14 febbraio 2009

Ultras: tifosi del Pisa e del Livorno uniti contro la repressione.

Nemici storici, protagonisti in passato di scazzottate epiche, di assalti via mare, di derby che duravano un anno intero: ma adesso i tifosi di Pisa e Livorno sono improvvisamente uniti, alleati, contro il Viminale. Protestano e contestano il provvedimento deciso per il derby di domani di serie B: allo stadio pisano potranno entrare solo gli abbonati. Così come all'andata a Livorno. Poche migliaia di persone, quindi: penalizzati non solo i tifosi ospiti, messi al bando, ma anche i club che ci rimettono non pochi soldi. I tifosi del Pisa, lo zoccolo duro degli ultrà, hanno deciso di protestare: non entreranno allo stadio, lasceranno la curva Nord vuota, e hanno invitato anzi anche gli altri abbonati a fare altrettanto. Niente picchettaggio e niente violenza: una protesta pacifica. Un'alleanza fra due tifoserie storicamente nemiche. Ecco i dettagli della protesta: durante i 90 minuti di gioco fuori dallo stadio Arena Garibaldi, verrà allestito un impianto sonoro per ascoltare la partita e verrà offerta birra. I tifosi pisani si sono anche raccomandati: "Niente ridicoli cori offensivi verso un settore ospiti vuoto e verso una tifoseria cui è stata interdetta la presenza da un'assurda decisione che fa solo il male del calcio". E aggiungono: "Questi assurdi divieti, questi decreti stanno uccidendo la parte più bella di partite come queste: le coreografie, gli sfottò e il campanilismo". D'accordo i tifosi di Livorno che ieri hanno manifestato in centro (in circa 300, contro il ministro Maroni). Piena solidarietà da parte dei politici delle due città alle iniziative degli ultrà: già all'andata avevano inutilmente protestato. Sul sito de Il Tirreno molto spazio è stato dato in questi giorni a questa "insolita alleanza", e l'editore del Vernacoliere, Mario Cardinali, pur non amando più questo "calcio business" condivide in pieno la protesta: "Bravi ragazzi, siete stati meno beceri dei politici". Il Viminale sta cercando di combattere la violenza negli stadi e ha ottenuto già buoni risultati: ma questa non è la strada giusta. Troppo facile chiudere gli stadi, fare entrare solo una minoranza. Bisogna garantire al tifoso perbene (pisano o livornese, o napoletano che sia) di poter seguire la propria squadra. La soluzione adottata in questo caso (e in altre occasioni come Fiorentina-Bologna) è soltanto una resa dello Stato.
fonte: La Repubblica

13 febbraio 2009

Perché tante mele marce nella polizia

La vicenda degli agenti della polizia di stato arrestati insieme a una decina di spacciatori di cocaina è purtroppo l´ennesimo episodio in cui si scopre che degli operatori delle cosiddette forze dell´ordine sono diventati delinquenti se non criminali abituali. Sono passati pochi mesi dal precedente episodio riguardante altri della narcotici genovese che da più di dodici anni sequestravano per loro stessi droga e danaro, si circondavano di confidenti fidati a cui affidavano anche lo spaccio dei loro sequestri, avevano il conto a Montecarlo ma non mancavano di mettere in scena delle belle operazioni con sequestri di droghe e arresti di qualche pusher. E´ quasi certo che alcuni dirigenti diranno subito che "non bisogna fare di tutta l´erba un fascio" e che, si sa, ci sono sempre delle "mele marce" anche nelle buone famiglie. Tuttavia se si analizzano i diversi fatti di corruzione, abusi, violenze e altri reati commessi da agenti e dirigenti delle forze di polizia nazionali e locali, stando solo ai fatti noti che sicuramente sono solo una parte del fenomeno, e provando anche a fare un raffronto con quanto succede in altri paesi democratici, si possono ricavare le seguenti considerazioni.

1) La devianza se non della criminalità grave di operatori delle forze di polizia si riproduce da sempre, ma ci sono periodi e luoghi in cui può accentuarsi.


2) Le autorità politiche e i vertici non hanno mai predisposto né il monitoraggio, né un serio studio, né progetti di prevenzione, repressione e risanamento adeguati.


3) Le abituali "indagini interne" che a volte sembravano voler sradicare la "malapianta" (si ricordi fra le altre il rapporto Serra sulla questura di Bologna dopo la scoperta della "uno bianca") si sono sempre risolte in ben pochi e banali provvedimenti lasciando "tutto come prima" (sono parole di agenti che hanno vissuto da vicino queste vicende).


4) Periodicamente alcune questure o commissariati, caserme, comandi dei CC o altre strutture anche della GdF o di polizie locali (si pensi ai recenti fatti della "panda nera" di Calcio in cui sono stati coinvolti operatori di tutte le polizie e alla vicenda degli agenti razzisti e vigliacchi di Parma) si rivelano particolarmente "infetti" di tale "male" (per nulla oscuro). E´ questo anche il caso di Genova non solo per quanto è successo al G8, ma anche per la costellazione dei vari altri fatti (fra i quali non va dimenticato neanche il coinvolgimento di dirigenti di Ps nella struttura illegale creata da Saya, per non parlare prima delle performances del colonnello Riccio e di altre storie "liguri", per finire ai delinquenti della narcotici).Così come fu evidente nel caso della "Uno bianca" di Bologna, se per tanti anni alcuni operatori perpetuano atti criminali è quasi certo che l´"ambiente" in cui lavorano se non è complice, oscilla fra indifferenza (che non è ammissibile) e tolleranza (che è parente della complicità passiva e che può diventare attiva, cioè correità). Allora perché non è mai stato pensato un progetto di risanamento di tali ambienti?


5) In tutti i paesi democratici esistono delle strutture di controllo per prevenire, reprimere e risanare la delinquenza nelle forze di polizia. Teoricamente anche in Italia; ma, anche quando qualche dirigente democratico ha tentato di proporre misure esemplari, i vertici hanno optato per l´insabbiamento abituale e qualche banale punizione di pesci piccoli.


6) Ovviamente la responsabilità di tutto ciò non è solo dei vertici delle polizie ma innanzitutto delle autorità politiche che si sono sempre preoccupati di prostrarsi a difesa dell´onorabilità della "forza pubblica" di cui peraltro non hanno mai osato auspicare neanche un minimo di razionalizzazione democratica (e forse non a caso). Fra i paesi che dopo il 1945 hanno provveduto al risanamento democratico delle istituzioni, l´Italia è l´unico Paese in cui manca ancor oggi un minimo effettivo controllo democratico delle forze di polizia nazionali e locali (mentre, ahinoi, si istituzionalizzano anche le ronde).


7) Un´altra responsabilità della riproduzione della delinquenza fra le polizie appartiene anche all´autorità giudiziaria quasi sempre ultra timida sino alla legittimazione di fatto dell´impunità dei rèi (ben nota per i fatti del G8 di Genova). E´ vero che disporre di una polizia giudiziaria effettivamente indipendente è assai difficile e che parte della magistratura partecipa a giochi di potere e quindi di scambio di favori, che passano anche attraverso lo scambio di coperture. Ma non sarebbe indispensabile l´impegno comune dei democratici che comunque ci sono nei ranghi delle polizie e della magistratura quantomeno per resistere a derive in cui, non a caso, si mescola corruzione, abusi, autoritarismo e razzismo?


8) Infine, dov´è la mobilitazione dei democratici della società locale (quelli che rivendicano civismo) per la trasparenza democratica delle forze di polizia e la gestione della sicurezza?




SALVATORE PALIDDA
docente di sociologia della devianza e del controllo sociale Università di Genova

Cagliari: Cariche della Polizia contro i manifestanti antifascisti.

Il 10 febbraio 2009, in piazza Repubblica a Cagliari, si teneva un presidio Antifascista contro il corteo di Forza Nuova ed Azione Giovani per la giornata nazionale per le foibe. Per non si sa quale motivo il gruppo di Antifascisti presenti al sit-in sono stati caricati per ben due volte e successivamente inseguiti dopo che il corteo dei fascisti era già passato. Noi c'eravamo e abbiamo rischiato come altri di essere colpiti dalle manganellate di poliziotti e carabinieri che si sono accaniti senza nessuna ragione. Il gruppo di giovani antifascisti non era tanto numeroso, non si è mosso, non ha attaccato se non verbalmente quell'inutile corteo fascista. Non è ammissibile che dei giovani che manifestano democraticamente il proprio dissenso vengano rincorsi e caricati in mezzo alla strada dove passeggiano altre persone e dove può essere coinvolto chiunque si trovi lì per motivi diversi o uguali.E' nauseante e disgustante vedere con i propri occhi un attacco così, vedere come sia stato fatto di proposito; e constatare come le forze dell'ordine non ci abbiano pensato due volte a colpire, senza guardare in faccia nessuno e come se si stesse scatenando una sommossa vera e propria. Non si può compiere un atto di tale efferatezza, tipico di un regime autoritario, contro dei giovani manifestanti, che non hanno commesso alcun atto di provocazione.Oramai siamo davanti a un regime sempre più opprimente, la resistenza non deve cessare ma si deve rafforzare e tutti dobbiamo prenderne parte.


Marinella Stochino e Marco Piredda
(circolo PRC "Antonio Gramsci" – CA)

12 febbraio 2009

Il testo della Direttiva del Ministro Maroni per le manifestazioni nei centri urbani e nelle aree sensibili.

1. Premessa
Si susseguono quotidianamente, nelle città, iniziative e manifestazioni pubbliche con cortei che percorrono i centri storici per dare voce e forma organizzata a dissensi e proteste o comunque per rappresentare e richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni su problemi e proposte.Il diritto costituzionalmente garantito di riunirsi e manifestare liberamente in luogo pubblico costituisce espressione fondamentale della vita democratica e come tale va preservato e tutelato.L’esercizio di tale diritto deve tuttavia svolgersi nel rispetto di altri diritti costituzionalmente garantiti e delle norme che disciplinano l’ordinato svolgimento della convivenza civile.La frequenza di manifestazioni determina non di rado, nella complessa realtà dei centri urbani di maggiori dimensioni, criticità nell’ordinato svolgersi della vita cittadina tali da limitare, condizionandoli, i più comuni diritti dei cittadini come ad esempio il diritto allo studio, il diritto al lavoro e il diritto alla mobilità.E’ necessario quindi intervenire sulla disciplina esistente, adeguandola alle nuove esigenze.La necessità di un tale intervento è ancor più evidente in ragione del fatto che le iniziative si ripetono e si concentrano, per ricercare la massima visibilità, nelle maggiori città, luoghi privilegiati della rappresentanza istituzionale e politica.In ogni caso è importante che la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza siano sempre resi compatibili con il diritto di riunione e con la libertà di manifestazione del pensiero
2. Centri urbani
La necessità di individuare percorsi e di prevedere altre indicazioni finalizzate alla regolamentazione delle manifestazioni, nasce anche dall’esigenza di evitare diseconomie e, ove sussistano forme di garanzia per assicurare la mobilità territoriale, di non vanificarne gli effetti. Ad esempio, laddove normativa ed accordi hanno reso effettive “le fasce di garanzia” del trasporto pubblico (senza per questo ledere l’altrettanto fondamentale diritto di sciopero) una manifestazione che si svolga in quegli stessi orari garantiti potrebbe causare, anche involontariamente, il blocco del traffico cittadino e ledere il diritto alla libera circolazione.L’adozione di nuovi criteri nella regolamentazione di percorsi delle manifestazioni può costituire un equilibrato punto di approdo nel contemperamento dei diversi diritti da tutelare. In tal senso, l’esclusione di aree nevralgiche per la mobilità territoriale o di luoghi d’arte (si pensi ad esempio ai siti riconosciuti dall’UNESCO patrimonio dell’umanità), o ancora delle aree “particolarmente protette” sotto il profilo dell’inquinamento acustico, come gli ospedali, potrebbe rappresentare la scelta più confacente alla risoluzione delle problematiche descritte.Ulteriore elemento da considerare è il patrimonio urbano, pubblico e privato, per la cui tutela potranno prevedersi forme di garanzia a carico dei promotori e degli organizzatori.
3. Aree sensibili
L’art. 17 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di riunione, purché sia pacifico e senza armi. Per le riunioni in luogo pubblico è previsto l’obbligo di preavviso alle autorità che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.Coerente alla norma costituzionale è il disposto dell’art. 18 del TULPS che sancisce l’obbligo, in capo ai promotori, di preavviso al Questore almeno tre giorni prima. Il quarto comma prevede che il Questore possa, in caso di omesso avviso o per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, impedire che la riunione abbia luogo o prescrivere modalità di tempo e di luogo della riunione.Analoga previsione è contenuta nell’articolo 26 dello stesso TULPS per quel che concerne le funzioni, le cerimonie, le pratiche religiose e le processioni ecclesiastiche o civili: il Questore può, per ragioni di ordine pubblico o di sanità pubblica, vietarle o prescrivere l’osservanza di determinate modalità, dandone avviso ai promotori almeno ventiquattro ore prima. L’articolo 30 del regolamento di esecuzione del TULPS prevede inoltre che, in tali casi, possa essere richiesto il consenso scritto dell’Autorità competente, per percorrere determinate aree pubbliche.Il Questore può di volta in volta valutare discrezionalmente la conformità della manifestazione alle esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, in ragione di considerazioni fattuali, di tempo e di luogo.In particolare, tale valutazione troverà applicazione con riferimento alle aree nelle quali siano collocati obiettivi critici in relazione ai quali sarà opportuno disporre le necessarie limitazioni all’accesso.
4. Direttiva
In relazione a tanto, si rende opportuna la definizione di criteri che orientino le decisione dei competenti Prefetti e Questori, ferme restando le valutazioni necessarie in relazione a casi specifici.Fra questi criteri si evidenzia la necessità di limitare l’accesso ad alcune aree particolarmente sensibili, specialmente quando la manifestazione coinvolga un numero di partecipanti elevato.Tali aree sensibili saranno individuate in zone a forte caratterizzazione simbolica per motivi sociali, culturali o religiosi (ad esempio cattedrali, basiliche o altri importanti luoghi di culto) o che siano caratterizzate – anche in condizioni normali – da un notevole afflusso di persone o nelle aree nelle quali siano collocati obiettivi critici.Tali limiti potranno operare specialmente quando ci siano state precedenti manifestazioni, con stesso oggetto e organizzazione, che abbiano turbato l’ordine e la sicurezza pubblica.Ai sensi dell’articolo 1, della Legge n. 121, del 1° aprile 1981, si emana la presente direttiva generale per le pubbliche manifestazioni, con l’invito ai Prefetti a stabilire regole – d’intesa con i Sindaci – e sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, per:1. sottrarre alcune aree alle manifestazioni;2. prevedere, ove necessario, forme di garanzia per gli eventuali danni;3. prevedere altre indicazioni per lo svolgimento delle manifestazioni.Tali determinazioni (da condividere il più possibile con le forze politiche e sociali) troveranno forma in un apposito provvedimento del Prefetto, inizialmente anche in forma sperimentale.
IL MINISTRO
Roma, 26 gennaio 2009

11 febbraio 2009

Genova: fermati due poliziotti spacciatori. Uno di loro era stato condannato per le violenze alla caserma Bolzaneto.

Fermati undici spacciatori: due di loro sono poliziotti. Anche alcuni dei consumatori sono poliziotti genovesi che, a quanto pare, usavano la droga anche in servizio. Durante un'indagine della procura di Genova durata due anni è stato accertato un traffico di due etti di cocaina a settimana. Alla fine dell’indagine sono scattate le misure di custodia cautelare per traffico di sostanze stupefacenti che riguardano 11 persone tra cui 2 poliziotti genovesi attualmente in servizio uno presso una questura lombarda, il secondo presso una questura piemontese e che sono entrambi accusati di traffico di stupefacenti. Nel corso dell’inchiesta sono stati segnalati alla prefettura almeno 15 poliziotti in servizio presso la questura di Genova per uso di cocaina. La notizia è stata data durante una coferenza stampa dal Procuratore capo di Genova Francesco Lalla e dal sostituto procuratore Vittorio Ranieri Miniati. L'indagine era partita da un traffico di cocaina che veniva usata in feste private tra Genova e il Tigullio. L’inchiesta è nata intercettando le telefonate di un poliziotto condannato per le violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 e che è accusato di avere violentato alcune prostitute nelle guardine dalla Questura. Indagando sulle violenze e intercettando il poliziotto , si è scoperto che c’erano alcuni poliziotti della questura di Genova che consumavano cocaina e lo facevano anche in servizio, come da risulta da alcune delle telefonate intercettate


fonte: La Repubblica

Roma: «Fuori dal quartiere»: e prova a dar fuoco a un bengalese

La bomboletta spray in una mano, l'accendino nell'altra. Poi, d'un tratto, una piccola scintilla e la fiammata sfiora il volto di uno dei tre ragazzi bengalesi. «Andatevene via brutti negri di merda, vi uccido se vi vedo ancora da queste parti. E guai se chiamate la polizia, vi vengo a cercare» urla Ivan Balzanella 20 anni, di Roma. Con lui, in giro in via Conte Verde, ci sono altri due amici ancora da identificare. Quello è il quartiere multietnico della capitale. Ma per questo ventenne «sempre strafatto, che fa il writer ma non ha finito le superiori» e la sua banda poco importa.L'Esquilino è la sua zona. E per questo deve essere off limits per gli immigrati. «Voi qua non potete stare, vi do fuoco» grida già a novembre ad altri stranieri. Due sere fa, lo fa davvero. Prende dalla tasca la bomboletta spray di vernice che usa per i graffiti sui vagoni dei treni e sui muri lungo i binari della stazione Termini e la trasforma in un lanciafiamme. Liquido infiammabile contro tre ragazzi di 18, 19 e 21 anni del Bangladesh. Le fiamme li sfiorano appena. Uno di loro cerca di fermarlo e si rompe un dito. Gli agenti del commissariato Esquilino diretti da Domenico Condello irrompono poco dopo. Bloccano il ventenne e gli trovano addosso hashish. Dopo la tragedia di Nettuno, e il giovane indiano bruciato vivo da tre ragazzi, Roma si sveglia ancora all’ombra del razzismo. «Mi auguro che quel demente abbia la giusta punizione» dice Alemanno. «Davvero un brutto segnale, le istituzioni rispondono con durezza e diffusione di dialogo e legalità» aggiunge il presidente della Regione, Marrazzo, mentre Zingaretti, incalza: «Si interroghi chi nei giorni scorsi irresponsabilmente aveva indicato nella cattiveria l'atteggiamento da assumere nei confronti degli immigrati».Razzismo dunque. Era già successo mesi fa al Trullo. Cinque gli arrestati. «Arabi de merda venite qua, pe camminà su sta strada ce dovete dà 10 euro?» sono le minacce ad alcuni egiziani. Per il gip non c’è dubbio. Si tratta di «occupazione fisica del territorio e di intimidazione permanente nei confronti degli stranieri con finalità di pulizia etnica». Ora ci risiamo. A novembre, la banda del 20enne aggredisce alcuni bengalesi. Anche calci e pugni. Un mese dopo, è la volta di due indiani. «Se passate ancora di qua, vi brucio e vi ammazzo». Loro vanno dalla polizia, segnalano ma non denunciano. Forse prevale la paura.Ieri la scoperta: in questa storia c’è anche un’altra faccia: disagio sociale e droga prendono forma in un seminterrato di via Pinciani 15. Lì Ivan, che farebbe uso di cocaina ed eroina, vive col padre. Il degrado è visibile. In casa, la polizia trova un bilancino di precisione, i contanti frutto dello spaccio, oltre a bombolette spray e accendini. Balzanella ha già precedenti per reati contro la persona aggravati dall’odio razziale ma la sua bomboletta ieri diventa un lanciafiamme.
fonte: L'Unità

Genova G8: Sentenza Diaz "Gli agenti agirono perchè certi dell'impunità"

I magistrati ammettono che le violenze alla Diaz durante i G8 di otto anni fa furono "inaccettabili" e che la Polizia cercò di proteggere gli autori delle violenze, ma i pestaggi dei no global "non furono frutto di un piano preordinato" e non ci sono prove certe, ma "solo indizi e per giunta neppure univoci", che i vertici della Polizia sapessero delle due bottiglie incendiarie portate nella scuola dagli agenti e non dai manifestanti. Così i giudici la prima sezione penale del Tribunale di Genova spiegano perchè, nel novembre scorso, ha assolto i vertici della Polizia per la "macelleria messicana" del 21 luglio all'interno della Diaz. Non passa inosservato ai giudici che gli agenti agirono con tanta violenza perché avevano ottenuto dai loro superiori una "promessa" di impunità. "L'inconsulta esplosione di violenza all'interno della Diaz - scrivono i magistrati - si è propagata per un effetto attrattivo e per suggestione tanto da provocare, anche per il forte rancore sino ad allora represso, il libero sfogo all'istinto". E non nascondono neppure, i magistrati di Genova, che la Polizia non è stata "collaborativa" quando si è tratto di indagare su se stessa: "Un atteggiamento di distacco", lo chiamano i giudici, mostrato soprattutto nell'identificare l'agente con la coda di cavallo - quello che ha portarto le molotov a scuola - o i funzionari entrati nella scuola: "Al pm, per la loro identificazione, sono state mostrate foto vecchie di anni, di quando entrarono in polizia anzichè quelle recenti. Frutto di un malinteso senso di tutela dell'onore dell'istituzione", spiega la corte. Ma non ci sono prove certe, solo indizi non univoci: "La confusione e l'agitazione di quei momenti può aver reso i ricordi imprecisi e confusi". E allora è giusto, per il Tribunale di Genova, assolvere i vertici della polizia e altri 16 imputati. Solo 13 furono condannati a 35 anni e sette mesi di cui 32 anni e mezzo condonati. Dopo aver conosciuto le motivazioni dei giudici il Comitato Verità e Giustizia per Genova torna a chiedere «le immediate dimissioni dei dirigenti che parteciparono all'operazione» nella scuola Diaz: «Sono stati assolti sul piano penale - si afferma in una nota di commento alle motivazioni della sentenza, depositate martedì - ma sono pienamente responsabili sul piano etico e professionale: non si accorsero dei falsi, non fermarono le violenze, non hanno nemmeno partecipato alla ricerca della verità, disertando tutte le udienze del processo e avvalendosi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm. Anche il capo di una polizia che agisce in modo disumano contro cittadini inermi non può restare al suo posto».

10 febbraio 2009

Carceri Torino: un medico denuncia; "detenuti maltrattati e picchiati"

"Squadrette" di agenti picchiatori, scene-horror nei reparti psichiatrici, medici complici o conniventi dei violenti o costretti a dimettersi se non "allineati". È la sintesi della pubblica denuncia di un ex medico delle Vallette, Ilaria Bologna. Adesso la senatrice Pd Donatella Porretti presenterà un'interrogazione al ministro della Giustizia, Angelino Alfano. "Se vera, la situazione è a dir poco gravissima. Mi sono già messa in contatto con la dottoressa. Vogliamo sapere la verità". Scrive Bologna: "Mi sento di sottolineare che all'interno delle strutture carcerarie i pestaggi da parte degli agenti, addirittura organizzati in apposite "squadrette", sono all'ordine del giorno, sono l'ovvietà". Poi: "Nella maggior parte delle Case Circondariali il medico, presente 24 ore su 24, volente o nolente a stretto contatto con gli agenti, ha un ruolo da "manutentore"... L'istituzione per cui lavora esige ordine, e non esiste ordine se non attraverso "la salute" del detenuto". Ancora: "Il pestaggio raramente avviene nella totale ignoranza del medico: è piuttosto frequente che il detenuto picchiato venga poi portato in infermeria per "un controllo" e che siano palesi segni che rendono possibile, e francamente non solo al cosiddetto "occhio clinico", risalire all'accaduto. A seconda di quanta complicità-connivenza esista tra il medico e gli agenti, più o meno espliciti nel riconoscere cosa è effettivamente successo: potranno sostenere che "sono stati costretti", che "il detenuto era agitato e aggressivo", o addirittura apertamente compiacersi di "aver dato una lezione"". E i detenuti pestati? "Non parlano per paura - osserva il medico - e in alcuni casi non vengono nemmeno portati in infermeria". Quindi l'agghiacciante capitolo delle "violenze praticate nei Reparti di Osservazione Psichiatrica: "La contenzione a mezzo di manette, la sedazione non consensuale con iniezioni di psicofarmaci, la rimozione degli oggetti personali e di abiti, lenzuola e coperte "a scopo precauzionale" sono comuni ed "automatiche", e anche quando sono iniziative autonome degli agenti di polizia penitenziaria devono comunque essere confermate ed autorizzate in cartella clinica dal medico, quasi sempre uno psichiatra".E i medici? "La risposta è duplice... i medici penitenziari si dividono grossolanamente in due categorie. Alcuni, sia per convinzione, comodità o quieto vivere, assumono totalmente il ruolo dei garanti dell'ordine e nella pratica... indistinguibili dagli agenti, se non perché rispetto a loro hanno più potere. Certamente non saranno loro a denunciare i pestaggi. Altri, la minoranza, pur riconoscendo la realtà della sistematica violenza di Stato, arrivano comunque presto a considerarla la "tragica quotidianità" con cui devono avere a che fare... i pochi che condannano e tentano di denunciare sono voci sole facilmente zittite, anche con la perdita del posto di lavoro: un medico "disallineato" crea diseconomia nel sistema". La dottoressa Bologna non lavora più nel carcere, per una "sua scelta... francamente anche indotta". Dopo avere realizzato "l'enormità dell'aberrante meccanismo". Gelida la reazione dei sindacati della polizia penitenziaria. Dice Gerardo Romano, segretario regionale Osapp: "È tutto falso. Ma ora si rischia di pregiudicare ulteriormente la già difficile situazione che c'è nel carcere, dove le condizioni di lavoro sono pesantissime. Viene infangata l'immagine degli agenti, che in passato hanno pagato un alto tributo di sangue nel nome delle istituzioni. A questo punto, solo la magistratura potrà fare chiarezza".


fonte: La Stampa

Padova: La polizia carica gli studenti antifascisti

L'Onda Anomala padovana è tornata quest'oggi in piazza opponendosi ad una manifestazione in memoria delle foibe organizzata di fronte a Palazzo del Bò da alcune formazioni neofasciste, Forza Nuova Destra Universitaria e Lotta Studentesca. Gli studenti e le studentesse dell'Onda, dopo un'ora di presidio antifascista, hanno provato ad introdursi dentro il palazzo, cercando al contempo di bloccare l'iniziativa dei fascisti, spingendosi contro il cordone delle forze dell'ordine. Sono stati duremente caricati dalla polizia, la quale ha poi scatenato una caccia all'uomo per le vie del centro cittadino. Sono stati ribaltati cassonetti, sono state create delle piccole barricate. Uno studente dell'Onda è stao fermato. Verso la mezza si è poi tenuta una conferenza stampa nella facoltà di Scienze Politiche nella quale si è denunciato il carattere razzista e fascista delle organizzazioni che hanno indetto l'appuntamento, tornando a sottolineare come sia intollerabile la loro presenza dentro l'università, terreno dentro il quale non debbono trovare alcuna agibilità.

Dal Molin. La polizia carica i manifestanti, 18 fermati per violenza privata aggravata.

Stamani ad attendere i cittadini del Presidio No Dal Molin che per oggi avevano annunciato il blocco totale dei lavori iniziati a ritmi frenetici all’interno dell’area del Dal Molin, c’era un imponente spiegamento di agenti di polizia in assetto anti sommossa schierati all’ingresso di viale Ferrarin. I manifestanti volevano impedire l’ingresso dei mezzi e degli operai. “Le forze dell’ordine, guidate dal Questore Sarlo, hanno messo l’area limitrofa al Dal Molin e l’intero territorio vicentino in stato da coprifuoco militare”, denunciano gli attivisti del No dal Molin, “la polizia e i carabinieri sono avanzati per centinaia di metri, picchiando alcune persone che indietreggiavano lentamente”. Ieri la Questura aveva comunicato il divieto a manifestare in Via Ferrarin e V.le Dal Verme. Intorno alle 6 di questa mattina è partita una carica sui 200 manifestanti che si sono poi riuniti in assemblea per decidere le mosse successive. Intorno alle ore 8 un gruppo di attivisti, si è spostato a Montecchio Precalcino dove ha sede la ditta Carta Isnardo a cui la cooperativa CMC, che ha vinto l’appalto per la realizzazione della base, ha subappaltato una parte dei lavori.Per circa un’ora sono stati bloccati due camion, con un sit-in pacifico davanti all’ingresso della cava. 18 persone, sono state bloccate dalla polizia con l’accusa di blocco stradale, un reato depenalizzato. I fermati si trovano sulla strada per Montecchio e stanno aspettando di essere portati in questura. Intanto da P.zza Matteotti gli studenti delle scuole superiori, oggi in sciopero, si sono mossi in corteo bloccando il traffico su alcune rotatorie.Verso le 11 un corteo di circa 40 automobili ha iniziato a muoversi continuando ad andare avanti e indietro tra due rotonde, vicino al Dal Molin, per rallentare i viaggi dei camion. Alle ore 18 la giornata di mobilitazione continua con un’assemblea in P.zza dei Signori davanti alla Prefettura. Nel tardo pomeriggio di ieri nuova iniziativa del Commissario straordinario Paolo Costa che ha convocato il sindaco Variati, il presidente della provincia, parlamentari e esponenti delle categorie economiche per un vertice in Prefettura richiamando “ciascuno alle proprie responsabilità di fronte ad un progetto che permetterà alla città di essere la massima espressione nazionale dell’impegno italiano nella gestione delle crisi internazionali”. Ai 18 denunciati gli viene comunicato che l’accusa di blocco stradale si è trasformata in violenza privata aggravata.

Intanto stasera alle 18 il Presidio ha lanciato una nuova manifestazione in Piazza dei Signori a Vicenza.

Milano: la polizia carica gli operai.

Hanno varcato i cancelli alle cinque di questa mattina. Con i camion e i manganelli. Alla testa del gruppo Silvano Genta, il proprietario della Innse azienda milanese che un anno fa ha chiuso la propria produzione licenziando 50 operai, in coda la polizia. Che ha caricato la piccola folla, operai e autonomi dei centri sociali, che da tempo si era radunata nei pressi dello stabilimento di via Rubattino, zona Lambrate, impedendo al proprietario l’accesso per requisire e vendere i macchinari. Si è conclusa in questo la vicenda Innse. Una storia di speculazione, di crisi economica, e di una mutata strategia politica. La Innse non ha i conti in rosso, non è stretta dai creditori. È solo che il suo padrone, Genta appunto, ha deciso semplicemente di smantellare la produzione. Gli servono i terreni. C’è l’Expo che incalza. Ed è pronta una speculazione immobiliare. A giugno dello scorso anno decide di licenziare gli operai con un telegramma. Le porte della fabbrica vengono chiuse con i lucchetti si avvia la cassa integrazione. Che dura fino a settembre. I lavoratori hanno sempre continuato a lavorare in autogestione fino a quando hanno messo sotto sequestro l’area ad ottobre, momento in cui hanno iniziato il presidio. Senza stipendio i 50 operai hanno chiesto alle istituzioni locali la cessione dell’azienda. Gli imprenditori c’erano, non la volontà. In particolare gli operai si sono rivolti alla Provincia. Quando Genta si comprò l’azienda tre anni fa, infatti, la Innse era in amministrazione controllata. Per quell’acquisto ottenne sgravi e prezzi stracciati, dichiarando nelle sedi istituzionali della Provincia, che aveva gestito l’amministrazione, di volerla rilanciare. Cosa mai avvenuta fino in fondo. La procedura di licenziamento è stata conclusa il 25 agosto scorso. La commissione regionale non ha potuto far altro che registrare il mancato accordo ed aprire la mobilità. Da qui la protesta. In questi mesi davanti ai cancelli si sono alternati 50 operai e collettivi dei centri sociali. Fino a questa mattina quando è stata fatta l’irruzione. Una vera e propria battaglia, fanno sapere dalla Questura. Chiavi inglesi e bulloni sono stati lanciati, contro le forze dell’ordine. Negli scontri sono rimasti contusi una decina di persone tra le quali un funzionario di Polizia e sei carabinieri. Solo mezz'ora più tardi due rappresentanti sindacali sono entrati nell'azienda e hanno assistito al trasferimento dei macchinari. Poi, gli operai hanno organizzato un presidio pacifico davanti alla struttura.Quello che è accaduto alla Innse è «gravissimo» ha sostenuto la Fiom. «È il segno della volontà di mettere a tacere, con la violenza, i lavoratori. È il segno della volontà di piegare chi in questo paese si oppone alla logica della chiusura degli stabilimenti e dei licenziamenti. La Fiom di Milano sta con i lavoratori, con gli operai della Innse, con chi difende il proprio posto e la propria dignità». Il problema, fa sapere il sindacato dei metalmeccanici, non è solo quello di via Rubattino. Secondo la Fiom da un po’ di tempo a questa parte c’è un clima diverso nel trattare la materia del lavoro. In questo caso la Innse è solo un tassello. Fino a qualche tempo fa, infatti, le proteste dei lavoratori erano gestite in maniera differente dalla polizia che, va ricordato, ha cercato sempre il dialogo in queste occasioni. Non negli ultimi giorni, però. A Napoli, ad esempio, nello stabilimento Fiat di Pomigliano D’Arco una settimana fa c’era stata ancora una carica. Segno che le direttive imposte dal ministero degli Interni sono cambiate. Segno che lo scontro sociale potrebbe divenire un tema di dibattito nei prossimi giorni.


fonte: l'Unità

Per uno spinello minorenne internato da quattro mesi.

Di questi tempi si raccontano grandi favole sulle scarcerazioni facili. A sentire certi telegiornali della sera, a leggere alcuni quotidiani che sembrano stampati nei retrobottega delle questure, ad ascoltare i discorsi forcaioli e giustizialisti dei politici della maggioranza, come dell'opposizione che non c'è, l'Italia sarebbe una specie di bengodi del malaffare. Assassini, stupratori, ladri, soprattutto se migranti in situazione amministrativa irregolare, cosiddetti «clandestini», ancora di più se Romeni, scorazzerebbero impunemente per il paese protetti da leggi compiacenti, al punto che «cittadini onesti» hanno dovuto organizzarsi in ronde, formare delle «squadrette di vigilanza» per far regnare ordine e tranquillità. Poi però quando si squarcia il velo dell'informazione costruita, spiattellata bella e pronta dalle agenzie che affogano le redazioni dove un giornalismo sempre più pigro ha ridotto la propria professione al copia e incolla, si precipita nel gorgo del paese reale.Ci si imbatte così in una giungla di storie che fanno fatica ad emergere e diventare notizia come quella di Simone, un ragazzo romano diciassettenne arrestato lo scorso 8 ottobre all'uscita di una fermata della metropolitana perché trovato in possesso di un pezzetto di hashish, che le successive perizie hanno poi quantificato in 0,368 mg di sostanza attiva. Una percentuale derisoria, nemmeno due spinelli, ammessa anche dalle draconiane norme vigenti (la legge Fini-Giovanardi) come uso personale.Quella che doveva essere una banale vicenda, una di quelle piccole disavventure che spesso animano le biografie adolescenziali e si chiudono velocemente con un rimbrotto e il perdono giudiziale (Simone è incensurato), si è via via trasformata in una odissea. Non sarebbe stato così se Simone avesse avuto alla spalle una tranquilla famiglia borghese, se invece di vivere in una di quelle lande sperdute della periferia della capitale, costellata di palazzoni dormitorio, avesse avuto casa in un quartiere residenziale. Ma Simone non ha avuto questa fortuna, alle spalle ha una situazione familiare complicata. Ha perso la mamma da bambino e il padre è in una condizione psicologica critica, per questo era conosciuto dai servizi sociali che in passato si erano dovuti occupare di lui a causa di seri problemi di convivenza con il genitore (al punto da dover sporgere delle denuncie perché veniva picchiato). A Simone la vita non ha mai sorriso. È diventato grande molto presto, ha dovuto arrangiarsi e trovare famiglia fuori dalla famiglia, nella cerchia di amici e compagni del quartiere che animano un centro sociale, il Laboratorio Tana libera tutti, ed ora lo stanno sostenendo. Forse agli occhi di chi lo ha prima arrestato e poi avviato in detenzione domiciliare nel girone dei centri di accoglienza e in una comunità terapeutica in provincia di Catanzaro a 600 chilometri di distanza dal suo mondo, questo contesto «ambientale» non piaceva.«In casi del genere, dove sono presenti minori incensurati - spiega l'avvocato Francesco Romeo che segue il ragazzo - la prassi comunemente seguita è quella di chiudere la vicenda senza alcuna conseguenza, facendo ricorso alla formula giuridica della "irrilevanza penale del fatto"». Simone invece viene prima messo ai domiciliari in casa del padre, senza tenere conto della manifesta incompatibilità col genitore e della disponibilità ad ospitarlo che in alternativa avevano offerto altre famiglie del quartiere. Ovviamente quella convivenza forzata non dura e Simone se ne va. I servizi sociali leggono l'episodio come un segno di refrattarietà del giovane. La provenienza sociale e il contesto ambientale si trasformano in segni stigmatizzanti della sua personalità, facendolo apparire come un potenziale deviante in età adulta, se non debitamente corretto. Viene così collocato in un centro di prima accoglienza, lo stesso dove si trova il sedicenne di Nettuno accusato di aver picchiato e bruciato l'indiano di Nettuno. Niente male come ambiente rieducativo per un giovane cresciuto al contrario nel rispetto della tolleranza e dell'accoglienza.Finisce poi in un Cpim (centro di prima accoglienza per minori) e da qui viene spedito in una comunità terapeutica nei pressi di Catanzaro, dove è sottoposto a terapia farmacologica psichiatrica. Il ragazzo è naturalmente ansioso è nervoso per quello che gli sta accadendo. È solo e lontano dai suoi punti di riferimento, ma chi si occupa di lui lo ritiene instabile, drogato, malato. Simone dovrà resistere e dare fondo a tutte le sue energie se vorrà uscire integro da questa storia. Intanto all'udienza del tribunale dei minori, il pm ha chiesto una condanna a 5 mesi e 10 giorni, di cui 4 già scontat. Non soddisfatto, il presidente ha rinviato ogni decisione disponendo una perizia psichiatrica. Il perito ha chiesto 90 giorni per il deposito. A quel punto Simone avrà di gran lunga superato i 5 mesi di condanna richiesti, sempre che il tribunale non decida di internarlo per ragioni psichiatriche.Quella maggioranza morale che ha avuto tanto a cuore il corpo inerte di Luana non ha nulla da dire per quello pieno d'energia vitale di Simone?
fonte: Liberazione

9 febbraio 2009

Pacchetto sicurezza: Maroni querela Famiglia Cristiana

Scintille tra Famiglia Cristiana e Maroni. Il settimanale torna all'attacco del ministro dell'Interno e bolla come "leggi razziali" l'intenzione di introdurre nel disegno di legge sulla sicurezza, la possibilità concessa ai medici di denunciare i clandestini malati, e l'opportunità per i cittadini di organizzarsi in ronde di quartiere. Parole già comparse sul settimanale dei paolini dopo la scelta di prendere le impronte ai bambini rom, ma questa volta il ministro dell'Interno ha replicato con una denuncia: "Contro un'aggressione premeditata da parte di chi usa consapevolmente la violenza di affermazioni false per combattere chi ha opinioni diverse dalle proprie - scrive Roberto Maroni - ho dato mandato di agire in sede civile e penale". Dure le parole usate da Famiglia Cristiana per giudicare la politica del governo sull'immigrazione. "Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane, è stato sdoganato", è scritto nell'editoriale. "La cattiveria invocata dal ministro Maroni è diventata politica del governo". Il riferimento è all'intervento che il ministro dell'Interno fece pochi giorni fa quando ad Avellino, rispondendo all'ex ministro dell'Interno Beppe Pisanu che accusava la Lega "di fare discorsi da osteria padana", annunciò che "per contrastare l'immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi".

7 febbraio 2009

Lecce: Identificati dalla polizia manifestanti presidio per Eluana.

Nel pomeriggio di oggi, alcuni manifestanti , circa 15 persone, si sono ritrovate sotto la prefettura di Lecce per esprimere il proprio dissenso sulla vicenda di Eluana Englaro. Dopo circa mezz'ora è arrivata una pattuglia di Polizia e immediatamente dopo una pattuglia dei Carabinieri. Hanno richiesto i documenti a tutti i presenti, alcuni dei quali avevano poggiato dei manifesti artigianali autoprodotti su un muro adiacente il portone della Prefettura. La manifestazione, del tutto spontanea e senza preavviso, ha visto presenti alcune persone del PRC, dei Comunisti Italiani, di associazioni di Donne e dell'ARCI. Il comportamento delle forze dell'ordine è stato morbido , tuttavia la necessità di identificazione collettiva indica lo stato di interesse e il tentativo di repressione di tutte le voci di dissenso.

6 febbraio 2009

Cariche della Polizia a Pomigliano. La testimonianza di Stefano Birotti (Rsu Fiom)

Cosa è successo alla manifestazione dei lavoratori della Fiat di Pomigliano?
Abbiamo fatto un'assemblea insieme ai lavoratori, dopo una serie di interventi si è convenuto di andare a bloccare l'autostrada. Appena arrivati nei pressi dello svincolo dell'autostrada due camionette della polizia si sono schierate in assetto anti-sommossa per impedire di presidiare l'autostrada. Non appena si sono avvicinati pur non avendo noi commesso nessun tipo di reazione hanno colpito con una manganellata un lavoratore, che per la violenza è svenuto. Quando ci siamo liberati dal blocco abbiamo occupato le corsie dell'autostrada Roma-Napoli. La polizia si è schierata nuovamente. Sono arrivati altri poliziotti. Si sono avvicinati. Noi abbiamo alzato le mani, ci siamo seduti e non abbiamo commesso alcun tipo di violenza. Loro ci hanno caricato nuovamente e hanno fermato 6 compagni. In questo momento i compagni non sono ancora stati liberati. La richiesta dei lavoratori è di avere un piano industriale, visto che Pomigliano e Termini Imerese sono gli unici stabilimenti del gruppo a cui non è stato assegnato un nuovo modello al contrario di altri, pur essendo quello di Pomigliano, a detta dello stesso Marchionne, ad altissimo livello di qualità, in grado di produrre modelli a basso impatto ambientale. A poche centinaia di metri abbiamo l'Elasis che è all'avanguardia nella ricerca sull'auto ecologica. Nonostante questo Marchionne ha dichiarato la possibile chiusura di Pomigliano e Termini Imerese. Da settembre abbiamo già fatto 15 settimane di cassa integrazione e non ci sono prospettive per il futuro.
Continueremo la lotta con estrema determinazione a partire da martedì che saremo davanti alla Rai. Siamo determinati ad andare fino in fondo.

Taranto: rinviato al 25 marzo 2009 la prima udienza del processo a 19 imputati tarantini per associazione sovversiva locale.

Il 4 Febbraio 2009 il presidente della Corte d'Assise di Taranto Dott. Di Todaro ed il giudice a latere Dott.ssa Misserini hanno rinviato al 25 marzo 2009 la prima udienza del processo a 19 imputati tarantini per associazione sovversiva locale. I Giudici hanno ritenuto non valide le richieste di rinvio mosse dagli avvocati della difesa Dott.ssa Crisci e Dott. Nevoli; hanno di fatto rinviato la seduta per consentire la designazione dell'avvocatura di Stato che rappresenterà nel processo la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il Ministero della Difesa quest'ultimi costituitisi parte civile. L'udienza del 25 marzo p.v. Prevede l'ascolto dei primi teste dell'accusa e la redazione dell'intero calendario processuale. Sembra oramai giungere verso una conclusione questa vicenda processuale che ci vede coinvolti da diversi anni . Una vicenda originale per ciò che riguarda la costruzione dell'impianto accusatorio; una vicenda che si ripete da anni nell'aule dei tribunali nella volontà di perseguire chi ha sempre e soltanto rivendicato i propri diritti. Mentre sulle poltrone della politica si decidono le nostre sorti nelle aule dei tribunali si cerca di fatto di censurare e reprimere l'esercizio e la richiesta dei diritti democratici. Chi da anni denuncia i guasti(vedi dissesto finanziario del Comune di Taranto e la drammatica situazione ambientale) del sistema politico viene processato, chi invece tali guasti ha causato oggi si schiera come parte civile contro quegli stessi cittadini che hanno già subito tutti i danni sociali, ambientali ed economici che questi signori hanno provocato... il teatro dell'assurdo continua...

COMITATO DI QUARTIERE CITTA' VECCHIA-TARANTO-

5 febbraio 2009

La polizia carica gli operai della Fiat di Pomigliano

Scontri tra operai Fiat di Pomigliano e polizia: l'intervento degli agenti in assetto anti-sommossa ha impedito l'ingresso della maggior parte dei lavoratori sulla sede autostradale dell'A1 nei pressi dello svincolo di Acerra-Afragola. Ma tra scontri e tensione gruppi di operai sono riusciti a entrare sulla A1 passando dalle campagne. La polizia sta intervenendo portando via alcuni manifestanti. Gli operai di Pomigliano avevano dato inizio a una manifestazione di protesta stamattina intorno alle 11. I manifestanti chiedono garanzie per il futuro occupazionale degli oltre 5.000 lavoratori in cassa integrazione dello stabilimento: "Non ci sono piani produttivi per noi - spiegano - e vogliamo capire cosa ne sarà del nostro futuro. Siamo in cassa integrazione da mesi, e chiediamo ora risposte concrete da parte dell'azienda".
Piena solidarietà ai cinque manifestanti fermati oggi dalla polizia da parte di Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc. Tra i fermati c'è anche il delegato Fiom e militante del Prc Mimmo Loffredo. "I manifestanti fermati devono essere subito rilasciati: chiedono solo precise garanzie sul loro futuro occupazionale e su quello degli oltre 5.000 lavoratori dello stabilimento, dopo aver svolto un'assemblea davanti ai cancelli dello stabilimento". ''Non ci sono piani produttivi per noi - affermano - e vogliamo capire cosa ne sara' del nostro futuro. Siamo in cassa integrazione da mesi, e chiediamo ora risposte concrete da parte dell'azienda''. "Queste sono le risposte che deve dare il governo, non certo quelle della repressione di una manifestazione giusta e legittima" conclude Ferrero.

Approvato al Senato il pacchetto sicurezza

I medici potranno denunciare all'autorità giudiziarie gli immigrati clandestini. Le persone senza fissa dimora saranno schedate. La tassa per il permesso di soggiorno è fissata da 80 a 200 euro. Autorizzate inoltre le "ronde padane" ma non armate. Dopo che il governo ieri è stato battuto tre volte sulla stretta sui centri di permanenza e sui ricongiungimenti familiari, oggi il Senato è andato avanti rapidamente nelle votazioni degli ultimi dei 55 articoli e ha approvato il disegno di legge sulla sicurezza pubblica con 154 voti favorevoli, 114 contrari e nessun astenuto. Il provvedimento passa ora all'esame della Camera.

Carcere e tassa permesso di soggiorno. Il Senato ha cominciato con l'emendamento della Lega che cancella la norma per cui il medico non deve denunciare lo straniero che si rivolge a strutture sanitarie pubbliche. L'emendamento, passato con 156 sì, 132 no, un astenuto, oltre a dare la possibilità ai medici di denunciare i clandestini che si rivolgono per cure alle strutture sanitarie pubbliche, prevede il carcere fino a quattro anni per i clandestini che rimangono sul territorio nazionale nonostante l'espulsione e fissa da 80 a 200 euro la tassa per il permesso di soggiorno.
Nasce il registro dei clochard. I clochard che vivono in Italia dovranno essere iscritti in un registro nazionale che verrà istituito presso il ministero dell'Interno. L'Aula di palazzo Madama ha approvato l'articolo 44 del ddl sicurezza che prevede la schedatura dei senza fissa dimora da avviare entro 180 giorni dall'entrata in vigore della legge.
Sì alle "ronde padane". Il Senato ha approvato l'articolo 46 del ddl sicurezza che istituzionalizza le cosiddette "ronde padane". Nella norma si prevede, infatti, che gli enti locali saranno "legittimati ad avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini al fine di segnalare agli organi di polizia locale eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio ambientale". Ma, grazie a un emendamento del Pd, primo firmatario Felice Casson, le ronde non potranno girare armate e non potranno "cooperare nello svolgimento dell'attività di presidio del territorio" così come era stato previsto invece nel testo licenziato dalla commissione Giustizia del Senato.
Il provvedimento approvato oggi dal Senato e fortemente voluto dalla Lega Nord che permette ai medici di denunciare alle autorità giudiziarie gli immigrati clandestini è veramente un provvedimento razzista, di chiaro stampo neo-nazista e, soprattutto, un provvedimento dannoso e stupido - dichiara Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc -Si tratta di una norma - continua Ferrero - che da un lato considera i clandestini come delle non-persone prive di diritti, anche quelli più elementari, e che dall'altro è stupido perché le malattie, a partire dalle epidemie, non s'interessano degli obiettivi razzisti e persecutori della Lega e non conoscono frontiere. La salute è un diritto di tutti, anche degli immigrati clandestini, ed è un diritto che o funziona per tutti o semplicemente non esiste, come ribadiscono da sempre tutte le associazioni umanitarie. Bene ha fatto dunque la Funzione Pubblica della Cgil a invitare i medici e tutto il personale sanitario all'obiezione di coscienza ealla disobbedienza civile, rispetto alla possibilità che i medici si trasformino tutti in delatori di clandestini, appello che vogliamo rilanciare come Rifondazione comunista, invitando i medici a rispettare innanzitutto il codice etico e deontologico della loro professione.

Omicidio Verbano, sparito un fascicolo dall'archivio del Tribunale di Roma.

Il faldone portante dell'istruttoria sulla morte di Valerio Verbano «è sparito» dagli archivi del Tribunale di Roma. La parte primaria dell'inchiesta, cioè, istruita dalla Procura di Roma sull'omicidio del giovane vicino ad Autonomia operaia, ucciso barbaramente nella sua abitazione davanti ai genitori il 22 febbraio 1980 a via Montebianco e i cui autori, cercati negli ambienti dell'estrema destra, non sono mai stati rivelati, non giace più nell'archivio del giudice istruttore almeno dal 2007. A denunciarlo, con un esposto alla Procura della Repubblica di Roma presentato il 12 dicembre scorso, è uno studente di Lettere dell'Università La Sapienza, Marco Capoccetti, che sta preparando una tesi di laurea sull'omicidio di Verbano. Lo studente, lo scorso settembre, aveva fatto richiesta al tribunale di prendere visione del materiale processuale. «Ne ho trovato soltanto una parte - ha raccontato Capoccetti - quello relativo alle indagini sui Nar e su Terza Posizione. Materiale generico, però, senza nessun accenno alla morte di Verbano. Mancava il primo faldone, il cosiddetto “portante” è dove c'era tutto il materiale dell'istruttoria. Ho fatto richiesta specifica e dopo due mesi mi hanno convocato per dirmi che non era stato trovato, che era, come si dice in gergo, fuori posto». Materiale simile, ha spiegato lo studente, «non può sparire dagli archivi di un tribunale». Se ne può prendere visione, si può fotocopiare ma non farlo uscire se non con un cedolino in cui c'è scritto il nome del consultante e la data del prestito. «Persino quando nel 2007 - dice lo studente - il Pm Diana De Martino che riaprì l'inchiesta sull'omicidio, ne prese visione, lo riportò in archivio, come ha detto anche a me la sua segreteria». Capoccetti, che ha informato della vicenda la madre di Verbano, Carla, i legali e gli amici della vittima, decise così di presentare l'esposto (protocollo n. 007418) e il 29 gennaio scorso è stato convocato dal tribunale. «Il Pm Gianfederica Dito, ha aperto un fascicolo d'inchiesta sulla sparizione», ha detto ancora lo studente.La vicenda di Verbano, di cui il 22 febbraio ricorre l'anniversario della morte, ha conosciuto diversi momenti poco chiari dell'inchiesta, dalla sparizione di materiale come un cappellino e un guinzaglio trovati sul posto dell'omicidio alla stessa pistola, sparita, ritrovata a Palermo e poi sparita di nuovo: «Così come il dossier di Valerio - conclude Capoccetti - che si stava occupando dei legami tra malavita, neofascismo e traffico di stupefacenti, sequestrato dalla Digos e ritrovato, come affermò lo stesso giudice istruttore dell'epoca, D'Angelo, senza alcune parti fondamentali, circostanza confermata anche dalla signora Carla».


fonte. il messaggero

4 febbraio 2009

Il caso Battisti e la storia di comodo.

Colpisce profondamente l’intransigenza del governo brasiliano nel respingere la richiesta di estradizione di Cesare Battisti, ex “proletario armato per il comunismo”, e più recentemente scrittore di successo in Francia, prima di fuggire a Rio de Janeiro, condannato per vari omicidi compiuti negli “anni di piombo” del nostro paese.Ma fa ancora più impressione l’uso spregiudicato che alcuni politici e giornalisti disinvolti, legati al governo in carica in Italia, fanno dell’episodio, evitando di approfondire una storia che non può essere letta solo come la protezione per motivi ideologici che la Francia socialista di Mitterand, ma anche quella più conservatrice di Chirac e poi il Brasile di Lula, hanno concesso ad un personaggio non certo trasparente come Battisti stesso. Perché Mitterand è stato indiscutibilmente un politico etico e Chirac, che gli è succeduto a capo di un governo di destra, è stato senza dubbio un presidente accorto e pragmatico. Inoltre, Ignacio Lula da Silva, il presidente ex operaio che ha riportato il Brasile nel solco della democrazia dopo una dittatura sanguinaria e un paio di presidenti perlomeno assenti e sordi di fronte alle spaventose ingiustizie sociali del paese, è il frutto di un vasto movimento di cattolici di base che hanno cercato di affermare una società più giusta, attenta ai diritti di tutti, da sempre calpestati. (continua)

Turate (Como): Il comune istituisce un ufficio per denunciare i clandestini

L’ufficio delazioni è aperto ogni giovedì per due ore. Accetta segnalazioni, anche anonime, di tutti i turatesi che sospettano di avere come vicino di casa un irregolare. Non un inquilino abusivo tout court, ma proprio un extracomunitario senza permesso di soggiorno. Un’iniziativa del leghistissimo Comune di Turate per «invitare, senza razzismi, i cittadini ad autotutelarsi».La decisione della giunta di Palazzo Pollini — un solido monocolore Lega Nord, con due sparuti consiglieri del centrodestra e tre soli colleghi all’opposizione del centrosinistra — è recentissima e pubblicizzata con apposito cartello all’ingresso della sede comunale. L’ufficio di controllo di polizia giudiziaria — a sinistra del portone — è aperto il giovedì dalle 12,30 alle 13,30 e dalle 14,30 alle 15,30. L’iniziativa, recita l’avviso, è nata “per accrescere la sicurezza urbana, contrastare la permanenza di stranieri irregolari sul territorio e verificare il rispetto della legalità”. Si accettano segnalazioni, firmate o “in forma riservata” .Razzismo? Ma va’. «Per circa 9mila abitanti abbiamo solo tre vigili urbani — spiega tranquillamente Leonardo Ambrogio Carioni, sindaco dal 2000, presidente della Provincia di Como dal 2002, in politica da lustri — , quindi abbiamo pensato di chiedere ai nostri concittadini, con moderazione, senza eccessi, di aiutarci a scoprire e contrastare i fenomeni illegali. Almeno, invece di lamentarsi in piazza e basta, avranno un’occasione per rendere un servizio alla comunità». Una risposta che suscita domande: ma a Turate, c’è così tanta immigrazione clandestina? «Circa il dieci per cento dei nostri abitanti, 800 persone almeno, sono stranieri regolari. Gli irregolari non saprei quantificarli», dice Carioni.Ci sono stati recenti episodi di allarme sociale che hanno richiesto provvedimenti che odorano di delazione? «Ci sono anche qui furti, non voglio dire che siano i clandestini... «. Ma insomma per il sindaco l’iniziativa ha una funzione preventiva: «Perché — spiega — serve anche per impedire il fenomeno degli affitti in nero, con proprietari che chiedono canoni altissimi e gli irregolari che, per pagare, dormono in dieci in due stanze. In qualche modo serve anche alle persone non in regola, per far capire loro la necessità di entrare in un percorso di legalità». L’accusa di razzismo, poi, il sindacopresidente la respinge al mittente: «Ho una piccola industria tessile, due dei miei dipendenti sono albanesi, bravissime persone. Cittadini comunitari, ma sempre stranieri».


Il senato approva il pacchetto razzista.

In un momento importante per il futuro dei migranti in Italia, nella notte tra sabato e domenica primo febbraio, pochi giorni prima del voto finale in Senato sul ddl sulla sicurezza, tre ragazzi di buona famiglia danno fuoco ad un clochard di origine indiana che dormiva nella stazione di Nettuno. Cercavano un barbone a cui fare uno scherzo, hanno detto poi, per «provare una forte emozione e finire una serata».Il giorno prima, a Civitavecchia, Chehari Behari Diouf, cittadino senegalese di quarantadue anni e da venti in Italia, moriva sotto i colpi del fucile a pompa di un poliziotto, suo vicino di casa. «Unincidente», «un raptus di follia», «un intervento per interrompere una rissa», scrivono i giornali dei giorni seguenti, ignorando i coinquilini di Chehari e i testimoni che tentano di smentire: nessuna rissa, nessun litigio, l’ispettore Paolo Morra ha sparato a freddo, da un momento all’altro, colpendo Diouf ad una coscia e recidendogli l’arteria femorale.Due giorni dopo, lunedì 2 febbraio, il ministro degli Interni Roberto Maroni si pronuncia: «Io penso che per contrastare tutto il male che l’immigrazione clandestina porta non bisogna essere buonisti, ma cattivi».Poche parole sulla «ragazzata» di domenica, sull’omicidio di sabato: «cattivi con i clandestini» commenta, ma con gli italiani razzisti meno, perché, a suo avviso, non esistono: «Violenza inaudita e gratuita, provocata dall’abuso di alcol e droga, che esclude la matrice razzista», dice a proposito dell’aggressione di Nettuno.Se forse è vero che il razzismo non è l’ideologia motivante di questi atti, ma una componenteindistinguibile di un senso comune di violenza e sopraffazione, che ovviamente si scatena con più ferocia contro il «diverso» e il più «debole», razziste sono le reazioni dei politici e dei media.Razzista fu ignorare nel 2006 – come ricorda l’editoriale di oggi del Manifesto- la violenza di un italiano su una rumena, evento che si esaurì in un trafiletto del Corriere della sera. Razzista è evidenziare per ogni reato la nazionalità [se straniera] del colpevole, e insistere al contrario sulla matrice non xenofoba di un’aggressione contro uno straniero.Razzista è rispondere ad episodi di questo tipo, sempre maggiori negli ultimi tempi, parlando di «cattiveria necessaria» contro l’immigrazione clandestina: non è necessario un sociologo dellacomunicazione per constatare che affermazioni di questo tipo fomentano l’odio irrazionale, la ferocia contro l’«altro», la «cattiveria» appunto contro lo straniero.È razzista, come lo è obbligare medici ed infermieri del pronto soccorso a denunciare uno straniero senza permesso di soggiorno. O impedire ad un migrante senza permesso di soggiorno regolare di sposarsi o riconoscere i propri figli all’anagrafe. Razzista come prolungare la permanenza nei Cpt fino a 18 mesi o ridurre la vita di un essere umano ad una patente a puntiOggi pomeriggio si voterà al Senato per l’approvazione definitiva del ddl 733 sulla sicurezza, che prevede, oltre al reato di ingresso e soggiorno illegale, criteri ancora più selettivi per il permesso di soggiorno di lungo periodo e una tassa di 200 euro per la richiesta di cittadinanza, le norme prima elencate. All’ordine del giorno di oggi, inoltre, ci sarà il disegno di legge di ratifica del trattato di «Amicizia,partenariato e cooperazione» tra Italia e Libia. Il testo, che ha già incassato il via libera della Camera, prevede una più forte collaborazione nel contrasto all’immigrazione clandestina. Per oggi, 4 febbraio, la Rete contro il pacchetto sicurezza [nopacchettosicurezza.noblogs.org] ha convocato un sit- in a Campo de’ Fiori alle ore 16.
All’indirizzo http://www.divietodisegnalazione.medicisenzafrontiere.it/ inoltre è possibile firmare un appello contro l’obbligo di segnalazione dei migranti irregolari che si rivolgono alle strutturesanitarie.

Genova G8: Avviate le procedure a favore delle vittime. I legali: «Ma lo Stato non vuole pagare quanto stabilito dal giudice»

Sono partite le procedure per il risarcimento dei no global riconosciuti come vittime degli abusi commessi nella caserma di Bolzaneto e nella scuola Pascoli-Diaz, durante il G8 di Genova del 2001. Almeno le fasi preliminari, con la richiesta agli avvocati difensori di tutti i documenti necessari all'accredito delle provvisionali stabilite dai giudici nelle due sentenze. Si tratta dell'anticipo sul rimborso dei danni patiti durante i fatti al centro dei processi, da quantificare in un eventuale processo civile o con un accordo stragiudiziale. In gran segreto, e con una prassi definita da alcune delle stesse parti in causa «piuttosto anomala», il ministero dell'Interno ha chiesto alla Prefettura di avviare «una fase istruttoria» tra le parti civili. Nulla di più preciso è dato sapere anche se, tra i legali dei manifestanti vittime degli abusi, c'è sfiducia da una parte e voglia di rivalsa dall'altra. Riccardo Passeggi, uno degli avvocati dei no global: «Siamo certi che lo Stato non voglia pagare quanto stabilito dal giudice. Con la stessa sicurezza però possiamo dire che sapremo dove e come andarci a prendere per vie legali quanto ci è dovuto».Nel frattempo anche la Procura generale di Genova ha impugnato la sentenza sulle violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001. Il procuratore Luciano Di Noto ha deciso di ricorrere in appello, per le questioni di diritto, contro quattro dei responsabili dell'ufficio matricola del «centro di prima detenzione», assolti in primo grado per i falsi verbali.Secondo il procuratore generale, nel centro non ci sarebbe stata alcuna attività di verbalizzazione durante le prime fasi della detenzione. E quindi i quattro responsabili avrebbero commesso un falso. Secondo la prassi, ai fermati si doveva chiedere se volevano avvisare i parenti dell'arresto o le ambasciate e i consolati, in caso di stranieri. Nei verbali sequestrati, però, tutti gli arrestati avrebbero dichiarato di non avere paura e di non volere avvisare nessuno.
fonte: il secolo XIX

Genova G8; Processo Bolzaneto, la procura ricorre in appello

Non piace proprio a nessuno. Non alla pubblica accusa, che si è vista dare ragione solo in parte e con motivazioni tutte da esplorare. Non alle vittime, una volta di più disilluse. Naturalmente non piace ai condannati, nemmeno a quegli imputati, la maggior parte, che è andata assolta. Ma la sentenza sui soprusi e le violenze nella caserma di Bolzaneto, la prigione del G8, non piace neanche alla Procura Generale. Che a sua volta ha ricorso in appello contro la decisione del 14 luglio scorso. Il procuratore Luciano Di Noto invoca una questione di diritto, contestando la assoluzione di quattro dei responsabili dell´ufficio matricola. Secondo il procuratore generale, infatti, nel centro non ci sarebbe stata alcuna attività di verbalizzazione durante le prime fasi della detenzione. E quindi i quattro responsabili avrebbero commesso un falso. Secondo la prassi, ai fermati si doveva chiedere se volevano avvisare i parenti dell´arresto o le ambasciate e i consolati, in caso di stranieri. Nei verbali sequestrati, però, tutti gli arrestati avrebbero dichiarato di non avere paura e di non volere avvisare nessuno. Durante il processo di primo grado, insiste il procuratore, dalle testimonianze dei trattenuti sarebbe emerso l´esatto contrario. Ovvero che quella domanda non era mai stata rivolta ai fermati e che i verbali erano stati compilati in precedenza. «I punti in rilievo della nostra richiesta di appello - ha spiegato Di Noto - sono due: la domanda che non è stata posta e come è stata verbalizzata la risposta».

Fonte: La Repubblica

La stagione dei sindaci sceriffi. Padova: obbligo di cura per chi fuma hashish

Chi a Padova viene sorpreso mentre compra o consuma droga in pubblico ha due possibilità: pagare una sanzione o accettare di sottoporsi a un programma di riabilitazione. «O 500 euro o il Sert», s'è sentito dire dai vigili urbani un uomo di 46 anni che, in una piazzetta del centro, stava preparandosi una dose di cocaina. Se fosse stato sorpreso mentre fumava uno spinello o si iniettava eroina sarebbe stata la stessa cosa. Perché da ieri, a Padova, è entrata in vigore una nuova ordinanza contro tutte le droghe firmata dal sindaco Flavio Zanonato. Un provvedimento adottato in virtù dei poteri attribuitigli dal «pacchetto sicurezza » e presentato in pompa magna agli amici di Facebook. Verrebbe da dire: Zanonato come la Moratti, Padova come Milano, visto che le multe da 500 euro nella «capitale» del Nord sono una realtà dallo scorso novembre (200 quelle già fatte). Se non fosse però per quell'opzione- Sert (l'invio al Servizio per le tossicodipendenze) che tanto fa discutere. E se non fosse che a firmare l'ordinanza è stato un «sindaco- sceriffo» di centrosinistra contestato da parte della sua stessa maggioranza. Lui, il sindaco pd del muro anti-spaccio e delle multe contro i clienti delle prostitute, difende la sua linea: «Come previsto dal decreto Maroni, proviamo a dare un contributo: è una piccola arma in più». Nella lotta contro la droga, in particolare «cocaina, eroina e pasticche varie». «Mi sono concentrato soprattutto sull'acquisto e il consumo in luogo pubblico, sulle due situazioni che creano maggior degrado, perché lo spaccio è un reato già pesantemente punito dal codice penale». Le sue parole anticipano gli affondi del centrodestra su questo aspetto.
LE CRITICHE - Ma le critiche più forti arrivano dalla sua maggioranza. L'assessore Daniela Ruffini (Rifondazione) contesta: «Zanonato è uno che ha governato bene, non ha bisogno di propaganda». Quindi accusa: «Gli spacciatori non sono nemmeno considerati, in compenso il consumo di droghe leggere e pesanti è messo sullo stesso piano. Francamente ho qualche dubbio sul mandare un ragazzino che si fa uno spinello al Sert. Il nostro ruolo non è criminalizzare ma dare un sostegno alle famiglie». Carlo Covi (Intesa Veneta) aggiunge: «Polemica è sterile, Padova è diventata la Bangkok del Nord Est ma questa non è la strada. Una legge del sindaco che oltrepassa quella dello Stato induce tra i giovani un grande equivoco: che con 500 euro te la puoi sempre cavare». I Verdi, all'opposizione, hanno minacciato un ricorso. Mentre i ragazzi del centro sociale Pedro hanno annunciato per mercoledì sera una maxi spinellata di protesta in piazza. La polemica esce dai confini della città. Il centrodestra vorrebbe che un'ordinanza antidroga modello-Zanonato venisse adottata anche a Venezia. Ma il sindaco Massimo Cacciari se la ride: «Le cure mica le stabilisce un sindaco. Stavolta mi sembra che Flavio abbia esagerato. È assurdo che una multa possa essere tolta con l'adesione al Sert». Il verde Gianfranco Bettin riconosce la volontà di dare un messaggio simbolico con l'ordinanza: «L'idea è fondata, il consumo di droga è in netto aumento e servono nuovi strumenti dissuasivi e repressivi, soprattutto per i giovani». Ma giudica il rinvio al Sert «una stupidaggine assoluta», e conclude: «se non è uno spot poco ci manca ». Condivide l'ordinanza, invece, il sindaco di Vicenza Achille Variati: «Ha un forte scopo educativo, potrei adottarla anch'io».


fonte: il corriere della sera

3 febbraio 2009

Processo Aldrovandi: Interviene il perito di difesa

Nel processo Aldrovandi in corso a Ferrara, entrano le vicende di un altro processo analogo, conclusosi da poco a Trieste. Tre poliziotti sono stati condannati. Vediamo quali sono le analogie nel servizio di Filippo Vendemmiati.Le regole di pronto intervento. Cosa fare quando si immobilizzano persone agitate.Il Giudice Francesco Maria Caruso ha disposto l’acquisizione dei manuali delle istruzioni in uso alla Polizia di Stato, in vigore fino al 25 settembre 2005, la mattina in cui morì Federico Aldrovandi.Lo spunto viene da un processo analogo che si è concluso da pochi giorni a Trieste.Il 21 gennaio di quest’anno, tre agenti sono stati condannati con rito abbreviato a 6 mesi di carcere per aver provocato la morte di Riccardo Rasman, durante un intervento nella sua abitazione.Secondo la sentenza di I° grado, la morte è da attribuire ad asfissia e a collasso cardiocircolatorio. L’Avvocato Fabio Anselmo, legale di parte civile in entrambi i processi, nota come nei manuali delle forze dell’ordine, sia chiaramente indicato che quando si immobilizza una persona prona a terra, un eccessivo carico sul dorso, può tramutarsi in una crisi d’ossigeno, specie se la persona è agitata. Nella 26^ udienza serrato confronto tra i periti, richiamati a discutere sulle conclusioni del Professor Gaetano Tiene, luminare della cardiologia.E’ d’accordo Giovanni Beduschi, medico legale della famiglia Aldrovandi. La foto del cuore di Federico evidenzia un ematoma traumatico, e quella che prima era un’ipotesi probabile, ora è quasi una certezza. Opposto il parere di Giuseppe Fortuni, medico legale dei 4 agenti. Quella di Tiene è un’ipotesi suggestiva, ma assai poco probabile che si basa su una foto tra l’altro imprecisa e sfuocata.

2 febbraio 2009

Pacchetto sicurezza: Siamo medici, non siamo spie. Msf lancia un appello contro la Lega.

Siamo medici, non siamo spie. Medici Senza Frontiere, l'organizzazione medico-umanitaria che dal 1971 presta soccorso ai malati di tutto il mondo, non ci sta a stare zitta di fronte all'ultima trovata della Lega. Come noto, i senatori del Carroccio hanno presentato un emendamento al pacchetto sicurezza in cui vorrebbero rendere obbligatoria per i medici la denuncia di eventuali pazienti clandestini. In sostanza, i leghisti vorrebbero sopprimere la norma del vecchio Testo Unico sull'immigrazione che sancisce il divieto di «segnalazione alle autorità» per il personale sanitario che si trovi a curare uomini e donne senza permesso di soggiorno.Revocare questo divieto, come propone la Lega, significa in poche parole negare ai migranti il diritto alle cure e alla salute: nessuno straniero che si trovi illegalmente sul nostro territorio avrà più il coraggio di andare in un ospedale, considerandolo ormai l'equivalente di una caserma. Medici Senza Forntiere non esita a prospettare l'ipotesi di «una pericolosa marginalizzazione sanitaria di una fetta della popolazione straniera presente sul territorio, anche aumentando i fattori di rischio per la salute collettiva».Per questo, Msf ha lanciato un appello in Rete in cui si chiede al Senato di fermare la follia leghista: all'appello hanno già aderito la Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri, la Federazione degli Infermieri e la Federazione delle Ostetriche, oltre a centinaia di associazioni della società civile. Lunedì è arrivata anche la firma del gruppo dei senatori del Pd, che il 3 febbraio vedranno arrivare in Aula proprio l'emendamento in questione. «Il Pd – spiega la capogruppo Anna Finocchiaro – crede nella Costituzione, che all'articolo 32 sancisce il diritto alla salute e alle cure per tutti, cittadini e non. Per questo – aggiunge – non si possono trasformare medici e infermieri in spie. I migranti che si accostano alla sanità pubblica hanno tutto il diritto di essere curati, a prescindere dalla loro condizione di clandestinità. Ciò tutela il loro fondamentale diritto alla salute e garantisce anche il più generale interesse della comunità alla salute collettiva. Di fatto dobbiamo purtroppo rilevare che il solo sospetto della denuncia ha fatto diminuire del 30 per cento il ricorso alle cure da parte degli immigrati, come ha denunciato Medici senza Frontiere. È una preoccupazione, questa, avanzata anche dall'Ordine dei medici. Auspichiamo un ravvedimento da parte della Lega. Ma se non ci fosse – conclude – daremo battaglia in Aula affinchè questo emendamento non venga approvato».
fonte: Unità

Raid contro un indiano a Nettuno, per Maroni non è razzismo.

Non è razzismo, date retta a Maroni. Per il ministro dell'Interno, la violenza di Nettuno è «inaudita, gratuita, provocata dall'abuso di alcol e droga» ma non ha nessuna «matrice razzista». «Non è un attacco razzista - si affanna a ripetere - è qualcosa di più grave che tocca i principi fondamentali del vivere civile». Non importa che abbia preso di mira un immigrato, un senza tetto, uno degli ultimi. Per Maroni, sembra intuire, poteva capitare a chiunque. Peccato che capiti sempre a loro. Abba a Milano, Emmanuel a Parma, un cittadino cinese a Roma. Sinhg a Nettuno. Al di là delle analisi spicce di Maroni, per fortuna, Sinhg Navte, il 35enne indiano picchiato e bruciato sabato notte nella stazione di Nettuno da tre giovani che volevano «provare una forte emozione», non è in pericolo di vita. I medici che lo hanno in cura presso il Centro grandi ustionati dell'ospedale Sant'Eugenio di Roma mostrano ancora un moderato ottimismo, ma hanno abbastanza elementi per dire che Singh «non è in pericolo di vita», nonostante abbia ustioni diffuse sul 40 per cento del corpo. Il branco che gli ha dato fuoco, intanto, ha confessato. B.F., 29 anni, F.S., 16 anni, C.G., 19 anni. Tre ragazzi malati di noia, che per dare una scossa ad un sabato sera senza emozioni hanno pensato bene di prendersela con un immigrato, uno che dormiva in stazione, uno che non ha una casa nè un lavoro. I tre, che secondo la ricostruzione dei carabinieri avevano trascorso una notte «brava» tra alcol e droga, durante l'interrogatorio non hanno avuto remore nel dire che il loro è stato un gesto «eclatante, fatto per provare una forte emozione». Il ragazzo minorenne ed i suoi amici di 19 e 28 anni, incensurati, e con famiglie di lavoratori alle spalle, tornando a casa la scorsa notte sono passati davanti alla stazione di Nettuno. Qui, hanno insultato e aggredito il senzatetto che dormiva nell'atrio. Poi si sono allontanati e mentre erano al distributore hanno avuto l'idea di fare «uno scherzo al barbone», così come loro stessi hanno detto agli investigatori. Tornati nella stazione hanno dato fuoco all'immigrato, verniciando prima collo e faccia, per far prendere meglio le fiamme, e non riuscendo più a spegnere le fiamme sono scappati. Secondo quanto detto dal generale Vittorio Tomasone, comandante provinciale dei carabinieri di Roma, «quanto avvenuto non sembra avere uno sfondo razziale ma con una conseguenza ancor più agghiacciante, visto che secondo quanto accertato i tre volevano chiudere la notte, dopo uno sballo di alcol e droga, con un gesto fortemente eclatante».Domenica, Nettuno ha voluto esprimere il suo sdegno e la sua solidarietà alla vittima: in centinaia hanno partecipato ad un corteo organizzato dalla comunità indiana di Anzio e Nettuno, dal Prc e dalla comunità Soweto. Immigrati e italiani si sono radunati davanti al municipio per gridare che «Nettuno è anti-razzista», ma non appena il corteo è partito c'è stato uno scambio di insulti, con un piccolo tafferuglio tra i manifestanti e un gruppo di giovani di destra che osservavano dal lungomare e avevano fatto battute contro gli immigrati scatenando la loro rabbia.

1 febbraio 2009

Immigrato picchiato e bruciato alla stazione di Nettuno

Un immigrato indiano è stato picchiato e bruciato nell'atrio della stazione ferroviaria di Nettuno (Roma). L' immigrato è ricoverato in gravissime condizioni all'ospedale sant'Eugenio di Roma. L'aggressione è avvenuta alle 4 di stamani. L'immigrato, di 35 anni, era solito dormire nell'atrio della stazione. Gli aggressori sono arrivati portandosi appresso una bottiglia di liquido infiammabile: prima hanno selvaggiamente picchiato l'uomo che stava dormendo poi lo hanno cosparso di benzina e hanno appiccato il fuoco. E' stata un'azione premeditata. Secondo quanto si è appreso da fonti investigative, il raid é stato compiuto da due o più persone che per fare l'aggressione si sono portate appositamente del liquido infiammabile, con tutta probabilità benzina, in un contenitore, che non è stato però trovato dai carabinieri. Il gesto, sottolinea un investigatore, dunque ha una matrice razzista ed è stato premeditato e studiato nei minimi particolari. Quando sono arrivati, allertati da una persona rimasta ignota che ha telefonato al 112, i carabinieri hanno trovato l'indiano ancora con gli abiti in fiamme, le gambe già completamente ustionate. L' uomo è riuscito a dire pochissime parole poi ha perso i sensi per il dolore. Portato d'urgenza nell'ospedale di Anzio è stato trasferito per le gravissime ustioni subite al Sant'Eugenio di Roma nel reparto ustionati. Nella stazione di Nettuno gli immigrati trovano spesso riparo per la notte. Ma stamani, al momento dell'aggressione razzista, l'indiano era l'unico trovato dai carabinieri che dormiva nella sala d'aspetto.
Nella serata di oggi, i carabinieri hanno individuato i responsabili dell'aggressione e del tentato omicidio. Sono tre ragazzi della zona. Il più grande ha 29 anni, gli altri due 19 e 16. I tre hanno confessato e sono al momento trattenuti in una caserma dei carabinieri in attesa di essere interrogati dalla Procura dei minori e dalla Procura della Repubblica.

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