18 marzo 2009

Roma: Squadrismo e Polizia contro gli studenti democratici: ecco il nuovo corso berlusconiano

Quanto è avvenuto oggi (18 marzo) all’Università di Roma “La Sapienza” è un fatto gravissimo. Agli studenti dell’Onda riuniti in centinaia presso il piazzale della Minerva dentro la Città Universitaria è stato impedito con la forza di raggiungere in un corteo spontaneo e pacifico i lavoratori della conoscenza riuniti a Piazza SS Apostoli in occasione dello sciopero sacrosanto indetto dalla FLC-CGIL. Gli studenti sono stati caricati con violenza e a più riprese costringendoli all’interno della città universitaria trasformata per l’occasione in una sorta di carcere a cielo aperto. Questo fatto gravissimo non può essere scisso dalle recenti aggressioni squadriste portate avanti da gruppi neofascisti legati all’organizzazione giovanile di Alleanza Nazionale e al Blocco Studentesco presso l’Università di Tor Vergata e a Roma 3. Inutile negare che a legare questi eventi sia un unico filo nero. Rifondazione Comunista denuncia con forza la ormai evidente continuità culturale che si realizza nella chiusura manu militari degli spazi di espressione democratica all’interno delle Università Italiane. Da un lato, la criminalizzazione e la repressione violenta del dissenso pacifico; dall’altro, le aggressioni squadriste agli studenti dei collettivi da parte di gruppi organizzati protetti dalla destra istituzionale. Rifondazione Comunista sostiene la lotta democratica degli studenti in Onda e lancia una campagna nazionale per rivendicare la specificità antifascista della scuola e dell’Università della Costituzione contro ogni tentativo governativo di reprimere il libero dissenso democratico degli studenti e dei lavoratori.
Fabio de Nardis responsabile Nazionale Università e Ricerca PRC-SE

Roma: Cariche della polizia all'Università

Momenti di tensione all'Università di Roma La Sapienza quando gli studenti che avevano dato vita al corteo interno hanno tentato di uscire fuori dalla città universitaria cercando di forzare il cordone di poliziotti e carabinieri. Le forze dell'ordine li hanno caricati respingendoli all'interno dell'Ateneo, i ragazzi hanno risposto lanciando alcune scarpe ("Ce le eravamo portate per lanciarle davanti al ministero dell'Economia come hanno fatto in Francia"). Più tardi, circa 200 studenti hanno cercato di violare il blocco attraverso le uscite che danno su viale Regina Elena: alcuni ragazzi hanno lanciato sassi contro le forze dell'ordine, ma sono stati subito bloccati. In via De Lollis gli agenti della Guardia di finanza hanno effettuato una nuova carica di alleggerimento. I contusi fra gli studenti sarebbero decine. Difficile fare un bilancio, come spiegano i ragazzi, "perché se ne trovano ad ogni angolo della città universitaria". Ferrero: "Cariche inaccettabili". Protesta il segratario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. Che in una nota definisce le cariche "inaccettabili e ingiuste", "primo frutto avvelenato del protocollo sui cortei voluto dal sindaco di Roma", e conclude: "Non è in questo modo illiberale e repressivo che si può gestire l'ordine pubblico nella capitale d'Italia".

Roma: spranghe e ciarpame nazista L'armadietto degli orrori dei giovani di An

Spranghe, catene, gambe sfilate da una scrivania, adesivi di un "centro sociale" vicino ad An (il Foro 753), manifesti inneggianti a guerra, duce, fuhrer e all'odio razziale contro i bambini rom, gagliardetti della decima mas, inni ad Haider e tanti poster del partito di Alemanno e Fini e delle sue sigle giovanili. L'armadietto nell'auletta gestita dagli studenti di destra era una sorta di magazzino degli orrori. Scienze politiche nel terzo ateneo romano è, da tempo, uno dei luoghi da cui partono o in cui si consumano alcune delle centinaia di aggressioni a sfondo razzista, omofobo o squadrista di cui Roma, la Lombardia e il Veneto sono epicentro. Un luogo in cui si consuma pure la connivenza tra destra estrema e destra di governo, quella che un noto quotidiano della Capitale ha scoperto solo ieri grazie a certe foto uscite su un libro recentissimo ("Bande nere" di Paolo Berizzi edito da Bompiani). Qui, quando Alemanno era ministro furono massacrati gli studenti antifascisti che non ritenevano opportuna una calata in massa nell'ateneo. E lunedì l'ultimo, per ora, episodio di violenza. «Erano le 10 e trenta quando un gruppo di 5-6 esponenti di Azione universitaria ha fatto irruzione nell'aula dei compagni - racconta a Liberazione , Luciano, uno dei testimoni diretti - dicendo che ci avrebbero ammazzato tutti se avessimo provato a rovinare la presentazione del loro libro». Si tratta di un volume dedicato alla vicenda di Gabriele Sandri, l'ultrà ucciso da un poliziotto in una piazzola autostradale. Un'ora dopo l'aggressione a colpi di caschi e cinghie a un altro gruppo di studenti di sinistra. La presentazione del libro, naturalmente, è saltata a data da destinarsi. E ieri mattina in una delle aule principali, quasi 300 studenti hanno preso parte alla conferenza stampa - con invitati di Prc, Sinistra critica, Anpi e Pdci, con le madri per Roma Città aperta - per denunciare l'ennesima aggressione. I picchiatori sarebbero stati riconosciuti, nomi e cognomi noti alla polizia ma anche all'ateneo visto che sarebbero tra gli eletti nelle liste del partito di Alemanno e Fini. La mamma di Renato Biagetti, ucciso all'uscita da una festa in spiaggia, ha ricordato l'orrore di quella mattina di tre anni fa. Da allora non smette di denunciare la violenza originata dalle sottoculture fascistoidi.«Bisogna rifiutare di scambiare un'aggressione, dieci contro uno, con una scazzottata tra ragazzi. E anche l'evocazione di opposti estremismi: ci sono solo aggressori e aggrediti. E i fascisti sono fuorilegge, la legge Scelba vale ancora, cerchiamo di intervenire prima che sia troppo tardi», ha spiegato Bianca Bracci Torsi, responsabile del dipartimento antifascismo del Prc. Prima della conferenza stampa la macabra scoperta nell'armadietto di Azione universitaria. Il preside, Francesco Guida, ha preso parte alla conferenza stampa: giura che se saranno accertate le responsabilità degli squadristi saranno espulsi e l'ateneo sarebbe pronto a costituirsi parte civile. Però la facoltà sapeva da tempo, e mai ha mosso un dito, delle attività eclatanti dei piccoli di An per guarnire di celtiche gli arredi e disturbare le iniziative degli antifascisti come quando hanno lanciato monetine ai relatori di un convegno sull'emarginazione dei rom. Alemanno è preoccupato, così dice, e spera che la magistratura faccia piena luce. I suoi si fanno agnelli e fanno sapere di essere convinti che quanto accaduto ieri sia parte della strategia politica dell'estrema sinistra. Ma un'ottantina di «gorilla», estranei perlopiù alle facoltà, e casco muniti e con mazze sono stati avvistati ieri a Tor Vergata. Apparterrebbero ad altri ceppi dell'estremismo di destra - Casapound e Blocco Studentesco stufi della «discriminazione antifascista» che non gli consentirebbe provocazioni - e hanno agito per ronde militarizzando la facoltà di Lettere e rivendicando le sprangate di Piazza Navona. La denuncia viene dai collettivi antifascisti e il rettore avrebbe di nuovo evitato di verificare di persona su chi si aggira nei suoi possedimenti.



Checchino Antonini

Genova G8: l'avvocato dello Stato chiede l'assoluzione per tutti

Vanno assolti tutti, generali e soldati semplici, picchiatori e calunniatori, chi ha abusato dei manganelli e chi ha fabbricato prove e verbali falsi. Per il ministro dell'Interno, rappresentato dall'avvocato dello Stato Domenico Salvemini, nessuno sbagliò quella notte del luglio 2001, al termine del G8 di Genova, quando la polizia in assetto anti sommossa fece irruzione nel quartiere generale del Genoa Social Forum, arrestando ingiustamente 93 noglobal molti dei quali feriti in modo gravissimo. Nessuno degli imputati sbagliò e nessuno dovrà pagare i danni alle vittime delle violenze.È la sostanza delle motivazioni con le quali lo Stato ha deciso di fare appello contro la sentenza sul caso Diaz, pronunciata dal giudice Gabrio Barone il 13 novembre 2008 e accolta dalle grida "vergogna! vergogna!" delle parti civili.Il processo simbolo del G8 si concluse con 16 assoluzioni "eccellenti", tra cui quelle di tutti i vertici della polizia scesi sul campo davanti alla scuola Diaz-Pascoli; e 13 condanne "minori" (35 anni e 7 mesi di reclusione complessivi) a Vincenzo Canterini, il più alto in grado tra i funzionari ritenuti responsabili, e ai suoi uomini del reparto mobile di Roma, e ai due poliziotti protagonisti della storia delle bottiglie molotov. Per le false prove, raccolte in un luogo lontano chilometri dalla sede del Gsf e portate alla Diaz a supporto dell'arresto dei presunti black bloc, furono condannati Pietro Troiani e Michele Burgio, rispettivamente a 3 anni e 2 anni e sei mesi. Anche per loro l'avvocato dello Stato - che per primo rispetto a tutte le parti coinvolte ha depositato ieri il suo ricorso - ha chiesto l'assoluzione. Le motivazioni: «I due imputati non erano consapevoli dell'utilizzo calunnioso delle due bottiglie nei confronti di persone innocenti». Riguardo ai pestaggi la linea difensiva del ministero dell'Interno è chiarissima: «Non vi è corrispondenza tra le accuse e la decisione del giudice... Il giudice stravolge il capo di imputazione... Agli imputati non possono essere addossate responsabilità sulle singole aggressioni solo perché non le hanno evitate». La responsabilitàè personale e, a detta dell'avvocato dello Stato, «non è stata provata». Sulla calunnia contestata a Canterini: «Il giudice ha ritenuto veritiero l'episodio dell'accoltellamento a Nucera e Panzieri (l'episodio controverso avvenuto durante l'irruzione nella scuola) quindi - scrive l'avvocato dello Stato - non si capisce come possa essere falsa e calunniosa una relazione incentrata proprio su quell'aggressione, che va considerata come un tentato omicidio e una resistenza a pubblico ufficiale».


fonte: il secolo XIX

17 marzo 2009

I Ministri neonazisti

C'è il ministro della difesa La Russa che posa con un "camerata" di una famiglia mafiosa siciliana, i Crisafulli, narcotraffico e spaccio di droga a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano. C'è il suo collega di partito e di governo, il ministro per le politiche europee Ronchi, con uno dei fondatori del circolo nazifascista Cuore nero: quelli del brindisi all'Olocausto. Lui si chiama Roberto Jonghi Lavarini (nella foto) e presiede il comitato Destra per Milano (confluito nel Partito della libertà). Sostiene le "destre germaniche", il partito boero sudafricano pro-apartheid - il simbolo è una svastica a tre braccia sormontata da un'aquila - e rivendica con orgoglio l'appartenenza alla fondazione Augusto Pinochet. In un'altra foto compare a fianco del sindaco di Milano, Letizia Moratti. Poi ci sono gli stretti rapporti del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, con l'ultra-destra violenta e xenofoba del Veneto Fronte Skinhead. Ruoli istituzionali, incarichi, poltrone distribuiti ai leader delle teste rasate venete, già arrestati per aggressioni e istigazione all'odio razziale. Fascisti del terzo millennio Almeno 150 mila giovani italiani sotto i 30 anni vivono nel culto del fascismo o del neofascismo. E non tutti, ma molti, nel mito di Hitler. Un'area geografica che attraversa tutta la penisola: dal Trentino Alto Adige alla Calabria, dalla Lombardia al Lazio, da Milano a Roma passando per Verona e Vicenza, culle della destra estrema o, come amano definirla i militanti, radicale. Cinque partiti ufficiali (Forza Nuova, Fiamma Tricolore, la Destra, Azione Sociale, Fronte Sociale Nazionale) - sei, se si considera anche il robusto retaggio di An ormai sciolta nel Pdl. I primi cinque raccolgono l'1,8 per cento di voti (tra i 450 e i 480 mila consensi). Ma a parte le formazioni politiche, l'onda "nera" - in fermento e in espansione - si allunga attraverso un paio di centinaia di circoli e associazioni, dilaga nelle scuole, trae linfa vitale negli stadi.
Sessantatre sigle di gruppi ultrà (su 85) sono di estrema destra: in pratica il 75 per cento delle tifoserie che, dietro il "culto" della passione calcistica, compiono aggressioni e altre azioni violente premeditate. La firma: croci celtiche, fasci littori, svastiche, bandiere del Terzo Reich, inni al Duce e a Hitler. Sono state 330 le aggressioni da parte di militanti neofascisti tra 2005 e 2008. Concentrate soprattutto in tre aree del paese: il Veneto (Verona, Vicenza, Padova), la Lombardia (Milano, Varese) e il Lazio (Roma, Viterbo). Sono i vecchi-nuovi "laboratori" dell'estremismo nero. Con Roma - anche qui - capitale. Dalle scuole ai centri sociali Dai centri sociali di destra alle occupazioni a scopo abitativo (Osa) e non conformi (Onc). Dalle aule dei licei a quelle delle università. Dai "campi d'azione" di Forza Nuova ai raid squadristi delle bande da stadio che si allenano al culto della violenza. La galassia del neofascismo si compone di più strati: e anche di distanze evidenti. L'esperimento più originale è quello di CasaPound a Roma, il primo centro sociale italiano di destra. Da lì nasce Blocco studentesco, il gruppo sceso in piazza contro la riforma della scuola. Una tartaruga come simbolo, i militanti si battono contro l'"affitto usura" e il caro vita. Il leader è Gianlcuca Iannone, anima del gruppo ZetaZeroAlfa: musica alternativa, concerti dove i militanti si divertono a prendersi a cinghiate. A Milano c'è Cuore Nero. Il circolo neofascista fondato da Roberto Jonghi Lavarini e dal capo ultrà interista Alessandro Todisco, già leader italiano degli Hammerskin, una setta violenta nata dal Ku Klux Klan che si batte in tutto il mondo per la supremazia della razza bianca. Dopo l'attentato incendiario subito l'11 aprile del 2007, i nazifascisti di Cuore nero ringraziano in un comunicato ufficiale tutti coloro che gli hanno espresso solidarietà e sostegno: tra gli altri, "in particolare", la "coraggiosa" onorevole Mariastella Gelmini, all'epoca coordinatrice lombarda di Forza Italia e attuale ministro dell'Istruzione. Saluti romani, pistole e 'ndrine La famiglia calabrese dei Di Giovine e quella siciliana dei Crisafulli, la destra in doppiopetto di An e quella estremista di Cuore nero. A Quarto Oggiaro, hinterland milanese, la ricerca del consenso politico incrocia sentieri scivolosi. A fare da cerniera tra le onorate famiglie - che gestiscono il mercato della droga -, le teste rasate e il Palazzo è sempre lui, il "Barone nero" Jonghi Lavarini. Quello fotografato con il ministro Ronchi e il sindaco Moratti. Quello che presenta a Ignazio La Russa Ciccio Crisafulli, erede del boss mafioso Biagio "Dentino" Crisafulli, in carcere dal '98 per traffico internazionale di droga. Camerata dichiarato, il rampollo Crisafulli frequenta Cuore nero così come il cugino James. A lui sarebbe stata dedicata la maglietta "Quarto Oggiaro stile di vita", prodotta dalla linea di abbigliamento da stadio "Calci&Pugni" di Alessandro Todisco. L'avvocato Adriano Bazzoni è braccio destro di La Russa. C'è anche lui in una foto con Lavarini e con Salvatore Di Giovine, detto "zio Salva", della cosca calabrese Di Giovine. Siamo sempre a Quarto Oggiaro, prima delle ultime elezioni politiche.
fonte: La Repubblica

Omicidio Aldrovandi: requisitoria vicina, Intanto è scontro fra medici

«Si vede quel che si sa»: la foto del cuore spezzato di Federico è stata di nuovo al centro del processo per la sua morte avvenuta durante un violentissimo e sempre meno misterioso controllo di polizia all'alba del 25 settembre 2005. Ieri, ventiseiesima udienza, lo scontro finale tra i medici consulenti delle parti. Un cardiologo bolognese è tornato a dire della sua ipotesi di «morte improvvisa da aritmie ipercinetiche nel corso di un excite delirium». La versione dei poliziotti, insomma, per cui la roba avrebbe sconvolto il diciottenne che tornava a casa dopo una notte con gli amici. Il debito d'ossigeno, proprio di chi avrebbe assunto sostanze, avrebbe staccato l'elettricità al cuore di Federico. «Una fotocopia di una ottantina di casi esaminati nella letteratura scientifica», ha insistito il professor Rapezzi richiamando il «contesto di eccitazione personale amplificato dalle droghe» ma anche lui ha dovuto ammettere «la contenzione delle forze dell'ordine». Ma c'è un ematoma, anzi due e uno si trova nella parte più vitale del cuore, in quella foto tenuta per anni lontano dal fascicolo processuale. Le difese dicono che sarebbe un deposito di emoglobina post-mortem. Le parti civili, per bocca dell'anatomopatologo Thiene, fanno notare che la macchia blu, quella dei globuli rossi senza più ossigeno, va in profondità e sta sopra le valvole, non sotto: «Non può che essere ematoma». E un ematoma si produce con una pressione. «Un ematoma può non essere traumatico», azzarda un medico legale ferrarese. Thiene sfodera la sua lunghissima esperienza di cinquecento consulenze per morti improvvise di giovani: quell'ematoma sarebbe frutto di ripetute pressioni. E manca la prova di una «tempesta catecoleminica», ossia della tempesta di adrenalina che potrebbe aver mandato in aritmia il cuore di un giovane forsennato contenuto a forza, secondo il quadro fornito dalle difese e dai quattro imputati, equipaggi delle due volanti che accorsero in via Ippodromo una dopo l'altra. L'unica evidenza, però, è quella di Federico che si sentiva soffocare e chiedeva aiuto a chi l'aveva ammanettato faccia a terra e dopo avergli spezzato due manganelli addosso. Rapezzi prova seguire la pista dell'excite delirium syndrome per cui Federico sarebbe potuto morire anche se nessuno gli avesse messo un dito addosso. Il cuore di Federico, ematomi a parte, sarebbe troppo «puro» per giustificare i danni di una esagerata pressione. Ma poi spiega che l'ipotesi formulata non gli deriva dalle evidenze istologiche ma da un mix dentro cui c'è anche il contesto come gli è stato raccontato. E a parlare sono solo i quattro usciti vivi da quell'alba. E i testimoni. Una delle quali ha detto di Federico che andò giù quasi all'istante, tirato per i capelli, oggetto di calci e manganellate mentre era a terra. Tutt'altro della descrizione del giovane toro ringhiante che doveva essere fermato, come dissero gli imputati l'unica volta in cui hanno parlato, l'11 aprile dello scorso anno. «Si vede quel che si sa», dice Thiene ai suoi interlocutori medici. Ma vale per tutti.Ma poi esiste questa excite delirium syndrome o è un'invenzione degli americani per giustificare centinaia di morti per contenzione nelle caserme e nelle strutture psichiatriche? E' quello che si domanda Thiene: «La più importante associazione medica statunitense - spiega al tribunale - nega che esista una causa di morte con quel nome». E nella letteratura scientifica citata dalle difese ci sono quasi solo morti per costrizione e c'è scontro anche sulla valutazione degli effetti della chetamina: la difesa ne enfatizza il ruolo ma l'autopsia ne ha rilevato solo lievi tracce e i consulenti della parte civile hanno negato che possa aver dato luogo a comportamenti aggressivi, tantomeno che possa portare all'arresto cardiaco spontaneo. Della necessità di educare i poliziotti a trattare con un disturbo non criminale parla anche l'editoriale di una prestigiosa rivista Usa, Perspectives of psichiatric care del luglio-settembre 2003. Alla necessità di tecniche operative adeguate «a non rendere difficoltosa la respirazione di un soggetto in posizione prona, di non applicargli un eccessivo carico sul dorso magari quando egli è già in debito d'ossigeno» fa riferimento anche una nota riservata di un'istruttore di polizia al suo superiore affermando l'esistenza dell'asfissia posturale di cui i consulenti delle difese sembrano negare l'esistenza ma di cui il Viminale si preoccupa di avvisare i propri allievi. Carte che arrivano dal processo Rasman di Trieste, un caso con molte somiglianze con quello di Aldro. E' su questo che si giocherà l'ultima battaglia prima della requisitoria del pm. Ieri, il giudice non l'ha ammessa ma ha disposto la citazione dei redattori della nota.

16 marzo 2009

Roma: Aggressione squadrista all'università Roma Tre

Una vera e propria azione squadrista è quella che questa mattina hanno subito gli studenti del collettivi universitari di Roma Tre, due dei quali hanno dovuto ricorrere alle cure presso il Cto della capitale.Secondo la ricostruzione un gruppo di 15 giovani di Azione Universitaria, legata ai gruppi dell'estrema destra romana, avrebbero fatto irruzione nell'aula autogestita dai collettivi per preannunciare la loro iniziativa di domani su Gabriele Sandri, il tifoso ucciso l'11 novembre scorso da un proiettile alla stazione di Badia al Pino. Sarebbe sorta una discussione durante la quale sono volate minacce e offese.Successivamente verso le 10,30 alcuni studenti dei collettivi di scienze politiche dell'ateneo romano sarebbero usciti all'esterno per chiedere ulteriori spiegazioni, ma ad attenderli hanno trovato 15 persone armati di casco e bastoni. La peggio l'hanno avuta due giovani dei collettivi autogestiti, trasportati in seguito al Cto, uno ferito alla testa da un colpo di spranga e l'altro con diverse contusioni al volto per i pugni ricevuti. L'episodio ha suscitato non poche polemiche da parte dei collettivi studenteschi, che continuano a denunciare la presenza di squadristi nelle strutture istituzionali e pubbliche.

14 marzo 2009

Le ronde “nere” dell’ex maresciallo

Così, nell’epoca della sicurezza “fai da te”, l’ex investigatore diventa comandante generale di un gruppo la cui missione è la “promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all’Impero Romano”.Se si scorrono storia e curriculum di Augusto Calzetta, maresciallo e poi capitano, maggiore, tenente colonnello dell’Arma dei Carabinieri, si va dalle indagini sul Mostro di Bargagli alla soluzione dell’omicidio di Roberto Trebino (Uscio, 1985), a quelle sugli attentati ai tralicci compiuti dagli anarchici negli anni Novanta, allo strano arresto di Ovidio Bompressi nel 2002, mentre l’ex terrorista del caso Calabresi stava già andando a costituirsi. Ora, arrivata l’età della pensione (anzi, della “riserva”), Calzetta ha un nuovo incarico. Nell’era delle ronde, dei cittadini organizzati che vogliono vigilare sulla sicurezza, è diventato generale. Anzi, “comandante generale della Guardia Nazionale Italiana”. Della quale, assicura un comunicato, ha assunto “il Comando operativo su tutto il territorio nazionale”La divisa della G.N.I.? “Camicia color kaki con effigie dell’aquila imperiale romana, giubbotto tre quarti in pelle nera, cinturone, cravatta e stivali neri”. E già che la Guardia Nazionale Italiana non vuol proprio farsi mancare nulla, il portavoce Maurizio Monti assicura che «abbiamo già anche un piccolo aereo, a Novara». E persino l’immancabile presenza su Facebook, con già 225 simpatizzanti tra cui spiccano sezioni di Forza Nuova, de La Destra, de La Gioventù Italiana, di Italia Nera, contornati da qualche busto mussoliniano e un numero cospicuo di fanciulle di gradevolissimo aspetto. Calzetta abita da tempo a Massa, dove prima ha aperto un’agenzia di investigazioni, poi è stato coinvolto (ed è finito anche in galera) per una brutta vicenda di vestiti e gioielli sottratti alle salme da cremare. Lui si difende: «Io non c’entravo nulla, spero che questa storia sia ormai finita, io ho solo fatto un piacere innocente a degli amici che evidentemente tanto amici non erano». A Massa il Secolo XIX l’ha raggiunto. Sul suo nuovo “incarico” non la vuole buttare in politica: «In realtà è l’idea di un gruppo di amici,sono venuti a trovarmi, mi hanno fatto questa proposta, io ho accettato». Il peso di un’organizzazione che annuncia di essere presente “su tutto il territorio nazionale”? «In realtà stiamo muovendo i primi passi, nei prossimi giorni partiremo con una conferenza stampa». Dove sarà anche presentata la divisa indossata dai volontari, che è già annunciata su Facebook. E che tra Aquile Imperiali, “ruota solare incandescente” e motto “Domine dirige nos” non sembra nemmeno voler mascherare l’ispirazione ideologica. Se in più ci si aggiunge che una delle ”missioni” è la “promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all’Impero Romano”, il quadro è completo.Di certo, l’armamentario dei “volontari” non sembra rispondere a quella iconografia tranquillizzante che ci si aspetterebbe da un pacioso gruppo di sorveglianti. Una formazione paramilitare? Macché, sostengono gli ideatori: solo una onlus. In piena adesione allo spirito della legge sulle ronde, che viene peraltro richiamata in testa allo statuto, “Concorso delle associazioni volontarie al presidio del territorio”. Disegno di legge, già approvato da un ramo del Parlamento, che sembra già dare la stura alle inquietudini: il metter cappello da parte di gruppi connotati politicamente e ideologicamente sulle ronde.«Vogliamo fare - insiste Maurizio Monti - tutto per bene, contattare gli enti locali, stringere accordi, comportarci secondo tutti i crismi». E “i mezzi stradali, navali e aerei, dotati dei sistemi di emergenza visivi e sonori” di cui si parla su internet? «In realtà serve tutto a garantire la sicurezza dei cittadini. L’aereo, ad esempio, potrà essere utile per l’avvistamento di incendi boschivi in zone difficili da raggiungere a piedi o in macchina». E Calzetta? Insiste: «Ho solo accettato la proposta di amici». Nel 2005 il suo nome finì anche nell’indagine sulla “polizia parallela” di Gaetano Saya, organizzazione neofascista dalle velleità paramilitari poi smantellata dalla procura di Genova. Ma Calzetta ne uscì pulito: «Volevano cooptarmi, darmi il comando di una delle divisioni del loro Dipartimento studi strategici antiterrorismo. Ma io quella volta rifiutai».




Fonte: SecoloXIX

Testimonianze: Perchè mi hanno denunciato per un reato che non è reato.

Oggi ho ricevuto una notizia. La Questura di Bologna mi ha denunciato per violazione della direttiva sull’ordine pubblico che vieta le manifestazioni politiche il sabato e la domenica, oltre a vietarle sempre in luoghi definiti sensibili. La direttiva, emanata dal Ministro Maroni, i cui meriti intellettuali sono troppo noti perché io debba soffermarmi a lodarli, è stata prontamente ratificata e resa esecutiva dal Prefetto e dal Sindaco di Bologna, noto nel mondo per la sua liberalità.Insieme a me ha denunciato Valerio Monteventi, candidato sindaco per la lista Bologna città libera, Serafino D’Onofrio, consigliere comunale del gruppo Il Cantiere, Roberto Panzacchi, consigliere comunale del gruppo Verde, e Tiziano Loreti, fino a poche settimane fa segretario cittadino di Rifondazione comunista e ora candidato alla provincia per la lista Terre Libere.Cosa abbiamo fatto io e i miei quattro amici per essere denunciati col rischio di non so quanti mesi di detenzione e non so quanti euro di multa?Abbiamo violato una direttiva che a sua volta viola patentemente l’articolo 17 della Costituzione, secondo cui ogni cittadina e cittadino ha il diritto di manifestare pubblicamente il suo pensiero in qualsiasi luogo del territorio nazionale. Senza portare armi, aggiunge l’articolo 17. E noi non portavamo armi. Ma violavamo una direttiva che palesemente viola la Costituzione.Perché il Ministro Maroni ha deciso di compiere una scelta tanto grave come la violazione palese di un articolo della Costituzione Repubblicana?E soprattutto, che rapporto c’è tra la direttiva Maroni e quello che sta succedendo nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici di tutto il paese? Che rapporto c’è tra una direttiva chiaramente liberticida e la violenza di una recessione di cui i lavoratori non sono certamente responsabili, visto che da vent’anni sono costretti ad accettare continui aumenti della produttività, continue riduzioni del potere d’acquisto del loro salario, aumento sistematico dello sfruttamento, incidenti mortali quotidiani sul lavoro?Ieri ho partecipato a un’assemblea operaia che si teneva a Modena nella sede della CGIL. La sala era piena di lavoratori delle fabbriche Maserati, Ferrari, Terim, FIAT, Iris e altre. Modena era una città tranquilla e abbastanza ricca fino a pochi mesi fa. Da gennaio in poi il panorama è completamente mutato: migliaia di licenziamenti, cassa integrazione per mesi e mesi. Famiglie che non riescono a pagare il mutuo della casa. Orizzonte nero. Ha parlato il segretario della CGIL modenese, Pivonti, ha parlato Cremaschi, segretario della FIOM, e infine ho parlato io cercando di descrivere le linee di sviluppo della recessione e la necessità di un cambiamento profondo della cultura sociale di fronte alla decrescita ormai in atto – irreversibilmente – nel sistema economico mondiale.Dopo di noi ha preso la parola un operaio della Terim. Ha descritto in modo chiaro e drammatico la situazione che si vive nelle fabbriche, il dramma dei precari che perdono ogni possibilità di reddito, il dramma delle famiglie che fra poco non avranno più i soldi per comprare il necessario. Cosa dobbiamo fare? Ha chiesto il lavoratore.Anche a Bologna i cassintegrati sono diciassettemila. Cosa debbono fare?Coloro che da venti anni promettono che le misure liberiste porteranno benessere a tutti, coloro che hanno aumentato enormemente i loro profitti, coloro che ci hanno spinto a indebitarci illimitatamente per rincorrere modelli pubblicitari – costoro sono i responsabili di questa catastrofe. E ora cosa sanno fare? Sanno soltanto agitare le manette davanti ai nostri occhi. Sanno minacciarci e prometterci galera.Questo sanno fare coloro che hanno preparato la peggiore catastrofe che la nostra generazione abbia visto mai. Si preparano a colpire duro contro coloro che oggi alzano la testa e che domani scenderanno in strada a migliiaia a centinaia di migliaia.Preparano forse la guerra contro i lavoratori coloro che oggi ci vietano di manifestare?Minacciano leggi speciali contro gli sfruttati?Domani, sabato, io intendo manifestare contro la denuncia che mi ha colpito, e intendo parlare pubblicamente per spiegare ai cittadini che vorranno ascoltarmi che la minaccia è rivolta non contro di me, ma contro di loro, contro tutti i lavoratori, i precari, gli studenti.


Franco Berardi Bifo

Testimonianze: un grave episodio al Carcere Regina Coeli di Roma

Il 13 marzo 2009, sono stato testimone di un fatto gravissimo: la direzione del Carcere di Regina Coeli di Roma non mi ha permesso di visitare i due detenuti rumeni accusati e involontari protagonisti dello stupro al Parco della Caffarella. Chi ha autorizzato i funzionari del carcere a una così evidente violazione della legge? L'articolo 67 della legge 354/75 che regolamenta il regime carcerario consente a ogni rappresentante eletto di visitare i detenuti senza alcun preavviso; per questo motivo in mattinata insieme ad alcuni esponenti dell'associazione in difesa dei diritti umani “Everyone”, mi sono recato al Regina Coeli per visitare in veste di europarlamentare Karlo Racz e Alexandru Istoika.Nonostante la regolare esibizione di tutti i documenti, la direzione ha addotto per quasi due ore tutta una serie di pretesti formali e burocratici (avrebbe per esempio permesso il mio accesso, ma non quello del nostro interprete rumeno) che mi hanno proibito di esercitare le mie prerogative.Si tratta di una grave violazione delle regole democratiche, che fa parte di un'operazione politica organizzata: pur di sbattere un mostro in prima pagina, si mette alla gogna il primo malcapitato, sull'onda emotiva di un'opinione pubblica sempre più spaventata dai media.Il caso dei due rumeni peraltro dimostra che tali comportamenti isterici sono dannosi per lo svolgimento delle indagini, distorcendone il regolare funzionamento e impedendo l'individuazione dei reali colpevoli. In qualità di deputato europeo mi riservo di intraprendere tutte le azioni legali necessarie per accertare le responsabilità dell'episodio e di presentare una formale interrogazione in sede europea.


Giulietto Chiesa - Europarlamentare

Roma: una via per Almirante e stavolta l'idea è del Pd

È sempre stata la destra a cercare di tenerli insieme. Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante: ogni volta che Alleanza nazionale ha tentato di intitolare una strada di Roma al primo segretario e fondatore del Movimento sociale ha sempre puntato sull'equiparazione con il popolare leader del Pci. L'ultima sortita è stata quella del sindaco Alemanno, che un mese dopo essersi insediato in Campidoglio ha ripensato ad Almirante. Ma anche a Berlinguer. A bloccarlo più che la minoranza in consiglio comunale in quella occasione è stata la comunità ebraica romana. Ma adesso c'è una novità: a voler dedicare una strada ad Almirante è un consigliere del Pd. Il vicepresidente del consiglio comunale Mirko Coretti. Che nella proposta ha aggiunto Bettino Craxi e Amintore Fanfani, oltre naturalmente a Berlinguer.I due, il fascista ex repubblichino di Salò autore di un ordine di fucilazione per i partigiani, collaboratore della Difesa della Razza, e il comunista che guidò il Pci per dodici anni, non si stimavano affatto. Eppure la destra in queste occasioni ricorda sempre il gesto di Almirante che andò a rendere omaggio al feretro di Berlinguer a Botteghe Oscure. Storie che fino a ieri erano tornate di attualità per l'iniziativa della destra romana, molto legata ad Almirante, che fece da tutore a una generazione di giovanotti, alcuni dei quali finiti nell'eversione nera, ed è stato il maestro politico di Gianfranco Fini. Adesso però è il partito democratico a sentire l'esigenza della «riflessione storica». Anche se il capogruppo in consiglio comunale del Pd, Marroni, e un altro consigliere, Valeriani, hanno bocciato l'iniziativa di Coretti, che peraltro era annunciata da mesi. Marroni ha invitato Coretti - che è un ex di Forza Italia, transitato nel gruppo misto prima di arrivare al Pd - a ritirare la sua mozione. Valeriani ha spiegato che «Roma, medaglia d'oro per la Resistenza, non può intitolare una strada a chi sostenne le leggi antiebraiche e firmò con il suo nome la fucilazione di partigiani». Ma Coretti, che ha facilmente ottenuto la firma alla mozione del consigliere della lista civica pro Alemanno Gilberto Casciani, non è affatto convinto di voler fare un passo indietro.«La mozione è calendarizzata per giovedì prossimo e a questo punto non devo decidere io se dev'essere discussa oppure no». Ieri intanto è stata sospesa. E Coretti resta convinto delle sue ragioni: «Dobbiamo essere liberi di confrontarci in modo democratico sulle questioni storiche, in consiglio non possiamo starci solo per votare sulle fontanelle. Dopo tanti anni una discussione su Almirante e su tutti quelli che hanno dedicato la loro vita alle istituzioni si può fare tranquillamente. Il mio capogruppo mi ha consigliato di ripensarci e fino a giovedì avrò tempo per riflettere, ma anche a lui dico che bisogna guardare al futuro e non alle divisioni del passato».


fonte: il manifesto

Napoli: Archiviata l'inchiesta sull'assalto al treno dei tifosi del Napoli

La Procura di Napoli chiede l'archiviazione dell'inchiesta sui fatti del 31 agosto scorso, quando la Stazione Centrale di Napoli divenne il teatro di un presunto assalto al treno da parte dei tifosi del Napoli Calcio diretti a Roma per la prima partita di Campionato.La stampa parlò di devastazione e di violenze ai danni dei passeggeri del treno cacciati dai vagoni, mentre Trenitalia quantificava i danni in 500 mila Euro. Una tesi smentita da un'inchiesta di Rai News 24 dal significativo titolo di "La bufala campana", che sulla base di riscontri e testimonianze forniva una diversa ricostruzione dell'accaduto.Quella giornata costò ai tifosi napoletani l'accusa di "criminalità organizzata" da parte del Ministro dell'Interno Maroni, che vietò le trasferte per l'intero Campionato di Calcio a tutti i tifosi napoletani, indistintamente: bastava e basta essere residenti a Napoli per essere esclusi dalle trasferte. Divieto ancora in corso. Oggi il magistrato inquirente Antonello Ardituro ha posto il sigillo su quell'anticipazione di Rainews, chiedendo l'archiviazione per mancanza di presupposti, derubricando la "devastazione" a semplici danneggiamenti, quantificati in non più di 150 mila euro.Addirittura la polizia giudiziaria che ha potuto ispezionare 4 dei 15 vagoni del treno Napoli-Torino ha valutato i danni in appena 4.500 euro.Il Magistrato rileva "responsabilità organizzative" riconducibili a Trenitalia che ha rifiutato l'allestimento di un treno speciale, limitandosi ad indicare i normali treni in viaggio tra Napoli e Roma: "una condotta superficiale e deresponsabilizzante", scrive il PM Ardituro che parla anche di "miopia" da parte dell'Osservatorio sul calcio che ha autorizzato la trasferta, peraltro di una tifoseria tradizionalmente rivale di quella romana. Qui di seguito, oltre a riproporvi l'inchiesta filmata, ecco il documento che Enzo Cappucci ha ottenuto per Rai News 24 e che vale più di ogni altra spiegazione.




fonte: Rai News

13 marzo 2009

Bologna: Primi effetti della direttiva Maroni antimanifestazioni. Denunciati 5 compagni

Valerio Monteventi, Franco Berardi Bifo, Serafino D’Onofrio, Tiziano Loreti e Roberti Panzacchi sono stati denunciati questa mattina dalla Questura di Bologna, per la manifestazione di protesta che Bologna Città Libera ha tenuto sabato 7 marzo in Piazza Maggiore.

In vista della giornata di mobilitazione contro le limitazioni al diritto di manifestare che si terrà a Bologna sabato 21 marzo (un’iniziativa promossa da un cartello di sigle che va dai sindacati di base ai centri sociali), questa mattina, come una sorta di antipasto, la Questura ha annunciato che saranno denunciati cinque attivisti di Bologna Città Libera per il sit-in non autorizzato di sabato scorso. La protesta era stata organizzata in Piazza Maggiore contro il provvedimento del prefetto che vieta di manifestare nei fine settimana nel centro di Bologna dalla lista che sostiene la candidatura a sindaco dell'attuale consigliere comunale Valerio Monteventi. I cinque denunciati sono lo stesso Monteventi, Franco Bifo Berardi, l'ex segretario del Prc Tiziano Loreti, e due consiglieri Serafino D'Onofrio e Roberto Panzacchi. La Digos contesta loro il reato di manifestazione non autorizzata: hanno violato l'articolo 18 del Testo unico di pubblica sicurezza che prevede l'obbligo di presentare in Questura un preavviso per le manifestazioni di piazza. Inoltre, la Digos ha segnalato in Procura la probabile inosservanza del provvedimento del Prefetto: starà ai magistrati stabilire se i cinque di BCL, oltre che per aver manifestato senza preavviso, sono responsabili anche del reato previsto dall'articolo 650 del Codice penale, che punisce l'inosservanza a un provvedimento dell'autorità in materia di pubblica sicurezza o igiene. In questo caso, è stato violato il divieto stabilito dal Prefetto Tranfaglia in applicazione della direttiva del Ministro dell'Interno Roberto Maroni. Per l'art. 18 del Tulps (manifestazione non autorizzata) Monteventi, Bifo, D’Onofrio, Loreti e Panzacchi rischiano una pena fino a sei mesi e l'ammenda fino a 413 euro. Per l'art. 650 la pena prevista è fino a tre mesi e l'ammenda fino a 200 euro.
fonte: zeroincondotta

Testimonianze: La polizia scheda cittadini appartenenti a una minoranzaetnica (come nel fascismo)

Caro "Osservatorio", oltre duecento cittadini e cittadine veronesi (e molto altri se ne stanno aggiungendo) hanno firmato una lettera aperta, rivolta alle autorità civili e religiose, e a tutta la stampa locale, preoccupati per quanto accaduto all'alba di giovedì 5 marzo quando agenti di Polizia hanno "schedato" gli abitanti presso le piazzole di sosta (non è un campo nomadi!) di Strada La Rizza, solo perché appartenenti alla minoranza etnico-linguistica Rom. Si tratta di un brutto episodio di discriminazione razziale.«Cosa accadrebbe se domani in un qualsiasi condominio di Borgo Roma, Borgo Trento o Borgo Venezia arrivassero funzionari di Polizia in divisa, svegliando all'alba tutti i membri delle nostre famiglie, per fotografarci di fronte e di profilo, con un cartello identificativo in mano, dicendoci che si tratta di un'operazione di controllo? Come reagiremmo? Certamente lo riterremmo intollerabile e gravemente lesivo della nostra dignità.Noi sottoscritti, cittadine e cittadini veronesi, abbiamo saputo che, all'alba del 5 marzo 2009, agenti di Polizia della Questura di Verona hanno videofilmato e fotografato, di fronte e di profilo, le persone residenti o domiciliate presso le piazzole di sosta di Strada La Rizza, Forte Azzano, famiglie residenti in Verona da decenni; si tratta di nostri concittadini italiani che si riconoscono come appartenenti alla minoranza etnico-linguistica Rom.Apprendiamo da un quotidiano locale che questi concittadini sarebbero stati fotografati da personale di Polizia con un cartello in mano indicante cognome, nome e data di nascita e numero progressivo, nonostante il possesso da parte loro delle carte di identità e la loro regolare iscrizione ai registri anagrafici; sarebbero stati sottoposti a tale procedura anche alcuni minorenni. In qualità di semplici cittadini e cittadine, riteniamo che il possesso di carta di identità e la regolare iscrizione nei registri anagrafici locali, dovrebbero preservarci, a prescindere dalla nostra appartenenza linguistica, religiosa, etnica o dalle provenienze culturali o geografiche di ciascuno di noi, dal subire metodi di identificazione che, al di fuori dei casi tassativamente previsti dal nostro ordinamento, riteniamo lesivi della dignità personale.Se, poi, come risulta da talune agenzie Ansa, tale procedura fosse stata effettivamente programmata unicamente con riferimento a persone residenti nei "campi nomadi" veneti, la nostra preoccupazione non potrebbe che aumentare: riservare un trattamento deteriore ad un'intera categoria di persone a causa della loro appartenenza ad una minoranza etnica costituisce certamente offesa intollerabile ai più basilari principi giuridici su cui si fonda la nostra comunità. Dove non c'è democrazia e dove non c'è pace per i Sinti, i Rom, gli "zingari", non ci sarà pace e democrazia neppure per tutti gli altri, perché tutti siamo parte di questa città: ci attiviamo dunque per noi stessi, per la nostra comunità civile, per i nostri figli, perché la città e la società in cui con responsabilità ed onesta consapevolezza vogliamo vivere nasca dal rispetto del diritto e della vita di ognuno.Non vogliamo limitarci ad una mera testimonianza di solidarietà, ma anche attivarci perché tutti, ma proprio tutti, possano da una parte diventare titolari di diritti civili, economici, sociali, politici e culturali e dall'altra assumersi la responsabilità di doveri per una inclusione sociale che non comporti annullamento della propria specificità e non generi e alimenti conflittualità».


Primi firmatari: Mao Valpiana, Michela Semprebon, Carlo Castiglioni, Carlo Melegari, Matteo Danese, Renzo Fior; seguono più di 200 firme

12 marzo 2009

Discriminati dalla nascita

La xenofobia non risparmia nemmeno i neonati. Un comma delle disposizioni in materia di sicurezza impedirà il riconoscimento dei figli di immigrati irregolari.

E' un po' nascosto, quasi a vergognarsi, e ne avrebbe tutte le ragioni. E' il comma 1, lett. f dell' art. 45,del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza”, approvato dal Senato e attualmente all’esame della Camera (C. 2180). Una frasetta che introduce l’obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile, tra i quali sono anche gli atti di nascita. Serve a modificare l’art. 6 comma 2 del D. Lgs. 286/1998, e ad eliminare l’eccezione attualmente prevista in base a cui il cittadino straniero è esonerato dall’obbligo di presentare il documento di soggiorno per i provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile. Sembra una roba da poco ma non lo è per nulla. Se approvato, questo comma impedirà all'ufficiale dello stato civile di ricevere la dichiarazione di nascita né di riconoscimento del figlio naturale da parte di genitori stranieri privi di permesso di soggiorno. Se la norma verrà approvata, gli immigrati irregolari, se avranno un figlio, sarà invisibile, senza diritti, senza assistenza. Le conseguenze enormi. Questa norma potrebbe far sì che i bambini nati in ospedale non vengano consegnati ai genitori privi di permesso di soggiorno, essendo a quest’ultimi impedito il riconoscimento del figlio, e che in tali casi venga aperto un procedimento per la dichiarazione dello stato d’abbandono. Questi bambini, dunque, potranno essere separati dai loro genitori, in violazione del diritto fondamentale di ogni minore a crescere nella propria famiglia (ad eccezione dei casi in cui ciò sia contrario all’interesse del minore), sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dalla legislazione italiana.
I minori che non saranno registrati alla nascita resteranno privi di qualsiasi documento e totalmente sconosciuti alle istituzioni: bambini invisibili, senza identità, e dunque esposti a ogni violazione di quei diritti fondamentali che sono universalmente riconosciuti a ogni minore. Senza un documento da cui risulti il rapporto di filiazione, molti di questi bambini non potranno acquisire la cittadinanza dei genitori e diventeranno dunque apolidi di fatto. Per tutta la vita incontreranno ostacoli nel rapportarsi con qualsiasi istituzione. Proprio a causa della loro invisibilità, saranno assai più facilmente vittime di abusi, di sfruttamento e della tratta di esseri umani. Non solo, cosa decideranno di fare le donne prive di permesso di soggiorno, temendo che il figlio venga loro tolto? E' probabile che decidaranno di non partorire in ospedale. Mettendo a rischio la salute sia del bambino e della madre, con un conseguente aumento delle morti di parto e delle morti alla nascita. Nasceranno cittadini senza diritti, ma anche senza doveri, generando odio e disagio. In soldoni indirizzandoli, dalla nascita, al di fuori della legge. Per altro, questo comma appare appare incostituzionale sotto diversi profili perchè viola il dovere per la Repubblica di proteggere la maternità, l'infanzia e la gioventù (art. 31, comma 2 Cost.) e sfavorisce il diritto-dovere costituzionale dei genitori di mantenere i figli (art. 30, comma 1 Cost.). In secondo luogo viola il divieto costituzionale di privare della capacità giuridica e del nome una persona per motivi politici (art. 22 Cost.) ed è noto che la dottrina si riferisce alle privazioni per qualsiasi motivo di interesse politico dello Stato. E' inoltre in aperto contrasto con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell'adolescenza del 20 novembre 1989. E' l'ennesima norma stupida, figlia solo della demagogia, della peggiore demagogia quella della persecuzione verso altri esseri umani, considerati come nemici. I provvedimenti del governo in materia di immigrazione sono infatti costantemente punitivi in disprezzo ad ogni forma di convivenza. Una persecuzione che parte dalla culla e arriva alla tomba. I ricongiungimenti familiari con i genitori resi pressochè impossibili, medici ridotti a informatori della polizia, neonati a cui si nega il più elementare dei diritti. A questo si aggiungano i continui attacchi alla vita quotidiana degli immigrati regolari. Un anno e mezzo per un permesso di soggiorno che costa caro e che si intende far pagare sempre di più. E che quando ti arriva, spesso non è più valido. Poi norme vessatorie, centri di identificazione e di espulsione in cui si è privati dei diritti più elementari. Norme figlie di un accanimento irragionevole perchè non porta nessun vantaggio nemmeno ai cittadini italiani, anzi. Il mancato ricongiungimento familiare lascia l'immigrato solo, fuori da una rete che gli faciliterebbe l'integrazione e sarebbe il primo stimolo a non cadere nella criminalità. Si preferisce un immigrato inserito nella propria famiglia che pensi a sfamare genitori e figli, o un immigrato solo, senza sostegno che più facilmente potrà cadere nel disagio e quindi nella rete della criminalita? Il ricongiungimento familiare ha una funzione sociale importante, ma questo governo cerca di renderlo sempre più complicato. Si vuole impedire che i medici curino i clandestini? Bene, chi è malato e ha paura di farsi curare perchè rischia la denuncia resterà malato, non si curerà e diffondera malattie. Un'ottima prospettiva. Infine, si vuole un neonato privato dei propri diritti, gettato da subito fuori dalla società. Anche questo che vantaggi può dare? Perchè chi ha emanato queste norme non si preoccupa di queste conseguenze? Da cosa è spinto? I diritti umani, sono quelli connaturati all'esistenza stessa dell'uomo, se si priva qualcuno di quei diritti, evidentemente è perchè non li si considera umani. Privandoli di questi diritti, cosa diventano? Ma sopratutto, noi, cittadini italiani, cosa siamo diventati?

Roberto Morgantini

Pordenone, aggressione in piazza calci e pugni a disabile gay

Un uomo di 30 anni, omosessuale, seguito dai servizi sociali del Comune per una lieve disabilità psichica e mentale, è stato aggredito, a calci e pugni, a Pordenone, da tre persone che sono poi fuggite. La Squadra Mobile della Questura è riuscita comunque a identificarle e le ha denunciate alla magistratura per concorso in violenza privata aggravata. Si tratta di un uomo di 43 anni e di due giovani di 22 e 21 anni. L'episodio è avvenuto in una piazza centrale di Pordenone nelle settimane scorse ma è stato reso noto oggi dalla polizia, a conclusione delle indagini, durante le quali sono stati sentiti numerosi testimoni. Secondo gli accertamenti, i tre hanno agito organizzando con precisione l'aggressione. "Volevamo dare una lezione ai froci", hanno detto i tre ai poliziotti nel corso degli interrogatori. Durante il pestaggio, hanno anche ripetutamente apostrofato la vittima con frasi ingiuriose.

fonte: La Repubblica

11 marzo 2009

Roma, due albanesi denunciano "Aggrediti da 30 con bastoni e pietre"

Due fratelli albanesi di 33 e 37 anni hanno denunciato alla polizia di essere stati aggrediti da una trentina di italiani armati di mazze, bastoni, pietre. Quattro degli aggressori, secondo le vittime, erano anche armati di pistole. È successo poco prima di mezzanotte in via Paolo Ferdinando Quaglia, a Tor Bella Monaca, quartiere popolare di Roma, già teatro di episodi di razzismo: venti giorni fa, sette bottiglie molotov furono lanciate contro un negozio di "romeni che hanno infestato il quartiere" come fu scritto sui muri del quartiere. Le vittime hanno raccontato che stavano passeggiando in strada quando sono stati accerchiati da quattro ciclomotori e quattro autovetture. Dalle auto sono scesi circa 30 uomini, tutti italiani, i quali hanno chiesto ai due se fossero romeni. I due fratelli hanno avuto solo il tempo di spiegare che erano di nazionalità albanese quando sono stati colpiti con bastoni e pietre. Soccorsi dagli agenti, i due stranieri hanno però rifiutato le cure mediche e non hanno fornito nessuna indicazione utile per risalire agli aggressori.

IL GOVERNO STA SFERRANDO L'ATTACCO DECISIVO PER IMBAVAGLIARE LA RETE

L’attacco finale alla democrazia è iniziato! Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC), è stato introdotto l‘articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“. Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60.Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero. Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania. Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E’ in gioco davvero la democrazia!

10 marzo 2009

I neofascisti ora vanno di moda. Slogan razzisti e svastiche sul mensile per teenager.

«La nostalgia del Duce esiste, ha il volto di ragazzi normali e parla di valori tradizionali: Dio, Patria e famiglia». Sono alcune delle parole con cui inizia un lungo articolo che il mensile TopGirl ha dedicato alla nuova moda degli adolescenti: il neofascismo. La rivista, edita da Gruner+Jahr/Mondadori, è una delle più lette tra le teenager italiane. E ha pensato bene di dedicare sei paginate a quella che loro descrivono come una moda, una nostalgia tornata in voga.Per farlo, quelli di TopGirl hanno usato le voci di tre ragazzi. È così che il leader dei giovani milanesi di Forza Nuova finalmente ha la sua ribalta per sfogarsi: «Immagina che il giorno prima dell'esame di maturità la Digos si presenti a casa tua con un mandato di perquisizione e l'accusa di aver picchiato una persona. No, questa non è una vita tranquilla». Angelo racconta di aver imboccato la strada del neofascismo per «distaccarmi dal materialismo dilagante, cercavo qualcosa che si alzasse al di sopra della mediocrità».Basta scorrere qualche riga per capire che cosa intende Angelo quando parla di «alzarsi dalla mediocrità». Parlando dei fatti di piazza Navona, quando ci furono duri scontri in occasione delle manifestazioni studentesche, spiega che avrebbe voluto essere «al fianco dei camerati attaccati ingiustamente... ho avuto invidia per quelle immagini: invidia dello scontro. Sia chiaro però: non giustifico la violenza a scopo offensivo, ma solo difensivo».Angelo, però, non ce la fa a tranquillizzarci. Né ci lasciano indifferenti le parole di Claudia, 16 anni, che si è avvicinata a Forza Nuova «l'anno scorso, perché nella zona dove abito si è riversata una vera e propria ondata di zingari». I rom «sono riusciti a mandarli via» e lei ha trovato la sua casa: «Mi sento diversa dalla maggior parte dei miei coetanei: non mi interessa andare a ballare e detesto qualsiasi tipo di droga». Preferisce cacciare gli zingari.Anche Federico si rende conto che «i ragazzi sono più attirati dai centri sociali che non dalla nostra attività: noi promettiamo disciplina, lavoro e poi, forse, divertimento. Il nostro è un movimento fortemente gerarchizzato, non esiste iniziativa personale e si obbedisce a un capo».Intorno, un corollario di immagini, fotografie di vite devote al neo fascismo. I concerti degli Hobbit e delle Morrighan, cinture con la croce celtica, tatuaggi che raffigurano Mussolini, il fascio littorio, la svastica. Insomma, apologia del fascismo, come ben hanno evidenziato le persone che hanno apposto delle “pecette” gialle sulle pagine incriminate (GUARDA LE IMMAGINI), per ricordare che difendere il Ventennio e i suoi ideali, nel nostro Paese, è ancora reato.Per fortuna, il caso non è passato inosservato. A indignarsi sono state proprio alcune delle lettrici di TopGirl: «Ciao a tutti e a tutte – dice RagazzaAntifascista – scrivo su questo forum per protestare sonoramente contro l'articolo comparso su Topgirl dedicato ai "giovani neofascisti". Trovo che trattare l'argomento del nuovo fascismo che avanza come una cosa "in" (al pari dei pantaloncini alla moda, degli occhiali grossi eccetera) sia stata una scelta sbagliata, fuorviante, che non approfondisce i legami dei movimenti di estrema destra con la nostra storia (sempre meno conosciuta, ahimè), che incita al razzismo e spinge verso un "essere alternativi" che altro non è che mettere a proprio agio coloro che, per esempio, nelle stazioni danno fuoco ad altre persone, giustificandosi con un "mi annoiavo" davvero poco credibile. Ricordo alla redazione di Topgirl che l'apologia di fascismo è reato. E che le riflessioni sulla famiglia, sulla religione, sull'immigrazione e sulla cultura, se non si ha idea di come affrontarle, forse è meglio non farlo. Mi auguro che la redazione di Topgirl vorrà pubblicare un editoriale in cui si scusa con tutta l'Italia, per aver quasi sputato sulla sua Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza». Sono in molte anche a dire «io ho girato pagina», altre ancora a sostenere che «l'intento non era quello di elogiare il fascismo, ma solo di raccontare una realtà che esiste e che si sta diffondendo nel nostro paese». La discussione arriva pure su Facebook dove interviene anche la direttrice del mensile, Annalisa Monfreda. Risponde a un professore indignato e gli spiega: «Si tratta di un reportage sui movimenti neofascisti. Siamo andati a vedere cosa fanno, cosa pensano, cosa indossano quelli che si sono resi colpevoli degli attacchi di piazza Navona. Secondo le buone regole del giornalismo non abbiamo "giudicato", abbiamo lasciato che i pensieri espressi dai ragazzi si facessero giudicare da soli. Quanto alle immagini dei tatuaggi, nell'articolo c'è scritto che contravvengono alla legge Scelba (c'è scritto anche che i neofascisti vorrebbero abrogarla, ndr). Possiamo discutere sul fatto che i ragazzi abbiano o meno strumenti di discernimento, ma di certo l'intento del reportage non era apologetico (e se compra il numero successivo, oggi in edicola, oltre alla mia risposta alle lettere in merito all'articolo, troverà un pezzo sui ragazzi dell'Onda)».Poi, una conclusione illuminante: a chi l'avverte che dopo questo passo falso potrebbero crollare le vendite del suo giornale, la Monfreda risponde: «Si ricordi che questo e' il paese di Povia e Berlusconi. Uno ha quasi vinto Sanremo e l'altro... Inutile che glielo dica. Ovviamente non era mio obiettivo quando ho commissionato quel reportage, ma cosi è se vi pare». Parlando di neofascisti, nel paese di Povia e Berlusconi, le vendite possono solo aumentare.


fonte: l'Unità

Direttiva Maroni: Rifondazione non firma il protocollo

Il protocollo sulla disciplina delle manifestazioni che è stato firmato questa mattina in Prefettura a Roma è l’ennesimo strumento di cui il Governo si dota per mettere la mordacchia a chi protesta contro le sue politiche. Nella sostanza, il protocollo recepisce in toto le indicazioni impartite dal ministro Maroni riguardanti la necessità di limitare fortemente cortei e manifestazioni perché queste creerebbero disagi ai cittadini. Si legittima così una tesi non costituzionale, che vede contrapposto il manifestante al cittadino, con il primo che “per professione” crea disagi ed il secondo che è costretto a subirli. Rifondazione Comunista non firmerà questo protocollo perché la possibilità per i cittadini di manifestare oltre che un diritto costituzionalmente inviolabile è indice della maturità di una democrazia e qualunque tentativo di limitarla va fermamente osteggiato. Dalle limitazioni al diritto di sciopero a quello di manifestazione, la strada di limitare i diritti costituzionali è quella scelta da questo governo, una scelta contro cui ci opporremo fino in fondo, compresa la disobbedienza civile, se necessario.

G8: Fucilieri battaglione San Marco per garantire sicurezza

È arrivata alle prime luci dell'alba la nave della Marina Militare San Giorgio. L'unità, che ha ormeggiato in una boa davanti all'isola di Santo Stefano, ha trasportato nell'isola 150 fucilieri di Marina del Reggimento San Marco incaricati di garantire la sicurezza dei cantieri nella zona rossa da oggi alla conclusione del G8.
La nave San Giorgio misura oltre 133 metri, ha un dislocamento di 7.960 tonnellate e raggiunge la velocità di 20 nodi. A bordo ha due elicotteri leggeri e due medi.
fonte: ansa

9 marzo 2009

Basta Repressione !

Dopo che la scorsa settimana gli studenti antifascisti di Brescia, Bergamo, Milano, Cagliari, Pisa e Padova sono stati violentemente repressi e pestati dalla Polizia, oggi è la volta degli studenti Torinesi. Sta diventando "normale" l'uso della violenza contro studenti pacifici, che scendono in piazza senza alcuna intenzione violenta. Va bene così? Nessuno ha nulla da dire? Che si aspetta a denunciare questi comportamenti come indegni della polizia di un paese democratico?
L'impudenza è la stessa che ricordiamo di avere visto a Genova. Gli agenti si sentono intoccabili: da qui nasce la loro arroganza. E purtroppo hanno ragione: basta vedere quello che è successo con i poliziotti che portarono a compimento il massacro alla scuola Diaz o le torture alla caserma Bolzaneto. I picchiatori sono rientrati immediatamente al lavoro, senza che nessuno abbia contestato loro niente, anzi sono stati protetti e addirittura promossi.
Dispiace dirlo: ma quello che sta succedendo nelle ultime settimane non è altro quel che è stato seminato negli anni scorsi. Si è minimizzato, si sono fatte spallucce di fronte agli allarmi sugli spazi eccessivi concessi alle forze dell'ordine e alla loro involuzione militarista. Si è guardata l'indignazione perenne di chi ha seguito il dopo Genova (per le promozioni degli imputati, il silenzio generale sui processi, la "impunità preventiva" garantita a tutti i dirigenti) come agli strepiti di noiosi gruppi di reduci.
Chissà se questa ondata repressiva "anti crisi" riuscirà a fare aprire gli occhi, alzare la voce per fermare i manganelli, e a non accettare più violenze, provocazioni, soprusi e repressione. e far capire che già viviamo una condizione di democrazia sotto tutela.

Italo Di Sabato – Resp. Naz.le Osservatorio sulla Repressione Prc/SE

Torino: scontri all'università. Caricati studenti dei centri sociali

Dopo Milano , Padova e Cagliari , tocca a Torino. La polizia entra nelle strutture universitarie per difendere un ceto poltico di neofascisti in cerca di legittimazione e procacciamento di voto per garantirsi nuove poltrone nel Senato studentesco da cui gestire fondi e lobbying sui soldi pubblici. Quest'oggi i fascisti del Fuan si sono ripresentati nei locali dell'università di Torino, improvvisando un banchetto nell'atrio di Palazzo Nuovo per le imminenti elezioni universitarie.In città come all'università, negli anni, non è mai stato concesso alcuno spazio e agibilità politica all'estrema destra, quindi la presenza di questi personaggi non ha potuto che essere avverti dagli studenti e dalle studentesse dell'Onda come un'inaccetabile provocazione. Fin dalle prime ore della mattinata si è formato un presidio spontaneo antifascista, di fronte al quale si è interposta la celere.Non diversamente dal passato anche quest'oggi la questura ha militarizzato l'ateneo. Il presidio antifascista, provvisto dello striscione "fuori i fascisti dall'università", ha scandito cori e slogan, denunciato la natura fascista del Fuan, ritenendo tra l'altro inaccettabile non solo la presenza dei fascisti ma anche quella della polizia, come sempre a protezione dell'estrema destra. Di fronte alla persistenza degli studenti antifascisti, presenti in gran numero (almeno 400), che hanno lanciato uova in direzione dei fascisti e acceso fumogeni colorati, la polizia ha pesantemente caricato, selvaggiamente, dando luogo a una caccia all'uomo estesasi lungo tutto l'atrio e oltre. La celere si è accanita su ogni studente o studentessa capitato a tiro, facendo diversi feriti. Durante le cariche le forze dell'ordine hanno eseguito 5 fermi, portando gli studenti in questura e facendo tramutare 2 fermi in arresti.Dopodichè l'Onda antifascista è uscita da Palazzo Nuovo, dirigendosi in corteo spontaneo verso il rettorato dell'università, il quale è stato poi occupato. Si è tenuta una conferenza stampa nei locali occupati, durante la quale si è denunciata la violenza delle cariche della polizia e l'inaccettabilità della presenza di forze neofasciste all'università, richiedendo l'immediata liberazione degli studenti fermati ed esigendo una presa di posizione del rettore Ezio Pelizzetti. Gli studenti sono ancora in occupazione e la manterranno finchè il rettore non si presenterà. Tanti gli attestati di solidarietà dai soggetti sociali del panorama di movimento nazionale e cittadino.Quelle di oggi non sono che scene già viste: a Torino, come in altri atenei (e la tendenza sembra aumentare in progressione) esiste una irriducibilità politica antifascista che intorno a poche ma essenziali parole d'ordine difende spazi di tolleranza e vivibilità altra cui tanti pezzi di società sembrano ormai aver rinuciato.Solo poche settimane fa tre studenti di questo ateneo sono stati condannati a 1 anno di detenzione (uno di loro senza il beneficio di condizionale - dispositivo pure utilizzatogli contro retroattivamente) per le stesse ragioni che oggi hanno portato decine di studenti a frapporsi alla presenza intollerabile delle forze dell'ordine, le stesse che un mese fa militarizzarono tutta via Po per proteggere lo svolgimento separato di un'inaugurazione d'anno accademico che non s'aveva da fare.Rettore e autorità accademiche non si rassegnano, continuano con la loro governance di miseria, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, rifutandosi di assumere un'indicazione precisa che giunge dalla parte più consistente e attiva della popolazione studentesca: "Fuori i fascisti dall'università!" No alla militarizzazione degli spazi!"Gli eventi di oggi sono solo un'avvisaglia perché hanno annunciato la loro intenzione a candidarsi con una lista paravento anche i neo-nazisti locali di Casa Pound Torino sotto il nome bucolico di "Arcadia". Staremo a vedere..


fonte: InfoAut

8 marzo 2009

Bologna: Botte e insulti razzisti a eritreo

La vittima, un giovane eritreo di 24 anni, camminava verso le 4 del mattino in via Fioravanti con la moglie. I due aggressori, un italiano e un bosniaco, gli hanno chiesto una sigaretta. Al suo rifiuto l'hanno aggredito colpendolo al basso ventre. E' stato dichiarato guarbile in sette giorni. L'italiano e il bosniaco sono stati arrestati per rapina, lesioni e ingiurie aggravate da motivazioni razzisteUn uomo eritreo di 24 anni, che aveva rifiutato una sigaretta a due giovani per strada a Bologna, è stato rapinato, picchiato e insultato con ingiurie razziste dai due - un italiano e un bosniaco - poi bloccati e arrestati dalla polizia.Il fatto è avvenuto attorno alle quattro del mattino in via Fioravanti, nella prima periferia. L' eritreo, regolarmente residente in Italia, stava camminando insieme alla moglie quando è stato avvicinato da due giovani - un italiano di 22 anni con precedenti per lesioni, e un bosniaco di 23, regolare - che gli hanno chiesto una sigaretta. Il ragazzo ha risposto che non fumava. I due inizialmente si sono allontanatati, poi sono tornati indietro e hanno aggredito il giovane che, nella colluttazione, è anche stato rapinato del cellulare e colpito da un calcio al basso ventre. E' intervenuta subito una volante e gli agenti hanno fermato l'aggressione e identificato i presenti. L'eritreo si è fatto medicare al pronto soccorso di uno degli ospedali cittadini dove è stato giudicato guaribile in sette giorni, mentre i due aggressori sono stati arrestati per rapina, lesioni e ingiurie aggravate da motivazioni razziste.

Ultrà del Cagliari muore in carcere. La tesi della broncopolmonite non convince i suoi compagni.

In sessanta, tutti “Sconvolts”, hanno manifestato ieri sera nei pressi del carcere di Buoncammino dove, quindici giorni fa, è morto, per una polmonite, il capo ultras, Giancarlo Monni. Agenti della Digos e della Squadra Mobile stanno svolgendo accertamenti per identificare un folto gruppo di ultrà che hanno inscenato un sit-in davanti al carcere Buoncammino per ricordare uno deiloro leader (Giancarlo Monni, di 35 anni) morto in ospedale, dove era stato trasferito dal penitenziario. I suoi amici sono convinti che il suo decesso non sia stato causato da una broncopolmonite, comeha stabilito l'autopsia e hanno protestato ieri davanti al carcere, lanciando nel cortile interno alcune pietre e imbrattando di vernice le auto di alcuni agenti di custodia, parcheggiate all'esterno. Sul muro sono state anche scritte frasi contro la polizia penitenziaria. Sul posto sono accorse diverse Volanti e gli agenti della Polizia di Stato hanno tenuto la situazione sotto controllo fino al termine della manifestazione. Gli investigatori confidano di riuscire a identificare i partecipanti e soprattutto quelli che hanno lanciato i sassi e imbrattato auto e muro, attraverso le immagini registrate delle telecamere poste all'ingresso e sul muro di recinzione del carcere.

fonte: il messaggero

Il sogno di Maroni, tante galere nuove di zecca per i migranti


Si avvicinano diverse scadenze elettorali e il governo in carica rispolvera i suoi cavalli di battaglia. Il tema "sicurezza" legato all'immigrazione è un leit motiv, le soluzioni proposte sono sempre le stesse sperimentate in passato. Utili solo come spettro propagandistico, e a dare l'immagine di un Paese governato con il pugno di ferro, nonché a far fare affari sulla pelle dei migranti a cooperative e imprese di ogni tipo. Non spiega Maroni cosa colleghi fatti di cronaca nera tragici e diversi, con la decisione di portare a 6 mesi il tempo massimo di trattenimento nei Cie (centri di identificazione ed espulsione), un tempo Cpt. Poco o nulla. Le persone accusate di reati abbietti vengono arrestate, processate e nel caso espulse. Se sono cittadini comunitari non se ne può disporre l'allontanamento o il rimpatrio con il divieto di rientro, non possono essere rinchiusi nei Cie. Se sono colpevoli di reati gravi, tali da meritare la custodia cautelare e poi una pena da scontare, che si svolgano in carcere le identificazioni. Ma questo farebbe perdere ai Cie qualsiasi ragione sociale, connessa alla "emergenza criminalità". Portare la detenzione a sei mesi, dagli attuali due, non risolve ma aggrava le difficoltà in cui i centri stessi operano. Sono le autorità di polizia giudiziaria ad aver chiara l'idea che o una persona viene identificata entro pochi giorni oppure, dopo mesi trascorsi inutilmente ad accumulare rabbia e maltrattamenti, dovrà essere rimessa in libertà, con l'obbligo teorico di allontanarsi dal Paese ma senza che tale provvedimento possa essere eseguito. Quello a cui si va incontro con incoscienza è un crudele sovraffollamento dei Centri che il governo intende risolvere con la realizzazione di nuove strutture, nelle regioni che ne sono sprovviste. Il percorso delineato, da Maroni, prevede in tempi brevi la garanzia di altri 1600 posti disponibili. Anche ammettendo una logica sistemica, evidentemente assente, si tratta di strutture che - se l'obiettivo è l'espulsione effettiva - non lo perseguiranno. Serviranno invece ad affermare la presenza di un inutile apparato repressivo anche laddove non se ne avverte il bisogno. Costruire la mappa di quelli che potrebbero essere i nuovi siti adibiti a Cie è cosa difficile. Nel Veneto l'area individuata pare quella di Verona. Ma occorre una zona adatta, isolata e vicina all'aeroporto. Il sindaco Tosi attende il giorno con malcelata impazienza. Verrà scelto il Comune di Villafranca, più vicino all'aeroporto ma più densamente abitato o quello di Boscomantico, nel terreno in cui un tempo - esempio di sadismo simbolico- sorgeva un campo rom sgomberato? Ma nella città degli innamorati non tutti sono d'accordo con il "primo cittadino": non solo la sinistra ma anche i sindacati di polizia e il Progetto Nord Est (partito di maggioranza) dichiarano la propria contrarietà, anche se per ragioni radicalmente diverse. Fatto sta che la detenzione di 300 migranti costringerà a dirottare sul Centro buona parte degli agenti di polizia operanti nel territorio, alla faccia della sicurezza. Non a caso si guarda anche ad altri Comuni in provincia di Venezia.La Toscana resta un pallino dei governi (di diverso segno) che hanno creduto nella detenzione come deterrente alla permanenza di migranti irregolari. La Regione finora si è sempre opposta e continua a volerlo fare, dai due comuni indicati come possibili sedi - Grosseto e Campi Bisenzio (in provincia di Firenze) - giungono già segnali di netta opposizione. In Liguria la giunta regionale è corsa ai ripari inserendo nella legge regionale sull'immigrazione un articolo in cui si dichiara l'indisponibilità del proprio territorio ai Centri, per ragioni etiche e politiche. Dopo tante ricerche era stato individuato uno spazio a La Spezia, ma si dovrà attendere. La materia è di competenza nazionale e certamente il governo impugnerà le decisioni liguri. A quel punto si prospetta uno scontro. Ma il rifiuto e la diffidenza verso le "isole della sicurezza" sembrano dilagare: in Umbria era stato individuato uno spazio a Terni, immediatamente sono arrivati i no, gli stessi che sono giunti da Falconara e da Ancona nelle Marche. Segnali di fastidio arrivano anche da Vasto, in Abruzzo, ma si tratta di regioni in cui tutta questa voglia di galera non è ancora divenuta patrimonio comune e si riescono a vedere più i danni che i benefici che la presenza di un Centro potrebbe portare.Ha fatto gridare allo scandalo un po' tutti anche la proposta fatta per la Campania. Un comune sconosciuto del casertano, San Nicola Valle. Peccato che a 500 metri in linea d'aria dal sito individuato si trovi una delle più importanti attrazioni turistiche italiane, la Reggia di Caserta. Scelta difficile da digerire in una provincia che si affanna a combattere da un lato contro la criminalità organizzata e dall'altro contro le vere emergenze sociali: disoccupazione, impoverimento, servizi inadeguati. Come a dire "restate nel fango che i soldi ci sono solo per rinchiudere poveri disgraziati". E se nel centro di accoglienza di Cagliari Elmas ormai è in atto la trasformazione in Cie, nel silenzio e nell'indifferenza, con meno riserbo si continua a giocare la partita su Lampedusa. Il sogno di Maroni non è complesso da spiegare: nell'immaginario sociale la "clandestinità" giunge solo dal mare. Rinchiudere tutti coloro che arrivano a Lampedusa per rispedirli direttamente al punto di partenza, dopo mesi di inutile trattenimento, creerà malcontento fra i meno di seimila isolani che vedranno ridotta la propria terra a carcere ma tranquillizzerà milioni di padani e di continentali a cui farà comodo l'avamposto trasformato in una gabbia. Per questo vanno aiutati i lampedusani a evitare la iattura che sembra loro destinata e vanno intraprese iniziative di ogni tipo per impedire l'apertura di qualsiasi centro. Il Prc deve partecipare alla costruzione di comitati civici di opposizione, in ogni luogo minacciato di divenire sede di queste vergogne da leggi razziali. Portare le proprie istanze nelle istituzioni locali ed europee ma anche nelle piazze e nelle strade. Potendo mostrare che non è né con le ronde né con i campi concentrazionari che si potrà tornare a vivere le città e i quartieri senza paura, ma con percorsi di inclusione seri e di prospettiva. Deve farlo ora, prima che si alzi un nuovo muro, che si frapponga fra le persone altro inutile e crudele filo spinato.



Stefano Galieni

Per l'abolizione del "fine pena mai"

L'ergastolo, residuo monarchico delle pene detentive italiane, fa discutere e lottare dentro e fuori le mura delle carceri della penisola.Continua infatti lo sciopero della fame degli ergastolani iniziato il primo dicembre, a staffetta e per gruppi di regioni, e proseguono le iniziative dei solidali, all'esterno delle carceri, nell'ambito della campagna per l'abolizione del "fine pena mai".Il bollettino "Mai dire mai" del mese di febbraio, pubblicato dall'Associazione Liberarsi, e numerosi siti Internet fanno capire che la lotta è proseguita a gennaio e febbraio, trovando anche la solidarietà dentro e fuori dalle mura delle galere in Germania, Spagna, Grecia, Svizzera, Francia e Cile.In diverse città italiane si sono svolti presidi nelle vicinanze delle carceri: il 14 gennaio a Montorio ( Verona), il 18 gennaio a Biella; il 24 gennaio ad Alessandria; il 29 gennaio nel borgo S. Nicola di Lecce; il 31 gennaio in via Speziale a Taranto, al quale è seguito un concerto con tre gruppi musicali (Sfc, Sick Boy e No Thanx); il 14 febbraio vicino al carcere Dozza di Bologna; il 15 febbraio in via Burla 59 a Parma.Si sono altresì avuti diversi incontri e dibatti: ad esempio, il 17 gennaio presso il laboratorio sociale "La città di sotto" di Biella e il 27 gennaio nella sede di un circolo anarchico di Lecce, dove è stato proiettato il film Filaki - Una rivolta nelle carceri greche, aprile 2007.Alcuni consiglieri regionali hanno espresso la propria solidarietà alla lotta per l'abolizione dell'ergastolo anche nei mesi di gennaio e febbraio: a metà gennaio i consiglieri regionali del Frilui Venezia Giulia Stefano Pustetto e Roberto Antonaz hanno fatto visita al carcere di Tolmezzo, accompagnati da Christian De Vito e da Giuliano Capecchi dell'associazione Liberarsi, per incontrare i detenuti delle sezioni a 41 bis e i detenuti ergastolani della sezione A.S. (Alta Sorverglianza); il 3 febbraio inoltre il Consigliere regionale del Molise Michelangelo Bonomolo, accompagnato da Giuliano Capecchi, ha incontrato i detenuti ergastolani del carcere di Larino.I grandi organi di informazione, complici come sono della produzione dell'"emergenza criminalità" e della caccia al Girolimoni di turno, hanno continuato per lo più a disinteressarsi del fatto che da oltre 60 anni, come dimostra l'esistenza dell'ergastolo, l'articolo 27 della Costituzione repubblicana non è applicato in maniera effettiva.Solo da parte di alcuni giornali locali si è avuto il coraggio di fornire qualche indiretto riferimento alla lotta per l'abolizione dell'ergastolo.Domenica 25 gennaio, ad esempio, il quotidiano "Gazzetta del Sud" ha pubblicato un articolo, riguardante il carcere calabrese di Rossano, che terminava in questo modo: «…in vista della protesta di carattere nazionale degli ergastolani che partirà domani e che consisterà proprio nel rifiuto del vitto… tutto il cibo cotto e pronto per la consumazione, anziché essere buttato nella spazzatura, sarà consegnato gratuitamente alla mensa della Caritas».Qui ovviamente riportiamo fatti che ognuno è libero di considerare come meglio ritiene.Il dramma è che spesso i fatti connessi alla lotta contro l'ergastolo neanche si conoscono. Per questo non solo è utile riportarli nudi e crudi ma anche comunicare subito le scadenze previste per l'immediato futuro.Prima di tutto bisogna ricordare che, dopo il turno della Sicilia (2-8 marzo), lo sciopero della fame riguarderà gli ergastolani e i detenuti del Lazio (9-15 marzo).Il 15 marzo, contemporaneamente all'ultimo giorno di lotta nel Lazio, alle ore 11 avrà inizio un incontro nazionale con all'ordine del giorno due punti: un primo bilancio generale dello sciopero della fame iniziato il 1° dicembre 2008 e le iniziative future per giungere all'abolizione dell'ergastolo e all'attuazione dell'art. 27 della Costituzione.L'Associazione Liberarsi ha chiesto al csoa Forte Prenestino (via Federico Delpino - Centocelle - Roma tel. 0621807855 e-mail: forte@ecn.org) di poter organizzare al suo interno questo momento di scambio e discussione anche perché già da tempo segue le tematiche del carcere. È prevista la chiusura alle ore 18.00.Last but not least, lunedì 16 marzo ci sarà, a livello nazionale, lo sciopero della fame per l'abolizione dell'ergastolo e per l'attuazione dell'art. 27 della costituzione italiana. Si mobiliteranno ergastolani, detenuti, parenti, amici, volontari e persone che ritengono giusta la lotta per l'abolizione del "fine pena mai"!

7 marzo 2009

Napoli: Picchiato studente di colore. "Urlavano sporco negro"

Aggressione a sfondo razzista la notte scorsa a Napoli, secondo quanto ha denunciato la vittima, Marco Beyenne, un giovane studente italo-etiope di 22 anni di Capaccio, nel salernitano, iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università 'L'Orientalè di Napoli.Il giovane ha riferito di essere stato aggredito da due persone a colpi di cintura intorno alle due di notte all'uscita da un locale per universitari in Piazza del Gesù, nel pieno centro di Napoli. Colpito ripetutamente al volto e apostrofato dai due aggressori con frasi come 'negro di m...', lo studente, in compagnia di un amico è riuscito a mettersi in salvo rifugiandosi all'interno di una rosticceria.Dopo essere stato medicato all'ospedale Ascalesi, il giovane si è recato al commissariato di polizia di via San Biagio dove ha sporto denuncia. Agli agenti di polizia, il giovane ha spiegato che i due aggressori avevano la testa rasata.Il padre di Marco Beyenne, è un noto docente universitario. Si tratta di Yakob Beyenne, professore in pensione ma legato ancora all'Università di Napoli L'Orientale da un contratto di collaborazione. Beyenne insegna Filologia etiopica.

fonte: La Repubblica

Blitz nei campi sinti di Vicenza e Costabissara

«Il 5 marzo, le forze dell’ordine hanno eseguito un blitz nei campi sinti di Vicenza e Costabissara, hanno tentato, senza mandato, di entrare anche nel villaggio privato di Montecchio Maggiore, per rilevare le generalità e schedare i residenti. Hanno fotografato tutti, compreso i bambini, con tanto di targa numerata e il nome di ognuno di loro», dichiara Irene Rui del dipartimento delle politiche migratorie ed etniche del Prc in una nota. «Facciamo presente – prosegue Rui – che in base alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia non è possibile fotografare né prendere impronte ai minori. Non c’è nessuna normativa della repubblica italiana che sancisca la schedatura dei cittadini italiani. I sinti italiani sono stati schedati come criminali. Solo durante il periodo delle leggi razziali fasciste – dal 1939 al 1946 – si schedavano le minoranze italiane».

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