8 aprile 2010

Caso Cucchi, Per il direttore dell'Istituto di Medicina legale "Stefano poteva essere salvato"

Il ragazzo poteva essere salvato se solo non fosse stato ricoverato nel "repartino" del Pertini. L'inchiesta dei periti del pm mette sullo sfondo le percosse ricevute e di fatto assolve carabinieri e guardie carcerarie. Ma, proprio per questo, non convince i familiari di Stefano


Non era disidratato e poteva essere salvato. Se solo, Stefano Cucchi, non fosse stato ricoverato nel “repartino” del Pertini e gli fosse stata somministrata una terapia idonea. Scienza o fantascienza? Paolo Arbarello, direttore dell'istituto di Medicina legale della Sapienza ha illustrato in una conferenza stampa le conclusioni della consulenza elaborata da un pool di esperti incaricati dai pm che conducono l’inchiesta sull’omicidio del trentunenne romano morto a sei giorni dall’interrogatorio e dall’arresto.
Da parte dell'ospedale ci sarebbe stata dunque omissione e negligenza: «In ospedale non è stata colta la gravità della situazione e determinante per la morte è stata l'omissione di un piano terapeutico adeguato. Il pestaggio, se c’è stato, non avrebbe legami con la morte e, certamente, per Albarello, la disidratazione non c’entra. Stefano aveva la vescica piena perché la sera prima di morire aveva bevuto tre bicchieri di acqua. Così i pm della procura di Roma entrano in rotta di collisione con la relazione della commissione Marino, l’inchiesta del Senato sul Ssn, e provano a spegnere i deboli fari ancora accesi sulle zone di questa storia che vedono protagoniste le divise dei carabinieri e della polizia penitenziaria. Rispunta esplicitamente la principale causa di malesseri delle persone “contenute”: la caduta. Delle due fratture alle vertebre solo una sarebbe recente e a determinarla sarebbe stata una caduta di sedere, si dice podalica. L’altra chissà. E chissà cosa abbia ridotto in quello stato la faccia del ragazzo. Non ci sarebbero segni di pugni o di colpi diretti ma anche il pool ammette che avrebbe potuto essere stato spinto violentemente contro un muro o sul pavimento, tanto da provocare la frattura.I periti del pm comunque rinunciano a interpretare quei segni concentrandosi su un quadro clinico (hanno scavato molto sulla storia del paziente riscontrando dal 2000 17 ricoveri al pronto soccorso ma senza trovare fratture) composto da alcune patologie croniche di Stefano – al fegato, ad esempio – e dalla sua magrezza eccessiva che si sarebbero combinate con una brachicardia indotta dallo stress determinato dal suo arresto. Non avrebbe perso molto peso, solo 4 chili e non 10 come aveva detto Marino, ma il suo cuore batteva solo 42 volte al minuto.
La malasanità è una versione che non convince affatto i familiari del ragazzo i cui periti sabato mattina presenteranno tutt’altre conclusioni nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio.

Checchino Antonini
www.ilmegafonoquotidiano.it

7 aprile 2010

Reggio Emilia: Sospesi per l'occupazione: gli studenti non ci stanno!

Pesanti e sproporzionate sanzioni contro il movimento degli studenti medi: sospensioni fino a 28 giorni per l'occupazione dell'istituto magistrale contro la riforma Gelmini.

Il 18 marzo a Reggio Emilia gli studenti dell'istituto magistrale Matilde di Canossa hanno deciso di occupare la loro scuola. L'iniziativa di protesta, ci spiega uno degli studenti, è nata a seguito di numerose richieste di spazi autogestiti dove costruire una scuola altra, che non fosse quella della riforma voluta dalla ministra Gelmini. A queste richieste il preside e la dirigenza avevano sempre risposto con una gestione autoritaria, che già faceva presagire le ricadute del disegno nazionale della riforma, una scuola azienda senza nessuno spazio di iniziativa critica. La giornata di occupazione è cominciata con un'assemblea per discutere della riforma ed è proseguita con diverse attività, organizzate dagli stessi studenti.
Al pomeriggio però è arrivata la risposta repressiva: gli agenti della digos all'esterno dell'edificio hanno cominciato a chiedere i documenti a chiunque entrasse nell'edificio e verso le 18 sono arrivate 8 volanti di polizia. L'istituto, che fa parte di un complesso dui quattro scuole, è stato completamente blindato: sono stati chiusi i cancelli ed è stato impedito l'ingresso a chiunque. Di fronte alla scuola e agli studenti in occupazione di sono schierati più di trenta agenti con l'intento di sgomberare con la forza l'edificio.
i ragazzi sono riusciti comunque riusciti ad aprire degli spazi di trattativa ed ottenere un'assemblea d'istituto per il giorno successivo.
L'onda lunga della repressione è tornata però a farsi sentire in questi giorni.
Ad una ragazza ed un ragazzo sono arrivate, inaspettate, le lettere di sospensione di 24 e 28 giorni. I ragazzi, "accusati" di essere gli organizzatori della protesta, non possono rientrare a scuola dopo queste vacanze di Pasqua. Altre 54 sospensioni fino a dieci giorni sarebbero in arrivo per altrettanti studenti. Una repressione sproporzionata che vuole spaventare il giusto moto di protesta degli studenti contro questa riforma.

In seguito l'appello di solidarietà degli studenti occupanti della scuola Matilde di Canossa di Reggio Emilia, firmato da molte realtà studentesche


Il 18 marzo, l'istituto magistrale Matilde di Canossa di Reggio Emilia è stato occupato dagli studenti che rivendicavano più spazi autogestiti dentro alla scuola e una gestione meno autoritaria dell'istituto, dovuta alla progressiva trasformazione della scuola pubblica in azienda voluta dalla triade Gelmini-Aprea-Tremonti, in cui gli studenti sono mere risorse economiche e in cui la cultura viene completamente distrutta, grazie al disegno di accorpamento e privatizzazione degli istituti.
Rispetto a questa presa di posizione degli studenti, la risposta da parte delle forze dell'ordine e della dirigenza dell'istituto è stata sproporzionata ed autoritaria, come mai si era visto in Italia. Otto volanti e più di trenta agenti schierati davanti alla scuola, pronti a sgomberare con la forza dopo solo una giornata di occupazione e sanzioni disciplinari pesantissime per gli occupanti. Cinquantaquattro sospensioni per un ammontare complessivo di circa quattrocento giorni, con punizioni più severe(28 e 24 giorni) per i due presunti organizzatori.
Sanzioni simili, in seguito all'occupazione di un istituto per una giornata e senza alcun danno alla struttura, non hanno precedenti nel nostro Paese e sono assolutamente spropositate ed inaccettabili. Questo dimostra la volontà della scuola reggiana di punire e disciplinare tutti quegli studenti che prendono posizioni critiche e contrarie alla gestione locale e nazionale degli istituti.
La stessa scuola reggiana, l' istituto magistrale Matilde di Canossa in primis, che si vanta dell' eccellenza formativa ed educativa, si dimostra eccellente solamente in sanzioni, disciplinamento e autoritarismo. Ricordiamo che il provveditore agli studi di Reggio Emilia Vincenzo Aiello, lo stesso che ha fatto pressioni affinchè venissero applicate dure sanzioni agli occupanti, è lo stesso che ha intimato in questi giorni a maestri e professori di alcune scuole elementari e medie, che lamentavano la mancanza di fondi per i materiali scolastici di prima necessità, di evitare proteste, in quanto di ruolo e non precari, e di non rendere pubbliche certe questioni, per evitare di procurare danni all'immagine della scuola.
Tutto questo dimostra il degrado complessivo dell'istruzione reggiana e della sua amministrazione. Un' amministrazione che nega le enormi ed evidenti problematiche scolastiche, minacciando e sanzionando chi rivendica e pretende una scuola migliore.
Rivendichiamo una scuola libera da dinamiche di controllo volte ad irregimentare le menti e i corpi, emanazione di contesti dove dirigenti scolastici e amministrativi esercitano la propria autorità in termini duri e coercitivi verso tutte quelle componenti che manifestano dissenso e disagio rispetto alla deriva raggiunta dall'impianto educativo e culturale.
Libero e vivo è il sapere cui intendiamo approdare, liberi e vivi sono i desideri che esprimiamo riappropriandoci dei nostri spazi e delle nostre voci, libera e viva è la rabbia che esprimiamo verso la struttura innalzata dal Ministero ed esercitata localmente dai suoi portavoce, siano essi provveditori o presidi schizofrenici gli studenti occupanti della Matilde di Canossa
Sottoscriviamo l'appello degli studenti occupanti dell'istituto "Matilde di Canossa" e siamo vicini e solidali a tutti quegli studenti vittime dell'autoritarismo e del disciplinamento forzato voluto dalla dirigenza dell'istituto magistrale, permesso dal clima locale e nazionale creato volutamente da chi gestisce ed amministra il sistema scuola in italia.


Per sottoscrivere l'appello: collettivistudenti.re@gmail.com
Coordinamento dei Collettivi Studenteschi - Reggio Emilia
(c.s. Zanelli - c.s. BUS - c.s. Chierici - c.s. Magistrali - c.s. Iodi)
Collettivo autonomo studentesco Modena
Studenti uniti di Parma
Collettivo autonomo Ravenna
Collettivo autonomo studentesco Bologna
RDB CUB Scuola
COBAS Scuola
Movimento studentesco di Cremona


fonte: InfoAut

6 aprile 2010

Teramo, la paura dietro le sbarre

La notizia aveva fatto il giro di tutti i quotidiani suscitando sconcerto. Persino il Ministro della Giustizia era dovuto intervenire di fronte a tanto clamore. Oggi i quotidiani locali raccontano la fine di una vicenda giudiziaria impasticciata di omertà. Il caso è quello del carcere di Teramo e dell’accusa di pestaggi, lesioni e omissioni per tre agenti penitenziari e il loro Comandante Giuseppe Luzi. Quello che dava indicazioni su dove “massacrare” un detenuto. “Meglio al piano di sotto”, diceva lui. L’audio raccontava poi del testimone scomodo, del negro che aveva visto tutto. Una confessione impeccabile. Le violenze ai danni di un detenuto, l’ansia per la rivolta che sembrava bollire nelle celle e la sensazione che la pratica ordinaria di quel luogo di pena fosse fatta di ordinari riti di violenza.
Il testimone Uzoma Emeka, soltanto un mese dopo, era morto per un tumore al cervello mai diagnosticato. Un decesso un po’ troppo repentino, il segno dell’abbandono totale in cui versano le condizioni dei detenuti, e senza dubbio una morte comoda. Le indagini subito dopo sono andate avanti a singhiozzo, fino ad arrivare ad oggi in cui viene avanzata la richiesta di archiviazione. Il magistrato ha segnalato come principale impedimento il codice di omertà che lega i detenuti e che non consente di trarre prove ed elementi sul caso né di avere dichiarazioni su cosa accade nelle celle del carcere. Ma l’omertà andrebbe chiamata per nome. E si chiama terrore.
Quello del detenuto vittima delle violenze, l’unico indagato rimasto, che ora si affanna a negare tutto. Quello che forse deve aver avuto il testimone morto all’improvviso. Così gli agenti e il loro comandante potrebbero cavarsela non negando quelle conversazioni, inconfutabili del resto, ma ricorrendo alla tesi bizzarra del “contesto”. Sarebbero stati quei giorni di tensione nel carcere e il timore di una rivolta a causare quegli sfoghi verbali, ma nulla sarebbe accaduto davvero. O meglio: nulla può essere più dimostrato. Le accuse si sbriciolano, anche se emergono chiare le versioni contraddittorie degli indagati e ci sono agli atti le prime timide dichiarazioni. Ma tutto sarà archiviato, la giustizia bloccata. Sono proprio i detenuti a scagionare i loro carnefici. Per paura.
Il caso di Teramo ha lo stesso sapore di altre storie rimaste ancora senza colpevoli. Solo qualche giorno fa, il caso di Giuseppe Uva, condannato a morte in una caserma dei Carabinieri; o le indagini ancora in piedi per Stefano Cucchi, ucciso a metà dalle botte e a metà dalle omissioni dei medici. Per non dire della pena ridicola per i poliziotti responsabili della morte del giovanissimo Federico Aldovrandi. E chissà quanti altri insabbiati. Chissà quanti stranieri stipati nelle nostre carceri di cui nessuno sa ne ha memoria, per cui nessuno avrà strumenti mai per chiederne giustizia.
Teramo disegna un macabro ritratto delle nostre forze d’ordine e soprattutto la consapevolezza che dietro le sbarre ci sia la terra di nessuno. Luogo senza Stato, senza legge. Uno spazio vuoto dato in pasto alla forza. Proprio in occasione dei lavori del ventunesimo Consiglio nazionale del sindacato autonomo Polizia Penitenziaria si è parlato dei problemi serissimi in cui versa la popolazione carceraria nel nostro Paese e, soprattutto, della necessità di ristabilire una diversa e più efficace politica della pena che sia fatta il più possibile, e proporzionalmente ai reati commessi, di misure alternative e di reali proposte rieducative. Un aspetto della detenzione che non importa alla pancia di tanti italiani.
Se tutto questo ha solo qualche lontana occasione di essere credibile, si deve ripartire dall’elemento fondamentale. Riportare la legge dietro le sbarre. Ristabilire la giustizia e almeno i diritti inalienabili di ciascun individuo. Punire gli assassini anche quando sono poliziotti o carabinieri. Per raccontare se questa montagna di omertà è il nemico o il pane della nostra storia. E se quello che accade dietro le sbarre non sia soltanto la replicazione più esasperata di una stessa diffusa democrazia di carta.

Rosa Ana de Santis
fonte: www.altrenotizie.org

Genova: l'Onda non si processa!

Continua l'operazione "Rewind" volta a criminalizzare il movimento dell'Onda: dopo gli arresti dello scorso luglio e le successive denunce, da venerdi 26 marzo ad oggi, sono stati notificati 7 avvisi di garanzia per travisamento ad altrettanti compagni di Genova. In contemporanea, le stesse misure hanno raggiunto altri compagni di Bologna, Venezia e Brescia. Si tratta di un chiaro intento intimidatorio, a quasi un anno di distanza dal corteo di Torino contro il g8 university summit, che mira a colpire chiunque abbia messo in atto forme di lotta contro le politiche di precarizzazione sociale e lo smantellamento dell'istruzione pubblica.
Governo e sinistra istituzionale si trovano uniti nell'opera di criminalizzazione del movimento, dimostratosi irrapresentabile e non incasellabile nelle logiche di partito e perciò scomodo a tutti quei piccoli politicanti che pretendono di decidere unilateralmente sul nostro futuro. A capo dell'operazione c'è infatti la "toga rossa", procuratore Caselli, che assieme al pm Sparagna continua nel tentativo di sgretolare il fronte comune del movimento, dividendolo tra "buoni" e "cattivi". Questo disegno di falsificazione strumentale dei fatti non raggiungerà il suo obiettivo: rivendichiamo ancora una volta che dietro a quello scudo c'eravamo tutt*.
Non saranno queste denunce a fermare la nostra lotta quotidiana. Solidarietà alle compagne e ai compagni inquisiti.

fonte: UniRiot

3 aprile 2010

CASO UVA. I carabinieri ridevano: "Uva stanotte è debole lo teniamo senza problemi"

Due carabinieri che scherzano al telefono, si preoccupano dei quotidiani che non si trovano, poi commentano i fatti di quella notte, a Varese, tra il 13 e il 14 giugno 2008, quando Giuseppe Uva viene trattenuto per due ore in caserma e poi muore all'ospedale di Circolo, fotografato dalla sorella pieno di lividi e macchie rossastre. Una telefonata che sembra smentire la ricostruzione dei carabinieri che hanno sempre parlato di "atti di autolesionismo" per giustificare le ferite di Uva. I loro colleghi, nella telefonata per la prima volta pubblica, descrivono Uva come un ragazzo "debole", che "fisicamente si può tenere".

Sono le 7 e 54 minuti. Giuseppe è in ospedale. Per un minuto e mezzo, i militari del Radiomobile ridono, si scambiano battute, poi parlano di due ragazzi fermati.
Carabiniere 1: "Paolo era impegnato con Uva Giuseppe, stanotte".
Carabiniere 2: "Si, si..".
C1: "E poi io gli ho portato qua anche il F. B. Gliel'ho detto a Mario, non so chi è tra i due.. chi è il migliore. Non lo so, Uva..".
C2: "No, no.. Uva fisicamente lo puoi tenere, tanto è debole".
C1: "Ah.."
C2: "Il B. era intenibile".

La registrazione è contenuta nel fascicolo del procedimento perché la procura aveva acquisito agli atti le registrazione di 112, 113 e 118. È così che spunta la telefonata che l'amico di Uva, Alberto Biggiogero, fa al 118. Seduto su una panca nella caserma di via Saffi, vede "il via vai di carabinieri e poliziotti". Sente "le urla di Giuseppe che echeggiano per la caserma e i colpi dal rumore sordo". Chiama il 118. "Stanno massacrando un ragazzo", dice all'operatore che chiama in caserma e chiede se deve mandare un'autoambulanza. "No, no sono due ubriachi - rispondono - ora gli togliamo i cellulari". Alberto mette a verbale di aver "udito le urla incessanti di Giuseppe per circa un'ora e mezzo ancora". Uva arriva al pronto soccorso solo molto dopo, alle 6.03. Qui prende i farmaci che lo portano alle 11.10 alla morte - secondo la procura, che ha indagato per omicidio colposo due medici - perché incompatibili con l'alcol in corpo.

"La telefonata tra i militari - dice l'avvocato degli Uva Fabio Anselmo - mina alla base la versione data dalle forze dell'ordine, che sostengono che Uva si sia procurato le ferite da solo". Nella relazione di servizio il brigadiere P. R. e l'appuntato scelto S. D. B., raggiunti in caserma da sei colleghi delle volanti, scrivono che in quelle ore "Uva è in forte stato di agitazione", che "si buttava dalla sedia, si divincolava, resisteva, dava calci contro armadio e scrivania, procurandosi lesioni lievi ed escoriazioni agli arti inferiori". Nell'audio - un loro collega cita per nome uno dei militari che ferma Uva - Giuseppe è descritto "debole", facilmente gestibile sul piano fisico, tanto che è l'altro fermato, F. B., ad creare più problemi. D'altronde lo stato fisico di Uva è uno dei tanti enigmi: il tasso alcolico di 1,6 registrato dall'autopsia, è compatibile con l'autolesionismo o provoca - come dice la letteratura medica - "sonnolenza molto intensa"?. Per questo, da tempo, la difesa chiede una nuova autopsia: la mancanza di esami radiologici ha impedito di individuare fratture. Una verifica che oggi può essere fatta solo con la riesumazione del corpo.



fonte: La Repubblica

Ferrara: Pestaggio ripreso in un video, carabiniere indagato per lesioni a ragazzo di Rovigo.

La Procura ha aperto un'inchiesta su un carabiniere in servizio al Nucleo Radiomobile di Ferrara accusandolo di lesioni aggravate ad un ragazzo della provincia di Rovigo, colpito in caserma dopo essere stato arrestato per resistenza insieme ad altri amici. Ad accusare il militare è un video registrato dalle telecamere della caserma di via del Campo, sequestrato dal pm Barbara Cavallo che ha ordinato una perizia - come scrive "La Nuova Ferrara" - per "pulire" le immagini e valutare se vi possano essere altre responsabilità.
L'incarico è stato conferito nei giorni scorsi a Alessandro Faccini. Il consulente della procura dovrebbe depositare i propri risultati in 15 giorni, termine dopo il quale il pm - da quanto si apprende -potrebbe decidere di far eseguire nuove valutazioni medico legali sulle lesioni riportate.
Il fatto è accaduto il 24 febbraio dopo l'arresto per resistenza di un gruppo di ragazzi della provincia di Rovigo, in centro città, per cui è pendente in tribunale il processo per direttissima, ora "congelato" e fissato all'11 maggio in attesa degli sviluppi della nuova inchiesta. Sono dunque aperte due indagini, una sulle resistenze e lesioni causate dai ragazzi sui carabinieri. E l'altra aperta d'ufficio dalla procura per valutare eventuali eccessi da parte dei militari, dopo quegli arresti.
Nel video, secondo quanto riferisce uno dei legali, Barbara Simoni, si vedrebbe un carabiniere che con un manganello in mano prima carica il gesto e poi colpisce un ragazzo seduto e ammanettato. Quindi si vedono altri carabinieri, da identificare, in ginocchio su un altro ragazzo. Il primo carabiniere, ora indagato per quel colpo di manganello, è stato riconosciuto dallo stesso legale, perché lo aveva assistito, come parte civile, in altri episodi di arresti per resistenza. Dopo aver visto il video e riconosciuto il militare indicandolo, ha scelto di assistere i ragazzi.
Il legale del militare indagato, Alberto Bova, sottolinea che tutto è avvenuto dopo una sorta di guerriglia all'interno della caserma con i quattro ragazzi fuori controllo che hanno aggredito i carabinieri e hanno provocato danni, ferendo gravemente cinque militari. Il legale ammette di non aver visto il video, sotto sequestro, ma da quanto gli sarebbe stato riferito non vi sarebbero immagini contro i carabinieri. E tuttavia invita alla cautela e ad attendere l'esito delle indagini della procura.


fonte: il Gazzettino.it

2 aprile 2010

Otto celerini di Bologna a giudizio per il pestaggio di Paolo Scaroni tifoso del Brescia

Otto celerini di Bologna saranno processati per il pestaggio di cinque anni fa al tifoso bresciano Paolo Scaroni. Un gip veronese, i fatti avvennero in quella città, non ha accolto la seconda richiesta di archiviazione. Entro il 9 aprile, il pm dovrà formulare il capo di imputazione non solo per quel che accadde nei pressi della stazione Porta Nuova a Scaroni, ma anche per la caccia all'uomo nei paraggi in cui rimasero ferite altre 22 persone, tutti tifosi del Brescia che il 24 settembre 2005 avevano affrontato la trasferta scaligera.
I giornali del posto riferiscono imbarazzati di una «vicenda intricata» ma fu una carica a freddo. Così ha scritto proprio Scaroni in una lunga lettera aperta a Maroni, pubblicata da Liberazione , alla vigilia del secondo tentativo di archiviazione: «Finita la partita, siamo stati scortati in stazione dalla polizia senza nessun intoppo o tensione. Dopo essermi recato al bar sottostante la stazione, stavo tornando con molta serenità al treno riservato a noi tifosi portando dell'acqua al resto della compagnia (era stata una giornata molto calda ed eravamo quasi tutti disidratati). Tutti gli altri tifosi erano già pronti sui vagoni per fare velocemente ritorno a Brescia. Mancavano pochi minuti ed i binari della stazione erano completamente deserti. Cosa alquanto strana ...Improvvisamente, senza alcun preavviso o motivo apparente, sono stato travolto da una carica di "alleggerimento" del reparto celere e picchiato a sangue, senza avere nemmeno la possibilità di ripararmi. Sottratto al pestaggio dagli amici (colpiti loro stessi dalla furia delle manganellate), sono entrato in coma nel giro di pochissimo e quasi morto. Dopo circa venti minuti sono stato caricato su un'ambulanza, osteggiata, più o meno velatamente, dallo stesso reparto che mi aveva aggredito e trasportato all'ospedale. Lì sono stato operato d'urgenza. Lì sono stato salvato. Lì sono tornato dal coma dopo molte settimane. Lì ho passato alcuni mesi della mia nuova vita. Una vita d'inferno.
Nel frattempo la mia famiglia, in uno stato d'animo che fatico ad immaginare, subiva pressioni e minacce affinché la mia vicenda mantenesse un basso profilo.
Ai miei amici non andava certo meglio, nonostante tutti gli sforzi per far uscire la verità».
Il giovane di Castenedolo, allevatore di tori, non sarebbe mai tornato come prima. «Ho perso il lavoro, sebbene abbia un padre caparbio che insiste nel mandare avanti la mia ditta, sottraendo tempo e valore ai suoi impegni.
Ho perso la ragazza. Ho perso il gusto del viaggiare (il più delle volte quelli che erano itinerari di piacere si sono trasformati in veri e propri calvari a causa delle mie condizioni fisiche), nonostante mi spinga ancora molto lontano. Ho perso soprattutto molte certezze, relative alla Libertà, al Rispetto, alla Dignità, alla Giustizia e soprattutto alla Sicurezza». La procura aprì un fascicolo contro ignoti e le indagini portarono all'individuazione di otto agenti del reparto mobile di Bologna che quel giorno, insieme ai colleghi di Verona e di Padova, aveva l'incarico di mantenere l'ordine pubblico. Nel febbraio 2009 fu lo stesso gip a iscrivere gli otto nel registro degli indagati due anni dopo che la procura aveva chiesto l'archiviazione. Il pubblico ministero presentò ricorso per Cassazione, ma la Suprema Corte riconobbe al gip la possibilità di procedere. La procura nel mese di ottobre ha chiesto la seconda archiviazione. 72 ore fa il secondo «no» e l'ordine di formulare il capo di imputazione coatta. «Se pensiamo a quanto accaduto a Genova al processo per il G8, quando ci si scontrò contro una reticenza scandalosa, penso che sarà durissima», dice l'avvocato di Scaroni.
«Per noi è una novità importante, non era scontata, visti i precedenti - ha detto Diego Piccinelli, portavoce del gruppo Brescia 1911, il gruppo di Paolo, a Radio Onda d'Urto - chi ha ridotto Paolo così non merita di gestire certe situazioni e non è degno della divisa che porta. Lo stadio non deve essere una zona franca nemmeno per i poliziotti». Proteste, scioperi del tifo, convegni, cortei: il gruppo ha provato di tutto per evitare che la vicenda di Scaroni fosse dimenticata. «Molti si sono girati dall'altra parte, la tifoseria non è stata così compatta. Ma abbiamo incontrato anche realtà diverse dalla nostra, come la radio», continua Piccinelli riferendosi a Onda d'urto e anche a Patrizia Aldrovandi a cui Paolo è legatissimo da una coincidenza. Poche ore dopo che lui sprofondò nel coma, Federico si imbatteva nelle due volanti che lo avrebbe ammazzato.
Maroni, of course, non s'è degnato di rispondere alla sua lettera ma Haidi Giuliani sì: «Vedi, Paolo, sono convinta che a Genova, oltre al disegno repressivo organizzato nelle alte sfere, ci sono stati agenti che hanno picchiato persone per il gusto di ferire, di sottomettere, di umiliare... Nel 2004 abbiamo raccolto migliaia di firme per chiedere una norma per l' identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle forze impiegate in servizio di ordine pubblico. Sono passati diversi anni e due governi ma non abbiamo ottenuto risposta. In cambio è stato reintrodotto il reato di offesa a pubblico ufficiale».

A Chiaiano c'ero anch'io !

Ciò che sta avvenendo in questi giorni a Napoli ci riempie di preoccupazione ed indignazione. L'esperienza di lotta contro la devastazione ambientale che si è prodotta negli ultimi anni tra Chiaiano e Marano e in tante aree della regione viene messa pesantemente sotto attacco. Alcuni attivisti sono stati oggetto di misure di restrizione della libertà, per eventi accaduti addirittura due anni fa!
Il 23 Maggio del 2008 tutta l'Italia ha potuto vedere come il governo schierò contro cittadini inermi, che resistevano seduti in terra a mani alzate, centinaia di poliziotti e carabinieri. Se la Repubblica è il bene comune, se la democrazia è l'autogoverno delle persone, quel giorno è stato toccato un punto assai basso della democrazia nel nostro paese. A chi era lì, accanto a migliaia di cittadini che volevano difendere la loro terra, fu impedito di documentare, ai giornalisti furono sottratte le tele camere e fuorono oggetto di aggressione da parte della forze dell'ordine come denunciò anche la FNSI.
Lo Stato d'eccezione come metodo di governo, la perpetuazione dell'emergenza come ricatto alla democrazia, ai diritti dei cittadini e alla trasparenza: nell'esibizione muscolare di quei giorni a Chiaiano è precipitata la logica che da decenni tiene in ostaggio questa terra e crea il contesto opaco in cui prosperano i rapporti tra i poteri forti e le economie criminali. La voce delle donne e degli uomini che nella sua semplice chiarezza diffidava di una democrazia da subalterni, è invece un esempio di repubblica e di protagonismo sociale, che non può essere nuovamente diffamato da una narrazione reazionaria.
Il luogo comune che racconta la resistenza i n Campania contro l'avvelenamento della terra come un coagulo di "camorristi e plebaglia" è uno stanco e insopportabile refrain, un alibi perfetto per la falsa coscienza del potere. Oggi alcuni attivisti vengono messi sotto inchiesta per aver partecipato alla costruzione di quel percorso di democrazia e partecipazione civile che Chiaiano ha rappresentato e rappresenta, vengono colpiti nella loro libertà personale, mentre per lo scempio del territorio, di quel territorio, nessuno è perseguito. Per questo eravamo e saremo tutti a Chiaiano, perché il diritto al dissenso è un bene irrinunciabile e da difendere con i denti, oggi più che mai.

Prime adesioni:

Erri De Luca - scrittore
Margherita Hack, professore emerito università di trieste
Alex Zanotelli - padre comboniano
Luigi De Magistris - Europarlamentare
Don Viatliano Della Sala
Maurizio Braucci - scittore
Prof. Angelo Baracca, Dipartimento di Fisica, Univ. di Firenze
Prof. Sergio Ulgiati, Dipartimento Scienze per l'Ambiente, Univ. Parthenope
Luca Tornatore, Astofisico, Università di Trieste
Luca Casarini - scrittore
Italo Di Sabato - Osservatorio sulla Repressione
Stefano Vecchio - Direttore Dipartimento Farmacodipendenze Asl Napoli 1
Pierpaolo Leonardi - Portavoce nazionale Rdb/Cub
Corrado Gabriele - Consigliere Pd Regione Campania
Giulio Riccio - Assessore Politiche sociali Comune di Napoli
Rino Nasti - Assessore Ambiente Comune di Napoli
Salvatore Perrotta - Sindaco di Marano
Massimo Nuvoletti - Vicesindaco di Marano
Carmine Malinconico - Presidente VIII Municipalità Comune di Napoli
Francesco Minisci - Consigliere comunale indipendente Comune di Napoli
Francesco Nicodemo - Consigliere comunale Pd Comune di Napoli
Sandro Fucito - Consigliere comunale Federazione della sinistra Comune di Napoli
Raffaele Carotenuto - Capogruppo Fed. della sinistra Comune di Napoli
Franco Moxedano - Capogruppo Idv Comune di Napoli
Stefania Fanelli - Consigliere Comune Comune di Marano di Napoli
Gianfranco Bettin - Consigliere comunale indipendente Comune di Venezia
Beppe Caccia - Consigliere comunale indipendente Comune di Venezia
Paolo Ferrero - Portavoce Nazionale Federazione della Sinistra
Maurizio Acerbo - Consigliere regionale Prc Abruzzo
Francesco Caruso - Ricercatore, Università della Calabria
Franco Piperno - Fisico, Università della Calabria
Antonello Petrillo - Docente Sociologia, Università Suor Orsola Benincasa Napoli
Federico Di Traglia - Dottorando in Scienze della Terra Università di Pisa
99 Posse - musicisti
Salvatore Carrozza - Campione intercontinentale Wbf di pugilato
Emanuele Bonaccorsi - Giornalista, autore di "Potere Assoluto"
Daniele Nalbone - Giornalista , autore di "In prima persona"
Ylenia Sina - Giornalista
Alisa Del Re, Università di Padova
Gigi Rogero, Università di Bologna
Anna Curcio, Università della Calabria
Girolamo De Michele
Alessandra Gentili educatore professionale.
Adelino Zanini
Paolo Do, Dottorando Queen Mary, University of London
Michele Barbolini - Dottorando- dipartimento di italianistica- Università di Bologna.
Luca Cadioli, Dottorando Università di Siena
Giso Amendola , Università di Salerno
Alessandro Arienzo – Ricercatore Federico II Napoli
Sandro Mezzadra – Docente Università Bologna
Andrea Capocci, dip.to di Fisica "La Sapienza"
Fernando Maggio, dottorando Università La Sapienza
Ludovica Ioppolo, Dottoranda Sociologia La Sapienza
Simone Capra, dottorando Villard de Honnecourt
Danilo Di Genova -Geologo dell'Università degli studi Roma Tre.
Gianfranco Morosato - editore (ombre corte) Verona
Fabrizio Villeggia -Provincia di Roma - gruppo "Sinistra, Ecologia e Libertà"
Manuela Costa Videomaker Officina Multimediale
OFFICINA MULTIMEDIALE - Associazione M'ArtE
Augusto Illuminati- Docente Università di Urbino
Stefano Lucarelli- Università di Bergamo
Andrea Alzetta, Consigliere indipendente Comune di Roma
Cristiana Cortesi, consigliere Municipio X Roma
Rino Fabiano, Consigliere Municipio III Roma
Gianluca Peciola, Consigliere Provinciale Roma
Carlo Vercellone
Christian Marazzi
Federico Chicchi
Spartaco Greppi - SUPSI-DSAS
Maurizio Gibertini – Officina Multimediale
Andrea Fumagalli - Università di Pavia
Avv. Giangi Giovannelli - Milano
Tiziana Terranova- Docente Università Orientale Napoli
Silvana Carotenuto- Docente Università Orientale Napoli
Francesco Raparelli, dottorando Università di Firenze
Francesco Brancaccio, dottorando Università di Roma La Sapienza
Maurizio Ricci, dottorando Università di Roma La Sapienza
Svez - musicista
Cosang

per adesioni : insurgencia@email.it

L'Aquila, avvisi di garanzia per tre manifestanti con le carriole

Alla fine sono arrivati gli avvisi di garanzia. Destinatari le tre persone che erano state identificate con le carriole domenica scorsa, giornata di votazioni elettorali, mentre camminavano per raggiungere la piazza de L'Aquila per continuare nell'opera di rimozione delle macerie che va avanti, ogni domenica, dal 28 febbraio. La notizia, diffusa da www.redattoresociale.it, precisa che ai tre si contesta di aver dato vita a una manifestazione contravvenendo al divieto, per tutto il periodo elettorale, di effettuare cortei, staffette motorizzate, fiaccolate cittadine, parate e raduni in genere.

LA DIFESA - Gli indagati, che non hanno ancora nominato avvocati di fiducia, continuano a ripetere che la loro non era una manifestazione, ma un momento di lavoro ormai solito nel capoluogo. Sulla questione è intanto arrivata anche un'interrogazione parlamentare, indirizzata al presidente del Consiglio dei Ministri e al ministro degli Interni, a firma di 6 onorevoli Radicali - Pd. Nel testo i deputati chiedono di sapere, tra le altre cose, i motivi per i quali «sono state sequestrate le carriole e quale pericolo potevano avere in mano ai manifestanti, tutti cittadini del centro storico de L'Aquila, che hanno vissuto la doppia tragedia della perdita di loro cari oltre che delle loro abitazioni» e le ragioni per le quali viene impedito ai cittadini del centro storico dell'Aquila di manifestare liberamente per denunciare il fatto che da mesi le macerie del terremoto non vengono portate via».

BERTOLASO - Intanto, Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, presente nel capoluogo d'Abruzzo per la presentazione del libro fotografico di Roberto Grillo, «Un blues per L'Aquila» è tornato a parlare del popolo delle carriole. «Vediamo se queste carriole continueranno ad esserci anche in futuro - ha commentato - intanto mi pare che quei rifiuti che devono essere puliti e quelle macerie che devono essere portate via, stiano andando via quindi il problema da questo punto di vista non si dovrebbe più porre». Secondo Bertolaso, il problema principale resta quello della ricostruzione del centro storico e poi di tutti gli altri interventi.


fonte: Corriere.it

Testimonianze: Peppe Fontana deportato al supercarcere di Badu 'e Carros

Cari compagni e compagne, devo darvi purtroppo la terribile notizia che il nostro Peppe Fontana è stato prelevato senza alcun preavviso dal carcere di Palermo (dove ancora era sottoposto a cure dopo lo sciopero della fame e della sete) e deportato nel supercarcere di massima sicurezza di Badu 'e Carros, a Nuoro, dove nel passato venivano rinchiusi i detenuti considerati più pericolosi in assoluto.
Nel messaggio che ci invia, Peppe spiega lucidamente quali violazioni della legalità siano state necessarie per questa operazione da "antiterrorismo" e che danni gli derivino (lontananza dalla famiglia, impossibilità di chiedere permessi, chiusura del dossier semilibertà).
Tramite la famiglia di Peppe ero stato informato da vari giorni di questa ritorsione da parte della direttrice del carcere palermitano, ma ho aspettato a rendere pubblica la notizia perché dovevo prima di tutto esaudire una richiesta di Peppe: e cioè che si stabilisse un contatto con dei compagni sardi. Devo dirvi che ci sono riuscito: il contatto è stabilito e Peppe ha già ricevuto un messaggio verbale di solidarietà da parte mia e nostra. Nelle condizioni di isolamento psicologico in cui si trova il mantenimento di questo canale è importantissimo e ovviamente non posso dirvi di più al riguardo.
In una lettera scritta a mano che mi ha inviato il 30 marzo, Peppe ribadisce un concetto espresso nella dichiarazione che segue: "...il rischio di trovarmi suicidato è più probabile che mai, visto che il fine è quello di zittirmi", ma che per l'appunto non di suicidio si tratterebbe visto che lui è intenzionato a lottare più di prima: sarebbe un omicidio.
La salvaguardia della vita di Peppe la considero la priorità assoluta in questo momento. Dobbiamo riuscire a spezzare il muro di silenzio che lo circonda, dobbiamo chiedere all'associazione Antigone di intervenire pesantemente (il fratello Giancarlo si è già mosso in questa direzione), ma soprattutto dobbiamo trovare un giornalista di qualche quotidiano ad alta tiratura (Corriere, Repubblica, Stampa ecc.) disposto a rendere pubblica la persecuzione giudiziaria e carceraria alla quale Peppe è sottoposto da molti anni, con accanimento particolare ora che l'espiazione della condanna inflitta (27 anni!) si avvicina alla sua conclusione naturale.... Mostra tutto
Qualcuno, evidentemente, è spaventato dall'idea che Peppe torni in libertà (o anche solo in semilibertà) e bisognerebbe riuscire a stanare questo "qualcuno".
Io non sono un granché in campo giudiziario e non sono certo la persona più indicata per vincere il silenzio stampa. Chi può mi aiuti ad aiutare Peppe.

Roberto Massari

www.prigionierodistato.it



Ferrara: Carabiniere indagato per aver picchiato un ragazzo

Nuovo caso di violenze delle forze dell'ordine di Ferrara su gente inerme ed ammanettata. Dopo l'omicidio Aldovandri, per cui il giudice di primo grado non è andato oltre lievissime condanne per omicidio colposo, questa volta sotto indagine ci sono i Carabinieri del Nucleo Radiomobile del comune emiliano. I fatti risalgono al 24 febnbraio scorso, quando il 112 viene chiamato per calmare tre ragazzi - due ecuadoregni e un peruviano - che, secondo il rapporto, stavano distruggendo tutto in centro città, probabilmente perchè ubriachi. All'arrivo dei Carabinieri, sempre secondo il rapporto, i tre danno in escandescenze, costringendo i Carabinieri ad usare la forza per fermarli, ammanettarli e caricarli in macchina, per portarli in caserma. Qui sono stati raggiunti da un altro extracomunitario, che aveva portato le chiavi della loro macchina e i documenti. A questo punto, sempre secondo il rapporto, i quattro avrebbero di nuovo dato di matto, aggredendo i Carabinieri, e scatendo un parapiglia. Tanto che il certificato medico riporta per due carabinieri una prognosi rispettivamente di 10 e 15 giorni, mentre ai ragazzi vengono diagnosticati solo 5 giorni a testa di prognosi. Anche se in questo caso è dovuto intervenire il 118 per curare uno dei ragazzi che - secondo i Carabinieri - si sarebbe ferito conficcandosi una biro nel braccio, con conseguente copiosa emorragia. Il giorno dopo i quattro sono stati processati per direttissima e condannati.
Tutto finito? No. Perchè improvvisamente esce fuori un filmato di una telecamera di sorveglianza, che qualcuno fa uscire dal segreto della caserma. Nel filmato si vede uno dei quattro ragazzi ammanettato ad una sedia, mentre di fronte a lui un Carabiniere - 44 anni di età, lunga esperienza di servizio - lo carica col manganello, colpendolo con tale violenza da far ribaltare anche la sedia. Le immagini sono estremamente violente, e sono state depositate in Procura dal difensore di uno dei ragazzi, costringendo il PM Barbara Cavallo ad ordinare una perizia sul filmato e ad indagare il Carabiniere in questione.
E qui torniamo per l'ennesima volta al solito problema delle forze dell'ordine: la loro parola in un processo ha valore di prova a tutti gli effetti, a condizione che ripeta quello che ha scritto nella relazione; e sono liberi di mentire, se vogliono, tanto anche davanti all'evidenza nessun poliziotto, carabiniere o finanziere viene punito. Come dimostrano le lievissime pene comminate ai colpevoli delle torture al G8 di Genova, ai quattro poliziotti che uccisero Aldovandri, a Luigi Spaccarotella - il poliziotto che uccise Gabriele Sandri in un'area di servizio dell'autostrada con un colpo di pistola - e ai tanti che non sono mai stati processati.


fonte: Julienews.it

31 marzo 2010

Nettuno: manifestazione celebrativa SS d'Italia

«Il Comitato delle associazioni della Resistenza di Roma e Lazio ha incaricato uno studio legale di denunciare alla Procura dalla Repubblica gli organizzatori della manifestazione celebrativa delle SS Italiane inquadrate nelle forze armate naziste, svoltasi a Nettuno il 14 marzo 2010, per aver violato le leggi che proibiscono l'apologia del fascismo». Lo rende noto l'Anpi Roma e Lazio.
Il 14 marzo scorso infatti si è tenuta al sacrario dei caduti della Repubblica Sociale Italiana di Nettuno una celebrazione per ricordare il prof. Pio Filippani Ronconi, Ufficiale combattente del II Battaglione SS italiane «Vendetta», ferito in azione di guerra sul fronte di Nettuno. Al ricordo hanno preso parte un centinaio di persone che hanno deposto una corona di alloro con un nastro tricolore con la scritta «Il mio onor si chiama fedeltà».
LA REAZIONE DEL SINDACO - Solidarietà ai partigiani viene espressa dal sindaco di Nettuno Alessio Chiavetta. Il giovane primo cittadino del Pd, 32 anni, afferma di preferire la «commemorazione di chi ha combattuto per la libertà e la democrazia e che si trova sepolto proprio qui, al cimitero americano di Nettuno. Il più grande d'Europa».

fonte: Corriere della Sera

Roma: Durante l'incontro di Berlusconi a Sky la digos ferma ed identifica due giovani per "sfoggio di cultura scomoda"

Lo scorso venerdì 27 marzo nel Palazzo di Sky sulla Via Salaria a Roma, quando Berlusconi è arrivato con la sua scorta armata (fino ai denti) per un’intervista in diretta, due uomini della sicurezza interna dell’edificio, scoprivano che nel dipartimento dei grafici, su una grande vetrata di circa 4 metri per 4, era stato affisso un foglietto formato A4 bianco, con stampata una frase, la frase è la seguente “Odiare i mascalzoni è cosa nobile” frase di Marco Fabio Quintiliano, un intellettuale nato nel 35 d.C. a Calagurris in Spagna e poi trasferitosi a Roma
Quindi due ragazzi del reparto grafici dell’edificio di Sky avevano trovato condivisibile quella frase e l’hanno appiccicata. Gli uomini della sicurezza dell’edificio, la sicurezza interna, hanno notato quella scritta e hanno segnalato la cosa alla guardia presidenziale, alla scorta del Presidente del Consiglio e a quel punto è successo qualcosa che per una democrazia è AI LIMITI DELL’INCREDIBILE, anzi è oltre: due agenti ben tarchiati della Digos, due montagne umane sono piombate nel piano dove c’è questa vetrata, hanno constatato che era effettivamente stato affisso quel foglietto con quella scritta, hanno chiuso tutte le finestre per evitare che si vedesse da fuori quello che stavano facendo (evidentemente rendendosi conto che stavano facendo qualcosa di grosso) dopodiché uno dei due dopo aver sequestrato il corpo del reato, il foglietto, ha fatto irruzione dentro l’ufficio dei grafici, si è diretto verso il computer principale, si è messo ad armeggiare alla tastiera, ha cercato di aprire gli ultimi file aperti per cercare di incastrare, di individuare colui che aveva scritto e stampato quella scritta, ma purtroppo per lui i grafici non usano il mouse, usano la tavoletta grafica e questo agente non la sapeva usare, per cui ha chiesto a una persona lì presente, a una ragazza di aiutarlo a aprire gli ultimi file, nel tentativo di smascherare gli autori dell’orrendo misfatto, senza sapere che peraltro i due ragazzi erano già stati portati sotto, all’ingresso, interrogati da un’altra coppia di agenti della Digos e avevano immediatamente dichiarato, dato che non avevano niente da nascondere, di avere stampato e affisso loro quella scritta.
A quel punto sono stati identificati e da quello che risulta stavano per essere portati in Questura, non si sa se fosse un provvedimento di fermo, cosa volessero fare a questi due ragazzi, ma soprattutto quale reato avessero commesso? “Affissione di messaggi di Quintiliano?”, “citazioni latine proibite?”, “porto abusivo di cultura latina?”, non si sa quale sia il reato che avevano individuato questi somari che avevano ritenuto delittuoso un comportamento assolutamente legittimo e secondo me anche doveroso, sta di fatto che poi interviene un componente dell’ufficio legale della società che riesce a scongiurare almeno che questi vengano portati via dalla Polizia.


Per la video testimonianza, ecco:
http://www.youtube.com/watch?v=5jESPvWLovY

Morte di Stefano Frapporti: Archiviato il caso

Stefano Frapporti si è impiccato nella cella numero 5 del carcere di via Prati per "autonoma e libera scelta, verosimilmente favorita dalle condizioni stressanti che un arresto inevitabilmente comporta", ma le motivazioni profonde del gesto restano - secondo il gip Riccardo Dies che firma il decreto di archiviazione depositato alcuni giorni fa - "imperscrutabili" e "non emergono in alcun modo elementi idonei a configurare una penale responsabilità a carico di terzi per quanto avvenuto".
Le tre pagine abbondanti di motivazione sono uno scrupolo piuttosto raro nelle procedure di archiviazione, che di norma si limitano al semplice dispositivo: poche righe per dire che gli atti sono destinati all'archivio. Con ogni evidenza, il gip Dies intendeva dimostrare di non aver preso la vicenda sottogamba e il documento affronta ogni singolo elemento sollevato dal legale della famiglia Frapporti, l'avvocato trentino Giampietro Mattei.
Innanzi tutto, Dies sostiene che per quanto l'assunzione di cannabis comprovata dai modesti quantitativi di Thc trovato nel corpo di Frapporti possa "aver favorito" un effetto depressivo, non è qui che va cercata la causa della decisione di togliersi la vita. Il gip scrive che non si possono rimproverare gli agenti della polizia penitenziaria, poiché Frapporti, dal suo ingresso in carcere (ore 23.15) fino a quando è stato trovato senza vita (ore 00.05) non aveva manifestato "un tono dall'umore depresso", "intrattenendo una conversazione col personale del carcere del tutto serena". La decisione di togliersi la vita appare "un evento del tutto imprevedibile e inevitabile".
L'ultimo controllo alla cella numero 5 è stato eseguito alle 23.35 "senza che fosse rilevato segno di anomalia". Infondati poi, secondo il giudice, i rimproveri per il mancato controllo del detenuto, il mancato sequestro del laccio dei pantaloni della tuta e la tempestività nei tentativi di rianimazione. Secondo il referto medico legale, l'"impiccamento atipico", con il nodo scorsoio in posizione laterale sinistra, conduce in soli dieci secondi alla perdita di conoscenza e alla morte per anossia dell'encefalo. Il laccio inoltre non era visibile e comunque sarebbe stato valutato non idoneo "per ottenere un effetto tanto devastante". Quanto ai due buchi rilevati sul braccio e di cui la famiglia chiede conto risalirebbero a "48 ore prima del decesso", quando Frapporti era ancora libero. Infine l'arresto: obbligatorio perché con oltre 100 grammi di hashish in casa non era ipotizzabile l'uso personale. Mentre l'ipotesi di formazione di prove false da parte dei carabinieri è "al limite della calunnia".

Fonte: Il Trentino

Chiaiano, tolleranza zero

Incendio, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio, furto sono le accuse mosse ieri dalla procura di Napoli a cinque protagonisti delle proteste contro l'apertura della discarica di Chiaiano del maggio 2008. Si sono mossi gli uomini della Digos per irrompere di mattina molto presto nelle case di tre attivisti del centro sociale Insurgencia e in quella di due ragazzi residenti nella zona dello sversatoio, per uno di loro gli arresti domiciliari e per altri quattro l'obbligo di firma. L'impianto accusatorio è di quelli a tinte forti: incendi, esplosione di ordigni con la partecipazione di frange del tifo organizzato e di pregiudicati. «Gli indagati - riferiscono fonti di polizia - sono coinvolti in numerose altre indagini e gravati da pregiudizi penali».
Un dispiegamento di forze che arriva dopo due anni. «In due anni 15 processi con accuse assurde e tutte da provare, oltre 40 le persone rinviate a giudizio a vario titolo, una schedatura di massa con richieste a comparire in questura senza fondamento giuridico, che si è arrestata grazie all'intervento degli avvocati» ricorda Antonio Musella, portavoce di Insurgencia, che prova a raccontare un'altra storia, quella di un presidio capace di fare esposti in procura contro gli sversamenti abusivi di rifiuti, di smascherare l'occultamento dell'amianto mai bonificato e lo smaltimento illegale di rifiuti speciali.
«I fatti contestati - spiega Antonio - riguardano il presunto danneggiamento di un autobus avvenuto durante le violentissime cariche della polizia del 23 maggio 2008. Furono feriti dai manganelli decine e decine di cittadini che protestavano a mani alzate contro l'avanzata della polizia. Lo stesso Romolo Sticchi, giornalista del Tg3, fu manganellato e gli fu distrutta la telecamera». Stesso clima il giorno successivo, le successive cariche provocarono la caduta di due ragazzi da un muretto, un volo di oltre dieci metri che provocò loro la rottura di entrambe le gambe. Picchiate anche una donna anziana trascinata via di peso, anche la nipote adolescente che mangiava un gelato, finita in ospedale con la frattura del braccio. L'esercito schierato, gli elicotteri e la zona militarizzata. Berlusconi con il consiglio dei ministri a Napoli ogni due settimane per varare le leggi speciali, mentre Bertolaso sfoggiava il piglio decisionista. Prima degli scandali che hanno investito la protezione civile, le sanzioni della comunità europea e i rifiuti che riappaiono in Campania da sotto il tappeto.
Tra gli attivisti da isolare a tutti i costi, secondo la procura, Egidio Giordano, Davide Brignola e Pietro Spaccaforno, quest'ultimo il più temuto con l'obbligo di firma quotidiano. Cosa lo rende così pericoloso? «Il sei maggio facemmo un blocco stradale - racconta - una signora ci diede una vecchia auto che non usava più. Mi hanno accusato di furto e processato per direttissima e hanno minacciato la signora di accusarla di complicità. Il 23, poi, ero pericolosamente armato con un megafono, ero 10 metri dietro le donne sedute a terra e dicevo loro di non alzarsi, di non lanciare nulla. Mi presero e trascinarono nella camionetta. Mi lasciarono libero solo la sera alle 21, accusandomi di aggressione, lesione e resistenza. Impossibile che fossi fuori a mettere bombe esplosive, come sostengono loro». Accanimento evidente anche per Egidio, arrestato a L'Aquila dalla Digos locale su delega della procura di Torino per l'inchiesta sugli scontri nel capoluogo piemontese precedenti il G8 abruzzese. «Aveva appena smesso di andare a firmare e gli ricomunicarono la stessa misura» commenta ironico Pietro. Il presidio però non disarma: ieri hanno occupato l'ottava municipalità con lo slogan «giù le mani dai nostri figli».


Adriana Pollice da il manifesto

29 marzo 2010

Napoli: Fermati 5 attivisti del presidio contro la discarica di Chiaiano

Un'operazione della Digos della Questura di Napoli stamattina ha portato al fermo di cinque persone, prelevate all'alba nelle loro abitazioni. Tre attivisti del Laboratorio Insurgencia una delle principali anime del Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano, ed altri due giovani residenti nel quartiere a nord di Napoli.L'accusa per tutti è quella di aver partecipato alle mobilitazioni contro l'apertura della discarica di Chiaiano, in particolar modo quelle del maggio del 2008.L'inchiesta della Procura di Napoli porta all'applicazione degli arresti domiciliari per Pietro Spaccaforno ed all'obbligo di firma quotidiano per Egidio Giordano, Davide Brignola e gli altri due giovani.I fatti contestati, riguardano il presunto danneggiamento di un'autobus avvenuto durante le violentissime cariche della polizia che il 23 maggio del 2008 portarono al ferimento di decine e decine di cittadini che protestavano a mani alzate contro l'avanzata della polizia. In quell'occasione molti poterono testimoniare anche la violenza esercitata nei confronti della stampa, Romolo Sticchi giornalista del Tg 3 fu manganellato e gli fu distrutta la telecamera.Una giornata di inaudita violenza delle forze dell'ordine contro i cittadini in mobilitazione che continuò il giorno seguente, il 24 maggio con nuove cariche che portarono al ferimento di due cittadini che cadderro da un parapetto, inseguiti dai carabinieri che caricavano, facendo un volo di oltre dieci metri riportando la rottura di entrambe le gambe.Questo il contesto reale in cui si svolsero i fatti.Per le lotte di Chiaiano i processi ormai non si contano più, oltre quaranta le persone rinviate a giudizio a vario titolo, in quella che è stata senza dubbio la lotta più matura contro il ciclo dei rifiuti in Campania, capace di fare esposti in Procura contro gli sversamenti abusivi di rifiuti, capace di smascherare l'occultamento dell'amianto ritrovato nella cava dall'esercito e dalla Protezione Civile, capace di vivere in diverse lotte nel nostro paese.Il prossimo 1 maggio il Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano copirà il suo terzo anno di attività, a dimostrazione di come, la sedimentazione di quel processo di trasformazione sociale e ribellione si sia sedimentato nonostante la repressione, nonostante le botte, nonostante l'apertura della discarica. Nessuna fredda vendetta può fermare la determinazione di chi, alla luce del sole, ha deciso di riprendersi la possibilità di scegliere sul proprio futuro.
Oggi come ieri....No Pasaran !!
Liberi tutti ! Liberi Subito !

28 marzo 2010

La madre di Marcello Lonzi ha presentato "opposizione" alla richiesta di archiviazione

La madre di Marcello Lonzi, il giovane morto nel carcere di Livorno l'11 luglio del 2003 e sul cui corpo erano evidenti vistosi segni da trauma, ha presentato «opposizione alla richiesta di archiviazione proposta dalla Procura». Lo ha detto l'avvocato Matteo Dinelli che tutela gli interessi della famiglia. «Riteniamo che su questa vicenda servano ulteriori approfondimenti - spiega il legale - perché nelle indagini condotte finora ci sono ancora vuoti investigativi che vanno colmati. In particolare, chiediamo al giudice per le indagini preliminari di ordinare nuovi accertamenti di carattere medico-legale, ma anche di carattere testimoniale. E' francamente poco credibile che le vaste ferite e lesioni presenti sul corpo di Marcello siano state procurate dalla caduta dal letto della cella in conseguenza di un infarto». I consulenti della procura, infatti, sono giunti alla conclusione che la causa della morte è da attribuirsi alle patologie cardiache del detenuto mentre le sue fratture sterno-costali sarebbero dovute alle manovre rianimatorie tentate su Lonzi ormai agonizzante.

Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto.

Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto. Dopo la presunta storia della relazione sentimentale con la moglie di uno dei militari che lo avevano fermato, insieme con un suo amico, la sera del 13 giugno nelle strade di Varese, vengono a galla nuovi sconcertanti particolari sulla vicenda del suo decesso. Il 15 giugno proprio l'amico di Uva, Alberto Biggiogero, consegna una denuncia per lesioni, ingiurie e minacce alla procura della repubblica. Nell'esposto si descrive uno scenario da incubo: l'atteggiamento aggressivo dei militi, in particolare di uno di loro che subito apostrofa Uva, gridandogli «cercavo proprio te», e poi «un'ora e mezzo di pestaggio» nella caserma di via Saffi, la chiamata al 118, l'intervento dell'ambulanza bloccato, il sequestro del telefonino. Quello stesso 15 giugno, sia Uva che Biggiogero, furono a loro volta denunciati per «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone», come riporta il processo verbale redatto dai due militari dell'Arma che avevano bloccato i due amici in piazza Madonnina del Prato. Sarà interessante conoscere l'ora esatta in cui furono depositate le due denuncie, per sapere quale venne presentata prima, e se quella dei carabinieri fu solo una risposta all'esposto di Bigioggero per tentare di giustificare il fermo a posteriori. Tuttavia qualunque sia la risposta a questa domanda, nulla potrà cambiare il fatto che a quella data Uva era già cadavere da almeno ventiquattro ore. Perché i carabinieri hanno aspettato tanto? L'anomalia, se così vogliamo chiamarla, portata alla luce da alcuni quotidiani locali, è davvero gigantesca e si aggiunge alle tante ombre e domande, ancora senza risposta, che circondano l'intera vicenda. L'artigiano di 43 anni venne fatto ricoverare in un reparto psichiatrico dai carabinieri che chiesero per lui un Tso presso l'ospedale di Circolo. Uno stratagemma per farlo sembrare pazzo e depotenziare preventivamente una sua eventuale denuncia per il trattamento subìto. Chi avrebbe dato retta ad uno squilibrato certificato con un trattamento sanitario obbligatorio? Ad Uva venne somministrata una terapia sedativa incompatibile con l'alcool assunto nella serata precedente. Poche ore dopo, alle 10.30 del 14 giugno, spirò per insufficienza respiratoria e edema polmonare. Ovviamente la versione ufficiale del decesso, stilata dopo una sommaria autopsia che stranamente non contemplò esami radiologici per verificare l'esistenza di eventuali fratture ossee, nonostante l'evidente presenza sul corpo di ematomi, traumi e tracce di sangue, non ha mai persuaso i familiari. L'inquietante dinamica dei fatti, la procedura illegale del fermo, le tracce di percosse sul corpo, sollevano troppi dubbi. Di punti oscuri la vicenda ne ha fin troppi: come le dichiarazioni, ignorate, del comandante del posto di polizia presso l'ospedale che nel suo rapporto esclude la natura «non traumatica» della morte e rileva «una vistosa ecchimosi rosso-bluastra» sul naso, e che «le ecchimosi proseguono su tutta la parete dorsale». Il poliziotto registrava anche l'assenza di slip e la presenza sui pantaloni, «tra il cavallo e la zona anale di una macchia di liquido rossastro», mentre la sorella ricorda di aver visto «tracce di sangue dall'ano». A proposito degli slip, in un'informativa inviata quindici giorni dopo la morte, i carabinieri sostengono di non essere in grado di dire se l'uomo indossasse o meno gli slip, perché «al momento dell'intervento dei militari non venne perquisito» . Affermazione che secondo l'avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, è in palese contrasto con le relazioni presentate dall'Arma dopo i fatti. In quei rapporti, sostiene sempre il legale, «i militari mostravano di sapere di ferite sulle gambe di Giuseppe, che però aveva i jeans». I suoi slip non sono mai stati rinvenuti, al loro posto la sorella, giunta all'obitorio, ha trovato un pannolone. Circostanza che solleva inquietanti sospetti, ad oggi ancora mai fugati, sulla possibilità che siano stati fatti sparire perché intrisi di sangue, e possibile prova di sevizie praticate nella parte posteriore del corpo. Le domande senza risposta non finiscono certo qui. A detta sempre di Lucia Uva, il carabiniere più giovane, presente al momento dell'arresto, sarebbe stato trasferito quindici giorni dopo la morte di suo fratello. Nessuno dei carabinieri coinvolti nella vicenda o degli agenti della polizia di Stato, stranamente accorsi in forze nel Comando dei carabinieri la sera del pestaggio, è mai stato ascoltato fino ad oggi dai magistrati che indagano. E' di ieri la notizia che due cronisti della stampa locale, uno della Prealpina e l'altro della Provincia di Varese , sono stati sentiti in procura per «sommarie informazioni testimoniali». La convocazione, secondo un'interpretazione apparsa su alcuni quotidiani, sarebbe dovuta a degli articoli poco apprezzati in procura. Intanto l'eco mediatica raggiunta dalla vicenda ha sbloccato l'iter giudiziario: il gip ha fissato per il 9 giugno prossimo l'udienza preliminare nei confronti dei due medici che hanno accettato il Tso e somministrato i farmaci, accusati di omicidio colposo, sempre che la riapertura delle indagini sulla verifica del movente sentimentale e la nuova autopsia richiesta dalla famiglia non dimostri che Uva subì traumi tali da indebolire il suo fisico di 69 chili, al punto da non sopportare il Tso. In questo caso sarebbero i carabinieri a dover rispondere di omicidio preterintenzionale.

fonte: Liberazione

L'Aquila, torna il popolo delle carriole. E trova la Digos: "Manifestazione vietata"

"OGGETTO: Verbale di sequestro di una carriola, in pessimo stato di conservazione, con contenitore in ferro di colore blu, con legatura in ferro sotto il contenitore, e cerchio ruota di colore viola, e di due pale con manico in legno a carico di...". Questo il testo del verbale di sequestro della Digos che oggi è intervenuta contro il 'popolo delle carriole' tornato, come già annunciato dai comitati cittadini, nel centro storico dell'Aquila. In circa duecento persone sono arrivati nonostante il divieto della prefettura motivato dal silenzio elettorale.Il sequestro della carriole da parte delle forze dell'ordine è stato immediato. Una è stata tolta perfino dalle mani di un bambino dieci anni, Andrea. In tutto, gli uomini della Digos ne hanno sequestrate un quindicina per metterle dentro i furgoni. Venti carriole sono state solo respinte, non ammesse, e sono restate fuori dal centro storico.Era un'eventualità attesa e gli organizzatori hanno attuato una strategia diversiva. Sono entrati lo stesso al centro storico come normali cittadini, e una volta entrati hanno preso alcune carriole che avevano nascosto precentemente dentro un tendone a piazza Duomo.Poi hanno formato un corteo sulla via principale che si è diretto verso piazza Nove Martiri. La Digos è rimasta a guardare, ma ha provveduto a identificare tutti i manifestanti. La piazza è invasa dalle macerie e il popolo della carriole si è messo al lavoro sotto la lente di decine di telecamere prima di riunirsi in assemblea. Anche questa, vietata. "La Digos ha preso i nomi di decine di noi - dicono i manifestanti -. Vogliono denunciarci. Intimidirci. Noi ci autodenunceremo tutti come portatori delle carriole...".
fonte: La Repubblica

26 marzo 2010

Testimonianze: Storia di ordinario razzismo

Innanzi tutto mi presento: sono François un ragazzo "ItaloHaitiano"; mamma Haitiana ed il papà italiano (deceduto da poco)... Sono il terzo di 3 fratelli tutti nati in italia ma, il fatto accaduto Venerdì 19-03-2010 mi da la riconferma che. . . .purtroppo il razzismo è sempre presente e non è assolutamente una cosa piacevole. Solitamente frequento altri posti la sera, ma questa sera io ed i miei 2 fratelli abbiamo deciso di recarci all'Hotelcostez (Cazzago S.M. Brescia )ci avviciniamo al locale e subito il buttafuori si avvicina e dice :"ragazzi VOI non potete entrare!!!"; gli chiediamo spiegazioni e la risposta è stata: "dai lo sapete!" abbiamo approfondito le motivazioni(nel frattempo il "tizio ci invitava ad allontanarci e si infilava dei guanti in pelle..."non per il freddo"). . . la motivazione è stata : SIETE EXTRACOMUNITARI, NON VI POSSO FARE ENTRARE! ASSURDO!!!ovviamente siamo entrati , ma per tutte le 2 ore della permanenza eravamo " scortati " con l'insistenza di lasciare il locale!!!(la discussione è proseguita all'esterno perchè il clima era "molto"teso) Sono senza parole !!!nervoso,offeso... è proprio brutto tutto ciò!
La questione non finisce qui; ci torneremo per sottolineare il fatte che tutto ciò non è ammissibile, l'unica consolazione è che molti clienti rimanevano allibiti e sconcertati dell'accaduto!
un saluto François .(Haitalian Style)

25 marzo 2010

Torino: Fermati 10 studenti per.... volantinaggio!

Nella giornata di martedi oggi alcuni studenti torinesi sono stati fermati dalla polizia mentre volantinavano sui mezzi pubblici durante una iniziativa contro il caro trasporti. Ancora un ennesimo atto di repressione nei confronti degli studenti. Nel 2010, in una Torino che per un anno si auto-celebra come "città dei giovani", fare una semplice iniziativa di sensibilizzazione sui costi che toccano i più giovani (studenti minorenni senza reddito... e presto anche senza scuola) può costare un fermo (intimidatorio) di polizia (che tale resta anche se "municipale").
Alleghiamo il volantino:

ADESSO CI RIPRENDIAMO TUTTO a cominciare da quelle necessità che tutti noi studenti sentiamo più urgenti: riprenderci gli spazi che ci vediamo negati e la possibilità di muoverci all’interno della nostra città.
Questi nostri bisogni sono ostacolati dall'alto prezzo di abbonamenti e biglietti, centinaia di euro che è impensabile pagare per un servizio definito pubblico, soprattutto in un periodo di grave crisi economica.
Ogni anno infatti i nostri genitori sono costretti a sborsare un minimo di 200 euro per permetterci di andare ogni mattina a scuola.
A questa grande spesa non corrisponde però un buono stato del servizio: i pullman sono pochi e affollati, in brutte condizioni e costantemente in ritardo.
Le famiglie sono però obbligate a spendere per questo servizio centinaia di euro, che si vanno a sommare all'ingente costo dei libri e alla tassa d'iscrizione a scuola che si fa sempre più alta, vista la disastrosa situazione finanziaria in cui versano tutti gli istituti dopo i tagli presenti nell'ultima finanziaria e nella riforma Gelmini, appena approvata.
Riteniamo che le spese che dobbiamo sostenere ogni anno per l'abbonamento, esattamente come le centinaia di euro che spendiamo per i libri di testo, limitino il nostro diritto allo studio e rendano la scuola un servizio non gratuito e di conseguenza non accessibile a tutti.

DIRITTO ALLA MOBILITA' PER UN REALE DIRITTO ALLO STUDIO!
BIGLIETTI E ABBONAMENTI MENO CARI PER GLI STUDENTI!
GTT, CI HAI RUBATO TANTO:
ADESSO CI RIPRENDIAMO TUTTO!
K.S.A. (Kollettivo Studenti Autorganizzati) - http://www.ksatorino.it/
fonte: InfoAut

Rovigo: Dodicenne stuprata da un poliziotto

Si è spacciato per un ragazzo di 17 anni, le ha inviato foto fasulle poi è passato a prenderla, l'ha caricata in macchina e l'ha violentata. L'"orco" è un agente delle volanti della questura di Rovigo, accusato di violenza sessuale su una ragazzina di appena 12 anni. Il coltello sul cruscotto della macchina. L'uomo, M.T., 30 anni, di Bosaro (Rovigo), aveva contattato la piccola fingendosi un diciassettenne e inviandole un mms con una fotografia fasulla. L'aveva poi caricata sulla propria automobile, tenendo sul cruscotto in bella vista un coltello e approfittando fino in fondo del proprio ruolo e della maggiore età. Le promesse: facciamolo ancora, avrai regali. Successivamente alla prima violenza sessuale, aveva tentato di costringere la bambina ad avere altri rapporti con lui, inviandole messaggi con promessa di regali e ricariche telefoniche. La piccola si è infine confidata con la famiglia. Dopo la denuncia del padre della vittima, sono stati gli agenti della questura rodigina a indagare sul collega, a seguirne le mosse e infine ad incastrarlo. M.T. è stato arrestato su ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del tribunale di Rovigo, Carlo Negri. Ad eseguire l'arresto è stata la squadra mobile di Rovigo.

23 marzo 2010

Il caso di Giuseppe Uva pestato e ucciso in caserma dai Carabinieri

Emergono nuove circostanze che gettano una luce ancora più inquietante sulla morte di Giuseppe Uva, l'uomo di 43 anni morto il 14 giugno del 2008 nell'ospedale di Varese dopo un pestaggio subito nella caserma dei carabinieri.
Sembra che tra lui e uno dei militi che lo avevano fermato la notte precedente ci fossero degli screzi personali legati a una donna. Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme ad Uva, e che racconta di aver sentito le grida atroci dell'amico provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso tanto da chiamare il centralino del 118 per chiedere un intervento (circostanza che ha trovato piena conferma dalla registrazione della telefonata e dai successivi contatti del 118 con la caserma), ha sostenuto in un'intervista che Uva «aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere e questo, in seguito, aveva promesso di fargliela pagare». Biggiogero non sa chi fosse questa donna, ma la sera del fermo per schiamazzi notturni accadde qualcosa di molto simile a quanto paventato dall'amico. Nella dettagliata denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrive la scena: «Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando "Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!"», quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse. Insomma, stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un esponente dell'Arma che avrebbe coinvolto altri suoi colleghi. La presenza in passato di uno screzio con i carabinieri, sempre per questioni di donne (Uva era incensurato), viene confermato anche dalla sorella dell'uomo, Lucia. D'altronde la descrizione del corpo martoriato di Uva, in particolare le tracce di sangue sul retro dei pantaloni, la scomparsa degli slip, il sangue attorno ai testicoli e alla zona anale, lasciano supporre il ricorso a sevizie di natura sessuale compatibili col movente indicato. L'avvocato Anselmo, legale della famiglia, è più prudente e preferisce procedere con metodo: «Basterebbe poter consultare il traffico delle chiamate in uscita e in entrata sull'utenza del cellulare di Uva per accertare la verità». Per questo nei prossimi giorni depositerà una memoria avanzando diverse richieste per la riapertura delle indagini, tra cui la riesumazione della salma affinché venga realizzata una nuova autopsia finalizzata a nuovi accertamenti medico-legali sulla natura delle ecchimosi e dei lividi raffigurati nelle foto e la presenza di eventuali fratture e altri traumi. Nel frattempo il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, ha rivendicato «il corretto operato dei colleghi titolari del procedimento». In un comunicato ha reso noto che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese da Alberto Biggiogero ed accertare ulteriori ipotesi di determinismo sull'accadimento». Non vi sarebbero per il momento persone iscritte nel fascicolo degli indagati, ma a detta del procuratore «sono state espletate ulteriori attività istruttorie e altre ne verranno svolte, nel caso con la possibile partecipazione dei difensori». Per quanto riguarda, invece, il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei due medici del reparto di psichiatria dell'ospedale di Varese che diedero assistenza a Uva durante il ricovero, il procuratore ha sottolineato che «si è in attesa della fissazione della prima udienza preliminare». A ventuno mesi dalla morte di Giuseppe Uva cominciano a trovare conferma molti elementi che smentiscono la versione ufficiale fornita dalle autorità. Tuttavia numerose domande attendono ancora risposta, tra queste il numero dei militi dell'Arma e degli agenti della polizia di Stato presenti nella caserma la notte tra il 13 e 14 giugno e perché questi non sono mai stati ascoltati. Il velo di omertà, la catena di complicità e il muro dell'impunità di Stato cadranno?



Luca Bresci

22 marzo 2010

Giustizia: Se i tutori dell’ordine calpestano i diritti della persona

Ora è ufficiale: secondo la commissione parlamentare Stefano Cucchi è stato sottoposto a tortura che ha provocato fratture e poi lasciato morire in un reparto ospedaliero carcerario (reparti che sono illegittimi in quanto non rispettano i diritti costituzionali e che, pertanto, chiediamo che vangano chiusi). Sarebbe opportuno simbolicamente che la regione Lazio, che ne ha parte di responsabilità, procedesse alla chiusura immediata del reparto carcerario del Pertini. Si muore in carcere e di carcere, come è avvenuto nel reparto transito del carcere di Livorno il 4 marzo scorso a Snoussi Habib, 30 anni.
Un carcere quello di Livorno dove negli ultimi 10 anni sono avvenute più di venti morti. Tra questi Marcello Lonzi, suicida secondo la versione ufficiale anche se le perizie sembrano parlare di una brutta fine, come nel caso di Aldo Bianzino e altre 10-100 vite spezzate mentre il proprio destino è sottoposto al controllo di un’autorità. In questo contesto ci tocca ritenere un risultato il recente esito dell’appello del processo sulle torture di stato perpetrate a Bolzaneto, dove tutti gli imputati hanno trovato condanna, seppur prescritta.
Ma tanto è, nell’Italia dei centri di detenzione per stranieri dove l’identificazione e l’umiliazione dura 6 mesi, dove la fabbrica della paura della Bossi-Fini-Giovanardi aggravata dall’ex Cirielli producono patrie galere con cifre da capogiro: 66.700 detenuti che sfondano la "capienza massima regolamentare", posta a 43 mila reclusi, e una media di meno di cinque metri quadri a disposizione per ogni detenuto.
Carceri che grondano di suicidi (già 14 dall’inizio dell’anno, 20 volte di più che nella vita libera) e dove il piano carceri dell’attuale governo sembra più preoccupato a fare gli ennesimi regali ai signori della calcestruzzo piuttosto che a cercare di trovare concrete soluzioni. Un governo che non ha alcuna intenzione di introdurre il reato di tortura nel codice penale e la figura del garante nazionale delle persone private della libertà personale, due leggi previste praticamente in tutti gli ordinamenti democratici dell’occidente, Italia esclusa. Un governo che preferisce accanirsi sulle leggi ad personam e sulle leggi contro la persona. Un governo di un paese dove si dimentica Rosarno e si additano i genitori di alunni stranieri come "speculatori" dello stato che offre istruzione a tutti e ha in cambio genitori extra Ue che ne approfittano, a loro dire, per evitare espulsioni.


Giovanni Russo Spena
Gennaro Santoro

«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale». Parla il legale Fabio Anselmo

«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale. Era disperata per l'insensibilità riscontrata rispetto alle sue aspettattive di giustizia». Fabio Anselmo, legale ferrarese, all'epoca era impegnato nel processo per i depistaggi nell'inchiesta Federico Aldrovandi e nelle prime indagini sull'omicidio di Stefano Cucchi. Ora ha accettato il nuovo incarico.
Giuseppe Uva, 43 anni, per lavoro guidava la gru e posava ferri nei cantieri. Lo hanno arrestato i carabinieri di Varese mentre spostava certe transenne per bloccare una strada. Era il 14 giugno 2008, le tre di notte, e Uva era un po' sbronzo. «Chi lo arrestò lo conosceva, lo chiamò per nome», ricostruisce Anselmo: gli disse, più o meno, "proprio tu! sei cascato male!", cominciarono gli spintoni. Le carte in mano alla famiglia «sono scarne», dice l'avvocato ma sono inquietanti. Intanto c'è la querela di Alberto Biggioggero, portato pure lui in caserma perché aveva tentato di difendere l'amico. Da lì chiamerà il 118 atterrito dalle urla che venivano dalla stanza dell'interrogatorio. Ma, al 118, l'Arma minimizza l'accaduto e sequestra il cellulare di Alberto. «La stranezza è che poi Uva verrà dipinto come un indemoniato. Possibile che una procura non senta il dovere di approfondire?», si chiede il legale. E in ospedale Uva ci andrà e certi farmaci incompatibili con l'alcool lo avrebbero ammazzato. «Ma Uva non era seguito dai servizi di salute mentale. Era una persona normale e non un delinquente incallito. C'erano tracce di sangue tra l'ano e i testicoli, lo sanno anche i poliziotti di turno in ospedale che segnalano che la morte non poteva non essere di origine traumatica come, invece, la struttura sanitaria cercava di escludere. Perché quel carabiniere conosceva Uva? Abbiamo bisogno immediato di alcuni atti di indagine e c'è tempo fino a giugno. Dopo due anni dai fatti, altrimenti, non sarà più possibile. E' urgente che si possano incrociare i tabulati telefonici di Uva e del carabiniere».
Quando Anselmo ha ascoltato il racconto di Lucia ha pensato che la storia fosse «troppo grossa per essere vera». Poi ha visto le foto e letto il verbale dell'unico interrogatorio nel fascicolo, quello del comandante delle volanti. «Il primo pm aveva messo bene a fuoco la questione chiedendo come fosse possibile che in una sera normale tutte le volanti di turno fossero nel cortile della caserma dei carabinieri. Però l'inchiesta è passata di mano. Altro non so». Biggioggero, che sporge una querela dettagliatissima, non è ancora stato mai sentito.
52 anni, cattolico, iscritto al Pd proveniente dalla Margherita. Anselmo era noto per essere l'avvocato dei casi di malasanità e mai, almeno da 12 anni, in difesa di medici. «Solo vittime», precisa a Liberazione . Finché, nel 2005, un ispettore della digos lo presenta agli Aldrovandi che lo presenteranno ai Rasman e ai Cucchi che lo metteranno in contatto con la famiglia Uva. «Il caso Aldrovandi - spiega - ha inciso sulle coscienze mostrando ciò che può accadere a un ragazzo normale anche fuori da contesti di piazza o di stadio. Quella di Aldro è una vicenda emblematica anche per quello che è successo subito dopo, i depistaggi. Queste vicende sono isolate ma troppo numerose, la recrudescenza di episodi è dovuta alla garanzia di impunità non scritta ma che si verifica puntualmente. Un film costante: l'autolesionismo attribuito alle vittime, il processo al loro stile di vita (tossico, ubriacone, per non dire se capita che sia pregiudicato), l'evidenza negata, i comportamenti particolarmente arroganti e aggressivi contro chi si oppone al silenzio omertoso».
Veniamo al caso Cucchi. La sensazione di Anselmo è che l'indagine sia ferma, che i pm siano in attesa delle conclusioni dei consulenti. Intanto la relazione della commissione parlamentare mette molta enfasi sulla morte per
disidratazione. «I primi a dirlo furono i nostri consulenti che però non credono che la disidratazione sia un fenomeno biologico slegato dai traumi subiti. Pazzesco che si sia cercato di far passare una frattura coccigea, recentissima, come una malformazione genetica per ridurre gli effetti del politraumatismo».
Non è troppo vicina al rene quella vertebra rotta? «Le criticità sulle funzioni renale e urinaria possono essere determinate dalle complicanze neurologiche di quella frattura della vertebra L3 in quella posizione. Il blocco renale può anche essere conseguenza dei traumi subiti. Se si dice che è solo colpa dei medici si configura un dolo eventuale, non un omicidio colposo».

Checchino Antonini

Caso Uva: rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell'ordine

E' stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell'ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un'altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l'avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po' brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare "bischerate", come in Amici miei . Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all'italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell'allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d'annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell'Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell'Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, come è accaduto a Federico Aldovrandi , viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino , uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L'autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell'addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L'intervento del 113 finisce in tragedia. L'uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell'abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi , invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell'indifferenza e l'incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni , il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell'ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L'autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu , l'ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l'hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come "diversi", troppo originali. Insomma segnalano un problema d'intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l'irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un'epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù si rovescia nel suo esatto contrario.

Paolo Persichetti

20 marzo 2010

Caso Lonzi, la vergogna continua: la Procura annuncia l'archiviazione. L'indignazione della madre.



Il caso Lonzi è archiviato. Questa è la vergognosa decisione della Procura di Livorno e del Pm Giaconi circa la morte di Marcello Lonzi nel carcere delle Sughere di Livorno nell'ormai lontano luglio 2003.
La notizia ha iniziato a circolare già da questa mattina quando i giornalisti hanno chiamato la madre, Maria Ciuffi, per annunciarle la triste notizia. Un fulmine a ciel sereno, visto che Maria stava raccogliendo soldi proprio per controbattere all'ultima perizia medico-legale dell'Università di Siena e attendeva la relazione del suo medico legale di fiducia che avrebbe smontato punto per punto quella della collega senese.
Invece la Procura ha deciso anche senza la seconda controperizia. Ma la cosa ancora più strana e grave è che la madre e gli avvocati erano stati convocati dal pm Giaconi il 25 marzo prossimo per la chiusura delle indagini, mentre i giornalisti sono venuti a saperlo già oggi rendendo inutile a questo punto l'incontro del 25.
Nelle 19 pagine che la Procura ha inviato all'avvocato Dinelli che assiste Maria Ciuffi, il Pm Giaconi ha ripercorso tutta la storia del caso dal 2003 ad oggi arrivando alla conclusione che la morte è avvenuta per insufficienza cardiocircolatoria mentre le costole rotte sono dovute al tentativo di rianimazione. Secondo Maria Ciuffi invece da questa relazione mancano alcune testimonianze chiave e non vengono messe in evidenza le omissioni e le contraddizioni che ci sono state in questa vicenda.
Maria Ciuffi in questo momento è una donna distrutta, che vede sfumare 7 anni di battaglie, tuttavia ha annunciato che non si arrenderà e già dalle prossime ore potrebbe annunciare clamorose proteste fino anche al ricorso a Strasburgo.
Da parte nostra riteniamo scandaloso che questa morte non abbia trovato nemmeno un processo dove essere accertata e che in ogni caso non ci sia nemmeno un imputato non tanto per omicidio (indagato per omicidio era il compagno di cella che tuttavia Maria Ciuffi ha sempre ritenuto estraneo), ma nemmeno per omessa vigilanza (erano indagati due guardie). Insomma, se qualcuno sperava che si andasse ad un processo per reati minori tanto per far vedere che si cercava quantomeno un po' di verità, è andato anch'esso deluso. La linea scelta è stata quella dell'insabbiamento all'italiana, la stessa del Moby Prince e la stessa che probabilmente colpirà anche il caso Cucchi la cui morte è stata da poco derubricata a "disidratazione".



fonte: SenzaSoste

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