Per la Corte di Appello sono 44 i colpevoli degli orrori di Bolzaneto. A nove anni dai fatti la maggior parte dei reati è prescritta, ma i responsabili pagheranno comunque risarcendo le vittime - per dieci milioni di euro - e con loro dovranno rispondere anche i ministeri di Giustizia, Interno, Difesa. Soddisfazione del Comitato Verità e Giustizia
La tortura ci fu e sono colpevoli in 44 per gli orrori di Bolzaneto. E lo Stato dovrà risarcire le vittime per oltre dieci milioni di euro. La lettura della sentenza d’appello ha visto il ribaltamento del verdetto di primo grado. Anche in quella serata del luglio 2008 il responso fu atteso per una decina di ore e lasciò l’amaro in bocca, alla vigilia del settimo anniversario, l’assoluzione di ben 30 dei 45 imputati. Il reato di "tortura", non previsto dal nostro codice penale, era stato indirettamente riconosciuto con la condanna a 5 anni per Biagio Antonio Gugliotta, sottufficiale della polizia penitenziaria. Ma dei 76 anni di prigione chiesti dalla procura ne era stato riconosciuto meno di un terzo. A nove anni dai fatti la maggior parte dei reati è prescritta, ma i responsabili pagheranno comunque risarcendo le vittime e con loro dovranno rispondere anche i ministeri di Giustizia, Interno, Difesa. Perché i “torturatori” di Bolzaneto sono poliziotti, ufficiali e carabinieri semplici, generali e guardie penitenziarie, medici e sanitari dell’amministrazione carceraria.
In appello, dunque, sono state inflitte sette condanne a complessivi dieci anni di reclusione nei confronti di quattro guardie carcerarie responsabili di falso - non prescritto - e di tre poliziotti che avevano rinunciato alla prescrizione. I sette condannati sono: il poliziotto, assistente capo, Massimo Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) che divaricò le dita di una mano, strappandone i legamenti, a uno dei fermati, gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra (2 anni e 2 mesi). Pene confermate a 1 anno per gli ispettori della Polizia di Stato Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco che, al termine della lettura, ha inveito contro i giudici ed è stato accompagnato fuori dall’aula: «È una vergogna. Questa non è giustizia». «Hanno messo tutti nel calderone - ha continuato fuori dall'aula - senza considerare le singole posizioni che erano ben distinte e identificabili nel processo». Turco non ha nascosto le lacrime dopo la conferma della condanna ad un anno di reclusione. «Abbiamo rinunciato alla prescrizione forti della nostra innocenza e alla fine paghiamo per tutti».
Soddisfatti stavolta Haidi e Giuliano Giuliani, Amnesty International e i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati per i quali la sentenza potrebbe valere da deterrente in futuro. In aula era presente anche il procuratore generale Luciano Di Noto, ma anche altri pm della procura come Francesco Cardona Albini, Sabrina Monteverde e Gabriella Marino. «Un atto di sostegno - hanno detto - per i nostri colleghi, per tutto il loro lavoro di questi anni». Alla lettura della sentenza avrebbe dovuto essere presente anche l'avvocato Enzo Fragalà, il legale ucciso a colpi di bastone la settimana scorsa all'uscita del suo studio di Palermo. Il legale difendeva due imputati nel processo, due agenti dell'ufficio matricola.
Il comitato "Verità e giustizia", animato anche dalle vittime delle violenze di quei luglio 2001, ha chiesto la sospensione per tutti gli imputati: "Il messaggio dei giudici d'appello è chiarissimo e dev'essere colto immediatamente dalle istituzioni. Tutti i condannati nelle forze dell'ordine devono essere immediatamente sospesi dagli incarichi, in modo che non abbiano contatti diretti con i cittadini; gli Ordini professionali devono agire sui propri iscritti con la sospensione: non è più possibile restare nel terreno dell'ambiguità. Se buona parte delle pene è caduta in prescrizione è solo perché in Italia non ha una legge sulla tortura (reato che per la sua gravità non prevede prescrizione), nonostante l'Italia si sia impegnata oltre vent'anni fa ad approvarne una. Il Parlamento ora non ha più scuse: la sentenza dimostra che abbiamo assoluto bisogno di quella legge".
Prossima fermata: la sentenza d’appello per la Diaz. Anche in questo processo la procura ha chiesto condanne per tutti i 27 poliziotti coinvolti nella mattanza. Compresi i pezzi da 90.
Checchino Antonini
www.ilmegafonoquotidiano.it
5 marzo 2010
Genova G8, Bolzaneto: "Fu tortura". Ma i reati sono prescritti
Rimini: perquisizioni a attivisti del centro sociale Paz
Tre perquisizioni stamattina a Rimini, a spese di tre attivisti del centro sociale Paz, sgomberato il 9 giugno del 2008.A motivare le perquisizioni è una banale ipotesi di accusa per vilipendio alla bandiera, riferita alle contestazioni avvenute a Rimini nella giornata della memoria sulle foibe.
L'accusa è stata mossa nei confronti degli attivisti dopo aver trovato in piazza delle scritte firmate con il simbolo dell'occupazione, inconfutabilente attribuite al collettivo del Paz.
Durante le perquisizioni sono stati sequestrati hard disk, schede di memoria di fotocamere e volantini. Successivamente i tre ragazzi sono stati portati in questura ma ben presto rilasciati.
Il Paz in questi giorni è stato ripetutamente messo sotto attacco: è infatti recente l'accusa mossa al centro sociale di aver rubato migliaia di euro all'Enel durante l'occupazione di via Montevecchio.
La vicenda ha avuto un eco enorme sulla stampa locale, anche perchè nell'indagine sono coinvolti anche il sindaco di Rimini e alcuni esponenti dell'amministrazione comunale. "A fronte di un'importante e partecipatissima iniziativa in concomitanza dello sciopero dei migranti, questo primo marzo, sui giornali si è parlato solamente di questa indagine" Accusano gli attivisti da Rimini.
Sia l'ordine di perquisizione che l'inchiesta sull'elettricità portano la firma del procuratore capo Giovagnoli, tristemente noto agli attivisti bolognesi. E' infatti lo stesso procuratore che ha tentato ripetutamente di costruire assurdi castelli giudiziari contro il movimento del capoluogo emiliano. Il procuratore che, in maniera decisamente creativa, ha cercato di applicare l'aggravante di eversione a ogni reato che riguardasse attivisti di tutte le realtà sociali e politiche bolognesi.
Inchieste che si sono per altro quasi tutte concluse con l'assoluzione degli imputati (vedi gli articoli sul blitz al "La Fattoria" e sullo sconto del treno).
Il signor Giovagnoli è stato trasferito da Bologna a Rimini, ma conserva la sua sempre più fervida fantasia, e pur di giustificare le perquisizioni di stamattina ha deciso di indagare i tre attivisti per "organizzazione antagonista", come scrive sul mandato stesso.
Insomma Giovagnoli ci riprova a far carriera costruendo castelli accusatori ai danni di un movimento che, già nel caso bolognese, si è dimostrato sufficientemente forte da resistere a questi assurdi attacchi.
Il Paz risponde a Giovagnoli ribadendo gli interventi che ha avuto in questi anni all'interno della città: dalle lotte al fianco dei migranti fino a quelle contro l'inceneritore, oltre alla costruzione di uno spazio sociale che ha portato una vera ricchezza nella città, e non un "danno erariale" come sostengono dalla procura in riferimento al presunto furto di elettricità.
Carceri: 14 suicidi dall'inizio dell'anno.
Non accenna a diminuire la tragica spirale per cui, dall’inizio dell’anno ad oggi, i suicidi in carcere si susseguono in maniera allarmante. Due giorni fa il corpo senza vita di Habib, detenuto nel carcere 'Le Sughere' di Livorno, è stato trovato alle 15.30: accanto a lui, disteso a pancia giù nella cella, la bomboletta del gas aperta utilizzata per scaldare il caffè. Il sospetto è che Habib l`abbia sniffata prima di morire. Lo rende noto l'associazione Ristretti Orizzonti. Vittima Snoussi Habib, 30 anni, era arrivato da poco nel carcere cittadino e ospite nel reparto transito. A ucciderlo sarebbe stato un infarto provocato dalla sniffata di gas. Con la morte di ieri il bilancio delle vittime nel carcere di Livorno sale a 14 morti in 7 anni. Per fare un paragone, ci dicono i dati di “Ristretti orizzonti” a Regina Coeli nello stesso periodo ci sono stati 20 decessi, ma a Regina Colei ci sono più di 1.000 detenuti, mentre a Livorno 400. Anche Cagliari è un carcere "ad alto rischio": 21 morti su 500 detenuti, un tasso doppio di Regina Coeli. E' la tredicesima morte nelle carceri italiane dall'inizio dell'anno. Negli ultimi dieci anni (2000-2009), i detenuti suicidi nelle carceri italiane sono stati 568, mentre nel decennio 1960-69 sono stati "soltanto" 100, con una popolazione detenuta che era circa la metà dell`attuale: in termini percentuali, la frequenza dei suicidi è quindi aumentata del 300%. I motivi di questo aumento sono diversi: 40 anni fa i detenuti erano prevalentemente criminali "professionisti", spiega Ristretti Orizzonti, mentre oggi buona parte della popolazione detenuta è costituita da persone provenienti dall`emarginazione sociale, spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie per sopravvivere al carcere. La media europea dei suicidi in carcere è di 1 detenuto ogni 1.000 circa e l`Italia è allineata a questo dato. Ma questo non significa molto, però, visto che nel nostro paese, a differenza di Francia, Gran bretagna, Olanda, la gente che non sta in galera si suicida di meno. In base a quanto emerso, ieri prima della morte, Habib aveva parlato con il responsabile del settore chiedendo informazioni sui colloqui e altro. Poi, approfittando del fatto che i compagni di cella erano fuori, è rientrato nella stanza. A questo punto avrebbe sniffato il gas della bomboletta che è in dotazione alla stanza. L`agente penitenziario addetto alla sorveglianza si è accorto della tragedia quando ha fatto il giro di controllo e ha chiamato il medico. La polizia della Procura ha ascoltato tutti e ha sequestrato il fornellino e la bomboletta. "Resta il fatto che il detenuto era ospite in un settore sovraffollato, come del resto tutti i reparti delle Sughere. Come emerge dai dati denunciati dai sindacati degli agenti, in quell`area sono ospiti una settantina di detenuti, anche se la capienza è di circa 40, essendoci 22 celle", spiega Ristretti Orizzonti.Sempre ieri, invece, il Tribunale civile di Roma ha condannato il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a risarcire i famigliari di un detenuto morto nel carcere romano di Rebibbia. L'uomo, Marco Zodiaco, era deceduto mentre era in attesa di giudizio, a seguito di insufficienza cardiorespiratoria determinata da assunzione di sostanze stupefacenti. Lo rende noto il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) che in una nota ricostruisce la vicenda che ha portato il Dap a dover risarcire circa 350mila euro. All'interno del carcere - avrebbe rilevato il giudice del Tribunale civile - sarebbe stataintrodotta della droga in dosi sufficienti per almeno due persone, il che deporrebbe per un'evidente carenza nei controlli da parte dei dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria in servizio presso il carcere di Rebibbia.
Global Forum di Napoli: chiesti 3 anni di carcere per 9 no-global
Il pubblico ministero Paola Correra della 5° sezione del tribunale di Napoli ha chietro dai tre ai tre anni e mezzo per nove attivisti napoletani cui viene contestata l'accusa di "resistenza a pubblico ufficiale" al processo per gli scontri durante la manifestazione antiGlobal Forum del 17 marzo 2001. Accuse contro le quali i centri sociali annunciano una campagna di mobilitazione e di controinformazione per denunciare il carattere repressivo e persecutorio di questa inchiesta.Alfonso De Vito, uno dei 9 imputati del processo e attivista dei centri sociali napoletani, ricorda quello che successe in piazza Municipio quel 17 marzo 2001 davanti alle telecamere di tutto il mondo: "di fronte a un corteo che si proponeva di arrivare in piazza del Plebiscito con strumenti solo difensivi (schermi e gomma) si scatenò una rappresaglia spropositata a ogni banale considerazione di ordine pubblico, con piazza Municipio chiusa totalmente e trasformata in una tonnara e tantissimi manifestanti massacrati senza pietà. Una prova generale, davanti agli occhi di tutti, di quello che avremmo visto poi al G8 di Genova".
Francesco Caruso, ai tempi del global forum portavoce della rete noglobal e anch'egli imputato, afferma: "è davvero singolare ipotizzare che siano stati i manifestanti ad aver commesso un reato di resistenza nel tentativo di proteggersi in qualche modo da quella furia, mentre nessuno dei poliziotti e dei funzionari che parteciparono o ordinarono quelle cariche violente e selvagge è stato anche solo indagato! "Il sospetto - aggiunge l'ex parlamentare del PRC - è che noi imputati siamo vittima di un assurdo meccanismo "compensativo" di controbilanciamento delle condanne inflitte ai vertici della squadra mobile per le violenze all'interno della Caserma Raniero".
La sentenza è attesa per il 28 aprile 2010. I centri sociali napoletani promuoveranno prima di quella data una mobilitazione pubblicacoinvolgendo associazioni e giuristi, con una mostra video-fotografica di quella giornata, per ricordare a tutti e tutte quello che è veramente successo e il vulnus contro il diritto al dissenso prodotto il 17 marzo 2001 dal Ministero degli Interni a Napoli.
Comunicato dei Centri Sociali Napoletani:
"Dai tre anni e mezzo ai tre anni... queste le incredibili richieste formulate dal pubblico ministero per nove attivisti napoletani cui viene contestata l'accusa di "resistenza" al processo di primo grado presso il tribunale di Napoli per la manifestazione antiGlobal Forum del 17 marzo 2001!!
Una richiesta spropositata perfino rispetto all'accusa e che solleva il più che legittimo sospetto che si tratti di un meccanismo "compensativo" dopo le condanne pervenute ai vertici della squadra mobile per le sevizie della Caserma Raniero. Ricordiamo che proprio un libro bianco della rete noglobal ("Zona Rossa") portò alla luce le torture inflitte ai manifestanti nella caserma e spinse tante vittime a trovare il coraggio per costituirsi parte civile nel processo. Ma ricordiamo anche quello che successe nelle piazze davanti agli occhi del mondo con piazza Municipio chiusa totalmente e trasformata in una tonnara e tantissimi manifestanti massacrati senza pietà. Una prova generale di quello che avremmo visto poi al G8 di Genova. Tanto che gran parte della società civile della città reagì e si indigno in forme pubbliche manifestando la propria solidarietà alla rete noglobal.
In questo contesto è davvero singolare ipotizzare che siano stati invece i manifestanti ad aver commesso un reato di resistenza e non piuttosto ad aver cercato di proteggersi in qualche modo da quella furia, mentre nessuno dei poliziotti e dei funzionari che parteciparono o ordinarono quelle cariche pazzesche è stato anche solo indagato!!
Per questo, entro il 28 aprile, data della prossima udienza in cui spetterà agli avvocati difensori tenere le arringhe, organizzeremo un evento pubblico coinvolgendo associazioni e giuristi, con una mostra video-fotografica di quella giornata, per ricordare a tutti e tutte quello che è veramente successo e il vulnus contro il diritto al dissenso prodotto il 17 marzo 2001 dal Ministero dell'Interno.
La verità non si cancella! "
Genova G8; Processo scuola Diaz un video inchioda la polizia
Si vede l’ingresso di Gratteri e Luperi, i più alti in grado quella notte. Un cerchio rosso indica nel filmato l’allora capo dello Sco, uno blu segnala la del vice dell’Ucigos, Luperi. Mentre i due sono già davanti alla palestra, dalla scuola di fronte si filmano alcuni agenti attivissimi nei pestaggi al primo pianoCon due frammenti video, le parti civili del processo Diaz proveranno a rafforzare l’impianto accusatorio della procura: tutti colpevoli i 27 tra poliziotti e funzionari imputati per la notte cilena” della Diaz. Non ci furono, insomma, poliziotti infedeli e altri ingannati. La consulenza video, che ilmegafonoquotidiano.it anticipa, è divisa in due capitoli. Il primo mostra l’ingresso di Gratteri e Luperi, i più alti in grado quella notte, tre minuti e 25 secondi dopo l’irruzione dei primi agenti travisati. Dunque, non 8 minuti dopo come ha sostenuto la difesa. Un cerchio rosso indica nel filmato l’allora capo dello Sco, uno blu segnala la del vice dell’Ucigos, Luperi. Mentre i due sono già davanti alla palestra, dalla scuola di fronte si filmano alcuni agenti attivissimi nei pestaggi al primo piano. Il più celebre tra loro è “Coda di cavallo” riconosciuto solo alla fine del primo processo come uno degli agenti digos mescolati, per tre anni, al pubblico dell’aula bunker. Il film smonta la prima sentenza che manda assolti i due funzionari accogliendo l’ipotesi che non potevano sapere che non fu la «normale perquisizione» che il Viminale cercava di accreditare. Anche alcuni dei pestati hanno riconosciuto «quello con la barba» (Gratteri) e «quello con gli occhiali» tra la manciata di personaggi in giacca e cravatta quella notte.
Di molotov si parla nel secondo frammento. A mezzanotte 41 minuti e 33 secondi Luperi riceve una telefonata mentre, con in mano il sacchetto blu delle molotov, partecipa al conciliabolo di alti gradi di fronte alla porta della scuola. Parlava con il defunto La Barbera e durò per 31 secondi circa. Ora, in primo grado, l’imputato aveva sostenuto di aver perso di vista il conciliabolo, al termine della telefonata, e di aver affidato la busta blu a una donna della digos, estranea all’irruzione. Lei, nella testimonianza, disse di averlo affidato a un collega napoletano di cui non sa il nome e che però non risulta nella lista dei presenti alla Diaz. Il frame, invece, dimostra, secondo la consulenza di parte civile, che alle 00.43 Luperi era con le mani libere e, pochi passi più in là, c’era ancora il conciliabolo in corso. Lui stesso, alcuni istanti appresso, parla con Mortola, capo della digos genovese, allora, oggi capo delle cariche ai No Tav in Val Susa. Una sagoma, che entra dall’ingresso laterale della scuola, potrebbe essere proprio la donna con le bottiglie. E, sette secondi prima dell’una meno un quarto i cerchietti rosso e blu sono sul bordo della palestra mentre si stende il telo delle false prove. 26 secondi dopo, alle spalle dei due imputati, una mano sfila il sacchetto blu che sparisce per sempre.
3 marzo 2010
CHIAVARI (GE): Rubò bustine di zafferano da un supermercato, condannato a 14 mesi di carcere
L'imputato di Sestri Levante con precedenti penali, rimarrà in carcere dove è stato portato subito dopo il ''colpo''.
Il ladro era penetrato all'interno del supermercato di Sestri, ed era stato scoperto all'uscita (nonostante il supermercato fosse chiuso) con numerosissime bustine di zafferano e 27 pezzi di parmigiano da 500 grammi l'uno.
L'uomo accusato di furto aggravato è difeso dall'avvocato Matteo Groppo.
Parma: Botte e doccia con candeggina ai detenuti del carcere
Imputati due agenti di polizia penitenziaria per lesioni e un terzo per favoreggiamento. Vessazioni ripetute, botte, insulti, umiliazioni. Le parole di Cagna dipingono un quadro infernale dell’esperienza carceraria in via Burla nei primi mesi dopo l’arresto. Il pestaggio di cui sono accusati Vincenzo Casamassima e Andrea Miccoli non sarebbe altro che il culmine dell’incubo fatto passare da guardie e altri detenuti a quell’uomo colpevole di un delitto imperdonabile, per le regole non scritte del carcere.Cagna non ricorda di quanti episodi di maltrattamenti sia stato vittima, né chi siano tutti i responsabili. Ma non gli sembra importante, alle domande del giudice Pasquali risponde “non ricordo, succedeva spesso, alla fine ero esasperato”. Poi di fronte alle insistenze sbotta: “Mi facevano ruzzolare giù dalle scale per portarmi in isolamento, poi mi pestavano”. Per questo, dice, quelle due rampe di scale che portano dal piano della sezione alle celle d’ isolamento lui le ricorda così bene. Veniva punito spesso, i primi tempi, perché era un detenuto agitato dalla tossicodipendenza e ancora sconvolto da quello che aveva fatto. E poi, dichiara, anche perché lo avevano preso di mira.
Narra dell’episodio scatenante, nel novembre 2006, quando viene accusato da un agente di aver fatto delle scritte nella cella. Lui nega e si rifiuta di pulirle. Poi si convince che è meglio obbedire, ma quando si volta la guardia lo schiaffeggia in testa. Lui reagisce con insulti e spintoni, viene condotto in isolamento. Significa stare per qualche giorno, fino a una settimana, da soli dentro a una cella, senza ora d’aria. Cagna ci finisce 5 o 6 volte durante il suo periodo di detenzione a Parma. Ed è lì che viene a contatto con gli agenti che accuserà del pestaggio.
“Casamassima entrava nella mia cella quando ero in isolamento, si metteva un paio di guanti neri e mi diceva ‘Preparati, lo sai’ – ha dichiarato Cagna - Poi mi faceva alzare la testa e mi schiaffeggiava due o tre volte”. Un comportamento che le guardie, non solo quelle imputate, avrebbero ripetuto più volte. Così come la “doccia” con acqua sporca: Cagna racconta che gli versavano addosso l’acqua con candeggina contenuta nel secchio dopo la pulitura dei pavimenti. Lui non è certo un detenuto modello: “ Rispondevo, insultavo. Loro mi provocavano. Ma ero in uno stato mentale non giusto, dovevano capirlo”.
Il primo febbraio 2007 accade il fatto che Cagna decide di denunciare, per la prima volta. Parla con l’avvocato difensore che gli prospetta una pena di 20 anni, lui si agita. Comincia a litigare con un detenuto chiuso in un’altra cella che lo prende in giro: “In vent’anni qui ne imparerai di lingue: albanese, marocchino”. La discussione viene interrotta dagli agenti penitenziari. Cagna ha riferito che Casamassima gli avrebbe detto: “ Ti ricordi in isolamento che ti facevo piangere come una bambina?”. La replica “Non piangevo per te ma per quello che avevo fatto” non sarebbe andata giù alle guardie. Cagna viene fatto uscire e condotto dal “capoposto”, l’agente responsabile del turno. Ma mentre sta per scendere le scale, viene afferrato per i capelli, fatto cadere e pestato con calci e pugni.
Cagna racconta che Miccoli gli avrebbe sferrato un cazzotto in un occhio. Più tardi, in cella, vomita sangue. Ma il medico non gli crede perché ha tirato lo sciacquone. Allora Cagna insiste, dà fastidio, vuole essere visitato ancora. Racconta l'accaduto al medico, che stila un referto e poi lo fa portare al pronto soccorso. E’ durante il viaggio che il capoposto Tanlerico gli avrebbe consigliato di non dire di essere stato picchiato dalle guardie ma da altri detenuti, per evitare problemi in futuro. Cagna ha ribadito che non c’è stata nessuna minaccia, si sarebbe solo trattato di un invito a riflettere. Che alla guardia 56enne, però, è costato un’accusa di favoreggiamento.
Tornato in carcere, Aldo Cagna firma un verbale in cui compaiono entrambe le versioni: quella riferita al medico del carcere, che accusa gli agenti, e quella che tira in ballo ignoti detenuti, rilasciata al pronto soccorso. Ma soprattutto, sottoscrive di non voler sporgere denuncia per quanto accaduto. “Poi però non ne potevo più, ero esasperato da questi episodi. Ci ho ripensato e ho sporto una regolare denuncia”. Oggi, Aldo Cagna sta scontando la pena a trent’anni di carcere a Bologna.
fonte: La Repubblica
G8 Genova: Si aprira' il 25 di maggio il processo per induzione alla falsa testimonianza a carico dell'ex capo della polizia De Gennaro
Si aprira' il 25 di maggio prossimo presso la corte d'appello di Genova il processo di secondo grado per induzione alla falsa testimonianza a carico dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro e dell'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola. Era stato il procuratore generale Ezio Castaldi ad impugnare la sentenza di assoluzione pronunciata il 7 di ottobre dello scorso anno dal giudice per le udienze preliminari Silvia Carpanini unitamente al rinvio a giudizio, per falsa testimonianza, dell'ex questore Colucci. Secondo l'accusa De Gennaro e Mortola avevano indotto l'ex questore di Genova Francesco Colucci a cambiare la propria versione a riguardo della sanguinosa irruzione alla scuola Diaz-Pascoli durante il G8 del 2001. In particolare a Colucci sarebbe stato chiesto di farsi carico della convocazione telefonica del portavoce del dipartimento di polizia Roberto Sgalla davanti alla scuola, mentre la telefonata sarebbe stata fatta - sostiene l'accusa - dallo stesso De Gennaro, che sarebbe stato inevitabilmente a conoscenza dei fatti. I pm titolari dell'inchiesta sono Francesco Cardona Albini e Enrico Zucca. De Gennaro e Mortola sono stati assolti in primo grado "per non aver commesso il fatto". Quanto a Mortola - si legge nelle motivazioni della sentenza - essendo emerso dagli atti che non condizionò Colucci, per De Gennaro, risultando insufficiente la prova che sia stato l'ispiratore del cambio di versione di Colucci su Sgalla.fonte: AGI
Genova G8: La Corte Europea ammette il ricorso della famiglia Giuliani
Secondo la sentenza Mario Placanica sparò al giovane no global «per legittima difesa». Il governo venne multato per la «cattiva gestione dell’ordine pubblico»
Carcere: Chi ha paura di una detenuta incinta?
Una storia d’amore tra PERSONE recluse non dovrebbe suscitare alcun scandalo, ma l’immagine del “carcere a luci rosse” solletica sempre le coscienze… e le pruderie.È paradossale che faccia più notizia e scandalo una nuova vita concepita in un carcere che tante morti che vi avvengono per suicidio, malasanità, cause “oscure”.
Nella Casa di reclusione di Bollate, che ha, fra gli altri, il grande merito di garantire una equità di trattamento alle donne consentendo loro anche di frequentare corsi di scuola superiore, il clima è così umano che, proprio a scuola, può succedere qualcosa di straordinario come una storia d’amore tra detenuti.
Ora è caccia alle responsabilità, e quella storia d’amore è diventata una cosa sporca e pericolosa, che pare abbia messo in crisi l’intero sistema di sicurezza. Eppure stiamo parlando di due persone adulte, anche se in carcere, ritenute capaci di intendere e di volere, malgrado la colpa, e quindi di scegliere, oltre la pena. Ma il fatto è che in carcere si comprime in tutti i modi il diritto alle emozioni, alla sessualità e all’affettività.
Questa “caccia alle streghe sessuali” è la riprova, se mai ne avessimo avuto bisogno, che la pena detentiva è una pena corporale e ciò che si vuole controllare è solo il corpo del recluso. Se poi è una donna si deve negare ancor di più il suo diritto alla maternità, perché è questo diritto fondamentale che si vuole sminuire, facendolo passare come “atto strumentale”, per cercare di ottenere l’uscita dalla galera.
E così si preferisce alimentare il volgare stereotipo del carcere “a luci rosse”, come titolano alcuni quotidiani oggi, e titolavano identici anche nel maggio del 2009, quando a Genova una detenuta marocchina abortì, dopo essere rimasta incinta sembra a seguito di rapporti sessuali con operatori penitenziari… “luci rosse” che smuovono sempre le coscienze delle persone troppo “perbene”.
Ha fatto meno scalpore la recente “ricerca” di Everyone secondo la quale si “verificano nelle Case Circondariali italiane almeno 3 mila casi di stupro e riduzione alla schiavitù sessuale ogni anno” (Ansa, 28 febbraio 2010) e che l’incidenza degli stupri e degli abusi sessuali è causa dei suicidi dei detenuti. Conclusione che è tutt’altro che credibile, oltre a non essere verificabile per quanto riguarda l’attendibilità dei dati sostenuti, ma che avrebbe dovuto, questa sì, sollevare uno scandalo…
Una riflessione va fatta, riguardo alla tutela della dignità e dell’umanità della persona: la restrizione dell’affettività, della genitorialità, della maternità sono giustificabili con le esigenze della pena? Oppure solo con la gestione della pena stessa?
Gli “affetti” sono un’ancora di salvezza per chi sta dentro il carcere e anche la garanzia della presenza di una rete sociale all’uscita, ma nessuno ha il coraggio di spiegare che una legge sugli affetti, oltre a costituire un atto di civiltà e di umanità, forse consentirebbe anche un abbassamento del tasso di suicidi e di autolesionismo: il legame con la famiglia e con le persone amate è infatti il più grande “controllo sociale” che un detenuto possa volere e desiderare!
In Spagna, Svizzera, Russia, e tanti altri Paesi, l’incontro intimo è previsto per legge, solo una mancanza di attenzione e di rispetto da parte della politica per le famiglie delle persone detenute non permette che questo avvenga in Italia, malgrado la proposta di legge presentata il 12 luglio 2002 (Pdl 3020: “Modifica della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di affettività in carcere”) poi sparita perché le famiglie dei detenuti sono ritenute famiglie di serie B.
Ma noi “Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre la perdita della libertà”, così come disse Alessandro Margara, allora Direttore Generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nell’audizione alla II Commissione della Camera dei deputati in ordine al nuovo regolamento di attuazione dell’Ordinamento penitenziario (11 marzo del 1999).
E il grandissimo rischio è che si prenda spunto da questo non-problema della detenuta incinta, o che lo si manipoli, per bloccare progetti di rieducazione, di formazione e socializzazione importanti come quelli di Bollate, riportando le carceri ad una modalità di trattamento obsoleta e inutile. Perché Bollate è purtroppo un carcere, nella sua innovatività e libertà, scomodo.
Laura Baccaro
(Psicologa e criminologa, collabora con Ristretti Orizzonti)
1 marzo 2010
Modena: compagno accoltellato da un responsabile di CasaPound
Il loro brodo di coltura. Perché significa che si afferma l’humus sul quale prosperano i fascisti: lame, bastoni e spranghe. Muore la politica e si afferma l’irrazionalità. I fascisti sostanzialmente in questo modo riescono a distruggere non tanto la costituzione formale, questo lo fanno ogni giorno con gli amici in parlamento, quelli che li tengono a battesimo anche a Modena, ma quella costituzione materiale della modalità del confronto politico che finora ha caratterizzato la città: è una reintroduzione formale del ventennio.
Chiudere la ferita al più presto. Chiudere lo spazio politico di questi soggetti resta l’obiettivo di ogni antifascista: la presenza viva di ogni antifascista nei luoghi di contraddizione sociale e politica attraverso la costruzione di reti di solidarietà, il migliore antidoto. Dall’altra parte l’impedire che queste figure politiche abbiano spazio e agibilità nelle piazze e nelle strade resta un imperativo categorico e irrinunciabile. Se vogliono rinchiudersi come topi negli alberghi nascondendo vigliaccamente chi sono, nel mentre dichiarano ai gestori di essere del Pdl o forse proprio sponsorizzati dai loro padrini politici ai fini di ottenere anche una sala ci possono riuscire: ciò che non deve assolutamente succedere è che si riservi una sola piazza o una sola strada a chi reintroduce la logica del coltello in questa città.
Spazio Guernica
28 febbraio 2010
Libertà per Manolo e Costantino, colpevoli di niente, incarcerati in via "preventiva"
Ora, devo confessare pubblicamente che io penso di costituire un nucleo di lotta clandestino. Non so ancora se chiamarlo "I Beati Paoli", "I Sublimi Maestri Perfetti", "I Compagni di Baal", "Carboneria Riformata Universale" o "Giovane Italia". Ma ci penso spesso. Dunque gli elementi cospirativi ci sono tutti. Venite ad arrestarmi, coglioni!]
(Valerio Evangelisti)
tratto da www.carmillaonline.com
Ed ecco il comunicato:
Costantino e Manolo sono stati arrestati il 18 gennaio per ordine della procura di Roma con l’accusa di associazione sovversiva e banda armata.
A distanza di sole due settimane, il tribunale del riesame ha derubricato la seconda imputazione per totale assenza di prove (non è stata trovata nessun'arma o altro minimo indizio) e il teorema accusatorio messo in piedi dai PM già scricchiola: si trovano in difficoltà ad argomentare le ragioni della cattura. Resta però l’accusa di reato associativo, l’articolo 270 bis, uno strumento giuridico molto ampio e totalmente arbitrario, sotto il quale possono finire anche semplici conversazioni; è quindi qualcosa facile da scagliare e da cui è difficile difendersi.
Non è un caso che questi arresti già così traballanti nel loro impianto abbiano avuto tanta enfasi mediatica: il clamore sui giornali è ormai parte integrante dell’inchiesta e sono le procure stesse a passare le informazioni alla ‘libera’ stampa al fine di perfezionare il lavoro di annientamento degli ambienti politici non in linea con la situazione sociale ed economica dominante. Il ragionamento delle istituzioni è questo: «dove non riesco ad arrivare a norma di legge, quello che non riesco a distruggere con il codice penale, lo stronco con la gogna mediatica gridando al pericolo pubblico, con il consenso e il compiacimento dei cittadini per bene».
I primi fatti risalgono al 10 giugno, con le perquisizione e la prima ondata di custodia cautelare. Ha stupito persino gli avvocati il fatto che il tutto sia avvenuto alle quattro del pomeriggio, andando a prendere gli imputati sui luoghi di lavoro. Il messaggio è sempre lo stesso: «non ho nulla su di te, quindi forse non riesco a sbatterti in carcere, ma intanto ti ritrovi disoccupato, con la vita incasinata».
Da allora non sono emersi nuovi elementi per giustificare il fatto che Costantino e Manolo si trovino ora a Rebibbia, se non un programma di criptazione scaricabile gratuitamente dalla rete e comunicati di condanna nei confronti della politica israeliana in Palestina
Infatti l’attacco dei magistrati è di natura tutta ideologica: i nostri compagni non sono stati arrestati per quello che (non) hanno fatto, ma per quello che sono, ovvero persone che rifiutano di chinare la testa di fronte alle ingiustizie che gridano vendetta da ogni angolo del mondo e di assoggettarsi a un modo di vivere basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Per questo chiunque altro potrebbe essere il prossimo, tutti noi potremmo finire imprigionati perché ciò che è illegale è la pretesa di una società di eguali.
COSTANTINO E MANOLO LIBERI
LIBERTA’ PER TUTTI I COMPAGNI
degli Amici di Manolo Morlacchi e Costantino Virgili
26 febbraio 2010
Taranto: Per il il Pm Perrone i Cobas sono una associazione sovversiva
La richiesta di condanna più alta è di 4 anni di carcere per Salvatore Stasi, esponente Cobas tra il 2001 e il 2002.Il pm Ida Perrone, titolare della pubblica accusa per il processo che riguarda fatti e manifestazioni tra la primavera del 2001 e quela del 2002 a Taranto, ritiene gli esponenti dei Cobas-Taranto resoponsabili di associazione, apologia e propaganda sovversiva.
Nel mirino dell’accusa l’azione politica e la protesta anti no-global prima , durante e dopo il G8 di Genova del 2001.
Tra le accuse il lancio di uova verso la poizia durante le manifestazioni, intercettazioni telefoniche da cui si evincerebbe la volontà dei manifestanti di oltrepassare la zona rossa di Genova, creata per “difendere” dalle proteste i “potenti della Terra” e la presunta aggressione a un esponente di Forza Nuova.
Il 10 marzo replicherà alle tesi dell’accusa il collegio degli avvocati della difesa.
fonte: Radio Popolare Salento
11 detenuti suicidi da inizio anno
Il sovraffollamento e la mancanza di attività fuori dalla cella triplicano la frequenza dei suicidi: è il risultato di uno studio sulle 11 carceri teatro delle ultime morti.Con il suicidio avvenuto ieri nel carcere di Vibo Valentia salgono a 11 i detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno. Erano in prevalenza persone giovani (6 con meno di 30 anni) e in carcere per reati non gravi, alcuni appena arrestati ed altri prossimi alla scarcerazione (solo in 3 casi si prospettavano detenzioni lunghe), 8 italiani e 3 stranieri.
Questi suicidi non sono quindi legati alla disperazione di chi sa di dover passare molti anni in carcere, ma piuttosto all’angoscia di un “presente” che spesso significa sovraffollamento pauroso, assenza di attività trattamentali, negazione di ogni dignità umana.
Vincenzo Balsamo, suicida a Fermo martedì scorso, prima di morire aveva presentato un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo contro il sovraffollamento del carcere dove era ristretto. L’Associazione Antigone si è fatta tramite della sua istanza e di altre 1.200 identiche: tutti citano in giudizio lo Stato italiano per la violazione dell’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, che proibisce di sottoporre i detenuti a “trattamenti inumani e degradanti”. Ma anche altre Associazioni ed i Radicali si stanno facendo carico dell’invio dei ricorsi alla CEDU, che oramai si contano a migliaia.
Cosa accadrà quando la Corte di Strasburgo emetterà migliaia di sentenze, inevitabilmente di condanna, nei confronti dell’Italia?
Il verdetto sul caso-pilota Sulejmanovic c. Italia (n° 22635/03), conclusosi nel luglio 2009, non lascia scampo: un detenuto deve avere a disposizione almeno 3,5 mq di spazio e deve poter trascorrere fuori dalla cella almeno 6 ore al giorno. In caso contrario è vittima di “trattamento inumano e degradante” e ha diritto a un risarcimento economico per il danno subito.
Oggi quasi nessun carcere italiano rispetta i criteri minimi stabiliti dall’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo. Nelle celle di 6 mq ci sono 3 detenuti, in quelle da 12 mq anche 10 detenuti.
Le “ore d’aria” generalmente sono 4 al giorno (ma negli istituti più sovraffollati bisogna fare i turni anche per i cortili dei passeggi, così si riducono a 2, o anche meno)… mentre la Convenzione dei Diritti dell’Uomo stabilisce in 6 ore il tempo minimo da concedere fuori dalla cella!
Sovraffollamento e suicidi
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, in collaborazione con il Volontariato, sta mettendo a punto un “piano” per la prevenzione dei suicidi che contiene misure volte a migliorare - per quanto possibile nell’attuale stato di “emergenza” - le condizioni di vita dei detenuti.
Ma certamente non sarà possibile risolvere, almeno in tempi brevi, la “questione” del sovraffollamento, maggiore responsabile dell’invivibilità del carcere.
Confrontando il tasso di sovraffollamento delle 11 carceri dove sono avvenuti i suicidi di quest’anno con il numero totale dei suicidi registrativi negli ultimi cinque anni (vedi tabella sotto) è emerso che la frequenza dei suicidi arriva a triplicare nelle condizioni di maggiore affollamento, ma anche di particolare fatiscenza delle celle e assenza di attività trattamentali.
Il “primato negativo” spetta al Carcere di Cagliari, con 506 detenuti (affollamento al 146%) e 11 suicidi in 5 anni, con la frequenza di 1 suicidio ogni 46 detenuti. A San Vittore, con 1.127 detenuti (affollamento al 242%) e 13 suicidi in 5 anni, la frequenza è di 1 suicidio ogni 86 detenuti; quindi l’affollamento è quasi doppio, ma ci si suicida la metà!
Per capirne di più su questo apparente paradosso basta leggere alcuni passaggi riguardanti il carcere di Cagliari tratti dal “Rapporto sulle carceri” dell’Associazione Antigone:
“La struttura edilizia è fatiscente e inadeguata. La manutenzione è occasionale e risente dei pochi finanziamenti disponibili…”. “Fuori dalla cella solo le quattro ore d’aria. Spazi di socialità ridotti, quasi nulli. L’aria e la socialità goduti da tutti i detenuti con molte limitazioni per carenza di spazi…”. “Le attività culturali e ricreative sono limitatissime per mancanza di spazi così non esistono attività sportive per totale carenza di spazi…”. “Nessun progetto di reinserimento viene preparato. I trasferimenti vengono comunicati appena prima e di solito per motivi disciplinari…”.
Sulmona, che ha la triste nomea di “carcere dei suicidi”, si colloca al secondo posto: con 481 detenuti, affollamento al 159% e 6 suicidi negli ultimi 5 anni registra una frequenza di un suicidio ogni 80 detenuti.
Il carcere meno affollato è Spoleto: 565 detenuti e affollamento al 124%; in 5 anni vi sono avvenuti 5 suicidi, 1 suicidio ogni 113 detenuti (la metà di San Vittore e 1/3 del Buoncammino di Cagliari).
Il carcere con la minore frequenza di suicidi è Verona, nonostante un affollamento del 162% (956 detenuti e 3 suicidi in 5 anni, pari alla frequenza di 1 suicidio ogni 318 detenuti). Questo risultato positivo è probabilmente in relazione con le numerose attività lavorative, culturali e sportive che vi si svolgono e che consentono ai detenuti di trascorrere parte della giornata fuori dalla cella.
Infine le carceri di Fermo e di Altamura (1 suicidio per ciascuna in cinque anni) presentano un tasso di suicidi molto elevato, ma non indicativo, in quanto rapportato a un numero limitato di detenuti (rispettivamente 68 e 84).
25 febbraio 2010
La famigliadi Stefano Cucchi: perchè non possiamo vedere le radiografie?
«Ancora una volta ci arriva documentazione che non c’entra nulla. E’ la quarta volta che il nostro perito ha ricevuto materiale inutile, mentre noi continuiamo a rincorrere ciò che è nostro sacrosanto diritto ricevere: le foto della Tac e le radiografie eseguite nel corso della seconda autopsia disposta dal pm - ha ripetuto ieri Fabio Anselmo, legale della famiglia di Stefano Cucchi - l’avvocato Piccioni lunedì scorso ha ritirato un pacco per Fineschi all’Istituto di Medicina legale e non contiene, di nuovo, il materiale richiesto». 24 febbraio 2010
G8 Genova: chieste 27 condanne per la mattanza alla scuola Diaz
Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini e Carlo Di Sarro 4 anni e 6 mesi; Massimo Mazzoni, Davide Di Novi e Renzo Cerchi 4 anni e 2 mesi; Vincenzo Canterini 4 anni e 10 mesi; Michelangelo Fournier, Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone 4 anni; Massimo Nucera e Maurizio Panzieri 4 anni e 2 mesi; Pietro Troiani, Michele Burgio e Salvatore Gava 4 anni e 10 mesi. Il sostituto procuratore ha dichiarato il non doversi procedere per un solo imputato, Luigi Fazio, accusato di percosse, in quanto reato prescritto. «C'e' una giustizia alterna e altalenante. Che queste persone abbiano compiuto atti anche terribili o siano responsabili del fatto di averli lasciati compiere e' ormai una verita' storica. E' importante che sia la giustizia a ratificarlo. Questo certo e' molto importante». Questo, a CNRmedia, il commento a caldo di Heidi Giuliani sulle richieste di condanna nel processo di secondo grado a carico di 27 funzionari e agenti di polizia in relazione ai fatti del G8 di Genova del 2001, in particolare l'assalto alla scuola Diaz. «Non dimentico mai - continua Haidi Giuliani - che alcuni dei manifestanti condannati in secondo grado anche a dieci, undici anni di reclusione, non hanno ammazzato nessuno. I quattro poliziotti, invece, che a Ferrara hanno ammazzato Federico Aldovrandi hanno avuto una condanna a dodici anni tutti e quattro insieme. Non ci puo' essere una simile differenza di trattamento e di giudizio. E voglio ricordare che mio figlio non ha avuto neanche un processo?», ha concluso Heidi Giuliani.
Carcere, ancora suicidi. Due in un giorno
Altri 2 suicidi in un giorno all’interno di un carcere. E con questi sono ben 10 dall’inizio del 2010. Stavolta teatro del tragico gesto non è stato una grande struttura carceraria di una metropoli ma il carcere di una città di provincia, Fermo. A togliersi la vita impiccandosi è stato ieri un cinquantenne originario del sud Italia ma residente a Porto Sant’Elpidio (Fermo). L’uomo ha approfittato di un momento di distrazione degli altri detenuti e ha messo in atto il suo proposito. Nonostante i soccorsi, non c’è stato nulla da fare. In attesa dell’esame autoptico, la procura della Repubblica del Tribunale di Fermo ha aperto un’inchiesta sull’accaduto. Il secondo suicidio si è verificato invece nella casa di reclusione di Padova. A togliersi la vita stavolta un giovane tunisino di 27 anni, che si è impiccato nella sua cella usando le lenzuola in dotazione. Anche in questo caso a nulla sono valsi i soccorsi prestati da compagni di cella e personale di sorveglianza.Dunque, la tregua è finita? Sulla vicenda interviene la Uil Pa Penitenziari. “Davvero non c’è troppa voglia di commentare quest’ennesima morte in carcere – dichiara Eugenio Sano, segretario generale dell’organizzazione -. Abbiamo deciso di surrogare l’amministrazione penitenziaria in tema di comunicazione e trasparenza. Non possiamo non rimettere al Capo del Dap, Ionta, ma allo stesso ministro Alfano l’opportunità di ritirare le disposizioni in atto per le quali il personale penitenziario non fornire alcuna notizia o comunicazione se non prima debitamente autorizzata dallo stesso Capo del Dap. Questa politica oscurantista non solo opacizza la dovuta comunicazione ma getta ombre sinistre sul sistema penitenziario alimentando quelle gogne mediatiche di cui paga un prezzo salatissimo tutto il personale“.
Il suicidio di ieri sera rinfocola vecchie polemiche. La Uil, infatti, torna a ribadire che anche a Padova vi siano tante criticità: “Questa morte conferma quanto da noi sostenuto da tempo immemore. Padova non è quell’ Eden penitenziario di cui sui favoleggia. Anche in quella struttura - denuncia Sarno - ci sono evidenti criticità, il più delle volte occultate o sottaciute. Solo un’ abile e massiccia operazione mediatica ha reso possibile che le masse si convincessero che fare panettoni in carcere significasse essere in una oasi felice, che nei fatti non c’è. Questo suicidio è la più spietata delle denunce sulle vere condizioni della Casa di Reclusione di Padova, tra l’altro da noi denunciate attraverso una relazione redatta al termine di una mia visita effettuata il 18 novembre del 2008.
E conclude: “Purtroppo le personalità che visitano gli istituti lo fanno attraverso percorsi individuati dagli amministratori del carcere. Sarebbe il caso, e lo dico soprattutto al sottosegretario Casellati, che si visitassero le strutture in tutta la loro estensione e mettendo il naso in tutti gli ambienti. Nascondere la polvere sotto il tappeto è operazione inutile, anzi dannosa. Una cosa deve essere chiara: i tanto declamati percorsi trattamentali e risocializzanti di Padova non riguardano l’intera popolazione detenuta e sono possibili solo ed esclusivamente penalizzando il personale che è sottoposto ad incredibili carichi di lavoro ed alla quotidiana contrizione dei diritti soggettivi”.
E oggi, nella sede del Dap di Largo Daga, si svolgerà un incontro tra Sebastiano Ardita (Direzione generale dei detenuti e del trattamento) e una rappresentanza delle associazioni di volontariato in carcere, con in agenda l’avvio di un monitoraggio nazionale delle iniziative di prevenzione dei suicidi messe finora in atto dai singoli Istituti di pena.
L'Acta ridisegna Internet: la rete sarà meno libera e più controllata
Un testo – rivelato per primo in Italia da scambioetico.org – che ha subito fatto scattare l’allarme fra le organizzazioni che si battono per la libertà della rete.
Di che si tratta? Innanzitutto c’è la conferma che l’Acta – che prese il via, ricordiamolo, per impedire la contraffazione dei prodotti medicinali – avrà un capitolo tutto e solo dedicato ad Internet. Inspirato alla filosofia americana, anzi meglio: alla vecchia filosofia dell’ex presidente Bush che varò negli anni scorsi il Patriot Act, quello che in pratica consente qualsiasi violazione della privacy in nome della sicurezza. In questo caso, nel caso dell’Acta, però non si fa più neanche riferimento al “pretesto” della sicurezza. Esplicitamente si parla della “necessità di difendere il copyright”. Come? In due parole si può dire che tutto il documento è ispirato alla logica del “notice and takedown”. Significa che i possessori dei diritti d’autore, le major insomma, potranno “avvertire e procedere”. Basterà che qualcuno mandi un e-mail a chi è sospettato di scaricare dalla rete materiale coperto da copyright e si potrà procedere con le punizioni. Saltando a pie’ pari processi, inchieste. Ribaltando, insomma, la logica processuale che vige nei paesi del vecchio continente: spetta all’accusa dimostrare la colpevolezza, non il contrario. E soprattutto spetta ai giudici stabilire cosa è consentito e cosa no. Con la pratica del "notice e takedown" prima si blocca la connessione al "sospettato" poi si vede in aula se quella misura era giusta o no.
Di più, di più devastante. Sempre secondo il testo circolato, i paesi, i più potenti paesi del mondo, stabiliranno il principio per cui i provider – le aziende che forniscono la connettività in rete – sono responsabili del materiale che circola su Internet. E’ un po’ come se le vecchie compagnie telefoniche si fossero trovate all'improvviso una legge che le considerava colpevoli se qualcuno, alla cornetta, pronunciava un’offesa a qualcun altro. I provider, insoma, dovranno diventare “i poliziotti della rete”. Cosa che era stata esplicitamente esclusa dalla recente legge europea, da quel complesso pacchetto di norme e provvedimenti che va sotto il nome di Pacchetto Telecom.
Naturalmente, i protagonisti, i gioverni dell'Acta sono ultra-arrabbiati che la bozza di documento sia circolata in rete. Anche perché c’è tempo per bloccarla. La prossima riunione è in programma a novembre in Nuiav Zelanda. Spazio e tempo per far sentire la voce della rete ce n’è.
22 febbraio 2010
Roma: Si apre il prcesso contro contro Massimo Papini colpevole di essere l'ex fidanzato di Blefari
Omicidio Verbano, distrutti i reperti che avrebbero riaperto il caso
21 febbraio 2010
Pratola Serra (Avellino): Polizia carica presidio operaio
20 febbraio 2010
E’ reato esercitare il diritto di cronaca sul G8 2001. Intervista a Checchino Antonini
Concetta Di Lunardo
Valerio Verbano 30 anni di bugie. Intervista alla mamma.
Prato: Ricattato e stuprato da un carabiniere
Manganelli, teoremi e ricerca di nuove regole
Colpiscine uno per educarne cento. Lo slogan pare essere rispolverato sempre più spesso da chi gestisce la piazza. Accade ai lavoratori Alcoa mazzolati mentre marciano pacifici, accade ai precari romani della Rete Anti Crisi sotto la Prefettura, sono stati manganellati a freddo i manifestanti che volevano entrare a Piazza Fontana nell'anniversario della strage di Stato. Studenti milanesi, no tav, lavoratori sardi, No Dal Molin, migranti, antifascisti pistoiesi, ultras o presunti tali. Quattro persone sono appena state arrestate a Napoli per fatti da stadio tutti da accertare. Chi ha letto le carte è sicuro che sia un teorema, una rappresaglia dopo gli scontri a Udine con i tifosi del Napoli. Un uso politico della repressione chiesto dal ministro Maroni ma è un "pacco".
Piovono denunce per fatti, reati legati al conflitto sociale, anche lontanissimi. Per questo l'attività di soggetti collettivi tematici è costretta a ripiegare in lunghe battaglie giudiziarie. Centinaia di migliaia di euro di multe comminate dalla prefettura ai denunciati per blocchi stradali o per lotte ambientali vengono riscosse con molta spregiudicatezza dall'agenzia Equitalia che mercoledì, a Napoli, è stata occupata dalla rete cittadina per i diritti sociali nell'ambito di una campagna nazionale. Si denuncia un uso spregiudicato delle sanzioni e degli interessi di mora. Le assoluzioni recenti, in primo grado, per alcuni attivisti impegnati nella campagna per la "quarta settimana" con azioni all'Ipercoop Afragola al Carrefour di Casoria, sono solo un sollievo momentaneo. Resta lo strascico pesante dell'uso di accuse infamanti di estorsione aggravata, associazione a delinquere finalizzata all'estorsione di posti di lavoro, case o beni di consumo a prezzo calmierato, contro settori importanti di movimento o di sindacalismo di base.
E' notizia di ieri la condanna di due attivisti dell'organizzazione EveryOne la cui detenzione è stata tramutata nel pagamento di 1.140 euro di multa ciascuno, dal gip di Pesaro, per aver «interrotto o comunque turbato» un'operazione di polizia per l'identificazione di tre rom. Roberto Malini e Dario Picciau, co-presidenti del gruppo che si occupa di diritti umani, si opporranno al decreto penale di condanna, se necessario con un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. I fatti risalgono al 20 dicembre 2008. Secondo il rapporto della polizia avrebbero «pronunciato espressioni ingiuriose nei confronti del personale dell'Ufficio di prevenzione della Questura». «Una condanna senza processo - lamentano Malini e Picciau - solo perchè siamo intervenuti in difesa di un ragazzo rom trattato con tono sprezzante da un agente davanti ad un bar».
Ma qualcuno studia metodi più sofisticati della repressione. L'altroieri, a Roma, il quinto Nimbyforum ha presentato i dati dell'Osservatorio sulle contestazioni territoriali ambientali. Nel 2009 sono stati 283 gli impianti contestati dalle popolazioni. E il fenomeno è in crescita. Tra esperti e politici spiccavano gli interventi di Mauro Moretti, amministratore delegato delle ferrovie, controparte delle popolazioni interessate alla Tav, e del direttore della progettazione dell'Anas, con Violante e Bassanini, tutti concordi nell'escogitare il modo di impedire a una comunità locale di ridiscutere i progetti di infrastrutturazione che mettono a repentaglio la sua sopravvivenza. La repressione non basta. I benpensanti bipartisan chiedono proprio di riscrivere le regole.
Checchino Antonini


