20 giugno 2009

Ferrara: Processo Aldrovandi. Il pm chiede 3 anni e 8 mesi di condanna per i 4 poliziotti

Tre anni e otto mesi, ha chiesto ieri il pm ferrarese Nicola Proto, per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi. Quando Patrizia Moretti, la madre del diciottenne ucciso in via Ippodromo, ha udito la richiesta di condanna per i quattro autori del violentissimo controllo di polizia del 25 settembre 2005, non ha potuto fare a meno di ripensare al notiziario ascoltato mentre usciva di casa per venire in tribunale. La radio parlava di una maestra condannata a tre anni per uno schiaffo a un suo alunno. Pene a parte - per l'eccesso colposo, il massimo del codice penale è di 5 anni - la requisitoria del pm, che ereditò il caso nella primavera del 2006, ha voluto restituire a Federico Aldrovandi la dignità di un diciottenne, con pregi e limiti. «Senza quell'incontro sarebbe ancora vivo», ha detto il magistrato dopo cinque ore di requisitoria. Sarebbe bastato girarlo su un fianco, farlo respirare anziché tenerlo prono, faccia a terra, venendo meno all'«obbligo di protezione» generato dal «contatto sociale» tra le volanti e un ragazzo. Le ultime parole di Federico sono «pesanti come un macigno», quella mattina chiedeva di smetterla: «Aiutatemi… Basta!».
I testimoni lo hanno ricordato più volte durante le ventisei udienze di un processo che si trascina da quasi due anni ed è stato possibile solo grazie all'ostinazione di una madre e un padre che hanno aperto un blog dopo cento e più giorni di silenzio e hanno avviato una controindagine.
IL RITORNO DA BOLOGNA
Tra le 3.30 e le 4 del mattino Federico e quattro amici tornano dal Link, il locale di Bologna dove avevano trascorso il sabato sera. Prende le mosse da lì la ricostruzione del pubblico ministero che smonterà l'alibi dei quattro imputati. Interrogati immediatamente dopo i fatti, interrogati uno ad uno con metodi a dir poco bruschi, tutti gli amici dell'Aldro sono concordi nel riferire le buone condizioni di Federico. Gli piaceva farsi due passi prima di rientrare, «non era agitato, era normale che tornasse a casa a piedi». Durante il viaggio aveva sonnecchiato. Nessuno di loro nega che fosse «interessato al mondo delle sostanze». Era, a detta di Proto, «un assuntore assolutamente occasionale». E quella notte, a Bologna, aveva preso due "francobolli" di Lsd, due dosi. Di quegli acidi non si troverà traccia alcuna nel sangue del ragazzo. Forse erano un "pacco". Ma su quei francobolli si reggeranno la versione ufficiale, più volte rettificata, e la difesa dei quattro agenti. Federico è al parchetto dell'Ippodromo subito dopo le 5. Dalle 5.18, per 5 minuti, partiranno una decina di chiamate dal suo cellulare. Tutte a vuoto, tutte verso suoi amici. Forse voleva essere accompagnato a casa, suggerisce Proto, invitando a non avventurarsi nel campo di altre illazioni.
GLI ORARI
Alle 5.48 la prima telefonata al 112, che dirotterà ai colleghi della questura la segnalazione, su un «soggetto che sbatte dappertutto». Quattro minuti dopo la prima volante è sul posto, due minuti dopo la richiesta di ausilio. Alle 5.58 un altro cittadino avverte il 113 di alcune urla (tra cui «polizia di merda») e dirà di aver udito sgommate. Un altro residente testimonierà di aver sentito, prima delle 6, quelle stesse urla. Vedrà arrivare la seconda volante. Ricorderà la stessa frase - «Apri il baule, presto!» - riferita dalla superteste, Annemarie, la donna camerunense che ha deposto due anni fa in sede di incidente probatorio. Alle 6 e un minuto la questura chiede l'intervento dei carabinieri. Sette minuti dopo, quando arrivano i militari, verrà sollecitato l'arrivo dell'ambulanza. Proto divide in tre fasi il misterioso controllo di polizia e scova alcuni «elementi» che lascerebbero pensare a una ricostruzione degli orari, da parte della polizia, tesa a restringere i tempi dell'intervento. I tempi, secondo il pubblico ministero, non tornano. La prima fase (dalle 5.53 alle 5.59) è quella in cui i testi sentono i colpi sulla carrozzeria. Gli agenti diranno che Federico era saltato addosso alla vettura ma Proto ha un dubbio: il cofano della volante è intonso. L'atterramento e l'azione dei manganelli (tra le 5.59 e le 6.03) è stato reso indelebile dalla testimonianza della donna camerunense, che parlerà solo dopo un lungo periodo di riflessione, terrorizzata dalla sua condizione di migrante precaria. Dalle 6.03, l'ultima fase: il ragazzo è a terra, in posizione prona, chiede aiuto. Sei minuti dopo, prima i carabinieri, poi i sanitari, lo troveranno ammanettato, faccia a terra, senza vita. Forse, ipotizza la pubblica accusa, la macchina della polizia si sarebbe potuta trovare già lì prima della chiamata del 113. Diverse testimonianze usano il plurale per indicare i protagonisti delle urla in via Ippodromo, sentono sgommate e vedono lampeggianti. Anche l'unica donna imputata, alle 5.54, dirà al telefono che «erano fermi lì» senza convincere il pm che non si riferisse alla vettura dei suoi colleghi. E spicca nel racconto di Proto, l'inattendibilità delle deposizioni del responsabile delle volanti, lo stesso che farà interrompere la registrazione delle telefonate del centralino. Perché?
LA SUPERTESTE
Annemarie vide Federico passare in mezzo alle due vetture. Lo vide accennare una sforbiciata senza colpire nessuno. In un attimo sono tutti sopra di lui «come le formiche», «con i bastoni». Proto continua a ricordare. Gli occhi di Patrizia e Lino tornano a riempirsi di lacrime. Aldro si dimenava, ma era a terra. Chiedeva aiuto. Prese manganellate e calci ovunque, poi si sedettero su di lui. Si spezzano due manganelli. Si domanda il pm se fossero vecchi o se siano stati usati in modo improprio. E, «dopo un po' Federico non si muove più». L'azione fu «violenta e rapida», dice Proto rileggendo le frasi ricordate dalla superteste: uno degli agenti si accorse del sangue, la poliziotta rispose che «non siamo stati mica noi, è la roba». Un altro si rese conto delle luci che si accendevano nelle casette di via Ippodromo. Sempre la donna-poliziotto esortò i colleghi a «moderare». Il pm è sicuro: «Fu un'azione smisurata». Incrocia le testimonianze. Quello dei poliziotti «è un altro film», che descrive un ragazzo inferocito che se la prende con l'agente. «Qualcuno - dice Proto - non dice la verità». E le ferite sul corpo della vittima sono compatibili con l'uso degli sfollagente e con la compressione, compatibili con le testimonianze e i riscontri oggettivi di foto e rilievi.
LE PRIME INDAGINI
Alle 6.12 uno degli imputati disse al telefono che l'avevano «bastonato di brutto». Il pm dà conto delle preoccupazioni degli agenti - riscontrate in alcune chiamate - di giustificare le botte in testa al ragazzo. Quelle botte sono l'eccesso colposo. «Il ragazzo era sfigurato. E, se picchi in testa per molto tempo, eccedi, esageri», continua il pm. E prende nota di come le prime indagini, pochi minuti dopo la morte, sembrano tese a capire cosa avessero visto i testimoni per aggiustare il tiro della versione ufficiale. Alla pm di turno fu fornito «un omesso avviso, un imperfetto avviso» così da non farla passare sul luogo del delitto, e fu tenuta all'oscuro delle testimonianze raccolte. La prima versione fu quella della morte per droga. Chi fu interpellato dai poliziotti, quella mattina, disse che gli agenti «volevano pararsi il culo».
LE PERIZIE
Ma che le droghe non ebbero alcun rilievo fu chiaro già pochi giorni dopo la morte. Il sangue di Federico restituì lievi tracce e ininfluenti. Lo stato di eccitazione psicomotoria non avrebbe nulla a che vedere col bad trip ipotizzato nelle perizie della procura e delle difese. Il pm s'è mostrato perplesso dai metodi di queste perizie che hanno evitato di cogliere il nesso tra l'agitazione del ragazzo e la colluttazione, tra la costrizione e la morte. Per enfatizzare il ruolo delle sostanze sarebbero stati minimizzati i segni di asfissia e ignorate le testimonianze sulla prolungata fase di costrizione. Più precise le consulenze delle parti civili che collegheranno l'agitazione psicomotoria, il debito di ossigeno anche ai violenti sforzi di Federico e alla pressione subita una volta a terra. Nella fase finale del processo, inoltre, spunterà la foto del cuore spezzato del ragazzo rimasta fuori dalle documentazioni fornite alle parti. Il suo cuore, diranno gli esperti, fu compresso come un sandwich. All'asfissia posturale si somma l'asfissia meccanica sottolineata dai rantoli e dalle suppliche del ragazzo che moriva. «Questa azione è stata esagerata - dirà il pm puntando l'indice su - un intervento che doveva essere diverso». Federico stava male: andava fermato o aveva bisogno di aiuto? Era necessario picchiarlo con i manganelli quattro contro uno? Uno degli imputati fa sì con la testa. Proto insiste: Era necessario picchiarlo in testa, e quando era a terra? E poi perché tenerlo in quella posizione? Sul corpo del ragazzo ci sono segni di difesa mentre sarebbe evidente la «predisposizione all'offesa» dei quattro imputati che agirono «fuori dai limiti dell'adempimento di un dovere». Per questo e per l'omissione di soccorso chiede per tutti pene uguali, 3 anni e 8 mesi, al termine di una requisitoria che Fabio Anselmo, uno dei legali degli Aldrovandi, definisce «ineccepibile e precisa» e uno degli imputati bolla come scandalosa. Le difese annunciano una ricostruzione alternativa per il 23 e 24 giugno. La sentenza è attesa per il 6 luglio dopo le repliche delle parti civili. Intanto, per i genitori di Aldrovandi, quello che già è emerso è che «il pm ha fatto il suo dovere. Non tutti possono dire lo stesso».
Checchino Antonini

19 giugno 2009

Nuovo respingimento: 76 persone rispedite in Libia senza rumore

76 persone, tra cui pare ci fossero donne e bambini, sono state rispedite oggi a Tripoli con il supporto della guardia di finanza e costiera italiana.Dopo avere ricevuto notizia di una avvistamento di un barcone al largo delle acque di Lampedusa, ieri la capitaneria di porto dell'isola ha scorato lo stesso sino a tripoli trovandosi (così dicono le fonti ufficiali) in acque maltesi. Un sorridente Schifani, presente oggi sull'isola, dà compiaciuto la notizia rassicurando (su quali basi non si sa) che non vi fossero richiedenti asilo sull'ennesima barca della speranza.Sconcertante rilevare il carattere di normalità che i respingimenti stanno assumendo, senza più risultare notizia da prima pagina. La notizia si è appresa oggi (19/06) nel primo pomeriggio su fonte ansa ma non vede riscontro sulle edizioni on-line dei principali quotidiani.


fonte: infoaut

La crociata proibizionista di Giovanardi

Da martedì scorso a Monza è in vigore il divieto assoluto di vendere alcolici ai minori di 16 anni in tutti i locali, nei negozi e nei centri commerciali. Il divieto con ogni probabilità sarà esteso anche nei comuni che gravitano attorno a Monza. Alla proposta proibizionista dell’assessore alla sicurezza del comune milanese Massimiliano Romeo fa da eco la proposta sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla droga Carlo Giovanardi, che auspica test antidroga e alcol in discoteca e anticocaina per camionisti e piloti. Test simili a quelli che sono effettuati per strada attraverso l’esame delle urine, che hanno portato al ritiro di migliaia di patenti negli ultimi mesi considerando che il tempo di permanenza nelle urine delle sostanze stupefacenti varia dalle ventiquattro ore fino ad un mese per la marijuana, quindi chi risulta positivo al test spesso non è sotto effetto di alcuna sostanza. Senza considerare questo particolare Giovanardi continua con la sua campagna che punisce in primo luogo i consumatori occasionali: «Per i piloti di aerei, gli autisti di camion e pullman stiamo predisponendo un regolamento che imponga un test obbligatorio. A chi risulterà positivo verrà cambiata mansione anche se non si tratta di un tossicodipendente».
fonte: carta

Sardegna: Antigone; denuncia di soprusi, su detenuti stranieri

Ci sono voci, che cominciano a prendere piede, sull’aggravamento delle condizioni di vita e di detenzione nelle carceri sarde. Si dirà: perché altrove è meglio? Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha appena dichiarato il tutto esaurito, oltre ogni soglia di tollerabilità, e come volete che si stia, in carcere, di questi tempi? Eppure dalla Sardegna arrivano notizie un po’ più preoccupanti, che ricordano le terribili vicende di Sassari, nel 2000, quando un gruppo di detenuti in via di trasferimento fu sottoposto a gravissime violenze e maltrattamenti. In particolare i rumors di "radio carcere" riguardano Macomer, dove ci sarebbe un trattamento persecutorio nei confronti dei detenuti islamici, che, non appena scesi dal blindato, verrebbero aggrediti con provocazioni e pugni sul collo e alla testa. Nelle perquisizioni, poi, chi ha girato molti istituti avrebbe confessato di non aver mai subito un trattamento simile. Gli interessati dicono che "non viene rispettato il Corano", ma probabilmente neanche altri libri sacri potrebbero consentire il trattamento che viene loro riservato. I detenuti islamici sarebbero portati, dopo la perquisizione, in una sezione organizzata come quelle dei 41 bis: isolamento totale, porta blindata chiusa 24 ore su 24; non si incontra nessun altro detenuto, solo i poliziotti che portano loro il cibo. E ogni volta che si esce dalla cella sarebbero perquisiti con tatto, letteralmente "palpati" da due poliziotti! Niente giornali in lingua araba, libri e vestiti centellinati, la posta sarebbe consegnata con una media di 25 giorni di ritardo. Al passeggio gli arabi di religione islamica resterebbero sempre divisi dagli altri: possono andare all’aria solo con quelli della propria sezione, circa 25 detenuti provenienti da diversi paesi del Nord Africa. Tutto questo viene loro presentato come un regime prescritto dal Ministero, ma i detenuti sanno che non c’è nessun carcere in Italia in cui la porta blindata è chiusa 24 ore su 24 ore, a eccezione dei regimi speciali di massima sicurezza. A meno che non stiano sperimentando il regime post-Guantanamo che il Presidente del Consiglio intende riservare agli ex-nemici combattenti che si è impegnato a ospitare nelle carceri italiane. Da aprile pare siano iniziate forme di protesta: battiture, uno sciopero della fame, altro. Anche perché aumenterebbero le provocazioni, le minacce, i maltrattamenti, nel caso qualcuno osasse fare denunce. Sembra un film già visto. Speriamo che non sia così. Attendiamo smentite e rassicurazioni.

Bologna: Sciopero della fame al carcere della Dozza

Da mercoledì 17 giugno l'ottanta per cento dei detenuti di tutte le sezioni giudiziare sono in sciopero della fame pe protestare contro le condizioni di vita all'interno del carcere bolognese.

Uno sciopero della fame che continuerà per 7 giorni e a cui hanno già aderito l'ottanta per cento dei detenuti delle sezioni giudiziare del carcere bolognese della Dozza. Una situazione esplosiva e che fa pensare all'allargamento della protesta in altri settori della casa circondariale bolognese.
I detenuti denunciano le pensanti condizioni di vita, dovute al sovraffolamento: 1156 detenuti, contro il 700 posti di capienza massima con tre persone in celle da una. servizi inesistenti, con detenuti con posizione giuridica definitiva da diversi anni che non hanno mai interloquito con il proprio educatore e serivizi sanitari inesistenti. E ancora la questione della vivibilità: il problemi causati dal montaggio delle grate alle finestre e i cambi di lenzuola che vengono effettuati solo ogni 40 giorni. Con questo sciopero della fame di detenuti auspicano "un doveroso intervento delle persone e delle autorità sensibilizzate".
fonte: GlobalProject

18 giugno 2009

Roma: aggressione razzista a bar di un cittadino bengalese

Ieri sera intorno alle 23 un gruppo di persone armate di bastoni ha fatto irruzione in un bar gestito da un cittadino bengalese in via Casilina, all'altezza di via Zenodossio, alla periferia sud della capitale. Dopo essere entrati hanno cominciato a sfasciare sedie e tavoli del bar mandando in frantumi anche la vetrina. Subito dopo sono scappati facendo perdere le loro tracce. Il proprietario dell'esercizio commerciale ha riferito ai carabinieri della stazione Tor Pignattara che durante il raid gli assalitori non hanno urlato frasi di stampo razzista. L'uomo ha inoltre affermato di non avere mai ricevuto minacce di alcun tipo. Nel marzo scorso era già stato vittima di un'aggressione il cittadino bengalese proprietario di un bar in via Casilina, nella zona di Torpignattara, oggetto nella serata di ieri di un raid vandalico effettuato da un gruppo di persone armate di mazza. Tre mesi fa il proprietario del bar fu malmenato da alcuni avventori che non volevano pagare quanto consumato. I carabinieri della compagnia Casilino, guidati dal maggiore Paolo Unali, hanno ascoltato lungamente l'uomo ricostruendo con lui quanto avvenuto ieri intorno alle 23. Secondo il racconto fornito, gli aggressori non avrebbero minacciato o gridato slogan di tipo razzista ma si sarebbero "limitati" a chiedergli di restare fuori dal bar mentre loro mettevano in atto il raid. Gli uomini dell'Arma non escludono che quanto avvenuto possa essere legato all'attività commerciale del bengalese anche se non viene tralasciata alcuna pista investigativa.


fonte: Ansa

Napoli: esplode la rabbia dei disoccupati. 4 arresti e 25 denunciati.

La notizia giunta da Roma ieri mattina che era saltato il tavolo di confronto Regione Campania-Governo per rifinanziare il progetto di formazione per i disoccupati «Isola» è stata come benzina sul fuoco. I senza lavoro, nel pomeriggio, hanno invaso i binari della stazione centrale di Napoli. C'è stato uno scontro con la polizia, oggetto di una fitta sassaiola alla quale gli agenti hanno risposto con i lacrimogeni. Quattro gli arrestati, 25 i denunciati. La Digos sta valutando le responsabilità in merito all'occupazione dei binari e a quella del lancio delle pietre all'indirizzo dei poliziotti. I disoccupati sono comunque riusciti a provocare pesanti ripercussioni sul traffico ferroviario sia per il Nord che per il Sud. Un primo blocco stradale, con cassonetti stradali posti al centro della carreggiata, era stato attuato invece in mattinata in piazza Cavour, sempre a Napoli, con la paralisi del traffico veicolare.Mobilitazione immediata anche ad Acerra, dove i disoccupati hanno dapprima occupato la stazione ferroviaria, poi hanno bloccato il traffico veicolare e, in seguito, il Duomo, fino a quando non hanno avuto un colloquio con il vescovo Giovanni Rinaldi, al quale hanno illustrato le ragioni della protesta: «Non possiamo fare a meno di quel sussidio, soprattutto in questo periodo di crisi».«Sono davvero preoccupato per l'atteggiamento del Governo. Non si ha alcuna considerazione per 4000 persone, lavoratori del progetto Isola (rivolto alla formazione dei disoccupati) che a fine mese non riceveranno più il sussidio di 500 euro che avevano avuto per due anni», ha detto in serata l'assessore alla Lavoro della Regione Campania, Corrado Gabriele. Replica il sottosegretario Pasquale Viespoli: «Nessuna assenza, la riunione convocata a Roma ha fatto emergere la necessità di un approfondimento. Il Governo non è mai venuto meno al dovere di collaborazione e coesione istituzionale. Alcune prese di posizione o sono frutto di disinformazione o sono espressione di una pericolosa irresponsabilità istituzionale». Due settimane fa i senzalavoro avevano inscenato un'altra protesta, bloccando l’Aeroporto di Capodichino, un'azione che aveva portato a una carica della polizia contro i manifestanti. Molto netta la presa di posizione della federazione Campana delle RdB Cub: “Lo scandaloso voltafaccia del governo Berlusconi e del Sottosegretario al Lavoro, Pasquale Viespoli, i quali hanno – al momento – negato la possibilità che le migliaia di precari del Progetto ISOLA di proseguire lungo il percorso di una vera stabilità occupazionale – dichiara il comunicato del sindacato - è un segnale preoccupante contro cui occorre mobilitarsi. La stessa repressione statale di queste ultime ore, contro i movimenti di lotta, è esemplificativa di come l’esecutivo governativo intende affrontare e risolvere le questioni sociali nell’area metropolitana napoletana”.“I disoccupati e i precari del Progetto ISOLA, tutti coloro i quali sono colpiti dagli effetti della crisi (dai lavoratori di Pomigliano a quelli di Capodichino, dagli operai dell’Ixfin di Casalnuovo ai tanti che in questi mesi stanno perdendo il lavoro o sono in cassa integrazione) non devono essere lasciati soli – prosegue il comunicato - . Del resto analoga situazione si sta palesando per le popolazioni terremotate dell’Abruzzo le quali, in queste settimane, stanno verificando sulla propria pelle le bugie la demagogia di Berlusconi mentre la promessa ricostruzione immediata è ancora ferma”.
E questa mattina nuova protesta dei disoccupati di Acerra contro il mancato rinnovo dei corsi di formazione regionali. I disoccupati hanno di nuovo occupato la ferrovia e poi lo svincolo davanti a un centro commerciale di Afragola. Infine hanno liberato binari e strada, e si sono diretti in corteo nella loro sede, scortati dalle forze dell'ordine, giunte sul posto in assetto antisommossa.


Brindisi: cittadino marocchino "suicida" nella cella di sicurezza della caserma dei Carabinieri

Un cittadino marocchino privo di documenti si è ucciso impiccandosi ad una grata della cella di sicurezza della stazione dei carabinieri di San Michele Salentino, un piccolo centro dell'entroterra di Brindisi. L'uomo era stato fermato - a quanto si è saputo - per aver interrotto un funerale, rubato una bicicletta e per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Secondo una ricostruzione fatta dagli investigatori, l'uomo ha ricavato delle strisce strappando la fodera del materasso che si trovava nella cella di sicurezza e le ha utilizzate per impiccarsi. Quando i carabinieri si sono accorti dell'accaduto l'uomo era già morto. Il sostituto procuratore del tribunale di Brindisi, Silvia Nastasia, ha disposto l'autopsia sul corpo del cittadino marocchino.
fonte: Ansa

Testimonianze: Contro la repressione e la criminalizzazione del dissenso politico

C'era da scommeterci ! Puntuale, alla vigilia del G8 a L'Aquila è scattatala provocazione, la minaccia da far gravare sull'insieme del movimento noglobal , che si appresta ad esercitare il diritto-dovere di protestare proprio in Abruzzo , dove Berlusconi , prendendo in ostaggio i terremotati , tenta diimpedirlo. Da qualche giorno la magistratura romana, in concorso con Digos e Ucigos, ha imbastito l'ennesima fasulla e mediatica bufala antiterrorismo , con la grancassa di 6 arresti e 15 perquisizioni (Roma,Milano,Genova e in Sardegna)così da ingigantire la " scoperta " di inverosimili cellule ricostituenti le br!! Memore Genova/luglio 2001 - il gotha della repressione dell' epoca , da De Gennaro a Manganelli in giù, nonostante inchieste e condanne (Bolzaneto e Diaz) è stato promosso e si mantiene al comando - lo staff della provocazione aveva predisposto lo scoop internazionale della " scoperta dell'attentato contro ilG8 a La Maddalena, attivato con giocattoli di aeromodellismo" ( sic!). Lo spostamento a L'Aquila del G8, facendo saltare lo scoop, non ha fatto demordere la smania di protagonismo degli inquirenti , che hanno profuso ai media - con tanto di encomi solenni delle istituzioni una minestra riscaldata, un altro ridicolo ed insignificante teorema. I malcapitati di turno devono rispondere dell'abusata "associazione sovversiva + banda armata" . Un reato di una mostrosità unica ( non a caso inventato sotto il ventennio fascista) , che permette agli inquisitori di distruggerti la vita, sequestrandoti per anni in galera, facendoti perdere salute/lavoro/affetti/amici : salvo poi andare assolti "innocenti" dalle Corti Giudicanti, come è accaduto sempre finora a Roma e in Italia, per procedimenti analoghi. Non permetteremo che si moltiplichino le vittime da sacrificare sugli altari di queste decadenti istituzioni : siamo impegnati nel contribuire a smascherare subito le trame di questo ennesimo teorema politico-giudiziario e nel rivendicare la pronta liberazione degli ostaggi ingiustamente arrestati. Così come siamo impegnati a non recedere di un passo dal diritto di manifestare in Abruzzo durante il G8 ; facendo fallire di fatto questa messinscena miseramente orchestrata per impedire l'atto di accusa nei confronti delle politiche economiche,energetiche,alimentari , razziste e guerrafondaie del capitalismo globale.

Liberi tutti dal G8 e dalla repressione, arrivederci a L'Aquila !

Vincenzo Miliucci - Confederazione Cobas


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Il Prc di Cagliari esprime ferma solidarietà a Bruno Bellomonte. Il Prc della Federazione di Cagliari esprime ferma solidarietà a Bruno Bellomonte, alla sua famiglia, ai compagni e le compagne di “A Manca“ per l’arresto avvenuto nell'ambito dell'indagine antiterrorismo della Procura di Roma. L’accusa di legami con organizzazioni eversive e armate si rivelò funzionale alla repressione del dissenso, già nella precedente “Operazione Arcadia”. Le motivazioni che hanno portato alle indagini, nate per la prevenzione di fantomatici attacchi mirati durante i lavori del G8 da parte dell’area della sinistra radicale, richiama una storia inquietante, quella della criminalizzazione dell’antagonismo sociale, che abbiamo già vissuto a Genova nei giorni del G8 del 2001, e che è costata la vita a Carlo Giuliani.Le motivazioni della “lotta al terrorismo” sono le stesse che ci hanno propinato per giustificare mediaticamente la sospensione violenta della democrazia avvenuta a Genova in quei giorni, e per la quale da sempre rivendichiamo verità e giustizia attraverso la costituzione di una commissione parlamentare. Bruno Bellomonte è un comunista, militante dell'organizzazione “A Manca”, che insieme ad altri movimenti, stava lavorando nel comitato “A Fora su G8” per organizzare un convegno delle nazioni senza stato e ad altre diverse iniziative culturali e politiche da realizzare in occasione del G8 a La Maddalena, portando il suo impegno alla promozione di manifestazioni, assemblee, iniziative pubbliche, feste popolari, nelle piazze, nelle strade, e nei quartieri dei paesi. Tutto alla luce del sole.Bruno Bellomonte ha sempre manifestato l'assoluta contrarietà ad iniziative che dessero l'occasione di criminalizzare il movimento, condividendo il documento contro il G8 assieme alla moltitudine di organizzazioni politiche e culturali che in Sardegna immaginano un mondo senza disuguaglianze, compresa Rifondazione Comunista. Bruno lavorava per costruire una forte mobilitazione contro il G8 e questo ne ha fatto un pericoloso sovversivo. Siamo certi che questa provocazione fallirà, come sono cadute tutte le accuse formulate contro Bruno nel 2006 con l’operazione Arcadia, che ha portato in carcere ingiustamente dieci compagni.Non vorremmo invece che questo fosse l'ennesimo tentativo volto ad intimidire e a criminalizzare i movimenti di lotta, e a distogliere, con la complicità dei mass-media asserviti, l'attenzione dai drammi quotidiani che la lotta contro tutti i G8 porta con se. Lotta contro la guerra e per la pace, lotta contro la disoccupazione, la precarietà, per un lavoro che permetta una vita degna di essere vissuta, lotta per una società giusta. Rispondiamo convinti all’appello di “A Manca”, certi che Bruno sarà con noi molto presto, assieme alla sua organizzazione, a costruire conflitto sociale e a lottare insieme agli sfruttati della nostra terra. Perche noi lo sappiamo bene: Un altro mondo è possibile.


Giuseppe Stocchino Segretario Federale Prc di Cagliari

Roma:Carabinieri contro i suonatori ambulanti

Da ieri una task force dei carabinieri pattuglia le strade e le piazze del centro di Roma per liberarle dai suonatori ambulanti. L’iniziativa è del comando provinciale, a tutela di residenti, ristoratori e clienti disturbati dalla musica anche a notevole distanza. Come nelle migliori guerre all’ultimo degli ultimi, siamo passati dalle proteste dei residenti contro ristoratori e avventori, alle forze dell’ordine che, intanto, allontanano gli ambulanti.

Omicidio Aldrovandi: il 30 giugno la sentenza

Federico aveva solo diciotto anni. Ciao mamma, vado al concerto. Ma poi è morto. Forse, morto ammazzato. Forse, morto ammazzato da quattro poliziotti. Ed è nelle aule di tribunale che devono cadere i "forse".

Domani, dopo quattro anni di inchieste e due di dibattimento, ventisei udienze e quattro imputati (Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto), otto avvocati e quindici periti, riprenderà la requisitoria del pm Nicola Proto. Il 30 giugno la sentenza. E quel giorno, forse (l'ultimo forse della serie?) sapremo perché lo studente Federico Aldrovandi, incensurato, non tornò mai a casa quella domenica di settembre del 2005, e gli si spezzarono invece il respiro e il cuore mentre a terra, raggomitolato, ammanettato, manganellato gridava "no, no!". Era l'alba.

Troppo silenzio aveva avvolto questa tremenda storia finché la mamma di Federico, Patrizia Moretti, impiegata comunale, non aprì un blog per raccontarla (federicoaldrovandi.blog.kataweb.it): le pagine elettroniche sono diventate tra le più viste d'Italia. Così quella morte ha cominciato a essere una questione aperta, come non accadeva dai tempi dell'anarchico Pinelli. Si è mossa anche Amnesty International. Le domande sono tutte in fila e sono parole ferite. Come si può morire a diciotto anni senza avere fatto niente? Cosa accadde davvero, quando arrivarono i poliziotti chiamati da alcuni cittadini di via Ippodromo perché un ragazzo si stava dimenando, e gridava?

Sono le 5 e 47 del mattino di domenica 25 settembre 2005: l'ora della prima telefonata alla sala operativa. Pare ci sia un ragazzo che per strada batte la testa contro un palo della luce, gridando frasi incomprensibili e imprecazioni. La gente è svegliata di colpo. Arriva la prima auto della polizia, gli agenti scendono riparandosi dietro le portiere, Federico dà un calcio al paraurti, poi sale sul cofano, scivola, rompe un vetro con un calcio. Arriva una seconda pattuglia: in tutto, tre uomini e una donna. Provano a bloccare Federico, studente all'istituto tecnico Copernico-Carpeggiani, classe IV E, indirizzo elettrotecnico. Mai nessun guaio con la giustizia, non è conosciuto come tossicodipendente né come violento. Non è un bullo, non è un ragazzo del branco, è solo un diciottenne un po' introverso che vive come tanti. Ascolta musica, esce con gli amici, qualche pizza, qualche birra. Forse, qualche pasticca. Ma si può morire ammazzati per questo?

C'è ancora tanta ombra attorno a quell'alba. La scena di Federico ammanettato e picchiato ci galleggia dentro, in cerca di contorni definiti. Il decesso viene dichiarato dal medico dell'ambulanza alle 6.35, dopo lunghi e inutili tentativi di rianimazione. Dalle testimonianze risulta che i poliziotti gli misero le manette, lo presero a manganellate e infine riuscirono a immobilizzarlo tenendolo a terra. Ed è così che probabilmente Federico è morto: per asfissia.

"Appena arrivati per i soccorsi, e visto il corpo con la faccia a terra, ammanettato sulla schiena, abbiamo chiesto ai poliziotti di togliergli le manette, altrimenti non riuscivamo a girarlo per capire se ancora respirasse. Aveva un rivolo di sangue alla bocca e in testa". Questa la deposizione dei due addetti all'ambulanza, Stefano Rossi e Thomas Mastellari. "Ma noi siamo intervenuti solo per impedirgli di farsi più male" ribattono gli imputati.

"Vedo mio figlio nella cassa, prima del funerale, e quasi non riesco a riconoscerlo: ha un livido enorme in faccia e quei segni maledetti sui polsi, chissà quanto hanno tirato per fargli tanto male" disse la madre. "Troppo silenzio, inaccettabile, neanche fosse morto un gatto. Nei primi giorni un muro di gomma, poi le cose sono cambiate": queste sono invece sono le parole di Lino Aldrovandi, ispettore dei vigili urbani, il padre. Un padre e una madre vedono uscire il figlio che andrà a un concerto a Bologna, e potranno incontrarlo di nuovo solo all'obitorio, il giorno dopo. "Suonano alla porta e ti dicono che è morto".

Però dall'autopsia emergono altre ombre. E' anche una battaglia tra periti. Quelli della famiglia sono certi dell'asfissia mentre il consulente della Procura, Stefano Malaguti, parla di problemi cardiaci: "Insufficienza miocardica contrattile acuta in condizioni di stress psicofisico". Ma il cuore gli scoppiò per le botte o per altro? "La causa dell'indebolimento - scrive il perito - è la droga, e precisamente eroina, ketamina e alcol". In quantità comunque troppo bassa per uccidere. Nel blog, la signora Patrizia ha messo anche le fotografie del suo ragazzo morto sul tavolo dell'obitorio. "Lo scroto schiacciato? E' stata rilevata solo una piccolissima ecchimosi" ha detto il procuratore capo, Severino Messina. "Quel ragazzo non è deceduto per le percosse ricevute".

Troppe domande cercano una strada e un senso. Perché Federico aveva i vestiti sporchi di sangue, ma a terra il sangue non c'era? Forse perché lo picchiarono quando ancora era in piedi? Ma si picchia un ragazzo per calmarlo, massacrandolo di botte? Perché i soccorsi vennero chiamati in ritardo? I quattro poliziotti devono rispondere di omicidio colposo, come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio: "Ingaggiarono una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento e mantennero il ragazzo ormai agonizzante in posizione prona, ammanettato, rendendone difficoltosa la respirazione. Un eccesso colposo che ha cagionato, o comunque concorso a cagionare il decesso".

E' questa la scena del pestaggio a sangue di un ragazzo che non aveva fatto niente di male, era solo agitato, aveva solo paura, aveva solo chiesto aiuto ed è morto. Senza motivo. Ma c'è un motivo per morire così?


fonte: la Repubblica

17 giugno 2009

Genova G8: Avvocato Taormina chiede il proiettile che uccise Carlo Giuliani

L'avvocato Carlo Taormina, difensore dell'ex carabiniere Mario Placanica, stamani era al Tribunale di Genova per chiedere la consegna del proiettile estratto dal capo di Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri del G8 2001 a Genova. Placanica era accusato di avere esploso il colpo che aveva attinto Giuliani. Il procedimento era stato archiviato. Taormina vuole dimostrare che il proiettile non fu esploso da Placanica perche' questi, in quanto sottufficiale, aveva in dotazione solo proiettili incamiciati mentre nel cranio del ragazzo genovese non furono trovate tracce di incamiciatura ma solo piombo. Taormina aveva gia' presentato un'istanza per ottenere il reperto a scopo difensivo. Gli era stata negata e aveva fatto una nuova istanza per cui, dice, non ha piu' ottenuto risposta. Nell'agosto scorso Carlo Taormina aveva presentato denuncia contro ignoti per l'omicidio di Giuliani dopo la risultanza di una comparazione tra le perizie di parte che indicherebbe l'assenza, nel corpo della vittima, di residui di camiciatura del proiettile che uccise il giovane no global. La denuncia era stata depositata a Catanzaro e trasmessa alla procura di Genova per competenza. Secondo quanto riferito da Taormina, l'ultima consulenza tecnica voluta da Placanica ed eseguita a Milano avrebbe dimostrato che nel cranio di Giuliani sarebbe stato rilevato esclusivamente piombo. "Se cosi' fosse - aveva commentato l'estate scorsa Taormina - a sparare non e' stata la pistola di ordinanza di un sottufficiale qual era Placanica perche' i proiettili in dotazione ai sottufficiali sono obbligatoriamente camiciati". Quindi, secondo il legale di Placanica, "se le cose stanno cosi' a sparare e' stato o un ufficiale, che puo' utilizzare qualsiasi tipo di proiettile, oppure un civile".
fonte: agi

Genova G8: Chieste pene per 4 poliziotti

Pene comprese tra i quattro anni ed i quattro anni e otto mesi sono state chieste oggi dal pm della procura di Genova Francesco Cardona Albini per quattro poliziotti imputati per un episodio avvenuto nei giorni del G8 genovese, il 20 luglio del 2001 in piazza Manin. I quattro sono accusati, a vario titolo di falso, calunnia, abuso d'ufficio, e arresto illegale nei confronti di due cittadini spagnoli che avevano preso parte a una manifestazione in piazza Manin. Gli avvocati Emanuele Tambuscio e Laura Tartarini, che assistono i due cittadini spagnoli si erano costituiti parte civile. La pena maggiore e' stata chiesta per Antonio Cecere. Identiche pene di 4 anni sono state chieste per Luciano Beretti, Simone Volpini e Marco Neri. La sentenza e' attesa per il prossimo 8 luglio. I poliziotti, in forza al VII reparto mobile di Bologna facevano parte di una squadra di pronto impiego che verso le 15 di quel giorno venne inviata in piazza Manin dove erano in atto degli scontri con i Black Bloc. Ci fu un intenso lancio di oggetti e di molotov contro gli agenti. Fra gli arrestati i due spagnoli accusati, secondo la procura ingiustamente, uno di avere lanciato una bottiglia incendiaria e l'altro di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro.


fonte: agi

Sansonetti, L'Altro e i fascisti di casa Pound

Imbarazzo o rabbia, o forse entrambi. E' difficile scegliere le parole non cui rapportarci all'Altro. L'Altro in questione è il neonato quotidiano di Piero Sansonetti, ex direttore di Liberazione in rotta col giornale e col partito, lanciato in una nuova iniziativa editoriale che gli consentisse di esprimere la sua "nuova idea di sinistra capace di rompere i tabù e dialogare oltre i vecchi steccati». Fin qui nulla di male , ognuno dialoga con gli pare, verrebbe da dire.Ma nelle colonne dell'Altro gli interlocutori sono veramente quelli che non ci si aspetterebbe in un giornale che si fregia del sottotitolo "la sinistra quotidiana".C'è l'intervista a Gianluca Iannone, capo dei "fascisti del terzo millennio" di Casapound, mezza pagina senza contraddittorio in cui si bercia contro l'antifascismo e si rivendicano inesistenti lotte sociali, in una forma che ricorda più il volantino di propaganda che l'intervista critica (tralatro nel giorno del corteo contro il G8 sicurezza). C'è' il racconto dell'incendio di Casapound Bologna, con tanto di eroica descrizione del federale locale, "personaggio interessante e controverso", come lo definisce l'articolista. "Interessante e controverso" è una definizione perlomeno curiosa per chi, neanche due anni fa, è finito in carcere con l'accusa di associazione a delinquere con l'aggravante razzista per una quindicina di pestaggi e spedizioni punitive ai danni di immigrati. Ma non c'è da stupirsi, se a scrivere di politica è Ugo Maria Tassinari, giornalista e studioso della destra radicale che, nella più classica tradizione dell'esperto che si innamora del proprio oggetto di studio, oggi partecipa e promuove le iniziative dei neofascisti (pardon, dei fascisti del terzo millennio) oltre che a bazzicare il loro forum. Oppure se ad occuparsi di futurismo si chiama Miro Renzaglia, principale animatore della galassia culturale della destra radicale e firma di punta di NoReporter, il sito d'informazione gestito da Gabriele Adinolfi (ex Terza Posizione, condannato e riparato a Parigi, rientrato in Italia recentemente per la sopraggiunta prescrizione) che ogni anno non manca di ricordare, con qualche articolo ammiccante, il compleanno di Adolf Hitler o la triste sconfitta militare di quel "Cancelliere" che per primo cercò di unificare l'Europa.Sono questi gli steccati da superare? Alla nuova sinistra serve rompere questi tabù? La ricerca di un approccio laico e postideologico alla società deve proprio passare per la legittimazione di chi, pur spacciandosi per "post", in realtà è sempre lo stesso reazionario e xenofobo di sempre?Forse, in questa frenetica fuga dal novecento, Sansonetti avrebbe dovuto guardare un po' più attentamente chi firma il suo giornale. Non per i trascorsi (praticamente tutti i quadri di Casapound provengono dal Movimento Politico, e ne hanno condiviso le traversie giudiziarie che l'hanno portato allo scioglimento in base al decreto Mancino, dopo uno stillicidio di aggressioni razziste e xenofobe su tutto il territorio italiano), giacché si fa sempre in tempo a cambiare idea, ma per il presente. Al di là di facili slogan di facciata, l'universo sedicente "non conforme" che ruota attorno a Casapound (in cui gravitano Tassinari come Iannone come Renzaglia) è tutto fuorché nuovo. Non sono nuovi i loro riferimenti culturali, da Benito Mussolini alla RSI. Non è nuova la loro violenza, quella delle mazze tricolori contro gli studenti a Piazza Navona, o quella dell'assalto alla casa occupata di Casalbertone a Roma, con tanto di coltellate al ventre a una madre di famiglia straniera. Non parliamo di generiche aggressioni di qualche anonimo razzista, ma di episodi che hanno visto coinvolti in prima linea e direttamente tutti i quadri di quest'organizzazione. Non sono nuovi nemmeno i loro protettori politici: la giunta omofoba e xenofoba di Flavio Tosi, a Verona, o quella romana di Gianni Alemanno, secondo cui aggredire un immigrato al grido di "sporco negro" è un problema di "bullismo.Chissà come fanno Sansonetti e i suoi collaboratori (Colombo e Azzaro) a guardare con preoccupazione alla deriva xenofoba che travolge sia l'Italia che l'Europa tutta e allo stesso tempo a flirtare intellettualmente con i fasciofuturisti. Voglia di protagonismo? La tentazione di porre e di concludere "gli anni 70"?Superare gli opposti estremismi oppure appiattirli in un "destra o sinistra infondo erano ragazzi che lottavano per un'ideale".Gli stessi ideali che portavano partigiani e republichini a combattere su due opposte barricate.Cosa c'è di nuovo, cosa c'è di post? Davvero invitare ad un dibattito Giampiero Mughini o Valerio Morucci è sufficiente per candidarsi a interlocutore democratico, laico e trasversale?C'è una strategia politica precisa che un pezzo della destra radicale italiana sta perseguendo da anni: rappresentare sé stessa come un universo nuovo, pragmatico, scevro da dogmi e pregiudizi, capace di dialogare a 360° e di comparire sulle pagine di Cioè come a Porta a Porta o in una giunta comunale. Si dipinge come vittima del "trinariciuto antifascismo", reo di volerne impedire la libertà d'espressione, ed in questo trova facile sponda nel più generale discorso di revisionismo e negazione dei valori democratici e civili portato avanti, in maniera ben più incisiva, dal PDL.Il superamento del binomio fascismo/antifascismo, la ricerca di una sintesi superiore, ha poco a che vedere con la voglia di uscire dal novecento. C'è chi queste cose le diceva già 30 anni fa: si chiamava Terza Posizione, ed è stata sciolta all'indomani della strage di Bologna.Forse Sansonetti può farsi raccontare qualcosa dal loro esperto Ugo Maria Tassinari che nei suoi libri descrive TP o i NAR come una specie di Autonomia Operaia di destra (!) o ancora meglio può farsi raccontare qualcosa da Gabriele Adinolfi, ex dirigente di TP e vero regista culturale di questa operazione politica in atto (che non a caso nei suoi scritti saluta esplicitamente l'Altro come uno dei fenomeni innovatori più positivi nel panorama politico nazionale, insieme al trionfo leghista ed all'affermazione del PDL). Operazione a cui l'Altro partecipa, in buona o malafede, e che ogni giorno legittima un po' di più i neofascisti, i razzisti, gli omofobi.Facciamo anche notare che questo non è il primo appello che viene diffuso invitando la sinistra, di movimento e democratica, la cittadinanzaattiva e le culture antifasciste a prendere una posizione definitiva contro la tendenza alla normalizzazione di organizzazioni neofasciste, con particolare attenzione a Casapound e all'ambiguità della sua facciata ripulita. Appelli che in altre occasioni hanno ricevuto l'adesione anche di associazioni partigiane, di partiti e movimenti prossimi alla linea editoriale dell'Altro e delle testate che ospitano queste righe. Righe che vogliono essere un contributo a chiudere una fase di eccessiva ingenuità.Con cui stampa e mass media, al di là della presunta provenienza culturale e politica, offrono riflettori a quei rottami del peggior novecento che in modo sempre più furbo si riaffacciano nei nostri territori.


Ronde, Maroni detta le regole. E' possibile intervenire in flagranza di reato.

Le ronde dilagano. Ormai sono un fenomeno entrato nel senso comune, se è vero che la nascita delle «ronde nere», con tanto di divise naziste e struttura paramilitare apertamente rivendicata, armi e logistica pesante, hanno provocato solo una pigra reazione delle procure di Milano e Torino con l'apertura di fascicoli d'indagine senza indagati. Nel frattempo una fantomatica «cellula brigatista» over 50, raffazzonato gruppetto d'improbabili militanti a metà strada tra il folklore, il millantato credito e l'Alzheimer, gente che brigatista non è mai stata quando le Br esistevano davvero, più di 20 anni fa, ha scatenato una tempesta. Due anni d'inchiesta, pedinamenti, intercettazioni ambientali e telefoniche della Digos, una montagna di denaro pubblico per un pugno di mosche e tanto allarme funzionale ad un clima d'intimidazione sociale pre-G8. Intanto piccole bande armate crescono nelle nostre province sotto le mentite spoglie delle ronde. Strutture che, di fatto, mettono in discussione il monopolio della forza legittima detenuto dallo Stato. Per tacitare le polemiche, il Viminale ha reso noto il regolamento d'attuazione che dovrà disciplinare l'iscrizione delle «ronde» nei registri prefettizi, una volta approvato dal Parlamento in via definitiva il disegno di legge sulla sicurezza. «Le associazioni dei volontari non potranno utilizzare simboli e nomi che riportano a partiti politici». Proibito anche l'uso delle armi e di altri strumenti di coercizione come corde o manette, manganelli, spray urticanti e «qualsiasi oggetto atto a offendere». Le persone con precedenti penali non potranno far parte delle squadre di volontari, al contrario sarà favorito il reclutamento di guardie giurate ed ex appartenenti alle forze dell'ordine. Secondo il ministro dell'Interno Maroni, questo regolamento metterà «fuorilegge» tutti quei gruppi, come sono appunto le «ronde nere», che mirano a sostituirsi alle forze dell'ordine. I componenti delle squadre, composte di un minimo di tre a un massimo di cinque persone, «dovranno limitarsi alla segnalazione» delle situazioni di pericolo e dunque saranno dotati di telefonini oppure radiotrasmittenti collegate direttamente con le centrali operative. Insomma niente intervento diretto «sia esso per l'identificazione o il controllo delle persone». Il regolamento, tuttavia, non risolve un problema di fondo: in caso di «flagranza di reato» l'articolo 383 del codice di procedura penale autorizza anche i privati a procedere all'arresto. Forti di questa norma, le ronde potranno comunque intervenire ed è evidente la differenza tra l'eventuale soccorso, del tutto casuale, di un cittadino che viene a trovarsi di fronte ad un evento-reato, e quello di squadre di volontari che girano appositamente per le strade. Per il segretario dell'Associazione nazionale funzionari di polizia Enzo Marco Letizia, è un «azzardo» consentire ai possessori di porto d'arma di partecipare alle ronde. «Secondo indiscrezioni - osserva Letizia - il regolamento attuativo consente l'iscrizione nei registri prefettizi anche a chi detiene o abbia un porto d'arma. Il legislatore azzarda davvero troppo ad avere fiducia nei possessori di un'arma, poiché forte sarà la tentazione, a cui i più deboli non sapranno resistere, di portarsi l'arma nel controllare il territorio». Nelle case degli italiani, ricorda sempre il segretario dell'Anfp, «ci sono circa 10 milioni di armi: siamo molto preoccupati, anche perché le norme sulle verifiche psichiche dei detentori di un'arma da fuoco sono sostanzialmente fumose e inefficaci, come dimostra la storia italiana degli omicidi e delle stragi della follia». Altro aspetto inquietante è quello del finanziamento. Il regolamento vieta elargizioni pubbliche, il che non rassicura affatto perché le ronde potrebbero finire al soldo di consorzi creati da commercianti e imprenditori locali, o di potentati e mafie del posto. Ancora peggio, come hanno ricordato i sindacati di polizia, «il vero rischio è legittimare azioni incontrollabili di associazioni mafiose e camorristiche così come quelle di cittadini esaltati». Alle ronde nere ha già risposto la brigata ebraica, attraverso il responsabile delle politiche giovanili del Pri Vito Kahlun, pronta con le controronde. Creare «strutture unitarie di vigilanza operaia e popolare sui territori» per contrastare i nascenti gruppi paramilitari della destra, è invece la proposta lanciata da Marco Ferrando del Pcl. Tira un'aria da repubblica di Weimar.


Paolo Persichetti da Liberazione

Milano: finanzieri stuprano prostituta e poi fuggono con l'auto di servizio

Hanno accostato con la pattuglia di servizio. Un normale controllo antiprostituzione, all’apparenza, uno dei tanti previsti dalle ordinanze del Comune. Il cliente, impaurito, ha fatto scendere la ragazza, ha messo in moto ed è sgommato via. Lei, romena, una ventina d’anni, davanti ai due uomini in divisa grigia e basco verde era pronta a recitare la solita formula: «Non ho documenti, non ho un fidanzato, qui si lavora poco, la multa non so come pagarla». Invece di vedersi recapitato il verbale da 450 euro, la lucciola è stata invitata a seguire il capopattuglia in auto. Qui è stata costretta a un rapporto orale, poi ancora a un rapporto completo mentre l’autista, fuori, voltava lo sguardo da un’altra parte.Adesso i due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego della guardia di finanza, sono indagati per violenza sessuale. Ore 2 di lunedì notte, viale De Gasperi, oltre la circonvallazione esterna. Tra le viuzze laterali dello stradone che porta all’i mbocco dell’Autolaghi e dell’A4 c’è la solita attività notturna di prostitute e clienti. La Fiat Bravo blu notte con bande laterali verde e gialla punta i fari su un’auto in sosta isolata. Dal finto controllo all’aggressione della lucciola, è un attimo. Lo stupro si consuma in meno di mezz’ora. La ragazza è scossa, si produce in un pianto ininterrotto, disperato. L’autista della pattuglia, racconterà più tardi la ragazza alla polizia, le si avvicina senza dire nulla e senza saper bene se per consolarla o filar via in fretta. Quando la pattuglia delle Fiamme gialle rimette in moto, ci sono un paio di compagne di marciapiede attorno alla ragazza. Raccolgono i suoi singhiozzi. Una di loro prende la targa della pattuglia e fa il 113.Agli agenti delle volanti la ragazza fa un racconto dettagliato, lucido, prima di essere portata al soccorso violenze sessuali della Mangiagalli per le visite di rito, il tampone e il referto. I due finanzieri vengono portati in questura di prima mattina, la loro auto parcheggiata nel piazzale e a disposizione della scientifica per i rilievi. Dopo qualche titubanza, il graduato e il sottufficiale ammettono: «Abbiamo fatto una cazzata». La loro posizione, tralasciati gli ovvi imbarazzi di Questura e comando provinciale della Gdf, è delicatissima. I due militari rischiano, oltre al fermo per stupro, la contestazione di un’altra mezza dozzina di reati. Tra questi il peculato, l’omissione di atti d’ufficio, l’abuso di potere e l’abbandono di posto, che da solo comporta una pena fino a tre anni di carcere. Oltre a uno scontato provvedimento disciplinare — e la «piena collaborazione» con la magistratura, fanno sapere i vertici milanesi delle Fiamme gialle — e a un possibile approfondimento d’indagini per verificare se i due militari avessero già commesso violenze in passato.



fonte: La Repubblica

16 giugno 2009

Lega Nord, l'ultima tentazione"Immigrati fuori dai giardinetti"

Il capodelegazione al Pirellone: "Inammissibili gli assembramenti in ogni ora del giorno e della notte""E' inammissibile che anche in alcune zone di Milano ci siano veri e propri assembramenti di cittadini stranieri che sostano nei giardini pubblici, a ogni ora del giorno e della notte, come avviene per esempio ormai da qualche giorno in piazza Oberdan". Lo sostiene il capodelegazione della Lega Nord in giunta regionale lombarda, e assessore al Territorio, Davide Boni. "Chi non è in regola e non ha mezzi di sostentamento - continua - deve essere allontanato dal nostro Paese e non spostato in un altro quartiere della città. Le scene di degrado non possono più essere minimamente tollerate".Nelle ultime settimane la città era stata al centro di altre discusse prese di posizione contro gli immigrati: dalla cosiddetta "legge anti kebab" varata dal Pirellone alla sortita del leghista Matteo Salvini, che chiedeva posti riservati per i milanesi sul metrò; dall'uscita di Silvio Berlusconi in campagna elettorale ("Milano mi sembra una città africana") alla decisione del Comune di negare le colonie estive ai figli degli immigrati irregolari. Quanto alla presenza di accampamenti nomadi abusivi nei pressi dei binari ferroviari, Boni condivide "il principio per cui ognuno deve darsi da fare per monitorare il territorio di sua competenza: anche le Ferrovie hanno il dovere di tenere sotto controllo le aree adiacenti alle stazioni e agli scambi ferroviari, quindi in modo che queste 'zone di nessuno' non diventino in realtà un ricovero sicuro per realizzare un nuovo campo nomadi abusivo"."Sarebbe inutile e dispendioso - continua Boni - che, mentre le istituzioni impiegano uomini e risorse per smantellare questi accampamenti, chi è proprietario dell'area non si preoccupa di metterla in sicurezza in maniera definitiva. Gli sgomberi devono essere mirati e non considerati alla stregua di un trasloco da un ponte all'altro della nostra città".

15 giugno 2009

Milano: Niente colonie estive per i figli dei migranti.

Centri estivi nelle scuole a luglio e colonie al mare del Comune di Milano vietati ai figli degli immigrati irregolari. Lo stabilisce chiaro la circolare pubblicata sul sito Internet del Comune e lo ribadiscono gli uffici dell’assessore all’Educazione, Mariolina Moioli. Per partecipare al programma “Estate vacanza” servono il “ permesso di soggiorno in regola con la normativa vigente, la fotocopia del documento di identità e del codice fiscale dei genitori”. A differenza delle lezioni durante l’anno, che sono considerate scuola dell’obbligo e sono organizzate dallo Stato, le attività educative e ricreative offerte a luglio, agosto e settembre, nelle scuole e nelle altre strutture comunali, sono servizi facoltativi, integrativi, gestiti dal Comune. Quindi, paradossalmente, ci sono bimbi immigrati che vanno a scuola durante l’anno, ma che a luglio devono restare a casa.Sull’esclusione dei bimbi figli di clandestini o irregolari, l’anno scorso, Palazzo Marino aveva suscitato molte polemiche con la circolare sulle iscrizioni alle scuole materne. In quel caso la magistratura aveva imposto che i bambini irregolari venissero ammessi purché in grado di dimostrare “l’abituale dimora in città”. Per i centri estivi negati ai figli degli irregolari arriva la prima protesta ufficiale: quella del collegio docenti dell’istituto comprensivo Thouar-Gonzaga” (elementari via Brunacci, via Gentilino, via Vigevano, via Gorizia, medie di via Tabacchi e via Gorizia). “Presa visione della normativa del Comune — scrivono in un documento — gli insegnanti esprimono la loro profonda indignazione per la mancata tutela del diritto per i minori a godere di uguale trattamento e pari opportunità; denunciano la violazione del diritto di uguaglianza sancito dalla Costituzione; chiedono che tale normativa venga immediatamente modificata al fine di ristabilire le condizioni affinché a tutti gli alunni siano garantite pari possibilità di accesso». Nessun commento da parte dell’assessore Moioli.



fonte: La Repubblica

12 giugno 2009

Genova G8: Le vittime di Bolzaneto chiedono il pignoramento dei beni dei loro «torturatori»

Le vittime della caserma di Bolzaneto chiedono il pignoramento dei beni dei loro «torturatori», che nonostante la sentenza di condanna si rifiutano di risarcire i danni. A nove anni dai fatti di Genova e dopo le scuse ufficiali dello Stato, nessuno dei colpevoli ha ancora pagato. Non il ministero dell´Interno, non quello di Giustizia. Nemmeno gli agenti, le guardie carcerarie, i medici personalmente responsabili dei soprusi e delle violenze nella prigione del G8. Penalmente, la prescrizione ha già cancellato i reati. Ma undici mesi fa il tribunale del capoluogo ligure aveva fissato in due milioni di euro la provvisionale da versare – subito - a circa duecento no-global. Un anticipo sulla somma complessiva da definire civilmente. A gennaio l´Avvocatura dello Stato aveva appellato la decisione, chiedendo ai giudici la sospensione del risarcimento: la risposta non arriverà prima di questo autunno. Nel frattempo i condannati avrebbero comunque dovuto mettere mano al portafogli, o almeno contattare formalmente le vittime. Invece, nulla. Due volte umiliati da questo silenzio, i duecento e passa di Bolzaneto hanno avviato attraverso i loro avvocati le esecuzioni civili. Chiedono il pignoramento dei beni dei ministeri fino al raggiungimento del valore dovuto: scrivanie, computer, persino «volanti» o furgoni per il trasporto dei detenuti, compresi eventuali depositi bancari presso la Tesoreria.Renato Delucchi, presidente della terza sezione, riconoscendo l´esistenza di un «campo» aveva ammesso la sconfitta della giustizia italiana. Ma nel luglio passato il tribunale era stato costretto ad applicare le leggi italiane a disposizione - che non disciplinano il reato di tortura - e aveva escluso il dolo e l´aggravante dei ‘futili motivi´: condanne per 23 anni e 9 mesi, più il risarcimento. Meno di un terzo di quanto chiesto dalla pubblica accusa. Lo Stato italiano aveva preso le distanze da poliziotti e agenti di custodia: sostenendo che in quei giorni del G8 era cessato il "nesso organico" tra le forze dell´ordine e il ministero di appartenenza, Viminale e Ministero di Giustizia si erano rifiutati di essere considerati responsabili in solido, proprio perché i loro uomini non si erano comportati come "servitori dello Stato". Una tesi però rifiutata dalla corte, che aveva presentato il conto anche ai ministeri.All´inizio di quest´anno, tutti i protagonisti del dibattimento hanno fatto appello alla sentenza. Soprattutto i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, che nella loro richiesta hanno sottolineato la matrice ‘politica´ della barbarie di Bolzaneto, denunciando che le ‘azioni illegali´ delle forze dell´ordine erano «dirette al disprezzo, all´umiliazione e alla vessazione di queste persone proprio per la loro appartenenza ideologica». La data del nuovo processo, affidato alla seconda sezione della corte d´appello, non è ancora stata fissata. Con ogni probabilità se ne parlerà in autunno.


fonte: La Repubblica

11 giugno 2009

Arrivano le ronde nere. Verranno presentate il 13 giugno a Milano. Si chiamano 'Guardia Nazionale Italiana'

Quest'estate, salvo imprevisti, i volontari della Guardia Nazionale Italiana (Gni) dovrebbero iniziare a pattugliare le strade delle città italiane in applicazione del disegno di legge sulla sicurezza del governo Berlusconi (approvato dalla Camera lo scorso 14 maggio, ora all'esame del Senato) che all'articolo 3 (commi 40-44) prevede il concorso di "associazioni di cittadini non armati" al presidio del territorio (le cosiddette ronde). Sono ex appartenenti alle forze armate e alle forze dell'ordine e normali cittadini "patrioti e nazionalisti" pronti a "servire la nostra terra e il popolo italiano" svolgendo attività di vigilanza "per potenziare la sicurezza nei centri urbani" ma anche di "protezione civile" e di "promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all'Impero Romano". Hanno un Comandante Generale, il colonnello dei carabinieri in congedo Augusto Calzetta, di Massa Carrara, e un Presidente Nazionale, il giovane ex alpino Maurizio Correnti, di Torino (città in cui si trova anche la loro sede nazionale: le sedi operative sono, per ora, a Sarzana, Reggio Calabria e Siracusa). Indossano una divisa: camicia grigia (inizialmente era prevista kaki) con cinturone e spallaccio neri, cravatta nera, pantaloni grigi con banda nera laterale nera, basco o kepì grigio con il simbolo della Gni: l'aquila imperiale romana. Il loro equipaggiamento completo prevede elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero. Al braccio portano una fascia nera con la "ruota solare", simbolo del Partito Nazionalista Italiano (Pni): la nascente formazione politica che sta dietro alla Gni. Anche i membri del Pni avranno un'uniforme: la stessa della Guardia Nazionale Italiana. Il programma politico del Pni, di stampo statalista e collettivista, prevede tra l'altro la pena di morte per "gli usurai, i profittatori e i politicanti", la lotta "contro il parlamentarismo corruttore" e la creazione di "un forte potere centrale dello Stato" e di "camere sindacali e professionali", il diritto di cittadinanza e l'accesso alle cariche pubbliche "solo per chi sia di sangue italiano", lo stop a "ogni nuova immigrazione di non-italiani" e l'immediata espulsione forzata di "tutti i non-italiani che sono immigrati in Italia dopo il 31 dicembre 1977", il divieto di pubblicazione di "giornali che contrastano con l'interesse della comunità" e l'abolizione di tutte le organizzazioni e istituzioni "che esercitano un influsso disgregatore sulla nostra vita nazionale".I paramilitari del colonnello Calzetta e le camicie grigie del Pni debutteranno ufficialmente il 13 giugno a Milano, al numero 5 di via Chiaravalle, angolo via Larga, in occasione del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale di Gaetano Saya, che nella sua pagina internet personale si dichiara "l'ispiratore politico" della Guardia Nazionale Italiana". Estimatore di Berlusconi e acerrimo nemico di Fini, Saya, che dopo il recente scioglimento di Alleanza Nazionale è rimasto l'unico depositario del simbolo dell'Msi di Almirante, è il sedicente ex agente segreto della Nato e del Sismi, ex ‘gladiatore'ed ex massone che già nel 2003 provò a creare un gruppo paramilitare di ‘camice grigie' (i Reparti di Protezione Nazionale) e che nel 2005 venne arrestato per l'oscura vicenda dei ‘servizi paralleli' (il Dssa, Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo, diretto da Gaetano Saya e Riccardo Sindoca): una "banda di pataccari" secondo l'allora ministro degli Interni Pisanu, che però risultò avere rapporti con i vertici degli apparati di sicurezza dello Stato, in particolare con i servizi segreti militari.


fonte: Peace Reporter

Roma: La Sapienza blindata per proteggere Gheddafi

«E’ la prima volta, da tanti anni, che vediamo polizia e carabinieri, in un simile dispiegamento, dentro il perimetro dell’università». A parlare è uno dei portavoce dell’Onda studentesca della Sapienza, Francesco Brancaccio, che spiega le ragioni della protesta che avra’ luogo oggi nell’ateneo romano: «Con Gheddafi, che si è auto-invitato, contestiamo il pacchetto sicurezza e la politica scellerata dei respingimenti». "Il governo – spiega Francesco Raparelli, altro volto noto del movimento studentesco romano – ha trovato la via spianata con il leader libico: ad ogni respingimento, infatti, segue l’arresto degli immigrati riportati in Libia».Il dispositivo di sicurezza messo in campo dalla prefettura costringe gli studenti a cercare forme ‘flessibili’ di protesta: «Con le transenne e questo dispiegamento di uomini e mezzi, il presidio di oggi dovra’ adattarsi ad esigenze che muteranno nel corso della giornata». Inoltre, spiega ancora, «ci sono molti studenti impegnati con gli esami e che dovranno attendere la fine della sessione per unirsi al presidio». Intanto sono gia’ pronti striscioni e cartelli. Uno di questi recita: «Il mare non puo’ essere teatro di morte». Gli studenti hanno inoltre trovato un santo patrono per gli immigrati «vittime dei respingimenti selvaggi»: è San Papier. Saranno poi gonfiati canotti per rappresentare il dramma di chi affronta «viaggi della speranza che si trasformano, sempre piu’ spesso, in viaggi di morte», conclude Brancaccio.
Intando la polizia carica gli studenti che contestavano il passaggio di Gheddafi. Il dittatore intanto è gia’ tornato nella sua tenda a Villa Pamphili: si apprende che per il momento saltato la tappa alla Sapienza. La situazione all’università sembra per ora tornata alla normalità dopo le tensioni iniziali.

10 giugno 2009

Milano: vietato lavorare a operaio marocchino all'Atm

Non solo non poteva partecipare, in quanto privo di cittadinanza italiana, al bando Atm per fare l'operaio al reparto manutenzione. Essendo anche marocchino, i rischi erano anche altri e molto gravi. E dunque è un bene che il Regio Decreto del 1931, contestato dalla difesa di Mohamed Hailoua e messo pubblicamente in dubbio dallo stesso presidente dell'azienda Elio Catania, abbia messo certi paletti. Lo sostiene la memoria difensiva di Atm depositata dagli avvocati Alberto Rho e Claudia Muro al Tribunale del lavoro contro il ricorso presentato un mese fa dai legali del diciottenne Hailoua. Un ricorso marchiato come "sensazionalistico", un "processo alle intenzioni". Il passaggio chiave è a pagina 41 del documento: "Il servizio di pubblico trasporto involge delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati. È proprio di questi giorni la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi magrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese che avrebbe dovuto realizzarsi prima delle elezioni del 2006". E ancora: "Il legame personale del cittadino allo Stato dà maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica". Potenziale terrorista, dunque. E non conta che il posto di lavoro in questione non sia quello, delicato, del conducente. "Un'analoga delicatezza - si legge ancora - deve rinvenirsi, altresì, nell'attività di chi opera manutenzione dei mezzi, o di chi svolge, su di essi, comunque attività di tipo tecnico". Potenziale sabotatore, infine. Una tesi destinata a sollevare ulteriori polemiche, anche se Atm, ieri sera, provava a smorzare i toni con una nota. La memoria è solo "un documento tecnico che ha come obiettivo quello di dimostrare l'azione temeraria contro l'azienda", che peraltro si dichiara "disponibile ad una revisione costruttiva del Regio Decreto che possa aprire il mercato del lavoro anche a soggetti extracomunitari per dare la possibilità, ad esempio, ad un cittadino giapponese di lavorare in un Atm Point per dare supporto" durante In difesa dell'azienda si schiera il vicesindaco De Corato: "Le accuse di razzismo sono assurde, è un'operazione studiata a tavolino per farsi un po' di pubblicità. Atm rispetta una legge dello Stato dettata da ragioni di sicurezza. E che gli ultimi inquietanti episodi su progetti di attentati islamici nella metropolitana inviterebbero a non modificare", sempre in ottica Expo. Ma quanto al terrorismo, è lo stesso procuratore aggiunto Armando Spataro a puntualizzare: "La metropolitana milanese non ha corso alcun rischio nel 2006 poiché, più che un piano per un attentato, l'inchiesta della Procura di Milano ha posto in luce solo l'esistenza di un vago progetto, mai entrato neppure nella fase preparatoria".



fonte: la Repubblica

9 giugno 2009

Bari: Vira Orlova, 40 anni senza permesso di soggiorno muore dissanguata per paura di una denuncia

Ha cominciato a perdere sangue, probabilmente per un aborto spontaneo, si è sentita male ma non ha voluto chiedere aiuto. Ha avuto paura. Paura di perdere il lavoro appena trovato, paura, forse, di essere giudicata. Così è morta Vira Orlova, che si faceva chiamare Ylenia, una donna che avrebbe compiuto 40 anni l'11 giugno prossimo, di nazionalità ucraina, arrivata - forse due anni fa - in Italia, come tante donne dei Paesi dell'Est, per fare la badante. Il suo corpo è stato trovato in una pozza di sangue in un appartamento di via Grotta Regina, nella località costiera barese di Torre a Mare. Di lei si sa poco. Gli investigatori stanno cercando di rintracciare le sue amiche per poter ricostruire i suoi ultimi giorni di vita, anche per risalire alla data di arrivo in Italia. Per il momento i carabinieri hanno trovato il suo passaporto nella stanza che occupava: sanno il suo nome, la sua età, sanno anche che era una clandestina perchè sul passaporto non ci sono visti di ingresso in Italia, e sanno che in quell'abitazione di Torre a Mare Ylenia accudiva da pochi giorni un'anziana non autosufficiente. È stato proprio il figlio dell'anziana a dare l'allarme ai carabinieri e a raccontare agli investigatori che Ylenia - questo il nome riferito dall'uomo - «era in prova». Secondo il racconto dell'uomo, Ylenia era in quella casa solo da pochi giorni. Secondo quanto finora è stato accertato dai carabinieri, la badante durante la notte, mentre probabilmente era sola in casa con l'anziana, avrebbe avuto una forte emorragia, forse causata da un aborto spontaneo. La donna ha raccolto il sangue che perdeva in una bacinella, che è stata trovata dagli investigatori nella sua camera da letto. Chiusa nella sua stanza, Ylenia aspettava e sperava di star meglio. Poi è uscita dalla camera da letto per andare in bagno, ma è stata colta da malore ed è caduta per terra, in seguito alla forte perdita di sangue. È morta senza chiedere aiuto. Il passaporto della donna è stato trovato in un appartamento di Mola di Bari, a pochi chilometri dal capoluogo pugliese, nel quale lei si recava, ospite di amiche, nei giorni di riposo. Donne che i carabinieri ritengono siano clandestine e delle quali si ha traccia nel racconto fatto ai carabinieri dal proprietario dell'appartamento dove lavorava. Non è stato per ora possibile rintracciarle. Ylenia pare fosse separata e madre di un figlio ormai grande. Tra i suoi effetti personali i carabinieri non hanno trovato alcun riferimento che possa condurre ai familiari: solo alcuni medicinali con caratteri cirillici, giornali in lingua russa e un portafoglio contenente 30 euro. Il suo attuale datore di lavoro ha riferito ai carabinieri che prima di giungere a Torre a Mare la donna aveva vissuto per un periodo a Mola di Bari. Il corpo della donna è stato trasferito all'ospedale di Acquaviva delle Fonti (Bari) per l'autopsia disposta dal sostituto procuratore di turno Ada Congedo.

7 giugno 2009

Brescia: Pat e Obaze promessi sposi. Vicesindaco nega il matrimonio.

«Questa è una storia di cattiveria gratuita, di accanimento contro i deboli e di razzismo istituzionale. E faccio notare che queste definizioni sono molto ponderate»: così Umberto Gobbi dell'Associazione Diritti per Tutti nell'introdurre la triste vicenda di Pat e Obaze, Nigeriani, che vorrebbero sposarsi nella ricca Brescia dove abitano ma che, per ora, non possono farlo, ostacolati dal vice sindaco nei panni di un Don Rodrigo fuori tempo.Pat, 25 anni, da oltre sette a Brescia con regolare permesso di soggiorno, contratto a tempo indeterminato, incinta di 6 mesi. Obaze, 30 anni, sofferente di una seria malattia cardiopolmonare, ha perso il permesso di soggiorno perché le lunghe degenze ospedaliere non gli hanno lasciato il tempo di seguire la pratica per ottenere l'asilo politico che aveva richiesto in quanto perseguitato religioso. I due decidono di sposarsi e Pat si reca all'anagrafe per informarsi dei documenti da produrre e se la mancanza di permesso di soggiorno per il marito costituisca un impedimento. All'anagrafe le dicono che non è un problema, che bastano passaporto e un nullaosta rilasciato dall'ambasciata che attesti lo stato civile dei futuri coniugi. Pat va a Roma, sopporta la fatica del viaggio e delle lungaggini burocratiche, ottiene tutti i documenti, torna all'anagrafe e torna a chiedere: «mio marito non ha il permesso va bene lo stesso?». Ancora una volta è rassicurata, le viene dato l'appuntamento per le pubblicazioni, il 21 maggio. Quel giorno Pat e Obaze tornano negli uffici comunali, Pat viene accompagnata in una stanza da due impiegate che le dicono di riempire un modulo. Una delle due si allontana e poco dopo torna con i vigili che prelevano Obaze, impedendo a Pat di salire sulla stessa vettura con cui viene condotto al posto di polizia e senza informarla del motivo del fermo. Al comando dei vigili la donna non può vedere il fidanzato, le dicono solo di aspettare. Arriva un'ambulanza, Pat intravvede Obaze con il sangue culla bocca, si spaventa, cerca di salire sull'ambulanza ma, ancora una volta le viene impedito. Con un taxi arriva all'ospedale, finalmente parla con Obaze, che a causa dell'emozione si è sentito male. Il malore passa, l'uomo viene portato in carcere, e solo l'indomani Pat può finalmente sapere il motivo dell'arresto: non ha ottemperato all'ordine di espulsione. Tuttavia Obaze è stato assolto proprio ieri: evidentemente il giudice ha ritenuto che sussiste un giustificato motivo per la non punibilità, «anzi i motivi sono almeno due», sottolinea Manlio Vicini, legale dell'Associazione Diritti per tutti «le critiche condizioni di salute e l'aspettativa di paternità. Queste le motivazioni che useremo per richiedere la legalizzazione di Obaze».I due Nigeriani si sposeranno sicuramente, perché la legge non impedisce il matrimonio e non richiede permesso di soggiorno, almeno finchè non entrerà in vigore il pacchetto sicurezza. «Per questo abbiamo definito la vicenda di gratuita cattiveria» spiega Umberto Gobbi che garantisce: «si sposeranno, questo è certo», aggiungendo poi: «la cosa vergognosa è che ai due è stata tesa una trappola da qualcuno dell'anagrafe, che individueremo, in sintonia con l'ideologia razzista degli amministratori cittadini»; infine Gobbi evidenzia il risvolto comico della situazione: «Pat lavora da sette anni per la ditta Ok Capelli, dell'attuale assessore Nicola Orto. Se il vicesindaco Rolfi avesse chiesto al collega prima di decretare il matrimonio non s'ha da fare…"». «La giunta comunale è solo capace di dare la caccia agli immigrati, per nascondere le sue incapacità e i suoi fallimenti», conclude l'avvocato Vicini. Pat non usa parole di biasimo, anche se ne avrebbe tutti i diritti: con un sorriso dolceamaro si limita a manifestare la sua sorpresa: «non mi sarei mai aspettata un atteggiamento del genere dall'anagrafe», confessa, «perché io vivo e lavoro qui da tanti anni, mi sono sempre trovata bene» e nonostante tutto quello che ha subito si dice «contenta del fatto che la sua bimba, che chiamerà Nicoletta, nascerà a Brescia».Questa storia di manzoniana memoria non è purtroppo la caratteristica di una singola città, tutto sommato di provincia, ma è invece emblema di un cupo clima generale che avvolge l'Italia dove imperano l'ipocrisia e il razzismo di molti governanti, locali e nazionali, i quali a parole osannano il sacro vincolo del matrimonio tra una donna e un uomo, se questi sono italiani, cristiani e possibilmente benestanti. Se invece di Renzo e Lucia i futuri coniugi si chiamano Pat e Obaze, o Rania e Muhammad, o Alina e Vladi, allora la sacralità viene meno e i signorotti di turno si battono per impedirlo. E' la politica dei sue pesi e due misure, tipica della classe dirigente che sta governando il nostro paese che «dobbiamo fermare con la mobilitazione e l'indignazione antirazzista», come esorta il comunicato dell'Associazione Diritti per Tutti.


fonte: Liberazione

Napoli: Ragazza ucraina, bravissima a scuola, ma niente maturità: è clandestina

A scuola è bravissima, ma non ha il codice fiscale. E per questo non può fare l'esame di maturità. Daria è ucraina, parla 6 lingue e, nel suo paese, ha già il suo titolo di studio. Che, però, in italia non è valido: per questo ha dovuto rifare il liceo. Ma ora, giunta all'ultimo anno, l'ennesimo ostacolo. Daria è clandestina, non ha documenti e tantomeno il codice fiscale. E senza quel tesserino di plastica non può fare l'esame di Stato. La vicenda, riportata dal quotidiano "Il Mattino", si svolge al liceo Margherita di Savoia di Napoli. E non è altro che la logica conseguenza delle nuove norme varate dal governo. Il ministero dell'Istruzione, infatti, per compilare l'anagrafe dello studente deve rilevare i dati relativi a ogni singolo candidato. Compreso il codice fiscale, che, successivamente, passerà al vaglio dell'agenzia delle entrate. Un'operazione che deve essere fatta entro dopo domani. Siccome la circolare del 22 maggio 2009 del ministro Maria Stella Gelmini vuole che senza codice fiscale non si possa sostenere l'esame, per Daria il sogno di diplomarsi rischia di infrangersi per sempre. Daria a Napoli vive insieme ai genitori: la madre fa le pulizie ad ore, il padre il saldatore. A scuola, intanto, è scattata una vera e propria gara di solidarietà per aiutarla mentre i suoi compagni pensano di inoltrare una petizione.
fonte: la Repubblica

Scontri a Pisa-Brescia, 6 arresti in "flagranza differita”

6 ultras del Pisa sono stati arrestati 2 giorni dopo la partita Pisa-Brescia che ha portato alla retrocessione la squadra toscana, dopo i 3 fermati al momento degli scontri. La rabbia degli ultras si è scatenata a fine partita a retrocessione acquisita, e ha portato al ferimento di 35 fra poliziotti e carabinieri. Dopo i fermi il Vice Questore Vicario Claudio Lecci dichiarava: "I filmati repertati ed analizzati fotogramma per fotogramma dimostrano che alcuni soggetti, nonostante i lunghi tempi dedicati dalle Forze dell'Ordine a tentare di dissuadere gli ultras, si sono deliberatamente e reiteratamente spesi con ogni possibile energia per attaccare gli Agenti, con il ricorso a pietre, bottiglie, segnali stradali divelti ed oggetti di ogni specie, ferendone ben 35 e devastando i luoghi adiacenti lo stadio".Tutti e 9 i fermati sono stati rilasciati ieri e predisposti arresti domiciliari o firme 3 giorni su 7. Nei prossimi giorni, quindi, è presumibile che arriverà una nuova raffica di denunce, stavolta a piede libero - a meno che il giudice non ne disponga la custodia cautelare in carcere - , per altri ultras nerazzurri.Le tenaglie della repressione nel mondo del tifo organizzato ha portato a costruire delle leggi apposite anche per l'arresto in flagranza inserendone la "flagranza differita” a norma del decreto legge 24 febbraio 2003, n°28, convertito in legge 24 aprile 2003, (in materia di violenza durante le manifestazioni sportive), che concede 48 ore di tempo alle Forze dell'Ordine per arrestare chi è convolto negli scontri.


fonte: Infoaut

6 giugno 2009

Roma, aggressione fascista picchiati due ragazzi

«Ieri notte, verso le due e mezza, due ragazzi uscivano dal centro sociale 'La Strada' dopo aver assistito ad un concerto rock. La coppia si dirigeva a piedi verso Via Massaia quando all'altezza del Roma Club in Via Roberto Da Nobili venivano raggiunti da due tizi vestiti di nero che li aggredivano urlandogli 'comunisti di merda, voi e i vostri centri sociali'. Dopo una serie di percosse uno degli aggrediti riceveva anche una coltellata alla coscia. Una volta conclusa la colluttazione, la coppia aggredita correva al pronto soccorso del Cto dove i medici hanno suturato con 8 punti la ferita del ragazzo e la polizia e la polizia ha interrogato i due giovani». Lo denuncia in una nota il centro sociale La Strada. «Dopo poco più di un mese dall'uccisione di Aldo Murgia in Via Costantino, dopo l'assassinio a fine marzo davanti ai locali notturni di Via del Gazometro, dopo una serie di aggressioni tutte corredate da armi da taglio che tanto sono in voga anche fra le giovani generazioni - continua la nota - questa volta l'atto criminoso colpisce due giovani del quartiere stesso colpevoli di aver partecipato a una serata di festa che come tutte le iniziative organizzate dal nostro Centro Sociale rivendica una cultura altra e libera che si possa contrapporre alla cultura aggressiva e arrogante che si respira intorno ai locali notturni della nostra zona. Alla vigilia delle elezioni, in una città governata da razzisti e fascisti, gli episodi d'intolleranza (l'ultimo a Tormarancia) si moltiplicano nei nostri quartieri; invitiamo pertanto tutti gli abitanti a mantenere un'attenzione e una vigilanza attiva».


fonte: l'Unità

5 giugno 2009

Milano: Accoltellato Mohamed Ba scrittore senegalese attivista antirazzista

"Hai problemi?», gli ha chiesto. «No, perché?», gli ha risposto il malcapitato, raggiunto subito dopo da una coltellata allo stomaco. Vittima dell’aggressione, Mohamed Ba, attore, scrittore e musicista senegalese di 46 anni, impegnato sui temi dell’antirazzismo e dell’integrazione. Protagonista di un’opera teatrale, Lotta di negro contro cani, di Bernard-Marie Koltés, in scena fino a tre giorni fa al teatro Pim di Milano. Ricoverato al Niguarda, Ba non è in pericolo di vita.L’episodio risale alle 20 di domenica. L’aggressore, ricorda Ba sotto shock, è un uomo bianco, forse italiano: «Indossava occhiali da sole e aveva un casco da moto in mano». Dopo la coltellata — piuttosto profonda, secondo i medici del Niguarda, che ieri mattina lo hanno operato — «tutti gli altri che erano con me alla fermata sono fuggiti». Chiara, la fidanzata di Mohamed, lancia un appello: «Chi ha visto parli e aiuti la polizia». Del caso si occupa ora il commissariato Sempione, al quale si sono rivolti ieri, per sollecitare indagini, i missionari del Pime, con i quali Ba collabora.Gli amici di Ba temono, sia pure con cautela, che il movente del gesto possa essere razziale. Babacar Ndaye, presidente di un’associazione di senegalesi, prova «rabbia» anche per il «menefreghismo di chi non ha prestato soccorso». Preoccupata anche Alessia Mosca, deputata del Pd e amica di Ba: «Speriamo non sia l’ennesimo segnale del clima d’intolleranza che si vive in questo Paese».
Fonte: Kata web multimedia

Genova: Vigili urbani picchiano selvaggiamente un immigrato

«Mio fratello è stato picchiato dai vigili: erano in nove, uno armato di un bastone. Ci siamo già rivolti a un avvocato e li denunceremo». A parlare, in preda alla rabbia, è Naceur Triki, tunisino da trent'anni in Italia. Si riferisce al fratello Raduane, quarantasettenne titolare di una pescheria in via del Lagaccio: arrestato ieri mattina dai vigili urbani in piazza Montano, a Sampierdarena, per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. «Raduane ha fermato il suo furgone dopo aver lasciato il figlio alla fermata dell'autobus - spiega Ciro, fruttivendolo della piazza e testimone - Mi ha detto che lo aveva visto litigare con un altro ragazzo e che un vigile li stava dividendo: secondo Raduane l'agente aveva dato uno schiaffo a suo figlio. Così gli si è avventato contro e il vigile ha chiamato i rinforzi. Sinceramente una scena così l'ho vista solo nei filmati americani. Erano in nove. Mi sono messo in mezzo per fermarli e ho chiamato i fratelli di Raduane. Perchéè pure cardiopatico e lo hanno operato da poco». Alla fine sono arrivati anche i carabinieri e il quarantasettenne è stato accompagnato al Villa Scassi: dove è stato trattenuto in osservazione per 12 ore. Per lui, 7 i giorni di prognosi.Tre i vigili medicati in ospedale: per loro la prognosi è stata di 4, 5 e 6 giorni. Secondo la ricostruzione della polizia municipale, che smentisce l'uso di bastoni e parla di 6 agenti intervenuti, Triki si sarebbe infuriato dopo essere stato fermato per aver "bruciato" un semaforo rosso. Per lesioni e resistenza, è stato anche denunciato il figlio diciassettenne del negoziante arrestato, segnalato al tribunale per i minori


fonte: secolo XIX

Genova G8: Il pg ha di fatto chiesto di raddoppiare le pene decise in primo grado per 24 dimostranti.

Duecentoventi anni di reclusione. È stata questa la richiesta del sostituto procuratore generale Ezio Castaldi al processo d'appello per i 25 dimostranti accusati di devastazione e saccheggio durante le manifestazioni del G8 di Genova. In primo grado i pm avevano chiesto la condanna a 225 anni. Un solo imputato fu assolto, gli altri 24 furono condannati a penne complessive per 108 anni. I giudici allora distinsero nettamente le responsabilità fra i casseur appartenenti al "blocco nero" e le "tute bianche". Pene molto severe per i primi, più blande per gli altri. Se in secondo grado fosse accolta la nuova richiesta, significherebbe che gli addebiti più pesanti (il reato di devastazione e saccheggio) sono stati estesi a tutti. E alcuni imputati rischierebbero concretamente di tornare in carcere. Alla lettura delle richieste ne era presente in aula soltanto uno, Paolo Putzolu, assistito dal legale Pietro Bogliolo. Putzolu era stato condannato a due anni e otto mesi per resistenza aggravata dalle lesioni, ma assolto dall'accusa di devastazione e saccheggio.Dopo la requisitoria hanno parlato i legali che rappresentano le "vittime". Il primo a discutere è stato Umberto Pruzzo, che assiste il carabiniere alla guida del defender da cui il suo collega Mario Placanica sparò uccidendo Carlo Giuliani. La costituzione di parte civile è nei confronti di Massimiliano Monai, noto come "l'uomo della trave", accusato di aver partecipato all'assalto. È stata quindi la volta dei legali di Carige (alcune agenzie furono devastate) e dell'Avvocatura dello Stato: il ministero degli Interni e della Difesa ritengono infatti rovinata la loro immagine dal disastro di quei giorni.


fonte il secolo XIX

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