20 aprile 2010

18 maggio processo d'appello al Sud Ribelle. Breve storia

La PROCURA GENERALE DI COSENZA a Dicembre del 2008 chiede l’appello e appello sarà. Il prossimo 18 maggio a Catanzaro. La prima parte del lungo processo è terminata il 24 aprile del 2008 dopo cinque anni dall’avvio e dopo 50 lunghe udienze spesso iniziate la mattina e finite nel tardi pomeriggio. Il PM del processo contro i 13 militanti del Sud Ribelle , Domenico Fiordalisi non si era smentito. Alla fine della sua lunga discussione, durata ben 6 ore aveva richiesto per tutti gli imputati oltre 50 anni di carcere. Aveva chiesto 6 anni di carcere più tre anni di libertà vigilata per Francesco Cirillo, Francesco Caruso e Luca Casarini ; Tre anni e sei mesi più due anni di libertà vigilata per Lidia Azzarita, Alfonso De Vito, Anna Curcio ,Salvatore Stasi, Peppe Fonzino,Michele Santagata, Antonino Campennì ; Due anni e sei mesi più 1 anno di libertà vigilata per Emiliano Cirillo, Vittoria Oliva e Claudio Dionesalvi. Ma la Corte d’Assise di Cosenza presieduta dalla dott.ssa Maria Antonietta Onorati non ha assolutamente tenuto conto né degli avvocati dell’accusa della parte civile , nè dei teoremi del PM Fiordalisi, né delle testimonianze del dirigente della Digos di Cosenza Cantafora, né dei rapporti dei Ros. Non esistevano prove tangibili del coinvolgimento dei 13 imputati negli scontri di Genova: nessun video, nessuna foto, nessuna testimonianza diretta. Solo parole, opinioni, discussioni captate per telefono dopo i fatti di Genova . Nessuna prova di alcuna organizzazione degli scontri. Il processo interessò poco la stampa nazionale ed anche quella regionale salvo qualche trafiletto cronachistico. Eppure quello ai militanti del sud ribelle è un processo che ha tutti i risvolti di un processo alla democrazia, alla libertà di manifestare, alla sospensione dei diritti, oltre che alla libertà di pensiero e di movimento rappresentate da un intera generazione. Qui le accuse di devastazione sono generiche ed il perno di tutta l’accusa si basa esclusivamente su reati di opinione e di associazione. Pesa come un macigno sulle udienze processuali la morte di Carlo Giuliani che viene fuori ogni tanto dalla visione dei video-shock sul massacro e sulla “macelleria messicana” alla genovese. Archiviato il 'caso De Gennaro' – che la corte non ha voluto ascoltare sulle giornate di Genova, come teste d’accusa, e definendo la sua <> – spuntano come funghi altre notizie collegate al procedimento penale contro il Sud Ribelle. Ricordiamo solo alcuni degli elementi e dei personaggi, ormai noti, assolutamente non trascurabili, per inquadrare il processo cosentino. Una voce, risuonò su tutte, fu quella del dottor Mortola, l'uomo che pronunciò la frase "oh ragazzi, le molotov non lasciatemele qui", riferendosi alle famose molotov che costarono l'accusa di falso e la cui esistenza fu utilizzata come pretesto per il massacro alla Scuola Diaz. Pensiamo, poi, ai verbali falsificati dagli agenti nella caserma di Bolzaneto, fatti firmare ai fermati stranieri, nei quali involontariamente, si rifiutavano di voler avvertire le proprie ambasciate e di chiamare un avvocato. Ai commenti degli operatori telefonici di pubblica sicurezza che rispondevano ai centralini nelle ore 'calde' con "siamo uno a zero per noi" o "gli zecconi maledetti". Voci che risuonavano dappertutto, ma che non poterono essere ascoltate nelle aule del triste Tribunale di Cosenza. Prendono, intanto, corpo i primi risarcimenti per i pestaggi di strada, a Genova nel 2001, nei confronti dei manifestanti. Chi risarcirà? Lo Stato. Lo stesso Stato che si e' costituito come parte civile nel processo di Cosenza, contro la 'Rete Meridionale del Sud Ribelle', che solo nella fantasia dell'ex titolare dell'inchiesta Fiordalisi poteva essere il "regista della sovversione a Genova e Napoli". Ma sul Tribunale di Cosenza non mancano i veleni giornalistici. Alcuni 'strani' movimenti - a livelli alti e nascosti - sono descritti in vari articoli, sul quotidiano La Repubblica. A quanto pare, oltre che per magistrati, vip, politici, venivano confezionati dossier anche sui movimenti antiglobalizzazione in particolare nella preparazione del social forum di Firenze nel 2002. Gli arresti e l’operazione ‘Sud Ribelle’ doveva partire proprio a ridosso del social forum. Ma poi qualcuno consigliò di spostare gli arresti a qualche settimana dopo. La Digos cosentina in tutto il procedimento è centrale, perché fa partire proprio da uno strano attentato, avvenuto a Roma il 10 aprile del 2000 ,ad opera di un fantomatico gruppo terroristico, detto NIPR, l’inchiesta sul Sud Ribelle. Questi fantomatici attentatori mandarono, secondo quanto scritto dalla Digos e dal Ros, un volantino alla Zanussi di Rende. Uno pensa ad una fabbrica con operai, ed invece non è altro che un deposito di ricambi della Zanussi con un solo impiegato tuttofare che trova nella casella della posta il “magico volantino“. Da qui le prime intercettazioni a militanti storici e non dell’antagonismo calabrese. Intercettazioni che non hanno fatto altro che registrare opinioni, discussioni, convocazioni di riunioni pubbliche che il PM Fiordalisi ha ripetuto passo per passo durante la sua lunga requisitoria cercando di farle apparire come discussioni operative. Per capire il perché si sia deciso da parte dello Stato l’attacco al movimento meridionale del Sud Ribelle bisogna conoscere cosa è successo immediatamente prima gli arresti del 15 novembre del 2002. Il territorio meridionale per la prima volta dopo decenni di silenzio è attraversato da una serie di lotte dure ed autonome. Dai disoccupati di Napoli, agli operai di piccole fabbriche in chiusura, all’occupazione di strade e ferrovie, è un fiorire di lotte, dove il controllo tradizionale dei partiti e delle istituzioni è completamente sfuggito,loro, di mano. La prova del fuoco è il Global Forum di Napoli a maggio del 2001. Il movimento riesce a portare in piazza, per la prima volta cinquantamila persone provenienti da tutti i territori meridionali. Comitati contro le discariche e gli inceneritori, comitati di base sindacali, comitati di lotta di fabbriche, studenti, immigrati, per la prima volta sono insieme a Napoli per protestare contro la vergogna rappresentata dai capi di stato riuniti e barricati in piazza Plebiscito, nel Palazzo Reale che fu dei Borboni. Una manifestazione assolutamente pacifica viene attaccata in piazza Municipio, da tutti i lati, come una moderna Little Big Horn, dai reparti speciali di polizia, carabinieri e finanza. E’ una mattanza. Centinaia di compagni e compagne vengono massacrati e trasportati in caserme dove vengono torturati. E’ la prova su Genova. Il ministro ulivista è Enzo Bianco che se ne sta seduto comodamente in un ristorante napoletano, col cellulare spento, mentre la polizia si sbizzarrisce fra i vicoli di Napoli alla ricerca di sovversivi. Ma il movimento non si ferma. L’esperienza di Napoli impone livelli di coordinamento organizzativo e soprattutto impone una piattaforma sulle istanze che provengono dal sud. Nasce il Sud Ribelle. Per la prima volta a Cosenza si riuniscono gruppi, comitati, sindacati, associazioni, centri sociali, per andare insieme a Genova e portare insieme quella che è la realtà e la specificità del sud. In preparazione dell’evento a Genova, il sud ribelle mette in atto una serie di iniziative che pongono le problematiche del sud: la militarizzazione del territorio, la NATO, la ‘ndrangheta di stato, la devastazione ambientale del territorio, su tutte il Ponte sullo Stretto, le scorie nucleari a Policoro, le prime sperimentazioni di OGM su territori da sempre dediti all’agricoltura tradizionale, le navi dei veleni che esploderanno sulle cronache dei giornali ben sei anni dopo. A giugno 2001 si manifesta a Policoro contro il deposito di scorie nucleari e contro le sperimentazioni OGM sulle melanzane. A luglio si occupano le agenzie di lavoro a Napoli, Taranto, Cosenza, Palermo. Il movimento cresce e diventa sempre di più presente all’interno delle lotte. A Genova per la prima volta si arriva uniti ed organizzati. Ed a Genova scatta la seconda repressione dello stato e dei suoi sbirri sul movimento. Al posto del Ministro Bianco alla cabina di comando ci sono Scaloja e Fini. Il ritorno da Genova rappresenta l’avvio di una serie di nuove iniziative sul territorio meridionale. La presenza nelle lotte è sempre più significativa e soprattutto organizzata. Lo stato non può più stare fermo di fronte alla crescita evidente del movimento e dà mandato ai Ros di organizzare gli arresti. La vita dei militanti appartenenti al movimento del Sud Ribelle, viene scandagliata fin nei piccoli particolari. Cominciano una serie di pedinamenti, intercettazioni, servizi fotografici, sull’attività di cento militanti del sud e si raccolgono alcuni faldoni provenienti da altre procure, si entra addirittura nelle case, oltre che nelle auto, per apporvi micro spie . Il pedinamento è continuo fino alla decisione, insieme alla Procura di Cosenza che ha sposato in pieno le “prove” portate da Ros e Digos, dell’arresto di 18 attivisti. Cosa che avviene nella notte del 15 novembre 2002. Il Sud ribelle secondo gli investigatori è un enorme associazione sovversiva all’interno della quale agisce un gruppo ristretto di sovversivi con intenti terroristici. I 18 attivisti, considerati elementi pericolosissimi, vengono portati in carceri speciali e qui restano per 20 giorni fino a quando il Tribunale del Riesame di Catanzaro non ne decide la scarcerazione. Gli attivisti del sud ribelle vengono accusati di reati pesantissimi che vanno dalla Cospirazione politica mediante associazione al fine di : Turbare l’esercizio delle funzioni del governo italiano durante il G8 a Genova nel luglio 2001; Effettuare propaganda sovversiva Creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato. Associazione per delinquere / Associazione sovversiva / Attentato contro organi costituzionali a Genova / Attentato contro organi costituzionali a Napoli/ Porto di oggetti atti ad offendere / Resistenza a pubblici ufficiali / Turbativa violenta del possesso di cose immobili / Propaganda sovversiva.
Queste le tappe dell’inquisizione sul Sud ribelle:
- 15 Novembre 2002: 18 attivisti del movimento meridionale sono tratti in arresto per vari reati associativi .
- 23 Novembre 2002: Centomila persone scendono in piazza a Cosenza per chiedere la liberazione immediata di tutte e tutti gli arrestati.
- 2 Dicembre 2002: Il Tribunale della libertà di Catanzaro produce una sentenza che, oltre a rimettere in libertà tutti gli arrestati, demolisce dalle fondamenta l’impianto accusatorio del provvedimento. "Esprimere il dissenso non è reato" è il messaggio cardine delle motivazioni di quella sentenza.
- 9 Maggio 2003: Nonostante la richiesta dello stesso Procuratore Generale di rigettare il ricorso presentato dal Pm titolare dell’indagine, la Cassazione annulla la sentenza del Tdl di Catanzaro per esclusivi vizi di forma, mentre i contenuti della sentenza contestata non sono minimamente messi in discussione.
- Luglio 2003: Il Pm Fiordalisi presenta una “memoria” in cui ribadisce la volontà di arrestare nuovamente tutti e 20 gli indagati, ed estende all’intero movimento le accuse già formulate contro il Sud Ribelle. Fiordalisi chiede di depositare decine di migliaia di pagine contenenti "nuove" prove: si tratta essenzialmente di altre intercettazioni telefoniche riciclate (e molte di queste palesemente manomesse dalla digos di Cosenza) da altre procure che le avevano dichiarate inutili e insignificanti, ma per Fiordalisi sono una conferma: le contestazioni al G8 di Genova erano un attacco al governo Berlusconi. Secondo lui, gli indagati volevano "turbare l’esecuzione delle funzioni del governo italiano, sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito dello Stato, sovvertire la globalizzazione economica”.
- Novembre 2003: Nuova sentenza del tribunale della libertà di Catanzaro. A carico di cinque su diciotto già scarcerati, rimangono i gravi indizi di colpevolezza. A tre di loro viene addirittura imposto l’obbligo di firma (Caruso, Cirillo, Santagata) che durerà fino all’inizio del processo per oltre 1 anno; per tutti gli altri cade ogni contestazione.
- Aprile 2004: Richiesta di rinvio a giudizio per tredici degli indagati, due dei quali completamente estranei fino a quel momento a tutta la vicenda giudiziaria (Luca Casarini e Alfonso De Vito). Le posizioni di altri 41 indagati vengono archiviate. Solo per 11 dei 18 arrestati nel novembre 2002, è stata presentata richiesta di rinvio a giudizio; cinque di quelli che finirono nelle carceri speciali vedono cadere ogni contestazione a proprio carico. Fiordalisi aggiunge il reato di “associazione a delinquere”. Quindi, non solo sovversivi e cospiratori, ma anche delinquenti.
- Maggio 2004: Prima udienza preliminare. I legali si oppongono alla costituzione di parte civile presentata dalla Presidenza del Consiglio e dai Ministeri dell’Interno e della Difesa, che è stata però accolta. Il governo chiede cinque milioni di euro di risarcimento per i danni non patrimoniali, cioè d’immagine, subiti in occasione dei vertici di Napoli e di Genova. Ma il Gup Giusi Ferrucci, respinge questa e tutte le altre eccezioni della difesa, e prim’ ancora fissa il calendario del dibattimento, stralciando la perizia sulle intercettazioni (che sono il cuore del “teorema Fiordalisi”). Gli imputati, dinanzi a questo atteggiamento del Gup, che mostra già di aver deciso l’esito dell’udienza, chiedono la ricusazione del magistrato.
- Giugno 2004: La corte di appello rigetta la ricusazione del Gup fatta dagli imputati e ristabilisce il collegio. Gli imputati che hanno firmato la richiesta di ricusazione vengono anche multati di 1500 euro ciascuno.
- Giugno 2004: La Corte di cassazione rigetta il ricorso presentato da Caruso e Santagata contro l’obbligo di firma che li costringe ormai da nove mesi a firmare in caserma. Oltre al rigetto, i due imputati sono condannati ad una multa di 500 euro ciascuno.
- Luglio 2004: A Roma nasce l’Osservatorio parlamentare sul diritto al dissenso: seguirà il processo di Cosenza. I firmatari sono 12 deputati e due senatori. Il Gup rinvia a giudizio 13 indagati. Le pene previste per i reati contestati, vanno da 12 a 15 anni di carcere.- Agosto 2004: La Cassazione respinge i ricorsi sulla presunta incompetenza territoriale del tribunale di Cosenza. La Procura presenta una “integrazione d’indagine”. I mezzi di informazione locali annunciano che tra i testi d’accusa il Pm Fiordalisi ha inserito il capo della polizia De Gennaro.
- 27 Novembre 2004: Cosenza si mobilita di nuovo in vista dell’inizio del processo con tre giorni di mobilitazion, assembleee, musica ed un corteo con 10.000 persone scese di nuovo in strada a dare sostegno
- 2 Dicembre 2004: Inizio del processo con le revoche degli obblighi di firma a Caruso, Cirillo e Santagata. Volutamente il clima all’interno del Tribunale viene reso pesante dalla Digos con continue perquisizioni a cittadini e compagni che vogliono assistere al processo. Lo stesso non avviene in altre aule del tribunale a processi contro ndranghetisti. In una delle tante udienze addirittura un poliziotto aggredisce due compagni sulla soglia dell'aula. La pausa processuale e una sentenza della Corte Costituzionale fanno riprendere il processo a Ottobre 2005. Si inizia ascoltando i testi dell'accusa. Intanto anche la difesa si organizza, facendo entrare in aula il G8 nella sua gestione complessiva dal punto di vista della gestione dell'ordine pubblico, proiettando i video e visionando le foto. L'interazione tra avvocati genovesi e cosentini e segreterie legali è alta, proprio mentre si ascoltano dei testi molto importanti in entrambi i filoni processuali, i famigerati Mortola, Mondelli e Bruno. Il trio è molto conosciuto nelle aule genovesi: -Mortola sostiene diverse cose: che il corteo dei "disobbedienti" (una delle aree politiche italiane)era autorizzato, ma non riesce a spiegare perché sia stato attaccato dai Carabinieri (confronta Processo ai 25, su Via Tolemaide)--Bruno (capitano dei Carabinieri di Carrara a comando della Compagnia CCIT Alfa del III Battaglione Lombardia) ricorda molotov e lanci di materiale vario dappertutto, ma nelle numerose immagini visionate su richiesta del PM e delle difese non riesce a indicare neppure uno spillo lanciato contro i Carabinieri. Notevole poi che colui che ha diretto le cariche in via Tolemaide, abbia candidamente ammesso di non sapere e di non aver saputo allora se i cortei fossero autorizzati o meno (il corteo di Via Tolemaide ERA autorizzato!). I tonfa in dotazione ai suoi uomini poi, guardando bene le immagini mostrate durante l'udienza, si trasformano in manganelli, mazze, bastoni. A quel punto Bruno è costretto comunque a dire che non aveva una spiegazione a questo armamentario in quanto aveva personalmente passato in rassegna i suoi uomini la mattina. -Mondelli (funzionario della Polizia di Stato di Cuneo, distaccato a Genova, a capo del plotone dei Carabinieri del capitano Bruno) dichiara di non aver partecipato agli scontri, anzi di aver fatto di tutto per metter pace tra i due "contendenti" e di non aver dato l'autorizzazione al capitano Bruno di attaccare deliberatamente i manifestanti autorizzati, dando la colpa ai Carabinieri. Il successivo "teste eccellente" che viene ascoltato è il capo della Digos di Cosenza, Alfredo Cantafora, che si permette dalla sua posizione di testimone di emettere sentenze non richieste ("Sono colpevoli"), deridere i testi, addebitare agli imputati la morte di Carlo Giuliani per finire, subito zittito dalla Corte, a fare un pindarico collegamento con le Brigate Rosse . Ma i momenti migliori sono quelli di ilarità generale in aula quando Cantafora dichiara che alcuni imputati armati di verdure e scolapasta avrebbero usato violenza sulle forze dell'ordine. È stata poi la volta di Eugenio Astorino, anch'egli agente Digos di Cosenza che ha deposto sull'utilizzo (pe¬raltro perfettamente legale) di sistemi di criptazione della posta elettronica da parte di alcune persone non imputate nel procedimento odierno, nonché sul "pericoloso" sistema di comunicazione tra manifestanti: nientemeno che Radiogap, il progetto radiofonico nato durante il G8 a copertura delle manifestazioni. A questo punto, un colpo di scena: scompare il PM Fiordalisi, trasferito o meglio ritornato nella "sua" procura di origine, che viene sostituito da una staffetta di diversi colleghi. Il processo continua con l'escussione di diversi testimoni della difesa. Molti, quasi tutti lavoratori e sindacalisti di base, interrogati sulle giornate del Global Forum del 2001 a Napoli, hanno raccontato ciò' che e' avvenuto nel "sacco" di piazza Municipio; la mattanza attuata dalle forze dell'ordine nei confronti dei ma¬nifestanti: teste rotte, rastrellamenti negli ospedali, deportazione nella caserma Raniero, lacrimogeni a gogò', pestaggi gratuiti, fughe generalizzate, scene di panico, intere famiglie terrorizzate e quant'altro. Terminata l'escussione dei testimoni della difesa la novità più grossa dell'autunno ce la riserva l'udienza n. 35, con il ritorno in aula di Fiordalisi assieme al suo fedele factotum, perche' non c'erano altri pm disposti a sporcarsi le mani con questa spazzatura, in vista della sentenza che era stata calendarizzata per il 19 dicembre, in perfetta sincronia con le aule genovesi, ma rinviata al 31 gennaio. Il 10 gennaio 2008 il testimone dell'accusa, l'ispettore capo Rosario D'Agostino della Digos di Cosenza, è stato ascoltato nel processo Diaz. Doveva fugare, una volta per tutte, ogni dubbio rispetto alla presenza di soggetti pericolosi all'interno della Diaz, che avrebbero dato il via al pestaggio dei presenti. La sua trascrizio¬ne è stata depositata anche a Cosenza. Il 15 gennaio, invece, la città di Cosenza è stata omaggiata del trasferimento e promozione a vicequestore e capo della mobile, Fabio Ciccimarra. Il nuovo arrivato è molto conosciuto nell’ambiente del G8 per essere stato processato a Genova per i pestaggi avvenuti a Napoli durante il Global Forum del 2001.
- 24 gennaio 2008- Il PM Fiordalisi chiede 50 anni per tutti gli imputati
- 2 febbraio 2008- La città si mobilita ancora in vista della sentenza. Ancora 10 mila persone in piazza in solidarietà agli imputati.
- 24 aprile 2008 fine del processo con l’assoluzione piena per tutti gli imputati.
- Dicembre 2008 la Procura generale di Cosenza presenta appello
- 18 maggio 2010 – Catanzaro Inizio Processo d’Appello

Per tutto questo è di nuovo necessario mobilitarsi . Essere presenti vicino agli imputati far sapere allo Stato, ai magistrati, alla gente , che il movimento è ancora presente nei nostri territori, e soprattutto attivo contro le ndranghete di stato, i partiti corrotti, i politicanti che giocano sulla pelle della gente con false promesse e soprattutto mentre tutte le problematiche aperte nel lontano 2000, sui nostri territori sono ancora aperte e vive oltre che peggiorate. Ancora le scorie nucleari sono depositate a Poliporo, ancora si continuano le sperimentazioni OGM , ancora si è aggravata la richiesta del lavoro ed è peggiorata la precarietà, ancora le agenzie del lavoro giocano sui disoccupati, ancora si muore nei cantieri sul lavoro, ancora le devastazioni ambientali proseguono lungo le nostre coste , ancora si pensa di regalare il Ponte sullo stretto alla finanza ndranghetista, ancora si vuole nascondere la verità sulle navi dei veleni, ancora si vogliono riempire i nostri territori di diossina con nuove discariche e inceneritori, ancora sulle morti della Marlane non c’è giustizia, ancora……..

Per tutto questo, VENERDI’ 30 APRILE ALLE ORE 17 NEL CSOA RIALZO DI COSENZA ci sarà un ASSEMBLEA MERIDIONALE DI DISCUSSIONE ED ORGANIZZAZIONE aperta ai comitati di lotta, i centri sociali, le realtà di territori, i sindacati di base, le associazioni, i soggetti liberi perché il Processo d’Appello al Sud Ribelle non passi inosservato e porti ad una nuova piena assoluzione di tutti gli imputati ed al pieno riconoscimento della LIBERTA’ DI MANIFESTARE E FARE OPPOSIZIONE NEI TERRITORI

19 aprile 2010

Noci(Ba): fascisti contro la sede del Prc

Sembra avere ripercussioni serie l'atto vandalico effettuato contro la sede locale del partito di Rifondazione Comunista. I graffiti colorati a spray sulla porta d'ingresso del partito raffigurano svastiche e croci celtiche simbolo di una cultura che ormai non c'è più e che ci si augura che non ritornasse.

LA SEDE DI PARTITO - Ciò che all'apparenza poteva sembrare una bravata di ragazzacci nullafacenti in realtà assume contorni molto più seri. Ad iniziare dallo spray. Lo stesso utilizzato qualche tempo fa per imbrattare l'uscita secondaria di un locale del centro cittadino riportando le medesime figure. La sede di via Sant'Agostino è stata precedentmente più volte presa di mira da ideologie di parte contraria solo che allora si trattava veramente di sciocchezze del tipo: strappare locandine, graffiare l'insegna, spargere della salsa sulla porta d'ingresso. Ora però la cosa sembra essere diversa.

LA CASA DEL SEGRETARIO - I graffiti sulla porta non sono rimasti isolati e nella stessa notte, sabato scorso, lo stesso autore del dipinto artistico ha inciso con un oggetto appuntito scritte vessatorie sulla porta d'ingresso della casa del segretario sezionale PRC Mariano Lippolis. Questo ha indotto i componenti di partito a sporgere denuncia presso la locale stazione dei Carabinieri i quali si sono messi subito all'opera per verificare l'accaduto e dare la caccia all'autore del gesto. I reati imputabili possono essere "atti vandalici" ed "apologia di reato", entrambi di natura penale. Le indagini procedono a ritmo serrato anche se fino ad ora non hanno prodotto risultati. Dal canto loro, i componenti del partito, composto in massima parte da ragazzi tra i venti e i trent'anni, si stringono attorno al loro segretario e promettono di continuare a lavorare su obiettivi politici e culturali non facendosi abbindolare da gesti insensati.
fonte: noci.it

Perugia da cuore verde d’italia a laboratorio di repressione

C’erano tutti sabato scorso in piazza a Perugia. Giravano tutte le forze dell’ordine di diverso grado e appartenenza, c’erano i Carabinieri, la Polizia Provinciale, la Digos, e poi la Squadra Mobile. Cosa succede a Perugia?
La complessità delle questioni e degli attori in scena ci impone una doverosa riflessione. E’ aprile, anno 2010, sono finite da poco le elezioni. In Italia trionfa la destra e la Lega di Bossi fa man bassa di voti al nord.
La crisi economica è diventata drammatica, ogni giorno ci sono notizie riguardo al peggioramento sociale ed economico del Paese.
Anche se il conflitto di classe si è espresso in forme, a volte, forti e radicali- il movimento dell’Onda, il movimento No Tav, ad esempio - le destre con le politiche populiste demagogiche e forcaiole governano sempre più stabilmente. Nel loro mirino in particolare: giovani, studenti, precari, migranti, donne.
In Umbria c’è un anomalia, o meglio nel centro Italia c’è un anomalia. Il governo del centro-sinistra resiste. Lo fa chiaramente a colpi di politiche liberiste e rincorrendo la destra su tutto: svendita del patrimonio pubblico, appalti ad arroganti e potenti privati, politiche familiste (tanto per mantenersi buono un possibile elettorato cattolico), e politiche sulla sicurezza, ovvero una pesante politica di controllo dei corpi, dei movimenti, dei comportamenti delle persone. A Perugia è una politica che diventa sempre più aggressiva e invasiva, e che allo stato attuale conta diverse strabilianti ordinanze liberticide in cui si decretano orari coprifuoco per la vendita di alcolici e zone rosse o no drink zone. La deriva securitaria della politica viene da lontano: una strategia di controllo, di repressione preventiva, volta a sussumere corpi che non devono vivere e desiderare, ma che possono solo uniformarsi al loro destino di produttori senza diritti, consumatori e utenti, non soggetti di pieno diritto. Sicuramente nella storia recente di Perugia e della costruzione del securitarismo pesa il caso Meredith. Cosa c’era di eccezionale in quell’omicidio – una tentata violenza sessuale finita in una tragedia peggiore - non è importante. È importante l’uso politico che ne è stato fatto, dai mass-media nazionali e locali e dalla questura: la costruzione di un “torbido gioco sessuale” ha come sfondo l’immagine di una Perugia dipinta come terzo girone dantesco, dove albergano giovani provenienti da ogni luogo e senza regole, che utilizzano il centro storico scippandolo ai suoi naturali proprietari, i suoi veri cittadini, dandosi all’uso di alcol, droga e sesso. Servizi giornalisti, e programmi televisivi hanno fatto da supporto e da eco a questa idea: a tale proposito è rimasta famosa una trasmissione dell’ignobile e sessista programma “Lucignolo”.
Il centro storico di Perugia, di fatto non è più da tempo un centro di vita sociale, non ci sono più cinema o teatro, è stato addirittura smantellato (sempre grazie alla giunta di centro-sinistra) lo storico mercato coperto, al cui posto dovrebbe nascere un nuove centro commerciale. Le città contemporanee sono policentriche e il centro storico cittadino seguendo una sorte comune a quella di altri centri storici, è diventato un luogo di consumatori e non di cittadini. Si consumano eventi, privati, costosi, o con gran sperpero di risorse pubbliche: da Eurochocolate a Umbria Jazz. Persino il Festival culturale per i bambini è organizzata come un rituale di consumo culturale localizzata nella zona vetrina della città.
D’altra parte la struttura antica della città medievale offre un panorama insolito e accogliente per gli innumerevoli studenti che ancora continuano ad iscriversi nella nostra città. La piazza e le scalette del duomo sono un polo di attrazione sociale per i giovani: un posto raggiungibile a piedi, per chi non ha la macchina e/o vive e frequenta l’università lì a due passi. Gli studenti, che escono la sera alla ricerca di svago ed evasione, sono pieni titolari di diritto nella vita e nella frequentazione di questi spazi. Potremmo dire, provocatoriamente, che ad eccetto degli users diurni (frequentatori degli uffici e di pochi e costosi negozi rimasti), e dei pochi ricchi proprietari rimasti in una zona completamente gentrificata, i ragazzi della sera sono gli unici che abitano questi luoghi.
La città è il luogo dove entrano in scena i conflitti.
I ragazzi che si addensano nelle scalette del Duomo, sono una forma di vita sociale: bevono qualcosa, scambiano idee, suonano i bongo o la chitarra. Si trovano là la sera gli universitari insieme a giovani perugini, meno conformi allo stile “Centro Commerciale”. Nella mappa mobile dei luoghi di volta in volta scelti per stare insieme, il centro è una tappa immancabile e fissa.
Una situazione insostenibile, dicono i giornali locali e rincara la questura.
Insostenibile sono i grandi traffici di droghe pesanti che avvengono, senza trovare alcun ostacolo da parte degli organi competenti, nella regione e in città, tanto da farne un luogo di smistamento per il Centro Italia. Perugia è entrata nelle cronache (fino almeno al 2008) proprio per il più alto numero di morti per overdose, mentre d’altra parte, nella terra di San Francesco i dati dicono che esistono i tassi di criminalità più bassi della rispetto alla media nazionale.
Vuol dire che qui, a parte il fatto che ci riempiono di eroina, cocaina ed altra robaccia non succede praticamente “nulla”, almeno nulla di rilevante dal punto di vista di chi generalmente utilizza certi indici statistici per giustificare maggiore controllo e azione poliziesca.
Eppure i ragazzi sulle scalette sono pericolosi, pisciano in strada e magari urlano un po’ quando sono ubriachi. Soprattutto sono tanti, 10, 50, 100 tutti insieme. Una forza da polverizzare. Soprattutto quando si oppongono ai pesanti controlli e alle retate di massa che periodicamente e provocatoriamente ritornano.
Qualche settimana fa’, i giornali locali avevano nuovamente raccontato e costruito i giovani del centro come un insidioso pericolo sociale che attenta alla democrazia.
Poi, sabato scorso, si è consumato l’agguato che ha portato ai tre arresti.
La città è il luogo dove entrano in scena i conflitti. La guerra ai giovani, per il possesso e il controllo pieno del territorio è partita. E’ preventiva affinché non si trasformino in una nuova onda.
E’ un messaggio chiaro anche per il centro sinistra e la sua Polizia Provinciale. L’azione della Squadra Mobile le successive dichiarazioni dell’Ugl e del Sap vanno, infatti, nella direzione di riconfigurare gli equilibri e i poteri politici nella città, così come nel territorio nazionale.
Eppure nel cuore verde della crisi, noi ci siamo. Siamo un’altra cosa, abbiamo un’altra idea a venire di città come bene comune e siamo sicuri che arriverà presta una nuova onda.

Roberta Pompili Attivista Csoa Ex Mattatoio/Commonslab/Collettivo femminista sommosse Perugia

Nei secoli a chi fedeli ?

La vicenda Ganzer, il capo del Ros per cui la magistratura ha chiesto una pena di 27 anni di reclusione per spaccio internazionale di stupefacenti, riporta nuovamente alla luce uno dei lati oscuri della nostra mediocre Italia : chi controlla i controllori ?
Marco Rigamo si chiede quando ci libereremo mai di Ganzer. Una domanda legittima che va inserita in un contesto molto più articolato che riguarda il tema della corruzione nelle forze dell’ordine ed in particolar modo nell’Arma dei Carabinieri.
Un corpo santificato da qualcuno come i paladini della lotta alla criminalità organizzata, ma che la vicenda Ganzer e tante altre che meritano lo spazio di un flash nei telegiornali, ci aiutano a comprendere come sia uno dei corpi più oscuri e maggiormente legato ai peggiori traffici nel nostro paese.
I Carabinieri nel nostro paese sono tutt’altro che una “vicenda da barzelletta”, come si lamentava qualche anno fa l’ex deputato di Alleanza Nazionale Filippo Ascierto. Proprio lui, presente nella centrale operativa di Genova durante il G8, proclamava la necessità di un riscatto morale della figura del carabiniere nell’immaginario collettivo del nostro paese. Non più soggetti da barzelletta ma sentinelle dell’ordine morale, giuridico e…evidentemente politico.
La vicenda Marrazzo, con due integerrimi della benemerita Luciano Simeone e Carlo Tagliente, che facevano irruzione in un appartamento di Via Gradoli a Roma in cui Marrazzo si intratteneva con la trans Brenda, giravano un filmato con il telefonino, introducevano cocaina nella stanza riprendendo i due nudi e la striscia di coca accanto al tesserino del ex governatore del Lazio, salvo poi sparire subito dopo e farsi vivi per ricattare Marrazzo, ci raccontano solo uno degli innumerevoli episodi in cui i Carabinieri sono stati coinvolti di recente nelle trame di potere del nostro paese.
Da Placanica a Via Gradoli, dal maresciallo Truglio a Ganzer, sono fin troppi gli elementi che dovrebbero portarci a comprendere come “l’ambiente” dei carabinieri sia denso di oscuri misteri e di trame fin troppo chiare per non essere lette come quelle di un braccio armato degli affari sporchi nel nostro paese. Un mondo che risulta complessivamente corrotto e fin troppo contiguo con quelli che sono gli ambiti criminali che dovrebbe “debellare”.
Alcuni esempi ci aiutano a capire come non esista un esclusivo utilizzo del corpo dell’arma per quelle che sono trame oscure e complotti che si potrebbero inserire nell’ambito di uno scontro tra poteri forti, assolutamente vivo nel nostro paese.
Ganzer è accusato sostanzialmente di aver fatto carriera favorendo il traffico internazionale di stupefacenti per poi arrivare al sequestro della merce senza mai individuare i pesci grossi, e garantendosi in questo modo, grazie alla platealità delle sue operazioni una folgorante carriera.
Carabinieri e criminali in affari, per agevolare gli uni nella carriere e sull’aspetto economico e non disturbare gli altri nei loro traffici.
E’ quello che in questi ultimi anni è venuto fuori costantemente…
Il 15 marzo scorso la DDA di Napoli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per 4 Carabinieri in forza al comando provinciale di Napoli. I 4 sarebbero stati stipendiati dal clan degli scissionisti per favorire gli stessi informandoli delle attività investigative nei loro confronti. Nelle intercettazioni telefoniche emerge come i carabinieri avvisavano i fratelli Ciro e Giuseppe Bastone, capipiazza degli scissionisti, sulla presenza di telecamere in prossimità delle piazze di spaccio e dei movimenti investigativi nei loro confronti. In cambio uno stipendio da 500 euro al mese e regali. Anche cocaina “per un amico avvocato”, oppure una collaborazione in un omicidio. Due dei quattro carabinieri infatti avrebbero prelevato due esponenti del clan rivale che sono stati poi uccisi dagli scissionisti. 250 mila euro a testa il guadagno dell’affare insieme agli scissionisti.
La stampa ufficiale dedica poco più di poche righe di commento a questi episodi, e quasi mai vengono rivelati i nomi dei carabinieri coinvolti.
Qualche volta i nomi trapelano come nel caso del Maresciallo Alfredo Bolognesi comandante della stazione di Pinetamare, arrestato pochi mesi fa, stipendiato dal clan dei casalesi fino a 1.000 euro di retribuzione mensile piu’ gli extra ed i regali. Bolognesi favoriva il clan più sanguinario della camorra agevolando le attività di spaccio e di gioco d’azzardo di Maurizio Brancaccio, cugino di Antonio Iovine detto “O’Ninno”, che insieme a Michele Zagaria è senza dubbio il capo dei casalesi.
Il Maresciallo Bolognesi rivela ai casalesi i nomi degli esponenti del clan prossimi all’arresto consentendogli la fuga, favorisce truffe assicurative e chiede ai suoi “amici” che qualcuno dei loro si consegni nelle sue mani per poter fare carriera. La storia di Bolognesi raggiunge l’apice quando lo stesso denuncia alla procura militare un collega, Vincenzo Davide della caserma di Castelvolturno. Bolognesi segnala alla procura militare una serie di atti illeciti e di complicità con i casalesi che in realtà sono stati commessi da lui stesso addebitandoli a Davide. Subito dopo la denuncia di Bolognesi arriva una lettera anonima che accusa proprio Davide di essere stipendiato dai casalesi. Il maresciallo Davide non ha idea ci cosa si celi dietro quella lettera anonima. La sola colpa del maresciallo Vincenzo Davide è quella di aver negato a Bolognesi alcune informazioni che avrebbe dovuto poi girare agli esponenti dei casalesi.
I Casalesi a dispetto dei proclami del Ministro Maroni, sembrano avere una certa dimestichezza nel riuscire facilmente a corrompere i Carabinieri. Il 27 aprile del 2009 tre militari dell’arma vengono arrestati per essersi introdotti abusivamente nel server del Ros di Napoli ed aver preso informazioni che riguardavano una importante indagine proprio sul conto dei casalesi, favorendo il figlio di Francesco Schiavone detto Sandokan già in carcere.
Un sistema di corruzione che possiamo dire senza dubbio di non recente comparsa. Era il 2000 quando una analoga operazione – come tutte quelle citate fino ad ora avvenute solo in seguito a dichiarazioni di pentiti – portò all’arresto di altri due Carabinieri insieme a due ispettori di Polizia.
Angelo Stellato e Pietro Campagna, carabinieri in lotta teoricamente contro la camorra, erano stati al soldo dei casalesi durante gli anni novanta quando prestavano servizio presso gli uffici di Polizia Giudiziaria ad Aversa. Riferivano la disposizione dei controlli delle forze dell’ordine nella zona di Casal di Principe, avvertivano il cartello criminale prima delle operazioni di arresto, omettevano i controlli per gli affiliati agli arresti domiciliari.
Un vero e proprio sistema di corruzione che vedeva i carabinieri – così come innumerevoli poliziotti tra l’altro – al soldo della camorra. Forse quando pensiamo che anche le pietre sanno dove sono le piazze di spaccio a Napoli e che le stesse funzionano a pieno regime 24 ore su 24, cominciando a vedere il fenomeno da questa prospettiva, riusciamo a darci una risposta forse meno politically correct ma senza dubbio più vera.
Un’altra indicazione ce la dovrebbe dare la composizione delle forze dell’ordine che invece i camorristi li arrestano davvero. E’ il caso della caserma dei Carabinieri di Castello di Cisterna in provincia di Caserta. In ogni operazione contro la camorra a compiere indagini e arresti sono i Carabinieri di Castello di Cisterna. Se c’e’ da arrestare a Napoli o a Caserta, a Casal di Principe o a Secondigliano ad intervenire sono sempre loro.
Chissà se sono i più bravi di tutti o forse è una delle poche caserme in cui la corruzione non è ancora dilagata…
I principali alleati dei clan sono proprio le forze dell’ordine ed i fatti sopra citati sono solo alcuni degli innumerevoli esempi che confermano questa chiave di lettura. Il ministro Maroni potrà parlarci all’infinito di “criminalità debellata”, potranno dirci che ogni tizio residente a Casal di Principe che arrestano e’…”il vero capo dei casalesi”…ma i fatti ci raccontano che le collusioni tra controllati e controllori ci forniscono un elemento difficilmente demolibile per capire che i “proclami” del Ministero altro non sono che mera propaganda.
Carabinieri nei complotti e nelle trame degli scontri tra poteri forti, carabinieri al soldo dei criminali, ma questi bravi ragazzi tra una tangente da un camorrista ed un ricatto commissionato da un potente dovranno pur svagarsi ?
Lo fanno nelle caserme con il primo povero cristo che finisce nelle loro mani.
Di Aldrovandi, Bronzino, Cucchi (anche lui fermato prima dai Carabinieri) e tanti altri in molti hanno già raccontato.
In pochi – tranne L’Unità - hanno raccontato la vicenda di Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero. Nel giugno del 2008 Uva e Biggiogero vengono fermati da una volante dei Carabinieri a Varese. I due sono in stato d’ebrezza ed al momento del fermo nasce una colluttazione con i carabinieri perché Uva riconosciuto da uno dei militari proverà a scappare. Portati in caserma vengono separati. Biggiogero sente per due ore le urla di Uva che viene massacrato da 6 carabinieri in servizio. Riesce addirittura a chiamare con il suo cellulare il 118 del pronto soccorso dell’ospedale Circolo, ed anche suo padre che giunge in caserma quella notte si offre ai militari per accompagnare Uva in ospedale. I Carbinieri rispondono agli operatori del 118 che avevano chiamato in caserma dopo la telefonata di Biggiogero che non c’è nessun bisogno di un’ambulanza alla caserma di Via Saffi. All’alba giunge in caserma un signore che viene chiamato “il dottore”. Alle 8:30 del mattino i carabinieri portano Uva in ospedale per un TSO - trattamento sanitario obbligatorio - e viene ricoverato nel reparto psichiatrico del nosocomio. Alle 10:30 viene constatata la morte per arresto cardiaco. A Giuseppe Uva in quella caserma sono stati somministrati farmaci controindicati in caso di eccesso di alcol. Nessuno si preoccupa in ospedale di fare un’autopsia come si deve, nessuno si preoccupa di verificare quelle echimosi sul naso e sulla schiena di Giuseppe Uva. Nessuno si preoccupa di verificare quelle chiazze di sangue presenti nella zona anale, così come nessuno sa spiegare dove siano finiti gli slip di Giuseppe Uva. Sotto inchiesta ci finiranno i medici, mentre per i carabinieri nessun provvedimento è stato emesso.
Al servizio dei potenti per gli affari sporchi, al soldo dei criminali e dei narcotrafficanti per soldi e carriera e con la licenza di uccidere nelle caserme per sfogare la frustrazione da tanto lavoro….
E guai se qualcuno di loro provasse davvero a fare il suo mestiere…
Il caso ancora una volta ci porta dalle parti di Guido Bertolaso.
Il capitano Sergio De Caprio è da tutti conosciuto con il nome di Capitano Ultimo, famoso a seguito dell’arresto di Totò Riina. E’ proprio il capitano Ultimo che avvia le indagini e le attività investigative con la procura di Tempio Pausania in merito all' inchiesta sugli appalti del G8 alla Maddalena. Chiede a più riprese di poter intercettare i telefoni di Diego Anemone, Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro della Giovanpaola. Ma ad autorizzare Ultimo doveva essere l’ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, anche lui finito nell’inchiesta di appaltopoli solo mesi dopo, con l’inchiesta che veniva condotta in gran segreto dalla Procura di Firenze.
Ultimo fu esautorato dall’inchiesta. Ed ora è a dirigere il Nucleo Operativo Ecologico del Lazio. Le intercettazioni saranno poi seguite dalla “ammaestrata” Guardia di Finanza di Roma dove c’era il maresciallo Marco Piuniti, anche lui finito nell’inchiesta, e al soldo di Diego Anemone.
Insomma non è concesso di andare sopra le righe rispetto a quelli che appaiono ormai come dei comportamenti collaudati da tenere nel corpo dell’arma.
Ci si chiede quando ci libereremo di Ganzer ma forse è più opportuno chiedersi quando ci libereremo dai Carabinieri. Quando nei media main stream finalmente si cominceranno a dare notizie sulla corruzione, sulla complicità nelle trame oscure, sugli abusi e gli omicidi commessi dai Carabinieri. Quando finalmente qualcuno proverà a mettere insieme - come si prova a fare qui e nell’editoriale di Marco Rigamo su Ganzer - una serie impressionante di episodi che riguardano i Carabinieri.
Si presupporrebbe di essere in un paese dove la stampa è libera.
Scusate…dimenticavo che siamo in Italia…
In Italia dove i carabinieri sono “nei secoli fedeli”.
A chi non è molto chiaro…
"…ognuno ha la sua parte… dall’altra di guardia… i carabinieri nei secoli a chi fedeli ? ” Assalti Frontali


Antonio Musella da Global Project

«Io voto per la sinistra» Botte e coltellata ad Albaro di Genova

«Mi hanno preso a pugni, uno mi ha rifilato anche una coltellata: perché ho detto che sono di sinistra». Forte e inquietante, il racconto di un diciottenne del levante genovese risuona negli uffici della questura. Dove il giovane ha sporto denuncia per un’aggressione che, a suo dire, è avvenuta l’altra sera in un bar nella zona di via Guerrazzi, ad Albaro. A opera di un gruppo che non la pensava, politicamente, come lui. Sul caso adesso stanno indagando gli investigatori della Digos.
Ad accompagnare il ragazzo in questura è stato il padre, che lo ha soccorso sanguinante in via Pisa, all’altezza dell’incrocio con via Amalfi. È lì che il giovane è scappato, correndo a perdifiato per alcune centinaia di metri fino a mettersi in salvo.


fonte: il secolo XIX

16 aprile 2010

Fatti di Pistoia il 28 aprile riparte il processo. Ma intanto c'è stata la vittoria in Cassazione

La Corte di Cassazione di Roma, alla quale i sei imputati avevano fatto ricorso a dicembre, ha annullato l'ordinanza del Tribunale del Riesame di Firenze che confermava gli arresti. Il Riesame dovrà pronunciarsi nuovamente sulla base delle motivazioni dell'annullamento, che saranno espresse dalla Cassazione nei prossimi giorni.
L'annullamento della conferma degli arresti può riguardare:
1) l'erronea applicazione del reato di devastazione e saccheggio
2) l'aver ignorato in tutto o in pare le ragioni della difesa
3) entrambe le cose.
Insomma, una sentenza che conferma quello che dalle pagine di questo sito dicevamo fin dall'inizio, cioè che gli arresti sono stati una rappresaglia politica e per tenerli in piedi giuridicamente era stata inventata la devastazione e saccheggio. Riassumendo, 6 imputati incensurati hanno fatto carcere e arresti domicialiri solo per volontà politica della questura di Pistoia e dei giudici che l'hanno assecondata.
Il processo invece riprenderà il 28 aprile a Pistoia quando verranno sentiti gli ultimi testimoni.


fonte: SenzaSoste

Bologna: Graffiti, ora la Lega sogna i detenuti ai lavori forzati?

Il teatrino bolognese della campagna anti-graffiti offre lo spunto alla Lega Nord per l’ennesima uscita autoritaria. I leghisti, questa volta, propongono di coinvolgere nelle pulizie dei muri i giovani detenuti della casa circondariale di Bologna che devono scontare pene per reati minori. Un’iniziativa che per i leghisti sarebbe “educativa e formativa”. Non solo. La Lega guarda oltre i graffiti: i detenuti “potrebbero essere utilizzati anche per ripulire zone degradate della città, fossi e letti dei fiumi che sempre più spesso sembrano discariche a cielo aperto”. Ma non si fa prima a chiamarli lavori forzati?

fonte: zic.it

14 aprile 2010

Milano, chiesti 27 anni di carcere per il comandante dei Ros Ganzer

Pesante richiesta di condanna a 27 anni di carcere nei confronti del comandante del Ros, Giampaolo Ganzer, imputato a Milano. La richiesta è stata avanzata dal pm Luisa Zanetti nell'ambito del processo in cui Ganzer, insieme con altre persone tra cui l'ex colonnello delle teste di cuoio dei carabinieri Mauro Obinu e altri sottufficiali dell'Arma, sono ritenuti responsabili di presunte irregolarità in operazioni antidroga sotto copertura avvenuta tra il 1991 e il 1997. Ganzer e gli altri imputati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, falso e peculato.
Il pm oltre alle condanne per Ganzer ha chiesto pene severe anche per gli altri 17 imputati, tra cui una serie di sottufficiali del Ros ai tempi componenti del cosiddetto gruppo di Bergamo. Le condanne vanno dai 27 anni (Obinu e Lovato) ai 5 anni e 18mila euro di multa. Il pm ha anche chiesto per tutti gli imputati l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Prima di chiedere le condanne il pm Zanetti ha voluto richiamarsi a quanto già affermato all'inizio della sua requisitoria e cioè la "gravità dei fatti" per i quali "la pena prevista è altissima" e ha parlato di "deviazione dai compiti istituzionali che emerge dal quadro che ho tentato di tracciare durante il mio intervento".Fra gli episodi contestati anche un traffico d'armi.

Scontri a Roma tra CasaPound e antifascisti

I sedicenti “fascisti del terzo millennio” di CasaPound si sono scontrati la notte scorsa con gli attivisti della Rete sociale dell’XI municipio. La rete di associazioni, centri sociali, movimenti per il diritto all’abitare e collettivi studenteschi del territorio stava attaccando i manifesti per la campagna referendaria per l’acqua pubblica e i manifesti dei collettivi studenteschi impegnati nella campagna elettorale universitaria. «Abbiamo incontrato in zona Valco San Paolo un gruppo di militanti di estrema destra appartenente al Blocco Studentesco alias Casapound che si aggiravano armati di mazze chiodate, catene e bastoni fra i quali indubbiamente vanno annoverati quelli poi sequestrati, abbandonati per strada, dalle forze dell’ordine – raccontano quelli della Rete sociale – Dopo aver più volte chiesto ai neofascisti di allontanarsi da un quartiere che in più occasioni ha dimostrato la sua natura antifascista e che troppo spesso è stato teatro, specie dentro e intorno all’ateneo di Roma 3, di aggressioni degli squadristi, siamo stati attaccati da una formazione paramilitare che ha rivelato gli stessi protagonisti e le stesse modalità del noto episodio dell’attacco all’Onda in Piazza Navona nel 2008».
«Ci hanno aggrediti, noi eravamo di più e siamo riusciti a respingerli», dice ancora uno degli attivisti. Poi è arrivata la polizia che ha denunciato per rissa diciassette persone, sia tra i fascisti che gli antifascisti.
«Respingiamo la montatura vittimista costruita da CasaPound – aggiunge in un comunicato La Rete Sociale dell’XI Municipio – su un episodio che ha semplicemente fatto prendere corpo al clima di odio e d’intimidazione fatto crescere attraverso Blocco Studentesco nella sua scalata alle elezioni universitarie, ribadiamo la necessità di sospendere da queste la lista del Blocco Studentesco e denunciamo l’unilateralità dei fermi effettuati stanotte dalle forze dell’ordine intervenute».
Commentano ancora dalla Rete sociale: «La vittoria della destra alle ultime elezioni regionali ha rafforzato la convinzione di questi gruppi, che hanno le loro rappresentanze istituzionali all’interno del Pdl capitolino, di godere d’una totale impunità in forza dell’ampia copertura politica nelle istituzioni, come apparso già durante la campagna elettorale con i sanguinosi raid nell’ateneo di Tor Vergata da parte di Blocco Studentesco e di noti esponenti della sua casa-madre ossia Casapound, così come con la più folkloristica parata allestita nel quartiere Esquilino alla vigilia della “festa del Pdl” per la vittoria di Renata Polverini che ha sollevato proteste dei residenti. Non è dunque un caso che sia la stessa Casapound Italia, che si prepara a schierare le sue forze e a coinvolgere il Pdl nella marcia nazionale lanciata per il 7 maggio a Roma sotto le mentite spoglie di Blocco studentesco, a intervenire adesso sulla vicenda chiamando in causa sindaco della Capitale, neopresidente della Regione Lazio e addirittura il ministro degli Interni, oltre a cercare di imporre una pressione sulle autorità accademiche dell’Università Roma 3. Chiamiamo alla solidarietà, alla vigilanza e alla mobilitazione tutta la Roma democratica, antifascista, antirazzista e antisessista, a partire dalla conferenza stampa che svolgeremo alle 14 di oggi stesso sui fatti della scorsa notte nella sala consiliare dell’XI Municipio e dall’iniziativa già da tempo stabilita per lunedì 19 aprile alle 15 nella facoltà di Lettere di Roma 3 dall’Assemblea permanente dell’ateneo e dalla rete Ram, in preparazione del prossimo 25 aprile».

Si suicida un detenuto a Rebibbia. 19 casi dall'inizio dell'anno.

Ancora un suicidio in carcere. Questa volta a togliersi la vita è stato un giovane siciliano di 31 anni di Vittoria, Daniele Bellante, che recentemente aveva cominciato collaboratore con la giustizia. Si è impiccato nella sua cella a Rebibbia con una striscia di tessuto attaccata alle sbarre. Era finito in carcere a ottobre per avere violato l'obbligo di soggiorno a Vittoria per reati minori. Si tratta del 19esimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno. Una situazione esplosiva: negli ultimi 10 anni si sono tolte la vita in carcere 568 persone. Analizzando freddamente i dati e confrontandoli con quelli tra il 1960 e 1969 ad esempio, la percentuale di detenuti che si sono suicidati è aumentata del 300%. Sovraffollamento, condizioni di vita al limite, ma anche una popolazione carceraria cresciuta a dismisura a causa di leggi e interpretazioni che ricorrono allo strumento detentivo sempre più frequentemente e colpiscono fasce disagiate o deboli. La notizia di questo ennesimo dramma è stata diffusa dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni che così commenta: «Il suicidio diun detenuto nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, il 19simo dall'inizio dell'anno, è l'ennesimo, drammatico, campanello di allarme sulla situazione che si vive nelle carceri italiane, che speriamo stavolta non rimanga inascoltato».
Quello della scorsa notte è il secondo suicidio registrato nelle carceri del Lazio dall'inizio del 2010. Secondo il ministro dell'Interno Maroni «È chiaro che in questa vicenda sono in primis da comprendere i motivi che hanno portato un uomo, che aveva deciso di collaborare con la giustizia, a togliersi la vita. Resta, tuttavia, un innegabile e drammatico quadro di fondo: quello di un'emergenza carceri fatta di esorbitante sovraffollamento, fatiscenza di strutture, carenza di risorse economiche ed umane. Elementi che rendono, di fatto, impossibile il sostegno e l'assistenza ai detenuti e l'attuazione del principio costituzionale del recupero del reo. Una situazione che impone al nostro Parlamento di intervenire con urgenza per indicare una via di uscita a questa emergenza». Parole e intenzioni che al momento di tradursi in fatti, più che al “recupero del reo” o meglio allo studio di misure alternative alla carcerazione o la modifica di leggi che portano al carcere per reati minori, si trasformano in più carceri e più carcere per tutti.

Una storia di ordinaria repressione

Questo vuole essere un atto di denuncia, una dura condanna e una chiara presa di posizione di fronte alla grave iniziativa intrapresa dalla Questura di Roma nei confronti di un attivista del Laboratorio Acrobax da tempo impegnato a fianco delle lotte sociali dei precari e dei disoccupati, per la difesa dei beni comuni sul territorio e per il diritto all’abitare a fianco dei movimenti di lotta per la casa.
Ci riferiamo alla disposizione per l’articolo 1 della legge 1423 varata dal famigerato governo Tambroni nel lontano 1956 sulla pericolosità sociale, che dal novembre dello scorso anno ha colpito Rafael con il provvedimento della durata di tre anni e che da ieri è stato confermato e reso esecutivo dal Questore di Roma, respingendo formalmente il ricorso legale. Vi include per di più la minaccia di ricorrere ad ulteriori misure di prevenzione come la sorveglianza speciale prevista dagli articoli che seguono nell’infame dispositivo di legge nei “confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità” qualora vi siano ulteriori deferimenti o segnalazioni di violazione delle disposizioni inerenti la legge stessa.
Gli vengono contestati i carichi pendenti relativi a processi in corso per i quali gli viene attribuita la supposta pericolosità sociale e che rappresentano secondo la Questura le sufficienti motivazioni per “configurare un profilo del soggetto in linea con le categorie previste dall’art. 1 e conforme al concetto di condotta e pericolosità sociale, espresso nell’art. 4 della citata legge”. Non solo, il provvedimento prosegue aggravando l’ipotesi, poichè si valuta addirittura che “l’asserito e spiccato interesse per le forme di partecipazione politica di base che pone all’attenzione pubblica temi di interesse generale, non esclude la commissione di reati specifici per i quali l’istante si è reso già responsabile”. Nel pieno della devastante crisi globale, siamo alla pantomima del peggiore processo alle intenzioni o nella migliore delle ipotesi, dentro il set di minority report. Invece è purtroppo un decreto ufficiale del questore di Roma.
Riteniamo poi gravissimo l’accostamento dello spiccato interesse alla partecipazione della vita politica di base con le ipotesi di reiterazioni di reati già contestati, peraltro di lieve entità e tutti legati alle lotte sociali che non possono e non devono subire in silenzio la demonizzazione giudiziaria o, come spesso accade, il linciaggio mediatico, dentro quel generale “laboratorio della repressione” che vede nella penalizzazione della partecipazione politica alla vita sociale e all’autorganizzazione uno degli strumenti più usati dal potere. Spazi di democrazia diretta e di autogoverno che vogliamo difendere fino all’ultimo respiro, per la difesa della democrazia e della partecipazione politica dal basso di tutti i cittadini e per l’agibilità democratica che giorno dopo giorno la svolta autoritaria in corso da anni nel nostro paese ci vorrebbe progressivamente sottrarre.
Chiediamo l’immediata revoca del provvedimento sulla pericolosità sociale per il nostro compagno e rivendichiamo il diritto alla partecipazione democratica della vita politica nella nostra città e che continueremo a lottare per la libertà e la dignità di tutte e tutti oltre i limiti imposti da queste leggi ridicole e fuori dai tempi della storia che vogliamo costruire per il nostro futuro.
Per questo insieme ad un gruppo di attivisti delle lotte sociali sparsi per l’Italia e a diverse realtà impegnate sul carcere,abbiamo iniziato a lavorare ad un’inchiesta/libro bianco sulla repressione e il controllo, dal titolo provvisorio di “Sorvegliati e puniti”. Un percorso che coinvolga singoli attivisti, collettivi autorganizzati, sindacati di base, reti che si muovono per i diritti e la libertà, ma anche studi legali, giuristi, intellettuali.
Per manifestare il proprio sdegno e segnalare la propria solidarietà inoltre chiediamo di sottoscrivere questo appello che verrà inoltrato alla questura di Roma insieme al nuovo ricorso per la sospensione immediata del decreto.

Laboratorio Acrobax

Coordinamento cittadino di lotta x la casa

Rete degli Indipendenti

Per sottoscrivere l’appello libertadimovimento@inventati.org

13 aprile 2010

Nuovo suicidio in carcere, a Santa Maria Capua Vetere

Domenica sera nella Casa circondariale campana di Santa Maria Capua Vetere si è tolto la vita un detenuto italiano di 40 anni, sieropositivo. L’uomo si è suicidato inalando il gas delle bombolette che tutti i reclusi usano per cucinare e riscaldare cibi e bevande in cella. Era in attesa di giudizio. «E’ l’ennesimo fatto drammatico che testimonia, ancora una volta, l’urgente necessità di intervenire immediatamente sull’organizzazione e la gestione delle carceri, dove il numero esorbitante dei detenuti e la carenza di personale non consentono più alla polizia penitenziaria di garantire i controlli necessari», ha dichiarato Donato Capece, segretario generale del Sappe [Sindacato autonomo polizia penitenziaria, il primo e più rappresentativo della categoria].
Oltre il sovraffollamento e la carenza di personale di polzia, Capece individua come concausa di questi suicidi «la carenza di figure professionali specializzate». A Santa Maria Capua Vetere sono ristretti più di 940 detenuti a fronte di 547 posti letto e i due terzi dei presenti sono imputati, cioè in attesa di sentenza definitiva. I detenuti che si sono siuciidati nel 2010 salgono così a 19.

Perugia: confermati gli arresti per Lorenzo e Michela

Per due delle tre persone arrestate sabato notte a Perugia sono stati confermati i provvedimenti cautelari. Lorenzo e Michela sono infatti agli arresti domiciliari. La motivazione del giudice Verola: la pericolosità sociale dei due.
E' assurdo, surreale, paradossale, patetico.
La giornata di oggi ha segnato nel frattempo un'altissimo livello di partecipazione alle mobilitazioni. Circa 200 persone, alcuni provenienti dalle Marche e da Terni, si sono incontrate davanti al palazzo dei Priori ed hanno invaso la camera dove si stava svolgendo il Consiglio Comunale. Tutte/i avevano in mano un bicchiere di plastica vuoto, a simboleggiare il bicchiere di birra "corpo del reato" di sabato scorso.
La presenza inattesa ha creato imbarazzo estremo nei consiglieri, che si sono coperti di ridicolo incappando in continue gaffe e grotteschi scivoloni. Dopo aver esposto uno striscione con su scritto "La città è di chi la vive e non di chi la vende", tutte/i si sono diretti verso le scalette di Piazza IV Novembre, in attesa di notizie dal Tribunale, esponendo lo striscione sulla Fontana Maggiore, uno dei simboli di Perugia.
La mobilitazione, seppur silenziosa, nel rispetto della volontà dei parenti degli arrestati, è stata caratterizzata per la decisione con cui tutte/i hanno messo in gioco la potenza performativa dei cropri corpi per violare zone rosse e divieti.
E' il segno di una metropoli viva. Di una moltitudine viva e composita, che se da un lato non accetta nessuna restrizione dei propri spazi di libertà, dall'altro sente la possibilità reale di instaurare percorsi istituenti di una città-comune.
In questa settimana invaderemo ogni giorno il centro storico, con assemblee in piazza, azioni performative ed altro per sottrarlo al biocontrollo ed allo spaccio.

Michela e Lorenzo Liberi Subito!

Perugia Libera Subito!


fonte: GlobalProject

La situazione dei tossicodipendenti in carcere in Italia è sempre più grave.

Erano 24.371 i tossicodipendenti in carcere nel 2007 a fronte di 16.433 nelle comunità. Il 30 giugno del 2009 le cose non erano cambiate. Anzi: i detenuti tossicodipendenti erano 26mila di cui il 40 percento condannati per possesso di droga.
Tirando le somme, alla fine del 2009 nel Belpaese, sono 67mila i detenuti ma quelli dentro per reati di droga sono il 25 percento: 4 su 10. E nonostante l'accesso in comunità sia possibile, a usufruirne è solo un condannato su sei. Perché? Colpa della burocrazia. E della politica. I centri di recupero sono al verde perché le Regioni esitano a pagare le rette. E' questo il grido d'allarme lanciato dalla Fondazione Villa Maraini, storico centro antidroga romano e dalla Saman, l'associazione laica che opera a livello nazionale. L'ammontare delle rette giornaliere è di 27,90 euro per tossicodipendente escluse le notti e i festivi. Una cifra stabilita dal ministero della Giustizia prima della riforma regionale ma che con il passaggio di competenze dalle Regioni alle Asl non è cambiata.
E non basta. Di questi soldi non c'è traccia. "Per il 2009 - spiega Achille Saletti, presidente dell'associazione Saman - non è arrivata una lira, mentre per il 2007/2008, aspettiamo ancora 100mila euro dal ministero di Giustizia". Mediamente le rette vengono pagate a uno-due anni di distanza. Il meccanismo è lo stesso per tutte le Regioni. "Il processo - spiega Saletti - è ‘triangolare': per i nostri servizi, le banche sanano il credito che maturiamo con le Asl. Poi sono le banche a recuperare gli importi dalle Asl stesse. Sulle cifre di denaro a noi destinate, però, gli istituti di credito trattengono gli interessi. Su 100 a noi arriva 97". Di più. In Italia "ci sono più drogati in carcere che nelle comunità" anche a causa delle procedure amministrative da seguire per ottenere il trasferimento. Come funziona? "Il centro dà la disponibilità e il detenuto - spiega il presidente della Saman - fa richiesta di trasferimento. Dopo di che, viene messo sotto osservazione dal servizio alle dipendenze pubbliche che certifica lo status di tossicodipendente. Infine la valutazione di idoneità. A quel punto il servizio dovrebbe fornire un nulla osta in tempi rapidi". Ma così non avviene. E infatti, "dopo aver dato la disponibilità - conclude Saletti - le camere restano riservate ma i posti letti rimangono vuoti anche fino a 40 giorni".
Burocrazia, ma non solo. "Da Roma in giù la situazione non cambia. Il Lazio con la Puglia e la Sardegna, è la Regione che forniscono meno sussidi. Tutto dipende dalla giunte che equiparano i nostri centri a dei fornitori normali: alle grandi case farmaceutiche o ai gruppi come quello degli Angelucci". Quanto servirebbe? "In media avremmo bisogno di 60-70 euro al giorno per tossicodipendente - dice Saletti - Si tratta di uomini che hanno bisogno di mangiare, di dormire e di ogni genere di conforto per attenuare l'astinenza". Anche la politica ci mette lo zampino. A gravare sui numeri è il percorso inaugurato dal decreto 309/1990 e proseguito con la legge 49/2006, che ha portato a un netto aumento delle condotte di rilevanza penale: per violazione dell'art 73, ogni tre che entrano in carcere, uno è tossicodipendente. Come se mandarli in comunità, volesse dire giustificare i loro reati.


Giulia Cerino da peacereporter.net

12 aprile 2010

Perugia: arrestati tre attivisti del Csoa Ex Mattatoio

Quella che stiamo per raccontare è una storia di ordinaria follia. Non sappiamo come definire altrimenti quello che è capitato sabato scxorso a Lorenzo, Michela e Riccardo, tre attivisti del Centro Sociale Ex Mattatoio.
I tre si trovavano nella centralissima Piazza IV Novembre e stavano bevendo una birra insieme ad altre persone, in attesa di mettersi in macchina per raggiungere Fabriano per assistere al concerto degli Assalti Frontali, in programma al CSA Fabbri. Tre loschi individui si sono avvicinati chiedendo loro di esibire i documenti senza mostrare nessun distintivo. Uno dei ragazzi ha chiesto quale fosse il motivo del riconoscimento ricevendo come risposta insulti e spintoni. Gli animi si sono surriscaldati e sul posto sono arrivate due volanti. Lorenzo, Michela e Riccardo sono stati malmenati, ammanettati e portati via sulle vetture che partivano a sirene spiegate verso la questura. Nel frattempo un altro ragazzo, che aveva ripreso l'accaduto con il videofonino, è stato aggredito da altri poliziotti in borghese.
Per tutta la notte nessun avvocato e nessun parente aveva ancora potuto incontrarli e accertarsi delle loro condizioni. L'unica notizia fornita è stata la convalida del fermo dei tre, con l'accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Notizia che ha provocato sgomento e rabbia dei parenti e dei tanti amici/he e compagni/e che nel frattempo avevano raggiunto la questura.
Una storia che vede la violenza e la sopraffazione rasentare la follia pura, in cui i vigilanti hanno un potere di discrezionalità pressochè assoluta. Una storia ordinaria, simile a tante altre che quotidianamente avvengono nella nostra città e che hanno come vittime soggetti sfortunatamente invisibili. Un'ordinarietà figlia del biocontrollo che dilaga nelle nostre metropoli, nei nostri territori e nelle nostre vite. Un'ordinarietà che si innesta nel tessuto di una città dove si respira sempre più un clima "cileno" e dove sembrano avere agibilità solamente massoni, costruttori, faccendieri e narcotrafficanti. Decine di posti di blocco ogni sera sulle strade che delimitano il centro storico; poliziotti in borghese, vigilanti privati e pattuglie a presidiare le piazze e le vie principali. Perugia puzza di deserto. Un deserto che mira ad entrare nelle nostre esistenze per saccheggiarle e svuotarle.

Vogliamo la libertà immediata per Lorenzo, Michela e Riccardo, "sangue del nostro sangue".

Vogliamo una città altra, e la costruiremo con la forza delle nostre lotte e delle nostre passioni e con la potenza che la nostra indipendenza riesce a sprigionare, sempre e ovunque.


Csoa Ex Mattatoio
CommonsLaB Perugia
Collettivo Femminista Sommosse Perugia


fonte: GlobalProject

Stefano Cucchi morì per edema polmonare connesso a trauma

Nessun dubbio per i periti di parte civile sulle cause del decesso di Stefano Cucchi: il giovane morì per "un edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca" in un quadro di "brachicardia giunzionale intimamente correlata" al trauma subito e all'immobilizzazione cui fu sottoposto all'ospedale “Sandro Pertini”. È quanto si legge nella sintesi della perizia presentata oggi dai consulenti della famiglia Cucchi Vittorio Fineschi e Cristoforo Pomara, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio. Si è trattato, ha spiegato Fineschi, "di un cedimento progressivo" del fisico di Cucchi dopo i traumi subiti, e in particolare la frattura della vertebra lombare L3 che è stata "acuta", vale a dire recentissima visto "che non sono stati rilevati segni di callo osseo" negli esami effettuati. Il ragazzo, ha assicurato, era sì "gracile", ma "sano, senza patologie rilevabili". Dunque, se fosse stato adeguatamente curato "non sarebbe morto", ha dichiarato il professore.
Puntigliosa la ricostruzione degli eventi fatta da Fineschi insieme con l'altro perito di parte, Cristoforo Pomara, alla presenza della sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, di Luigi Manconi e dell'avvocato Fabio Anselmo. Il 16 ottobre del 2009 Cucchi fu visitato, alle 14.05, nell'ambulatorio del tribunale e riferì dolori ed ecchimosi nella zona sacrale, le ultime vertebre della schiena. Alle 16.45 il ragazzo fu visitato nell'ambulatorio del carcere “Regina Coeli” e il medico del carcere ne richiese l'immediato trasferimento all'ospedale “Fatebenefratelli” in ambulanza dopo avere constatato ecchimosi sacrale-coccigea, tumefazione del volto bilaterale e dolore nella deambulazione. Alle 20.11 Cucchi fu ricoverato al pronto soccorso del “Fatebenefratelli”. Nel referto i medici di turno parlano di impossibilità per il giovane di stare in piedi e di camminare, e spiegano che Cucchi riferisce che i sintomi sono iniziati 3-6 ore prima, vale a dire alle 14 quando sarebbe stato picchiato. Tre sono per i periti le lesioni "oggettive" che il ragazzo presentava. "Al volto, per un trauma diretto", ha spiegato Fineschi, "alla vetrebra lombare L3, alla prima vetrebra del coccige", ha riferito Fineschi. Ma a provocare la morte di Cucchi sarebbe stata solo la gravissima lesione alla vertebra lombare. Da radiografie, Tac e risonanza magnetica è risultata "una frattura recente sulla L3, con il netto cedimento di un frammento che sporgendo nel canale spinale è andato a comprimere il sacco durale", ha spiegato il professor Guglielmi. Sarebbe stato proprio quel frammento a innescare "la catena degli eventi", ha insistito Fineschi, perché "non c'è stata nessuna interruzione fra il trauma e la morte di Stefano", con "un meccanismo nervoso che ha provocato la compromissione cardiaca". Le lesioni midollari, si legge nella perizia, hanno alto rischio di provocare disfunzioni cardiache. E gli esperti hanno insistito, a fronte di chi avanza il dubbio che la lesione alla vertebra fosse pregressa o ipotizza una caduta, che è stato un trauma subito il 16 ottobre - probabilmente un calcio - a provocare la frattura.
Dunque, rientra nel quadro il risultato dell'elettrocardiogramma cui Cucchi fu sottoposto il 17 ottobre, al suo arrivo al Sandro Pertini. La macchina rilevò "una marcata brachicardia sinusale", con 49 battiti al minuto contro i 60-90 di una persona in condizioni normali. Non solo. L'autopsia ha rilevato che la vescica di Cucchi era piena e occupava 2-3 dell'addome. Vi era dunque stata una paralisi dell'apparato, compatibile con la lesione midollare, ha sottolineato Pomara. Sulle differenti letture dell'esito degli esami, i periti di parte civile non hanno voluto polemizzare. Di certo, ha spiegato Fineschi, «non si può interpretare un dato a sè stante», come per esempio quello istologico, «ma bisogna calarlo nel contesto». Di certo se Cucchi, sottopeso con i sui 52 chilogrammi per 168 centimetri di altezza, fosse stato adeguatamente curato al “Pertini”, se la sarebbe cavata. «Stefano era un ragazzo sano, non sono state trovate alterazioni di organi o patologie», ha assicurato Fineschi, «si è spento perché gracile e non adeguatamente seguito». Manconi, per parte sua, ha tenuto a invitare a un'analisi complessiva di quanto accaduto. Perché se all'inizio si è molto insistito e indagato sulle violenze che Cucchi avrebbe subito, poi «c'è stata un'attività di disinformazione, di ridimensionamento, e ci si è concentrati anche nelle indagini sull'abbandono terapeutico al Pertini». Ora «la perizia porta uno straordinario contributo di verità», ha aggiunto. Ma questo non porta sollievo alla famiglia Cucchi. Anzi. «Ciò che fa più male è sapere quanto Stefano debba avere sofferto», ha spiegato la sorella Ilaria, «quanto sia stato abbandonato, e il fatto che abbia pensato che anche noi lo avevamo abbandonato». E un ringraziamento ai pubblici ministeri che seguono il fascicolo è arrivato dall'avvocato Anselmo: «Bisogna riconoscere ai sostituti procuratori un impegno ammirevole nell'accertamento della verità», ha detto, «cosa assolutamente non facile nè scontata».


fonte: Liberazione

Un altro decesso nel carcere di Sulmona: 54 i detenuti morti da inizio anno

Con la morte di Domenico Cardarelli, internato nel supercarcere di Sulmona e ritrovato ieri sera cadavere nella sua cella, salgono a 54 i detenuti morti dall’inizio dell’anno, 1 ogni 2 giorni di media. Di questi 17 si sono suicidati (alcune altre fonti, forse a conoscenza di un caso che non abbiamo monitorato, parlano di 18 suicidi). Ricordiamo lo scorso anno sono morte in carcere 175 persone (72 suicidi) e dal 2000 ad oggi i decessi sono stati 1.651 (578 i suicidi). Numeri impressionanti, se si tiene conto che la popolazione detenuta è costituita prevalentemente da persone giovani (i 2/3 dei reclusi hanno meno di 40 anni e soltanto 2.500 di loro sono ultrasessantenni) che raramente dovrebbero morire per “causa naturale”.
Per fare un esempio, se la stessa frequenza dei decessi in carcere si verificasse nell’intera popolazione italiana assisteremmo ogni anno alla scomparsa di tanti under 40 quanti ne abitano in una città delle dimensioni di Firenze.
Nelle carceri su muore così spesso perché negli ultimi 20 anni sono diventate il ricettacolo di tutti i disagi umani e sociali, con decine di migliaia di detenuti tossicodipendenti, 5 o 6.000 malati di mente, migliaia di sieropositivi HIV. Una recente ricerca della Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria) ha riscontrato che soltanto il 20% dei detenuti è in buone condizioni di salute.
Ma si muore anche perché le condizioni detentive sono sempre più difficili: il sovraffollamento ha raggiunto livelli mai visti, il personale adibito al “trattamento” e alla sorveglianza è sempre più scarso, il lavoro per i detenuti sempre meno (negli ultimi 3 anni le risorse destinate alle “mercedi” per i detenuti lavoranti sono diminuite del 32% - da 71milioni a 48milioni - Cap. 1671 del Bilancio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), il che significa che in carcere c’è maggiore povertà, che la manutenzione e le pulizie sono meno curate, che i detenuti trascorrono più ore in cella.
In molte carceri mancano anche i prodotti per la pulizia personale (carta igienica e sapone vengono forniti dal volontariato), la Regione Toscana ha dovuto comperare i materassi per 4.500 detenuti, il vitto giornaliero è fornito dall’Amministrazione con una spesa complessiva (fornitura dei prodotti e cottura pasti) di 3 euro a detenuto… con la qualità e quantità che si possono immaginare.
L’attuale condizione delle carceri non consente un’esistenza dignitosa ai detenuti (e nemmeno agli operatori che ci lavorano): quando diventa difficile immaginare un futuro diverso e migliore, il suicidio (o anche lo “sballo”) diventano l’unica strada per sfuggire alla sofferenza.
Probabilmente Domenico Cardarelli non voleva togliersi la vita. Secondo i primi rilievi effettuati la morte potrebbe essere stata causata da una overdose di sostanze stupefacenti e, benché a volte i tossicodipendenti intenzionati a suicidarsi assumano di proposito una dose eccessiva (e letale) di droga, è molto più frequente il caso del sovra-dosaggio accidentale, che più facilmente si verifica se la persona è rimasta in astinenza per un certo periodo di tempo. Sicuramente, come tanti altri, Domenico era disperato e un carcere dove non c’è posto per la speranza non può certo cambiare in meglio le persone.


fonte: Osservatorio permanente sulle morti in carcere

9 aprile 2010

Caso Uva, le telefonate nella notte. "Vedi se ha precedenti per droga"

Un poliziotto chiama dalla caserma dei carabinieri di via Saffi in questura, nella notte tra il 13 e il 14 giugno a Varese, per chiedere i precedenti di Giuseppe Uva, fermato da poco, rimasto ore in caserma, poi morto in ospedale, con la sorella che fotografa il cadavere pieno di lividi e macchie rossastre e accusa chi lo aveva in custodia di averlo ucciso di botte.
L'agente chiede subito "la stampata di tutti i precedenti". Poi ripete gli ordini del capoturno: servono "tutti i precedenti. Se ci sono delle note.. assolutamente tutto.. Tutti i precedenti comprensivi di sviluppi e note.. - ripete -. Veramente al cento per cento, serve per una cosa seria".
L'agente che risponde dalla questura di Varese, dopo aver manifestato il suo stupore con un'imprecazione, prende gli ordini. Poi riceve la seconda telefonata dal poliziotto delle volanti in caserma.
Dopo la lettura dei precedenti - a carico di Uva ci sono solo precedenti di polizia - l'agente chiede: "C'ha anche stupefacenti per caso?". "No stupefacenti non l'ho mica visto".
La telefonata avviene quando le volanti sono nella caserma di via Saffi. Quindi, secondo gli avvocati della famiglia Uva, collocabile tra le 3.30 e le 6.45. Quando Alberto Biggiogero, l'amico di Giuseppe Uva, sente da un'altra stanza "le urla di Giuseppe che echeggiavano per tutta la caserma, assieme a colpi dal rumore sordo", "urla incessanti per circa un'ora e mezza".
Nella memoria presentata dall'avvocato Fabio Anselmo e Alessandra Pisa in procura, si chiede la riesumazione del cadavere e si sostiene che "gli agenti cercassero di attribuire ad Uva l'abuso di sostanze e avessero manifestato questa convinzione ai sanitari". Le accuse dei legali nella memoria di 25 pagine sono pesantissime: sequestro di persona, abuso di potere, arresto illegale e omissione di soccorso e lesioni volontarie e omicidio preterintenzionale.

Ascolta L'AUDIO DELLE TELEFONATE 1- 2
fonte: La Repubblica

Mastrogiovanni, morto di Tso la famiglia vede il video dell'agonia

«Abbiamo visto il video e tutta l'agonia di Franco». Sono quasi le due di notte, tra martedì e mercoledì, quando riceviamo una mail di Vincenzo, cognato di Franco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento, morto la mattina del 4 agosto scorso "di trattamento sanitario obbligatorio" all'ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo aver trascorso oltre novanta ore legato al letto del reparto di psichiatria. «Stasera» ci scrive «per la prima volta e assieme all'avvocato Caterina Mastrogiovanni (cugina di Francesco), ho visto vari files del video ripreso dalle telecamere di sicurezza. Ho visto Francesco che entra vivo nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Vallo della Lucania alle ore 12 circa del 31 luglio 2009 e ne esce morto il 4 agosto». Solo Vincenzo, della famiglia Mastrogiovanni, ha avuto la forza di guardare il famoso video in cui è stata registrata, minuto per minuto, tutta l'agonia del maestro elementare. Prima di martedì, ci si era limitati a leggere quanto riportato nelle ordinanze emanate dal Giudice per le indagini preliminari e dal Pm. Ora, quanto accaduto, viene raccontato direttamente dai cari di Mastrogiovanni. Un racconto che fa male. «Francesco» continua Vincenzo «dopo circa un'ora dal suo ingresso in reparto, viene legato al letto mentre dorme pesantemente perché qualche minuto prima (ore 12.45 del 31 luglio, ndr) il personale sanitario ha effettuato un'iniezione di farmaci sedativi». Ore 12.55: Francesco è tranquillo, tanto che si prepara il letto da solo. Alle ore 13.08 Francesco finisce di mangiare il cibo che gli viene fornito dall'ospedale e si addormenta, stremato dai medicinali.
È talmente tranquillo, anche se dovremmo dire talmente sedato, che non si rende nemmeno conto di venire legato al letto. Non si accorge nemmeno che gli viene inserito il catetere. «Soltanto una volta sveglio, dopo molte ore» racconta Vincenzo «Francesco tenta di reagire». Razione dettata, come spiega il giudice del riesame nella sua relazione, dallo stato di contenzione e non dalla "patologia".
Nelle novanta ore che lo separano dalla morte, Francesco resta sempre legato, mani e piedi, di giorno e di notte, al letto del reparto. «Viene lasciato completamente solo, con le sue sofferenze» spiega Vincenzo. Non solo. «Nel video non c'è alcuna traccia di visite mediche, di monitoraggio delle funzioni vitali, di rispetto del protocollo in materia di contenzione fisica». Il racconto di Vincenzo si fa sempre più crudo. «Nel video» ci racconta «si vede una persona che soffre, con evidenti difficoltà respiratorie, per quattro giorni. Di personale medico nemmeno l'ombra e solo ad alcune ore dalla morte, avvenuta in completa solitudine, si cerca di rianimare Francesco, al quale mani e piedi verranno slegati solo da morto». Il tutto in attesa del prossimo 28 giugno, giorno in cui inizierà il dibattimento, con giudizio immediato, per i diciotto imputati, tra medici e infermieri, per la morte del maestro "anarchico" di Castelnuovo Cilento. Leggere e ascoltare il racconto dei parenti e sfogliare gli atti con cui il Pubblico Ministero e il Giudice per le Indagini Preliminari hanno disposto il giudizio immediato per i diciotto indagati sono gli ennesimi pugni nello stomaco di questa storia. Giudizio immediato significa essere al cospetto di prova evidente. Ma in questo caso di prove evidenti ce ne sono più di una: dal referto medico del 5 agosto 2009, giorno seguente al decesso di Francesco, alle cartelle cliniche di Mastrogiovanni e del suo compagno di sala ospedaliera. Sfogliando le quindici pagine del decreto, emerge tutta la sofferenza che il personale del reparto di psichiatria del San Luca di Vallo della Lucania, compreso il primario del reparto, ha causato non solo al maestro di Castelnuovo Cilento ma anche ad altri degenti, tra i quali il compagno di stanza di Mastrogiovanni, G.M., che, però, «fortunosamente» spiegano il Gip e il Pm nell'ordinanza «nel corso della notte riusciva a bere dell'acqua da una bottiglia appoggiata su un tavolino, prima avvicinando il tavolino con il piede, poi facendo cadere la bottiglia e, in seguito, addentandola con la bocca e riuscendo in tal modo a bere qualche sorso d'acqua».
Così diciotto persone tra primario, medici e infermieri dovranno presentarsi, alle ore 9,30 del prossimo 28 giugno, al Tribunale di Vallo della Lucania per rispondere di imputazioni tremende: omicidio preterintenzionale, sequestro di persona e falso in atto pubblico.


fonte: Liberazione

Un altro suicidio in carcere. Il 18esimo del 2010

Uno stillicidio. O meglio, una «macabra conta, purtroppo e inevitabilmente, è destinata ad aumentare» come commenta il segretario generale della Uilpa Penitenziari Eugenio Sarno. Ancora un suicidio in carcere. Questa volta a togliersi la vita è stato un detenuto 39enne, napoletano, collaboratore di giustizia, che nella tarda serata di ieri si è impiccato, con una calzamaglia, nella propria cella del reparto Transito della Casa Circondariale di Benevento. Si tratta del 18esimo caso di suicidio in cella di questo anno. «È chiaro che le soluzioni tampone ed estemporanee adottate dal Dap nulla risolvono, se non addossare sulle già fragili spalle della polizia penitenziaria responsabilità e competenze estranee al proprio mandato", scrive Sarno. Il 13 aprile i sindacati della polizia penitenziaria incontreranno il ministro della Giustizia Angelino Alfano.

Milano: Processo alla street art

Finisce in tribunale Daniele Nicolosi, in arte Bros. Il più famoso writer milanese, che ha esposto al Pac e a Palazzo Reale, è la prima vittima della guerra ai graffitari dichiarata dalla giunta Moratti. In nome del «decoro»

Ci sono bambini che a Milano hanno imparato a leggere soffermandosi sui suoi rebus già scoloriti dal tempo - SFI poi due dadi dipinti, poi un fiore e poi ancora una bilancia con la lancetta su 0,1 = SFI/DADI/FIOR/ETTO - e ci sono gallerie d'arte di livello internazionale che ormai lo ospitano come fosse... un vero artista. Perché è così.
Daniele Nicolosi, classe 1981, in arte (appunto) Bros, è un vero artista, anche se suo padre con saggezza lo invita a rimanere con i piedi per terra - «tu sei solo un imbianchino» - e anche se il vicesindaco Riccardo De Corato, degno rappresentante della giunta comunale più grigia d'Italia, lo ha mandato a processo per imbrattamento molesto chiedendogli un risarcimento di 52 mila euro.
Ieri è iniziato il processo penale (il primo di questo tipo) e il vicesindaco, invece di arrossire per l'imbarazzo, ha alzato il tiro prendendosela con il pm che ha contestato a Bros solo due dei diciassette dipinti che la sua scolorita task-force avrebbe rintracciato durante appostamenti degni della miglior tragicommedia all'italiana (i vigili di Milano hanno una «banca dati delle tags» - parlano proprio così! - grazie alla quale avrebbero attribuito a Bros una serie di opere a lui rinconducibili). E questo è niente, basti dire che la giunta di Milano per dichiarare la guerra santa ai graffiti è pronta a spendere 34 milioni di euro! Il dibattimento, destinato a proiettare la città dell'Expo in una dimensione da riunione di condominio, proseguirà il 19 maggio.
Allora Bros, per Vittorio Sgarbi tu sei il Giotto moderno e per De Corato solo un recidivo.

Insomma, chi sei?
Chi sono... sono un ragazzo a cui piace dipingere. Comunico così cercando di fare un'informazione differente, come Rivera che dipingeva sui muri scene colorate di vita messicana, o come gli artisti che per secoli e secoli hanno affrescato le chiese d'Italia. Cerco di rappresentare un mio pensiero da condividere, anche se mio padre continua a dire che sono solo un imbianchino... e forse ha ragione lui.

Sei il primo writer italiano che subisce un processo penale. Oltre a ringraziare il vicesindaco, vuoi dire qualcosa a tua discolpa?
Sì, mi stanno processando per due lavori: uno su un muro di San Vittore realizzato nel 2004, per cui il reato è già prescritto, e un altro su una pensilina dell'Atm.

Ti hanno mai beccato con la bomboletta in mano?
Una volta sola, era il 29 novembre 2007. Da quella volta sono andati in giro a fotografare tutti i graffiti di Milano e i vigili hanno deciso che era tutta roba mia, diciamo che è stata una specie di perizia artistica sui generis. Ed eccomi qui in tribunale... E' tutta propaganda, come al solito. Prima mi invitano alle mostre del Comune di Milano e poi mi denunciano, una bella incongruenza no? Hanno voluto ripulire la città per via dell'Expo, per presentarsi lucidi come uno specchio davanti ai commissari che esaminavano la candidatura, ma io credo che una città che vuole davvero avere un respiro internazionale dovrebbe prestare un po' più di attenzione a certe forme artistiche di strada, non è sufficiente costruire grattacieli, alti, dritti o storti. Ma a questa amministrazione non interessa niente. Preferiscono continuare a prendere voti dei cittadini che si spaventano per un disegno piuttosto che scandalizzarsi per la pubblicità invasiva di Clear Channel che sponsorizza le biciclette del sindaco Moratti.


Hai esposto al Padiglione d'arte contemporanea, a Palazzo Reale, ti hanno anche proposto per l'Ambrogino d'oro. Essere diventato un writer mainstream ha cambiato il tuo modo di vedere e dipingere le cose?
Inutile negarlo, ormai c'è un interesse commerciale verso i miei disegni, ma questo aspetto non mi imbarazza più di tanto. I miei dipinti continuano ad essere orientati verso una dimensione pubblica. Preferisco sempre un cachet offerto da un Comune per realizzare un lavoro che una committenza privata. Se poi c'è un riccone che vuole avere un mio disegno per tenerselo in casa e farlo vedere agli amici, allora è giusto che paghi... e io mi faccio pagare, così mi rilasso per qualche mese.


Le tue opere hanno una quotazione, oppure il mercato non ti ha ancora messo addosso il cartellino con il prezzo?
Due anni fa ho letto su una rivista un articolo sulle quotazioni relative all'arte contemporanea, per i miei lavori parlavano di una cifra attorno ai 6500 euro per metro quadro di superficie dipinta. Mah. Se è così, allora in tutti questi anni ho regalato un sacco di soldi al Comune di Milano...


Sarà come dice tuo padre, ma tu con la tua arte adesso ci campi?
Sì, questo è il mio lavoro.


Ma li fai ancora i muri, oppure ormai sei proiettato su una dimensione, diciamo così, più protetta?
Beh... diciamo che quando mi invitano a una mostra chiedo sempre di avere un muro pubblico a disposizione, perché cerco ancora di abbattere i confini che rinchiudono l'arte contemporanea. In piazza Cadorna c'è un enorme ago e filo di Claes Oldenburg, e quella è arte. Come le installazioni all'aperto di Cattelan.

Veniamo al paradosso. Un'arte nasce illegale, dunque pericolosa, e poi viene venduta a migliaia di euro. Cosa ti fa pensare?
Che le cose funzionano così, che hanno sempre funzionato così. Nella storia dell'arte, tutte le espressioni di rottura in un primo momento non erano nemmeno considerate arte, mi viene in mente il salon dei refusées degli impressionisti... Poi arriva il momento in cui il lavoro, il sacrificio di un artista, viene riconosciuto. Parlando di arte contemporanea non penso sia giusto utilizzare categorie come giusta o sbagliata, oppure legale o illegale, credo che l'importante sia che qualunque creazione artistica possa essere vista dal maggior numero di persone possibili.
Cosa consiglieresti ai ragazzini che con la bomboletta cominciano a provarci?
Di pensarci bene prima di agire, di tenere conto delle esperienze fatte da altri, di considerare soprattutto ciò che è già stato già fatto o è capitato prima, perché l'aspetto fondamentale è riuscire sempre a portare qualcosa di nuovo, sono convinto che l'arte di strada non morirà mai.


Cosa stai pensando di «imbrattare»?
Sto preparando una cosa molto importante, ci sto lavorando da quattro mesi, posso solo dirti che sarà in un contesto urbano e che utilizzerò un supporto molto grande.

Ti costerà un altro processo, oppure è tutto legale?
Beh, questa volta spero che piaccia anche a loro.

Milano è in Europa?
Io amo l'Italia in generale, viaggio spesso nel nostro paese... e non credo proprio che un artista sia bravo solo perché lavora a New York. Se tutti noi ci sentissimo parte di una collettività piuttosto che seminare astio e intolleranza, allora sarebbe bella Milano e sarebbe bella l'Italia.

Perché ti chiami Bros?

Mi piaceva il suono.



Luca Fazio

fonte: il manifesto

8 aprile 2010

Processo Aldrovandi bis, la sentenza: "Omissioni per proteggere i colleghi poliziotti"

Il capo dell’ufficio volanti indusse in errore la pm di turno. Le disse, più o meno, che era il solito drogato e che c’avrebbe pensato lui. Non era il caso di alzarsi a quell’ora dell’alba di domenica. Invece, davanti ai suoi piedi c’era Federico Aldrovandi, ovvero il corpo di un diciottenne che, poco prima, s’era imbattuto in un violentissimo e misterioso controllo di polizia. Certi giornali lo chiamarono fermo di polizia, il Viminale intervenne a precisare: dovete dire controllo. Ma intanto il ragazzino era morto. L’ufficiale di polizia giudiziaria non fece cenno alla pm della violenta colluttazione, né dei timbri di manganello sul viso del giovanotto. La pm lo leggerà su Liberazione e, poco prima, sul blog della mamma, che Federico era stato ammazzato di botte, che se non avesse incontrato le Pantere della polizia che lo sbranarono sarebbe ancora vivo. Ma intanto erano passati tre mesi, s’era fatto Natale.
Pubblicate le motivazioni della sentenza che, sessanta giorni fa, aveva condannato tre dei poliziotti implicati nella cosiddetta inchiesta bis sul caso Aldrovandi, quella sui depistaggi.
L’assistente Capo della Polizia di Stato, quella mattina, era responsabile e addetto della centrale operativa. Parlava con un collega che era in Via Ippodromo che gli spiegava per filo e per segno. Ma prima staccò la registrazione della telefonata. Ha negato di averlo fatto, e non è stato creduto.
Hanno aiutato i quattro delle volanti a eludere le indagini. L’ispettore di polizia giudiziaria non ha consegnato il registro delle chiamate di quella mattina. Il primo s’è preso un anno per omissione di atti d’ufficio. Quello che staccò la spina, dieci mesi per lo stesso reato più favoreggiamento. L’ultimo 8 mesi per omissione anche lui degli atti d’ufficio. Resta il quarto, responsabile il 25 settembre 2005 dell’ufficio denunce, che non ha scelto il rito abbreviato, e che è stato rinviato a giudizio per falsa testimonianza, omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento. L’ennesimo capitolo del caso Aldrovandi si aprirà il 21 aprile al tribunale di Ferrara. Intanto, la pm di quella notte potrebbe fare altre mosse, come querelare altri funzionari della questura, per continuare a scoperchiare la macchina del depistaggio. Perché questa macchina ha operato per mesi. Ha intimidito i testimoni, ha imbavagliato i giornalisti, ha ingannato inquirenti e genitori. Ha truccato brogliacci, nascosto prove, detto bugie e pronunciato minacce. E forse agisce ancora. Sul blog, i genitori di Aldro ricordano «l’azione di alcune pattuglie che, prima della grande manifestazione pacifica per chiedere Verità e Giustizia ad un anno dalla morte di Federico, raccomandavano (contro le disposizioni del questore, ndr) a bar e negozi di abbassare le serrande per il pericolo di devastazione. Questo clima ostile era avvallato delle parole di taluni sindacalisti che difendevano ad oltranza i colpevoli. Il clima diffuso non è un reato che si possa giudicare in tribunale, ma gli appellativi di “sciacalli” li abbiamo subiti noi da parte di un sindacalista del sap, e molti agenti hanno sottoscritto la solidarietà ai colleghi quando il processo era ancora lontano». Ma ci sono altri capitoli: un amico di Aldro, una redattrice del manifesto e un mediattivista sono sotto processo per aver detto che il verbale redatto il 25 settembre era diverso dalle sue dichiarazioni e per aver divulgato la notizia dei “pre-colloqui” di dell’ispettore di pg con i testimoni prima che parlassero con la pm. E ventuno frequentatori del blog sono stati denunciati dal questore dell’epoca troppo preso a spulciare il blog per dare impulso alle indagini sull’omicidio.
Alle condanne del 5 marzo scorso si aggiungono le provvisionali di 10mila euro che tutti e tre dovranno pagare a ognuna delle parti civili (il padre, la madre e il fratello di Federico). Le pene sono inferiori a quelle chieste dal pm Nicola Proto, colui che ereditò le indagini dalla pm di turno, quella che fu ingannata ma che, prima che il blog squarciasse il velo del silenzio, non parve aver impresso il dinamismo necessario all’inchiesta. Proto aveva previsto 1 anno e 4 mesi per l’ufficiale di pg, 2 anni e mezzo per il “centralinista” e 1 anno e mezzo per l’ispettore di pg. “Sconti” che non diminuiscono la soddisfazione dei genitori di Federico e del pm per la tenuta dell’impianto accusatorio che ora dovrà reggere il secondo grado di giudizio anche per il capitolo dell’omicidio (in primo grado i quattro agenti sono stati condannati a 3 anni e mezzo).

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