20 marzo 2010

Cucchi, sepolto all'insaputa della famiglia. E intanto si scopre un altro caso di morte per violenza. Delle forze dell'ordine

Stefano Cucchi è stato sepolto dieci giorni fa all’insaputa della famiglia. Ieri i familiari si sono rivolti all’agenzia funebre incaricata di svolgere le esequie e così hanno scoperto che il corpo di Stefano era già stato tumulato nel cimitero di san Gregorio senza che fossero stati avvertiti. Picchiato e lasciato morire nella solitudine e l’indifferenza, Stefano ha subito anche l’ultimo oltraggio.
Ma il caso Cucchi ha scoperto una polveriera. Luigi Manconi, presidente di "A Buon Diritto" ed ex sottosegretario alla Giustizia ha denunciato «un altro caso Cucchi, forse peggio del caso Cucchi». È accaduto quasi due anni fa, il 14 giugno 2008, a Varese. Giuseppe Uva, 43enne fermato in stato di ubriachezza è morto dopo "violenze sistematiche e ininterrotte". Manconi denuncia anche la somministrazione, in ospedale, di farmaci incompatibili con la precedente assunzione di alcolici.
Questa la ricostruzione-denuncia di Manconi: "Fermato in stato di ebbrezza alle 3 del mattino del 14 giugno 2008, in una strada di Varese, in balia di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all'interno della caserma di via Saffi, Giuseppe Uva, 43 anni, per tre ore subisce violenze, sistematiche e ininterrotte: ecchimosi al volto e in varie parti del corpo, macchie di sangue tra il pube e la regione anale". "Un testimone - riferisce Manconi in una nota - parla di urla strazianti che si ripetono per ore. L'intervento del 118, sollecitato dal testimone in questione, viene rifiutato dal entralinista della caserma". Poi, "alle 5 del mattino, incredibilmente, dalla stessa caserma si chiede l'applicazione del trattamento sanitario obbligatorio per Uva, che verrà trasportato prima al pronto soccorso e poi al reparto psichiatrico ell`ospedale di Circolo".
E proprio qui, "secondo quanto accertato dall'indagine, gli vengono somministrati medicinali incompatibili con l'assunzione di alcol". Giuseppe Uva muore alle ore 10.30: "Nonostante le dettagliate testimonianze sulle responsabilità di carabinieri e polizia, in merito alle continue ripetute violenze subite, si procede contro ignoti", sottolinea il presidente di A buon diritto.
Due giorni fa l'Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi e, prima, dei genitori di Federico Aldrovandi, ha assunto il patrocinio di Lucia Uva, sorella di Giuseppe, come persona offesa dal reato.

19 marzo 2010

Taranto: Crolla l'impianto accusatori contro i compagni. Tutti assolti

Si è concluso il procedimento cosiddetto "No Global", a carico di 19 militanti dei COBAS, dei Comitati di Quartiere e di altre strutture di base di questa città. La Corte d'Assise ha assolto con formula piena tutti gli imputati. Dunque oggi, ciò che da sempre è stato definito come un procedimento farsa riceve l'imprimatur anche da un punto di vista giudiziario.
E' stato riconosciuto, come in realtà è sempre stato, che le lotte condotte in tutti quegli anni, come quelle attuali hanno la piena legittimità di esistere ed il diritto-dovere di porre in essere, per cambiare in positivo questo territorio, questo Paese e per costruire un nuovo mondo possibile, fatto di uguaglianza e diritti. E' chiaro che la legittimità di queste lotte prima ancora dell'odierna assoluzione era data dalla grandissima solidarietà che gli imputati ricevettero dai
lavoratori, dai precari, dagli ambientalisti, dalle associazioni di base e dai cittadini di questo territorio, compreso anche chi pur in una legittima diversità politica, riconosceva il valore e la giustezza di quelle lotte. Quest'assoluzione non ci esime però dal continuare a denunciare che questa città è ancora preda preferita di lobbies affaristico massonico mafiose che intendono proseguire il "banchetto" sulla pelle dei cittadini di questa città, dalle quali ci si può
liberare esclusivamente con il protagonismo attivo di tutti coloro ai quali vengono negati i diritti più elementari: un reddito e un lavoro sicuro e decoroso, un ambiente pulito, una decente abitazione, l'istruzione e la sanità pubbliche e garantite per tutti. Nel frattempo però appare proibito disturbare queste lobbies nelle loro luride manovre, tant'è vero che dobbiamo constatare che, negli ultimi anni soprattutto, qui come altrove, chi fa le lotte o rivendica un proprio diritto viene sistematicamente colpito da provvedimenti giudiziari.
Questo meccanismo dimostra che anche pezzi delle Istituzioni sono asservite a quelle lobbies, le cui porcherie vengono "scoperte" solo quando divengono palesi agli occhi di tutti, come la storia di questa città dimostra, almeno negli ultimi venti anni.
Infatti, mentre questa città veniva cannibalizzata dai vari primi cittadini e lobbies collegate, dagli anni ottanta ai duemila, in quello stesso periodo stranamente nasceva l'inchiesta, con i conseguenti arresti e processo. Ciò era finalizzato ad almeno tre obiettivi:
spostare l'attenzione della città dalle sue vere problematiche;
chiudere gli spazi di agibilità democratica;
dare un segnale preventivo a tutti coloro i quali possano decidere di autorganizzarsi e lottare per i propri diritti.
Per tutto questi motivi, il nostro impegno non può che rivolgersi anche a tutti coloro i quali per le proprie idee, per le proprie lotte, per rivendicare diritti universali sono carcerati o sotto processo.

Per questo SABATO 20 MARZO, dalle ore 17.30 in poi, in Piazza Garibaldi, si terrà un presidio con un microfono aperto in difesa dell'agibilità politica di tutte le lotte. Si invitano tutte le organizzazioni, le associazioni e i singoli cittadini a partecipare al presidio portando il proprio contributo di idee, di tematiche e di proposte.

Milano: Cariche della polizia davanti al tribunale

Polizia e Carabinieri caricano a freddo un centinaio di studenti che, dopo la mattinata in solidarietà con ''la banda delle fotocopie'', dalla statale si stavano dirigendo, in corteo, al presidio indetto da giorni davanti al tribunale.

Durante tutta la mattinata in università statale è stata organizzata una presenza in chiostro con un pranzo benefit per le spese legali, sono stati calati striscioni e sono state fatte diverse scritte solidali sui muri dell'università.
Verso le 16,00 dal chiostro di storia si è mosso un corteo diretto al tribunale, presidiato da diverse camionette di Cc e Polizia, capiamo subito che la situazione non è delle piu tranquille, vengono subito calzati i caschi e schierati gli uomini in divisa con scudi alla mano. Ad un certo punto i celerini ricevono l'ordine e avanzano, passano 10 secondi e iniziano a manganellare gli studenti che sono sul marciapiede.
Durante le manganellate sentiamo esclamazioni assurde da parte di dirigenti in borghese (''questo è solo il bigliettino da visita'') davvero un atteggiamento aggressivo e poco professionale.
A fine giornata il bilancio è di un paio di feriti tra gli studenti, di cui uno che perdeva parecchio sangue dalla testa. Manganellate date per fare male, senza motivo, a freddo.Il presidio si è poi spostato in corteo verso la statale dove si è sciolto per darsi appuntamento il 22 Aprile giorno in cui ci sarà una nuova udienza del processo. Nella giornata di oggi sono state tolte le misure restrittive che prevedevano l'obbligo di firma giornaliero per i 5 studenti.

17 marzo 2010

Stefano Cucchi, per la commissione d'inchiesta non è stata una morte accidentale

«Siamo arrivati a conclusioni molto chiare: a Stefano Cucchi, probabilmente, sono state inferte lesioni traumatiche che non sono la causa diretta della morte che e' avvenuta per disidratazione legata alla volonta' di Cucchi di richiamare su di se' l'attenzione dei suoi legali e del mondo esterno». Così il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta in merito alla morte di Stefano Cucchi, Ignazio Marino, ai giornalisti al termine della riunione che ha approvato all'unanimita' la relazione finale. Marino ricorda anche che la morte di Cucchi e' dipesa, oltre che dalla disidratazione, anche "all'eccessiva perdita di peso, 10 chili in 6 giorni". Quindi, "a detta dei nostri consulenti sarebbe servito un piu' attento monitoraggio delle condizioni cliniche".

La sorella di Stefano, Ilaria, a caldo ha così commentato la relazione della commissione: «Siamo molto soddisfatti per l'esito della commissione di inchiesta parlamentare sulle cause della morte di Stefano. Siamo soddisfatti perché la relazione afferma quanto noi abbiamo sostenuto sin dall'inizio: le fratture ci sono, sono recenti e compatibili con il pestaggio. Ora mi auguro che la Procura tenga conto della relazione e che sia riconosciuta la preterintenzionalita' delle guardie carcerarie nell'aver causato la morte di Stefano e che si smettano tutte le altre insinuazioni. Spero non comincino a parlare d'altro, come ad esempio di una caduta accidentale. Mi auguro la smettano con l'atteggiamento difensivo nei confronti di chi ha picchiato Stefano, che e' stato vittima di un pieno pestaggio. Questo ormai - conclude - e' chiaro a tutti".

Nella relazione finale della commissione d'inchiesta sull'efficienza del Servizio sanitario nazionale in
merito alle cure prestate a Stefano Cucchi, vengono indicate 7 criticita' legate alla vicenda della morte del giovane.
La prima spiega che "nell'opinione dei consulenti tecnici della commissione, le ecchimosi palpebrali sono state
probabilmente prodotte da una succussione diretta delle due orbite. Analogamente, le lesioni alla colonna vertebrale sembrano potersi associare ad un trauma recente; sempre ad una lesione e' collegabile la frattura al livello del sacro-coccige".
2 - "Il medico del carcere invia d'urgenza il detenuto al Pronto soccorso dell'ospedale 'Fatebenefratelli' sull'isola
Tiberina. Tuttavia, l'accesso all'ospedale avviene dopo quattro ore, alle 21".
3 - "L'ortopedico dell'ospedale 'Fatebenefratelli' e' consultato telefonicamente, non essendo di guardia attiva: cio'
non sembra consono per un nosocomio sede di Dea di primo livello".

4 - "La trasmissione della cartella clinica del detenuto appare problematica sia nel trasferimento tra le diverse
strutture ospedaliere, sia nel passaggio di consegna tra un medico e l'altro nell'ospedale 'Sandro Pertini'. Nel primo
ricovero all'ospedale 'Fatebenefratelli' manca la cartella clinica di accompagnamento dal carcere e mai viene
successivamente citata come letta da alcun testimone. La cartella clinica non e' ordinata nel diario.

5) La quinta criticita' dice: "Alla luce dell'anomala procedura di ricovero presso la struttura protetta
dell'ospedale 'Sandro Pertini', e' lecito domandarsi se tale percorso sia stato indotto da motivi sanitari o da esigenze
organizzative dell'amministrazione penitenziaria. Le motivazioni di tale particolare procedura sono apparse comunque alla commissione lacunose".
6 - "Il primario responsabile della struttura protetta dell'ospedale 'Sandro Pertini' non ha mai visitato il paziente.
In considerazione dell'aggravarsi del quadro clinico del paziente il 21 ottobre 2009, e' stato riferito alla commissione essere stata preparata da un medico una lettera di segnalazione all'autorita' giudiziaria, mai inviata in realta', a causa della morte del paziente. Ciononostante non viene predisposto un monitoraggio continuo delle condizioni del paziente".
7 - "E' da notare la mancanza di qualsiasi supporto in loco descritto per la rianimazione. L'equipe di rianimatori non viene chiamata. Si riferisce che sarebbe potuta giungere in 5 o 6 minuti".


Dichiarazione di Paolo Ferrero, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra.
CASO CUCCHI, QUALUNQUE SIANO LE CONCLUSIONI DELL'INCHIESTA, FU TORTURA. E DA QUI BISOGNA PARTIRE.

Secondo i risultati della Commissione parlamentare d'inchiesta, Stefano Cucchi, ucciso in carcere dopo una settimana di agonia, sarebbe morto per una disidratazione "non monitorata" che lo portò alla perdita di 10 chili. Secondo la commissione, dunque, la responsabilità dei medici, ma la sorella di Stefano giustamente dice:
"Anche i risultati della commissione confermano che fu picchiato". Di certo, se Stefano è morto per disidratazione non c'è stata la dovuta attenzione da parte della polizia penitenziaria come delle strutture
mediche del carcere, che non hanno fornito neanche un minimo di assistenza sanitaria, neppure quella coatta. Di certo, non si può sminuire il caso: o per percosse o per disidratazione si tratta comunque di un atto di tortura a danno di un ragazzo inerme e dunque di un atto illegale di violazione del corpo di un ragazzo in stato di fermo. Insomma, non vorremmo che venisse sminuito quanto effettivamente avvenuto. Come se, per la morte di Gesù Cristo, ci raccontassero che è morto per un colpo di sole.

Amnesty: il business della tortura. Coinvolta anche L'Italia

La tortura? Un vero affare per i fabbricanti di armi. La denuncia nel nuovo rapporto di Amnesty Internazional che rivela che sono parecchie le aziende di Paesi europei, tra cui anche l’Italia, che vendono e sono coinvolte nel commercio globale di strumenti di tortura. Il rapporto diffuso ieri è opera della organizzazione internazionale e dalla Omega Research Foundation.
Un rapporto dettagliato dove si parla di congegni da fissare alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000 volt. Il rapporto, intitolato “Dalle parole ai fatti”, sottolinea che queste attività sono proseguite nonostante l’introduzione, nel 2006, di una serie di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e di sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture e per regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su scala mondiale per torturare. Ma scappatoie legali consentono ancora di farla franca.
Anche il nostro paese è coinvolto, dove son ben cinque le aziende italiane citate nel rapporto (Defence System Srl, Access Group srl,Joseph Stifter s.a.s/KG, Armeria Frinchillucci Srl e PSA Srl) che potrebbero far parte del grande mercato internazionale degli strumenti di tortura. «Il rapporto diffuso oggi -, ha sottolineato Riccardo Noury, portavoce per l’Italia di Amnesty International, -mette in evidenza zone d’ombra e carenze di trasparenza e controllo. L’Italia è tra i venti paesi dell’Ue a non aver fornito, come invece prevede l’art. 13 del Regolamento, informazioni sulle licenze all’esportazione di materiali di sicurezza e di polizia. L’Italia ha inoltre
dichiarato di non essere a conoscenza di aziende italiane che commercializzino materiali descritti dal Regolamento. Amnesty International non ha prove del contrario, ma il fatto che, dal 2006 al 2010, cinque aziende italiane abbiano commercializzato prodotti quali bastoni stordenti, pistole elettriche, manette serrapollici e altri ancora, magari anche saltuariamente ma destinati non si sa a chi, rende impellente la richiesta di maggiori controlli per escludere che l’Italia prenda parte in questo modo al proliferare della tortura nel mondo».
Il rapporto sarà formalmente preso in esame oggi a Bruxelles, nel corso della riunione del sottocomitato sui Diritti umani del Parlamento europeo. Amnesty International e la Omega Research Foundation chiedono alla Commissione europea e agli Stati membri dell’Unione europea di tappare le falle legislative illustrate nel rapporto e di applicare e rafforzare la normativa esistente. «L’introduzione di controlli sul commercio di “strumenti di tortura”, dopo un decennio di campagne di organizzazioni per i diritti umani, ha rappresentato una pietra miliare dal punto di vista legislativo. Ma tre anni dopo la loro entrata in vigore, diversi Stati europei devono ancora applicarli o rafforzarli», ha detto Nicolas Beger, direttore dell’Ufficio di Amnesty International presso l’Ue.
Brian Wood, direttore del dipartimento di Amnesty International che si occupa di questioni militari, di sicurezza e di polizia,ha aggiunto: «Le nostre ricerche rivelano che dal 2006, nonostante i nuovi controlli, diversi Stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato l’esportazione di strumenti per operazioni di polizia e di controllo dei detenuti verso almeno nove Paesi dove Amnesty International ha potuto documentare l’uso per infliggere torture. Inoltre, solo sette Stati membri hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro esportazioni. Temiamo che qualche stato non li stia prendendo sul serio».
Le scappatoie legali esistenti permettono inoltre ad alcune aziende di commercializzare strumenti che non hanno altro scopo se non quello di infliggere torture e maltrattamenti. «Nell’ambito del loro impegno a combattere la tortura ovunque abbia luogo, gli Stati membri devono passare dalle parole ai fatti, imponendo controlli davvero effettivi sul commercio di strumenti di sicurezza e di polizia e assicurando che i loro prodotti non vadano a finire nella cassetta degli attrezzi del torturatore», ha affermato Michael Crowley, ricercatore della Omega Research Foundation.
Di seguito alcune delle principali conclusioni del rapporto: tra il 2006 e il 2009, la Repubblica Ceca ha autorizzato l’esportazione di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici; la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici, verso nove Paesi dove le forze di polizia e di sicurezza avevano usato quei prodotti per praticare maltrattamenti e torture; aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici per detenuti (una scappatoia legale permette tutto questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle “cinture elettriche”, la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l’Unione europea; nel 2005 l’Ungheria ha annunciato l’intenzione di introdurre l’uso delle ’cinture elettrichè nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura; solo sette dei 27 stati membri dell’Unione europea hanno reso pubbliche le loro autorizzazioni all’esportazione, nonostante tutti siano legalmente obbligati a farlo; gli Stati membri paiono ancora poco informati sulle attività commerciali in corso al loro interno.
Belgio, Cipro, Finlandia, Italia e Malta avevano dichiarato di non essere a conoscenza di aziende che commercializzassero materiali inclusi nei controlli, ma Amnesty International e Omega Research Foundation hanno individuato aziende in Belgio, Finlandia e Italia, i cui prodotti sono apertamente commercializzati su Internet.


Cucchi, perizia dei consulenti: fratture causate dopo l'arresto.

«Oggi l'anatomopatologo incaricato dal Pubblico ministero ha finalmente riconosciuto che vi è sangue nella frattura coccigea e che è recente anche quella di L3. Questo è quello che abbiamo sempre sostenuto. A loro ci sono voluti cinque mesi per dire le stesse cose che avevano già detto i medici del Fatebenefratelli». A parlare è Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, il giovane di 31 anni morto il 22 ottobre scorso in circostanze misteriose dopo essere stato arrestato per droga. Da tempo i familiari del ragazzo attendevano l'esito della perizia dei consulenti incaricati dalla procura che indaga sul caso. In particolare proprio sulle due vertebre fratturate, sulla cui causa si era anche ipotizzato che fossero precedenti all'arresto e dovute ad una caduta dalle scale. «Ora i professori si affanneranno a sostenere che le fratture, ormai incontestabili, sono dovute ad una caduta accidentale o forse meglio ancora all'autolesionismo? Che fine hanno fatto le fratture pregresse e le malformazioni? Si sosterrà di tutto pur di salvaguardare le guardie carcerarie».

16 marzo 2010

Roma: Nuova aggressione fascista all'Università di Tor Vergata

Al termine della conferenza stampa indetta dagli studenti di Tor Vergata dopo l'aggressione subìta ieri all'interno della facoltà di Giurisprudenza, è accaduto l'ennesimo episodio di violenza. Sempre a Giurisprudenza, sempre gli stessi fascisti, hanno aggredito di nuovo nostri compagni, rincorrendoli uno per uno, dentro l'Università e per la strada.
Ora il Rettore Renato Lauro deve assumersi la responsabilità politica e giuridica di quello che sta accadendo dentro la sua Università. È l'Università che ha approvato e finanziato l'iniziativa fascista come "iniziativa culturale" e ha permesso l'ingresso di 50 picchiatori squadristi lasciando i suoi studenti in balia della loro violenza.
Dopo questa ennesima aggressione vediamo cosa dirà la Polverini, che ieri è riuscita a dire soltanto che episodi come questo non fanno bene al dibattito politico. Guardi in casa propria: questi squadristi sono gli stessi che le stanno facendo la campagna elettorale.
Ora serve una reazione di massa. Proponiamo a tutto il movimento antifascista romano e nazionale di organizzarsi sin d'oggi per impedire che il prossimo 7 maggio il Blocco studentesco sfili con le proprie camicie nere offendendo la Costituzione e la memoria di Roma città aperta.

Napoli: Dodici denunce per il corteo contro neofascismo e razzismo del 30 settembre

E' stato notificato un atto di chiusura delle indagini con denunce a dodici antirazzisti che hanno partecipato al corteo cittadino del 30 settembre 2009, quando molte migliaia di persone manifestarono a Materdei nell'anniversario delle quattro giornate di Napoli, contro il tentativo di insediamento di un gruppo neofascista che in tutta italia predica e pratica xenofobia e squadrismo e il cui leader (Iannone) dichiara pubblicamente che "Hitler era un rivoluzionario"...
Oltre 5000 persone manifestarono contro il razzismo, il neo-fascismo e il sessismo. Studenti delle scuole superiori e dell'università, i movimenti sociali napoletani, il coordinamento dei precari della scuola, i collettivi Glbt, una folta rappresentanza del coordinamento degli immigrati, associazioni come Attac, i comitati ambientalisti come Chiaiano e realtà democratiche di Materdei come il comitato di quartiere, forze democratiche, l'ANPI e varie associazioni. Una presenza imponente (in un giorno feriale...) che testimoniò da subito la sensibilità e l'insofferenza diffusa verso questi fenomeni odiosi che si richiamano alla tirannia ("fascisti del terzo millennio..."!) e speculano sulle paure sociali.
Alla fine della manifestazione il corteo "chiese di apporre nella strada in cui si trovava l'occupazione dei neofascisti una targa a Maddalena Cerasuolo, partigiana delle 4 giornate di Napoli e originaria proprio di quelle strade". Di fronte al rifiuto della Questura, il corteo cercò di passare con dei pannelli che "rappresentavano gli orrori del fascismo e del razzismo e fu fermato dalla celere in assetto antisommossa".
Oggi arriva l'avviso di chiusura delle indagini con denunce che vanno dall'interruzione di pubblico servizio a resistenza e lesioni:
"Accuse molto singolari - sottolinea la Rete - perchè non capiamo come possa esserci stato blocco della circolazione su Salvator Rosa visto che il corteo era autorizzato! E poi siamo davvero curiosi di capire perchè dei poliziotti si sono fatti refertare... visto che il corteo cercò di passare solo con schermi difensivi come si vede da tutte le immagini circolate. Al contrario la polizia sparò lacrimogeni ad altezza uomo.
"Ma più di ogni altra cosa rimarchiamo che a fronte di oltre una decina di episodi di aggressioni squadriste portate avanti nei mesi scorsi dai neofascisti, con la classica dinamica dell'agguato alle persone le più svariate, da studenti ad attivisti a semplici abitanti del quartiere, venga perseguita la mobilitazione pubblica e di massa di migliaia di persone che al razzismo e al neofascismo si oppongono...".
Proprio domenica scorsa 7 marzo, su iniziativa del Comitato di abitanti del quartiere di Materdei, molte centinaia di abitanti, napoletani e srilankesi, hanno partecipato alla "festa del friariello, l'unico fascio che ci interessa", iniziativa multiculturale nella piazza della metro con musica (srilankese e tarantelle), video e installazioni per rivendicare la creazione di un asilo pubblico interculturale nell'ex-convento di via San Raffaele. Un vero successo che dimostra in maniera lampante le sensibilità antirazziste e la vocazione di apertura del quartiere.

15 marzo 2010

Roma: aggressione fascista alla facolta di giurisprudenza a Tor Vergata

Ora basta. Questa mattina un gruppo di cinquanta neofascisti, verosimilmente del Blocco Studentesco e di Casa Pound, ha aggredito una ventina di compagni dentro la facoltà di Giurisprudenza a Tor Vergata a Roma.
Tre compagni sono ricoverati in ospedale, in condizioni ancora da accertare.
Non è accettabile che venga concesso alle organizzazioni neofasciste di tenere iniziative pubbliche dentro le Università pubbliche.
Non è accettabile che questi squadristi continuino ad agire indisturbati, a Roma e in tutta Italia.
Non è accettabile che queste organizzazioni esistano. Vanno soppresse. Esiste una Costituzione e la XII disposizione finale e transitoria è tuttora in vigore, checché ne pensino Berlusconi e Alemanno.
In attesa che il Rettore di Tor Vergata, gli organi competenti e tutte le istituzioni democratiche se ne rendano conto, e agiscano secondo coscienza e secondo le leggi, noi non staremo a guardare.
Siamo a fianco degli studenti democratici, solidarizziamo con i compagni aggrediti, con il Collettivo Lavori in Corso di Tor Vergata, e faremo la nostra parte per liberare Roma da questo vero e proprio cancro.

Simone Oggionni
Anna Belligero

Piano Carceri: cemento, business e chiatte galleggianti...

Affrontare in poche righe il tema carcere non è semplice, lo spazio non è sufficiente a descrivere il vuoto e al tempo stesso la densità di questo non luogo ai margini della società esterna, così rimosso dal sentire collettivo ed al tempo stesso così legato alle dinamiche sociali e politiche esterne.
La realtà del carcere in Italia è oggi tragica come mai prima, sopravvivono con estrema difficoltà limitate esperienze carcerarie di tipo attenuato; prevale invece largamente un'impostazione ad un tempo anticostituzionale ed illegale della pena, si afferma e si consolida un trattamento detentivo che non recepisce minimamente neppure le piccole aperture date dalla riforma penitenziaria di metà anni “70. Prevale, cioè, un sistema autoritario di tipo “concetrazionario” e metodi di repressione e annichilimento fisico e psichico degni di una dittatura.
In carcere si muore, si viene pestati per un nulla, si vivono condizioni di assembramento disumane, per le quali decine di detenuti si sono rivolti alla Corte Europea di Strasburgo.
Lo Stato italiano, le forze politiche locali e nazionali fautrici delle politiche repressive e securitarie, si rendono una volta più responsabili di violazioni di diritti umani fondamentali riservate sistematicamente agli esclusi da questo Sistema e dalla crisi generale in cui versa.
Mentre si consuma la putrefazione morale e politica delle istituzioni, in galera continuano ad essere rinchiuse intere categorie sociali: i migranti, colpevoli in sostanza di esistere, i consumatori di sostanze stupefacenti, chi si vede troppo spesso costretto ad una vita di extralegalità e nell'impossibilità di costruirsi una esistenza ed un futuro dignitosi.
La risposta alla crescente precarietà sociale continua ad essere quella dell'emergenza e della repressione sociale e politica con lo sbocco obbligato della galera. Mentre il ricorso alle misure alternative alla detenzione viene sempre più disatteso dalla Magistratura di Sorveglianza e da cavilli infiniti (come le norme sulla recidiva, l'art.4 bis e i regimi di detenzione speciale dei reparti EIV e 41 bis riservati, tra gli altri, ai detenuti politici), l'unica risposta che pare dare l'Esecutivo, in buona compagnia di molti politici un tempo di “sinistra”, è la costruzione di nuove carceri secondo un modello di internamento di massa e di criminalizzazione fine a se stesso.
Il proposito governativo di costruzione di nuovi centri di detenzione per migranti, i cosiddetti CIE, e da ultimo il progetto (in fase avanzata di definizione) di varare chiatte galleggianti dove costringere le migliaia di detenuti stipati a forza nei penitenziari italiani, sono un esempio della tendenza prevalente e delle conseguenze del crescente autoritarismo.
Nel progetto in ipotesi queste chiatte-galera della lunghezza di 126 metri per circa 400 detenuti (ne sono previste dieci per un costo unitario intorno ai 90 milioni di Euro), verrebbero ormeggiate in alcuni porti (tra cui Genova, Cagliari e Livorno) ed è aberrante la descrizione delle possibili ubicazioni alternative, si legge: arsenali e zone militari, e ancora, strutture modulari che possono essere accorpate ed ampliate alla bisogna. Si tratterebbe dunque di un nuovo modello "panoptico", con al centro il punto di osservazione ed intorno l’area destinata ai detenuti, celle e strutture di servizio, il tutto racchiuso da un cordone di sicurezza. L’esperimento della nave galera fu fallimentare in Inghilterra dove è stato sospeso proprio per gli aspetti insani ed inevitabilmente angusti delle strutture.
Lascia pure sconcertati leggere i commenti e gli incoraggiamenti di diversi tra i sindacati subalterni. CISL e UGL si dicono favorevoli e il segretario UIL-Siderurgico Mario Ghini chiosa deciso: “costruire, come si pensa, cinque o sei di queste piattaforme saturerebbe gli impianti per due anni, ci auguriamo che si prenda una decisione nel breve periodo e le navi carcere si facciano”. Una misera speculazione sulla pelle delle persone detenute e di chi si vede espulso dal mondo lavorativo e da ogni sistema di tutela sociale; quando con minori risorse potrebbe essere costruito un processo di risocializzazione e reinserimento per migliaia di detenuti, reintroducendo magari le agevolazioni per il reinserimento lavorativo degli ex-detenuti o dei condannati altrimenti esclusi da ogni misura alternativa.
Su questi lugubri scenari pare tacere, invece, la politica “di sinistra”, indaffarata com'è con le beghe del voto regionale (e con l'assenso di candidati e forze politiche alla costruzione degli indigeribili Centri per la detenzione amministrativa dei migranti, i famigerati CIE, previsti tra le altre cose pure in Toscana).
Mentre sempre più famiglie vivono in condizioni di miseria e di disperazione, aumentano i business ed i profitti di pochi, settori economici legati a doppio filo con le doppiezze del capitalismo italiano e col suo governo di destra, ecco i beneficiari di questi progetti cantieristici ed edilizi per la concentrazione e la detenzione delle persone e più in generale il cospicuo giro d’affari legato all’industria della “sicurezza”. Lo scandalo della Protezione Civile (a cui si voleva fino a poche settimane fa assegnare proprio la gestione del piano carceri) mostra quel vasto intreccio di affari tra economia e politica, cosa che potrebbe presto riprodursi con la costruzione delle chiatte galleggianti e di altri progetti penitenziari basati sul cemento. Senza dimenticare tra l'altro gli ampi poteri, per non dire assoluti, riguardo agli interventi di edilizia carceraria: quali appalti, quali assegnazioni?
Il carcere, la legge e la sua sistematica violazione da parte di chi si erge a tutore dell'ordine e della sicurezza. Una storia già vista che pare non avere fine.


Adriano Ascoli
Osservatorio Repressione -PRC-, gruppo di discussione sul carcere –Pisa-
noalcarcerepisa@googlegroups.com

Dax resiste: non dimentichiamo, non perdoniamo!

16 marzo 2003-2010: non dimentichiamo! non perdoniamo!

"Un passato che si proietta nel futuro dove il confine tra amore e odio si fa labile e la memoria non coinciderà mai con la parola perdono" (i compagni e le compagne di Dax)



16 MARZO 2003, LA NOTTE NERA DI MILANO


Alcuni compagni usciti dal pub Tipota si scontrano con tre neofascisti armati di coltelli che li colpiscono ripetutamente, ferendone gravemente due. Uno sarà operato d'urgenza mentre Davide "Dax" non arriverà vivo in ospedale. Sul luogo sopraggiungono invece numerose pattuglie di polizia e carabinieri che, ostruendo la circolazione stradale, contribuiscono a ritardare i soccorsi. Poco dopo la partenza delle ambulanze arriva anche un reparto di celere con caschi e manganelli, respinti subito dalle grida indignate dei presenti... un avvertimento...
All'ospedale S.Paolo, già militarizzato dalle forze dell'ordine, i medici comunicano la morte di Dax. Disperazione, incredulità, rabbia.... I compagni e gli amici presenti rispondono alle provocazioni di Polizia e Carabinieri, che danno subito il via a feroci cariche dentro e fuori l'ospedale. Una caccia all'uomo stile Genova 2001, quella stessa brutalità che abbiamo visto in azione in Val di Susa solo qualche settimana fa.
"Volevano portare via la salma dell'amico" Così il giorno dopo il Questore Boncoraglio legittima l'operato delle forze dell'ordine, il cui bilancio per i pestaggi contro chi era presente è di decine di punti di sutura sul viso, denti e braccia rotte, teste aperte, facce s figurate e sangue dappertutto.
Sui "fatti del San Paolo" si aprirà poi un processo con imputati un carabiniere e due polizziotti, accusati di porto d'arma impropria e abuso d'ufficio, e 4 compagni alla sbarra per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Questo processo si è concluso in Cassazione nel 2009 con da un lato la piena assoluzione delle forze dell'ordine e dall'altro la condanna di due compagni ad un totale di 3 anni e 4 mesi di carcere più 100.000 euro di multa.
Lo Stato si è assolto, la magistratura ha legittimato e consacrato l'operato dei suoi servi in divisa. Nessuno stupore, nessun lamento. La stessa cosa è accaduta per i processi del G8 Genova. Nessuno stupore, nessun lamento ma rabbia, odio e la determinazione nel continuare a lottare, ricordare e raccontare.
Una storia che continua perchè fascisti e polizia continuano ad ammazzare, nelle carceri, nelle strade. Continua con il nome di Renato Biagetti, Ivan Khutorskoy, Carlos Palomino, Nicola Tommasoli, Stefano Cucchi, Jan Kucera, Alexis Grigoropoulos, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani e molti altri. Un elenco che non vogliamo vedersi allungare, una storia di sangue che deve essere fermata costruendo solidarietà, resistenza, lotta antifascista e anticapitalista.
"Per combattere questo nuovo fascismo non ci saranno i vostri nonni, o i padri dei vostri nonni. Affrontarlo toccherà a voi" Partigiano "Foco"


sabato 13.03 @ San Precario Space Via Pichi, 3 Milano
ore 18.00/20.00
ASSEMBLEA ANTIFASCISTA

partecipano Associazione Fausto e Iaio, Associazione Dax16marzo2003, Saverio Ferrari dell'Osservatorio Democratico sulle nuove destre, Maldestra; interverranno delegazioni antifasciste da Russia, Spagna e Napoli


martedi 16.03 @ Via Brioschi, Milano
ore 22.30
CORTEO IN QUARTIERE

giovedi 18.03 @ Via Mancinelli, Milano
dalle 17.00
RICORDO DI FAUSTO E IAIO

con la realizzazione di un nuovo murales per Dax

il programma completo su www.daxresiste.org



fonte: InfoAut

12 marzo 2010

Bologna: Uova ad Azione Universitaria, ventidue rinvii a giudizio

Violenza privata, lesioni e minaccia aggravata i reati per cui, a partire dal 30 giugno prossimo, saranno processati ventidue attivisti bolognesi per il lancio di uova e di altri oggetti in direzione degli studenti della formazione universitaria allora di Alleanza Nazionale, che teneva un banchetto nella piazza centrale della cittadella universitaria in contemporanea a una manifestazione antiproibizionista dei movimenti.

fonte: Zic.it

Torino:udienza preliminare contro gli studenti dell'Onda

Si è svolta ieri al Palagiustizia di Torino la prima udienza preliminare (dopo il rinvio per vizi procedurali del 24 febbraio) contro gli studenti dell'Onda arrestati in seguito al corteo nazionale di Torino del 19 maggio scorso, indetto dal movimento universitario contro il g8 University Summit. Con oggi non si possono più aver dubbi sulla natura meramente politica dell'intera operazione Rewind, volta a colpire un movimento che l'anno scorso ha tanto spaventato i poteri forti (siano essi politici, baronali o mediatici).
Pesantissime le pene richieste dal pm Sparagna anche per gli studenti che hanno scelto di difendersi con il rito abbreviato, pene che vanno dall'anno e 6 mesi all'anno e 10 mesi. Non potendosi basare su effettive prove a carico degli imputati, sono state mosse accuse per "concorso morale", ovvero sono tutti colpevoli per il solo fatto di essere stati presenti al corteo (cosa, tra l'altro, che nessuno degli imputati ha mai negato). Nessuno degli elementi in mano all'accusa permetterebbe infatti una tale richiesta della pena.
Per un paio di loro, oggi dottorandi o ricercatori (precari), la colpa è stata anche quella di aver già partecipato ad una manifestazione come il G8 di Genova (più volte ricordato in aula), come se questa potesse essere una "colpa" da espiare in circostanze diverse e a distanza di anni! Ma, secondo il pm, anzi, sarebbe proprio una manifestazione come quella di Genova ad aver legittimato le cariche violente della polizia: "Si sa come è finita a Genova con l'estintore!", parole che fanno davvero venire i brividi se si pensa a Carlo, alla sua famiglia, al loro dolore e al suo assassinio rimasto impunito.
Il tentativo dell'accusa è stato anche oggi quello di distinguere i buoni e i cattivi all'interno di un movimento che in quella stessa giornata ha dimostrato di essere più unito e determinato che mai, tornando insieme in corteo verso Palazzo Nuovo e assumendo con un'assemblea e un comunicato stampa nazionale tutto quanto era accaduto in quella giornata.
Gli avvocati della difesa, che hanno pronunciato oggi in aula le prime arringhe, e che parleranno nuovamente in occasione della seconda sessione dell'udienza preliminare, che si svolgerà il primo aprile, hanno insistito sul fatto che, a differenza di quanto sostenuto dall'accusa, i momenti di tensione venutisi a creare in seguito al tentativo, da parte degli studenti, di violare la “zona rossa”, non fossero premeditati e studiati a tavolino, ma fossero in realtà conseguenza di una pratica naturale e spontanea che aveva portato migliaia di persone, tutte insieme, a scendere in piazza in modo dirompente e determinato.
Lo “scudo-ariete” immaginato dal pm Sparagna non è nient'altro che lo striscione di apertura del corteo, i “cattivi” sono in realtà rappresentati dalle migliaia di studenti e studentesse scesi in piazza che hanno, in tutti questi mesi, continuato a ribadire che “dietro quello scudo c'eravamo tutti”.
Non sono dunque bastati tutti gli attestati di solidarietà, tutte le azioni di protesta in tutta Italia da parte delle varie articolazioni dell'Onda, le occupazioni dei Rettorati, i cortei, le conferenze stampa, le migliaia di firme raccolte nel mondo accademico italiano e non solo, la presenza il 24 febbraio di delegazioni da tutta Italia, a far ricredere il pm Sparagna e le sue deliranti accuse.
Oggi stesso, gli studenti e le studentesse di tutta Europa, ritrovatisi a Vienna per un controvertice in occasione delle celebrazioni per l'anniversario della dichiarazione di Bologna, hanno esposto l'ennesimo striscione di solidarietà e di assunzione delle giornate del maggio torinese, che recitava No rewind, Rewave! We were all behind that shield”.

In conclusione, anche di fronte a quanto oggi è stato palesato in aula dalla controparte, il processo Rewind - la sua sua valenza politica - per il movimento dell'Onda non potrà che continuare ad essere un campo di battaglia dentro il quale spendersi per decostruire un teorema Sparagna già mozzato dalle mobilitazioni diffuse di quest'estate (concretizzatosi con la liberazione dei compagni dalle carceri), contrapponendosi alle ultimi infime carte di una magistratura che spera (ma fallirà ancora!) di demolire la ricchezza e la potenza di quanto costruito nelle università (e non solo) fino ad ora. Che la storia non possa essere scritta dai tribunali è l'assunto dal quale partire, ribadendo e rivendicando quanto fatto a Torino, un percorso politico che non può e non sarà arrestato dal tintinnio delle manette e dal sinistro moralismo che aleggia da troppo tempo. Dietro quello scudo, oggi più che mai, c'eravamo veramente tutt*.

fonte: InfoAut

10 marzo 2010

11 Marzo: con Francesco Lorusso nel cuore… per non dimenticare

I familiari, gli amici e i compagni di Francesco Lorusso la mattina dell’11 marzo, come ogni anno, si ritrovano in via Mascarella, davanti alla lapide che ricorda l’assassinio di Francesco avvenuto l’11 marzo 1977.


Come ogni anno dal 1978, l’appuntamento è alle 10,15 dell’11 marzo, in via Mascarella, dove saranno deposti fiori e dove ci sarà un momento di ricordo. Alle 11,15 ci si sposterà al monumento di Francesco, al Giardino Francesco Lorusso (entrata da via Berti 2/2).
Si tratta di cerimonie molto informali che, però, nel corso di questi anni sono state fondamentali per trasmettere elementi di memoria storica che in tanti hanno provato a cancellare, senza riuscirci.
Per quelli più giovani che nel ’77 non erano ancora nati o erano piccolisimi mettiamo a disposizione la testimonianza di Gabriele, compagno e amico fraterno di Francesco (era stata pubblicata nel 1997 sul giornale bolognese Zero in condotta), insieme a due piccoli resoconti tratti dal libro “Marzo 77: fatti nostri”.

11 MARZO 1977
Di quel giorno ricordo anche le nuvole e il colore del cielo. Verso mezzogiorno andai in piazza Verdi per pagare la quota necessaria a partecipare alla manifestazione nazionale prevista a Roma per il giorno successivo. C’era un banchetto e una bandiera rossa, si chiacchierava tra pochi, data l’ora.
Da Porta Zamboni giunsero le detonazioni tipiche del lancio di candelotti e il primo pensiero che mi colse fu quello di assistere in diretta ad una vera e propria “invasione di territorio”, dato che fino a quel momento nessuna iniziativa repressiva aveva riguardato la cittadella universitaria.
D’istinto mi coprii il volto con un lembo della bandiera e corsi verso la zona degli scontri, incontro al fumo denso che si allargava.
Qualcuno mi disse che era inutile tentare di avvicinarsi da quella parte e si decise di provare a passare per via Bertoloni.
Mi bastò affacciarmi per capire che non era aria neppure lì: sul muro, all’altezza dei cavi della corrente elettrica, vidi distintamente le scintille prodotte da colpi di arma da fuoco. Già questo fatto costituiva una “prima volta”, un innalzamento del livello di scontro.
Poi non ricordo perché, procedendo verso gli sbocchi successivi, si decise di non risalire via Centotrecento.
Ci trovammo infine in un piccolo gruppo – cinque, sei persone – a procedere per via Mascarella.
Qui, per una ragione che non so spiegare neppure ora (forse per rendermi più utile, forse per l’inesperienza a situazioni del genere essendo sempre stato “esonerato” dalla partecipazione a scontri con la Polizia in ragione del fatto che mi trovavo in regime di buona condotta per due sentenze definitive, forse per una strana forma di coraggio o…. di paura) decisi di fare corsa solitaria e parallela sotto il portico di sinistra.
Correndo, vedevo gli altri procedere verso via Irnerio. Uno di loro, portatosi in mezzo alla strada, tirò un sasso verso un gruppetto di carabinieri ma sbagliò clamorosamente la mira scheggiando il palazzo d’angolo.
Una sciocchezza, se non fosse che, dopo, quel segno diventò la “prova” che qualcuno aveva sparato anche da via Mascarella e alimentò l’assurda insinuazione che Francesco poteva essersi trovato al centro di un tiro incrociato e dunque poteva essere stato colpito dai suoi stessi compagni. Giunto a poco più di dieci metri dallo sbocco su via Irnerio vidi, in prossimità dell’incrocio un camion, del tipo di quelli dell’esercito, ed alcuni carabinieri: tutto sommato pochi, come pochi si era dalla parte di qua.
Poi non vidi più, per effetto di una prospettiva troppo obliqua, ma sentii i rimbombi secchi di otto – nove colpi almeno di arma da fuoco, in rapida successione.
Feci retromarcia immediatamente, così come facevano gli altri, parallelamente a me. Solo che loro portavano, ognuno per un arto, il peso di un corpo senza energia. Ci ricongiungemmo e ci fermammo davanti all’uscita posteriore di un cinema.
Francesco morì lì, tra sguardi sbigottiti, mentre gli rivolgevo parole vane.
Fermammo una macchina per tentare di raggiungere l’ospedale più vicino. Nel frattempo giunse un’ambulanza e caricò il corpo di Francesco, ma le facce degli infermieri non lasciavano speranze.
Andai comunque al S. Orsola per sentirmi dire quello che ormai era già tragicamente palese.
Seppi subito dopo che contro i carabinieri era stata lanciata una molotov, che Francesco aveva avuto il tempo di dire “mi hanno beccato” e di fare con le sue gambe circa dieci metri, fino al punto in cui cadde, dove poi fu posta la lapide.
Seppi anche che ad originare tutto era stato un diverbio e una scaramuccia tra qualche decina di compagni ed esponenti di Comunione e Liberazione riuniti in assemblea. Roba che in altri tempi si sarebbe risolta con due parolacce, qualche spintone e poco più.
Da quel momento fu chiaro ad ognuno che tutto sarebbe stato diverso.
Già nel primo pomeriggio, Piazza Verdi era piena di gente, ma il tono delle voci era sommesso. Si fece una rapida assemblea tra l’odore pungente della benzina: si decise di dirigere il corteo verso la sede della Democrazia Cristiana, l’Ufficio di rappresentanza del Resto del Carlino e la Stazione. Nessuno parlò di vetrine, nessuno fece niente per impedire che andassero distrutte. Certo, era inquietante il rumore dei tonfi dei vetri che andavano in frantumi ai lati del corteo: cascate di ghiaccio attorno a noi, che portavano nell’animo un gelo ben più grande.
Personalmente trovai offensivo che il servizio d’ordine del PCI presidiasse il Sacrario dei Caduti della Resistenza e trovai di gusto discutibile il saccheggio conclusivo del Ristorante “Al Cantunzein”. Ma erano pensieri silenziosi: io non avevo fame.
Il giorno dopo, dal primo pomeriggio cominciarono gli scontri all’università. In mattinata venne rifiutata la parola ad un esponente del Movimento alla manifestazione sindacale: il cerchio di ferro si chiudeva. Per otto ore si resistette: sulle barricate verso sera suonava un pianoforte. Poi qualcuno decise e praticò l’esproprio dell’armeria Grandi: in tutta risposta arrivò una raffica di mitra ad altezza d’uomo. Per me la misura era colma.
Il giorno dopo ci svegliammo coi blindati in città e i tiratori speciali sui tetti. Cominciarono gli arresti di chiunque per strada formasse gruppi superiori a cinque persone e rifiutasse di disperdersi: così finirono dentro decine di tifosi del Bologna, venuti in centro in modo organizzato e circa 260 compagni. La detenzione di limoni era considerata sufficiente a dimostrare una volontà di resistenza. Radio Alice era chiusa.

(Gabriele G.)

Carrarmato in via Zamboni, 13 marzo '77
DOMENICA 13 MARZO: ARRIVANO I CARRARMATI
Domenica, all’alba, circa 3.000 fra carabinieri e poliziotti, con mezzi blindati, diedero inizio all’occupazione della zona universitaria, dove non trovarono assolutamente nessuno; sfondarono, fra l’altro, la porta della sede centrale e devastarono il CPS (Collettivo Politico Studentesco) dove, all’apertura dell’università, erano state trovate scritte fasciste.

Verso le 10, la situazione era apparentemente tranquilla e in Piazza Maggiore c’erano parecchie decine di persone tra studenti e cittadini. A questo punto, la polizia, uscita con tre camions dalla questura, si fermò all’angolo tra Via Rizzoli e Piazza Re Enzo, e cominciò a sparare lacrimogeni e caricare la gente che fuggiva senza capire. Queste cariche continuarono per tutta la mattina senza che fosse accaduto nulla, tranne alcuni slogans gridati dai compagni che si tenevano a distanza.
Poi la polizia si ritirò verso la Questura, mentre tra gli studenti si sparse la voce di un concentramento nel pomeriggio in S. Donato per tenere un’assemblea. Sempre in mattinata ripresero le trasmissioni a Radio Alice, sotto il nome di «Collettivo 12 marzo», ma vennero disturbate da qualcuno che trasmetteva un fischio sulla stessa frequenza.
Nel pomeriggio si tenne la prevista assemblea dove si decide di mandare una delegazione in Comune e alla Camera del Lavoro per chiedere le dimissioni del rettore e la smilitarizzazione della città.
In serata la polizia continuò a mantenere il clima di tensione sparando lacrimogeni contro chiunque si riunisse, anche in gruppi di 5 o 6 persone, nella zona del centro.
Nel pomeriggio intanto era stata chiusa Radio «Collettivo 12 marzo»; veniva tolta la luce a mezzo quartiere, poi, quando la radio riprese a trasmettere con delle batterie su una frequenza leggermente allontanata dal fischio, ci fu l’arrivo della polizia, che trovò la porta sbarrata. I compagni, questa volta, avevano fatto in tempo di fuggire.

LUNEDÌ 14 MARZO: I FUNERALI ALLA CILENA
I funerali del compagno Francesco Lorusso furono stabiliti alle ore 10. L’ordinanza del prefetto che vietava ogni tipo di manifestazione nel centro storico impedì l’allestimento di una camera ardente nel centro della città; il funerale si tenne alla periferia della città, in Piazza della Pace. Per quanto riguarda i partiti: il PCI aderì ufficialmente, il PSI mandò una delegazione. Il sindacato indisse un’ora di sciopero con assemblee in fabbrica, proprio in coincidenza con l’orario del funerale… Gli studenti inviarono delegazioni nelle più grosse fabbriche, per spiegare l’accaduto e richiedere un prolungamento dello sciopero. Nonostante tutto vi fu una forte partecipazione da parte di operai, cittadini e studenti.

DOPO MARZO…
Seguì lo stato d’assedio e il divieto assoluto di manifestazione. Seguì la teoria del “complotto” imbastita dal PCI per estirpare dalla sua città-simbolo il corpo estraneo di un movimento che aveva il difetto di essere nato in contemporanea con la strategia del “compromesso storico” e di risultare indecifrabile e ingombrante per i criteri statici della loro lettura politica.
Nelle assemblee che seguirono si prese atto che quel processo straordinariamente innovativo che permetteva di tenere insieme differenze, devianze, soggetti diversi, in una convivenza certo non sempre idilliaca ma sostanzialmente tollerante, doveva omologarsi all’emergenza, far quadrato per difendere la propria identità senza degenerare.
Solo allora si diedero le condizioni perché qualcuno potesse definirsi con qualche approssimazione leader rappresentativo dell’intero Movimento, ma non si ricorda nessuno a fare gomitate per questo.


fonte: Zic.it

7 marzo 2010

Detenuto suicida nella Casa di Reclusione di Padova: 13 casi da inizio anno

Giuseppe Sorrentino, 35 anni, si è ucciso questa mattina alle 10.30 nella Sezione “Protetti” della Casa di Reclusione di Padova. L’uomo, che era in cella da solo, si è impiccato alle sbarre della finestra del bagno mentre gli altri detenuti erano fuori dalla Sezione per “l’ora d’aria”.
Sono stati proprio i compagni, dal cortile, ad accorgersi di ciò che stava accadendo e a dare l’allarme, ma quando gli agenti sono entrati in cella per soccorrerlo Sorrentino era già morto.
Di origini campane, era in carcere già da diversi anni e la detenzione lo aveva duramente provato: infatti manifestava da tempo segni di profondo disagio ed era reduce da un lungo sciopero della fame che lo aveva debilitato. Ricoverato più volte in Ospedale e in Centro Clinico Penitenziario, ogni volta al ritorno in carcere riprendeva la sua protesta, lamentando in particolar modo una scarsa attenzione alle sue problematiche da parte degli operatori penitenziari.
Il suicidio di Sorrentino è il secondo in meno di due settimane nella Casa di Reclusione di Padova, dove il 23 febbraio scorso, nella stessa Sezione, si tolse la vita Walid Alloui, che aveva soli 28 anni.
Dall’inizio dell’anno salgono così a 13 i detenuti suicidi e a 31 il totale dei morti “di carcere” (che comprendono i decessi per malattia e per cause “da accertare).


fonte: Ristretti Orizzonti

5 marzo 2010

Omicidio Aldrovandi, Processo bis: condannati tre poliziotti per presunti depistaggi e rinviato a giudizio un quarto

Il gup Monica Bighetti ha condannato tre poliziotti, e rinviato a giudizio il quarto, nel processo 'Aldrovandi bis' sui presunti depistaggi nelle indagini per la morte del diciottenne Federico Aldrovandi, durante un intervento di polizia il 25 settembre 2005 a Ferrara.
Per la morte del ragazzo erano già stati condannati l'estate scorsa altri quattro agenti della Questura di Ferrara. La decisione sui depistaggi, che conferma l'ipotesi accusatoria dell'intralcio alle indagini fin dal primo momento, è giunta, dopo quasi tre ore di camera di consiglio, a conclusione dell'udienza preliminare.
Paolo Marino, dirigente dell'Upg all'epoca, è stato condannato a un anno di reclusione (per lui il pm Nicola Proto aveva chiesto un anno e quattro mesi) per omissione di atti d'ufficio, per aver indotto in errore il pm di turno, non facendola intervenire sul posto. Dieci mesi poi a Marcello Bulgarelli, responsabile quella mattina della centrale operativa (l'accusa aveva chiesto due anni e sei mesi), per omissione e favoreggiamento (caduta la falsa testimonianza); otto mesi inoltre a Marco Pirani (chiesto un anno e mezzo), ispettore di polizia giudiziaria, collaboratore del primo pm dell'inchiesta, Mariaemanuela Guerra che poi lasciò per incompatibilità, accusato di non aver trasmesso, se non dopo diversi mesi, il brogliaccio degli interventi di quella mattina. Per il quarto poliziotto, Luca Casoni, unico a non scegliere il giudizio abbreviato, il giudice ha fissato il processo per il 21 aprile. E' coinvolto per una telefonata con Bulgarelli che, quando apprese da lui che il ragazzo era morto, chiese "in che modo" e Casoni gli disse di interrompere la registrazione ("stacca").


fonte: La Nuova Ferrara

Genova G8, Bolzaneto: "Fu tortura". Ma i reati sono prescritti

Per la Corte di Appello sono 44 i colpevoli degli orrori di Bolzaneto. A nove anni dai fatti la maggior parte dei reati è prescritta, ma i responsabili pagheranno comunque risarcendo le vittime - per dieci milioni di euro - e con loro dovranno rispondere anche i ministeri di Giustizia, Interno, Difesa. Soddisfazione del Comitato Verità e Giustizia
La tortura ci fu e sono colpevoli in 44 per gli orrori di Bolzaneto. E lo Stato dovrà risarcire le vittime per oltre dieci milioni di euro. La lettura della sentenza d’appello ha visto il ribaltamento del verdetto di primo grado. Anche in quella serata del luglio 2008 il responso fu atteso per una decina di ore e lasciò l’amaro in bocca, alla vigilia del settimo anniversario, l’assoluzione di ben 30 dei 45 imputati. Il reato di "tortura", non previsto dal nostro codice penale, era stato indirettamente riconosciuto con la condanna a 5 anni per Biagio Antonio Gugliotta, sottufficiale della polizia penitenziaria. Ma dei 76 anni di prigione chiesti dalla procura ne era stato riconosciuto meno di un terzo. A nove anni dai fatti la maggior parte dei reati è prescritta, ma i responsabili pagheranno comunque risarcendo le vittime e con loro dovranno rispondere anche i ministeri di Giustizia, Interno, Difesa. Perché i “torturatori” di Bolzaneto sono poliziotti, ufficiali e carabinieri semplici, generali e guardie penitenziarie, medici e sanitari dell’amministrazione carceraria.
In appello, dunque, sono state inflitte sette condanne a complessivi dieci anni di reclusione nei confronti di quattro guardie carcerarie responsabili di falso - non prescritto - e di tre poliziotti che avevano rinunciato alla prescrizione. I sette condannati sono: il poliziotto, assistente capo, Massimo Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) che divaricò le dita di una mano, strappandone i legamenti, a uno dei fermati, gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra (2 anni e 2 mesi). Pene confermate a 1 anno per gli ispettori della Polizia di Stato Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco che, al termine della lettura, ha inveito contro i giudici ed è stato accompagnato fuori dall’aula: «È una vergogna. Questa non è giustizia». «Hanno messo tutti nel calderone - ha continuato fuori dall'aula - senza considerare le singole posizioni che erano ben distinte e identificabili nel processo». Turco non ha nascosto le lacrime dopo la conferma della condanna ad un anno di reclusione. «Abbiamo rinunciato alla prescrizione forti della nostra innocenza e alla fine paghiamo per tutti».
Soddisfatti stavolta Haidi e Giuliano Giuliani, Amnesty International e i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati per i quali la sentenza potrebbe valere da deterrente in futuro. In aula era presente anche il procuratore generale Luciano Di Noto, ma anche altri pm della procura come Francesco Cardona Albini, Sabrina Monteverde e Gabriella Marino. «Un atto di sostegno - hanno detto - per i nostri colleghi, per tutto il loro lavoro di questi anni». Alla lettura della sentenza avrebbe dovuto essere presente anche l'avvocato Enzo Fragalà, il legale ucciso a colpi di bastone la settimana scorsa all'uscita del suo studio di Palermo. Il legale difendeva due imputati nel processo, due agenti dell'ufficio matricola.
Il comitato "Verità e giustizia", animato anche dalle vittime delle violenze di quei luglio 2001, ha chiesto la sospensione per tutti gli imputati: "Il messaggio dei giudici d'appello è chiarissimo e dev'essere colto immediatamente dalle istituzioni. Tutti i condannati nelle forze dell'ordine devono essere immediatamente sospesi dagli incarichi, in modo che non abbiano contatti diretti con i cittadini; gli Ordini professionali devono agire sui propri iscritti con la sospensione: non è più possibile restare nel terreno dell'ambiguità. Se buona parte delle pene è caduta in prescrizione è solo perché in Italia non ha una legge sulla tortura (reato che per la sua gravità non prevede prescrizione), nonostante l'Italia si sia impegnata oltre vent'anni fa ad approvarne una. Il Parlamento ora non ha più scuse: la sentenza dimostra che abbiamo assoluto bisogno di quella legge".
Prossima fermata: la sentenza d’appello per la Diaz. Anche in questo processo la procura ha chiesto condanne per tutti i 27 poliziotti coinvolti nella mattanza. Compresi i pezzi da 90.

Checchino Antonini
www.ilmegafonoquotidiano.it

Rimini: perquisizioni a attivisti del centro sociale Paz

Tre perquisizioni stamattina a Rimini, a spese di tre attivisti del centro sociale Paz, sgomberato il 9 giugno del 2008.
A motivare le perquisizioni è una banale ipotesi di accusa per vilipendio alla bandiera, riferita alle contestazioni avvenute a Rimini nella giornata della memoria sulle foibe.
L'accusa è stata mossa nei confronti degli attivisti dopo aver trovato in piazza delle scritte firmate con il simbolo dell'occupazione, inconfutabilente attribuite al collettivo del Paz.
Durante le perquisizioni sono stati sequestrati hard disk, schede di memoria di fotocamere e volantini. Successivamente i tre ragazzi sono stati portati in questura ma ben presto rilasciati.
Il Paz in questi giorni è stato ripetutamente messo sotto attacco: è infatti recente l'accusa mossa al centro sociale di aver rubato migliaia di euro all'Enel durante l'occupazione di via Montevecchio.
La vicenda ha avuto un eco enorme sulla stampa locale, anche perchè nell'indagine sono coinvolti anche il sindaco di Rimini e alcuni esponenti dell'amministrazione comunale. "A fronte di un'importante e partecipatissima iniziativa in concomitanza dello sciopero dei migranti, questo primo marzo, sui giornali si è parlato solamente di questa indagine" Accusano gli attivisti da Rimini.
Sia l'ordine di perquisizione che l'inchiesta sull'elettricità portano la firma del procuratore capo Giovagnoli, tristemente noto agli attivisti bolognesi. E' infatti lo stesso procuratore che ha tentato ripetutamente di costruire assurdi castelli giudiziari contro il movimento del capoluogo emiliano. Il procuratore che, in maniera decisamente creativa, ha cercato di applicare l'aggravante di eversione a ogni reato che riguardasse attivisti di tutte le realtà sociali e politiche bolognesi.
Inchieste che si sono per altro quasi tutte concluse con l'assoluzione degli imputati (vedi gli articoli sul blitz al "La Fattoria" e sullo sconto del treno).
Il signor Giovagnoli è stato trasferito da Bologna a Rimini, ma conserva la sua sempre più fervida fantasia, e pur di giustificare le perquisizioni di stamattina ha deciso di indagare i tre attivisti per "organizzazione antagonista", come scrive sul mandato stesso.
Insomma Giovagnoli ci riprova a far carriera costruendo castelli accusatori ai danni di un movimento che, già nel caso bolognese, si è dimostrato sufficientemente forte da resistere a questi assurdi attacchi.
Il Paz risponde a Giovagnoli ribadendo gli interventi che ha avuto in questi anni all'interno della città: dalle lotte al fianco dei migranti fino a quelle contro l'inceneritore, oltre alla costruzione di uno spazio sociale che ha portato una vera ricchezza nella città, e non un "danno erariale" come sostengono dalla procura in riferimento al presunto furto di elettricità.


fonte: InfoAut

Carceri: 14 suicidi dall'inizio dell'anno.

Non accenna a diminuire la tragica spirale per cui, dall’inizio dell’anno ad oggi, i suicidi in carcere si susseguono in maniera allarmante. Due giorni fa il corpo senza vita di Habib, detenuto nel carcere 'Le Sughere' di Livorno, è stato trovato alle 15.30: accanto a lui, disteso a pancia giù nella cella, la bomboletta del gas aperta utilizzata per scaldare il caffè. Il sospetto è che Habib l`abbia sniffata prima di morire. Lo rende noto l'associazione Ristretti Orizzonti. Vittima Snoussi Habib, 30 anni, era arrivato da poco nel carcere cittadino e ospite nel reparto transito. A ucciderlo sarebbe stato un infarto provocato dalla sniffata di gas. Con la morte di ieri il bilancio delle vittime nel carcere di Livorno sale a 14 morti in 7 anni. Per fare un paragone, ci dicono i dati di “Ristretti orizzonti” a Regina Coeli nello stesso periodo ci sono stati 20 decessi, ma a Regina Colei ci sono più di 1.000 detenuti, mentre a Livorno 400. Anche Cagliari è un carcere "ad alto rischio": 21 morti su 500 detenuti, un tasso doppio di Regina Coeli. E' la tredicesima morte nelle carceri italiane dall'inizio dell'anno. Negli ultimi dieci anni (2000-2009), i detenuti suicidi nelle carceri italiane sono stati 568, mentre nel decennio 1960-69 sono stati "soltanto" 100, con una popolazione detenuta che era circa la metà dell`attuale: in termini percentuali, la frequenza dei suicidi è quindi aumentata del 300%. I motivi di questo aumento sono diversi: 40 anni fa i detenuti erano prevalentemente criminali "professionisti", spiega Ristretti Orizzonti, mentre oggi buona parte della popolazione detenuta è costituita da persone provenienti dall`emarginazione sociale, spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie per sopravvivere al carcere. La media europea dei suicidi in carcere è di 1 detenuto ogni 1.000 circa e l`Italia è allineata a questo dato. Ma questo non significa molto, però, visto che nel nostro paese, a differenza di Francia, Gran bretagna, Olanda, la gente che non sta in galera si suicida di meno. In base a quanto emerso, ieri prima della morte, Habib aveva parlato con il responsabile del settore chiedendo informazioni sui colloqui e altro. Poi, approfittando del fatto che i compagni di cella erano fuori, è rientrato nella stanza. A questo punto avrebbe sniffato il gas della bomboletta che è in dotazione alla stanza. L`agente penitenziario addetto alla sorveglianza si è accorto della tragedia quando ha fatto il giro di controllo e ha chiamato il medico. La polizia della Procura ha ascoltato tutti e ha sequestrato il fornellino e la bomboletta. "Resta il fatto che il detenuto era ospite in un settore sovraffollato, come del resto tutti i reparti delle Sughere. Come emerge dai dati denunciati dai sindacati degli agenti, in quell`area sono ospiti una settantina di detenuti, anche se la capienza è di circa 40, essendoci 22 celle", spiega Ristretti Orizzonti.
Sempre ieri, invece, il Tribunale civile di Roma ha condannato il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a risarcire i famigliari di un detenuto morto nel carcere romano di Rebibbia. L'uomo, Marco Zodiaco, era deceduto mentre era in attesa di giudizio, a seguito di insufficienza cardiorespiratoria
determinata da assunzione di sostanze stupefacenti. Lo rende noto il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe)
che in una nota ricostruisce la vicenda che ha portato il Dap a
dover risarcire circa 350mila euro. All'interno del carcere -
avrebbe rilevato il giudice del Tribunale civile - sarebbe stataintrodotta della droga in dosi sufficienti per almeno due
persone, il che deporrebbe per un'evidente carenza nei controlli
da parte dei dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria in
servizio presso il carcere di Rebibbia.

Global Forum di Napoli: chiesti 3 anni di carcere per 9 no-global

Il pubblico ministero Paola Correra della 5° sezione del tribunale di Napoli ha chietro dai tre ai tre anni e mezzo per nove attivisti napoletani cui viene contestata l'accusa di "resistenza a pubblico ufficiale" al processo per gli scontri durante la manifestazione antiGlobal Forum del 17 marzo 2001. Accuse contro le quali i centri sociali annunciano una campagna di mobilitazione e di controinformazione per denunciare il carattere repressivo e persecutorio di questa inchiesta.
Alfonso De Vito, uno dei 9 imputati del processo e attivista dei centri sociali napoletani, ricorda quello che successe in piazza Municipio quel 17 marzo 2001 davanti alle telecamere di tutto il mondo: "di fronte a un corteo che si proponeva di arrivare in piazza del Plebiscito con strumenti solo difensivi (schermi e gomma) si scatenò una rappresaglia spropositata a ogni banale considerazione di ordine pubblico, con piazza Municipio chiusa totalmente e trasformata in una tonnara e tantissimi manifestanti massacrati senza pietà. Una prova generale, davanti agli occhi di tutti, di quello che avremmo visto poi al G8 di Genova".
Francesco Caruso, ai tempi del global forum portavoce della rete noglobal e anch'egli imputato, afferma: "è davvero singolare ipotizzare che siano stati i manifestanti ad aver commesso un reato di resistenza nel tentativo di proteggersi in qualche modo da quella furia, mentre nessuno dei poliziotti e dei funzionari che parteciparono o ordinarono quelle cariche violente e selvagge è stato anche solo indagato! "Il sospetto - aggiunge l'ex parlamentare del PRC - è che noi imputati siamo vittima di un assurdo meccanismo "compensativo" di controbilanciamento delle condanne inflitte ai vertici della squadra mobile per le violenze all'interno della Caserma Raniero".
La sentenza è attesa per il 28 aprile 2010. I centri sociali napoletani promuoveranno prima di quella data una mobilitazione pubblicacoinvolgendo associazioni e giuristi, con una mostra video-fotografica di quella giornata, per ricordare a tutti e tutte quello che è veramente successo e il vulnus contro il diritto al dissenso prodotto il 17 marzo 2001 dal Ministero degli Interni a Napoli.



Comunicato dei Centri Sociali Napoletani
:


"Dai tre anni e mezzo ai tre anni... queste le incredibili richieste formulate dal pubblico ministero per nove attivisti napoletani cui viene contestata l'accusa di "resistenza" al processo di primo grado presso il tribunale di Napoli per la manifestazione antiGlobal Forum del 17 marzo 2001!!
Una richiesta spropositata perfino rispetto all'accusa e che solleva il più che legittimo sospetto che si tratti di un meccanismo "compensativo" dopo le condanne pervenute ai vertici della squadra mobile per le sevizie della Caserma Raniero. Ricordiamo che proprio un libro bianco della rete noglobal ("Zona Rossa") portò alla luce le torture inflitte ai manifestanti nella caserma e spinse tante vittime a trovare il coraggio per costituirsi parte civile nel processo. Ma ricordiamo anche quello che successe nelle piazze davanti agli occhi del mondo con piazza Municipio chiusa totalmente e trasformata in una tonnara e tantissimi manifestanti massacrati senza pietà. Una prova generale di quello che avremmo visto poi al G8 di Genova. Tanto che gran parte della società civile della città reagì e si indigno in forme pubbliche manifestando la propria solidarietà alla rete noglobal.
In questo contesto è davvero singolare ipotizzare che siano stati invece i manifestanti ad aver commesso un reato di resistenza e non piuttosto ad aver cercato di proteggersi in qualche modo da quella furia, mentre nessuno dei poliziotti e dei funzionari che parteciparono o ordinarono quelle cariche pazzesche è stato anche solo indagato!!
Per questo, entro il 28 aprile, data della prossima udienza in cui spetterà agli avvocati difensori tenere le arringhe, organizzeremo un evento pubblico coinvolgendo associazioni e giuristi, con una mostra video-fotografica di quella giornata, per ricordare a tutti e tutte quello che è veramente successo e il vulnus contro il diritto al dissenso prodotto il 17 marzo 2001 dal Ministero dell'Interno.
La verità non si cancella! "

Genova G8; Processo scuola Diaz un video inchioda la polizia

Si vede l’ingresso di Gratteri e Luperi, i più alti in grado quella notte. Un cerchio rosso indica nel filmato l’allora capo dello Sco, uno blu segnala la del vice dell’Ucigos, Luperi. Mentre i due sono già davanti alla palestra, dalla scuola di fronte si filmano alcuni agenti attivissimi nei pestaggi al primo piano


Con due frammenti video, le parti civili del processo Diaz proveranno a rafforzare l’impianto accusatorio della procura: tutti colpevoli i 27 tra poliziotti e funzionari imputati per la notte cilena” della Diaz. Non ci furono, insomma, poliziotti infedeli e altri ingannati. La consulenza video, che ilmegafonoquotidiano.it anticipa, è divisa in due capitoli. Il primo mostra l’ingresso di Gratteri e Luperi, i più alti in grado quella notte, tre minuti e 25 secondi dopo l’irruzione dei primi agenti travisati. Dunque, non 8 minuti dopo come ha sostenuto la difesa. Un cerchio rosso indica nel filmato l’allora capo dello Sco, uno blu segnala la del vice dell’Ucigos, Luperi. Mentre i due sono già davanti alla palestra, dalla scuola di fronte si filmano alcuni agenti attivissimi nei pestaggi al primo piano. Il più celebre tra loro è “Coda di cavallo” riconosciuto solo alla fine del primo processo come uno degli agenti digos mescolati, per tre anni, al pubblico dell’aula bunker. Il film smonta la prima sentenza che manda assolti i due funzionari accogliendo l’ipotesi che non potevano sapere che non fu la «normale perquisizione» che il Viminale cercava di accreditare. Anche alcuni dei pestati hanno riconosciuto «quello con la barba» (Gratteri) e «quello con gli occhiali» tra la manciata di personaggi in giacca e cravatta quella notte.
Di molotov si parla nel secondo frammento. A mezzanotte 41 minuti e 33 secondi Luperi riceve una telefonata mentre, con in mano il sacchetto blu delle molotov, partecipa al conciliabolo di alti gradi di fronte alla porta della scuola. Parlava con il defunto La Barbera e durò per 31 secondi circa. Ora, in primo grado, l’imputato aveva sostenuto di aver perso di vista il conciliabolo, al termine della telefonata, e di aver affidato la busta blu a una donna della digos, estranea all’irruzione. Lei, nella testimonianza, disse di averlo affidato a un collega napoletano di cui non sa il nome e che però non risulta nella lista dei presenti alla Diaz. Il frame, invece, dimostra, secondo la consulenza di parte civile, che alle 00.43 Luperi era con le mani libere e, pochi passi più in là, c’era ancora il conciliabolo in corso. Lui stesso, alcuni istanti appresso, parla con Mortola, capo della digos genovese, allora, oggi capo delle cariche ai No Tav in Val Susa. Una sagoma, che entra dall’ingresso laterale della scuola, potrebbe essere proprio la donna con le bottiglie. E, sette secondi prima dell’una meno un quarto i cerchietti rosso e blu sono sul bordo della palestra mentre si stende il telo delle false prove. 26 secondi dopo, alle spalle dei due imputati, una mano sfila il sacchetto blu che sparisce per sempre.


Checchino Antonini

3 marzo 2010

CHIAVARI (GE): Rubò bustine di zafferano da un supermercato, condannato a 14 mesi di carcere

E' stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione il 40enne genovese accusato del furto di zafferano (per un valore di tremila euro) da un supermercato: la sentenza è stata emessa dal Tribunale di Chiavari, al termine di un rito direttissimo che ha ridotto di due mesi la condanna avanzata dal Pubblico Ministero, Alberto Caselli Lapeschi, vice procuratore onorario.
L'imputato di Sestri Levante con precedenti penali, rimarrà in carcere dove è stato portato subito dopo il ''colpo''.
Il ladro era penetrato all'interno del supermercato di Sestri, ed era stato scoperto all'uscita (nonostante il supermercato fosse chiuso) con numerosissime bustine di zafferano e 27 pezzi di parmigiano da 500 grammi l'uno.
L'uomo accusato di furto aggravato è difeso dall'avvocato Matteo Groppo.
fonte: Notiziario Italiano

Parma: Botte e doccia con candeggina ai detenuti del carcere

Imputati due agenti di polizia penitenziaria per lesioni e un terzo per favoreggiamento. Vessazioni ripetute, botte, insulti, umiliazioni. Le parole di Cagna dipingono un quadro infernale dell’esperienza carceraria in via Burla nei primi mesi dopo l’arresto. Il pestaggio di cui sono accusati Vincenzo Casamassima e Andrea Miccoli non sarebbe altro che il culmine dell’incubo fatto passare da guardie e altri detenuti a quell’uomo colpevole di un delitto imperdonabile, per le regole non scritte del carcere.
Cagna non ricorda di quanti episodi di maltrattamenti sia stato vittima, né chi siano tutti i responsabili. Ma non gli sembra importante, alle domande del giudice Pasquali risponde “non ricordo, succedeva spesso, alla fine ero esasperato”. Poi di fronte alle insistenze sbotta: “Mi facevano ruzzolare giù dalle scale per portarmi in isolamento, poi mi pestavano”. Per questo, dice, quelle due rampe di scale che portano dal piano della sezione alle celle d’ isolamento lui le ricorda così bene. Veniva punito spesso, i primi tempi, perché era un detenuto agitato dalla tossicodipendenza e ancora sconvolto da quello che aveva fatto. E poi, dichiara, anche perché lo avevano preso di mira.
Narra dell’episodio scatenante, nel novembre 2006, quando viene accusato da un agente di aver fatto delle scritte nella cella. Lui nega e si rifiuta di pulirle. Poi si convince che è meglio obbedire, ma quando si volta la guardia lo schiaffeggia in testa. Lui reagisce con insulti e spintoni, viene condotto in isolamento. Significa stare per qualche giorno, fino a una settimana, da soli dentro a una cella, senza ora d’aria. Cagna ci finisce 5 o 6 volte durante il suo periodo di detenzione a Parma. Ed è lì che viene a contatto con gli agenti che accuserà del pestaggio.
“Casamassima entrava nella mia cella quando ero in isolamento, si metteva un paio di guanti neri e mi diceva ‘Preparati, lo sai’ – ha dichiarato Cagna - Poi mi faceva alzare la testa e mi schiaffeggiava due o tre volte”. Un comportamento che le guardie, non solo quelle imputate, avrebbero ripetuto più volte. Così come la “doccia” con acqua sporca: Cagna racconta che gli versavano addosso l’acqua con candeggina contenuta nel secchio dopo la pulitura dei pavimenti. Lui non è certo un detenuto modello: “ Rispondevo, insultavo. Loro mi provocavano. Ma ero in uno stato mentale non giusto, dovevano capirlo”.
Il primo febbraio 2007 accade il fatto che Cagna decide di denunciare, per la prima volta. Parla con l’avvocato difensore che gli prospetta una pena di 20 anni, lui si agita. Comincia a litigare con un detenuto chiuso in un’altra cella che lo prende in giro: “In vent’anni qui ne imparerai di lingue: albanese, marocchino”. La discussione viene interrotta dagli agenti penitenziari. Cagna ha riferito che Casamassima gli avrebbe detto: “ Ti ricordi in isolamento che ti facevo piangere come una bambina?”. La replica “Non piangevo per te ma per quello che avevo fatto” non sarebbe andata giù alle guardie. Cagna viene fatto uscire e condotto dal “capoposto”, l’agente responsabile del turno. Ma mentre sta per scendere le scale, viene afferrato per i capelli, fatto cadere e pestato con calci e pugni.
Cagna racconta che Miccoli gli avrebbe sferrato un cazzotto in un occhio. Più tardi, in cella, vomita sangue. Ma il medico non gli crede perché ha tirato lo sciacquone. Allora Cagna insiste, dà fastidio, vuole essere visitato ancora. Racconta l'accaduto al medico, che stila un referto e poi lo fa portare al pronto soccorso. E’ durante il viaggio che il capoposto Tanlerico gli avrebbe consigliato di non dire di essere stato picchiato dalle guardie ma da altri detenuti, per evitare problemi in futuro. Cagna ha ribadito che non c’è stata nessuna minaccia, si sarebbe solo trattato di un invito a riflettere. Che alla guardia 56enne, però, è costato un’accusa di favoreggiamento.
Tornato in carcere, Aldo Cagna firma un verbale in cui compaiono entrambe le versioni: quella riferita al medico del carcere, che accusa gli agenti, e quella che tira in ballo ignoti detenuti, rilasciata al pronto soccorso. Ma soprattutto, sottoscrive di non voler sporgere denuncia per quanto accaduto. “Poi però non ne potevo più, ero esasperato da questi episodi. Ci ho ripensato e ho sporto una regolare denuncia”. Oggi, Aldo Cagna sta scontando la pena a trent’anni di carcere a Bologna.


fonte: La Repubblica

G8 Genova: Si aprira' il 25 di maggio il processo per induzione alla falsa testimonianza a carico dell'ex capo della polizia De Gennaro

Si aprira' il 25 di maggio prossimo presso la corte d'appello di Genova il processo di secondo grado per induzione alla falsa testimonianza a carico dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro e dell'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola. Era stato il procuratore generale Ezio Castaldi ad impugnare la sentenza di assoluzione pronunciata il 7 di ottobre dello scorso anno dal giudice per le udienze preliminari Silvia Carpanini unitamente al rinvio a giudizio, per falsa testimonianza, dell'ex questore Colucci. Secondo l'accusa De Gennaro e Mortola avevano indotto l'ex questore di Genova Francesco Colucci a cambiare la propria versione a riguardo della sanguinosa irruzione alla scuola Diaz-Pascoli durante il G8 del 2001. In particolare a Colucci sarebbe stato chiesto di farsi carico della convocazione telefonica del portavoce del dipartimento di polizia Roberto Sgalla davanti alla scuola, mentre la telefonata sarebbe stata fatta - sostiene l'accusa - dallo stesso De Gennaro, che sarebbe stato inevitabilmente a conoscenza dei fatti. I pm titolari dell'inchiesta sono Francesco Cardona Albini e Enrico Zucca. De Gennaro e Mortola sono stati assolti in primo grado "per non aver commesso il fatto". Quanto a Mortola - si legge nelle motivazioni della sentenza - essendo emerso dagli atti che non condizionò Colucci, per De Gennaro, risultando insufficiente la prova che sia stato l'ispiratore del cambio di versione di Colucci su Sgalla.

fonte: AGI

Genova G8: La Corte Europea ammette il ricorso della famiglia Giuliani

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha reso noto di aver ammessoi ricorsi del governo italiano e dei genitori di Carlo Giuliani contro la sentenza emessa dai giudici di Strasburgo lo scorso agosto sui fatti accaduti al G8 di Genova nel luglio del 2001. Lo si è appreso dalla stessa Corte.
Secondo la sentenza Mario Placanica sparò al giovane no global «per legittima difesa». Il governo venne multato per la «cattiva gestione dell’ordine pubblico»

Carcere: Chi ha paura di una detenuta incinta?

Una storia d’amore tra PERSONE recluse non dovrebbe suscitare alcun scandalo, ma l’immagine del “carcere a luci rosse” solletica sempre le coscienze… e le pruderie.
È paradossale che faccia più notizia e scandalo una nuova vita concepita in un carcere che tante morti che vi avvengono per suicidio, malasanità, cause “oscure”.
Nella Casa di reclusione di Bollate, che ha, fra gli altri, il grande merito di garantire una equità di trattamento alle donne consentendo loro anche di frequentare corsi di scuola superiore, il clima è così umano che, proprio a scuola, può succedere qualcosa di straordinario come una storia d’amore tra detenuti.
Ora è caccia alle responsabilità, e quella storia d’amore è diventata una cosa sporca e pericolosa, che pare abbia messo in crisi l’intero sistema di sicurezza. Eppure stiamo parlando di due persone adulte, anche se in carcere, ritenute capaci di intendere e di volere, malgrado la colpa, e quindi di scegliere, oltre la pena. Ma il fatto è che in carcere si comprime in tutti i modi il diritto alle emozioni, alla sessualità e all’affettività.
Questa “caccia alle streghe sessuali” è la riprova, se mai ne avessimo avuto bisogno, che la pena detentiva è una pena corporale e ciò che si vuole controllare è solo il corpo del recluso. Se poi è una donna si deve negare ancor di più il suo diritto alla maternità, perché è questo diritto fondamentale che si vuole sminuire, facendolo passare come “atto strumentale”, per cercare di ottenere l’uscita dalla galera.
E così si preferisce alimentare il volgare stereotipo del carcere “a luci rosse”, come titolano alcuni quotidiani oggi, e titolavano identici anche nel maggio del 2009, quando a Genova una detenuta marocchina abortì, dopo essere rimasta incinta sembra a seguito di rapporti sessuali con operatori penitenziari… “luci rosse” che smuovono sempre le coscienze delle persone troppo “perbene”.
Ha fatto meno scalpore la recente “ricerca” di Everyone secondo la quale si “verificano nelle Case Circondariali italiane almeno 3 mila casi di stupro e riduzione alla schiavitù sessuale ogni anno” (Ansa, 28 febbraio 2010) e che l’incidenza degli stupri e degli abusi sessuali è causa dei suicidi dei detenuti. Conclusione che è tutt’altro che credibile, oltre a non essere verificabile per quanto riguarda l’attendibilità dei dati sostenuti, ma che avrebbe dovuto, questa sì, sollevare uno scandalo…
Una riflessione va fatta, riguardo alla tutela della dignità e dell’umanità della persona: la restrizione dell’affettività, della genitorialità, della maternità sono giustificabili con le esigenze della pena? Oppure solo con la gestione della pena stessa?
Gli “affetti” sono un’ancora di salvezza per chi sta dentro il carcere e anche la garanzia della presenza di una rete sociale all’uscita, ma nessuno ha il coraggio di spiegare che una legge sugli affetti, oltre a costituire un atto di civiltà e di umanità, forse consentirebbe anche un abbassamento del tasso di suicidi e di autolesionismo: il legame con la famiglia e con le persone amate è infatti il più grande “controllo sociale” che un detenuto possa volere e desiderare!
In Spagna, Svizzera, Russia, e tanti altri Paesi, l’incontro intimo è previsto per legge, solo una mancanza di attenzione e di rispetto da parte della politica per le famiglie delle persone detenute non permette che questo avvenga in Italia, malgrado la proposta di legge presentata il 12 luglio 2002 (Pdl 3020: “Modifica della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di affettività in carcere”) poi sparita perché le famiglie dei detenuti sono ritenute famiglie di serie B.
Ma noi “Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre la perdita della libertà”, così come disse Alessandro Margara, allora Direttore Generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nell’audizione alla II Commissione della Camera dei deputati in ordine al nuovo regolamento di attuazione dell’Ordinamento penitenziario (11 marzo del 1999).
E il grandissimo rischio è che si prenda spunto da questo non-problema della detenuta incinta, o che lo si manipoli, per bloccare progetti di rieducazione, di formazione e socializzazione importanti come quelli di Bollate, riportando le carceri ad una modalità di trattamento obsoleta e inutile. Perché Bollate è purtroppo un carcere, nella sua innovatività e libertà, scomodo.

Laura Baccaro
(Psicologa e criminologa, collabora con Ristretti Orizzonti)

1 marzo 2010

Modena: compagno accoltellato da un responsabile di CasaPound

Cedere alla provocazione. La provocazione è quella costruita dalla destra e dalla gente della formazione neofascista che ieri si è presentata a Modena, che ha prodotto il primo frutto della loro logica: un ragazzo ferito da un coltello dal responsabile di CasaPound Modena. L’esasperazione che può produrre il dichiarare con arroganza il proprio fascismo attraverso i mass media, con quello che suscita tale parola nella nostra città: la memoria delle torture in accademia, i cartelli sui negozi di chi veniva additato come ebreo, le fucilazioni, le deportazioni, la guerra, i fratelli morti vicino a noi nelle terre occupate, il razzismo nei confronti dei neri delle colonie promosso ancora primo di quello antiebraico, la chiusura delle organizzazioni operaie, l’olio di ricino… non è semplice da descrivere a parole. Tuttavia quando si cede alla provocazione e ci si trova in un contesto sbagliato, si lancia un segnale che può risultare controproducente: ritrovare la mano di un compagno antifascista tagliata e ferita è ciò che non deve succedere mai più.
Il loro brodo di coltura. Perché significa che si afferma l’humus sul quale prosperano i fascisti: lame, bastoni e spranghe. Muore la politica e si afferma l’irrazionalità. I fascisti sostanzialmente in questo modo riescono a distruggere non tanto la costituzione formale, questo lo fanno ogni giorno con gli amici in parlamento, quelli che li tengono a battesimo anche a Modena, ma quella costituzione materiale della modalità del confronto politico che finora ha caratterizzato la città: è una reintroduzione formale del ventennio.
Chiudere la ferita al più presto. Chiudere lo spazio politico di questi soggetti resta l’obiettivo di ogni antifascista: la presenza viva di ogni antifascista nei luoghi di contraddizione sociale e politica attraverso la costruzione di reti di solidarietà, il migliore antidoto. Dall’altra parte l’impedire che queste figure politiche abbiano spazio e agibilità nelle piazze e nelle strade resta un imperativo categorico e irrinunciabile. Se vogliono rinchiudersi come topi negli alberghi nascondendo vigliaccamente chi sono, nel mentre dichiarano ai gestori di essere del Pdl o forse proprio sponsorizzati dai loro padrini politici ai fini di ottenere anche una sala ci possono riuscire: ciò che non deve assolutamente succedere è che si riservi una sola piazza o una sola strada a chi reintroduce la logica del coltello in questa città.

Spazio Guernica

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