23 agosto 2009

Dallo stato sociale allo stato penale

C'erano circa 26mila detenuti nelle carceri italiane nel 1990, 35mila l'anno successivo, 47.316 nel 1992. La «Jervolino-Vassalli» sulle droghe e la legge «Martelli» sull'immigrazione erano alla base di quella crescita rapidissima del numero dei detenuti. Come sempre, il carcere rispecchia subito i cambiamenti che si verificano nella società e nella politica. Anche allora, le celle e i cortili dell'aria che si riempivano di detenuti non segnalavano un aumento dei tassi di criminalità, parlavano dell'inizio di una più profonda trasformazione della società e della politica italiana.E poi ci fu Tangentopoli. Ebbe una scarsa rilevanza nella storia delle carceri italiane: nella maggior parte dei casi gli imputati di «Mani pulite» scontarono negli istituti penitenziari solo una parte della carcerazione preventiva, per superare poi la fase del giudizio in detenzione domiciliare e beneficiare delle misure alternative a partire dal momento della eventuale condanna. Ma furono gli esiti della transizione politica che con Tangentopoli si aprì a segnare il destino del carcere. Lo sfaldamento dei partiti di massa determinò una diserzione di gran parte del mondo politico istituzionale dai tradizionali ambiti del pensiero legato al movimento operaio, della dottrina sociale cristiana e socialdemocratica. Nel tempo della globalizzazione, i maggiori partiti della «seconda Repubblica» mostrarono una tendenziale convergenza verso politiche neoliberiste sia in campo economico che sul piano dell'accesso ai diritti sociali e civili. Uno dei principali ambiti di quella convergenza fu rappresentato dal concetto di «sicurezza».Dallo stato sociale allo stato penale: così definirono quel passaggio storico criminologi e politologi. Nella «microcriminalità» si scorgeva ora la forma più pericolosa di devianza anziché quella più legata a situazioni di esclusione sociale, di disgregazione familiare o di disagio psicologico; nei gruppi sociali più emarginati si individuavano le nuove «classi pericolose»; nelle case occupate e nelle baraccopoli sorte ai margini delle città si vedevano «covi di criminalità».Dall'intreccio tra rappresentazione mediatica, strumentalizzazione politica e insicurezza sociale emersero ciclicamente norme e istituzioni «speciali» corrispondenti alla logica dell'emergenza. Ai pacchetti sicurezza e alle ordinanze dei sindaci contro lavavetri e mendicanti si aggiunsero la legge Bossi-Fini sull'immigrazione, la Fini-Giovanardi sulle droghe, la ex-Cirielli sulla recidiva. Il flusso in carcere divenne continuo e ad esso corrispondeva una difficoltà crescente nell'accesso alle misure alternative: esclusi per legge gli autori di reati associativi e di fatto la quasi totalità dei migranti, anche gli altri detenuti facevano i conti con le restrizioni imposte dai magistrati di sorveglianza e con il problema di trovare una casa e un lavoro, che dell'accesso alle misure alternative erano la condizione.Scesi a 39.176 all'indomani dell'indulto del luglio 2006, i detenuti erano già 42mila un anno più tardi, 56mila nel settembre 2008, 64mila nel luglio 2009. Mentre l'opinione pubblica immaginava le carceri come hotel a cinque stelle e i guardasigilli ipotizzavano «piani carceri» utili solo agli speculatori, i letti a castello passavano da due a tre piani, settanta bambini stavano dietro le sbarre, i carrelli con gli psicofarmaci avanzavano nelle sezioni e in quarantacinque si suicidavano nei primi sette mesi del 2009. Nei «celloni» di Sollicciano in dieci sopravvivono in spazi concepiti per tre persone, altrove le direzioni furono costrette a inventare «soluzioni» sempre più surreali: a San Vittore e a Le Vallette i detenuti affollarono anche la palestra; in quello di Trieste è stato istituito un «registro per la rotazione dei materassi a terra», un librone in cui si annotava ogni giorno chi rimaneva senza letto per consentire a tutti di coricarsi su una branda almeno per un paio di notti a settimana. E' inevitabile che i detenuti trovassero la forza di far sentire la propria voce. Come dimostra la storia di questi giorni.
Christian De Vito
Autore di «Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia», Laterza 2009.

Milano: "Disordini" di via Corelli a processo Imputati e pubblico si ribellano.

Si è tenuto venerdi mattina al Tribunale di Milano la prima udienza del processo per direttissima ai 14 stranieri (4 donne nigeriane, una del Gambia, quattro marocchini, 3 algerini, un cittadino della Costa d'Avorio e un portoghese) protagonisti di "disordini" nel Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano il 13 agosto scorso.La scintilla era stata la notifica della proroga della permanenza nel Cie scaturita per effetto del "pacchetto sicurezza" recentemente approvato; la protesta era iniziata nel settore maschile con materassi bruciati, termosifoni divelti e lancio di oggetti e successivamente si era estesa anche al settore femminile. Le accuse sono, a vario titolo, di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e incendio doloso.A presenziare, in un Tribunale deserto per le ferie estive e con lavori di manutenzione in corso, qualche giornalista, e una cinquantina di persone richiamate dall'appello del Comitato antirazzista milanese - in gran parte giovani, alcuni venuti anche da Torino. Le richieste iniziali dell'avvocato della difesa Mauro Straini, a cui si sono associati anche gli altri, sono state soprattutto rivolte a ricostruire il contesto in cui i fatti sono avvenuti. Quella di via Corelli è stata infatti una delle prime applicazioni della legge approvata il 15 luglio scorso ed è essenziale conoscere le modalità ed i criteri con cui si è proceduto, anche alla luce di altre proteste già state attuate mediante scioperi della fame e della sete. I legali hanno anche fatto cenno al caso della cittadina svizzera Marusca Schenk, uscita da San Vittore e rinchiusa nel Cie in quanto extra-comunitaria. Quindi hanno chiesto di ascoltare come testi, tra gli altri, anche il ministro dell'Interno Maroni ed il Prefetto di Milano. Queste ultime due richieste, in particolare, sono state respinte dalla giudice - dopo una sospensione di circa un'ora - in quanto «irrilevanti», altre in quanto non attinenti ai fatti in esame. Ammessi, in definitiva, tredici testi tra agenti di sorveglianza e funzionari o personale del Centro. La giudice si accingeva ad ascoltare il primo, già seduto al suo posto, quando la vista degli agenti repressori dei "disordini" (uno aveva appena fatto presente di essere in convalescenza) ha innescato un certo nervosismo e mormorii nella gabbia degli imputati, dal pubblico - fino ad un attimo prima tranquillo - si è alzata qualche parola a mezza voce, qualcuno ha gridato all'indirizzo di un poderoso agente: «Hai picchiato anche le donne!», in breve tutto il pubblico ha iniziato a gridare "Libertà, libertà" e a mostrare un lungo volantino azzurrino, intitolato "Hai capito?" e firmato «a nome di tutti i detenuti, o meglio di ogni sequestrato del Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli, Milano».Per il pubblico l'udienza è finita lì, giusto con la soddisfazione di essere rimasti una decina di minuti in aula a manifestare a gran voce (nonché quella di aver consentito a due agenti in borghese di riprendere tutti con altrettante videocamere). All'uscita erano già schierati oltre trenta carabinieri, scudo di plastica ai piedi.La prossima udienza sarà martedì 25 agosto.E' importante ci sia altrettanta presenza di pubblico, e auspicabile maggiore attenzione da parte della stampa e dell'opinione pubblica su quello che potrebbe costituire un caso-pilota sull'applicazione del "pacchetto sicurezza". Non a caso ieri pomeriggio il vice-sindaco di Milano De Corato si è spinto perfino a chiedere solidarietà dal centro-sinistra contro chi si ribella: «Dove c'è protesta e disordine», ha detto, «in prima fila troviamo il solito centinaio di esponenti dei centri sociali a soffiare sul fuoco e ad alimentare tensioni».

21 agosto 2009

Denunciamo Libia e Italia al Comitato Onu antitortura

Dopo giorni di notizie frammentarie provenienti da alcuni siti somali, e dopo la smentita ufficiale del governo libico, sembra confermata da fonti indipendenti la notizia - pubblicata il 13 agosto in prima pagina da Liberazione - della uccisione di un numero imprecisato di migranti somali detenuti nel carcere di Bengasi, alcuni, forse cinque, durante un tentativo di fuga, altri, sembrerebbe quindici, che nella fase successiva alla fuga sarebbero stati percossi a morte. Nelle proteste scaturite dalla repressione violenta del tentativo di fuga, culminato con la strage, altre decine di somali (sembrerebbe 50) detenuti all'interno della stessa struttura detentiva di Bengasi, sarebbero stati gravemente feriti con manganelli elettrici, bastoni e coltelli, utilizzati da parte della polizia libica che si scagliava contro tutti coloro che si riteneva avessero partecipato alla sommossa. Una vicenda tragica sulla quale occorre indagare. Quanto è successo a Bengasi lega direttamente Italia e Libia nelle responsabilità per gli abusi commessi ai danni di migranti dopo i recenti accordi di collaborazione. I migranti somali uccisi a Bengasi erano probabilmente detenuti da mesi ma potrebbero anche essere gli stessi somali consegnati in queste settimane dalle autorità italiane alle forze di polizia libiche impegnate nel pattugliamento congiunto nel canale di Sicilia. In ogni caso, come tutti i somali in fuga da un paese dilaniato dalla guerra civile e senza una autorità statale centrale, avrebbero comunque diritto al riconoscimento di una forma di protezione internazionale. Non si tratta certamente di "questioni interne" sulle quali la Libia è libera di decidere come crede. La Commissione Europea, così propensa ad avvalersi della Libia nelle pratiche di contrasto dell'immigrazione irregolare, dovrebbe nominare al più presto una Commissione di inchiesta al fine di verificare il rispetto dei diritti umani in quel paese, precondizione per la stipula di qualunque accordo tra l'Unione Europea ed i paesi terzi.L'Italia dovrebbe inviare al più presto una propria commissione parlamentare, così come stabilito in un ordine del giorno approvato all'unanimità dal Parlamento nel febbraio del 2009, in occasione della ratifica del Trattato di amicizia italo-libico. Ma si può dubitare che Berlusconi, in occasione della prossima visita a Tripoli per il primo anniversario della firma del Trattato di amicizia voglia (o possa) aprire la questione del rispetto dei diritti umani dei migranti in quel paese. Diritti umani dei migranti che anche in Italia, dopo l'approvazione degli ultimi provvedimenti sulla sicurezza, sono sempre più sottomessi alla discrezionalità delle forze di polizia.Il governo italiano, come altri governi europei, è sempre più convinto che "esternalizzando" le pratiche dei controlli di frontiera e ricorrendo a prassi informali, senza alcuna documentazione delle attività di respingimento sommario e collettivo poste in essere, qualunque abuso commesso ai danni dei migranti potrà restare impunito. La Libia, del resto, non fa parte del Consiglio d'Europa o della Unione Europea, e dunque le regole comunitarie o la giurisdizione della Corte Europea dei diritti dell'uomo non sono applicabili nei confronti di quello stato, a meno che le stesse unità militari europee non abbiano fatto ingresso nel territorio libico per riconsegnare migranti soccorsi in acque internazionali (come avvenuto peraltro il 7 e 8 maggio di quest'anno, quando la Marina Militare italiana ha sbarcato sul molo del porto di Tripoli decine di migranti, inclusi donne e minori ).Una volta respinti in Libia, o quando sono stati rastrellati in quel paese, a seguito degli accordi conclusi con l'Italia nel dicembre del 2007 (Protocolli operativi) e nell'agosto 2008 (Trattato di amicizia italo-libico), per i migranti rinchiusi nelle carceri e nei centri di detenzione libici sembra non esserci più scampo, soprattutto se provengono dall'africa sub-sahariana, come dalla Somalia o dall'Eritrea, o se sono di fede cristiana. Per loro mesi, talvolta anche anni di detenzione senza alcun controllo giudiziario, violenze ed abusi di ogni genere, con la prospettiva, talvolta il miraggio altre volte la minaccia, di un rimpatrio che in molti casi non avverrà mai. Tuttavia, anche se i governanti di Libia ed Italia si sentono al sicuro, coperti da una opinione pubblica disinformata e sempre più xenofoba, certi che le loro malefatte non verranno mai scoperte o sanzionate dagli organismi della giustizia internazionale, entrambi questi paesi hanno aderito a varie Convenzioni internazionali sui diritti umani e tra queste, oltre al Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, al quale la Libia ha aderito dal 1970, alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura, e potrebbero essere dunque sanzionati dal Comitato per i diritti dell'Uomo e dal Comitato per la prevenzione della tortura (Cat) delle Nazioni Unite per le violazioni del Patto e di questa Convenzione. Da testimonianze raccolte da fonti diverse (tra tutti, Human Rights Watch ed Amnesty International) si ricava infatti che nelle carceri libiche la tortura ed i trattamenti inumani o degradanti, come gli abusi ai danni di minori e giovani donne, sono eventi diffusi e generalizzati, soprattutto con riferimento ai migranti di fede religiosa cristiana o provenienti dai paesi dell'Africa sub-sahariana.Si può dunque ritenere che la pratica dei "trattamenti inumani o degradanti", che può assimilarsi alla tortura, nei confronti dei migranti rinchiusi nelle carceri o nei centri di detenzione libici, e che nei casi più gravi, come a Bengasi, è giunta fino alla uccisione dei detenuti, sia un fatto quotidiano, malgrado da anni siano avviate attività di collaborazione e di formazione congiunta tra la polizia libica e quella italiana, presente in quel paese con missioni tecniche e ufficiali di collegamento. Per questa ragione sia l'Italia (che respinge in Libia i migranti bloccati nel Canale di Sicilia), che la stessa Libia (che li respinge nei paesi di provenienza o li detiene in condizioni inumane) andrebbero deferite davanti agli organi delle Nazioni Unite che vigilano sull'applicazione delle Convenzioni a difesa dei diritti dell'uomo, tra queste una delle più importanti, la Convenzione contro la tortura.Non sembra che in questo momento sia possibile presentare ricorsi dalle carceri libiche, viste anche le difficoltà incontrate nella presentazione di un ricorso individuale alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo, da parte degli avvocati dei richiedenti asilo respinti a maggio dall'Italia in Libia e tuttora detenuti a Tripoli. I "ricorsi individuali" al Cat possono essere esaminati solo se lo Stato accetta l'indagine del Comitato. In diversi casi ricorsi individuali presentati al Comitato contro la Tortura sono stati respinti perché i ricorrenti non erano riusciti a fornire le prove necessarie. La via dei ricorsi individuali è dunque assolutamente impervia e potrebbe anche esporre i ricorrenti a gravissime ritorsioni da parte di quegli stessi paesi nei quali si trovano (e verso i quali fanno ricorso). E' tuttavia possibile che lo stesso Comitato nomini un relatore speciale per svolgere una indagine approfondita, che potrebbe portare all'apertura di un procedimento, e poi eventualmente alla condanna degli stati responsabili delle violazioni.Per questa ragione chiediamo a tutte le organizzazioni internazionali umanitarie, ed alle associazioni di migranti, di inviare al Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite atti e materiali di denuncia per le violenze e gli abusi commessi ai danni dei migranti non solo nel carcere di Bengasi, dove sarebbero avvenuti gli ultimi più tragici eventi, ma in tutta la Libia, come nelle acque internazionali del Canale di Sicilia, in modo da sollecitare l'apertura di indagini da parte del Comitato e giungere finalmente ad un accertamento ufficiale, se non ad una sanzione, delle violazioni del diritto internazionale da parte di questo paese, e di tutti quei paesi che collaborano nella cd. "guerra all'immigrazione illegale". Una "guerra" che non potrà mai avere vincitori, ma che vedrà soltanto aumentare sempre più il numero delle vittime, perché è una "guerra" contro i migranti in fuga, e non contro le organizzazioni criminali che li sfruttano.


Fulvio Vassallo Paleologo - Università di Palermo


Il testo integrale dell'appello e le notizie sulla strage su fortresseurope.blogspot.com

Mobilitazione nelle carceri, fuochi e tumulti: «amnistia»

Per far sentire oltre le mura il respiro affannato di chi è rinchiuso, l'impasto di sudore e afa, le brande infuocate, l'aria densa e immobile che affoga gli spazzi stracolmi delle celle, i detenuti avevano deciso la protesta del rumore, una delle più classiche e antiche manifestazioni che danno voce al mondo dei rinchiusi. Una battitura ritmica delle inferiate realizzata con pentole, coperchi, bombolette del gas vuote, sgabelli e quant'altro si può percuotere contro le sbarre delle finestre o i blindati. Il tutto accompagnato da urla, fischi, slogan in favore dell'amnistia e dell'indulto. Presi dall'adrenalina altri, invece, hanno cominciato a dare fuoco a tutto quello che si poteva incendiare: giornali, lenzuola, stracci da mostrare alla città lontana. No, non c'era nessun piano, nessun complotto in una situazione dove spesso manca la stessa grammatica per organizzare una protesta. Solo disperazione, tanta rabbia che esplode e accende gli animi. Provate voi a stare accatastati in quel modo, in pochi metri quadrati anche solo per qualche giorno. 950 persone rinchiuse in una struttura che ha una capienza massima di 400. In quelle stanze non circola aria ma grisù. Basta un nulla che prende fuoco. Lo sanno gli agenti di custodia, e lo dicono ormai da diverso tempo. Lo sanno i direttori degli Istituti, lo sanno i dirigenti del Dap. Lo sa il ministro Alfano. Lo sanno tutti. E sanno anche qual'è l'unica soluzione. Ma fino ad oggi hanno deciso di fare finta di nulla accampando un piano carceri che, anche se solo riuscisse a decollare in parte dopo i tanti rinvii, non risolverebbe nulla se non gonfiare i portafogli di quegli imprenditori che avranno gli appalti. A Sollicciano lunedì sera la tensione è salita alle stelle. Le cronache raccontano l'attivazione di un immediato piano di sicurezza. La casa circondariale è stata subito circondata da gazzelle del nucleo radiomobile dei carabinieri e da agenti delle volanti. Altri rinforzi sono arrivati dal reparto mobile della polizia. Attorno al carcere è stato costituito un fitto cordone di sicurezza, neanche dovessero fare fronte a una guerra civile. Ma forse è un po' a questa idea che i governanti vogliono prepararci. Già ad ogni crocicchio e semaforo di strada si vedono mimetiche dell'esercito armate di tutto punto. Nell'immediato dopoguerra alcune rivolte esplose in diverse carceri sovraffollate come oggi vennero sedate a colpi di cannone. Ci fu un massacro. Stiamo attenti, dunque. Per fortuna l'altra sera la situazione si è placata nel giro di alcune ore, la polizia penitenziaria è entrata sezione dopo sezione per spegnere i focolai d'incendio. La protesta è di nuovo ripresa alle 10 e 30 del mattino successivo con una nuova battitura. Il garante per i detenuti Franco Corleone dopo un sopralluogo ha spiegato che le proteste nascono da una somma di carenze, diffuse un pò ovunque nei penitenziari della penisola, aggravate dall'affollamento: la riduzione dei colloqui con familiari e delle ore di passeggio causa ferie del personale di custodia, la mancanza di docce, l'impossibilità di avere visite mediche rapide, sommata alla mancanza di spazi, l'impossibilità di lavorare o svolgere attività, la sordità delle magistrature di sorveglianza che negano i benefici penitenziari. Non stupisce allora se anche a Como, una delle strutture penitenziarie più degradate d'Italia, la protesta è durata tre giorni. Dalla battitura iniziale e lo sciopero della fame intrapreso da alcuni, si è passati nei giorni successivi all'esplosione delle bombolette di gas in dotazione per i fornellini da cucina fino alla rottura dei neon delle celle col tentativo di provocare cortocircuiti, almeno secondo quanto riferito da un esponente della Uil penitenziaria. Angelo Urso, in una nota ha ricordato come nel carcere di Como «in questi anni non sono mai stati realizzati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Pertanto la fatiscenza e l'insalubrità dei locali non può che aggravare la condizioni detentive». Qualcosa di simile era già accaduto nella prigione di Lucca nei primi giorni di agosto. Anche lì, una protesta dimostrativa si era trasformata in un piccolo tumulto con il lancio di bombolette e focolai d'incendio nelle sezioni. Insomma si assiste ad una fisiologica tendenza all'inasprimento delle forme di lotta conseguenza dell'esasperazione suscitata dalle condizioni d'invivibilità. Nonostante questi ripetuti segnali e i continui appelli lanciati da tutti gli operatori del settore, dal cielo della politica non vengono risposte. Il governo è in vacanza, come i vertici del Dap e del ministero. Intervistato dal Gr della Rai, Ionta ha ribadito le virtù del suo piano straordinario d'edilizia carceraria, senza però indicare date precise sulla sua presentazione. Un'incertezza dietro la quale si nasconde l'assenza di copertura finanziaria e una sostanziale mancanza di credibilità. L'opposizione dovrebbe mobilitarsi con una grande iniziativa politica per impedire che nelle carceri avvengano tragedie. È ora di riaprire la vertenza sull'amnistia.

Paolo Persichetti- Liberazione

20 agosto 2009

Milano: Clandestino salva un uomo dal suicidio e scappa

È stato lì a guardare un po’ , mentre i medici soccorrevano l’ uomo che lui aveva appena salvato. Poi s’ è allontanato, uscendo dal cortile, perché sapeva che avrebbe rischiato una denuncia per l’ espulsione. Mohammed H., 23 anni, non ha il permesso di soggiorno. Nel tardo pomeriggio dello scorso 12 agosto ha visto un uomo che penzolava da un balcone del secondo piano in un palazzo di via Inama, alla periferia Est di Milano. Il ragazzo s’ è arrampicato e lo ha afferrato, ha tenuto su il corpo per allentare la stretta del cappio alla gola, fino a che un inquilino del palazzo è riuscito a salire anche lui e tagliare la corda. Mohammed ha rischiato di cadere, ha appoggiato il corpo sul balcone, è sceso e dopo un po’ nessuno l’ ha più visto. La sua storia in Italia è iniziata nel 2000, era un «minore non accompagnato» ed è entrato in comunità, ha studiato e lavorato, preso il diploma da elettricista e ottenuto un contratto, ha imparato l’ italiano e fatto il volontario in una fondazione religiosa di Milano. Ha fatto uno sbaglio «e lo sto ancora pagando», racconta. Lo sbaglio è stato un tentato furto d’ auto, in una «brutta serata del 2006». Venne arrestato e condannato, ma a causa di quella condanna, due anni dopo, non gli è stato rinnovato il permesso di soggiorno. Per questo oggi è un irregolare, e un irregolare deve nascondersi anche quando aiuta un uomo. Mohammed però è anche un «riabilitato», secondo una recente decisione del Tribunale di sorveglianza. Il giudice ha studiato una relazione della polizia che racconta nei particolari l’ esistenza di un ragazzo che lavora, frequenta amici e qualche familiare, paga ogni mese l’ affitto di una casa popolare, e quindi è «degno di riabilitazione». «So di aver sbagliato una volta - spiega Mohammed -, non lo nascondo, ma so anche i sacrifici che ho fatto per vivere in Italia». L’ uomo che ha tentato il suicidio ha 55 anni. È uscito dal coma venerdì scorso.
fonte: Corriere della Sera

Genova: Denunciati 10 anarchici per contestazione agli alpini-ronde

Contestazione degli anarchici nei confronti degli alpini inviati a Genova dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Teatro della scena, questa volta, la stazione dei carabinieri della Maddalena, in via Ponte Calvi. Dove la sera del 18 agosto, dieci persone sono state denunciate. Il tutto va in scena intorno alle 19.30. Quando una ventina di appartenenti al movimento antagonista di matrice anarchica, si raduna di fronte alla caserma dell'Arma. Ma prima che il gruppo riesca a srotolare lo striscione contro l'esercito a Genova, i carabinieri della stazione e quelli del battaglione, di pattuglia nei vicoli in quel momento, bloccano la piccola manifestazione. Inizia il fuggi fuggi, ma dieci persone vengono bloccate, identificate e denuciate. 10 denuncie che si aaggiungono alle due persone indagate in piazza Raibetta per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale all'alba di Ferragosto. Da quando il governo ha inviato gli alpini a Genova, si susseguono le iniziativa di protesta per contestare questa decisione.

19 agosto 2009

Poco spazio in cella, Strasburgo condanna l'Italia

Nelle querelle estive tra escort e dialetti, ci sono notizie che ci riportano alla cruda realtà che, proprio in questi mesi caldi, stanno subendo quelle migliaia di persone che non vedranno il colore del mare: i detenuti delle carceri italiane. Già durante questa primavera le loro voci si erano alzate qui a Bologna a superare le mura di cinta per denunciare le condizioni critiche in cui quasi tutti gli istituti penitenziari della penisola si trovano: sovraffollamento, mancanza di servizi, mancanza di personale (in particolare medici, psicologi e operatori sociali, coloro che dovrebbero fornire l'assistenza di base e offrire e seguire i detenuti nei percorsi di "re-inserimento") ; molti istituti inoltre si trovano in condizioni fatiscenti anche dal punto di vista strutturale e architettonico. Quest'inverno, poi, la campagna nazionale contro il "fine pena: mai", con scioperi della fame alternati fra le varie carceri italiane protrattisi dal 1 Dicembre 2008 al 16 Marzo 2009. Sotto queste condizioni già note da tempo, arriva una notizia di grande impatto che ovviamente è già smorzata dal fatto di essere stata resa pubblica il 4 di Agosto: lo Stato italiano ha perso un processo presso la Corte Europea per i Diritti Umani, in data 16 luglio; il detenuto Izet Sulejmanovic, di origini bosniache e in carcere per reati minori (9 mesi e 5 giorni la sua pena), aveva denunciato le pessime condizioni della sua permanenza nel carcere romano di Rebibbia: la condanna del 16 Luglio da parte della Corte Europea si riferisce in particolare all spazio disponibile per detenuto all'interno della cella, ritenuto insufficiente per poter garantire un soggiorno "umano". La pena pecuniaria si attesta a mille euro: sanzione simbolica (3,6 euro per ogni giorno di dentenzione), ma che sancisce alcuni principi importanti in questi tempi di "caccia alle streghe": che i detenuti sono persone e come tali hanno anche loro dei diritti e soprattutto hanno il diritto ad essere trattati dignitosamente; se ce ne fosse ancora bisogno, la sentenza rimarca che la situazione delle carceri italiane è critica.


fonte: zic.it

18 agosto 2009

Detenuti in rivolta. "Nelle carceri italiane situazione esplosiva"

Lenzuola incendiate, inferriate battute, slogan di protesta. Negli ultimi giorni si stanno moltiplicando le proteste dei detenuti rinchiusi nelle carceri italiane: lamentano il sovraffollamento che, con l'ondata di afa, sta assumendo i contorni di un'emergenza. A Como i detenuti del "Bassone" per tre giorni hanno battuto le sbarre con i loro oggetti personali. Chiedono più spazio, essendo in 600 all'interno di celle che ne dovrebbero contenere circa la metà. Stessi motivi all'origine della protesta di Ferragosto ad Arezzo. Ieri notte e questa mattina la scena si è ripetuta a Sollicciano, a Firenze: i detenuti (950 in una struttura che ne dovrebbe contenere 400) hanno gridato slogan per l'indulto e contro il sovraffollamento lanciando nei corridoi lenzuola incendiate. "Convocheremo per domani la commissione detenuti e parleremo con loro - ha annunciato il direttore Oreste Cacurri - Al momento comunque la situazione è tollerabile. Non sono stati fatti danni importanti, né qualcuno si è sentito male o si è ferito". All'esterno del carcere sono state schierate pattuglie di polizia e carabinieri, pronte a dare supporto agli agenti di polizia penitenziaria, ma finora non c'è stato bisogno del loro intervento. Il garante dei detenuti Franco Corleoni ha spiegato che, all'origine della rivolta, vi sarebbe anche la distribuzione nei giorni scorsi di pane ammuffito: "Da tempo raccolgo lamentele sulla qualità del vitto e anche sulla quantità. D'altra parte osservo che in Toscana il cibo distribuito nelle carceri ha un costo medio per detenuto di 1,53 euro a pasto, una cifra che deve far riflettere". A Perugia l'allarme è scattato per un incendio all'interno di una cella, provocato da un detenuto che ha tentato di dare fuoco al suo materasso. Gli altri carcerati sono stati trasferiti nei passeggi, gli spazi utilizzati per l'ora d'aria, e dopo poco hanno fatto ritorno nelle loro celle. Anche in questo caso la situazione è critica: la popolazione è passata dai 243 detenuti del 2008 ai 485 di oggi.
Situazione analoga a quella di altri istituti italiani dove non sono state inscenate eclatanti proteste, anche se la situazione resta drammatica. Nel carcere di Poggioreale, ad esempio, si fronteggia il caldo facendo i turni per bagnare le lenzuola e appenderle al soffitto. Secondo il segretario generale della Uil Pa penitenziari, Eugenio Sarno, le rivolte sarebbero fomentate da detenuti romeni e albanesi. "La deriva violenta delle proteste è motivo di profonda preoccupazione", anche perché "non può favorire il confronto". Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), punta l'indice contro l'Amministrazione penitenziaria che resta "in colpevole silenzio". Torna, quindi, a sollecitare il premier Berlusconi e il guardasigilli Alfano a "porre l'emergenza penitenziaria tra le priorità di intervento dell'esecutivo". Capece chiede "provvedimenti deflattivi che potenzino il ricorso alle misure alternative alla detenzione con contestuale impiego nei lavori socialmente utili dei detenuti con pene brevi", oltre ad "assunzioni per un corpo di polizia carente di ben 5mila unità". Il dibattito, inevitabilmente, coinvolge la politica. C'è chi, come il senatore del Pdl Achille Totaro, chiede che gli extracomunitari siano trasferiti nelle prigioni dei loro paesi. O chi come la senatrice del Pd Donatella Poretti, dopo aver visitato il carcere di Arezzo, denuncia la situazione insostenibile di celle che dovrebbero ospitare quattro persone e che ne contengono il doppio.

fonte: La Repubblica

Tessera del tifoso: un pericolo che va ben oltre il calcio

Più di dieci anni fa, all’indomani della morte di quattro tifosi salernitani a causa dell’incendio di un vagone di un treno speciale, l’allora presidente della Lega calcio Nizzola disse “in futuro le trasferte in occasione di una partita saranno seguite solo in televisione”. Da allora molte ristrutturazioni sono seguite, nei dispositivi di ordine pubblico istituite per controllare il calcio, e molte se ne annunciano per gli anni a venire. Diventa quindi importante comprendere quale logica le sostenga a partire dagli ultimi annunci ufficiali, con tanto di direttive già firmate dal ministro degli interni, sull’obbligatorietà della tessera del tifoso per le trasferte dal 1 gennaio 2010. Al momento la polemica maggiore sulla tessera tra tifoserie e autorità competenti è legata al problema della negazione o meno della card per quei tifosi che non abbiano Daspo, i provvedimenti amministrativi di allontanamento dallo stadio per un periodo definito dalle autorità competenti, ma che invece li abbiano avuti in passato. Giova ricordare, per chi è lontano dai temi della normativa sull’ordine pubblico in materia di sport, che il Daspo non è una condanna penale ma un provvedimento amministrativo. Vieni insomma allontanato per un periodo di tempo da una manifestazione pubblica da un provvedimento amministrativo, immediatamente efficace, perché potenzialmente pericoloso non perché hai subito condanne che pregiudicano la tua presenza in pubblico. A sinistra le implicazioni in materia di diritti civili di queste pratiche di polizia non sono mai state capite, specie nell’ottica del potenziale allargamento di questo dispositivo giuridico alle manifestazioni politiche. Ma se la sinistra avesse capito quale tipo di tattiche di polizia, con legislatura a supporto, stavano evolvendo a partire dagli stadi lungo tutti gli anni ‘90 avrebbe preventivamente evitato il bagno di sangue di Genova 2001 senza bisogno di inventarsi il capro espiatorio dei black bloc come causa degli incidenti.
Al momento il ministero degli interni ha emesso una circolare che chiarisce le linee guida per il rilascio della tessera: verrà concessa a chi non ha mai avuto Daspo e a chi lo ha avuto in passato ma lo ha già scontato. In questi dettagli ci sta però il diavolo pensato da Maroni: la tessera non verrà concessa a chi ha processi in corso, legati a fatti di “violenza da stadio”, la cui sentenza di primo grado deve essere emessa. Nel caso di sentenza di primo grado negativa per l’imputato, e in attesa della sentenza di secondo grado e del giudizio in cassazione, la tessera non verrà concessa. Si tratta già qui di un serio rovesciamento della presunzione d’innocenza per i comportamenti da stadio rispetto a quanto previsto dall’ordinamento giuridico per il resto dei reati. Normalmente l’imputato si presume innocente fino alla sentenza della cassazione, c’è infatti chi al momento fa il presidente della regione Campania con questo genere di presunzione, mentre per i reati da stadio sei presunto colpevole e sospetto di reiterazione del reato praticamente non appena scatta la denuncia. Si tratta quindi della radicalizzazione di una sorta di legislazione speciale sul calcio che ha mosso i primi passi nel lontano ‘89 con il primo corpo di leggi che istituiva i Daspo. E’ poi nel dispositivo di legge Amato del 2007, votato senza critiche allora dalla cosiddetta sinistra radicale, che sono contenuti gli spunti applicativi delle norme che regolano la cosiddetta tessera del tifoso. Perché se Maroni, e il suo governo fascistoide, tenta di applicare la tessera del tifoso questa è stata istituita dalla legge Amato del 2007 dal governo di tutte le sinistre a parole amante della pace, della marce arcobaleno mano nella mano e dei diritti civili. E se, nell’interpretazione dei dispositivi di legge per la concessione della tessera del tifoso, passasse l’interpretazione letterale formulata nell’articolo 9 della legge Amato (legge 41, 2007) i criteri di rilascio della card sarebbero anche più restrittivi anche rispetto a quanto previsto ufficialmente da Maroni. Sarebbero esclusi dalla tessera e quindi dalle trasferte chi ha patteggiato una pena per reati da stadio (che spesso non significa riconoscersi colpevoli ma ridurre il danno di una sentenza), chi è stato condannato il primo grado ma assolto nei successivi (restando così “socialmente pericoloso”, sulla base di un sospetto permanente, anche se innocente), chi ha avuto il Daspo ma poi è stato assolto in sede di procedimento penale (assoluzione che a regola dovrebbe significare l’assenza di pericolosità sociale dell’imputato assolto), chi è stato diffidato ma ha vinto il ricorso al Tar o al consiglio di stato (che risulta quindi potenzialmente pericoloso semplicemente perché è stato fatto il suo nome), chi ha avuto un Daspo di tre mesi tra un campionato e l’altro e non ha fatto ricorso solo per poter riprendere ad andare allo stadio la stagione successiva. L’ultimo dispositivo di applicazione della legge presente nell’articolo 9 è ovviamente il più pericoloso: prevede infatti che la tessera del tifoso non sia rilasciata anche in assenza di Daspo semplicemente su quelli che le autorità competenti chiamano “dati oggettivi” (es. semplice frequentazione di un gruppo ultras, frequentazione contemporanea di un gruppo politico e ultras assieme, frequentazione di un settore della curva ritenuto non pacifico etc.). Insomma, se le autorità competenti decidono secondo le leggi Amato che una tifoseria in trasferta non ci deve andare non occorrono prove, processi o tribunali basta un provvedimento immediato e poi tra le pieghe della normativa l’impianto di giustificazione giuridica della proibizione lo si trova. E’ quindi imminente una stagione di scontri e di mediazioni tra società sportive ed istituzioni, e manifestazioni e di ricorsi al Tar e alla corte di Cassazione da parte delle associazioni di tifosi, sulle norme che debbano essere applicate o meno nella realizzazione della tessera del tifoso. Se una integrale applicazione della logica della legge Amato (grazie sinistra per l’eredità lasciataci, poi lamentati se sei all’opposizione o fuori dal parlamento) se una sua parziale revisione con le direttive Maroni (che al momento escludono dalla negazione della card i possessori di Daspo già scontato) oppure se l’intero provvedimento finirà in un binario morto a causa delle resistenze delle società di calcio e dei tifosi.
Comunque, al di là del dibattito sullo specifico dell’applicazione della tessera del tifoso, che incontra numerosi e trasversali elementi di resistenza, è importante capire quali logiche securitarie siano sottostanti a questo provvedimento. La prima cerchiamo di farla capire ai soggetti più ostici alla comprensione del mondo reale: ci riferiamo al mondo della sinistra. La tessera del tifoso apre un profondo squilibrio nel rapporto tra singolo e poteri istituiti prevedendo leggi coercitive della libertà della persona sulla base del semplice sospetto in materia di manifestazioni pubbliche. E qui ci spingiamo a pensare che anche chi ha votato PD, quindi un grado bassissimo di distinzione tra realtà e allucinazione in politica, può arrivare a capire che una maggioranza di governo che detiene il potere dei media se istituisce poteri così ampi nei confronti del singolo, sulla base del solo sospetto, di fatto ha strumenti tipici da dittatura sostanziale. Che possono essere usati anche per temi e manifestazioni di pubblico interesse più strettamente legati alla politica. La seconda e più generale riguarda l’impatto culturale, e quindi radicato nei comportamenti di tutti, riguardante questo genere di provvedimenti. Un primo aspetto di questi provvedimenti è infatti l’animalizzazione del tifoso: questo viene privato di diritti perché ritenuto così imprevedibile e pericoloso, come una animale impazzito, da dover essere “fermato” comunque anche in assenza di prove. In questo senso il tifoso va a fare compagna alle categorie di extracomunitario, “giovane bullo”, “guidatore del sabato sera” ovvero a quei soggetti che, una volta individuati come da normare, vengono privati dei diritti e rappresentati come animali che mettono in pericolo l’ordine sociale (mettendo così a rischio l‘intera società che viene trattata da animale un soggetto alla volta, nessuno escluso). Una regressione ottocentesca del vivere collettivo che viene oltretutto fatta passare con l’ideologia “post-novecentesca” della “sicurezza che non è né di destra né di sinistra”. Un secondo aspetto di questi provvedimenti riguarda invece il significato culturale (eh si..) che si vuol dare al calcio. Infatti i provvedimenti Amato e Maroni si accompagnano ad una logica di ristrutturazione degli stadi che non lascia spazio alle tifoserie organizzate ma solo al tifoso-consumatore che ha nell’acquisto del biglietto della partita solo l’aspetto terminale di una lunga catena di consumi (dopo la sciarpa ufficiale, l’acquisto all’outlet dei tifosi autorizzato, poi al centro commerciale dentro il nuovo stadio, infine la pay-per-view e i canali dedicati). Sconfiggere la cultura da stadio, per affermare un consumismo estremo nel calcio (“valorizzando” radicalmente il prodotto) passa strategicamente dal controllo e dalla selezione dei tifosi, tramite apposite card per la trasferta fatte per regolare i comportamenti individuali non conformi. Lasciamo pensare a chi non si è mai occupato di calcio, ed è pure convinto di saperla lunga su come funziona la società, che il calcio sia sempre stato business e i tifosi degli eterni poveri illusi. Difendiamo piuttosto la cultura da stadio, in una battaglia contro la tessera del tifoso che vale dei diritti che vanno ben oltre la visione della partita.


Seregno – Gli amici degli amici e i camerati della pagnotta

Sabato 26 Luglio 2009 il sindaco di Seregno Giacinto Mariani e l'assessore alla protezione civile Gianfranco Ciafrone consegnano una tenda pneumatica modulare di 180 mq nel campo Alenia dell'Aquila, interamente gestito dall'associazione Nuova Acropoli. L'operazione è ben pubblicizzata: alla quasi totale copertura della stampa locale si aggiungono decine e decine di foto pubblicate sul sito del Comune di Seregno che ritraggono la cerimonia di consegna. Si conclude così un'operazione che ha il via con le delibere comunali n°75/2009 del 07/04/09 e n°92/2009 del 29/04/09 con le quali vengono stanziati 15.000 euro a favore del progetto “Villaggio Nuova Acropoli”. Il costo della tenda è di 22.000 euro e si conta di raccogliere il rimanente mediante i contributi dei cittadini Seregnesi. Si parte bene, anche per merito della “Compagnia teatrale delle mamme della scuola Sant'Ambrogio” che raccolgono ben 1.500 euro con uno spettacolo, il cui incasso viene devoluto a favore dell'iniziativa. Ma con delibera n°180/2009 del 07/07/09 l'amministrazione prende atto che a luglio mancano parte dei soldi previsti e deve reintegrare con altri 3.400 euro per raggiungere la cifra stabilita. . Ma chi sono quelli dell'Associazione Nuova Acropoli?Se ne occupa nel numero del 20/11/1991 Famiglia Cristiana con un articolo dal titolo abbastanza eloquente: “Una truffa un po' nazista” a firma di Luciano Scalettari. Nel dicembre '94 sarà la volta di Cuore di occuparsene con un articolo a firma Valerio Marchi: “Mein Kampino”, all'interno di un dossier dedicato all'estrema destra. Ne farà una sintesi, aggiungendo nuovo materiale Ugo Maria Tassinari, nel suo libro uscito con Castelvecchi nel 2000 e rieditato per Sperling & Kupfer nel 2008: “Fascisteria. Storie, mitografia e personaggi della destra radicale in Italia”. Le accuse sono pesanti. Leggiamole:
“Più inquietante è la vicenda di Nuova Acropoli, gruppo fondato in Argentina nel 1957 da Jorge Angel Livraga Rizzi. [...] NA si è poi diffusa in altri paesi sudamericani e nella Spagna franchista. Da lì è approdata in altre nazioni europee, principalmente meridionali [...]Uno dei leader italiani, Miguel Martinez, rompe dopo quindici anni di militanza e denuncia l’esistenza di un doppio livello, con una struttura iniziatica per adepti neonazisti. La prima denuncia è del 1990 - con un’intervista a “Famiglia Cristiana” - seguita anni dopo da un memoriale, Nuova Acropoli. Dentro una setta neonazista.Martinez svela i segreti di “un’organizzazione totalizzante che, livello dopo livello, inculca nei giovani adepti - inizialmente inconsapevoli - una dottrina [elaborata in Austria e Germania agli inizi del secolo] in cui si combinano elementi di nazionalismo, di tradizionalismo e di naturalismo “völkisch” con le teorie occulte mutuate dalla teosofia ottocentesca di madame Blavatsky, tesa a prevedere e motivare il predominio mondiale di una ‘razza superiore’: quella ariana. Scopo ultimo dell’organizzazione è infatti, oltre alla propria espansione, la creazione di un “Uomo nuovo” che dovrà preparare l’avvento di questa “razza purissima”.” La struttura piramidale occulta di NA è ignota ai militanti di base i quali si ritengono membri di un’organizzazione culturale e umanistica [...]Al vertice dell’organizzazione c’è il comandante mondiale (che è stato il fondatore fino alla morte) che governa per decreti e ha contatti diretti solo con il corpo d’élite degli Asciati. I militanti sono divisi in tre strutture: il “Corpo di sicurezza”, le “Brigate maschili” e le “Brigate femminili”. Il Corpo di sicurezza, divise nere da SS e simbolo della folgore, ha compiti di vigilanza e di pronto intervento. In Italia, dopo la svolta ecologista dei primi anni Ottanta, ha cambiato il nome in Dipartimento di protezione civile. Niente di grave, rispetto alle modifiche apportate al settimo comandamento: “Non ucciderai, se non è strettamente necessario.” Per educare i ragazzi, i responsabili pensano di farli allenare con pestaggi di drogati e omosessuali, che Livraga desiderava internare in campi di concentramento.Un lungo elenco di addebiti, per episodi di violenza e di terrorismo, attività di criminalità comune, contiguità con gruppi e diffusione di idee razziste e xenofobe, è riportato da Herman de Tollenaere, in un articolo critico pubblicato dopo il convegno sulle sette di Amsterdam, per la decisione del CENSUR di affidare a una dirigente di NA, Maria Dolores Fernandez-Figares, la relazione sullo stesso gruppo. Livraga Rizzi negli anni ‘70 rivendica apertamente rapporti inquietanti in America Latina (con i golpisti argentini e uruguagi, i cileni di Patria y Libertad) mentre in Europa organizza un addestramento mirato dei militanti con armi da fuoco. In Francia, il movimento anti-sette denuncia l’esistenza di un doppio livello e i rapporti con l’ultradestra già nella prima fase di proselitismo. Nel 1987 NA ha organizzato un convegno a Lione assieme ai leader del Fronte Nazionale mentre suoi membri hanno messo una bomba nella moschea nella moschea di Romans. In Spagna il rapporto con la Falange fa crescere il movimento, che si contraddistingue per gli scontri di piazza con gli antifascisti ma anche per il traffico illegale di quadri. Il 30 aprile 1993 la polizia fa irruzione nel quartier generale di Madrid e vi sequestra molte opere d’arte rubate. In Belgio negli anni ‘80 sono forti i legami con i terroristi neonazisti di Westland New Post (stesso indirizzo, praticamente stessi nomi) mentre l’adepto Marcel Barbier è arrestato per duplice omicidio a Anderlecht. Gli arsenali della setta sarebbero ben forniti: mitra a Buenos Aires, fucili nel castello spagnolo di Santiuste, armi corte a Madrid e in casa del responsabile ateniese, condannato a un anno di carcere. Un incidente succede anche in Italia. Durante un campo a Montefiascone, nel settembre 1989, nella perquisizione di una cascina acquistata anni prima sono trovati gagliardetti, labari, coltelli, radio ricetrasmittenti senza licenza e numerosi bossoli. I carabinieri arrestano un miliziano del corpo di sicurezza.La divisione sessista dei compiti delle Brigate rende manifesta la concezione razzista: NA è severamente preclusa a omosessuali, prostitute, tossicodipendenti e disabili. Le Brigate maschili, simbolo la croce celtica, ricalcano gli schemi del Fronte del lavoro hitleriano mentre alle donne è riservata l’assistenza a bambini e anziani. Molti giovani che partecipano alle attività di volontariato ignorano l’esistenza di un livello occulto, con il suo armamentario di riti del Solstizio e saluti romani. Particolare attenzione è dedicata ai figli degli adepti: all’asilo nido, “la Catenina d’Oro”, insegnano ai bambini a vedere gli gnomi, gli elfi e le fate. A 7 anni scatta la divisione per sesso, tra “Cavalieri della Tavola Rotonda” e “Tavola d’Iside”, escludendo subnormali e bambini con problemi: l’umanità si divide in razze inferiori e superiori, la selezione naturale è esaltata in nome di una malsana etica dell’uomo forte, che è inculcata insieme al disprezzo per i più deboli.Oggi in Italia NA si presenta come organizzazione ambientalista e apolitica ma ai primordi - fondata a Roma nel 1975, aprì 15 sedi in 4 anni - potè contare sull’appoggio di Serafino Di Luia, uno dei leader della disciolta Lotta di Popolo. In altri Stati, come la Spagna e l’Argentina, le simpatie neonaziste sono dichiarate. In Messico si giunge a organizzare convegni storici revisionisti: Hitler: colpevole o innocente. “.

Alla luce di quanto letto diventa inquietante e paradossale il video prodotto dalla Nuova Acropoli, per presentare la nuova tenda, visionabile su you tube . In cui si dice, riferito ai giovani: “C'è un grande rischio che in questi lunghi periodi di abbandono facciano strane amicizie e decidano di impiegare il tempo in modo sbagliato”. Forse è meglio che i giovani aquilani stiano lontani da quella tenda proprio per non fare strane amicizie. Tenda che ricordiamo è stata donata dall'amministrazione di Seregno.


Estrema destra e giunta Mariani

E' evidente che l'amministrazione di Seregno scegliendo, nel lodevole tentativo di aiutare le popolazioni colpite dal terremoto, di affidare il denaro all'associazione Nuova Acropoli abbia preso una cantonata. Ma è solo una cantonata?Sorge il dubbio conoscendo le posizioni di “simpatia” per idee di estrema destra che aleggiano all'interno della giunta Mariani.Prendiamo ad esempio Gianfranco Ciafrone, assessore alla Protezione Civile e capofila nella decisione di consegnare il denaro pro terremotati all'associazione Nuova Acropoli.Siamo andati a consultare il suo profilo su Facebook da cui risulta iscritto fra gli altri a questi due gruppi:

Mussolini. Alba e tramonto della più grande Italia di sempreIO NON DIMENTICO I CAMERATI UCCISI!!!!!

Ancora più esplicito in questo senso è l'assessore alle Politiche Giovanili del comune di Seregno Nicola Viganò. Dal suo profilo su Facebook risulta amico dei seguenti utenti:

Benito Mussolini;
Brigata Fiamma Tricolore (il logo è quello di Gioventù Nazionale movimento giovanile di Fiamma Tricolore di Luca Romagnosi che non si vergogna di dichiarare pubblicamente: “Non ho elementi per dire che le camere a gas siano esistite o no”);
Camicia Nera;
Celtica Biancacento (la croce celtica era il simbolo dei volontari francesi della Divisione Charlemagne delle Waffen-SS. Per una storia della Croce Celtica vedi link);
Dux Camerata (in cui campeggia l'immagine di Mussolini);
Fascista Mussolini (l'immagine è quella del partito Fascismo e Libertà fondato da Giorgio Pisano);
La Testa di Ferro (Associazione Culturale sul cui sito sono in vendita cd, libri e oggettistica di chiara ispirazione neo fascista, fra cui t-shirt con su scritto “Fascist Love”, ecc..);
Presidio Milano (“sede di Forza Nuova in piazza Aspromonte, il cui capo indiscusso è Duilio Canu, ex-fondatore e leader di Azione skinhead, organizzazione sciolta d'autorità nel 1993 per istigazione all'odio razziale. Con lui anche don Luigi Tam, prete fascista ordinato a suo tempo dallo scismatico monsignor Lefebvre” Tratto da “Bande Nere” di Paolo Berizzi, Bompiani 2009. Padre Tam è sorto recentemente alle cronache per le sue posizioni negazioniste duramente stigmatizzate dal Cardinale Cafarra);
Aquila Italiana Partito Nazionale Italiano ( il P.N.I. anche lui è salito alla ribalta delle cronache ultimamente per le ronde nere, su cui la procura di Milano ha aperto un'inchiesta. Sulla figura di Gaetano Saya segretario del P.N.I , un profilo interessante tracciato dal Corriere della Sera);
Forza Nuova Predappio
infine Marco Pesapane, segretario provinciale di Forza Nuova per Monza e Brianza.Ricordiamo che Gabriele Adinolfi, ideologo insieme a Roberto Fiore (fondatore di Forza Nuova), di Terza Posizione, formazione di estrema destra messa fuori legge dalla magistratura italiana, condannato per reati associativi ed ideologici sia nell’ambito di Terza Posizione che in quello dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), rientrato in Italia nel 2000 essendo caduti in prescrizione le condanne, dopo ventanni di latitanza, “propose ai militanti di Terza Posizione di entrare all'interno di Nuova Acropoli”.E così il cerchio si chiude. Questa la faccia neanche troppo nascosta di alcuni amministratori di Seregno, amministratori che stanno varando, a seguito del pacchetto sicurezza le nuove ronde in città.



fonte: Infonodo

16 agosto 2009

Testimonianze: Carcere di Arezzo, situazione esplosiva giusta la protesta dei detenuti

“La protesta dei detenuti del carcere di Arezzo è sacrosanta perché inumana è la loro condizione di vita quotidiana. Il sovraffollamento da queste parti significa il raddoppio della presenza dei detenuti nelle celle rispetto al livello ‘ottimale’. Si tratta di un carcere vetusto che la buona volontà della direzione e il lavoro encomiabile del personale non riesce più a rendere umano. Le proteste di ferragosto , così diffuse e corali, dei detenuti nell’istituto aretino non possono cadere nel vuoto. E’ necessaria una iniziativa immediata di alleggerimento della pressione umana nelle celle, ma per farlo occorre porre fine alla politica forcaiola che ha contraddistinto questi due anni di governo di centrodestra. In particolar modo la legislazione sulle tossicodipendenze è quella che ha comportato l’ingrossamento della popolazione detenuta ed è necessario cambiare strada ed aprire alle pene accessorie e alternative.
Nel ringraziare i parlamentari e i consiglieri regionali che hanno voluto in questi giorni esercitare il potere ispettivo delle carceri conferitogli dalla legge, l’auspicio è che ci sia un rafforzamento dell’iniziativa anche delle istituzioni locali. Proponiamo un gesto simbolico in grado di tenere accesi i riflettori su questo dramma : convocare al più presto nel carcere di Arezzo, un consiglio comunale e provinciale congiunto straordinario al quale invitare anche il Ministro Alfano. “

Alfio Nicotra

14 agosto 2009

Milano. Migranti protestano all'interno del Cei, 14 arresti

A quindici migranti era stato notificato il prolungamento di detenzione nel Cei di Milano, conseguenza del pacchetto sicurezza entrato in vigore. Nel pomeriggio la protesta, prima pacifica, poi l'incendio di materassi. Nella notte l'intervento della polizia e carabinieri; 14 gli arrestati. Non solo Milano, da due giorni era in corso uno sciopero della fame tra la popolazione migrante rinchiusa a Torino nel Cei di corso Brunelleschi. Notte di insofferenza per la popolazione migrante rinchiusa nel Cei (Centro di identificazione ed espulsione) di Milano. Prima la protesta, durata l'intero pomeriggio di ieri, poi il danneggiamento degli arredi con l'incendio dei materassi e i danni a panche e termosifoni avvenuto a ora di cena. La tensione ha avuto seguito tutta la notte, si sono registrati solo feriti lievi contro il personale presente nella struttura detentiva, nonostante questo la Questura ha ritenuto opportuno arrestare nella mattinata 14 migranti. Le accuse contestate a quattro nigeriane, una cittadina del Gambia, quattro marocchini, tre algerini, un ivoriano e un tunisino, sono di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e incendio doloso. In mattinata la Questura ha tenuto a precisato che tra i poliziotti e i carabinieri intervenuti nella notte per sedare la protesta ci sono una ventina tra feriti leggeri e contusi. A quanto riferisce sempre la Questura la protesta sarebbe la conseguenza del disappunto generale tra gli immigrati dopo che, sempre ieri, era stato notificato a 15 extracomunitari trattenuti nel Cie un decreto di prolungamento della detenzione in base alle nuove norme sulla sicurezza. Verso mezzanotte all'esterno del centro sono giunti anche diversi esponenti dei centri sociali, che hanno urlato slogan contro le leggi sull'immigrazione e contro la Polizia, senza però dare vita ad incidenti.Insofferenza manifestata anche al Cei di Torino in corso Brunelleschi. Qui per due giorni, fino a ieri, i migranti hanno effettuato uno sciopero della fame. Dopo aver rifiutato il cibo a colazione e a pranzo, i migranti rinchiusi nella struttura hanno dato vita a cori dove chiedevano libertà. A quanto riferisce il network indymedia le proteste non sarebbero isolate e a se stanti.


fonte: ami

13 agosto 2009

Reato di clandestinità, primi giorniin tragedia. Anche le colf hanno paura

Per capire gli effetti reali del pacchetto sicurezza, ora legge 94, bisogna farsi una passeggiata la domenica o il giovedì pomeriggio, giorni in cui viene concessa solitamente la libera uscita a colf e "badanti". Tante donne, le stesse che in Italia suppliscono all'assenza di un sistema di welfare. Almeno fino a quando non sarà effettiva la regolarizzazione sono tutte passibili del reato di clandestinità. Prima che entrasse in vigore la legge avevano modo di incontrarsi nei giardini o negli spazi pubblici delle città in cui lavorano, per godere di un momento di socialità con le proprie conterranee, per mantenere il contatto con il proprio paese di provenienza. Ora sono quasi scomparse dalle piazze. Chi non è in regola ha paura, preferisce restare in casa o uscire solo per una mezz'oretta, evitando luoghi troppo affollati. Irina, ucraina, da sei anni in Italia, sa che difficilmente verrà messa in regola. I figli dell'anziana signora che accudisce non vogliono versare contributi e non vogliono grane, trovarsi un altro lavoro non è facile. E' uscita ieri, proprio perché si era balenata una possibilità. Un italiano la assumerebbe ma vuole tremila euro a scatola chiusa e Irina, che mantiene madre e due figli a casa, quei soldi non li ha proprio. Era triste domenica, le avevano tolto anche la possibilità di parlare la propria lingua con alcune amiche in una situazione simile alla sua. Non si sente rassicurata quando le dicono che non la cacceranno via, non si fida. Perché dovrebbe? Spulciando fra le notizie che in questi giorni accompagnano l'entrata in vigore delle nuove norme, si resta allibiti dalla loro pochezza, da quella che Anna Harendt - la citazione c'è tutta - chiamava "La banalità del male". A Verona uno degli ultrà delle leggi repressive, il sindaco Flavio Tosi, già processato per istigazione all'odio razziale, vanta subito due grandi risultati. Uno riguarda i cittadini immigrati. L'eroico difensore della città scaligera è riuscito ad impedire la celebrazione di ben quattro matrimoni fra stranieri in cui uno dei coniugi è irregolare. Con buona pace di Romeo e Giulietta. Inoltre sta applicando con zelo gli articoli che innalzano le multe per reati connessi al codice della strada, soldi in più che entreranno nelle casse comunali. Purtroppo per lui, nella gara in velocità a chi riesce ad affibbiare per primo il reato di clandestinità è stato battuto dall'amministrazione di Sanremo che, lo stesso giorno dell'entrata in vigore della legge, ha sanzionato due cittadini marocchini pronti ora per essere multati ed espulsi.Nella Torino di Chiamparino al danno si unisce la beffa: un ragazzo asiatico, l'altra notte mentre passeggiava, è stato aggredito con una bottiglia rotta da altri tre giovani che gli hanno sottratto il portafoglio. Sentendosi come un normale cittadino, seppur senza permesso di soggiorno, ha chiamato la polizia e ha fatto arrestare i tre malfattori. La gioia per il recupero dei suoi pochi euro è durata poco, è stato immediatamente denunciato per il reato di immigrazione clandestina e rischia ora l'espulsione e una multa di 10 mila euro.Torino è più sicura? Vengono dei dubbi se si pensa al fatto che nei giorni scorsi una squadraccia di ragazzi italiani in due occasioni ha aggredito, pestato, accoltellato e rapinato, in 20 minuti, prima un cittadino marocchino, poi uno del bangladesh, certi di godere di impunità. E finora non sono stati presi. Verranno assunti come volontari per le ronde? E a tal proposito è interessante il titolo di un editoriale de El Pais , che parla di "Somaten italiano", usando la parola somaten che descriveva i corpi armati cittadini catalani medievali ("som atents", cioè 'stiamo attentì), per l'autodifesa contro criminali e nemici, proseguite anche in età contemporanea nelle campagne e riorganizzate poi dalla dittatura franchista con il nome di "Somaten Armado" su tutto il territorio nazionale spagnolo. Il prestigioso quotidiano spagnolo parla di aggressione allo stato di diritto.Cercando altri esempi di applicazione della legge, si arriva a Lecce dove il proprietario di un circo è stato denunciato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, reato che può comportare pene detentive pesanti. Non è ancora dato sapere se i due ragazzi indiani che lavoravano irregolarmente per lui e che verranno espulsi, siano stati tenuti in condizioni di sfruttamento come spesso capita o semplicemente se, in base ad una vecchia espulsione, non potevano essere regolarizzati. Ma per capire bene quale clima sta alimentando la nuova legge va ripresa una vicenda pubblicata sul Mattino di Napoli: lei si chiama Evelyn, ha 19 anni e una figlia, proviene da Santo Domingo, ha lavorato presso una signoraalla quale si è presentata un mese dopo per riscuotere il pattuito, 500 euro. La gentile signora partenopea le ha dato la metà di quanto promesso e alle rimostranze ha cominciato a rivolgere alla ragazza epiteti razzisti facili da intuire e, aiutata da parenti, ha aggredito Evelyn con calci pugni e morsi. Le urla hanno indotto i vicini a far intervenire le forze dell'ordine. La signora in questione non ha trovato di meglio che dire: «Portatela via è una clandestina!». Ma Evelyn è a tutti gli effetti cittadina italiana, una fortunata che ha potuto quindi denunciare l'aggresssione, farsi accompagnare al pronto soccorso: forse potrà avere giustizia. Quante Evelyn non potranno mai fare come lei? Da ultimo, altri dati che dimostrano quanto le norme imposte dalla Lega e avallate dall'intera maggioranza si stiano rivelando catastrofiche negli effetti. I Cie scoppiano, in primis quello di Roma a Ponte Galeria, tanto che i "clandestini" fermati ormai vengono tradotti direttamente nel carcere di Regina Coeli, rivolte come quella esplosa nel Cie di Gradisca di Isonzo rischiano di estendersi con il perdurare di condizioni di vita più infami e periodi di trattenimento insopportabili. E anche dal "fronte meridionale" giungono notizie infauste. Se i 22 che sono sbarcati senza farsi intercettare a Lampedusa si trovano ora a Porto Empedocle in attesa di veder esaminata la propria posizione, risulta ormai impossibile sperare che il ragazzo marocchino che si era tuffato ad un miglio dalla costa di Pantelleria per non farsi identificare, possa essere recuperato vivo. Sapeva che sarebbe stato rispedito in Marocco, che per lui non c'erano speranze. Per lui il pacchetto sicurezza si è applicato nel cimitero Mediterraneo.


Stefano Galieni

12 agosto 2009

Rovereto manifesta per Stefano Frapporti

Nessuna bandiera, tanta gente, tanti amici, almeno 300 persone. C'era la Rovereto che si pone qualche domanda e che vorrebbe vederci chiaro. Questo è emerso dalla manifestazione svoltasi ieri a Rovereto. Un corteo pacifico che ha preso le mosse verso le 18,15 da Piazza Loreto e che in 4 tappe (la stessa piazza, Largo delle Poste, Corso Rosmini nei pressi del Penitenziario e lo slargo di via Fontana) ha permesso alla gente di dire ciò che aveva nel cuore. C'è la Rovereto di tutti i giorni, famiglie con figli al seguito e c'è la Rovereto dell'impegno politico e anche degli ambienti legati alla disubbidienza civile. (continua )

G8 Genova: Violenze alla caserma di Bolzaneto la sentenza d´appello a fine anno

La sentenza è attesa per la fine dell´anno. Il giorno dell´ultima udienza - martedì, 29 dicembre - è stato fissato con straordinario anticipo. Potete scommettere che in quella data il presidente della seconda sezione della Corte d´Appello leggerà la sentenza di secondo grado di uno dei più delicati processi del G8: quello per i soprusi e le violenze commesse all´interno della caserma di Bolzaneto ai danni di «almeno» 252 no-global. Il calendario è pronto: si ricomincia il 20 ottobre davanti ad un collegio formato da Maria Rosaria D´Angelo (presidente), Roberto Settembre e Paolo Gallizia. Il procuratore generale Luciano Di Noto ha deciso di applicare i due pubblici ministeri che hanno condotto le indagini e continueranno a sostenere l´accusa anche in appello: Patrizia Petruzziello, Vittorio Ranieri Miniati. Le udienze si succederanno ogni martedì e giovedì, con qualche piccola eccezione. Quattro appuntamenti ad ottobre, sette a novembre e sei a dicembre. Compreso l´ultimo, che dovrebbe appunto coincidere con la lettura della sentenza.Il 14 luglio dell´anno passato, invece, solo 15 dei 45 imputati per i soprusi e le violenze perpetrate a Bolzaneto furono condannati. Complessivamente gli anni di reclusione furono 24, contro gli 80 richiesti dai pm: nel frattempo tutti i reati sono caduti in prescrizione.
fonte: La Repubblica

10 agosto 2009

Il clandestino beffato due volte

Rapinato da tre romeni, li ha fatti arrestare ma è stato denunciato in base alla nuova legge
Sei clandestino e subisci un reato? O inghiotti tutto in silenzio. O, sei fai denuncia, metti in conto il rischio di essere perseguito in base ai dettami della nuova legge sulla sicurezza. Cornuto e mazziato, insomma. Vittima due volte, dei "cattivi" di turno e dei perversi effetti collaterali del crime deal, come lo chiamano i sociologi contro.Il racconto del primo caso concreto, tecnicamente ancora da vagliare da parte dell´autorità giudiziaria, arriva direttamente da Palazzo di giustizia. Un ragazzo del Bangladesh l´altro giorno è stato aggredito e rapinato da tre cittadini romeni, all´angolo tra corso Vercelli e via Cuneo. Ha chiamato il 113, è stato riferito al magistrato che in procura ha raccolto la notitia criminis. Ha spiegato l'accaduto agli agenti della pattuglia di zona mandati in suo aiuto.Le tre persone accusate del raid, la fonte è sempre Palagiustizia, sono state arrestate dai poliziotti. Lui, identificato e denunciato, è finito dritto nel breve elenco degli immigrati indagati per il neonato articolo 10 bis aggiunto alla Bossi-Fini. La clandestinità. Da 5mila a 10 mila euro di ammenda. Un procedimento penale, oltre a quello amministrativo. L'amarezza dura da mandare giù.E la tutela delle persone offese? Il diritto ad avere giustizia? Le risposte le darà a settembre il giudice di pace chiamato a processare il ragazzo in questione, sempre che a giudizio alla fine venga portato. Nelle scorse ore, oltre a lui e al cittadino russo pescato dai carabinieri dopo un furto con spaccata in un centro commerciale di Collegno, un immigrato di origine marocchina è stato deferito alla procura dalle Volanti e sempre per il reato di clandestinità.La polizia, dopo la pubblicazione della notizia, ha fatto sapere di non aver avuto altra scelta: la nuova legge, dicono dalla questura, "non ammette eccezioni". All'immigrato rapinato e indagato per clandestinità è stato restituto il portafoglio, recuperato dagli stessi agenti che hanno arrestato i tre aggressori e denunciato lui.
fonte: La Repubblica

Carceri: Nei primi 7 mesi dell'anno si sono uccisi 45 detenuti

I suicidi in carcere sono in "lieve riduzione", come sostiene il Sottosegretario Caliendo che, rispondendo ad una interrogazione dei deputati Udc Roberto Rao e Michele Vietti, in Commissione Giustizia della Camera, ha affermato: "malgrado il crescente sovraffollamento, vi è stata una lieve riduzione" (dei suicidi - ndr)?
Secondo noi è esattamente il contrario, a fine anno probabilmente avremo il numero più alto di detenuti suicidi mai registrato nelle carceri italiane. Dall’inizio dell’anno ad oggi nel Centro Studi di "Ristretti Orizzonti" abbiamo già "registrato" (e documentato) 45 suicidi nelle carceri, ed alcuni altri casi ci sono sicuramente sfuggiti, come prova quello del detenuto nigeriano a Torino, mentre in tutto l’anno 2008 i suicidi "ufficialmente riconosciuti" furono 42.
Va detto che nel nostro dossier "Morire di carcere" lo scorso anno abbiamo documentato il suicidio di 48 detenuti, la differenza è data dal fatto che per il Ministero della Giustizia sono "suicidi in carcere" soltanto i casi nei quali il detenuto viene ritrovato già cadavere, oppure muore prima di essere caricato sulla autoambulanza: nel momento in cui il detenuto esce dall’istituto (anche se in coma profondo) scompare dalle statistiche dei suicidi in carcere.
Nel nostro Dossier invece, consideriamo "suicidi in carcere" anche i casi dei detenuti che muoiono durante il trasposto all’ospedale, oppure dopo alcuni giorni di ricovero senza riprendersi dal coma, come è successo il 12 luglio scorso, ad Imperia, per il detenuto algerino Dibe Rachid Salah.
Dal grafico che vedete sotto risulta evidente come nei primi 7 mesi di quest'anno il numero dei detenuti suicidi sia quasi raddoppiato, rispetto a due anni fa, quando nelle carceri era ancora tangibile l'effetto deflattivo dell'indulto.

Francesco Morelli curatore del Dossier


fonte: Ristretti Orizzonti

9 agosto 2009

Veneto. Le spiagge dell'intolleranza

E' scontro politico nella provincia di Venezia dopo la decisione della neo presidente leghista Francesca Zaccariotto che ha deciso di impiegare la polizia provinciale per contrastare il commercio abusivo. Una scelta che il consigliere regionale Gianfranco Bettin ha commentato come una "demagogia da ciarlatani". Ma non solo. Tre giorni fa l'esponente dei Verdi ha presentato una denuncia in Procura contro la giunta provinciale per abuso e omissione d'atti d'ufficio. Secondo Bettin si tratta di un uso improprio della polizia provinciale, che da sempre si occupa dei reati ambientali come la caccia e la pesca abusiva. La Lega ha subito replicato sottolinenado che il problema del commercio abusivo va risolto con l'arma della deterrenza. Insomma per Zaccariotto il problema dei cosiddetti vù comprà è un emergenza che va risolta, proprio come fosse uno dei mali sociali più diffusi. Ed è indubbio che certe dichiarazioni possano pericolosamente legittimare anche i cittadini comuni che si improvvisano sceriffi della spiaggia contro gli immigrati, forti di una politica che persegue l'intolleranza a tutti i costi. Qualche giorno fa a Jesolo, una delle spiagge più affollate del nord est dove da ieri è stato dato il via al pattugliamento misto con la polizia provinciale, un vù comprà mentre correva per evitare i controlli delle guardie ha abbandonato momentaneamente una borsa vicino ad un ombrellone, la quale è stata poi raccolta da un turista che l'ha sistemata sotto il suo lettino da sole. Poco dopo il venditore ambulante è tornato sui suoi passi per riprendere la sua merce, ma il turista l'ha apostrofato con parole razziste dicendo che la borsa apparteneva a lui e gli ha sferrato un pugno sul volto. Solo successivamente l'extra comunitario, probabilmente di origini senegalese, è riuscito a impossessarsi del maltolto e fuggire a gambe levate, mentre il turista non ancora soddisfatto gli lanciava addirittura uno sdraio, fortunatamente senza colpire nessuno. Sono certamente casi estremi, di una gravità assoluta. Episodi sempre più frequenti in un territorio dove l'intolleranza contro il "diverso" si va sempre più radicando, a causa soprattutto di una politica populista, che troppo spesso affronta il fenomeno dei flussi migratori e le sue conseguenze, ignorandone l'origine scatenante.


Clandestina, si getta nel fiume: «Temeva la nuova legge» a Ponte San Pietro, vicino a Bergamo

Fatima Aitcardi, 27 anni, si è buttata nel Brembo. Per il fratello si sarebbe uccisa perché«terrorizzata» dalle norme sulla sicurezza

Si è buttata nel fiume, poche ore prima di diventare una clandestina punibile con l'espulsione. Un peso troppo grande per Fatima Aitcardi, 27enne marocchina che giovedì sera si è suicidata gettandosi nelle acque del Brembo a Ponte San Pietro, vicino Bergamo. A identificarne il corpo ieri è stato il fratello di 23 anni, Mohamed, che in mattinata era andato dai carabinieri per denunciare la scomparsa della ragazza.Fatima era uscita di casa attorno alle 14 di giovedì, e non aveva più dato sue notizie. Voleva farla finita, oppressa dal suo dramma di clandestina. «Era depressa perché non riusciva a diventare u'immigrata regolare» ha raccontato il fratello, aggiungendo: «Fatima era terrorizzata dalla nuova legge».Ovvero dal testo sulla sicurezza, che da oggi introduce il reato di clandestinità, punibile con l'espulsione. Fatima non voleva lasciare l'Italia, dove era arrivata cinque anni fa, e il fratello, immigrato regolare. Ma non era mai riuscita a ottenere il permesso di soggiorno, nonostante diversi tentativi.La residenza era un sogno proibito per la ragazza, sconosciuta alle autorità e ai registri anagrafici. Una donna fragile, che aveva pochi contatti al di fuori della famiglia. L'unica amica che aveva era una conoscente della madre, con cui si vedeva sporadicamente. Fatima era triste, e preoccupata. Una vittima perfetta della depressione, in cui era caduta ultimamente. Un'ombra nera, pesante come un macigno per la ragazza. Che giovedì sera ha scelto di togliersi la vita, per scappare lontano da quella data che temeva come la fine di tutte le sue speranze. Così giovedì ha lasciato i familiari, forse già decisa a farla finita. E poco dopo si è buttata nel Brembo, come se volesse attuare una muta e disperata protesta. La polizia l'ha riportata a riva alle 21, dopo che una donna aveva visto riaffiorare il suo corpo proprio sotto il ponte del centro storico, in paese.La morte di Fatima ha riacceso le polemiche sul reato di clandestinità. Una norma duramente contestata da Livia Turco, capogruppo Pd in commissione Affari Sociali della Camera, che afferma: «Il suicidio di Fatima è un atto sconvolgente, che mostra in modo drammatico quale sia la realtà della vita per molti immigrati. Un gesto che deve far riflettere tutti sulla necessità di avere, in materia di immigrazione, regole più eque ed efficaci che non generino paura,sempre foriera di solitudine e insicurezza. Per adesso la politica della destra su questi temi è stata inefficace, perché ha generato paura e non ha combattuto la clandestinità».



fonte: il secolo XIX

8 agosto 2009

La legge-sicurezza calpesta quella sull'uguaglianza

Oggi entra in vigore la legge "sulla sicurezza" che comprometterà definitivamente i diritti fondamentali dei migranti e in parte anche i diritti dei cittadini italiani. Le nuove norme introducono il "reato di clandestinità", che comporta l'obbligo a carico dei pubblici ufficiali di denunciare la persona che commette questo reato: il migrante colpevole di non possedere, suo malgrado, il permesso di soggiorno.Il reato di clandestinitàè palesemente incostituzionale perchè di fatto punisce i migranti non per quello che fanno ma per quello che sono. Secondo questa norma insegnati, magistrati ecc..., in quanto pubblici ufficiali, dovrebbero procedere alla denuncia del migrante irregolare che non potrà quindi neppure adire un tribunale come testimone o denunciare un reato.Ma non è tutto. La normativa obbliga i migranti al possesso del permesso di soggiorno per ottenere gli atti di stato civile. Così il migrante irregolare non potrà contrarre matrimonio, non potrà registrare una nascita, né riconoscere il proprio figlio, che verrà così dichiarato adottabile e tolto alla famiglia. Tutto questo configura un'evidente lesione dei diritti fondamentali della persona, di tutte le persone, compreso quel 25% di italiani decisi a contrarre un matrimonio "misto".A questo la norma aggiunge un'altra evidente discriminazione nei confronti dei cittadini italiani e stranieri, per i quali le istanze di iscrizione o di variazione della residenza anagrafica potranno discrezionalmente dar luogo alla verifica da parte del Comune delle condizioni igienico-sanitarie dell'immobile e, nel caso in cui l'alloggio venga giudicato inidoneo, la residenza potrebbe essere negata. La conseguenza potrebbe essere quella dell'impedimento dell'accesso alle prestazioni di sostegno al reddito, alle graduatorie per l'assegnazione degli alloggi, di posti agli asili nido o all'assistenza sanitaria. Controllare la residenza delle persone (tutte) è un modo per controllare i diritti.Viene poi reintrodotto il reato di oltraggio a pubblico ufficiale che era stato abrogato, in una versione punitiva intensificata rispetto alla precedente: è prevista la reclusione fino a tre anni. Sarà un'arma da utilizzare facilmente contro chiunque, italiano o migrante, all'interno di contesti di conflittualità sociale o di dissenso.Oltre alle già note ronde, la legge prolunga i tempi di detenzione nei Centri di identificazione e di espulsione fino a un massimo di 180 giorni (il mantenimento per persona, a carico dello Stato, ha un costo di circa 75 euro al giorno). Inasprite le sanzioni e le pene anche per chi favorisce l'immigrazione clandestina, ma nessun articolo parla delle pene da comminare ad esempio a quei datori di lavoro che impiegano lavoratori irregolari sottopagati.È chiaro che queste disposizioni non riguardano solo i migranti. Viene infatti messo in discussione e calpestato il principio di uguaglianza sancito all'articolo 3 della Costituzione che non varrà più per nessuno. E i diritti fondamentali o sono di tutti e lo Stato si impegna a tutelarli, o non sono più di nessuno.Oggi i diversi sono i migranti, ma anche i loro parenti, o chi vive in una casa considerata "inidonea". Domani, purtroppo la storia ci insegna, potrebbe andare peggio. O siamo tutti uguali davanti alla legge o nessuno più lo è. O forse la legge non è più degna di questo nome.

Patrizia Avellani Segreteria della Camera del lavoro di Genova.

Alessandra Ballerini avvocato.

6 agosto 2009

Pestaggi razzisti a Roma e Campomarino (Cb)

A Roma in in negozio di frutta a Tor Bella Monica un gruppo di giovani si sono radunati verso le 18 di ieri e hanno aggredito un dipendente, un bengalese di 23 anni. Una spedizione punitiva: il giovane è stato colpito ripetutamente con un bastone e un coltello. Autori dell'aggressione alcuni italiani probabilmente della zona probabilmente in cerca di vendetta per alcuni apprezzamenti che il bengalese avrebbe rivolto a una ragazza del posto. Il giovane è stato trasportato in codice rosso al policlinico Tor Vergata dove è ricoverato in prognosi riservata con ferite al torace e alla testa, e con un trauma cranico.
Stessa sorte è toccata ad un ambulante straniero nei pressi della spiaggia di Campomarino Lido (CB), massacrato di botte da un cittadino italiano per una contrattazione degenerata in lite.

5 agosto 2009

Roma: Ancora pestaggi al Cie di Ponte Galeria

Un racconto tremendo, e un appello, dal Cie di Ponte Galeria. Nella serata di lunedì arriva nel Centro un gruppetto di algerini, appena trasferiti da Bari Palese. Tra di loro c’è anche un ragazzo gravemente malato di cuore, che si lamenta e protesta: la polizia non ha provveduto a portare da Bari le medicine che deve prendere ogni giorno. Invece di procurare i farmaci, i poliziotti lo portano in infermeria e poi nella cella di sicurezza. Lì lo massacrano di botte, stufi di tutti questi stranieri sempre pronti a lamentarsi.Quando lo riportano in sezione è pieno di lividi e sangue. Lui è malato di cuore per davvero e durante la notte si sente malissimo: i suoi compagni danno l’allarme, e il malato lascia il Centro a bordo di una ambulanza. La mattina dopo i suoi compaesani, che stanno raccontando in giro gli avvenimenti della notte, vengono raggruppati e portati via. Tutti pensano ad un rimpatrio, e solo la sera si scoprirà che in realtà il gruppo è stato messo in “isolamento” nel reparto delle donne. Intanto, durante tutto il giorno, del ragazzo malato di cuore non si ha più alcuna notizia.Passano le ore, e i reclusi del Centro si ricordano di Salah Soudami, morto soltanto cinque mesi fa in circostanze pressoché identiche, e pensano al peggio.Così chiedono aiuto ai solidali che stanno fuori dai Centri e lanciano un appello dai nostri microfoni: vogliono avere notizie del loro compagno. Vogliono sapere come sta, se è vivo o morto, e dov’è. Lo hanno chiesto alla Croce Rossa e non hanno avuto risposta. Lo hanno chiesto pure agli agenti, e anche loro sono stati zitti: del resto, si sa, i poliziotti sono buoni solo a massacrare di botte i malati di cuore.


fonte. Indymedia

4 agosto 2009

Innse Milano: Gli operai continuano il presidio per difendere il posto di lavoro.. le forze dell'ordine continuano a picchiare i lavoratori

Scontri tra polizia e operai davanti alla Innse. Un gruppo di operai ha tentato di forzare il blocco di polizia davanti ai cancelli per prendere il controllo di alcune gru e macchinari. Quattro di loro hanno preso il controllo di un carro ponte. Il tentativo di forzare il blocco è giunto dopo l’ennesima notte di presidio. Gli operai dicono di essere pronti a resistere a oltranza per salvaguardare il posto di lavoro e la fabbrica. Ma la proprietà sembra non voler cedere e, anche questa mattina gli operai delle ditte acquirenti dei macchinari da dismettere, sono entrati per smontarli. Un nuovo tentativo di mediazione in Prefettura è sostanzialmente fallito anche se le squadre di smontaggio hanno abbandonato momentaneamente la fabbrica mancando per loro le condizioni minime di sicurezza. Il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini conferma che la protesta continua e chiede l'intervento diretto del premier Silvio Berlusconi.I quattro operai e il funzionario sindacale arrampicati sulla gru sono "determinati a resistere sulle per tutta la notte e oltre". Gli operai, a quanto si è saputo, non corrono rischi di caduta poichè si trovano dentro le cabine della gru, a una altezza di circa 10 metri metri. La Fiom ha fatto sapere che sono in buone condizioni, malgrado le sette ore circa trascorse al caldo in cima alle gru, e che nel corso delle prossime ore verranno portati loro acqua e cibo. Anche ieri era fallita la mediazione tra le istituzioni e gli operai. Il vertice, finito a tarda sera, ha tolto ogni speranza: la Prefettura ha respinto la richiesta di sospendere lo smontaggio dei macchinari in attesa che un nuovo tavolo tra istituzioni e parti in causa, cioè i diversi proprietari, valuti una soluzione alternativa. Con la Regione che in una nota tiene a precisare che «l’intervento delle forze dell’ordine è stato disposto dalla prefettura in ottemperanza a una decisione della magistratura, che questa mattina avrebbe potuto anche decidere di sospendere lo sgombero, ma non lo ha fatto».
L’unica certezza, oltre al presidio davanti all’azienda che prosegue, resta lo sciopero di due ore, indetto per oggi dalla Fiom in tutte le aziende metalmeccaniche di Milano e provincia. Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom, si dice sconcertato dalla fallita mediazione: «Il viceprefetto ci ha spiegato che sono costretti a procedere per far rispettare il decreto ingiuntivo del Tribunale: stiamo sprofondando verso l’abisso ed è una vergogna per Milano e la Lombardia che le istituzioni considerino più importanti gli interessi di un padrone che vuole solo rivendere la fabbrica a pezzi piuttosto che quelli della gente». Già in mattinata si era intuito che la mediazione sarebbe stata difficile. Una delegazione di operai è rimasta tutto il giorno al Pirellone per cercare di parlare con il presidente Formigoni, ma si è dovuta accontentare di un incontro con alcuni dirigenti. La Regione, in una nota, ribadisce la sua posizione: «La Regione si è spesa da mesi e ben al di là delle sue competenze per cercare una soluzione e un acquirente, c’è stato chi — prosegue la nota — si era detto in un primo tempo interessato ad acquisire la Innse, ma poi si è tirato indietro». Di parere opposto Sergio Cusani, l’ex finanziere coinvolto in Mani pulite e da tempo impegnato in cause sociali, che per conto degli operai della Innse e della Fiom Cgil, ha avuto l’incarico di ricercare possibili compratori. «Imprenditori disposti ad acquistare la Innse ci sono perché è un’azienda viva — spiega Cusani, arrivato al presidio — addirittura c’è una cordata di imprenditori lombardi, alcuni ex clienti, che rileverebbe tutta l’a rea per riqualificarla con l’intesa di lasciar lo stabilimento». Sugli eventi della Innse sono piovute ieri molti reazioni politiche. "Piena solidarieta' con i lavoratoridell'Innse in lotta per il posto di lavoro che stamattina sonosaliti su una gru. Adesso il ministro dell'Interno Maroni ritiri la polizia, che da tre giorni sta unicamente difendendogli interessi degli speculatori e sprecando decine di migliaiadi euro di denaro pubblico con una parata militare di oltre un centinaio di agenti schierati contro 49 lavoratori che hanno la sola colpa di difendere il posto di lavoro". Cosi' in una nota Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se che aggiunge: Maroni ritiri le truppe e il prefetto di Milano convochi le parti, quello dell'Innse e' un problema sociale e non di ordine pubblico". ''Il ministro Maroni e la Lega hanno scelto di schierarsi a favore di questo imprenditore per la speculazione e la truffa''. Lo sostiene il segretario provinciale milanese di Rifondazione Comunista, Antonello Patta, riferendosi all'imprenditore Silvano Genta, proprietario della Innse Presse, storica azienda alla periferia est di Milano dove e' in corso un presidio dei lavoratori che chiedono di poter continuare a lavorare e che le macchine non vengano smontate. ''Le ragioni degli operai della Innse - spiega Patta - sono riconosciute da tutti perche' si parla di una realta' produttiva avanzata, che e' stata pero' lasciata nelle mani di un imprenditore truffaldino''. Secondo Patta, ''dietro di lui c'e' Maroni e la Lega che lo proteggono. Fu Castelli infatti a presentarlo tempo fa quando l'azienda doveva essere rilevata''

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