anpi dice che non è giusto suonare la Canzone del Piave - commenta - e vuole Bella Ciao, ma mi chiedo cosa c’entri..». Secondo il primo cittadino la parata non deve essere contaminata da canzoni partigiane: «La Banda - afferma - deve eseguire brani istituzionali e Bella Ciao non è certo riconosciuta negli inni nazionali. Il Piave invece è fiume sacro alla patria. E poi siamo a Mogliano, da qui è partita la terza armata che ha riconquistato l’Italia, sempre in segno di libertà». Secondo Azzolini, dunque, per testimoniare la liberazione dal fascismo, durante la seconda guerra mondiale, può andare benissimo anche una canzone che celebra la vittoria nella prima guerra mondiale. Vero è, comunque, che durante la liberazione «La canzone del Piave» era l’inno nazionale della Repubblica Italiana.
Sulla proposta il presidente dell’Anpi moglianese, Maurizio Beggio, non pone veti ma commenta con disappunto: «Non mi da fastidio che suonino il Piave, o “la bella Gigogin” ma si faccia anche Bella Ciao; è una canzone di tutti - commenta Beggio - non stiamo mica chiedendo «Fischia il vento»...». Secondo il presidente dell’Anpi le resistenze alla canzone dei partigiani arrivano non solo dall’a mministrazione, ma anche dalla Banda: «Bella Ciao crea mugugni perchè dicono che è troppo politicizzata - commenta - L’anno scorso ho dovuto insistere non poco per farla suonare, ma hanno eseguito solo un pezzo. L’anno prima l’avevamo cantata in aula consigliare, oggi il nuovo strano boicottaggio».

fonte: http://tribunatreviso.gelocal.it

20 aprile 2010

Rapporto del Consiglio d'Europa, Centri di detenzione, carceri e Opg: Italia, non proprio il Paese dei diritti

Percosse da parte delle forze dell'ordine, sovraffollamento delle prigioni, cattive condizioni all'interno degli Ospedali psichiatrici giudiziari: l'Italia non appare certo il paese dei diritti. A puntarci il dito contro e' il Comitato per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d'Europa, che oggi ha pubblicato il rapporto relativo alla quinta visita periodica effettuata sul territorio italiano tra il 14 e il 26 settembre 2008. Il rapporto è corredato dalle risposte del governo italiano.
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle forze dell'ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di Finanza, soprattutto nel Bresciano. I presunti maltrattamenti consistevano essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell'arresto e, in alcuni casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi, inoltre, la delegazione ha potuto riscontrare l'esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, verifica il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constata la necessità di un'azione più incisiva in questo campo, per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell'ordine. Inoltre, rileva il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito, il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, il rapporto pone l'accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il 41-bis).
Il Comitato ha espresso anche la più viva preoccupazione per il livello di violenza registrato all'interno delle carceri di Brescia-Mombello e di Cagliari-Buoncammino, dove episodi di violenza tra detenuti nel corso del 2008 hanno causato lesioni gravi e, in un caso, la morte di un carcerato. A Cagliari, poi, il Comitato ha ricevuto alcune accuse relative al fatto che il personale carcerario non sarebbe sempre intervenuto tempestivamente per sedare le risse tra detenuti. Per tutta risposta le autorità italiane hanno evidenziato che l'amministrazione penitenziaria ha invitato le prigioni di Brescia e di Cagliari a prendere tutte le misure necessarie per impedire la violenza tra detenuti. Hanno inoltre affermato che, a partire dall'autunno del 2008, gli episodi di violenza nel carcere di Cagliari sono diminuiti a seguito di una convenzione con la Caritas.
Sotto accusa anche l'Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Secondo il rapporto, infatti, le condizioni della struttura sarebbero scadenti mentre si evidenzierebbe e la necessità di migliorare il regime quotidiano di degenza dei pazienti, aumentando il numero e la varietà delle attività trattamentali quotidiane loro garantite. La delegazione ha inoltre riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti nell'Opg piu' a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano trattenuti nell'ospedale anche oltre lo scadere del termine previsto dall'ordine di internamento. Le autorità italiane hanno risposto che l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l'esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive.
Il ricorso al trattamento obbligatorio dei pazienti è stato invece oggetto di critica per quanto riguarda il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell'Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. A questo proposito la raccomandazione è quella apportare miglioramenti alla fase giudiziaria della procedura relativa al trattamento sanitario obbligatorio.

fonte: Dires - Redattore Sociale

Milano: Blocchiamo il raduno nazi!!!

Siamo rimasti sconcertati nell’apprendere che l’estrema destra milanese, magicamente unita sotto l’icona di Sergio Ramelli ma soprattutto nella rivendicazione del diritto alla commemorazione dei caduti della repubblica di Salò e degli aguzzini nazifascisti, ha in programma una settimana di mobilitazioni e iniziative pubbliche a partire dal 24 aprile fino al 1° maggio (compresa una messa al cimitero Maggiore in onore di Mussolini domenica 18 aprile). Ancora più allibiti siamo rimasti nel sapere che in consiglio di zona 3, dove si discuteva sulla richiesta di uno spazio pubblico per un concerto nazirock per sabato 24 aprile, sia passata (anche con i voti dei rappresentanti del PD) la mozione che posticipa tale evento al 2 maggio ma ne garantisce la legittimità politica e il finanziamento con soldi pubblici. Il coacervo di realtà neofasciste che promuovono l’iniziativa, che vanno da Forza Nuova agli Hammerskin, da Fiamma Tricolore a Casapound, spalleggiate e foraggiate dalla destra parlamentare, crede che sia venuto il momento per alzare la testa e, fregandosene della Costituzione e degli ideali che l’hanno ispirata, attuare quella strategia di sdoganamento del pensiero e della storia del fascismo attraverso un’operazione di revisionismo e di equiparazione tra vittime e carnefici (in un paese che sembra aver perso la memoria), facendo leva sul razzismo dilagante attestato dai risultati elettorali e spacciando per nuova quell’ideologia di potenza e sfruttamento che portò ai più efferati crimini della storia. La sinistra istituzionale di fronte a questa arroganza non trova di meglio che appellarsi alla pacificazione e alla par-condicio, rendendosi complice dell’accettazione passiva da parte dei cittadini di questa propaganda totalitaria e xenofoba e magari interrogandosi sulle motivazioni della sconfitta elettorale. Oltre al fatto che reputiamo una grave e inaudita provocazione indire iniziative dichiaratamente fasciste alla vigilia della festa della Liberazione dal nazifascismo del 25 aprile e a ridosso della giornata di lotta del 1° maggio, sentiamo la necessità di lanciare un appello alla mobilitazione generale perché tutto ciò non possa accadere, né in questi giorni né mai. Indiciamo quindi un’assemblea pubblica cittadina mercoledì sera 21 aprile alla cascina autogestita Torchiera per confrontarsi attraverso analisi politiche e per arrivare a proposte concrete di azione e mobilitazione che riescano a coinvolgere tutti quei cittadini che credono ancora nei valori della Resistenza e che, come noi, sono indignati.

Partigiani in ogni Quartiere

Cosa Succede?

A Milano si sta preparando un RADUNO NAZIFASCISTA in grande stile con la copertura di settori del Pdl e finanche della Lega Nord. Iniziativa principale un concerto il 24 aprile ai giardini "Sergio Ramelli" di Milano. Il tutto inizierà domenica prossima al Cimitero Maggiore con una messa in onore di Mussolini e proseguirà con una settimana di iniziative che durerà dal 24 aprile al 1° Maggio. Ne discute domani il consiglio di Zona 3.
Immagina una città dove i neonazisti organizzano concerti in una piazza pubblica. Immagina una città dove le organizzazioni neofasciste hanno rapporti strutturali con la destra istituzionale al governo.
Immagina una città dove un consiglio di zona appoggia le iniziative dei neonazisti. Dove pensi che sia questa città? In Polonia, in Ungheria, in uno dei Paesi dell’est che hanno visto le destre radicali occupare grande spazio nella vita pubblica. No ti sbagli questa città è Milano. La Milano della grande tradizione democratica e antifascista. Tradizione perché oramai il governo della città è nelle mani di una coalizione che in molte sue componenti scavalca la destra radicale sul terreno dei razzismi, dell’omofobia e della xenofobia.
Crediamo però che esista ancora una città che non può tollerare che si tengano raduni neonazisti, specialmente quando sono supportati anche da loschi figuri istituzionali. Una città che rigetta sia chi pratica il razzismo nelle strade ma anche chi lo impone come legge dello stato dall’alto delle proprie cariche governative e parlamentari.La Milano che amiamo è stanca di vedere scorrazzare a braccetto i vari La Russa Bros., i Borghezio, gli Jonghi-Lavarini, i Prosperini, i De Corato, i Guaglianone, i Fidanza con i “fascisti del III millennio” (così simili a quelli del millennio passato da essere indistinguibili) di Casa Pound (fu Cuore Nero) e con i nazi-catto integralisti di Forza Nuova.
Milano non può tollerare che venga usata come laboratorio per le relazioni pericolose fra la destra perbenista law & order di Lega e Pdl e lo “squadrismo del nuovo millennio”.
Milano non accetta che, specialmente a poche ore dalla festa della liberazione dal nazifascismo, si possa tenere, con l’autorizzazione del Consiglio di Zona 3, un concerto organizzato dai peggiori razzisti e neonazisti all’interno di un giardino pubblico.
Né qui né altrove…. Per fascisti e razzisti non c’è posto! Milano odia razzisti e fascisti.

I Corsari amano Milano.

Per new e aggiornamenti in tempo reale: http://corsari-milano.noblogs.org/

18 maggio processo d'appello al Sud Ribelle. Breve storia

La PROCURA GENERALE DI COSENZA a Dicembre del 2008 chiede l’appello e appello sarà. Il prossimo 18 maggio a Catanzaro. La prima parte del lungo processo è terminata il 24 aprile del 2008 dopo cinque anni dall’avvio e dopo 50 lunghe udienze spesso iniziate la mattina e finite nel tardi pomeriggio. Il PM del processo contro i 13 militanti del Sud Ribelle , Domenico Fiordalisi non si era smentito. Alla fine della sua lunga discussione, durata ben 6 ore aveva richiesto per tutti gli imputati oltre 50 anni di carcere. Aveva chiesto 6 anni di carcere più tre anni di libertà vigilata per Francesco Cirillo, Francesco Caruso e Luca Casarini ; Tre anni e sei mesi più due anni di libertà vigilata per Lidia Azzarita, Alfonso De Vito, Anna Curcio ,Salvatore Stasi, Peppe Fonzino,Michele Santagata, Antonino Campennì ; Due anni e sei mesi più 1 anno di libertà vigilata per Emiliano Cirillo, Vittoria Oliva e Claudio Dionesalvi. Ma la Corte d’Assise di Cosenza presieduta dalla dott.ssa Maria Antonietta Onorati non ha assolutamente tenuto conto né degli avvocati dell’accusa della parte civile , nè dei teoremi del PM Fiordalisi, né delle testimonianze del dirigente della Digos di Cosenza Cantafora, né dei rapporti dei Ros. Non esistevano prove tangibili del coinvolgimento dei 13 imputati negli scontri di Genova: nessun video, nessuna foto, nessuna testimonianza diretta. Solo parole, opinioni, discussioni captate per telefono dopo i fatti di Genova . Nessuna prova di alcuna organizzazione degli scontri. Il processo interessò poco la stampa nazionale ed anche quella regionale salvo qualche trafiletto cronachistico. Eppure quello ai militanti del sud ribelle è un processo che ha tutti i risvolti di un processo alla democrazia, alla libertà di manifestare, alla sospensione dei diritti, oltre che alla libertà di pensiero e di movimento rappresentate da un intera generazione. Qui le accuse di devastazione sono generiche ed il perno di tutta l’accusa si basa esclusivamente su reati di opinione e di associazione. Pesa come un macigno sulle udienze processuali la morte di Carlo Giuliani che viene fuori ogni tanto dalla visione dei video-shock sul massacro e sulla “macelleria messicana” alla genovese. Archiviato il 'caso De Gennaro' – che la corte non ha voluto ascoltare sulle giornate di Genova, come teste d’accusa, e definendo la sua <> – spuntano come funghi altre notizie collegate al procedimento penale contro il Sud Ribelle. Ricordiamo solo alcuni degli elementi e dei personaggi, ormai noti, assolutamente non trascurabili, per inquadrare il processo cosentino. Una voce, risuonò su tutte, fu quella del dottor Mortola, l'uomo che pronunciò la frase "oh ragazzi, le molotov non lasciatemele qui", riferendosi alle famose molotov che costarono l'accusa di falso e la cui esistenza fu utilizzata come pretesto per il massacro alla Scuola Diaz. Pensiamo, poi, ai verbali falsificati dagli agenti nella caserma di Bolzaneto, fatti firmare ai fermati stranieri, nei quali involontariamente, si rifiutavano di voler avvertire le proprie ambasciate e di chiamare un avvocato. Ai commenti degli operatori telefonici di pubblica sicurezza che rispondevano ai centralini nelle ore 'calde' con "siamo uno a zero per noi" o "gli zecconi maledetti". Voci che risuonavano dappertutto, ma che non poterono essere ascoltate nelle aule del triste Tribunale di Cosenza. Prendono, intanto, corpo i primi risarcimenti per i pestaggi di strada, a Genova nel 2001, nei confronti dei manifestanti. Chi risarcirà? Lo Stato. Lo stesso Stato che si e' costituito come parte civile nel processo di Cosenza, contro la 'Rete Meridionale del Sud Ribelle', che solo nella fantasia dell'ex titolare dell'inchiesta Fiordalisi poteva essere il "regista della sovversione a Genova e Napoli". Ma sul Tribunale di Cosenza non mancano i veleni giornalistici. Alcuni 'strani' movimenti - a livelli alti e nascosti - sono descritti in vari articoli, sul quotidiano La Repubblica. A quanto pare, oltre che per magistrati, vip, politici, venivano confezionati dossier anche sui movimenti antiglobalizzazione in particolare nella preparazione del social forum di Firenze nel 2002. Gli arresti e l’operazione ‘Sud Ribelle’ doveva partire proprio a ridosso del social forum. Ma poi qualcuno consigliò di spostare gli arresti a qualche settimana dopo. La Digos cosentina in tutto il procedimento è centrale, perché fa partire proprio da uno strano attentato, avvenuto a Roma il 10 aprile del 2000 ,ad opera di un fantomatico gruppo terroristico, detto NIPR, l’inchiesta sul Sud Ribelle. Questi fantomatici attentatori mandarono, secondo quanto scritto dalla Digos e dal Ros, un volantino alla Zanussi di Rende. Uno pensa ad una fabbrica con operai, ed invece non è altro che un deposito di ricambi della Zanussi con un solo impiegato tuttofare che trova nella casella della posta il “magico volantino“. Da qui le prime intercettazioni a militanti storici e non dell’antagonismo calabrese. Intercettazioni che non hanno fatto altro che registrare opinioni, discussioni, convocazioni di riunioni pubbliche che il PM Fiordalisi ha ripetuto passo per passo durante la sua lunga requisitoria cercando di farle apparire come discussioni operative. Per capire il perché si sia deciso da parte dello Stato l’attacco al movimento meridionale del Sud Ribelle bisogna conoscere cosa è successo immediatamente prima gli arresti del 15 novembre del 2002. Il territorio meridionale per la prima volta dopo decenni di silenzio è attraversato da una serie di lotte dure ed autonome. Dai disoccupati di Napoli, agli operai di piccole fabbriche in chiusura, all’occupazione di strade e ferrovie, è un fiorire di lotte, dove il controllo tradizionale dei partiti e delle istituzioni è completamente sfuggito,loro, di mano. La prova del fuoco è il Global Forum di Napoli a maggio del 2001. Il movimento riesce a portare in piazza, per la prima volta cinquantamila persone provenienti da tutti i territori meridionali. Comitati contro le discariche e gli inceneritori, comitati di base sindacali, comitati di lotta di fabbriche, studenti, immigrati, per la prima volta sono insieme a Napoli per protestare contro la vergogna rappresentata dai capi di stato riuniti e barricati in piazza Plebiscito, nel Palazzo Reale che fu dei Borboni. Una manifestazione assolutamente pacifica viene attaccata in piazza Municipio, da tutti i lati, come una moderna Little Big Horn, dai reparti speciali di polizia, carabinieri e finanza. E’ una mattanza. Centinaia di compagni e compagne vengono massacrati e trasportati in caserme dove vengono torturati. E’ la prova su Genova. Il ministro ulivista è Enzo Bianco che se ne sta seduto comodamente in un ristorante napoletano, col cellulare spento, mentre la polizia si sbizzarrisce fra i vicoli di Napoli alla ricerca di sovversivi. Ma il movimento non si ferma. L’esperienza di Napoli impone livelli di coordinamento organizzativo e soprattutto impone una piattaforma sulle istanze che provengono dal sud. Nasce il Sud Ribelle. Per la prima volta a Cosenza si riuniscono gruppi, comitati, sindacati, associazioni, centri sociali, per andare insieme a Genova e portare insieme quella che è la realtà e la specificità del sud. In preparazione dell’evento a Genova, il sud ribelle mette in atto una serie di iniziative che pongono le problematiche del sud: la militarizzazione del territorio, la NATO, la ‘ndrangheta di stato, la devastazione ambientale del territorio, su tutte il Ponte sullo Stretto, le scorie nucleari a Policoro, le prime sperimentazioni di OGM su territori da sempre dediti all’agricoltura tradizionale, le navi dei veleni che esploderanno sulle cronache dei giornali ben sei anni dopo. A giugno 2001 si manifesta a Policoro contro il deposito di scorie nucleari e contro le sperimentazioni OGM sulle melanzane. A luglio si occupano le agenzie di lavoro a Napoli, Taranto, Cosenza, Palermo. Il movimento cresce e diventa sempre di più presente all’interno delle lotte. A Genova per la prima volta si arriva uniti ed organizzati. Ed a Genova scatta la seconda repressione dello stato e dei suoi sbirri sul movimento. Al posto del Ministro Bianco alla cabina di comando ci sono Scaloja e Fini. Il ritorno da Genova rappresenta l’avvio di una serie di nuove iniziative sul territorio meridionale. La presenza nelle lotte è sempre più significativa e soprattutto organizzata. Lo stato non può più stare fermo di fronte alla crescita evidente del movimento e dà mandato ai Ros di organizzare gli arresti. La vita dei militanti appartenenti al movimento del Sud Ribelle, viene scandagliata fin nei piccoli particolari. Cominciano una serie di pedinamenti, intercettazioni, servizi fotografici, sull’attività di cento militanti del sud e si raccolgono alcuni faldoni provenienti da altre procure, si entra addirittura nelle case, oltre che nelle auto, per apporvi micro spie . Il pedinamento è continuo fino alla decisione, insieme alla Procura di Cosenza che ha sposato in pieno le “prove” portate da Ros e Digos, dell’arresto di 18 attivisti. Cosa che avviene nella notte del 15 novembre 2002. Il Sud ribelle secondo gli investigatori è un enorme associazione sovversiva all’interno della quale agisce un gruppo ristretto di sovversivi con intenti terroristici. I 18 attivisti, considerati elementi pericolosissimi, vengono portati in carceri speciali e qui restano per 20 giorni fino a quando il Tribunale del Riesame di Catanzaro non ne decide la scarcerazione. Gli attivisti del sud ribelle vengono accusati di reati pesantissimi che vanno dalla Cospirazione politica mediante associazione al fine di : Turbare l’esercizio delle funzioni del governo italiano durante il G8 a Genova nel luglio 2001; Effettuare propaganda sovversiva Creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato. Associazione per delinquere / Associazione sovversiva / Attentato contro organi costituzionali a Genova / Attentato contro organi costituzionali a Napoli/ Porto di oggetti atti ad offendere / Resistenza a pubblici ufficiali / Turbativa violenta del possesso di cose immobili / Propaganda sovversiva.
Queste le tappe dell’inquisizione sul Sud ribelle:
- 15 Novembre 2002: 18 attivisti del movimento meridionale sono tratti in arresto per vari reati associativi .
- 23 Novembre 2002: Centomila persone scendono in piazza a Cosenza per chiedere la liberazione immediata di tutte e tutti gli arrestati.
- 2 Dicembre 2002: Il Tribunale della libertà di Catanzaro produce una sentenza che, oltre a rimettere in libertà tutti gli arrestati, demolisce dalle fondamenta l’impianto accusatorio del provvedimento. "Esprimere il dissenso non è reato" è il messaggio cardine delle motivazioni di quella sentenza.
- 9 Maggio 2003: Nonostante la richiesta dello stesso Procuratore Generale di rigettare il ricorso presentato dal Pm titolare dell’indagine, la Cassazione annulla la sentenza del Tdl di Catanzaro per esclusivi vizi di forma, mentre i contenuti della sentenza contestata non sono minimamente messi in discussione.
- Luglio 2003: Il Pm Fiordalisi presenta una “memoria” in cui ribadisce la volontà di arrestare nuovamente tutti e 20 gli indagati, ed estende all’intero movimento le accuse già formulate contro il Sud Ribelle. Fiordalisi chiede di depositare decine di migliaia di pagine contenenti "nuove" prove: si tratta essenzialmente di altre intercettazioni telefoniche riciclate (e molte di queste palesemente manomesse dalla digos di Cosenza) da altre procure che le avevano dichiarate inutili e insignificanti, ma per Fiordalisi sono una conferma: le contestazioni al G8 di Genova erano un attacco al governo Berlusconi. Secondo lui, gli indagati volevano "turbare l’esecuzione delle funzioni del governo italiano, sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito dello Stato, sovvertire la globalizzazione economica”.
- Novembre 2003: Nuova sentenza del tribunale della libertà di Catanzaro. A carico di cinque su diciotto già scarcerati, rimangono i gravi indizi di colpevolezza. A tre di loro viene addirittura imposto l’obbligo di firma (Caruso, Cirillo, Santagata) che durerà fino all’inizio del processo per oltre 1 anno; per tutti gli altri cade ogni contestazione.
- Aprile 2004: Richiesta di rinvio a giudizio per tredici degli indagati, due dei quali completamente estranei fino a quel momento a tutta la vicenda giudiziaria (Luca Casarini e Alfonso De Vito). Le posizioni di altri 41 indagati vengono archiviate. Solo per 11 dei 18 arrestati nel novembre 2002, è stata presentata richiesta di rinvio a giudizio; cinque di quelli che finirono nelle carceri speciali vedono cadere ogni contestazione a proprio carico. Fiordalisi aggiunge il reato di “associazione a delinquere”. Quindi, non solo sovversivi e cospiratori, ma anche delinquenti.
- Maggio 2004: Prima udienza preliminare. I legali si oppongono alla costituzione di parte civile presentata dalla Presidenza del Consiglio e dai Ministeri dell’Interno e della Difesa, che è stata però accolta. Il governo chiede cinque milioni di euro di risarcimento per i danni non patrimoniali, cioè d’immagine, subiti in occasione dei vertici di Napoli e di Genova. Ma il Gup Giusi Ferrucci, respinge questa e tutte le altre eccezioni della difesa, e prim’ ancora fissa il calendario del dibattimento, stralciando la perizia sulle intercettazioni (che sono il cuore del “teorema Fiordalisi”). Gli imputati, dinanzi a questo atteggiamento del Gup, che mostra già di aver deciso l’esito dell’udienza, chiedono la ricusazione del magistrato.
- Giugno 2004: La corte di appello rigetta la ricusazione del Gup fatta dagli imputati e ristabilisce il collegio. Gli imputati che hanno firmato la richiesta di ricusazione vengono anche multati di 1500 euro ciascuno.
- Giugno 2004: La Corte di cassazione rigetta il ricorso presentato da Caruso e Santagata contro l’obbligo di firma che li costringe ormai da nove mesi a firmare in caserma. Oltre al rigetto, i due imputati sono condannati ad una multa di 500 euro ciascuno.
- Luglio 2004: A Roma nasce l’Osservatorio parlamentare sul diritto al dissenso: seguirà il processo di Cosenza. I firmatari sono 12 deputati e due senatori. Il Gup rinvia a giudizio 13 indagati. Le pene previste per i reati contestati, vanno da 12 a 15 anni di carcere.- Agosto 2004: La Cassazione respinge i ricorsi sulla presunta incompetenza territoriale del tribunale di Cosenza. La Procura presenta una “integrazione d’indagine”. I mezzi di informazione locali annunciano che tra i testi d’accusa il Pm Fiordalisi ha inserito il capo della polizia De Gennaro.
- 27 Novembre 2004: Cosenza si mobilita di nuovo in vista dell’inizio del processo con tre giorni di mobilitazion, assembleee, musica ed un corteo con 10.000 persone scese di nuovo in strada a dare sostegno
- 2 Dicembre 2004: Inizio del processo con le revoche degli obblighi di firma a Caruso, Cirillo e Santagata. Volutamente il clima all’interno del Tribunale viene reso pesante dalla Digos con continue perquisizioni a cittadini e compagni che vogliono assistere al processo. Lo stesso non avviene in altre aule del tribunale a processi contro ndranghetisti. In una delle tante udienze addirittura un poliziotto aggredisce due compagni sulla soglia dell'aula. La pausa processuale e una sentenza della Corte Costituzionale fanno riprendere il processo a Ottobre 2005. Si inizia ascoltando i testi dell'accusa. Intanto anche la difesa si organizza, facendo entrare in aula il G8 nella sua gestione complessiva dal punto di vista della gestione dell'ordine pubblico, proiettando i video e visionando le foto. L'interazione tra avvocati genovesi e cosentini e segreterie legali è alta, proprio mentre si ascoltano dei testi molto importanti in entrambi i filoni processuali, i famigerati Mortola, Mondelli e Bruno. Il trio è molto conosciuto nelle aule genovesi: -Mortola sostiene diverse cose: che il corteo dei "disobbedienti" (una delle aree politiche italiane)era autorizzato, ma non riesce a spiegare perché sia stato attaccato dai Carabinieri (confronta Processo ai 25, su Via Tolemaide)--Bruno (capitano dei Carabinieri di Carrara a comando della Compagnia CCIT Alfa del III Battaglione Lombardia) ricorda molotov e lanci di materiale vario dappertutto, ma nelle numerose immagini visionate su richiesta del PM e delle difese non riesce a indicare neppure uno spillo lanciato contro i Carabinieri. Notevole poi che colui che ha diretto le cariche in via Tolemaide, abbia candidamente ammesso di non sapere e di non aver saputo allora se i cortei fossero autorizzati o meno (il corteo di Via Tolemaide ERA autorizzato!). I tonfa in dotazione ai suoi uomini poi, guardando bene le immagini mostrate durante l'udienza, si trasformano in manganelli, mazze, bastoni. A quel punto Bruno è costretto comunque a dire che non aveva una spiegazione a questo armamentario in quanto aveva personalmente passato in rassegna i suoi uomini la mattina. -Mondelli (funzionario della Polizia di Stato di Cuneo, distaccato a Genova, a capo del plotone dei Carabinieri del capitano Bruno) dichiara di non aver partecipato agli scontri, anzi di aver fatto di tutto per metter pace tra i due "contendenti" e di non aver dato l'autorizzazione al capitano Bruno di attaccare deliberatamente i manifestanti autorizzati, dando la colpa ai Carabinieri. Il successivo "teste eccellente" che viene ascoltato è il capo della Digos di Cosenza, Alfredo Cantafora, che si permette dalla sua posizione di testimone di emettere sentenze non richieste ("Sono colpevoli"), deridere i testi, addebitare agli imputati la morte di Carlo Giuliani per finire, subito zittito dalla Corte, a fare un pindarico collegamento con le Brigate Rosse . Ma i momenti migliori sono quelli di ilarità generale in aula quando Cantafora dichiara che alcuni imputati armati di verdure e scolapasta avrebbero usato violenza sulle forze dell'ordine. È stata poi la volta di Eugenio Astorino, anch'egli agente Digos di Cosenza che ha deposto sull'utilizzo (pe¬raltro perfettamente legale) di sistemi di criptazione della posta elettronica da parte di alcune persone non imputate nel procedimento odierno, nonché sul "pericoloso" sistema di comunicazione tra manifestanti: nientemeno che Radiogap, il progetto radiofonico nato durante il G8 a copertura delle manifestazioni. A questo punto, un colpo di scena: scompare il PM Fiordalisi, trasferito o meglio ritornato nella "sua" procura di origine, che viene sostituito da una staffetta di diversi colleghi. Il processo continua con l'escussione di diversi testimoni della difesa. Molti, quasi tutti lavoratori e sindacalisti di base, interrogati sulle giornate del Global Forum del 2001 a Napoli, hanno raccontato ciò' che e' avvenuto nel "sacco" di piazza Municipio; la mattanza attuata dalle forze dell'ordine nei confronti dei ma¬nifestanti: teste rotte, rastrellamenti negli ospedali, deportazione nella caserma Raniero, lacrimogeni a gogò', pestaggi gratuiti, fughe generalizzate, scene di panico, intere famiglie terrorizzate e quant'altro. Terminata l'escussione dei testimoni della difesa la novità più grossa dell'autunno ce la riserva l'udienza n. 35, con il ritorno in aula di Fiordalisi assieme al suo fedele factotum, perche' non c'erano altri pm disposti a sporcarsi le mani con questa spazzatura, in vista della sentenza che era stata calendarizzata per il 19 dicembre, in perfetta sincronia con le aule genovesi, ma rinviata al 31 gennaio. Il 10 gennaio 2008 il testimone dell'accusa, l'ispettore capo Rosario D'Agostino della Digos di Cosenza, è stato ascoltato nel processo Diaz. Doveva fugare, una volta per tutte, ogni dubbio rispetto alla presenza di soggetti pericolosi all'interno della Diaz, che avrebbero dato il via al pestaggio dei presenti. La sua trascrizio¬ne è stata depositata anche a Cosenza. Il 15 gennaio, invece, la città di Cosenza è stata omaggiata del trasferimento e promozione a vicequestore e capo della mobile, Fabio Ciccimarra. Il nuovo arrivato è molto conosciuto nell’ambiente del G8 per essere stato processato a Genova per i pestaggi avvenuti a Napoli durante il Global Forum del 2001.
- 24 gennaio 2008- Il PM Fiordalisi chiede 50 anni per tutti gli imputati
- 2 febbraio 2008- La città si mobilita ancora in vista della sentenza. Ancora 10 mila persone in piazza in solidarietà agli imputati.
- 24 aprile 2008 fine del processo con l’assoluzione piena per tutti gli imputati.
- Dicembre 2008 la Procura generale di Cosenza presenta appello
- 18 maggio 2010 – Catanzaro Inizio Processo d’Appello

Per tutto questo è di nuovo necessario mobilitarsi . Essere presenti vicino agli imputati far sapere allo Stato, ai magistrati, alla gente , che il movimento è ancora presente nei nostri territori, e soprattutto attivo contro le ndranghete di stato, i partiti corrotti, i politicanti che giocano sulla pelle della gente con false promesse e soprattutto mentre tutte le problematiche aperte nel lontano 2000, sui nostri territori sono ancora aperte e vive oltre che peggiorate. Ancora le scorie nucleari sono depositate a Poliporo, ancora si continuano le sperimentazioni OGM , ancora si è aggravata la richiesta del lavoro ed è peggiorata la precarietà, ancora le agenzie del lavoro giocano sui disoccupati, ancora si muore nei cantieri sul lavoro, ancora le devastazioni ambientali proseguono lungo le nostre coste , ancora si pensa di regalare il Ponte sullo stretto alla finanza ndranghetista, ancora si vuole nascondere la verità sulle navi dei veleni, ancora si vogliono riempire i nostri territori di diossina con nuove discariche e inceneritori, ancora sulle morti della Marlane non c’è giustizia, ancora……..

Per tutto questo, VENERDI’ 30 APRILE ALLE ORE 17 NEL CSOA RIALZO DI COSENZA ci sarà un ASSEMBLEA MERIDIONALE DI DISCUSSIONE ED ORGANIZZAZIONE aperta ai comitati di lotta, i centri sociali, le realtà di territori, i sindacati di base, le associazioni, i soggetti liberi perché il Processo d’Appello al Sud Ribelle non passi inosservato e porti ad una nuova piena assoluzione di tutti gli imputati ed al pieno riconoscimento della LIBERTA’ DI MANIFESTARE E FARE OPPOSIZIONE NEI TERRITORI

19 aprile 2010

Noci(Ba): fascisti contro la sede del Prc

Sembra avere ripercussioni serie l'atto vandalico effettuato contro la sede locale del partito di Rifondazione Comunista. I graffiti colorati a spray sulla porta d'ingresso del partito raffigurano svastiche e croci celtiche simbolo di una cultura che ormai non c'è più e che ci si augura che non ritornasse.

LA SEDE DI PARTITO - Ciò che all'apparenza poteva sembrare una bravata di ragazzacci nullafacenti in realtà assume contorni molto più seri. Ad iniziare dallo spray. Lo stesso utilizzato qualche tempo fa per imbrattare l'uscita secondaria di un locale del centro cittadino riportando le medesime figure. La sede di via Sant'Agostino è stata precedentmente più volte presa di mira da ideologie di parte contraria solo che allora si trattava veramente di sciocchezze del tipo: strappare locandine, graffiare l'insegna, spargere della salsa sulla porta d'ingresso. Ora però la cosa sembra essere diversa.

LA CASA DEL SEGRETARIO - I graffiti sulla porta non sono rimasti isolati e nella stessa notte, sabato scorso, lo stesso autore del dipinto artistico ha inciso con un oggetto appuntito scritte vessatorie sulla porta d'ingresso della casa del segretario sezionale PRC Mariano Lippolis. Questo ha indotto i componenti di partito a sporgere denuncia presso la locale stazione dei Carabinieri i quali si sono messi subito all'opera per verificare l'accaduto e dare la caccia all'autore del gesto. I reati imputabili possono essere "atti vandalici" ed "apologia di reato", entrambi di natura penale. Le indagini procedono a ritmo serrato anche se fino ad ora non hanno prodotto risultati. Dal canto loro, i componenti del partito, composto in massima parte da ragazzi tra i venti e i trent'anni, si stringono attorno al loro segretario e promettono di continuare a lavorare su obiettivi politici e culturali non facendosi abbindolare da gesti insensati.
fonte: noci.it

Perugia da cuore verde d’italia a laboratorio di repressione

C’erano tutti sabato scorso in piazza a Perugia. Giravano tutte le forze dell’ordine di diverso grado e appartenenza, c’erano i Carabinieri, la Polizia Provinciale, la Digos, e poi la Squadra Mobile. Cosa succede a Perugia?
La complessità delle questioni e degli attori in scena ci impone una doverosa riflessione. E’ aprile, anno 2010, sono finite da poco le elezioni. In Italia trionfa la destra e la Lega di Bossi fa man bassa di voti al nord.
La crisi economica è diventata drammatica, ogni giorno ci sono notizie riguardo al peggioramento sociale ed economico del Paese.
Anche se il conflitto di classe si è espresso in forme, a volte, forti e radicali- il movimento dell’Onda, il movimento No Tav, ad esempio - le destre con le politiche populiste demagogiche e forcaiole governano sempre più stabilmente. Nel loro mirino in particolare: giovani, studenti, precari, migranti, donne.
In Umbria c’è un anomalia, o meglio nel centro Italia c’è un anomalia. Il governo del centro-sinistra resiste. Lo fa chiaramente a colpi di politiche liberiste e rincorrendo la destra su tutto: svendita del patrimonio pubblico, appalti ad arroganti e potenti privati, politiche familiste (tanto per mantenersi buono un possibile elettorato cattolico), e politiche sulla sicurezza, ovvero una pesante politica di controllo dei corpi, dei movimenti, dei comportamenti delle persone. A Perugia è una politica che diventa sempre più aggressiva e invasiva, e che allo stato attuale conta diverse strabilianti ordinanze liberticide in cui si decretano orari coprifuoco per la vendita di alcolici e zone rosse o no drink zone. La deriva securitaria della politica viene da lontano: una strategia di controllo, di repressione preventiva, volta a sussumere corpi che non devono vivere e desiderare, ma che possono solo uniformarsi al loro destino di produttori senza diritti, consumatori e utenti, non soggetti di pieno diritto. Sicuramente nella storia recente di Perugia e della costruzione del securitarismo pesa il caso Meredith. Cosa c’era di eccezionale in quell’omicidio – una tentata violenza sessuale finita in una tragedia peggiore - non è importante. È importante l’uso politico che ne è stato fatto, dai mass-media nazionali e locali e dalla questura: la costruzione di un “torbido gioco sessuale” ha come sfondo l’immagine di una Perugia dipinta come terzo girone dantesco, dove albergano giovani provenienti da ogni luogo e senza regole, che utilizzano il centro storico scippandolo ai suoi naturali proprietari, i suoi veri cittadini, dandosi all’uso di alcol, droga e sesso. Servizi giornalisti, e programmi televisivi hanno fatto da supporto e da eco a questa idea: a tale proposito è rimasta famosa una trasmissione dell’ignobile e sessista programma “Lucignolo”.
Il centro storico di Perugia, di fatto non è più da tempo un centro di vita sociale, non ci sono più cinema o teatro, è stato addirittura smantellato (sempre grazie alla giunta di centro-sinistra) lo storico mercato coperto, al cui posto dovrebbe nascere un nuove centro commerciale. Le città contemporanee sono policentriche e il centro storico cittadino seguendo una sorte comune a quella di altri centri storici, è diventato un luogo di consumatori e non di cittadini. Si consumano eventi, privati, costosi, o con gran sperpero di risorse pubbliche: da Eurochocolate a Umbria Jazz. Persino il Festival culturale per i bambini è organizzata come un rituale di consumo culturale localizzata nella zona vetrina della città.
D’altra parte la struttura antica della città medievale offre un panorama insolito e accogliente per gli innumerevoli studenti che ancora continuano ad iscriversi nella nostra città. La piazza e le scalette del duomo sono un polo di attrazione sociale per i giovani: un posto raggiungibile a piedi, per chi non ha la macchina e/o vive e frequenta l’università lì a due passi. Gli studenti, che escono la sera alla ricerca di svago ed evasione, sono pieni titolari di diritto nella vita e nella frequentazione di questi spazi. Potremmo dire, provocatoriamente, che ad eccetto degli users diurni (frequentatori degli uffici e di pochi e costosi negozi rimasti), e dei pochi ricchi proprietari rimasti in una zona completamente gentrificata, i ragazzi della sera sono gli unici che abitano questi luoghi.
La città è il luogo dove entrano in scena i conflitti.
I ragazzi che si addensano nelle scalette del Duomo, sono una forma di vita sociale: bevono qualcosa, scambiano idee, suonano i bongo o la chitarra. Si trovano là la sera gli universitari insieme a giovani perugini, meno conformi allo stile “Centro Commerciale”. Nella mappa mobile dei luoghi di volta in volta scelti per stare insieme, il centro è una tappa immancabile e fissa.
Una situazione insostenibile, dicono i giornali locali e rincara la questura.
Insostenibile sono i grandi traffici di droghe pesanti che avvengono, senza trovare alcun ostacolo da parte degli organi competenti, nella regione e in città, tanto da farne un luogo di smistamento per il Centro Italia. Perugia è entrata nelle cronache (fino almeno al 2008) proprio per il più alto numero di morti per overdose, mentre d’altra parte, nella terra di San Francesco i dati dicono che esistono i tassi di criminalità più bassi della rispetto alla media nazionale.
Vuol dire che qui, a parte il fatto che ci riempiono di eroina, cocaina ed altra robaccia non succede praticamente “nulla”, almeno nulla di rilevante dal punto di vista di chi generalmente utilizza certi indici statistici per giustificare maggiore controllo e azione poliziesca.
Eppure i ragazzi sulle scalette sono pericolosi, pisciano in strada e magari urlano un po’ quando sono ubriachi. Soprattutto sono tanti, 10, 50, 100 tutti insieme. Una forza da polverizzare. Soprattutto quando si oppongono ai pesanti controlli e alle retate di massa che periodicamente e provocatoriamente ritornano.
Qualche settimana fa’, i giornali locali avevano nuovamente raccontato e costruito i giovani del centro come un insidioso pericolo sociale che attenta alla democrazia.
Poi, sabato scorso, si è consumato l’agguato che ha portato ai tre arresti.
La città è il luogo dove entrano in scena i conflitti. La guerra ai giovani, per il possesso e il controllo pieno del territorio è partita. E’ preventiva affinché non si trasformino in una nuova onda.
E’ un messaggio chiaro anche per il centro sinistra e la sua Polizia Provinciale. L’azione della Squadra Mobile le successive dichiarazioni dell’Ugl e del Sap vanno, infatti, nella direzione di riconfigurare gli equilibri e i poteri politici nella città, così come nel territorio nazionale.
Eppure nel cuore verde della crisi, noi ci siamo. Siamo un’altra cosa, abbiamo un’altra idea a venire di città come bene comune e siamo sicuri che arriverà presta una nuova onda.

Roberta Pompili Attivista Csoa Ex Mattatoio/Commonslab/Collettivo femminista sommosse Perugia

Nei secoli a chi fedeli ?

La vicenda Ganzer, il capo del Ros per cui la magistratura ha chiesto una pena di 27 anni di reclusione per spaccio internazionale di stupefacenti, riporta nuovamente alla luce uno dei lati oscuri della nostra mediocre Italia : chi controlla i controllori ?
Marco Rigamo si chiede quando ci libereremo mai di Ganzer. Una domanda legittima che va inserita in un contesto molto più articolato che riguarda il tema della corruzione nelle forze dell’ordine ed in particolar modo nell’Arma dei Carabinieri.
Un corpo santificato da qualcuno come i paladini della lotta alla criminalità organizzata, ma che la vicenda Ganzer e tante altre che meritano lo spazio di un flash nei telegiornali, ci aiutano a comprendere come sia uno dei corpi più oscuri e maggiormente legato ai peggiori traffici nel nostro paese.
I Carabinieri nel nostro paese sono tutt’altro che una “vicenda da barzelletta”, come si lamentava qualche anno fa l’ex deputato di Alleanza Nazionale Filippo Ascierto. Proprio lui, presente nella centrale operativa di Genova durante il G8, proclamava la necessità di un riscatto morale della figura del carabiniere nell’immaginario collettivo del nostro paese. Non più soggetti da barzelletta ma sentinelle dell’ordine morale, giuridico e…evidentemente politico.
La vicenda Marrazzo, con due integerrimi della benemerita Luciano Simeone e Carlo Tagliente, che facevano irruzione in un appartamento di Via Gradoli a Roma in cui Marrazzo si intratteneva con la trans Brenda, giravano un filmato con il telefonino, introducevano cocaina nella stanza riprendendo i due nudi e la striscia di coca accanto al tesserino del ex governatore del Lazio, salvo poi sparire subito dopo e farsi vivi per ricattare Marrazzo, ci raccontano solo uno degli innumerevoli episodi in cui i Carabinieri sono stati coinvolti di recente nelle trame di potere del nostro paese.
Da Placanica a Via Gradoli, dal maresciallo Truglio a Ganzer, sono fin troppi gli elementi che dovrebbero portarci a comprendere come “l’ambiente” dei carabinieri sia denso di oscuri misteri e di trame fin troppo chiare per non essere lette come quelle di un braccio armato degli affari sporchi nel nostro paese. Un mondo che risulta complessivamente corrotto e fin troppo contiguo con quelli che sono gli ambiti criminali che dovrebbe “debellare”.
Alcuni esempi ci aiutano a capire come non esista un esclusivo utilizzo del corpo dell’arma per quelle che sono trame oscure e complotti che si potrebbero inserire nell’ambito di uno scontro tra poteri forti, assolutamente vivo nel nostro paese.
Ganzer è accusato sostanzialmente di aver fatto carriera favorendo il traffico internazionale di stupefacenti per poi arrivare al sequestro della merce senza mai individuare i pesci grossi, e garantendosi in questo modo, grazie alla platealità delle sue operazioni una folgorante carriera.
Carabinieri e criminali in affari, per agevolare gli uni nella carriere e sull’aspetto economico e non disturbare gli altri nei loro traffici.
E’ quello che in questi ultimi anni è venuto fuori costantemente…
Il 15 marzo scorso la DDA di Napoli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per 4 Carabinieri in forza al comando provinciale di Napoli. I 4 sarebbero stati stipendiati dal clan degli scissionisti per favorire gli stessi informandoli delle attività investigative nei loro confronti. Nelle intercettazioni telefoniche emerge come i carabinieri avvisavano i fratelli Ciro e Giuseppe Bastone, capipiazza degli scissionisti, sulla presenza di telecamere in prossimità delle piazze di spaccio e dei movimenti investigativi nei loro confronti. In cambio uno stipendio da 500 euro al mese e regali. Anche cocaina “per un amico avvocato”, oppure una collaborazione in un omicidio. Due dei quattro carabinieri infatti avrebbero prelevato due esponenti del clan rivale che sono stati poi uccisi dagli scissionisti. 250 mila euro a testa il guadagno dell’affare insieme agli scissionisti.
La stampa ufficiale dedica poco più di poche righe di commento a questi episodi, e quasi mai vengono rivelati i nomi dei carabinieri coinvolti.
Qualche volta i nomi trapelano come nel caso del Maresciallo Alfredo Bolognesi comandante della stazione di Pinetamare, arrestato pochi mesi fa, stipendiato dal clan dei casalesi fino a 1.000 euro di retribuzione mensile piu’ gli extra ed i regali. Bolognesi favoriva il clan più sanguinario della camorra agevolando le attività di spaccio e di gioco d’azzardo di Maurizio Brancaccio, cugino di Antonio Iovine detto “O’Ninno”, che insieme a Michele Zagaria è senza dubbio il capo dei casalesi.
Il Maresciallo Bolognesi rivela ai casalesi i nomi degli esponenti del clan prossimi all’arresto consentendogli la fuga, favorisce truffe assicurative e chiede ai suoi “amici” che qualcuno dei loro si consegni nelle sue mani per poter fare carriera. La storia di Bolognesi raggiunge l’apice quando lo stesso denuncia alla procura militare un collega, Vincenzo Davide della caserma di Castelvolturno. Bolognesi segnala alla procura militare una serie di atti illeciti e di complicità con i casalesi che in realtà sono stati commessi da lui stesso addebitandoli a Davide. Subito dopo la denuncia di Bolognesi arriva una lettera anonima che accusa proprio Davide di essere stipendiato dai casalesi. Il maresciallo Davide non ha idea ci cosa si celi dietro quella lettera anonima. La sola colpa del maresciallo Vincenzo Davide è quella di aver negato a Bolognesi alcune informazioni che avrebbe dovuto poi girare agli esponenti dei casalesi.
I Casalesi a dispetto dei proclami del Ministro Maroni, sembrano avere una certa dimestichezza nel riuscire facilmente a corrompere i Carabinieri. Il 27 aprile del 2009 tre militari dell’arma vengono arrestati per essersi introdotti abusivamente nel server del Ros di Napoli ed aver preso informazioni che riguardavano una importante indagine proprio sul conto dei casalesi, favorendo il figlio di Francesco Schiavone detto Sandokan già in carcere.
Un sistema di corruzione che possiamo dire senza dubbio di non recente comparsa. Era il 2000 quando una analoga operazione – come tutte quelle citate fino ad ora avvenute solo in seguito a dichiarazioni di pentiti – portò all’arresto di altri due Carabinieri insieme a due ispettori di Polizia.
Angelo Stellato e Pietro Campagna, carabinieri in lotta teoricamente contro la camorra, erano stati al soldo dei casalesi durante gli anni novanta quando prestavano servizio presso gli uffici di Polizia Giudiziaria ad Aversa. Riferivano la disposizione dei controlli delle forze dell’ordine nella zona di Casal di Principe, avvertivano il cartello criminale prima delle operazioni di arresto, omettevano i controlli per gli affiliati agli arresti domiciliari.
Un vero e proprio sistema di corruzione che vedeva i carabinieri – così come innumerevoli poliziotti tra l’altro – al soldo della camorra. Forse quando pensiamo che anche le pietre sanno dove sono le piazze di spaccio a Napoli e che le stesse funzionano a pieno regime 24 ore su 24, cominciando a vedere il fenomeno da questa prospettiva, riusciamo a darci una risposta forse meno politically correct ma senza dubbio più vera.
Un’altra indicazione ce la dovrebbe dare la composizione delle forze dell’ordine che invece i camorristi li arrestano davvero. E’ il caso della caserma dei Carabinieri di Castello di Cisterna in provincia di Caserta. In ogni operazione contro la camorra a compiere indagini e arresti sono i Carabinieri di Castello di Cisterna. Se c’e’ da arrestare a Napoli o a Caserta, a Casal di Principe o a Secondigliano ad intervenire sono sempre loro.
Chissà se sono i più bravi di tutti o forse è una delle poche caserme in cui la corruzione non è ancora dilagata…
I principali alleati dei clan sono proprio le forze dell’ordine ed i fatti sopra citati sono solo alcuni degli innumerevoli esempi che confermano questa chiave di lettura. Il ministro Maroni potrà parlarci all’infinito di “criminalità debellata”, potranno dirci che ogni tizio residente a Casal di Principe che arrestano e’…”il vero capo dei casalesi”…ma i fatti ci raccontano che le collusioni tra controllati e controllori ci forniscono un elemento difficilmente demolibile per capire che i “proclami” del Ministero altro non sono che mera propaganda.
Carabinieri nei complotti e nelle trame degli scontri tra poteri forti, carabinieri al soldo dei criminali, ma questi bravi ragazzi tra una tangente da un camorrista ed un ricatto commissionato da un potente dovranno pur svagarsi ?
Lo fanno nelle caserme con il primo povero cristo che finisce nelle loro mani.
Di Aldrovandi, Bronzino, Cucchi (anche lui fermato prima dai Carabinieri) e tanti altri in molti hanno già raccontato.
In pochi – tranne L’Unità - hanno raccontato la vicenda di Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero. Nel giugno del 2008 Uva e Biggiogero vengono fermati da una volante dei Carabinieri a Varese. I due sono in stato d’ebrezza ed al momento del fermo nasce una colluttazione con i carabinieri perché Uva riconosciuto da uno dei militari proverà a scappare. Portati in caserma vengono separati. Biggiogero sente per due ore le urla di Uva che viene massacrato da 6 carabinieri in servizio. Riesce addirittura a chiamare con il suo cellulare il 118 del pronto soccorso dell’ospedale Circolo, ed anche suo padre che giunge in caserma quella notte si offre ai militari per accompagnare Uva in ospedale. I Carbinieri rispondono agli operatori del 118 che avevano chiamato in caserma dopo la telefonata di Biggiogero che non c’è nessun bisogno di un’ambulanza alla caserma di Via Saffi. All’alba giunge in caserma un signore che viene chiamato “il dottore”. Alle 8:30 del mattino i carabinieri portano Uva in ospedale per un TSO - trattamento sanitario obbligatorio - e viene ricoverato nel reparto psichiatrico del nosocomio. Alle 10:30 viene constatata la morte per arresto cardiaco. A Giuseppe Uva in quella caserma sono stati somministrati farmaci controindicati in caso di eccesso di alcol. Nessuno si preoccupa in ospedale di fare un’autopsia come si deve, nessuno si preoccupa di verificare quelle echimosi sul naso e sulla schiena di Giuseppe Uva. Nessuno si preoccupa di verificare quelle chiazze di sangue presenti nella zona anale, così come nessuno sa spiegare dove siano finiti gli slip di Giuseppe Uva. Sotto inchiesta ci finiranno i medici, mentre per i carabinieri nessun provvedimento è stato emesso.
Al servizio dei potenti per gli affari sporchi, al soldo dei criminali e dei narcotrafficanti per soldi e carriera e con la licenza di uccidere nelle caserme per sfogare la frustrazione da tanto lavoro….
E guai se qualcuno di loro provasse davvero a fare il suo mestiere…
Il caso ancora una volta ci porta dalle parti di Guido Bertolaso.
Il capitano Sergio De Caprio è da tutti conosciuto con il nome di Capitano Ultimo, famoso a seguito dell’arresto di Totò Riina. E’ proprio il capitano Ultimo che avvia le indagini e le attività investigative con la procura di Tempio Pausania in merito all' inchiesta sugli appalti del G8 alla Maddalena. Chiede a più riprese di poter intercettare i telefoni di Diego Anemone, Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro della Giovanpaola. Ma ad autorizzare Ultimo doveva essere l’ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, anche lui finito nell’inchiesta di appaltopoli solo mesi dopo, con l’inchiesta che veniva condotta in gran segreto dalla Procura di Firenze.
Ultimo fu esautorato dall’inchiesta. Ed ora è a dirigere il Nucleo Operativo Ecologico del Lazio. Le intercettazioni saranno poi seguite dalla “ammaestrata” Guardia di Finanza di Roma dove c’era il maresciallo Marco Piuniti, anche lui finito nell’inchiesta, e al soldo di Diego Anemone.
Insomma non è concesso di andare sopra le righe rispetto a quelli che appaiono ormai come dei comportamenti collaudati da tenere nel corpo dell’arma.
Ci si chiede quando ci libereremo di Ganzer ma forse è più opportuno chiedersi quando ci libereremo dai Carabinieri. Quando nei media main stream finalmente si cominceranno a dare notizie sulla corruzione, sulla complicità nelle trame oscure, sugli abusi e gli omicidi commessi dai Carabinieri. Quando finalmente qualcuno proverà a mettere insieme - come si prova a fare qui e nell’editoriale di Marco Rigamo su Ganzer - una serie impressionante di episodi che riguardano i Carabinieri.
Si presupporrebbe di essere in un paese dove la stampa è libera.
Scusate…dimenticavo che siamo in Italia…
In Italia dove i carabinieri sono “nei secoli fedeli”.
A chi non è molto chiaro…
"…ognuno ha la sua parte… dall’altra di guardia… i carabinieri nei secoli a chi fedeli ? ” Assalti Frontali


Antonio Musella da Global Project

«Io voto per la sinistra» Botte e coltellata ad Albaro di Genova

«Mi hanno preso a pugni, uno mi ha rifilato anche una coltellata: perché ho detto che sono di sinistra». Forte e inquietante, il racconto di un diciottenne del levante genovese risuona negli uffici della questura. Dove il giovane ha sporto denuncia per un’aggressione che, a suo dire, è avvenuta l’altra sera in un bar nella zona di via Guerrazzi, ad Albaro. A opera di un gruppo che non la pensava, politicamente, come lui. Sul caso adesso stanno indagando gli investigatori della Digos.
Ad accompagnare il ragazzo in questura è stato il padre, che lo ha soccorso sanguinante in via Pisa, all’altezza dell’incrocio con via Amalfi. È lì che il giovane è scappato, correndo a perdifiato per alcune centinaia di metri fino a mettersi in salvo.


fonte: il secolo XIX

16 aprile 2010

Fatti di Pistoia il 28 aprile riparte il processo. Ma intanto c'è stata la vittoria in Cassazione

La Corte di Cassazione di Roma, alla quale i sei imputati avevano fatto ricorso a dicembre, ha annullato l'ordinanza del Tribunale del Riesame di Firenze che confermava gli arresti. Il Riesame dovrà pronunciarsi nuovamente sulla base delle motivazioni dell'annullamento, che saranno espresse dalla Cassazione nei prossimi giorni.
L'annullamento della conferma degli arresti può riguardare:
1) l'erronea applicazione del reato di devastazione e saccheggio
2) l'aver ignorato in tutto o in pare le ragioni della difesa
3) entrambe le cose.
Insomma, una sentenza che conferma quello che dalle pagine di questo sito dicevamo fin dall'inizio, cioè che gli arresti sono stati una rappresaglia politica e per tenerli in piedi giuridicamente era stata inventata la devastazione e saccheggio. Riassumendo, 6 imputati incensurati hanno fatto carcere e arresti domicialiri solo per volontà politica della questura di Pistoia e dei giudici che l'hanno assecondata.
Il processo invece riprenderà il 28 aprile a Pistoia quando verranno sentiti gli ultimi testimoni.


fonte: SenzaSoste

Bologna: Graffiti, ora la Lega sogna i detenuti ai lavori forzati?

Il teatrino bolognese della campagna anti-graffiti offre lo spunto alla Lega Nord per l’ennesima uscita autoritaria. I leghisti, questa volta, propongono di coinvolgere nelle pulizie dei muri i giovani detenuti della casa circondariale di Bologna che devono scontare pene per reati minori. Un’iniziativa che per i leghisti sarebbe “educativa e formativa”. Non solo. La Lega guarda oltre i graffiti: i detenuti “potrebbero essere utilizzati anche per ripulire zone degradate della città, fossi e letti dei fiumi che sempre più spesso sembrano discariche a cielo aperto”. Ma non si fa prima a chiamarli lavori forzati?

fonte: zic.it

14 aprile 2010

Milano, chiesti 27 anni di carcere per il comandante dei Ros Ganzer

Pesante richiesta di condanna a 27 anni di carcere nei confronti del comandante del Ros, Giampaolo Ganzer, imputato a Milano. La richiesta è stata avanzata dal pm Luisa Zanetti nell'ambito del processo in cui Ganzer, insieme con altre persone tra cui l'ex colonnello delle teste di cuoio dei carabinieri Mauro Obinu e altri sottufficiali dell'Arma, sono ritenuti responsabili di presunte irregolarità in operazioni antidroga sotto copertura avvenuta tra il 1991 e il 1997. Ganzer e gli altri imputati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, falso e peculato.
Il pm oltre alle condanne per Ganzer ha chiesto pene severe anche per gli altri 17 imputati, tra cui una serie di sottufficiali del Ros ai tempi componenti del cosiddetto gruppo di Bergamo. Le condanne vanno dai 27 anni (Obinu e Lovato) ai 5 anni e 18mila euro di multa. Il pm ha anche chiesto per tutti gli imputati l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Prima di chiedere le condanne il pm Zanetti ha voluto richiamarsi a quanto già affermato all'inizio della sua requisitoria e cioè la "gravità dei fatti" per i quali "la pena prevista è altissima" e ha parlato di "deviazione dai compiti istituzionali che emerge dal quadro che ho tentato di tracciare durante il mio intervento".Fra gli episodi contestati anche un traffico d'armi.

Scontri a Roma tra CasaPound e antifascisti

I sedicenti “fascisti del terzo millennio” di CasaPound si sono scontrati la notte scorsa con gli attivisti della Rete sociale dell’XI municipio. La rete di associazioni, centri sociali, movimenti per il diritto all’abitare e collettivi studenteschi del territorio stava attaccando i manifesti per la campagna referendaria per l’acqua pubblica e i manifesti dei collettivi studenteschi impegnati nella campagna elettorale universitaria. «Abbiamo incontrato in zona Valco San Paolo un gruppo di militanti di estrema destra appartenente al Blocco Studentesco alias Casapound che si aggiravano armati di mazze chiodate, catene e bastoni fra i quali indubbiamente vanno annoverati quelli poi sequestrati, abbandonati per strada, dalle forze dell’ordine – raccontano quelli della Rete sociale – Dopo aver più volte chiesto ai neofascisti di allontanarsi da un quartiere che in più occasioni ha dimostrato la sua natura antifascista e che troppo spesso è stato teatro, specie dentro e intorno all’ateneo di Roma 3, di aggressioni degli squadristi, siamo stati attaccati da una formazione paramilitare che ha rivelato gli stessi protagonisti e le stesse modalità del noto episodio dell’attacco all’Onda in Piazza Navona nel 2008».
«Ci hanno aggrediti, noi eravamo di più e siamo riusciti a respingerli», dice ancora uno degli attivisti. Poi è arrivata la polizia che ha denunciato per rissa diciassette persone, sia tra i fascisti che gli antifascisti.
«Respingiamo la montatura vittimista costruita da CasaPound – aggiunge in un comunicato La Rete Sociale dell’XI Municipio – su un episodio che ha semplicemente fatto prendere corpo al clima di odio e d’intimidazione fatto crescere attraverso Blocco Studentesco nella sua scalata alle elezioni universitarie, ribadiamo la necessità di sospendere da queste la lista del Blocco Studentesco e denunciamo l’unilateralità dei fermi effettuati stanotte dalle forze dell’ordine intervenute».
Commentano ancora dalla Rete sociale: «La vittoria della destra alle ultime elezioni regionali ha rafforzato la convinzione di questi gruppi, che hanno le loro rappresentanze istituzionali all’interno del Pdl capitolino, di godere d’una totale impunità in forza dell’ampia copertura politica nelle istituzioni, come apparso già durante la campagna elettorale con i sanguinosi raid nell’ateneo di Tor Vergata da parte di Blocco Studentesco e di noti esponenti della sua casa-madre ossia Casapound, così come con la più folkloristica parata allestita nel quartiere Esquilino alla vigilia della “festa del Pdl” per la vittoria di Renata Polverini che ha sollevato proteste dei residenti. Non è dunque un caso che sia la stessa Casapound Italia, che si prepara a schierare le sue forze e a coinvolgere il Pdl nella marcia nazionale lanciata per il 7 maggio a Roma sotto le mentite spoglie di Blocco studentesco, a intervenire adesso sulla vicenda chiamando in causa sindaco della Capitale, neopresidente della Regione Lazio e addirittura il ministro degli Interni, oltre a cercare di imporre una pressione sulle autorità accademiche dell’Università Roma 3. Chiamiamo alla solidarietà, alla vigilanza e alla mobilitazione tutta la Roma democratica, antifascista, antirazzista e antisessista, a partire dalla conferenza stampa che svolgeremo alle 14 di oggi stesso sui fatti della scorsa notte nella sala consiliare dell’XI Municipio e dall’iniziativa già da tempo stabilita per lunedì 19 aprile alle 15 nella facoltà di Lettere di Roma 3 dall’Assemblea permanente dell’ateneo e dalla rete Ram, in preparazione del prossimo 25 aprile».

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