21 luglio 2009

Storie di ordinario razzismo a Treviso e Napoli

Una donna napoletana, madre di un 12enne, ha deciso di trasferire il figlio in un'altra scuolamedia stanca delle offese e dei comportamenti razzisti che il ragazzino subiva dai compagni. E' accaduto a Treviso. La donna, che ha raccontato la vicenda all'emittente televisiva Antenna Tre Nordest, ha sostenuto che suo figlio veniva preso di mira perché "meridionale". La signora, che non ha presentato però alcuna denuncia, ha spiegato che gli altri alunni lo sbeffeggiavano, intonando canzoni contro i napoletani, dicevano avevano paura di lui, "perchè figlio di un camorrista", e lo emarginavano durante le attività scolastiche e ricreative. Tra i gesti più odiosi riferiti dalla donna, anche l'abitudine di alcuni compagni del figlio di disinfettare le penne dopo che lui aveva toccate "perché puzzavano". La signora ha provato a far presente la situazione alle insegnanti della scuola - un istituto del centro di Treviso - ma si sarebbe sentita rispondere che era il suo ragazzo ad essere problematico.

Episodio di razzismo a Napoli, al quartiere Forcella. Un giovane di colore è stato aggredito a calci e pugni, vicino alla scuola "Annalisa Durante", per aver chiesto a un uomo di 30 anni, che lo stava per travolgere, di andare più piano con l'auto. Il conducente, riferiscono alcuni membri della Rete sanità e comitato Parco San Gennaro, è sceso dall'auto e, aiutato da altri due ragazzi, ha malmenato il giovane immigrato utilizzando urlando frasi del tipo "vai via nero, te lo meriti". Il giovane è riuscito a scappare. Poco dopo, è arrivata sul posto una volante della polizia in cerca degli aggressori. Qualche giorno prima, il parco San Gennaro aveva organizzato una manifestazione antirazzista dal titolo "Diamo un calcio al razzismo". Non è, questo, il primo episodio del genere, quest'anno a Napoli. Qualche mese fa un giovane italo-etiope di 22 anni è stato aggredito da due ragazzi con la testa rasata al grido di "sporco negro
fonte: La Repubblica

Nel nome di Carlo Giuliani

«Se cercate Carlo guardate il mare» ha detto Haidi Giuliani ieri in occasione della manifestazione che ogni anno si tiene a piazza Alimonda per ricordare quel 20 luglio 2001 quando alle 17,25 e non a e 27, come ha sottolineato il padre Giuliano Giuliani, venne sparato il primo colpo che uccise Carlo dal defender durante il G8 genovese. È stato Gogo, un compagno di scuola di Carlo a leggere un componimento che Carlo scrisse anni fa alla famiglia in cui c’è la sentenza a morte di un uomo con tanto di lettera alla moglie, condanna in latino e motivazioni delle colpe in francese. «Carlo aveva una grande facilità di scrittura e scriveva queste cose a noi, chiuso in una stanza per pochi minuti. Purtroppo quello che sembrava uno scherzo è stata una tragica profezia. Quale corpo fu più esposto del suo?», commenta Haidi. La condanna in latino prevede infatti che il corpo sia esposto appunto al pubblico ludibrio. Il Comitato ha scelto di concentrarsi nuovamente in piazza Alimonda dove d’altra parte il 20 di ogni mese c’è un appuntamento fisso. Accanto alla cancellata della piazza c’erano ieri fogli stesi come panni con i perché di un’inchiesta affossata e archiviata. Ad esempio «perché il nome di Raffone che dicono essere l’altro occupante della jeep compare solo sabato mattina alle 12,30?» oppure «perché dei vari occupanti della jeep interrogano solo l’autista Cavataio e Placanica?» o ancora «perché il generale Desideri e Truglio decidono di parlare di un politraumatizzato mentre il 118 arrivato già da un quarto d’ora ha già dato conto del foto di un proiettile sotto l’occhio sinistro?».Tra la folla ci sono i portavoce del Genoa social forum di allora, Vittorio Agnoletto e Alfio Nicotra e anche il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero: «Sono tornato come quasi tutti gli anni perché penso che c’è un valore della memoria. Non ricordare è uccidere due volte – dice Ferrero - È un dovere morale e politico. Se lo stato protegge pezzi dei suoi, è bene che si continui a chiedere giustizia». Sulle responsabilità degli alti vertici al potere torna anche Vittorio Agnoletto: «Sono le verità che fanno paura a questo stato. Hanno paura della Diaz e di Bolzaneto anche se è stata acquisita la verità in sede giudiziaria. Su Carlo non si vuole cercare la verità. L’unica speranza è che dalla Corte europea arrivi l’ingiunzione a riaprire il processo. Placanica probabilmente non è il responsabile. Il vero responsabile è coperto».Tra la folla centinaia di persone arrivate dal Veneto, dalla Toscana, dal Piemonte e dalla Lombardia. Antonella, milanese, insegnante commenta che «era un manifestante che manifestava in modo pacifico» e che «ricordare è prendere coscienza dei fatti avvenuti per capirne l’importanza. Spiegare il proprio punto di vista senza temere ritorsioni». Giuliano Giuliani gira con una maglietta dei carcerati di Rebibbia «beato chi crede nella giustizia perché verrà giustiziato»: «A questo punto speriamo che sia favorevole la sentenza della Corte europea, che ci restituisca la giustizia che in Italia ci è stata negata», commenta.Il giornalista Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime del pestaggio alla Diaz (oggi modera un dibattito nel circolo Arci di San Fruttuoso prima della fiaccolata alla scuola) torna a ribadire che «quello che abbiamo visto 20 e 21 luglio sono incompatibili con una democrazia», poi guardando la folla «siamo consapevoli che siamo una minoranza. Non credo che debbano esserci decine di migliaia di persone. La gente che è qui ha molto da dire. Che siano tanti o pochi è irrilevante».Ad ascoltare e guardare ci sono anche dei ragazzi che sicuramente al G8 2001 non c’erano. «Avevo 12 anni – ammette Chiara - mia mamma mi ha portato un dvd a casa. Ho capito che ci sono stati dei soprusi e che alla fine non hanno dato la colpa al carabiniere e poi sono qui per solidarietà». Dalla Toscana arriva anche uno cuoco bergamasco, Danilo, 18 anni: «Mi dà fastidio che sia passata la storia che stava attaccando i carabinieri. Hanno manipolatole le notizie. Stava resistendo a un’ingiustizia». In piazza anche due nigeriane portate da Francesca, genovese: «Erano davanti alla tv ho spiegato che cosa andavo a fare e hanno sentito la necessità di venire, anche se otto anni fa non erano neppure in Italia. Chissà perché non fanno altrettanto i genovesi». Tommaso un toscano adottato da Genova ricorda il panico, la paura e i lacrimogeni di sabato 21 luglio 2001 in corso Italia «fu traumatico erano luoghi che conoscevo. Genova era già la città del cuore. Rimane una ferita aperta». Sotto a tante parole le note di Renato Franchi & l’Orchestrina del Suonatore Jones, Alessio Lega con «Cantacronache di ieri e di oggi», Marika, Pier e Fabio con «Bricchi, Gotti e Lambicchi» e Marco Rovelli col suo gruppo «libertAria».


20 luglio 2009

Il 20 luglio dell'ordine pubblico

Il venti luglio 2001 a Genova in Piazza Alimonda veniva ucciso Carlo Giuliani. Per quell'omicidio, agli atti, c'è solo una archiviazione. Il carabiniere che sparò agì, secondo i giudici, per legittima difesa. Il colpo, secondo gli esperti balistici della Procura di Genova, si avventurò in una traiettoria deviata da un calcinaccio in volo e quindi 'attinse' la vittima. L'omicido di Carlo Giuliani fu il momento più alto della repressione indiscriminata che porta nomi ormai noti di quei giorni: la Diaz, i manganelli e i lacrimogeni da guerra nei cortei, la caccia all'uomo, le botte, i cori fascisti di alcuni agenti. Vi fu, secondo qualificati osservatori, una sospensione dei diritti costituzionali e la ferita aperta, mai rimarginata, si stempera nel tempo che passa, nella quotidianità che scorre, nelle cronache incalzanti che saturano la percezione e la riflessione.Pochi giorni fa un tribunale di Ferrara ha condannato in primo grado quattro agenti di polizia per l'omicidio di Federico Aldrovandi, percosso e picchiato alle prime luci dell'alba mentre stava rincasando dopo una serata con amici.A Parma, un ragazzo di colore nei mesi scorsi veniva picchiato e fotografato con insulti razzisti nella caserma dei vigili municipali.L'ordine pubblico è questione delicata nella storia d'Italia (utilissimo il sito http://www.reti-invisibili.net/), dagli anni più caldi della contestazione, a quelli bui della lotta armata, fino ad arrivare ai nostri giorni passando da Napoli – un anno prima di Genova – e ai fatti che riguardano il comportamento degli agenti impegnati corpo a corpo con le tifoserie da stadio. Quest'ultimo accostamento ci ricorda come siano cambiati i terreni di scontro e come sia mutato anche l'atteggiamento di chi è chiamato al servizio 'anti-sommossa'.Torniamo a Genova: otto anni dopo vale la pena ricordare anche cose piccole, ma significative. La catena di comando del macello della Diaz, con falsi ideologici e depistaggi che arrivano fino all'allora Capo della polizia Gianni De Gennaro, ha portato solo a promozioni o incarichi ancor più prestigiosi per i responsabili delle forze di polizia . Le battaglie di quella sinistra che oggi è scomparsa dal Parlamento per avere la piena identificabilità degli agenti, per esempio con un numerino identificativo sul casco, sono rimaste lettera morta. Le fotografie consegnate ai pm di Genova per il riconoscimento delle 'mele marce' nelle fila dei tutori dell'ordine erano fototessere sbiadite e in formato talmente piccolo da rendere impossibile qualsiasi tentativo di riconoscibilità. A Milano, un murales dipinto in memoria di Carlo Giuliani, è stato cancellato conme se fosse una semplice tag da rimovere dai muri imbrattati. Lo avevano rifatto, lo hanno ricancellato. La scritta recitava: no justice, no peace.Nelle manifestazioni dell'Onda della scorsa primavera alcuni studenti spiazzavano gli agenti con manifestazioni improvvisate che paralizzavano il traffico. Paura degli agenti? Nessuna, sono della polizia, alcuni dicevano. Ai tempi di Genova quei ragazzi avevano 12 anni. Certo, dicevano, ce lo ricordiamo. Ma non facciamo nulla di male. Proprio come migliaia di persone picchiate brutalmente allora. L'ex parlamentare Gigi Malabarba ancora oggi che non siede più nel Palazzo non si stanca di raccontare come siano cambiate le regole per entrare in polizia: il riferimento è a una legge del 2004 che favorisce fino al 2020 i militari, spesso quelli che hanno un concetto di 'ordine pubblico' legato alle 'missioni di pace', rispetto agli aspiranti poliziotti civili che non sono in servizio nei corpi armati. Una norma che prospetta dei riflessi inquietanti, basti pensare ai militari del Tuscania per le strade di Genova nel 2001. Manca una riflessione sulla gestion edella piazza, l'addestramento, in un normale contesto urbano italiano. Lo conferma la decisione, annunciata con vanto dal governo Berlusconi, di affiancare agli agenti per le strade delle città militari in mimetica, o la militarizzazione dei luoghi 'sensibili' come i siti prescelti per discarioche o termovalizzatori. Torniamo, ancora una volta a Genova: nessuna commissione di inchiesta, una verità processuale falsata, archiviazione per calcinacci devianti, prescrizione incombente, nessun ripensamento sulle reponsabilità all'interno delle forze di polizia. L'ultimo caso, quello dei quattro poliziotti di Ferrara condannati, è più che lampante. Uno di loro, alla lettura della sentenza che lo riteneva resposabile dell'omicidio di un ragazzo, non c'era. Era in missione al G8 dell'Aquila. Mansione: ordine pubblico.


Angelo Miotto - PeaceReporter

17 luglio 2009

Afragola (Na): Giovane immigrato ferito alle gambe, Difendeva i diritti dei lavoratori africani

Era considerato un leader dai ragazzi nordafricani che lavorano nei campi attorno ad Afragola, a nord di Napoli, che cercava di proteggere tutelando i diritti. Potrebbe essere questo, secondo gli inquirenti, il motivo dell’agguato nel quale un giovane africano di 21 anni è rimasto ferito alle gambe.
LA DINAMICA - L’uomo, originario del Burkina Faso, stava tornando ieri sera con un suo connazionale lungo via Sacro Cuore dalla mensa Caritas dove erano andati a mangiare quando due uomini a bordo di uno scooter gli si sono avvicinati e gli hanno sparato due colpi di pistola ferendolo alle gambe.
DUE FERMATI - Gli aggressori sono Raffaele Rosmarino, 59 anni, detto «o Corcione», e Salvatore Caccavale, 39 anni, meglio conosciuto come «Salvatore ò Criminale», entrambi pregiudicati. I due, rintracciati grazie a testimonianze recuperate sul posto, sono stati fermati dagli agenti del commissariato di Afragola per il reato di tentato omicidio, porto e detenzione di armi e spari in luogo pubblico. Il giovane africano è stato ricoverato presso il reparto ortopedia dell’ospedale San Giovanni di Dio a Frattamaggiore con una prognosi di 30 giorni.
fonte: corriere del mezzogiorno

Chiari (Bs): Uno stendardo che dà fastidio, multata la bandiera della pace

Multata la Pace. Proprio così. Centocinquantacinque euro (più 5,60 per le spese di notifica) di ammenda per la grande e colorata bandiera simbolo universale della Pace. Uno stendardo portato in corteo da famiglie con bambini al seguito nel corso della "Marcia della Pace" che si è svolta a fine marzo promossa dalla "Tavola della pace" di Franciacorta - Monte Orfano. Il fatto è accaduto a Chiari, comune bresciano governato dal senatore leghista Sandro Mazzatorta protagonista, tra l'altro, anche di una vicenda di "residenza negata" ad una famiglia Sinti con 5 bambini portata anche all'attenzione della Camera dei Deputati lo scorso 28 ottobre dall'onorevole Furio Colombo.Ma tornando alla vicenda dell'ammenda al simbolo della Pace sventolato nel corteo lungo le strade della località bresciana è bene spiegare che i manifestanti avevano, tra l'altro, ricevuto dalla Questura di Brescia l'autorizzazione a passare e sostare nella piazza centrale del paese. Almeno per due ore. Come previsto dal programma regolarmente presentato. Nonostante questo, però, un agente della polizia locale ha pensato bene di redigere un verbale per «occupazione di suolo pubblico con un veicolo allestito con casse, bandiere e cartelloni, e una bandiera di notevoli dimensioni». Da segnalare peraltro che l'agente ha evitato di notificare la multa ai diretti interessati durante la manifestazione. L'associazione promotrice dell'iniziativa pacifista, che al momento ha scelto di non pagare la multa, nelle scorse settimane, si è rivolta anche alla Prefettura di Brescia. In un comunicato, inoltre, l'associazione fa sapere che «La Marcia della Pace ha ottenuto tutti i necessari permessi proprio dalla questura di Brescia che oltretutto è dovuta intervenire nei confronti dell'amministrazione comunale che inizialmente aveva negato l'autorizzazione alla manifestazione senza dare alcuna motivazione». Giuseppe Matteotti a nome della "Tavola della pace" Franciacorta parla di «multa discriminatoria nei confronti di realtà associative e iniziative il cui pensiero non segue la stessa direzione dell'attuale governo nazionale e locale. Per noi è importante conoscere la posizione del prefetto di Brescia, al quale abbiamo scritto, in qualità di rappresentante dello Stato». Per i pacifisti dunque è fondamentale ristabilire il diritto a manifestare. In attesa di una risposta gli esponenti del gruppo franciacortino pensano di scrivere anche al Presidente della Repubblica che proprio nelle scorse settimane aveva elogiato il lavoro compiuto dalla Tavola della pace nazionale.

Candannati a 15 anni e 4 mesi gli assassini di Abba

Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio, sono stati condannati a 15 anni e 4 mesi di reclusione per essere i colpevoli dell'assassinio di Abdul Salam Guiebre, conosciuto come Abba, giovane italiano originario del Burkino Faso, ucciso a sprangate la notte del 14 settembre scorso a Milano.Il pubblico ministero aveva chiesto per i due assassini una pena detentiva pari a 16 anni e 8 mesi.Secondo la ricostruzione degli avvenimenti fatta dai due condannati Abba avrebbe rubato un pacchetto di biscotti dal bancone del bar che Fausto e Daniele Cristofoli gestivano e per questo sarebbe stato inseguito e massacrato di botte.La famiglia Cristofoli ha offerto ai genitori di Abba centomila euro a titolo di risarcimento ma gli avvocati difensori della famiglia Guiebre ne chiedono 900.Immediate le reazioni dei familiari del giovane. "Sono troppo addolorata par parlare - ha fatto sapere la mamma del ragazzo ucciso - Abba era un ragazzo a cui tutti volevano bene e che non si può dimenticare". Anche una delle sorelle di Abba ha voluto parlare davanti alle telecamere. "Fino a oggi credevo nella giustizia ma la giustizia oggi mi ha fatto crollare a terra. Sono troppo pochi gli anni a cui sono stati condannati". Un'altra delle sorelle del giovane ucciso, presente durante la lettura della sentenza ha tenuto a precisare: " Mio fratello è stato ucciso per razzismo. Io ho guardato in faccia gli assassini e e ho capito che non si sono pentiti. Bisognava condannarli fino alla fine dei loro vita e buttare la chiave".L'amarezza per la condanna "troppo mite" esce dalle parole di tutti i parenti di Abba. Uno dei suoi cugini sperava in una condanna all'ergastolo. " E' una faccenda che si risolta troppo velocemente. Forse organizzeremo una manifestazione per far capire alla gente che non è stata una sentenza giusta. Volevamo l'ergastolo".




fonte: PeaceReporter

16 luglio 2009

Carceri: una ricerca dimostra che l'indulto ha funzionato

Sono stati presentati martedi 14 luglio presso la sala stampa della Camera dei Deputati i risultati di uno studio portato avanti da un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino coordinato da Giovanni Torrente relativo agli effetti del provvedimento d’indulto varato dal Parlamento nel luglio del 2006. “A tre anni dal provvedimento di clemenza. Indulto: la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità” era l’eloquente titolo della presentazione odierna. Luigi Manconi, che ha commissionato la ricerca quale seguito di quella da lui promossa all’indomani del voto quando era sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, ha aperto l’incontro auspicando, tramite la ricerca torinese, di “rendere l’onore perduto al provvedimento di clemenza, che più di ogni altro ha subito un processo di deformazione del suo significato e di travisamento dei suoi esiti”. I dati oggi presentati costituiscono la quarta tappa di uno studio di monitoraggio che ha visto altre elaborazioni a 6, 17 e 26 mesi dal provvedimento. Manconi ha raccontato di aver dovuto pagare di tasca propria quest’ultima fase della ricerca perché, con l’arrivo del nuovo governo, “i pochi fondi necessari per portare a termine un lavoro così importante, che costituisce un piccolo elemento di verità contro un’alterazione tanto profonda dell’indulto, erano stati tagliati”.La ricerca, illustrata da Torrente, ha mostrato come, contrariamente a tutte le rappresentazioni mediatiche fornite in questi mesi, il tasso di recidiva tra coloro che hanno beneficiato dell’indulto provenendo dalla carcerazione sia oggi del 30,31%, contro il 68% circa del tasso ordinario di recidiva. Tra chi al momento del provvedimento era sottoposto a una misura alternativa alla detenzione si scende addirittura al 21,78%. Questi dati, ha spiegato Torrente, si possono considerare sostanzialmente definitivi, poiché i rientri in carcere si sono avuti principalmente nei primissimi mesi dopo il voto parlamentare.Il tasso di recidiva è dunque di circa dieci punti inferiore tra chi aveva usufruito di una misura alternativa prima di beneficiare del provvedimento di indulto. L’indulto va a confermare un dato che tutte le ricerche su questi temi ci hanno ormai insegnato. Il carcere fa male. Se guardiamo alla variazione del tasso di recidiva tra chi aveva più o meno carcerazioni alle spalle, vediamo come esso vada a crescere fortemente in relazione alla vita penitenziaria passata. Per chi era in carcere al momento del provvedimento di clemenza, dal 18,38% di chi era alla prima carcerazione al 52,52% di chi ne aveva alle spalle cinque o più. Lo stesso accade per coloro che hanno avuto l’indulto dalla misura alternativa, ma con una minore progressione. Oltre sei persone su dieci, tra chi aveva cinque e più carcerazioni alle spalle e stava usufruendo di una misura alternativa, non sono rientrati in carcere dopo aver beneficiato dell’indulto. “Le misure alternative”, ha detto Torrente, “aprono uno spazio. Ma invece di imparare dai dati, le politiche odierne si muovono in direzione opposta, limitando l’utilizzo delle alternative alla detenzione”.Se guardiamo poi alla nazionalità delle persone rientrate in carcere dopo aver usufruito del provvedimento, vediamo come, a dispetto di tutte le campagne mediatiche che ci raccontavano di una “tipica faccia da indultato” (La Stampa, La Nuova Sardegna) che avrebbe ovviamente avuto la carnagione nera od olivastra, tra gli italiani la recidiva sia stata pari al 31,99% dei rimessi in libertà mentre tra gli stranieri si sia fermata al 21,36%. La parlamentare radicale Rita Bernardini, dati alla mano, ha fornito la misura delle devastanti campagne televisive sulla sicurezza, affatto scollate da ogni attinenza alla realtà. Campagne che sono la causa dell’opinione diffusa che vede nell’indulto un episodio dannoso della recente storia italiana. A seguito di un’analisi condotta su circa 5.100 edizioni di telegiornali annue per oltre cinque anni, ha mostrato come il tempo dedicato a notizie di cronaca nera, cronaca giudiziaria e criminalità organizzata sia più che raddoppiato dal 2003 al 2007, passando dal 10,4% al 23,7%. È a partire dal 2006 che si è prodotta l’accelerata, nonostante i dati raccontino di una diminuzione generale dei reati più gravi.Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella ha chiuso ridicolizzando il piano di edilizia penitenziaria portato avanti dal ministro Angelino Alfano e dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta. “Noi siamo contrari all’edilizia penitenziaria per ragioni di principio”, ha detto. “Ma qualcuno dovrebbe smascherare il ministro e dire ad alta voce che il suo piano è irrealizzabile. Franco Ionta è commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, e già quando c’è un commissario c’è un fallimento. Ci dice di voler creare 17 mila posti letto entro il 2012. Primo, con questi tassi di crescita della popolazione detenuta questi numeri sono inutili. Secondo, è impossibile dal punto di vista edilizio essere così veloci. Terzo, perfino dopo aver rubato dalla Cassa delle Ammende, a tutt’altro destinata, il ministro sa bene che mancano i due terzi dei fondi necessari”.
fonte: Linkontro

La Giustizia con la divisa

Altro che giustizia eguale per tutti! Tre anni di reclusione per aver rubato un pacco di biscotti (prezzo un euro e 29 centesimi); 2 anni e 8 mesi a un «ladro» di 74 anni per il furto di un etto di prosciutto. Tre anni e 6 mesi per i poliziotti che hanno ucciso, a colpi di manganellate, Federico Aldrovandi; sei anni per l'agente di polizia che ha spezzato la vita di Grabriele Sandri.In carcere chi viola la legge per fame; a piede libero chi tronca la vita con una violenza inaudita.Sentenze emesse «in nome del popolo italiano», mentre la maggioranza parlamentare approvava una legge che, tra le altre nefandezze giuridiche e sociali, punisce con 5 anni di carcere i migranti che non ottemperano all'ordine di espulsione; allunga fino a 6 mesi la detenzione amministrativa; modifica (creando nuovi reati e nuove aggravanti) intere parti del codice penale. Il carcere, ne siamo sempre più convinti, deve essere l'extrema ratio. Ma per tutti; non solo per i potenti o per chi indossa una divisa. E, invece, assistiamo, quotidianamente, a una progressiva, quasi inarrestabile, china discendente della nostra civiltà giuridica e della nostra cultura democratica.Come è possibile considerare colposo (cioè dovuto a imprudenza, negligenza o imperizia) un omicidio da parte di chi, agente di polizia, freddamente, impugna la pistola, la punta e spara mirando un ragazzo seduto in auto? E come si può parlare di eccesso colposo in legittima difesa in un caso, come quello di Federico Aldrovandi, in cui più poliziotti hanno infierito con violenza inaudita sul suo corpo? La regressione è intollerabile. La giustizia, giorno dopo giorno, ritorna ad essere forte con i deboli e debole con i forti.Anche altro ci deve far riflettere. Dopo la sentenza per la morte di Aldrovandi, i suoi amici e i suoi genitori si sono abbracciati; «volevo che a mio figlio fossero restituiti giustizia e dignità» ha detto il padre di Federico. Del tutto diversa la reazione degli amici di Gabriele Sandri. Insulti ai giudici; il Tribunale e le piazze trasformate in curve da stadio (violente e razziste, non quelle di una sana tifoseria). Eppure sia Federico che «Gabbo» sono vittime della stessa violenza e di una analoga ingiustizia. Ma ben diverse sono state le reazioni. Da un lato chi, come gli amici di Federico, crede in una giustizia che non deve mai trasformarsi in vendetta; dall'altro, chi, invece, pensa alla giustizia (e alla pena) come strumento di vendetta («gli ultras hanno voglia di vendetta», titolava ieri un autorevole quotidiano).Una ultima considerazione, a proposito di giustizia ed eguaglianza. Forti, e del tutto condivisibili, sono state le proteste, a sinistra e nel centrosinistra, per l'approvazione del pacchetto sicurezza. Ma molti sono stati i silenzi: basti pensare, ad esempio, ai voti favorevoli, anche nel centrosinistra, alla reintroduzione del reato di «oltraggio a Pubblico Ufficiale». Eppure bastava leggere le parole della Corte costituzionale per opporsi al ripristino di un reato che, ripetutamente, la stessa Corte aveva espressamente invitato ad eliminare dal nostro ordinamento penale, onde evitare censure in relazione a vari articoli della Costituzione, tra cui principalmente, ma non solo all'art. 3, che sancisce il principio per cui tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge. I giudici delle leggi, oltre vent'anni fa, aveva detto che tale reato era «espressione di una concezione autoritaria, non consona alla tradizione liberale italiana né a quella europea», e aveva evidenziato come «questo unicum, generato dal codice Rocco» era il prodotto della concezione dei rapporti tra pubblici ufficiali e cittadini tipica dell'ideologia fascista e quindi «estranea alla coscienza democratica instaurata dalla Costituzione repubblicana». La Corte non si era limitata, però, a chiedere espressamente al parlamento l'eliminazione di tale fattispecie penale dal nostro codice, ma - caso rarissimo - aveva autonomamente diminuito la pena allora prevista (massimo 2 anni di reclusione). Ebbene, con il recente pacchetto sicurezza, la pena è stata addirittura aumentata (fino a tre anni di reclusione). Ecco perché, di fonte a decisioni che contrastano con princìpi fondamentali di uno stato di diritto, chi crede nella giustizia non può tacere ma deve usare tutti gli strumenti della democrazia per opporsi a un abisso che ricorda un passato che speravamo definitivamente tramontato.


Giuliano Pisapia da il manifesto

Condanne miti per chi uccide in nome della legge. I precedenti

È dei giorni scorsi la condanna a 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo ai quattro poliziotti che la notte del 25 settembre 2005 a Ferrara picchiarono, ammanettarono e immobilizzarono il 18enne Federico Aldrovandi, forse alterato dalle droghe, causandone la morte.Simile la vicenda di Riccardo Rasman, 34 anni, di Trieste; soffriva di schizofrenia, il 27 ottobre 2006 per "calmarlo" intervennero quattro poliziotti; fu picchiato, ammanettato, messo in posizione prona e morì soffocato. Tre dei poliziotti furono condannati a sei mesi per omicidio colposo.Nell'ottobre del 2001 a Genova Silvano Alfonso, 28 anni, ubriaco, viene immobilizzato dal buttafuori di un locale con una mossa di karate. L'intenzione è di farlo svenire, in realtà il giovane muore. Il buttafuori viene arruolato in polizia; in primo grado è condannato a 3 anni per omicidio preterintenzionale; l'appello deve ancora svolgersi, dopo quasi otto anni.Dieci mesi sono la condanna per omicidio colposo toccata a un carabiniere che durante un inseguimento urtò con l'auto il motorino di un 15enne che non si era fermato all'alt a Clusone (Bg) il 22 ottobre 2006. E ha avuto sei mesi per omicidio colposo il carabiniere che nel 1990 a Milano uccise un immigrato disarmato, Kamel Saidani, che fuggiva a piedi dopo avere forzato un posto di blocco.Per contro, ha avuto 5 anni per tentato omicidio il nigeriano Osahon Eghaghe che nel maggio 2008 sfondò un posto di blocco tentando di investire un carabiniere. E due anni e due mesi un marocchino di 51 anni che a Rimini, nel giugno scorso,cercò di rubare la bicicletta di un carabiniere.


fonte: il secolo XIX

15 luglio 2009

Italia il paese dei due pesi e due misure

"In questo paese esistono di fatto due pesi e due misure quando a commettere i reati sono le forze dell'ordine. Non è un caso chel'Italia è l'unico paese d'Europa dove le forze dell'Ordine non hanno i codici diriconoscimento sulle divise. Esiste un filo comune tra la legge reale, che ha visto più di 700 omicidi di stato senza colpevoli e la deriva securitaria della zero tolleranza che non a caso si è sperimentata sugli stadi da anni, sospendendo le garanzie costituzionali. Tutti quei parlamentari che ieri hanno espresso solidarietà sono gli stessi che hanno in questi anni approvato senza battere ciglio le leggi più repressive d'Europa in barba alle garanzie costituzionali, dando enorme potere alla discrezionalità delle forze dell'ordine e prefetti. Il paradosso della giustizia italiana è dato dal fatto che la pena per chi ruba un pacco di wafer, o si coltiva alcune piante di marijuana è paradossalmente simile o addirittura maggiore di chi spara ed uccide senza motivo com'è successo per il caso Sandri, o di chi ammazza di botte un ragazzo per strada com'è successo per Federico Aldrovandri."


Italo Di Sabato - resp. Osservatorio sulla Repressione del Prc/Se

14 luglio 2009

Omicidio Sandri: sei anni all'agente riconosciuto colpevole di omicidio colposo e non volontario. In aula urla contro i giudici.

Non fu volontario l'omicidio di Gabriele Sandri. Dopo nove ore di camera di consiglio, la Corte d'assise d'Arezzo ha condannato a sei anni l'agente della Polstrada Luigi Spaccarotella che l'11 novembre del 2007 uccise il tifoso della Lazio Gabriele Sandri nell'area di servizio Badia al Pino sulla A1. "Fu omicidio colposo aggravato dalla previsione dell'evento", ha detto la giuria. Come dire che Spaccarotella sparò contro Sandri senza la volontà di ucciderlo, ma "accettando il rischio che quell'evento potesse verificarsi". "Giudici, siete dei buffoni". Un distinguo giuridico che ha scatenato la violenta reazione dei tifosi e amici di Sandri presenti in aula. Alla lettura della sentenza hanno urlato contro i giudici "Infami, buffoni, vergogna". Il presidente della Corte è stato costretto ad allontanare il pubblico. Stretti in un abbraccio di dolore, i genitori di Gabriele hanno pianto in aula. "Mi vergogno di essere italiano - ha detto il padre - Non sono bastati cinque testimoni a dire cosa ha fatto Spaccarotella. Evidentemente la divisa paga. Non credo più nella giustizia, non credo più in niente. E' una vergogna per tutta l'Italia. Senz'altro faremo appello: io Spaccarotella non lo mollerò mai". Al termine della lettura della sentenza, la moglie si è sentita male: "Me l'hanno ammazzato una seconda volta. Ma i giudici, quando arriveranno a casa, come faranno a guardare i loro figli, con quale coscienza hanno fatto una cosa del genere?". Allontanati dall'aula. Gli amici di Gabriele, allontanati dall'aula, hanno proseguito la protesta fuori dal Palazzo di giustizia: ancora urla contro la corte e i difensori dell'agente. All'uscita dalla Corte d'Assise, Federico Gattini, uno dei legali di Spaccarotella, è stato accolto da una pioggia di insulti: "Verme, sei un verme". Un'amica di Gabriele, Cinzia, ha accusato un malore: è stata soccorsa dai sanitari ed è stata portata via in ambulanza.
L'appello del padre: "State calmi". Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, e suo padre, hanno invitato gli amici alla calma. Temono che si ripetano i disordini scoppiati poche ore dopo l'omicidio in autostrada: a Roma furono assaltate caserme della polizia e fu devastata la sede del Coni. "Facciamola finita", ha implorato il fratello di Gabbo. "Non uccidiamo Gabriele per la terza volta. La prima volta due anni fa; oggi i giudici. Non possiamo uccidere Gabbo per la terza volta. Basta". L'agente: "Ho pianto di gioia". Luigi Spaccarotella non era in aula. Ha atteso la sentenza "incrociando le dita e pregando", come ha confidato ai suoi legali. Una volta conosciuto l'esito del processo ha "pianto di gioia": "Ho fatto bene a credere nella giustizia". Una volta solo l'agente era entrato in Corte d'assise e solo per fare una breve dichiarazione concordata con gli avvocati: "Ho alzato istintivamente un braccio, forse tutti e due - aveva detto - ed è partito un colpo di pistola. Non era mia volontà uccidere". L'imputato non ha mai voluto rispondere alle domande dei giudici. Dopo le prime dichiarazioni rese ai colleghi all'indomani dell'incidente, ha preferito appellarsi al diritto di tacere. Aveva parlato un'altra volta, ma fuori dall'aula del processo, quando il giudice lo aveva chiamato per la prima udienza preliminare. Attraverso le agenzie di stampa Spaccarotella aveva chiesto perdono ai genitori di Gabriele: "Ho ucciso il loro figlio: dire che mi dispiace, che non volevo, non può essere sufficiente. Vorrei incontrarli". Gli striscioni: "Gabbo sempre con noi". Sul prato davanti al Palazzo di giustizia di Arezzo, restano abbandonati gli striscioni e le foto di Gabbo che gli amici hanno lasciato stamani. "E' ora che sia fatta giustizia per Gabriele" è scritto su un lenzuolo. E accanto la gigantografia del tifoso con scritto: "Gabriele sempre con noi". L'accusa aveva chiesto 14 anni. Contro l'agente della Polizia stradale, il pm aveva chiesto la condanna per omicidio volontario, 21 anni ridotti a 14 con la riduzione di un terzo della pena per la concessione delle attenuanti generiche: "In fondo - aveva detto il pm come atto di comprensione verso il poliziotto - l'agente ha distrutto una vita umana ma ha anche distrutto quella della sua famiglia". Due anni fa sull'autostrada. Quel mattino, nell'area di servizio Badia al Pino sulla A1, c'era stata una scaramuccia tra tifosi laziali e supporter juventini. L'agente era dall'altra parte dell'autostrada. Non poteva intervenire direttamente. Si affidò alla sirena dell'auto e a un colpo sparato in aria. Poi prese a correre lungo il bordo della carreggiata per mettersi di fronte ai tifosi. Ma Gabriele e i suoi amici erano già risaliti in macchina per raggiungere Milano dove li aspettava Inter-Lazio e dello scontro con gli juventini non parlavano più. Spaccarotella sparò allora. Il pm: "Azione folle quella dell'agente". In aula, il pm ha mimato il gesto stringendo anche lui le mani attorno al calcio di una pistola, riproduzione fedele dell'arma di ordinanza dell'agente. "Il fatto che il proiettile fu deviato dalla grata - ha detto il magistrato dell'accusa durante la requisitoria - non sposta di un millimetro le conclusioni. Solo un folle avrebbe potuto correre con la pistola in pugno, il cane armato e il dito sul grilletto". I testi: "Aveva le braccia tese". Luigi Spaccarotella lo ha fatto quel maledetto mezzogiorno di due anni fa. Cinque testimoni lo hanno detto sotto giuramento: "Vedemmo il poliziotto con le braccia tese che prendeva la mira". Il proiettile partì dalla Beretta calibro 9, attraversò tre corsie, fu deviato dalla grata che separa i due sensi di marcia, proseguì ancora verso il parcheggio a una trentina di metri di distanza dal poliziotto e si infilò nel collo di Gabriele, seduto sul sedile posteriore della Megane tra due amici.
fonte: La Repubblica

Gerenzano (VA): il diktat dell'assessore leghista "Non vendete o affittate a extracomunitari"

L'appello è senza mezzi termini: "Chi ama Gerenzano non vende e non affitta agli extracomunitari. Altrimenti avremo il paese invaso da stranieri e avremo sempre più paura a uscire di casa!". Con tanto di punto esclamativo alla fine, per rafforzare il concetto, e la firma di Cristiano Borghi, assessore alla Polizia locale e alla sicurezza pubblica del Comune di Gerenzano, in provincia di Varese, retto da una amministrazione monocolore leghista. La pagina è apparsa sul numero di maggio di Filo diretto con i cittadini, il bollettino ufficiale del Comune, ed è stata già segnalata all'Ufficio contro le discriminazioni razziali istituito presso il ministero delle Pari opportunità. L'appello è contenuto nell'ultima parte del testo che riportiamo in questa pagina così come appare nel bollettino. Ma anche l'incipit non è da meno: "Questa amministrazione che guida il Comune ormai da diversi anni non ha mai - e sottolineo mai - agevolato l'afflusso degli extracomunitari nel nostro paese". Vantandosi del fatto che la stessa amministrazione "non ha mai costruito con i soldi dei gerenzanesi case popolari, in quanto ai primi posti della graduatoria ci fossero sempre i soliti noti"; che "non abbiamo mai destinato terreni per la costruzione di moschee e destinato edifici come luoghi di culto agli extracomunitari di religione islamica"; che "i nomadi che arrivano e sostano all'interno del territorio comunale devono lasciare il paese entro 48 ore"; e che "non abbiamo mai favorito gli extracomunitari sotto il profilo dei contributi o dei sussidi economici".L'assessore minimizza i contenuti della sua sortita. "Non c'è nulla di razzista - replica - Non dico di non affittare agli extracomunitari, ma di controllare chi si mettono in casa". Nel bollettino, però, aveva parlato chiaro. E adesso si difende dicendo che fa riferimento agli appartamenti in paese da quattro o da cinque posti in cui vivono invece una decina di persone. "Il mio era un grido d'allarme e uno sfogo. Si parla di diritti: e i diritti calpestati dei geranzanesi? Sono tanti e talmente esasperati che ho paura succeda qualcosa".La polemica è scoppiata pochi giorni dopo che un altro esponente della Lega Nord, addirittura il neoeurodeputato Matteo Salvini, era finito in un video pubblicato da repubblica.it che lo ritraeva nell'ultimo raduno del partito di Umberto Bossi, a Pontida, mentre intonava cori razzisti contro i napoletani. Salvini, per inciso, è lo stesso che aveva invocato carrozze speciali della metropolitana riservate solo ai milanesi doc, per evitare commistioni con gli extracomunitari. E che intonava quel coro indossando una maglietta con la scritta "più rum meno rom".

fonte: La Repubblica

Testimonianze: Arresti e perquisizioni del 3 luglio

Il 3 luglio, a ridosso della tragedia targata Trenitalia di Viareggio, a pochi giorni dal g8 della crisi, la stessa P.M. del processo farsa Brushwood , Manuela Comodi , richiede 40 perquisizioni in tutta Italia e il mandato di cattura per Sergio e Alessandro, basandosi solamente su un fermo casuale dei due avvenuto nel marzo del 2008. I giornali, come sempre, ci mettono del loro: montano ad hoc le veline della questura, tanto da far credere che i due, al momento dell'arresto, stessero per realizzare, supportati da una nutrita schiera di "tifosi", un sabotaggio sulla linea ferroviaria Orte-Ancona. L'accusa è la stessa per tutti, perquisiti e arrestati: il famigerato articolo 270 bis, associazione terroristica a fini di sovversione dell'ordine democratico, un cavillo del codice Rocco, ancora perfettamente in grado di incutere terrore, isolare, azzittire chiunque si azzardi a discutere il potere. La P.M. Comodi, non contenta della figuraccia di Brushwood che proprio in questi giorni starivelando tutta la sua inconsistenza giudiziaria, si inventa un'associazione sovversiva costituita su basi di "affinità" tra persone che vivono in diverse regioni e che in alcuni casi nemmeno si conosco. Chi spaccia sicurezza, pratica terrore. Lo dimostrano i passamontagna, i mitra e la violenza psico-fisica che hanno accompagnato le perquisizioni.

Senigallia - Un'altro pestaggio in divisa. Corteo spontaneo nella notte e blocchi stradali

Ieri pomeriggio verso le sette, a Senigallia, davanti al Matt bar (rione Porto), Yousefh un migrante regolare che da tanti anni vive in città, è stato avvicinato da due agenti dei carabinieri per un controllo, uno dei quali era l’ agente Prota, noto per le sue ripetute vessazioni.
Dopo aver esibito i documenti e il permesso di soggiorno, mentre questi venivano accertati, dalla porta di ingresso il ragazzo si è spostato all’ interno per andare a comprare una bottiglietta d’acqua. Tornato è stato aggredito dalle forze dell’ordine, buttato a terra, picchiato e portato in caserma, il tutto di fronte a più testimoni che sono riusciti anche a scattare una fotografia del fermo. Alle 22.30 una sessantina di militanti, per lo più migranti, del Coordinamento migranti Terza Italia, l’Ambasciata dei diritti e il csoa Mezza Canaja, si sono diretti sotto la caserma dell’ Arma dei Carabinieri. Una delegazione è stata fatta entrare, tra lo stupore il dirigente responsabile ha confermato senza aggiungere e negare niente l’accaduto e che il migrante era in stato di arresto per resistenza a pubblico ufficiale. Alla notizia, è partito un corteo che ha bloccato il traffico fino a via Carducci, cuore del rione Porto, il quartiere a più alta densità dei migranti, dove è stato accolto dagli applausi della gente, italiani e migranti. L’accaduto è il secondo caso denunciato dai movimenti sociali e dai migranti dopo il pestaggio di cinque lavoratori senegalesi che aveva portato in piazza trecento persone in corteo. Quello che si evince è un clima di impunità di cui godono le forze dell’ordine e la tolleranza delle istituzioni di centro sinistra ancora più grave adesso che viene approvato il pacchetto sicurezza e il migrante è il capro espiatorio sul quale riversare le contraddizioni di una crisi economica che colpisce e impoverisce tutti.
Chiediamo che chi governa questa città prenda una posizione netta, senza titubanze contro chi abusa del proprio potere e non rispetta i diritti delle persone, per una città democratica, antirazzista e solidale.


fonte: GlobalProject

13 luglio 2009

C'è un De Gennaro per tutte le stagioni

Gianni De Gennaro, imputato di istigazione alla falsa testimonianza al processo per i fatti del G8 del 2001 e per il quale il Pm ha chiesto due anni di reclusione, all'epoca era Capo della polizia e dirige tuttora il Dis (dipartimento delle informazioni per la sicurezza) ufficio che dovrebbe coordinare l'attività dei due principali servizi segreti italiani. Nato a Reggio Calabria nel 1948, è personaggio di prima grandezza nel firmamento nazionale, protagonista di una grande carriera iniziata nel 1973 quando, entrato nella Polizia, fu assegnato alla questura di Alessandria. Trasferito poi a Roma, nel 1981 è rimasto alla Criminalpol fino al 1991, quando è stato designato dal ministro dell'interno Vincenzo Scotti alla Dia (Direzione Investigativa Antimafia).Dal punto di vista strettamente poliziesco non gli sono attribuite operazioni di rilievo e dai suoi colleghi era considerato uomo da scrivania più che da indagini, contrariamente ad Antono Manganelli, che gli è stato vice e lo ha poi sostituito nel 2007 al vertice della Polizia. De Gennaro era appoggiato dal Capo della Polizia Vincenzo Parisi - che non ha lasciato un buon ricordo - a sua volta nella manica del già presidente Oscar Luigi Scalfaro. Grazie alla sua ottima conoscenza dell'inglese, De Gennaro ha portato a termine felicemente due operazioni all'estero, una legata a Edoardo Agnelli (che ha poi incontrò tragica fine) e l'altra a Claudio Martelli. Da questi due interventi coronati da successo gli venne grande prestigio nell'ambiente politico nazionale e infine, nell'anno 2000, Giuliano Amato, presidente del Consiglio ed Enzo Bianco, ministro dell'Interno, gli affidano il comando della Polizia. Vi resta sette anni e in quell'arco di tempo si avvicendano i governi: dal centrosinistra passa al centrodestra berlusconiano, poi è riconfermato ancora dal centrosinistra e ririconfermato dal centrodestra ritornante. Il vai-e-vieni politico non coinvolge il "migliore", come lo ha definito Giuseppe Pisanu, uno dei sette ministri dell'Interno che si sono avvicendati al Viminale nel corso della gestione De Gennaro della Polizia.Infine, e dopo che De Gennaro aveva già da tempo in saccoccia l'iscrizione nel registro degli indagati per via del fattaccio G8, con Romano Prodi presidente del Consiglio viene assunta, nel giugno 2007, la decisione di sostituire, dopo sette anni di carica, il capo della Polizia, però nessuno osa parlare di giubilarlo. Anzi, la sua ricollocazione diventa un affare di Stato, tanto che si apre il problema di scovare una poltrona degna di questo personaggio buono per tutte le stagioni. Il ministro dell'Interno Giuliano Amato lo vuole come Capo di gabinetto al ministero e per fargli posto sradicano il prefetto Carlo Mosca, anch'egli già appartenente alla polizia. Non viene considerata la levata di scudi dei prefetti di carriera, che protestano per l'invadenza degli ex poliziotti, ai quali vengono offerte troppe poltrone dorate che - affermano a gran voce - spetterebbero di diritto a loro. Non è certo per queste obiezioni, dunque, che De Gennaro viene presto trasferito su una poltrona che è ancor più importante: la direzione del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), che nella farraginosa struttura dell'intelligence nazionale è l'organismo destinato a coordinare i due maggiori servizi, l'Aise e l'Aisi, un tempo denominati Sisde e Sismi. Contrariamente a quel che avviene in tutto il mondo, da noi non si usa affidare i servizi a elementi rigorosamente del mestiere, quindi l'inserimento del "migliore" tra i poliziotti passa senza che venga sollevata obiezione da nessuna parte politiche.Però attualmente, vista la situazione processuale in corso e quel che è emerso nei rapporti tra il già capo della Polizia e il già questore Colucci (anche lui, nel frattempo, transitato nei servizi segreti) in relazione alle sciagurate vicende del G8 genovese del 2001, si è indotti ad esprimere qualche considerazione. In un paese com'è la Penisola, dove tutto viene accanitamente lottizzato, la collocazione in orbita stanziale di un "migliore" buono per tutte le stagioni non può non suscitare dubbi e perplessità.



Massimo Zamorani il secolo XIX

12 luglio 2009

Bologna: Due writers fermati dalla Polizia, scatta denuncia

Questa volta non si tratta di scritte in solidarietà agli studenti arrestati, come nelle due notti precedenti, ma il copione è lo stesso: il nuovo sindaco Flavio Delbono ha lanciato l'ennesima santa crociata contro i writers e la Questura risponde subito "Presente!". Nella notte tra venerdì e sabato una volante è prontamente accorsa in zona Saragozza alla ricerca di due "pericolosissimi" ragazzi, di 17 e 18 anni, che sulla base di una segnalazione partita da qualche residente avrebbero lasciato una scritta su un muro. Il maggiorenne è stato denunciato per imbrattamento

fonte: zic

Cosenza: Attacco incendiario al cpoa Rialzo

Ieri pomeriggio il C.p.o.a rialzo ha ricevuto un attacco all'interno della propria sede su viale parco. Nei capannoni delle ex ferrovie della Calabria sono stati appiccati tre diversi incendi con il chiaro intento di voler distruggere la struttura. Sono entrati spaccando una finestra al piano superiore accanto alla porta antincendio. Hanno attaccato vari punti del posto con una azione troppo efficiente per essere frutto del caso o di un singolo individuo. Hanno appiccato fuoco ai materassi usati durante la fiera di San Giuseppe per dare ospitalità ai nostri fratelli e alle nostre sorelle migranti. Hanno messo a soqquadro la birreria popolare, e tentato di distruggere il palco, strumenti che ci hanno permesso in questi anni di offrire una socialità altra, che parla il linguaggio dell'aggregazione e non del consumo. Hanno attaccato la sala assemblea dove ci riuniamo per discutere e fare politica lontani dalle stanze dei bottoni dai miliardi e dalla corruzione, dove facciamo politica come crediamo che si debba fare "dal basso".Inoltre la sede dei Rebel Fans è stata messa a soqquadro senza però rubare ne stendardi né sciarpe appese ai muri. Ci riesce difficile capire cosa cercassero di dimostrare. Quello che sappiamo è che diamo fastidio a qualcuno in questa città!Diamo fastidio a tutti quelli che vogliono fare di Cosenza una città grigia e chiusa, un posto in cui non cresce nulla se non il cemento e i palazzi, un posto in cui i poteri politici in diretta commistione con il potere mafioso continuino a magiare ed ad ingrassarsi sulle nostre spalle.Diamo fastidio a loro perché nonostante processi, denunce e teoremi, nonostante tutti si siano omologati c'è ancora qualcuno che vuole parlare il linguaggio del conflitto e lo vuole fare usando un posto abbandonato al centro di questa città come megafono. Lo abbiamo fatto e lo continueremo fare, questo non ci fermerà, continueremo a proporre iniziative culturali, presentazioni di libri, concerti e proiezioni, continueremo a creare conflitto nelle strade nelle piazze a nelle università contro tutti coloro che vogliono svendere la città regalando beni comuni ad enti privati, contro tutti coloro che ci bloccano il futuro.Ogni tipo di atto intimidatorio non ci tocca minimamente, la repressione si manifesta in molti modi ma non riusciranno a zittire menti pensanti e con voglia di riappropriarsi dei propri spazi e del proprio tempo.

Indietro non si torna!

La gente come noi non molla mai !


C.P.O.A. Rialzo

I movimenti non si arrestano.Presidio al carcere di Teramo MERCOLEDI 15 LUGLIO ore 15 Egidio Libero ! Liberi Tutti !

L'inchiesta Rewind della Procura della Repubblica diTorino ha portato all'arresto di 21 studenti dell'Onda in diverse città italiane, a Torino, Napoli, Bologna,Padova, la polizia ha arrestato degli studenti in merito alle mobilitazioni contro il G8 dell'Università tenutosi a Torino il 19 maggio scorso. Un provvedimento che ha visto l'arresto di Egidio Giordano nel campo della Rete 3e32 a LAquila il giorno dopo la fiaccolata che ha visto la partecipazione di migliaia di persone a tre mesi dalla morte delle 307 vittime del sisma dellAbruzzo, e dall'inizio delle giornate di mobilitazione contro il G8 de l'Aquila. Le accuse agli attivisti non avrebbero giustificato l'arresto, che è stato eseguito in base alla possibilità di reiterazione del reato in occasione delle mobilitazioni contro il G8 aquilano. Una giustizia ad orologeria che oltre al tentativo non riuscito di criminalizzare le mobilitazioni dei comitati dei terremotati in occasione del G8, prova a fare una separazione all'interno dei movimenti. Da una parte i buoni e dall'altra i cattivi. Un disegno che abbiamo già visto altre volte e che tende a riportare in un quadro di compatibilità i movimenti. Il messaggio è chiaro : o i movimenti possono essere solo d'opinione, compatibili, senza incidere sui processi reali, ed allora sono tollerati, ma se i movimenti si pongono il problema di aggredire davvero il nodo della decisione sui processi reali, se si pongono come obiettivo l'articolazione della rabbia contro la sottrazione del futuro, l'impoverimento generale, quindi se davvero pongono come priorità la capacità di incidere nella società in piena autonomia ed indipendenza, allora non vanno più bene, escono fuori dalla compatibilità, e devono essere messi in galera. Questo tentativo, così come gli altri prima di esso, saranno respinti. Le mobilitazioni tenutesi in tutta Italia per rivendicare la liberazione degli arrestati, con l'occupazione degli atenei di mezza Italia, le manifestazioni delle ultime settimane, ed anche la solidarietà dei comitati dei terremotati, hanno dimostrato come il movimento non si farà dividere, come la solidarietà espressa in queste settimane contro l'inchiesta del procuratore Caselli, vecchia conoscenza dei movimenti in questo paese, ha provocato un ondata di indignazione in tutto il paese. Giovedì prossimo si terrà presso il tribunale del riesame di Torino l'udienza per la scarcerazione dei 21attivisti arrestati, 21 studenti che sono impegnati nelle lotte sociali in questo paese, a cominciare dall'Onda studentesca fino alle lotte in difesa dei beni comuni. In tutta Italia le mobilitazioni si susseguiranno per reclamare la liberazione dei 21 arrestati e per smontare dal basso l'inchiesta del Procuratore Caselli, per difendere l'agibilità politica dei movimenti e la possibilità di espressione del dissenso in tutto il paese.

MERCOLEDI 15 LUGLIO ORE 15

Presidio al Carcere di Teramo, Contrada Castrogno.

Egidio Libero ! Liberi Tutti !


per adesioni : orientale2punto0@yahoo.itinsurgencia@email.it

11 luglio 2009

Bologna: La procura notifica 9 denuncie contro studenti dei collettivi

La Procura di Bologna sta notificando nove avvisi di fine indagine per altrettanti studenti che, il 30 giugno scorso, protestarono all'ingresso del Rettorato dell'Universita' di Bologna per bloccare una seduta del consiglio di amministrazione dove si discuteva sulla modifica delle tasse universitarie. In quell'occasione i manifestanti lanciarono uova, bottiglie d'acqua ed altri oggetti contro le forze dell'ordine e 11 poliziotti rimasero lievemente feriti riportando contusioni guaribili dai tre ai dodici giorni. Gli studenti destinatari degli avvisi (ai quali solitamente segue, da parte del pm, la richiesta di rinvio a giudizio) frequentano alcuni collettivi universitari riferibili al movimento dell'Onda: Collettivo universitario autonomo (Cua), Collettivo di Scienze Politiche e Bartleby. Il pm titolare dell'inchiesta, Valter Giovannini, ha contestato ai nove giovani il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Tra gli indagati e' presente anche uno dei quattro studenti, iscritti all'Universita' di Bologna, arrestati dalla polizia nell'ambito dell'inchiesta torinese sui disordini scoppiati nel maggio scorso durante il G8 dei Rettori universitari. Il ragazzo, attualmente detenuto nel carcere della Dozza, dovra' rispondere anche del reato di lesioni.


fonte: La Repubblica

10 luglio 2009

Concluso il G8, 10 mila in corteo a L'Aquila, blocchi a Venezia. Rimessi in libertà gli 8 arrestati di Roma

Eravamo circa 10 mila i partecipanti alla manifestazione nazionale contro il G8 indetta dal Patto di base oggi a L'Aquila. Ed è continuata, ieri e oggi, la «contestazione diffusa» al vertice, con le azioni nei porti di Ancona e Venezia. Anche l’ultimo giorno del G8 è stato segnato dalle mobilitazioni «decentrate» e dalla manifestazione nazionale, a l’Aquila, indetta dal Patto di base e della rete No G8. Migliaia di manifestanti, arrivati in pullman e in auto da tutta Italia, hanno percorso la strada [nove chilometri] tra la stazione di Paganica e la Villa comunale, a ridosso del centro della città. La «marcia» è stata serena, ha aderito Rifondazione, Epicentro solidale, c’erano delegazioni dell’Onda e dei No Dal Molin. Tutto è andato per il meglio, anche al passaggio del corteo davanti ai cantieri delle C.a.s.e. di Bruzzano, difesi da un imponente schieramento di polizia che è risultato inutile. La manifestazione è iniziata intorno alle ore 14. Il corteo ha toccato 4 tendopoli: quella di Paganica, le 2 di Bazzano e quela di Sant'Elia. . Migliaia di manifestanti, arrivati in pullman e in auto da tutta Italia, hanno percorso la strada tra la stazione di Paganica e la Villa comunale, a ridosso del centro della città. La «marcia» è stata serena, ha aderito Rifondazione, Epicentro ssiccio lo schieramento di forze dell'ordine, tanti agenti davanti e lungo il corteo, in un clima costruito mediaticamente di esagerata e sproporzionata tensione. In testa lo striscione "Contro il G8 della crisi Per la ricostruzione sociale al 100%", i comitati de L'Aquila, Epicentro solidale con la scritta "Una sola grande opera: ricostruire L'Aquila dal basso". Presenti anche i vigili del fuoco, con lo striscione "Voi G8 siete il terremoto", compagine importante nell'emergenza creata dal sisma e dalle pesanti responsabilità delle istituzioni sul disastro abruzzese, unico reale punto di riferimento per la gente terremotata trovatosi da far da tampone alle mancanze di chi fa promesse ma non le mantiene. Oltre 8 chilometri di marcia, soprattutto lungo la statale 17, fino al giungere al centro de L'Aquila dichiarato zona rossa e limite invalicabile per la cittadinanza, i giardini comunali costituiscono l'ultima frontiera concessa. E proprio li, a termine del corteo, si sono verificati brevi momenti di tensione quando un gruppo di manifestanti ha provato a forzare le transenne di corso Federico II. La manifestazione è andata poi a concludersi con una serie di interventi dal palco improvvisato e montato dal Patto di Base, momento nel quale gli applausi più sentiti sono stati nel ricordo di Carlo Giuliani, compagno ucciso dalla polizia al No G8 di Genova 2001.

Blocchi a Venezia: "siamo tutti clandestini!"

Un'iniziativa simile a quella compiuta ieri ad Ancona è stata messa in campo dalle sigle No G8 di Venezia. Questa mattina un centinaio di persone hanno bloccato le operazioni di carico di una delle navi dirette verso la Grecia, alla luce del ruolo ricoperto da Venezia in quanto approdo di tanti migranti richiedenti asilo, soprattutto curdi e afgani.


Gli 8 arrestati di Roma rimessi in libertà

Questa mattina sono stati liberati gli 8 compagni arrestati nella mattinata di martedi a Roma, durante i blocchi No G8. Il gip ha respinto la richiesta di carcerazione fatta dal pm De Falco, imponendo a 5 l'obbligo della firma. I giovani sono accusati di danneggiamento, violenza e resistenza a pubblico ufficiale nonché di porto e detenzione di oggetti contundenti, facevano parte del gruppo dei 36 fermati ad Ostiense.

Ci sono le prove della repressione di Stato contro i movimenti

Hanno convocato i giornalisti in un'ala dello storico cimena Volturno di Roma occupato e mostrato un filmato di 7 minuti dove non si vedono scene di violenza, ma si sentono frasi minacciose verso gli studenti. Scene filmate dagli stessi attivisti della Rete No G8 mertedi' 7 luglio scorso all'Ostiense a Roma dove la Digos ha proceduto a 8 arresti per danneggiamenti, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, ancora al vaglio della magistratura. Un supporto visivo che, negli intendimenti dei movimenti che contestano la riunione dei Grandi del mondo de L'Aquila, renderebbe chiara l'accusa, rivolta oggi in modo esplicito, a governo e polizia: quella di aver voluto innalzare la soglia dello scontro e proceduto ad una vera e propria ''azione repressiva verso il dissenso pacifico, per mostrare al mondo l'efficienza dello Stato e rilzare, cosi', la credibilita' del Governo Berlusconi scesa negli ultimi mesi''. ''Martedi' scorso si e' raggiunto il grottesco se non ci fossero anche degli arresti - ha sostenuto Valerio della Rete contro il G8 nel corso della conferenza stampa -. Basti dire che la manifestazione partita da Architerrura a Roma Tre era composta da non piu' di 150 studenti e che, alla fine, si sono contati 36 fermi. Anche le immagini che abbiamo mostrato fanno capire che negli 800 metri che separano la facolta' dalla stazione metro della Piramide, non ci sono stati atti violenti o di danneggiamenti e che la polizia ha subito provveduto ad attaccare il corteo una volta giunto in piazzale Ostiense. Un blindato della Finanza ha quasi investito i manifestanti che hanno sempre arretrato fino a tornare sui loro passi verso l'Universita'. A quel punto e' scattata una vera e propria caccia all'uomo e chi e' stato arrestato ha il solo torto di aver aiutato qualcun altro a sfuggire ai fermi''. Se questa e' la versione dei fatti dei manifestati,la lettura piu' politica e' lasciata ad uno dei portavoce del Movimento. ''Non vorremmo - afferma - che si ripetessero i tristi schemi usati gia' a Genova. Anche in quella occasione qualche poliziotto coraggioso parlo' di 'macelleria messicana'. Il movimento ha dimostrato in questi giorni un profilo assolutamente pacifico eppure ci troviamo con 10 arresti e decine di fermi. Addirittura e' stato portato in caserma chi ha mostrato le mutande... Non vogliamo che si torni ad uno stato eccezionale dove non viene piu' tollerato alcun tipo di dissenso. A Ostiense - conclude - i fermi si sono, per cosi' dire, limitati a 36 solo per la 'complicita' democratica' dei cittadini di Testaccio che hanno aiutato e messo in salvo molti studenti. A loro va il nostro grazie piu' sentito''. Ed intanto, mentre sono attese per oggi le decisioni dei giudici sugli arresti, la Rete NoG8 sta pensando se spostare, anche sul piano parlamentare, la richiesta di ''chiarezza'' sui fatti di questi giorni.

9 luglio 2009

G8: Anche oggi tantissime iniziative diffuse di contestazione

Anche oggi molte iniziative contro il G8 in tutta Italia, mentre a L'Aquila i cittadini protestano contro G8 e i piani del governo per la ricostruzione e occupano simbolicamente un palazzo per chiedere la requisizione delle case sfitte.
«C’è una evidente sproporzione tre la repressione messa in atto e le manifestazioni di dissenso. Vogliamo sapere se questa aggressività è legata solo al G8 o se si tratta di una nuova linea di condotta delle forze di polizia». Queste le parole di uno studente dell’università Roma tre durante la conferenza stampa oggi al Volturno Occupato, sugli arresti e fermi avvenuti martedì scorso durante la giornata di «accoglienza ai grandi». Chiara l’accusa rivolta a governo e polizia: quella di aver voluto innalzare la soglia dello scontro e proceduto a una vera e propria «azione repressiva verso il dissenso pacifico e rialzare, così, la credibilità del governo Berlusconi scesa negli ultimi mesi».Gli attivisti respingono anche le accuse di aver provocato violenze: «Alcune nostre compagne sono piene di lividi e graffi nel tentativo di aiutare altri compagni, chi è stato arrestato ha il solo torto di aver aiutato qualcun altro a sfuggire ai fermi», dicono. Non c’erano black bloc in quel corteo: «Tutta gente che opera e lotta sul territorio da anni, precari, senza casa, la polizia lo sapeva bene».Intanto una lettera firmata da intellettuali come Dario Fo, Franca Rame, Giacomo Marramao, Gianni Vattimo, Luisa Capelli, in cui si denunciano «segnali allarmanti sullo stato di salute delle garanzie democratiche e dei diritti di libertà in Italia» è stata anche sottoscritta dall’assessore regionale al Lavoro, Alessandra Tibaldi, intervenuta alla conferenza stampa e che oggi andrà a trovare in carcere alcuni degli otto arrestati martedì.Durante la conferenza stampa è stato mostrato un video che ricostruisce i momenti del corteo spontaneo del 7 luglio scorso ad Ostiense, dove la Digos ha proceduto a otto arresti e ha fermato 36 persone. Un filmato di sette minuti dove non si vedono scene di violenza, ma si sentono invece minacce esplicite da parte della Digos agli attivisti che chiedono alle forze dell’ordine di fermarsi.Stamattina il pubblico ministero della Procura di Roma, Giuseppe De Falco, ha chiesto la convalida degli arresti, con mantenimento della custodia in per «danneggiamento, violenza e resistenza a pubblico ufficiale». Secondo quanto spiegato dal Legal team, oggi sarebbero dovuti avvenire gli interrogatori di garanzia ma a causa di un ritardo nel trasferimento delle informazioni delle forze dell’ordine al Pm, gli interrogatori si svolgeranno domani alle 14,30. Gli otto ragazzi arrestati rimarranno così in carcere fino all’ultimo giorno di contestazione del G8 [domani è prevista la marcia a L’Aquila convocata dal Patto di base].Nel frattempo, a L’Aquila, prosegue il circo del G8 [oggi in versione allargata G14] impegnato a discutere di clima, emissioni nocive e povertà. A proposito di crisi alimentare, le agenzie stampa hanno pensato bene di mettere in risalto la «notizia» che Michelle Obama, «grata per le gustose fettuccine e rompendo ogni protocollo, ha schioccato due baci sulla guancia del cameriere che le aveva servito le prelibatezze al ristorante ‘Maccheroni’ a Roma».Nelle stesse ore, a Coppito, circolava la bozza della dichiarazione finale «G14 per crescita economia globale», in cui si parla di «assicurare che l’economia globale riprenda la crescita lungo un cammino equilibrato, equo e sostenibile a beneficio di tutti». L’Egitto, però, rompe ufficialmente la finta unanimità sul tema del cambiamento climatico, chiedendo che «nessun vincolo sia posto sulla riduzione di gas serra per i paesi emergenti».A Roma e in tutto il paese vanno avanti le iniziative di contestazione al vertice degli ex otto grandi. Nella capitale, attivisti travestiti da leader del mondo hanno improvvisato un banchetto a base di spaghetti nel quartiere di San Giovanni. Un’azione dimostrativa dal titolo «Cibo e agricoltura: i G8 agiscano ora per sfamare e salvare migliaia di vite», organizzata da Oxfam International e dalla ong Ucodep.A Salerno gli studenti dell’Onda hanno rovinato la festa ad Assindustria, con un presidio rumoroso che ha sconsigliato la presenza al ministro del welfare Sacconi. Poco dopo l’annuncio della disdetta del ministro, è toccato alla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che è stata contestata con un blocco stradale che l’ha costretta ad entrare nella sala del convegno da un ingresso secondario.A Torino, nel primo pomeriggio, una sessantina di studenti dell’Onda ha occupato gli uffici del rettorato del Politecnico. I giovani hanno affisso all’ingresso dell’ateneo uno striscione con la scritta: «Contro ogni repressione l’Onda non si arresta. Liberi tutti». Poi hanno indetto una conferenza stampa, nella quale hanno mostrato anche i caschi e gli estintori con cui, dicono, «ci siamo protetti durante la manifestazione in occasione del G8 dell’Università». Oggi pomeriggio, infine, appuntamento a Roma davanti l’ingresso del Centro di espulsione e identificazione [Cie] di Ponte Galeria, per contestare il pacchetto sicurezza del governo.E mentre gli Otto prendono decisioni «storiche», come quella di limitare a due gradi l’aumento delle temperature, quelli di Greenpeace si sono dati da fare. Ieri l’organizzazione ambientalista aveva occupato quattro centrali, che oggi sono salite a cinque. Ci sono attivisti anche nella nuova centrale a carbone Enel di Torre Valdaliga Nord, a Civitavecchia. Come si legge in una nota di Greenpeace sottolineando che «gli attivisti si sono calati dalla cima del carbonile con le corde per scrivere sulla superficie del medesimo un altro messaggio al G8, dopo i deludenti risultati di ieri. ‘G8: stop this!’ ‘G8: ferma questo!’ [ovvero il carbone]. La polizia ha fermato per identificazione membri dello staff di Greenpeace e foto e video operatori che non partecipavano direttamente all’azione e che erano all’esterno della centrale. Nel frattempo – prosegue Greenpeace – la notte nelle altre centrali occupate, Brindisi, Fusina/Marghera, Porto Tolle e Vado Ligure, è stata sostanzialmente calma. Tutti gli attivisti e i giornalisti fermati a Porto Tolle sono stati rilasciati. A Marghera, gli attivisti saliti sulla gru sono scesi per il rischio di fulmini, mentre altri, una trentina di persone, restano all’interno della centrale. Le azioni continuano «per fare pressione sul G8».E proprio all’Aquila, dove si svolge il summit, sono continuate le proteste. Dopo il «Yes we camp» di ieri, oggi è stata la giornata delle «last ladies». Un centinaio di manifestanti della Rete di Comitati cittadini, dell’Associazione 3.32 e di Epicentro solidale hanno occupato simbolicamente un complesso residenziale in viale Carducci, nella zona di Pettino, all’Aquila. Diversi gli striscioni esposti mentre molte ragazze indossano al collo la scritta «the last ladies». Alcune di loro hanno scritto anche sul corpo «Più case meno chiacchiere». «Prima del terremoto – dice Claudia Pajewski – c’erano all’Aquila tremila case sfitte, dopo il 6 aprile ne sono rimaste ufficialmente solo 250. Noi chiediamo che vengano requisiti gli alloggi per i cittadini». Gli fa eco Marco, che grida: «Un inverno in tenda non potremo sopportarlo, né vogliamo che siano costruiti mostri di cemento nelle campagne. La nostra lotta è per una casa prima di ottobre». La protesta colorata è scandita dagli spettacoli di due improvvisati fachiri, che suonano la tromba e il flauto, lanciando un messaggio ai potenti della Terra riuniti a Coppito per il G8. Altri indossano magliette gialle con la scritta: «Forti e gentili sì, fessi no».Nel pomeriggio, il sit-in dei comitati aquilani e abruzzesi si è trasformato in una marcia scherzosa e ironica aperta dalle Last Ladies delle tendopoli, che ha raggiunto la Villa Comunale.Lo spezzone d’apertura portava in mano i vassoi vuoti, a segnalare la volontà dei terremotati di «non essere più imboccati da governo e Protezione civile». I manifestanti scandivano: «Questa è la nostra città, siamo stanchi dei vostri galà!», «Michelle, Carla, venite nelle tende, le donne abruzzesi vi aspettano in mutande!». Sul sito Globalproject.info viene inoltre riportato un episodio inquietante: «Durante il passaggio di fronte alla tendopoli di Collemaggio – si legge – i manifestanti hanno invitato gli abitanti ad unirsi alla manifestazione, ma un cordone di celere si è rapidamente schierato di fronte all’ingresso impedendo ogni comunicazione: un altro segnale della ormai abituale militarizzazione totale del territorio aquilano, a cui si somma la violenza della ‘Zona Rossa’ dovuta alla presenza del vertice».Alle 19 inizia al porto di Ancona una «giornata senza frontiere», contro il G8 e contro il pacchetto sicurezza.Intanto domani alle 10.30 si terrà a L’Aquila, nella Piazza 3e32 di via Strinella, una conferenza stampa per presentare cinque proposte concrete su clima, povertà, ambiente per affrontare e risolvere le crisi. «Proposte – dice Giuseppe De Marzo, dell’associazione Asud – già condivise da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo e portate avanti dalle organizzazioni indigene, contadine e dalla società civile del nord e del sud del pianeta, ma non rappresentate durante il summit di Coppito».


Domani 10 luglio è prevista la marcia contro il G8 per una ricostruzione partecipata. L'osservatorio sulla Repressione parteciperà alla marcia e non potrà fornire la diretta quotidiana. seguira un report della manifestazione.

Omicidio Sandri: il Pm chiede 14 anni di reclusione per il poliziotto che ha sparato

Per mostrare alla corte il modo in cui il poliziotto Luigi Spaccarotella avrebbe esploso il colpo che l'11 novembre del 2007 uccise il tifoso laziale Gabriele Sandri, stamani il pm Giuseppe Ledda ha portato in aula una Beretta, come quelle in dotazione alla polizia, e ha mimato il gesto impugnandola a braccia tese. E' stato il momento culminante della sua requisitoria al termine della quale il magistrato ha chiesto una condanna a 14 anni di reclusione per l'agente Spaccarotella, accusato di omicidio volontario. Pena ridotta di un terzo rispetto ai 21 previsti perché, ha sottolineato l'accusa, "ha distrutto una vita umana, ma anche la propria, e che paga anche la sua famiglia". Una precisazione che ha deluso e amareggiato il padre e la madre di Gabriele che ritengono scorretto il "confronto con la famiglia Spaccarotella. Non è la stessa cosa, noi non abbiamo più un figlio" ha detto Daniela Sandri. Durante il suo intervento in corte d'assise ad Arezzo, Ledda ha ricostruito il racconto di alcuni testimoni: "Ci sono cinque persone che con diversi angoli visivi hanno visto la scena o parti sostanziali di essa. Sono cinque ricostruzioni sostanzialmente concordanti: Spaccarotella si ferma e punta l'arma verso l'area di servizio". A quel punto il magistrato ha impugnato la pistola mimando il gesto. Riferendosi ad alcune discordanze fra le testimonianze Ledda ha detto: "Un braccio era teso, non ha rilevanza se l'altra mano fosse sull'arma, o sul polso". Poi Ledda impugnando la Beretta con il braccio destro teso e protraendo in avanti il sinistro ha chiesto: "Se no, a cosa serviva questa mano sinistra? Cos'era un saluto romano? Un saluto generico? Ma via sono scenari ridicoli".
Il magistrato ha poi messo a confronto le dichiarazioni rilasciate da Spaccarotella nell'imminenza del fatto e quelle successive, fra cui la dichiarazione spontanea in aula. Un cambio di versione "che aggrava parecchio" la sua posizione e "lo affossa definitivamente" ha detto il pm. Ledda ha ricordato infatti che, all'indomani dell'accaduto, Spaccarotella aveva sostenuto che il colpo di pistola era partito accidentalmente mentre correva, mentre invece "dopo un anno e mezzo c'è un cambio di versione abborracciato che aumenta il grado di inverosimiglianza e arriva al parossismo quando l'agente cerca di ipotizzare un racconto che concili la sua versione a quella dei testi. Questo tentativo maldestro lo affossa definitivamente". Ledda si è soffermato poi sulla scelta di Spaccarotella di non sottoporsi al contraddittorio in aula davanti alla corte: "Lungi da me dire che chi non si sottopone a contraddittorio è colpevole, però chi racconta una storia costruita a tavolino ha paura delle contestazioni". Ripercorrendo le dichiarazioni dell'agente, il magistrato ha chiesto: "Come è possibile credere? Solo un folle avrebbe potuto correre con il cane armato e il dito sul grilletto. Si sarebbe sparato addosso. Quando si è fermato, l'agente ha di nuovo messo il dito sul grilletto". Nella requisitoria il magistrato ha affermato che l'agente aveva la consapevolezza "del concreto pericolo di centrare l'abitacolo e cagionare la morte di qualcuno degli occupanti", quindi "la sanzione deve essere corrispondente al grado del dolo", e per l'omicidio volontario sono previsti 21 anni. Però, ha aggiunto, Spaccarotella è "meritevole di riconoscimento delle attenuanti generiche" spiegando "il carattere istantaneo di questa condotta: tutto l'evento si è svolto nell'arco di pochissimi minuti" e sottolineando che il poliziotto "ha distrutto una vita umana, ma anche la propria e che paga anche la sua famiglia". Per questo il pm ha chiesto una riduzione di un terzo della pena. Al termine dell'udienza i genitori della vittima hanno espresso delusione e amarezza per la richiesta del pm. Il padre, Giorgio, ha annunciato che domani non saranno in aula "perché per me è troppo forte sentire ancora parlare di tosse asmatica o stress. Non ci sono attenuanti generiche per una famiglia come noi che soffre. Mi dispiace per i figli e la moglie dell'agente ma ci si deve ricordare che dall'altra parte c'è una famiglia che non può riabbracciare un figlio. Ridurre la pena di un terzo è troppo".

fonte: La Repubblica

Bologna: Denunciati due studenti dell'Onda

La Polizia di Bologna, la scorsa notte in via Berti, ha fermato e denunciato due studenti dell'Onda accusandoli di aver tracciato alcune scritte su un muro per promuovere il corteo di domani contro gli arresti scattati lunedì scorso. Sono stati denunciati per imbrattamento, danneggiamento e anche resistenza a pubblico ufficiale per aver tentato di allontanarsi
fonte: zic

Firenze: operazione poliziesca contro gli studenti. Fermi, perquisizioni e avvisi orali

Studenti della Rete dei Collettivi trattenuti per dodici ore in questura; cinque perquisizioni nelle loro abitazioni private alla ricerca di “armi ed esplosivi” (effettuate senza mandato della magistratura applicando l'art. 41 t.u.l.p.s.) ed un avviso orale notificato a uno di loro (che consiste in una misura restrittiva preventiva disposta arbitrariamente dalla questura senza alcun processo, a cui segue il provvedimento di sorveglianza speciale), mentre altri avvisi orali sono stati preannunciati agli altri.E' questo il bilancio definitivo dell'operazione sbirresca di ieri mattina messa in atto dagli “uomini” della Digos fiorentina. L' “operazione pianificata”, come viene definita dalla stessa questura sui giornali di oggi, era iniziata con il fermo dei cinque compagni in piazza Dalmazia. Questi, mentre si dirigevano verso la stazione per raggiungere il corteo contro il G8 a Roma, sono stati seguiti e poi circondati da un numero spropositato di agenti.Il movente dell'intera operazione sarebbe stata la “ricerca di armi ed esplosivi” di cui, nelle ridicola e pretestuosa montatura poliziesca, gli studenti non solo sarebbero stati in possesso, ma che si preparavano ad usare nella stessa giornata per attentare alla vita del Presidente della Repubblica in visita a Viareggio per i funerali di stato.Di fronte all'esito negativo di tutte le perquisizioni, la Digos si è accontentata di sequestrare caschi, passamontagna, libri, “82 etichette adesive”, un “tubo a vite per candela”, “volantini incitanti alla violenza”, qualche foglio scarabocchiato e... una “felpa con cappuccio di colore blu”!Durante le dodici ore passate in questura, la digos non ha esitato ad alzare le mani contro alcuni dei fermati allo scopo di estorcere qualche parola con la forza, mentre ai genitori costretti a raggiungere la questura per consentire il rilascio dei figli minorenni, non sono state risparmiate le solite squallide e infami strategie atte a terrorizzare ed intimidire le famiglie.E' chiaro come quanto accuduto a Firenze sia un episodio da inscrivere in un contesto nazionale, che solo pochi giorni fa a visto 21 arresti e perquisizioni in tutto il paese contro altrettanti studenti colpevoli di aver partecipato al corteo contro il G8 dell'Università a Torino, mentre sempre ieri, nelle stesse ore, 36 compagni venivano fermati al corteo a Roma, e 8 di loro arrestati.Eliminare ogni dissenso reale. Soffocare ogni focolaio di rivolta. Sono queste le parole d'ordine di un sistema in “crisi”, che si vede sempre più minacciato da dei conflitti sociali della cui imminente crescita sembra essere ben consapevole. E' in questo contesto che gli studenti, medi ed universitari, diventano tra i primi bersagli da colpire, dopo essersi resi protagonisti nell'ultimo anno di una serie di mobilitazioni, spesso radicali, radicate ed incisive nei contenuti come nelle pratiche, inaugurate con le occupazioni delle scuole e delle università dell'autunno scorso.Dopo le cariche, le piogge di denunce, gli sgomberi e le initimidazioni, che gli studenti fiorentini hanno imparato a conoscere sulla propria pelle, gli avvenimenti di ieri segnano un “salto di qualità” della repressione, che gioca come al suo solito l'ultima carta del “terrorismo” per colpire chi continua senza paura a ribellarsi nelle scuole, nelle università e nelle strade (… delle strade sempre più negate e violentate dagli afibi dell'Esercito, schierato in città come prescritto dal progetto NATO Urban Operation 2020, che prevede per quell'anno l'esplodere del conflitto sociale).

LA VOSTRA CRISI E' IRREVERSIBILELA NOSTRA RIVOLTA E' INARRESTABILE!SOLIDARIETA' AI COMPAGNI DI OGNI DOVE FERMATI E PERQUISITI

LIBERTA' PER TUTTI GLI ARRESTATI!


gli studenti e le studentesse della Rete dei Collettivi

8 luglio 2009

Omicidio Aldrovandi: nonostante la condanna i 4 poliziotti restano al proprio posto

Mentre è già partita tra i frequentatori del blog Aldrovandi una raccolta di firme per chiedere la sospensione dal servizio dei quattro poliziotti condannati in primo grado e, in caso di condanna definitiva, l’espulsione dal corpo di polizia, una risposta arriva già dal questore di Ferrara: Forlani, Pollastri, Pontani e Segatto “rimarranno in servizio e nessun provvedimento amministrativo sarà preso nei loro confronti prima di una eventuale condanna definitiva”.
Salvatore Longo ha ricordato che “come prevede la Costituzione un cittadino è colpevole solo quando arriva la sentenza definitiva”. Gli agenti dopo la sentenza di lunedì sono stati ricevuti dallo stesso questore, che li ha trovati molto provati. Paolo Forlani, in servizio all’ufficio immigrazione della questura estense, si trova aggregato ai rinforzi presso la dogana del Tarvisio per la vigilanza disposta dal ministero in attesa del G8 dell’Aquila. Eppure la Segreteria particolare del Capo della Polizia Manganelli, quando aveva ricevuto nei mesi scorsi una delegazione di amici di Federico (in cui si riferiva alla morte di Federico come "tragica ed assurda") “ci aveva rassicurato – scrivono i portavoce della sezione romana di “verità per Aldro” - sul fatto che le nostre richieste sarebbero state prese in considerazione”. “Nei giorni dopo il G8 – affermano - contatteremo gli stessi interlocutori per chiedere l'attuazione della richiesta. Da sottolineare che in occasione della visita fu regalato al dott. Manganelli un libro con questa dedica: "Ad Antonio Manganelli, perché la Riconciliazione passi attraverso la Giustizia". Il dott. Manganelli ha successivamente di scritto di suo pugno ringraziando per "il libro impreziosito dalla gradita dedica"”. Intanto l’eco della lettera dell’ispettore Solito ha raggiunto Roma, dove il deputato ferrarese del Pd Alessandro Bratti presenta una interrogazione al ministro dell'Interno, per chiedere di fare luce su quanto si legge "in una commovente lettera di Nicola Solito, l'ispettore di polizia che portò, per conto dei suoi superiori, la notizia della tragica morte di Federico ai suoi genitori dei quali era molto amico". "Solito -spiega Bratti- riferisce di una situazione di disagio e difficoltà subita all'interno del luogo di lavoro nel corso di questo lungo periodo che lo ha portato ad allontanarsi dai suoi amici: il suo stato di 'amico' della famiglia delle vittima lo avrebbe, insomma, oltremodo penalizzato. Credo -conclude Bratti- che su questa vicenda, all'indomani di una sentenza che riconosce il coraggio di denuncia e la determinazione della madre di Federico, sia opportuno fare piena chiarezza, per questo sollecito il ministro dell'Interno ad intervenire".


fonte: estense.com

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