1 luglio 2009

Il Pacchetto sicurezza, orrore per orrore

Il 2 luglio il parlamento approverà il Pacchetto sicurezza criticato perfino da Gianfranco Fini. Domani la Rete contro il Pacchetto sicurezza organizza un sit in al Senato. Un'analisi delle misure del ddl 733, orrore per orrore. Dopo mesi di discussioni, rinvii e voti di fiducia che hanno ignorato ogni forma di protesta, il governo Berlusconi si appresta ad approvare definitivamente in senato il disegno di legge 733, noto come «pacchetto sicurezza»: una legge che nega i diritti fondamentali delle persone, siano esse migranti o native. Intanto oggi, perfino il presidente della camera Gianfranco Fini, dalla Spagna, è tornato a esprimersi sui provvedimenti contenuti nel ddl. «Sarebbe immorale dire subito ‘sei clandestino, ti rimando al tuo paese’. Sarebbe come condannare una persona a morte». «E’ assolutamente indispensabile – ha dichiarato Fini – distinguere chi chiede asilo politico: i rifugiati non possono essere automaticamente equiparati ai clandestini. L’equiparazione automatica farebbe meno la dignità della persona umana». A questo proposito il presidente della Camera ha citato anche il caso di alcune norme contenute nel ddl sicurezza all’esame del Senato che obbligano i medici a denunciare i migranti: «E’ necessario distinguere tra immigrazione regolare e clandestina. Tuttavia anche per gli irregolari vale il principio base della nostra cultura, prima sono uomini e poi immigrati. Non è accettabile che venga messa in secondo piano la dignità della persona rispetto alla condizione di legalità o meno del proprio status». Domani, la Rete contro il pacchetto sicurezza convoca un sit-in davanti al senato, dalle 15,30 in poi. «Crediamo – dicono quelli della Rete – che sia necessario sentirsi tutte e tutti coinvolti in quanto sta accadendo, creare spazi di dibattito sempre più ampi e moltiplicare le iniziative di protesta in ogni città, a partire dalle giornate di discussione e approvazione del pacchetto sicurezza. Vogliamo prendere la parola, per lottare insieme, italiane e italiani e migranti, a partire dai nostri territori, perché desideriamo una società aperta all’incontro tra tutte le differenze, perché l’unica sicurezza che vogliamo è libertà e diritti per tutte e tutti». http://nopacchettosicurezza.noblogs.org/

Pubblichiamo di seguito un articolo di Fulvio Vassallo Paleologo, pubblicato su Carta N.23, che riprende gli aspetti più pericolosi del disegno di legge che sarà approvato il 2 luglio.È ormai imminente l’approvazione del disegno di legge sulla sicurezza. A meno di contrasti interni alla maggioranza, entro il mese di luglio il parlamento approverà un provvedimento che non si rivolge soltanto contro i migranti, regolari o irregolari che siano, ma stravolge i principi sui quali si basa lo Stato di diritto scaturito dalla Costituzione. Uno stravolgimento di consolidati principi che trova conferma in altri provvedimenti che il governo si accinge ad approvare.


L’indipendenza della magistratura

A fronte dell’ingolfamento degli apparati giudiziari, derivanti dalla sanzione penale di una miriade di comportamenti attribuibili agli immigrati irregolari, e tra breve anche ai cittadini che dissentono, si stanno introducendo, con un separato provvedimento legislativo, modifiche al Codice di procedura penale che permetteranno ai vertici giudiziari e al ministero della giustizia un ferreo controllo delle decisioni della magistratura sui provvedimenti relativi alla libertà personale dei migranti, con il superamento del principio della promozione di ufficio dell’azione penale, con il trasferimento dei poteri dai magistrati alla polizia giudiziaria, con la gerarchizzazione degli uffici giudiziari, con l’ampliamento delle funzioni dei giudici di pace in materia di provvedimenti sulla libertà, e con la introduzione dei giudici elettivi, come richiesto dalla Lega nord. Un attacco senza precedenti alla indipendenza della magistratura e alla garanzia della legge «uguale per tutti».


Un diritto penale speciale

Si stanno costituendo le condizioni per un processo penale speciale per i migranti. Ed è già definito il quadro di un nuovo diritto penale speciale. che non si limita agli immigrati, ma coinvolge tutti i cittadini, con il ricorso alla sanzione penale totalmente rimessa alla discrezionalità amministrativa per sanzionare i comportamenti più frequenti nelle situazioni di conflitto sociale. Va in questa direzione la reintroduzione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale, che costituirà in futuro un arma potentissima in mano alla polizia per mettere sotto processo qualsiasi persona, migrante o cittadino, che abbia comportamenti qualificati discrezionalmente come offensivi per l’autorità. Un passaggio decisivo dallo stato di diritto allo stato di polizia. Il reato di clandestinitàL’introduzione del reato di immigrazione clandestina, seppure sanzionato da una pena pecuniaria, costituisce una rilevante rottura del principio di eguaglianza affermato dall’art. 3 della Costituzione dato che coloro che si troveranno in una condizione di irregolarità non potranno fare valere in giudizio i propri diritti e i propri interessi legittimi come previsto dall’art. 24 della Costituzione, che riguarda tutti gli esseri umani e non soltanto i cittadini.

Detenzione amministrativa ed espulsione

Il prolungamento dei tempi della detenzione amministrativa fino a sei mesi viola la riserva di giurisdizione stabilita dall’art. 13 della Costituzione poiché snatura la funzione dell’internamento nei Centro di identificazione ed espulsione [Cie], misura non più finalizzata all’esecuzione delle misure di allontanamento forzato, ma vera sanzione per una condizione soggettiva di irregolarità, applicabile, anche con successivi internamenti, nei confronti di chi non ha commesso alcun reato. La sanzione del reato di immigrazione clandestina consentirà inoltre alle autorità di polizia di detenere e allontanare dal territorio i migranti privi del permesso di soggiorno senza applicare le garanzie procedurali [a partire dal diritto di difesa] previste dalla direttiva comunitaria sui rimpatri, che stabilisce la priorità dei rimpatri volontari e limita i casi di detenzione amministrativa alle ipotesi nelle quali non siano possibili altre forme di limitazione della libertà di circolazione.


La denuncia del lavoro nero

L’introduzione del reato di immigrazione clandestina comporterà anche uno stravolgimento di quanto previsto dall’art. 2 del Testo Unico sull’immigrazione che riconosce a tutti, quale che sia la loro condizione di soggiorno, i diritti fondamentali della persona. La certezza dell’allontanamento forzato, a seguito della scoperta della condizione di irregolarità, potrà impedire anche le già modeste possibilità di denuncia dei caporali e dei datori di lavoro in nero, limitando l’accesso alle misure di protezione sociale previste dall’art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998, sempre più rimesso alla discrezionalità delle autorità di polizia.

Il diritto d’asilo negato

Il reato di immigrazione clandestina costituirà un ulteriore ostacolo per l’accesso alle procedure di protezione internazionale e permetterà, in caso di diniego sulla prima istanza, un allontanamento forzato verso paesi che non rispettano i diritti fondamentali della persona. In contrasto con quanto previsto dalle convenzioni internazionali e dalle direttive comunitarie, si introduce come regola la detenzione amministrativa dei richiedenti asilo costretti all’ingresso irregolare dalla mancanza di qualsiasi possibilità di ingresso legale.

La salute e la scuola

Con l’entrata in vigore delle norme che inaspriscono le sanzioni penali per gli immigrati privi di permesso di soggiorno non sarà possibile neppure riconoscere un figlio, avere accesso alle cure mediche senza il rischio di essere espulsi, rivendicare la retribuzione per il lavoro prestato. Diventerà impossibile per i figli di immigrati irregolari completare i corsi di studio oltre la scuola dell’obbligo. Le nuove norme consegnano i migranti irregolari a una condizione di sfruttamento servile che si sta estendendo rapidamente. Il disegno di legge sulla sicurezza cancella gli orientamenti giurisprudenziali che avevano escluso la sanzionabilità penale degli immigrati irregolari che dopo l’ordine di allontanamento si erano trattenuti nel territorio nazionale per un «giustificato motivo», come la mancanza di documenti, o di mezzi economici per fare rientro nel paese di origine.


Il permesso di soggiorno «a punti»

La previsione di un permesso di soggiorno «a punti» che i migranti regolari possono perdere sulla base di valutazioni discrezionali delle autorità di polizia, in caso di mancato rispetto del cosiddetto «accordo di integrazione», viola l’articolo 10 della Costituzione, che afferma il principio secondo cui spetta alla legge la definizione della condizione giuridica dello straniero. Tutti gli immigrati, anche quelli regolari, diventano così «ostaggio» delle autorità di polizia.


Le mafie e le collusioni

Le scelte proibizioniste dei governi che chiudono ai migranti le vie di ingresso legale ed effettuano respingimenti collettivi, vietati a livello internazionale, verso Stati che non rispettano i diritti dell’uomo, e in particolare il diritto di asilo, alimentano le mafie che speculano sulla domanda di mobilità delle persone, con frequenti collusioni tra le organizzazioni criminali e le autorità che nei paesi di transito sono preposte ai controlli di frontiera.


Nuclei di difesa legale

In un paese in cui il sistema elettorale nega la rappresentanza politica a milioni di cittadini, mentre si escludono dalla cittadinanza e dal diritto di voto gli immigrati, si ripropone l’esigenza di individuare e praticare nuove prassi di difesa e di aggregazione sociale che riuniscano migranti e cittadini. In questa prospettiva va svelata l’utilizzazione del diritto penale nel controllo, e ora sanzione, del conflitto sociale, mentre dovranno essere contrastate sul territorio, anche attraverso l’organizzazione di osservatori indipendenti e nuclei di difesa legale, le diverse forme di razzismo istituzionale. E dovrà crescere e diventare capillare la capacità di denuncia delle nuove norme di fronte alla Corte costituzionale e alle corti internazionali.




Processo Aldrovandi:La difesa chiede l'assoluzione dei poliziotti per mancanza di prove

Il teorema difensivo resta immutato: Federico sarebbe stato sotto effetto di un mix di droghe, gli agenti non avrebbero procurato nessna asfissia. Fondamento dell'arringa l'"Excited Delirium Syndrome", una poco scientifica invenzione della criminologia psichiatrica americana. Le parti civili accusate di depistaggio. La sentenza prevista per il 6 luglio

Presenti in aula entrambi i genitori di Federico.Prende la parola l'avvocato Michela Vecchi, difensore di Luca Pollastri ed Enzo Pontani, che in una lunghissima arringa è ben determinata nello smontare le tesi dell'accusa e del P.M. Il punto di partenza sono i già noti capisaldi della difesa ovvero l'ipotesi di agitazione psicomotoria e l'assunzione in quantità di un mix di alcool e droghe. Da qui si citano le prime testimonianze degli amici di Aldro che confermerebbero i dati registrati dalle analisi tossicologiche su sangue ed urine, pur dimenticando le polemiche intercorse in merito alle modalità d'interrogatorio che avrebbero visto minacce ai ragazzi da parte della questura. Dette analisi sono state al centro di diverse polemiche durate tutta la durata del processo e l'avvocato insiste su come, secondo le sue parole, le stesse testimonianze degli amici siano variate nel tempo intercorso fra le prime analisi svoltesi a Ferrara e le successive avvenute a Torino. Morfina, Ketamina, LSD, Popper, Alcool... Queste le sostanze rinvenute nel sangue e nelle urine e su cui l'avvocato ha elaborato una delle tesi riguardanti la morte di Federico. Sarebbero state le droghe infatti a determinare la morte, tesi questa rafforzata nel discorso della difesa dalla presunta constatazione in Aldro della cosiddetta excited delirium syndrome. Questa "sindrome", la cui scientificità è ancora da provare, avrebbe procurato scompensi respiratori che uniti all'effetto della Ketamina avrebbero procurato la morte del giovane. Forti le accuse contro p.m. e parte civile per un'"irresponsabile" rincorsa, nelle loro tesi, delle diverse perizie che si sono succedute dall'inizio del processo. Per consolidare la sua tesi, l'avvocato Vecchi comincia un tentativo di erosione della valutazione del Dott. Thiene, consulente per la difesa, secondo cui il decesso di Federico sarebbe avvenuto in seguito ad una compressione meccanica (schiacciamento del torace) esercitata sul ragazzo steso a terra prono e ammanettato; ciò avrebbe comportato un blocco del fascio di His e il successivo arresto cardiaco.Secondo il legale della difesa la "perizia non può essere fatta sulla base di una foto bidimensionale, senza esaminare i vetrini del cuore e apprezzare col tatto che le macchie, che per Thiene sono due metà di un solo ematoma, rappresentano in realtà fenomeni putrefattivi post mortem". La Vecchi si spinge poi oltre fino ad affermare che, anche qualora fosse avvalorata la suddetta ipotesi scientifica, resterebbero il contesto di droghe ed EDS a far passare in secondo piano la tesi in merito all'asfissia. Thiene viene accusato addirittura di "aver fatto deragliare il processo" EDS e droghe danno struttura a tutto l'impianto accusatorio e anche la stessa colluttazione tra ufficiali di polizia e ragazzo andrebbe inquadrata e valutata alla luce di questi dati. Il discorso viene quindi spostato sull'analisi delle testimonianze di pm e parte civile che secondo la difesa non potrebbero avvalorare le ipotesi di compressione toracica in fase di contenimento. Qui starebbe il vuoto probatorio dell'accusa vista la poca importanza attribuita dalla Vecchi alle dichiarazioni di Lucia Bassi. Ciò che avrebbe visto sarebbe stato un "generico sovrastare di un corpo sull'altro", il che non costituisce reato ma la normale prassi procedurale per quanto riguarda ammanettamento e contenimento.Per l'altra teste, Anne Marie Tsegue, vengono spese ancor meno parole liquidandola con un sbrigativo "non ha visto niente" e sottolineando ancora una volta la mancanza di un nesso causale tra la morte di Aldro e l'intervento dei quattro agenti, morte che si sarebbe verificata in ogni caso secondo la difesa. E' quindi impossibile, per l'avvocato della difesa, ricostruire le cause della morte e di conseguenza viene inficiata ogni possibilità di determinare la catena causale di eventi precedenti e determinanti il decesso così come la possibilità di individuare nelle azioni dei quattro imputati una condotta colposa per eccesso nell'adempimento del proprio dovere, pur marginalizzando la discussione sui manganelli e sulle ferite riportate da Aldrovandi. Da qui la richiesta al giudice di assoluzione degli imputati per mancanza di prove certe rimandando al principio del ragionevole dubbio. Conclude l'udienza l'arringa dell'altro avvocato della difesa Gabriele Bordoni.La sentenza è prevista per lunedì 6 luglio a seguito delle repliche delle due parti.


fonte: zic

Bologna: Aggressione a due transessuali

Due transessuali sono finite in ospedale a Bologna dopo essere state vittime di un’aggressione: due auto le hanno affiancate in via Stalingrado e hanno «sparato» contro di loro con un estintore. Le due sono state colpite agli occhi e hanno dovuto farsi medicare, ricevendo cinque e sette giorni di prognosi. Una terza transessuale che ha assistito alla scena, però, è subito balzata in macchina e si è messa a inseguire gli aggressori fino a via Massarenti, schivando anche l’estintore che a un certo punto gli è stato lanciato contro da una delle due auto in corsa. Imperterrita, è riuscita a inseguire gli autori del gesto fino in via Massarenti, poi li ha persi di vista. Il fatto è successo il 30 giugno intorno alle tre in via Stalingrado all’altezza del Mercatone Uno. Non è la prima volta che avvengono aggressioni del genere anche a Bologna.

Monza: Sgomberato l'Foa Boccaccio

La nuova sede dell'Foa Boccaccio, occupata solo lo scoso sabato pomeriggio da olre 150 compagn* del movimento milanese e del'hinterland è stata sgomberata con forza questa matiina dalle forze dell'ordine citatdine su mandato della Questura di Monza. Gli/le occupanti si erano dati appuntamento alle 5.30 di questa mattina di fronte alla nuova sede del centro sociale, l'ex cinema Apollodi Monza, per fronteggiare il probabile intervento della Questura, poi avvenuto.
Dalle 9 di questa mattina è in corso un presidio di protesta di fronte al comune di Monza. Ci sono stati momenti di tensione con la Polizia e pare una compagna sia stata manganellata alla testa.



fonte: InfoAut

G8 Genova, il pm: condannate De Gennaro. Per l'ex capo della Polizia chiesti 2 anni

Il pm ha chiesto due anni di reclusione per l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. Sul banco degli imputati, insieme all'attuale direttore del Dipartimento della Informazioni per la Sicurezza Dis, l'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola - oggi questore vicario di Torino - per il quale l'accusa ha chiesto 1 anno e 4 mesi. "Istigazione a falsa testimonianza". Avrebbero indotto l'ex questore Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza sulla sciagurata e sanguinosa irruzione nella Diaz occupata dai no-global durante il G8 del 2001. Il processo si svolge a porte chiuse. Durante l'udienza, il pm ha letto in aula le intercettazioni che dimostrerebbero la colpevolezza di De Gennaro e Mortola. La parola passa ora alle parti civili (alcune persone fisiche e l'associazione giuristi democratici). Il 15 luglio sarà la volta delle difese, mentre la sentenza è prevista per settembre. Le due versioni di Colucci. La vicenda nasce da un interrogatorio dell'allora questore che inizialmente ammise un coinvolgimento indiretto dell'ex capo della Polizia nei fatti della Diaz. In seguito, durante il dibattimento, Colucci fece però un passo indietro e sostenne che De Gennaro era all'oscuro di quelle violenze. Da qui la richiesta dei pm di falsa testimonianza per Colucci e di istigazione alla falsa testimonianza per De Gennaro e Mortola che avrebbero indotto l'ex questore a ritrattare. Ambedue gli imputati respingono gli addebiti e saranno processati con rito abbreviato, mentre Colucci ha preferito optare per quello ordinario. L'intercettazione: "Ho parlato con il capo". L'accusa si fonda su una telefonata registrata tra la prima e la seconda versione dell'ex questore. Colucci chiama Mortola e gli dice: "Ho parlato con il capo. Devo fare marcia indietro". Il "capo" cui fa riferimento sarebbe proprio De Gennaro. L'intercettazione finisce per caso nell'inchiesta avviata dopo la misteriosa sparizione delle bottiglie molotov che erano state falsamente attribuite ai no-global arrestati. E scatta l'incriminazione per il vertice della Polizia. I pm: "De Gennaro sapeva". Tutto ruota intorno alla presenza nella scuola Diaz di Roberto Sgalla, responsabile delle pubbliche relazioni per la Polizia di Stato. Colucci aveva in precedenza giurato che De Gennaro gli aveva detto di avvertire Sgalla e inviarlo alla Diaz per seguire l'irruzione. Secondo gli inquirenti, questo dimostrerebbe che anche i massimi vertici dell'Interno erano perfettamente a conoscenza di quanto era accaduto nell'istituto. Ma chiamato a testimoniare in aula - e dopo la telefonata intercettata - il questore cambiò versione: "Sono stato io - disse Colucci - a chiamare Sgalla. E' stata una mia iniziativa".





fonte: La Repubblica

G8 Genova: G8, le intercettazioni "inchiodano" De Gennaro

Il G8 continua a tenere banco. Se n´è avuta l´ennesima conferma ieri, alla ripresa del processo a carico di due imputati eccellenti, entrambi «ex», Gianni De Gennaro, all´epoca dei drammatici fatti del luglio 2001 capo della polizia e Spartaco Mortola, che in quello stesso periodo era a capo della Digos di Genova. Si è praticamente in vista del traguardo, perché è scesa in campo l´accusa. Ha dato il via alle requisitorie il primo dei piemme, Francesco Albini Cardona, oggi sarà la volta del collega Enrico Zucca. De Gennaro e Mortola debbono rispondere di istigazione a deporre il falso, cioè che l´allora questore del capoluogo ligure Francesco Colucci sarebbe stato indotto a modificare la sua precedente versione su alcuni aspetti della violenta irruzione alla scuola Diaz. L´addebito, secondo gli inquirenti, avrebbe il supporto di alcune conversazioni intercettate, in particolare su una «chiacchierata» compiutamente registrata dalla quale emergerebbe che Colucci sarebbe stato convinto a «deporre circostante non rispondenti al vero» riguardanti soprattutto la fase di preparazione e organizzazione di polizia condotta alla Diaz.In particolare ci sarebbero stati precisi «suggerimenti» e richieste esplicite di «modifiche» allo scopo di eliminare il principale punto di contrasto fra le dichiarazioni rese in precedenza, relative alla richiesta di fare intervenire il responsabile delle relazioni esterne Sgalla sui luoghi dell´operazione e rendere così omogenea la testimonianza di Colucci a quanto oggetto della propria. Secondo la ricostruzione della procura, si tratterebbe di un elemento fondamentale, perché dimostrerebbe come le alte gerarchie della polizia avessero gestito l´operazione Diaz affiancando o scalzando di fatto i responsabili locali. Quanto al coinvolgimento di Mortola, l´accusa è basata in particolare su alcune telefonate nelle quali Colucci, oltre a spiegare che il Capo (De Gennaro) lo avrebbe sollecitato ad aggiustare le precedenti dichiarazioni, gli chiedeva di rinfrescargli la memoria «in vista della sua deposizione al processo nel quale «rimedierà» l´accusa di falsa testimonianza su quanto avvenuto alla Diaz».Il magistrato requirente avrebbe puntato tutto sulle carte (il condizionale è d´obbligo perché l´udienza, trattandosi del rito abbreviato chiesto dagli imputati si è svolta a porte chiuse, davanti al giudice Silvia Carpanini), avrebbe proiettato su un ideale schermo fatti e retroscena del blitz alla Diaz e le presunte sollecitazioni a modificare precedenti e compromettenti dichiarazioni, Il magistrato, ad eccezione di un breve break, ha parlato per cinque ore. Richiamandosi sempre a circostanze considerate assolutamente vere e citando i passaggi più significativi delle intercettazioni. C´è ovviamente molta attesa per avere conferma del peso che avranno in sede di decisione gli argomenti dibattuti. Per oggi è previsto l´intervento del pm Enrico Zucca, il quale dovrebbe affrontare il tema in diritto.E i difensori, professor Franco Coppi e avvocato Carlo Biondi (per De Gennaro), Alessandro Gazzolo e Piergiovanni Iunca (per Mortola) non hanno voluto rilasciare alcuna dichiarazione, lasciando comunque intendere che sono più che decisi a dare battaglia.



fonte: La Repubblica

30 giugno 2009

Genova G8: VOCI E TONI DI UNA POLIZIA CHE NON PIACE

PERCHÉ è importante ascoltare le intercettazioni telefoniche di questa inchiesta e non limitarsi alla lettura di trascrizioni già circolate in passato? Oggi sul sito http://www.ilsecoloxix.it/ e su Radio19, nella trasmissione “Due ore del Se­ colo” in onda dalle7 alle9, sarà pos­sibile sentire i momenti più impor­tanti dei dialoghi tra i poliziotti ac­cusati dalla procura di aver “tra­mato” per addomesticare le proprie versioni sul blitz alla scuola Diaz e, in ultima sostanza, per di­fendere l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. È importante ascoltarle perché unacosa è leggere la fredda e impersonale trascri­zione di un colloquio. Tutt’altra cosa è sentire i sospiri, le inflessioni, le incertezze, le interiezioni che ac­compagnano un dialogo. Un giornale non è un’aula di tri­bunale. È difficile (e nessuno lo vuole fare) capire se, sulla scorta di queste intercettazioni, sarà davvero possibile dimostrare che è stato compiuto un reato, se sia stato davvero realizzato “un complotto contro i magistrati”, se qualcuno sarà condannato. Il toto­sentenza non è un esercizio che interessa, in questo momento. Importante è, invece, ascoltare il tono di queste conversazioni per­ ché da questo si evince quale sia stato, in molti inquisiti delle vi­cende G8, l’atteggiamento sprezzante nei confronti dei pm; la sicu­mera che sarebbe bastato offrire una qualsiasi versione di comodo per “addomesticare” gli inquirenti e cavarsi dagli impicci; la certezza che piccole camarille di bassissima lega avrebbero potuto salvare “il capo” e ottenere la sua gratitudine. Il tutto immerso in un contesto in cui emerge una verità inoppu­gnabile. La polizia dell’epoca G8 non era la Spectre. Era un’accolita scalcagnata e approssimativa. Il questore di Genova che nei giorni del G8 avrebbe dovuto essere, in città, la massima autorità di pub­blica sicurezza, farfuglia dimo­strando di non sapere nemmeno quel che è accaduto. I consigliori si affannano a complimentarsi a vi­cenda e a offrirsi reciproca solida­rietà. Funzionari che non hanno nemmeno un’autonoma rete di in­formazioni, ma passano la giornata al computer consultando le notizie di agenzie, aggiornano via via i col­leghi sugli sviluppi giudiziari e con­ cordano le contromosse. Comun­que la si pensi sui fatti del G8,anche chi ripone la sua fiducia nelle forze dell’ordine non può non convin­cersi. Questa è la polizia che nes­suno vuole. E che si spera, dopo otto anni, sia profondamente cambiata.


fonte: MARCO MENDUNI menduni@ilsecoloxix.it

Genova G8: telefonate che scottano

Un documento clamoroso: le registrazioni audio dei colloqui fra i più alti dirigenti della polizia italiana, che preparano e commentano le udienze del processo sull'irruzione alla scuola Diaz, durante il G8 di Genova. Parlano delle indiscrezioni di stampa e si complimentano reciprocamente dopo le varie deposizioni, convinti che finirà tutto in una bolla di sapone. Un documento imbarazzante, come potrebbe risultare il processo per falsa testimonianza, sempre per i fatti genovesi, contro l'ex numero uno della Polizia Gianni De Gennaro, oggi a capo dei servizi segreti. È accusato di aver indotto un altro super-funzionario a mentire per tenerlo fuori dai guai.

Nel giorno che potrebbe segnare definitivamente uno dei processi più imbarazzanti sul G8 di Genova - quello per falsa testimonianza all'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, oggi coordinatore dei servizi segreti, accusato di aver indotto un altro super-funzionario a mentire per tenerlo fuori dai guai - spunta un documento per certi aspetti clamoroso. Sono le registrazioni audio dei colloqui fra i più alti dirigenti della polizia italiana, che preparano e commentano le udienze del processo sull'irruzione alla scuola Diaz, le indiscrezioni della stampa, che si complimentano l'uno con l'altro dopo le varie deposizioni convinti che si chiuderà tutto in una bolla di sapone.


LE TELEFONATE erano già state trascritte e riportate dal nostro giornale, come da altri quotidiani. Tuttavia il loro ascolto integrale, in una parola «dal vivo», è uno dei dettagli su cui s'incardina l'ultimo atto d'accusa della Procura. Che nel chiedere, domani, la condanna di Gianni De Gennaro (insieme a lui è imputato sempre per falsa testimonianza l'ex dirigente Digos Spartaco Mortola, mentre il terzo protagonista della vicenda, l'ex questore di Genova Francesco Colucci, sarà giudicato successivamente) presenterà un dossier in cui ripercorre dettagliatamente il "senso" di quelle chiamate, insistendo appunto sulle voci. Secondo i pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, i massimi responsabili della pubblica sicurezza, dopo i pestaggi nella scuola, si misero in qualche modo d'accordo per ostacolare gli accertamenti della magistratura, in una sorta di "cartello" che avrebbe dovuto vanificare le indagini.

I documenti audio dei quali è in possesso Il Secolo XIX saranno proposti attraverso una piattaforma multimediale: accessibili attraverso il sito internet http://www.ilsecoloxix./it e ascoltabili sulle frequenze di Radio 19 (oggi dalle 8 alle 9), dove ne saranno trasmessi estratti ragionati e commentati (nell'articolo accanto è spiegato il perché si è deciso di divulgare il materiale). In tutto si tratta di 150 file, dalla lunghezza variabile, ottenuti dal controllo di quattro telefoni: due cellulari nella disponibilità di Colucci, un altro portatile usato da Mortola e il suo "fisso" in questura.Si sa che è stato proprio il telefono, a giocare un ruolo decisivo per smascherare i presunti depistaggi post G8. E per capirci qualcosa bisogna ripercorrere alcune tappe fondamentali. Il 3 maggio 2007 (il G8 è finito da sei anni) l'ex questore Colucci viene ascoltato in aula al processo Diaz. Tentenna spesso e a precisa domanda, risponde: «Non fu De Gennaro a dirmi di contattare l'addetto stampa della polizia dopo l'irruzione nella scuola». Il dettaglio escluderebbe definitivamente il "capo" da ogni coinvolgimento nella sciagurata operazione. Il problema numero uno è che Colucci, nelle settimane immediatamente successive al blitz, aveva sostenuto l'esatto contrario: «Fu De Gennaro a darmi l'ordine». Il problema numero due è che una settimana prima, al telefono con Spartaco Mortola, ribadiva: «Il 3 devo venire a Genova; il capo m'ha dato le sue dichiarazioni, m'ha fatto leggere (riferendosi in questo modo alla deposizione che De Gennaro aveva già reso, sempre sull'irruzione nell'istituto dove alloggiavano i noglobal) e dice "bisogna che tu aggiusti un po' il tiro sulla stampa"». La tesi dei pm è semplice: De Gennaro mostra i suoi verbali a Colucci (erano finiti entrambi ai servizi segreti) e gli chiede di cambiare le carte in tavola per rimanere fuori dal buco nero della Diaz. Colucci lo racconta a Mortola chiedendo ulteriori consigli, e finiscono tutti e tre nei guai per falsa testimonianza.De Gennaro e Mortola hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato (una procedura che snellisce decisamente i tempi e contempla, in caso di condanna, lo sconto d'un terzo), mentre Colucci seguirà il percorso "ordinario". Questa mattina in aula, davanti al giudice Silvia Carpanini, quasi sicuramente Gianni De Gennaro ci sarà, assistito dai suoi legali Franco Coppi e Carlo Biondi. Potrebbero essere riascoltate le telefonate e lui stesso (così come Mortola, avvocati Piergiovanni Iunca e Alessandro Gazzolo. che ribadiscono da sempre la «marginalità» del loro cliente nella vicenda) potrebbe chiedere di parlare.

E PERO' il colpo di teatro è rappresentato dalla visione «d'insieme» che la Procura cercherà di dare sull'intera vicenda. L'obiettivo è dimostrare - proprio attraverso l'ascolto degli audio - quello che era il "clima" a giudizio degli inquirenti «di omertà» e «reciproche coperture» in cui si è svolto il processo-chiave sui pestaggi alla Diaz, e nel quale sono poi maturate le «false testimonianze» oggi alla sbarra. Per il raid nella scuola, ricordiamo, ci sono state 16 assoluzioni e 13 condanne "minori" (35 anni e 7 mesi di reclusione complessivi) senza addebiti per i dirigenti di grado più alto. Ci sarà insomma battaglia, al palazzo di giustizia di Genova, fra oggi e domani. Perché un'eventuale condanna, e non è escluso che dopo le richieste dell'accusa il giudice emetta la sentenza già entro l'estate, allungherebbe un'ombra su tutta la gestione del processo Diaz da parte dei "big", che oggi ricoprono incarichi di prestigio per il ministero dell'Interno. Ma va ricordato, ancora, che l'impianto accusatorio su De Gennaro (e su questo ha sempre insistito) è fondato esclusivamente sulle dichiarazioni di un'altra persona, poiché non c'è nemmeno una telefonata in cui parla direttamente. È tutto un teorema, o qualcosa è stato manipolato davvero?


29 giugno 2009

Napoli: Agguato fascista in metropolitana.

Nel pomeriggio di ieri un attivista dei centri sociali napoletani e’ stato vittima di un vero e proprio agguato premeditato. Un gruppo di 9 persone, dopo aver pedinato il giovane attivista, lo hanno aggredito all’interno della Metropolitana nei pressi di Via Diocleziano. In nove contro uno, armati di bastoni e coltelli con cui hanno minacciato di ferire il giovane.I 9 sono riconducibili per il loro abbigliamento e per le espressioni usate nell’aggressione come appartenenti a gruppi neo fascisti di estrema destra.Un clima assolutamente intollerabile si sta consumando in questa citta’. Poco meno di una settimana fa infatti l’aggressione di 10 teste rasate contro una ragazza Piazza Bellini colpevole di aver difeso un amico gay, ora un vero e proprio agguato premeditato con la spirale di violenza che si innalza sempre di piu’.Non e’ possibile consentire ai fascisti di girare armati in citta’ per seminare violenza gratuita e bestialita’.Il giovane attivista e’ stato medicato all’Ospedale San Paolo dove gli sono stati refertati 5 giorni di prognosi, per i colpi di bastone ricevuti alla testa.Ci chiediamo oggi cosa hanno da dire le istituzioni di questa citta’, a cominciare dal sindaco Iervolino e dal Presidente della Regione Bassolino, davanti a quello che avviene da settimane. Aggressioni, raid, agguati sotto casa, e’ possibile oggi immaginare una citta’ dove questi individui possono sentirsi autorizzati ad esprimere le loro lugubri litanie fasciste in questo modo ? L’omofobia, il razzismo, il sessismo, la barbarie che questi individui seminano in citta’ non è piu’ tollerabile. Siamo curiosi di ascoltare poi le parole del neo presidente della Provincia di Napoli Cesaro, la cui voce risulta cosi’ difficile da ascoltare, date le sue rarissime uscite pubbliche. Cosa ha da dire Cesaro rispetto a quello che accade a Napoli con la violenza dei neofascisti che hanno anche sostenuto la sua candidatura visto l’appoggio de La Destra alla sua coalizione. In ogni caso non aspetteremo le voci di chi sembra essere distante dalla realta’ metropolitana che vede questa citta’ registrare la barbarie di questi piccoli gruppi, dai numeri esigui, non attenderemo ancora la sconcertante passivita’ di chi dovrebbe essere chiamato a gestire la convivenza civile in questa citta’. Pochi mesi fa la Questura di Napoli lanciava schiamazzi sul pericolo di un ritorno alla violenza tra estrema destra ed estrema sinistra, riferendosi ad episodi di antifascismo fatti alla luce del sole e pubblicamente, con cui i movimenti di questa città determinavano la cacciata dei fascisti dai contesti sociali degli studenti e del dibattito politico in citta’. A seguito di quelle urla per episodi che nulla hanno a che vedere con gli agguati premeditati e con lo squadrismo, diversi attivisti dei centri sociali e dell’Onda sono stati messi sotto processo con accuse gravi ed infamanti. Oggi invece dopo Piazza Bellini, dopo l’agguato fascista a Via Diocleziano, dopo l’incendio della auto di un attivista dei centri sociali solo qualche mese fa, nulla sembra preoccupare lor signori.Come detto non aspetteremo. Da oggi riteniamo indispensabile un meccanismo di autodifesa militante contro fascisti, razzisti, sessisti, e contro la loro barbarie. Autodifesa significa capacita’ di denuncia dell’attivita’ dei fascisti, significa costruire un indignazione popolare che ricacci nelle fogne questi balordi, significa espellere dai consessi sociali queste bestie. Nei nostri metodi non saremo mai infami fascisti. Non lo saremo perche’ mai e’ stato e mai sara’ che uno scontro possa andare sul livello di 9 contro 1. Loro sono le bestie, noi no.Nei nostri metodi non saremo mai infami fascisti. Non lo saremo perche’ non tendiamo agguati sotto casa di nessuno. Loro sono le bestie, noi no.Nei nostri metodi non saremo mai infami fascisti. Non lo saremo perche’ non incendiamo le macchine dei fascisti, non attacchiamo le loro case. Loro sono le bestie, noi no.Ma la nostra rabbia e la nostra autodifesa sara’ sempre di massa e sempre di carattere politico e pubblico, perche’ davanti alla barbarie, rivendichiamo di essere altro, ed e’ questa diversita’ che dovra’ schiacciarli.


Centri sociali napoletani.

'G8' L'Aquila. "Isteria di divieti: limitata anche la 'circolazione' delle pecore..."

Dal 5 all’11 luglio da nord-ovest sarà quasi impossibile arrivare all’Aquila. Per entrare bisognerà essere autorizzati. Limitazioni anche alla 'circolazione' delle pecore...

Se volete avere una idea di come saranno le giornate del G8 nel circondario dell'Aquila dovete andare a Pizzoli. Davanti al cimitero è stata montata una enorme tendopoli che ospita centinaia di uomini dell'esercito. Un presidio che dovrebbe essere smantellato il 15 luglio quando i capi di Stato saranno già ben lontani dall'Aquila. Ma, naturalmente, il problema per chi abita nella zona nord ovest del capoluogo non è certo la presenza dei militari che, oggi, sono arrivati a tutela del summit del G8 ma subito dopo il sei aprile hanno avuto un ruolo importante nell'aiuto alle popolazioni colpite dal sisma. I disagi saranno soprattutto quelli relativi alla impossibilità di spostarsi. Per farla breve e semplificando: chi abita nella zona di Pizzoli e Preturo e dintorni dalle ore 7 del 5 luglio alle 12 dell'11 luglio non potrà praticamente arrivare all'Aquila se non attraverso tutta una serie di procedure autorizzative. E comunque è escluso in maniera tassativa l'utilizzo delle auto. Il prefetto dell'Aquila Franco Gabrielli ha firmato una ordinanza molto dettagliata con la indicazione di tutte le strade nelle quali «per motivi di ordine e sicurezza pubblica» sarà sospesa in via temporanea la circolazione. Tutti gli snodi stradali, in particolare quelli della statale 80 (che di fatto sarà intransitabile), saranno presidiati dalle forze dell'ordine.«Sarà consentita» scrive il prefetto nell'ordinanza «la circolazione pedonale solo a coloro che avranno l'apposito "badge" (una sorta di pass ndr) rilasciato dalla struttura Missione G8 nonché ai residenti preventivamente censiti muniti anche del "badge". Detta circolazione avverrà lungo appositi corridoi di transito».Potranno passare gli addetti ai servizi di pubblica utilità che avranno un passi identificativo. Per evitare il blocco dei lavori del progetto Case (un grosso cantiere è aperto da diversi giorni a Cese di Preturo) i conducenti delle betoniere per il trasporto di cemento avranno un passi speciale ma, avverte il prefetto, ci saranno controlli mirati per evitare possibili infiltrazioni da parte di maleintenzionati. Il divieto non risparmia gli animali, e in particolare le pecore Infatti, sempre secondo l'ordinanza «la provinciale 33, via del Laringo, via Preturo, viale Fiamme Gialle e strade ad essa adducenti» sarà interdetta «alla circolazione di greggi». Per una settimana dunque i pastori dovranno cambiare pascoli. Intanto qualche azienda prende già le misure contro eventuali azioni violente. Ci sono stati casi di indicazioni stradali coperte. Come dire: è meglio prevenire

27 giugno 2009

Divieto di stadio. Con la «tessera del tifoso» una forte limitazione dei diritti civili

«È l'anticamera della carta sui diritti civili, un provvedimento da Ventennio». Lorenzo Contucci, avvocato di molti ultras ed esperto del pacchetto antiviolenza negli stadi, osteggia l'introduzione dal prossimo campionato della tessera del tifoso. Voluta dal ministro Amato (subito dopo la morte a Catania del commissario Raciti) e messa in pratica adesso da Maroni, si presenta come uno strumento di fidelizzazione adottato dalla società di calcio. Per contrastare gli episodi di violenza.

Dov'è il problema avvocato?

Non sono contrario di per sé alla tessera perché è corretto che una proprietà adotti una fidelizzazione coi propri supporter e cerchi di invogliare il proprio cliente con un rapporto di natura premiale. Se sono un sostenitore che va sempre allo stadio in casa, è giusto che in trasferta guadagni dei punti che mi consentono delle agevolazioni rispetto a quelli di solito guardano la partita in televisione.

E allora?

Questa non è la tessera del tifoso ma quella del Viminale, nel senso che da un lato la società si regola con i clienti-tifosi, dall'altro ci vuole il nullaosta della questura come per il porto d'armi. Si configura uno stato di polizia.

Quindi contesta il controllo delle questure?

Il problema sono i criteri con cui viene distribuita la tessera. Vieta l'emissione o la vendita per qualsiasi persona sottoposta a daspo o che è stata condannata, anche con sentenza non definitiva, per reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive. Quindi se uno, sbagliando, fa una bravata da giovane poi per tutta la sua vita non potrà più entrare negli stadi.

In realtà Lega Calcio e Viminale dicono che non possono usufruirne solo chi ha una diffida in corso o chi ha avuto una condanna negli ultimi 5 anni.

Non è vero. Mentono sapendo di mentire. L'articolo 9 della legge 401 del '89 è chiarissimo: non devi esser stato condannato, anche con sentenza non definitiva, per reati commessi in occasione o causa di manifestazioni sportive. E non c'è scritto negli ultimi 5 anni. Stesso discorso per il daspo. In base all'articolo tutti i soggetti che hanno ricevuto una diffida, in qualunque anno, per qualsiasi ragione e qualsiasi sia stato l'esito del procedimento penale, non potranno avere la tessera. Poi forse le questure faranno una circolare per ammorbidire il provvedimento. Ma la legge rimane quella.

Quindi anche se alla fine uno viene prosciolto non può più accedere negli impianti?

Certo, la legge non prevede questo caso. C'è un vulnus giuridico, siamo allo azzeramento dei diritti civili di una persona. E malgrado quanto dica il ministero degli Interni a Milano ci sono già alcuni precedenti.

La tessera del tifoso infatti prende come modello la carta milanista Cuore Rossonero.

Un caso?Forse c'è un piccolo conflitto d'interessi (ride, ndr). Comunque la società ha distribuito all'inizio del campionato migliaia di tessere e successivamente il Viminale ne ha bloccate tantissime facendo un grande screening. Alcune sono state invalidate e inserite in un'apposita black list. Da qui il grido d'allarme delle tifoserie del Paese.

Nel resto d'Europa però esistono le tessere del tifoso e il modello non crea malumori.

Ma non sono gestite dallo Stato. A differenza dell'Italia le società sono padrone degli stadi quindi decidono loro chi volere: il nullaosta non viene dato dalla questura. Ad esempio, in Inghilterra le membership card sono gestite dalla proprietà, sono a pagamento e hanno sostituito il pubblico da popolare a ceto benestante. Non tutti possono permettersi la gold card. E' un meccanismo turbocapitalista, non mi piace ma è così e gli ultras lo accettano.

La scritta «No alla tessera del tifoso» campeggia sui muri di molte città italiane da Roma a Firenze, Napoli e Milano. Sta rinascendo un movimento ultras?

Stanno localizzando la protesta attraverso campagne di sensibilizzazione, ma non escludo che facciano anche una manifestazione nazionale. Non sono contrari, ribadisco, alla tessera in generale ma ai suoi criteri di assegnazione. Chiedono di modificare due articoli della legge, per il resto sono anche favorevoli a vietare la tessera per chi ha un daspo in corso o ha commesso, negli ultimi 5 anni, reati in occasione o a causa di manifestazioni sportive. Con un pizzico di buon senso Maroni potrebbe risolvere facilmente la questione, c'è di mezzo la democrazia. Altrimenti faccia come vuole e si troverà proteste ovunque e stadi vuoti.

A livello legale sta preparando un'offensiva?

Sono pronto insieme a un pool di avvocati a fare ricorsi di ogni tipo e in qualsiasi sede. Compresa
la corte di giustizia europea. La partita è appena iniziata.



fonte: Giacomo Russo Spena da il manifesto

26 giugno 2009

Testimonianze: Bruna è pazza? Violenza sulle donne e abusi di potere dei Carabinieri

Vorrei raccontarvi una storia, e tramite voi avere l'opportunità di diffonderla ovunque. E' una storia che fa tristezza e rabbia: parla di violenza sulle donne, di abuso di potere, di poco rispetto per una minore, di un uomo che si nasconde dietro avvocati e carabinieri pur di far del male. Insomma una delle storie peggiori che si possano immaginare oggi, soprattutto se si pensa che tutto si svolge in un piccolo paese tra Lodi e Milano: San Colombano al Lambro.Tutto comincia nel 1994 quando Bruna da alla luce la piccola S, concepita assieme al convivente Roberto. Lui però non se la sente e più volte abbandona il suo ruolo di padre andando a vivere altrove o tradendo la compagna. Quando poi decide di fare il padre è ancora peggio: usa le mani, si impone severamente sulla bambina.Così un giorno Bruna, stufa di tutte queste angherie che lei e la figlia devono subire, chiede le chiavi di casa a Roberto per non farlo più tornare. Comincia così una lunga trafila di udienze al tribunale dei minori, dove la bambina viene affidata alla mamma prima con l'affido esclusivo, poi con il congiunto visto che purtroppo l'esclusivo oggigiorno deve essere applicato solo in casi estremi. Ma il significato di congiunto deve essere sfuggito a Roberto che si dimentica di pagare il mantenimento, si dimentica delle ricorrenze e del compleanno della piccola, e quando la incontra per strada non la saluta. Eppure avanza pretese su pretese, va a piangere dai maestri e dai professori dicendo che Bruna gli impedisce di vedere S, e ricompare a sorpresa nella vita delle due minando continuamente la loro serenità.Roberto inventa accuse che mettono la madre di S in condizione di dover dimostrare ripetutamente di non essere alcolizzata, di non drogarsi, di essere una buona mamma.Quando però lei piomba nell'agenzia immobiliare di lui per chiedere l'ennesima volta il mantenimento della figlia che era stato legalmente deciso dal giudice, lui si giustifica dicendo di essere nullatenente – possiede agenzie immobiliari e case, che sia un evasore fiscale? - e la denuncia per disturbo della quiete pubblica.Un giorno d'estate del 2006 poi, un malvivente a volto coperto entra dal balcone di casa e riempie di botte Bruna e sua mamma. 5 e 14 giorni di prognosi. Carabinieri e Scientifica non trovano nulla.Bruna pensa che gli occhi dell'aggressore siano quelli del vicino, con cui condivide il cortile e a cui sa di non essere simpatica. Quegli occhi le sono rimasti impressi. Poi un giorno Roberto le dice “la prossima volta non ti andrà così bene”. Sono solo frasi e sospetti. Non ci sono prove. E lei on può fare altro che tacere.Gli anni passano, Roberto continua a ignorare S, e Bruna rimane l'unica fonte di sostentamento della figlia assieme a sua mamma. La precarietà lavorativa e la mancanza di aiuto economico le impedisce di cambiare casa. Ma inizia a pensarci negli ultimi tempi, ora che sta per ottenere un posto fisso.A quel punto arrivo io, il suo nuovo compagno, e lei mi racconta tutto. Conosco S, una ragazzina di quasi 15 anni sveglia e intelligente, cresciuta con amore dalla madre, sola contro il mondo.Si vive però con una paura, nonostante tutto lentamente si stia aggiustando. Quella prossima volta, annunciata da quel poco raccomandabile personaggio che è Roberto, arriverà?Arriva. Una settimana prima di Pasqua, il 4 aprile 2009.Bruna è sola in casa: S è in centro a Milano con le amiche, io a casa mia con genitori e zii.Verso le 14.30 lei si accorge che la pentola in cui aveva messo l'acqua a bollire per la pasta era sporca e così apre la porta e butta il contenuto della pentola nel tombino del cortile. In quel momento passa il suo vicino di casa, Mario Luigi, da lei sospettato essere l'aggressore di tre anni prima. Luigi viene colpito probabilmente da qualche schizzo alla base del pantalone, e lui, persona ordinatissima e maniacale che mal sopporta la troppa libertà di vita della vicina, decide bene di entrarle in casa, approfittando che l'unica via di accesso, la porta, non era ancora stata chiusa col lucchetto. Le finestre dal 2006 hanno le inferriate, la porta ha un chiavistello, un lucchetto e un allarme. Ma quel sabato pomeriggio la porta non era stata ancora chiusa.Così Luigi entra in casa e riempie di botte Bruna.Lei tenta di difendersi e finalmente riesce a respingerlo fuori di casa. E chiude.Mi avvisa e io mi precipito da lei, nonostante le 2 ore di viaggio necessarie a raggiungerla. Nel frattempo lei è nel panico più totale: Luigi è rimasto di fronte alla sua porta, la aspetta al varco.Allora lei prende un coltello, esce, e si piazza sulla porta. Non fa altro. Rimane lì in posizione di difesa, pronta a colpire se minacciata ancora.Luigi da bravo vigliacco indietreggia e chiama i Carabinieri. Sì, sembra assurdo, ma di cose assurde di qui in poi ne succederanno.All'arrivo dei Carabinieri di San Colombano al Lambro, Bruna dice di essere stata aggredita. Luigi invece dice “no, è lei che mi ha aggredito”.Lei allora dice “guardate i miei segni, guardate cosa mi ha fatto”.I Carabinieri le si fanno incontro. Non la degnano di uno sguardo. La invitano a seguirli.Lì Bruna capisce: qualcosa non va. Vogliono portarla via, qualsiasi cosa sia successa. Così si rifugia in casa.Da dietro la finestra tenta di mediare, di far vedere ai Carabinieri e ai paramedici del 118, accorsi anche loro sul posto, gli ematomi. Sono anche io al telefono con lei in quei momenti e nessuno degna i suoi segni di uno sguardo. Continuano a ripeterle che si deve far controllare e che deve seguirli. Riesco a parlare con un Carabiniere e a strappargli la promessa di aspettare fino a che io, persona lucida, non fossi arrivato lì.Bruna si tranquillizza, esce di casa, si fa misurare la pressione. Al primo segno di debolezza 6 Carabinieri la prendono, la stendono sulla lettiga e la legano. Lei si oppone, ripete “la casa, il cane...”. Uno di loro allora le mette una mano sulla bocca, dicendole “ e chiudi sta bocca di merda”.Quando io arrivo nei pressi di San Colombano, oltre a non trovare i Carabinieri che avrebbero dovuto attendermi, lei mi fa sapere che l'hanno trasportata all'ospedale di Codogno. Le è stato ordinato un TSO. Un trattamento sanitario obbligatorio. Per 7 giorni dovrà rimanere chiusa contro la sua volontà nel reparto i psichiatria. In poche parole, Bruna viene creduta pazza!Contemporaneamente, con una velocità strabiliante, Roberto si presenta a casa della nonna di S con i Carabinieri per far valere il suo diritto - senza doveri - di padre, visto che la madre è stata ricoverata. Egli ha una carta del giudice che sancisce l'affido congiunto e che quindi decreta che la figlia vada con lui essendo l'unico genitore non impossibilitato a svolgere tale mansione. Certo non si capisce come faccia un nullatenente a garantire una vita serena alla figlia.E' molto strano inoltre che Roberto sapesse del ricovero di Bruna, non essendo un suo familiare ed essendo il TSO un atto privato.Il TSO viene ordinato dai medici del 118, dal sindaco, da un giudice e in seguito confermato da due medici all'interno dell'Ospedale di destinazione. Senza contare i Carabinieri che erano lì.Apparte queste persone, i medici e i familiari della paziente, nessuno potrebbe sapere di questo ricovero.Ha forse amici all'interno delle istituzioni?E in secondo luogo, di sabato pomeriggio sono riusciti a fare questa cosa nel giro di un'ora?S non ne vuol sapere minimamente di andare dal padre, piuttosto è disposta ad entrare in una casa famiglia. I Carabinieri insistono, dicono che se non viene lei POSSONO PORTARLA VIA CON LA FORZA. E intanto la nonna cerca di convincerli: che male c'è a lasciare la ragazzina a casa sua, che la conosce e la accudisce dalla sua nascita? S rimane lì e qualche sera va a dormire dai suoi amici. Come una ragazzina della sua età fa ogni fine settimana.In risposta a questo rifiuto i Carabinieri dichiarano S “SCOMPARSA”.Io arrivo in ospedale dove mi trovo di fronte ad una scena che non auguro a nessuno di vedere: la donna che ami è stesa su un letto a cui era stata legata, totalmente assente, con la faccia di chi ha perso tutte le speranze. La faccia di chi è stato picchiato, insultato da chi dovrebbe difenderci, legato e considerato pazzo.Il dottore che viene a parlarci quella sera alle 22.00 è la PRIMA PERSONA che referta i lividi. 24 ore dopo i medici sciolgono il TSO, rendendosi conto che non è un provvedimento adatto. Bruna rimane nel reparto psichiatrico da volontaria per dimostrare ulteriormente la sua buona fede.Esce mercoledì 8 aprile 2009, appena in tempo per le vacanze di Pasqua.Riabbraccia la figlia, i familiari, e la sua quotidianità, che però è lungi dall'essere tranquilla.Scopriamo infatti che il cane è stato accalappiato irregolarmente. I Carabinieri lo hanno preso e sbattuto in canile senza riferire il nome del proprietario, e ovviamente senza informare il proprietario del luogo in cui l'animale è stato portato. Loro dicono di averlo fatto per salvaguardarlo, visto che la signora era stata ricoverata. Non si spiega come non abbiano salvaguardato anche i 2 gatti però, di cui una cieca, che hanno fatto la fame chiusi in casa.La verità è che ai vicini di casa il cane non è mai piaciuto. Lui lo ha sempre allontanato in malo modo. E quando se lo sono tolto di mezzo hanno tirato a lucido il cortile. Come nuovo. Senza più quel cagnaccio. Siamo andati a riprenderlo al canile dopo che la nonna di S si è attaccata al telefono per scoprire dove fosse stato portato. 140 euro l'inutile spesa del canile, visto che il cane poteva essere preso in custodia da un conoscente, se informati come si deve dei fatti.Roberto intanto non si da pace. Chiama a scuola di S e dice che Bruna è pazza.I Carabinieri hanno coinvolto il tribunale dei minori, perchè anche secondo loro BRUNA E' PAZZA. Sul verbale di quel giorno infatti, le forze dell'ordine dicono di non aver trovato alcun segno sul corpo della donna. E non si capisce COME MAI LA SIGNORA SI SIA CHIUSA IN CASA DOPO L'AGGRESSIONE.Peccato che però i segni siano stati refertati all'ospedale dal medico e fotografati.Noi stiamo cercando un avvocato con gratuito patrocinio per portare avanti la faccenda. Anche per fare tutte le denunce del caso: quella ai Carabinieri, a chi ha ordinato il TSO, a Roberto che sapeva del TSO senza averne alcun diritto e si è presentato a ritirare S come se fosse un pacco postale in compagnia dei suoi amici tossicodipendenti.Se qualcuno volesse darci una mano gliene saremo grati.Io intanto ho faxato ai Carabinieri la mia versione dei fatti in quanto testimone telefonico dell'aggressione e del disservizio attuato dal 118. E' passata una settimana e nessuno mi ha contattato.Anche il solo diffondere questa storia al di fuori dai confini di San Colombano sarà utile per noi, per non sentirci soli contro un'ingiustizia che arriva da chi la giustizia dovrebbe farla rispettare.Io penso che le cose qui in Italia, quando c'è del marcio, si risolvono in due modi.Il primo è morire. Bruna sarebbe dovuta morire e allora sarebbe successo come ad Erba, con tanto di Vespa che si domanda come è potuto succedere.Ma siccome non ci tengo a perdere la donna che amo, scelgo il secondo: sputtanare. Quando la gente sa e parla è già una piccola vittoria per non far cadere la verità in un silenzio che sa di mafia.Amo Bruna. Voglio un bene dell'anima a S.E ciò che sta capitando è ignobile.Voglio giustizia, e che tutti sappiano come lavorano i Carabinieri del loro paese, o che il loro vicino di casa che magari ritrovano a messa picchia le donne sole in casa, o ancora che l'agente immobiliare che gli ha venduto la casa è un tossicodipendente che non mantiene la figlia e molto probabilmente evade il fisco.

Grazie.Stefano



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Processo Aldrovandi: Le parti civili smontano le menzogne della difesa dei poliziotti

Trentesima udienza. Le arringhe degli avvocati di parte civile, Anselmo e Venturi, decostruiscono le tesi della difesa, tramite un'analisi accurata delle perizie, delle telefonate e delle testimonianze acquisite in quasi quattro anni di dibattito. Caduta definitivamente l'ipotesi di morte per overdose, in aula l'avvocato Anselmo ripropone la scioccante testimonianza della signora Annemarie Tsagueu, che afferma di aver visto gli agenti accaniti su Federico menare i manganelli. Si riapre anche il caso della testimonianza Silvestri, date le particolari contingenze della ritrattazione della stessa. L'avv. Venturi nella sua arringa accusa la procura, irragionevolmente di parte, che con la complicità di certa stampa in cerca di notizie facili e con “piccoli e blandi depistaggi” avrebbe tentato di insabbiare le indagini nella fase iniziale del processo.25 giugno 2009

PERIZIE - MALCOSTUME ED OMISSIONI
Comincia con la contestazione delle perizie prodotte durante il processo l'arringa dell'avvocato Fabio Anselmo,l'ultima delle udienze del processo Aldrovandi dedicata alle arringhe di parte civile. L'obiettivo dell'avvocato Anselmo è smontare l'impianto difensivo costruito dalla parte processuale avversa. Pare ormai incontestabile il dato tossicologico: le quantità di chetamina presenti nel corpo di Aldro non avrebbero potuto causarne la morte, sembra anzi che dosi basse di chetamina vengano utilizzate in pazienti in difficoltà respiratorie, per gli effetti vasodilatori ed ausiliari del processo respiratorio della sostanza stessa.Crolla uno dei castelli costruiti della difesa, che in questi anni ha cercato di disegnare il giovane Aldrovandi come un tossicodipendente, un 'tipo da centri sociali': un attacco al suo stile vitache non regge di fronte alle smentite scientifiche.A riprova del mancato nesso causale tra l'assunzione di droghe e la morte sono state citate, tra le altri, le ricerche del prof. Schifani, che avrebbero rilevato un bassissimo tasso di mortalità legato all'uso della chetamina - già le precedenti indagini tossicologiche.avevano negato questo specifico nesso, nonostante l'assunzione di droghe restasse uno dei cavalli di battaglia della difesa.La sera del 25 settembre, inoltre, Federico sarebbe stato in preda alla Excited Delirium Syndrome, -una situazione psicotica la cui definizione sembra decisamente vaga - foriera di forza straordinaria, completa indisponibilità del proprio corpo e della propria volontà. Durante il dibattimento tale ipotesi era stata scartata considerando la capacità di Federico di fornire le proprie generalità (nella fattispecie il proprio nome a domanda di uno degli agenti); oggi in aula sono state mostrate le foto della macchina sulla quale il ragazzo, in preda alla Delirium Syndrome, si sarebbe avventato come un animale: la carrozzeria, ha fatto notare Anselmo, pare fresca di autolavaggio.
Contestato dall'arringa non solo il merito delle perizie, ma anche e soprattutto il metodo con cui sono state portate avanti le stesse: omissioni (mancherebbe una foto dei tessuti del cuore cruciale per determinare le cause della morte di Federico), mancanze e intempestività allarmanti (indagini che avrebbero richiesto due mesi ne hanno richiesto il doppio o il triplo), un vero e proprio "malcostume" nella produzione delle stesse.

LE TELEFONATE E GLI AGENTI SUPEREROI
L'esame delle telefonate inercorse tra agenti di polizia, agenti e centrale, carabinieri e centrale di polizia la notte del 25 settembre congiuntamente alle analisi dei tabulati telefonici, mostrerebbero la falsità delle dichiarazioni degli imputati circa lo svolgimento dei fatti.Secondo tali ricostruzioni, infatti, la colluttazione tra agenti ed Aldro si sarebbe svolta nell'arco di circa venti secondi durante i quali sarebbe giunta la volante alfa 2, e gli agenti avrebbero avuto il tempo di fermare Aldro.Le volanti alfa3, prima, ed alfa2 poi, sarebbero state presenti da molto prima in via Ippodromo, zona che è abitualmente sottoposta a sorveglianza di polizia perchè ritenuta 'sensibile'.L'ipotesi della parte civile sembrerebbe confermata dalle registrazioni delle conversazioni. Una tra le tante quella avvenuta alle 6.12 in cui una dei quattro imputati affermava di aver riempito il ragazzo di botte, e che la 'lotta' era durata una mezz'ora, affermazione incompatibile con quanto sostiene la difesa che colloca l'arrivo in via Ippodromo della volante alf2 non prima delle 6.Per Anselmo quanto sostiene la difesa è falso, poiché l'esatta ricostruzione delle telefonate (riproposte in aula una per una) mostra con esattezza che la volante alfa2 era presente in via Ippodromo ben prima delle sei.La tesi della difesa, secondo l'avvocato, regge solo se ammettiamo che i quattro agenti siano dotati di superpoteri così da poter arrivare, avere la colluttazione, e immobilizzare Aldro -intanto affetto dalla delirium sindrome- in venti secondi.Ed anche in questo caso ci sarebbero stati problemi, poiché contrario a quanto dispone l'art. 385 del codice di procedura penale sull'arresto di persone con evidenti problemi mentali, venendo meno al loro dovere di tutela della salute del soggetto.

I TESTIMONI
Le parole di Annemarie Tsagueu risuonano in aula come pietre."Tutti come le formiche che sono già la con i bastoni...", la signora Tsagueu descrive un pestaggio in piena regola: gli agenti sono seduti su di lui, in posizione prona, e lo picchiano con i manganelli e con i piedi. La donna inizialmente era restìa a parlare, poiché in scadenza di permesso di soggiorno, ma il suo confessore l'avrebbe convinta ad andare in aula. La parte civile ha trasmesso in aula l'audio della confessione. Nervosismo tra il banco degli imputati, che si riservano la facoltà di riascoltare l'audio anche durante le loro arringhe.Quasi contro ogni previsione l'avvocato Anselmo chiama in causa anche la testimonianza di Silvestri, che in una puntata della trasmissione 'Chi l'ha visto?' aveva reso la sua testimonianza oculare, per poi ritrattare tutto una volta chiamato in causa. Ritrattazione che parrebbe giustificata dalle ragioni per cui il signor Silvestri era presente in via Ippodromo, la cui natura preferisce non divulgare.I testimoni sono stati costretti a muoversi in un clima ostile, perchè a sostegno della tesi della parte avvera a quella da cui erano convocati.In questa parte dell'arringà l'avvocato Anselmo ha tenuto a sottolineare il clima in cui si sono dovute svolgere le indagini prima, e le testimonianze poi, scaldato dalle prese di posizione della polizia ferrarese e del suo sindacato, in un atteggiamento corporativo e pericoloso.L'argomento è stato il perno della seconda arringa di parte civile dell'avv. Riccardo Venturi.

L'AVV. VENTURI: "PICCOLI E BLANDI DEPISTAGGI
"Comincia con una rassegna stampa la seconda arringa di parte civile dell'avv. Riccardo Venturi, una rassegna stampa di tutte le prime pagine del processo Aldrovandi. Un processo di cui lui stesso era venuto a sapere dalle 'chiacchiere dei bar' , le stesse 'chiacchiere dei bar' che trovavano assurdo sentire il procuratore generale Severino Messina annunciare l'assenza di qualsiasi nesso tra la morte di Aldro e il fermo di polizia. Un dichiarare, secondo Venturi, la chiusura delle indagini prima di andare realmente a svolgerle, un dichiararsi innocenti per uno spirito di corpo che getta parecchi dubbi sull'attuale stato della polizia in Italia, pari in nessun paese 'normale'.Ricostruisce le indagini difensive, l'avvocato Venturi, e nota come a dicembre nessuno fosse stato ancora interrogato quando le indagini svolte col dott. Anselmo prendevano il via. Di come il dignitoso silenzio dei genitori di Aldro sia stato loro ritorto contro, per soffocarli in un silenzio coperto dagli schiamazzi della cronoca locale, completamente appiattita sulle dichiarazioni di Messina. Venturi nota come Il Resto del Carlino spesso anticipasse notizie sulle indagini quando ancora le stesse erano ad uno stato molto meno avanzato, come il blog della madre di Federico, Patrizia Moretti, sia servito a smuovere della acque che parevano destinate a rimanere spaventosamente chete. Articoli che cercavano a tutti i costi di definire Federico come un drogato o uno 'con problemi a scuola (?)', e dichiarazioni concludenti sul nesso delle indagini quando le stesse erano ad uno stadio del tutto embrionale, orientando ed ingannando l'opinione pubblica. Dall'ultima giornata di arringhe della parte civile emerge una chiara voglia di giustizia, un richiamo alle fondamentali regole dello stato di diritto nel riconoscere la responsabilità personale dei quattro imputati che, in forza della divisa che portavano addosso, hanno usato una violenza spropositata su un ragazzo di diciott'anni che tornava a casa da solo.E ,ancora più grave, che non hanno mai ammesso le loro colpe portando avanti ed a testa alta un sentimento di appartenenza, spirito di corpo e cameratismo dei più bassi. Un'ostinazione basata su una serie di mezogne e bassezze, dalla scomparsa di elementi probatori alle dichiarazioni di solidarietà che lasciano la parte civile 'indignata'.




Roma: CIE Ponte Galeria. Violenze contro i detenuti

Una telefonata che finisce in diretta su Onda Rossa, la radio degli antagonisti romani. «E' arrivata la polizia con bastoni e mascherine, ci sono feriti». A chiamare è un uomo di origine maghrebina detenuto al centro identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, denuncia il rimpatrio ingiusto di quattro nigeriani che avevano fatto domanda di asilo e ancora non avevano ricevuto risposta. Racconta per lunghi minuti: «La gente grida, alcuni sono caduti e hanno sbattuto la testa per terra, c'è del sangue». Le sue parole arrivano concitate.Le violenze hanno origine nel mattino, quando il personale della Croce Rossa avvisa quattro migranti della Nigeria che presto verranno portati a Fiumicino per tornare a casa. I quattro protestano con forza, ripetono di essere dei richiedenti asilo e di avere il diritto di rimanere in Italia per conoscere l'esito della richiesta. A quel punto entra un manipolo di agenti, alcuni in borghese, incaricati di sedare la rivolta. L'uomo al telefono dice che i poliziotti hanno picchiato i nigeriani, sbattendoli a terra. Ma non può fornire dettagli, visto che si trova rinchiuso in una sezione senza la possibilità di uscire. «Qui siamo in guerra», avverte. «E non capiamo se comanda il giudice o comanda la polizia».Il prefetto Mario Morcone, titolare del dipartimento Libertà sicurezza e diritti civili del Viminale, si mette in contatto con i gestori del Cie romano e riceve una rassicurazione: nessun episodio di violenza, la situazione è tranquilla. Morcone spiega che era stato effettivamente dato l'ordine di rimpatriare 34 persone da Ponte Galeria, 28 donne e sei uomini. Tutti nigeriani «rintracciati nei giorni scorsi nella provincia di Caserta in posizione irregolare», secondo quanto scritto nella scarna nota del ministero dell'Interno. Tre dei sei uomini avevano fatto domanda di asilo, ma era stata rigettata per due volte. Il quarto nigeriano aveva ricevuto un diniego lo scorso 11 maggio, ma secondo il Viminale non aveva fatto ancora ricorso. I trentaquattro espulsi si trovavano a Fiumicino già nel pomeriggio, diretti a Lagos.Il testimone però non ha smesso di fornire particolari sulla detenzione, denunciando una scarsa attenzione del personale medico nei confronti dei migranti malati («mettono lo zucchero nelle ferite»), e in generale della pessima condizione di vita all'interno del centro. Parla di un algerino che la scorsa settimana è stato picchiato a sangue perché protestava contro il rimpatrio: «Una volta all'aeroporto, il pilota si è rifiutato di accoglierlo a bordo perché sanguinava. Lo hanno riportato a Ponte Galeria, lo hanno medicato, gli hanno fatto ingoiare un sonnifero e così è tornato in Algeria dormendo». Secondo l'uomo, alcuni detenuti destinati al rimpatrio sono in possesso di regolare permesso di soggiorno. Particolari difficili da verificare. Due giorni orsono il presidente del Lazio, Piero Marrazzo, aveva fatto visita a Ponte Galeria riscontrando una precaria situazione igienica, cumuli di rifiuti ovunque, e diversi migranti che lamentavano poca o nulla assistenza medica. L'assessore Luigi Nieri aveva denunciato la presenza di un uomo anziano, infermo, che doveva essere alzato di peso da quattro persone per potere andare in bagno. In questo centro sono morte due persone dall'inizio dell'anno: il primo, un algerino di ventiquattro anni, fu trovato senza vita la mattina del 19 marzo. Il giorno prima aveva chiesto aiuto in infermeria, diceva di sentirsi male ma secondo le testimonianze dei reclusi non aveva ricevuto soccorso e, anzi, era stato picchiato dai poliziotti. Il 7 maggio, invece, si è impiccata una donna tunisina in Italia da quasi vent'anni, non voleva rimpatriare per non dovere affrontare la vergogna di una vita fallita.Nelle scorse settimane la consigliera regionale Anna Pizzo aveva denunciato che un funzionario di polizia del Cie l'aveva allontanata in malomodo dai cancelli, strappando penne e blocchetti dalle mani dei consiglieri in visita e dagli assistenti, trattando con strafottenza i detenuti che accorrevano per raccontare le loro miserie.Nel frattempo sono quasi completati i lavori di ricostruzione del centro di prima accoglienza di Lampedusa, ora vuoto, andato in fiamme lo scorso febbraio dopo una rivolta deimigranti tunisini. La nuova parte potrà ospitare 396 persone. Secondo il governo, la ricostruzione è stata «rapida» - un mese soltanto di lavori - ma non è chiaro il destino del cpa che nei mesi scorsi era stato trasformato in Cie dal ministro Roberto Maroni. Pochi giorni fa un assessore lampedusano aveva avvertito che ormai il governo preferisce oscurare l'arrivo dei migranti. Gli sbarchi, insomma, sono certamente diminuiti ma non certo azzerati: i migranti soccorsi vengono portati a Porto Empedocle.

24 giugno 2009

G8 a L'Aquila: sospeso il trattato di Schengen. Riprenderanno controlli documenti a frontiere e aeroporti

In occasione del vertice G8 all'Aquila dall'8 al 10 luglio, sara' sospeso il Trattato di Schengen dal 28 giugno al 15 luglio. Sara' quindi ripristinato provvisoriamente il controllo dei documenti di identita' alle frontiere. Lo rende noto l'Ente nazionale aviazione civile (Enac) aggiungendo che i passeggeri del trasporto aereo saranno soggetti al controllo dei documenti negli aeroporti nazionali.


fonte: Ansa

Termoli (CB): Detenzione di armi clandestine, arrestato un maresciallo dei Carabinieri

Il sottufficiale, Salvatore Giannino, presta servizio a Termoli. Nella sua abitazione i suoi colleghi hanno trovato due fucili, tra cui una carabina ad aria compressa, che erano stati sequestrati un paio di anni fa ad alcuni rapinatori e che dovevano essere distrutti. Sembra che dai documenti ufficiali le armi risultavano già distrutte. Ma poi sono rispuntate nell'abitazione del maresciallo Giannino. Al quale i magistrati hanno concesso gli arresti domiciliari nella sua casa. I fucili, secondo una versione contestata dai difensori dell'uomo, sarebbero stati ritrovati tra i cespugli nel giardino. Il legale invece ha precisato che le armi sono state consegnate dal maresciallo ai carabinieri. Fucili che dovevano essere già stati distrutti e che invece sarebbero stati prima chiusi in un armadietto della caserma di Termoli e poi portati nell'abitazione di Giannino. Il quale avrebbe giustificato il possesso delle armi con i ritardi registrati per la loro distruzione. Una inadempienza dell'ufficio preposto alla quale - secondo la versione fornita dal suo difensore - Giannino proprio ieri aveva deciso di ovviare portando a casa i due fucili proprio per distruggerli. Una versione che però non convince gli inquirenti. Sembra che a tutti era noto che quelle armi fossero custodite in un armadio della caserma e proprio quando qualche carabiniere si è accorto che erano scomparse è partita l'operazione per individuare chi se ne fosse appropriato. E' stata così predisposta una perquisizione nell'abitazione del maresciallo che ha portato al rinventimento dei due fucili. Il sottufficiale è accusato di detenzione di armi clandestine. Ma per i difensori si tratterebbe di un equivoco. Gli investigatori invece vogliono vederci chiaro. In particolare vogliono capire perché dai documenti le armi risulterebbero già distrutte e invece erano ancora in circolazione. Il maresciallo Salvatore Giannino aveva già avuto problemi giudiziari. Infatti è indagato nell’’inchiesta Black Hole. La Procura per lui ha chiesto il rinvio a giudizio per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. Avrebbe passato delle notizie riservate ad un imprenditore coinvolto nelle indagini della Procura di Larino, imprenditore di cui era dipendente la moglie del sottufficiale, e ad una cronista locale.





fonte: @ltromolise

Bologna: L'Onda non si sanziona! Presidio di Bartleby davanti al Rettorato contro i provvedimenti disciplinari.

Alcuni giorni fa quattro studenti di Bartleby, spazio occupato in via Capo di Lucca 30, hanno ricevuto una lettera da parte del Rettore dell'Università, con avviso di provvedimenti disciplinari che prevedono la sospensione fino ad un anno dalle attività universitarie. E' l'ennesimo tentativo di giustificare, attraverso misure tecnico-amministrative, un ricatto verso gli studenti e le studentesse di Bartleby, evitando di rispondere a questioni esclusivamente politiche. Questa mattina un presidio davanti alle porte del Rettorato ha espresso lo sdegno verso chi tenta di disciplinare il dissenso. L'onda non si sanzionaI provvedimenti disciplinari emanati dal Rettore dell'Università Pier Ugo Calzolari, con la complice regia della prorettrice agli studenti Paola Monari, nei confronti di quattro studenti di Bartleby aprono uno spiraglio preoccupante per tutto il movimento dell'Onda.Se queste misure disciplinari, comminate da un tribunale medievale in cui l'Università figura al contempo come accusa, parte lesa e giudice, andassero in porto (con la sospensione fino ad un anno dagli studi) si aprirebbe un precedente gravissimo per il nostro Paese e un attacco senza precedenti al movimento.I quattro studenti dell'esperienza di Bartleby devono rispondere di occupazione di uno stabile dell'Università di Bologna. Uno spazio liberato dopo otto anni di abbandono. Uno spazio bellissimo, nel cuore della città universitaria, in cui gli studenti e le studentesse di Bartleby hanno messo in campo quelle tensioni costituenti nate nei lunghi mesi di lotte dell'Onda Anomala. Uno spazio che parla di produzione di sapere libero e di creazione artistica indipendente. Un luogo dove si incrociano e vengono alla luce i fermenti creativi metropolitani. Un progetto in grado di connettere i bisogni e i desideri di studenti, artisti cittadini e precari. Le migliaia di persone che hanno attraversato lo spazio di Bartleby hanno colto da subito il linguaggio del nostro progetto. Lo dimostrano i tanti docenti e artisti che si sono schierati al nostro fianco alla prima occupazione e ci sono vicini anche in questi giorni. Lo dimostrano le centinaia di libri portati in dono alla "Bartleby common Library" la biblioteca costruita dal basso e inaugurata da appena due settimane. Soprattutto lo dimostrano gli studenti e le studentesse che vivono quotidianamente lo spazio.Bartleby è solo una delle tante pieghe dell'Onda che ha invaso da ottobre ad oggi le città italiane ed europee e che non smette di crescere. Quest'autunno l'Onda tornerà a bloccare le città e a ribadire che noi la crisi non la paghiamo.Dovremo aspettarci migliaia di provvedimenti disciplinari?Credono di fermare con provvedimenti ad personam il portato di un'esperienza collettiva che coinvolge centinaia di migliaia di studenti e precari?Sospendeteci tutti. Siamo noi la vostra crisi.Non faremo un passo indietro!



fonte: GlobalProject

23 giugno 2009

Napoli: Naziskin aggrediscono studentessa

Picchiata da un gruppo di dieci persone. La sua colpa? «Sono intervenuta per difendere un mio amico gay. Hanno cominciato a prenderlo in giro per la salopette e per una borsa che portava. Lo hanno spinto, insultato e preso a schiaffi. Io non sopporto le ingiustizie. Sono intervenuta. Volevo parlare con loro e mi hanno picchiata». Maria (il nome è di fantasia), 26 anni, parla dall´ospedale Pellegrini, dove è ricoverata. Rischia di perdere l´occhio sinistro. Ma il destro è spalancato, azzurro, arrabbiato. «È stata un´aggressione omofoba», dice senza paura. E l´ha scritto anche sulla denuncia. Ai carabinieri M. rivela: «Una volta in ospedale ho saputo che in piazza Dante una persona sulla cinquantina e stata accoltellata verosimilmente dagli stessi ragazzi». Una notte di violenza incontrollata? «Uno portava un giubbotto nero, l´altro una maglia arancione - continua la ragazza - Uno si è avvicinato e dal bidone della spazzatura ha preso una bottiglia di birra». E poi spinte, insulti. Tutto alle due di notte. «Mi sono raggomitolata, con la testa sulla pancia, ma hanno continuato a prendermi a calci. Quando hanno visto la maglia piena di sangue sono fuggiti in scooter». Maria è elettrica ed è dura: «Non so se perdo l´occhio, ma ho la testa che funziona. Li potrei riconoscere e spero che la polizia li arresti. Non é la prima volta che in piazza Bellini se la prendono con i più deboli e i gay. La settimana scorsa passarono in moto e coprirono tutti con la schiuma degli estintori, a sfregio, senza motivo». Maria non pensa a sé, è arrabbiata: «Perché c´è chi si sente padrone della piazza e perché mentre mi aggredivano nessuno è intervenuto per aiutarmi».All´indomani in piazza Bellini, il quartiere parla di una guerra in atto tra i Mastiffs e un gruppo del quartiere Sanità: si contendono il dominio della zona e cercano di cacciare i gay dalla piazza. Ma nessuno ha visto nulla. «Non so cosa sia successo. Avevamo appena chiuso», ricorda Vincenzo Fiorillo, del bar omonimo. Insorgono e sono solidali con la ragazza aggredita Carlo Cremona di I-Ken, Salvatore Simioli di Argigay e Giordana Curati di Arcilesbica: «Basta con la violenza. Non è la prima volta. Chiediamo un intervento urgente del Comune e un tavolo per la sicurezza. Non possiamo aspettare una nuova aggressione».

fonte: La repubblica

22 giugno 2009

Val Susa: Archiviate le violenze delle forze dell'ordine contro i partecipanti al presidio No Tav

Anche l'ultimo degli esposti fatto in merito alle violenze delle forze dell'ordine è stato archiviato dalla magistratura. Nessun responsabile individuato. E' questa la motivazione cardine della sentenza emessa dal giudice per le indagini preliminari Dante Cibinel che scrive: non è stato possibile individuare «i singoli» poliziotti o carabinieri che la notte del 6 dicembre di quattro anni fa agirono con violenza nello sgombero de1 presidio di Venaus provocando 19 feriti ricoverati o medicati all'ospedale di Susa. Il Gip in sostanza ha accolto in tutto e per tutto le motivazioni che ha sostanziato la procura di Torino escludendo che le «condotte dei singoli» fossero da ricondurre a un disegno preordinato; vi fosse stato un «omesso controllo» da parte di funzionari e ufficiali responsabili dell'operazione, ascrivibile a rilievi penali. In sostanza, lo sgombero fu violento ma siccome non è stato possibile gli agenti che hanno lo eseguito perché coperti da caschi, passamontagna o foulard, non è stato nessuno. Le responsabilità poi non possono essere ascritte a chi dirigeva l'operazione, quindi cade tutto nel nulla; violenza sì, ma senza responsabile e quindi, secondo la magistratura, non è successo nulla.La notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005 furono impiegati in cinquecento fra poliziotti e carabinieri, oltrechè due ruspe che dopo aver sfondato una barricata, al comando del dirigente di allora, Sanna, eseguirono il resto dell'operazione di sgombero, mettendo in atto un vero e proprio rastrellamento nei terreni occupati dai resistenti, un centinaio, aggredendo chi dormiva nelle tende, manganellando chi tentò di resistere, e altri fatti che sono ben documentati dalle foto e dalle testimonianze di questi anni.Quella notte a Venaus avvenne un' aggressione ai danni del movimento no tav, con il tentativo esplicito di spazzare via il popolo no tav, riunito in battaglia per difendere la propria terra. L'allora governo Berlusconi, con ministro dell'interno Pisanu e ai lavori pubblici Lunardi, decise di forzare la mano per avere la meglio. L'operazione cadde in un nulla di fatto perché da quella sera avvenne quello che il potere non si aspettava, giungendo alla riconquista dei terreni di Venaus, facendo battere in ritirata le forze dell'ordine che li avevano occupati. Nelle sentenze del tribunale ancora una volta non vi è la verità, il potere si assolve attraverso le sue strutture, ma cosa e come avvenne lo sgombero è chiaro a tutti. Probabilmente non serve neanche dare un nome a chi vi partecipò, perché chiunque, in divisa quella notte, avrebbe fatto lo stesso.Sono significativi i commenti sulla sentenza, che sostengono che in fondo non è successo più di tanto e che 19 feriti sono poi una cifra di poco conto. Cosa che può essere vera se ormai il metro di paragone della magistratura e dei mass media è Genova nel 2001, ma la storia parla chiaro.



fonte: InfoAut

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