22 gennaio 2009

Milano: Sgomberato il centro sociale «Cox 18»Tafferugli in strada con la polizia

Sono le sette di mattina quando in rete e sui telefonini parte il tam tam. Marco Philopat, lo scrittore milanese di "Lumi di punk", scrive secco: "stanno sgomberando Conchetta, accorrete". Maysa Moroni, figlia di Primo, manda una mail che finisce immediatamente nel circuito dei blog: "Inquesto momento stanno sgomberando Cox 18 con la Calusca e l'archivio immenso di mio padre di cui stanno tentando il sequestro. L'archivio è proprietà privata mia e di mia madre. Chiunque tu conosca a Milano che sappia chi era mio padre digli di andare lì, avvocati, giornalisti, semplici persone. Qualunque tipo di visibilità tu pensi di poter dare a questa storia sarà da me apprezzata infinitamente". Per chi non è pratico di cose milanesi, il Cox 18, meglio conosciuto come Conchetta, è uno storico spazio sociale milanese nella zona dei Navigli e ospita la libreria Calusca, dov'è custodito l'intero archivio di Primo Moroni, vera e propria memoria storica della sinistra milanese. Ha resistito per 33 anni, fino al blitz di questa mattina, quando il Comune ha deciso di riprenderselo con la forza. Del resto, la giunta Moratti, in particolare con il vicesindaco di An Riccardo De Corato, non ha mai fatto mistero di voler chiudere i centri sociali per normalizzare la città in vista dell'Expo del 2015. Cosa che era già avvenuta con alcuni "centri" minori. Nel panorama milanese Conchetta rappresentava tuttora uno dei luoghi più vivi e frequentati, fosse anche solo per bere una birra o ascoltare musica o andare a comprare qualcosa al mercatino biologico.

L'APPELLO DI PERGOLA TRIBE - In coincidenza con lo sgombero del Cox 18, arriva l'appello del centro sociale Pergola Tribe, che il 30 Gennaio 2009 perderà lo stabile di via Angelo della Pergola. Lo stabile, occupato da un gruppo di ragazze nel 1990, è di proprietà di un privato, che tentò di rientrarne in possesso subito dopo l'occupazione ma alla fine stipulò un contratto di affitto. Il contratto è scaduto nel dicembre del 2006; da quel momento il centro sociale ha intrapreso una battaglia legale per resistere il più a lungo possibile allo sfratto, e contemporaneamente cercare un finanziamento per acquisire lo stabile. «Abbiamo trovato un finanziatore privato, che era disponibile a fare questo grosso investimento, con la garanzia di mantenere la destinazione d'uso a centro di aggregazione e culturale per il quartiere», scrive Pergola Tribe in una nota. «Ma anche davanti a questa nuova offerta, la proprietà ci ha detto picche, forte anche della sentenza di appello del tribunale, che non solo ribadiva che dovevamo abbandonare l'immobile, ma ci imponeva anche di pagare tutti i canoni d'affitto, anche se il contratto era scaduto, per tutto il tempo in cui eravamo rimasti nello stabile, un debito di quasi 100 mila euro (...). Per questa ragione non abbiamo potuto fare altro che accettare la proposta della proprietà, che azzera i debiti e tutte le pendenze legali a carico dei garanti, in cambio del rilascio dell'immobile, che avverrà il prossimo 30 gennaio. Un'altra vittoria per chi ha da anni messo le mani sulla città». Pergola Tribe organizza un ultimo open party, in tutti gli spazi della casa, per salutare tutti i suoi sostenitori.

Processo Rasman: morì a causa della brutalità dell'arresto. Il pm: agenti da condannare

Chiesta a Trieste la condanna dei quattro poliziotti imputati dell'omicidio colposo di Riccardo Rasman. Nel processo con rito abbreviato, il pm Montrone ha chiesto nove mesi di reclusione per due degli agenti e quattro mesi per gli altri due. Per la famiglia di Rasman, parte civile, ha chiesto una liquidazione provvisionale del danno morale per 50mila euro. La difesa, invece, ha chiesto il proscioglimento. L'udienza è stata quindi rinviata al 29 gennaio per le repliche e la camera di consiglio per la sentenza. Era il 26 ottobre del 2006 quando la polizia venne chiamata da alcuni vicini di Rasman perchè stava lanciando petardi dal balcone. Il giovane, 34 anni, s'era ormai calmato quando arrivò la volante che, al corrente del disagio psichico di Rasman, anziché chiamare il centro che lo aveva in cura, sfondò la porta terrorizzandolo. Soffriva di sindrome schizofrenica paranoide da quando aveva impattato la ferocia del nonnismo sotto le armi. Quel giorno stava festeggiando, con la radiolina a tutto volume e un paio di petardi, la chiamata a fare il netturbino. Ballava svestito sul terrazzo. I suoi vicini preoccupati chiamarono il 113. Ma Rasman si spaventerà alla vista delle divise. Due vigili del fuoco buttarono giù la porta con un piede di porco. Il ragazzone (1,85 per 120 chili) tenta di difendersi, getta a terra l'unica donna tra i poliziotti accorsi. Finirà pestato con un manico di piccone e quel piede di porco che gli aveva scardinato l'uscio. Imbavagliato, legato alle caviglie col fil di ferro, ammanettato. Non basta: gli agenti gli saliranno sul dorso. Lui rantola e morirà soffocato. Scrive Valerio Vangelisti: «Le pareti attorno paiono quelle di una macelleria». Il percorso verso l'archiviazione, quasi certa, si interrompe quando i legali della famiglia chiedono un supplemento di perizia. Haidi Giuliani, allora senatrice Prc, fece un'interrogazione. Uno dei legali è lo stesso che ha seguito il caso Aldrovandi. Le analogie sono impressonanti nella dinamica e negli effetti dell'arresto. Rasman è morto, stando all'accusa, per un'asfissia posturale determinata da una prolungata pressione sulla schiena. I vicini lo hanno sentito rantolare a lungo prima di morire. Solo allora i quattro agenti lo voltarono. Nell'ottobre 2007 il pm aveva chiesto l'archiviazione - i quattro sarebbero intervenuti nell'adempimento di un dovere - ma l'opposizione all'archiviazione ha portato a questo processo che, grazie al rito abbreviato, comporterà, nel caso di condanna, lo sconto di un terzo della pena.

21 gennaio 2009

«Pacchetto sicurezza». Verso la manifestazione del 31 gennaio

Il 19 gennaio scorso, nell’indifferenza dei media ufficiali, il governo ha tramutato in legge il decreto sul «pacchetto sicurezza», un provvedimento che, in nome di un’«emergenza sicurezza» tutta da dimostrare, rischia di ridurre i diritti e le libertà dei cittadini. A partire, ovviamente, dai soggetti più deboli, come i migranti, a cui viene riservata una sorta di legislazione speciale che rischia di violare il principio costituzionale di uguaglianza. A Roma, nelle ultime settimane, diverse reti migranti, nate attorno al circuito dei corsi di lingua italiana dei centri sociali, hanno promosso una campagna contro il «pacchetto sicurezza» che per la prima volta vede un diretto protagonismo dei cittadini stranieri. Le prime assemblee si sono svolte nel centro sociale Ex Snia Viscosa, nel quartiere Prenestino, una zona con un’alta densità di popolazione migrante. Centinaia di persone hanno discusso di una «campagna di resistenza» ai provvedimenti del governo che ha fissato una prima scadenza per venerdì 31 gennaio, un corteo cittadino che attraverserà le zone centrali della città, a partire da piazza Vittorio, simbolo della città meticcia . «Le norme contenute nel Pacchetto – si legge nell’appello che promuove la manifestazione – prevedono una politica fondata esplicitamente su misure segregazioniste e razziste per le persone migranti, con o senza permesso di soggiorno, le prime ad essere additate come figure pericolose e causa di ‘allarme sociale’, e su nuove e ancora più drastiche misure repressive contro chiunque produca conflitto e non rientri nelle maglie strette del controllo». L’appello segnala i punti più pericolosi della legge approvata dal governo: tra queste, l’obbligo di dimostrare l’idoneità alloggiativa per ottenere l’iscrizione anagrafica [che colpisce migranti, senzatetto, occupanti di casa e chiunque non possa permettersi un’abitazione «regolare»] e le norme per la «difesa del decoro urbano», che prevedono sanzioni penali più pesanti per chiunque venga sorpreso a scrivere sui muri. Ma i dispositivi della legge colpiscono in primo luogo i cittadini migranti: la persona senza permesso di soggiorno rischia di essere denunciata dal medico se si reca al pronto soccorso, non potrà più riconoscere i figli e le figlie, non potrà sposarsi né inviare i soldi alla famiglia. Inoltre, la norma introduce la detenzione nei Cie [Centri di identificazione, gli ex Cpt] fino a 18 mesi, una nuova tassa per la richiesta o il rinnovo del permesso di soggiorno, condizioni più ristrette per acquisire la cittadinanza e, infine, il reato di ingresso e soggiorno illegale nello stato.Venerdì 23 gennaio, alle ore 19, all’ex cinema Volturno occupato, nei pressi della stazione Termini, si terrà un’assemblea pubblica per organizzare la manifestazione del 31gennaio.

Per tutte le informazioni: http://nopacchettosicurezza.noblogs.org/



fonte: carta

UE: in Italia in aumento episodi di razzismo.

In Italia è emergenza nomadi. Le condizioni di accoglienza dei rom sono pessime e sono in aumento gli episodi anche violenti, amplificati dai media che drammatizzano il fenomeno esasperando la tensione sociale. A lanciare l'allarme è la commissione Libertà pubblica del Parlamento europeo che ha approvato - con 35 voti a favore e 12 contrari - il rapporto presentato dal suo presidente, Gérard Deprez, sulla missione di eurodeputati a Roma dal 18 al 19 settembre scorso per verificare sul terreno la situazione nomadi. Nella relazione, 23 pagine, si osserva che la visita "ha permesso di accertare la tensione sociale e il clima che caratterizza attualmente il contesto italiano in merito alla questione nomadi. Un senso di disagio e di insicurezza sembra propagarsi nella vita quotidiana dei cittadini italiani e stranieri. Si è registrato - si legge nel documento - un aumento degli episodi di xenofobia e razzismo, alcuni dei quali caratterizzati da una violenza senza precedenti". Il testo punta il dito anche sulla stampa nazionale italiana: "Permane l'allarme sociale, addotto a giustificazione del pacchetto sicurezza e delle ordinanze d'urgenza"; inoltre, "la drammatizzazione del fenomeno a opera dei mezzi di comunicazione e del dibattito pubblico sembra esasperare, invece che placare, le tensioni esistenti nella società". (continua)

20 gennaio 2009

Bologna: Indagato Rafia di "Sopra i ponti" per la manifestazione del 3 gennaio.

La Procura della Repubblica di Bologna, in seguito all'esposto del deputato di Forza Italia Fabio Garagnani, ha aperto un procedimento penale contro il firmatario della notifica in Questura del percorso della manifestazione dello scorso 3 gennaio contro i massacri di Gaza. 19 gennaio 2009
E' un articolo del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza del 1931 (emanato in pieno periodo fascista) l'appiglio a cui il "fondamentalista cattolico" Fabio Garagnani si è attaccato per presentare un ulteriore esposto alla Procura della Repubblica di Bologna contro la preghiera islamica che avvenne in Piazza Maggiore al termine della manifestazione, organizzata dalla Comunità araba e palestinese, lo scorso 3 gennaio, per protestare contro i massacri perpetrati dall'esercito israeliano nella fascia di Gaza. La Procura ha aperto un fascicolo in cui risulta indagato Rafia della associazione "Sopra i ponti" e attivista del Coordinamento Migranti. La sua colpa è quella di aver notificato in Questura il percorso della manifestazione, senza aver scritto che si sarebbe tenuta una preghiera al termine della stessa. E' evidente che questo provvedimento, a pochi giorni dalla manifestazione del 24 gennaio, dopo le prescrizioni della Questura dei giorni scorsi, risulta essere un ulteriore elemento di pressione e intimidazione nei confronti del variegato universo di realtà politiche e sociali che promuovono il corteo.
E' il tentativo, l'ennesimo, di oscurare i contenuti delle proteste contro l'aggressione di Gaza e i massacri della popolazione palestinese... E' un piacere che viene fatto alle forze politiche di destra (Lega Nord, Forza Italia e Alleanza Nazionale) e al PD per limitare l'agibilità politica di tutti coloro che sono al di fuori del fronte bypartisan pro Israele.

19 gennaio 2009

Roma: Lezioni e statue umane in piazza contro il pacchetto sicurezza

Se tra qualche mese una madre palestinese deciderà di fuggire dalla sua terra occupata per trarre i propri figli in salvo dal massacro, in Italia non le sarà concesso di arrivare. Probabilmente la cosa non le farà paura, e se arrivare in Italia sarà per lei più facile che approdare in un altro paese, lo farà lo stesso: finire in carcere per essere entrati in territorio straniero senza permesso di soggiorno, è sempre meglio che avvolgere la propria bambina in un lenzuolo bianco per difenderla dalle polveri oltraggiose delle macerie. A poco varrà l’inasprimento delle norme italiane sulla «sicurezza»: domani, come oggi, per chi sfida il destino salendo su un gommone, non ha importanza dove si sta andando, ma da dove si sta fuggendo. E a poco serviranno le considerazioni del Carroccio sul fatto che l’Italia non è il paese del Bengodi. La madre palestinese e i suoi bambini non cercheranno la felicità, tantomeno la richezza: solo la speranza di salvarsi.
Se queste norme si inaspriranno però, se il pacchetto sicurezza [Ddl 733], in discussione oggi al senato passerà, l’ingresso e il soggiorno in territorio italiano senza permesso di soggiorno costituiranno un reato, e un medico, se lei si reca con i suoi bambini al Pronto Soccorso, sarà autorizzato a denunciarla. Così come l’impiegato dell’anagrafe, se vorrà sposarsi, o l’impiegato di un money transfer, se vorrà mandare soldi a casa. Forse con questo pacchetto sicurezza, noi italiani, invitati alla denuncia di chi si reca in ospedale o agli uffici del comune per riconoscere i figli, non saremo più sicuri: solo più incivili, se non criminali. Se il pacchetto sicurezza passerà, la richiesta o il rinnovo del permesso di soggiorno avrà costi sempre più alti e la detenzione neiCie durerà fino a 18 mesi. 18 mesi in quei centri di cui Medici senza frontiere Italia denunciò in un rapporto le condizioni sanitarie,definendole «disumane», prima che, proprio in seguito alla pubblicazione del rapporto, gli venisse negato il permesso ad entrarcinuovamente. Questa mattina, in piazza Navona, mentre in Senato si discuteva il disegno di legge, la rete «no pacchetto sicurezza» ha tenuto una singolare conferenza stampa e un’originale forma di protesta: circa 300 persone, per la maggior parte migranti, ma anche attivisti dei movimenti di lotta per la casa, dei centri sociali e dell’associazione romana gay e lesbiche, hanno assistito ad una lezione in piazza, in cui l’avvocato Salvatore Fachile – esperto di immigrazione – ha spiegato il disegno di legge, aiutato da interpreti che ne traducevano le parole in varie varie lingue. La platea, interpellata direttamente dall’avvocato, con striscioni e manifesti commentava i vari emendamenti. In seguito, durante il sit-in di fronte al Senato dalle 12 in poi, un gruppo di teatranti dell’ex cinema Volturno occupato ha portato in piazza le «statue umane» protagoniste di questo disegno di legge: hanno così sfilato tra i manifestanti il sindaco sceriffo, che guidava una ronda civica, la prostituta, che si preoccupava di indossare indumenti che non la «tradissero», il cittadino video-sorvegliato, e il permesso di soggiorno, in carne ed ossa, che fuggiva nascondendosi tra i manifestanti, mentre una folla di migranti disperati lo inseguiva inutilmente.
Nella notte della speranza di questi ultimi giorni, in cui le immagini di Gaza rivestono di un velo funebre la nostra fiducia nell’avveniredi un anno appena inziato, i colori allegri e fiduciosi della fantasia di un corteo creativo ci fanno dimenticare per qualche istante la disperazione.


fonte: carta

Ponticelli. Condanna shock per il «furto» di una bimba

Si è chiuso con una condanna per sequestro di persona il primo grado del processo a carico di A.V., la quindicenne rom accusata di aver tentato di “rubare” una neonata a Ponticelli lo scorso maggio, avvenimento che ha scatenato gli incendi e la successiva cacciata dei Rom dal quartiere. «L’accusa è stata formulata dalla madre della neonata, unica testimone dell’avvenimento, che ha fornito una versione dei fatti oggettivamente poco verosimile» – spiega Cristian Valle, avvocato della piccola Rom che ha messo in evidenza le contraddizioni dell’implausibile racconto, l’oggettiva improbabilità che una quindicenne possa concepire e cercare di realizzare assolutamente da sola un tale disegno criminale, senza alcuna organizzazione alle spalle, e senza alcun mezzo per allontanarsi dall’abitazione». Secondo il racconto della madre della neonata, infatti, A.V. sarebbe riuscita ad introdursi nella sua abitazione e, approfittando che la donna si era recata in camera da letto lasciando la figlia neonata da sola nella stanza accanto, sarebbe riuscita a “prendere” la neonata, slacciandola dal suo seggiolone, e a uscire dall’appartamento, senza far rumore. A quel punto la donna avrebbe aperto la porta di casa e visto la quindicenne rom sul pianerottolo in procinto di allontanarsi con la neonata in braccio; riusciva, dunque, a strappare la figlia dalle braccia della rapitrice, a bloccarla e a farla arrestare. «Nonostante la scarsa plausibilità del racconto, nonostante il fatto che la accusatrice annoveri un precedente di polizia per falsità ideologica – si legge in una nota dell’associazione Soccorso legale Napoli che difende la Rom – il Tribunale per i Minorenni di Napoli, ha accolto in pieno le tesi della P.M. Valeria Rossetti Rossetti, che ha fondato la colpevolezza sul presupposto che la madre della neonata non avrebbe avuto alcuna ragione o interesse ad accusare la minore rom se il fatto non fosse realmente accaduto e condannato la quindicenne per sequestro di persona con l’aggravante della minorata difesa, per il fatto che la madre si trovasse in un’altra stanza e non ha derubricato il reato in sottrazione di minore, nè ha voluto concedere la messa alla prova perchè mancava la confessione – A.V., infatti, si è sempre dichiarata innocente – e non ha concesso nessun beneficio di legge sulla base della circostanza che la minore risulta a sua volta abbandonata». I familiari della ragazza, infatti, sono scappati a seguito della devastazione del campo rom e delle persecuzioni verificatesi a Ponticelli. «Le gravi difficoltà della minore, dunque, abbandonata a se stessa, senza mezzi in un paese straniero, sono state valutate come presupposto per un inasprimento delle sanzioni da infliggere. Durante l’intero procedimento sono stati mortificati diritti fondamentali, come la traduzione degli atti nella lingua conosciuta alla minore, questione più volte sollevata dalla difesa e sempre respinta nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale che segue la minore secondo la quale la piccola rom al momento dell’arresto non comprendeva in alcun modo la lingua italiana. Ogni richiesta della difesa è stata sistematicamente respinta, perfino l’ammissione al gratuito patrocinio», concludono i responsabili dell’associazione.


fonte: carta

Roma: Operative le ordinanze antibivacco

Alemanno manda i carabinieri in centro e i collettivi autorganizzati gli fanno le ronde. Ieri sera infatti nella Capitale sono diventate operative le ordinanze che impediscono di «emettere grida, schiamazzi e canti», «sostare per consumare cibi o bevande» oltre che «utilizzare questi luoghi come luoghi di deiezione», «bivaccare e sistemare giacigli», «gettare carte o qualsiasi tipo di rifiuti» per le strade del centro storico. L'ordinanza, che si applica anche sul litorale di Ostia, ha effetto immediato e è stata emanata senza il coinvolgimento dei residenti (quartieri di San Lorenzo e del Pigneto inclusi). «Queste ordinanze sono solo l'ennesimo tentativo di cambiare il volto del centro della nostra città per farne una vetrina in mano al consumismo e alla speculazione, senza risolvere nessun problema davvero» scrive il collettivo autorganizzato degli studenti e le studentesse di Roma-occupanti di via Induno nell'annunciare le ronde di protesta volte a «denunciare eventuali abusi di potere, e dall'altra per testimoniare se - come sembra fino ad ora - la attività di controllo sia solo finalizzata non al "rispetto delle regole" e tantomeno alla "vivibilità del centro" ma solo a cacciare qualche solito noto dalla vetrina del centro (con il paradosso di dare la caccia ad un ragazzo che beve una birra su uno scalino, o ad un venditore di rose, ed invece essere tolleranti con risse e spaccio all'interno di costosi locali)». Parallelamente ieri pomeriggio il collettivo ha iniziato un'attività di volantinaggio per promuovere una assemblea aperta del quartiere Trastevere per venerdì 23 gennaio, alla quale stiamo invitato tutte le realtà associative, tutti i residenti, i lavoratori, i frequentatori, gli animatori, gli studenti, i rappresentati delle istituzioni locali. La paura paventata dai ragazzi è che quelle ordinanze andranno a incentivare «un uso del quartiere sempre più consumista ed alienato. Non si fa nulla - continuano - per incentivare una socialità diversa e la produzione culturale, da sempre caratteristiche del quartiere (spazi culturali aperti, piazze attrezzate, servizi). E non ci stupisce, se questa è la idea del quartiere di Alemanno e del nuovo Prefetto, tutta in mano a costosi ed esclusivi locali ed ai turisti, il 12 dicembre gli studenti ed i ragazzi del quartiere che hanno occupato simbolicamente gli stabili abbandonati in via Induno per chiedere che quello spazio divenisse una risorsa per tutto il quartiere, abbiano trovato come risposta duecento agenti antisommossa, trenta identificati, minorenni portati in commissariato».

18 gennaio 2009

No dal Molin: rinviati a giudizio 30 esponenti del movimento.

Trenta esponenti del movimento "No Dal Molin" sono stati rinviati a giudizio per l'incursione nel Palazzo della Prefettura del 16 gennaio dello scorso anno. L'udienza davanti al giudice è stata fissata al 17 giugno prossimo. Proprio per richiamare quell'episodio sia ieri che oggi i militanti del presidio anti-base sono tornati a manifestare davanti alla sede territoriale di governo. Fra i 30 che sono stati mandati a giudizio con rito immediato ci sono Olol Jakson, Marco Palma, Francesco Pavin, il consigliere comunale Cinzia Bottene, ed altri cittadini. Dovranno rispondere di violazione di domicilio, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, inosservanza degli ordini dell'autorità, manifestazione non autorizzata e interruzione di pubblico ufficio.

16 gennaio 2009

Bologna: Manifestazione per la Palestina, provocazione della questura. Il comunicato di Valerio Monteventi

Due giorni fa, a nome dell'assemblea delle realtà sociali e politiche che hanno indetto la manifestazione regionale del 24 gennaio per fermare il massacro di Gaza, ho presentato il preavviso alla Questura di Bologna per il percorso del corteo che prevedeva: concentramento in Piazza dell'Unità alle ore 15.30, partenza della manifestazione alle ore 16,15, via Matteotti, ponte Galliera, Piazza XX Settembre (con breve pausa alle 17 per chi volesse fare la "preghgiera del tramonto"), via Indipendanza, via Rizzoli, Piazza Maggiore (dove si terranno interventi e dove verrà attivato un collegamento da Gaza).Questa mattina alle 12 sono stato convocato in Questura e mi è stato comunicato: il corteo non potrà partire prima delle 17 e 15 (dopo cioè che le persone di religione islamica avranno già pregato, perché una preghiera nell'ambito di una manifestazione non si può fare). Per quanto riguarda il percorso, è vietata tutta la T del centro storico e Piazza Maggiore, è autorizzato solo un breve tratto da Piazza dell'Unità a Piazza XX Settembre (andata) e poi ritorno da Piazza XX Settembre a Piazza dell'Unità.Io l'unica cosa che ho risposto è che questa proposta la ritengo un insulto all'intelligenza delle persone che hanno indetto la minifestazione e me ne sono andato.Un primo giudizio politico a caldo: è evidente che la strumentalizzazione politica di Lega Nord, Forza Italia, Alleanza Nazionale e PD ha prodotto la negazione del diritto a manifestare, il più elementare dei "diritti democratici". In secondo luogo, da parte di queste forze politiche c'è la volontà di oscurare il massacro della popolazione palestinese da parte dell'esercito israeliano, attraverso una campagna di criminalizzazione della comunità araba e palestinese residente in Italia e delle realtà sociali e politiche al di fuori dello schieramento bypartisan. Dobbiamo rispondere immediatamente... il diritto ad esprimere le nostre idee non ce lo faremo togliere.

Valerio Monteventi

Omicidio Sandri, rinviato a giudizio il poliziotto che sparò

L'agente di polizia Luigi Spaccarotella è stato rinviato a giudizio: è accusato di omicidio volontario, per aver sparato l'11 novembre del 2007 al giovane tifoso laziale Gabriele Sandri. Lo ha deciso il gup di Arezzo Luciana Cicerchia, che ha fissato la prima udienza di fronte alla Corte d'Assise per il 20 di marzo. La decisione è stata accolta con commozione dai familiari del ragazzo ucciso. "Aspetterò magari un anno, un anno e mezzo, mi auguro di meno, ma voglio che questo individuo paghi per quello che ha fatto", ha detto il padre, Giorgio Sandri. E ha pianto Daniela, la madre, che ha ribadito: "Gabriele non c'è più e non posso perdonare". Ora i Sandri si auspicano che "quantomeno venga preso un provvedimento disciplinare e che Spaccarotella venga allontanato dalla Polizia". Stamattina il giudice ha respinto la richiesta di rito abbreviato avanzata dai legali dell'agente della Polstrada, Francesco Molino e Federico Bagattini. "Un rito abbreviato - aveva spiegato Bagattini prima di entrare in aula - condizionato all'approfondimento del tema della deviazione del proiettile con una richiesta di sopralluogo nell'area di servizio di Badia Al Pino". L'altra richiesta dei difensori era il confronto dei periti sulla perizia balistica. Il pubblico ministero Giuseppe Ledda si era opposto al sopralluogo, ma non al confronto fra i periti. Mentre la famiglia di Sandri, assistita dall'avvocato Michele Monaco, si era detta contraria a entrambi gli accertamenti. La deviazione del proiettile sarà un elemento decisivo del processo. Ne è convinto il legale: "Se verrà confermata l'ipotesi del video è evidente come la traiettoria originaria fosse lontanissima dalla macchina e se era così non c'era alcuna volontà di uccidere". La procura ha ricostruito con il computer in una serie di filmati la dinamica dell'accaduto. Ma, se per l'accusa Spaccarottella ha sparato dalla parte opposta della carreggiata in direzione di Sandri, la difesa sostiene che il proiettile ha colpito il tifoso dopo essere stato deviato da una rete metallica.
Oggi l'agente ha deciso di non comparire in aula perché, come ha spiegato l'avvocato Bagattini, "è una persona che sta soffrendo, sa perfettamente che ha causato la morte di un giovane e questo gli procura una enorme sofferenza e poi ci sono anche problemi di carattere familiare". "Verrà in aula", ha assicurato l'altro difensore, Molino, dopo il rinvio a giudizio. E poi ha precisato che il gup non è entrato "nel merito del dolo eventuale o del colposo". L'assenza dell'indagato ha provocato la rabbia della famiglia di Sandri. "Evidentemente non ha il coraggio di guardarci negli occhi e sa bene che quello che ha fatto lo ha fatto non perché è inciampato'', ha commentato il padre, entrando in tribunale. "Voglio vedere il faccia l'assassino di mio figlio - si è sfogato poi l'uomo - Spero soltanto che la prossima volta lo vedrò, a meno che non abbia paura degli Ufo. La prima volta erano le minacce da Roma, la seconda l'effetto mediatico, la terza saranno gli Ufo". Sarcastiche le parole del fratello della vittima, Cristiano: "Spaccarotella non c'è? Avrà incontrato qualche problema sull'autostrada''. Il ragazzo, infatti, fu colpito mentre si trovava nell'area di servizio di Badia al Pino, sull'autostrada A1. In mattinata i familiari e gli amici di Sandri si sono fermati nell'area di servizio per deporre un mazzo di rose e il padre ha notato con amarezza come sia stato tolto il palo a cui i tifosi attaccavano i ricordi per Gabriele. Davanti al tribunale c'erano anche alcuni tifosi della Lazio con gli striscioni: ''E' ora che sia fatta giustizia per Gabriele'', recitava una scritta. ''Per sempre con noi'', il messaggio per "Gabbo.
fonte: La Repubblica

Dal G8 alla caccia ai romeni, in un libro la rabbia degli agenti nascosta nel web. Il blog dei poliziotti cattivi

Cosa hanno sedimentato Genova e il G8 nella pancia e nella testa dei reparti celere della polizia di Stato? Quali umori covano, oggi, le loro uniformi? Sette anni dopo la notte della Diaz, un libro, "Acab" (edito da Einaudi), va al fondo di una ferita mai rimarginata e alle radici dell´odio italiano. Il vicequestore Michelangelo Fournier (condannato per i fatti della Diaz), i celerini "Drago" e lo "Sciatto" sono i protagonisti di una storia vera che svela e documenta un universo rimasto sino ad oggi chiuso. A cominciare dalle sue voci. Rabbia, odio, spirito di corpo. Carlo Bonini racconta in un libro i duri delle forze dell´ordine. A partire dalle loro discussioni segrete sul Web.

Le violenze alla Diaz dopo il G8 di Genova? Non mi vergogno di nulla. Accanirsi con trenta manganellate su un manifestante inerme? Dopo ore di sassaiole, quando becchi uno che ti sta davanti è difficile picchiarlo solo un poco. Gli ultras? Dobbiamo fargli tanta paura che non devono pensare di poterci attaccare senza lasciarci le ossa. L´Italia non è uno stivale. È un anfibio di celerino. Cosa hanno sedimentato Genova e il G8 nella pancia e nella testa dei reparti celere della polizia di Stato? Quali umori covano, oggi, le loro uniformi? Sette anni dopo la notte della Diaz, un libro di Carlo Bonini - "Acab", Einaudi editore - va al fondo di una ferita mai rimarginata e alle radici dell´odio italiano Il vicequestore Michelangelo Fournier (condannato per i fatti della Diaz), i celerini "Drago" e lo "Sciatto" sono i protagonisti di una storia vera che svela e documenta un universo rimasto sino ad oggi chiuso A cominciare dalle sue voci Come quelle del "blog" intranet del ministero dell´Interno aperta agli appartenenti dei reparti mobili e dedicata proprio ai fatti di Genova, di cui potete leggere in questa anticipazione di uno dei capitoli del libro. Se occorresse una password per aprire un libro, con "Acab" dovreste provare "odio". Non funziona? Allora tentate "tanfo". Sono le parole chiave del testo di Carlo Bonini che non è il riversamento di una serie di interviste registrate, ma piuttosto del rumore di fondo. Quello che pochi sanno ascoltare, quello che poi produce un´onda definita anomala solo perché non la si era vista arrivare. Si legge la cronaca più efferata, si prende atto delle dichiarazioni irragionevoli di questo o quell´onorevole, si osserva con disneyana sorpresa l´avvento al potere di un manipolo di gaglioffi senza qualità e ci si chiede: ma questi da dove sbucano? E, ancor più: che cosa, chi mi rappresentano? "Acab" è una delle risposte. Una delle tante verità che il club mediatico, perduto nell´autoreferenzialità, abbagliato dal riflesso dei lustrini, sviato al bivio tra la rappresentazione del mondo come dovrebbe essere e come invece è, non ha saputo cogliere per tempo.C´è una frase di Harold Brodkey, contenuta nel suo diario terminale "Questo buio feroce" che potrebbe fare da premessa e antitesi a questo libro: «Il giornalismo migliore degli ultimi cinquant´anni è stato di sinistra; il che significa che la natura umana è stata ritratta come innocente, come decorosa dall´inizio alla fine di ogni storia». Ecco, "Acab" non commette questo errore. In "Acab" nessuno è innocente, la natura umana è indecorosa dall´inizio alla fine della storia.Si comincia (dopo un prologo che fa in senso logico da epilogo) con la preparazione dei tre poliziotti protagonisti (il vicequestore Fournier e i celerini soprannominati Drago e Lo Sciatto) al G8 di Genova. La "macelleria messicana" che ne seguì appare un evento ineluttabile in quanto progettato. La dotazione dei "tonfa" ("un arnese duro come l´acciaio, dall´impugnatura a T, un´arma tradizionale delle arti marziali cinesi e giapponesi"), lo scontro, così poco "simulato" con i celerini napoletani: tutti preamboli a una storia che si voleva scrivere esattamente così. Uomini come Fournier, Drago e Lo sciatto furono la penna, più che il braccio. Poco conta il loro genuino disprezzo per "il popolo antagonista", il loro innato culto per il dispiegamento della forza come elemento puro e dirimente: restano un ingranaggio. E resta la domanda retorica di Drago: «A noi il culo chi ce lo parerà se le cose andranno storte?». La risposta è ovvia e constatata: nessuno.Infatti anni dopo si ritrovano, dislocati e neutralizzati, alla vigilia di un´altra battaglia, questa sì imprevista. Roma-Cagliari si annunciava una partita come tante, una passeggiata di salute per pre-pensionati della celere. Senonché alla vigilia, in autogrill lontano, un tifoso laziale di nome Gabriele Sandri è stato ammazzato da un agente e lo stadio diventa l´epicentro di una guerra non dichiarata tra le tifoserie unite e la polizia. Tra la notte della "macelleria messicana" e quella della battaglia dell´Olimpico sono trascorsi 7 anni. E in quell´arco di tempo è cresciuto l´odio, è salito il tanfo. In un´Italia a lontana equidistanza dagli studi televisivi infestati da tuttologi e squinzie e dalle sale convegni analogamente popolate il rumore di fondo si è fatto assordante. "Acab" lo riporta, senza preoccuparsi è vero della struttura narrativa, ma badando a riprodurlo fedelmente. Il rumore di fondo è l´insofferenza del celerino che con inconsapevole ironia fa il verso a Pasolini e dice alla moglie «io so». Che cosa? «Quale ipocrita recita sta andando in scena». È il traffico di parole cariche di conseguenze sulla strada reale che i poliziotti si scambiano su quella virtuale della chat. È il motto "padroni a casa nostra" che parte dalle periferie di Roma, umiliate dall´arroganza dello straniero e dall´omicidio di Giovanna Reggiani. È l´accoglimento di quel motto da parte di chi dovrebbe avere come sola linea guida il rispetto della legge. È la mistica degli ultrà, ormai totalmente scorporata dal tifo e dalla squadra, che riunisce in un solo pantheon degli eroi Garibaldi, gli Arditi della prima guerra mondiale, i Franchi tiratori «che accoglievano gli invasori anglo-americani nell´unico modo possibile» e Carlo Giuliani. Sono forme contrapposte della deriva fascistoide quelle che si contrappongono nella finale notte di Roma, in un´oscurità più mentale che temporale. Ma qui siamo e di questo dobbiamo rendere conto, per non finire come quegli italiani, comprensibilmente esecrati da Fournier turista a New York, che se ne stanno, esuli in nota spese, nel loro loft a Tribeca e da lì commentano con il sopracciglio alzato quel che accade in un luogo a loro di fatto straniero. Qui siamo e con questo odio e tanfo dobbiamo fare i conti, prima che diventi più ancora che filo della cronaca, segno della storia.Il prologo, dicevo, è nella logica un epilogo. Un paio di ultrà romanisti in autostrada viene aggredito da un convoglio di napoletani ancor più feroci. Li salva l´arrivo della polizia. C´è stato il G8 di Genova e c´è l´emergenza quotidiana. Ci sono mali tra cui scegliere, nessun santo a cui votarsi, ma qualche diavolo minore. Qualcuno potrà accusare Bonini di aver contratto una "sindrome di Stoccolma" verso i celerini. Chi pensa che "tutti i poliziotti siano bastardi" non legga questo libro, ma neppure chiami mai il 113.


fonte: La Repubblica

G8 Genova: Viaggio nel blog riservato dei poliziotti tra orgoglio e sfoghi, rabbia e lunghe confessioni "Nessuna vergogna per i giorni del G8"

«Cari colleghi, riteniamo giusto rammentare, per senso di responsabilità, che DoppiaVela è uno spazio per i poliziotti messo a disposizione dalla polizia di Stato. Le critiche, le lamentele, le segnalazioni di disservizi, anche se esternate in modo aspro ma corretto, fanno parte delle normali dinamiche di dialogo tra l´amministrazione centrale e i singoli dipendenti. Trovano dunque una sede naturale all´interno del portale che non può, però, garantire spazi che la normativa vigente attribuisce ad altri soggetti…».

Ogni volta che entrava in quella benedetta chat intranet, Drago ne gustava la dimensione perversa. A cominciare da quel nome un po´ ingessato - DoppiaVela, la sigla della centrale operativa nelle comunicazioni radio - e dal post politicamente corretto che metteva sull´avviso i naviganti. Perché la verità era che lì dentro si poteva finalmente essere un po´ guardoni e un po´ scorpioni. Masturbarsi dietro un avatar, leggendo l´illeggibile o scrivendo l´inconfessabile. Divorarsi a vicenda - sì, proprio come scorpioni in bottiglia - soltanto per scoprirsi più soli nella propria rabbia.Finita sulle prime pagine dei giornali con sei rotondi anni di ritardo, la «macelleria messicana» del dottor Fournier era stato un potente lassativo. Il forum era impazzito. Genova, troppo lontana e spaventosa per sembrare ancora vera, era diventata solo l´occasione per un outing collettivo. La prova, ammesso ce ne fosse bisogno, che il tempo era stato una pessima medicina. Che odio chiama odio.

G. DA ROMA Ecco che spunta fuori un nostro bel funzionario, che da buon samaritano riaccende fiamme polemiche e propositi dinamitardi. Che, sicuramente, nelle prossime manifestazioni gli antiglobal metteranno in atto perché più autorizzati che mai. Ma quando la finiremo di fare sempre queste mere figure e inizieremo a tenere la bocca chiusa?Per Aspera ad astra.

N. DA ANZIO Fournier poteva e doveva risparmiarsi la frase a effetto, «macelleria messicana». Adesso, per i colleghi ci sarà la solita Santa Inquisizione mediatico-politica.Unus sed leo.

I. DA GENOVA Ma questo Fournier dov´era durante gli scontri? Ancora non l´ho capito. Era fra i manifestanti? Ha respirato lacrimogeni? O aveva una mascherina? Secondo me si è messo a cantare perché non gli hanno dato nessuna promozione.

P. DA BARI È ancora in polizia o ha chiesto di passare alla politica?Sono pronto a mostrare il petto e non voglio essere bendato. Ma tu hai il coraggio di guardarmi negli occhi? E che cazzo, mostra ai più di essere uomo. Barcollo ma non mollo.

D. DA LA SPEZIA Colleghi, basta di parlare di questo soggetto. È penoso e noi lo stiamo aiutando nella sua viscida campagna elettorale.A.

DA CAGLIARI Genova, presente con orgoglio e senza nulla da nascondere. Posso testimoniare di Bolzaneto! Non si tratta di essere grandi e non è veramente falsa modestia… è solo servizio! Ero al VI reparto mobile di Genova.

L. DA SALUZZO Io c´ero. VI reparto mobile. Tanto orgoglio, tanta rabbia!

C. DA ROMA Non capisco perché non vogliate parlare degli errori commessi. Qui si tratta di dire chiaramente:I colleghi che gridavano Sieg Heil ci fanno vergognare, o no?I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione, o no?I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato, o no?La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di «Uno a zero» dimostra di essere intelligente?Su queste cose non ci può essere ambiguità!!!L´esistenza è battaglia e sosta in terra straniera.

E bravo il nostro C., pensò Drago. Stai a vedere che ora gli vanno addosso i padovani. Se ne stanno zitti da troppo tempo. Ma è più forte di loro. Se c´è da far vedere chi ce l´ha più duro, loro non sanno resistere. Rinfrescò la chat. Solo per vincere una scommessa troppo facile.

E. DA PADOVA Caro C., rispondo alle tue domande:"I colleghi che gridavano Sieg Heil ci fanno vergognare, o no?"No. Non mi vergogno del fatto che in polizia ci siano dei coglioni. Non più del fatto che ci siano in Italia. Sono fiero di essere celerino e italiano, nonostante loro!"I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione, o no?"No. Per questa domanda, oltre a valere la risposta sopra, concedimi anche il beneficio del dubbio. Chi prenderebbe seriamente un tentativo di violenza a una capra malata? Il popolo antagonista non brilla certo per l´attaccamento all´igiene! Non credo a quello che, sicuramente in malafede, sostengono questi personaggi!"I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato, o no?"No. Pur essendo convinto assertore della totale inutilità di infierire su un manifestante inerme (questo è l´unico sbaglio, sprecare le forze su uno solo), sappi che è impossibile farsi rivelare dal manifestante durante la carica, se è un «povero illuso pacifista» o meno. È inoltre abbastanza difficile, dopo ore di sassaiole subite, magari con fratelli feriti anche gravemente, beccare uno dei personaggi che ti stanno avanti e picchiarli solo un pochettino. Quello che dico è che il povero illuso, visti gli stronzi che stavano con lui, poteva tornarsene a casa invece di manifestarci insieme! Se gli è andato bene fare da scudo per questi delinquenti, allora non si può lamentare di subirne le conseguenze! Che poi qualche collega si sia comportato come un qualsiasi essere umano sotto stress non mi sembra né incomprensibile né disdicevole. Sicuramente qualcuno avrà commesso sbagli. Sai quanti poliziotti c´erano a Genova? Di sicuro non mi vergogno per i loro errori!"La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di «Uno a zero» dimostra di essere intelligente?"No. Ma come si dice a Roma, ‘sti cazzi! Hanno messo a ferro e a fuoco una città, rischiando di farci fare una figura di merda a livello internazionale, provocando danni, feriti, spese enormi e si preoccupano della frase di una telefonista? Non mi vergogno per quello che ha detto. Mi vergogno perché oggi la madre di un teppista imbecille, dimostrando una mancanza di scrupoli e un cinismo degni di una Kapò, è riuscita a farsi eleggere senatrice della Repubblica; perché un partito italiano ha fatto intitolare un´aula all´imbecille!Non voglio i soldi di questi politici. Non voglio i soldi da questo governo (e da un altro come questo). A difendermi ci penso da me, con l´aiuto di Dio e dei fratelli celerini, che mi stanno accanto e non mi tradiscono nel momento del bisogno.Once in the Celere, always in the Celere.

C. DA ROMA Quindi, per te, avere al fianco un cretino non è un problema?Lo dico serenamente: due che tengono e uno che mena non mi sembra da eroi. E poi ti rispondo da romano: ‘sti cazzi un par di palle. Tu non lavori nel Cile di Pinochet e non ti pagano con lo stipendio in pesos messicani (forse è di cattivo gusto visto il titolo del thread di discussione, «macelleria messicana», e me ne scuso con quanti si sentono feriti). Il giuramento che hai prestato parla di far rispettare le leggi, non di fartene di tue. In quanto al rischio della «figura», mi pare che l´abbiamo fatta e basta. E le responsabilità, lo dico da mesi, non sono di chi stava in strada, ma di chi ha permesso che si arrivasse a questo. Siamo stati mandati lì, sapendo quello che ci avrebbero fatto e sapendo come avremmo reagito. Ti piace questo? Ti piace essere una pedina e poi pagarti l´avvocato? Io questo vorrei evitare. Vorrei capire come si può evitare che un collega mandato a fare il proprio dovere si ritrovi indagato in due processi e, dopo la Maddalena, forse anche nel terzo. Scusate la lunghezza.L´esistenza è battaglia e sosta in terra straniera.

P. DA BARI Scusate, il Sig. Dott. Funz. Uff. Fournier quando lo faranno santo?Sono pronto a mostrare il petto e non voglio essere bendato. Ma tu hai il coraggio di guardarmi negli occhi? E che cazzo, mostra ai più di essere uomo. Barcollo ma non mollo.

E. DA FIUMICINO Io penso che questi degni eredi di quei cattivi maestri che dicevano in piazza «Uccidere uno sbirro non è reato» ci considererebbero picchiatori fascisti anche se andassimo in servizio di Op vestiti di rosa e con un mazzo di fiori in mano.

B. DA PADOVA Quando alcune centinaia di ultras o di autonomi sono schierati a cinquanta metri da te con spranghe, catene, bombe carta e coltelli, io ritengo opportuno fargli così tanto schifo e paura che non devono pensare di poterci attaccare senza lasciarci le ossa!L´Italia non è uno stivale. È un anfibio di celerino.


fonte: La Repubblica

15 gennaio 2009

Termoli (CB): Caso Zainal: chiusa l’inchiesta contro i tre vigili urbani.

Nello stesso giorno in cui si diffonde la notizia che a Parma quattro Vigili Urbani sono stati arrestati per il caso del giovane ghanese aggredito e picchiato brutalmente il 29 settembre scorso, arriva anche un importante aggiornamento relativo alla vicenda termolese, ovvero l’ambulante bengalese trascinato lungo Corso Nazionale la sera del 23 agosto scorso. Una vicenda che, come quella di Parma, coinvolge la Polizia Municipale: la Procura della Repubblica di Larino ha infatti chiuso l’inchiesta e starebbe per notificare ai tre agenti in servizio nella città adriatica l’avviso di conclusione delle indagini, atto che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio. Salvatore De Gregorio, Antonio Russi e Giuseppe Esposto erano stati iscritti nel registro degli indagati per “violenza privata” poco tempo dopo l’episodio, accaduto la sera della Sagra del Pesce in pieno centro. Un episodio che aveva fatto molto rumore, varcato nel giro di poche ore i confini geografici molisani e approdando, anche attraverso le fotografie scattate con i telefoni cellulari da alcuni passanti, sulle prime pagine dei principali quotidiani nazionali e perfino delle reti televisive. Proprio quelle immagini, oltre ad alcune segnalazioni e denunce di cittadini scandalizzati dalla scena, avevano spinto la Procura ad avviare le indagini per accertare come sono andati realmente i fatti. L’involontario protagonista del caso, Abdul Zainal, ha raccontato alla polizia giudiziaria di essere stato colpito da un calcio alla pancia sferrato da uno dei tre Vigili, di essere caduto e di essere stato trascinato per decine di metri fino alla Fiat Stilo di servizio parcheggiata in via Sannitica, sul retro del Municipio. Gli agenti, nelle relazioni scritte inviate per fornire la loro versione, sostengono al contrario di non aver né maltrattato né brutalizzato il venditore ambulante bengalese. Nei mesi scorsi gli inquirenti hanno acquisito diverso materiale: prima di tutto le fotografie, che mostrano il cittadino bengalese steso a terra mentre viene bloccato dagli agenti e poi chino accanto al portabagagli dell’auto di servizio, immobilizzato da due persone in divisa. Ci sarebbe, a supportare il racconto dei testimoni che sono stati ascoltati per molti giorni, anche un filmato girato con il cellulare. La Procura ha acquisito naturalmente la relazione della Municipale di Termoli e in particolare dei tre agenti coinvolti, oltre ai verbali di quel sabato sera e dei giorni successivi, compresa la dichiarazione sottoscritta la notte tra lunedì e martedì dal bengalese e diffusa dal Comune il giorno successivo come “dichiarazione spontanea”, con la quale il cittadino del Bangladesh avrebbe asserito, nero su bianco, di non essere stato «né strattonato né malmenato dagli agenti di Polizia Municipale, e gli stessi non mi hanno messo di forza nel portabagagli dell'auto di servizio, anzi preciso che sono stato accompagnato negli uffici di Polizia stando seduto sul sedile posteriore dell'auto di servizio». Una dichiarazione smentita dallo stesso Zainal, il quale, in una intervista prima e poi durante un interrogatorio, ha raccontato una storia molto diversa («Mi hanno dato un calcio alla pancia e fatto male al collo e in altre parti e trascinato a terra») e ha negato di saper leggere e scrivere: «Ho firmato un foglio davanti a un Vigile ma non so cosa c’è scritto perché non so né leggere né scrivere». Le parole di Abdul hanno gettato un forte dubbio sulla dichiarazione che il Comune di Termoli ha definito “spontanea”, nella quale si legge che il giovane ambulante (che al momento non era assistito da un avvocato) avrebbe scagionato da qualsiasi accusa gli agenti e rinunciato a qualsiasi azione risarcitoria. De Gregorio, Russi ed Esposto, unici indagati nella vicenda, da parte loro non hanno mai cambiato versione: «L'uomo è scivolato sulla strada mentre cercava di fuggire dai controlli. Alla richiesta di esibizione dei documenti, Zainal ha risposto di non averli con sé, e ha cominciato a urlare e chiedere aiuto. Numerose persone sono state attirate dalle urla del venditore ambulante, si sono avvicinate agli agenti di Polizia Municipale e hanno inveito contro di loro, prendendo le difese dell'uomo fermato». L’ambulante era stato fermato per “resistenza a pubblico ufficiale” e portato nella caserma dei Vigili a bordo della Stilo di servizio. Quell’accusa sarebbe tuttavia stata archiviata dalla Procura al termine del lavoro d’indagine. Accanto alla violenza privata , invece, esisterebbe un secondo capo di imputazione a carico degli agenti: l’abuso d’ufficio. Sia per la storia – che un eventuale processo dovrà chiarire – relativa alla dichiarazione “spontanea” di Zainal, sia per i comportamenti e gli atti prodotti in seguito sulla base di un presunto decreto di espulsione a carico dell’ambulante. Decreto che tuttavia non risulta: il bengalese, arrestato e condannato in passato per estorsione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e associazione per delinquere, era uscito di prigione grazie all’indulto, e dopo la scarcerazione era stata avviata una procedura di espulsione che però non si è mai conclusa. L’indagine in ogni caso è stata chiusa e, dopo la notifica degli avvisi di conclusione, arriverà la richiesta di rinvio a giudizio per i tre vigili urbani in servizio a Termoli. Sarà poi il Gup, nell’udienza preliminare, a decidere, sulla base delle prove, se gli agenti dovranno essere processati o se, al contrario, la loro posizione dovrà essere archiviata.


Razzismo. Bomba in una lavanderia in provincia di Como

Attentato a sfondo razzista mercoledì sera contro una lavanderia di una famiglia di cittadini cingalesi: l’inaugurazione della tintoria, che si trova nel centro storico di Laurate Caccivio, in provincia di Como, era prevista nei prossimi giorni.«Stranieri via, non vi vogliamo. Andate via» scritte inequivocabili con spray di colore rosso sono state impresse sui muri della lavanderia a gettone “Washing Point” di via Garibaldi. Questa la firma apposta da chi ha poi fatto esplodere i locali lanciando una potente bomba carta o utilizzando qualche altro innesco che ha prodotto effetti a dir poco devastanti: la vetrina è andata in pezzi e le lavatrici hanno immediatamente preso fuoco.Da teatro all’attentato, che si è verificato qualche minuto dopo le 20, ha fatto la centralissima via Garibaldi di Caccivio dove il boato e le fiamme hanno fatto scattare subito i mezzi di soccorso: sul posto quattro mezzi dei vigili del fuoco di Como e Appiano Gentile oltre a un’ambulanza. Fortunatamente nessuno è rimasto ferito o ustionato, neppure i vicini di casa che abitano sopra la lavanderia; i pompieri hanno fatto il loro lavoro domando le fiamme. Una volta spento il fuoco, è emersa evidente sui muri la vergogna delle inequivocabili scritte razziste.

Prato: aggressione nella sede di Rifondazione Comunista ·

Ieri pomeriggio, 14 gennaio nella nostra città è avvenuta l’ennesima violenza fascista. Due giovani neofascisti sono entrati nella sede di Rifondazione Comunista in via m. Nistri 15, e dopo ripetute provocazioni verbali non raccolte dai compagni presenti in sede, uno dei due ha colpito al volto un ragazzo con un pugno armato di moschettone, provocandogli una ferita che ha richiesto quattro punti di sutura.Condanniamo con forza questo episodio, solo l’ultimo e più grave di una lunga serie che si inserisce in un contesto politico e sociale di connivenza e riabilitazione fascista a livello tanto locale quanto nazionale.
Convochiamo per stasera, giovedì 15, alle ore 21,30 presso la sede di rifondazione comunista in via Marianna Nistri 15 un assemblea delle realtà antifasciste.


ORA E SEMPRE RESISTENZA


Rifondazione Comunista
Giovani Comunisti
Collettivo Studentesco Autonomo
Partito dei CARC
Rete Antifascista Pistoia-Agliana-Prato
Comitato Antimperialista Antifascista 29 martiri

Parma: Caso Bonsu, arrestati 4 vigili

I dieci vigili indagati dalla procura di Parma per il presunto pestaggio ad Emmanuel Bonsu sono stati tutti sospesi dal sindaco Pietro Vignali in via cautelativa. Quattro vigili urbani( Mirko Cremonini, Ferdinando Villani, Marcekllo Frattini e Pasquale Fratantuono) sono stati arrestati e posti ai domiciliari. La decisione di sospenderli è giunta in tarda serata. I provvedimenti di custodia cautelare sono stati adottati dal Gip Pietro Rogato su richiesta del sostituto Roberta Licci, che coordina l'inchiesta della Procura. Il sindaco di Parma, Pietro Vignali, appena saputo degli arresti ha ''dato mandato agli uffici di provvedere alla sospensione immediata'' dal corpo di tutti gli agenti coinvolti nell'inchiesta. Anche la magistratura ha chiesto ulteriori provvedimenti cautelari nei confronti degli altri sei agenti indagati: il Gip dovrà decidere se sospenderli dai pubblici uffici. Gli interrogatori sono stati fissati per venerdì. L'arresto sarebbe avvenuto verso le ore 20. Come noto tutti i vigili indagati pur essendo pubblici ufficiali si sono sempre, in questi mesi, avvalsi della facoltà di non rispondere al magistrato. Ma le indagini giorno dopo giorno hanno fatto emergere particolari inquietanti: oltre all'arresto illegittimo al parco ex-Eridania ci sarebbe stato un crescendo di atrocità nella caserma comando della municipale. Dagli insulti "scimmia" alle false accuse e prove per farlo confessare, fino alla foto ricordo scattata con un vigile che esibiva il ragazzo come trofeo: immagine ritrovata sul computer del comando dai Ris dopo che era stato effettuata la cancellazione da uno dei vigili. Notte durissima per il Comune di Parma. L'amministrazione ha preso la decisione di sospendere i vigili per motivi cautelativi. Secondo le prime ricostruzioni la procura di Parma avrebbe scelto per la formula cautelativa, e dunque gli arresti domiciliari, perchè c'è un reale pericolo di inquinamento delle prove o addirittura di fuga. Proprio in questi giorni ci si aspettava, da parte della magistratura, la chiusura delle indagini preliminari e l'eventuale rinvio a giudizio.

14 gennaio 2009

Diventa reato difendersi dagli abusi degli agenti

Lavorare di lima, suggerirebbe il buon senso quando si interviene sul cristallo degli assetti normativo. E invece, a forza di mulinare allegramente l'accetta per disboscare la giungla di leggi stratificatesi nei decenni, e nella foga di troppo vantare la semplificazione normativa, il governo del ministro «semplificatore» Roberto Calderoli ha semplificato troppo. Così tanto da calare per sbaglio la mannaia, con il decreto legge che ha appena «tagliato» 29mila leggi del 1861-1947, anche su un testo del 1944 senza accorgersi che così priva il cittadino di una garanzia di sistema nell'ordinamento democratico contro gli eccessi arbitrari dei funzionari pubblici: e cioè la norma che esime il cittadino dalle ricadute penali di talune sue reazioni ad atti arbitrari o illegali dell'Autorità pubblica, insomma all'uso scorretto del potere discrezionale dei rappresentanti lo Stato. Senza più questa manciata di righe, e salvo modifiche entro il 20 febbraio nella conversione del decreto legge n. 200 approvato il 22 dicembre scorso, ciascun cittadino — quello che subisca un fermo per motivi infondati, quello che allo stadio si ritrovi vittima di azioni immotivate delle forze dell'ordine, quello che in piazza veda equivocato il proprio ruolo nel parapiglia di una manifestazione politica, quello che in udienza abbia un acceso confronto con un giudice prepotente — si ritrova più indifeso rispetto a potenziali soprusi di Stato. Nel codice penale, infatti, alcuni articoli puniscono la resistenza o minaccia a pubblico ufficiale (fino a 5 anni); la violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario (fino a 7 anni); l'oltraggio a pubblico ufficiale (fino a 2 anni), a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario (fino a 3 anni), a un magistrato in udienza (fino a 4 anni). Però, grazie all'articolo 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944, i cittadini sono esenti da sanzioni «quando il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio o pubblico impiegato» abbia causato la reazione dei cittadini «eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni». Norma tutt'altro che desueta, né considerabile (condizione per finire nel trita-leggi varato il 22 dicembre) «estranea ai principi dell'ordinamento giuridico attuale»: non solo è spesso applicata, ma ad esempio la Cassazione l'ha utilizzata nel 2005 per ritenere arbitrario il fermo per accertamenti e l'ammanettamento di una persona infondatamente sospettata d'essersi sottratta alla sorveglianza speciale, poi l'ha di nuovo applicata nel 2006, quindi l'ha trattata nel 2008, senza contare che anche la Consulta l'ha esaminata ancora nel 2007 nell'ordinanza numero 36. Il problema è che il decreto del 22 dicembre, salutato dal ministro Calderoli come una «pulizia legislativa di leggi superate o svuotate di significato dalla legislazione sopravvenuta», ha «ripulito» sbrigativamente anche il testo del 1944, e aperto quindi per sbaglio una falla che nell'ordinamento non trova copertura in qualche altro testo, come invece per fortuna può accadere per l'abrogazione del decreto luogotenenziale n.288 del 1944, che nel codice sostituiva la pena di morte con l'ergastolo, e introduceva le attenuanti generiche. Qui non c'è pericolo, neanche per esercizio di sfizio dialettico, che si considerino la pena di morte ripristinata o le attenuanti scomparse: in un caso la salvezza viene, oltre che dalla Costituzione, dall'abolizione della pena di morte all'art.1 del protocollo addizionale n.6 alla «Convenzione europea dei diritti dell'uomo» (Cedu) ratificato dalla legge n.8 del 2 gennaio 1989; nell'altro caso, soccorrono una legge del 1975 e l'ex Cirielli del 2005.

Fonte: Corriere della Sera

Il Brasile concede l'asilo politico a Cesare Battisti

Cesare Battisti in Italia corre il rischio di essere perseguitato. Per questo il Brasile gli ha concesso ieri sera (in Italia erano le prime ore del mattino) l’asilo politico, con una decisione che blocca per ora la richiesta di estradizione italiana per l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo e che è destinata a suscitare polemiche. Il comunicato viene dritta dall’ufficio del ministro della giustizia Tarso Genro, a cui Battisti aveva fatto appello dopo una prima bocciatura della sua richiesta di asilo. In teoria la decisione potrebbe essere ancora ribaltata dalla Corte Suprema che dovrebbe pronunciarsi entro febbraio sull’estradizione. Il comunicato del ministro cita lo Statuto dei Rifugiati che prevede come motivo di concessione dell’asilo il “fondato timore di persecuzioni per motivi di razza o di opinioni politiche”. Secondo Tarso, la sentenza italiana riconosce questa connotazione politica poiché cita il reato di associazione sovversiva “con la finalità di sovvertire il sistema economico e sociale del paese”. Battisti fu condannato in contumacia a due ergastoli per due omicidi, la giustizia italiana lo accusa anche di altri due, citati nella richiesta di estradizione. Il 54enne, autore di diversi romanzi, scappato dalla Francia dove visse protetto dalla “dottrina Mitterand” fin quando il presidente Chirac non revocò la protezione di Parigi, è stato catturato sul lungomare di Copacabana a Rio de Janeiro il 18 marzo del 2007. I legali dell’ex appartenente ai Pac hanno allora fatto richiesta di asilo politico: e il Conare, l’organo preposto alla decisione, il 28 novembre scorso l’ha rigettata perché il “pericolo di persecuzione in Italia, o di essere ucciso” sollevato da Battisti nella richiesta, secondo il Comitato “non trova fondamento”. Il cittadino straniero può allora fare ricorso direttamente al Ministro della Giustizia. E Battisti qui, rivolgendosi al governo socialista, ha avuto successo. Il comunicato del Ministero di ricorda che negli anni del terrorismo, l’Italia varò “leggi straordinarie”. “L’estradizione in Italia metterebbe la mia vita in pericolo” affermava Battisti pochi giorni fa un’intervista al settimanale Epoca realizzata dalla prigione. E proseguiva, “Spero che il ministro Genro, che ha sofferto la repressione politica quando era militante (sotto la dittatura, ndr) non accetterà le argomentazioni del governo italiano che ricorre a tutti i sotterfugi per falsificare il carattere politico del processo contro di me”. L’ex componente dei Pac ha ricordato di soffrire di una grave epatite B, di ulcere gastriche, di problemi di glicemia e di insonnia.

Palermo: Campo rom senz'acqua da un mese, scuola negata ai bambini

Da un mese il campo Rom di Palermo è senza rifornimento d’acqua. L’unica acqua a disposizione è quella piovana che le famiglie raccolgono e fanno bollire per farne un uso domestico. I genitori non accompagnano più i figli a scuola perché non riescono a lavare e vestire dignitosamente i propri bambini. "Non possiamo lavarli – dice un loro portavoce – né cambiargli i vestiti”. La Direzione didattica Alcide De Gasperi ha denunciato il fatto alla Procura del Tribunale per minorenni. I 44 bambini regolarmente iscritti alla scuola elementare non sono più in grado di frequentare le lezioni in modo regolare. “Ci siamo accorti – ha detto l’insegnante Fatima Del Castello – che a turno, in questo periodo, gli alunni rom si sono assentati dalla scuola. Sappiamo che non arriva l’acqua al campo, ma è necessario intervenire subito perché i bambini devono tornare a seguire le lezioni. Non si può interrompere un processo didattico così e soprattutto non si può lasciare una comunità in questo grave disagio”. I rappresentanti della comunità nomadi di Palermo sarebbero disposti a spostarsi in un altro luogo purché vengano garantite condizioni di vita dignitose. “Siamo esasperati – dice Hassan il responsabile di una della comunità del campo nomadi – non possiamo mangiare, non posiamo lavare i vestiti, non possiamo accudire i nostri bambini. Non li mandiamo a scuola perché rischierebbero di essere emarginati. Loro stessi si vergognano e non si sentono a loro agio a stare con gli altri se non si possono lavare. Non sappiamo più come fare. Raccogliamo l’acqua piovana, la mettiamo a bollire per fare le faccende domestiche. Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti”. Quando piove il campo, non avendo una strada asfaltata, si riempie di fango a tal punto che, sia a grandi che piccoli, risulta difficile muoversi senza essere muniti di calzature adeguate. Spesso al campo le donne portano indumenti usati regalati dalla gente che frequenta le parrocchie. Non è raro però che in alcuni casi, non avendo la possibilità di lavare l’indumento per metterlo una seconda volta, questo finisca tra i rifiuti. Il comune sembra che in questo momento non sia in grado di risolvere il problema perché le autobotti sono guaste da diverso tempo e la convenzione con un consorzio di autotrasportatori privati è troppo onerosa per le casse dell’amministrazione comunale. “In attesa di trovare una soluzione – fa sapere l’assessore comunale Pippo Enea – chiediamo la collaborazione urgente della protezione civile e dei vigili del fuoco’’. Spetterà adesso all’Ausl6 dare parere favorevole per fare giungere al campo un carico d’acqua non potabile con i mezzi dei vigili del fuoco. Il consigliere Fabrizio Ferrandelli, capogruppo di Italia dei Valori al comune, a dicembre, aveva già denunciato la situazione dopo una sua visita al campo. “Sono molti i bambini che – aveva dichiarato – non si sono potuti recare a scuola negli scorsi giorni perchè non potevano lavarsi. Il campo è pieno di mosche che s’aggirano attorno le stoviglie accumulate nei giorni e di panni di roba sporca accatastati”. Lo scorso 20 dicembre, un incendio, si presume di natura dolosa, ha fatto andare in fiamme una baracca del campo. L’operazione ha richiesto l’intervento de vigili del fuoco. I nomadi, in quell’occasione, dopo che i vigili del fuoco hanno spento l’incendio, hanno circondato l’autopompa chiedendo di avere riempite le loro cisterne di acqua. Secondo l’ultimo censimento realizzato al campo nomadi di Palermo dalla polizia municipale, 200 sono coloro che vi risiedono. Tra questi si contano una quarantina di nuclei familiari quasi tutti con figli. Nulla è cambiato da quando il prof. Fulvio Vassallo Paleologo aveva denunciato nell’ottobre del 2007 la morte di una nomade causata proprio dalle cattive condizioni igienico-sanitarie di vita del campo. “Le condizioni igieniche nel quale il campo rom di Palermo è tenuto da 15 anni, per il divieto di qualsiasi intervento strutturale da parte degli enti locali e della Prefettura – aveva detto -, con un ruolo piratesco del consiglio territoriale per l’immigrazione, continueranno a produrre emarginazione, morte e malattie.


fonte: www.redattoresociale.it

Milano, polizia carica corteo per il popolo palestinese

Violente cariche della Polizia hanno accompagnato lunedi sera l'iniziativa di 150 compagn* milanesi che si erano dati appuntamento in corso Cairoli per contestare la contemporanea iniziativa pro-Israele al teatro Strehler organizzata dalla comunità ebraica milanese con la partecipazione di Magdi Allam, Fiamma Nirenstein accompagnati da (ex?) fascisti come Ignazio La Russa e "democratici" come Emanuele Fiano, tutti abbracciati -in perfetto stile bipartisan - in difesa di un Israele "attaccato" la cui risposta difensiva h prodotto quasi 1000 morti in 2 settimane. Un pomeriggio iniziato con un presidio di fronte alla sede Rai di corso Sempione - organizzato da Action for peace e Libera università delle donne - per protestare contro "la disinformazione dei media italiani su quanto sta accadendo nella striscia di Gaza" e continuato con le managnellate poliziesche in corso Cairoli: cinque i feriti dalle cariche della Polizia. I compagni sfilavano dietro uno striscione per la "Libertà e l'autodeterminazione per il popolo palestinese", scandeno i cori che accompagnano quotidianamente le manifestazioni di questi giorni in tutto il mondo: "Israele fascista, Stato terrorista". La protesta si è infine conclusa con un corteo spontaneo sino a piazza Cordusio.

Guarda i video delle cariche


13 gennaio 2009

Omicidio Sandri: Un filmato della procura ricostruisce l'omicidio del tifoso laziale.

L'omicidio del tifoso della Lazio, Gabriele Sandri, "Gabbo", in un filmato della Procura. In un video, i consulenti dei pm aretini hanno riprodotto al computer quanto accadde l'11 novembre del 2007 nell'area di servizio di Badia del Pino quando l'agente della stradale Luigi Spaccarotella sparò e uccise il giovane. Nella ricostruzione, il poliziotto, tenendo con due mani la pistola d'ordinanza, mira e spara contro l'auto degli ultrà biancocelesti. Il proiettile dopo aver urtato contro una rete metallica colpì, prima, il finestrino anteriore della Scenic e, poi, mortalmente, il ventottenne romano. La simulazione, elaborata dai professor Domenico Compagnini e Paolo Russo, è alla base dell'imputazione di omicidio volontario contestata dal pm Giuseppe Ledda all'agente che, venerdì, comparirà davanti al gup di Arezzo. Il giudice dovrà decidere se confermare l'accusa nei suoi confronti. (continua)

12 gennaio 2009

Processo Aldrovandi: Fu morte violenta

Aldro è morto per un'asistolia da ematoma. E' una cartezza, nelle parole Gaethano Thiene, anatomo-patologo dell'Università di Padova, esperto di fama mondiale, ex presidente della Società americana di Patologia Cariovascolare, che durante l'udienza di venerdì scorso del Processo Aldrovandi ha confermato quanto scritto di suo pugno nella memoria presentata nell'udienza del 24 novembre. E l'unica causa possibile di tale asistolia sarebbe «una forza notevole, una pressione molto molto pesante» sul torace.Thiene scarta decisamente ogni altra spiegazione: l'ematoma non può essersi formato dopo la morte del ragazzo, non si può trattare della excited delirium syndrome ipotizzata nelle perizie disposte dalla difesa, una morte per intossicazione da stupefacenti presenterebbe sintomi diversi.Il cuore di Aldro insomma era sano, non si è trattato di morte naturale ma di morte traumatica. Una simile emorragia porta al decesso in alcuni minuti, ha aggiunto, «chi la subisce è coscente e lucido e può chiedere aiuto». Riguardo ai consulenti che non hanno riscontrato prove di tale dinamica della morte di Federico, il commento di Thiene è lapidario: «nessuno di loro è patologo cardiovascolare»

11 gennaio 2009

G8 Genova: Bolzaneto, l´ultima battaglia. I pm depositano l´appello: coerenza, anche se la prescrizione è certa.

Il mese prossimo sarà tutto prescritto. Le violenze, i soprusi. Un colpo di spugna, come se non fosse mai accaduto. Come se quei ragazzi non fossero mai stati costretti a mettersi carponi e abbaiare come cani. E i loro compagni spogliati, derisi: il capo spinto dentro una turca, i colpi sui genitali. Tutto rimosso. Lo spettro della prescrizione si allunga su una delle pagine nere della recente storia italiana: caserma di Bolzaneto, per tre giorni e notti il carcere ‘temporaneo´ del G8. A febbraio i reati e le condanne penali saranno cancellati per sempre. Ma ieri a mezzogiorno i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno comunque detto di no. E per un´insopprimibile ansia di giustizia, di democrazia, di libertà - o più semplicemente, come spiegano loro, per "coerenza" - , hanno presentato appello. Vogliono un nuovo processo, chiedono la condanna di tutti gli imputati e non solo di quei 15 appartenenti alle forze dell´ordine puniti nel luglio scorso. Lo pretendono, anche se sanno che è pura utopia. Perché nessuno rinuncerà alla prescrizione. Nessuno, tranne un vecchio ispettore di polizia che è già andato in pensione e di fatto non rischia nulla.Ieri anche Giuseppe Novaresi, Avvocato dello Stato, si è appellato alla decisione del 14 luglio scorso. I ministeri non hanno alcuna intenzione di pagare quei due milioni di euro di risarcimento a favore delle 252 vittime. Sostengono che nel 2001 si era interrotto il ‘nesso organico´: carabinieri, poliziotti e agenti di custodia non si comportarono da ‘servitori dello Stato´. E all´inizio dell´anno avevano per primi chiesto un nuovo processo anche tre condannati ‘eccellenti´: Giacomo Toccafondi, ribattezzato ‘dottor Mengele´, il medico di Bolzaneto condannato a un anno e due mesi di reclusione; Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, che secondo i giudici fu l´unico ‘torturatore´ e sulla carta deve scontare cinque anni; Massimiliano Pigozzi, agente delle ‘volanti´ responsabile di aver strappato la mano ad un no-global divaricandogli le dita. Tre anni e due mesi di prigione.

Fonte: Massimo Calandri La Repubblica

2 gennaio 2009

Processo Aldrovandi, nuova prova: si torna indietro

Accolta la richiesta del legale della famiglia del giovane morto a Ferrara durante un fermo di Polizia il 25 settembre 2005: nella scorsa udienza era emersa una nuova perizia corredata di fotografia che avvalorava la tesi di una morte per asfissia dovuta a pressione toracica, ora bisognerà sentire nuovamente i periti di parte.
Si allontana la conclusione del Processo Aldrovandi. E' quanto emerge dalla ventitreesima udienza, originariamente fissata per il 9 dicembre e poi rimandata al 22. La perizia del prof. Thiene, depositata durante l'udienza del 24 novembre e la foto del cuore di Federico ad essa allegata, che secondo i legali della famiglia Aldrovandi (parte civile) dimostrerebbero in modo inqeuivocabile come a provocare la morte sia stata una pressione toracica che ha provocato un'asfissia e traumatizzato il cuore creando una emorragia alla sua base, rendono necessarie ulteriori udienze prima che si concluda la fase requisitoria, al fine di riascoltare i consulenti di parte alla luce dei nuovi elementi.Stefano Malaguti, il medico legale che ha eseguito l’autopsia sul corpo di Federico, ha inoltre aver depositato lo scorso 1 dicembre alla cancelleria del tribunale anche tutte le fotografie ad essa relative Dopo una mezz’ora di camera di consiglio il giudice ha ammesso l’audizione di Thiene e il contraddittorio tra i consulenti di parte, rigettando tutte le altre richieste e rinviando il tutto alla prossima udienza fissata per il 9 gennaio alle 9.30.Ha dichiarato all'agenzia online EmiliaNet il legale degli Aldrovandi, Fabio Anselmo: «Siamo soddisfatti, è chiaro che il contributo che il professor Thiene può dare e ha dato a questa vicenda riguarda materiale probatorio già a noi favorevole, ma è un contributo che può assumere natura decisiva»

Roma: razzismo e malasanità uccidono un ragazzo bengalese.

Lucky aveva trent'anni quando è morto, il 9 dicembre, aspettando di essere curato al pronto soccorso di un grande ospedale romano. Lucky stava andando a lavorare ma qualcuno lo ha pestato. Al Pertini lo hanno classificato codice verde. Il verde è il colore della non gravità. Ma Lucky è morto dopo nove ore di attesa. Era solo. Per questo le circostanze filtrano a poco a poco: sarebbe stato trovato a terra vicino una delle stazioni della metropolitana sulla Tiburtina, periferia est. Aspettava un autobus per andare al lavoro. Era traslocatore, faceva sempre il turno di notte con un padroncino che opera per conto di una grossa multinazionale degli spedizionieri.Il giorno appresso poche righe che annegano nel mare di notizie di qualche quotidiano capitolino. Lucky era bangladese. L'autopsia conferma: è stato un trauma cranico ad ammazzarlo. Ma Lucky è morto due volte, accusano gli amici: «Per il pestaggio subito e per la mancata assistenza dovuta al clima nazionale di discriminazione verso noi immigrati». Gli ingredienti di questa storia potrebbero essere razzismo e malasanità, veleni che anche senza combinarsi tra loro risultano spesso mortali. E' una storia che sembra tipica della Roma di Alemanno dove il paesaggio urbano è rimodellato soprattutto dalla disgregazione del tessuto sociale e dal sabotaggio dei servizi pubblici. «Ci preme informarvi dell'ennesimo episodio di discriminazione e razzismo che va a ingrossare la triste agenda dell'anno appena concluso», scrive l'associazione Dhuumcatu di Roma annunciando che aprirà il 2009, alle 14.30 di oggi in piazza del'Esquilino, con la salma di Lucky, per un ultimo saluto e un nuovo grido che rompa il silenzio intollerabile. I bangladesi di Roma stanno raccogliendo soldi per l'ultimo viaggio di Lucky. Tornare morti in patria costa quasi 5mila euro. La metà di quanto costi arrivare clandestinamente.«Non abbiamo dimenticato la morte di Mary Begum e di suo figlio Hasib (morti nel rogo di un appartamento, la questura di Roma fece aggredire un piccolissimo sit-in che denunciava il mercato nero degli alloggi, ndr), il pestaggio di Varese, la tragica fine di Abdul a Milano, l'omicidio di Abdul Manan a Torpignattara, la strage di Castel Volturno, il pestaggio di Emmanuel a Parma compiuto da un gruppo di vigili urbani, i due braccianti gambizzati a Rosarno, le aggressioni di Tor Bella Monaca, i fatti del Pigneto,Torpignattara e Trullo, le continue violenze verso i venditori ambulanti a Fontana di Trevi a Roma...». Quest'ultima è la storia di Enanul Hoque, 28 anni, bangladese pure lui. Per sopravvivere vende souvenir alla Fontana di Trevi, tra i turisti. Tiene la sua mercanzia in braccio per non occupare suolo pubblico. Il 5 novembre viene fermato e calpestato dai «nuovi sceriffi», così li definisce Dhuumcatu (nel subcontinente indiano vuol dire stella cometa), che gli spezzano un gamba. Il giorno dopo, al S.Giovanni, lo raggiunge la notifica di una multa. «Se denunci ti mando direttamente in Bangladesh», è la minaccia di un vigile urbano. Uno dei nuovi sceriffi, fedele al programma del nuovo comandante generale della municipale che, insediandosi più o meno un anno fa ebbe a declamare: «Questi immigrati bisogna rimandarli via nel loro paese». Enanul non sapeva che in ospedale gli avrebbero preso le impronte digitali, il 12 dicembre era tra i metalmeccanici in sciopero della fame. E' ancora convalescente.Tre giorni prima, invece, moriva con una straziante agonia di 9 ore, Lucky. Con l'italiano che ha potuto, aveva detto di essere stato aggredito da un gruppo di italiani che lo avrebbe bloccato con la scusa di una sigaretta. Uno degli scarni dispacci pubblicati aggiunge che Lucky aveva bevuto. Ma l'autopsia gli troverà solo sangue nello stomaco e il cranio spaccato. Troppo spesso episodi di razzismo vengono banalizzati, spacciati come liti. A ritroso con la memoria non ci vuole molto per imbattersi nell'omicidio di Renato Biagetti trattato dalla stampa come un caso di rissa tra balordi. Ma Lucky stava andando a lavorare. La sua è una morte per causa di servizio. «Perché il suo datore di lavoro (a cui è stato anche chiesto invano un contributo per il funerale) non vuole riconoscere il decesso? Chi sono gli aggressori? Per quale motivo al Pertini è stato classificato codice verde? Perché i media hanno taciuto?». Domande che gli amici di Lucky torneranno a formulare oggi. Intanto, sul sito di Dhuumcatu si può leggere da giorni: «L'anima di Lucky vi augura buon natale e chiede giustizia».

Reggio Calabria: Negate cure sanitarie ad un detenuto rom

Negato il diritto agli accertamenti clinici ad un detenuto rom gravemente malato della casa circondariale di Reggio Calabria. E' quanto si afferma in una nota dell'Opera Nomadi. «Circa un anno fa il signor A.B. avvertendo un dolore costante alla gola e non ottenendo alcun miglioramento dalla terapia prescritta dai sanitari del carcere ha chiesto di essere sottoposto ad una visita specialistica. La sua richiesta non è stata accolta dai sanitari del carcere i quali hanno continuato a prescrivere una terapia a base di antibiotici del tutto inefficace». Successivamente, afferma l'Opera Nomadi, «le condizioni di A.B. sono peggiorare e lo scorso dicembre, sottoposto ad una laringoscopia con fibroscopio, uno specialista ha individuato una neoformazione che interessa la laringe. Nonostante il referto medico, i molteplici solleciti del difensore e degli stessi familiari la casa circondariale solo il 29 dicembre 2008 provvede a portare a visita A.B. nel reparto di Otorinolaringoiatria degli Ospedali Riuniti di Reggio». «Chiediamo - afferma Antonino Giacomo Marino, presidente dell'Opera Nomadi di Reggio - che la casa circondariale accolga la proposta di ricovero e che il Tribunale di Sorveglianza una volta avuto il referto disponga in tempi celeri il provvedimento di differimento della pena».

Genova G8, il ritorno di Bolzaneto i condannati ricorrono in appello



Sono le prime istanze d´appello al processo per i soprusi e le violenze commesse nella caserma di Bolzaneto, il "centro di temporanea detenzione del G8". Il paradosso è che a chiedere un nuovo dibattimento, dopo una sentenza che tutto sommato aveva clamorosamente ridimensionato le richieste dell´accusa, sono proprio alcuni dei - pochi - condannati. Attraverso i loro avvocati - rispettivamente Alessandro Vaccaro e Nicola Scodnik - stamani si appelleranno Giacomo Toccafondi, Antonio Biagio Gugliotta e Massimo Pigozzi. I tre sono protagonisti di vicende giudiziarie esemplari: Toccafondi, che diversi avevano ribattezzato "dottor Mengele" nel corso dell´inchiesta e del dibattimento, è il medico del carcere, giudicato colpevole di alcuni episodi e condannato ad un anno e due mesi di reclusione. Attualmente continua a fare il responsabile sanitario nella prigione di Pontedecimo e giura sulla sua innocenza, ritenendosi vittima di un «clima sfavorevole». Secondo il suo legale, Vaccaro, è stato punito per tre reati "da giudice di pace" (due ingiurie, un´omissione di referto) e solo per una "inevitabile" severità di giudizio connessa al G8. Gugliotta è invece quello che ha subìto il verdetto più pesante: cinque anni di reclusione. Se c´è stata «tortura» a Bolzaneto, hanno in pratica detto i giudici, allora lui ne è responsabile. Anche in questo caso Vaccaro sostiene che lo stesso dibattimento avrebbe dimostrato il contrario: e poi Gugliotta - ispettore di polizia penitenziaria - non era certo la persona dal grado più alto presente in quei giorni nella struttura. Perché mai dovrebbe pagare per tutti? Nonostante la sentenza del 14 luglio scorso, l´ispettore continua a prestare servizio per il Ministero così come gli altri condannati. Poi c´è Massimo Pigozzi, che era agente delle "volanti" e che è stato riconosciuto responsabile di aver strappato una mano - divaricandogli le dita - ad un no-global fermato. Tre anni e due mesi di reclusione. Ecco: Pigozzi è l´unico sospeso dal servizio. Ma perché nel frattempo è stato indagato per il presunto stupro nelle guardine della questura di tre prostitute. Attualmente guida l´ambulanza di una pubblica assistenza genovese.Nei prossimi giorni presenteranno istanza di appello anche i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, e le centinaia di parti civili (per Bolzaneto passarono almeno 252 persone). L´altro paradosso è che il 21 gennaio scatterà la prescrizione, che slitterà di circa un mese per ritardi accumulati nel corso del processo ma che alla fine annullerà comunque gli effetti penali della sentenza pronunciata sei mesi fa dalla terza sezione del tribunale, presieduta da Renato Delucchi.



fonte: La Repubblica

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