19 novembre 2009

Omicidio Cucchi: Parla il supertestimone «Erano in tre a picchiare, ma non carabinieri».

«Erano in tre a picchiare, ma non carabinieri». E' il racconto che agli inquirenti della Procura di Roma, ha fatto il cittadino del Gambia S.Y., nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. L'uomo, che è detenuto in una struttura di assistenza per tossicodipendenti, è il supertestimone dell'accusa, colui cioè che ha dichiarato di aver visto il giovane geometra romano mentre veniva picchiato nei sotterranei del palazzo di giustizia della capitale. L'immigrato, che il 16 ottobre scorso condivise la cella con Cucchi, sarà ascoltato in incidente probatorio sabato prossimo: le sue dichiarazioni diventeranno così una prova del pestaggio che ha ucciso il ragazzo. «Era magro, la faccia carina, il cappuccio in testa», ricorda. E poi più avanti, spiega: «Lui dire me - traduce in modo letterale l'interprete - se ho droga, io dire "no, non ce l'ho", e lui dire "io ce l'ho dentro». Rispetto all'aggressione subita da Cucchi, S.Y., prima spiega: «L'hanno aggredito, gli hanno dato un calcio... carabinieri...». Poi, a domanda precisa del pubblico ministero Maria Francesca Loy, se siano stati i militari dell'Arma, risponde deciso: «No, gli accompagnatori... quindi sarà la penitenziaria». Il gambiano, più avanti nel verbale, che consta di 29 pagine, aggiunge che «dalla piccola finestra ho visto che lo stavano picchiando e lui è caduto per terra. L'hanno messo in cella, è venuto uno di quelli, era gentile, gli ha dato una sigaretta». La descrizione di chi ha picchiato è vaga. Il testimone dice prima che avevano tutti la divisa, anche se azzurra, poi blu infine blu chiaro. «Lo stavano portando dalla cella, circa 20 minuti prima di andare dal giudice, lui era andato in bagno». S.Y. spiega ancora: «Perdeva poco sangue dalla gamba, non ricordo se destra o sinistra, mi diceva sempre che si sentiva male. "Mi hanno menato questi stronzi" diceva». Cucchi, comunque, aveva «dolore fino alla punta del piede». Descrivendo la dinamica dei fatti, l'interprete si tocca la parte bassa della schiena all'altezza dell'osso sacro e lungo tutta la coscia e la gamba. Secondo il gambiano, Cucchi gli avrebbe detto che il pestaggio era avvenuto «quando l'hanno accompagnato, mentre lo accompagnavano le guardie, gli hanno menato...». I calci e i pugni ci sono stati nel corridoio delle celle di sicurezza. Dopo che i carabinieri avevano consegnato Cucchi agli agenti della polizia penitenziaria. I militari dell'Arma non entrano di norma nella sezione, che sta nei sotterranei della cittadella giudiziaria. Per l'accusa di omicidio preterintenzionale sono indagati tre agenti. Di omicidio colposo, invece, tre medici dell'ospedale Sandro Pertini.Nel frattempo, i tre medici dell'ospedale Pertini coinvolti nella vicenda Cucchi saranno trasferiti «provvisoriamente» in altre strutture dell'Asl RmB, secondo quanto disposto ieri dalla direzione aziendale e che avrà effetto immediato. Una scelta presa, secondo quanto si apprende, anche a tutela dei medici. I medici sono il primario Aldo Fierro, responsabile del reparto penitenziario, e i medici Stefania Corbi e Rosita Caponetti. I tre avevano ricevuto un avviso di garanzia per omicidio colposo, perché accusati di aver omesso le dovute cure sanitarie a Stefano Cucchi.


fonte: Liberazione

Roma: cariche della polizia contro gli operai dell'Alcoa

Torneranno a casa con qualche livido per le botte ricevute dalla polizia, ma almeno il viaggio a Roma degli operai dell'Alcoa ha avuto un lieto fine. Non solo l'impianto di Portovesme, nel Sulcis Iglesiente, non verrà chiuso ma anzi verrà rilanciato. La decisione è stata comunicata dall'amministratore delegato dell'azienda prima ai sindacati nazionali e poi al ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. «L'Alcoa si è detta pronta anche a pagare quanto dovuto allo Stato italiano per le agevolazioni sulle tariffe energetiche percepite in questi anni ed oggetto della procedura di infrazione della Commissione Europea - ha detto Roberto Puddu, della Cgil del Sulcis - ma ricorrerà, insieme al Governo, alla Corte di Giustizia Europea contro la decisione di Bruxelles». Per il sindacalista, «si tratta di un risultato raggiunto grazie alla mobilitazione dei lavoratori», a partire dai «tre operai che si trovano sul silos dell'acqua dell'impianto a 60 metri di altezza e che sono stati l'avanguardia di questa mobilitazione». Un prima vittoria, quindi, anche se si tratta, avverte Puddu, di risultati «ancora tutti da verificare». Per questo oggi alle 14 ci sarà una assemblea dei lavoratori a Portovesme a cui dovrebbero partecipare anche i tre operai che presidiano il serbatoio dell'acqua.

Due pescherecci salvarono 44 immigrati al largo di Lampedusa. Condannati per resistenza a pubblico ufficiale !

Gli avvocati dell'Asgi e gli antirazzisti di "Border Line" hanno atteso per ore davanti al tribunale di Agrigento. L'udienza finale dopo che gli imputati avevano rifiutato il rito abbreviato perché volevano poter dimostrare la propria innocenza, dopo che tanti testimoni a difesa erano stati esclusi dal dibattimento, dopo che il Pm aveva chiesto 3 anni di carcere per ognuno degli accusati e una ammenda di 440 mila euro. La sentenza è arrivata ed ha lasciato attoniti i presenti: assolti i marinai, condannati i comandanti.I fatti risalgono all'8 agosto del 2007. Due pescherecci tunisini incrociano una imbarcazione con a bordo 44 immigrati che chiedeva soccorso. La barca si trovava più vicina alle coste italiane e la scelta dei pescatori fu quella di portare a Lampedusa i migranti. Avvisarono ovviamente le autorità marittime italiane, ma all'arrivo i 7 membri degli equipaggi furono arrestati per il reato di "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina". Ne nacque un caso internazionale perché a Roma, Parigi e Tunisi settori di società civile e politica che si mobilitarono in difesa dei marinai. La detenzione durò comunque un mese, fino a quando il Tribunale del riesame non accolse la richiesta di scarcerazione. 106 parlamentari europei, appartenenti a diversi schieramenti, si erano schierati a favore dell'innocenza dei 7 imputati. I comandanti sono stati condannati a due anni e sei mesi per Resistenza a pubblico ufficiale. Questo perché, date le cattive condizioni del mare e la situazione sanitaria dei naufraghi, i due vascelli hanno fatto pressioni per attraccare a Lampedusa, non certo con l'uso della forza, peraltro impari. Il mare cattivo li costringeva a virate continue e questa è stata considerata prova della volontarietà di non obbedire agli ordini della marina militare. Ma la contraddizione è all'origine ed è oggi appesantita dalle norme del Pacchetto sicurezza e dalla pratica costante dei respingimenti in mare. La convenzione SAR, che suddivide le acque internazionali in zone di competenza in cui i paesi limitrofi hanno l'obbligo di intervenire in caso di emergenza, non solo non viene spesso rispettata ma confligge con l'idea che si possa accompagnare in territorio italiano persone ritenute a priori "clandestine". Iperboliche le affermazioni del Pm, prima che si riunisse la camera di consiglio: una analisi nominalistica degli eventi intercorsi per cui i migranti rimasti in mare, prima di essere soccorsi non potevano essere catalogati come persone a rischio, ergo, risultava non pertinente l'applicazione della convenzione SAR. Come a dire solo a naufragio avvenuto i pescherecci avevano l'obbligo di intervenire.Il "Morthada" e l' "El Hedi", che hanno operato il soccorso, sono ancora ancorati nel vecchio porto di Lampedusa, ormai inutilizzabili. Per l'accusa non si trattava di pescherecci ma di barche utilizzate appositamente per il trasporto di migranti, peccato che il materiale trovato a bordo dimostri che quello che hanno fatto i marinai è stato solo rispettare le leggi del mare. Pensavano di aver fatto solo il proprio dovere quando hanno tratto in salvo uomini e donne, vulnerabili, pensavano allo sguardo di due bambini, uno di 5 anni affetto da paralisi spastica. Pensavano alle storie che c'erano dietro quel mancato naufragio: una coppia che aveva passato 6 anni a lavorare in Libia per pagarsi il viaggio, 1500 euro, nel continuo terrore di essere scoperti. Hanno fatto ciò che tanti altri non osano più fare.

Stefano Galieni

18 novembre 2009

Quegli strani segni sulle mani di Cucchi

Buchi, quasi uguali, oblunghi, si direbbe ovali, sulle braccia e sulle mani di Stefano Cucchi. I periti stanno prendendo visioni delle foto dell'autopsia prima della riesumazione del corpo stabilita per lunedì prossimo. Intanto spiccano quelle croste simili tra loro sulla nocca dell'indice della mano sinistra, sull'ultima falange dell'indice sinistro, sotto l'unghia nel polpastrello del pollice della stessa mano. Altre tre sul braccio, sempre il sinistro, all'altezza del gomito. E le escoriazioni alle gambe. Certo ci sono «lesioni più importanti», sullo zigomo e sulla mandibola. Ma quelle croste farebbero pensare a scottature. Non ci vorrà molto a venirne a capo. Su questo i medici non hanno dubbi e aspettano lunedì. Intanto trapela poco dell'interrogatorio del detenuto africano, S.Y., coetaneo di Cucchi, che dice di aver visto - dallo spioncino della cella nei sotterranei del tribunale - alcuni agenti di custodia che prendevano Stefano a calci e pugni, che lo scaraventarono a terra per trascinarlo in cella e dargli "il resto". Fu Stefano - secondo le scarne indiscrezioni - a confidargli che «Ma non lo vedi? Mi hanno menato questi stronzi». Sabato, il detenuto originario del Gambia sarà ascoltato nel corso di un incidente probatorio. Per ora è ai domiciliari in una comunità. Il suo trasferimento da Regina Coeli ha turbato la polizia penitenziaria. Intanto i tre agenti di custodia indagati per l'omicidio preterintenzionale di Stefano, sono stati distaccati - l'avrebbero chiesto loro stessi - in attesa della fine dell'inchiesta interna del Dap. I loro sindacalisti sono certi dell'innocenza dei colleghi. Nel senso che sono sicuri che l'eventuale pestaggio non sarebbe alla causa della morte. E gli anfibi potrebbero aver colpito calcificazioni preesistenti. La commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale deciderà domani la data dell'ulteriore ispezione al "repartino" del Pertini, dove Cucchi è morto dopo quattro giorni in cui rifiutava le cure perché non gli consentivano di parlare con un legale di fiducia.

Stefano Cucchi, prima dell'arresto era in palestra: stava benissimo

Quattro ore e mezzo prima di essere arrestato, Stefano Cucchi era in palestra, zona Anagnina, oltre Cinecittà, e non distante, in linea d'aria dalla caserma di Via del Calice, Capannelle, dove sarebbe andato a finire dopo essere stato catturato. ll badge d'accesso al centro sportivo segna alle 18.59 del 15 ottobre l'ingresso del geometra 31enne che morirà all'alba del giovedì successivo, il 22 ottobre, immobilizzato nel lettino del reparto penitenziario del Pertini. Da quattro giorni rifiutava cibo e cure perché gli veniva impedito di incontrare un avvocato di fiducia. Oltre al badge, la famiglia sta per consegnare alla Procura - che indaga su tre agenti di custodia per omicidio preterintenzionale e su tre medici per omicidio colposo - un certificato medico di sana e robusta costituzione datato 3 agosto. Stefano era tornato più magro dalle ferie e il suo istruttore gli aveva richiesto un certificato. Poi, rinfrancato dalle sue buone condizioni, lo stava allenando con pesi ed esercizi per aumentare la sua massa muscolare. Tutto ciò servirà per fare piazza pulita degli equivoci e delle insinuazioni sulla cagionevole salute di Stefano. Avesse avuto acciacchi, Stefano non avrebbe potuto frequentare quel posto ma Alfano ha ripetuto continuamente nei giorni scorsi le versioni su una caduta del giovane risalente a due settimane prima dell'arresto. Per la famiglia Cucchi sono giorni di dolore indicibile e le novità di ieri non migliorano certo la situazione. La riesumazione della salma è stata disposta per le 9 del 23 novembre per consentire ai consulenti delle parti di accertare le cause della morte. Tra gli esami previsti quello del Dna sulle tracce di sangue scoperte sui jeans, ora sotto sequestro. La famiglia ancora non sa dove si trovino quelle macchie ma le foto - scattate prima del funerale - mostrano ferite sotto il ginocchio destro e sulla tibia sinistra. S'è saputo solo ieri, inoltre, ma i fatti che seguono risalgono a una decina di giorni fa. Ossia a quando i genitori di Stefano hanno trovato la forza di passare a Morena, tra Ciampino e la Capitale, dove Cucchi stava sistemandosi un appartamento. Lì, in un armadio c'era una busta sospetta che, più tardi, sarebbe stata sequestrata dalla squadra mobile per conto del pm. Dentro quasi un chilo di hashish, 130 grammi di cocaina e bilancini. L'avviso immediato al pm della scoperta casuale «è la dimostrazione della trasparenza e della correttezza dei familiari di Stefano - dicono i legali Fabio Anselmo e Fabio Piccioni - anche per questo bisogna credere loro quando dicono che il figlio aveva il viso gonfio al suo arrivo nell'aula dell'udienza di convalida». La scoperta, invece, riaccende i riflettori sulla gestione dell'arresto e sulla notte in guardina, in una caserma di Tor Sapienza. Forse i carabinieri sospettavano che quella dei genitori non fosse l'unica dimora di Stefano. Forse erano contrariati dal magro bottino di quella notte, una ventina di grammi di fumo. L'ordinanza che gli nega i domiciliari, in casa o in comunità, dice che era un senza fissa dimora e che non c'erano prove che abitasse dove aveva dichiarato. Magari pensavano che, dopo un po' d'isolamento, avrebbe parlato. Forse negargli l'avvocato di fiducia era uno strumento di pressione. In tribunale quando si trovò un legale d'ufficio, che neppure s'accorse della sua faccia gonfia, Stefano se l'era presa coi carabinieri. Sono domande. Ma chissà perché, quando arrivò l'ambulanza nella cella di sicurezza nei sotterranei di Tor Sapienza, Cucchi era arrotolato tra due coperte e col volto nascosto. E chissà perché rifiutò il ricovero e rifiutò di firmare quel rifiuto. Certo è che quel volto coperto «è una costante di questa storia - dice la sorella Ilaria a Liberazione - e non era un suo atteggiamento». I testimoni sarebbero tre. Uno ha raccontato il pestaggio nel sotterraneo di Piazzale Clodio, gli altri avrebbero raccolto le confindenze di Cucchi su un doppio pestaggio. Un sindacato di polizia penitenziaria - la Uil Pa - si lamenta che il testimone del tribunale sia sotto protezione in comunità: «Se il dispositivo di concessione dei domiciliari parla della necessità di tutelare l'incolumità fisica e alla necessità di sottrarre a condizionamenti ambientali il testimone ci troviamo, inequivocabilmente, di fronte ad un giudizio di illegalità del sistema penitenziario».
fonte: Liberazione

Palermo: Presidio contro la Repressione

  • Contro la repressione delle lotte sociali e il moderno squadrismo di stato che colpisce le lotte dei lavoratori, vedi il caso Ex Eutelia
  • Contro i pestaggi nelle carceri e gli omicidi di stato così come successo al giovane Cucchi.
  • Contro gli sgomberi di chi lotta per la casa, dei centri sociali: solidarietà ai compagni del CPO Experia di Catania sgomberato recentemente
  • Contro gli arresti dei compagni antifascisti: LIBERI TUTTI SUBITO!
  • Contro le politiche securitarie, fasciste, razziste e da stato di polizia volute dal governo Berlusconi, pacchetto sicurezza in primis.
  • No al reato di clandestinità contro gli immigrati, che prevede denunce, arresti ed espulsioni! Chiudere subito tutti i CIE (centri d’identificazione ed espulsione), veri e propri lager.
  • Contro tutte le ordinanze dei sindaci sceriffo, come i provvedimenti antibivacco e le limitazioni sempre più diffuse al diritto di manifestare e dissentire dei cittadini
  • No all’arresto dei graffitari!

    ORGANIZZAZIONE DAL BASSO!

PRESIDIO CONTRO LA REPRESSIONE
SABATO 21 NOVEMBRE ORE 16,00
DAVANTI IL TEATRO MASSIMO - PALERMO



Coordinamento contro la repressione e per i diritti Palermo

X info: norepressione@gmail.com

Diciassette anni, si impicca nel carcere minorile di Firenze

Aveva diciassette anni, veniva dal Marocco, si è impiccato ieri pomeriggio con un lenzuolo nella doccia del carcere minorile di Firenze, dove era detenuto in attesa di giudizio per tentato furto: il suo nome non lo conosciamo, sappiamo che prima dell’arresto viveva in un paese in Provincia di Lucca, Aulla, dove lavorava come operaio. È stato arrestato il 3 agosto scorso, mentre cercava di rubare degli orologi esposti in una vetrina della stazione ferroviaria.
Questo ragazzo è il SESSANTACINQUESIMO detenuto che si uccide dall’inizio dell’anno, ma con nostro OSSERVATORIO PERMANENTE “MORIRE DI CARCERE” abbiamo raccolto almeno altri 20 casi di morti “oscure” accadute nel 2009, che abbiamo indicato come decessi per “cause da accertare” (vedi allegato): 85 dall’inizio dell’anno e, questi, sono soltanto la metà dei decessi, perché almeno altrettanti detenuti sono morti per malattia, o per overdose di farmaci e droghe.
Per ritrovare il suicidio di un minorenne bisogna andare indietro di 6 anni: era il 4 gennaio 2003 e successe nell’Istituto Penale Minorile di Casal del Marmo (RM). Il 25 luglio di quest’anno, invece, un ragazzo di 19 anni si è tolto la vita nell’IPM di Bari ed aveva la stessa età anche il detenuto cileno che si è impiccato il 10 settembre scorso nel carcere di Castrovillari (CS): nel complesso, 20 dei detenuti 65 suicidi avevano meno di trent’anni e altri 20 avevano dai 31 ai 41 anni.
“Dispiace parlare di carcere solo quando avvengono fatti tragici”, qualcuno sta dicendo ora in televisione. Questo dispiacere, questo disagio, questo improvviso interesse per le morti da galera però non bastano, non possiamo pensare che serva un suicidio al giorno per tener desta l’attenzione e che un po’ alla volta nemmeno questo sarà più sufficiente.
“Le nostre carceri per la metà sono fuorilegge”, ha dichiarato il ministro Alfano. Allora qualcuno dovrebbe anche spiegare che senso ha che uno Stato, che non rispetta a sua volta la legge, mostri la faccia dura a un ragazzo colpevole di un tentato furto.
Non dobbiamo quindi solo interrogarci sulle morti in carcere, ma anche sul senso di un uso della galera come parcheggio per tutto quello che ci dà fastidio. È questa, oggi, la dimostrazione che per certe categorie di persone la certezza della pena esiste eccome: si può andare in carcere a diciassette anni per tentato furto.
Ma qualcuno proverà un po’ di vergogna all’idea di far parte di una società dove un ragazzino sta in carcere per tentato furto e gante che corrompe, truffa, mette sul lastrico migliaia di famiglie se ne sta tranquillamente fuori, magari ad attendere la prescrizione dei suoi reati? E non ci dicano che questa è demagogia, no, questa è vita, questo è quello che vediamo ogni giorno nelle carceri: ragazzi sempre più giovani in celle sempre più affollate. E il sovraffollamento non significa solo poco spazio, significa soprattutto che le carceri oggi sono per lo più luoghi senza speranza, e allora può succedere anche che ci si uccida a diciassette anni.
Le soluzioni ci sono, basta avere il coraggio di andare controcorrente, e cominciare a pensare a pene diverse dalla galera, invece di continuare a contare i morti e a fingere che QUESTE CARCERI possano farci sentire più sicuri.
fonte: Ristretti Orizzonti

17 novembre 2009

Milano: Corteo studentesco caricato dalla polizia, 4 studenti fermati

Si respira una brutta aria a Milano, dai 5 studenti arrestati per 400 fotocopie , allo sgombero del Gandhi alle cariche di questa mattina. Un clima che ci preoccupa, ma che non ci spaventa. Un clima che ci fa pensare ancora una volta che stiamo andando nella direzione giusta. A Milano le cose si muovono, sono decine e decine le fabbriche, le facoltà, le scuole e le situazioni in mobilitazione. Questo fa paura, questo spavanta la città vetrina, la città passerella, la città che non si deve sporcare, quella città che non puo ammettere niente di diverso dalle logiche di speculazione e di controllo.

16 novembre 2009

Palazzo San Gervasio (Pz): Sgomberato campo d'accoglienza migranti

Stamane all'alba sono arrivati carabinieri, polizia, vigili urbani, alcuni dipendenti del comune, rappresentanti dell'associazione Amica, un medico, l'ex-assessore all'agricoltura Michele Forlino (anche presidente dell'OP Mediterraneo) al centro di Accoglienza per sgomberare quella ventina di migranti che viveva ancora lì.Sono stati identificati dalle forze dell'ordine i pochi ragazzi che vivevano ancora nel centro..i più disperati..quelli che non sanno dove andare e sperano di trovare ancora qualche giornata di lavoro nei campi. I ragazzi con problemi di documenti sono stati portati in questura a Potenza,dove i nostri avvocati li stanno raggiungendo e si stanno muovendo per capire le dinamiche della situazione. Non sappiamo ancora bene cosa accadrà, e soprattutto non sappiamo da chi è partita l'ordinanza di sgombero(...dal comune?questo è ancora da verificare). Noi del comitato alcune settimane fà, insieme ad alcuni migranti, abbiamo avuto un incontro al comune con il vice sindaco Paolo Palumbo, il quale ci aveva assicurato che da parte del comune di Palazzo San Gervasio non ci sarebbe stato nessuno sgombero, e che avrebbe proposto in giunta la possibilità di cercare degli appartamenti per questo piccolo gruppo di migranti.Facciamo un appello affinchè ci sia chiarezza e soprattutto non si verifichino le solite ingiustizie verso queste persone che vivono al margine della nostra società, gli “Invisibili”.Queste persone non hanno chiesto nulla. Hanno vissuto per mesi in un centro di Accoglienza a dir poco fatiscente, ma nonstante ciò hanno vissuto lì affrontando tutti i disagi correlati pur di avere un tetto! Ora cosa accadrà a queste persone? dove andranno? vorremmo delle risposte, e che tutte le forze politiche locali e regionali si assumessero le dovute responsabilità!Non possiamo continuare a trattare queste persone come fossero oggetti.
Non possiamo continuare a sfruttarli,usandoli per quei lavori “troppo pesanti”per noi,facendoli vivere come bestie e poi cacciandoli via quando non più utili!

E' questa la nostra civiltà?Noi crediamo di no!

Vogliamo credere di no! E vogliamo,pretendiamo, delle risposte al piu presto!



Comitato difesa migranti

Roma: la nuova stagione romana si apre sempre con gli sgomberi

Tra ieri e oggi sono stati sgomberati il campo rom Casilino 700 e l'ex fabbrica Heineken. Mentre per gli afgani della «buca» si sono aperte le porte del Cara di Castelnuovo di Porto, per un mese. Poi è tutto da costruire. Intanto le associazioni restano mobilitate.
L’operazione «sgomberi, sgomberi, sgomberi» annunciata ieri mattina dal sindaco Alemanno nel suo incontro «riservato» con il Prefetto di Roma non poteva avere battesimo migliore di quello che si è verificato tra ieri e oggi al campo rom Casilino 700. Ieri sono stati sgomberati senza alcun preavviso i circa 400 rom che lì risiedevano da tanto tempo. Questa mattina un imponente schieramento di forse dell’ordine in accordo con il comune di Roma ha sgomberato anche l’ultimo rifugio che una parte degli stessi rom aveva trovato ieri nella zona: la ex fabbrica della Heineken in via dei Gordiani. Una parte dei rom è stata rispedita «volontariamente» in Romania un’altra parte, dopo essere stata identificata, è stata lasciata andare ma non si sa dove dal momento che molti di loro hanno i figli nelle scuole lì vicino. L’esperienza di Casilino 700, cheCartaQui ha raccontato alcuni mesi fa è una di quelle che si potrebbero moltiplicare. Un posto brutto ma, in compenso, una comunità di adulti e bambini che si autorganizza, manda tutti i figli a scuola, gli uomini lavorano e nessuno di noi ha detto una donna stamattina chiede l’elemosina. Ma gli stereotipi sono duri a morire così come lo sono i pregiudizi e l’uso perverso che dei rom intende fare il sindaco Alemanno. Che, «convinto» anche dalle esortazioni che gli sono venute dai municipi romani targati Pdl [o che ha sollecitato?] ieri mattina al Prefetto avrebbe detto proprio così: è finito il tempo dei tavoli, ora si passa ai fatti. E i fatti sono «sgomberi, sgomberi, sgomberi». Così, in un giorno Roma ne ha vissuti due, il primo dei quali, quello di Casilino 700, ha avuto, al momento un ben triste e squallido epilogo. Difatti, delle circa cento persone prese d’assalto questa mattina dalle truppe di Alemanno, una trentina sono state «convinte» a lasciare il paese e tornare in Romania. Le altre, dopo essere state schedate, sono state mandate fuori dalla ex fabbrica che, al termine della giornata, verrà murata, a «scongiurare» altre possibili occupazioni. Quando il pullman con le persone che «volontariamente» avevano deciso di tornare in Romania è partito, una donna ha cominciato a battere sul vetro del finestrino, a dire che voleva scendere e che stava male e voleva andare in ospedale. C’è voluta una certa energia da parte del presidio di giovani dei centri sociali e delle associazioni per convincere gli organizzatori della deportazione «volontaria» a far scendere la donna e a chiamare un’ambulanza. Quanto all’immediato futuro, per tutti i rom di Casilino 700 non solo è finito quel progetto di comunità, non solo non sanno come potranno far terminare l’anno scolastico ai loro figli, non sono le loro povere cose sono state ammassate dentro vecchie valigie di cartone e grandi bacinelle di plastica, ma, da parte del comune, nessun aiuto. A meno di accettare, firmando, un foglio per essere portate in un centro con i loro figli ma senza i mariti. Una ben strana idea di famiglia, da parte del cultore del genere, Gianni Alemanno. Ma con tutta evidenza, non tutte le famiglie sono uguali.
Se tutto questo non bastasse, nel primo pomeriggio è toccato agli afgani che da tempo avevano occupato il cratere di un cantiere mai terminato nel quartiere Ostiense. Per loro, dopo una manifestazione davanti al Campidoglio la settimana scorsa, si profilava un ulteriore limbo senza soluzione. Invece, grazie al lavoro di Aldo Morrone del San Gallicano, di Medici dei diritti umani, dei alcuni centri sociali che hanno seguito i duecento profughi e richiedenti asilo, oggi si sono aperte per loro le porte del Cara di Castelnuovo di Porto. E, siccome fidarsi è bene ma fino a un certo punto, ad accompagnare i pullman che li hanno prelevati c’erano anche coloro che li hanno sempre aiutati. Risultato: sono stati accolti, per un mese a spese della Croce rossa e poi passeranno sotto la responsabilità del comune che li inserirà nell’assistenza per l’emergenza inverno. Dove? Forse nello stesso Cara forse in una struttura che verrà adibita a breve presso il San Camillo. Intanto, per loro, le associazioni chiedono trasporti gratuiti e la possibilità di proseguire nelle attività formative che già avevano iniziato.
fonte: Anna Pizzo da carta

Omicidio Cucchi: un nuovo esame per fare chiarezza

Stefano Cucchi non venne visitato nella caserma dei carabinieri di Tor Sapienza. E’ un elemento importante quello che emerge dalle testimonianze degli operatori del 118 che all’alba del 16 ottobre vennero chiamati dai militari perché Stefano non si sentiva bene. Secondo il racconto del barelliere, dell’infermiere e dell’autista, una volta accompagnati dai carabinieri nella cella nei seminterrati della caserma, che descrivono buia, fredda e angusta, Stefano avrebbe rifiutato l’assistenza. L’equipe dell’ambulanza racconta che il ragazzo, avvolto in una coperta, non si sarebbe mai scoperto il volto, neppure quando l’infermiere gli ha preso il braccio per misuragli la pressione, e non si sarebbe voluto far visitare ripetendo più volte di non aver nessun problema. “Come mai Stefano è rimasto sempre coperto e i carabinieri non hanno illuminato la cella?” si domanda la famiglia, che ha appreso oggi la notizia che la salma di Stefano verrà riesumata il 23 novembre prossimo per consentire ad un’altra equipe di quattro periti di approfondire gli accertamenti autoptici già effettuati qualche tempo fa. Il nuovo esame risulta indispensabili soprattutto dopo il ritrovamento di una macchia, che si presume di sangue, trovata sui pantaloni jeans che Cucchi indossava quando fu ricoverato nell’ospedale Sandro Pertini e che alcuni giorni fa sono stati restituiti alla famiglia. L’obiettivo è di " accertare se nei jeans sottoposti a sequestro siano rinvenibili tracce di sangue umano, ed in caso affermativo il perito accerti le caratteristiche genetiche comparandole con quelle ricavabili dal sangue prelevato in sede autoptica dal corpo di Stefano Cucchi". I consulenti, inoltre ,“attraverso l’esame della documentazione sanitaria e tenuto conto di ogni altro riferimento allo stato di salute pregresso di Cucchi, dovranno accertare se l’assistenza prestata al paziente durante il ricovero all’ospedale Sandro Pertini di Roma sia stata adeguata e tempestiva in rapporto allo stato patologico da lui stesso presentato e dalle sue condizioni generali”. Inoltre, l’equipe dovrà specificare “se l’assistenza e la terapia prestata e le informazioni rese a Cucchi in merito alle stesse ed alle proprie condizioni di salute, siano state fornite nel rispetto delle comuni regole di diligenza e prudenza professionale ovvero siano ravvisabili elementi di censura nel comportamento dei sanitari che ebbero a trattare il soggetto”. i consulenti dovranno inoltre pronunciarsi sulle eventuali negligenze da parte del personale sanitario che ebbe in cura Cucchi e se queste imperizie possano essere correlate con la morte di Stefano.


fonte: carta

15 novembre 2009

Omicidio Cucchi: Trasferito il supertestimone

Il «supertestimone» che avrebbe visto Stefano Cucchi pestato dagli agenti della polizia penitenziaria è stato trasferito da Regina Coeli a una comunità per il recupero dei tossicodipendenti, dove è agli arresti domiciliari. S. Y., di nazionalità senegalese, era senza fissa dimora. I pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy negli avvisi di garanzia consegnati agli agenti della penitenziaria accusati di omicidio preterintenzionale, scrivono che rimanendo a Regina Coeli poteva «subire pressioni psicologiche finalizzate alla ritrattazione ovvero al mutamento delle precedenti dichiarazioni». La testimonianza di S.Y, sarà assunta in incidente probatorio la prossima settimana. Poco tranquillizzante, anche se pretenderebbe il contrario, la presa di posizione del Sappe, nel giorno in cui prende il via anche l'inchiesta interna all'amministrazione penitenziaria: «È opportuno che si valuti bene l'attendibilità di tutti i testimoni, soprattutto di coloro che potrebbero avere interessi a mentire. Siamo sicuri che magistrati e giudici, verso i quali abbiamo la massima fiducia, valuteranno attentamente». Lo ha affermato il segretario del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Giovanni Battista Durante, aggiungendo: «Non siamo dei mafiosi, la polizia penitenziaria è un'istituzione capace anche di far pulizia al proprio interno, qualora ce ne fosse bisogno, e lo abbiamo dimostrato anche arrestando qualche appartenente al Corpo che nel corso della sua attività ha infranto la legge. Pertanto - conclude Durante - siamo anche capaci di proteggere chi dovrebbe testimoniare contro appartenenti alla polizia penitenziaria».Da parte sua uno degli agenti accusati, Nicola Minichini, si discolpa così: «Ma quali botte, quale pestaggio? A quel ragazzo abbiamo offerto anche il caffè, una sigaretta. Stava male e abbiamo chiamato il medico: dopo l'udienza se l'era presa con i carabinieri che lo avevano arrestato. Noi lo abbiamo preso in consegna da loro quando è arrivato, e poi lo abbiamo dato in consegna alla scorta».


fonte: Liberazione

Milano: Arrestati 5 studenti per 400 fotocopie gratis

5 studenti dell'Università statale di Milano (i più vecchi hanno 24 anni!), di cui 4 completamente incensurati sono stati arrestati venerdi mattina da un'imponente operazione di carabinieri, polizia (e digos) che ha letteralmente militarizzato l'area di Porta ticinese con un drappello di quasi 100 uomini. Perquisite le case in cui vivevano alcuni dei ragazzi, poi tratti in arresto. Chi è stato testimone racconta di un dispiegamento di mezzi degno dell'antimafia. 4 si trovano ora ai domiciliari, 1 in carcere a San Vittore. A lasciare allucinati è la motivazione dell'arresto, soprattutto se paragonato a quanto realmente successo: gli studenti sono stati arrestati per "rapina aggravata". Il fatto: un'iniziativa contro il caro-studi dell'Onda alla Statale che aveva fotocopiato 400 pagine, usufruendo delle copiatrici del cusl, articolazione di Comunione e Liberazione nell'ateneo lombardo. Certo tutti conoscono quanto ampio, capillare e ben infiltrato sia il potere di questa loggia cattolica nella regione e nel suo capoluogo; pochi osavano immaginare però tanta esposizione di forza pubblica.Sulla responsabilità dei mandanti di questa azione repressiva non ci sono dubbi: testimonianze e riconoscimenti circa i responsabili del "crimine" li han fatti i giovani ciellini. Ad eseguire l'arresto, come sempre, la ligia magistratura milanese, braccio armato dei conservatori dello status quo, costi quel che costi.

fonte: InfoAut

Pavia: Morte sospetta in carcere, indagati direttore del penitenziario e direttore sanitario

Due indagati per uno sciopero della fame e della sete in cella che è costato la vita a un detenuto. Sono Iolanda Vitale, direttrice del carcere di Pavia, e Pasquale Alecci, direttore sanitario dell'istituto penitenziario. Nei loro confronti il sostituto procuratore Roberto Valli ipotizza il reato di omicidio colposo. È un atto che segue la presentazione di una denuncia da parte dell'avvocato Aldo Egidi, difensore di Sami Ben Garci Mbarka, il tunisino morto il 5 settembre nell'ospedale San Matteo di Pavia dove era stato ricoverato tre giorni prima in condizioni di salute tragiche: da cinquantuno giorni rifiutava di toccare cibo e di bere acqua. La procura ha affidato a tre specialisti - un neurologo, un medico legale e un nutrizionista - una perizia per valutare, sulla base delle cartelle cliniche del carcere e dell'ospedale, possibili sottovalutazioni, ritardi o errori nella gestione del caso da parte delle autorità carcerarie. "Ad agosto ero in ferie ma da quel che mi risulta non ci sono stati ritardi - assicura la direttrice - è stato fatto tutto il possibile". Mbarka, 42enne immigrato a Milano, stava per finire di scontare una pena per droga quando gli fu notificata una sentenza di condanna in appello a otto anni e sei mesi per violenza sessuale, sequestro di persona e violenza privata. Ad accusarlo era una sua ex amante marocchina: lui l'avrebbe sequestrata e violentata per cinque giorni, nell'aprile 2003, quando lei era già in attesa di un figlio concepito proprio con Mbarka. Il tunisino, però, si proclamava innocente. E dal 16 luglio decise di non mandare giù neanche un goccio d'acqua. Da questo momento i tentativi dell'avvocato di salvare la vita al suo assistito si scontrano, nel pieno dell'estate, con i tempi della giustizia e dell'istituzione penitenziaria. Il 23 luglio l'avvocato scrive al detenuto per farlo desistere dallo sciopero e trasmette una copia della lettera, dai toni accorati, alla direttrice del carcere. La risposta arriva l'8 agosto ed è rassicurante: "Le condizioni del suo assistito sono costantemente monitorate dal personale medico qui in servizio".
Intanto, tra il 20 luglio e il 31 agosto, la casa circondariale scrive cinque note al ministero di Giustizia per chiedere il trasferimento del tunisino in una struttura dotata di centro diagnostico terapeutico. La risposta da Roma arriverà il 2 settembre: "Non esistono sul territorio italiano centri clinici penitenziari adibiti a custodire e curare persone detenute che effettuano lo sciopero della fame". L'avvocato Egidi tenta anche (il 29 luglio) la carta della corte d'Appello: disponga d'urgenza una consulenza tecnica "circa le attuali condizioni di salute del detenuto e circa la possibilità che esse possano degenerare in maniera irreversibile" e gli dia i domiciliari. L'11 agosto, il legale, dopo aver visitato il tunisino, torna alla carica con la direttrice e le comunica che Mbarka è pronto a darsi fuoco. Ma il 25 Alecci, il direttore sanitario, assicura in una relazione che il detenuto, sottoposto a un colloquio medico per valutare la necessità di un trattamento sanitario obbligatorio, si è dimostrato, "fino ad oggi, in condizioni di intendere e di volere": niente Tso. Intanto, però, Mbarka ha già perso ventuno chili e "deambula cercando sostegno". È ridotto a uno straccio e potrebbe aggravarsi, scrive il medico, ma dovrebbe essere trasferito altrove: a Pavia "in questo periodo sono assenti lo specialista cardiologo e lo psichiatra". Lui, aiutato dai compagni di cella, annuncia alla sua fidanzata: "Io sto muorendo. Sono dimagrito troppo, credimi, non riesco neanche ad alzarmi dal letto". Solo il primo settembre il carcere dispone il trasferimento d'urgenza del tunisino in ospedale. Qui una psichiatra osserva che "non sussistono allo stato attuale elementi psicopatologici di rilievo né estremi per un Tso". Così gli agenti riportano in carcere il moribondo. Nuovo ricovero il giorno dopo. Troppo tardi: Mbarka non regge più e la notte del 5 agosto muore. Da poche ore è arrivata l'ordinanza della corte d'Appello. I domiciliari. Ritenendo "le condizioni di salute del detenuto appaiono attualmente sotto controllo sanitario".


fonte: La Repubblica

14 novembre 2009

Ultras d'Italia in piazza per i diritti sociali e la libertà di movimento

C’era una volta il calcio dei sentimenti, dei sogni ancora possibili, dei numeri di maglia che raccontavano l’uomo prima del giocatore: il portiere era il numero uno, il numero quattro era il mediano, il numero sette volava sulle ali,il numero dieci era il fantasista.
Erano i tempi di un pallone eroico e romantico, con i campioni che nascevano all’oratorio e morivano in osteria,di giocatori che quando giocavano sputavano sangue ed onoravano le maglie,un calcio popolare,un calcio dove esistevano ancora i giocatori considerati bandiera,purtroppo un calcio che fù che ha lasciato il posto all'odierno calcio moderno,un calcio fatto da tv,biglietti nominali,biglietti con prezzi troppo cari con restrizioni,schedature,tornelli,leggi anti ultras.
Ma il movimento ultras non si è mai piegato non ha mai smesso di lottare per un ideale,per la squadra della propria città macinando km e km solo per sostenere in ogni stadio ovunque esso sia la propria squadra del cuore.
Anche oggi sono in piazza,vengono da tutte le parti d'Italia,hanno lasciato per un giorno gli screzi fra gruppi,le diverse idee politiche a casa e si sono uniti in piazza a Roma per chiedere diritti sociali e per difendere la libertà di movimento contro questa benedetta tessera del tifoso che altro non è che la schedatura delle persone che si recano allo stadio.
Le battaglie condotte dal Movimento Ultras Italiano in questi anni sono molteplici: dalla battaglia contro il cosidetto Calcio Moderno,alla battaglia contro il caro biglietti,alla battaglia per riportare nelle curve di'italia gli stumenti del tifo popolare(striscioni,bandiere,megafoni,fumogeni) sino ad arrivare alla battaglia piu' recente quella per l'abolizione della tessera del tifoso.
La tessera del tifoso è un nuovo strumento rilasciato (dietro pagamento) dalle società di calcio e dalle questure andrà a sostituire i biglietti cartacei e gli abbonamenti, sarà l'unico modo per accedere agli stadi e con il tempo diventerà anche tessera punti (accumulabili soprattutto con l'acquisto nei negozi convenzionati), bancomat, carta prepagata insomma un vero e proprio business alle spalle dei tifosi e degli Ultras.
Chiunque abbia avuto, anche in passato, un daspo, non potrà avere la tessera questo significa che se nel 1991 un tifoso ha avuto un daspo di un anno, e lo ha scontato, non potrà mai più andare allo stadio. Anche se nel frattempo è diventato una persona matura, se non è recidivo e via dicendo. Addirittura, anche se è stato assolto nel procedimento penale che ha dato origine al Daspo.
Chiunque ha avuto una condanna, anche solo in primo grado, per reati “da stadio”, non potrà avere la tessera del tifoso. Questo significa che se nel 1989 – venti anni – fa – un soggetto ha commesso un reato da stadio e per quello è stato condannato non potrà avere la tessera del tifoso. L’assurdità è che un delinquente comune può essere riabilitato dopo tre anni,un tifoso di calcio mai.
Un altra legge che nega la libertà di movimento,che è dichiaratamente anticostituzionale e che nega i diritti ad ogni libero cittadino,però gli Ultras sono ancora vivi anche contro chi li vorrebbe vedere morti,contro chi vorrebbe uno stadio stile cinema,dove ognuno paga il proprio biglietto e resta in silenzio a godersi lo "spettacolo",contro chi è costretto ogni domenica a firmare in tutte le questure d'italia.
Loro diranno sempre no,perché essere Ultras vuol dire amicizia,fratellanza,solidarietà,rispetto ma soprattutto perché come dicono loro “la vostra repressione non fermerà mai la nostra passione”.


Jacopo Ricciardi Osservatori sulla Repressione Prc-Se

13 novembre 2009

Detenuto "suicida" nel carcere di Vercelli: modalità anomale che fanno nascere un sospetto

La morte di Massimo Gallo nel carcere di Vercelli è stata forse un po' frettolosamente classificata come suicidio.
Non siamo in possesso di altri elementi di valutazione, se non l'ANSA sotto riportata ma, per quanto ci risulta, sarebbe la prima volta che un detenuto si suicida fuori dalla cella: in genere per le auto-impiccagioni si utilizzano le sbarre della cella, più spesso in bagno (dove c'è una condizione di "riservatezza", sia pure relativa) e, frequentemente, le ore notturne, oppure le ore nelle quali i compagni di cella sono usciti per "l'aria".
Inoltre, come ha fatto Massimo Gallo a uscire di cella con un lenzuolo? Non è prevista la perquisizione, prima dell'accesso al cortile dei "passeggi" (dovrebbe servire ad evitare che un detenuto porti con sé oggetti "pericolosi", che potrebbe usare per aggredire altri detenuti o agenti)?
Infine, di solito le auto-impiccagioni che si realizzano in carcere non causano una morte istantanea, a differenza di quelle realizzate con l'uso del "patibolo", dove il corpo del condannato "cade" finché la corda non si tende (e lo "strappo" spesso provoca la frattura delle vertebre). Chi si impicca con i mezzi e le modalità possibili in carcere muore piuttosto per soffocamento, l'agonia può durare anche 10 minuti, accompagnata da rantoli, scosse, convulsioni: come mai nessuno si è accorto di ciò che stava avvenendo? E se fosse un omicidio mascherato da suicidio?
Per quanto riguarda la "discrepanza" (denunciata dal Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria) tra il numero dei suicidi che risulta dal nostro Dossier "Morire di carcere" e i dati in loro possesso, la spiegazione è molto semplice: per noi sono "morti di carcere" anche i detenuti che, dopo essersi impiccati in cella, vengono soccorsi mentre sono ancora in vita, ma muoiono durante il trasporto all'Ospedale, o anche alcuni giorni dopo il ricovero senza mai riprendersi.
Invece il DAP non considera (giustamente, dal suo punto di vista) "suicidio", ma solamente "tentato suicidio" il caso sopra descritto: in altre parole, quando un detenuto esce ancora in vita dalle mura del carcere, non risulta più nelle statistiche dell'Amministrazione Penitenziaria.
Il recente caso di Stefano Cucchi è emblematico, indipendentemente da quali saranno le responsabilità accertate, non entrerà nel numero dei "morti in carcere", mentre per noi è a tutti gli effetti "morto di carcere".


Fonte: Ristretti Orizzonti

12 novembre 2009

Il 5 dicembre in piazza contro Berlusconi e la Repressione

Il 5 dicembre saremo in piazza alla manifestazione indetta dalle reti del web contro il Governo Berlusconi, e alla quale stanno aderendo partiti ed associazioni. Saremo in piazza partendo dall'appello delle madri orfane dello Stato per chiedere con loro verità e giustizia per le tante donne e per i tanti uomini uccisi dalla repressione di stato in questi anni. Manifesteremo per chiedere la fine delle politiche della 'tolleranza zero' e la fine dell'impunità per chi si macchia di questi crimini. Dalla morte di Carlo Giuliani a quella di Federico Aldrovandri abbiamo visto come un nuovo autoritarismo delle classi dominanti abbia trovato nella violenza di alcuni settori dello stato una sponda enorme alla quale bisogna costruire un'argine democratico. Dalla legge Reale alla legislazione sulle droghe, dal pacchetto sicurezza fino alla tessera del tifoso, tutti i settori sociali sono stati attraversati dalla stessa filosofia d'intervento: reprimere e criminalizzare ogni forma di dissenso sociale. La 'tolleranza zero' non è uno slogan ma una teoria che ha alimentato una “cultura” diffusa violenta e xenofoba contro i 'diversi', come dimostrano le storie di Abba, di Renato Biagetti, di Dax, e di tanti altri giovani feriti e aggrediti nelle nostre strade. Esiste un profondo legame tra chi predica l'intolleranza e chi l'agisce contro ogni diversità; noi pensiamo che questo legame sia un problema per la sicurezza sociale di questo paese, per questo saremo in piazza. Un'intolleranza alimentata dall'alto e che trova sponda nei luoghi in cui il diritto viene sospeso: carceri e caserme sono diventati luoghi insicuri ed invivibili, com'è successo alle caserme Raniero a Napoli e Bolzaneto a Genova... per Aldo Bianzino per Marcello Lonzi, per Stefano Cucchi e per i tanti – troppi – che sono stati “ suicidati “ in questi anni. Se lo stato di democrazia di un paese si vede dalle proprie carceri, possiamo affermare che l'Italia non è lontana dalla Libia e da Guantanamo: oggi il governo invece che parlare di costruire nuove carceri dovrebbe impegnarsi ad evitare che chiudano le fabbriche. Il fatto poi che esista una doppia giustizia che fa sì che, innocenti muoiano dentro le galere, mentre si concedono scudi e condoni per mafiosi ed evasori – o che il rappresentante del nostro governo invece di pensare alla crisi sociale pensi a come salvarsi dai processi ed a sottrarsi da essi – non fa che aumentare la nostra rabbia ed indignazione. Indignazione che cresce nel leggere le sconcertanti dichiarazioni del sottosegretario Giovanardi – principale responsabile della legislazione proibizionista sulle droghe, concausa della morte di Stefano Cucchi – e del ministro La Russa che, nonostante ci sia una inchiesta in corso, ha preventivamente garantito piena impunità a chi ha deliberatamente provocato la morte di Stefano: a entrambi chiediamo le dimissioni! Dal 5 dicembre, partendo da Roma, inizieremo a camminare per tutte le strade e per tutte le piazza d'Italia: per chiedere verità e giustizia, per chiedere la immediata cessazione delle legislazioni emergenziali.



Osservatorio sulla repressione


Storia minima dello sgombero di San Nicola Varco: un'operazione feroce tra razzismo e denaro

Li aspettavamo di notte, sono arrivati alle 8 del mattino. Oltre 60 mezzi blindati e 650 uomini (in tre turni..) tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e perfino la forestale (?) per procedere allo sgombero coatto dell’insediamento di immigrati marocchini a San Nicola Varco, una traversa anonima della Statale 18 a dieci kilometri da Eboli.
Vive qui il polmone contadino della Valle del Sele, quasi millecento braccianti tra i venti e i quarant’anni che faticano dodici ore al giorno per venticinque euro meno i tre che trattiene il caporale. La "colpa" di questa comunità è di sopravvivere da oltre dieci anni in una struttura di proprietà regionale costata miliardi di vecchie lire. Un mercato ortofrutticolo mai inaugurato e una favela di lamiere e baracche sorte come funghi intorno alle carcasse di silos ed edifici. Pochissimi i bagni, ancor meno le docce, San Nicola Varco è una straordinaria fotografia dello sfruttamento: di fronte al ghetto si estendono infatti a perdita d’occhio i campi e le serre delle multinazionali dell’agroalimentare che su questa manodopera guadagnano milioni.
Sarà per questo che le voci dello sgombero si rincorrono sin da ieri nel primo pomeriggio. E’ sembrato quasi che la Questura di Salerno suggerisse la dispersione dei braccianti nel territorio. Non voleva la retata di quel 60% di immigrati irregolari che dormiva a San Nicola. Ma non per umanità. Perché c’è da lavorare! Senza la manodopera del Maghreb si ferma l’agroindustria del Sele: ora è il tempo dei carciofi e c’è da tirar su quelle serre che ormai garantiscono raccolti a ciclo continuo, senza bisogno delle stagioni.
Sono proprio indispensabili questi lavoratori marocchini, tanto che in genere non arrivano sui barconi, ma con un regolare visto d’ingresso. In realtà vengono prima truffati e poi “clandestinizzati” in loco... E’ la stessa legge Bossi-Fini a suggerire la strada: l’unico modo per avere un visto d'ingresso è la chiamata nominale in Marocco da parte delle aziende del settore. Che ovviamente non può che avvenire tramite intermediatori (caporali) della stessa nazionalità dei migranti. Paghi 5-6000 euro da spartire tra committente e caporale. Quando poi arrivi ed hai otto giorni per convertire il visto, l’azienda scompare. Le conviene di più riassumerti dopo, clandestino e in nero. E’ una truffa che attraversa tutta l’Italia: lo scorso anno su 8000 domande verificate dalle prefetture, migliaia si riferivano a società fittizie che non avevano nessuna possibilità di assumere.
Per l'irruzione di oggi erano stati comunque "prenotati" centocinquanta posti nei CIE di Lamezia e Crotone. Il ministero dell'Interno voleva probabilmente il suo pacchetto di espulsi da esibire. Alla fine le persone che la polizia trova nel campo sono circa duecento. Quaranta vengono deportate in questura per accertamenti sui documenti di soggiorno. Sono accompagnati dagli avvocati della rete antirazzista, qualche sindacalista della Cgil, gli attivisti di Radio Vostok e InsuTv.. molti avranno il processo per direttissima per "inottemperanza all'obbligo di espulsione", ma al momento non si sa ancora nulla sulla loro sorte.
Tanto tuonò che piovve...
E' oltre un anno che si parla di sgombero del ghetto. Da quando il potentissimo (ex) assessore alle attività produttive, Andrea Cozzolino, ha reperito i finanziamenti per la realizzazione di un nuovo polo dell’agro-alimentare proprio in quella struttura. Un affare a molti zeri. Solo per stilare il piano esecutivo la regione Campania ha stanziato 300.000 euro nell’ottobre scorso. Da oltre un anno si parla pure di progetti per ridislocare questa comunità che è diventata un caso simbolo, attraversata e raccontata da tv e giornali. Mille volte delusa. Sarà per questo che ieri, nel caos e nella tensione della sera, i braccianti marocchini si compattavano solo nella diffidenza verso ogni telecamera che spuntava all’orizzonte…
Mentre si rincorrono le voci di un imminente irruzione della polizia, il sindaco di Sicignano, Alfonso Amato, è tra i pochi amministratori a farsi vivo per offrire strutture di accoglienza, sia pure temporanee, per i futuri sfollati. Ma gli abitanti di San Nicola Varco tentennano, sono confusi, non sanno se fidarsi, non sanno se sta arrivando davvero la polizia. Discutono, litigano anche. Ci si mettono pure i caporali, che temono di perdere la propria fonte di ricchezza “se te ne vai non sarai più pagato”. Così la maggior parte rimane a San Nicola, sbandata e dispersa nei campi coltivati, per vedere cosa succede.
Non doveva andare così! Per mesi la regione Campania ha parlato di soluzioni di accoglienza, infrastrutture, dignità… e poi se l’è cavata con una cinquantina di rimpatri “volontari” accompagnati da 1200 euro di rimborso per la gioventù appassita nei campi. Infine è arrivato questo sgombero che in realtà nasce da un provvedimento dell’autorità giudiziaria: un sequestro preventivo per "ragioni di igiene e di tutela della salute". Dopo oltre un decennio!
Un'iniziativa evidentemente “provvidenziale” e probabilmente teleguidata. Un alibi che tira fuori l’amministrazione regionale dalle sue contraddizioni, dai suoi interventi mai realizzati, senza doversi assumere l’onere dell’accoglienza o la responsabilità dell'espulsione. Ma questa scena triste e pesante fotografa tutto il suo fallimento!
E poi ci sono altri attori che avevano cominciato a fare pressione sul ghetto di San Nicola: proprio lì a fianco è spuntata d’improvviso la cantierizzazione per realizzare un enorme Outlet commerciale, uno dei più grandi del mezzogiorno: il “Cilento Village”... Centinaia di migliaia di metri quadri e un investimento immobiliare da oltre 80 milioni di euro, per una struttura che promette un fatturato di circa 60 milioni l'anno e lavoro per 500 persone. Questi sono i numeri sciorinati nella presentazione all’Hotel Bulgari di Milano. Lavoro per gli italiani, si è preferito precisare… Un’operazione in grande stile, anche nelle zone d’ombra: il piano particolareggiato per la destinazione dell’area non si è mai visto, il PUA (piano urbanistico attuativo di quello regolatore) è spuntato improvviso come un fungo, le procedure di individuazione degli aggiudicatari sono misteriose. Ma sono le biografie a destare i maggiori sospetti: a realizzare l’outlet sono la “Promos” del Bresciano Carlo Maffioli (specializzato nella costruzione di outlet ma già coinvolto in tangentopoli) e soprattutto l’immobiliare “Irgenre” del napoletano Paolo Negri. Un nome noto quello dei fratelli Negri, legati a doppio filo attraverso un fitto castello di imprese (Gen.Im, So.Gest; Adroma Costruzioni; Adroma Immobiliare; ProomHotel) e scambi di incarichi amministraivi a Sebastiano Sicigliano, commercialista ampiamente citato dalle relazioni dell’antimafia nella proposta di soggiorno obbligato e sequestro dei beni di Domenico Barbato, che la stessa commissione definisce “organicamente legato al (ex) clan Alfieri- Cesarano”.
Nomi che ricorrono in operazioni simili e sinistre come la famosa costruzione all’inizio degli anni ’90 di città Mercato a Pompei (poi centro Auchan) in cui gli stessi fratelli Negri sono condannati per concorso in estorsione per l’ingerenza e le spartizioni camorristiche. E che ricorrono ancora per la realizzazione dell’Ikea di Afragola. Un operazione esemplare in cui un bene confiscato dall’antimafia al clan perdente (dei Magliulo), viene rilevato da attori economici vicini al clan vincente (dei Moccia), rimesso a posto dal punto di vista dei permessi amministrativi grazie agli appoggi della politica e poi ceduto a Ikea, realizzando una cospicua speculazione.
A San Nicola tutto è cominciato tre anni fà, quando "Innovazione Commerciale srl", con sede a S.Maria la Strada in provincia di Caserta e poi trasferita a Mugnano, inizia uno studio per realizzare un grande centro commerciale nella zona. E' l'avvio per l'ambizioso outlet che vede in prima fila i fratelli Negri.
Il regno del consumo e quello dell'indigenza: difficile immaginarli a lungo fianco a fianco.
Sarà ovviamente un caso ma da quando è nato il progetto dell’Outlet si sono moltiplicati anche i guai del ghetto, con un incendio dopo l’altro in pochi mesi…
Mentre la mattinata si chiude e lo sgombero si compie, arriva il turno delle Istituzioni: l’assessore regionale De Felice con le lacrime agli occhi (…!), mentre il sindaco bassoliniano di Eboli, Martino Melchionda, parla di una “necessaria opera di bonifica per tutelare il benessere dei cittadini”. E anche quello della cognata immaginiamo, visto che secondo i dati del catasto risultava tra i proprietari dei terreni coinvolti nell’outlet…
Si avvicina un giovane marocchino che dice di essere l’imam del ghetto. Ci chiede perché li stanno cacciando via, se lavorano tanto e prendono così poco.E' una domanda retorica ovviamente. E furibonda. Dice “non abbiamo occhi, non abbiamo orecchie come te? Ma il tuo è un paese di merda”. E’ difficile rispondere qualsiasi cosa.


Fonte: InsuTv

11 novembre 2009

La polizia sgombera i precari del Comune di Cagliari: cinque feriti

Scontri e tensione stanotte al Municipio, Polizia e Carabinieri sono intervenuti intorno alla mezzanotte per sgomberare il presidio dei precari del Comune di Cagliari. Prima, in serata nove di loro erano riusciti a entrare nel palazzo di Via Roma. Le forze dell’ordine hanno fatto rimuovere anche la tenda che da giorni era montata sotto i portici. I precari non si arrendono e oggi saranno nuovamente sotto il Comune.

10 novembre 2009

Parma: Muore in carcere dopo l'arresto S'indaga per omicidio colposo

Omicidio colposo contro ignoti. E’ con questa accusa che la Procura di Parma sta indagando sulla morte in carcere di Giuseppe Saladino, 32 anni, che ha perso la vita dietro le sbarre la notte del 6 novembre, poche ore dopo l’arresto.
Il giovane era stato condannato a un anno e due mesi per aver razziato monetine lo scorso maggio nei parchimetri di via Pertini e stava scontando la pena agli arresti domiciliari. Venerdì pomeriggio le forze dell’ordine l’hanno ricondotto all’istituto penitenziario dopo averlo sorpreso fuori dal suo appartamento di via Einstein. Erano le 17. Alle 8 della mattina seguente la madre, Rosa Martorano, ha ricevuto una telefonata del direttore del carcere che le comunicava la morte del figlio.
“Ho lasciato un figlio sano e l’avrei voluto avere indietro sano”, ha commentato ai microfoni di Tv Parma. La donna ha spiegato di essere stata avvisata direttamente dal direttore: "Mi ha detto che voleva dirmelo lui perchè sapeva che sono una brava persona e anche mio figlio lo aveva preso in simpatia". Gli occhi asciutti su un viso stanchissimo. "Io voglio sapere che cosa è successo. Voglio sapere tutto".Per fare chiarezza la famiglia, attraverso l’avvocato Letizia Tonoletti, ha nominato un perito che insieme a quello incaricato dal pubblico ministero Roberta Licci sta cercando di fare luce sul decesso. Per sapere l’esito dell’autopsia bisognerà attendere il termine delle indagini.
Il carcere di via Burla è interessato da un'altra indagine contro ignoti per il reato di istigazione al suicidio. Il 27 ottobre scorso, infatti, si è sucididato in cella Francesco Gozzi, 52 anni. L'uomo, ritenuto affiliato alla cosca Latella di Reggio Calabria, si è tolto la vita impiccandosi con una corda fatta di lenzuoli. Scontava l'ergastolo in regime di 41 bis. Proprio questa mattina i Ris hanno effettuato un sopralluogo nella sua cella.


fonte: La Repubblica

Cucchi, i primi sei indagati. Un uomo ha assistito al pestaggio

C'è un testimone chiave del pestaggio di Stefano Cucchi nella cella di sicurezza del Palazzo di giustizia. E ci sono i primi sei indagati per l'aggressione al trentunenne arrestato sano, con pochi grammi di droga, e morto sette giorni dopo con il corpo denutrito, disidratato, devastato da fratture e altri traumi. I magistrati oggi decideranno sulla riesumazione della salma. Sul decesso del giovane è tornato a parlare il sottosegretario Carlo Giovanardi: "Era in carcere perché tossicodipendente e spacciatore abituale". E ha incassato di nuovo critiche a valanga e richieste di dimissioni. I magistrati si concentrano sulle responsabilità di quattro agenti penitenziari che hanno avuto in custodia, il giovane negli interrati del Palazzo di giustizia il 16 ottobre, giorno della convalida dell'arresto. A metterli su questa pista non ci sono solo le confidenze consegnate da Cucchi ai compagni di cella, ma la testimonianza di un detenuto che, dallo spioncino della cella, ha assistito al pestaggio di Stefano dopo che era stato accompagnato in bagno. L'attenzione dei pm si concentra anche su qualche detenuto con cui Cucchi avrebbe potuto avere un alterco. I magistrati vogliono far luce inoltre su possibili percosse antecedenti l'arrivo in tribunale e nei giorni scorsi hanno sentito i carabinieri. Rischiano di essere indagati pure loro. Un'inchiesta interna dell'Arma ha ricostruito il ruolo dei suoi uomini escludendo responsabilità. Ma gli avvocati della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo e Dario Piccioni, insistono: "Chiediamo accertamenti a tutto campo: Stefano si presentò in tribunale già con il volto segnato". "Escludo che ci siano responsabilità di qualche collega", dice Daniele Nicastrini, segretario regionale della Uil penitenziari, "e non sono arrivati avvisi di garanzia. Qualcuno è stato convocato dai pm ma Cucchi era già in condizioni critiche prima che lo prendessimo in consegna". Oggi il magistrato scioglierà le riserve sulla riesumazione della salma. "Lo ha chiesto la parte civile per far eseguire alcune tac", spiega il coordinatore dei periti, Paolo Arbarello, "e noi non ci opporremo". Il secondo fronte dell'inchiesta, che interesserà i sanitari che non avrebbero assistito Cucchi in maniera adeguata, muoverà sull'ipotesi di omicidio colposo. Intanto, sulle frasi di Giovanardi ("Cucchi era in carcere perché spacciatore abituale; la verità verrà fuori: è morto soprattutto perché pesava 42 chili") sono piovute critiche da sinistra, destra e centro e una valanga di contestazioni su Facebook. "Quando in politica, come nella vita", attacca Lorenzo Cesa, segretario Udc, "manca ogni senso di umanità, si diventa barbari: oggi è Giovanardi il nuovo barbaro". "E pensare", dice Antonio Di Pietro, segretario Idv, "che Giovanardi ha le deleghe alle Politiche giovanili: si dimetta per manifesta incapacità". "È vergognoso", commenta Paolo Ferrero, segretario del Prc, "che chi si scandalizza per la sentenza sul crocifisso non abbia alcun rispetto per la vita umana".



9 novembre 2009

Stefano Cucchi: pubblichiamo l’intera documentazione clinica

Pubblichiamo l’intera documentazione clinica su Stefano Cucchi (clicca qui), a partire dal referto del medico del 118 delle ore 5.30 del 16 ottobre, fino ai diari sanitari del reparto detentivo del Pertini e al certificato di morte del 22 ottobre. Lo facciamo col consenso scritto ed esplicito dei familiari di Stefano, dopo aver trasmesso il materiale alla Procura della Repubblica di Roma e aver informato della nostra iniziativa l’Autorità garante della privacy. Abbiamo deciso questo passo perché da questa documentazione emerge come una moltitudine di operatori della polizia giudiziaria, del personale amministrativo e delle strutture sanitarie, abbiano assistito – inerti quando non complici – al declino fisico di Stefano Cucchi e fino alla morte.Ed emergono, con cruda evidenza, le contraddizioni, ma anche le vere e proprie manipolazioni ai danni di Stefano Cucchi e dell’accertamento della verità. E risulta soprattutto che Stefano decide di non nutrirsi e di non assumere liquidi – causa della morte, secondo i sanitari – “fino a quando non avrà parlato con il proprio avvocato” (così è scritto di pugno di un medico). Non gli fu consentito.Quella notazione è una sorta di confessione del delitto da parte di chi non ha saputo o voluto impedirlo. Balza agli occhi, in altre parole, che sulla morte di Stefano Cucchi non c’è alcun “mistero”: in quella documentazione c’è tutto. Il caso di Stefano Cucchi è diventato occasione di una riflessione pubblica sul nostro sistema di giustizia e sulle nostre strutture penitenziarie. Non solo in Italia. Ho ricevuto una richiesta d’informazioni da parte dell’ufficio londinese di Amnesty International intenzionata a condurre una propria inchiesta indipendente sulla vicenda.
(Abbiamo “cancellato” dalla documentazione nomi e cognomi del personale responsabile e alcune informazioni private su Stefano Cucchi, in nessun modo significative ai fini dell’accertamento della verità).

Morire di Stato. Appello del Comitato Madri per Roma Città Aperta

Morire di Stato
Salutare un figlio. Rivederlo morto.
E’ il dramma di Patrizia, madre di Federico Aldovrandi, ucciso da quattro poliziotti durante un fermo.
E’ il dramma di Ornella madre di Nike Aprile Gatti, morto nel carcere di Sollicciano (Firenze),
E’ il dramma di Maria, madre di Manuel Eliantonio,morto nel carcere di Marassi a 22 anni.
E’ il dramma della mamma di Stefano Cucchi, morto in carcere a Roma dopo un arresto per pochi grammi di droga.
Uno stato che sottrae un figlio e lo restituisce morto, negando ogni possibilità di avvicinarlo, di esercitare il diritto di ogni madre di constatare la salute e le condizioni del proprio figlio, anche di chi si trovi in carcere.
In ricordo di Renato, accoltellato per odio e intolleranza nel 2006, le Madri per Roma Città Aperta vogliono interrogarsi su questi eventi, su queste maternità negate che calpestano i diritti dell’individuo e rappresentano un gravissimo segnale di deriva della nostra democrazia.
Anche queste morti appartengono al tema della sicurezza. Sicurezza anche dei cittadini quando hanno a che fare con le istituzioni repressive e carcerarie.
Per questo come madri non vogliamo dimenticare Nabruka Mimuni, la donna che si è tolta la vita nella notte tra il 6 e il 7 maggio di quest’anno nel lager di Ponte Galeria, alle porte di Roma.Abbiamo contestato ai vari sindaci la risposta xenofoba e repressiva delle istituzioni a fenomeni di grave disagio e precarietà, che ha alimentato episodi di razzismo e violenza, opponendo, praticando e sostenendo la cultura della diversità e del rispetto.
Vogliamo affrontare il tema della sicurezza portandolo anche dietro le mura di un carcere o di un CIE. Vogliamo riproporre il tema dei diritti dentro la città e soprattutto nei luoghi dove sembra che rappresentanti dello Stato possano esercitare un diritto di vita e di morte su cittadini italiani e stranieri.
Come le madri argentine di Plaza de Majo, le madri cinesi di Piazza Tien a men e le madri iraniane hanno chiesto giustizia e verità per i loro figli, le Madri per Roma Città Aperta vogliono sostenere e dar voce ad ogni madre che voglia rivendicare la dignità e i diritti dei suoi figli strappati alla vita.
Comitato Madri per Roma Città Aperta
Sabato 14 novembre ad Acrobax (ex Cinodromo)
Ponte Marconi ore 17,30
Incontro con avvocati, operatori del carcere, associazioni
Cena per sostenere la famiglia di Manuel Eliantonio

Le vergognose affermazioni di Giovanardi: "Stefano Cucchi morto perchè drogato"

Il sottosegretario Giovanardi ne è sicuro: "Stefano Cucchi è morto perché "anoressico e drogato". Parole pesantissime, che per la sorella del ragazzo morto misteriosamente "si commentano da sole". Non è la prima volta che Giovanardi commenta la morte di Stefano. E, come già, in passato non concede spazio al dubbio: "Era in carcere perchè era uno spacciatore abituale. La verità verrà fuori, e si capirà che è morto soprattutto perchè era di 42 chili". Così il sottosegretario alla Presidenza alla trasmissione "24 Mattino" su Radio 24. Nessun dubbio. Non ci sono responsabilità umane nella morte Stefano Cucchi. Quel corpo pieno di lividi e fratture di cui è ancora ignota la causa, quelle cartelle cliniche apparentemente manomesse, quella coltre di dubbi che circonda la morte del ragazzo romano, per il sottosegretario, non significano nulla. Se c'è un colpevole, per Giovanardi, è la droga: "Che ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi c'è il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così". "A Giovanardi che fa queste dichiarazioni a titolo gratuito - dice la sorella di Steano, Ilaria, - rispondo semplicemente che il fatto che Stefano avesse problemi di droga noi non l'abbiamo mai negato, ma questo non giustifica il modo in cui è morto". "Non voglio aggiungere altro - conclude - la cosa che ha detto il sottosegretario si commenta da sola". Anche Giovanni, il padre di Stefano fa sentire la sua voce, rilanciando come la famiglia sia "sempre in attesa di giustizia".
Ho già avuto modo di litigare stamattina con Giovanardi alla trasmissione radiofonica radio 24. Giovanardi ha espresso parole vergognose che hanno il solo scopo di impedire l’accertamento delle responsabilità delle forze dell’ordine e di coprire la verità - è il commento di Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc -. Giovanardi vuol farci credere che Cucchi, come Gesù Cristo, sia morto di freddo. E’ vergognoso che chi si scandalizza quotidianamente per la sentenza della Corte europea di Giustizia sul crocifisso non abbia poi alcun rispetto per la vita umana e per i famigliari di Cucchi. I quali familiari, oltre all’assassinio del loro figliolo, debbono anche subirsi le menzogne di Giovanardi. Si tratta di un ulteriore segno del degrado morale oltre che politico di questo governo - conclude Ferrero.

Toscana: ancora arresti e perquisizioni a Livorno e Pistoia contro gli antifascisti

Questa mattina verso le 6.30 la polizia ha perquisito la casa di due compagni del Movimento Antagonista Livornese nell'ambito dell'inchiesta per i fatti di Pistoia dell'11 ottobre. Ad entrambi è stata notificata la misura degli arresti domiciliari. Sembrerebbe a prima vista una svolta per le indagini in corso, invece i due perquisiti e arrestati non sono altro che due dei denunciati che furono portati in questura l'11 ottobre stesso dopo essere stati prelevati da un'assemblea pubblica. Quindi nessuna novità sulle dinamiche della vicenda a seguito di un'azione che ha sorpreso tutti, a iniziare dall'avvocatessa Davini che segue gli arrestati. Infatti non si capisce come mai debbano essere dati gli arresti domicialiari dopo un mese a chi era già denunciato a piede libero. C'è il pericolo di fuga, reiterazione dell'atto o inquinamento delle prove dopo così tanto tempo?
Da parte nostra non possiamo che prendere atto che una simile azione verso due persone che, come le altre, stavano partecipando ad un'assemblea pubblica non aggiunge altro ai fini dell'indagine ma allo stesso tempo è un'altra chiara rappresaglia politica all'indomani della manifestazione cittadina per la liberazione dei tre che già erano stati arrestati. Misure ingiustificate dal punto di vista procedurale e legale ma di alto contenuto politico e repressivo. Insomma, la conferma di ciò che dicevano fin dal primo giorno: a Pistoia la questura di fronte ad un atto ritenuto grave a cui però non ha potuto dare una risposta investigativa, ha messo in atto una rappresaglia verso chi stava partecipando ad un'assemblea pubblica contro le ronde.
Perquisizioni e arresti anche a Pistoia.

5.12.09 No Berlusconi Day. Appello delle madri orfane di stato

Ricordando (in ordine di sparizione in anni recenti): Carlo, Dax, Marcello, Federico, Giuseppe, Renato, Riccardo, Aldo, Gabriele, Niki, Manuel, Stefano “Cabana”, Francesco, Stefano…


Noi madri, orfane di stato perché lo Stato ha ucciso i nostri figli, ha permesso che si facesse scempio della loro vita e della loro dignità.

Noi madri, che abbiamo visto come si può mentire, depistare, nascondere o mutilare le prove della violenza. Come si può sostenere impunemente che la vittima è un delinquente mentre chi delinque viene descritto come vittima.

Noi, che pure avendo le prove della violenza da parte di alcuni settori dello Stato abbiamo visto come lo Stato si auto assolve; come viene sospeso il diritto in piazza, in carcere o nelle caserme; come si legittima l’impunibilità di chi veste una divisa.

Noi che abbiamo dolorosamente toccato con mano il legame che unisce chi predica l'intolleranza contro chi appare debole o diverso, e chi la mette in pratica.

Noi che abbiamo visto sul piatto della bilancia la vita dei nostri figli pesare molto meno di un’automobile o una vetrina infranta.

Noi che davanti al corpo offeso dei nostri figli abbiamo detto “mai più”, ogni volta e di nuovo, inutilmente.

Noi testimoni, madri orfane dei nostri figli, chiediamo alle donne e agli uomini che ancora credono nel valore del diritto e della giustizia di testimoniare con noi, di unire le loro voci alle nostre per richiamare l’opinione pubblica di fronte alle proprie responsabilità.




Haidi Giuliani

Rosa Piro

Patrizia Moretti

Maria Ciuffi

Stefania Zuccari

Ministro La Russa su l'omicidio Cucchi è ora di dire la verità.

Le foto segnaletiche di Stefano Cucchi hanno colmato un vuoto che si era aperto alla immaginazione di noi tutti: come quel ragazzo sereno e sorridente che si affaccia dagli album di famiglia abbia potuto trasformarsi in quel corpo martoriato che gli stessi familiari hanno voluto rendere pubblico? Dei molti scatti che avrebbero potuto raccontare quella metamorfosi (e che ciascuno in questi giorni ha provato a raffigurarsi, raccapricciando), quelle foto sono una piccola scelta, che aiuta però tanto la nostra immaginazione a fissarsi in un altro punto di realtà quanto l'attività investigativa a restare con i piedi per terra e a non farsi distogliere dalla ridda di ipotesi e di dichiarazioni che si affacciano come una cortina fumogena intorno alla tragica realtà della morte di Stefano Cucchi. Servono, quelle foto, a fugare la posticcia condizione di incertezza che qualcuno ha voluto alimentare, a proposito della violenza subita da Cucchi dopo l'arresto, ma prima dell'ingresso nel carcere romano di Regina coeli. Qualche giorno fa avevamo addirittura letto del difensore d'ufficio che - in tribunale - non si era accorto di niente: appena finita l'udienza, in una stanza accanto, i medici di piazzale Clodio rilevano (quasi) tutto ciò che risulterà da numerosi accertamenti diagnostici successivi (in vita e in morte) sul corpo di Stefano Cucchi, ma il suo avvocato d'occasione non si era accorto di nulla S periamo in una caduta deontologica: (non dovrebbe, ma) capita che un difensore d'ufficio non guardi neanche in faccia il suo assistito. Altri potrebbero sospettare un potere di condizionamento dell'Arma e del suo Ministro, che già aveva fatto sentire la sua voce, naturalmente assolutoria, per partito preso.La memoria torna a Genova, otto anni fa: ragazzini presi a calci in faccia da maturi signori appartenenti alle forze dell'ordine sotto gli occhi e le telecamere di mezzo mondo e non una parola di biasimo, un distinguo, un'eccezione. Così oggi Ignazio La Russa: «Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto dei Carabinieri in questa occasione».Nessuno, in un caso del genere, ha interesse a mettere sul banco degli imputati "i Carabinieri", né l'intero sistema penitenziario o di polizia: servirebbe solo a far perdere nelle fumisterie di responsabilità istituzionali o collettive, quelle specifiche e personali di chi ha abusato del corpo di Stefano Cucchi e di chi - forse - non gli ha prestato le cure e l'assistenza necessarie. Perché, allora, proprio dal Ministro la difesa d'ufficio (e quindi la - logicamente precedente - messa in stato d'accusa) dell'intero Corpo? Passione per le fumisterie? Per le notti in cui tutte le vacche sono bigie? Ma, in questo modo, non si aiuta la giustizia, e neanche l'Arma dei Carabinieri, costretta a sobbarcarsi il sospetto della responsabilità di alcuni suoi uomini in un fatto di morte e violenza. Meglio sarebbe, allora, caro Ministro, dire e far dire tutta la verità: meglio per Stefano e la sua memoria, meglio per la giustizia e i suoi apparati, meglio per l'Arma e chi ne veste la divisa.
Stafano Anastasia

8 novembre 2009

Omicidio Cucchi: Le vergognose bugie del ministro La Russa

La tragica agonia di Stefano Cucchi si era appena conclusa. Il suo corpo era stato sottoposto all'autopsia, dalla quale emergevano - inequivocabili - i segni di un brutale pestaggio. Le immagini del suo volto tumefatto e deformato parlavano del resto da sole. Nessuna inchiesta era in quel momento aperta, nè lo sarebbe stata se non si fosse imposta la tenacia dei familiari, di una sorella per nulla disposta a piegarsi alle reticenti, grottesche spiegazioni di quanti, in quei giorni, ebbero Stefano nelle loro mani. Lo stagno si sarebbe richiuso se anche questa volta, come tante altre, la stampa si fosse lasciata distrarre o depistare. Eppure, già in quelle ore, con la rapidità con cui si infiamma una coda di paglia, il ministro La Russa - senza nulla sapere - scagionava i carabinieri, sulla parola, da ogni responsabilità. Ma il caso montava, inesorabilmente. E La Russa taceva. Era invece costretto a parlare l'altro ministro, quello della giustizia, Angelino Alfano, il quale, riferendo al Senato, dopo aver ammesso che il ragazzo «non doveva morire», ha subito fatto propria la tesi secondo cui sarebbe stato Stefano stesso a rifiutare idratazione e alimentazione, trascurando di riferire ciò che emerge dai referti infermieristici e cioè che Stefano si opponeva perchè pretendeva - come suo diritto - di parlare prima con l'avvocato di fiducia, negatogli sin dall'inizio. Non una parola sulle botte, solo un invito alla magistratura a procedere celermente. Ora, la commissione di indagine del Senato presieduta da Ignazio Marino rivela che quando Stefano Cucchi fu consegnato al carcere di Regina Coeli portava già le «lesioni gravi» che l'esame autoptico avrebbe poi rilevato. Eppure La Russa ancora tace. A lui interessa soltanto la difesa ad oltranza della Benemerita: non del corpo, ma di ogni suo singolo membro. Sempre e comunque. A dispetto della verità e della giustizia, concetti relativi. E sacrificabili.

Stefano Cucchi rifiutava il cibo perchè voleva l'avvocato

Le foto, le ultime di suo fratello vivo, Ilaria le ha viste ieri, su un giornale ben agganciato con la commissione parlamentare sul servizio sanitario nazionale: inequivocabili i segni delle botte sul viso e sulla nuca di Stefano Cucchi che poche ore prima, all'udienza di convalida dell'arresto, s'era visto negare i domiciliari ed era stato costretto ad accettare un avvocato d'ufficio al posto del legale indicato la notte prima ai carabinieri. Stefano quei segni in faccia ce li aveva già. Era una faccia gonfia di schiaffi che fece inorridire suo padre ma che non parve nulla di speciale al legale d'ufficio e alla giudice che lo sbatte a Regina Coeli. Il medico della Città giudiziaria, tuttavia, vede le stesse cose che ha visto il padre: gli occhi neri e la difficoltà a camminare. Ma anche per lui è nulla che il carcere non possa curare. Ma a Regina Coeli, appena scattate quelle foto della matricola, decideranno di spedirlo al pronto soccorso del Fatebenefratelli dove le lastre riveleranno le due vertebre spezzate in fondo alla schiena. Ma i medici del penitenziario sospettavano anche un trauma cranico o addominale quel pomeriggio del 16 ottobre. Venerdi 5 novembre, in tre, sono stati sentiti dalla commissione d'inchiesta sul Ssn, presieduta dal noto medico del Pd, Ignazio Marino, che è sulle tracce di eventuali lacune delle prestazioni mediche ma i cui sconfinamenti nell'indagine per omicidio avrebbero innervosito il pm Barba. Stefano accusava nausea e i medici del carcere sospettavano che fosse l'evidenza di un danno nervoso centrale. Così lo spedirono dal centro diagnostico interno al vicino ospedale dell'Isola Tiberina senza nemmeno fargli una visita psicologica. Apparentemente Cucchi avrebbe rifiutato di fare la tac. Marino e la sua commissione cercheranno di risolvere questo giallo scrutando negli affari del Fatebenefratelli. Però, uno sguardo al diario infermieristico - stilato nelle giornate di ricovero al Pertini - getta un'ombra sulla gestione del paziente. Già sappiamo che Cucchi era immobilizzato da quando era uscito sulla sedia a rotelle da Regina Coeli. Al Pertini verrà cateterizzato. La scheda del 118 - relativa alla notte dell'arresto - è piuttosto avara: si parla di un malore schizzofrenico , le due z sono testuali e di un paziente disteso nel letto della camera di sicurezza dei carabinieri di Tor Sapienza. Nel diario infermieristico non ci sarebbero tracce dei succhi di frutta che Alfano ha raccontato riferendo per la seconda volta a Palazzo Madama. Il guardasigilli ha recitato un canovaccio basato soprattutto sulla relazione stilata una decinda di giorni dopo la morte dal reparto protetto dell'ospedale. Poi ha tirato fuori a sorpresa la carta firmata da Cucchi, si direbbe, alla polizia penitenziaria e che non avrebbe autorizzato i sanitari a rilasciare informazioni alla sua famiglia. Padre e madre di Stefano, però, di quella carta non ne avevano sentito parlare nelle loro lunghe anticamere davanti ai secondini del repartino. Ogni giorno lo stesso ritornello: per parlare coi dottori serve un permesso, tornate domani. Intanto, a pochi metri, dietro le sbarre del bunker il paziente Cucchi, peso piuma di 31 anni, paralizzato a letto veniva descritto come «polemico e poco collaborativo» da chi compilò il diario. E di atteggiamento oppositivo si legge anche nella lettera mai spedita. Quella che il Pertini sostiene di aver scritto al giudice il giorno prima che Stefano morisse. Ma perché Stefano rifiutava alcune terapie, certi esami clinici e perfino acqua e cibo? La svolta è segnata sul diario. Data 21 ottobre: «Visti gli esami ematochimici (allora qualche esame l'ha fatto!, ndr) si propone nuovamente la reidratazione endovenosa ma il paziente rifiuta perché vuol parlare prima con il suo avvocato e con l'assistente del Ceis (la comunità terapeutica in cui era stato nel 2007, ndr). Rifiuta anche di alimentarsi come sta facendo fin dall'ingresso per lo stesso motivo». Per lo stesso motivo. Parlare con qualcuno di cui si potesse fidare. Spiegare le cause della schiena spezzata e di quel viso bruciato dalle botte. Lo stesso chiese alla volontaria che lo stette ad ascoltare: chiedeva di parlare con suo cognato. Aveva paura, non si fidava. E come avrebbe potuto? Anche un suo compagno di cella ha detto al pm che sarebbe stato picchiato da qualcuno in divisa. Carabinieri o polizia penitenziaria? Tutt'e due? E Alfano aveva letto questo diario prima di riferire al parlamento? E La Russa che parla di tutto meno che del caso Cucchi dopo l'assoluzione al buio della quarta forza armata? E il suo legale d'ufficio? Avrebbe detto alla famiglia che anche a lui non dicevano nulla. L'impressione è che nei quattro giorni al Pertini Stefano non ebbe il diritto alla difesa. E tutti sapevano che voleva parlare con qualcuno di cui si sarebbe potuto fidare. Il 3 agosto stava bene, ripete la sua famiglia, c'è un certificato che lo attesta. I suoi saranno ascoltati martedì prossimo dalla commissione di Marino che ieri ha sentito anche Mauro Mariani, direttore di Regina Coeli. Per lui non ci sarebbero «punti oscuri». «La situazione d'arrivo di Cucchi in carcere è oggettivamente documentata dal certificato medico del tribunale, dalla visita di primo ingresso effettuata tra le 15.45 e le 16.30 del 16 ottobre e anche dalle foto». Resta da chiarire, però, le ragioni che riportarono un ragazo quasi paralizzato a rifiutare il primo ricovero e tornare in cella.
fonte: Liberazione

Pianosa, l'isola-carcere dei pestaggi

Anche se l'intenzione di riaprire il super carcere di Pianosa sembra per il momento rientrata, di fronte alla ferma opposizione della ministra dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, la proposta avanzata dal guardasigilli Angelino Alfano suona come un sinistro presagio. Il governo ha brutte intenzioni se è vero che con grande disinvoltura tenta di rimettere in funzione una delle più brutali carceri speciali che l'Italia abbia conosciuto. Roba da far impallidire persino Guantanamo e Abu Ghraib. Da circa un decennio, l'isola è diventata un parco ambientale di alto valore naturalistico. Nel 1997 è stato trasferito l'ultimo detenuto rinchiuso nel reparto 41 bis, e dall'anno successivo a presidiare la vecchia struttura sono rimasti solo una sparuta pattuglia di agenti di polizia penitenziaria e alcuni detenuti semiliberi, provenienti dalla vicina casa di reclusione di Porto Azzurro, sull'isola d'Elba, che si occupano dei terreni agricoli. Aperta nel 1858 dal Granducato di Toscana, fu solo nei primi anni del Regno unificato d'Italia che la colonia penale agricola della Pianosa assunse la struttura attuale. Nello stesso periodo vennero create delle succursali nelle isole limitrofe dell'arcipelago toscano, alla Gorgona e sull'isola di Montecristo. Quest'ultimo insediamento fu però abbandonato nel 1880. Negli anni successivi e fino al 1965, l'isola divenne un reclusorio per detenuti ammalati di tubercolosi. Ma la casa penale della Pianosa si è guadagnata anche la fama di carcere per detenuti politici. Nelle sue famigerate celle sono passati l'anarchico Giovanni Passannante, che nel 1878 tentò di accoltellare Umberto I, e durante il fascismo il socialista Sandro Pertini. Ma fu nel maggio 1977 che, insieme alla sezione "Fornelli" dell'Asinara, la diramazione "Agrippa" della Pianosa conquistò un posto centrale nel circuito delle carceri di "massima sicurezza", ideato dal generale dei carabinieri Carlo Albero Dalla Chiesa. Nel giro di due giorni, grazie anche all'utilizzo di grandi elicotteri bimotori da trasporto truppe Chinook, i reparti dell'Arma trasferirono 600 prigionieri. Un decreto interministeriale, oltre ad attribuire poteri eccezionali a Dalla Chiesa, sospendeva le norme vigenti in materia di appalti e concessioni edilizie (qualcosa di simile è stato chiesto dall'attuale capo del Dap, Franco Ionta). Furono edificate sezioni di massima sicurezza, oltre alle già citate sezioni Fornelli e Agrippa, anche sull'isola di Favignana e nelle carceri di Cuneo, Fossombrone, Trani, Novara, Termini Imerese, Nuoro, Palmi, Messina. Un enorme giro di miliardi da cui scaturirono anni dopo inchieste giudiziarie sulle famose "carceri d'oro". In un documento fatto pervenire all'esterno, i primi prigionieri politici rinchiusi a Pianosa descrivevano così il luogo: «si tratta di un'isola-carcere, nel senso che la totalità del suo territorio - circa 12 km quadrati - è adibito a istituto di pena. L'isola consta di 4 diramazioni indipendenti. 4 carceri nel carcere. La più grande di esse, chiamata "Agrippa", dopo aver subito una completa ristrutturazione è divenuta un vero monumento al sadismo repressivo dello Stato borghese». Pianta a forma di quadrilatero, doppio muro di cinta sormontato da filo spinato e un numero sproporzionato di fari. All'interno, celle molto piccole con arredo cementato al pavimento e alle pareti, «mura dipinte con colori speciali che provocano menomazioni visive e disturbi psichici; aria ridotta a mezz'ora la mattina e mezz'ora il pomeriggio, in piccoli cortili. Non più di sei per volta». All'arrivo - scrivono sempre i detenuti - si viene «sottoposti a un brutale pestaggio, dimostrazione del potere assoluto della direzione carceraria». Testimonianze del genere si moltiplicarono negli anni successivi. Il 31 marzo 1981, all'interno della sezione Agrippa avvenne uno delle più brutali violenze della storia carceraria. In una dichiarazione resa pubblica dai familiari, tenuti lontani dall'isola per 15 giorni, si informava che 70 detenuti della sezione speciale erano stati rinchiusi in isolamento dopo essere stati denudati e bastonati e i loro effetti personali distrutti. Ancora nel 1992, quando sull'onda della nuova emergenza antimafia il braccio di massima sicurezza accolse detenuti accusati di appartenere alla criminalità organizzata, i racconti non si discostavano da quanto accaduto negli anni precedenti. «Un litro d'acqua da bere al giorno, 200 grammi di vitto con dentro cicche di sigarette e pezzettini di vetro. La domenica è il giorno più sicuro per consumare la cena, all'apparenza si presenta senza scorie, diversamente dal pranzo dove si trova sia nella pasta che nel secondo un po' di tutto, tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi» (cf. Il Carcere speciale , sensibili alle foglie 2006). Nel 1993 un rapporto di Amnesty International raccolse le testimonianze denunciando le brutalità subite dai reclusi della sezione Agrippa.


Paolo Persichetti da Liberazione

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