14 settembre 2009

ll Governo potrà imporre le centrali nucleari con la forza pubblica

E così le centrali nucleari si faranno col “metodo Chiaiano”: il Governo potrà imporle usando la forza pubblica. Il riassetto nucleare dell’Italia è in discussione in questi giorni in Parlamento con il disegno di legge 1441-ter,”Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”, un gran minestrone che contiene di tutto, e segnatamente il nucleare. Nel ddl 1441-ter è previsto fra l’altro lo scioglimento dell’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) e la sua sostituzione con l’Enes. Non risponderà più al ministero dell’Ambiente ma a quello per lo Sviluppo economico.L’Enes viene definito “un ente di diritto pubblico finalizzato alla ricerca e alla innovazione tecnologica nonché alla prestazione di servizi avanzati nei settori dell’energia, con particolare riguardo al settore nucleare, e dello sviluppo economico sostenibile”. Capito? Energia nucleare e sviluppo sostenibile vengono presentati come parenti stretti. Anche se si tratta di due concetti diametralmente opposti. Però le novità peggiori sono altre. Delega al Governo per stabilire entro giugno le normative relative al nucleare. Gestione delle scorie nucleari affidate a società private: basta che lo Stato le partecipi almeno per il 20%. Soprattutto, in caso di mancata intesa con le autorità locali a proposito della realizzazione delle centrali nucleari, il Governo potrà far ricorso alla forza pubblica.

Roma: I carabinieri all'ex scuola 8 marzo, 5 arresti

Momenti di tensione stamani davanti all'ex scuola occupata 8 Marzo in zona Magliana, a Roma, tra forze dell'ordine e attivisti dei movimenti di lotta per la casa. Gli occupanti dello stabile, complessivamente un centinaio, in seguito all'intervento dei carabinieri hanno resistito alla carica delle forze dell'ordine. Il motivo dell'intervento delle forze dell'ordine, secondo quanto riferiscono alcuni abitanti dell'ex scuola occupata (che non è stata sgomberata) sarebbero delle perquisizioni e dei mandati di arresto per sei degli occupanti. "Da stamattina alle quattro e mezza - racconta D. - hanno iniziato a perquisire le abitazioni dei genitori di alcuni occupanti dell'8 Marzo, poi sono venuti qui e li hanno arrestati per associazione a delinquere ai fini di invasione di stabile pubblico, violenza privata ed estorsione. Il più giovane di loro ha circa trent'anni".Nello stabile sono intervenuti oltre a numerosi mezzi e camionette dei carabinieri anche i vigili del fuoco.
"Gli arresti di cinque occupanti dell'ex scuola "Otto Marzo", arresti effettuati stanotte da parte dei carabinieri, sono assurdi e illogici - afferma Paolo Ferrero segretario nazionale del PRC -. I ragazzi fermati vanno immediatamente rilasciati anche perché vittime di accuse montate ad arte dalla stampa romana. Gli attivisti del movimento della casa romano sono mossi dal desiderio e dalla volontà, oltre che dalla stretta necessità di abitare e di convivere, desideri, volontà e necessità che, in questi due anni di occupazione, hanno offerto alla cittadinanza e recuperato uno spazio pubblico abbandonato al degrado, riaprendolo a tutto il quartiere e godendo della solidiarietà degli abitanti. Nell'ex scuola "Otto marzo" vivono intere famiglie di sfrattati, precari, disoccupati, oggi rifugiatisi sul tetto, pronti a difendere il loro spazio di convivenza e di socialità. Proseguono cosi' il gioco e gli interessi dei consiglieri del Pdl che usano l'arma della diffamazione mezzo stampa per colpire al cuore un movimento che fa paura a una classe politica, quella dell'amministrazione capitolina, incapace di risolvere problemi come la casa, il lavoro, la precarietà, il reddito e che teme che queste questioni mobilitino lotte generalizzate. Lotte che il mio partito, - conclude Ferrero - attivando tutti i suoi organi e militanti, centrali e periferici, aiuterà a portare avanti fino alla soddisfazione di un sacrosanto e legittimo diritto, quello alla casa.
Non abbiamo nulla da nascondere Noi non paghiamo il pizzo, noi lottiamo! Non abbiamo nulla da nascondere. Le diffamazioni diffuse da sedicenti giornalisti che qui non sono mai venuti a fare un'inchiesta, non ci hanno fatto recedere dalla nostra lotta perchè questa nasce dalla necessità di abitare in una casa e dal desiderio di un diverso convivere, di riprenderci la vita e non sopravvivere. Per questo abbiamo in questi due anni di occupazione recuperato uno spazio pubblico abbandonato al degrado, riaprendolo a tutto il quartiere. E' così che ci siamo guadagnati la solidarietà degli abitanti, molti dei quali, oggi sotto sfratto, si sono guadagnati anni fa con la lotta la loro casa. Con false accuse infamanti oggi 5 compagni di lotta dell'8Marzo occupato sono stati prelevati dai carabinieri in modo coatto alle ore 4.40. Si sono introdotti con la forza nell'edificio della ex-scuola che ospita tutti noi: famiglie di sfrattati, precari, disoccupati; ci hanno costretto a rifuggiarci sul tetto pronti a difendere il nostro spazio. Ci dicono che è solo una perquisizione ma il modo di agire è quello di uno sgombero ben organizzato. Sfondano porte per fare paura a bambini che dormono aspettando il primo giorno di scuola, ma vista la nostra resistenza non riescono a buttarci fuori. Cinque compagni vengono portati via dopo che tutti siamo stati identificati. Proseguono così il gioco e gli interessi dei consiglieri del Pdl come Luca Gramazio, Augusto Santori, Luca Malcotti, che usano l'arma della diffamazione mezzo stampa, per colpire al fianco un movimento che fa paura a questa classe politica incapace di risolvere problemi come la casa, il lavoro, la precarietà, il reddito e che teme che queste questioni mobilitino lotte generalizzate. Noi non paghiamo il pizzo, noi lottiamo!
Roma, Magliana 14 settembre 2009
l'8Marzo resiste

Venezia: "Botte dai leghisti perché albanesi" Aggrediti due camerieri

Aggrediti e malmenati da un gruppo di persone vestite di verde. E' la denuncia di due camerieri albanesi di un ristorante dietro Piazza San Marco, a Venezia. L'episodio, avvenuto ieri e confermato dalla questura di Venezia, è stato reso noto dal consigliere comunale dei Verdi, Beppe Caccia, per il quale si è trattato di una aggressione a sfondo razzista messa in atto da "squadristi militanti della Lega". I due camerieri, che hanno riportato lesioni guaribili in trenta e sette giorni e ora si riservano di presentare una denuncia insieme al titolare del ristorante, hanno raccontato di avere avuto un diverbio con uno dei quattro aggressori poco prima della colluttazione. A quanto si apprende, ieri le 11,40 alla Briccola in Calle degli Specchieri, è entrato un giovane sui trent'anni, visibilmente ubriaco e con un amaglietta con slogan leghisti. Che, all'improvviso, ha iniziato a battere con il pugno contro la vetrina del ristorante. A quel punto uno dei camerieri, di nazionalità albanese, è uscito per allontanarlo. Per tutta risposta sono partiti gli insulti: "Che cazzo vuoi, fammi vedere il permesso di soggiorno". A quel punto la situazione è degenerata. "Sono entrati in sette-otto, tutti leghisti, ed è successo l'inferno - raccontano i lavoratori - Hanno buttato a terra una lattina di birra, poi hanno rovesciato tavoli e sedie, sfasciando mezzo locale. Avevamo davvero paura". L'aggressione è continuata con le botte al cameriere albanese. Poi gli aggressori soo scappati e si sono mischiati con i manifestanti della Lega radunati nei pressi.
fonte: La Repubblica

Livorno: Fiaccolata per chiedere giustizia per Marcello Lonzi

Un centinaio di persone si sono radunate ieri sera in piazza della Repubblica per la fiaccolata organizzata da Maria Ciuffi, la madre dio Marcello Lonzi, per chiedere verità e giustizia per la morte del proprio figlio avvenuta l'11 luglio del 2003 nel carcere delle Sughere di Livorno. Una fiaccolata organizzata in pochi giorni dopo aver ricevuto la notizia dell'ennesimo rinvio della chiusura delle indagini. Il Pm e il procuratore De Leo avevano infatti dichiarato che le indagini si sarebbero chiuse a settembre invece la chiusura è rinviata ad ottobre.
Per questo Maria Ciuffi ha sentito l'esigenza di rendersi visibile e fare pressione affinchè si facciano gli ultim iinterrogatori e si vada al processo: "Manca solo un interogatorio, lo facciano e poi chiudano le indagini. Si sa già che ci sono indagati fra le guardie carcerarie e che uno è anche recidivo. Arrivare al processo è sempre stato il nostro primo obiettivo e spero che ci riusciremo. Però bisogna chiudere, ho paura che si vada in prescrizione. Perchè non chiudono? c'è qualcuno che fa pressioni? Dopo 6 anni voglio una risposta." Questo è l'amaro sfogo(ma anche ricco di speranza) della madre, accompagnata per l'occasione in corteo da Haidi e Giuliano Giuliani, i genitori di Carlo Giuliani ucciso durante il G8 di Genova dal carabiniere Placanica.
La fiaccolata, a cui hanno partecipato Rifondazione Comunista e il Movimento Antagonista Livornese, si è conclusa in prefettura dove è stata consegnata una lettera al Prefetto per rendere partecipi le istituzioni delle preoccupazioni della madre e dello svolgimento delle indagini. Il corteo si è anche fermato davanti al presidio dei cassaintegrati Ex Delphi e Giolfo&Calcagno in piazza del Municipio dove la ex senatrice Heidi Giuliani ha salutato gli operai e le operaie in lotta.
Adesso non resta che aspettare la chiusura delle indagini e tenere le luci puntate su questa terribile vicenda avvenuta in uno dei peggiori carceri d'Italia dove morire è una probabilità più che casuale...


Di carcere si continua a morire

Un tunisino da oltre un mese in sciopero della fame. Accusato di violenza sessuale, s'era sempre dichiarato innocente!

E' morto la notte del 7 settembre dopo un lungo sciopero della fame, iniziato oltre un mese fa nel carcere di Torre del Gallo a Pavia. L'uomo aveva intrapreso la protesta dopo aver saputo di una nuova condanna emessa contro di lui per un'accusa di violenza sessuale: una sentenza che il recluso aveva contestato duramente, senza però trovare ascolto. Da qui l'estrema protesta, sfociata prima nel ricovero in ospedale e poi nel decesso. Per protestare contro la morte annunciata del loro compagno, oggi i detenuti di Pavia hanno rifiutato il pranzo, lamentandosi per il sovraffollamento della struttura che contiene 450 persone contro le 300 autorizzate. L'8 settembre la deputata radicale Rita Bernardini ha presentato un'interrogazione al ministro della giustizia Alfano affinchè si faccia luce sul caso specifico e anche sulle altre 53 morti (di cui 33 suicidi) che nel solo 2009 hanno funestato le carceri italiane. Oltre 4mila, invece, gli atti di autolesionismo segnalati dietro le sbarre in questi primi otto mesi dell'anno.

No Dal Molin occupano ponte di Rialto di Venezia. Tensione con la polizia, 10 fermati

Mentre si avvia verso la conclusione il festival No Dal Molin, quest'oggi in un centinaio si sono spostati da Vicenza a Venezia, sfruttando la vetrina della "festa dei popoli padani" per continuare ad opporsi alla costruzione di una nuova base di guerra americana ma anche per decostruire e contestare il discorso aleatorio e deviato della Lega Nord per quanto concerne indipendenza e autonomia dei territori."Cosa significa autogoverno se la gente non può decidere del proprio territorio? L'indipendenza sbandierata dalla Lega è una finta indipendenza, viene qui a parlare di autodeterminazione mentre sta nei palazzi di Roma. Indipendenza e autogoverno significa poter decidere del proprio territorio e determinare il proprio futuro", sostengono i No Dal Molin. Opposizione dialettica alla Lega e rivendicazione d'indipendenza dalle basi di guerra.Intorno alle 10 i No Dal Molin hanno quindi occupato simbolicamente il ponte di Rialto di Venezia, calando bandiere e striscioni, il più grande riporta: "Indipendenza dalle basi di guerra, No Dal Molin". Dopo poco è arrivata la celere, che ha cercato di strappare di mano agli attivisti gli striscioni, di impedire la conferenza stampa già convocata, spingendo nervosamente con gli scudi. L'iniziativa si è poi spostata e conclusa davanti la questura, dove sono state portate una decina di persone fermate prima dell'azione sul ponte.


fonte: InfoAut

Bologna: spray urticanti e manganelli ai vigili urbani

Spray urticanti e manganelli in dotazione alla polizia municipale: anche questa amministrazione è d'accordo.L'amministrazione Delbono riconferma la decisione presa da Cofferati nell'aprile scorso di dotare i vigili urbani di spray urticanti e manganelli, o meglio "bastoni distanziatori", come preferiscono definirli.A darne comunicazione è il vicesindaco Merighi, durante il question time di stamattina, ribadendo così la sostanziale continuità tra questa giunta e la precedente, per lo meno per quanto riguarda la cosiddetta "sicurezza".In provincia gli spray urticanti sono già utilizzati dalla polizia municipale di San Lazzaro, ma il comune di Bologna sta aspettando dal Ministero degli interni le precise indicazioni sulle tipologie di equipaggiamento utilizzabili.Nessuno strappo quindi con lo sceriffo: per quanto riguarda la militarizzazione della città Delbono non sembra voler rimanere indietro.

fonte: InfoAut

12 settembre 2009

Firenze: aggressione a un Gay da parte di due Italiani

Ancora un gay aggredito. Questa volta e' successo a Firenze, in piazza Salvemini, dove la notte tra il 9 e il 10 settembre, un ragazzo di 26 anni, poche ore dopo il presidio-fiaccolata unitario sui ponti fiorentini contro l'omo/transfobia, e' stato pestato a sangue da due italiani. Il ragazzo stava rientrando a casa dopo una serata trascorsa in un locale gay fiorentino". A rendere noto l'episodio e' l'Arcigay Firenze "Il Giglio Rosa", in contatto diretto con il ragazzo e la famiglia. "Siamo vicinissimi al ragazzo e alla sua famiglia, e siamo scossi dal fatto che anche la citta' di Firenze sia protagonista di un episodio di inaudita violenza ai danni di una persona omosessuale, proprio a poche ore dalla grossa mobilitazione contro la violenza omofobica che aveva visto una straordinaria partecipazione della cittadinanza. Il ragazzo - prosegue l'associazione - era stato avvicinato e minacciato da due uomini nel corso della serata di mercoledi' all'interno di un locale gay del centro. I due erano stati allontanati dai gestori. Intorno alle 3 del mattino, il giovane sarebbe uscito dal locale e si sarebbe diretto a piedi verso Piazza Salvemini, dove i due uomini, di circa 35 e 40 anni, lo avrebbero aspettato e gli si sarebbero scagliati contro a mani nude. Il ventiseienne e' stato trovato in un bagno di sangue da alcuni amici e accompagnato a casa in auto intorno alle 5". Ieri mattina il ragazzo e' stato portato al Pronto Soccorso e successivamente ricoverato d'urgenza. Gli sono state diagnosticate, oltre che contusioni e tumefazioni, molteplici fratture: agli zigomi, alla mandibola e al naso. "Questo pomeriggio - fa sapere Il Giglio Rosa - sara' operato. Al momento il giovane gay e' ancora sotto choc. Chiediamo pero' la collaborazione di tutte e tutti affinche' possano essere individuati dagli inquirenti i due aggressori. Nel frattempo, oltre a fornire alla famiglia un primo aiuto psicologico, abbiamo dato mandato ai legali della nostra associazione, avvocati Alessandro Traversi e Paola Pasquinuzzi, di raccogliere la denuncia del ragazzo. Invitiamo autorita' e istituzioni a non considerarlo come un episodio isolato e chiediamo agli inquirenti di indagare accuratamente affinche' gli aggressori possano essere identificati e fermati quanto prima. Chiediamo a tutta la comunita' lgbt di non avere paura, ma soprattutto di rimanere compatta e continuare con coraggio e determinazione il percorso di sensibilizzazione e isolamento delle frange violente in citta'. Valuteremo assieme alle altre sigle e associazioni fiorentine e nazionali quale risposta dare all'ennesimo episodio di violenza ai danni della comunita' lgbt che coinvolge il nostro paese.


fonte Agi

10 settembre 2009

Roma, sgomberata altra occupazione abitativa

A Roma, non si ferma la politica dell'intolleranza contro le occupazioni a scopo abitativo, prosegue dunque l'affronto dell'emergenza casa a suon di sgomberi da parte del sindaco Alemanno. A poco più di una settimana dallo sgombero dell'occupazione del Regina Elena, che ha interessato 360 persone tra cui tantissimi bambini, è arrivata questa mattina, per manu militari, "il ritorno al nulla" per l'occupazione abitativa dello Spazio Area Ingovernabile, già sede dell'ex Ente nazionale cellulosa e carta, recuperato dall'abbandono e dal degrado con l'occupazione di più di 400 persone lo scorso anno, quando italiani e migranti si presero lo spazio per trovare (autonomamente) una soluzione alla mancanza di un tetto sotto il quale vivere. Tutte vittime della situazione immonda in cui versa Roma per ciò che riguarda la casa, speculazione e affitti proibitivi: molte famiglie arrivavano da sfratti, tante altre un tetto non se l'erano mai riusciti a permettere. Problema che oggi si ripresenta per tutt*.La struttura è stata sgomberata con un larghissimo dispiegamento di forze dell'ordine, mentre gli ex-occupanti hanno risposto all'azione repressiva effettuando un blocco lungo via Salaria, una delle arterie principali della capitale. Continua la guerra alle occupazioni annunciata dopo lo sgombero del Regina Elena da parte del prefetto Pecoraro.Prende quindi ancora più rilievo il corteo che è stato lanciato per venerdi 11 settembre a Roma, con partenza da piazza Esquilino, contro sgomberi e sfratti, lanciato con lo slogan "Roma non si chiude". Venerdi sarà una giornata importante, alla luce delle iniziative di Torino e Roma (nel capoluogo piemontese lo sgombero dell'occupazione di corso Peschiera), che vedranno tanti migranti protagonisti, perchè in entrambe le città la maggior parte dei migranti occupanti sono richiedenti asilo che fin dal loro arrivo in Italia hanno trovato il silenzio, il muro omertoso della politica e delle istituzioni, decidendo quindi di far da sè!


fonte InfoAut

Rivolta nel Cie di Lamezia

Ancora un’evasione da un Centro di identificazione ed espulsione italiano. Ieri sera sei reclusi sono riusciti a scappare dal Cie di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro. Pare si tratti di cinque marocchini e un tunisino. I sei sono riusciti a scavalcare l’alta rete di recinzione esterna del Centro. Gli agenti in servizio di vigilanza, per evitare che anche altri potessero seguirli, hanno lanciato alcuni lacrimogeni. L’evasione è avvenuta nel corso di una rivolta: i sei hanno approfittato per evadere. Sul posto sono poi intervenute diverse pattuglie di polizia e carabinieri che poco dopo hanno bloccato tre dei sei fuggitivi mentre cercavano di allontanarsi nelle campagne del lametino. Degli altri tre, invece, non si hanno notizie. Uno di loro era già riuscito a fuggire dal centro in un’altra occasione.
Risulta che anche ad agosto scorso c’erano state delle rivolte al Cie di Lamezia, in congtemporanea a quelle scoppiate nei centri di Milano e Torino. Il centro di detenzione per migranti di Lamezia Terme ha una storia emblematica. Per di più, quel Centro ha una storia strana, e la cooperativa sociale che lo gestisce ha un nome beffardo: «Malgrado tutto». Nata per creare una comunità di recupero per tossicodipendenti e diventata guardiana di un centro di permanenza temporanea, la storia della cooperativa di Lamezia Terme, città in provincia di Catanzaro la cui amministrazione comunale amministrata a fatica dal sindaco Gianni Speranza [Sinistra e libertà], che è stato eletto nonostante i partiti che lo sostengono non abbiano la maggioranza in consiglio comunale, dopo che l’amministrazione precedente di centrodestra era stata mandata a casa per infilitrazioni mafiose.La storia del Cie di Lamezia è uno spaccato della storia delle «emergenze» nel nostro paese.Tutto inizia nel dicembre del 1997. Sulle coste ioniche calabresi sbarcano centinaia di kurdi in fuga dall’esercito turco, e la risposta della società civile e delle istituzioni locali è semplice è straordinaria. Ai kurdi vengono aperte le porte delle case lasciate vuote dagli emigranti. Il centro storico del paese di Badolato, abbandonato da decenni, si riempie di nuovo. Ma in quei giorni accade anche altro. Raffaello Conte, presidente del centro di recupero per tossicodipendenti «Malgrado tutto», intuisce le nuove possibilità, avvia un rapporto con la Protezione civile e trasforma la «comunità di recupero» in «centro di prima accoglienza». Il passo verso il vero e proprio Centro di detenzione è breve. La convenzione arriva nel 1999. È bastato allungare le sbarre fino a sei metri di altezza e far presidiare il posto dalle forze dell’ordine ventiquattro ore su ventiquattro. Si raddoppia il giro d’affari: con un centro di accoglienza si incassavano meno di 20 euro al giorno a persona «ospitata», per la gestione del Cpt, una retta giornaliera pro capite di 46 euro. L’importo medio annuo che lo stato versava fino a qualche anno fa nelle casse di «Malgrado tutto»è di oltre un milione e 250 mila euro. Poi, sempre nel 1999, un’altra “emergenza umanitaria”, che prenderà il nome di «Missione Arcobaleno», riempie i giornali. Raffaello e i suoi si mobilitano di nuovo per organizzare l’accoglienza dei profughi kosovari nell’ex base Nato di Comiso, in Sicilia. Dopo poco più di un anno, il benefattore fu arrestato per «distrazioni di materiale di vario genere» proprio nei giorni dell’accoglimento dei profughi kosovari, insieme al responsabile dei magazzini e al titolare di una ditta di autotrasporti comisano. Fra i reati ipotizzati: falso, sottrazione di documenti, truffa e ricettazione.Nonostante questo, il Cpt cambia nome in Cie resta aperto fino a oggi e grazie alle norme approvate dalla destra nel pacchetto sicurezza può limitare la libertà dei migranti fino a 18 mesi. La struttura si trova, isolata, su una collina, circondata dagli ulivi. Un complesso a due piani con un cortile interno per le attività ricreative. Al pianterreno si trovano i servizi, al primo piano le stanze e una piccola moschea. L¹intera area è recintata, l’accesso è controllato da un passo carrabile con sbarra e un gabbiotto di controllo. Più giù, una palazzina ospita gli agenti addetti alla sorveglianza. Sei poliziotti e sei carabinieri si alternano in turni di sei ore. La presenza media di «ospiti», migranti senza status giuridico, nemmeno quello di detenuti, è di circa 75 persone.Formalmente, la sorveglianza è solamente esterna, ma la cosa è controversa: le forze dell’ordine non potrebbero entrare all’interno delle gabbie e dentro le stanze degli «ospiti». Tutto lascia pensare che nei momenti di particolare tensione, per altro numerosi viste le condizioni di vita, questo invece avvenga. Basti pensare che nella gran parte delle stanze la porta è sostituita da una coperta, perché le porte vengono periodicamente divelte. Tutte circostanze che erano state già denunciate anche dalla commissione ispettiva sui Cpt istituita da Giuliano Amato nel 2006 e diretta dal segretario Onu Staffen De Mistura.


Giuliano Santoro - clandestino.carta.org

9 settembre 2009

Le nuove prospettive del caso Carlo Giuliani

La lunghissima sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo pronunciata a seguito del ricorso di Haidi e Giuliano Giuliani contro il governo italiano per la morte del figlio Carlo quel fatale 20 luglio 2001 durante il G8 genovese merita qualche considerazione più approfondita. Non ci se la può cavare con il giudizio "politico" per cui un altro giudice ha inteso mettere una pietra sopra quell'omicidio. Si potrebbe concludere che a Strasburgo non c'è un giudice e la Cedu si è mossa nella stessa linea del giudice genovese che archiviò invocando per Placanica la legittima difesa e l'uso legittimo delle armi solo se si parte dal presupposto che i genitori di Carlo ed il loro tenace difensore avessero messo al primo posto delle loro richieste il riconoscimento della colpa di Placanica. Il che non è e, del resto, non avrebbe potuto essere. La Cedu non è mai chiamata a decidere sulla colpevolezza di un soggetto, ma se in questo o quel caso il processo si è svolto con tutte le dovute garanzie e se l'indagine che precede il processo è stata carente o lacunosa. Il ricorso Giuliani proprio questo lamentava: che l'indagine sull'omicidio di Carlo era stata svolta male, affrettatamente e con troppi punti oscuri. Sarebbe occorso, invece, un pubblico dibattimento. Proprio su questo punto la complessa sentenza da ragione ai Giuliani.Fin dall'inizio dell'indagine (mancato tempestivo avviso ai congiunti dell'autopsia da effettuarsi e quindi impossibilità per loro di nominare periti; nulla osta alla cremazione della salma di Carlo a meno di 72 ore dall'evento), e poi nei risultati sommari e tutt'altro che convincenti degli accertamenti tecnici; continuando nella mancata indagine sulle modalità con cui si intese tutelare l'ordine pubblico in quei giorni a Genova e quindi sul non avere indagato se vi fossero state responsabilità nel mandare un inesperto psicolabile come Placanica con una pistola armata di pallottole letali e via continuando; tutti questi elementi fanno ritenere che non è stata condotta un'indagine seria, approfondita ed esaustiva.Ciascuno di questi elementi citati va a colpire dati che in tutti questi anni sono stati da molte parti censurati, anche nelle aule giudiziarie; ma che di fronte ai giudici genovesi hanno sempre trovato poco ascolto. Eccetto la contraddittorietà degli ordini e la gestione complessiva dell'ordine pubblico quel venerdì 20 luglio, specie in via Tolemaide e dintorni, che già avevano trovato un riconoscimento significativo all'interno della, peraltro durissima, sentenza di primo grado contro i manifestanti. Ora tutto ciò trova una sanzione ulteriore a livello internazionale. Non è poco.Ma la sentenza di Strasburgo pone anche questioni non da poco sulla dinamica stessa dell'omicidio, pur attestandosi poi sulla legittima difesa. Come si è potuto non indagare sul frammento di metallo rilevato nel cranio di Carlo? Come mai fu ferito con un sasso quando era già agonizzante? Come mai il defender su cui era Placanica non aveva reti di protezione ai finestrini e quindi un asse poté entrare all'interno e così impaurire il carabiniere fino a provocarne la sproporzionata reazione? Come mai Placanica, al pari degli altri operativi, fu dotato di proiettili letali invece che di proiettili di gomma antisommossa, come prescrivono le norme internazionali in questa materia e in casi come questi? I giudici di Strasburgo si sono spinti ben oltre le facili spiagge su cui si era attestata la magistratura genovese. «Deplorevole» per alcuni aspetti, l'operato della Procura, «troppe questioni cruciali sono state lasciate senza risposta», per concludere che «le autorità non hanno condotto un'adeguata indagine sulle circostanze del decesso di Giuliani». Non lo si era mai letto in una sentenza italiana, e la censura non riguarda solo la magistratura ma anche investigatori e politici.Non è un caso che i giudizi politici di parte governativa (Gasparri) si sono affrettati a dire che ora la partita è veramente chiusa. Al contrario, oggi la partita si riapre. Può essere che Placanica si senta rafforzato nell'esimente della legittima difesa. Ma vi sono responsabilità ben maggiori in capo a chi operò perché quel momento si verificasse con quelle caratteristiche.La sentenza Cedu, quindi, non solo apre alla possibilità che i genitori di Carlo agiscano in sede civile per un risarcimento adeguato, sempre ammesso che esista un possibile risarcimento per la barbara uccisione da parte dello Stato di un figlio ventenne. Ma potrebbe riaprire anche le porte dell'indagine penale, magari non necessariamente o solo contro Placanica, ma contro chi in quei drammatici giorni pose i presupposti perché la sua mano sparasse contro Carlo. Per non dire di una possibile commissione parlamentare d'inchiesta, tante volte invocata (da pochi) e sempre rigettata (da molti), che ora troverebbe una sua ulteriore legittimità proprio nella pronuncia dell'alta Corte internazionale.


Ezio Menzione da il manifesto

8 settembre 2009

Torino: Ultras, protesta in centro contro la tessera del tifoso.

Alcune centinaia di ultrà stanno protestando, davanti al Comune di Torino, contro la tessera del tifoso. Lo spunto è la presentazione dell'iniziativa, da parte del presidente della Federcalcio Giancarlo Abete, in una conferenza stampa con la presenza del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino e dei presidenti di Juventus e Torino Cobolli Gigli e Cairo. "No alla tessera del tifoso" è lo striscione che è stato messo su alcune transenne sistemate dalle forze dell'ordine davanti al Municipio per impedire che i tifosi possano fare ingresso nel palazzo comunale. La zona è presidiata da un imponente servizio d'ordine di polizia e carabinieri che tengono i tifosi nell'area del monumento al Conte verde. Alla protesta degli ultrà granata si è aggiunto un centinaio di sostenitori della Juventus, dei gruppi 'Tradizione' e 'Bravi ragazzi', giunti in corteo in piazza Palazzo. E' stato lanciato qualche fumogeno, ma non si sono finora verificati incidenti. Le forze dell'ordine tengono a debita distanza gli ultrà di Torino e Juventus.I tifosi, dopo aver attraversato le strade del centro, hanno raggiunto in corteo l'hotel Principi di Piemonte, sede del ritiro della Nazionale. Gli ultras hanno scandito slogan contro la tessera del tifoso e contro le misure di polizia come i Daspo. Fronteggiati da una decina di agenti, in divisa antisommossa, i tifosi si sono poi allontanati percorrendo via Roma e bloccando il traffico in centro.


Bologna: Ancora repressione contro gli studenti dell'Onda

L'anno trascorso è stato caratterizzato da due elementi con i quali l'imminente autunno si confronterà nuovamente: la crisi globale ed i movimenti che ad essa si oppongono. Bologna è stata attraversata per mesi da un'ondata di conflitto sociale che aveva come protagonista il mondo della formazione, migliaia e migliaia si student*, precar* e insegnanti. Un'ondata di aria pura che parlava di saperi liberati dalla mercificazione, di diritti, welfare e accesso al reddito per tutt*, contro le ossessioni securitarie, i tagli alla cultura, la precarietà. Di fronte a queste istanze, la ministra Gelmini e il governo Berlusconi hanno saputo rispondere solo tramite le questure, con centinaia di denunce e gli arresti di Luglio nel corso dell'operazione Rewind. Ma non sono riusciti afermare l'Onda, non sono riusciti a bloccare la voglia di lottare per una vita migliore. Nonostante non sia ancora incominciato il nuovo anno accademico, ci viene nuovamente mandato un messaggio chiaro: l'unica risposta che avremo sarà nuovamente repressiva. Infatti in questi giorni sono state recapitate decine di denunce ad attivist* dell'Onda culminate con una grave provocazione: è stato emesso un foglio di via da Bologna per uno studente di 21 anni, contestandogli l'aver tracciato una scritta di solidarietà nei confronti degli studenti arrestati a Luglio. La sproporzione e la gravità del fatto risultano lampanti. E' allucinante ricorrere a questi provvedimenti acquisiti direttamente dalla giurisprudenza del Ventennio nei confronti di un attivista che si è sempre messo in gioco pubblicamente nelle assemblee e nelle piazze. Siamo ormai stufi di ripeterlo, ma non è così che ci fermeranno..Stiamo tornando, più forti e determinati che mai..


Onda Anomala Bologna
fonte: zic.it

7 settembre 2009

Testimonianze: Carcere Oristano, Blate,topi e verdura marcia

I detenuti del carcere di oristano, impossibilitati a dialogare con la direzione, in quanto tutte le nostre forme di protesta pacifiche si sono rilevate inutili. Tutte le petizioni in cui si elencavano i numerosi problemi sono state brutalmente cestinate e chi si è reso portavoce e promotore di petizioni sono stati intimoriti e ricattati.Infatti lo scrivano di turno Dario, ammonito a non prestarsi a far circolare le istanze in cui si reclamavano i nostri diritti:

N°1 Ad oggi, nel carcere di Oristano, si trovano 114 detenuti, in una sistuazione di vita da terzo mondo. Siamo stippati come sardine, in una cella da 4 ci troviamo in 7 persone, circa 1 m quadro a testa, con tre brande che sfiorano il soffitto.Il bagno, non ci sono parole per descriverlo in che condizione versa.

N°2 Per lo più si rischia di morire asfissiati!Le celle sono munite di bocche di lupo, già da anni fuori legge, e se non bastasse questo, abbiamo giorno e notte il blindo chiuso a braccetto, con temperatura di 40° celsius. Il ricircolo d’aria non avviene a sufficenza e si rischia prorio di svenire.

N°3 La ditta appaltatrice per le forniture della spesa per i detenuti, ci deve aver scambiato per vecchi cassonetti della spazzatura, in quanto tutta la frutta e la verdura che ci viene rifilata e di pessiama qualità.

N°4 Ad oggi non è ancora stata fatta la disinfestazione, infatti l’istitituto è invaso da topi, blasse giganti che circolano liberamente nelle celle.

N°5 Gli scopini dei piani vengono pagati per 1 ora sola, e in quell’ora vengono puliti solo gli uffici della direzione.

N°6 La sala colloqui non è a norma di legge, spuntano chiodi dai banchi che spesso provocano lesioni a gli abiti e alla pelle dei detenuti e dei visitatori e per lo più è lercia.

N°7 Oggi per rippicca siamo stati minacciati dall’ispettore per la protesta di martedì 26 Agosto 2009,che consisteva nella battitura delle sbarre.Di fatti, questo pomeriggio, due detenuti: Corroda Giovanni e Maurizio leone, sono stati trasferiti d’urgenza, senza permettergli di prendere i loro indunmenti personali, ritenendoli ingiustamente promotori.vi preghiamo alla gentilissima Redazione di pubblicare questa nostra lettera di protesta


I DETENUTI DEL CARCERE DI ORISTANO

Milano: Provvedimenti repressivi agli operai dell'Innse

Stanno arrivando a diversi sostenitori della nostra lotta dei provvedimenti con multe da 2500 a 10.000 euro per il blocco della tangenziale avvenuto il giorno 2 agosto, il giorno in cui l'INNSE era presidiata da più di 300 poliziotti e Genta aveva iniziato a smontare il macchinario. Lo riteniamo un colpo basso contro una mobilitazione che, sostenendo l'iniziativa diretta degli operai, ha portato al risultato che tutti conosciamo.Come insieme abbiamo resistito allo smantellamento della fabbrica, assieme reagiremo a questa azione intimidatoria. Al presidio stiamo raccogliendo tutti i provvedimenti, fateli pervenire immediatamente. Stiamo preparando una grande assemblea pubblica per decidere le iniziative di risposta.




Gli operai della INNSE

6 settembre 2009

Tolleranza zero: errori e orrori del "Pacchetto Sicurezza"

La legge 94, del 15 luglio 2009, è un capolavoro di xenofobia e incongruenze. È sciatta e farraginosa, formata da soli 3 articoli suddivisi in una miriadi di commi e subarticolazioni. È dispendiosa, costerà tagli per 166 milioni. È piena di assurdità, scrivere sui muri diventa più grave del falso in bilancio. Considerando i prevedibili effetti della legge n.94 in chiave di carcerizzazione e di internamenti nei centri d'identificazione.


Sia da un punto di vista formale, sia da un punto di vista dei contenuti, l'ennesimo «pacchetto sicurezza» (legge 15 luglio 2009, n.94) sconta in maniera preoccupante per le ragioni di uno stato di diritto, il suo essere opera di una convulsa attività legislativa di tipo emergenziale, espressiva più di emozioni, poco accreditabili sul piano della stessa civiltà, che non di una razionale politica criminale.Sotto il profilo formale, la tecnica di redazione è connotata da farragine e sciatteria: siamo lontanissimi dall'esigenza di chiarezza che, secondo la fondamentale lezione illuministica sulla legalità, deve contrassegnare, nello stato di diritto, la normativa penale: essa pretende, di regola, per le violazioni alle sue disposizioni anche il sacrificio della libertà individuale. Ed invece, nel pacchetto sicurezza farragine e sciatteria sono la regola: si consideri solo che la legge 94/09 è formata da tre soli articoli - privi di rubrica, cioè di un titolo illustrativo dei contenuti - che risultano suddivisi, rispettivamente, il primo in trentadue commi, il secondo in trenta commi ed il terzo in ben sessantasei commi; inoltre, la gran parte delle norme contiene ulteriori subarticolazioni, con defatiganti rinvii, anche plurimi, ad altre norme, e con frequenti interpolazioni di queste ultime. In queste disposizioni risultano allineate in modo confuso o, addirittura, intrecciate ipotesi di reato, circostanze aggravanti, cause di maggiore o minore punibilità e tutta una gamma variegata di norme non penali che, tuttavia, finiscono con l'incidere drammaticamente sui diritti fondamentali delle persone, come le norme in tema di centri di identificazione ed espulsione.Se c'è una lettura difficile anche per un penalista esperto - figuriamoci per il semplice consociato, il destinatario delle norme - è certo quella di questi tre articoli: impegna realmente per ore!


Furia cieca

Dal punto di vista dei contenuti, la caratteristica del complesso malassortito delle tante disposizioni è data dal loro essere espressione di bisogni, spessissimo indotti, di rassicurazione dell'opinione pubblica, soprattutto in rapporto ad immigrazione ed ordre dans la rue, con un occhio alla mafia ed entrambi gli occhi serrati rispetto alla criminalità del ceto politico-amministrativo, imprenditoriale e finanziario.I rimedi adottati sono riassumibili nello slogan: più repressione, più carcere, più controllo, di polizia e non. Sulla scia di precedenti, improvvidi provvedimenti normativi si mette in scena una coazione a ripetere repressiva, che, connotata da inquietante populismo, criminalizza e rinchiude gli outsiders, oppure li scheda (registro nazionale dei vagabondi, art.3 co.39) e li vessa in vario modo (vedi la tassa da 80 a 200 euro sul permesso di soggiorno, oppure il sistema a punti, con perdita del permesso per lo straniero che non raggiunge certi «obiettivi» previsti dall'«accordo di integrazione», art.1 co.25), per assecondare senza scrupoli le pulsioni xenofobe di una minoranza tanto rumorosa quanto incivile. Si arriva così allo stato di polizia: controllo ossessivo - anche attraverso sorveglianti «parapoliziali», le ronde -, marchi sui vagabondi e campi di internamento.


Una legge costosa

Considerando i prevedibili effetti della legge n.94 in chiave di carcerizzazione e di internamenti nei centri d'identificazione ed espulsione (Cie), appare manifesto che il governo ed il legislatore si comportano in modo ciecamente repressivo ed irresponsabile, dato l'insostenibile sovraffollamento carcerario; e tutto ciò avviene deliberatamente e platealmente a spese di ben più efficaci ed auspicabili interventi in chiave di sviluppo economico-sociale, anche all'estero, dal momento che, come illustra la tabella 1 allegata alla legge, per costruire nuovi Cie si stabiliscono tagli ai fondi ministeriali che gravano soprattutto sul ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, per quasi 90 milioni di euro in tre anni (!), e poi sul ministero degli affari esteri, per circa 49 milioni, e su quello dell'economia e delle finanze, per più di 14 milioni, su un totale di tagli di 166 milioni.


Monumento all'inefficacia

Guardando ai singoli contenuti, in materia di immigrazione si staglia il nuovo reato di soggiorno illegale, un vero e proprio monumento di inefficacia, al di là di ogni altra dolorosa considerazione. Nessun extracomunitario illegale potrà mai pagare la prevista ammenda da 5000 a 10000 euro - per la quale viene arbitrariamente esclusa l'applicabilità della comune disciplina dell'oblazione -; né si capisce a cos'altro serva mai questa figura di reato, dal momento che l'autore denunciato può essere immediatamente espulso o internato nel Cie, il che poteva già avvenire in via amministrativa secondo la disciplina vigente. Dal punto di vista funzionale era sostanzialmente equivalente il reato di inottemperanza all'ordine del questore di lasciare il territorio dello Stato - sanzionato, a seconda dei casi, con la reclusione da un anno a quattro o a cinque anni (o da sei mesi ad un anno in caso di permesso scaduto) - che viene «ritoccato» rispetto alla disciplina risultante dal pacchetto sicurezza dell'anno scorso (d.l. n.92, conv. in l.n.125/08). E come il reato di inottemperanza, anche la nuova fattispecie si presenta priva di legittimazione in uno stato di diritto conforme ai principi costituzionali del sistema penale. Infatti, si può legittimamente punire una persona solo se abbia leso o messo in pericolo un bene giuridico, in altri termini un tangibile interesse o diritto di una o più persone; non si può sanzionare penalmente taluno per la mera disobbedienza ai comandi dell'autorità (nullum crimen sine iniuria). Ora, l'extracomunitario senza permesso di soggiorno, o che non si allontana, con ciò solo non fa male proprio a nessuno; ritenere che solo per il fatto di essere sans papier sia pericoloso è espressione di pura xenofobia.Ma ciò, evidentemente, non importa ai pretesi fautori del pragmatismo efficientista e della tolleranza zero, come non importa loro che l'unico vero effetto della nuova disciplina possa essere quello di far scoppiare i Cie, in attesa che si realizzino quelli nuovi, moltiplicando così i campi di internamento disseminati nel territorio nazionale. Va considerato infatti che, in ultima analisi, il reato di ingresso illegale ha come vera sanzione l'internamento nel Cie, ossia, al di là delle etichette, una pena detentiva fino a sei mesi. In questo contesto si segnalano anche altre gravi discriminazioni e stranezze, come l'aumento da sei mesi ad un anno dell'arresto previsto (oltre all'ammenda) per lo straniero che rifiuta di esibire i documenti, art.1 co.22 lettera h, mentre il cittadino che realizza un fatto analogo è punibile solo con l'arresto fino ad un mese (e un'ammenda dieci volte inferiore), art.651 c.p.; o le modifiche alla norma incriminatrice del dare alloggio o cedere anche in locazione un immobile ad uno straniero originariamente o successivamente divenuto irregolare, laddove è prevista la reclusione da sei mesi a tre anni, a fronte dell'ammenda prevista per lo straniero irregolare. Una incongruenza veramente singolare.Ma forse è nell'art.3 e negli altri contenuti «stravaganti» del pacchetto sicurezza che più traspare la sua natura emergenziale; nuove incriminazioni e soprattutto aumenti di pena del tutto superflui assecondano in ordine sparso, al di fuori di una visione sistematica coerente, le ansie repressive spesso indotte dai mass-media. Qualche esempio: innanzitutto, il restyling del reato di oltraggio, un omaggio allo strisciante neofascismo, oggi tanto in voga. Si pensi inoltre alla gran messe di aggravanti introdotte con la legge n.94: è giusto contrastare fatti di bullismo ed in genere fatti contro la persona in danno di minori, ma allo scopo non serve, ed anzi è miopemente arbitrario, prevedere un'aggravante se il fatto è commesso «all'interno o nelle adiacenze di istituti di istruzione o di formazione», art.3 co.20: perché, in discoteca è meno grave o meno pericoloso? E per strada? Considerazioni analoghe potrebbero svolgersi per le nuove aggravanti del furto e della rapina, di cui all'art.3 co.26-27, consistenti, rispettivamente, nella commissione «all'interno di mezzi di pubblico trasporto» - non è aggravata, però, la rapina appena scesi alla fermata in periferia... - oppure al momento in cui la vittima preleva denaro o l'ha «appena» prelevato: una sorta di istigazione indiretta a seguire la vittima, per rapinarla dopo, lontano dalle guardie e dalle telecamere... Non parliamo poi dell'aggravante - da un terzo alla metà della pena - prevista per la guida in stato di ebbrezza o stupefazione se commessi dalle 22 alle 7; sinceramente credevamo fosse più grave e/o pericoloso guidare ubriachi in pieno giorno, quando e dove c'è più gente in giro.


Il decoro urbano soprattutto

Per finire, si diceva che questo pacchetto sicurezza riduce la sicurezza ad ordre dans la rue; in effetti, il decoro urbano, o la sua fruibilità dalle persone «perbene», sembra ormai essere più importante non solo delle libertà di circolazione e soggiorno degli altri, ma anche della stessa libertà personale. Viene introdotta la pena della reclusione, in alternativa alla multa, per chi imbratta (senza danneggiarli) immobili o mezzi di trasporto. Nei casi di recidiva anche semplice, la pena massima è raddoppiata a due anni di reclusione: più grave del falso in bilancio.Su tutto questo ed altro ancora, vigileranno le famigerate ronde. Tra tanti rischi di abusi in chiave squadrista, di conflitti con altri gruppi e con le forze dell'ordine, e così via, forse il rischio maggiore consiste nel fatto che la sorveglianza di strada dei «cittadini perbene» possa perpetuare una visione «a senso unico» della sicurezza, orientata ad una certa criminalità o mera illegalità di strada. E così, magari, l'imprenditore che picchia l'operaio rumeno in azienda non viene segnalato, ma potrebbe esserlo l'operaio che, appena uscito in strada, gli imbratta l'auto; così come sarà facile prevedere la segnalazione per il giovane ubriaco che di notte fa troppo chiasso nella movida o in qualche periferia che non quella dei poliziotti che, giunti sul posto, come pure avviene, perdano la testa e lo picchino a sangue.



Sergio Moccia per Il Manifesto

fonte: infoaut

4 settembre 2009

Tessera del tifoso - solo uno strumento repressivo e liberticida, inutile al fine della sicurezza.

La tessera del tifoso è un altro tassello del disegno repressivo e liberticida attuato negli ultimi anni a danno dei tifosi e dello sport intero. Non ci meraviglia l'insistenza del Ministro Maroni di accelerare la messa a regime di un tale strumento, poichè risponde pienamente alla logica della Lega e del Governo di controllare ogni settore sociale attraverso meccanismi rigidi e spesso anticostituzionali. Ed anticostituzionale è la stessa tessera, che non sarebbe concessa a coloro che in passato hanno subito e scontato la diffida del Daspo. Cioè, si può vietare l'ingresso in una struttura pubblica, come lo sono gli stadi italiani, a qualcuno solo perché sospettato di essere potenzialmente pericoloso. Insomma, una misura punitiva per tutta la vita. Così come il divieto degli striscioni, anche questa decisione fa parte della forzata trasformazione del calcio da gioco a luogo di business accessibile solo a pochi e selezionati consumatori. Se poi gli spettatori saranno sempre meno può solo far piacere alle Tv a pagamento, tra cui Mediaset e Sky, che vedranno moltiplicarsi gli abbonati come avvenuto negli ultimi anni. Chiediamo al Governo di riflettere sulle conseguenze negative che la tessera porterebbe, soprattutto dal punto di vista degli incidenti che si sposterebbero solo fuori gli stadi, e di iniziare ad aprire un dialogo serio con le tifoserie per avviare progetti educativi nelle scuole e nelle strutture sportive frequentate dai giovani.


Osservatorio sulla Repressione

Lettera aperta per la libertà di movimento

Quello che sta avvenendo nell'ultimo periodo è degno di nota e di riflessione se ancora si hanno a cuore gli spazi di democrazia reale e di agibilità politica in questa piccola parte di mondo. Ancor di più dovrebbe interessare chiunque voglia ancora opporsi ed alzare la testa di fronte alla dilagante e sistematica svolta autoritaria intrapresa dal nostro paese negli ultimi anni.
Scriviamo dalla condizione imposta della custodia cautelare che ha colpito noi dopo gli arresti e le carcerazioni durante le contestazione del G8 della crisi tenutosi in Italia nello scorso luglio e che ancora ci obbliga alla firma quotidiana. Un G8 2009 di repressione preventiva, gogna mediatica e carcere duro che ha colpito tutti coloro che vi si sono opposti con diverse pratiche e molteplici percorsi e che hanno animato i movimenti sociali contro la crisi che il senato globale neoliberista ha provocato e determinato nei primi scorci del nuovo millennio.
Quello che abbiamo assaggiato a luglio è ciò che si prepara per i movimenti sociali nel prossimo autunno.
Un trattamento particolare già avviato da tempo dentro quel generale laboratorio repressivo che i poteri dello Stato e dei centri di comando hanno inteso attuare all'interno di una profonda svolta autoritaria, cresciuta culturalmente e sedimentata, particolarmente in Italia, all'ombra della crisi economica che da qualche anno in forma epocale travolge e ri-significa lo spazio politico ed il tempo economico.
All'interno della dimensione globale e post/statuale si va costituendo ovviamente anche in Italia la forma dell'eccezionalità sulla norma, nel senso specifico della sospensione dell'ordinamento che la sorregge, trasformando in prassi consolidata la gestione autoritaria della crisi economica e sociale.
Nella crisi economica a cui corrisponde la crisi della politica e della sua rappresentanza formale, prende forma la crisi della cittadinanza e dei suoi fondamentali diritti.
La penalizzazione delle lotte sociali, dell'agibilità politica dei movimenti indipendenti, il bavaglio mediatico imposto alle opposizioni, il controllo poliziesco sugli attivisti, significano molto di più e rappresentano un tratto ancor più inquietante se considerati all'interno nel contesto politico e sociale più generale nel quale si ascrivono.
Dalle manifestazioni contro il Global Forum di Napoli nel 2001, tanto per prendere una data significativa nella storia recente delle lotte contro la globalizzazione neoliberista, la repressione sta colpendo ampi settori sociali, dai lavoratori in sciopero con migliaia di precettazioni, dalle cariche della polizia sui blocchi stradali di cassaintegrati e disoccupati agli sgomberi e agli sfratti delle case (e giù botte agli occupanti alle loro manifestazioni, distribuendo obblighi di firma, come fossero caramelle).
E ancora, dal sovraffollamento delle carceri, di cui la stragrande maggioranza della popolazione è ancora in attesa di giudizio all'applicazione infame del pacchetto sicurezza e delle leggi razziste che con gli illegali e famigerati CIE, contribuisce a rendere nauseabondo il clima che questo governo ci vuole far respirare. E poi la repressione sugli studenti, sui comitati territoriali contro le grandi opere e le speculazioni, sugli ultras, assunti già da diversi anni come cavie sociali nel grande laboratorio della repressione. Insomma, alle carcerazioni preventive per il G8 dell'università a Torino, Napoli e Padova e per quelle attuate a Roma nel giorno dell'accoglienza ai grandi della terra, si arriva solo dopo una lunga ed interminabile trafila di episodi e storie di quotidiana repressione ed intimidazione del dissenso e dell'opposizione sociale che si stanno succedendo costantemente e che con la riforma del processo penale ipotizzato dal governo si moltiplicheranno a dismisura.
Urge quindi una presa di parola. Urgono spazi di confronto e di discussione.
Oltre l'indignazione è necessaria l'attivazione, il protagonismo sociale, l'iniziativa politica. È necessario aprire una vasta ed ampia campagna informativa che quantifichi la dimensione del processo autoritario in corso e ne denunci le condizioni, i metodi e le responsabilità politiche.
È altrettanto necessaria una campagna comunicativa, una manifestazione dislocata e nazionale che dia voce alla libertà di opporsi e di resistere, alla libertà di vivere e di non sopravvivere, al diritto naturale e profondamente radicato nell'uomo di pensare liberamente e di lottare per la condivisione dei beni comuni. Infine è necessario che i movimenti a partire dalle realtà più giovani siano capaci di ristabilire le giuste connessioni per non subire passivamente la difficile stagione che attende tutti scandita dal dividi et impera. In sostanza ed oltre gli slogan, è necessario e vitale difendere e rilanciare per tutte e tutti, la libertà di movimento.



Rafael Di Maio tra gli arrestati a Roma durante il G8 del Luglio_2009

3 settembre 2009

Fortezza Europa: 14.797 morti e 6.417 migranti dispersi

Morire di frontiera. Accade da vent'anni lungo i confini dell'Europa. Sono soprattutto naufragi, ma non mancano incidenti stradali, morti di stenti nel deserto come tra le nevi dei valichi montuosi, piuttosto che uccisi da un'esplosione negli ultimi campi minati in Grecia, dagli spari dell'esercito turco o dalle violenze della polizia in Libia. Fortress Europe è una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera: 14.797 morti documentate, tra cui si contano 6.417 dispersi.
Nel Mar Mediterraneo e nell'Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 10.816 persone. Metà delle salme (6.417) non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l'Egitto, la Tunisia, Malta e l'Italia le vittime sono 4.176, tra cui 3.056 dispersi. Altre 138 persone sono morte navigando dall'Algeria verso la Sardegna. Lungo le rotte che vanno dal Marocco, dall'Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, puntando verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, sono morte almeno 4.445 persone di cui 2.253 risultano disperse. Nell'Egeoinvece, tra la Turchia e la Grecia, ma anche dall'Egitto alla Grecia, hanno perso la vita 1.315 migranti, tra i quali si contano 823 dispersi. Infine, nel Mare Adriatico, tra l'Albania, il Montenegro e l'Italia, negli anni passati sono morte 603 persone, delle quali 220 sono disperse. Inoltre, almeno 624 migranti sono annegati sulle rotte per l'isola francese di Mayotte, nell'oceano Indiano. Il mare non si attraversa soltanto su imbarcazioni di fortuna, ma anche su traghetti e mercantili, dove spesso viaggiano molti migranti, nascosti nella stiva o in qualche container, ad esempio tra la Grecia e l'Italia. Ma anche qui le condizioni di sicurezza restano bassissime: 153 le morti accertate per soffocamento o annegamento.
Per chi viaggia da sud il Sahara è un pericoloso passaggio obbligato per arrivare al mare. Il grande deserto separa l'Africa occidentale e il Corno d'Africa dal Mediterraneo. Si attraversa sui camion e sui fuoristrada che battono le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall'altro. Qui dal 1996 sono morte almeno 1.691 persone. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, quasi ogni viaggio conta i suoi morti. Pertanto le vittime censite sulla stampa potrebbero essere solo una sottostima. Tra i morti si contano anche le vittime delle deportazioni collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri e Rabat, abituati da anni ad abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di persone in zone frontaliere in pieno deserto
In Libia si registrano gravi episodi di violenze contro i migranti. Non esistono dati sulla cronaca nera. Nel 2006 Human rights watch e Afvic hanno accusato Tripoli di arresti arbitrari e torture nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall'Italia. Nel settembre 2000 a Zawiyah, nel nord-ovest del Paese, vennero uccisi almeno 560 migranti nel corso di sommosse razziste.
Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita in seguito ad incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci 358 persone. E almeno 208 migranti sono annegati attraversando i fiumifrontalieri: la maggior parte nell'Oder-Neisse tra Polonia e Germania, nell'Evros tra Turchia e Grecia, nel Sava tra Bosnia e Croazia e nel Morava, tra Slovacchia e Repubblica Ceka. Altre 112 persone sono invece morte di freddo percorrendo a piedi i valichi della frontiera, soprattutto in Turchia e Grecia. In Grecia, al confine nord-orientale con la Turchia, nella provincia di Evros, esistono ancora i campi minati. Qui, tentando di attraversare a piedi il confine, sono rimaste uccise 92 persone.
Sotto gli spari della polizia di frontiera, sono morti ammazzati 223 migranti, di cui 37 soltanto a Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in Marocco, 50 in Gambia, 63 in Egitto - di cui 35 alla frontiera con Israele - e altri 32 lungo il confine turco con l'Iran e l'Iraq. Ma ad uccidere sono anche le procedure di espulsione in Francia, Belgio, Germania, Spagna, Svizzera e l'esternalizzazione dei controlli delle frontiere in Marocco e Libia. Infine 41 persone sono morte assiderate, viaggiando nascoste nel vano carrello di aerei diretti negli scali europei. E altre 29 hanno perso la vita tentando di raggiungere l'Inghilterra da Calais, nascosti nei camion o sotto i treni che attraversano il tunnel della Manica, oltre a 12 morti investiti dai treni in altre frontiere e 3 annegati nel Canale della Manica.


2 settembre 2009

Roma: INTOLLERABILE ENNESIMA AGGRESSIONE AI GAY

Due bombe carta, centinaia di ragazzi che fuggono urlando, un motorino a fuoco, il segno di un piccolo cratere nell'asfalto, una fioriera devastata e un ragazzo che si tiene le orecchie dal dolore: dieci minuti prima di mezzanotte, la comunità gay romana è sprofondata di nuovo in un incubo. Dopo le coltellate e le bottigliate di "Svastichella" per un bacio omosessuale, dopo le bombe incendiarie sul portoncino del locale che ospita "Muccassassina", la festa gay più famosa d'Italia, stavolta nel mirino è la Gay Street della Capitale. È una fortuna se nessuno s'è fatto male: l'unico ragazzo che era sembrato ferito al volto dalle schegge e dal rumore se l'è cavata con poco più che un grosso spavento. Secondo i rilievi dei carabinieri, a colpire sono stati due ragazzi a piedi. "Due teste rasate", raccontano i testimoni. Sono arrivati da via Ostilia, a cento metri dal Colosseo: è la prima strada che incrocia via di San Giovanni in Laterano, la Gay Street. In mano hanno i due grossi petardi, ma nessuno li nota. La strada, molto frequentata a tarda sera e non solo dalla comunità omosessuale, è animata da centinaia di ragazzi che passeggiano, bevono un drink nei dehor dei locali o chiacchierano sul marciapiedi. È un attimo: i due giovani lanciano i due petardi "in mezzo alla folla", racconta il presidente dell'Arcigay romano, Fabrizio Marrazzo, che si trovava proprio nella Gay Street. In realtà, una delle "bombe carta" colpisce una fioriera, l'altra devasta un motorino e ne rovina un altro. Il boato è enorme, nella strada lunga e stretta: è un fuggi fuggi. I due aggressori intanto scappano a piedi, favoriti dal panico. "I ragazzi volevano corrergli dietro - racconta Marrazzo - ma li ho implorati di fermarsi: cosa sarebbe successo se fossero stati armati di un coltello?". Stasera torneranno tutti nella Gay Street, alle 22, per manifestare contro il clima invivibile che sta perseguitando la comunità. "È un gesto terroristico e conferma l'emergenza omofobia", commenta il presidente di Gaynet, Franco Grillini, ex presidente dell'Arcigay. "Arriva dopo una lunga serie di atti di aggressione e conferma quanto andiamo sostenendo da tempo: è in atto una vera e propria aggressione di stampo politico verso la comunità lgbt italiana ad opera di fanatici e di gruppi neonazisti che si sentono più o meno legittimati dalla vittoria della destra alle ultime elezioni politiche". "Ieri notte si e' verificato l'ennesimo episodio di violenza a Roma. Asubirlo e' ancora una volta la comunita' gay, a cui voglio esprimerela solidarieta' e la vicinanza mia e di tutto il mio partito - ha dichiarato Paolo Ferrero segretario nazionale del PRC. Per rafforzare questo sentimento di profonda vicinanza e amicizia per tutto il movimento lgbtq e per protestare contro l'ennesimo atto di vigliaccheria e arroganza della destra neofascista, xenofoba eviolenta che alberga a piene mani, nella Capitale, e che gode purtroppo di protezioni molto in alto, fin dentro le istituzioni cittadine, sarò in piazza, questa sera, per partecipare alla fiaccolata indetta dalle principali associazioni omosessuali elesbiche italiane, Arcigay in testa. È arrivato il momento che i cittadini romani, e quelli italiani,tutti, facciano sentire la loro voce contro chi sta cercando di distruggere una storia millenaria di accoglienza. La città di Roma deve reagire a chi vuole darne un'immagine omofoba, razzista e violenta.L'incredibile e intollerabile attentato della notte scorsa a GayStreet è purtroppo l'ennesima conferma che l'omofobia vive una reale escalation, non solo nei sempre più frequenti episodi di violenza, ma anche nelle forme, che sono delle vere intimidazioni, volte a innescare la paura negli omosessuali e transessuali italiani"."A questa violenza si impone una reazione, pacifica e di massa- conclude Ferreo - Per questo invitiamo tutti i romani e le altre forze politiche tutte e le istituzioni ad essere vicini agli omosessuali e transessuali che si riuniranno in un presidio-assemblea questa sera alle 22 a Gay Street,e partecipare alla fiaccolata prevista venerdì alle 21, in via SanGiovanni in Laterano".

Venezia, caricato corteo dell'Onda

Ore 18.45 - Nonostante le cariche un gruppo di studenti, precari dello spettacolo e attivisti provenienti da tutta Italia è riuscito a raggiungere il tappeto rosso, a dispetto dello schieramento di forze di polizia in divisa e non che circondano l'area del Festival. Schierati in prima fila, hanno gettato riso nero e palloncini neri a simboleggiare la "morte della cultura" che, fuori dalla retorica dei grandi festival, è il prodotto più concreto delle politiche governative: l'attacco al FUS e la guerra all'università e al sapere sono state gli obiettivi degli slogan gridati dagli attivisti."Il precariato non è cool" , "Noi la crisi non la paghiamo" recitano alcuni degli striscioni e dei cartelli esposti.Alla manifestazione sono presenti attivisti, studenti e precari da tutta italia, insieme ai lavoratori di MTV in mobilitazione e al MOVem, il coordinamento nato alcuni mesi fa contro l'ennesima manovra contro il Fondo Unico per lo Spettacolo.

Ore 18.10 - Il testo che segue è stato diffuso alcuni minuti fa in una mailing list nazionale di movimento
«E' stato caricato pochi minuti fa il corteo composto da alcune centinaia di studenti dell'Onda e precari dello spettacolo in corso al Lido di Venezia, riunitisi alla spiaggia occupata di Global Beach, per protestare contro i tagli alla cultura e all'università. Il corteo stava raggiungendo in modo assolutamente pacifico e comunicativo l'Hotel Des Bains, nei pressi del tappeto rosso, di fronte a cui gli attivisti volevano lanciare una protesta simbolica e colorata contro la presenza al Lido del Ministro della Cultura Bondi, esponente del governo che sta sottraendo milioni di euro di fondi alla cultura, e distruggendo il sistema universitario pubblico italiano. La carica della polizia contro i precari e gli studenti è stata improvvisa e violenta, ed ha causato alcuni feriti, fortunatamente in modo non grave»



1 settembre 2009

64.000 in carcere... e le misure alternative con il contagocce

Oggi vediamo gli effetti di una folle campagna securitaria, imposta dalla politica. Domani ci sarà da pagare un conto molto molto salato, in termini economici e sociali

Settembre è iniziato con l’ennesimo “record” negativo per le carceri italiane: i detenuti sono oramai 64.000. L’aumento dall’inizio del 2007 è stato di 25.000 persone, molte di più dei posti che dovrebbero essere creati dal “piano carceri”, che dovrebbe essere discusso in Consiglio dei Ministri entro la metà del mese.
Un “piano” che dovrebbe portare alla creazione di 17.000 nuovi posti detentivi, con una spesa di circa un miliardo e mezzo di euro. Ma i soldi a disposizione, a conti fatti, sono soltanto 320 milioni (200 arrivano dal F.A.S. e 120 dalla Cassa delle ammende), per il resto il Governo conta di ottenere l’aiuto dei privati (Confindustria?) e dell’Unione Europea, ma da entrambi finora non sono arrivate parole chiare... piuttosto dei “vedremo” e “se ne parlerà”.
Entro il 2012, comunque, il Governo conta di avere portato a termine il “piano straordinario di edilizia penitenziaria”... affidandosi alla speranza che i cantieri funzionino come orologi svizzeri e che i detenuti, nel frattempo, non siano diventati 90 o 100mila!
Naturalmente nessuno ha pensato che, oltre a costruire nuove celle, si porrà il problema del mantenimento e della sorveglianza dei 20-30 mila detenuti in più “ospitati” nelle galere. Per chi non lo sapesse, il costo medio giornaliero di un detenuto si aggira sui 150 euro, per cui è facile calcolare quanto costerà questo ampliamento del sistema penitenziario: ogni anno servirà un altro miliardo e mezzo di euro, per il funzionamento “a regime”... e almeno 10.000 agenti in più, oltre che a centinaia e centinaia di nuovi impiegati, educatori, dirigenti, etc.
Per la disastrata economia italiana, insomma, un bel “salasso” di cui non ci sarebbe bisogno.
Perché una diversa soluzione sarebbe possibile e in molti - almeno a parole - concordano: le “misure alternative” alla detenzione sono più efficaci in termini di riduzione della recidiva, costano di meno, consentono alle persone condannate di fare qualcosa di utile per la società e le vittime dei reati, e così via... Purtroppo queste rimangono mere dichiarazioni di intenti, perché alla prova dei numeri ci accorgiamo che dopo l’indulto del 2006 le misure alternative sono state concesse con il “contagocce”: in 3 anni i detenuti sono passati da 37.000 a 64.000 (aumentando di ben 27.000), mentre i condannati a pene extra-carcerarie sono rimasti intorno ai 10.000, nel bilancio tra le misure “esaurite” e quelle che sono iniziate. La folle campagna securitaria - imposta dalla politica per ragioni che hanno poco a che vedere con la repressione della criminalità - oggi sta dispiegando appieno i suoi effetti sul sistema giudiziario e penitenziario, ma domani presenterà “il conto” dei costi economici e sociali, e sarà un conto molto molto salato.

Francesco Morelli
Centro Studi di Ristretti Orizzonti

Caso Lonzi, nuove accuse: alcuni agenti picchiavano i detenuti

C'era chi picchiava all'interno del carcere delle Sughere nel 2003, l'anno in cui Marcello Lonzi morì all'interno della sua cella in quel maledetto 11 luglio. E' questo quanto la magistratura al momento suppone, ripercorrendo le tappe e facendo luce su quella misteriosa morte tramite interrogatori e indagini. L'inchiesta sulla morte di "Marcellino", come era da tutti conosciuto, è stata riaperta dal sostituto procuratore Antonio Giaconi a tre anni dalla morte del detenuto. Era il 2006 quando il pm decise di riportare alla luce dall'archiviazione (per morte naturale ndr) il caso "Lonzi" con l'inchiesta "bis". Adesso le indagini stanno volgendo al termine e dopo un lungo periodo di investigazioni gli inquirenti hanno stretto il cerchio individuando chi all'interno del corpo di polizia penitenziaria, con mezzi un po' troppo pesanti avrebbe punito nei giorni precedenti alla sua morte Marcello Lonzi.
In sostanza "Marcellino", era stato preso a botte prima di quell'11 luglio del 2003 a causa dei suoi atteggiamenti poco in linea con le regole del carcere. Lonzi era un tossicodipendente che utilizzava spesso e volentieri i fornellini da campeggio per "sniffare" gas. Pratica che non veniva tollerata di certo da chi era addetto alla sorveglianza delle celle. E' quindi certo che nei giorni precedenti a quel tragico 11 luglio Marcello Lonzi avesse già passato alcuni giorni in isolamento e lì avrebbe subito percosse. La magistratura sarebbe riuscita a ricostruire tutto questo dando quindi un'altra chiave di lettura alle indagini in corso in via di conclusione. Il pm Antonio Giaconi sta ancora attendendo la terza perizia medico legale che dovrà arrivare sulla sua scrivania direttamente da Siena entro la fine del mese di settembre. Poi ancora qualche ultimo interrogatorio e infine la conclusione delle indagini prevista entro la fine dell'anno.Adesso dunque mancherebbe soltanto da ricostruire per filo e per segno cosa accadde quel giorno per poter dimostrare che Marcello Lonzi subì delle percosse che lo portarono alla morte. Le perizie medico legali fino ad oggi analizzate dalla Procura hanno sempre dimostrato come Lonzi sia morto per un arresto cardiaco. Adesso c'è da capire se qualche elemento esterno stressante (come ad esempio le percosse) abbia potuto determinare l'arresto del cuore del detenuto. Venerdì la madre di Lonzi, Maria Ciuffi, è stata ricevuta dal Procuratore della Repubblica Francesco De Leo, con il quale ha parlato dello stato delle indagini per circa un'ora. A dimostrazione del fatto di come la giustizia voglia dire ancora la sua in questa storia.


Famiglia di rom sgomberata da un terreno di sua proprietà

Un raccontino di ordinario razzismo di stato, in diretta. Questa mattina a Ballò, una frazione di Mirano, in aperta compagna i carabinieri hanno eseguito lo sloggio di una famiglia di rom [due adulti maschi, cinque o sei donne, tra cui una non-vedente e un’altra anziana disabile, cinque bambini regolarmente iscritti a scuola e altri due più piccoli] da un fazzoletto di terra di loro proprietà. Ripeto: un fazzoletto di terra che anni fa hanno regolarmente comprato, recintato con tanto di cancello e perfettamente manotenuto. Chi passa lungo la strada che va alla stazione di Dolo non distingue questa residenza dalle altre ville e case contadine che distano qualche centinaio di metri. Non è una famiglia di «nomadi», il loro desiderio è stabilirsi da qualche parte e farsi una casa. Ma il comune di Mirano, il cui vicesindaco è lo stesso che ha aperto un sito su Facebook dove si afferma che torturare gli immigrati irregolari è un diritto, ha deciso di passare ai fatti e ha aperto una causa giudiziaria contro la famiglia in questione per abuso edilizio. La solerte magistratura di Venezia, sostituto procuratore dottor Gava, non solo ha constatato l’abuso edilizio [una dignitosissoma baracca in legno] ma ha anche disposto il sequestro di tutta l’area, anche dello scoperto, e impartito l’ordine di sgombero. Una enormità mai vista prima per un reato amministrativo [risolvibile con una ammenda o al massimo con la demolizione] che se dovesse essere replicata in tutti i casi di abuso edilizio causerebbe nel Veneto un vero e proprio esodo biblico!E poi: sgombero per andare dove, signor magistrato? Si deve sapere che il vero «abusivo» è il comune di Mirano, che – come molti altri – non ha mai adempiuto ad una antica legge regionale che impone ai comuni di predisporre aree di sosta per rom e sinti, e tantomeno sembra intenzionato a fornire loro aree per insediamenti stabili. La determinazione cieca con cui amministrazioni comunali, magistratura, forze dell’ordine si accaniscono contro gli «irregolari» fa paura. E’ quello stesso odio per i diversi e per i poveri che ha portato a epurazioni e a genocidi.Chiamati da alcuni amici dell’Opera nomadi, in un gruppetto siamo andati di mattina presto ad assistere la famiglia malcapitata. Per fortuna, oltre a due consiglieri regionali [Pettenò e Michieletto] c’era anche Paolo Ferrero che, grazie ai suoi trascorsi di ministro alla sicurezza sociale, è riuscito a mettersi in contatto con il prefetto. Dopo lunghe ore di trattative l’unica cosa che siamo riusciti ad ottenere è l’autorizzazione a sistemare le roulotte della famiglia in un’altra area di proprietà del comune di Mirano. Un’area senza luce, senza acqua, senza servizi igienici.
Un ben misero risultato. Figuriamoci cosa succede quando nessuno viene a saperlo.

Paolo Cacciari

Roma: Alemanno dà il via alla stagione degli sgomberi… Tensione e cariche al Regina Elena

Dalle prime ore di questa mattina è iniziato lo sgombero dell’ospedale Regina Elena in Via Castro Laurenziano, nel cui edificio lasciato in stato d’abbandono per anni nel frattempo hanno trovato un alloggio di fortuna circa 250 famiglie composte da cittadini italiani ed immigrati.Centinaia di agenti di Polizia, Carabinieri ed addirittura Finanzieri in tenuta antisommossa sono entrati all’interno dello stabile obbligando molti occupanti a lasciare l’ospedale a bordo di alcuni mezzi forniti dall’Atac scortati dai Vigili. Quando alcune famiglie e gli attivisti del movimento di lotta per la casa hanno tentato di bloccare questo esodo forzato le forze ‘dell’ordine’ non hanno esitato a effettuare una prima carica. Attualmente però all’interno dell’edificio si sono barricate alcune decine di famiglie decise a resistere allo sgombero, mentre all’esterno , all’angolo con Viale Ippocrate, continuano a concentrarsi attivisti dei movimenti di lotta per la casa ed occupanti di altri stabili accorsi in soccorso di quelli di Via del Castro Laurenziano. Secondo Paolo Divetta, dei Blocchi Precari Metropolitani, intervenuto in diretta ai microfoni di Radio Città Aperta, c’è la possibilità che nel corso della mattinata le forze dell’ordine realizzino nuove cariche nel tentativo di disimpegnare una colonna di mezzi blindati bloccati attualmente dal presidio di manifestanti. “Probabilmente l’intenzione dell’amministrazione e della Questura era di condurre lo sgombero in maniera rapida e senza incontrare grande resistenza: agli occupanti infatti sono state offerte soluzioni alloggiative alternative in residence e nel contempo sono stati impiegati un numero altissimo di agenti di polizia. Lo sgombero di oggi potrebbe essere il primo di una lunga seria da parte di una amministrazione che considera il contrasto delle occupazioni abitative e non solo una delle sue priorità. In questi mesi infatti la destra del III municipio ha realizzato a questo proposito una raccolta di firme proprio contro l’occupazione del Regina Elena – ha detto Divetta che poi ha aggiunto – Per questo lo sgombero di oggi va contrastato e denunciato immediatamente da tutte le componenti del movimento di lotta per la casa. Se passasse senza reazioni l’intervento di oggi anche le altre occupazioni sarebbero a rischio”. L’attivista dei Blocchi Precari Metropolitani ha anche annunciato l’intenzione di manifestare, già oggi pomeriggio o nei prossimi giorni, sotto il palazzo del Campidoglio.Mentre continua il braccio di ferro tra occupanti e polizia, cominciano ad arrivare notizie negative dalle famiglie che hanno malgrado loro dovuto accettare di essere deportate nei residence: in molti casi in ogni appartamento sono stati stipati tre diversi nuclei familiari, mentre in altri manca l'acqua oppure gli stabili sono notevolmente degradati.

GENOVA: DIGOS SGOMBERA VILLA OCCUPATA DA ANARCHICI 15 DENUNCE

Sgomberata la villa in salita Li Gobbi, a Genova, occupata abusivamente da un gruppo di anarchici. Questa mattina, intorno alle 5.45, la digos ha fatto irruzione nell'edificio, proprietà dell'istituto Brignole. Erano presenti sette persone, di età tra i 25 e i 35 anni, tra cui uno spagnolo e due francesi. Sono stati tutti denunciati a piede libero per violazione dell'articolo 633 del codice penale, che comporta reclusione fino a due anni e multa fino a un migliaio di euro. Per lo stesso reato sono stati denunciati altri otto giovani, non presenti nell'edificio al momento dell'arrivo della polizia ma, secondo gli accertamenti della digos, frequentatori abituali della villa. Tra i 15 denunciati, alcuni dei giovani già denunciati per offese e minacce agli alpini in servizio di sicurezza a Genova, e l'anarchico spagnolo che il 28 maggio scorso aveva insultato e aggredito il ministro della Difesa Ignazio La Russa in vista nel centro storico genovese. La villa di salita Li Gobbi, costituita da piano terra, due piani soprastanti e giardino, situata in una zona di pregio, era occupata dal 30 luglio scorso.
fonte: Adnkronos

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