8 novembre 2009

Omicidio Cucchi: il suo quartiere chiede verità e giustizia

La logica dello stadio. E una strada che piomba nella paura con cassonetti incendiati a ogni traversa e sanpietrini che volano, senza grossi danni - così pare - se non sulla dignità di un quartiere che era sceso in piazza indignato dalla morte di uno di loro. Stefano Cucchi. La logica dello stadio è quella che fa ostentare alla questura una ventina di blindati della celere e li fa sfilare a pochi centimetri dai manifestanti e quella che fa ignorare l'appello di Ilaria Cucchi a qualche decina di persone che prende in ostaggio il corteo per l'indegna messinscena finale. E dire che dopo il volo di qualche bottiglia alla partenza della manifestazione il clima s'era rasserenato e tremila cittadini erano riusciti a comunicare con un quartiere poco avvezzo ai cortei ma consapevole di quello che era capitato a Stefano Cucchi, ucciso a 31 anni da un pestaggio e dall'incuria destinata ai detenuti. Su questo, almeno, indaga un pm dopo la denuncia dei familiari a cui è stato negato il diritto di sapere qualcosa sulla salute del figlio desaparecido nel reparto penitenziario del Pertini. Lui, come risulta dal diario infermieristico, rifiutava di mangiare finché non fosse riuscito a parlare con un legale di fiducia, con suo cognato o con l'assistente di una comunità terapeutica di cui si fidava. «Mio fratello non era un eroe - dice Ilaria che accoglie il corteo sotto la casa di famiglia, in via Ciro da Urbino - era una vttima» Lo striscione d'apertura recita: «Non si può morire così, basta vite spezzate». Il primo stop dopo cento metri dalla partenza. Applausi all'ignoto che scrive sulla saracinesca della sede di An: «Siete responsabili di questa morte». E' quello il partito che ha scritto le leggi proibizioniste e razziste, che arma le forze dell'ordine e ne avalla le nefandezze, salvo poi varare finanziarie da fame anche per i tutori dell'ordine. Addossato al muro del bar di fronte un passante ammette che il graffitaro anonimo «stavolta ha proprio ragione». Sui muri fioriscono manifesti: «Il proibizionismo è il serial killer. Aldrovandi, Bianzino, Cucchi: consumatori uccisi dallo Stato». I cori sono tutti «Pe' Stefanino», «Uno di noi». «Poteva capitare a chiunque di essere fermato per due canne». Dal microfono si invitano tutti a scendere, a unirsi a questo corteo senza bandiere, cucito con pazienza da alcuni comitati di quartiere, dai centri sociali, dall'osservatorio sul razzismo, dalla rete contro l'antiautoritarismo, dalle associazioni di migranti. Per Nunzio D'Erme, ex consigliere comunale, di Action il fiume di gente «è una risposta all'arroganza». E in tanti si raccontano. E le loro storie somigliano a quella di Stefano. Perquisizioni violente, fermi arbitrari, abusi. Come quello che hanno denunciato due ragazzi bengalesi alcuni mesi fa dopo essere stati costretti a pulire la caserma locale dei carabinieri. Sul portone dove vivono i Cucchi, i vicini di casa hanno piazzato un lenzuolo con foto e parole affettuose per un ragazzino che avevano visto crescere e che non doveva essere ridotto così, con la faccia gonfia e la schiena spezzata nelle 20 ore tra il fermo e l'arrivo in carcere. In mezzo una surreale udienza di convalida in cui giudice e legale di ufficio non si accorsero degli occhi neri dalle botte. I domiciliari negati con l'assurda motivazione che Stefano - cui era stata perquisita la casa la notte - sarebbe stato un senza fissa dimora. Ilaria ringrazia tutti, a nome della famiglia, circondata dai vicini di casa e raccomanda di evitare gesti sconsiderati perche «danneggerebbero la nostra battaglia per verità e giustizia». Per le poche decine di teppisti, invece, sarà più importante mimare cento metri di guerriglia urbana a uso e consumo di quella stampa felice di titolare sui momenti di tensione piuttosto che sulle evidenze delle violenze sul corpo di Stefano. Una vittima, certo, ma che ha affrontato con fermezza il suo destino. «Nessun tentativo di svilire un corteo partecipato e voluto dalla città di Stefano - dice in fondo Massimiliano Ortu, del Prc al Municipio Roma XVI - può cancellare il significato profondo per cui è stato indetto. La verità per la morte di Stefano deve venir fuori, i responsabili devono pagare. Abbiamo aderito, venendo da quartieri lontani, come tanti altri. Domani si parli della morte di Stefano e ci si interroghi su chi ne ha le responsabilità, non di problemi di ordine pubblico».


fonte: Liberazione

6 novembre 2009

Firenze: Perquisizioni e arresti contro gli antifascisti

Stamani le solerti forze di polizia hanno perquisito numerose abitazioni di compagni e compagne appartenenti a centri sociali e non solo. Se questo non bastasse un compagno è stato arrestato adducendo un presunto pericolo di fuga per un viaggio in sud America che avrebbe dovuto fare, e che farà, nel mese di Febbraio.
Le accuse vanno dalla detenzione di presunti esplosivi, ai rapporti di solidarietà internazionale, alle iniziative contro la presenza dei fascisti in città, alle iniziative contro Forza Nuova a Rignano sull'Arno.
Il GIP Pezzuti ha pensato bene di tentare la carta dell'aggravante di terrorismo, utilizzando in maniera piuttosto stravagante quanto previsto dal Decreto Pisanu sulla nuova definizione di terrorismo stesso “ Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per l’Italia”.
Non stiamo qui a leccarci le ferite ma lanciamo da subito quello che deve essere per ognuno di noi una pratica da cui nessuno può “dissociarsi”: la solidarietà
Fuori da ogni richiesta di giustizialismo pensiamo che non sia casuale che in prossimità dell'ennesimo tentativo di svolgere iniziative in città da parte di quei fascisti di Forza Nuova, si vada a colpire proprio chi in questi anni è stato protagonista nell'impedire qualsiasi tipo di agibilità politica a questi loschi figuri.
Nell'ultimo anno magistratura, questura hanno operato in maniera tale da cercare di stroncare nella nostra città ogni tentativo di protagonismo politico, attraverso gli avvisi orali e le perquisizioni agli studenti, convocazioni in questura, fino ad arrivare a quanto è successo oggi.
Un clima davanti al quale, come più volte abbiamo detto e scritto, non si può sottacere.
Particolarmente in questo momento non possiamo pensare e tollerare che qualcuno si possa sentire non coinvolto da quanto sta succedendo.
Che sappia chi di dovere, davanti a quanto venuto alla luce in questi mesi, che non tollereremo nessun atto di vessazione verso il compagno arrestato.

VENERDI 6 NOVEMBRE ORE 17.30
PRESIDIO SOTTO LA PREFETTURA DI FIRENZE IN VIA CAVOUR
SABATO 7 NOVEMBRE ORE 16.00 PIAZZA SAN MARCO
MANIFESTAZIONE PER LA LIBERAZIONE DI MANNU
IN SOLIDARIETA' AI PERQUISITI

CpaFisuD, Cantiere Sociale K100, CSA Next Emerson, Movimento di Lotta per la Casa, Individualità anarchiche fiorentine, Collettivo politico di Scienze Politiche, Assemblea delle Scuole in Lotta.

5 novembre 2009

Taranto: La polizia carica protesta dei precari. 5 feriti

Cinque persone (3 donne e 2 uomini) hanno fatto ricorso alle cure dei sanitari dell'ospedale 'SS.Annunziatà di Taranto, come riferisce la Questura in un comunicato, al termine dei tafferugli che si sono verificati stamane sul ponte girevole del capoluogo jonico tra lavoratori precari che operano per l'amministrazione comunale e disoccupati organizzati aderenti allo Slai Cobas. I manifestanti hanno riportato ematomi e ferite lacero contuse, con prognosi varie dai 5 ai 10 giorni di guarigione. I lavoratori hanno protestato per la mancata soluzione della vertenza economico occupazionale. Secondo quanto ricostruito dalla Questura in una nota «nel corso della contestazione i manifestanti, intorno alle 11.00, hanno occupato il Ponte Girevole, impedendo il transito dei veicoli e determinando, considerata l'ora, un intasamento del traffico su entrambi i versanti della città, essendo l'unico collegamento diretto tra la Città Nuova e quella vecchia. L'opera di persuasione dei funzionari di Polizia presenti sul posto, ha convinto i manifestanti che dopo qualche momento di esitazione si sono spostati sui marciapiedi adiacenti, ripristinando la viabilità». «Dopo circa mezzora, nell'attesa di ricevere un segnale di convocazione da parte della Regione Puglia per un incontro - prosegue il comunicato - gli stessi manifestanti all'improvviso rioccupavano il Ponte Girevole. Dopo vani tentativi di convincimento, volti a sgomberare la sede stradale, si interveniva nuovamente senza l'utilizzo di mezzi di coazione fisica, ma solo con gli scudi, allo scopo di dirigerli sui marciapiedi e consentire quindi il transito dei mezzi. I manifestanti, però, dopo aver opposto resistenza venivano comunque spostati sui marciapiedi».


fonte: Adnkronos

Pestato e lasciato morire in cella. Chi si ricorda di Franco Serantini?

«Quando Franco è entrato nella stanza degli interrogatori si è subito rimesso a sedere. Stava molto male, ma in una maniera strana che mi ha fatto impressione». «L'ultima volta che ho visto Franco era pallidissimo e aveva gli occhi semichiusi». «Verso le 11 ci hanno spostato in uno stanzone e Franco si è messo subito a sedere. Mi sembrava che stesse molto male ed era bianco in faccia». Franco, è Franco Serantini, 20 anni, il ragazzo picchiato a sangue dai celerini il 4 maggio 1972 a Pisa, durante una manifestazione di protesta contro un comizio del Msi. Rileggo il libro - una emozionante, esemplare inchiesta giornalistica - che Corrado Staiano ha scritto in morte del ragazzo ( Il sovversivo. Vita e morte dell'anarchico Serantini , Einaudi, 1973) e le immagini si sovrappongono; sì, nel mutato contesto, compare e si staglia davanti agli occhi quel viso irrigidito e sfigurato dalla morte atroce, il viso di Stefano Cucchi. Di Federico Aldovrandi. Nomi diversi, storie diverse, uguale maledetto copione. Pisa, Lungarno Gambacorti, 4 maggio 1972, le cariche sono iniziate. Testimonianza di Moreno Papini. «...Nello stesso momento stavano arrivando celerini a piedi. Allora mi sono sporto dal davanzale della finestra e ho visto che stavano agguantando uno. Una quindicina di celerini gli sono saltati addosso e hanno cominciato a picchiarlo con una furia incredibile. Avevano fatto cerchio sopra di lui tanto che non si vedeva più, ma dai gesti dei celerini si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che coi piedi, sia con i calci dei fucili...». E questo il verbale stilato dall'allora commissario di Ps Giuseppe Pironomonte: «...Abbiamo proceduto all'arresto di Serantini Franco, perché resosi responsabile di manifestazione sediziosa, vilipendio alle forze di polizia ed altro. ll Serantini, infatti, durante una carica lanciava insulti ai tutori dell'ordine». Franco avrebbe gridato "porco" a un poliziotto: quindi, picchiato a morte. Così ridotto, lo sbattono in isolamento nella cella n. 7 del carcere cittadino che si chiama Don Bosco. Qui, Franco «passa trentadue ore di tremenda agonia. Quasi nessuno capisce che il piccolo ragazzo sardo, miope e ricciuto, sta morendo».Testimonianza di Giovanni Rondinelli. «La mattina di sabato sono stato trasferito nella cella di Franco. Quel ragazzo, che era figlio di NN come me, mi ha colpito molto, perché non rispondeva alle mie domande, non si muoveva neppure, non mangiava. Nel pomeriggio siamo andati in infermeria per la visita. Lo hanno sdraiato sul lettino e rispedito via quasi subito».Il registro dell'infermeria reca questa annotazione, firmata dal medico del carcere dottor Alberto Mammoliti: «Ecchimosi palpebra sinistra; numerose contusioni in parte escoriate al dorso, braccia ed arti inferiori; stato di shock; Simphatol Cortigen - borsa di ghiaccio in permanenza».Continua il racconto di Staiano. «Franco è sofferente, ha un violento mal di capo, è in stato di torpore...Ha una vistosa ecchimosi all'occhio sinistro che esclude un trauma diretto; ha una deformazione fronto-temporale sinistra del cranio...E' evidente anche a un profano che ha la testa rotta o qualcosa di molto grave. Ma non risulta che gli sia stata misurata neppure la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la temperatura, la reattività della pupilla alla luce: prove che avrebbero rivelato subito le drammatiche condizioni del detenuto. Ma il medico non ricovera Franco Serantini, non gli fa fare una radiografia, lo rimanda in cella; avrà entro sera la borsa del ghiaccio».Franco è completamente abbandonato, «si lamentava molto, ma né guardie né infermieri intervengono». Franco entra in coma. «Muore alle 9 45 del 7 maggio 1972».Il padre adottivo riceve la notizia solo il giorno dopo, «viene chiamato al telefono da una ispettrice di polizia: gli comunica che Serantini «è morto per schizofrenia» (del resto, il sottosegretario Giovanardi dice oggi che Stefano Cucchi l'ha ucciso la droga...). E alle 16,30 un funzionario del carcere si presenta al servizio civile del Comune, consegna una denuncia di morte e chiede l'autorizzazione a trasportare il cadavere. «Nel certificato, firmato dal dottor Mammoliti, si dichiara che la morte, violenta, ha una "causa accidentale", la descrizione della lesione è "trauma cranico", il mezzo col quale la lesione è stata procurata è definito "imprecisato"» (del resto, anche Stefano è caduto dalle scale...).Non è da meno anche il commissario di polizia Giuseppe Pironomonte, il quale, al sostituto procuratore Giovanni Sellaroli che lo interroga, "a domanda risponde": «Non sono assolutamente in grado di fornire il benché minimo ragguaglio per l'identificazione degli agenti», per via che essi «erano equipaggiati in maniera tale, con casco, visiera protettiva, fazzoletto antigas, per cui riusciva impossibile scorgerne il volto», ovvio...I massacratori di Serantini non furono mai individuati, infatti.L'assassinio provoca reazioni fortissime, Pisa in lutto si ribella, la protesta si allarga in tutta Italia «Il funerale si muove dall'obitorio davanti all'Orto Botanico in via Roma. Serantini è rimasto per molte ore nudo, il suo vestito era stato sequestrato per la perizia e lui non ne possedeva un altro. Poi è arrivato un compagno con una giacca, un paio di pantaloni e una rosa rossa da mettergli sul petto. La città è partecipe, dolente, il popolo porta fiori, le donne sostituiscono la madre ignota e piangono il figlio di nessuno».La povera vicenda di Franco Serantini diventa Storia, annota Staiano. Su Rinascita , la rivista ufficiale del Pci, esce un articolo di Umberto Terracini. E' intitolato "Un assassinio firmato". «Questa volta, diciamolo, il nostro animo insorge inorridito e la coscienza invoca a gran voce severe, pronte sanzioni, non soltanto perché dinanzi a noi c'è un altro morto ammazzato... A Pisa, a perpetrare l'orribile assassinio di Franco Serantini, e a tentare di mandarlo impunito, si sono indubbiamente dati voce e mano tutte le componenti del poderoso apparato repressivo: polizia, magistratura e galera...».Cronaca di ieri, 37 anni fa.Cronaca di oggi.


fonte: Liberazione

Omicidio Cucchi: Medici complici della sicurezza che uccide

«Medici complici della sicurezza che uccide». Lo striscione arancione campeggia sulla recinzione del Pertini nel cui comprensorio spunta il bunker chiamato "repartino". Ce l'hanno messo gli studenti dell'Onda che sono stati a volantinare per reclamare verità immediata. Più tardi, decine di persone, chiamate dal tam tam di una radio, accenderanno lumini in Piazza del Campidoglio per ricordare Stefano Cucchi e il sindaco incontrerà i familiari.Dietro le sbarre del repartino, il 22 ottobre, alle 6.20, è morto Stefano Cucchi, geometra di 31 anni dalla magrezza congenita resa ancor più grave da sei giorni di detenzione. Stefano era un pugile, viene raccontato, che andava a correre e in palestra. Il guardasigilli Alfano sembra aver visto un'altra persona quando dipinge il ritratto di un tossicodipendente all'ultimo stadio. Un altro ex ministro sarebbe in cerca di tracce del passaggio di Stefano in una comunità. Ma è roba vecchia. Le carte tirate fuori per supportare la «presunta morte naturale» che si vorrebbe far ingoiare alla famiglia, complicano il quadro anziché semplificarlo. Già, perché la relazione spedita dal Pertini in zona Cesarini, il 2 novembre, smentirebbe le cartelle cliniche e, chi l'ha letta, ha l'impressione che si voglia mettere sotto processo lo stile di vita della vittima e della sua famiglia. Succede nei processi per stupro, succede, lo spiegarono i pm della Diaz, anche nei procesi contro i corpi di polizia. E anche il modulo con cui Stefano autorizzava la struttura a negare informazioni sulla sua salute a tutti, congiunti compresi, sembra posticcio, a oltre dieci giorni dalla morte e dopo l'ostentazione di pubblico rammarico all'indomani del decesso, «improvviso e inaspettato», viene ripetuto. Sulla firma dovrà dire l'ultima un perito calligrafico ma intanto la sorella Ilaria conferma che Stefano tentò un contatto con l'esterno. Una volontaria fu l'ultima persona a parlare con Cucchi. Lui stesso manifestò il desiderio di incontrare «una persona» perché recapitasse un messaggio alla sorella. Voleva incontrare suo cognato, magari era meno imbarazzante che incontrare i suoi, chiese una Bibbia per iniziarla a studiare, si preoccupò che la cagnetta fosse affidata a qualcuno che non avrebbe fatto storie quando lui fosse uscito dal carcere. Ci teneva parecchio a riaverla. E la volontaria, stando al racconto di Ilaria, avrebbe cercato una sistemazione per l'animale, magari al femminile di Rebibbia dov'è possibile tenere gatti e piccoli cani. Questo dettaglio testimonia la voglia di vivere del peso piuma da quattro giorni immobile in un letto d'ospedale particolare, quello di un reparto penitenziario. Il dettaglio più importante è senz'altro il tentativo di avere un contatto con l'esterno dopo la brutta sorpresa di trovarsi, all'udienza di convalida, con un legale d'ufficio e non con l'avvocato che aveva cercato di nominare. La verità ufficiale fa acqua da tutte le parti. Ci sono buchi neri la notte dell'arresto e dell'interrogatorio: perché rifiutò di farsi portare al pronto soccorso dopo aver fatto chiamare l'ambulanza? C'è una sua firma in calce a quel diniego? Dai carabinieri solo l'ammissione che le loro camere di sicurezza non sarebbero alberghi a cinque stelle. Chi gli ha ridotto la schiena a pezzi e gli ha fatto ferite sul volto e sulle gambe? Un compagno di cella, che aveva taciuto imbarazzato quando un senatore gli chiese la stessa cosa ma di fronte alla polizia penitenziaria, ha detto al giudice che Stefano si confidò, che fu picchiato da qualcuno in divisa. E poi ci sono punti di domanda sulla negazione dei domiciliari. Una delle ragioni la mancanza di fissa dimora. Ma come, se Stefano fu accompagnato dai carabinieri a casa per la perquisizione della sua cameretta? E come mai nessuno, tranne il padre, si accorse della faccia gonfia e nera durante l'udienza salvo poi spedirlo al medico della Città Giudiziaria? E, ancora, perché mai rifiutò il ricovero al Fatebenefratelli? E quel ricovero fu vagliato dal giudice quella notte?Domande che marceranno sabato per le vie del quartiere dove Stefano è vissuto, Torpignattara, lo preparerà l'assemblea di stasera al Forte Prenestino.L'inchiesta del pm continua su due binari, quello del pestaggio e quello dell'incuria.


fonte: Liberazione

Teramo: Non si dimette l'agente del "massacro"

Ha ammesso di essere la voce del nastro sotto inchiesta, quello che contiene l'agghiacciante conversazione tra guardie carcerarie dopo un presunto pestaggio ad un detenuto nel carcere di Teramo. Ma il commissario Giuseppe Luzi ha deciso di non dimettersi e di rimanere al suo posto, o quasi. Da ieri Luzi - che andrà in pensione tra pochi mesi - non è infatti più al comando degli agenti della casa circondariale, ha deciso di congedarsi dopo aver presentato un certificato medico che sancisce i suoi problemi di salute. E la notizia ha voluto darla lui stesso ai colleghi, durante un incontro convocato con tutto il personale della polizia penitenziaria, durante il quale avrebbe confermato anche la sua intenzione di voler comunque restare in carica fino al pensionamento. Ma prima di andare ha ammesso ancora una volta di aver pronunciato le frasi-choc incise su un cd e arrivate ai giornali locali ("Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra di sotto"). L'ha fatto, oltre che davanti alla parlamentare radicale Rita Bernardini in visita lunedì nel carcere teramano, anche di fronte agli ispettori inviati dal ministro della Giustizia Angelino Alfano. Anche a loro avrebbe confermato di aver pronunciato quelle parole ma di non essersi riferito a nessun atto di violenza, semplicemente di aver rimproverato un agente per il rimbrotto fatto ad un recluso dopo che questo l'aveva aggredito. Ma nel frattempo del presunto pestaggio sarebbe spuntata fuori anche la data: tutto sarebbe successo lo scorso 22 settembre. La circostanza è emersa durante l'ispezione degli uomini di Alfano, che hanno sentito il detenuto al centro della vicenda - un italiano - e visionato la sua cartella medica. Dopo la presunta violenza è stato infatti visitato nell'infermeria della struttura e dimesso senza nessuna prognosi. Per quell'aggressione invece l'agente coinvolto e aggedito è ancora in malattia. Continuano nel frattempo le inchieste aperte sul caso. Da una parte c'è quella aperta dal ministro Alfano: sul tavolo del Guardasigilli è già arrivata la relazione dei due ispettori che per tutta la giornata di lunedì a Teramo hanno raccolto nella casa circondariale testimonianze e documenti utili a chiarire il quadro della vicenda. Non è escluso che nei prossimi giorni dall'analisi di queste carte potrebbero essere decisi trasferimenti o rimozioni del personale carcerario. Continua anche l'inchiesta aperta dalla Procura di Teramo e disposta dal pm Gabriele ferretti e dal sostituto David Mancini, ma per il momento non ci sono indagati e tantomeno ipotesi di reato. Sdegno e preoccupazione per la vicenda è stato espresso ieri dagli esponenti di Rifondazione di Teramo, Sandro Santacroce e Filippo Torretta: «La decisione di Luzi di non dimettersi - hanno spiegato - è sintomo dell'incapacità di comprendere la gravità di quanto accaduto. Si tratta di violentismo statale».



fonte: Liberazione

Lo pseudo scoop di Panorama e del ministro Alfano..

Sullo pseudo scoop di Panorama e del ministro Alfano, dai quali pare che il povero Stefano avrebbe rifiutato di informare i parenti su quanto gli era capitato...ammesso che il documento sia vero e non frutto di falsificazione..Se ti tonfano e sei detento da chi ti ha tonfato hai paura e sei sotto ricatto, ostaggio di una forza ai tuoi occhi incontrollabile: NON DENUNCI X PAURA. Dunque puoi dire ai sanitari che sei "caduto dalle scale" poi che sei caduto da un'altra parte ecc. ed è normale dare versioni contraddittorie, altrimenti se dici la verità scatta la denuncia d'ufficio e le conseguenti ritorsioni (classicamente un trasferimento e altre botte, tante, questo è ciò che ti dicono almeno e il carcere è spesso terrore, questo è accaduto a più di un detenuto). Diventi ricattabile e influenzabile, magari ti dicono di firmare che così tra pochi giorni stai a casa, altrimenti saranno altri dolori e tu firmi. Diventi un oggetto nelle loro mani sporche di sangue. Se non capisci quanto stai male e non riesci a far intervenire qualcuno rischi di crepare. Magari tenti di parlare col tuo legale, al quale dirai tutto x filo e x segno: se te lo permettono, pare che al povero Stefano sia stato negato...Sulla mancanza di accertamenti specialistici: capita che x evitare guai alle guardie si aspetta che il paziente stia meglio (se non crepa nel frattempo...prestando solo prime cure al malcapitato), ad esempio diversi detenuti possono testimoniare che in molti centri clinici interni ai penitenziari, in questi casi, è frequente che ecografie e quant'altro vengano eseguite dopo una decina di giorni dall'evento traumatico, si evita così goffamente di riscontrare ematomi e altre conseguenze nel frattempo riassorbite o di riferire in tal modo i traumi più gravi a precedenti lesioni dissimulando così l'accaduto (cosa che pare stia avvenendo pure in queste ore sulla pelle di Stefano).Intanto, ai dotti ministri e magistrati occorrerebbe chiedere: chi ha pestato Stefano fino a farlo morire? xché i giudici hanno fatto finta di niente vedendolo gonfio di botte?Quante cose strane, così normali nel mondo capovolto della galera italiana....chi c'è passato può capire.
A.A.

Testimonianze: storia e dinamica di un pestaggio

A Napoli Poggioreale, dalle ore tredici fino all’aria del mattino successivo, non c’era possibilità di aprire la porta inferriata della cella, non c’era verso di varcarne la soglia. A quella ora iniziavano puntuali e interminabili gli attacchi di panico e angoscia, senso fisico di soffocamento che trascinavo sino a sera, solo con la chiusura del blindo delle ore 20 riuscivo a rilassarmi, a ricostruire una mia intimità come se fossi a casa. Ventidue ore al giorno chiuso in cella, il ritmo scandito dalla battitura delle sbarre (tre volte al giorno!) con manganelli metallici che producevano un rumore assordante ed insopportabile, impediva ogni rilassamento, mai una variazione sul tema, nessuna socialità tra le celle con gli altri detenuti, niente possibilità di lavoro o di svago, questo ritmo nel tempo diventa una sottile tortura che intorpidisce la mente ed i riflessi producendo danni tangibili a livello nervoso. E' quanto accade in molti reparti speciali (EIV o 41 Bis). Alla prima battitura della mattina dovevi farti trovare in piedi accanto alla porta della cella o erano guai, al cospetto di un superiore dovevi porti sull’attenti e mai gesticolare parlando, o appoggiarti alla scrivania posta nell’ufficio del comando di sezione. Tutte regole arbitrarie, a Napoli neppure l’aria della riforma penitenziaria era arrivata. Tempo dopo ebbi anche modo di assaporare cosa sia la malavita, in relazione al comportamento della gran parte delle guardie. Alcuni si salvavano, come sempre non è giusto generalizzare, ma chi si comportava con correttezza doveva farlo con prudenza senza darlo a vedere ai colleghi, la maggioranza dei quali era mossa da un atteggiamento del tutto fuori da qualunque logica legalitaria. In altri istituti prevaleva un approccio più corretto e umano, improntato al dialogo e al rispetto della persona. Tra l’altro a Napoli pure l’ultimo dei secondini aveva letto un voluminoso fascicolo, dove erano riportati gli elementi d’accusa, ciò era totalmente abusivo, ed era un continuo tentativo di pressioni estorsive, battute da sbirri falliti. Cose pure ridicole. L’ottusità burocratica giungeva a livelli di perversione mentale, roba da rieducazione; molti agenti non davano l’idea di persone normali.Una domenica era di turno una squadretta di tre tra i peggiori, dichiaratamente squadristi, ricordo bene i loro sguardi aggressivi e indisponenti, per una sciocchezza uno di questi ebbe ad alzare la voce e tentai di chiarire la cosa, in modo pacato ma, haimé, fermo. Fui richiamato dall’aria, quel fetido cortile buio e grande come una stanza, sovrastato da muri altissimi, intonacati con una calce grigia e polverosa. Una griglia metallica arrugginita, appoggiata ad una grata orizzontale, faceva da soffitto a questo angusto cortile, in cima potevi solo intuire l’ampiezza del cielo. La cosa andò così: l’appuntato mi chiama a seguirlo, aprendo, minaccioso, il cancello rugginoso del cubicolo. Mi ritrovo in breve nel comando di reparto, un ufficio squallido con due scrivanie, non ci sono però solo i tre agenti di turno quel giorno, ma molti più: ne conto nove. Inizia ad offendermi con male parole, sei n’u bastardo, pezz’i merd, rosso bastardo eh? Sperando in una mia reazione. Mi limito a chiedere, perché mi offendete. Comincia allora a colpirmi con manate potenti sul dietro del collo, non faccio reazione, troppi cani pronti a saltarmi addosso, glielo leggo dagli sguardi feroci e divertiti. Gente che non aspetta altro. Seguono minuti di cazzotti, calci, sputi, fino a rotolare giù per le scale che conducono al cortile che contiene i cubicoli dell’aria. Gli ultimi colpi al basso costato posteriore provocano un forte dolore, laterale e interno. Sono riuscito a non toccarne alle giornate di Genova 2001, pensavo, gli stessi teppisti in divisa mi hanno atteso a Napoli? Aspettai il giorno seguente, sincerandomi che non fosse seguito qualche menzognero rapporto di tipo disciplinare. Al mattino, chiesi di parlare col comandante di reparto, pretesi di parlare a quattrocchi. Gli esposi, con dovizia di particolari e mostrandogli i segni, quanto era avvenuto. Il commissario, che non era un santo, non poté che darmi ragione. Mi disse: non siamo tutti uguali. Aggiungendo, subito dopo, volete fare denuncia? Non vorrei che i miei colleghi vi pigliassero per infame! Già i miei vicini detenuti mi avevano istruito sulla pericolosità di una eventuale denuncia formale, la mia situazione e la mia sicurezza fisica in quel carcere o nel corso di un eventuale trasferimento sarebbero state messe a dura prova. Risposi dunque che no, non era mia intenzione di sollevare un polverone, ma pretendevo la cosa non si ripetesse. A quel punto il commissario mi dette la mano: non succederà mai più! Così fu, da allora guadagnai, anzi, maggiore rispetto da parte di questa disprezzata truppa, il cui codice di comportamento era quello considerato tipico della malavita.... dato il dolore, tra il dietro del fegato e il rene, che si protraeva da due giorni, chiesi accertamenti a una specie di medico che ogni tanto era possibile vedere, in costante presenza di appuntati o brigadieri vari e dopo aver presentato almeno un giorno prima l’apposita domandina che in carcere serve per ogni minima banalità. Naturalmente, secondo una classica scusa, ero caduto dalle scale sbattendo nella ringhiera, come sempre non fu neppure abbozzata una parziale visita. Mi sono sempre chiesto se quel medico fosse veramente un medico o una comparsa, venne in ogni caso prescritta un’ecografia. Come consuetudine in caso di botte, questa fu eseguita presso il centro clinico …tredici giorni dopo, in modo che non vi fossero più tracce visibili di nulla. I miei compagni detenuti, scherzando per tirarmi su il morale, scommettevano chi per quindici, chi per undici giorni, sbagliarono solo di due. Il dolore nel frattempo era durato per una decina di giorni, fastidioso soprattutto nella posizione da sdraiato, ma alla fine era passato. Dopo quest’episodio cruento la situazione divenne più tranquilla per me, come se avessi superato una sorta di prova iniziatica....


Lettera firmata, inviata via mail

4 novembre 2009

Omicidio Cucchi: Ma dov'è scritto che rifiutava cure e colloqui?

Meno convincente di Giovanardi quando riferiva alle camere e alla tv che Federico Aldrovandi era un eroinomane. Il guardasigilli Alfano tira fuori in Senato il suo asso dalla manica sul caso Cucchi e il pubblico lo può osservare poco dopo su un sito di casa Berlusconi (panorama.it). Si tratta del modulo che avrebbe firmato Stefano al repartino del Pertini per negare ogni informazione ai familiari. Il condizionale è d'obbligo in ogni passaggio di questa vicenda così poco lineare da spingere la commissione parlamentare d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale ad aprire un'indagine sull'appropriatezza e sulla qualità delle cure somministrate al detenuto per possesso di marijuana e ricoverato nel padiglione penitenziario del Pertini di Roma dove è morto quattro giorni dopo, all'alba del 22 ottobre. Spiega il presidente Ignazio Marino che l'obiettivo dell'inchiesta è di capire se ci siano stati errori e omissioni da parte dei sanitari che, fino a ieri, avevano fatto trapelare che avrebbero tanto voluto incontrare i genitori di Cucchi ma che nessuno gli fece sapere che madre, padre e sorella facevano anticamera da giorni per sentirsi dire sempre la stessa bugia dalla polizia penitenziaria: serve un permesso del magistrato per incontrare i dottori. Il permesso serve solo per un colloquio col detenuto. Intanto il ragazzo crepa da solo e i medici fanno trapelare che stavano scrivendo al magistrato per esprimere il loro disagio e quanto sarebbe stato necessario confrontarsi con la famiglia. Ma quella lettera, se mai fu scritta, non fu mai spedita. Mo' arriva il modulo firmato da Cucchi di cui nessuno sapeva nulla. Spunta dieci giorni dopo che il caso riempie le cronache. E ai familiari - che chiedono una perizia sulla firma - appare autentico come una banconota da undici euro. Intanto le prime carte sequestrate dai Nas al Pertini per conto di Marino,rivelano che Stefano aveva uno strano modo di rifiutare le cure. Infatti si sarebbe fatto prelevare il sangue ma non avrebbe fornito il consenso per robe meno invasive come le lastre e l'ecografia. Peccato che proprio quegli esami avrebbero dato conto dell'entità delle sue fratture e del sangue allo stomaco. «Assurdo pensare che in quelle condizioni Stefano abbia firmato un documento del genere. Anche se fosse vero sarebbe servita una perizia psichiatrica», reagisce l'avvocato della famiglia, Fabio Anselmo . E neppure è vero che Stefano non avrebbe cercato di contattare la famiglia. Il giorno prima di morire vide una volontaria e la pregò di contattare sua sorella. Voleva parlare con suo cognato, desiderava una bibbia, si preoccupava che la sua cagnolina stesse bene finché lui sarebbe uscito. Non cozza con tutte le versioni ufficiali di questa storia? Le undici domande di Liberazione , pubblicate domenica e martedì, si arricchiscono di nuovi interrogativi: a che ora fu arrestato, alle 22 o alle 23.30? Perché alle 15.45 del venerdì, 18 ore dopo l'arresto, ha dei lividi sotto gli occhi e strisciate rosse dallo zigomo alla mascella fino dietro la nuca? Perché al pronto soccorso, per due volte, ebbe il codice verde, il colore delle non urgenze? Perché a Regina Coeli non ci sarebbe stato il tempo per una visita psicologica ma poi ci sarebbero volute quattro ore per raggiungere il Fatebenefratelli a meno di due chilometri?«Le forze dell'ordine devono dire la verità e smetterla di comportarsi come una tribù - dice il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero , davanti a Palazzo Madama coi Giovani comunisti, mentre Alfano riferisce in Aula - forse i medici non hanno fatto al meglio il loro dovere ma il tema è più ampio: il governo infatti sta eliminando, categoria dopo categoria, i diritti delle persone, dai tossicodipendenti ai clandestini. Prima viene il diritto alla libertà, poi tutti gli altri».


fonte:Liberazione

«Così è morto Cucchi» Ma Alfano non chiarisce tutto

Quando si chiude il dibattito seguito alla relazione del ministro Alfano al Senato sul caso Cucchi, la sorella di Stefano, Ilaria - che ha assistito dalla tribuna del pubblico - è palesemente perplessa. Nel suo tailleur nero, che la fa ancora più minuta, ringrazia il Guardasigilli («Ha fatto la sua parte») e le istituzioni, ma preferisce non commentare direttamente ciò che ha appena ascoltato: ci sono "novità" che «analizzeremo e approfondiremo». E sì, perché la relazione del ministro della Giustizia anziché dissipare i dubbi ne aggiunge di nuovi. «Uno stato democratico - esordisce Alfano - assicura alla giustizia e può privare della libertà chi delinque, ma non può privare nessuno della propria dignità, della propria salute e della propria vita. Ecco perché il governo è in prima linea nell'accertamento della verità. Ecco perché sentiamo per intero il dovere di impegnare tutte le energie per accertare chi ha determinato questo tragico quanto inaccettabile evento. Per fare ciò - continua Alfano - il governo si è immediatamente attivato, acquisendo le informazioni che erano prontamente disponibili». Gli eventuali «responsabili saranno chiamati ad assumersi le proprie responsabilità senza sconto alcuno». Naturale che i senatori dell'opposizione Pedica e Finocchiaro, nel dibattito seguito alle comunicazioni del ministro, lo prendano in parola: bene, è il senso delle loro parole, allora vai avanti e scopri come sono andate le cose, visto che finora nella tragica vicenda Cucchi non c'è una sola certezza, nemmeno dopo la relazione, scandita sul filo dei minuti e molto "dettagliata", sugli ultimi giorni di vita del ragazzo. Intanto, il ministro nulla dice del perché a Cucchi sia stato assegnato un avvocato d'ufficio. Poi, si scopre che lo stato di salute di Stefano "cambia" nel giro di mezz'ora. Fino alle 13,30 circa del 16 ottobre (il giorno dopo l'arresto) quando si svolge l'udienza al tribunale, nessuno "nota" né ecchimosi, né fratture (e l'elenco di chi avrebbe potuto è assai lungo). Alle 14,05, invece, «Stefano Cucchi - riferisce Alfano - è stato repertato dal medico dell'ambulatorio della città giudiziaria, il quale ha riscontrato "lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente" ed ha avuto riferite da Stefano Cucchi medesimo lesioni alla regione sacrale ed agli arti inferiori». I successivi accertamenti medici confermeranno le fratture alla «vertebra coccigea». Le «ecchimosi agli occhi sarebbero state riportate in conseguenza di una caduta avvenuta accidentalmente il giorno prima del suo compleanno», cioè circa una settimana prima. Domanda: come mai nessuno le ha segnalate prima? Domanda 2: anche la frattura è conseguenza della caduta? Domanda 3: come si fa a stare una settimana in piedi con una vertebra rotta? In realtà, il padre ha sempre raccontato di aver notato subito quei segni sul volto del figlio durante l'udienza in tribunale, segni che la sera prima, in occasione della perquisizione domiciliare di rito subito dopo l'arresto, non c'erano; dunque, sono comparse all'improvviso? Oppure si vuole dare ad intendere che in fondo si trattava di «ferite o ecchimosi» non «diverse da quelle tipiche della tossicodipendenza in fase avanzata»? Che, cioè, Stefano era già malandato di suo? Proprio contro il tentativo di insinuare dubbi sul reale stato di salute del ragazzo, la famiglia ha deciso di querelare i medici dell'ospedale Pertini per aver divulgato «informazioni infamanti»: sì, dice la sorella, Stefano era stato tossicodipendente, ma ne era uscito da tre anni. Ma ciò che lascia incredula la famiglia, è l'affermazione del ministro Alfano, secondo il quale «come si evince dalla documentazione, Stefano Cucchi» ha manifestato «per iscritto la propria volontà di non autorizzare i sanitari al rilascio di notizie mediche ai propri familiari». Per iscritto? «Aspetto di vedere la firma di mio fratello», commenta lapidaria Ilaria Cucchi. Et voilà, ecco che spunta il documento: un foglio, intestato al Dap, sul quale campeggiano due bei "No" sopra lo spazio dove andrebbero inseriti i nomi e il grado di parentela delle persone autorizzate. Sotto c'è la firma, sulla cui autenticità i genitori già esprimono dubbi. Tant'è.«Il ministro della giustizia non ha chiarito nulla - come commentano Giovanni Russo Spena, responsabile giustizia del Prc, e Maurizio Acerbo, consigliere regionale - Anzi ha portato qualche elemento che è stato giustamente ritenuto offensivo e falso dalla famiglia». «Chi è stato e perché?» recitavano i cartelli dei militanti del Prc e dei giovani comunisti del Pdci in presidio fuori da Palazzo Madama durante la relazione di Alfano: domande ancora in piedi dopo le parole del Guardasigilli, visto che «le forze dell'ordine - commenta il segretario del Prc Ferrero - si stanno comportando al contrario di quanto dovrebbero: devono dire la verità e smetterla di comportarsi come una tribù».


fonte: Liberazione

Teramo, se le guardie non picchiano perché gli ispettori cercano le ferite?

"Il detenuto non si massacra in sezione, si massacra di sotto. Abbiamo rischiato la rivolta, perchè il negro ha visto tutto". Era la voce, riconosciuta da lui stesso, di Giuseppe Luzi, comandante delle guardie penitenziarie del carcere di Teramo, rubate in un dialogo con un'altra guardia carceraria, registrato con un cellulare, impresso su un cd e spedito ai giornali. Un audio che racconta di un pestaggio ad un detenuto e delle "regole" per farlo, non in sezione dove tutti possono vedere, ma lontano dagli sguardi - ecco perchè "il detenuto si massacra sotto" - perchè il rischio è troppo alto, è quello di una rivolta. Un episodio su cui sia l'amministrazione penitenziaria che la Procura hanno aperto un'inchiesta, al momento ancora senza indagati. Luzi ha detto che non si stava riferendo ad un pestaggio, ma solo «ad un richiamo degli agenti ai detenuti, dopo un aggressione di quest'ultimi». L'ammissione è arrivata lunedì, durante la visita nella struttura della parlamentare radicale Rita Bernardini e del segretario della Uil Penitenziari Eugenio Sarno. Davanti a loro il commissario ha ammesso di essere la voce del dialogo e di aver usato in quell'occasione «un linguaggio da caserma». Negando però le botte e giustificando tutto come un rimprovero ad un agente che aveva ripreso verbalmente un detenuto, dopo che questo aveva tentato di aggredirlo. Ma che di un atto di violenza si sia trattato sembra sempre più chiaro. A confermare questa ipotesi ha contributo la presenza di altri due visitatori eccellenti, gli ispettori del ministro della Giustizia Angelino Alfano. Nella casa circondariale teramana per l'intera giornata di lunedì, hanno identificato e sentito il detenuto vittima del presunto pestaggio, un italiano recluso per reati connessi alla droga, e hanno acquisito la sua cartella medica nell'infermeria della casa circondariale relativa al giorno in cui sarebbe avvenuto l'episodio. Una circostanza che ormai lascerebbe pochi dubbi sullo svolgimento dei fatti, anche se il detenuto in questione non ha per il momento sporto alcuna denuncia. E' un clima strano quello che si respira a Castrogno, la frazione di Teramo che ospita il super-carcere. «E' in corso una contrapposizione tra bande», così l'ha definito questo clima il sindacalista della Uil Eugenio Sarno dopo la sua visita. E le divisioni a cui fa riferimento non sarebbero tra detenuti, ma tra gli agenti stessi: sarebbe stato infatti uno di loro a catturare col cellulare la conversazione e a diffonderla fuori dalle mura del carcere. Quasi un'imboscata tra colleghi, in ogni caso un'operazione che sarebbe risultata impossibile a qualsiasi detenuto, visto il divieto di tenere con sè cellulari e i serrati controlli sulla posta in uscita. Ma quelle poche parole, in un modo o in un altro, sono volate fuori dalle quattro mura di Castrogno per raccontare l'aria che si respira al suo interno. Il carcere vive da anni una situazione di cronico sovraffollamento - ospita oltre 400 detenuti a fronte di una capienza di 250 - di mancanza di personale tra gli agenti - sono 185, ma ne servirebbero almeno altri 40. «Qui si marcisce nelle celle» ha raccontato la Bernardini dopo la visita nella struttura. Pochissimi i detenuti che possono studiare o lavorare. Solo un paio gli educatori a disposizione. Si vive spesso in due in una cella singola, dove si passano in media 20 ore al giorno. Magari anche con disturbi psichiatrici o malati semplicemente perchè manca il riscaldamento. Non a caso questo è il carcere con il maggior numero di suicidi e tentati suicidi: nell'ultimo mese cinque agenti di polizia sono stati aggrediti e due tentativi di togliersi la vita sventati in poche settimane. E' fatta anche di questo l'aria pesante che si respira, ogni giorno, a Castrogno. E non solo sotto la luce dei riflettori.

fonte: Liberazione

Omicidio Cucchi: Le nostre domande

1) In quante caserme dei carabinieri è transitato Stefano Cucchi dal momento del fermo all'arrivo a Piazzale Clodio?
2) Perché la notte dell'arresto Stefano fa chiamare un'ambulanza ma poi rifiuta di farsi trasportare in ospedale?
3) Perché i carabinieri non chiamarono il legale di fiducia della famiglia come richiesto da Stefano?
4) Perché Stefano fu visitato dal personale dell'ambulatorio della Città giudiziaria?
5) Perché il giudice gli negò gli arresti domiciliari?
6) Perché da Regina Coeli Stefano fu spedito immediatamente al pronto soccorso del Fatebenefratelli?
7) Perché a mezzanotte del venerdì Stefano firmò per lasciare l'ospedale e tornare in cella?
8) Perché dal Fatebenefratelli, al momento del secondo ricovero, Stefano fu confinato al reparto penitenziario del Pertini?
9) E' vero che i medici del Pertini scrissero al giudice preoccupati dall'aggravarsi delle condizioni di Stefano?
10) Perché i medici del Pertini non sapevano che la famiglia di Stefano tentava da giorni di mettersi in contatto con loro?
11) Perché al consulente della famiglia non fu consentito di effettuare foto e riprese nel corso dell'autopsia?
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da Liberazione

Stato debole, crudele che risponde occhio per occhio

Diana Blefari Melazzi è stata la sessantesima persona che si è ammazzata nelle patrie galere dall'inizio dell'anno a oggi. Avrebbe dovuto essere custodita dallo Stato. Lo Stato non l'ha custodita nel modo in cui avrebbe dovuto. Pare che oramai per custodia si intenda solo imprigionamento, reclusione, punizione. Eppure non dovrebbe essere così. L'idea costituzionale di custodia è ben altra. Essa comprende il concetto di cura, di trattamento non dis-umano, di offerta di opportunità sociali. La riforma penitenziaria italiana risale al 1975. Essa regolamentava una idea non solamente reclusoria di custodia. Lo faceva nonostante fossero gli anni della lotta armata. Nel 1986 i confini di quella riforma furono ulteriormente allargati grazie a Mario Gozzini e alla sua legge. Eppure esistevano ancora gli eredi delle Brigate Rosse. Lo Stato accettò la sfida della ragionevolezza.Veniamo al 2009. Non si può dire che nel 2009 vi sia un'emergenza terrorismo. Diana Blefari è stata lasciata morire da sola in galera con la propria disperazione. Tra la sua depressione e un cieco e nero dovere di imprigionamento ha prevalso quest'ultimo. La cura è stata sommersa dall'imprigionamento a tutti i costi. L'imprigionamento nei confronti di una persona che sta male dal punto di vista psichiatrico è un imprigionamento non costituzionale, odioso. Uno Stato che lascia morire una persona che non sta bene è uno Stato debole, crudele, che risponde occhio per occhio. Cosa si poteva fare per Diana Blefari? Si poteva ad esempio credere a quei medici che dicevano che stava male, si poteva aiutarla a curarsi rinviando il momento del processo. Si poteva evitare di lasciarla sola. Poteva essere ricoverata in qualsiasi ospedale. Invece la si è abbandonata in cella. Qualche settimana fa nel carcere di Rovereto è morto Stefano Frapporti, cinquantenne, muratore. Aveva una sola mano a causa di un brutto incidente sul lavoro. Era stato fermato dai carabinieri mentre era in bicicletta. Lo avrebbero perquisito, gli avrebbero trovato dell'hashish. Hashish, non pistole, non mitra, non eroina. Non aveva commesso crimini di «terrorismo». A causa di quella droga «leggera» è stato arrestato e condotto nel carcere di Rovereto. Dopo poche ore pare si sia ammazzato. Sembra inoltre che fosse in custodia nel reparto osservazione, alla stregua di un delinquente vero.Ecco cosa è cambiato dagli anni Settanta a oggi: dentro le carceri, il sistema ha perso di razionalità; fuori, la repressione colpisce a raggiera, non solo chi compie fatti eversivi, ma tutti coloro che per ragioni di status o di stili di vita non sono conformi al modello dei custodi. Sessanta suicidi in dieci mesi sono un'enormità. Sei persone al mese si sono sinora ammazzate in carcere. Una ogni cinque giorni. È questa la vera ecatombe del sistema giustizia. Una giustizia che salva i ricchi e custodisce senza umanità tutti gli altri mandandone un po' a morte. A seguito di ogni suicidio vi è sempre un'indagine amministrativa del ministero della Giustizia. Nel caso di Diana Blefari Melazzi ci piacerebbe che, oltre a questa, si esprimesse anche il Csm sulla correttezza delle gelide procedure giudiziarie. Nel caso di Stefano Frapporti, sotto inchiesta dovrebbe andare una legge stupida e violenta quale quella sulle droghe.Ecco cosa è la galera nel 2009: una somma di casi individuali disperati che il sovraffollamento rende invisibili. Ci vorrebbe un moto di sollevazione delle coscienze che li faccia uscire da quella tragica condizione di opacità.


Patrizio Gonnella presidente di Antigone

Poggioreale: «Una stanza delle torture nei sotterranei»

P. T. aveva 24 anni ed è morto il 29 settembre nel carcere di Secondigliano. Era ancora imputato, veniva da un carcere del centro-nord e a Napoli era solo in transito per sostenere il processo. Ha avuto un malore ed è stato accompagnato al Cardarelli, dove in poche ore è stato dimesso e ricondotto in cella. La mattina dopo era deceduto. Inutile la corsa all'ospedale. Sulla vicenda sono state aperte due inchieste, una dalla magistratura e una interna. Ma che si tratti di malasanità o di violenza dietro le sbarre, P.T. non doveva morire in cella. Sabato su questo giornale un ex-detenuto del carcere di Poggioreale ha denunciato pubblicamente le violenze subite in carcere: «Ci picchiavano a mani nude o con i manganelli, nei sotterranei del reparto Dx. Le guardie carcerarie sono come belve». A questo grido di allarme non è seguito nulla ma come ci spiega Dario Stefano Dell'Aquila, responsabile partenopeo di Antigone, «la magistratura può aprire un'inchiesta su singoli casi, ma il problema è la mancanza di denunce da parte dei detenuti». Le voci della violenza negli istituti di pena, e in particolare a Secondigliano e Poggioreale, arrivano continuamente sul tavolo dell'associazione, ma portare sul banco degli imputati le guardie penitenziarie è altra cosa: «C'è un codice - dice Dell'Aquila - per cui chi prende le botte alla fine se le tiene, è una cosa normale. Anche Cucchi quando è stato portato all'ospedale ha detto di essere caduto dalle scale». Un po' pesa la paura, un po' la rassegnazione perché come dice Ascanio Celestini «la divisa non si processa». Basta ricordare la grossa inchiesta che nel '97 portò sul banco degli imputati una ventina di agenti, tra cui anche l'allora capo della guardie carcerarie Giardinetto, con testimonianze attendibili da parte di 10 detenuti e che si risolse con un nulla di fatto. «E c'è da dire - spiega ancora il responsabile di Antigone - che quel processo era sistemico. La verità è che il cambiamento deve avvenire attraverso riforme legislative». Un'occasione potrebbe venire dal passaggio dei medici, previsto a gennaio, dalle dipendenze della direzione carceraria a quelle dell'Asl di competenza. I medici dovrebbero accertare le condizioni di arrivo del detenuto così da preservarne l'incolumità fisica.Anche per il procuratore generale Giandomenico Lepore c'è una diffidenza dei detenuti a denunciare, soprattutto quando sono ancora in cella: «Tutte le segnalazione che ci arrivano - dice - vengono valutate con attenzione, quindi seguono la sorte di tutte le denunce. Per la maggior parte si tratta di lamentele sui trattamenti ricevuti dal giudice di sorveglianza, ma non mancano quelle sui maltrattamenti fisici». Per il procuratore insomma non ci sarebbe un'emergenza. E' pur vero, però, che ci vorrebbe più trasparenza, soprattutto nella prime fasi di immatricolazione, quando un detenuto viene lasciato solo nelle celle di sicurezza dove può accadergli di tutto. L'isolamento resta ancora una delle prime ragioni di suicidio o di morte «accidentale».


Francesca Pilla da il manifesto

Cronache «vere» di una morte annunciata. La vicenda di Alberto Mercuriali, arrestato per hascisc e «suicidato» dai giornali

Stefano Cucchi e Alberto Mercuriali avevano in comune l'età, 31 anni il primo, 28 il secondo. Entrambi erano stati fermati dai carabinieri con dell'hascish addosso: 20 i grammi che Stefano aveva con sé, poco meno di 60 quelli che sono stati trovati ad Alberto. Ed entrambi sono morti. Le coincidenze di cronaca si fermano qui perché se Stefano è morto in circostanze ancora tutte da chiarire, Alberto si è tolto la vita con il gas di scarico dell'auto che aveva parcheggiato in un terreno di famiglia vicino a Castrocaro Terme. L'ha fatto perché si è sentito tradito dai rappresentanti dello Stato che due sere prima l'avevano fermato e poi denunciato: gli avevano garantito che un minimo di discrezione sarebbe stato mantenuto. La notizia finì invece sulle pagine dei quotidiani locali come brillante risultato di un'operazione antidroga: «Imbottito di droga. Inospettabile agronomo smascherato dai Carabinieri» titolava Il Resto del Carlino. La storia di Alberto Mercuriali e il rapporto che esiste tra i giornalisti e le fonti delle notizie è racchiusa in un bel documentario firmato da due giovani autori: Lisa Tormena e Matteo Lolletti. «Il giorno che la notte scese due volte» è una riflessione sentita su quanto le parole possano fare male. «Quell'estate facevo la cronaca nera a 'La Voce di Romagna' - spiega Lisa - e io sono tra i giornalisti che ha scritto l'articolo dopo la conferenza stampa dei carabinieri». Solo che tre giorni dopo Lisa viene a sapere che c'è stato un suicidio e scopre che a uccidersi è stato proprio quel ragazzo di cui aveva scritto, quello che aveva nascosto la droga all'interno di un libro ( particolare peraltro falso). Qualche giorno dopo vede un manifesto attaccato al muro, a stamparlo erano stati gli amici di Alberto, c'è scritto che ad ucciderlo sono stati quegli articoli di giornale. «Mi sono sentita un'assassina» dice Lisa. Un articolo può cambiare la vita di un ragazzo, hanno scritto gli amici e dalla loro iniziativa è stato possibile raccontare un'altra storia, quella vera, sulla vicenda di questo agronomo che da due anni lavorava al Consorzio agrario di Ravenna. La reazione della società civile ha portato ad organizzare manifestazioni e momenti di confronto cui non si è sottratto l'ordine dei giornalisti dell'Emilia. E mentre il documentario gira, il 10 novembre a Forlì e il 13 a Bologna nel nuovo spazio del Livello 57, prosegue l'azione giudiziaria avviata dai genitori di Alberto che hanno querelato giornali e i carabinieri.


fonte: il manifesto

3 novembre 2009

Pistoia: Lo strano caso di Sorin, morto in caserma

Sorin Calin aveva soltanto ventiquattro anni, e nessuno si occupa della sua morte avvenuta la sera del 19 ottobre nella caserma dei Carabinieri di Montecatini Terme (Pt). Per la comunità rumena si tratta di un ennesimo "Stefano Cucchi", un caso che però non finisce sulle prime pagine dei quotidiani nazionali «perché le vittime rumene non contano nulla, nemmeno per i mass media». Lancia l'appello Giancarlo Germani, presidente del Partito dei romeni d'Italia - Identitatea Romaneasca, avvocato che difende imputati di nazionalità rumena: «Il pregiudizio è fortissimo, i giudici usano la mano pesante contro i rumeni perché temono le reazioni ostili dell'opinione pubblica». Peggio: numerosi rumeni, secondo Germani, vengono maltrattati dalle forze dell'ordine durante l'arresto o la permanenza nei commissariati. Non sono pochi i casi «strani», a partire dal presunto suicidio di Cristian Lapu, ventottenne rumeno che si sarebbe buttato spontaneamente dalla tromba delle scale della caserma di Fontana Liri, nella provincia di Frosinone, durante un controllo. Lapu non aveva fatto nulla di male. Era arrivato da pochi giorni in Ciociaria, nel pomeriggio del 5 maggio scorso i militari lo avevano notato mentre camminava in una zona periferica con dei bastoni in mano, probabilmente insanguinati, con i quali secondo i residenti maltrattava dei cani. Mentre attendeva il traduttore si sarebbe lanciato verso le scale, un volo di dieci metri. «Se succedesse ad un italiano almeno qualche giornalista si interesserebbe a queste vicende», osserva Miruna Cajvaneanu, redattrice del settimanale rumeno Gazeta Romaneasca , che proprio questa settimana dedica un articolo a Sorin Calin. Miruna si sta occupando di un caso di malasanità che coinvolge una donna rumena di 41 anni, morta improvvisamente dopo essersi recata al Policlinico Casilino di Roma per un fortissimo dolore al capo. I medici le avevano prescritto semplici analgesici, paracetamolo e Toradol, ma dalla autopsia risulta che la donna aveva un principio di aneurisma che nessuno però le aveva diagnosticato. «Daniela Robu non era italiana e per questo la noncuranza dei medici viene percepita come meno grave», conclude la giornalista.La morte improvvisa e inspiegabile di Sorin Calin, ragazzone alto e imponente con precedenti per reati legati alla prostituzione, ha guadagnato qualche articolo di giornale, un fascicolo della Procura di Pistoia per il momento senza indagati, e il debole tentativo della famiglia di chiedere giustizia. Nelle ultime ore della sua vita Sorin aveva deciso di prendere un aperitivo al bar Gori, nel centro di Montecatini. All'interno del locale aveva incontrato la sua ex ragazza e, brillo, la aveva aggredita furiosamente. Due clienti albanesi intervennero per separare la coppia, ma Calin era riuscito a sfilare il portafoglio della ex fidanzata per poi fuggire. I carabinieri lo hanno trovato verso le 21.30 in un altro locale, ormai ubriaco, con ancora addosso il portafoglio. Arrestato con fatica perché agitato e stizzito, con le manette ai polsi fu portato alla caserma dove, e qui dobbiamo stare all'unica versione possibile dei fatti e cioè quella dei carabinieri, diede in «escandescenze» sbattendo con forza la testa e il corpo contro le pareti della stanza tanto che, poco dopo le 22, venne chiamato il 118. I medici lo visitarono per 45 minuti, e poi gli somministrarono un calmante - più blando del Valium - di cui però nessuno ricorda il nome. Pochi minuti dopo il sedativo, Calin si era addormentato e così i militari, ma questa è sempre la versione fornita dal Comando provinciale di Pistoia, lo avevano lasciato da solo per completare le procedure burocratiche dell'arresto. Tornati nella stanza, avevano tentato di svegliare il ragazzo che però risultava incosciente. Seconda chiamata al personale del 118 a pochi minuti dalla mezzanotte: Sorin era esanime. Inutili i tentativi di rianimazione: Calin venne dichiarato morto durante il trasporto all'ospedale di Pistoia.Il medico legale che ha eseguito l'autopsia, Edoardo Franchi, non vuole rilasciare dichiarazioni finché non verrà interrogato dal pm che ha aperto un fascicolo per chiarire le cause della morte, Ornella Galeotti. Le cause del decesso risultano ancora ignote, e sono tuttora in corso gli esami tossicologici per capire se il giovane avesse assunto droghe. Ma, lascia trapelare Franchi, è probabile che il calmante somministrato a Sorin Calin abbia provocato uno shock anafilattico. Sul cadavere c'erano dei segni di percosse. Nel frattempo la famiglia del ragazzo è arrivata dalla Romania per riprendersi il corpo, e per dare l'incarico ad un avvocato affinché segua la procedura.
Laura Eduati da Liberazione

Bologna: Un altro presidio itinerante verso il Cie di via Mattei: noi non siamo complici!

Mercoledì 4 novembre, un altro presidio itinerante si snoderà dal centro di Bologna verso il Cie di via Mattei come già il 13 ottobre scorso quando, in occasione della sentenza per la rivolta nel Cie milanese di via Corelli, abbiamo urlato forte­, come femministe e lesbiche, la nostra non complicità con il razzismo istituzionale e le sue leggi, che legittimano, permettono e strumentalizzano la violenza contro le donne. Sappiamo dalla nostra pratica che questa non avviene soltanto all'interno delle cosiddette "pareti domestiche" ma anche tra altre "quattro mura", come i luoghi di lavoro, le canoniche, gli ospedali, le questure ed anche i cosiddetti Cie ­ - Centri di identificazione ed espulsione -, ­ nuovo nome per i Cpt, creati nel 1998 con la legge Turco Napolitano e oggi disseminati su tutto il territorio nazionale. Da tempo le migranti e i migranti detenute/i denunciano le spaventose condizioni di vita all'interno dei Cie, le continue violenze e umiliazioni, i pestaggi, le malattie non curate, le morti sospette e i tentativi di stupro. Hanno provato a raccontarci che i Cie sono stati istituiti per la nostra "sicurezza": lì vengono rinchiusi i "clandestini", perché gli uomini stranieri sarebbero tutti, secondo la retorica del razzismo istituzionale, criminali e potenziali stupratori. Ma noi sappiamo che questo è solo un modo per legittimare pratiche e leggi razziste in nome della "difesa delle donne", tentando di far passare sotto silenzio il fatto che nei Centri di identificazione ed espulsione oltre agli uomini migranti, vengono rinchiuse anche tantissime donne senza che abbiano commesso alcun tipo di reato, come Salmata, la giovane donna originaria della Costa D'Avorio arrestata qualche settimana fa in questura ­ dove si era recata per ultimare le pratiche di regolarizzazione ­ e condotta su due piedi nel Cie di via Mattei. E qui, nei Cie, luoghi istituiti in nome della "sicurezza" di "noi donne", le donne migranti subiscono continue umiliazioni, molestie, torture e stupri daparte dei loro guardiani. Umiliazioni, violenze, stupri che le donne migranti non hanno mai smesso di denunciare. Come Raya, una delle recluse nel Cie di via Mattei a Bologna, che ai primi di maggio di quest'anno denuncia di essere stata picchiata da un poliziotto in abiti civili e poi lasciata svenuta sul pavimento sotto gli occhi indifferenti degli operatori della Misericordia, il misericordioso ente che gestisce il Centro. O come le donne migranti che nel Cie di Lampedusa hanno intrapreso, all'inizio dell'anno, una lunga rivolta culminata in uno sciopero della fame. O come la protesta delle compagne di Mabruka, la donna di origini tunisine che si è impiccata nel Cie di Ponte Galeria a Roma ad aprile, protesta che si è poi estesa alle camerate degli uomini. O come Joy, una donna africana imprigionata e processata a Milano per essersi ribellata ad un tentativo di stupro e alle condizioni disumane in cui, con altre donne e uomini, era costretta a vivere nel Cie di via Corelli. e che per le sue dichiarazioni subirà un processo per calunnia, perché nell' Italia del terzo millennio i Cie non si possono mettere in discussione, e quello che accade lì dentro deve restare omertosamente nascosto. Proprio come la violenza sessista che altre donne subiscono quotidianamente fuori dai Cie. Ma noi sappiamo e abbiamo scelto di non tacere. Come già il 13 ottobre, saremo ancora una volta davanti al Cie di via Mattei per esprimere alle donne rinchiuse lì la nostra vicinanza solidale, ma anche e soprattutto per denunciare all' esterno quello che accade dentro questi lager del terzo millennio. Invitiamo tutte a partecipare al presidio. L'appuntamento è per mercoledì 4 novembre alle ore 16.00 (puntuali) alla fermata del 14A in via Rizzoli, o, per chi non può, direttamente sotto il Cie di via Mattei dalle 17.00.



fonte: marginalia

2 novembre 2009

Testimonianze: «Così mi hanno pestato Lo fanno con i "piccoli"» La denuncia: agenti come belve

«Le prime botte le prendi all'ufficio matricola e poi continua così.
Ti picchiano con manganelli o a mani nude, quando entri in carcere capisci che non vali niente, che non hai diritti. È come una giungla. Devi subito accettare le regole altrimenti sei morto, non intendo fisicamente, anche se può capitare». S.F. è un trentacinquenne, ex dipendente di una nota azienda italiana (ora aspetta il reintegro), è entrato a nell'istituto di pena di Poggioreale a Napoli per motivi analoghi a quelli di Stefano Cucchi, lo scorso maggio, e ne è uscito dopo una settimana sulle sue gambe. Ma poteva anche non andare così.


Chi ti ha picchiato?

Le guardie carcerarie, chiamati assistenti, ma credetemi sono delle belve. Qualcuno più umano c'è ma nel nostro padiglione, il Firenze, che insieme all'Avellino raccoglie chi arriva per la prima volta in carcere, sono i peggiori.

Perché?

Perché in questi settori non ci sono i detenuti di lungo corso o i camorristi, ma persone che non sono mai state in galera. E le guardie si sfogano, senza paura, perché dicono che noi siamo pesc' e cannuccia', insomma gente che non conta niente. Non mischiano le matricole con i recidivi. Lo capisci subito appena entri, e se non lo capisci te lo dicono gli altri al passeggio: «Qui si pigliano 'e mazzat'».

Quando te le hanno suonate per la prima volta?

Al reparto matricole. Mi avevano preso le impronte digitali, poi uno mi ha fissato negli occhi e mi ha dato uno schiaffo: «Che guardi a fare?», mi ha detto. Allora ho tenuto lo sguardo basso tutto il tempo, mentre restavo in mutande o facevo le flessioni. Sono stato ad aspettare credo per almeno due ore con gli altri nuovi detenuti, ogni minuto sentivi il rumore di un "pacchero", o le urla di qualcuno.

Una volta in cella è andata meglio?

Almeno parli con qualcuno che ti dà indicazioni, ti spiega chi è il più nervoso tra i secondini, ti dicono di non farti trovare in pantaloncini quando c'è tizio, di non chiedere nulla a caio. Ma soprattutto ti mettono in guardia per la conta, che si fa mattina, pomeriggio e sera. Devi sempre tenere le mani dietro la schiena e lo sguardo basso, se alzi la testa le prendi di santa ragione. Non lo fanno subito, aspettano la notte, entrano e ti bastonano nella branda.

A te è capitato?

No, però dopo un giorno che stavo lì, eravamo otto in una cella, due miei compagni giocavano con dei cartoncini che avevano disegnato a mano, perché è vietato avere le carte. Un secondino li prese e li portò via, tornarono con la schiena tumefatta e le mani gonfie. Ci dissero che avevano preso manganellate ovunque, ma che gli avevano messo le coperte sui polsi per non lasciare segni.

Poi cosa è successo?

La sera arrivò una guardia e ci disse che il secondino dalla torretta aveva visto qualcuno nella stanza affacciato alla finestra. Presero G. e lo portarono via. Poi vennero a prenderci tutti e ci dissero: «Non vuole confessare, ora v'accirimm', sti figli 're cas' popolari». Ci condussero nei sotterranei, in quello che i detenuti chiamano reparto Dx, non lo so perché ma ha questo nome. Qui erano in quattro, tutti incappucciati, che iniziarono a prenderci a manganellate, schiaffi e calci.

Cosa pensavi in quel momento?

Che non la smettevano più. Avevo paura che non sarei uscito più perché quella punizione sarebbe stata annotata da qualche parte. In realtà loro non dicono niente a nessuno, ti picchiano e basta.

È una cosa normale?

Io sono stato lì una settimana e mi è capitato quattro volte. Ma ho capito che era un'abitudine quando nella cella di fronte alla nostra c'era una persona stesa nel letto che non partecipava alla conta. Era cardiopatico e non stava bene. Invece di portarlo al pronto soccorso per tre giorni lo hanno colpito nella brandina, lui respirava a fatica, noi non potevamo fare niente. Una sera è stata chiamata una dottoressa, erano le 11, non lo dimenticherò più. Lei disse: «Sta bene, sta fingendo». La mattina dopo era morto. Così hanno cambiato alcuni secondini e abbiamo avuto un attimo di respiro. Poi sono uscito.

Secondo la tua esperienza Stefano Cucchi può essere morto per le botte prese?

Assolutamente sì. Io sono alto un metro e 90 e peso 98 chili, se un ragazzo magro e più fragile avesse preso le bastonate che mi hanno dato, minimo si sarebbe spezzato le costole. Per questo quando ci facevano scendere tutti insieme i più grossi cercavano di coprire quelli più piccoli.
Perché non hai denunciato quello che ti è accaduto?

Secondo voi avrei trovato qualcuno disposto a testimoniare con me? E se anche l'avessi trovato è la parola di ex-detenuti contro lo stato. Nessuno parlerà mai.




fonte: Francesca Pilla da il manifesto

"Un detenuto non si picchia in sezione" Audio shock dal carcere di Teramo.

«Non si picchia un detenuto in sezione, si va sotto». Nel carcere di Castrogno (Teramo), il comandante spiega ai suoi agenti come comportarsi. Le parole, registrate, sono state spedite a un giornale. La magistraura apre un'inchiesta. Lui si difende: «Sono stato frainteso, non parlavo di un pestaggio»«In sezione non si può massacrare un detenuto, si va sotto. Si è rischiata la rivolta perché c'era il negro che ha visto tutto». La voce è arrabbiata, un interlocutore cerca di difendersi, di spiegare, ma il tono perentorio non ammette repliche. Meno di un minuto di dialogo tra due agenti di polizia penitenziaria, più che sufficiente però a lasciare intravedere lo scenario agghiacciante di un presunto pestaggio di un detenuto avvenuto in un carcere, quello di Castrogno, a Teramo. E l'esistenza di una stanza situata «sotto», lontana da occhi indiscreti, e adibita a questo genere di punizioni.Le parole sono incise su un nastro che nei giorni scorsi è stato spedito in maniera anonima a un giornale locale, La città, e adesso è nelle mani della procura di Teramo che ha aperto un'inchiesta per stabilire se davvero c'è stato un pestaggio nel carcere abruzzese e ai danni di chi. Il tutto in momento in cui, dopo una drammatica sequenza di episodi di violenza e di suicidi, l'attenzione sulle carceri italiane è altissima. Oggi il ministro della Giustizia Angelino Alfano riferirà in parlamento su quanto accaduto nel carcere abruzzese e più in generale sulla situazione negli istituti penitenziari. Ma intanto è polemica. «La situazione in Italia è grave - attacca la segretaria del partito Radicale Rita Bernardini - Teramo non fa eccezione in questo quadro. Bisogna prendere provvedimenti urgenti, credo che il ministro Alfano sotto questo profilo sia un po' addormentato».Intanto, dopo che il nastro è stato reso noto, qualcosa si è scoperto. La voce visibilmente irritata che si sente apparterrebbe al comandante degli agenti di polizia penitenziaria del carcere di Castrogno, Giovanni Luzi, che se la prende con un sovrintendente che sarebbe stato di turno il giorno del presunto pestaggio. La registrazione sarebbe avvenuta durante una riunione tenuta tra la fine di settembre e la metà di ottobre scorsi tra il comandante e i suoi agenti, uno dei quali ha registrato tutto con il cellulare. Per Luzi però - che secondo il segretario generale della Uil penitenziaria Eugenio Sarno avrebbe riconosciuto come sua la voce incisa nel nastro - dietro le sue parole non ci sarebbe nessuna violenza. «Il contesto è diverso da quello che si può immaginare», spiega Sarno. Secondo il comandante la frase incriminata - «in sezione non si può massacrare un detenuto, si va sotto» - non farebbe riferimento a un pestaggio da parte degli agenti di custodia. «Il linguaggio nelle carceri è quello che è - prosegue Sarno - ma quello che Luzi voleva dire è che non si può riprendere un detenuto davanti agli altri. Esiste un codice di comportamento in galera, e i detenuti non vogliono essere sgridati davanti a tutti gli altri». E il riferimento alla stanza di «sotto»? «Si riferiva alla matricola», è la risposta di Sarno. «Il penitenziario di Teramo è connotato dalle caratteristiche negative di un sistema alla deriva, che trasforma la pena in supplizio e il lavoro in tortura, e non certo per colpa del personale», conclude il segretario generale della Uil penitenziaria.Ieri Rita Bernardini è entrata nel carcere di Castrogno insieme a Sarno per un lungo sopralluogo durante il quale ha potuto parlare con i detenuti, nessuno dei quali le ha riferito di particolari violenze che si sarebbe svolte all'interno della struttura. Viceversa nel carcere abruzzese come in quasi tutti quelli italiani, non mancherebbero i problemi. Sovraffollamento (205 posti per 405 detenuti), scarsa igiene, carenza di organico (mancano 45 agenti). Ma sono soprattutto le condizioni dei detenuti a preoccupare. «Nel carcere non c'è nessuna attività trattamentale, i detenuti passano 18-20 ore al giorno chiusi in cella e sono pochi quelli che lavorano», dice Bernardini. «Inoltre c'è una situazione sanitaria molto seria: una buona metà dei detenuti è malata, molti dei quali con patologie psichiatriche incompatibili con il carcere». Dall'inizio dell'anno, inoltre, sono stati ben dieci gli episodi di aggressione contro gli agenti che avrebbero provocato 16 feriti tra il personale del carcere. Una situazione incandescente, nella quale, adesso, si inserisce il sospetto di un pestaggio contro un detenuto. Sulla vicenda ieri è intervenuto anche il Sappe, il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, il cui segretario generale Donato Capece ha chiesto alla magistratura di fare chiarezza su quanto avvenuto.




fonte: il manifesto

Omicidio Cucchi, i depistaggi dopo l'indignazione bipartizan

E ora anche i depistaggi. Dopo il giorno dell'indignazione, dopo quello dello scaricabarile, dopo l'avvio di un'indagine per omicidio, arrivano i primi depistaggi sulla morte di Stefano Cucchi. Anzi, i secondi depistaggi. Perché all'inizio di questa storia c'è la versione classica della "caduta per le scale". Era stato scritto una settimana fa da Liberazione , primo quotidiano a raccogliere la denuncia della famiglia, che da qualche parte si tentava di appiccicare quelle due vertebre rotte a una caduta precedente l'arresto. Versione incredibile per chi lo vide la notte del fermo quando i carabinieri lo portarono a casa per perquisirne la cameretta. Camminava dritto, non si lamentava e non aveva gli occhi gonfi che osservò suo padre la mattina appresso all'udienza di convalida. E che videro i medici della Città giudiziaria che lo visitarono. Lo ha confermato perfino il guardasigilli Alfano quando ha tentato di supportare la versione della «presunta morte naturale». Il referto parlava di «lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente». I comuni occhi neri. A quel medico Stefano accennò delle «lesioni alla regione sacrale ed agli arti inferiori, queste ultime non verificate dal sanitario a causa del (presunto, ndr) rifiuto di ispezione espresso dal detenuto». Eppure ieri, alcuni quotidiani, facevano dire al legale d'ufficio che il suo assistito «non aveva né bozzi né lividi». E le lesioni ecchimotiche che altro sono? Tuttavia il legale non può fare a meno di «pensare che abbia preso qualche schiaffo». Che poi quell'avvocato, secondo i ricordi di Giovanni Cucchi, nemmeno ci doveva essere quella mattina. Stefano si sarebbe piuttosto meravigliato di non trovare l'avvocato di famiglia di cui avrebbe fatto il nome coi militari che l'avevano catturato. Così l'udienza convalidò il suo arresto negandogli i domiciliari con alcune motivazioni strambe, che lui fosse un senza fissa dimora e uno spacciatore tossicodipendente. Dopo quello che era parso uno scaricabarile con l'Arma (che ha fatto altrettanto), uno dei sindacati della polizia penitenziaria, l'Osapp, rende noto un dettaglio che a suo dire potrebbe smarcare le divise grigie e blu dalla faccenda: dopo la visita Cucchi «fu di nuovo accompagnato in una delle camere di sicurezza del Tribunale, questa volta non sotto il controllo dei carabinieri ma della polizia penitenziaria, e lì rimase per un'ora e mezza. Non era solo ma assieme ad altri arrestati. A Regina Coeli risulta che sia stato trasferito attorno alle 15.30». Viene in mente il caso Lonzi, ucciso da un pestaggio nel carcere di Livorno l'11 luglio 2003. Le evidenze delle botte le capiva anche un bambino ma il caso fu archiviato come morte naturale. Solo anni dopo l'ostinazione di sua madre, Maria Ciuffi, ne ha consentito la riapertura. Ma il registro degli indagati suona beffardo: 2 secondini sono indagati per omessa vigilanza e solo un detenuto, amico di Lonzi, per l'omicidio. Intanto, i Nas dei carabinieri sono stati inviati al Pertini dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale per raccogliere tutta la documentazione disponibile. Ma era necessario chiamare i carabinieri per un caso che vede coinvolti i loro colleghi? Il caso Aldrovandi - dove la polizia indagò su sé stessa - non ha insegnato nulla?E tra gli inquinamenti va messa la voce sulla sieropositività del detenuto morto che è stata raccolta da alcune tv. «Affermazioni vergognose e diffamanti. E infondate», ripete Ilaria Cucchi, sorella di Stefano che, a questo punto, comincia a nutrire «serie perplessità sulle modalità di attribuzione dell'incarico dell'autopsia da parte della procura al medico legale e su quanto si sta verificando dopo l'esecuzione di quell'esame». Depistaggi, scaricabarile, passerella mediatica bipartizan. E anche sciacallaggio. Ilaria Cucchi non sa come altro chiamare l'esibizione nei tg di certificati medici, quelli del 118 che fu allertato la notte dell'arresto (ieri sono stati sentiti dal pm gli operatori), che la famiglia non ha ancora potuto leggere. Forse ha ragione una zia di Stefano quando dice di temere che lo dipingeranno per quello che non era. «Vergognosi tentativi di depistaggio e di scaricabarile. Chiediamo che l'inchiesta venga fatta immediatamente - chiede Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc - ogni ora che passa allontana la possibilità di accertare la verità. Viste le preventive assoluzioni annunciate dal ministro La Russa, visti i vergognosi fatti di Genova e il caso Aldrovandi chiediamo al Presidente della Repubblica di farsi garante della correttezza». Se l'indignazione bipartisan fosse stata sincera si sarebbe visto dalle ispezioni che sono state annunciate ma ancora non effettuate. Oppure come suggerisce una associazione, "Detenuto ignoto", da uno slancio per colmare il buco legislativo sul reato di tortura. Alfano tornerà in Aula martedì.


Checchino Antonini

1 novembre 2009

Violenza di Stato? Non è una novità. Stefano l'ultima vittima.

Stiamo assistendo ad una recrudescenza della violenza statale? La domanda è d'obbligo dopo l'ultima vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi. In realtà il ricorso a pratiche violente da parte degli apparati statali non è una novità. Una semplice disamina di lungo periodo del fenomeno porta a concludere che il ricorso ad un uso brutale, non proporzionato e fuorilegge della forza, è "prassi ordinaria" dei corpi dello Stato. Per i più giovani la memoria arriva alla «macelleria messicana» di Bolzaneto e della Diaz. I più anziani ricordano cosa fossero i commissariati e le carceri del dopoguerra, e cosa accadde nel calderone degli anni 70 con la legge Reale. Dal 1 gennaio 1976 al 30 giugno 1989 vennero uccise dalle «forze dell'ordine» 237 persone, mentre altre 352 rimasero ferite (dati censiti dal Centro Luca Rossi e fondazione Calamandrei). Senza dimenticare le torture contro i militanti della lotta armata praticate nel biennio 1981-1983, dopo il via libera venuto dal Cis, il comitato interministeriale per la sicurezza. Una squadretta dei Nocs imperversò per l'Italia praticando sevizie apprese dai manuali utilizzati dagli aguzzini delle dittature militari dell'America latina. Manuali redatti dai generali francesi che ne avevano aggiornato le tecniche durante la guerra d'Indocina e poi in Algeria, ed esportate in seguito nella famigerata Scuola delle Americhe . Eppure c'è la sensazione che negli ultimi tempi qualcosa sia cambiato. Analisi sociologiche ci spiegano che le forze di polizia si sono hooliganizzate , basta leggere il libro di Carlo Bonini, ( Acab , Einaudi 2009) per farsene un'idea. Sorta di calco del mondo imbastardito delle curve. La sensazione d'impunità, la forza dell'omertà-ambiente che copre questi comportamenti, hanno attenuato i meccanismi di autocontrollo. Il populismo penale, l'importazione dei modelli di "tolleranza zero", hanno portato alla costruzione di un nuovo "nemico interno" identificato nella piccola devianza, nei migranti. Una gestione dell'ordine pubblico militarizzata, sommata alla legislazione proibizionista e all'internamento carcerario come soluzione dei problemi, hanno generato un mostro sicuritario che produce un fisiologico esercizio della coercizione che dilaga in violenza aperta, tra fermi, celle di sicurezza, tribunali, prigioni. Negli ultimi anni la cronaca è fitta di episodi del genere: Marcello Lonzi , morto nel 2003 all'interno del carcere di Livorno. Sul suo corpo numerosi segni di vergate e colpi di bastone. Dopo anni di denunce la procura ha recentemente riaperto l'inchiesta. Due agenti penitenziari sono indagati. Federico Aldovrandi , pestato a morte il 25 settembre 2005 in piena strada dai poliziotti di una volante. Aldo Bianzino , deceduto il 14 ottobre 2007 nel carcere di Perugia. Sul suo corpo vengono riscontrate «lesioni massive al cervello e alle viscere», provocate prima dell'ingresso nel penitenziario. Un'inchiesta per omicidio volontario è in corso contro ignoti. Stefano Brunetti , arrestato ad Anzio l'8 settembre 2008, muore in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Dall'autopsia emerge un decesso provocato da «emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano anche fratture a due costole». Mohammed , marocchino di ventisei anni suicidatosi il 6 marzo 2009 nel carcere di santa Maria Maggiore a Venezia, dopo una lunga permanenza in cella liscia. Sei poliziotti della penitenziaria finiscono nel registro degli indagati per «abuso di autorità contro persone arrestate o detenute». Francesco Mastrogiovanni , morto in un letto di contenzione il 4 agosto scorso dopo un Tso abusivo. Per le molteplici morti violente avvenute in carcere e nelle questure, l'Italia è sotto accusa da parte di alcuni organismi internazionali e dalla commissione europea per la prevenzione della tortura.



Paolo Persichetti

Lo stato di diritto in frantumi

Abbiamo visto il sorriso di Stefano; abbiamo visto le sconvolgenti foto del suo corpo spento, tumefatto, torturato. Vogliamo, come la famiglia, «verità e giustizia». Non possiamo sopportare la solita omertà. Non si può morire a 31 anni per 20 grammi, una maledetta «modica quantità». Siamo indignati: la vista del corpo piagato di Stefano ci parla, infatti, delle nostre Guantanamo quotidiane. «La banalità del male» disse la Harendt del nazismo. Potremmo ripronunciare le sue parole di fronte al ministro La Russa che tenta di condizionare le stesse inchieste giudiziarie dichiarando che tutti i carabinieri sono corretti per principio (è un sorta di impunità pregiudiziale, che tenta di deviare ogni controllo ed ogni critica). Noi chiamiamo, invece, in causa le responsabilità politiche di un governo, a partire dal ministro dell'Interno, che costruisce volutamente il clima di impunità per gli uomini dello Stato che hanno commesso reati. I nostri ragazzi non possono morire, infatti, per un uso incontrollato della violenza da parte di settori dello Stato: quanti sono, negli ultimi anni, da Carlo Giuliani ad Aldrovandi a Stefano? Quanti ci sono perfino ignoti? Questo stillicidio di violentismo statale quotidiano, notturno, e di frequenti omicidi è la bancarotta dello stato di diritto. I nostri ragazzi uccisi, certo. I corpi mercificati di donne e uomini. Né possiamo essere sordi e silenti di fronte alle grida strozzate, alle richieste di aiuto che ci arrivano ogni giorno dalle galere etniche, nelle quali maltrattamenti e violenze sono dettati anche da un fetido e feroce razzismo. La teoria delle «poche mele marce» tra carabinieri e militari è una foglia di fico che copre problemi organici: di formazione, di cultura, di addestramento, di catena di comando. Sono problemi strutturali che attengono tutti alla violazione di dettati costituzionali. Vi è, lo diciamo da anni, inascoltati anche da parte del centrosinistra (ignorante e spesso connivente), il grande tema della militarizzazione dell'ordine pubblico; nei quartieri popolari delle nostre metropoli, i giovani (e le ragazze che sfidano il coprifuoco) lo sanno bene, vi è la guerra, spesso la caccia all'uomo da parte delle ronde in divisa dello Stato. Viviamo uno "stato di eccezione" permanente; la metafora del passaggio dallo stato sociale, che deperisce, allo stato penale globale, più che mai militarista. Il potere impone la società disciplinare e colpisce duramente e illegittimamente comportamenti e stili di vita che giudica ad essa non conformi. U no stato di diritto muore, infatti, se viene meno uno dei suoi fondamenti: l' habeas corpus . Un fondamento antichissimo del diritto, che pone un limite assoluto all'arbitrio del potere statuale. Quando una persona è imprigionata, incarcerata, comunque detenuta, è nelle mani delle polizie e ad esse consegna la sua vita. Qui scatta la responsabilità assoluta dell'organo dello Stato che lo detiene prigioniero. La vita, dignità inviolabile è sacra anche per il detenuto che ha commesso il reato più infame. Figuriamoci nel caso di Stefano. Il suo corpo torturato è stato sottratto perfino alla vista dei genitori per sei giorni; un corpo scomparso. L'uccisione di Stefano è, allora, l'ennesima violazione di un cardine della democrazia. Bisogna intervenire anche normativamente. E' possibile che non venga abrogata la legge Fini-Giovanardi, che contraddice ogni logica, anche internazionale, di sperimentazione, di solidarietà, di riduzione del danno? Perché, inoltre, il parlamento italiano è uno dei pochissimi parlamenti tra i paesi retti dallo stato di diritto che non introduce nel nostro ordinamento il reato di tortura? Lo sappiamo: è stato bloccato dai leghisti e da alcuni ministri per avallare le torture nelle caserme di Napoli e di Bolzaneto contro il movimento altermondialista. Occorre, ora, riproporre con urgenza il tema. Va, finalmente, introdotta una figura indipendente di controllo civico del rispetto dei diritti umani nelle carceri, nei commissariati, nelle stazioni di polizia, nei centri di identificazione per immigrati. Una forma di difensore civico con ampie funzioni. E ci interesseremo dei reparti carcerari ospedalieri, monumenti di ipocrisia ed omertà (come ci indica l'uccisione di Stefano) nei quali vanno introdotte regole elementari di informazione ai familiari e di democrazia. Come si fa, infatti, ci chiediamo, in un ospedale a non rispondere per sei giorni ad una mamma che vuole sapere dello stato di salute del proprio figlio? L'uccisione di Stefano dice a noi che dobbiamo rilanciare la sfida democratica, rimettendo al centro la Costituzione, lo stato di diritto, il costituzionalismo democratico. Ogni giorno.


Giovanni Russo Spena

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