9 marzo 2009

Torino: scontri all'università. Caricati studenti dei centri sociali

Dopo Milano , Padova e Cagliari , tocca a Torino. La polizia entra nelle strutture universitarie per difendere un ceto poltico di neofascisti in cerca di legittimazione e procacciamento di voto per garantirsi nuove poltrone nel Senato studentesco da cui gestire fondi e lobbying sui soldi pubblici. Quest'oggi i fascisti del Fuan si sono ripresentati nei locali dell'università di Torino, improvvisando un banchetto nell'atrio di Palazzo Nuovo per le imminenti elezioni universitarie.In città come all'università, negli anni, non è mai stato concesso alcuno spazio e agibilità politica all'estrema destra, quindi la presenza di questi personaggi non ha potuto che essere avverti dagli studenti e dalle studentesse dell'Onda come un'inaccetabile provocazione. Fin dalle prime ore della mattinata si è formato un presidio spontaneo antifascista, di fronte al quale si è interposta la celere.Non diversamente dal passato anche quest'oggi la questura ha militarizzato l'ateneo. Il presidio antifascista, provvisto dello striscione "fuori i fascisti dall'università", ha scandito cori e slogan, denunciato la natura fascista del Fuan, ritenendo tra l'altro inaccettabile non solo la presenza dei fascisti ma anche quella della polizia, come sempre a protezione dell'estrema destra. Di fronte alla persistenza degli studenti antifascisti, presenti in gran numero (almeno 400), che hanno lanciato uova in direzione dei fascisti e acceso fumogeni colorati, la polizia ha pesantemente caricato, selvaggiamente, dando luogo a una caccia all'uomo estesasi lungo tutto l'atrio e oltre. La celere si è accanita su ogni studente o studentessa capitato a tiro, facendo diversi feriti. Durante le cariche le forze dell'ordine hanno eseguito 5 fermi, portando gli studenti in questura e facendo tramutare 2 fermi in arresti.Dopodichè l'Onda antifascista è uscita da Palazzo Nuovo, dirigendosi in corteo spontaneo verso il rettorato dell'università, il quale è stato poi occupato. Si è tenuta una conferenza stampa nei locali occupati, durante la quale si è denunciata la violenza delle cariche della polizia e l'inaccettabilità della presenza di forze neofasciste all'università, richiedendo l'immediata liberazione degli studenti fermati ed esigendo una presa di posizione del rettore Ezio Pelizzetti. Gli studenti sono ancora in occupazione e la manterranno finchè il rettore non si presenterà. Tanti gli attestati di solidarietà dai soggetti sociali del panorama di movimento nazionale e cittadino.Quelle di oggi non sono che scene già viste: a Torino, come in altri atenei (e la tendenza sembra aumentare in progressione) esiste una irriducibilità politica antifascista che intorno a poche ma essenziali parole d'ordine difende spazi di tolleranza e vivibilità altra cui tanti pezzi di società sembrano ormai aver rinuciato.Solo poche settimane fa tre studenti di questo ateneo sono stati condannati a 1 anno di detenzione (uno di loro senza il beneficio di condizionale - dispositivo pure utilizzatogli contro retroattivamente) per le stesse ragioni che oggi hanno portato decine di studenti a frapporsi alla presenza intollerabile delle forze dell'ordine, le stesse che un mese fa militarizzarono tutta via Po per proteggere lo svolgimento separato di un'inaugurazione d'anno accademico che non s'aveva da fare.Rettore e autorità accademiche non si rassegnano, continuano con la loro governance di miseria, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, rifutandosi di assumere un'indicazione precisa che giunge dalla parte più consistente e attiva della popolazione studentesca: "Fuori i fascisti dall'università!" No alla militarizzazione degli spazi!"Gli eventi di oggi sono solo un'avvisaglia perché hanno annunciato la loro intenzione a candidarsi con una lista paravento anche i neo-nazisti locali di Casa Pound Torino sotto il nome bucolico di "Arcadia". Staremo a vedere..


fonte: InfoAut

8 marzo 2009

Bologna: Botte e insulti razzisti a eritreo

La vittima, un giovane eritreo di 24 anni, camminava verso le 4 del mattino in via Fioravanti con la moglie. I due aggressori, un italiano e un bosniaco, gli hanno chiesto una sigaretta. Al suo rifiuto l'hanno aggredito colpendolo al basso ventre. E' stato dichiarato guarbile in sette giorni. L'italiano e il bosniaco sono stati arrestati per rapina, lesioni e ingiurie aggravate da motivazioni razzisteUn uomo eritreo di 24 anni, che aveva rifiutato una sigaretta a due giovani per strada a Bologna, è stato rapinato, picchiato e insultato con ingiurie razziste dai due - un italiano e un bosniaco - poi bloccati e arrestati dalla polizia.Il fatto è avvenuto attorno alle quattro del mattino in via Fioravanti, nella prima periferia. L' eritreo, regolarmente residente in Italia, stava camminando insieme alla moglie quando è stato avvicinato da due giovani - un italiano di 22 anni con precedenti per lesioni, e un bosniaco di 23, regolare - che gli hanno chiesto una sigaretta. Il ragazzo ha risposto che non fumava. I due inizialmente si sono allontanatati, poi sono tornati indietro e hanno aggredito il giovane che, nella colluttazione, è anche stato rapinato del cellulare e colpito da un calcio al basso ventre. E' intervenuta subito una volante e gli agenti hanno fermato l'aggressione e identificato i presenti. L'eritreo si è fatto medicare al pronto soccorso di uno degli ospedali cittadini dove è stato giudicato guaribile in sette giorni, mentre i due aggressori sono stati arrestati per rapina, lesioni e ingiurie aggravate da motivazioni razziste.

Ultrà del Cagliari muore in carcere. La tesi della broncopolmonite non convince i suoi compagni.

In sessanta, tutti “Sconvolts”, hanno manifestato ieri sera nei pressi del carcere di Buoncammino dove, quindici giorni fa, è morto, per una polmonite, il capo ultras, Giancarlo Monni. Agenti della Digos e della Squadra Mobile stanno svolgendo accertamenti per identificare un folto gruppo di ultrà che hanno inscenato un sit-in davanti al carcere Buoncammino per ricordare uno deiloro leader (Giancarlo Monni, di 35 anni) morto in ospedale, dove era stato trasferito dal penitenziario. I suoi amici sono convinti che il suo decesso non sia stato causato da una broncopolmonite, comeha stabilito l'autopsia e hanno protestato ieri davanti al carcere, lanciando nel cortile interno alcune pietre e imbrattando di vernice le auto di alcuni agenti di custodia, parcheggiate all'esterno. Sul muro sono state anche scritte frasi contro la polizia penitenziaria. Sul posto sono accorse diverse Volanti e gli agenti della Polizia di Stato hanno tenuto la situazione sotto controllo fino al termine della manifestazione. Gli investigatori confidano di riuscire a identificare i partecipanti e soprattutto quelli che hanno lanciato i sassi e imbrattato auto e muro, attraverso le immagini registrate delle telecamere poste all'ingresso e sul muro di recinzione del carcere.

fonte: il messaggero

Il sogno di Maroni, tante galere nuove di zecca per i migranti


Si avvicinano diverse scadenze elettorali e il governo in carica rispolvera i suoi cavalli di battaglia. Il tema "sicurezza" legato all'immigrazione è un leit motiv, le soluzioni proposte sono sempre le stesse sperimentate in passato. Utili solo come spettro propagandistico, e a dare l'immagine di un Paese governato con il pugno di ferro, nonché a far fare affari sulla pelle dei migranti a cooperative e imprese di ogni tipo. Non spiega Maroni cosa colleghi fatti di cronaca nera tragici e diversi, con la decisione di portare a 6 mesi il tempo massimo di trattenimento nei Cie (centri di identificazione ed espulsione), un tempo Cpt. Poco o nulla. Le persone accusate di reati abbietti vengono arrestate, processate e nel caso espulse. Se sono cittadini comunitari non se ne può disporre l'allontanamento o il rimpatrio con il divieto di rientro, non possono essere rinchiusi nei Cie. Se sono colpevoli di reati gravi, tali da meritare la custodia cautelare e poi una pena da scontare, che si svolgano in carcere le identificazioni. Ma questo farebbe perdere ai Cie qualsiasi ragione sociale, connessa alla "emergenza criminalità". Portare la detenzione a sei mesi, dagli attuali due, non risolve ma aggrava le difficoltà in cui i centri stessi operano. Sono le autorità di polizia giudiziaria ad aver chiara l'idea che o una persona viene identificata entro pochi giorni oppure, dopo mesi trascorsi inutilmente ad accumulare rabbia e maltrattamenti, dovrà essere rimessa in libertà, con l'obbligo teorico di allontanarsi dal Paese ma senza che tale provvedimento possa essere eseguito. Quello a cui si va incontro con incoscienza è un crudele sovraffollamento dei Centri che il governo intende risolvere con la realizzazione di nuove strutture, nelle regioni che ne sono sprovviste. Il percorso delineato, da Maroni, prevede in tempi brevi la garanzia di altri 1600 posti disponibili. Anche ammettendo una logica sistemica, evidentemente assente, si tratta di strutture che - se l'obiettivo è l'espulsione effettiva - non lo perseguiranno. Serviranno invece ad affermare la presenza di un inutile apparato repressivo anche laddove non se ne avverte il bisogno. Costruire la mappa di quelli che potrebbero essere i nuovi siti adibiti a Cie è cosa difficile. Nel Veneto l'area individuata pare quella di Verona. Ma occorre una zona adatta, isolata e vicina all'aeroporto. Il sindaco Tosi attende il giorno con malcelata impazienza. Verrà scelto il Comune di Villafranca, più vicino all'aeroporto ma più densamente abitato o quello di Boscomantico, nel terreno in cui un tempo - esempio di sadismo simbolico- sorgeva un campo rom sgomberato? Ma nella città degli innamorati non tutti sono d'accordo con il "primo cittadino": non solo la sinistra ma anche i sindacati di polizia e il Progetto Nord Est (partito di maggioranza) dichiarano la propria contrarietà, anche se per ragioni radicalmente diverse. Fatto sta che la detenzione di 300 migranti costringerà a dirottare sul Centro buona parte degli agenti di polizia operanti nel territorio, alla faccia della sicurezza. Non a caso si guarda anche ad altri Comuni in provincia di Venezia.La Toscana resta un pallino dei governi (di diverso segno) che hanno creduto nella detenzione come deterrente alla permanenza di migranti irregolari. La Regione finora si è sempre opposta e continua a volerlo fare, dai due comuni indicati come possibili sedi - Grosseto e Campi Bisenzio (in provincia di Firenze) - giungono già segnali di netta opposizione. In Liguria la giunta regionale è corsa ai ripari inserendo nella legge regionale sull'immigrazione un articolo in cui si dichiara l'indisponibilità del proprio territorio ai Centri, per ragioni etiche e politiche. Dopo tante ricerche era stato individuato uno spazio a La Spezia, ma si dovrà attendere. La materia è di competenza nazionale e certamente il governo impugnerà le decisioni liguri. A quel punto si prospetta uno scontro. Ma il rifiuto e la diffidenza verso le "isole della sicurezza" sembrano dilagare: in Umbria era stato individuato uno spazio a Terni, immediatamente sono arrivati i no, gli stessi che sono giunti da Falconara e da Ancona nelle Marche. Segnali di fastidio arrivano anche da Vasto, in Abruzzo, ma si tratta di regioni in cui tutta questa voglia di galera non è ancora divenuta patrimonio comune e si riescono a vedere più i danni che i benefici che la presenza di un Centro potrebbe portare.Ha fatto gridare allo scandalo un po' tutti anche la proposta fatta per la Campania. Un comune sconosciuto del casertano, San Nicola Valle. Peccato che a 500 metri in linea d'aria dal sito individuato si trovi una delle più importanti attrazioni turistiche italiane, la Reggia di Caserta. Scelta difficile da digerire in una provincia che si affanna a combattere da un lato contro la criminalità organizzata e dall'altro contro le vere emergenze sociali: disoccupazione, impoverimento, servizi inadeguati. Come a dire "restate nel fango che i soldi ci sono solo per rinchiudere poveri disgraziati". E se nel centro di accoglienza di Cagliari Elmas ormai è in atto la trasformazione in Cie, nel silenzio e nell'indifferenza, con meno riserbo si continua a giocare la partita su Lampedusa. Il sogno di Maroni non è complesso da spiegare: nell'immaginario sociale la "clandestinità" giunge solo dal mare. Rinchiudere tutti coloro che arrivano a Lampedusa per rispedirli direttamente al punto di partenza, dopo mesi di inutile trattenimento, creerà malcontento fra i meno di seimila isolani che vedranno ridotta la propria terra a carcere ma tranquillizzerà milioni di padani e di continentali a cui farà comodo l'avamposto trasformato in una gabbia. Per questo vanno aiutati i lampedusani a evitare la iattura che sembra loro destinata e vanno intraprese iniziative di ogni tipo per impedire l'apertura di qualsiasi centro. Il Prc deve partecipare alla costruzione di comitati civici di opposizione, in ogni luogo minacciato di divenire sede di queste vergogne da leggi razziali. Portare le proprie istanze nelle istituzioni locali ed europee ma anche nelle piazze e nelle strade. Potendo mostrare che non è né con le ronde né con i campi concentrazionari che si potrà tornare a vivere le città e i quartieri senza paura, ma con percorsi di inclusione seri e di prospettiva. Deve farlo ora, prima che si alzi un nuovo muro, che si frapponga fra le persone altro inutile e crudele filo spinato.



Stefano Galieni

Per l'abolizione del "fine pena mai"

L'ergastolo, residuo monarchico delle pene detentive italiane, fa discutere e lottare dentro e fuori le mura delle carceri della penisola.Continua infatti lo sciopero della fame degli ergastolani iniziato il primo dicembre, a staffetta e per gruppi di regioni, e proseguono le iniziative dei solidali, all'esterno delle carceri, nell'ambito della campagna per l'abolizione del "fine pena mai".Il bollettino "Mai dire mai" del mese di febbraio, pubblicato dall'Associazione Liberarsi, e numerosi siti Internet fanno capire che la lotta è proseguita a gennaio e febbraio, trovando anche la solidarietà dentro e fuori dalle mura delle galere in Germania, Spagna, Grecia, Svizzera, Francia e Cile.In diverse città italiane si sono svolti presidi nelle vicinanze delle carceri: il 14 gennaio a Montorio ( Verona), il 18 gennaio a Biella; il 24 gennaio ad Alessandria; il 29 gennaio nel borgo S. Nicola di Lecce; il 31 gennaio in via Speziale a Taranto, al quale è seguito un concerto con tre gruppi musicali (Sfc, Sick Boy e No Thanx); il 14 febbraio vicino al carcere Dozza di Bologna; il 15 febbraio in via Burla 59 a Parma.Si sono altresì avuti diversi incontri e dibatti: ad esempio, il 17 gennaio presso il laboratorio sociale "La città di sotto" di Biella e il 27 gennaio nella sede di un circolo anarchico di Lecce, dove è stato proiettato il film Filaki - Una rivolta nelle carceri greche, aprile 2007.Alcuni consiglieri regionali hanno espresso la propria solidarietà alla lotta per l'abolizione dell'ergastolo anche nei mesi di gennaio e febbraio: a metà gennaio i consiglieri regionali del Frilui Venezia Giulia Stefano Pustetto e Roberto Antonaz hanno fatto visita al carcere di Tolmezzo, accompagnati da Christian De Vito e da Giuliano Capecchi dell'associazione Liberarsi, per incontrare i detenuti delle sezioni a 41 bis e i detenuti ergastolani della sezione A.S. (Alta Sorverglianza); il 3 febbraio inoltre il Consigliere regionale del Molise Michelangelo Bonomolo, accompagnato da Giuliano Capecchi, ha incontrato i detenuti ergastolani del carcere di Larino.I grandi organi di informazione, complici come sono della produzione dell'"emergenza criminalità" e della caccia al Girolimoni di turno, hanno continuato per lo più a disinteressarsi del fatto che da oltre 60 anni, come dimostra l'esistenza dell'ergastolo, l'articolo 27 della Costituzione repubblicana non è applicato in maniera effettiva.Solo da parte di alcuni giornali locali si è avuto il coraggio di fornire qualche indiretto riferimento alla lotta per l'abolizione dell'ergastolo.Domenica 25 gennaio, ad esempio, il quotidiano "Gazzetta del Sud" ha pubblicato un articolo, riguardante il carcere calabrese di Rossano, che terminava in questo modo: «…in vista della protesta di carattere nazionale degli ergastolani che partirà domani e che consisterà proprio nel rifiuto del vitto… tutto il cibo cotto e pronto per la consumazione, anziché essere buttato nella spazzatura, sarà consegnato gratuitamente alla mensa della Caritas».Qui ovviamente riportiamo fatti che ognuno è libero di considerare come meglio ritiene.Il dramma è che spesso i fatti connessi alla lotta contro l'ergastolo neanche si conoscono. Per questo non solo è utile riportarli nudi e crudi ma anche comunicare subito le scadenze previste per l'immediato futuro.Prima di tutto bisogna ricordare che, dopo il turno della Sicilia (2-8 marzo), lo sciopero della fame riguarderà gli ergastolani e i detenuti del Lazio (9-15 marzo).Il 15 marzo, contemporaneamente all'ultimo giorno di lotta nel Lazio, alle ore 11 avrà inizio un incontro nazionale con all'ordine del giorno due punti: un primo bilancio generale dello sciopero della fame iniziato il 1° dicembre 2008 e le iniziative future per giungere all'abolizione dell'ergastolo e all'attuazione dell'art. 27 della Costituzione.L'Associazione Liberarsi ha chiesto al csoa Forte Prenestino (via Federico Delpino - Centocelle - Roma tel. 0621807855 e-mail: forte@ecn.org) di poter organizzare al suo interno questo momento di scambio e discussione anche perché già da tempo segue le tematiche del carcere. È prevista la chiusura alle ore 18.00.Last but not least, lunedì 16 marzo ci sarà, a livello nazionale, lo sciopero della fame per l'abolizione dell'ergastolo e per l'attuazione dell'art. 27 della costituzione italiana. Si mobiliteranno ergastolani, detenuti, parenti, amici, volontari e persone che ritengono giusta la lotta per l'abolizione del "fine pena mai"!

7 marzo 2009

Napoli: Picchiato studente di colore. "Urlavano sporco negro"

Aggressione a sfondo razzista la notte scorsa a Napoli, secondo quanto ha denunciato la vittima, Marco Beyenne, un giovane studente italo-etiope di 22 anni di Capaccio, nel salernitano, iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università 'L'Orientalè di Napoli.Il giovane ha riferito di essere stato aggredito da due persone a colpi di cintura intorno alle due di notte all'uscita da un locale per universitari in Piazza del Gesù, nel pieno centro di Napoli. Colpito ripetutamente al volto e apostrofato dai due aggressori con frasi come 'negro di m...', lo studente, in compagnia di un amico è riuscito a mettersi in salvo rifugiandosi all'interno di una rosticceria.Dopo essere stato medicato all'ospedale Ascalesi, il giovane si è recato al commissariato di polizia di via San Biagio dove ha sporto denuncia. Agli agenti di polizia, il giovane ha spiegato che i due aggressori avevano la testa rasata.Il padre di Marco Beyenne, è un noto docente universitario. Si tratta di Yakob Beyenne, professore in pensione ma legato ancora all'Università di Napoli L'Orientale da un contratto di collaborazione. Beyenne insegna Filologia etiopica.

fonte: La Repubblica

Blitz nei campi sinti di Vicenza e Costabissara

«Il 5 marzo, le forze dell’ordine hanno eseguito un blitz nei campi sinti di Vicenza e Costabissara, hanno tentato, senza mandato, di entrare anche nel villaggio privato di Montecchio Maggiore, per rilevare le generalità e schedare i residenti. Hanno fotografato tutti, compreso i bambini, con tanto di targa numerata e il nome di ognuno di loro», dichiara Irene Rui del dipartimento delle politiche migratorie ed etniche del Prc in una nota. «Facciamo presente – prosegue Rui – che in base alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia non è possibile fotografare né prendere impronte ai minori. Non c’è nessuna normativa della repubblica italiana che sancisca la schedatura dei cittadini italiani. I sinti italiani sono stati schedati come criminali. Solo durante il periodo delle leggi razziali fasciste – dal 1939 al 1946 – si schedavano le minoranze italiane».

6 marzo 2009

Pisa: cariche della polizia contro gli studenti

Alle 15 studenti e precari dell'Università si erano dati appuntamento in Piazza Dante per contestare la presenza del Senatore Marcello Pera, invitato alla Sapienza da varie associazioni cattoliche della destra fondamentalista pisana e da gruppi neofascisti (Laboratorio 99), per presentare il suo libro “Perchè dobbiamo dirci cristiani” alle ore 17.
La richiesta di chi ha indetto il presidio era quella di partecipare al dibattito, prendere parte a ciò che si svolge nella propria Università, in maniera necessariamente critica verso chi, come Pera, è stato promotore di un sapere mercificato e privato (vedi l'Istituto di studi avanzati IMT-Istituzioni Mercati Tecnologie di Lucca).
Ma per le circa 300 persone partecipanti al presidio non c'è stata alcuna porta aperta. La Polizia era schierata di fronte all'ingresso, la Sapienza blindatissima. Gli studenti hanno formato cordoni e, di fatti, la Polizia ha caricato a più riprese con qualche testa rotta.
Studenti. Piazza Dante. Partecipazione. Si avete letto bene, erano questi i fattori ma la repressione c'è stata, come è già avvenuto più volte questo autunno, sempre per "difendere" chi dentro l'Università pubblica ha trovato una comoda poltrona e non fa altro che restarvi attaccato a presidiare i propri privilegi attuali.

Oggi è andata in scena una delle più tristi giornate che l'Università di Pisa abbia mai visto. Il presidio era convocato per le 15.00, nessuno pensava che non solo non si poteva entrare a quello che doveva essere un dibattito pubblico, ma addirittura trovare la Sapienza blindata con l'impossibilità di entrare anche solo all'interno della struttura.Polizia e carabinieri ad ogni entrata, portoni chiusi, tranne uno, quello su via Curtatone e Montanara.Il presidio degli studenti era convocato dalle 15.00 in piazza Dante e dopo poco si è spostato sulla strada.Tutti increduli nel vedere un dispiegamento di forze dell'ordine tale da ricordare vagamente il giorno della blindatura del cda per l'approvazione del bilancio d'Ateneo.Nonostante la visibile presenza delle forze dell'ordine la tensione era bassa, aria di scherzosità, perchè in fondo faceva ridere che uno comne Pera che ormai è lontano dagli schermi e da ruoli di potere richiedesse una blindatura di quel genere.Qualcuno porta le pere in piazza e le offre ai poliziotti.Probabilmente dal rettorato qualcuno si è mosso in maniera determinata per paura che qualcuno manifestasse ancora una volta un dissenso "troppo radicale" oppure la questura è stata più apprensiva del solito, volendo dimostrare (come vedremo in seguito) che è iniziata l'era della "mano pesante".C'è anche l'ipotesi che si si siano scomodati dal ministero per difendere l'onorabilità di un senatore in qouta di maggioranza.Quello che è successo ha comunque dell'incredibile, anzi dell'inaccettabile.Poco prima delle 16.00, la questura, nella persona di Pizzimenti e la digos nella persona di Calabrese ordinano agli studenti di fare tre metri indietro.Lo stupore degli studenti balza alle stelle, non solo non possono entrare nella loro Università, per cui pagano fior fior di tasse, ma addirittura nemmeno possono sostare di fronte ad una delle entrate, l'unica aperta, anche se con tutta la Digos al completo e qualche poliziotto a fare la portineria.Sostare, si badi bene, non davanti, ma a circa 6-7 metri, lontano addirittura dal marciapiede, sulla strada insomma.Di fronte ad un ordine senza motivazione, non essendo gli studenti un plotone d'esecuzione, l'ovvia risposta è stata il rifiuto. Tanto più che era ovvio che sia Pera che gli invitati (già perchè di invitati dobbiamo parlare) sarebbero passati da una delle altre quattro porte controllate completamente dalla polizia.Insomma inizia la carica, i poliziotti si schierano in due file di fronte agli studenti e iniziano a spingere, dopo pochi secondi partono le prime manganellate.L'aria si fa tesissima, ma ancora la questura non è contenta.Così il capo della Digos sghignazzando, pensando forse si trattasse di un gioco, impartiva l'ordine di andare avanti al plotone, dicendo che i tre metri ancora non erano raggiunti. La seconda carica è stata terribile, le manganellate sono partite subito e le teste degli studenti in prima fila non hanno ovviamente retto.Nessuno aveva il casco, nessuno aveva niente, proprio perchè la circostanza sembrava non portasse a situzioni di probabile scontro.Così non è stato. le manganellate hanno colpito duro, 7 i refertati e altri nemmeno si sono fatti refertare, ma ne avrebbero avuto un gran biosogno.9 o 10 le teste uscite insanguinate, molte le lesioni e gli ematomi sui corpi degli studenti nelle prime due file.Ad uno studente, attualmente ancora in ospedale, stanno ricucendo la parte dietro della testa, con uno scuarcio degno di nota.Tutto questo per far capire che l'università ora viene gestita con la forza, che il dissenso non è più tollerato in tempo di crisi.Anche la Questura (Digos ovviamente compresa) ha voluto dare un segnale di svolta comportandosi in una maniera tale da riportarci con la memoria ad altri tempi, quando a Pisa per un semplice presidio si prendevano gli schiaffi (sicuramente preferibili alle manganellate).La rabbia è tanta, la stupore ha laciato spazio ad un sentimento d'odio intrattenibile, che ti porta comunque a valutare con coscienza il dramma consumato oggi.Il 16 marzo scade la seconda rata per il pagamento delle tasse universitarie, in quel giorno tutti si dovranno ricordare che stiamo pagando per un università che non è più nostra, perchè non ci è possibile nemmeno sostarci di fronte pacificamante a le strutture universitarie, aspettando che qualcuno ti spieghi perchè non puoi entrare a prendere parte ad un dibattito dichiarato pubblico.L'università non è pubblica, ma di proprietà, di proprietà di Pera, o delle gerarchie dell'Ateneo, degna di osservazione, tra l'altro, il comportamento della professoressa Tongiorgi, prorettrice vicario che, mentre i poliziotti caricavano stava giungendo dal fondo della strada e appena ha sentito che veniva menzionata al megafono ha girato l'angolo, proprio mentre si alzava il primo manganello.Molte presenze importanti successivamente, sia Zappacosta, che la Tangheroni, il primo è stato sollecitato pubblicamente a svegliare il suo partito (PD) che a questo punto si spera prenda posizione su quanto è accaduto, la seconda invece con fare provocatorio si è avvicinata per poi subito scappare visto che la situazione era già abbastanza tesa.Molti anche i giornalisti, speriamo sia scorso abbastanza sangue da farci guadagnare la prima pagina.Dove sta l'università che si costruisce sul dialogo e sul confronto, se nessuno di quelli che vogliono portare domande "scomode" viene più fatto entrare e si ritrova, con la testa spaccata di fronte alla sua facoltà?Non ci sta, e sarebbe il momento di riprendersela questa uiniversità, bisogna che gli studenti incomincino a viverla e se le risposte stanno nei manganelli, bè... le teste sono tante, circa 50.000, chissà se prima dell'ultima rotta qualcuno in città griderà che Pisa non è la città democratica e aperta che vogliono farci credere, ma è solo un'altro posto dove la democrazia e la legalità si muovono sotto forma di manganelli e ordinanze repressive, dove il controllo sociale è una realtà quotidiana che si affianca alla straordinarietà delle teste rotte degli studenti che facinorosamente volevano avere diritto di parola nel loro Ateneo.La risposta sia del capo della Digos sia del vice questore, alla semplice domanda: perchè avete caricato?"Vi siete impuntati, ma soprattutto non abbiamo trovato nessun interlocutore con cui arrivare ad una mediazione".L'onda non ha interlocutori con cui tenere a bada le mobilitazioni, l'onda non ha referenti e rappresentanti, quindi l'Onda devono reprimerla... è chiaro no?Vedremo se ci riusciranno...Il prossimo apputamento è a breve, alla faccia di chi diceva che l'Onda era finita. Martedì sera al Polo Carmignani parleremo anche di questo, all'interno di un' assemblea pubblica.
una delle teste spaccate


FONTE: AUT-AUT

Piacenza: Critica le ronde padane su Facebook e viene convocato in questura.

E' quanto accaduto ad un militante del Prc di Piacenza lo scorso week-end, rientrato a casa dopo aver preso parte alla contromanifestazione organizzata dalla Rifondazione comunista contro le ronde padane. Il comunista, al termine della manifestazione di giovedi' scorso che ha visto momenti di tensione tra gli stessi militanti del Prc e la Digos, e' quindi rientrato a casa, commentando sul popolare social network quanto accaduto quella sera. La frase riportata su Facebook contro le ronde padane suonava come "siete dei razzisti: e' facile fare le ronde con 20 poliziotti di scorta" e non sembra essere piaciuta per niente alla questura di Piacenza che ha immediatamente convocato il giovane militante per "una chiacchierata".Il capogruppo del Prc in consiglio comunale Carlo Pallavicini si e' subito mobilitato per difendere i suoi iscritti: "Questo e' un atto grave della questura- rileva il comunista- qui si tratta di intimidazioni sulla base di controlli della Polizia su un social network libero, su cui si puo' scrivere tutto, sempre pero' nei limiti della decenza". Anche il segretario provinciale del Prc Roberto Montanari bolla l'atteggiamento della questura come "inappropriato, soprattutto perche' Facebook e' un network libero ed ognuno puo' esprimere la propria opinione". Diversa l'opinione della questura di Piacenza che, da fonti non ufficiali, fa sapere che la convocazione del militante del Prc rientra nell'ordinaria routine di controlli.
fonte: Dire

Parma: Caso Bonsu, confermate le accuse ai vigili

Per il p.m R. Licci, titolare dell’inchiesta, diversi agenti della polizia municipale parmense pestarono e insultarono, in maniera reiterata, lo studente di origine ghanese Emmanuel Bonsu Foster. Vengono quindi confermate le accuse di sequestro di persona, lesioni, insulti razzisti e perquisizione arbitraria contestate nel corso delle indagini. In Emilia, dopo il caso Aldrovandi, emergono altri episodi in cui agenti di polizia, nel normale operato di controllo del territorio, si rendono responsabili di una condotta deviante.4 marzo 2009 - Rootz
I fatti: il ventinove Settembre scorso, Emmanuel Bonsu, 24 anni, ghanese, venne indebitamente coinvolto in un’operazione della polizia municipale parmense. Cosa gli fu fatto? Buttato e immobilizzato a terra con un piede sulla testa, gli fu puntata una pistola contro e fracassata l’orbita sinistra. Fu picchiato anche durante il trasporto al comando di polizia dall’agente Villani. Lo stesso agente, insieme a Cremonini e Fatantuono, ha continuato a pestare lo studente durante l’interrogatorio. Fatantuono si è pure fatto fotografare insieme ad Emmanuel una volta sanguinante ed ammaccato per i colpi ricevuti. Gli è stato fatto firmare un verbale falso da Frattini, che l’ha percosso con una bottiglia d’acqua. Tutti l’hanno ripetutamente insultato con frasi razziste. Nei giorni successivi,poi, gli era stata recapitata una busta contenente le notifiche degli atti relativi al suo fermo su cui c'era scritto "Emmanuel negro". La chiusura delle indagini: i quattro aguzzini rimangono ai domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha infatti confermato le accuse già contestate nell'ordinanza di custodia cautelare. Per gli altri sei, diversamente coinvolti, rimane l’interdizione dai pubblici incarichi disposta dal comando della polizia municipale e dal Comune. La loro colpa più grave è quella di aver fornito alla magistratura verbali falsi.

Frascati: Collettivo studentesco denuncia il comportamento repressivo della polizia.

Il 4 marzo a Frascati(rm), il ministro dell' istruzione Gelmini avrebbe dovuto partecipare ad una conferenza presso l' ESA. Una cinquantina di studenti e studentesse dei licei dei castelli romanis ono stati bloccati per circa un ' ora alla stazione di tor vergata, nei pressi di Frascati. Identificati per manifestazione non autorizzata, due di loro sono stati portati e trattenuti al commissariato di Frascati per il sequestro di volantini e striscioni. Denunciamo l' atteggiamento repressivo e smisurato delle forze dell' ordine nei confronti di quegli studenti che legittimamente e pacificamente volevano contestare il ministro Gelmini, firmataria della riforma che sancisce il colpo finale della scuola pubblica attraverso tagli strutturali, il ritorno al maestro unico, il blocco delle assunzioni del personale scolastico.In questo contesto di palese crisi strutturale del sistema capitalista, che sta producendo il fallimento dei sistemi bancari e finanziari, la chiusura di tante medie e piccole imprese, il licenziamento di centinaia di migliaia di precari, il disegno del governo appare chiaro: far fronte alla crisi con tagli a scuola, università, ricerca e sanità da una parte, e politiche securitarie e xenofobe volte a delineare una svolta autoritaria nel paese dall' altra. Esemplare quanto successo sabato a Bergamo, dove antifascisti e antifasciste, cittadini e cittadine, scesi in piazza contro l' apertura della sede di forza nuova, nota organizzazione di stampo fascista, sono stati brutalmente caricati e fermati dalle forze dell' ordine.

CUS Castelli romani collettivo unitario studentesco dei castelli romani

5 marzo 2009

Bologna: Espulsioni di massa, è rivolta al CIE

Nella struttura serve spazio per i clandestini provenienti da Lampedusa, forte accelerazione dei rimpatri. Ma esplode la rabbia dei detenuti.

Dalle fonti di cui disponiamo risulta che la sollevazione di ieri succeda a diversi giorni di tensione nell'ex-Cpt. All'origine della rabbia dei reclusi nella struttura di via Mattei ci sarebbe un notevole intensificarsi delle espulsioni dei clandestini, dovuto alla necessità di liberare posti per accogliere le numerose persone sbarcate negli scorsi giorni a Lampedusa. Già sabato un detenuto, che avrebbe oppusto resistenza al rimpatrio coatto, è stato condotto al Policlinico S.Orsola-Malpighi con serie ferite, non sappiamo se riconducibili ad atti di autolesionismo o a violenze subite dal migrante. Nella giornata di lunedì, come già in serata segnalava un commento anonimo su Indymedia EmiliaRomagna, e come siamo in grado di confermare, ad una «accesa protesta» è seguito l'intervento di un ingente dispiegamento di Polizia, Carabinieri e Vigili del Fuoco. Circostanza riportata anche da un comunicato diffuso in rete e firmato «Anarchici di Bologna», che recita: «verso le 19 e 30 ci hanno chiamato da dentro per dirci che c'era qualcosa in corso. Arrivati al Cie abbiamo visto un lenzuolo che pendeva dal tetto e forse qualcuno aveva tentato la fuga, comunque si sentivano molte urla ed era pieno di ogni genere di sbirri.» Ieri sera, dopo le 21, il presidio di solidali antirazzisti radunatosi in via Mattei si è sciolto, ma in quello che non esitiamo a definire un lager dei nostri tempi, all'estrema periferia della città. il clima resta caldissimo.

Fonte: Zic.it

Frascati: la polizia ferma gli studenti anti Gelmini

Certo più "gentili" dei loro colleghi bergamaschi - che sabato hanno scortato una manifestazione non autorizzata di Fn e caricato manifestanti antifascisti che se ne tornavano a casa - i poliziotti di Frascati, zona dei Castelli romani, sono riusciti ieri a sventare, prima ancora che si consumasse, un insidioso comportamento antipatriottico che alcuni studenti dall'altro erano decisi a mettere in pratica. Conteporaneamente anche la direzione dell'Istituto di fisica nucleare faceva arrestare alcune pericolose bandiere.
Dunque, era stata annunciata la visita della ministra Gelmini al centro italiano Esrin dell'Agenzia spaziale europea (Esa) e al vicino Infn, istituto nazionale di fisica nucleare. Qui è stata proibita l'assemblea del personale perché sarebbe stata chiesta con poco preavviso. Nel frattempo, però, il direttore dei laboratori ha chiesto ai rapresentanti sindacali di rimuovere le bandiere della Cgil che erano nell'ingresso da ottobre, da quando è iniziata l'Onda e, da allora, l'ente è in stato di agitazione permanente. Al diniego della Rsu, la direzione ha provveduto comunque a cancellare le tracce della mobilitazione del personale. L'Infn, come tutti gli enti di ricerca, è zeppo di lavoratori precari. 600 di fronte a 1800 strutturati. Di quei 600, 250 sono stabilizzabili ma, a differenza di altri enti, questo non brillerebbe per velocità. Così in 70, a giugno, potrebbero restare esclusi dalle procedure di stabilizzazione e oltre cento contratti a tempo determinato non sarebbero rinnovabili per i vincoli della finanziaria. Grazie Brunetta.
Davanti alla stazione di Tor Vergata, iintanto, il Collettivo unitario studentesco, medi e universitari dei Castelli, aveva organizzato un presidio di accoglienza per Gelmini. I cancelli dell'Esa sono infatti nelle immediate vicinanze. Però, arrivati alla stazione, un paio di ore prima dell'arrivo della ministra - erano le 16.30 - i primi trenta ragazzi hanno trovato alcune volanti davanti alla stazione che bloccavano l'accesso. Gli agenti - una decina in divisa atlantica, coperti a distanza da un paio di equipaggi della celere in tenuta antisommossa nel parcheggio soprastante - li hanno bloccati tutti. Solo quattro o cinque dei sono maggiorenni. Racconta uno di loro: «Ci hanno tenuto per due ore bloccati nella stazione mentre verbalizzavano le identificazioni.
Il dirigente non ci ha voluto parlare nonostante lo avessimo chiesto ripetutamente per capire cosa stesse succedendo». Lo avrebbero trovato solo dopo il rilascio, cercandolo tra le volanti. Nel frattempo altri studenti che arrivavano alla stazione sono stati tutti identificati e poi rinchiusi nella stazione. Il primo ad arrivare, in auto, e in perfetta solitudine, sarebbe stato denunciato per manifestazione non autorizzata solo perché nel bagagliaio aveva un secchio per la colla e un manifesto dell'assemblea "no fly" di Ciampino, la rete di comitati di cittadini che si batte contro i veleni del traffico aereo tra le case.
Sequestrato, dagli uomini del commissariato di Frascati, un pericolosissimo striscione riportante la scritta: "Noi la crisi non la paghiamo. L'Onda è antifascista".
Alla restituzione del documento è stato imposto agli studenti di firmare una notifica del proprio domicilio per l'eventuale denuncia per la manifestazione non autorizzata ma neppure iniziata. Due di loro, maggiorenni, sono stati portati al commissariato per la notifica del sequestro del pericolosissimo cencio. Lunedì assemblea all'Ipò, storico centro sociale di Marino.
Intanto, mentre si consumava l'inedito gesto di repressione preventiva, la ministra arrivava negli enti dopo aver presentato il nuovo portale antidroga con il collega Giovanardi, quello fissato che "una canna fa primapera". Una volta giunta tra i ricercatori spaziali e nucleari, era prevedibile che Gelmini promettesse di uscire dalla crisi grazie allo spazio e al nucleare. Va detto che l'avvocata bresciana ha anche scoperto la precarietà di cui è ritenuta grande produttrice: «Il precariato è una piaga sociale e in queste condizioni non si può pianificare il futuro, ma noi non li lasceremo soli. Entro un mese e mezzo avremo la ricognizione per i tre gruppi di precari della scuola, dell'università e della ricerca. E questo è il primo passo importante per affrontare questo problema - ha detto a margine della visita - stiamo lavorando sui precari ricercatori, ma non abbiamo ancora una risposta (sul possibile distacco dei precari della ricerca dagli altri precari della Pubblica amministrazione, ndr)». E in mancanza di risposte, come sempre, ci pensa la polizia.

Ivrea: Sparò a ladro in fuga. Condannato poliziotto

E' stato condannato a un anno e quattro mesi, con il rito abbreviato, il sovrintendente di polizia Alessandro Sartore. Era accusato di eccesso di uso legittimo di arma da fuoco per la morte di Mariana Chisoi, 37 anni, romena, avvenuta l'8 settembre del 2007 al termine di un furto. La sentenza è stata formulata, oggi, presso il Tribunale d'Ivrea (Torino), dal gup La Rosa. L'agente in forza al Commissariato di Polizia d'Ivrea era assistito dai legali Mario Benni ed Enrico Scolari. Il pubblico ministero Fabrizio Givri aveva invece richiesto la condanna a 12 anni di reclusione con l'accusa di omicidio volontario. All'epoca dei fatti i poliziotti avevano avuto una soffiata circa una rapina che si sarebbe consumata in un supermercato di un quartiere alla periferia sud d'Ivrea. Si appostarono e lasciarono che i banditi entrassero in azione. Una volta in trappola, i malviventi tentarono la fuga a bordo di una Lancia K. Proprio in quel momento Alessandro Sartore sparò prima in alto, poi contro la vettura che si dirigeva contro di lui. Uno di questi, passato attraverso la portiera, ferì a morte la donna. Stefan e Mariana Costache, che hanno partecipato alla rapina, hanno già patteggiato venti e diciotto mesi di reclusione per rapina e resistenza.


fonte: Ansa

4 marzo 2009

Milano: Polizia entra in università in assetto antisommossa per proteggere i fascisti

Stava avvenendo una guerra civile?

Successione degli eventi
Assolutamente no. Dalle 11 del mattino degli studenti di Azione Universitaria (lista universitaria notoriamente legata ad ambienti dell'estrema destra italiana) volantinavano in atrio. Nessun problema, se non che, per volantinare, questi individui erano (e sono sempre) "tutelati" dalla presenza massiccia di uomini della digos (polizia politica), che stavano, secondo una strana idea di "servizio pubblico" per cui li paghiamo, a presidiare il banchetto.
Intorno alle 12.30 un gruppo di studenti, contrari alla presenza in università di persone con idee di evidente matrice fascista, per di più "scortati" dalla polizia politica, hanno cominciato a passeggiare nei dintorni del banchetto, in maniera del tutto ironica e ridanciana. Non fosse che gli stessi "cuori da leone" ed i loro protettori si sono subito compattati intorno al banchetto, non si capisce impauriti da chi o da cosa.
Dopo mezz'ora di questo assurdo teatrino un prodigo agente della Digos ci chiede di spostarci di lato in modo da far passare i ragazzi per uscire. Noi ci spostiamo subito (essendo in fondo quello il nostro obiettivo).
Nel giro di pochi secondi si schierano davanti a noi, cogliendoci più che all'improvviso, IN ATRIO, due cordini di polizia e carabinieri in assento anti sommossa, con scudi caschi manganelli e tutto il necessaire, lasciandoci completamente sbalorditi. Naturalmente, girati verso di noi.
Cosa significa tutto questo
Pensiamo che qualsiasi studente che abbia ancora a cuore quest'università ed in generale la cultura possa capire la bolla che ci è salita, la rabbia, lo stupore, lo sdegno. Senza che stesse volando una mosca, per "difendere" un gruppetto di razzisti subito rinforzato da esterni, tutt'altro che studenti, si è schierata la polizia, evidentemente al servizio di uno Stato che non possiamo riconoscere date tali azioni.
Rabbia, e indignazione, che ci hanno fatto restare, incazzati neri, a fare di tutto perché se ne andassero al più presto (com'è avvenuto, dopo una buona mezz'ora).
L'intervento delle forze dell'ordine ALL'INTERNO dell'università, in una situazione tutt'altro che "calda" (benché non sia questo il punto), ci sembra una vergogna insopportabile per questo ateneo e chi lo vive. Una vergogna a cui qualcuno deve rispondere, dato che il Rettore, sfuggente, cerca di negare la sua responsabilità rispetto all'accaduto nonostante le parole degli sbirri (dichiaratisi "autorizzati dall'amministrazione") e la prassi universitaria. Egli, e tutti gli esponenti della giunta di quest'università, devono prendersi carico di aver permesso l'intervento delle forze dell'ordine in quel modo, e la presenza, ormai quasi costante, della polizia politica in università.
Il fatto di martedì, e l'ormai consueta presenza della digos in ateneo, ci fanno sospettare che questo non sia un luogo libero, quale dovrebbe essere come luogo di sapere, ma uno dei tanti spazi attraversati dal controllo pervasivo dello stato e della polizia. Non si tratta di "non avere nulla da nascondere" ma di difendere ogni studente, ogni idea, nella sua possibilità di esprimersi senza dover temere gli occhi e l'intervento violento della polizia.
Quello che è accaduto mercoledì è un fatto gravissimo, e speriamo che tutti se ne rendano conto e ne prendano atto, pretendendo con forza che non accada mai più; in più se certi elementi (quali i ragazzi di azione universitaria) possono stare in università scortati dalle forze dell'ordine, protetti da loro in maniera violenta, essi devono essere del tutto delegittimati, dallo sdegno degli studenti, per questi comportamenti tutt'altro che "democratici".

Molti studenti incazzati neri

Storia di Youness espulso dall'Italia senza un perché.

«Ti racconto la mia vita con la valigia, da Bergamo a Casablanca e da Casablanca a Bergamo». La voce di Jessica Zanchi è candida, la voce di una ragazza italiana di vent'anni, mamma da pochi mesi e da tempo al centro di una vicenda paradossale. Jessica è sposata con un ragazzo marocchino espulso per tre volte dall'Italia perché sospettato di far parte di un «consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano dell'integralismo islamico». In poche parole: un terrorista. «Youness ha il solo torto di avere un fratello condannato a morte in Marocco per terrorismo islamico», dice. Youness Zarli (nella foto), 27 anni, è innocente: lo hanno stabilito i giudici marocchini dopo dieci mesi di ingiusta carcerazione. Appena libero, Jessica lo ha raggiunto al consolato di Casablanca e qui si sono sposati. Era il 3 marzo 2007, esattamente due anni orsono. Dopo il matrimonio sono tornati a Bergamo, era pronto l'appartamento ricavato all'interno della casa dei genitori di Jessica, Youness viene però espulso una seconda volta e poi una terza, nonostante il consolato italiano gli avesse rilasciato un permesso di ricongiungimento famigliare e poi un visto sul passaporto, che non gli è mai stato ritirato. Il ragazzo ora vive con la madre in Marocco, per il ministero dell'Interno non potrà più mettere piede in Italia. Jessica parla al telefono, ripete una storia raccontata centinaia di volte, in sottofondo gli urletti felici di Adam, dieci mesi, il loro figlio. Cominciamo dal principio, da quando Youness lascia la casa dei genitori a Casablanca per raggiungere due fratelli emigrati a Bergamo. Era il 1997, aveva poco più di 16 anni. Comincia la sua vita italiana, lavoretti saltuari come saldatore e muratore, ottiene il permesso di soggiorno. E poi il tempo libero, gli amici, la discoteca, il kick boxing: è così bravo da diventare campione italiano di light contact. Proprio in una sala da ballo incontra e conosce Jessica, lei ha soltanto 15 anni, lui 22. Si innamorano. I genitori della ragazza, come da copione, storcono il naso: ti dovevi fidanzare proprio con un marocchino? Poi lo conoscono e cambiano idea, il padre di Jessica lo invita la domenica a vedere le partite, la madre acconsente che i due ragazzi dormano insieme. Il 3 dicembre 2005 gli agenti della Digos bussano alla porta di Youness, gli mostrano un decreto di espulsione firmato dal ministro dell'Interno, Beppe Pisanu. In base a quel decreto il ragazzo non può appellarsi al giudice, l'esecuzione è immediata. Dopo due giorni è costretto a prendere un aereo per Casablanca. Il documento di rimpatrio coatto non specifica le motivazioni, si parla appunto di «consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano dell'integralismo». Il pensiero va, automaticamente, al fratello Salah Zurli, indagato dal pm milanese Stefano Dambruoso alla ricerca di cellule islamiche in territorio italiano. Salah è stato giudicato in Marocco e condannato per aver partecipato ad alcuni attentati fondamentalisti. «Youness non è come suo fratello, svolge una vita normale, non ama la politica» ripete Jessica.Eppure. Appena sbarca dall'aereo, Youness viene prelevato dalla polizia marocchina e per due settimane duramente interrogato da decine di inquirenti. Poi viene sbattuto nel carcere di sicurezza di Témara, per dieci lunghi mesi. Il 29 novembre 2006 arriva l'assoluzione, per i severissimi giudici Youness non è un terrorista. In seguito alla cerimonia di nozze al consolato di Casablanca, a Youness viene garantito il visto per ricongiungimento famigliare. I due tornano a Bergamo, e dopo qualche giorno Youness si presenta in questura per regolarizzare la sua posizione e chiedere il permesso di soggiorno.«Innocentemente pensavamo che tutto fosse finito», commenta Jessica: «Pensavamo che l'assoluzione in Marocco potesse cancellare quel decreto di espulsione». Allo sportello, in effetti, i funzionari non battono ciglio. Consegnano i documenti al ragazzo, arrivederci. Ma due ore dopo, gli agenti della Digos lo prelevano nuovamente e, senza lasciargli nemmeno il tempo di salutare Jessica, lo rispediscono in Marocco. Così è cominciata la «vita con la valigia» di Jessica: qualche mese a Casablanca, qualche mese a Bergamo: «Il Marocco è bello ma non mi piacerebbe viverci per sempre, non mi sentirei libera di fare la vita che voglio», spiega Jessica. Nemmeno il ragazzo vuole vivere nel paese dove è nato: dopo 11 anni in Italia si sente ormai italiano, ha imparato bene la lingua, gli piace la "italian way of life". A novembre del 2007 scopre di essere incinta, telefona a Youness e lui decide di rischiare: si presenta all'aeroporto, mostra il passaporto, prende l'aereo. Semplicemente, come la prima volta, il suo status di persona non grata non era stata registrata dal consolato né dalle autorità aeroportuali. Come dire che un "terrorista" pericoloso, secondo il ministero dell'Interno, può comunque viaggiare senza restrizioni. Ma, come da copione, dopo pochi giorni a Bergamo la polizia lo riacciuffa come un criminale e per la terza volta lo rimpatria in Marocco.Il decreto Pisanu, entrato in vigore nel 2005, prevede che il destinatario dell'espulsione possa fare ricorso al tribunale amministrativo (Tar) soltanto dopo essere stato rimpatriato. Youness non ha potuto farlo poiché è stato immediatamente incarcerato, e dunque sono scaduti i 90 giorni per il ricorso. Jessica, insieme con l'avvocato Paolo Oddi, ha depositato una istanza al Viminale nel luglio 2007 chiedendo che venga cancellato il decreto in base, soprattutto, all'assoluzione del ragazzo da parte del tribunale di Rabat. Proprio in questi giorni scade il secondo anniversario delle nozze, a partire da questo momento il giovane può fare richiesta della cittadinanza italiana e, poiché è sposato e ha un figlio italo-marocchino, ha smesso di essere comunque un extracomunitario e dunque per lui valgono le leggi comunitarie. Jessica ha creato un blog, per raccogliere firme da aggiungere alla petizione indirizzata anche a Giorgio Napolitano e al parlamento europeo. «E' una storia così assurda che se fosse capitata a qualcun altro e me l'avessero raccontata, non ci avrei creduto». E' probabile che durerà ancora per molto, la separazione. Il decreto Pisanu prevede l'allontanamento immediato «per motivi di sicurezza nazionale» ma non ha l'obbligo di precisare le motivazioni, che rimarrebbero comunque oscure anche ad un giudice poiché coperte da segreto di Stato. Proprio il caso di Youness. Jessica è stanca: «La cosa che più ci fa arrabbiare è questa, non sapere perché pensano che mio marito sia un terrorista».
fonte: Liberazione

Bergamo: «Non fu guerriglia ma rastrellamento di polizia»

«Non sono impaurito, sono triste. Chi se lo aspettava un trattamento del genere?». Chi parla è uno dei sessanta fermati di sabato scorso a Bergamo. Quando la polizia è uscita fuori di sé: chi scortava un marziale corteo non autorizzato di Forza nuova e chi pestava i manifestanti antifascisti che tornavano a casa. Il nostro testimone ha 26 anni, fa il precario in un call center. «Non sono politicizzato - dice a Liberazione - vado alle manifestazioni, frequento il Pacì nel weekend». Pacì Paciana è un centro sociale attivo dal '97, con amicizie trasversali nella galassia italiana degli spazi autogestiti. Ed è uno dei nodi della rete antifascista cittadina che aveva convocato il presidio contro la calata di Forza Nuova in città. Il nostro interlocutore racconta ancora: «Abito a poche centinaia di metri da dove sono stato fermato. Stavo tornando a casa con un amico che neanche c'era stato alla manifestazione, lui stava cercando suo fratello piccolo». A via Paleocapa c'è un sacco di gente che scappa in direzione opposta: «Vado avanti, vedo un bus dell'Atb (l'azienda tranviaria orobica, ndr), adibito a cellulare». Senza una spiegazione, un tipo in borghese col casco per l'antisommossa li avvicina, chiede loro i documenti e li afferra per il braccio, «senza una parola... se mi fermi spiegami almeno!». Il ragazzo e il suo amico vengono fatti salire sul bus requisito, ex linea 6. «Vi avremmo messo le manette ma sono finite», spiegano i servitori dello Stato impedendo ai fermati di usare i telefonini. In questura arriva un altro convoglio quasi uguale. In cinquanta saranno compressi in uno stanzino. Tra i fermati ci sono un paio di teste spaccate. Questo il repertorio degli agenti: «Stai zitto stronzo!»; «Stai zitto, merda!»; «Ti riempio di botte!». Le ragazze devono andare in bagno davanti a tutti, solo un'ora dopo arriva la concessione di una poliziotta per accompagnarle. I "nostri" usciranno dalla questura senza nemmeno un foglio. Un legale, Fabrizio Losito, ci dice che gli unici due arrestati (rilasciati lunedì), su sessanta fermati, si ritrovano l'accusa di resistenza e violenza a pubblico ufficiale, condita con un'«odiosa» aggravante, perché in concorso con più di dieci persone. Tutto ciò fa lievitare le pene eventuali (da sei mesi a 5 anni per la resistenza semplice e fino a 15 anni con l'aggravante). E spiega la dimensione della retata di sabato sebbene si sia trattato di un fatto che l'avvocato considera «ridotto: nessuno s'è fatto davvero male, la città non è stata devastata, non risultano vetrine rotte, né richieste di danni. Solo un paio di scritte». Insomma, nulla a che vedere col bollettino di guerra diramato senza descrizioni convincenti dai giornalisti locali. «In questa cosa piccola, però, ci sono stati episodi sinistri: manifestanti colpiti alle spalle, persone picchiate in terra - va avanti il legale - e quel personaggio incappucciato che picchia i "passanti". Una situazione preoccupante anche se forse in questura s'è scelto un profilo un po' più basso». «L'importante nella vita è lasciare un segno del nostro passaggio», aveva sentenziato il questore, Dario Rotondi, commemorando pochi giorni prima due agenti assassinati 32 anni prima al casello di Dalmine sotto i colpi della banda Vallanzasca. I suoi uomini stavolta hanno lasciato segni pesanti sulla città: i filmati li rivelano discreti bestemmiatori e piuttosto influenzati dai loro colleghi del G8 genovese mentre vanno a caccia di ragazzini e pestano in gruppo persone disarmate. Eppure da Vicenza, dov'era fino a un anno fa, Rotondi era arrivato con la fama di persona ragionevole. Chi gli ha chiesto spiegazioni per aver disposto le cariche s'è sentito rispondere che «signori miei», il clima è cambiato, è cambiato il governo. Deve averglielo spiegato il ministro La Russa piombato pochi giorni prima dei fatti dopo l'aggressione - condannata da tutti - a due di Azione giovani. «Stiamo reagendo bene, stiamo continuando a spiegare che non c'è stata guerriglia, né scontri ma solo rastrellamenti - dice Carletto del Pacì Paciana - il problema sono stati i fascisti e la polizia». Lunedì, alla conferenza stampa degli antifascisti, c'erano centocinquanta persone, nemmeno tutti militanti: erano testimoni, cittadini, genitori dei ragazzi picchiati. Il lavorìo dellacontroinformazione, probabilmente, produrrà controdenunce. Domani è in programma un'assemblea cittadina per fare il punto e annunciare iniziative. Si accettano scommesse sull'uomo mascherato e picchiatore. Gettonatissimo un digossino. «Ho visto la presenza marziana dei fascisti (ma Fiore, il loro capo, respinge da sempre l'etichetta, ndr)», prosegue Carletto. Forse solo venti camerati sono di Bergamo. Gli altri sono al seguito del leader. «Neanche una scritta in giro per la città», continua l'esponente del centro sociale ricordando un tentativo di Casapound che, dalle Valli, ha provato a distribuire pane a Treviglio, «per alcuni secondi». Non c'è molto spazio per l'estrema destra forse perché la Lega ha condensato le stesse pulsioni xenofobe su cui scommette la diaspora dell'antico Msi.La calata di Fn, insomma, ha il sapore di una forzatura operata con le migliori coperture della destra istituzionale. Il sito dell'Osservatorio democratico rivela la «santa alleanza» in atto: il leader locale di Fn è parente del segretario di An. Entrambi militano in Alleanza Cattolica, sodalizio integralista.I forzanovisti - armati fino ai denti, come da vdeo - sono stati scortati dalla polizia nonostante fosse stata fornita al sindaco, l'assicurazione che non avrebbero sfilato. Dovevano essere accompagnati alla sede nella zona di via Quarenghi, quella dei negozi degli immigrati. Location ideale per una provocazione. «Accadimenti di questo genere non si vedevano da decine di anni, quello che è successo è uno spartiacque». Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione, conferma il clima di paura e tensione, «un clima legato al cambio di governo». E conferma a Liberazione , la «copertura a un corteo armato di spranghe, caschi, bastoni, aggressivo e non autorizzato. Occorre - spiega - rilanciare l'antifascismo politico e partecipato. bisogna rifuggire dallo scontro fisico, recuperare un vuoto di rappresentanza. Che è il problema di fondo».Unica tra le grandi città lombarde, Bergamo è governata dal centrosinistra con il Prc. Unica anche quando ha bocciato la aggressiva campagna delle destre contro parcheggiatori e commercianti abusivi. In città, al contrario, sono state ridotte le forme di marginalità «così - dice Locatelli - quel tentativo delle destre è fallito. Forse per questo ci si riprova utilizzando Fn». Alle imminenti comunali si profila uno scontro tra Roberto Bruni, figlio di deportato, candidato indipendente per il centrosinistra, e Franco Tentorio, vecchio avvocato missino, schierato da An.


Checchino Antonini - Liberazione

Genova: Il poliziotto condannato per gli arresti del G8 ora indaga sui colleghi che spacciavano coca

C´è una coda polemica, nella concessione degli arresti domiciliari per l´agente di polizia penitenziaria Antonio Ierardi, accusato di aver portato cocaina e telefonini cellulari ad alcuni detenuti del carcere di Marassi. Subito dopo la cattura, Ierardi ha ufficialmente reso spontanee dichiarazioni ad un ispettore della squadra mobile che poco tempo fa è stato giudicato colpevole di falso e calunnia - in merito ad alcuni arresti operati durante il G8 - , e per questo condannato in primo grado a due anni e tre mesi di reclusione. Niente di formalmente scorretto, perché nonostante i due anni e tre mesi di reclusione comminatigli, il sottufficiale non è mai stato sospeso dal servizio. Al contrario, è stato trasferito dagli uffici della Digos a quelli della mobile. Prima di essere giudicato colpevole deve passare per tutti e tre i gradi di giudizio (anche se la prescrizione ha in pratica già cancellato il reato di calunnia), e dunque ha tutti i diritti di lavorare. Ma negli ambienti giudiziari genovesi se ne fa più che altro una questione di opportunità. E´ giusto che un condannato per falso e calunnia interroghi un arrestato, per di più se appartenente alle forze dell´ordine? Qualcuno potrebbe ironizzare che nessuno meglio di un ispettore come lui può comprendere e comunicare con un agente che ha sbagliato. Il sottufficiale ha sicuramente lavorato con attenzione e professionalità - così come ha sempre fatto in passato, a leggere il suo curriculum - anche in questo delicato caso. Tuttavia, è comprensibile che più di una persona in tribunale abbia espresso perplessità rispetto all´iter investigativo. Abbiamo provato a chiedere un commento al pubblico ministero Andrea Canciani, che ha gestito l´inchiesta e che meglio di ogni altro poteva chiarire i dubbi. «Non parlo con i giornalisti», ha tuttavia tagliato corto.Antonio Ierardi è accusato di corruzione, per aver accettato di portare all´interno della prigione un telefono cellulare ad un detenuto di origine albanese, Blerim Gaci, in cambio della promessa di una «mancia» di 300 euro. Deve rispondere anche dell´introduzione nella cella di un quantitativo non meglio precisato di cocaina, consegnata ad un altro detenuto albanese - Ferdinand Deda - sempre in cambio di denaro e cocaina. Davanti alla squadra mobile e ai magistrati l´agente di polizia penitenziaria ha ammesso di aver fatto la «spesa» per i criminali, e anche di aver assunto cocaina in alcune occasioni.


fonte : La Repubblica

Se polizia e fascisti sfilano a braccetto

Se chi commette un reato delinque, questa volta dov'erano le benedette ronde del governo Berlusconi? Dopo quello che è accaduto sabato scorso a Bergamo, forse ci toccherà rivalutare il pacioso «presidio del territorio gestito da associazioni» auspicato dai politici nostrani per «aumentare la percezione di sicurezza dei cittadini» (il virgolettato è bipartisan). I volontari con la pettorina e i telefonini, per esempio, di fronte a un centinaio di malintenzionati colti in flagranza di reato avrebbero potuto chiamare la polizia e guadagnarsi una bella medaglia al merito: l'apologia di fascismo, fino a prova contraria, è ancora un reato previsto dalla legge Scelba del 20 giugno 1952 (e l'articolo 4 sancisce quello commesso da chiunque «pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche»). Sarebbe stato un bel colpo. Peccato che la polizia fosse già sul posto, ma per difendere i delinquenti.Sicuramente il ministro degli Interni Maroni, per quanto incattivito dal suo «pacchetto sicurezza», non avrà dato disposizioni in questo senso, per cui adesso dovrebbe toccare al questore Dario Rotondi spiegare come mai i suoi poliziotti si sono dati tanto da fare, quasi mano nella mano, per scortare in pieno centro un gruppetto di nazifascisti di Forza Nuova. Erano armati di spranghe, mazze e caschi - per molto meno in prima serata vengono scomodate le Br...- e marciavano con il braccio romanamente teso per urlare «boia chi molla è il grido di battaglia», con il solito ciarpame ideologico/cimiteriale di contorno. Per tutti i bergamaschi con un briciolo di senno, roba da percepirsi piuttosto insicuri. In più, cosa molto grave per un qualunque tutore dell'ordine pubblico, il corteo fascista aizzato dal leader Roberto Fiore - uno che se gli dai del fascista si offende e chiama l'avvocato - non era nemmeno autorizzato.Tutto ciò sarà pure discutibile, o disgustoso, ma è niente rispetto a quello che è accaduto in seguito. Una volta protetta la lugubre parata non autorizzata, gli uomini comandati dal dottor Rotondi non sono certo rimasti con le mani in mano, e ci sono i video a testimoniarlo: alcuni antifascisti trattenuti a terra con i piedi schiacciati sulla faccia («pezzo di merda stai zitto»), altri fermati casualmente e portati in questura, una ragazza apostrofata «zecca puttana» (questa l'abbiamo già sentita da qualche parte...), per non dire dei tre individui con il passamontagna che manganellano a caso. Purtroppo abbiamo metabolizzato che il clima non è più quello di una volta perché «non c'è un governo di sinistra» - così un funzionario della Digos avrebbe «spiegato» i pestaggi - ma forse il questore di Bergamo potrebbe mostrarsi meno pigro e banale dei suoi sottoposti. Troppo facile cavarsela ringraziando il personale per il lavoro svolto e minimizzare i disordini dicendo «non si è trattato di una cosa di grande rilievo». Come no... Proteggere i fascisti non è più reato?


Luca Fazio - il manifesto

2 marzo 2009

Solidarietà ai compagni fermatie picchiati dalle forze dell’ordine alla manifestazione di sabato 28 a Bergamo

Mentre molti compagni animavano il bellissimo corteo di Milanoper richiedere libertà, spazi sociali e zero repressione, a Bergamo la questura attuava quel disegno scellerato che troppe volte abbiamo visto in piazza: aggredire violentemente giovani pacifici e inermi mentre si difendono decine di fascisti pesantemente armati che sfilano con il consueto corollario di slogan nazisti e saluti romani, in paleseviolazione dei principi costituzionali. La giornata di sabato rappresenta una grave sospensione dello stato di diritto e pone una pesante ipoteca sul diritto di manifestare ed esprimere le proprie idee. L’esibizione di violenza e di aggressività da parte delle forze dell’ordine è stata del tutto illegittima e ingiustificata ed ha colpito molti giovani e giovanissimi compagni che stavano manifestando con sincero entusiasmo e senza alcuna intenzione violenta contro una azione fascista. Crediamo che 59 fermi, 2 arresti e diversi feriti siano un bilancio troppo grave: bisogna fare immediatamente chiarezza sulle responsabilità istituzionali di questi fatti e il Ministro dell’Interno Maroni deve chiarire la propria posizione su quanto avvenuto e formalizzare l’impegno che fatti del genere non accadano più. Ilmovimento non può permettere che le forze politiche di destra ora al governo, grazie al braccio armato delle forze di polizia, sovvertano l’ordine democratico e compiano delle vere e proprie intimidazioni per impedire di esprimere liberamente il proprio dissenso e la propria idea di società. Per questo nei prossimi mesi faremo opposizione a queste politiche scellerate difendendo gli spazi sociali, il diritto di manifestare, la libertà di espressione in tutte le sue forme, anche quelle meno convenzionali. Questa sarà, a nostro parere, una lotta difondamentale importanza da condurre senza indugi e divisioni con tuttiquelli che vogliono impedire la svolta repressiva in atto.


GiovaniComuniste/i della Lombardia

Violenze poliziesche a Bergamo: Maroni dia risposte esaustive urgentemente

«I responsabili locali dell'ordine pubblico e il Ministro degli Interni devono degli urgenti ed esaustivi chiarimenti su quanto avvenuto l'altra sera a Bergamo, dove le forze dell'ordine hanno non solo permesso, ma persino protetto un corteo non autorizzato del movimento neonazista Forza Nuova, con tanto di esibizione di simbologia fascista e soprattutto di squadre organizzate e armate di spranghe, mentre poco dopo sono stati invece caricati con rabbia e rastrellati a decine i manifestanti antifascisti». Mi associo dunque alla pronta denuncia di Luciano Muhlbauer, consigliere regionale lombardo del Prc, sui gravi episodi accaduti a Bergamo. «Subordinare la gestione dell'ordine pubblico non alla legge e al buonsenso, bensì agli orientamenti e agli interessi politici dei governanti di turno -conclude Ferrero - mette a serio rischio la tenuta democratica e apre le porte alle avventure autoritarie. Per questo chiediamo con forza che il Ministro Maroni chiarisca immediatamente le responsabilità istituzionali di quanto accaduto e che formalizzi l'impegno che cose del genere non si ripetano più.

1 marzo 2009

L'attacco finale alla democrazia è iniziato!

Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l'obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC), è stato introdotto l'articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet".Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l'articolo è diventato il nr. 60.Anche se il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della "Casta" che non vuole scollarsi dal potere.In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero. Il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube e tutta l'informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l'unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube.Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che vede un'impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d'interessi.Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l'Italia come la Cina e la Birmania.Oggi nessun media ha dato notizia. Fate girare questa notizia il più possibile. E' ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E' in gioco davvero la democrazia!!!

Bergamo, picchiato e umiliato dai poliziotti.

Le immagini arrivano da Bergamo e sono durissime: un giovane, fermato durante la manifestazione della sinistra antagonista per protestare contro l'apertura della sede provinciale di Forza Nuova, viene trattenuto a terra da un poliziotto che gli tiene un piede sulla testa. Nel video si vede anche il giovane colpito a manganellate da altri agenti mentre un amico, che viene preso a parolacce dagli stessi poliziotti, cerca di intervenire.




«I responsabili locali dell'ordine pubblico e il Ministro degli Interni devono degli urgenti ed esaustivi chiarimenti su quanto avvenuto ieri sera a Bergamo, dove le forze dell'ordine hanno non solo permesso, ma persino protetto un corteo non autorizzato del movimento neonazista Forza Nuova, con tanto di esibizione di simbologia fascista e soprattutto di squadre organizzate e armate di spranghe, mentre poco dopo sono stati invece caricati con rabbia e rastrellati a decine i manifestanti antifascisti». Lo afferma Luciano Muhlbauer, consigliere regionale lombardo del Prc. «Due pesi e due misure che non possono che suscitare vivo allarme e che fanno il paio con quanto sta avvenendo sempre più frequentemente in tutto il paese. Cioè, una grande tolleranza istituzionale verso gruppi razzisti e neofascisti, anche quando violano palesemente la legge e le prescrizioni costituzionali, e una totale intolleranza verso ogni forma di dissenso in qualche modo riconducibile alla sinistra o semplicemente a opinioni non conformi o contigue al centrodestra». «Subordinare la gestione dell'ordine pubblico non alla legge e al buon senso, bensì agli orientamenti e agli interessi politici dei governanti di turno -conclude il consigliere regionale- mette a serio rischio la tenuta democratica e apre le porte alle avventure autoritarie. Per questo chiediamo con forza che il Ministro Maroni chiarisca immediatamente le responsabilità istituzionali di quanto accaduto e che formalizzi l'impegno che cose del genere non si ripetano più.»

Sicurezza: Da Padova a Forlì, il mercato delle ronde

Dopo l'entrata in vigore del decreto legge sulle ronde in molte parti d'Italia si è assistito ad un proliferare di «associazioni di volontari per la sicurezza», intenzionati a presidiare il territorio con funzioni ausiliarie delle forze dell'ordine. A Padova militanti di An e della Lega sono scesi in alcuni quartieri fino a quando hanno trovato la strada sbarrata dai giovani dei centri sociali. Un po' di sberle e l'intervento della polizia hanno messo fine ad all'iniziativa. L'indeterminatezza e la prosa allusiva contenuta nel testo varato dal governo lo scorso 25 febbraio hanno lasciato ampio spazio alle interpretazioni più pericolose e così si è immediatamente scatenata la corsa all'accaparramento del mercato politico-mediatico delle ronde. Il testo approvato, infatti, pur dando priorità alle associazioni composte da personale delle forze dell'ordine in congedo, estende il ricorso alla collaborazione con i comuni ad ogni altro tipo di «associazione tra cittadini non armati», purché compaiano in un'apposita lista depositata in prefettura e non usufruiscano di finanziamenti pubblici. Formulazione che sembra aprire al finanziamento privato della vigilanza, sul modello delle «agenzie private di sicurezza» teorizzato dai partigiani dell'ultracapitalismo selvaggio come lo studioso americano Robert Noizick. L'impresa delle ronde è diventata subito un terreno d'accesa competizione per il controllo del territorio tra schiere di leghisti e squadre di An, Storace, Forza nuova e Fiamma tricolore. A Verona la giunta comunale ha istituito gli «assistenti civici», ad Udine la Lega ha annunciato la creazione di ronde entro il mese. A Milano come a Napoli agiscono da tempo i City angels e i Blue berets. A Torino e Ferrara giovani di An sono scesi in strada, mentre a Trieste Fiamma tricolore sta organizzando ronde intitolate alla memoria di Ettore Muti. A Bologna ci sono state iniziative episodiche di An, Forza nuova e Lega. A Forlì la Lega ha creato delle «ronde civiche». A Roma invece è molto attiva la Destra di Storace che ha sguinsagliato i propri militanti e annunciato la nascita di «ronde rosa» nel quartiere dell'Eur. Un'Italia, insomma, che assomigli sempre più al piazzale di una caserma con adunate e alzabandiera mattutini. «Riprendiamoci la città» era uno degli slogan che più echeggiava ne gli anni 70. Lanciato da Lotta continua venne ripreso durante il movimento del 77, dove risuonò come una slavina durante gli enormi cortei. Dietro questa parola d'ordine agiva il protagonismo di soggetti deboli e misconosciuti, la partecipazione irruenta dei senza parola alla vita pubblica contro ogni forma di sfruttamento, sopraffazione, carovita, per un uso pubblico e sociale della città, dove trovassero soddisfazione i bisogni dei cittadini, reddito, trasporti, verde, cultura, gli spazi di socialità, musica, feste. Mai il senso delle parole ha potuto segnare la direzione di un'epoca come in questo caso. Ciò che allora voleva indicare la riconquista condivisa dello spazio pubblico, un allargamento della cooperazione e della socializzazione, l'uscita dai ghetti della fabbrica, dei quartieri dormitorio, del privato, ora indica l'esatto opposto. Oggi a lanciare questo slogan sono le truppe del Carroccio e le squadre della destra che coagulano gli interessi particolaristici dei bottegai, di cittadini blindati nei loro villini a schiera, di lavoratori atterriti dalla crisi economica. Ma le ronde non fanno primavera.

fonte: Liberazione

Sicurezza: Da Verona a Bologna, se il conflitto è vietato

Il leit motiv è vecchio come il cucco: le manifestazioni intralciano il traffico, creano scompiglio, in qualche modo limitano qualche libertà di chi non aderisce a quella specifica manifestazione. Si comincia così e si finisce alla direttiva Maroni, quella che prendendo spunto dai cortei con annessa preghiera islamica indette dalle comunità musulmane nel periodo della guerra a Gaza, si prende la briga di dare disposizioni a tutti i questori e i prefetti d'Italia: si definiscano criteri per «limitare l'accesso ad alcune aree particolarmente sensibili», si prevedano «forme di garanzia per eventuali danni». Questo il 26 gennaio. Un mese dopo c'è già il primo indagato. Si chiama Pietro Milazzo, è un dirigente regionale della Cgil siciliana e una ventina di giorni fa ha ricevuto un avviso di garanzia. Il reato contestato sull'avviso non c'è scritto. Ma probabilmente è il 650 del codice penale: inosservanza di provvedimento di autorità. È previsto l'arresto fino a tre mesi e un'ammenda pecuniaria. Ma cosa hanno fatto Milazzo e tutti quelli che, come lui, un pomeriggio sono andati a manifestare di fronte alla Prefettura di Palermo? Hanno sostato sul marciapiede antistante la Prefettura, dove da sempre si organizzano i presidi. Proprio quello che la Questura aveva vietato di fare. «Ma io l'ho fatto lo stesso - racconta Milazzo - perché ritengo anticostituzionale che mi si dica dove devo manifestare, visto che non ci sono problemi di ordine pubblico». Una volta, forse. Ora Milazzo rischia di doversi difendere in tribunale. Tra l'altro la sua storia insegna in che modo la direttiva Maroni possa essere utilizzata. La manifestazione «incriminata» infatti era in solidarietà con lo stesso Milazzo, che lo scorso settembre ha ricevuto un avviso orale dalla questura di Palermo - in base a una legge del '56 - in cui gli si intimava di modificare la sua condotta considerata pericolosa (è un attivista politico) specificando che, in caso contrario, rischia di incorrere in misure di prevenzione. Ora il «pericoloso» Milazzo, che insiste a manifestare sui marciapiedi, deve difendersi anche da una nuova accusa. Ma se questo accade a Palermo, la topografia delle prossime manifestazioni è in rapida ridefinizione. A Bologna il prefetto ha deciso che - fino a settembre - non si può più manifestare nel centro storico dalle 14 del sabato fino a tutta la giornata della domenica. Niente più cortei nel week-end a piazza Maggiore, piazza del Nettuno, fino alla cosiddetta «T» (via Ugo Bassi, un tratto di via Indipendenza, via Rizzoli) circuiti storici per le dimostrazioni bolognesi. Giro di consultazioni in Prefettura anche a Verona, dove di volta in volta sindaco, prefetto e questore valuteranno se sia il caso di concedere il calpestio di massa del centro storico. Come esplicitamente previsto dalla direttiva Maroni, si valuterà anche se chiedere o meno una cauzione ai promotori, per tutelare il Comune da eventuali danni. Possibilità che ha fatto drizzare le antenne degli attivisti veronesi, visto che per la manifestazione antifascista del 17 maggio 2008, che aveva lasciato dietro di sé qualche scritta e una vetrina rotta, il sindaco Flavio Tosi aveva minacciato di chiedere 20 mila euro di danni. Ma in materia di disciplina dell'ordine pubblico Tosi non è secondo a nessuno: proprio in questi giorni una sua ordinanza ha vietato ai supermercati la vendita di uova e farina nel giorno del corteo di Carnevale, per evitare ai dispettosi bambini di tirarsele appresso e imbrattare la perla dell'Unesco, il centro storico della città scaligera. Disposizioni sulla limitazione del centro storico sono attese anche a Vicenza. Il Prefetto ha avviato anche lì un giro di consultazioni. Il comitato No Dal Molin ha inviato una lettera in Prefettura per prendere posizione: «Riteniamo che non si possa svilire il ruolo della polis a mero "salotto"».


28 febbraio 2009

Milano, 15mila in corteo contro le logiche securitarie e per gli spazi sociali. Blocchi in solidarietà con Bergamo.

Concluso il corteo, i manifestanti sono quindi tornati in piazza XXIV maggio, luogo di partenza, sciogliendo la manifestazione dopo un pomeriggio all'insegna della spinta e della ricchezza delle realtà sociali che vi hanno partecipato. La manifestazione ha mandato in tilt la circolazione sulla circonvallazione esterna della città. I manifestanti, durante il corteo hanno lungo attesi notizie sui "compagni" fermati durante alcuni scontri a Bergamo. Gli organizzatori del corteo dichiarano che in piazza ci sono più di 15 mila persone. Dal carro di testa, i promotori hanno espresso al megafono "solidarietà per i compagni che sono andati a Bergamo per evitare l'apertura di una sede di Forza Nuova". La manifestazione è stata pacifica, scandita da cori e sfottò ad esponenti del comune di Milano e del governo e da un paio di petardi. Alcuni ragazzi si sono arrampicati sulle impalcature che coprono Porta Romana in piazzale Medaglie d'Oro a Milano per fissare due grandi striscioni, coprendo in parte le pubblicità che tappezzano la struttura. 'Milano belongs to the people. Moratti e De Corato city rapists' e 'Nessuna speculazione sui nostri corpi', sono i due striscioni issati, mentre alla base delle impalcature un altro gruppo di ragazzi ha scritto con vernice spray 'Dax vive nella rabbia', in ricordo di un giovane esponente dei centri sociali ucciso in dai fascisti a Milano. .

Bergamo: Mobilitazione antifascista 40 persone fermate

Mobilitazione antifascista quest'oggi a Bergamo, contro l'intenzione dell'organizzazione di estrema destra Forza Nuova di aprire una sede in città. Una volontà bloccata dalla mobilitazione dello scorso 7 febbraio delle realtà sociali bergamasche ma che si vuole riproporre quest'oggi, anche tramite la chiamata della peggiore feccia nera di altre zone del paese.Provocazione intollerabile per la quale gli antifascisti e le antifasciste bergamasche hanno indetto una nuova mobilitazione in città, per tornare a ribadire come per l'estrema destra non vi sia alcuno spazio e agibilità. Alle 14 ha preso vita il presidio antifascista (non autorizzato) in via Quarenghi, che vede al momento la partecipazione di circa 500 compagni e compagne di Bergamo come di altre località. Sono presenti delegazioni provenienti da Torino, Cremona, Milano, Brescia e anche dalla Svizzera. La polizia blocca la via antistante, dove dovrebbero passare i fascisti in corteo.La giornata antifascista è poi proseguita nel pomeriggio anche con un corteo non autorizzato per le vie del centro cittadino, circa 1000 antifascisti hanno ribadito l'opposizione al fascismo e la natura antifascista di Bergamo, chiarendo come spazi per l'estrema destra non possano essere tollerati. Fascisti corpo estraneo della città, senza alcun radicamento, che hanno trovato riparo solo sotto la protezione di un ingente schieramento di polizia posto a loro protezione.
Dopo aver percorso le vie del centro comunicando alla cittadinanza i valori dell'antifascismo, il corteo è tornato al concentramento dove è stato caricato dalla polizia. Nel centro cittadino si è scatenata una vera e propria caccia all'uomo e una quarantina di compagni sono stati posti in stato di fermo. «Il corteo era finito da un’ora - racconta un manifestante - addirittura il questore, Dario Rotondi, si era congratulato con alcuni organizzatori per la gestione della piazza quando i poliziotti sono scattati. Gli prudevano le mani».A Bergamo si terrano le elezioni comunali e provinciali, e una giornata gestita con il pugno duro dalla polizia contro manifestanti di sinistra con scontri per le strade, cade a pennello per la Lega del ministro degli Interni Bobo Maroni. Resistenza aggravata e corteo non autorizzato queste le accuse per cinque dei quaranta compagni fermati nel pomeriggio a Bergamo, al termine di una manifestazione antifascista, e con queste accuse i cinque saranno processati domani per direttissima. Intanto dieci dei fermati sono stati rilasciati mentre non si hanno notizie precise sugli altri. Molte persone hanno tentato di avvicinarsi alla Questura per mettere in atto un presidio che chiedesse la liberazione dei fermati, ma le polizia ha caricato ogni accenno di assembramento nei pressi della Questura.

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