14 aprile 2010

Si suicida un detenuto a Rebibbia. 19 casi dall'inizio dell'anno.

Ancora un suicidio in carcere. Questa volta a togliersi la vita è stato un giovane siciliano di 31 anni di Vittoria, Daniele Bellante, che recentemente aveva cominciato collaboratore con la giustizia. Si è impiccato nella sua cella a Rebibbia con una striscia di tessuto attaccata alle sbarre. Era finito in carcere a ottobre per avere violato l'obbligo di soggiorno a Vittoria per reati minori. Si tratta del 19esimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno. Una situazione esplosiva: negli ultimi 10 anni si sono tolte la vita in carcere 568 persone. Analizzando freddamente i dati e confrontandoli con quelli tra il 1960 e 1969 ad esempio, la percentuale di detenuti che si sono suicidati è aumentata del 300%. Sovraffollamento, condizioni di vita al limite, ma anche una popolazione carceraria cresciuta a dismisura a causa di leggi e interpretazioni che ricorrono allo strumento detentivo sempre più frequentemente e colpiscono fasce disagiate o deboli. La notizia di questo ennesimo dramma è stata diffusa dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni che così commenta: «Il suicidio diun detenuto nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, il 19simo dall'inizio dell'anno, è l'ennesimo, drammatico, campanello di allarme sulla situazione che si vive nelle carceri italiane, che speriamo stavolta non rimanga inascoltato».
Quello della scorsa notte è il secondo suicidio registrato nelle carceri del Lazio dall'inizio del 2010. Secondo il ministro dell'Interno Maroni «È chiaro che in questa vicenda sono in primis da comprendere i motivi che hanno portato un uomo, che aveva deciso di collaborare con la giustizia, a togliersi la vita. Resta, tuttavia, un innegabile e drammatico quadro di fondo: quello di un'emergenza carceri fatta di esorbitante sovraffollamento, fatiscenza di strutture, carenza di risorse economiche ed umane. Elementi che rendono, di fatto, impossibile il sostegno e l'assistenza ai detenuti e l'attuazione del principio costituzionale del recupero del reo. Una situazione che impone al nostro Parlamento di intervenire con urgenza per indicare una via di uscita a questa emergenza». Parole e intenzioni che al momento di tradursi in fatti, più che al “recupero del reo” o meglio allo studio di misure alternative alla carcerazione o la modifica di leggi che portano al carcere per reati minori, si trasformano in più carceri e più carcere per tutti.

Una storia di ordinaria repressione

Questo vuole essere un atto di denuncia, una dura condanna e una chiara presa di posizione di fronte alla grave iniziativa intrapresa dalla Questura di Roma nei confronti di un attivista del Laboratorio Acrobax da tempo impegnato a fianco delle lotte sociali dei precari e dei disoccupati, per la difesa dei beni comuni sul territorio e per il diritto all’abitare a fianco dei movimenti di lotta per la casa.
Ci riferiamo alla disposizione per l’articolo 1 della legge 1423 varata dal famigerato governo Tambroni nel lontano 1956 sulla pericolosità sociale, che dal novembre dello scorso anno ha colpito Rafael con il provvedimento della durata di tre anni e che da ieri è stato confermato e reso esecutivo dal Questore di Roma, respingendo formalmente il ricorso legale. Vi include per di più la minaccia di ricorrere ad ulteriori misure di prevenzione come la sorveglianza speciale prevista dagli articoli che seguono nell’infame dispositivo di legge nei “confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità” qualora vi siano ulteriori deferimenti o segnalazioni di violazione delle disposizioni inerenti la legge stessa.
Gli vengono contestati i carichi pendenti relativi a processi in corso per i quali gli viene attribuita la supposta pericolosità sociale e che rappresentano secondo la Questura le sufficienti motivazioni per “configurare un profilo del soggetto in linea con le categorie previste dall’art. 1 e conforme al concetto di condotta e pericolosità sociale, espresso nell’art. 4 della citata legge”. Non solo, il provvedimento prosegue aggravando l’ipotesi, poichè si valuta addirittura che “l’asserito e spiccato interesse per le forme di partecipazione politica di base che pone all’attenzione pubblica temi di interesse generale, non esclude la commissione di reati specifici per i quali l’istante si è reso già responsabile”. Nel pieno della devastante crisi globale, siamo alla pantomima del peggiore processo alle intenzioni o nella migliore delle ipotesi, dentro il set di minority report. Invece è purtroppo un decreto ufficiale del questore di Roma.
Riteniamo poi gravissimo l’accostamento dello spiccato interesse alla partecipazione della vita politica di base con le ipotesi di reiterazioni di reati già contestati, peraltro di lieve entità e tutti legati alle lotte sociali che non possono e non devono subire in silenzio la demonizzazione giudiziaria o, come spesso accade, il linciaggio mediatico, dentro quel generale “laboratorio della repressione” che vede nella penalizzazione della partecipazione politica alla vita sociale e all’autorganizzazione uno degli strumenti più usati dal potere. Spazi di democrazia diretta e di autogoverno che vogliamo difendere fino all’ultimo respiro, per la difesa della democrazia e della partecipazione politica dal basso di tutti i cittadini e per l’agibilità democratica che giorno dopo giorno la svolta autoritaria in corso da anni nel nostro paese ci vorrebbe progressivamente sottrarre.
Chiediamo l’immediata revoca del provvedimento sulla pericolosità sociale per il nostro compagno e rivendichiamo il diritto alla partecipazione democratica della vita politica nella nostra città e che continueremo a lottare per la libertà e la dignità di tutte e tutti oltre i limiti imposti da queste leggi ridicole e fuori dai tempi della storia che vogliamo costruire per il nostro futuro.
Per questo insieme ad un gruppo di attivisti delle lotte sociali sparsi per l’Italia e a diverse realtà impegnate sul carcere,abbiamo iniziato a lavorare ad un’inchiesta/libro bianco sulla repressione e il controllo, dal titolo provvisorio di “Sorvegliati e puniti”. Un percorso che coinvolga singoli attivisti, collettivi autorganizzati, sindacati di base, reti che si muovono per i diritti e la libertà, ma anche studi legali, giuristi, intellettuali.
Per manifestare il proprio sdegno e segnalare la propria solidarietà inoltre chiediamo di sottoscrivere questo appello che verrà inoltrato alla questura di Roma insieme al nuovo ricorso per la sospensione immediata del decreto.

Laboratorio Acrobax

Coordinamento cittadino di lotta x la casa

Rete degli Indipendenti

Per sottoscrivere l’appello libertadimovimento@inventati.org

13 aprile 2010

Nuovo suicidio in carcere, a Santa Maria Capua Vetere

Domenica sera nella Casa circondariale campana di Santa Maria Capua Vetere si è tolto la vita un detenuto italiano di 40 anni, sieropositivo. L’uomo si è suicidato inalando il gas delle bombolette che tutti i reclusi usano per cucinare e riscaldare cibi e bevande in cella. Era in attesa di giudizio. «E’ l’ennesimo fatto drammatico che testimonia, ancora una volta, l’urgente necessità di intervenire immediatamente sull’organizzazione e la gestione delle carceri, dove il numero esorbitante dei detenuti e la carenza di personale non consentono più alla polizia penitenziaria di garantire i controlli necessari», ha dichiarato Donato Capece, segretario generale del Sappe [Sindacato autonomo polizia penitenziaria, il primo e più rappresentativo della categoria].
Oltre il sovraffollamento e la carenza di personale di polzia, Capece individua come concausa di questi suicidi «la carenza di figure professionali specializzate». A Santa Maria Capua Vetere sono ristretti più di 940 detenuti a fronte di 547 posti letto e i due terzi dei presenti sono imputati, cioè in attesa di sentenza definitiva. I detenuti che si sono siuciidati nel 2010 salgono così a 19.

Perugia: confermati gli arresti per Lorenzo e Michela

Per due delle tre persone arrestate sabato notte a Perugia sono stati confermati i provvedimenti cautelari. Lorenzo e Michela sono infatti agli arresti domiciliari. La motivazione del giudice Verola: la pericolosità sociale dei due.
E' assurdo, surreale, paradossale, patetico.
La giornata di oggi ha segnato nel frattempo un'altissimo livello di partecipazione alle mobilitazioni. Circa 200 persone, alcuni provenienti dalle Marche e da Terni, si sono incontrate davanti al palazzo dei Priori ed hanno invaso la camera dove si stava svolgendo il Consiglio Comunale. Tutte/i avevano in mano un bicchiere di plastica vuoto, a simboleggiare il bicchiere di birra "corpo del reato" di sabato scorso.
La presenza inattesa ha creato imbarazzo estremo nei consiglieri, che si sono coperti di ridicolo incappando in continue gaffe e grotteschi scivoloni. Dopo aver esposto uno striscione con su scritto "La città è di chi la vive e non di chi la vende", tutte/i si sono diretti verso le scalette di Piazza IV Novembre, in attesa di notizie dal Tribunale, esponendo lo striscione sulla Fontana Maggiore, uno dei simboli di Perugia.
La mobilitazione, seppur silenziosa, nel rispetto della volontà dei parenti degli arrestati, è stata caratterizzata per la decisione con cui tutte/i hanno messo in gioco la potenza performativa dei cropri corpi per violare zone rosse e divieti.
E' il segno di una metropoli viva. Di una moltitudine viva e composita, che se da un lato non accetta nessuna restrizione dei propri spazi di libertà, dall'altro sente la possibilità reale di instaurare percorsi istituenti di una città-comune.
In questa settimana invaderemo ogni giorno il centro storico, con assemblee in piazza, azioni performative ed altro per sottrarlo al biocontrollo ed allo spaccio.

Michela e Lorenzo Liberi Subito!

Perugia Libera Subito!


fonte: GlobalProject

La situazione dei tossicodipendenti in carcere in Italia è sempre più grave.

Erano 24.371 i tossicodipendenti in carcere nel 2007 a fronte di 16.433 nelle comunità. Il 30 giugno del 2009 le cose non erano cambiate. Anzi: i detenuti tossicodipendenti erano 26mila di cui il 40 percento condannati per possesso di droga.
Tirando le somme, alla fine del 2009 nel Belpaese, sono 67mila i detenuti ma quelli dentro per reati di droga sono il 25 percento: 4 su 10. E nonostante l'accesso in comunità sia possibile, a usufruirne è solo un condannato su sei. Perché? Colpa della burocrazia. E della politica. I centri di recupero sono al verde perché le Regioni esitano a pagare le rette. E' questo il grido d'allarme lanciato dalla Fondazione Villa Maraini, storico centro antidroga romano e dalla Saman, l'associazione laica che opera a livello nazionale. L'ammontare delle rette giornaliere è di 27,90 euro per tossicodipendente escluse le notti e i festivi. Una cifra stabilita dal ministero della Giustizia prima della riforma regionale ma che con il passaggio di competenze dalle Regioni alle Asl non è cambiata.
E non basta. Di questi soldi non c'è traccia. "Per il 2009 - spiega Achille Saletti, presidente dell'associazione Saman - non è arrivata una lira, mentre per il 2007/2008, aspettiamo ancora 100mila euro dal ministero di Giustizia". Mediamente le rette vengono pagate a uno-due anni di distanza. Il meccanismo è lo stesso per tutte le Regioni. "Il processo - spiega Saletti - è ‘triangolare': per i nostri servizi, le banche sanano il credito che maturiamo con le Asl. Poi sono le banche a recuperare gli importi dalle Asl stesse. Sulle cifre di denaro a noi destinate, però, gli istituti di credito trattengono gli interessi. Su 100 a noi arriva 97". Di più. In Italia "ci sono più drogati in carcere che nelle comunità" anche a causa delle procedure amministrative da seguire per ottenere il trasferimento. Come funziona? "Il centro dà la disponibilità e il detenuto - spiega il presidente della Saman - fa richiesta di trasferimento. Dopo di che, viene messo sotto osservazione dal servizio alle dipendenze pubbliche che certifica lo status di tossicodipendente. Infine la valutazione di idoneità. A quel punto il servizio dovrebbe fornire un nulla osta in tempi rapidi". Ma così non avviene. E infatti, "dopo aver dato la disponibilità - conclude Saletti - le camere restano riservate ma i posti letti rimangono vuoti anche fino a 40 giorni".
Burocrazia, ma non solo. "Da Roma in giù la situazione non cambia. Il Lazio con la Puglia e la Sardegna, è la Regione che forniscono meno sussidi. Tutto dipende dalla giunte che equiparano i nostri centri a dei fornitori normali: alle grandi case farmaceutiche o ai gruppi come quello degli Angelucci". Quanto servirebbe? "In media avremmo bisogno di 60-70 euro al giorno per tossicodipendente - dice Saletti - Si tratta di uomini che hanno bisogno di mangiare, di dormire e di ogni genere di conforto per attenuare l'astinenza". Anche la politica ci mette lo zampino. A gravare sui numeri è il percorso inaugurato dal decreto 309/1990 e proseguito con la legge 49/2006, che ha portato a un netto aumento delle condotte di rilevanza penale: per violazione dell'art 73, ogni tre che entrano in carcere, uno è tossicodipendente. Come se mandarli in comunità, volesse dire giustificare i loro reati.


Giulia Cerino da peacereporter.net

12 aprile 2010

Perugia: arrestati tre attivisti del Csoa Ex Mattatoio

Quella che stiamo per raccontare è una storia di ordinaria follia. Non sappiamo come definire altrimenti quello che è capitato sabato scxorso a Lorenzo, Michela e Riccardo, tre attivisti del Centro Sociale Ex Mattatoio.
I tre si trovavano nella centralissima Piazza IV Novembre e stavano bevendo una birra insieme ad altre persone, in attesa di mettersi in macchina per raggiungere Fabriano per assistere al concerto degli Assalti Frontali, in programma al CSA Fabbri. Tre loschi individui si sono avvicinati chiedendo loro di esibire i documenti senza mostrare nessun distintivo. Uno dei ragazzi ha chiesto quale fosse il motivo del riconoscimento ricevendo come risposta insulti e spintoni. Gli animi si sono surriscaldati e sul posto sono arrivate due volanti. Lorenzo, Michela e Riccardo sono stati malmenati, ammanettati e portati via sulle vetture che partivano a sirene spiegate verso la questura. Nel frattempo un altro ragazzo, che aveva ripreso l'accaduto con il videofonino, è stato aggredito da altri poliziotti in borghese.
Per tutta la notte nessun avvocato e nessun parente aveva ancora potuto incontrarli e accertarsi delle loro condizioni. L'unica notizia fornita è stata la convalida del fermo dei tre, con l'accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Notizia che ha provocato sgomento e rabbia dei parenti e dei tanti amici/he e compagni/e che nel frattempo avevano raggiunto la questura.
Una storia che vede la violenza e la sopraffazione rasentare la follia pura, in cui i vigilanti hanno un potere di discrezionalità pressochè assoluta. Una storia ordinaria, simile a tante altre che quotidianamente avvengono nella nostra città e che hanno come vittime soggetti sfortunatamente invisibili. Un'ordinarietà figlia del biocontrollo che dilaga nelle nostre metropoli, nei nostri territori e nelle nostre vite. Un'ordinarietà che si innesta nel tessuto di una città dove si respira sempre più un clima "cileno" e dove sembrano avere agibilità solamente massoni, costruttori, faccendieri e narcotrafficanti. Decine di posti di blocco ogni sera sulle strade che delimitano il centro storico; poliziotti in borghese, vigilanti privati e pattuglie a presidiare le piazze e le vie principali. Perugia puzza di deserto. Un deserto che mira ad entrare nelle nostre esistenze per saccheggiarle e svuotarle.

Vogliamo la libertà immediata per Lorenzo, Michela e Riccardo, "sangue del nostro sangue".

Vogliamo una città altra, e la costruiremo con la forza delle nostre lotte e delle nostre passioni e con la potenza che la nostra indipendenza riesce a sprigionare, sempre e ovunque.


Csoa Ex Mattatoio
CommonsLaB Perugia
Collettivo Femminista Sommosse Perugia


fonte: GlobalProject

Stefano Cucchi morì per edema polmonare connesso a trauma

Nessun dubbio per i periti di parte civile sulle cause del decesso di Stefano Cucchi: il giovane morì per "un edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca" in un quadro di "brachicardia giunzionale intimamente correlata" al trauma subito e all'immobilizzazione cui fu sottoposto all'ospedale “Sandro Pertini”. È quanto si legge nella sintesi della perizia presentata oggi dai consulenti della famiglia Cucchi Vittorio Fineschi e Cristoforo Pomara, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio. Si è trattato, ha spiegato Fineschi, "di un cedimento progressivo" del fisico di Cucchi dopo i traumi subiti, e in particolare la frattura della vertebra lombare L3 che è stata "acuta", vale a dire recentissima visto "che non sono stati rilevati segni di callo osseo" negli esami effettuati. Il ragazzo, ha assicurato, era sì "gracile", ma "sano, senza patologie rilevabili". Dunque, se fosse stato adeguatamente curato "non sarebbe morto", ha dichiarato il professore.
Puntigliosa la ricostruzione degli eventi fatta da Fineschi insieme con l'altro perito di parte, Cristoforo Pomara, alla presenza della sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, di Luigi Manconi e dell'avvocato Fabio Anselmo. Il 16 ottobre del 2009 Cucchi fu visitato, alle 14.05, nell'ambulatorio del tribunale e riferì dolori ed ecchimosi nella zona sacrale, le ultime vertebre della schiena. Alle 16.45 il ragazzo fu visitato nell'ambulatorio del carcere “Regina Coeli” e il medico del carcere ne richiese l'immediato trasferimento all'ospedale “Fatebenefratelli” in ambulanza dopo avere constatato ecchimosi sacrale-coccigea, tumefazione del volto bilaterale e dolore nella deambulazione. Alle 20.11 Cucchi fu ricoverato al pronto soccorso del “Fatebenefratelli”. Nel referto i medici di turno parlano di impossibilità per il giovane di stare in piedi e di camminare, e spiegano che Cucchi riferisce che i sintomi sono iniziati 3-6 ore prima, vale a dire alle 14 quando sarebbe stato picchiato. Tre sono per i periti le lesioni "oggettive" che il ragazzo presentava. "Al volto, per un trauma diretto", ha spiegato Fineschi, "alla vetrebra lombare L3, alla prima vetrebra del coccige", ha riferito Fineschi. Ma a provocare la morte di Cucchi sarebbe stata solo la gravissima lesione alla vertebra lombare. Da radiografie, Tac e risonanza magnetica è risultata "una frattura recente sulla L3, con il netto cedimento di un frammento che sporgendo nel canale spinale è andato a comprimere il sacco durale", ha spiegato il professor Guglielmi. Sarebbe stato proprio quel frammento a innescare "la catena degli eventi", ha insistito Fineschi, perché "non c'è stata nessuna interruzione fra il trauma e la morte di Stefano", con "un meccanismo nervoso che ha provocato la compromissione cardiaca". Le lesioni midollari, si legge nella perizia, hanno alto rischio di provocare disfunzioni cardiache. E gli esperti hanno insistito, a fronte di chi avanza il dubbio che la lesione alla vertebra fosse pregressa o ipotizza una caduta, che è stato un trauma subito il 16 ottobre - probabilmente un calcio - a provocare la frattura.
Dunque, rientra nel quadro il risultato dell'elettrocardiogramma cui Cucchi fu sottoposto il 17 ottobre, al suo arrivo al Sandro Pertini. La macchina rilevò "una marcata brachicardia sinusale", con 49 battiti al minuto contro i 60-90 di una persona in condizioni normali. Non solo. L'autopsia ha rilevato che la vescica di Cucchi era piena e occupava 2-3 dell'addome. Vi era dunque stata una paralisi dell'apparato, compatibile con la lesione midollare, ha sottolineato Pomara. Sulle differenti letture dell'esito degli esami, i periti di parte civile non hanno voluto polemizzare. Di certo, ha spiegato Fineschi, «non si può interpretare un dato a sè stante», come per esempio quello istologico, «ma bisogna calarlo nel contesto». Di certo se Cucchi, sottopeso con i sui 52 chilogrammi per 168 centimetri di altezza, fosse stato adeguatamente curato al “Pertini”, se la sarebbe cavata. «Stefano era un ragazzo sano, non sono state trovate alterazioni di organi o patologie», ha assicurato Fineschi, «si è spento perché gracile e non adeguatamente seguito». Manconi, per parte sua, ha tenuto a invitare a un'analisi complessiva di quanto accaduto. Perché se all'inizio si è molto insistito e indagato sulle violenze che Cucchi avrebbe subito, poi «c'è stata un'attività di disinformazione, di ridimensionamento, e ci si è concentrati anche nelle indagini sull'abbandono terapeutico al Pertini». Ora «la perizia porta uno straordinario contributo di verità», ha aggiunto. Ma questo non porta sollievo alla famiglia Cucchi. Anzi. «Ciò che fa più male è sapere quanto Stefano debba avere sofferto», ha spiegato la sorella Ilaria, «quanto sia stato abbandonato, e il fatto che abbia pensato che anche noi lo avevamo abbandonato». E un ringraziamento ai pubblici ministeri che seguono il fascicolo è arrivato dall'avvocato Anselmo: «Bisogna riconoscere ai sostituti procuratori un impegno ammirevole nell'accertamento della verità», ha detto, «cosa assolutamente non facile nè scontata».


fonte: Liberazione

Un altro decesso nel carcere di Sulmona: 54 i detenuti morti da inizio anno

Con la morte di Domenico Cardarelli, internato nel supercarcere di Sulmona e ritrovato ieri sera cadavere nella sua cella, salgono a 54 i detenuti morti dall’inizio dell’anno, 1 ogni 2 giorni di media. Di questi 17 si sono suicidati (alcune altre fonti, forse a conoscenza di un caso che non abbiamo monitorato, parlano di 18 suicidi). Ricordiamo lo scorso anno sono morte in carcere 175 persone (72 suicidi) e dal 2000 ad oggi i decessi sono stati 1.651 (578 i suicidi). Numeri impressionanti, se si tiene conto che la popolazione detenuta è costituita prevalentemente da persone giovani (i 2/3 dei reclusi hanno meno di 40 anni e soltanto 2.500 di loro sono ultrasessantenni) che raramente dovrebbero morire per “causa naturale”.
Per fare un esempio, se la stessa frequenza dei decessi in carcere si verificasse nell’intera popolazione italiana assisteremmo ogni anno alla scomparsa di tanti under 40 quanti ne abitano in una città delle dimensioni di Firenze.
Nelle carceri su muore così spesso perché negli ultimi 20 anni sono diventate il ricettacolo di tutti i disagi umani e sociali, con decine di migliaia di detenuti tossicodipendenti, 5 o 6.000 malati di mente, migliaia di sieropositivi HIV. Una recente ricerca della Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria) ha riscontrato che soltanto il 20% dei detenuti è in buone condizioni di salute.
Ma si muore anche perché le condizioni detentive sono sempre più difficili: il sovraffollamento ha raggiunto livelli mai visti, il personale adibito al “trattamento” e alla sorveglianza è sempre più scarso, il lavoro per i detenuti sempre meno (negli ultimi 3 anni le risorse destinate alle “mercedi” per i detenuti lavoranti sono diminuite del 32% - da 71milioni a 48milioni - Cap. 1671 del Bilancio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), il che significa che in carcere c’è maggiore povertà, che la manutenzione e le pulizie sono meno curate, che i detenuti trascorrono più ore in cella.
In molte carceri mancano anche i prodotti per la pulizia personale (carta igienica e sapone vengono forniti dal volontariato), la Regione Toscana ha dovuto comperare i materassi per 4.500 detenuti, il vitto giornaliero è fornito dall’Amministrazione con una spesa complessiva (fornitura dei prodotti e cottura pasti) di 3 euro a detenuto… con la qualità e quantità che si possono immaginare.
L’attuale condizione delle carceri non consente un’esistenza dignitosa ai detenuti (e nemmeno agli operatori che ci lavorano): quando diventa difficile immaginare un futuro diverso e migliore, il suicidio (o anche lo “sballo”) diventano l’unica strada per sfuggire alla sofferenza.
Probabilmente Domenico Cardarelli non voleva togliersi la vita. Secondo i primi rilievi effettuati la morte potrebbe essere stata causata da una overdose di sostanze stupefacenti e, benché a volte i tossicodipendenti intenzionati a suicidarsi assumano di proposito una dose eccessiva (e letale) di droga, è molto più frequente il caso del sovra-dosaggio accidentale, che più facilmente si verifica se la persona è rimasta in astinenza per un certo periodo di tempo. Sicuramente, come tanti altri, Domenico era disperato e un carcere dove non c’è posto per la speranza non può certo cambiare in meglio le persone.


fonte: Osservatorio permanente sulle morti in carcere

9 aprile 2010

Caso Uva, le telefonate nella notte. "Vedi se ha precedenti per droga"

Un poliziotto chiama dalla caserma dei carabinieri di via Saffi in questura, nella notte tra il 13 e il 14 giugno a Varese, per chiedere i precedenti di Giuseppe Uva, fermato da poco, rimasto ore in caserma, poi morto in ospedale, con la sorella che fotografa il cadavere pieno di lividi e macchie rossastre e accusa chi lo aveva in custodia di averlo ucciso di botte.
L'agente chiede subito "la stampata di tutti i precedenti". Poi ripete gli ordini del capoturno: servono "tutti i precedenti. Se ci sono delle note.. assolutamente tutto.. Tutti i precedenti comprensivi di sviluppi e note.. - ripete -. Veramente al cento per cento, serve per una cosa seria".
L'agente che risponde dalla questura di Varese, dopo aver manifestato il suo stupore con un'imprecazione, prende gli ordini. Poi riceve la seconda telefonata dal poliziotto delle volanti in caserma.
Dopo la lettura dei precedenti - a carico di Uva ci sono solo precedenti di polizia - l'agente chiede: "C'ha anche stupefacenti per caso?". "No stupefacenti non l'ho mica visto".
La telefonata avviene quando le volanti sono nella caserma di via Saffi. Quindi, secondo gli avvocati della famiglia Uva, collocabile tra le 3.30 e le 6.45. Quando Alberto Biggiogero, l'amico di Giuseppe Uva, sente da un'altra stanza "le urla di Giuseppe che echeggiavano per tutta la caserma, assieme a colpi dal rumore sordo", "urla incessanti per circa un'ora e mezza".
Nella memoria presentata dall'avvocato Fabio Anselmo e Alessandra Pisa in procura, si chiede la riesumazione del cadavere e si sostiene che "gli agenti cercassero di attribuire ad Uva l'abuso di sostanze e avessero manifestato questa convinzione ai sanitari". Le accuse dei legali nella memoria di 25 pagine sono pesantissime: sequestro di persona, abuso di potere, arresto illegale e omissione di soccorso e lesioni volontarie e omicidio preterintenzionale.

Ascolta L'AUDIO DELLE TELEFONATE 1- 2
fonte: La Repubblica

Mastrogiovanni, morto di Tso la famiglia vede il video dell'agonia

«Abbiamo visto il video e tutta l'agonia di Franco». Sono quasi le due di notte, tra martedì e mercoledì, quando riceviamo una mail di Vincenzo, cognato di Franco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento, morto la mattina del 4 agosto scorso "di trattamento sanitario obbligatorio" all'ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo aver trascorso oltre novanta ore legato al letto del reparto di psichiatria. «Stasera» ci scrive «per la prima volta e assieme all'avvocato Caterina Mastrogiovanni (cugina di Francesco), ho visto vari files del video ripreso dalle telecamere di sicurezza. Ho visto Francesco che entra vivo nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Vallo della Lucania alle ore 12 circa del 31 luglio 2009 e ne esce morto il 4 agosto». Solo Vincenzo, della famiglia Mastrogiovanni, ha avuto la forza di guardare il famoso video in cui è stata registrata, minuto per minuto, tutta l'agonia del maestro elementare. Prima di martedì, ci si era limitati a leggere quanto riportato nelle ordinanze emanate dal Giudice per le indagini preliminari e dal Pm. Ora, quanto accaduto, viene raccontato direttamente dai cari di Mastrogiovanni. Un racconto che fa male. «Francesco» continua Vincenzo «dopo circa un'ora dal suo ingresso in reparto, viene legato al letto mentre dorme pesantemente perché qualche minuto prima (ore 12.45 del 31 luglio, ndr) il personale sanitario ha effettuato un'iniezione di farmaci sedativi». Ore 12.55: Francesco è tranquillo, tanto che si prepara il letto da solo. Alle ore 13.08 Francesco finisce di mangiare il cibo che gli viene fornito dall'ospedale e si addormenta, stremato dai medicinali.
È talmente tranquillo, anche se dovremmo dire talmente sedato, che non si rende nemmeno conto di venire legato al letto. Non si accorge nemmeno che gli viene inserito il catetere. «Soltanto una volta sveglio, dopo molte ore» racconta Vincenzo «Francesco tenta di reagire». Razione dettata, come spiega il giudice del riesame nella sua relazione, dallo stato di contenzione e non dalla "patologia".
Nelle novanta ore che lo separano dalla morte, Francesco resta sempre legato, mani e piedi, di giorno e di notte, al letto del reparto. «Viene lasciato completamente solo, con le sue sofferenze» spiega Vincenzo. Non solo. «Nel video non c'è alcuna traccia di visite mediche, di monitoraggio delle funzioni vitali, di rispetto del protocollo in materia di contenzione fisica». Il racconto di Vincenzo si fa sempre più crudo. «Nel video» ci racconta «si vede una persona che soffre, con evidenti difficoltà respiratorie, per quattro giorni. Di personale medico nemmeno l'ombra e solo ad alcune ore dalla morte, avvenuta in completa solitudine, si cerca di rianimare Francesco, al quale mani e piedi verranno slegati solo da morto». Il tutto in attesa del prossimo 28 giugno, giorno in cui inizierà il dibattimento, con giudizio immediato, per i diciotto imputati, tra medici e infermieri, per la morte del maestro "anarchico" di Castelnuovo Cilento. Leggere e ascoltare il racconto dei parenti e sfogliare gli atti con cui il Pubblico Ministero e il Giudice per le Indagini Preliminari hanno disposto il giudizio immediato per i diciotto indagati sono gli ennesimi pugni nello stomaco di questa storia. Giudizio immediato significa essere al cospetto di prova evidente. Ma in questo caso di prove evidenti ce ne sono più di una: dal referto medico del 5 agosto 2009, giorno seguente al decesso di Francesco, alle cartelle cliniche di Mastrogiovanni e del suo compagno di sala ospedaliera. Sfogliando le quindici pagine del decreto, emerge tutta la sofferenza che il personale del reparto di psichiatria del San Luca di Vallo della Lucania, compreso il primario del reparto, ha causato non solo al maestro di Castelnuovo Cilento ma anche ad altri degenti, tra i quali il compagno di stanza di Mastrogiovanni, G.M., che, però, «fortunosamente» spiegano il Gip e il Pm nell'ordinanza «nel corso della notte riusciva a bere dell'acqua da una bottiglia appoggiata su un tavolino, prima avvicinando il tavolino con il piede, poi facendo cadere la bottiglia e, in seguito, addentandola con la bocca e riuscendo in tal modo a bere qualche sorso d'acqua».
Così diciotto persone tra primario, medici e infermieri dovranno presentarsi, alle ore 9,30 del prossimo 28 giugno, al Tribunale di Vallo della Lucania per rispondere di imputazioni tremende: omicidio preterintenzionale, sequestro di persona e falso in atto pubblico.


fonte: Liberazione

Un altro suicidio in carcere. Il 18esimo del 2010

Uno stillicidio. O meglio, una «macabra conta, purtroppo e inevitabilmente, è destinata ad aumentare» come commenta il segretario generale della Uilpa Penitenziari Eugenio Sarno. Ancora un suicidio in carcere. Questa volta a togliersi la vita è stato un detenuto 39enne, napoletano, collaboratore di giustizia, che nella tarda serata di ieri si è impiccato, con una calzamaglia, nella propria cella del reparto Transito della Casa Circondariale di Benevento. Si tratta del 18esimo caso di suicidio in cella di questo anno. «È chiaro che le soluzioni tampone ed estemporanee adottate dal Dap nulla risolvono, se non addossare sulle già fragili spalle della polizia penitenziaria responsabilità e competenze estranee al proprio mandato", scrive Sarno. Il 13 aprile i sindacati della polizia penitenziaria incontreranno il ministro della Giustizia Angelino Alfano.

Milano: Processo alla street art

Finisce in tribunale Daniele Nicolosi, in arte Bros. Il più famoso writer milanese, che ha esposto al Pac e a Palazzo Reale, è la prima vittima della guerra ai graffitari dichiarata dalla giunta Moratti. In nome del «decoro»

Ci sono bambini che a Milano hanno imparato a leggere soffermandosi sui suoi rebus già scoloriti dal tempo - SFI poi due dadi dipinti, poi un fiore e poi ancora una bilancia con la lancetta su 0,1 = SFI/DADI/FIOR/ETTO - e ci sono gallerie d'arte di livello internazionale che ormai lo ospitano come fosse... un vero artista. Perché è così.
Daniele Nicolosi, classe 1981, in arte (appunto) Bros, è un vero artista, anche se suo padre con saggezza lo invita a rimanere con i piedi per terra - «tu sei solo un imbianchino» - e anche se il vicesindaco Riccardo De Corato, degno rappresentante della giunta comunale più grigia d'Italia, lo ha mandato a processo per imbrattamento molesto chiedendogli un risarcimento di 52 mila euro.
Ieri è iniziato il processo penale (il primo di questo tipo) e il vicesindaco, invece di arrossire per l'imbarazzo, ha alzato il tiro prendendosela con il pm che ha contestato a Bros solo due dei diciassette dipinti che la sua scolorita task-force avrebbe rintracciato durante appostamenti degni della miglior tragicommedia all'italiana (i vigili di Milano hanno una «banca dati delle tags» - parlano proprio così! - grazie alla quale avrebbero attribuito a Bros una serie di opere a lui rinconducibili). E questo è niente, basti dire che la giunta di Milano per dichiarare la guerra santa ai graffiti è pronta a spendere 34 milioni di euro! Il dibattimento, destinato a proiettare la città dell'Expo in una dimensione da riunione di condominio, proseguirà il 19 maggio.
Allora Bros, per Vittorio Sgarbi tu sei il Giotto moderno e per De Corato solo un recidivo.

Insomma, chi sei?
Chi sono... sono un ragazzo a cui piace dipingere. Comunico così cercando di fare un'informazione differente, come Rivera che dipingeva sui muri scene colorate di vita messicana, o come gli artisti che per secoli e secoli hanno affrescato le chiese d'Italia. Cerco di rappresentare un mio pensiero da condividere, anche se mio padre continua a dire che sono solo un imbianchino... e forse ha ragione lui.

Sei il primo writer italiano che subisce un processo penale. Oltre a ringraziare il vicesindaco, vuoi dire qualcosa a tua discolpa?
Sì, mi stanno processando per due lavori: uno su un muro di San Vittore realizzato nel 2004, per cui il reato è già prescritto, e un altro su una pensilina dell'Atm.

Ti hanno mai beccato con la bomboletta in mano?
Una volta sola, era il 29 novembre 2007. Da quella volta sono andati in giro a fotografare tutti i graffiti di Milano e i vigili hanno deciso che era tutta roba mia, diciamo che è stata una specie di perizia artistica sui generis. Ed eccomi qui in tribunale... E' tutta propaganda, come al solito. Prima mi invitano alle mostre del Comune di Milano e poi mi denunciano, una bella incongruenza no? Hanno voluto ripulire la città per via dell'Expo, per presentarsi lucidi come uno specchio davanti ai commissari che esaminavano la candidatura, ma io credo che una città che vuole davvero avere un respiro internazionale dovrebbe prestare un po' più di attenzione a certe forme artistiche di strada, non è sufficiente costruire grattacieli, alti, dritti o storti. Ma a questa amministrazione non interessa niente. Preferiscono continuare a prendere voti dei cittadini che si spaventano per un disegno piuttosto che scandalizzarsi per la pubblicità invasiva di Clear Channel che sponsorizza le biciclette del sindaco Moratti.


Hai esposto al Padiglione d'arte contemporanea, a Palazzo Reale, ti hanno anche proposto per l'Ambrogino d'oro. Essere diventato un writer mainstream ha cambiato il tuo modo di vedere e dipingere le cose?
Inutile negarlo, ormai c'è un interesse commerciale verso i miei disegni, ma questo aspetto non mi imbarazza più di tanto. I miei dipinti continuano ad essere orientati verso una dimensione pubblica. Preferisco sempre un cachet offerto da un Comune per realizzare un lavoro che una committenza privata. Se poi c'è un riccone che vuole avere un mio disegno per tenerselo in casa e farlo vedere agli amici, allora è giusto che paghi... e io mi faccio pagare, così mi rilasso per qualche mese.


Le tue opere hanno una quotazione, oppure il mercato non ti ha ancora messo addosso il cartellino con il prezzo?
Due anni fa ho letto su una rivista un articolo sulle quotazioni relative all'arte contemporanea, per i miei lavori parlavano di una cifra attorno ai 6500 euro per metro quadro di superficie dipinta. Mah. Se è così, allora in tutti questi anni ho regalato un sacco di soldi al Comune di Milano...


Sarà come dice tuo padre, ma tu con la tua arte adesso ci campi?
Sì, questo è il mio lavoro.


Ma li fai ancora i muri, oppure ormai sei proiettato su una dimensione, diciamo così, più protetta?
Beh... diciamo che quando mi invitano a una mostra chiedo sempre di avere un muro pubblico a disposizione, perché cerco ancora di abbattere i confini che rinchiudono l'arte contemporanea. In piazza Cadorna c'è un enorme ago e filo di Claes Oldenburg, e quella è arte. Come le installazioni all'aperto di Cattelan.

Veniamo al paradosso. Un'arte nasce illegale, dunque pericolosa, e poi viene venduta a migliaia di euro. Cosa ti fa pensare?
Che le cose funzionano così, che hanno sempre funzionato così. Nella storia dell'arte, tutte le espressioni di rottura in un primo momento non erano nemmeno considerate arte, mi viene in mente il salon dei refusées degli impressionisti... Poi arriva il momento in cui il lavoro, il sacrificio di un artista, viene riconosciuto. Parlando di arte contemporanea non penso sia giusto utilizzare categorie come giusta o sbagliata, oppure legale o illegale, credo che l'importante sia che qualunque creazione artistica possa essere vista dal maggior numero di persone possibili.
Cosa consiglieresti ai ragazzini che con la bomboletta cominciano a provarci?
Di pensarci bene prima di agire, di tenere conto delle esperienze fatte da altri, di considerare soprattutto ciò che è già stato già fatto o è capitato prima, perché l'aspetto fondamentale è riuscire sempre a portare qualcosa di nuovo, sono convinto che l'arte di strada non morirà mai.


Cosa stai pensando di «imbrattare»?
Sto preparando una cosa molto importante, ci sto lavorando da quattro mesi, posso solo dirti che sarà in un contesto urbano e che utilizzerò un supporto molto grande.

Ti costerà un altro processo, oppure è tutto legale?
Beh, questa volta spero che piaccia anche a loro.

Milano è in Europa?
Io amo l'Italia in generale, viaggio spesso nel nostro paese... e non credo proprio che un artista sia bravo solo perché lavora a New York. Se tutti noi ci sentissimo parte di una collettività piuttosto che seminare astio e intolleranza, allora sarebbe bella Milano e sarebbe bella l'Italia.

Perché ti chiami Bros?

Mi piaceva il suono.



Luca Fazio

fonte: il manifesto

8 aprile 2010

Processo Aldrovandi bis, la sentenza: "Omissioni per proteggere i colleghi poliziotti"

Il capo dell’ufficio volanti indusse in errore la pm di turno. Le disse, più o meno, che era il solito drogato e che c’avrebbe pensato lui. Non era il caso di alzarsi a quell’ora dell’alba di domenica. Invece, davanti ai suoi piedi c’era Federico Aldrovandi, ovvero il corpo di un diciottenne che, poco prima, s’era imbattuto in un violentissimo e misterioso controllo di polizia. Certi giornali lo chiamarono fermo di polizia, il Viminale intervenne a precisare: dovete dire controllo. Ma intanto il ragazzino era morto. L’ufficiale di polizia giudiziaria non fece cenno alla pm della violenta colluttazione, né dei timbri di manganello sul viso del giovanotto. La pm lo leggerà su Liberazione e, poco prima, sul blog della mamma, che Federico era stato ammazzato di botte, che se non avesse incontrato le Pantere della polizia che lo sbranarono sarebbe ancora vivo. Ma intanto erano passati tre mesi, s’era fatto Natale.
Pubblicate le motivazioni della sentenza che, sessanta giorni fa, aveva condannato tre dei poliziotti implicati nella cosiddetta inchiesta bis sul caso Aldrovandi, quella sui depistaggi.
L’assistente Capo della Polizia di Stato, quella mattina, era responsabile e addetto della centrale operativa. Parlava con un collega che era in Via Ippodromo che gli spiegava per filo e per segno. Ma prima staccò la registrazione della telefonata. Ha negato di averlo fatto, e non è stato creduto.
Hanno aiutato i quattro delle volanti a eludere le indagini. L’ispettore di polizia giudiziaria non ha consegnato il registro delle chiamate di quella mattina. Il primo s’è preso un anno per omissione di atti d’ufficio. Quello che staccò la spina, dieci mesi per lo stesso reato più favoreggiamento. L’ultimo 8 mesi per omissione anche lui degli atti d’ufficio. Resta il quarto, responsabile il 25 settembre 2005 dell’ufficio denunce, che non ha scelto il rito abbreviato, e che è stato rinviato a giudizio per falsa testimonianza, omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento. L’ennesimo capitolo del caso Aldrovandi si aprirà il 21 aprile al tribunale di Ferrara. Intanto, la pm di quella notte potrebbe fare altre mosse, come querelare altri funzionari della questura, per continuare a scoperchiare la macchina del depistaggio. Perché questa macchina ha operato per mesi. Ha intimidito i testimoni, ha imbavagliato i giornalisti, ha ingannato inquirenti e genitori. Ha truccato brogliacci, nascosto prove, detto bugie e pronunciato minacce. E forse agisce ancora. Sul blog, i genitori di Aldro ricordano «l’azione di alcune pattuglie che, prima della grande manifestazione pacifica per chiedere Verità e Giustizia ad un anno dalla morte di Federico, raccomandavano (contro le disposizioni del questore, ndr) a bar e negozi di abbassare le serrande per il pericolo di devastazione. Questo clima ostile era avvallato delle parole di taluni sindacalisti che difendevano ad oltranza i colpevoli. Il clima diffuso non è un reato che si possa giudicare in tribunale, ma gli appellativi di “sciacalli” li abbiamo subiti noi da parte di un sindacalista del sap, e molti agenti hanno sottoscritto la solidarietà ai colleghi quando il processo era ancora lontano». Ma ci sono altri capitoli: un amico di Aldro, una redattrice del manifesto e un mediattivista sono sotto processo per aver detto che il verbale redatto il 25 settembre era diverso dalle sue dichiarazioni e per aver divulgato la notizia dei “pre-colloqui” di dell’ispettore di pg con i testimoni prima che parlassero con la pm. E ventuno frequentatori del blog sono stati denunciati dal questore dell’epoca troppo preso a spulciare il blog per dare impulso alle indagini sull’omicidio.
Alle condanne del 5 marzo scorso si aggiungono le provvisionali di 10mila euro che tutti e tre dovranno pagare a ognuna delle parti civili (il padre, la madre e il fratello di Federico). Le pene sono inferiori a quelle chieste dal pm Nicola Proto, colui che ereditò le indagini dalla pm di turno, quella che fu ingannata ma che, prima che il blog squarciasse il velo del silenzio, non parve aver impresso il dinamismo necessario all’inchiesta. Proto aveva previsto 1 anno e 4 mesi per l’ufficiale di pg, 2 anni e mezzo per il “centralinista” e 1 anno e mezzo per l’ispettore di pg. “Sconti” che non diminuiscono la soddisfazione dei genitori di Federico e del pm per la tenuta dell’impianto accusatorio che ora dovrà reggere il secondo grado di giudizio anche per il capitolo dell’omicidio (in primo grado i quattro agenti sono stati condannati a 3 anni e mezzo).

Caso Cucchi, Per il direttore dell'Istituto di Medicina legale "Stefano poteva essere salvato"

Il ragazzo poteva essere salvato se solo non fosse stato ricoverato nel "repartino" del Pertini. L'inchiesta dei periti del pm mette sullo sfondo le percosse ricevute e di fatto assolve carabinieri e guardie carcerarie. Ma, proprio per questo, non convince i familiari di Stefano


Non era disidratato e poteva essere salvato. Se solo, Stefano Cucchi, non fosse stato ricoverato nel “repartino” del Pertini e gli fosse stata somministrata una terapia idonea. Scienza o fantascienza? Paolo Arbarello, direttore dell'istituto di Medicina legale della Sapienza ha illustrato in una conferenza stampa le conclusioni della consulenza elaborata da un pool di esperti incaricati dai pm che conducono l’inchiesta sull’omicidio del trentunenne romano morto a sei giorni dall’interrogatorio e dall’arresto.
Da parte dell'ospedale ci sarebbe stata dunque omissione e negligenza: «In ospedale non è stata colta la gravità della situazione e determinante per la morte è stata l'omissione di un piano terapeutico adeguato. Il pestaggio, se c’è stato, non avrebbe legami con la morte e, certamente, per Albarello, la disidratazione non c’entra. Stefano aveva la vescica piena perché la sera prima di morire aveva bevuto tre bicchieri di acqua. Così i pm della procura di Roma entrano in rotta di collisione con la relazione della commissione Marino, l’inchiesta del Senato sul Ssn, e provano a spegnere i deboli fari ancora accesi sulle zone di questa storia che vedono protagoniste le divise dei carabinieri e della polizia penitenziaria. Rispunta esplicitamente la principale causa di malesseri delle persone “contenute”: la caduta. Delle due fratture alle vertebre solo una sarebbe recente e a determinarla sarebbe stata una caduta di sedere, si dice podalica. L’altra chissà. E chissà cosa abbia ridotto in quello stato la faccia del ragazzo. Non ci sarebbero segni di pugni o di colpi diretti ma anche il pool ammette che avrebbe potuto essere stato spinto violentemente contro un muro o sul pavimento, tanto da provocare la frattura.I periti del pm comunque rinunciano a interpretare quei segni concentrandosi su un quadro clinico (hanno scavato molto sulla storia del paziente riscontrando dal 2000 17 ricoveri al pronto soccorso ma senza trovare fratture) composto da alcune patologie croniche di Stefano – al fegato, ad esempio – e dalla sua magrezza eccessiva che si sarebbero combinate con una brachicardia indotta dallo stress determinato dal suo arresto. Non avrebbe perso molto peso, solo 4 chili e non 10 come aveva detto Marino, ma il suo cuore batteva solo 42 volte al minuto.
La malasanità è una versione che non convince affatto i familiari del ragazzo i cui periti sabato mattina presenteranno tutt’altre conclusioni nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio.

Checchino Antonini
www.ilmegafonoquotidiano.it

7 aprile 2010

Reggio Emilia: Sospesi per l'occupazione: gli studenti non ci stanno!

Pesanti e sproporzionate sanzioni contro il movimento degli studenti medi: sospensioni fino a 28 giorni per l'occupazione dell'istituto magistrale contro la riforma Gelmini.

Il 18 marzo a Reggio Emilia gli studenti dell'istituto magistrale Matilde di Canossa hanno deciso di occupare la loro scuola. L'iniziativa di protesta, ci spiega uno degli studenti, è nata a seguito di numerose richieste di spazi autogestiti dove costruire una scuola altra, che non fosse quella della riforma voluta dalla ministra Gelmini. A queste richieste il preside e la dirigenza avevano sempre risposto con una gestione autoritaria, che già faceva presagire le ricadute del disegno nazionale della riforma, una scuola azienda senza nessuno spazio di iniziativa critica. La giornata di occupazione è cominciata con un'assemblea per discutere della riforma ed è proseguita con diverse attività, organizzate dagli stessi studenti.
Al pomeriggio però è arrivata la risposta repressiva: gli agenti della digos all'esterno dell'edificio hanno cominciato a chiedere i documenti a chiunque entrasse nell'edificio e verso le 18 sono arrivate 8 volanti di polizia. L'istituto, che fa parte di un complesso dui quattro scuole, è stato completamente blindato: sono stati chiusi i cancelli ed è stato impedito l'ingresso a chiunque. Di fronte alla scuola e agli studenti in occupazione di sono schierati più di trenta agenti con l'intento di sgomberare con la forza l'edificio.
i ragazzi sono riusciti comunque riusciti ad aprire degli spazi di trattativa ed ottenere un'assemblea d'istituto per il giorno successivo.
L'onda lunga della repressione è tornata però a farsi sentire in questi giorni.
Ad una ragazza ed un ragazzo sono arrivate, inaspettate, le lettere di sospensione di 24 e 28 giorni. I ragazzi, "accusati" di essere gli organizzatori della protesta, non possono rientrare a scuola dopo queste vacanze di Pasqua. Altre 54 sospensioni fino a dieci giorni sarebbero in arrivo per altrettanti studenti. Una repressione sproporzionata che vuole spaventare il giusto moto di protesta degli studenti contro questa riforma.

In seguito l'appello di solidarietà degli studenti occupanti della scuola Matilde di Canossa di Reggio Emilia, firmato da molte realtà studentesche


Il 18 marzo, l'istituto magistrale Matilde di Canossa di Reggio Emilia è stato occupato dagli studenti che rivendicavano più spazi autogestiti dentro alla scuola e una gestione meno autoritaria dell'istituto, dovuta alla progressiva trasformazione della scuola pubblica in azienda voluta dalla triade Gelmini-Aprea-Tremonti, in cui gli studenti sono mere risorse economiche e in cui la cultura viene completamente distrutta, grazie al disegno di accorpamento e privatizzazione degli istituti.
Rispetto a questa presa di posizione degli studenti, la risposta da parte delle forze dell'ordine e della dirigenza dell'istituto è stata sproporzionata ed autoritaria, come mai si era visto in Italia. Otto volanti e più di trenta agenti schierati davanti alla scuola, pronti a sgomberare con la forza dopo solo una giornata di occupazione e sanzioni disciplinari pesantissime per gli occupanti. Cinquantaquattro sospensioni per un ammontare complessivo di circa quattrocento giorni, con punizioni più severe(28 e 24 giorni) per i due presunti organizzatori.
Sanzioni simili, in seguito all'occupazione di un istituto per una giornata e senza alcun danno alla struttura, non hanno precedenti nel nostro Paese e sono assolutamente spropositate ed inaccettabili. Questo dimostra la volontà della scuola reggiana di punire e disciplinare tutti quegli studenti che prendono posizioni critiche e contrarie alla gestione locale e nazionale degli istituti.
La stessa scuola reggiana, l' istituto magistrale Matilde di Canossa in primis, che si vanta dell' eccellenza formativa ed educativa, si dimostra eccellente solamente in sanzioni, disciplinamento e autoritarismo. Ricordiamo che il provveditore agli studi di Reggio Emilia Vincenzo Aiello, lo stesso che ha fatto pressioni affinchè venissero applicate dure sanzioni agli occupanti, è lo stesso che ha intimato in questi giorni a maestri e professori di alcune scuole elementari e medie, che lamentavano la mancanza di fondi per i materiali scolastici di prima necessità, di evitare proteste, in quanto di ruolo e non precari, e di non rendere pubbliche certe questioni, per evitare di procurare danni all'immagine della scuola.
Tutto questo dimostra il degrado complessivo dell'istruzione reggiana e della sua amministrazione. Un' amministrazione che nega le enormi ed evidenti problematiche scolastiche, minacciando e sanzionando chi rivendica e pretende una scuola migliore.
Rivendichiamo una scuola libera da dinamiche di controllo volte ad irregimentare le menti e i corpi, emanazione di contesti dove dirigenti scolastici e amministrativi esercitano la propria autorità in termini duri e coercitivi verso tutte quelle componenti che manifestano dissenso e disagio rispetto alla deriva raggiunta dall'impianto educativo e culturale.
Libero e vivo è il sapere cui intendiamo approdare, liberi e vivi sono i desideri che esprimiamo riappropriandoci dei nostri spazi e delle nostre voci, libera e viva è la rabbia che esprimiamo verso la struttura innalzata dal Ministero ed esercitata localmente dai suoi portavoce, siano essi provveditori o presidi schizofrenici gli studenti occupanti della Matilde di Canossa
Sottoscriviamo l'appello degli studenti occupanti dell'istituto "Matilde di Canossa" e siamo vicini e solidali a tutti quegli studenti vittime dell'autoritarismo e del disciplinamento forzato voluto dalla dirigenza dell'istituto magistrale, permesso dal clima locale e nazionale creato volutamente da chi gestisce ed amministra il sistema scuola in italia.


Per sottoscrivere l'appello: collettivistudenti.re@gmail.com
Coordinamento dei Collettivi Studenteschi - Reggio Emilia
(c.s. Zanelli - c.s. BUS - c.s. Chierici - c.s. Magistrali - c.s. Iodi)
Collettivo autonomo studentesco Modena
Studenti uniti di Parma
Collettivo autonomo Ravenna
Collettivo autonomo studentesco Bologna
RDB CUB Scuola
COBAS Scuola
Movimento studentesco di Cremona


fonte: InfoAut

6 aprile 2010

Teramo, la paura dietro le sbarre

La notizia aveva fatto il giro di tutti i quotidiani suscitando sconcerto. Persino il Ministro della Giustizia era dovuto intervenire di fronte a tanto clamore. Oggi i quotidiani locali raccontano la fine di una vicenda giudiziaria impasticciata di omertà. Il caso è quello del carcere di Teramo e dell’accusa di pestaggi, lesioni e omissioni per tre agenti penitenziari e il loro Comandante Giuseppe Luzi. Quello che dava indicazioni su dove “massacrare” un detenuto. “Meglio al piano di sotto”, diceva lui. L’audio raccontava poi del testimone scomodo, del negro che aveva visto tutto. Una confessione impeccabile. Le violenze ai danni di un detenuto, l’ansia per la rivolta che sembrava bollire nelle celle e la sensazione che la pratica ordinaria di quel luogo di pena fosse fatta di ordinari riti di violenza.
Il testimone Uzoma Emeka, soltanto un mese dopo, era morto per un tumore al cervello mai diagnosticato. Un decesso un po’ troppo repentino, il segno dell’abbandono totale in cui versano le condizioni dei detenuti, e senza dubbio una morte comoda. Le indagini subito dopo sono andate avanti a singhiozzo, fino ad arrivare ad oggi in cui viene avanzata la richiesta di archiviazione. Il magistrato ha segnalato come principale impedimento il codice di omertà che lega i detenuti e che non consente di trarre prove ed elementi sul caso né di avere dichiarazioni su cosa accade nelle celle del carcere. Ma l’omertà andrebbe chiamata per nome. E si chiama terrore.
Quello del detenuto vittima delle violenze, l’unico indagato rimasto, che ora si affanna a negare tutto. Quello che forse deve aver avuto il testimone morto all’improvviso. Così gli agenti e il loro comandante potrebbero cavarsela non negando quelle conversazioni, inconfutabili del resto, ma ricorrendo alla tesi bizzarra del “contesto”. Sarebbero stati quei giorni di tensione nel carcere e il timore di una rivolta a causare quegli sfoghi verbali, ma nulla sarebbe accaduto davvero. O meglio: nulla può essere più dimostrato. Le accuse si sbriciolano, anche se emergono chiare le versioni contraddittorie degli indagati e ci sono agli atti le prime timide dichiarazioni. Ma tutto sarà archiviato, la giustizia bloccata. Sono proprio i detenuti a scagionare i loro carnefici. Per paura.
Il caso di Teramo ha lo stesso sapore di altre storie rimaste ancora senza colpevoli. Solo qualche giorno fa, il caso di Giuseppe Uva, condannato a morte in una caserma dei Carabinieri; o le indagini ancora in piedi per Stefano Cucchi, ucciso a metà dalle botte e a metà dalle omissioni dei medici. Per non dire della pena ridicola per i poliziotti responsabili della morte del giovanissimo Federico Aldovrandi. E chissà quanti altri insabbiati. Chissà quanti stranieri stipati nelle nostre carceri di cui nessuno sa ne ha memoria, per cui nessuno avrà strumenti mai per chiederne giustizia.
Teramo disegna un macabro ritratto delle nostre forze d’ordine e soprattutto la consapevolezza che dietro le sbarre ci sia la terra di nessuno. Luogo senza Stato, senza legge. Uno spazio vuoto dato in pasto alla forza. Proprio in occasione dei lavori del ventunesimo Consiglio nazionale del sindacato autonomo Polizia Penitenziaria si è parlato dei problemi serissimi in cui versa la popolazione carceraria nel nostro Paese e, soprattutto, della necessità di ristabilire una diversa e più efficace politica della pena che sia fatta il più possibile, e proporzionalmente ai reati commessi, di misure alternative e di reali proposte rieducative. Un aspetto della detenzione che non importa alla pancia di tanti italiani.
Se tutto questo ha solo qualche lontana occasione di essere credibile, si deve ripartire dall’elemento fondamentale. Riportare la legge dietro le sbarre. Ristabilire la giustizia e almeno i diritti inalienabili di ciascun individuo. Punire gli assassini anche quando sono poliziotti o carabinieri. Per raccontare se questa montagna di omertà è il nemico o il pane della nostra storia. E se quello che accade dietro le sbarre non sia soltanto la replicazione più esasperata di una stessa diffusa democrazia di carta.

Rosa Ana de Santis
fonte: www.altrenotizie.org

Genova: l'Onda non si processa!

Continua l'operazione "Rewind" volta a criminalizzare il movimento dell'Onda: dopo gli arresti dello scorso luglio e le successive denunce, da venerdi 26 marzo ad oggi, sono stati notificati 7 avvisi di garanzia per travisamento ad altrettanti compagni di Genova. In contemporanea, le stesse misure hanno raggiunto altri compagni di Bologna, Venezia e Brescia. Si tratta di un chiaro intento intimidatorio, a quasi un anno di distanza dal corteo di Torino contro il g8 university summit, che mira a colpire chiunque abbia messo in atto forme di lotta contro le politiche di precarizzazione sociale e lo smantellamento dell'istruzione pubblica.
Governo e sinistra istituzionale si trovano uniti nell'opera di criminalizzazione del movimento, dimostratosi irrapresentabile e non incasellabile nelle logiche di partito e perciò scomodo a tutti quei piccoli politicanti che pretendono di decidere unilateralmente sul nostro futuro. A capo dell'operazione c'è infatti la "toga rossa", procuratore Caselli, che assieme al pm Sparagna continua nel tentativo di sgretolare il fronte comune del movimento, dividendolo tra "buoni" e "cattivi". Questo disegno di falsificazione strumentale dei fatti non raggiungerà il suo obiettivo: rivendichiamo ancora una volta che dietro a quello scudo c'eravamo tutt*.
Non saranno queste denunce a fermare la nostra lotta quotidiana. Solidarietà alle compagne e ai compagni inquisiti.

fonte: UniRiot

3 aprile 2010

CASO UVA. I carabinieri ridevano: "Uva stanotte è debole lo teniamo senza problemi"

Due carabinieri che scherzano al telefono, si preoccupano dei quotidiani che non si trovano, poi commentano i fatti di quella notte, a Varese, tra il 13 e il 14 giugno 2008, quando Giuseppe Uva viene trattenuto per due ore in caserma e poi muore all'ospedale di Circolo, fotografato dalla sorella pieno di lividi e macchie rossastre. Una telefonata che sembra smentire la ricostruzione dei carabinieri che hanno sempre parlato di "atti di autolesionismo" per giustificare le ferite di Uva. I loro colleghi, nella telefonata per la prima volta pubblica, descrivono Uva come un ragazzo "debole", che "fisicamente si può tenere".

Sono le 7 e 54 minuti. Giuseppe è in ospedale. Per un minuto e mezzo, i militari del Radiomobile ridono, si scambiano battute, poi parlano di due ragazzi fermati.
Carabiniere 1: "Paolo era impegnato con Uva Giuseppe, stanotte".
Carabiniere 2: "Si, si..".
C1: "E poi io gli ho portato qua anche il F. B. Gliel'ho detto a Mario, non so chi è tra i due.. chi è il migliore. Non lo so, Uva..".
C2: "No, no.. Uva fisicamente lo puoi tenere, tanto è debole".
C1: "Ah.."
C2: "Il B. era intenibile".

La registrazione è contenuta nel fascicolo del procedimento perché la procura aveva acquisito agli atti le registrazione di 112, 113 e 118. È così che spunta la telefonata che l'amico di Uva, Alberto Biggiogero, fa al 118. Seduto su una panca nella caserma di via Saffi, vede "il via vai di carabinieri e poliziotti". Sente "le urla di Giuseppe che echeggiano per la caserma e i colpi dal rumore sordo". Chiama il 118. "Stanno massacrando un ragazzo", dice all'operatore che chiama in caserma e chiede se deve mandare un'autoambulanza. "No, no sono due ubriachi - rispondono - ora gli togliamo i cellulari". Alberto mette a verbale di aver "udito le urla incessanti di Giuseppe per circa un'ora e mezzo ancora". Uva arriva al pronto soccorso solo molto dopo, alle 6.03. Qui prende i farmaci che lo portano alle 11.10 alla morte - secondo la procura, che ha indagato per omicidio colposo due medici - perché incompatibili con l'alcol in corpo.

"La telefonata tra i militari - dice l'avvocato degli Uva Fabio Anselmo - mina alla base la versione data dalle forze dell'ordine, che sostengono che Uva si sia procurato le ferite da solo". Nella relazione di servizio il brigadiere P. R. e l'appuntato scelto S. D. B., raggiunti in caserma da sei colleghi delle volanti, scrivono che in quelle ore "Uva è in forte stato di agitazione", che "si buttava dalla sedia, si divincolava, resisteva, dava calci contro armadio e scrivania, procurandosi lesioni lievi ed escoriazioni agli arti inferiori". Nell'audio - un loro collega cita per nome uno dei militari che ferma Uva - Giuseppe è descritto "debole", facilmente gestibile sul piano fisico, tanto che è l'altro fermato, F. B., ad creare più problemi. D'altronde lo stato fisico di Uva è uno dei tanti enigmi: il tasso alcolico di 1,6 registrato dall'autopsia, è compatibile con l'autolesionismo o provoca - come dice la letteratura medica - "sonnolenza molto intensa"?. Per questo, da tempo, la difesa chiede una nuova autopsia: la mancanza di esami radiologici ha impedito di individuare fratture. Una verifica che oggi può essere fatta solo con la riesumazione del corpo.



fonte: La Repubblica

Ferrara: Pestaggio ripreso in un video, carabiniere indagato per lesioni a ragazzo di Rovigo.

La Procura ha aperto un'inchiesta su un carabiniere in servizio al Nucleo Radiomobile di Ferrara accusandolo di lesioni aggravate ad un ragazzo della provincia di Rovigo, colpito in caserma dopo essere stato arrestato per resistenza insieme ad altri amici. Ad accusare il militare è un video registrato dalle telecamere della caserma di via del Campo, sequestrato dal pm Barbara Cavallo che ha ordinato una perizia - come scrive "La Nuova Ferrara" - per "pulire" le immagini e valutare se vi possano essere altre responsabilità.
L'incarico è stato conferito nei giorni scorsi a Alessandro Faccini. Il consulente della procura dovrebbe depositare i propri risultati in 15 giorni, termine dopo il quale il pm - da quanto si apprende -potrebbe decidere di far eseguire nuove valutazioni medico legali sulle lesioni riportate.
Il fatto è accaduto il 24 febbraio dopo l'arresto per resistenza di un gruppo di ragazzi della provincia di Rovigo, in centro città, per cui è pendente in tribunale il processo per direttissima, ora "congelato" e fissato all'11 maggio in attesa degli sviluppi della nuova inchiesta. Sono dunque aperte due indagini, una sulle resistenze e lesioni causate dai ragazzi sui carabinieri. E l'altra aperta d'ufficio dalla procura per valutare eventuali eccessi da parte dei militari, dopo quegli arresti.
Nel video, secondo quanto riferisce uno dei legali, Barbara Simoni, si vedrebbe un carabiniere che con un manganello in mano prima carica il gesto e poi colpisce un ragazzo seduto e ammanettato. Quindi si vedono altri carabinieri, da identificare, in ginocchio su un altro ragazzo. Il primo carabiniere, ora indagato per quel colpo di manganello, è stato riconosciuto dallo stesso legale, perché lo aveva assistito, come parte civile, in altri episodi di arresti per resistenza. Dopo aver visto il video e riconosciuto il militare indicandolo, ha scelto di assistere i ragazzi.
Il legale del militare indagato, Alberto Bova, sottolinea che tutto è avvenuto dopo una sorta di guerriglia all'interno della caserma con i quattro ragazzi fuori controllo che hanno aggredito i carabinieri e hanno provocato danni, ferendo gravemente cinque militari. Il legale ammette di non aver visto il video, sotto sequestro, ma da quanto gli sarebbe stato riferito non vi sarebbero immagini contro i carabinieri. E tuttavia invita alla cautela e ad attendere l'esito delle indagini della procura.


fonte: il Gazzettino.it

2 aprile 2010

Otto celerini di Bologna a giudizio per il pestaggio di Paolo Scaroni tifoso del Brescia

Otto celerini di Bologna saranno processati per il pestaggio di cinque anni fa al tifoso bresciano Paolo Scaroni. Un gip veronese, i fatti avvennero in quella città, non ha accolto la seconda richiesta di archiviazione. Entro il 9 aprile, il pm dovrà formulare il capo di imputazione non solo per quel che accadde nei pressi della stazione Porta Nuova a Scaroni, ma anche per la caccia all'uomo nei paraggi in cui rimasero ferite altre 22 persone, tutti tifosi del Brescia che il 24 settembre 2005 avevano affrontato la trasferta scaligera.
I giornali del posto riferiscono imbarazzati di una «vicenda intricata» ma fu una carica a freddo. Così ha scritto proprio Scaroni in una lunga lettera aperta a Maroni, pubblicata da Liberazione , alla vigilia del secondo tentativo di archiviazione: «Finita la partita, siamo stati scortati in stazione dalla polizia senza nessun intoppo o tensione. Dopo essermi recato al bar sottostante la stazione, stavo tornando con molta serenità al treno riservato a noi tifosi portando dell'acqua al resto della compagnia (era stata una giornata molto calda ed eravamo quasi tutti disidratati). Tutti gli altri tifosi erano già pronti sui vagoni per fare velocemente ritorno a Brescia. Mancavano pochi minuti ed i binari della stazione erano completamente deserti. Cosa alquanto strana ...Improvvisamente, senza alcun preavviso o motivo apparente, sono stato travolto da una carica di "alleggerimento" del reparto celere e picchiato a sangue, senza avere nemmeno la possibilità di ripararmi. Sottratto al pestaggio dagli amici (colpiti loro stessi dalla furia delle manganellate), sono entrato in coma nel giro di pochissimo e quasi morto. Dopo circa venti minuti sono stato caricato su un'ambulanza, osteggiata, più o meno velatamente, dallo stesso reparto che mi aveva aggredito e trasportato all'ospedale. Lì sono stato operato d'urgenza. Lì sono stato salvato. Lì sono tornato dal coma dopo molte settimane. Lì ho passato alcuni mesi della mia nuova vita. Una vita d'inferno.
Nel frattempo la mia famiglia, in uno stato d'animo che fatico ad immaginare, subiva pressioni e minacce affinché la mia vicenda mantenesse un basso profilo.
Ai miei amici non andava certo meglio, nonostante tutti gli sforzi per far uscire la verità».
Il giovane di Castenedolo, allevatore di tori, non sarebbe mai tornato come prima. «Ho perso il lavoro, sebbene abbia un padre caparbio che insiste nel mandare avanti la mia ditta, sottraendo tempo e valore ai suoi impegni.
Ho perso la ragazza. Ho perso il gusto del viaggiare (il più delle volte quelli che erano itinerari di piacere si sono trasformati in veri e propri calvari a causa delle mie condizioni fisiche), nonostante mi spinga ancora molto lontano. Ho perso soprattutto molte certezze, relative alla Libertà, al Rispetto, alla Dignità, alla Giustizia e soprattutto alla Sicurezza». La procura aprì un fascicolo contro ignoti e le indagini portarono all'individuazione di otto agenti del reparto mobile di Bologna che quel giorno, insieme ai colleghi di Verona e di Padova, aveva l'incarico di mantenere l'ordine pubblico. Nel febbraio 2009 fu lo stesso gip a iscrivere gli otto nel registro degli indagati due anni dopo che la procura aveva chiesto l'archiviazione. Il pubblico ministero presentò ricorso per Cassazione, ma la Suprema Corte riconobbe al gip la possibilità di procedere. La procura nel mese di ottobre ha chiesto la seconda archiviazione. 72 ore fa il secondo «no» e l'ordine di formulare il capo di imputazione coatta. «Se pensiamo a quanto accaduto a Genova al processo per il G8, quando ci si scontrò contro una reticenza scandalosa, penso che sarà durissima», dice l'avvocato di Scaroni.
«Per noi è una novità importante, non era scontata, visti i precedenti - ha detto Diego Piccinelli, portavoce del gruppo Brescia 1911, il gruppo di Paolo, a Radio Onda d'Urto - chi ha ridotto Paolo così non merita di gestire certe situazioni e non è degno della divisa che porta. Lo stadio non deve essere una zona franca nemmeno per i poliziotti». Proteste, scioperi del tifo, convegni, cortei: il gruppo ha provato di tutto per evitare che la vicenda di Scaroni fosse dimenticata. «Molti si sono girati dall'altra parte, la tifoseria non è stata così compatta. Ma abbiamo incontrato anche realtà diverse dalla nostra, come la radio», continua Piccinelli riferendosi a Onda d'urto e anche a Patrizia Aldrovandi a cui Paolo è legatissimo da una coincidenza. Poche ore dopo che lui sprofondò nel coma, Federico si imbatteva nelle due volanti che lo avrebbe ammazzato.
Maroni, of course, non s'è degnato di rispondere alla sua lettera ma Haidi Giuliani sì: «Vedi, Paolo, sono convinta che a Genova, oltre al disegno repressivo organizzato nelle alte sfere, ci sono stati agenti che hanno picchiato persone per il gusto di ferire, di sottomettere, di umiliare... Nel 2004 abbiamo raccolto migliaia di firme per chiedere una norma per l' identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle forze impiegate in servizio di ordine pubblico. Sono passati diversi anni e due governi ma non abbiamo ottenuto risposta. In cambio è stato reintrodotto il reato di offesa a pubblico ufficiale».

A Chiaiano c'ero anch'io !

Ciò che sta avvenendo in questi giorni a Napoli ci riempie di preoccupazione ed indignazione. L'esperienza di lotta contro la devastazione ambientale che si è prodotta negli ultimi anni tra Chiaiano e Marano e in tante aree della regione viene messa pesantemente sotto attacco. Alcuni attivisti sono stati oggetto di misure di restrizione della libertà, per eventi accaduti addirittura due anni fa!
Il 23 Maggio del 2008 tutta l'Italia ha potuto vedere come il governo schierò contro cittadini inermi, che resistevano seduti in terra a mani alzate, centinaia di poliziotti e carabinieri. Se la Repubblica è il bene comune, se la democrazia è l'autogoverno delle persone, quel giorno è stato toccato un punto assai basso della democrazia nel nostro paese. A chi era lì, accanto a migliaia di cittadini che volevano difendere la loro terra, fu impedito di documentare, ai giornalisti furono sottratte le tele camere e fuorono oggetto di aggressione da parte della forze dell'ordine come denunciò anche la FNSI.
Lo Stato d'eccezione come metodo di governo, la perpetuazione dell'emergenza come ricatto alla democrazia, ai diritti dei cittadini e alla trasparenza: nell'esibizione muscolare di quei giorni a Chiaiano è precipitata la logica che da decenni tiene in ostaggio questa terra e crea il contesto opaco in cui prosperano i rapporti tra i poteri forti e le economie criminali. La voce delle donne e degli uomini che nella sua semplice chiarezza diffidava di una democrazia da subalterni, è invece un esempio di repubblica e di protagonismo sociale, che non può essere nuovamente diffamato da una narrazione reazionaria.
Il luogo comune che racconta la resistenza i n Campania contro l'avvelenamento della terra come un coagulo di "camorristi e plebaglia" è uno stanco e insopportabile refrain, un alibi perfetto per la falsa coscienza del potere. Oggi alcuni attivisti vengono messi sotto inchiesta per aver partecipato alla costruzione di quel percorso di democrazia e partecipazione civile che Chiaiano ha rappresentato e rappresenta, vengono colpiti nella loro libertà personale, mentre per lo scempio del territorio, di quel territorio, nessuno è perseguito. Per questo eravamo e saremo tutti a Chiaiano, perché il diritto al dissenso è un bene irrinunciabile e da difendere con i denti, oggi più che mai.

Prime adesioni:

Erri De Luca - scrittore
Margherita Hack, professore emerito università di trieste
Alex Zanotelli - padre comboniano
Luigi De Magistris - Europarlamentare
Don Viatliano Della Sala
Maurizio Braucci - scittore
Prof. Angelo Baracca, Dipartimento di Fisica, Univ. di Firenze
Prof. Sergio Ulgiati, Dipartimento Scienze per l'Ambiente, Univ. Parthenope
Luca Tornatore, Astofisico, Università di Trieste
Luca Casarini - scrittore
Italo Di Sabato - Osservatorio sulla Repressione
Stefano Vecchio - Direttore Dipartimento Farmacodipendenze Asl Napoli 1
Pierpaolo Leonardi - Portavoce nazionale Rdb/Cub
Corrado Gabriele - Consigliere Pd Regione Campania
Giulio Riccio - Assessore Politiche sociali Comune di Napoli
Rino Nasti - Assessore Ambiente Comune di Napoli
Salvatore Perrotta - Sindaco di Marano
Massimo Nuvoletti - Vicesindaco di Marano
Carmine Malinconico - Presidente VIII Municipalità Comune di Napoli
Francesco Minisci - Consigliere comunale indipendente Comune di Napoli
Francesco Nicodemo - Consigliere comunale Pd Comune di Napoli
Sandro Fucito - Consigliere comunale Federazione della sinistra Comune di Napoli
Raffaele Carotenuto - Capogruppo Fed. della sinistra Comune di Napoli
Franco Moxedano - Capogruppo Idv Comune di Napoli
Stefania Fanelli - Consigliere Comune Comune di Marano di Napoli
Gianfranco Bettin - Consigliere comunale indipendente Comune di Venezia
Beppe Caccia - Consigliere comunale indipendente Comune di Venezia
Paolo Ferrero - Portavoce Nazionale Federazione della Sinistra
Maurizio Acerbo - Consigliere regionale Prc Abruzzo
Francesco Caruso - Ricercatore, Università della Calabria
Franco Piperno - Fisico, Università della Calabria
Antonello Petrillo - Docente Sociologia, Università Suor Orsola Benincasa Napoli
Federico Di Traglia - Dottorando in Scienze della Terra Università di Pisa
99 Posse - musicisti
Salvatore Carrozza - Campione intercontinentale Wbf di pugilato
Emanuele Bonaccorsi - Giornalista, autore di "Potere Assoluto"
Daniele Nalbone - Giornalista , autore di "In prima persona"
Ylenia Sina - Giornalista
Alisa Del Re, Università di Padova
Gigi Rogero, Università di Bologna
Anna Curcio, Università della Calabria
Girolamo De Michele
Alessandra Gentili educatore professionale.
Adelino Zanini
Paolo Do, Dottorando Queen Mary, University of London
Michele Barbolini - Dottorando- dipartimento di italianistica- Università di Bologna.
Luca Cadioli, Dottorando Università di Siena
Giso Amendola , Università di Salerno
Alessandro Arienzo – Ricercatore Federico II Napoli
Sandro Mezzadra – Docente Università Bologna
Andrea Capocci, dip.to di Fisica "La Sapienza"
Fernando Maggio, dottorando Università La Sapienza
Ludovica Ioppolo, Dottoranda Sociologia La Sapienza
Simone Capra, dottorando Villard de Honnecourt
Danilo Di Genova -Geologo dell'Università degli studi Roma Tre.
Gianfranco Morosato - editore (ombre corte) Verona
Fabrizio Villeggia -Provincia di Roma - gruppo "Sinistra, Ecologia e Libertà"
Manuela Costa Videomaker Officina Multimediale
OFFICINA MULTIMEDIALE - Associazione M'ArtE
Augusto Illuminati- Docente Università di Urbino
Stefano Lucarelli- Università di Bergamo
Andrea Alzetta, Consigliere indipendente Comune di Roma
Cristiana Cortesi, consigliere Municipio X Roma
Rino Fabiano, Consigliere Municipio III Roma
Gianluca Peciola, Consigliere Provinciale Roma
Carlo Vercellone
Christian Marazzi
Federico Chicchi
Spartaco Greppi - SUPSI-DSAS
Maurizio Gibertini – Officina Multimediale
Andrea Fumagalli - Università di Pavia
Avv. Giangi Giovannelli - Milano
Tiziana Terranova- Docente Università Orientale Napoli
Silvana Carotenuto- Docente Università Orientale Napoli
Francesco Raparelli, dottorando Università di Firenze
Francesco Brancaccio, dottorando Università di Roma La Sapienza
Maurizio Ricci, dottorando Università di Roma La Sapienza
Svez - musicista
Cosang

per adesioni : insurgencia@email.it

L'Aquila, avvisi di garanzia per tre manifestanti con le carriole

Alla fine sono arrivati gli avvisi di garanzia. Destinatari le tre persone che erano state identificate con le carriole domenica scorsa, giornata di votazioni elettorali, mentre camminavano per raggiungere la piazza de L'Aquila per continuare nell'opera di rimozione delle macerie che va avanti, ogni domenica, dal 28 febbraio. La notizia, diffusa da www.redattoresociale.it, precisa che ai tre si contesta di aver dato vita a una manifestazione contravvenendo al divieto, per tutto il periodo elettorale, di effettuare cortei, staffette motorizzate, fiaccolate cittadine, parate e raduni in genere.

LA DIFESA - Gli indagati, che non hanno ancora nominato avvocati di fiducia, continuano a ripetere che la loro non era una manifestazione, ma un momento di lavoro ormai solito nel capoluogo. Sulla questione è intanto arrivata anche un'interrogazione parlamentare, indirizzata al presidente del Consiglio dei Ministri e al ministro degli Interni, a firma di 6 onorevoli Radicali - Pd. Nel testo i deputati chiedono di sapere, tra le altre cose, i motivi per i quali «sono state sequestrate le carriole e quale pericolo potevano avere in mano ai manifestanti, tutti cittadini del centro storico de L'Aquila, che hanno vissuto la doppia tragedia della perdita di loro cari oltre che delle loro abitazioni» e le ragioni per le quali viene impedito ai cittadini del centro storico dell'Aquila di manifestare liberamente per denunciare il fatto che da mesi le macerie del terremoto non vengono portate via».

BERTOLASO - Intanto, Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, presente nel capoluogo d'Abruzzo per la presentazione del libro fotografico di Roberto Grillo, «Un blues per L'Aquila» è tornato a parlare del popolo delle carriole. «Vediamo se queste carriole continueranno ad esserci anche in futuro - ha commentato - intanto mi pare che quei rifiuti che devono essere puliti e quelle macerie che devono essere portate via, stiano andando via quindi il problema da questo punto di vista non si dovrebbe più porre». Secondo Bertolaso, il problema principale resta quello della ricostruzione del centro storico e poi di tutti gli altri interventi.


fonte: Corriere.it

Testimonianze: Peppe Fontana deportato al supercarcere di Badu 'e Carros

Cari compagni e compagne, devo darvi purtroppo la terribile notizia che il nostro Peppe Fontana è stato prelevato senza alcun preavviso dal carcere di Palermo (dove ancora era sottoposto a cure dopo lo sciopero della fame e della sete) e deportato nel supercarcere di massima sicurezza di Badu 'e Carros, a Nuoro, dove nel passato venivano rinchiusi i detenuti considerati più pericolosi in assoluto.
Nel messaggio che ci invia, Peppe spiega lucidamente quali violazioni della legalità siano state necessarie per questa operazione da "antiterrorismo" e che danni gli derivino (lontananza dalla famiglia, impossibilità di chiedere permessi, chiusura del dossier semilibertà).
Tramite la famiglia di Peppe ero stato informato da vari giorni di questa ritorsione da parte della direttrice del carcere palermitano, ma ho aspettato a rendere pubblica la notizia perché dovevo prima di tutto esaudire una richiesta di Peppe: e cioè che si stabilisse un contatto con dei compagni sardi. Devo dirvi che ci sono riuscito: il contatto è stabilito e Peppe ha già ricevuto un messaggio verbale di solidarietà da parte mia e nostra. Nelle condizioni di isolamento psicologico in cui si trova il mantenimento di questo canale è importantissimo e ovviamente non posso dirvi di più al riguardo.
In una lettera scritta a mano che mi ha inviato il 30 marzo, Peppe ribadisce un concetto espresso nella dichiarazione che segue: "...il rischio di trovarmi suicidato è più probabile che mai, visto che il fine è quello di zittirmi", ma che per l'appunto non di suicidio si tratterebbe visto che lui è intenzionato a lottare più di prima: sarebbe un omicidio.
La salvaguardia della vita di Peppe la considero la priorità assoluta in questo momento. Dobbiamo riuscire a spezzare il muro di silenzio che lo circonda, dobbiamo chiedere all'associazione Antigone di intervenire pesantemente (il fratello Giancarlo si è già mosso in questa direzione), ma soprattutto dobbiamo trovare un giornalista di qualche quotidiano ad alta tiratura (Corriere, Repubblica, Stampa ecc.) disposto a rendere pubblica la persecuzione giudiziaria e carceraria alla quale Peppe è sottoposto da molti anni, con accanimento particolare ora che l'espiazione della condanna inflitta (27 anni!) si avvicina alla sua conclusione naturale.... Mostra tutto
Qualcuno, evidentemente, è spaventato dall'idea che Peppe torni in libertà (o anche solo in semilibertà) e bisognerebbe riuscire a stanare questo "qualcuno".
Io non sono un granché in campo giudiziario e non sono certo la persona più indicata per vincere il silenzio stampa. Chi può mi aiuti ad aiutare Peppe.

Roberto Massari

www.prigionierodistato.it



Ferrara: Carabiniere indagato per aver picchiato un ragazzo

Nuovo caso di violenze delle forze dell'ordine di Ferrara su gente inerme ed ammanettata. Dopo l'omicidio Aldovandri, per cui il giudice di primo grado non è andato oltre lievissime condanne per omicidio colposo, questa volta sotto indagine ci sono i Carabinieri del Nucleo Radiomobile del comune emiliano. I fatti risalgono al 24 febnbraio scorso, quando il 112 viene chiamato per calmare tre ragazzi - due ecuadoregni e un peruviano - che, secondo il rapporto, stavano distruggendo tutto in centro città, probabilmente perchè ubriachi. All'arrivo dei Carabinieri, sempre secondo il rapporto, i tre danno in escandescenze, costringendo i Carabinieri ad usare la forza per fermarli, ammanettarli e caricarli in macchina, per portarli in caserma. Qui sono stati raggiunti da un altro extracomunitario, che aveva portato le chiavi della loro macchina e i documenti. A questo punto, sempre secondo il rapporto, i quattro avrebbero di nuovo dato di matto, aggredendo i Carabinieri, e scatendo un parapiglia. Tanto che il certificato medico riporta per due carabinieri una prognosi rispettivamente di 10 e 15 giorni, mentre ai ragazzi vengono diagnosticati solo 5 giorni a testa di prognosi. Anche se in questo caso è dovuto intervenire il 118 per curare uno dei ragazzi che - secondo i Carabinieri - si sarebbe ferito conficcandosi una biro nel braccio, con conseguente copiosa emorragia. Il giorno dopo i quattro sono stati processati per direttissima e condannati.
Tutto finito? No. Perchè improvvisamente esce fuori un filmato di una telecamera di sorveglianza, che qualcuno fa uscire dal segreto della caserma. Nel filmato si vede uno dei quattro ragazzi ammanettato ad una sedia, mentre di fronte a lui un Carabiniere - 44 anni di età, lunga esperienza di servizio - lo carica col manganello, colpendolo con tale violenza da far ribaltare anche la sedia. Le immagini sono estremamente violente, e sono state depositate in Procura dal difensore di uno dei ragazzi, costringendo il PM Barbara Cavallo ad ordinare una perizia sul filmato e ad indagare il Carabiniere in questione.
E qui torniamo per l'ennesima volta al solito problema delle forze dell'ordine: la loro parola in un processo ha valore di prova a tutti gli effetti, a condizione che ripeta quello che ha scritto nella relazione; e sono liberi di mentire, se vogliono, tanto anche davanti all'evidenza nessun poliziotto, carabiniere o finanziere viene punito. Come dimostrano le lievissime pene comminate ai colpevoli delle torture al G8 di Genova, ai quattro poliziotti che uccisero Aldovandri, a Luigi Spaccarotella - il poliziotto che uccise Gabriele Sandri in un'area di servizio dell'autostrada con un colpo di pistola - e ai tanti che non sono mai stati processati.


fonte: Julienews.it

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