18 febbraio 2010

Spartaco Mortola, il superpoliziotto dal G8 di Genova alla Valle di Susa

Un ritratto del funzionario di polizia, che da Genova è stato promosso vicequestore di Torino. Da martedì, è stato presente in più occasione sui siti dove sono in corso le trivelle per la Torino-Lione.
Nella vasta rassegna stampa sui processi seguiti al G8 di Genova, l’articolo di Marco Imarisio sul Corriere della Sera del primo novembre 2004 è fra i più curiosi. Dà notizia della prima condanna di un agente [poi assolto in secondo grado], relativa al pestaggio del ragazzo di Ostia fermato, picchiato, messo in ginocchio e poi sottoposto alle «cure», fra gli altri, di Alessandro Perugini, all’epoca vice capo della Digos [ha poi avuto un anno, con pena sospesa, nel novembre scorso].
Ebbene, in quell’articolo il giornalista riferisce che uno degli indagati, Spartaco Mortola, all’epoca dei fatti capo della Digos e nel frattempo promosso vice questore di Alessandria, viene prosciolto e reagisce così: «Era accusato – scrive Imarisio – di abuso d’ufficio, falso ideologico e calunnia per l’arresto dei manifestanti di via Barabino. Il funzionario è uscito dall’aula esultando. «Uno a zero», ha detto, agitando le braccia come dopo un gol». E’ un modo davvero singolare, diciamo così, di reagire a un provvedimento del giudice da parte di un funzionario di polizia: lascia intendere che vi sia stata un’impropria gara, nei processi su Genova/G8, fra magistrati e agenti, quindi fra funzionari del medesimo stato, e insinua parecchi dubbi su che cosa si nasconda dietro lo «zero» evocato da Mortola: forse la sconfitta dei magistrati in questo improbabile duello o il livello raggiunto dalla giustizia?
Non sappiamo come abbia reagito il dottor Mortola, nel frattempo ritenuto meritevole di un’ulteriore promozione a vice questore di Torino, agli altri processi nei quali è stato coinvolto, ma possiamo immaginare che abbia brindato alla «doppietta» messa a segno nei mesi scorsi: prima l’assoluzione al processo Diaz, insieme ad altri quindici imputati [inclusi tutti i dirigenti di grado più alto], poi al processo stralcio nel quale era imputato con Gianni De Gennaro, capo della polizia nel 2001, accusato dai pm Cardona Albini e Zucca di induzione alla falsa testimonianza del questore dell’epoca Francesco Colucci. Un bel tre a zero, insomma, ammesso che si accetti la metafora calcistica.
Va detto che il dottor Mortola ha rivestito ruoli importanti in entrambe le vicende. Essendo capo della Digos e fra i pochi funzionari genovesi, quindi capaci di muoversi in città, nella notte della Diaz – il 21 luglio 2001 – ha svolto un ruolo essenziale durante la «perquisizione» alla scuola, conclusa come sappiamo: 93 arresti arbitrari, oltre 60 persone all’ospedale, una serie di falsi impressionante [le molotov, le ferite pregresse…]. Nell’altro procedimento, Mortola era il funzionario cui si rivolgeva Francesco Colucci nelle conversazioni che i pm interpretavano come prova del tentativo di condizionare il processo [i giudici, come detto, hanno assolto sia Mortola che De Gennaro].
Il blitz alla Diaz è ormai passato alla storia d’Italia [e d’Europa] come una delle pagine più nere della polizia di Stato: non c’è bisogno d’essere stati dall’altra parte dei manganelli, quella notte, per dire che la credibilità della polizia italiana ha toccato con quell’operazione il suo punto più basso, sia per l’episodio in sé, sia per la «gestione» del processo [fra molotov che spariscono, imputati che si avvalgono della facoltà di non rispondere, pm che accusano la polizia di comportamenti omertosi]. Quanto al processo sulla testimonianza in aula del questore, diciamo che la storia, oltre alle assoluzioni [e all’esito del processo in corso contro Colucci], dovrà registrare anche il testo delle conversazioni fra lo stesso Colucci e il dottor Mortola, e anche in questo caso non siamo alle pagine migliori nella storia della polizia: la lettura delle trascrizioni è vivamente consigliata, così, per farsi un’idea, di che aria tira in polizia dopo il 2001




Lorenzo Guadagnucci Comitato Verità e giustizia per Genova

Val di Susa: stabile il ragazzo ferito negli scontri con la polizia

Sono ancora serie ma stabili le condizioni del giovane che ieri sera, mercoledì 17, è rimasto ferito negli scontri fra manifestanti e polizia in località Coldimosso, in Val Susa, durante la mobilitazione contro il nuovo sondaggio preliminare alla realizzazione dell'alta velocità Torino-Lione. Nella tarda serata il ragazzo, a cui è stato diagnosticato un ematoma subdurale, è stato trasferito all'ospedale Molinette di Torino dove si trova ancora ricoverato in prognosi riservata nel reparto di neurochirurgia.
Nella notte, dopo un blocco dell'autostrada Torino-Bardonecchia, la protesta si è spostata nel capoluogo piemontese, in particolare in via Girodano Bruno, dove alcune decine di persone si sono riunite per un picchetto bloccando l'uscita dei camion della distribuzione del quoridiano 'La Stampà.
Ma il presidio è stato sgomberato, senza tensioni, intorno alle 2 e 30. Sui muri sono state lasciate alcune scritte come “sbirri e giornalisti infami” “no tav”, “Calabresi assassino”.
Nel pomeriggio circa trecento persone avevano assediato la trivella che dalla mattina stava scavando in località Coldimosso. Quelli di ieri sera sono stati i primi scontri di una certa gravità, tra forze dell'ordine e No Tav, da quando nel mese di gennaio sono iniziate le trivellazioni genognostiche propedeutiche alla realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione.
Paolo Ferrero, per la Federazione della Sinistra, ha dichiarato: «Quello che è avvenuto è un selvaggio e vergognoso pestaggio da parte delle forze dell'ordine ai danni del movimento No Tav della Val di Susa. In seguito al pestaggio di polizia sono state ferite diverse persone, finite per questo in ospedale - continua Ferrero - Il loro unico torto era difendere la loro valle dall'ennesima grande opera che tra qualche anno scopriremo essere fatta solo per distribuire profitti e tangenti». Secondo il portavoce della Federazione della sinistra «è indegna di un paese civile la militarizzazione della Val di Susa che il governo sta mettendo in atto, come si vede anche da quest'ultimo episodio. Se c'e' in parlamento qualche esponente sinceramente democratico faccia un'interrogazione urgente al ministro degli interni Maroni».

fonte: Liberazione





17 febbraio 2010

NoTav: la polizia carica selvaggiamente: un ferito grave.

Non ci sono parole per descrivere quello che è successo questa sera in Val di Susa. Poliziotti che caricano come animali, inseguendo le persone fin dentro i boschi. Molti feriti: tra questi una signora anziana con la testa aperta, ragazzi e ragazze. Ferito gravemente una ragazzo che è stato trasportato alle Molinette. E' un redattore di Radio Blackout.
Dall'altra un movimento compatto nel prendere le proprie decisioni e portarle avanti. Un corteo partito  per raggiungere la trivella, con la conoscenza del proprio territorio, che aggira i blocchi della Polizia e gli spunta alle spalle; che sa bloccare per ore le vie di comunicazione...

A sarà dura!


La  cronaca:

  • h 22: I NoTav bloccano la polizia all'uscita dell'autostrada a Bussoleno: pare che dietro il mare di poliziotti ci sia anche la trivella che nel frattempo è stata tolta da Susa. In precedenza era stata anche bloccata la linea ferroviaria a Sant'Antonino. Notizie poco rassicuranti rispetto al ragazzo ricoverato a Susa. Pare si sia reso necessario un trasferimento al più attrezzato ospedale delle Molinette per probabile emorragia cerebrale.
     
  • h 21. 40: I NoTav sono di fronte alle forze dell'ordine (TANTISSIME) che si stanno schierando sull'autostrada all'altezza dello svincolo del Vernetto/Chianocco. Liberata la statale 24. Si invita a concentrarsi a Bussoleno.
  • h 21.20: Immediato concentramento alla rotonda di Chianocco. Il movimento blocca la statale 24 e l'autostrada.
  • h 21: Dal Pronto Soccorso di Susa: il ragazzo sente le gambe
  • h 20.20: La signora è ferita pesantamente alle braccia, alla fronte, al naso e al cuoio capelluto. Un altro ragazzo oltre a quello portato dall'ambulanza è al pronto soccorso
  • h 19.40 Il ragazzo ferito sta per essere portato all'ospedale di Susa.
  • h 19.35 Una signora colpita sanguina copiosamente.
  • h 19.12 Le cariche si susseguono, uno dei feriti e' abbastanza grave.
    (nuova diretta)
  • h 19.00 Nuove pesanti cariche: la polizia insegue i manifestanti in mezzo ai boschi! Sembrerebbero esserci alcuni feriti.  Mancano 2 NoTav all'appello. Probabilmente catturati dalle forze dell'ordine.
    (Ascolta la diretta)

  • h 18.50: LA POLIZIA CARICA i manifestanti! Copioso uso di lacrimogeni.
  • h 18.30: circa 300 persone si stanno muovendo in questo momento attraverso i campi per raggiungere la nuova trivella.

fonte: InfoAut 

Quando lo Stato uccide

Il butano non spacca il naso, non spezza le dita...«Maria Eliantonio mostra le foto di Manuel, suo figlio di 22 anni ucciso a Marassi. “Suicidato” dice la verità ufficiale ma lei non ci può credere. Sarebbe uscito pochi giorni dopo e, poche ore prima di crepare aveva scritto che lo riempivano di botte e psicofarmaci. Come Maria, una piccola folla di donne e uomini ha potuto raccontare - ieri alla sala stampa del Senato - la propria vicenda di parenti di vittime di malocarcere, cattiva giustizia e ferocia di forze dell’ordine o di ospedali psichiatrici. Ognuno aveva con sé foto, faldoni, carteggi. E un dolore raccontato mille volte per anni. Un massacro come quello che ha subito suo figlio Riccardo, Duilio Rasman, 84 anni, le aveva viste solo in tempo di guerra: sei poliziotti gli sono saltati addosso e quel ragazzo tornato “strano” dal militare s’è schiantato. Cristiano Scardella lo racconta da 25 anni il “suicidio” di suo fratello Aldo, finito dentro innocente e mai più uscito. Nessuno ha mai chiesto scusa. La madre di Riccardo Boccaletti spiega la morte lenta, «annunciata» del suo ragazzo in galera a Velletri, disidratato e rimpinzato di psicofarmaci. Anche la madre di Katiuscia Favero non crede al “suicidio” di sua figlia, 12 giorni prima di uscire dall’Opg di Castiglione delle Stiviere: aveva la tuta sporca d’erba ma le suole asciutte e non poteva essersi impiccata a una rete da pollaio. Qualcuno ha fatto sparire il certificato ginecologico che provava gli abusi nella struttura. Anche la sorella di Stefano Frapporti non riesce a credere che, dopo due ore in mano ai carabinieri suo fratello si sia ucciso col laccio di una tuta spuntata chissà da dove. Rita e Ilaria Cucchi, madre e sorella di Stefano annunciano l’ultimo mistero: dov’è la tac? Perché quattro mesi dopo Stefano non può riposare in pace? La madre di Marcello Lonzi ha mandato una lettera per ricordare la sua lotta per riaprire l’inchiesta sulla morte alle Sughere di suo figlio.
Quando lo Stato sbaglia, uccide. Irene Testa, che ha convocato la piccola folla dolente, è la segretaria dell’associazione radicale “Il detenuto ignoto”. Chiede che si faccia luce su questi e altri casi magari con una commissione ad hoc del Senato e si unisce al digiuno della deputata Bernardini che da due settimane chiede che si apra un serio dibattito sul carcere. Dov’è finito lo stuolo di deputati bipartisan che - due mesi fa - si facevano belli intorno alle foto di Cucchi massacrato? L’assenza di un’autentica sinistra parlamentare (e di un movimento di massa fuori) si avverte ma non c’è nessuno a evocarla. «La strada sarà lunga», dice Emma Bonino alla platea di familiari coraggiosi, quasi soli e disperati.
Poche ore dopo arriva la notizia di un tentato suicidio al un venticinquenne tunisino che dalla fine di gennaio si trovava recluso al Cie di Ponte Galeria: è montato in cima al cancello della gabbia e poi si è gettato al suolo. Aveva già tentato il suicidio venerdì. Succede due volte al giorno nelle carceri italiane e le morti violente sono 4 volte più che negli Usa.


Checchino Antonini

16 febbraio 2010

Omicidio Aldrovandi, 21 querele per i commenti sulle responsabilità della polizia

Il caso Aldrovandi continua a far discutere. Oggi presso il Tribunale di Modena numerose persone che espressero giudizi sull'operato della polizia riguardo la morte di Federico Aldrovandi avvenuta il 25 settembre 2005, dovranno rispondere del reato di diffamazione. Nello specifico sono state portate avanti delle querele da parte del questore dell'epoca e di altri funzionari della questura per alcuni commenti giunti sul blog che Patrizia Moretti, madre di Federico, ha aperto il 2 gennaio 2006. I giudizi riguardavano le pesanti responsablità, poi acclarate, della polizia nella morte del ragazzo di 18 anni che hanno portato alla condanna di 4 agenti
Enzo Pontani, Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri, giudicati responsabili della morte del ragazzo.
«Sono querele partite due o tre anni fa – dice al telefono Patrizia Moretti - e in buona parte e arrivano dal questore che poi è stato trasferito a Modena una settimana prima della manifestazione nazionale che abbiamo fatto ad un anno dalla scomparsa di Federico, poi le altre querele arrivano da agenti coinvolti e dagli stessi 4 condannati, diverse arrivano da Angeletti (l'ispettore Capo al quale erano state affidate le indagini in un primo momento ndr) o da altre persone che in questura in quel momento erano vicine agli imputati».
Ora il giudice dovrà decidere se rinviarle a giudizio, «sul blog – spiega la madre di Federico Aldrovandi - c'erano delle valutazioni, alcune contengono la parola assassini rivolta agli imputati che poi sono stati condannati per questo, quindi secondo me queste querele dovrebbero finire archiviate, poi ci sono diverse forme che loro considerano di diffamazione e sono tutte le motivazioni che hanno portato al processo bis che è appena cominciato per i depistaggi e tutti i favoreggiamenti vari da parte di funzionari della questura per coprire quello che avevano fatto i loro colleghi».
Il trascinarsi di questa tragica vicenda riapre delle ferite che sembrano in qualche modo lenite dalla condanna dei poliziotti, la stessa sentenza pareva aver messo la parola fine alla storia diventata paridgmatica di come possano essere condotte delle indagini quando – scriveva il giudice: « siano coinvolti in esse soggetti, organi e apparati dello Stato, a partire dall’apertura di un blog per tenere alta l’attenzione e la tensione pubblica sullo sviluppo delle indagini ma anche per alimentare un indagine parallela che in certi momenti la famiglia Aldrovandi ha ritenuto di dovere promuovere attraverso i suoi legali».
Il riconoscimento anche da parte del giudice della necessità di mantenere aperta una finestra sulla verità, ora proprio questo strumento viene messo in dubbio. «Queste querele – afferma Patrizia Moretti - secondo me, visto che ci dovrebbe essere la libertà di stampa e di comunicazione, fanno parte della loro strategia intimidatoria».

fonte: Ami-Agenzia Multimediale Italiana





I famigliari dei detenuti morti chiedono allo Stato risposte “chiare e oneste”

Troppi morti nelle carceri italiane: 1.579 solo negli ultimi 10 anni. Oltre 500 suicidi, altrettanti casi sui quali la magistratura ha aperto un’inchiesta. Ma quando lo Stato sbaglia, quando non riesce a garantire la vita a persone detenute, dovrebbe almeno dare delle risposte chiare e oneste ai loro famigliari.
Le Associazioni ed alcuni Parlamentari denunciano da tempo il dramma delle troppe morti in carcere, ma adesso anche i famigliari dei detenuti hanno trovato il coraggio di darsi voce e oggi hanno tenuto una conferenza stampa in Sala Stampa del Senato.
Finora erano stati “esclusi”, erano gli “ultimi” anche loro, ma hanno cominciato a farsi sentire, anche grazie anche a una informazione giornalistica finalmente attenta, che ce li ha mostrati come sono, cioè “persone perbene”, persone “come noi”.
In tanti si sono fatti avanti per chiedere allo Stato risposte “chiare e oneste” sulla morte dei loro cari e saranno presenti alla conferenza stampa: Valentina Ascione, Rudra Bianzino, Clara Blanco, Adriano Boccaletti, David Boccaletti, Rita Calore, Maria Ciuffi, Mario Comuzzi, Ilaria Cucchi, Antonietta Di Sarro, Francesca Dragutinovic, Patrizia Favero, Rosa Federici, Ida Frapporti, Martina La Penna, Angela Lescai, Bruno Martini, Giorgio Naccari, Anna Petrillo, Roberto Poli, Daniele Sabiu, Cristiano Scardella, Ezio Sobrero, Claudia Sterzi, Fabio Tittarelli, Laura Traviotto.
I figli, fratelli, padri, di queste persone sono entrati in carcere, da vivi e sani, e ne sono usciti morti: cos’è successo mentre erano sotto la “custodia” dello Stato? hanno subito violenze? hanno avuto una malattia e non sono stati curati? Domande che loro da anni pongono, ma che non hanno avuto risposta o, più spesso, hanno avuto “risposte” che non hanno chiarito quasi nulla.
La garanzia del diritto alla vita per chi è privato della libertà passa anche attraverso le risposte che le istituzioni del nostro Paese vorranno dare a questi cittadini. Infatti, quella che noi poniamo è una questione di cittadinanza, di rispetto dei diritti civili, più ancora che un richiamo alla trasparenza delle carceri, e di quello che avviene al loro interno, che pure è importante, in un momento in cui le condizioni di vita delle persone detenute sono davvero sempre meno rispettose di un altro diritto, quello a non subire trattamenti disumani o degradanti.
Ma non solo, per i parenti dei detenuti morti in condizioni non chiarite è una questione “d’onore”, è la possibilità di dare una morte rispettabile ai propri cari. Per “morte rispettabile” intendiamo il poter rispondere in futuro in modo chiaro e univoco sulle cause e sulle modalità di quella morte.
È come se un parente chiedesse alle istituzioni “Cosa risponderò ai miei figli quando mi domanderanno come è morto quel nostro famigliare in carcere?” e non avesse mai una risposta, e fosse costretto a spiegare che una istituzione che non tutela il diritto alla vita e alla salute dei propri cittadini in carcere è un’istituzione che non tutela i diritti di tutti noi! Che non risponde perché non è capace di prendersi le proprie responsabilità, che non sa di avere una responsabilità.
Eppure le istituzioni della giustizia, proprio perché dovrebbero seguire le persone condannate in un loro percorso di assunzione di responsabilità rispetto al reato, e alle vittime di quel reato, dovrebbero anche, per prime e con coraggio, rispondere in modo responsabile a tutti i cittadini, e primi fra tutti a quei famigliari che hanno perso un loro caro, morto “di carcere”.
 
 
fonte: Senza Soste

13 febbraio 2010

Lettera dei genitori di Cucchi. «Perché non ci danno la Tac di Stefano?»

Finora siamo stati in silenzio, ora non possiamo più tollerare questa situazione. Non abbiamo parole per quanto sta accadendo, sono fatti gravissimi che ci portano a non capire che cosa stiano facendo i consulenti medici nominati dalla Procura. Trapelano da loro informazioni su improbabili e ridicoli referti secondo i quali una frattura sarebbe una malformazione e l'altra pregressa.
Ora ci viene riferito dai nostri consulenti dell'esistenza di nuove lastre del Fatebenefratelli, che documenterebbero la frattura coccigea, oltre a quella di L3.
Non occorre essere professori per accorgersi della loro esistenza. I medici del Fatebenefratelli le hanno subito individuate e diagnosticate e per quelle hanno tentato di curare Stefano. La Tac è stata effettuata da mesi e noi continuiamo a spendere centinaia di euro per ritirare dischetti che non contengono ciò che serve ai nostri consulenti. La prima autopsia è stata fatta così bene che si è dovuto farne una seconda, proprio per consentire gli accertamenti radiologici. Vorremmo che qualcuno ci spiegasse perché non riusciamo ad avere la Tac e le fotografie effettuate in sede di seconda autopsia. Abbiamo chiesto ai pm di interrompere le operazioni peritali finché non ci verrà consegnata la Tac. E' stato asportato un pezzo di nostro figlio e i nostri consulenti non sono ancora in grado di stabilire dove prelevare il tessuto per l'esame istologico. Adesso basta!

Che cosa succederà lunedì?

Giovanni e Rita Cucchi

Cerro al Lambro (Mi): polizia carica picchetto operaio

Serata di alta tensione quella di ieri sera ai cancelli della Gls di Cerro al Lambro (Milano). Pesanti cariche delle forze dell'ordine per sciogliere il blocco dei cancelli organizzato dagli operai. La lotta alla Gls è una delle molte mobilitazioni che, negli ultimi mesi, stanno agitando molte aziende del ramo della logistica in Lombardia, con gli operai stretti nella morsa tra l'incidere della crisi e la realtà di sfruttamento mascherato del cooperativismo capitalista.
Gli operai hanno bloccato l'ingresso dei camion ai cancelli, il che ha generato la dura e violenta risposta delle forze di polizia, come richiesto dalla dirigenza aziendale... Il picchetto operaio ha subito una prima carica, dinnanzi alla quale però il fronte del blocco ha tenuto, respingendo le manganellate. Il secondo attacco dell'ingente schieramento poliziesco è stato molto più violento e a freddo, lavoratori e solidali sono stati spinti e manganellati in un angolo della cancellata, la polizia ha ferito diverse persone, riuscendo quindi a sfondare il cordone di blocco.
Altri operai sono sopraggiunti per il turno della notte, rifiutandosi di entrare nonostante le sollecitazioni e le minacce dei crumiri. Ancora provocatorio il comportamento delle forze dell'ordine che, dopo aver picchiato gli operai, ha anche sequestrato tutto il materiale portato per resistere (acqua, cibo, bidoni per il fuoco, legna). I tir sono entrati ed hanno scaricato, ma nello stabilimento tutto è fermo perchè gli operai continuano a tenere incrociate le braccia ed a presidiare l'ingresso.

fonte: InfoAut

12 febbraio 2010

Stefano Cucchi, morì per le lesioni e per denutrizione, responsabili della morte anche il personale medico.

Le conclusioni dei periti della Commissione Marino: le lesioni furono inferte. Le fratture sul corpo di Stefano Cucchi sono recenti, compatibili con il periodo della detenzione e, soprattutto, sono da considerarsi l’esito di "lesioni inferte". Ma a causare la morte del giovane è stata, in ultima analisi, una gravissima denutrizione e disidratazione che i medici avrebbero potuto evitare se solo si fossero preoccupati di analizzare le urine del paziente. Non sono banali le conclusioni a cui sono arrivati Pascali e Perfetti, i consulenti incaricati dalla Commissione sul servizio sanitario nazionale, presieduta dal senatore Pd Ignazio Marino, di indagare sulle cause che causarono la morte del trentatreenne romano. Cucchi fu fermato il 15 ottobre per spaccio di droga e morì il 22 nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini.
Con le osservazioni sulle lesioni alla colonna vertebrale del ragazzo, i periti confermano la verosimiglianza di un pestaggio. Ma le indiscrezioni sulle due relazioni depositate mercoledì - e anticipate ieri dal Tg3 della sera - inchiodano alla loro responsabilità anche i sanitari del Pertini: a uccidere Stefano sarebbe stata l’imperizia dei sanitari. La Procura di Roma, per ora, ha indagato per omicidio preterintenzionale tre guardie carcerarie, accusate di aver picchiato Stefano nei sotterranei del Tribunale il giorno della convalida dell’arresto. Per omicidio colposo sono invece indagati sei medici dell’ospedale romano. Sulle responsabilità dell’ospedale le relazioni di Pascali e Perfetti sarebbero pesanti: la morte del ragazzo sarebbe avvenuta alle 3 del mattino (l’ospedale se ne accorge alle 6) e il momento di crisi acuta - quando ancora sarebbe stato possibile intervenire d’urgenza - si sarebbe verificato il pomeriggio precedente. Come è noto, Stefano si rifiutava di mangiare e di bere perché voleva vedere un avvocato. Ora Galiopo e Soliani - i due senatori di maggioranza e opposizione - dovranno concludere la loro relazione, che forse verrà discussa in aula al senato. Intanto Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, continua a denunciare un fatto grave: ai periti della parte civile non è ancora arrivata la Tac realizzata sul corpo del ragazzo, esame non ripetibile e fondamentale per il lavoro dei consulenti. Parole che sembrano cadere nel vuoto.

Cinzia Gubbini da il manifesto



Diritto di cronaca, chi tocca il G8 paga. Intervista a Checchino Antonini

In un articolo del 2005 veniva raccontata la polemica per le promozioni dei funzionari di Polizia coinvolti nelle violenze del G8
Checchino Antonini, giornalista di Liberazione, e Piero Sansonetti, ex direttore del quotidiano, sono stati condannati perchè nel 2005 il giornale pubblicò un articolo dove si raccontava la polemica fortissima scoppiata per le promozioni attribuite ad alcuni funzionari di Polizia coinvolti nelle violenze del G8 genovese, soprattutto venivano messi sotto accusa i criteri di valutazione usati dal capo della polizia Gianni De Gennaro. Da questa vicenda energe un diritto di cronaca messo a repentaglio e l'impossibilità di affrontare in maniera giornalisticamente efficace la ferita ancora aperta del luglio 2001.
Si può essere condannati per diffamazione a causa di una articolo che riguarda i fatti tragici del G8 di Genova del luglio 2001? La cronaca può provocare per il giornalista che racconta i fatti una sentenza che gli addossa 8 mesi di reclusione? Non sono domande senza risposta perchè quello che è successo a due giornalisti italiani martedì scorso esaudisce ogni interrogativo.
E' il giornalista Checchino Antonini a raccontare come si svolsero i fatti e perchè si è arrivati alla condanna per diffamazione. «Due poliziotti di un sindacato di Polizia – ricorda Antonini - si sono sentiti diffamati da una cronaca che Liberazione ha fatto nel settembre del 2005 a proposito di una polemica molto accesa fatta da segretari di sindacati di Polizia contro Gigi Malabarba e altri parlamentari che avevano presentato un'interrogazione a proposito degli ottimi voti attribuiti da De Gennaro che era il capo della Polizia e della Commissione di valutazione ad alcuni funzionari che si erano resi colpevoli delle violenze nelle strade di Genova nel luglio del 2001».

Perchè questi due personaggi si sarebbero sentiti diffamati?
«Uno è segretario generale di un sindacato di Polizia, l'altro è suo fratello che è segretario provinciale a Bari e in quel momento era indagato per favoreggiamento e violazione del segreto d'ufficio, perchè, secondo l'accusa, aveva avvertito alcuni esponenti coinvolti in raid squadristici di essere sotto intercettazione da parte degli inquirenti».

Come si può valutare questa sentenza?
«Cinque anni dopo ci piomba addosso una sentenza di una pesantezza estrema soprattutto a fronte di una richiesta del Pm che chiedeva un'ammenda di 400 euro, invece è arrivata questa condanna a 8 mesi che suona come un campanello d'allarme per il restringimento degli spazi del diritto di cronaca».

Cosa può aver provocato la sentenza del giudice?
«In questo momento io posso dire una cosa: è clamoroso che un articolo che in qualche modo tocchi il G8 di Genova e la potentissima figura di De Gennaro scateni una condanna così abnorme. Quello che emerge è che chi tocca il G8 deve pagare».

fonte: Ami - Agenzia Multimediale Italiana



11 febbraio 2010

MONFALCONE: Prelevati da casa di notte per fare il test antidroga 27 ragazzi.

Si sono presentati nelle prime ore del mattino. Come accade solitamente. I carabinieri friulani hanno suonato i campanelli di ventisette abitazioni, a Monfalcone e comuni limitrofi come Ronchi dei Legionari, San Canzian d'Isonzo, Doberdò del Lago e Udine. Cercavano ragazzi tra i diciassette e i ventitre anni. Il mandato era prelevarli e portarli al pronto soccorso a fare degli esami per verificare la presenza di sostanze stupefacenti.
Una vicenda che ha dell'inaudito, anche se a Monfalcone c'è chi cinicamente dice «siamo ormai abituati alle novità». È stata un'operazione su larga scala partita dal Tribunale dei minori di Trieste e dal Tribunale di Gorizia. Un'operazione finalizzata, come hanno ammesso gli stessi carabinieri, a contrastare il fenomeno del consumo di droga tra i giovani e i giovanissimi. Dunque un'operazione con finalità educative. Tanto che nel comunicato dei carabinieri, come riportato dalla stampa locale e dalla delibera emessa lunedì dalla Camera Penale di Gorizia e firmata dal presidente, Riccardo Cattarini, si legge che l'operazione intendeva «dare un segnale volendo incidere sulla consapevolezza dei giovani ai fini del recupero di un sano stile di vita ... e una sorta anche di raccomandazione alle famiglie sollecitandole a mantenere l'attenzione verso i propri figli, rilevando così lo spessore sociale dell'operazione medesima». Parole che hanno subito suscitato la reazione della Camera Penale di Gorizia, che infatti nella sua delibera esprime «preoccupazione per la dichiarazione dei Comandi dell'Arma secondo la quale l'operazione intera sarebbe stata finalizzata a dichiarati scopi politico sociali, siccome evidente esercizio di una funzione politico sociale che un ordinamento democratico ed attento ai diritti dei cittadini non può e non deve affidare alle Forze dell'Ordine». La delibera prosegue ricordando che «accertamenti sanitari che la legge prevede come assolutamente volontari sarebbero stati eseguiti, su richiesta dei Carabinieri, da reparti ospedalieri deputati alla medicina d'urgenza, con corrispondente impegno degli stessi per fini diversi da quelli istituzionali, previa, sempre secondo la stampa, "firma di un modulo"; tale modalità di esecuzione degli accertamenti sanitari non sembra, tuttavia, tranquillizzare circa la piena consapevolezza, da parte degli interessati, del diritto insopprimibile, in quanto disposto chiaramente dalla legge, di rifiutarsi di sottoporsi agli accertamenti sanitari che sono stati loro proposti».
Il fatto che nessuno dei ragazzi (o dei genitori, nel caso dei minorenni) abbia negato il consenso va letto evidentemente con un certo shock che chiaramente ha colpito le famiglie, svegliate alle tre del mattino. L'operazione è andata avanti fino alle quattro del pomeriggio. Quanto all'esito: sei persone sono state denunciate per cessione, ventuno sono state segnalate come consumatori alla prefettura. Modico il quantitativo di stupefacenti sequestrato. Ma il comandante provinciale dei carabinieri, Roberto Zuliani, ha ribadito il fattore sociale e di prevenzione all'interno del quale è maturata l'operazione dei suoi uomini. Le cronache locali citano il comandante: «Tante famiglie non immaginavano nemmeno che i figli consumassero droga, seppure leggera. È sbagliato - ha aggiunto il comandante - significa che i ragazzi hanno già intrapreso la strada sbagliata. Può essere una vita rovinata in partenza. Per i genitori, la nostra operazione di forte prevenzione deve essere un bel campanello d'allarme».
Carabinieri che si sostituiscono alla politica? Non è un caso che la delibera della Camera Penale si dica estremamente preoccupata per «l'utilizzo, che pare in questa occasione verosimilmente avvenuto, di uno strumento delicato e assai invasivo come quello dell'indagine penale, riservato all'accertamento dei reati, in situazioni che paiono, anche a prima vista, decisamente appartenenti - a tutto concedere - a forme di disagio sociale giovanile che debbono trovare giusta soluzione e supporto in interventi di natura educativa ed assistenziale, non già in operazioni di polizia che, in particolare in piccoli centri, sembrano inevitabilmente destinate a criminalizzare i destinatari dell'intervento, con il rischio che costoro vengano in seguito inseriti in reali circuiti criminali». A Gorizia, come a Monfalcone in questi giorni non si parla d'altro che di quanto accaduto. L'Officina Sociale, storico centro sociale della città di Fincantieri, ha organizzato per giovedì della prossima settimana un incontro con tutte le realtà cittadine e non solo.

fonte: il manifesto

Checchino Antonini condannato a 8 mesi di carcere per aver scritto contro la polizia a Genova

Sentenza choc del tribunale di Roma: otto mesi di reclusione sono stati comminati martedì scorso, in primo grado al giornalista di Liberazione, e tra i fondatori di Megafonoquotidiano, Checchino Antonini oltre che a Piero Sansonetti, all’epoca dei fatti direttore di Liberazione, per un articolo del 16 settembre 2005 con la cronaca di una forte polemica politica tra alcuni sindacati di polizia e Gigi Malabarba. allora capogruppo di Rifondazione a Palazzo Madama. Il giorno prima - con un’interrogazione firmata con diversi altri colleghi e successivamente con un botta e risposta con un sottosegretario - Malabarba aveva criticato in maniera ferma i criteri discrezionali, nella valutazione degli operatori della polizia ai fini dell’avanzamento di carriera. L’occasione erano stati gli ottimi voti – con riferimento al 2001 - ricevuti da due funzionari coinvolti nelle inchieste sulle violenze e gli abusi commessi nei giorni del G8 2001. Malabarba s’era detto convinto che, grazie a un «uso strumentale» di quei meccanismi discrezionali di avanzamento e prepensionamento (stigmatizzati anche dal magistrato amministrativo), l’allora capo della polizia, capo della commissione di valutazione - fosse riuscito a selezionare dei dirigenti fidati e ad espellere i quadri «scomodi» con un «sistema ingiusto e vessatorio».
L’indomani le agenzie riportarono alcune violente dichiarazioni di diversi segretari sindacali del personale di ps e Liberazione ne diede conto. Uno di loro, Giuseppe Tiani, leader nazionale del Siap, s’è sentito diffamato poiché l’articolo ricordava la sua parentela con il segretario provinciale della medesima sigla, all’epoca inquisito per favoreggiamento di personaggi legati all’estrema destra barese e per rivelazione di segreto d’ufficio. Solo il 22 gennaio di quest’anno costui sarebbe stato assolto dalla prima accusa e condannato a 9 mesi per violazione del segreto di ufficio, pena peraltro sospesa.
La sentenza contro Antonini e Sansonetti è un fatto davvero grave. Otto mesi di carcere a un giornalista che non ha diffamato nessuno ma ha solo messo il naso dentro la gestione del G8 2001, costituiscono un'enormità. Quanto si dovrebbe dare a Feltri per i suoi articoli su Boffo? Il caso, tra l'altro, non è isolato. Checchino Antonini, insieme a Fabrizio Barilli Rossi e all'avvocato genovese Dario Rossi, autori del libro, edito da Alegre, "Scuola Diaz, vergogna di Stato" sono stati denunciati dal questore Fournier per aver definito "vergognosa" la sua promozione dopo i fatti genovesi. I fatti parlano chiaro: non si sta procedendo contro una stampa, o un'editoria, che calunnia o diffama ma semplicemente contro il tentativo di ricostruire quella stagione, di seguire passo passo gli eventi che coinvolgono istituzioni importanti e che continuano ad avere ricadute politiche e, purtroppo, giudiziarie.
Checchino Antonini è un nostro redattore e un nostro compagno. E quindi sosterremo la sua difesa e la battaglia contro le false accuse e l'ingiusta condanna che gli vengono mosse. Nei prossimi giorni ci sarà una conferenza stampa ma crediamo che fin da subito sia utile e importante inviare la propria solidarietà a Checchino, la propria indignazione per questo ennesimo "avvertimento" e ribadire che Genova 20010 non la vogliamo dimenticare, né riporre in un archivio giudiziario.



10 febbraio 2010

Roma: La polizia carica una manifestazione contro la crisi

Questo pomeriggio a Roma davanti alla prefettura, in piazza Santi Apostoli, si è svolta una manifestazione convocata dalla Rete romana contro la crisi, dai lavoratori Eutelia, dai lavoratori Italtel, dai movimenti per il diritto all’abitare, dai cassintegrati Alitalia, dagli autoconvocati Sirti, dai lavoratori Telecom, dal Coordinamento precari scuola, e dai Comitati per il reddito, per chiedere un piano anticrisi. Partecipavano anche alcuni migranti dell’assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma. Lo stesso giorno enti locali, governo e parti sociali partecipavano in Prefettura a un tavolo sul lavoro.
Verso le 18 i partecipanti al presidio autorizzato sono stati violentemente caricati dalla polizia in tenuta antisommossa. Un lavoratore dell’Eutelia è stato ferito alla testa ed è in ospedale, mentre un attivista è stato fermato dalla polizia. Le cariche sarebbero iniziate quando i manifestanti hanno provato ad attraversare la strada che separa piazza Santi Apostoli dalla prefettura.
"Condanno con forza la carica a freddo della polizia contro le circa 2000 persone, uomini, donne e bambini, che davanti alla Prefettura di Roma chiedevano risposte concrete ai loro reali problemi (la perdita della casa o del lavoro) e hanno ricevuto solo manganellate"- dichiara Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc- "Esprimo solidarietà ai feriti, fra i quali il consigliere regionale del Prc Ivano Peduzzi. È questa la risposta che il governo offre a chi paga colpe non sue, un atto repressivo inaudito, inaccettabile per la Federazione della Sinistra.Il governo, incapace di affrontare le mille emergenze sociali, ricorre al metodo antico del manganello, per dare l’ennesimo colpo ad una parvenza di democrazia"

I Magistrati Catanesi al servizio della repressione!. Denunciati tredici tra militanti e simpatizzanti del CPO Experia, di Officina Rebelde, del Csa Auro.

Tredici tra militanti e simpatizzanti del CPO sono accusati di invasione, apologia di reato e perfino di “radunata sediziosa” per un sit-in a favore del centro. Intanto si continua con le iniziative di sostegno e informazione in vista del consiglio comunale straordinario sull’argomento che si terrà stasera. Nei giorni scorsi sono stati notificati a tredici tra militanti e simpatizzanti del CPO Experia, di Officina Rebelde, del Csa Auro. tre procedimenti penali differenti: riguardano lo sgombero del 30 ottobre, la più recente occupazione del cinema Minerva e un sit-in del 5 dicembre in sostegno dell’operato del centro popolare.
«Le notifiche per i tre procedimenti sono arrivate nello stesso giorno», ha specificato Luigi Marino, del CPO. «Non hanno riguardato soltanto alcuni membri del comitato di gestione dell’Experia, ma anche individui esterni, sostenitori, e perfino un militante di Officina Rebelde. I reati contestati vanno da oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale alla radunata sediziosa, passando per l’apologia di reato, l’invasione e l’istigazione a delinquere». Come si può leggere in un documento consegnato ai giornalisti lunedì mattina, durante una conferenza stampa, secondo gli occupanti ciò che i magistrati vorrebbero mettere sotto accusa «sono le lotte di questi mesi, e la solidarietà che si è sviluppata in seguito al violento sgombero».
«Per questa ragione», ha sottolineato Marino, «intendiamo continuare con le nostre azioni dimostrative». È stato prodotto un elenco di tredici luoghi, tra aree archeologiche scarsamente utilizzate o abbandonate al degrado ed edifici privati affittati dal Comune, che saranno oggetto delle prossime iniziative organizzate dal comitato di difesa del centro popolare Experia, di concerto col Comitato Antico Corso. «Sarà un percorso itinerante e di denuncia – ha proseguito Marino – atto ad individuare alcuni luoghi simbolici che verranno riportati all’attenzione del quartiere e, più in generale, di tutta la città. Stiamo lavorando anche sotto il punto di vista artistico e creativo. Inoltre, realizzeremo una ricostruzione storico-fotografica di cos’era il quartiere Antico Corso, ricordando che su di esso insistevano le mura della città, e che a pochi passi c’era un lago, il lago di Nicito, e una serie di porte d’accesso a Catania, ora andate perdute».




Roma. Svastiche sul murales di Valerio Verbano

A distanza di poche ore dalle dichiarazioni [un po’ confuse] di Alemanno sulla volontà di dedicare una strada a Valerio Verbano, questa notte ignoti hanno imbrattato il murales dedicato al ragazzo ucciso dai Nar bel 1980. L’episodio è avvenuto nel cuore del Tufello, a due passi dalla palestra popolare Verbano, attiva da circa due anni, e a pochi giorni dalle iniziative previste per il trentennale della morte. “Il sindaco predica bene ma poi i gruppi neofascisti legati al Pdl continuano a violare i luoghi che ricordano Valerio – dicono gli attivisti del centro sociale Astra – Non cambia la natura di questa destra”. Sui muri limitrofi alle scritte naziste, sono ben visibili i manifesti di Casa Italia Colle Verde, legata alla formazione neofascista Casa Pound, che sostiene la candidatura del vice coordinatore del Pdl di Roma, Luca Malcotti, nella coalizione di Renata Polverini.
Il prossimo 20 febbraio ci sarà una manifestazione cittadina in ricordo di Valerio Verbano che partirà da via Montebianco e arriverà a piazza Sempione dove si terrà un concerto con 99 Posse, Assalti Frontali e Colle der Fomento. Due giorni prima, giovedì 18 febbraio alle 17, Carla Verbano, la mamma di Valerio, presenterà il suo libro “Che sia folgorante la fine” al centro sociale Astra di via Capraia 19.

fonte: Carta

9 febbraio 2010

Testimonianze: Se la polizia difende i fascisti

Caro "Osservatorio", ancora una volta sono indignata e scossa per quanto è successo poche ore fa a Torino. Casa Pound e altri nostalgici dal cuore nero avevano indetto una fiaccolata per le vie delle Vallette, popolare quartiere di periferia, per «onorare i martiri delle foibe», come recitava un loro striscione. Saranno stati un trenta-quaranta. I compagni antifascisti col tam tam dei telefonini e di internet si sono dati appuntamento mezz'ora prima del previsto corteo con il dichiarato intento di impedirlo, visto che le formazioni fasciste sono esplicitamente vietate dalla Costituzione, sotto qualsiasi forma, e la Costituzione per ora non è ancora stata abrogata! Saremo stati almeno 200; anche se non più giovane ho voluto partecipare perché per me l'antifascismo è un modo di essere, un sentimento forte e ineludibile, sono pure iscritta all'Anpi, non si può discutere con certe persone e certi dogmi, il nostro Paese è nato dalla lotta di liberazione contro i nazisti e i fascisti e tutto questo non si può dimenticare o far finta di ignorare. Ebbene, le forze dell'ordine, in gran numero, erano schierate con scudi e manganelli rivolti verso di noi, non verso chi è manifestamente anticostituzionale! Quando si è cercato di impedire che i fascisti si muovessero, ci hanno attaccati, inseguiti, accerchiati e manganellati. Diversi compagni e compagne hanno riportato ferite e contusioni, uno ha una mano rotta e ingessata, tutti noi siamo tornati indietro con un indescrivibile senso di frustrazione, di rabbia, di ingiustizia... Ormai deve apparire normale che i rappresentanti delle istituzioni scelgano apertamente di stare dalla parte dell'eversione di estrema destra, che tra l'altro preme alle porte del Pdl per sperare in qualche poltrona. Non siamo più un paese democratico, l'avevo già capito, ma ogni volta che ne vedo la conferma, non posso fare a meno di indignarmi, non voglio rassegnarmi, ora e sempre Resistenza!



Daniela Pantaloni Robassomero (To)

Cariche della polizia al presidio No Tav

Sembra essersi rotta la tregua non dichiarata per quanto concerne la stagione dei sondaggi... una tregua soprattutto indotta dalla forza e dalla determinazione espressa dal movimento No Tav, nodale il passo del 23/24 gennaio: 40mila No ai sondaggi e al Tav con la marica di Susa vs nemmeno un migliaio di politicanti e impresari...
Questa sera alle 17 si è tenuta un'assemblea al presidio No Tav all'autoporto di Susa per decidere la risposta da mettere in campo dinnanzi al posizionamento di una nuova trivella, nella notte, a Susa... L'assemblea si è espressa convintamente per contestare la trivellazione, per rimettersi in marcia per ribadire che il movimento No Tav non starà in silenzio dinnanzi al bluff dei sondaggi, farà arrivare la sua protesta in ogni sito!
Dal presidio No Tav 400 persone si sono messe in marcia per bloccare l'autostrada, munite di fiaccole e di bastoni da sbattere contro i guardrail...
Diversamente da altre occasioni l'atteggiamento delle forze dell'ordine, quasi a voler lanciare un segnale intimidatorio, nelle prime battute è stato duro: dinnanzi al procedere dei No Tav diverse camionette si sono schierate lungo l'autostrada per fermare la marcia, i carabinieri in assetto antisommossa si sono schierati ed hanno caricato i No Tav.
Solo dopo le cariche la polizia si mette da parte.. interessata soprattutto a trincerare e difendere la trivella. I No Tav ripartono in corteo e bloccano l'autostrada per 1 ora e 1/2, per dare immediatamente una risposta alla nuova trivella.
Non avranno vita facile in Valle!
Ma se l'obiettivo di parte opposta era quello di intimorire i No Tav, facendoli arretrare e rinunciare alla marcia hanno fatto ancora i conti senza l'oste! I No Tav hanno risposto, hanno resistito alla carica, riposizionandosi lungo l'autostrada e costringendo ad arretrare le forze dell'ordine!
La marcia contro la trivella ha quindi proseguito, spostandosi (quindi bloccando anch'essa) la statale 24, dirigendosi nuovamente verso il presidio di Susa. Il movimento si è fatto trovare nuovamente presente, pronto a ribattere nell'immediato alla provocazione della trivella... No Tav No Sondaggi!

Fonte: InfoAut

segui la diretta su InfoAut

8 febbraio 2010

Mappa della Milano nera tra il neofascismo la Lega e il Pdl.

La notizia è di qualche giorno fa: Cuore nero di via Pareto a Milano chiude i battenti e si trasforma in Casa Pound Italia. Dove aprirà la nuova sede lo si scoprirà presto. Ma sarebbe un errore credere che si tratti solo di un cambio di insegne e di luogo. Nello spazio di un paio d'anni molte cose sono, infatti, mutate. I soggetti che avevano inizialmente sostenuto il progetto di un punto di incontro a Milano di tutte le anime del neofascismo, si sono rapidamente dispersi o sono via via entrati in conflitto fra loro. Prima, nel settembre 2008, era arrivata la decisione di Roberto Jonghi Lavarini, uno degli sponsor di Cuore nero, e del suo gruppo, Destra per Milano, di confluire in Alleanza nazionale, seguiti nel febbraio dello scorso anno da qualche altra decina di militanti, guidati da Matteo "Stizza" Pisoni, che avevano costituito Area Identitaria, un organismo composto da ex della Fiamma tricolore per traghettare a loro volta verso An. Infine, l'approdo, sempre in An, di Lino Guaglianone, ex Nar, e dei suoi amici di Comunità in movimento, dopo l'insuccesso elettorale del cartello de La Destra con la Fiamma tricolore nelle elezioni politiche del giugno 2008. Sarà un caso, ma a Guaglianone è stata subito riconfermata la carica di consigliere d'amministrazione nelle Ferrovie Nord, in quota a Ignazio La Russa.
In direzione opposta si era nel frattempo consumata anche un'altra scissione, quella degli Hammer, ovvero i seguaci milanesi dell'omonima setta neonazista nata negli Stati Uniti, che avevano abbandonato via Pareto per dar vita a Bollate alla Skinhouse.
Già alla fine del 2008, come conseguenza, si era registrato un primo passaggio di mano all'interno del gruppo dirigente di Cuore nero, con la nomina a portavoce di Francesco Cappuccio, detto Doppio malto. L'idea era di offrire un'immagine meno truce, sganciandola dal suo leader carismatico Alessandro Todisco, con troppi problemi, anche giudiziari, soprattutto dopo i fatti dell'11 novembre 2007, seguiti alla morte del tifoso laziale Gabriele Sandri, quando alcune centinaia di ultras nerazzurri e teste rasate tentarono addirittura, con un ariete per sfondare il portone, l'assalto alla caserma dei carabinieri di via Vincenzo Monti a Milano. D'altro canto anche gli affari collegati alla vendita delle magliette e dei gadget della linea Calci e pugni, gestiti dalla moglie di Todisco negli stessi locali di Cuore nero, non procedevano bene, con le spese a superare gli incassi. Con l'allontanamento di Roberto Jonghi Lavarini e soprattutto di Lino Guaglianone, erano, infine, insorte ulteriori difficoltà a sostenere le spese di gestione dei locali.
Alla tendenza a confluire nel Pdl di molti spezzoni del neofascismo milanese, si è parallelamente accompagnata negli ultimi mesi una fase caratterizzata da forti contrasti interni. Non solo politici. Tra l'agosto e il novembre in più di un'occasione sono stati visti esponenti e gruppi dell'estrema destra venire alle mani. Un dato nuovo. Due gli episodi principali. Il primo a fine agosto, sul piazzale davanti allo stadio Meazza, nei pressi del bar Chiringuito, quando un gruppo di Hammer ha pesantemente malmenato i fratelli Todisco, Alessandro detto Todo e Franco, detto Lothar. Le ragioni dello scontro sono tutte interne alla battaglia in corso per l'egemonia dentro la curva interista. Da un lato la vecchia guardia, sotto le insegne di Franco Caravita, dall'altra un agguerrito gruppo di malavitosi decisi a conquistarla, utilizzando gli stessi metodi mafiosi già dimostratisi vincenti sulla sponda rossonera. La posta in gioco in questo caso era il controllo degli Irriducibili. L'altro fatto, ben più significativo, sembrerebbe invece aver riguardato, domenica 18 ottobre, proprio Roberto Jonghi Lavarini, a detta di Indymedia Lombardia , vittima di un'aggressione, la sera, fuori della sede del circolo Destrafuturo di Città Studi. Un episodio subito smentito dallo stesso, con tanto di minaccia di querela a chi l'avesse ripreso. Indymedia Lombardia divulgò la notizia, attraverso un post anonimo, raccontando come «un gruppo di skin di Forza nuova» avesse «teso un agguato» a Jonghi Lavarini a causa delle sue critiche al gruppo «per aver invitato l'infame calunniatore, il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, a presentare il suo libro Bande nere ». Anche il quotidiano Avvenire , la domenica successiva dedicò spazio all'episodio, addirittura una pagina intera nell'edizione milanese. Quel che è certo, nonostante le smentite, è stata, nei giorni successivi, la partenza di una delegazione a suo nome per trattare direttamente a Padova con il coordinatore nazionale di Forza nuova, Paolo Caratossidis, ottenere scuse e spiegazioni ed evitare un effetto domino con vendette e ripicche.
In questo quadro si è consumato l'ultimo atto di Cuore nero, con l'abbandono ufficiale di Alessandro Todisco («Me ne vado sicuro di aver fatto il mio dovere, fino in fondo», scrive nel suo comunicato di addio) e la decisione di passare armi e bagagli a Casa Pound. Non estraneo a questo passo definitivo quanto accaduto il 1° novembre scorso, quando al termine delle celebrazioni organizzate da alcune associazioni di reduci repubblichini al cimitero Maggiore, al Campo X dove sono inumate le spoglie di alcune centinaia di caduti della Rsi, una trentina di aderenti a Cuore nero tentò di penetrare negli studi di Radio popolare, colpevole, a loro dire, di averli derisi in una trasmissione. Una sorta di "spedizione punitiva", che non solo suscitò forti proteste in ambito democratico, ma che soprattutto non fu apprezzata dai vertici nazionali di Casa Pound, timorosi delle conseguenze di un ulteriore isolamento. Da qui la decisione di Gianluca Iannone, su consiglio di Gabriele Adinolfi, di tagliare i ponti con questa parte di camerati troppo rissosi e incontrollabili. In pratica il nucleo fondante di Cuore nero.
Il senso di questa virata è stato, senza alcun dubbio, quello di favorire una ripresa dei rapporti con la Destra istituzionale, Lega compresa, che sembrerebbe aver conquistato ultimamente molte simpatie nel neofascismo milanese. E se da un lato, in ambito Pdl, il parlamentare europeo Carlo Fidanza (della stessa corrente degli ex aennini vicini al sindaco di Roma Alemanno) si è ormai conquistato il ruolo di referente più accreditato, dall'altro, i principali esponenti leghisti fanno a gara a corteggiare gli ambienti di estrema destra. Il 5 settembre scorso, sancita dalla partecipazione di Mario Borghezio a un convegno sulla scuola in via Pareto, è anche stata stipulata un'alleanza tra Casa Pound e il Centro identitario di via Monte Grappa, collegato a Terra e popolo, una delle articolazioni milanesi dei Volontari verdi. Con loro, a promuovere iniziative, ora anche lo Spazio Ritter, l'ex Libreria del fantastico, di Maurizio Murelli e Marco Battarra. Una sorta di intreccio fascio-leghista che ha dato vita anche a una pubblicazione mensile: Il borghese del nord . Promossa dall'editore Luciano Lucarini, a guidarla politicamente è stato chiamato proprio Mario Borghezio. Con lui, Franco Polver, presidente del comitato Milano capitale. In redazione, guarda caso, anche Francesco Cappuccio che curerà l'unica rubrica fissa: "Il cortile delle api". Una particolarità: nel primo numero anche un articolo di Shaykh' 'Abd-Al Whaid Pallavicini, figura di spicco dell'islamismo moderato, vice presidente della Comunità religiosa islamica sponsorizzata dal ministro dell'Interno Roberto Maroni, autore nel primo numero di un pezzo dal titolo "Il simbolismo della croce e Renè Guenon".
Ma la Lega è anche pronta ad accogliere alcune vecchie figure del radicalismo di destra, con qualche problema di collocazione. Si parla con insistenza dell'ingresso sia di Fabrizio Fratus e del suo minuscolo gruppetto denominato Sintesi, già Alleanza studentesca e Giovane Europa, sia di Carla De Albertis di Nordestra. Obiettivo per entrambi, farsi candidare come indipendenti alle prossime elezioni comunali del 2011. Operazione più semplice per la De Albertis, in grado di portare in dote alla Lega qualche significativo contributo economico.
Un'ultima informazione. Di recente, con un nome volutamente allusivo, ha preso quota a Milano un nuovo ritrovo di tutte le anime dell'estrema destra, il Lux, gestito da Luca Cassani, detto Kassa, l'attuale portavoce del Comitato Sergio Ramelli (una specie di coordinamento del neofascismo milanese) e da Alessandro Pozzoli, proveniente da An. Situato in via Canonica, angolo via Moscati, in zona Sempione, è anche frequentato dai nuovi capi delle curve interista e milanista. Come sempre i fascisti passano molto tempo della loro vita tra bar e stadi. Nei giorni scorsi il locale ha anche ospitato la presentazione di un libro di Giuliano Castellino, l'ex responsabile della Fiamma tricolore di Roma, poi confluito nel Pdl. A promuovere l'iniziativa l'Area identitaria di Matteo Pisoni, ex di Cuore nero, e i circoli della Nuova Italia, legati a Gianni Alemanno. Oratore di punta: Carlo Fidanza. La gara tra Pdl e Lega su chi sta più a destra continua.

Saverio Ferrari - da Liberazione

Omicidio Cucchi: Riemersa la lettera-sos del 21 ottobre

La lettera c'è, finalmente, ma mancano ancora le immagini della tac effettuata su Stefano Cucchi dopo la riesumazione, due mesi fa.«Caro Francesco sono al Sandro Pertini, in stato d'arresto. Scusa se stasera sono di poche parole ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori. Ps per favore rispondimi». Francesco è un operatore del Ceis, la comunità terapeutica di don Picchi. La missiva, anticipata da Liberazione il 13 gennaio scorso, è stata consegnata l'altroieri dal Ceis alla famiglia - portandosi appresso altri misteri. Stando alla testimonianza della capoposto del Pertini che gli fornì busta e foglio e lo vide scrivere, successe la sera del 21 ottobre, dopo quattro giorni di rifiuto di cibo, acqua e di quasi tutte le cure perché gli era impedito di incontrare l'avvocato. Perché la lettera è datata 20 ottobre? Forse Stefano, stravolto dalla durezza delle sue condizioni - era paralizzato a letto da quanto è dato sapere - sbagliò a contare i giorni.
Forse. Ma un altro mistero è ancora più inquietante: la lettera fu spedita probabilmente dal Pertini, il 26 ottobre, lunedì. Cucchi era già morto all'alba del 22 ottobre e domenica 25 la vicenda era stata narrata per la prima volta sulla prima pagina di Liberazione . Sulla busta l'indirizzo è stato compilato da una mano diversa da quella della calligrafia affaticata della lettera. Ilaria Cucchi riconosce la scrittura di suo fratello nell'ennesimo tentativo di far arrivare la sua voce all'esterno del sistema carcerario che lo aveva ingoiato forse per occultare i segni del "contatto" con gli uomini in divisa. Una frettolosa e distratta udienza di convalida gli aveva negato i domiciliari con la stranissima motivazione della mancanza di una fissa dimora sebbene la notte dell'arresto i carabinieri gli avessero perquisito la camera nell'appartamento di famiglia.
Della lettera si scoprì dalla lettura della relazione degli ispettori del Dap che, nel corso dell'indagine interna, si sono imbattuti nella testimonianza della graduta di polizia penitenziaria. Poi, da una «fonte autorevole» che Ilaria Cucchi ha ritenuto di non rendere nota, siamo venuti a conoscenza di un verbale che annotava tra gli effetti personali del detenuto ucciso, la busta da lettera. Però, quando finalmente la famiglia è riuscita a tornare in possesso della scatola della lettera e di quel verbale nessuna traccia. «Sentiva di essere stato isolato», insiste la sorella cucendo la nuova rivelazione alla richiesta d'aiuto che Stefano consegnò alla volontaria che lo vide la stessa sera.
Ma chi ha scritto l'indirizzo e chi ha spedito la lettera? E ancora: perché la comunità ha impiegato così tanto tempo per metterne a conoscenza la famiglia? «La colpa è mia», spiega a Liberazione don Mario Picchi, fondatore del Ceis raccontando delle morti, nel giro di 10 giorni del suo vice, dopo 40 anni di collaborazione, e di sua sorella venuta a Roma per i funerali. E' accaduto tra il 18 e il 28 ottobre sovrapponendosi alle date chiave di questa vicenda. «Sono rimasto in mezzo a questa tempesta di sentimenti - ricorda ancora - e non ho avuto coscienza subito di quello che stava accadendo. Poi i miei collaboratori mi hanno fatto presente di quella lettera e allora ho detto che l'avremmo consegnata quando ce ne sarebbe stato chiesto conto». Intanto, da alcuni giorni, la stampa ricama su presunte fratture antiche che smentirebbero le responsabilità di un ipotetico pestaggio nella morte di Cucchi. «Ma quali fratture - protesta Fabio Anselmo, il legale della famiglia - si tratterebbe di ernie. Due mesi dopo la riesumazione della salma non sono stati depositati in Procura, e non abbiamo ancora avuto, i dischetti con la documentazione della Tac e delle fratture, quella consegnata finora contiene solo immagini che nulla hanno a che fare con le lesioni alla colonna vertebrale».

7 febbraio 2010

Roma: Vigliacca aggressione fascista a Garbatella

Venerdi notte verso le 4 e mezza, tre ragazzi sono stati aggrediti mentre tornavano a casa a poche centinaia di metri dal centro sociale La Strada dopo un iniziativa a sostegno di Radio Onda Rossa. I vili aggressori come sempre hanno colpito alle spalle, con bottiglie di vetro, bastoni e coltelli. I tre giovani fortunatamente sono stati dimessi dall-ospedale con alcuni giorni di prognosi, punti in testa e ferite da taglio a gambe e braccia. Non sappiamo se questi esseri vigliacchi appartengano a una o all'altra fazione della destra romana, ma sappiamo per certo che chi si aggira di notte, travisato, coltello alla mano per aggredire chi esce da un centro sociale è una merda fascista. E non avrà spazio nei nostri quartieri. In questi giorni di campagna elettorale chiediamo a tutta la città di mantenere gli occhi ben aperti per difendere i diritti e le libertà della roma democratica che non si vuole piegare all'intolleranza e alla paura del diverso, predicati da tanti politici e poi agiti di notte da questi loschi scagnozzi. Come ogni giorno continuiamo a stare nelle strade con chi lotta per diritti e dignità' e come sempre non lasceremo nessuno spazio alla violenza fascista senza paura.

Csoa La Strada
Action Diritti

5 febbraio 2010

Roma: Venti attivisti indagati per il corteo contro il G8 del luglio 2009

Concluse le indagini preliminari sugli scontri avvenuti il 7 luglio 2009 a Roma in occasione della vigilia del G8 dell’Aquila. Venti attivisti di nazionalità italiana e non, sono accusati di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lesioni aggravate e danneggiamento seguito da incendio. Nel corso di quella giornata furono operati dalla polizia trentasei fermi e dieci persone furono arrestate, otto delle quali sono state in seguito sottoposte a regimi cautelativi (anche molto pesanti) fino al dicembre 2009. L’episodio contestato dalla magistratura riguarda il corteo “V Strategy”, svoltosi fra le zone di Testaccio e Piramide, dove sfilarono diverse realtà del mondo associazionista: dagli studenti dell’Onda (che manifestarono anche per la liberazione degli studenti arrestati il maggio precedente a Torino durante le manifestazioni contro il G8 della scuola) fino ai centri sociali, che si unirono sotto lo slogan: “Il G8 è un terremoto e noi siamo tutti Aquilani”. Corteo concluso con le cariche a freddo di Polizia e Carabinieri, proseguite per oltre a un chilometro e concluso con una vera e propria “caccia all’uomo”, con rastrellamenti fin dentro gli androni dei palazzi. Sotto quest’ottica è evidente quanto surreali risultino le accuse rivolte dalla magistratura agli attivisti indagati, che rientrano in un contesto di continui attacchi repressivi attuati negli ultimi contro chiunque si attiva ogni giorno nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro, da Torino a Copenaghen.

fonte: zic.it

4 febbraio 2010

Omicidio Cucchi: il mistero della lettera scritta e sparita

Quella lettera c'è, o almeno, c'è stata. Ilaria Cucchi non si dà pace da quando ha letto nel resoconto dell'indagine interna del Dap, la testimonianza della capoposto del reparto penitenziario del Pertini. La sovrintendente della polizia penitenziaria fornì busta e foglio a suo fratello Stefano e lo vide scrivere al Ceis, la comunità di recupero dove lo conoscevano. Ma quella lettera non è mai arrivata.
Ilaria, ieri in conferenza stampa con Manconi e con l'avvocato Anselmo, rivela un altro particolare, fornito da fonte autorevole che per ora non cita: ci sarebbe un verbale che annota quella busta da lettera nella lista di effetti personali appartenenti a suo fratello. La famigia quella scatola l'ha riavuta ma nel verbale di Regina Coeli, stavolta, nessuna traccia della lettera. E' l'ennesima smentita della teoria del suo autoisolamento, specifica Fabio Anselmo che smentisce un ausiliario dei periti del pm il quale ritiene "antiche" e non mortali le fratture delle vertebre che inchiodarono al letto del Pertini il giovane pugile, cateterizzato, che uscì in carrozzina dalla cella per sprofondare nell'orrore del "repartino". «Qui non si discute se siano state mortali: lo sono diventate per colpa medica. Ma se si muore per lesioni dolose a causa di incuria medica i responsabili di quelle lesioni, anche se non mortali, devono rispondere comunque di omicidio preterintenzionale», controbatte il legale, lo stesso del caso Aldrovandi.
Di pestaggio parlano vari testimoni e tanti altri segni sul corpo martoriato di Cucchi, dai lividi alla paralisi della vescica: «Anche le fratture sono il risultato del pestaggio e lo dimostreremo - promette Anselmo - al di là di questo, trovo grottesco come si possa affermare che le guardie carcerarie non sarebbero responsabili della sua morte.Stefano Cucchi è morto a causa di negligenza medica grave in seguito a una collutazione violenta con le guardie carcerarie: al momento è questa la ricostruzione della Procura di Roma». Al momento, infatti, sono indagati tre agenti di polizia penitenziaria per omicidio preterintenzionale e sei medici del
Pertini per omicidio colposo. «Da parte mia ho sfatto svolgere un inchiesta amministrativa che allo stato attuale non ha dimostrato responsabilità della polizia penitenziaria - fa sapere il capo del Dap, Franco Ionta, udito ieri da Marino nell'ambito della commissione sugli errori del servizio sanitario - in ogni caso credo che il caso Cucchi dimostri come più amministrazioni che hanno avuto ruolo in questa vicenda abbiano tenuto un atteggiamento sostanzialmente burocratico rispetto al problema. Io mi prendo la responsabilità e spero che l'autorità giudiziaria sia in grado di stabilire realmente come sono accadute le cose». Con chi ce l'ha Ionta? Delle amministrazioni restate fuori dalle indagini, per ora, resta fuori solo quella di Viale Romania, sede del comando generale dei carabinieri. Il rischio di manipolazioni esiste, ne è convinto Luigi Manconi, e la procura starebbe indagando sulle falsificazioni delle cartelle cliniche.

Ultras: La Cassazione decreta che è vietato insultare la Polizia allo stadio

Guai a chi insulta la polizia allo stadio: gli agenti hanno «diritto al rispetto e alla onorabilità di qualsiasi altra categoria professionale», gli ultras sono avvisati. Così ha decretato ieri la Cassazione (Prima sezione penale), confermando la condanna a cinque mesi e 10 giorni di reclusione per uno dei capi della tifoseria del Crotone. Otto mesi fa Gaetano S. era stato condannato per istigazione all'ingiuria perché nell'agosto 2006 era stato colto mentre col megafono sollecitava la curva rossoblu a cantare cori contro le forze dell'ordine (un classico degli stadi italiani, da «Celerino pezzo di merda» a «Poliziotto primo nemico») durante la partita con la Reggina. In primo grado, il Gup di Crotone aveva assolto il capo ultrà, sostenendo che non aveva compiuto alcun reato dato che non aveva offeso una un agente allo stadio ma un'intera categoria. La Cassazione però, d'accordo con la Corte d'appello di Catanzaro che l'anno scorso aveva ribaltato l'assoluzione in condanna, rileva che «non si può avallare una artificiosa distinzione tra i singoli appartenenti ad una categoria e la categoria stessa. L'onorabilità della Polizia di Stato va garantita in maggior misura, in un caso come questo in esame, nel quale le espressioni offensive hanno formato oggetto di pubblico incitamento ad una denigrazione del tutto gratuita e immotivata».


fonte: il manifesto 

3 febbraio 2010

Caso Franco Mastrogiovanni: Reparto Psichiatria Vallo – Il giudice: era una corsia lager



«Basti pensare solo al dolore che deve aver cagionato alla vittima il continuo strofinio delle fasce di contenzione sulla ferita che aveva al polso sinistro, profonda fino alla carne viva». L’ordinanza del gip di Vallo della Lucania, Nicola Morrone, è spietata quanto le accuse che la Procura muove ai 14 operatori sanitari indagati per sequestro di persona, morte o lesioni. L’immagine di Francesco Mastrogiovanni che viene fuori sia dalle riprese filmate della videocamera dell’ospedale che dal provvedimento giudiziario è quella di «un uomo sofferente e in palese difficoltà respiratoria», morto sì per edema polmonare, come risulta dalla cartella clinica sequestrata, ma «connesso allo stato di forzata immobilità al quale era costretto». L’immagine, invece, che viene fuori del reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca assomiglia a un campo di concentramento dove «è prassi trattare così i pazienti». La figura dei medici, infine, viene quasi sconsacrata: «le condotte abusive erano poste in essere confidando nella difficoltà di disagio sociale dei pazienti e nella possibilità di invocare una loro scarsa credibilità, perché affetti da malattie psichiatriche». Invece, i filmati parlano chiaro. Mastrogiovanni, così come un altro paziente G. M, sarebbe stato legato al letto per tutto il periodo di degenza «anche se non aggressivo. Né veniva alimentato o fatto bere». Per il gip, Mastrogiovanni non rifiutava il cibo, né le cure mediche, né tantomeno le iniezioni, come invece verbalizzato nella cartella clinica dell’ospedale. La magistratura ricostruisce gli ultimi giorni di vita dell’insegnante. Alle 12.15 del primo agosto, Mastrogiovanni arriva in ospedale con l’ambulanza e adagiato sul letto del reparto. «Fino alle 12.41 è cosciente, non appare aggressivo — si legge nell’ordinanza di sospensione di medici e infermieri — e alle 12.45 si sottopone a trattamento dei sanitari facendosi iniettare una siringa intramuscolo. Alle 12.55 è così tranquillo che si prepara da solo il letto e mangia il cibo fornito dall’ospedale. E’ l’ultima volta che gli sarà consentito di alimentarsi, poiché alle 13.08 si adagia sul letto e rimane tranquillo fino al momento in cui gli saranno applicate le fasce di contenzione. Da quel momento non sarà più slegato, né gli saranno forniti acqua e cibo, e ciò fino al momento della sua morte». In una «sconcertante sequela di abusi» conclude il gip.

Angela Cappetta da Cilento notizie

2 febbraio 2010

Testimonianze: Al Commissiariato di Polizia di corso Tirreno a Torino, c'è una "stanza delle torture"?

Una stanzetta disadorna in fondo al Commissariato di Polizia di corso Tirreno, con in mezzo due scrivanie ed un mobiletto metallico. Appoggiati sul mobiletto, due tomi del Codice penale e un bel manganello foderato di stracci tenuti assieme da dello scotch bianco. Un manganello di quelli d’ordinanza, con l’impugnatura e tutto, ma imbottito in modo da essere usato senza la preoccupazione di lasciar troppi segni, lasciato in bella vista sul mobiletto come se fosse uno strumento di normale utilizzo tra quelle mura.
Una specie di “stanza delle torture”, questa che vi descriviamo in via Tirreno? Non lo sappiamo con certezza, ovviamente. Possiamo soltanto raccontarvi come i poliziotti di guardia abbiano reagito alle rimostranze di chi venerdì scorso, involontariamente, ha scoperto quel manganello poggiato lì. Intanto sbattendo gli impiccioni in un angolo, poi sequestrando il manganello sospetto, poi dando risposte imbarazzate ed improbabili, col tono di chi viene beccato con le mani nella marmellata, di chi ha fatto una gran cazzata e non sa più come giustificarsi: «No, no, noi non lo utilizziamo…», «che cos’è?», «ci stiamo accertando di cosa sia..», «l’avrà portato qualcuno da fuori…», «ma mi hai mai visto utilizzare una roba così?…».
E possiamo anche dirvi che chi l’ha scoperto, il manganello in quella stanza, è stato talmente travolto dall’indignazione da mettersi ad urlare a squarciagola in mezzo ad un Commissariato pullulante di celerini sempre pronti all’attacco, da inveire improperi contro le guardie delle quali era prigioniero, accettando il rischio di farsi caricare di botte così, gratuitamente, alla fine di una giornata già troppo lunga passata nelle loro mani.


Lettera Firmata

Pistoia: Revocati gli arresti agli antifascisti

Il giudice Luciano Costantini ha accolto la richiesta di revoca delle misure cautelari richiesta dagli avvocati dei 6 imputati per i fatti di Pistoia che adesso avranno solo l'obbligo di dimora notturno. Un altro passo verso il ripristino della "normalità" in questi 4 mesi in cui la situazione giudiziaria degli imputati ha sempre avuto un carattere di eccezionalità. Il giudice infatti fra le motivazioni di questa decisione ha messo la caduta dell'accusa di devastazione e saccheggio (che ricordiamo prevede una pena dagli 8 ai 15 anni di reclusione). Per 4 mesi il comitato di sostegno agli imputati livornesi ha continuato a denunciare il fatto che il reato di devastazione e saccheggio era tenuto in piedi solo per giustificare le misure detentive per i 6 imputati, tutti incensurati.
Era dunque verosimile l'impressione che tutti avevano avuto nelle tre udienze svolte fino ad oggi, cioè che i fatti si stavano ridimensionando e l'accusa e i suoi testimoni erano caduti più volte in contraddizione.
Anzi, sembra addirittura eccessivo l'obbligo di dimora per l'unica donna imputata nel processo visto che i due presenti dentro Casa Pound hanno più volte ribadito di non aver visto donne e i testimoni non sono nemmeno riusciti a indicarla durante i riconoscimenti.
Insomma, un altro piccolo passo avanti in un processo che piano piano si sta ridimensionando, con la speranza di giungere presto alla verità.


fonte: SenzaSoste

30 gennaio 2010

Pistoia: Continua il processo agli antifascisti

Si è tenuta nella giornata di stamani la terza udienza del processo che vede coinvolti 7 imputati, di cui quattro livornesi, per l’irruzione nel circolo Agogè-CasaPound di Pistoia, avvenuto l’11 ottobre 2009. In questa terza riunione sono stati ascoltati alcuni testimoni dell’accusa, quattro tra ispettori di polizia e dirigenti digos che quel giorno hanno condotto le prime indagini, Massimo Dessì, consigliere del circolo Agogè, e due dei sette accusati.
Riconoscimenti farsa. Il processo si è aperto con la fase dei riconoscimenti. Ad indicare i presunti colpevoli Massimo Dessì, esponente del circolo Agogè – Casapound e l’altro testimone dell’accusa, Marco Lucarelli proprietario della pizzeria adiacente il circolo Agogè – Casapound. Il confronto si sarebbe dovuto svolgere all’americana, ovvero mischiando gli accusati con delle persone somiglianti. Ma è stato palesemente una farsa. In primis perché Massimo Dessì, essendo parte civile nel processo, ha potuto fin dalla prima udienza accedere ai fascicoli coi riconoscimenti fotografici, avendo quindi il tempo per memorizzare gli accusati. Tecnicamente poi, ci sono state diverse mancanze. Le persone che hanno affiancato gli accusati (i presunti “sosia”) erano poliziotti e per di più di Pistoia, quindi persone note in un città piccola e per soggetti come Dessì e Lucarelli, impegnati in politica e frequentatori dello stadio. Ai poliziotti è stato perfino permesso di mantenere i propri cellulari e quindi la possibilità di comunicare con l’esterno. Avevano poi caratteristiche palesemente differenti dagli accusati per età (dai 40 ai 50 anni!), per corporatura e segni particolari (uno stempiato, un altro con la barba bianca!). In un caso però è bastato invertire un accusato e un poliziotto (di 50 anni) che si prestava a fare da somigliante per far confondere gli accusatori che non hanno saputo dare una precisa risposta. Nel caso dell’unica donna coinvolta invece, dove gli affiancamenti sono stati fatti in maniera più idonea, gli accusatori non hanno saputo riconoscere l’imputata. Ogni commento è superfluo.
Marco Lucarelli-Michele Romondia, una contraddizione dietro l’altra. E’ stata poi la volta della deposizione di Marco Lucarelli, gestore della pizzeria che ha sede accanto a Casapound e del suo aiutante Michele Romondia. Sono loro, insieme al Massimo Dessì di Casapound, i testi principali dell’accusa. La loro deposizione, timorosa, confusa e piena zeppa di contraddizioni, e che ha rivelato l’inconsistenza dei tanto attesi riconoscimenti visivi, getta una pesante ombra sull’operato di chi ha condotto le indagini. E’ risultato evidente a tutti che entrambi i pizzaioli sono entrati a far parte di un gioco più grande di loro, nel quale sono co-responsabili delle detenzione di sette persone estranee ai fatti e verso il quale dovranno fare i conti con la propria coscienza. Senza rievocare tutto il dibattimento occorre qui sottolineare le madornali contraddizioni tra i due colleghi di lavoro. Entrambi dichiarano che quel pomeriggio erano intenti a trasportare un oggetto pesante lungo la strada del circolo Agogè (per Lucarelli è una stufa, per Romondia una lavatrice!) e che sono stati distratti dalla corsa (“fuga”) di un gruppo di circa 20-25 persone che arrivava alle loro spalle. Pensando che fosse successo qualcosa nei pressi del circolo e ricevuta la conferma dopo una telefonata (della moglie di Lucarelli, impegnata in quel momento nella pizzeria), Lucarelli dice che si sono precipitati verso il medesimo abbandonando la stufa-lavatrice sul marciapiede mentre Romondia afferma che hanno portato l’oggetto a destinazione e solo dopo si sono incamminati verso il circolo e la pizzeria. E qui è emerso uno dei particolari più interessanti della giornata odierna. Lucarelli dichiara di tornare verso la pizzeria (accanto al circolo) per assicurarsi dello stato della moglie, che nel frattempo sta medicando un taglio al Dessì. Dichiara di non rivolgersi in nessun modo alla persona ferita e di prendere subito il motorino (con il Romondia) per fare un giro nei dintorni e tentare di individuare i responsabili. In precedenza interrogato sui rapporti con Casapound, Lucarelli dichiara di non avere rapporti, se non di considerare alcuni di loro clienti della pizzeria. Romondia al contrario ricorda che entrambi si sono rivolti al Dessì mentre questi era in fase di medicazione, di essersi informati tramite lui sull’accaduto e di essere penetrati all’interno del circolo di Casapound per valutare i danni. Un approccio umanamente comprensibile visto l’accaduto o c’era una conoscenza pregressa? Romondia non ha dubbi e svela candidamente che esistono dei rapporti tra Casapound e Lucarelli, che è solito mandare i figli a giocare a “calcino” (biliardino) nel circolo di Casapound. Rivelazione pesante, che conferma la poca attendibilità del test Lucarelli e i suoi rapporti pregressi con Casapound. Comica alla luce della rivelazione del Romondia, la precedente affermazione di Lucarelli circa il possesso della tessera della CGIL e della sua ipotetica vicinanza “al rosso”. E’ quanto meno difficile pensare che una persona di sinistra mandi a giocare i figli in una sede fascista. A imparare cosa, il saluto romano?
Lucarelli amico di Casapound. Anche oggi 1+1 fa due? In ogni caso, deve essere stato un brutto colpo la rivelazione del collega pizzaiolo circa i suoi rapporti taciuti con Casapound. Del resto, in fase di interrogatorio, il tentativo di occultare questo rapporto, ha sfiorato più volte il paradosso, come nella situazione, già citata, in cui di fronte a Dessì lievemente ferito a un braccio, Lucarelli dichiara di non rivolgergli la parola e di non chiedergli niente circa l’accaduto. Una circostanza umanamente insostenibile. Lucarelli, decisamente abbacchiato a fine interrogatorio, come consolazione ha ricevuto la pacca sulla spalla dal capo della Digos. Uno dei tanti particolari che riempiono di stranezze queste giornate di dibattimento. La presenza ossessiva di Digos e Polizia, oggi visibilmente agitati e turbati dalla scarsa credibilità dei testimoni, rivela un clima inusuale, nel quale probabilmente l’imbarazzo per aver montato su degli innocenti pesanti e insostenibili accuse, comincia a emergere, tradendo evidenti nervosismi.
Da testimoni della difesa a indagati. E’ forse anche per questa svolta, infelice per l’accusa, che alcuni dei restanti testimoni della difesa, le cui deposizioni sono state rimandate all’8 marzo, sono stati informati di essere indagati. Ora che l’estraneità ai fatti dei primi 7 accusati sta emergendo, insieme all’inconsistenza dei test dell’accusa e al sempre più inquietante ruolo degli investigatori pistoiesi, si toglie ai test della difesa la possibilità di fornire ulteriori materiali che confermino la verità sostenuta dal principio dagli accusati.

Le deposizioni degli indagati

I due indagati interrogati nella seduta odierna, Elisabetta Cipolli e Alessandro Orfano. hanno inizialmente descritto, in modo coerente e lineare, gli spostamenti e le attività che hanno svolto nella giornata dell’11 ottobre 2009. Il dibattimento è proseguito poi con le domande dell’avvocato di parte civile, del pubblico ministero e dell’avvocato della difesa: i due hanno risposto a tutte le interrogazioni, dimostrandosi, al contrario dei testimoni dell’accusa, spontanei e naturali, senza mai cadere in contraddizione. Nel corso delle deposizioni è stato illustrato il carattere dell’assemblea dell’11 ottobre al circolo primo maggio a cui parteciparono gli indagati: si trattava di una fase preparatoria in vista di un nascente coordinamento regionale che aveva il fine specifico di denunciare l’incostituzionalità della legge sulle ronde, di recente approvazione. È emerso dunque chiaramente che l’assemblea non aveva niente a che vedere con il circolo Casa Pound Agogè o con la presenza di militanti neofascisti sul territorio pistoiese. La nostra impressione è stata che, dopo la deposizione dei due imputati, tutti i presenti, dal giudice al pubblico, abbiano ascoltato per la prima volta la verità.
Alla fine dell’udienza, alla luce degli elementi emersi, gli avvocati della difesa hanno chiesto nuovamente la liberazione degli imputati. Il collegio giudicante deciderà entro 5 giorni.



fonte: SenzaSoste

Notizie Correlate