16 dicembre 2008

I cittadini no turbogas di Aprilia con le spalle al muro

La Digos che visiona i filmati della manifestazione di domenica scorsa ad Aprilia [Latina] per il riconoscimento dei «colpevoli», la Sorgenia Spa di De Benedetti che fa partire le sue denunce, il ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola che ritira la disponibilità a incontrare una delegazione dei No turbogas. E’ questo lo scenario rappresentato oggi dalla stampa locale a proposito delle conseguenze, oggettivamente sproporzionate e di fatto intimidatorie, delle pacifiche e rapide «invasioni» della via Pontina e dell’area di Campo di carne recintata dalla Sorgenia, partite spontaneamente durante la manifestazione contro la realizzazione della centrale turbogas. E se l’interruzione di pubblico servizio per il blocco della Pontina, durato solo un breve lasso di tempo, potrebbe non avere seguito, più pesanti potrebbero essere le conseguenze della denuncia presentata da Sorgenia. Sembra infatti che la società che propone la centrale, che il 18 novembre scorso ha potuto recintare il sito di Campo di carne dopo lo sgombero «manu militari» del presidio permanente mantenuto per più di un anno dalla Rete cittadini contro la turbogas, abbia sporto denuncia a carico di quanti hanno «invaso» il suo sito: le accuse a loro carico potrebbero essere violazione di proprietà privata, istigazione alla violenza e danneggiamento.
Un epilogo che funziona perfettamente per creare timori e tensioni tra le migliaia di cittadini che da sempre partecipano alle manifestazioni pacifiche organizzate dalla Rete di Aprilia in difesa della salute, dell’ambiente e dell’economia locale, ma che certamente non sono abituati ad essere denunciati o sottoposti a indagini. Intanto, sembra che dai filmati girati durante tutta la manifestazione la Digos abbia già riconosciuto una quarantina di «scalmanati». E il fuori programma alla manifestazione di domenica potrebbe essere usato come pretesto anche per annullare la disponibilità, a quanto pare già tiepida in origine, del ministro Scajola a incontrare una delegazione di cittadini e amministratori No turbogas.
Eppure, se c’è una cosa emersa chiaramente dalle azioni spontanee nate nel corso del corteo ad Aprilia è che le persone sono esasperate e, allo stesso tempo, «pacificamente» intenzionate a non arrendersi di fronte all’arroganza di lobby economiche predatorie, che consumano e gettano interi territori e comunità. Invece, si riducono sempre di più gli spazi per dare risposte ai cittadini di Aprilia, che pure urlano in tanti e da tempo le loro preoccupazioni per la salute e la qualità della vita in un’area già degradata e carica di inquinamenti [ci sono ben quattro stabilimenti chimici e farmaceutici che il ministero dell’ambiente classifica come «suscettibili di causare incidenti rilevanti»]. A questi, bisognerà aggiungere ogni anno oltre 37 miliardi di metri cubi di fumi contenenti sostanze inquinanti prodotti dalle 8.103 ore di funzionamento in cui la turbogas brucerà oltre un miliardo di metri cubi di gas naturale.


fonte: carta

Gradisca di Isonzo. Fuga dal Cie

Dal Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca di Isonzo [Gorizia] si continua a fuggire. Quella avvenuta stanotte è la terza evasione in dieci giorni. Dieci migranti hanno tentato la fuga, ma solo sei di loro sono riuscito a ritrovare la libertà. Quattro sono stati nuovamente catturati nei campi vicino al Cie. Il clima del centro, da qualche settimana, è tornato incandescente. Le fughe provocano una solidarietà attiva e generano altre fughe. La struttura è in cattivo stato e il sindacato di polizia parla di chiusura temporanea del centro perché «ingovernabile». Molti richiedenti asilo si trovano lì rinchiusi da mesi senza alcuna risposta.

Caso Lonzi, oggi la madre in Procura: "Sono soddisfatta". Ma il caso non è ancora chiuso

Oggi Maria Ciuffi, la madre di Marcello Lonzi si è presentata in Procura dopo essere stata convocata dal magistrato Giaconi per essere messa al corrente degli sviluppi delle indagini. Maria sperava di ricevere la notizia del rinvio a giudizio per un po' di persone coinvolte, invece è stata solamente aggiornata sugli sviluppi dell'inchiesta. All'uscita dalla procura dopo un colloquio di una mezzoretta con il magistrato si è dichirata soddisfatta. L'inchiesta va avanti e si pensa ad una chiusura nei primi mesi del 2009. Sembra tuttavia che la battaglia di Maria e di tutti coloro che l'hanno aiutata (per la verità pochi, se si eccettua l'area dei centri sociali e dei circoli anarchici toscani) stia portando almeno al processo. Poi si vedrà. In ogni caso dentro il carcere delle Sughere negli ultimi 5 anni sono successe troppe cose strane e un'indagine e un processo su questo luogo troppo spesso abbandonato da istituzioni e cittadini non farà certo male a questa città.

Aprilia. Denunce di massa contro la mobilitazione No Turbogas

Interruzione di pubblico servizio, violazione di domicilio, violenza privata, danneggiamento e istigazione a delinquere potrebbero essere le pesanti e inusitate motivazioni delle denunce annunciate nei confronti di ben 350 cittadini di Aprilia [Latina]. Il condizionale è d’obbligo perché la notizia è delle agenzie di stampa di oggi mentre nulla, finora, è stato notificato ai diretti interessati. Le «terribili violenze» sarebbero state commesse ieri, durante la manifestazione pacifica organizzata dalla Rete no turbogas di Aprilia, che ha visto ancora una volta la straordinaria partecipazione di cinquemila cittadini, con famiglie e bambini in prima fila. «La comunità è scesa in piazza pacificamente, con la forza del buon senso e della buona ragione – dice la Rete – E ha manifestato con la determinazione di chi conosce i rischi delle emissioni prodotte dalla centrale per la salute, l’ambiente, la qualità della vita e l’economia locale». A sfilare insieme ai cittadini c’erano i sindaci e i rappresentanti dei comuni di Aprilia, Ardea, Anzio, Nettuno e Lanuvio. Nessuno invece da Pontinia [Latina], ma solo perché cittadini e amministratori partecipavano, in contemporanea, a una analoga manifestazione organizzata dalla Rete civica. La protesta, anche nel caso di Pontinia [distante solo pochi chilometri da Aprilia], è contro il progetto di realizzare anche là una centrale turbogas, stavolta proposta da Acea Electrolabel. Per tornare alla incredibile vicenda di Aprilia, la manifestazione di ieri e il sostegno di migliaia di cittadini hanno «permesso alla presidente della Rete, la professoressa Rita Leli, di ottenere l’impegno del ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola a tenere un incontro tra una delegazione no turbogas e i funzionari del governo. Un incontro – dice la Rete no turbogas – ottenuto grazie anche all’attività del prefetto di Latina Bruno Frattasi, che ha dimostrato di comprendere le istanze e l’esasperazione dei cittadini e ritenuto necessario affrontare la vertenza turbogas di Aprilia in un vertice presso il ministero che sarà meglio definito nelle prossime settimane, dove la Rete chiederà al governo di rivedere i propri piani energetici e studiare un’alternativa sostenibile all’impianto turbogas». E’ in questo contesto più che dialogante che ieri il corteo, partito dal centro storico apriliano, ha spontaneamente inscenato due pacifiche e simboliche invasioni: blocco della via Pontina in entrambi i sensi di marcia e occupazione del presidio no turbogas a Campo di Carne, sgomberato nelle scorse settimane dopo l’intervento massiccio della forza pubblica. «Invasioni messe in atto non da frange estreme di manifestanti ma da comuni cittadini, che le hanno tenute per brevissimo tempo e subito interrotte con grande senso di responsabilità, senza alcun intervento di forza», raccontano quelli della Rete, che certamente non si aspettavano di leggere sulla stampa delle incombenti denunce a carico di centinaia di persone. Una risposta giudicata scandalosa e inammissibile da Ivano Peduzzi e Anna Pizzo, rispettivamente capogruppo e consigliera regionale di Rifondazione: «Ieri, di fronte a tanta partecipazione, le forze dell’ordine, invece del dialogo, hanno preferito ricorrere a metodi repressivi denunciando 350 manifestanti che protestavano pacificamente per difendere il proprio territorio e il diritto alla salute. E’ necessario – dicono Peduzzi e Pizzo – che il consiglio regionale si esprima quanto prima sul Piano energetico regionale ribadendo l’inutilità degli impianti turbogas di Aprilia e Pontinia». Intanto, la Rete di Aprilia ha fissato per giovedì 18 alle 21 l’assemblea cittadina, per decidere le prossime pacifiche azioni e mobilitazioni, in risposta anche alla mano dura del governo, materializzata stavolta non con le botte ma con l’intimidazione di una annunciata denuncia di massa mai vista.


www.noturbogasaprilia.it

Pistoia. Aggressione fascista presso lo spazio «Ex Breda est»

Sabato scorso alcune persone che stavano prendendo parte ad una serata presso lo spazio liberato «Ex Breda est» di Pistoia sono state aggredite da un gruppo di neo-fasciti. Da Indymedia Italia la ricostruzione dell’aggressione.

Sabato sera, a Pistoia, allo spazio Liberato ex Breda Est, era in corso di svolgimento una serata in solidarietà con i condannati per i fatti di Milano dell’11 Marzo 2006; verso le 23,20 poco dopo l’inizio dei concerti tra i 6 e gli 8 neofascisti hanno cominciato una sorta di sassaiola verso la finestra di cucina dello spazio, quando una compagna si è affacciata un appartenente al circolo Agogè di casapound, di via San Marco 161, l’ ha apostrofata come “zingara di merda, troia”, dopo di che il gruppetto si è separato, 3 o 4 (i numeri vista la concitazione dei momenti non possono essere più precisi) si sono riavviati –tra cui il camerata di casapound- verso la “barriera”, in 5 o 6 si sono presentati all’ingresso della palazzina con cinghie, catene e almeno un tirapugni ed un coltello; un compagno, al quale esprimiamo massima solidarietà, che si è subito slanciato a fronteggiare i naziskin, è stato colpito con una catena alla testa (quattro punti all’arcata sopraciliare e due dietro la nuca); subito sono sopraggiunti altri compagni, che dopo un breve parapiglia hanno messo in fuga i neofascisti. Alcuni solidali si sono lanciati all’inseguimento e giunti alla “barriera” (noto incrocio pistoiese) hanno trovato ad attenderli carabinieri, polizia e un’auto della digos (si trovavano casualmente a passare di li? mah). In tutto sono stati fermati 4 naziskin (due sono riusciti a fuggire), 5 compagni ed un passante(!) che, conoscendo uno dei nostri si era fermato per capire cosa stesse succedendo…la serata è terminata alle 3 di notte davanti alla caserma dei carabinieri, dove un centinaio di solidali aveva chiesto fino a quel momento il rilascio dei compagni. Domenica pomeriggio alla palazzina si è tenuta un’assemblea molto partecipata (un’ottantina di persone) nella quale sono state decise le prossime iniziative da mettere in atto per denunciare l’inasprimento della violenza fascista in città. Al termine dell’assemblea una cinquantina di convenuti hanno organizzato un corteo che ha attraversato la città fino a terminare in piazza del globo dove sono stati attaccati due striscioni (“aggressione fascista allo spazio liberato ex Breda Est” e “Pistoia ripudia il fascismo”) e distribuito numerosi volantini recanti il comunicato scritto durante l’assemblea.

15 dicembre 2008

Pisa: attentato incendiario alla sede di Rifondazione Comunista

Dopo che nelle scorse settimane, il Laboratorio delle Disobbedienze Rebeldìa e lo Spazio Antagonista Newroz hanno subito attacchi intimidatori rivendicati da soggetti di chiara ispirazione fascista, questa notte è stato incendiato in modo chiaramente doloso il portone di accesso alla nostra federazione di Via Battichiodi. Ci colpiscono non solo fisicamente, ma anche simbolicamente nel giorno dello sciopero generale indetto da CGIL e sindacati di base, a cui il nostro partito ha aderito con convinzione e per la cui riuscita si è attivato con determinazione. Per questo, quanto accaduto stanotte è tanto più grave. Nel momento in cui i lavoratori e gli studenti scendono in piazza, e contrastano le gravissime politiche di attacco ai diritti sociali e del lavoro portate avanti dal governo Berlusconi, questi gruppi di stampo fascista cercano di intimidire e avvelenare il clima, rispondendo in modo violento ed eversivo alla partecipazione pacifica, democratica e di massa espressa in queste settimane. In questo contesto riteniamo che la politica, anche locale, dovrebbe urgentemente affrontare la crescente gravità di questi episodi, contrastando i tentativi eversivi e fascisti di ogni ordine e tipo, e riaprendo gli spazi democratici di confronto, politica attiva e partecipazione. Rifondazione Comunista non si lascia intimorire e invita a proseguire le mobilitazioni e la stagione di lotta, tenendo alta la solidarietà e la vigilanza contro ogni provocazione .

Segreteria Provinciale PRC

Rosarno Calabro: agguato contro due stranieri, rivolta degli immigrati

Sembra una nuova Castel Volturno. Prima la sparatoria, poi la rivolta dei cittadini immigrati. Questa volta siamo a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria. Venerdì pomeriggio due cittadini immigrati, la cui nazionalità non è stata ancora resa nota, sono stati feriti a colpi di pistola in contrada Focolì, lungo la strada che conduce a San Ferdinando. E in men che non si dica, sul luogo della sparatoria sono accorsi tra i tre e i quattrocento immigrati a fronteggiarsi con la polizia. Da una parte gli stranieri, infuriati per l’agguato contro due di loro, che lanciano oggetti e bloccano le strade. Dall’altra decine di carabinieri e poliziotti in tenuta antisommossa.A prima vista, potrebbe trattarsi di una storia di caporalato, di lavoro nero sfruttato dalla criminalità. La sparatoria infatti è avvenuta nelle vicinanze di una vecchia fabbrica abbandonata, che in questa stagione diventa un dormitorio per molti immigrati che arrivano in Calabria per lavorare alla raccolta degli agrumi nella piana di Gioia Tauro. Gente sfruttata e mal pagata, spesso serbatoio da cui la malavita organizzata recluta manovalanza.Ma la notizia assume una luce ancora più torbida per il fatto che, nemmeno ventiquattr’ore fa, il Comune di Rosarno è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Lo scorso 18 ottobre il sindaco, Carlo Martelli, era stato arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, nell’ambito di una indagine della Dda di Reggio Calabria sulla cosca dei Piromalli.Rosarno e le sue storie di caporalato l’anno scorso sono finite addirittura in un rapporto di Medici senza Frontiere (Una stagione all’Inferno – clicca qui per scaricarlo) in cui la situazione nella Piana di Gioia Tauro viene inserita in un «contesto di crisi umanitaria»: «Si tratta – scrive Msf nel Rapporto - di fabbriche non più in uso o di cascinali disabitati sprovvisti di riscaldamento, elettricità, acqua corrente e servizi igienici. In alcuni casi i migranti sono costretti a pagare un affitto, come nel caso di una struttura in cemento costruita sotto un ponte e affittata per 500 Euro al mese. Nel corso dell'indagine è emerso che le autorità locali sono consapevoli dello stato di emergenza igienico sanitaria delle comunità di lavoratori stagionali. Tuttavia, nonostante le pressanti richieste da parte di MSF non è stato possibile realizzare interventi strutturali per garantire condizioni minime di accoglienza, con la motivazione che si trattava di lavoratori stranieri irregolari». E soprattutto, utili alle cosche.


fonte: L'Unità

12 dicembre 2008

Caso Lonzi verso il processo. Il 16 dicembre tappa decisiva in Procura

Martedì 16 dicembre un' altra tappa dell' estenuante battaglia legale di Maria Ciuffi per arrivare alla verità sulla morte in carcere di suo figlio Marcello Lonzi. Maria è stata convocata nello studio del procuratore di Livorno dott. Giaconi alle ore 12.00 per informarla sugli sviluppi dell'indagine riaperta dalla procura dopo la precedente frettolosa archiviazione del caso come morte avvenuta per "cause naturali". Il corpo di Marcello, riesumato l'anno scorso in seguito alle pressioni della madre e di quanti non credono alla solita verità di stato, ha portato a una nuova perizia medico legale che ha evidenziato ulteriori traumi e fratture subiti da Marcello prima di morire.
In seguito alla nuova perizia il caso fu riaperto: nuovo giro di interrogatori di guardie e detenuti presenti nel carcere quel maledetto giorno di luglio del 2003. Sembra che nel registro degli indagati siano stati iscritti due guardie ed un detenuto e che il magistrato abbia ordinato un' ulteriore perizia medico legale. Di tutto questo ed altro sarà probabilmente messa al corrente Marianel colloquio di martedì, non lasciamola sola! Maria è ammalata, le sue energie le sta spendendo tutte in una battaglia impari contro poteri forti che difficilmente saranno messi sotto accusa, ultimamente è minacciata di sfratto dalla casa popolare in cui vive a Pisa, neanche il comune sembra avere un briciolo di sensibilità verso una donna, una madre che sta lottando anche per tutti noi.


Per chi può l'appuntamento è sotto il tribunale di Livorno dalle 12.00

11 dicembre 2008

Catania: manifestazione al consolato greco. Fermati e portati in questura 7 compagni

Oggi, 11 dicembre 2008, al termine di un’azione portata avanti da militanti del movimento studentesco catanese sotto il consolato greco, 7 persone, di cui 6 studenti di nazionalità italiana e una studentessa di nazionalità greca, sono state fermate e portate in questura per accertamenti.
Come militanti di Officina Rebelde denunciamo questo inaccettabile atto di repressione poliziesca nei confronti degli studenti italiani e greci impegnati in tutta Europa ad opporsi pacificamente allo strapotere dei governi reazionari e alla repressione della loro polizia.
Officina Rebelde Catania

Bologna: Presidio al consolato greco, cariche della polizia

Il presidio convocato dal laboratorio Crash davanti al Consolato greco, viene caricato due volte dalla polizia. Dietro gli striscioni "Alexis vive" e "polizia assassina" si sono radunate oltre un centinaio di persone che chiedevano giustizia per Alexandros Andreas Grigoropoulos, il ragazzo ucciso pochi giorni fa ad Atene. Presenti al presidio anche gli studenti dell'Onda bolognese.

E' cominciato intorno alle 17 di oggi pomeriggio il presidio di fronte al Consolato di Grecia, in Via Indipendenza, convocato dal Laboratorio Crash. Presidio indetto per esprimere solidarietà e rabbia dopo l' esecuzione a sangue freddo dello studente ateniese di 15 anni da parte di agenti della polizia ellenica. Studenti, precari, comuni cittadini insieme agli attivisti degli spazi sociali bolognesi si sono radunati dietro gli striscioni del Crash e del TPO e hanno bloccato il traffico di Via Indipendenza, lanciando slogan e spiegando alla cittadinanza le motivazioni della protesta.Dopo circa venti minuti le forze dell'ordine, inizialmente schierate di fronte al consolato, hanno iniziato a muoversi verso i manifestanti e dopo un breve fronteggiamento sono state lanciate due cariche molto dure, a distanza di circa mezz'ora l'una dall'altra, che hanno fatto arretrare il presidio di parecchi metri.Col trascorrere del tempo il numero dei manifestanti è andato aumentando, anche grazie all'arrivo di parecchi studenti riuniti in assemblea all'Università. Attorno alle 18.30 il presidio si è sciolto senza subire nuovi attacchi dalla polizia


G8 Genova: Il vice capo della Digos Perugini condannato a 2 anni e 3 mesi

È uno dei processi "minori" sul G8 ma la conclusione è stata perlomeno inaspettata, con la condanna-bis di Alessandro Perugini - gli erano già stati inflitti due anni e quattro mesi per gli abusi sui noglobal nella caserma di Bolzaneto - e altri quattro colleghi della Digos. Senza dimenticare che per la prima volta in un procedimento sui fatti del luglio 2001, è stata riconosciuta l'accusa di falso e calunnia (oltre all'arresto illegale) a carico dei poliziotti: mentirono, certifica il giudice, nel sostenere che un gruppetto di otto manifestanti li aggredì davanti alla questura prima che in città scoppiasse in finimondo; mentirono quando sui verbali scrissero che lanciarono pietre o bottiglie, per giustificare i soprusi successivi.La sentenza è stata pronunciatata in un palazzo di giustizia deserto, scenario ben diverso dalle udienze che hanno accompagnato la chiusura delle inchieste Diaz e Bolzaneto. Stavolta in ballo c'era un fatto marginale e però simbolico, l'episodio sintetizzato in un frame che ha fatto il giro del mondo. È quello in cui proprio Perugini, ai tempi vicecapo della Digos genovese, sferra un calcio a un dimostrante allora sedicenne - il romano Marco Mattana - che qualche secondo dopo è ripreso in primissimo piano con il volto tumefatto. Sembra un paradosso, ma le lesioni a Mattana sono state "stralciate" dalla vicenda: il giovane, risarcito, aveva infatti ritirato la querela. Resta invece solido il resto della sequenza, fissato nero su bianco da numerosi filmati: otto ragazzi che si siedono in mezzo alla strada, via Carlo Barabino, la mattina del 20 luglio 2001, prima della guerriglia e della morte di Carlo Giuliani. Vogliono inscenare una protesta simbolica e sono a terra, immobili. È a quel punto che la polizia li sgombera e ammanetta in modo «illegale», come ieri ha sostenuto il presidente del tribunale Renato Delucchi. Le pene sono tuttavia differenziate: Alessandro Perugini è stato condannato a due anni e tre mesi di reclusione, come Antonio Del Giacco; Sebastiano Pinzone a due anni di reclusione, Enzo Raschellà e Luca Mantovani a un anno e dieci mesi. Per Pinzone, Raschellà e Mantovani la pena è sospesa con la condizionale. Per Del Giacco interviene l'indulto, mentre per Perugini bisognerà valutare se e quanto applicare lo sconto, poiché ha già riportato un'altra condanna (ed è l'unico in queste condizioni per le vicende del G8). Tutti dovranno rimborsare i manifestanti e per il momento è stata fissata una «provvisionale» - un risarcimento provvisorio in attesa della quantificazione in sede civile - di cinquemila euro. Nessuno andrà agli arresti e sono stati interdetti dai pubblici uffici, ma solo in caso di giudizio definitivo con ogni probabilità scatteranno provvedimenti disciplinari. In mattinata Vittorio Pendini, difensore di Perugini, aveva chiuso ribadendo che l'ex numero due Digos «sarà perseguitato per sempre da quelle foto». Lo stesso concetto che aveva espresso in precedenza il suo assistito: «Noi coinvolti da sette anni in questa vicenda viviamo con la consapevolezza di quelle immagini, di quei filmati ossessivamente trasmessi come simbolo negativo delle forze dell'ordine». Gli stessi filmati che hanno trasformato in certezza, ciò che per la Diaz e Bolzaneto è rimasto solo un sospetto.


fonte: il secolo XIX

10 dicembre 2008

Hanno infranto i vetri del Presidio No Tav di Borgone

Eccoci a denunciare un fatto che non avremmo mai voluto accadesse: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre sono andate in frantumi le vetrate del presidio No Tav di Borgone; all’interno del presidio è stato trovato un blocco di cemento [probabilmente lanciato contro i vetri e rotolato poi sul pavimento]. Da questo punto in avanti il condizionale è d’obbligo per quanto riguarda i responsabili, tuttavia è lecito chiedersi, come abbiamo fatto al presidio, perché ciò sia accaduto. Il fatto è avvenuto dopo una serie di riuscite manifestazioni del Movimento: gli eventi del Grande Cortile, la grande, pacifica e silenziosa manifestazione a Susa e la fiaccolata a Venaus: su un altro fronte giungevano comunicazioni relative al finanziamento da parte dell’Unione europea, delle opere alle quali ci opponiamo. Il tutto con una copertura mediatica del tutto inusuale rispetto al più recente passato. E’ soltanto di qualche settimana fa la vergognosa polemica sulla scritta «No Mafia» comparsa sul Musinè accanto alla più vecchia scritta «No Tav»: e su questo argomento si sono esercitati amministratori e politici locali con ferme condanne e severi rimproveri per il «maldestro» accostamento: anche qui è lecito domandarsi se essere contro la mafia sia possibile soltanto in alcuni frangenti e/o sotto l’egida di gruppi e associazioni ufficialmente accreditate a quella bisogna.Mi domando: se sulle pendici del Musinè fosse stato scritto «Viva la Costituzione», quale sarebbe stata la reazione?
L’episodio in oggetto, io credo, qualora non fosse semplicemente opera di scriteriati o una banale ragazzata, potrebbe avere le sue origini dentro questo clima di incertezza e di tensione?Se non fosse una semplice bravata, potremmo considerare questo atto molto vicino ai metodi intimidatori propri della mafia o ad un atto di stampo squadristico?La gente del presidio di Borgone ha un volto ed un nome, ha persino una storia, non si nasconde e mai lo farà: vale altrettanto per coloro che infrangono le vetrate, come in una «notte dei cristalli» di cui forse non hanno mai sentito parlare?
Intanto noi aumentiamo la vigilanza ed in una sorta di cieca fiducia nei confronti delle istituzioni democratiche nelle quali crediamo, a dispetto di tutto, abbiamo sporto denuncia ai carabinieri: il che significa che non sottovalutiamo l’accaduto.Mentre tutto questo succede, siamo continuamente invitati al nostro dovere di «cittadini- consumatori» [ho sempre pensato a me stesso ed ai miei simili in termini di «cittadini», senza aggettivi] e molti di noi, scarseggiando la materia prima per consumare, facendo di necessità virtù, consumano lentamente una libertà mai apprezzata e mai compresa.Meditate, gente, meditate o forse più appropriatamente, consumate, gente, consumate!
A tutti noi del presidio piacerebbe conoscere i pareri delle persone che avranno letto queste righe, ci sentiremmo meno soli e ancor più vicini alle persone che, con noi, hanno condiviso e condivideranno le battaglie per un ritorno alla civiltà; saranno altresì apprezzati gli interventi di coloro che pur non condividendo le nostre istanze, noi consideriamo non nemici da abbattere ma semplicemente avversari poco informati. La democrazia appartiene a tutti, anche quando le opinioni sono diverse.
Presidio No Tav di Borgone

Genova G8: Calci al minorenne processo al vicecapo della Digos Perugini

E’ attesa per stasera la sentenza nei confronti dell’ec vice capo della Digos di Genova, Alessandro Perugini e di altri quattro agenti, accusati di arresti illegali ai tempi del G8 di Genova. Oltre all’ accusa di arresto illegale tutti concorrono anche nei reati di falso e calunnia. In mattinata sono previste le arringhe difensive mentre nel primo pomeriggio il pm Francesco Cardona Albini effettuerà una breve controreplica. Nella sua requisitoria ilpm aveva chiesto condanne superiori ai due anni. La vicenda è quella dell’arresto e delle botte a un ragazzo all’epoca minorenne, fermato vicino alla Questura e preso a calci da Perugini, vicenda immortalata e fissata da alcuni fotogiornalisti.Il tribunale, presieduto da De Lucchi, si ritirerà in camera di consiglio subito dopo. La sentenza è prevista in serata. Alessandro Perugini «pagherà per sempre la foto in cui lo si vede dare un calcio a Marco Mattana». Lo ha detto uno dei suoi difensori, l’avvocato Pendini, durante l’arringa conclusasi nella tarda mattinata davanti al Tribunale di Genova. La foto a cui si riferisce Pendini è quella scattata il 21 luglio 2001, davanti alla Questura, quando Perugini sferrò un calcio in faccia ad uno dei manifestanti, Marco Mattana appunto. Il reato di lesioni è però uscito da questo processo perché Perugini ha offerto un risarcimento a Mattana che l’ha ritenuto congruo e quindi ha rimesso querela. Ma sono rimaste le altre parti offese e i reati perseguibili d’ufficio.

Cagliari: scoppia la protesta degli immigrati. Interviene la polizia

Un gruppo di immigrati, ai quali si sono affiancati alcuni militanti di estrema sinistra e anarchici con lo striscione "basta deportazioni, dignità per i rifugiati" ha manifestato davanti alla sede della Prefettura di Cagliari, in piazza Palazzo, e ha cercato di occupare l'androne del palazzo Regio.

Una trentina di persone provenienti da Etiopia, Eritrea, Somalia, Burkina Faso, Togo e Benin ha chiesto un incontro con il prefetto per sollecitare un sostegno materiale a seguito della loro uscita dal centro di primo soccorso e accoglienza di Elmas. "Con il riconoscimento dello status di rifugiati politici lo scorso 18 novembre - hanno raccontato ai giornalisti - non sappiamo dove andare a dormire e lavarci, mangiamo alla mensa della Caritas, ma soprattutto non possiamo lavorare perché non conosciamo l'italiano". Dopo alcuni incontri, durante i quali funzionari della prefettura hanno spiegato che il problema dell'accoglienza dei rifugiati non può essere risolto dall'ufficio territoriale del governo, i manifestanti sono stati sgomberati dall'androne e ora proseguono la protesta davanti alla Prefettura.



9 dicembre 2008

Mercoledi 10 dicembre Sit-in di protesta davanti l'ambasciata Greca a Roma

Il Partito della Rifondazione Comunista ha indetto un sit-in di protesta insieme ad altre forze per mercoledi 10 dicembre dalle ore 17,00 in poi davanti all’ambasciata della Grecia, in via Mercadante 36 a Roma.
“Vogliamo dimostrare la nostra solidarietà al movimento degli studenti greci colpiti duramente dall’assassinio a freddo di un quindicenne – dichiara il responsabile esteri del Prc, Fabio Amato – Lo facciamo nel giorno in cui tutta la Grecia si ferma per lo sciopero generale”.
“Sentiamo come nostra la giovane vita spezzata di Alexis Grigorioupoulos – aggiunge il responsabile movimenti, Alfio Nicotra –, che evidenzia tutta la crudeltà di un centrodestra incapace di rispondere alla crisi se non con la repressione. L’obiettivo sempre più chiaro del governo di Atene è impedire la saldatura tra il movimento degli studenti e quello dei lavoratori. Siamo al fianco delle forze della sinistra ellenica in questo momento decisivo per la democrazia di quel Paese, il cui successo può contribuire a cambiare il vento in tutto il nostro continente.”

Da Atene in rivolta: lo Stato uccide

Sabato 6 Dicembre 2008, Alexandros Grigoropoulos, un compagno 15enne, è stato ucciso a sangue freddo con un proiettole nel petto da un agente nella zona di Exarchia. Contrariamente alle affremazioni dei poliziotti e dei giornalisti, complici del delitto, questo non è stato un "incidente isolato", ma un'esplosione dello Stato di repressione che sistematicamente e in maniera organizzata colpisce coloro che resistono, coloro che si ribellano, gli anarchici e gli antiautoritari. Questo è il picco del terrorismo di Stato, espresso con la promozione del ruolo dei meccanismi repressivi, il loro continuo armamento, il crescente livello di violenza utilizzato, con la dottrina della "tolleranza zero", con la viscida propaganda dei media che criminalizza coloro che stanno lottando contro l'autorità.
Sono queste condizioni a preparare il terreno per l'intensificazione della repressione, nel tentativo di guadagnare in anticipo il consenso popolare e rifornendo di armi lo Stato assassino in uniforme! La violenza letale contro le persone nella lotta sociale e di classe è volta alla sottomissione di tutti, serve da punizione esemplare, significa la diffusione della paura. E' parte del più ampio attacco di Stato e padroni contro l'intera società, al fine di imporre più rigide condizioni di sfruttamento e oppressione, per consolidare il controllo e la repressione. Dalla scuola alle università, fino alle segrete prigioni della schiavitù con i centinaia di lavoratori morti nei cosiddetti "incidenti sul lavoro" e la povertà che abbraccia una larga fascia della popolazione... Dai campi minati ai confini, i pogrom e gli omicidi di migranti e rifugiati ai numerosi "suicidi" nelle carceri e nelle stazioni di polizia... dagli "spari accidentali" nei posti di blocco della polizia alla violenta repressione delle resistenze locali, la Democrazia sta mostrandi i suoi denti!
In un primo momento dopo l'uccisione di Alexandros, manifestazioni spontanee e riots sono esplosi nel centro di Atene, il Politecnico, le Facoltà di Economia e Diritto sono state occupate e attacchi contro i simboli di Stato e Capitalismos hanno avuto luogo in molti quartieri periferici e nel centro città. Manifestazioni, attacchi e scontri sono scoppiati in Tessalonica, a Patrasso, Volos, Chania e Heraklion (Crete), a Giannena, Komotini e molte altre città. Ad Atene, in Patission Street - fuori dal Politecnico e dalla Facoltà di Economia - gli scontri sono continuati tutta la notte. Fuori dal Politecnico la polizia ha fatto uso di proiettili di plastica Sabato 6 Dicembre, centinaia di persone hanno manifestato verso il quartier generale della polizia ad Atene, attaccando la polizia. Scontri di tensione mai vista si sono diffusi nelle strade del centro città, durati fino a notte fonda. Molti manifestanti sono feriti ed alcuni sono stati arrestati.
Noi continuiamo l'occupazione del Politecnico, cominciata sabato notte, creando uno spazio per tutte le persone che lottano e un altro focus permanente della resistenza in città. Nelle barricate, nelle occupazioni delle università, nelle manifestazioni e nel le assemblee noi terremo viva la memoria di Alexandros, ma anche la memoria di Michalis Kaltezas e di tutti i compagni uccisi dallo Stato, che hanno dato forza alla lotta per un mondo senza padroni né schiavi, senza polizia, armi, prigioni e confini. I proiettili degli assassini in uniforme, l'arresto e le manganellate ai manifestanti, i gas chimici lanciati dalle forze di polizia, non solo non riusciranno a imporci paura e silenzio, ma diverranno la ragione per sollevarci contro il terrorismo di Stato, il grido della lotta per la libertà, per abbandonare la paura e incontrarci - ogni giorno sempre più - nelle strade della rivolta. Affinché la rabbia li inondi e li affoghi!
IL TERRORISMO DI STATO NON PASSERA'!
PER L'IMMEDIATO RILASCIO DI TUTTI GLI ARRESTATI NEGLI EVENTI DI SABATO 7 E DOMENICA 8 DICEMBRE.
Esprimiamo la nostra solidarietà a tutti coloro che stanno occupando le università, manifestando e scontrandosi con gli omicidi di Stato in tutto il mondo.


L'occupazione del Politecnico - Atene




Processo al sud ribelle. La procura ricorre, adesso tutti a Catanzaro.

La Procura della Repubblica di Cosenza, retta dal procuratore Dario Granieri, ha fatto ricorso contro l'assoluzione piena dei tredici militanti accusati di associazione sovversiva da parte della corte d'assise del tribunale di cosenza dello scorso 24 aprile. Ancora una volta la procura cosentina dimostra il suo totale scollamento dalla realta'. Tutti: aggregazioni sociali, 'semplici' cittadini e persino partiti politici di ogni schieramento nel corso degli anni hanno dato la propria solidarietà a gli imputati con centinaia di iniziative, testimonianze e cortei con migliaia di persone. E sara' la citta' di Catanzaro a fare da sfondo a una vicenda giudiziaria che sembra proprio non finire mai. Una citta' che e' diventata l'emblema dell'autoassoluzione dei poteri forti, dello stato e non. E proprio nelle stesse ore, che la Procura depositava il ricorso, il governo presentava il G8, che si terra' alla Maddalena il prossimo anno. Un G8 dai costi spropositati, che ecologicamente divellerà l'isola di fronte alla villa di Berlusconi. Le tematiche in discussione? La solita, ennesima e raccapricciante minestra. Appuntamento al prossimo anno, in tutti i sensi.

Supporto legale

7 dicembre 2008

Testimonianze: un contributo da Atene

Sono italiana e vivo ad atene. qui le notizie che circolano sono un pò diverse. nessuna bottiglia incendiaria. nessuno scontro che precede i colpi a morte da parte dello sbirro.è risaputo che exarchia è un quartiere non solo considerato "alternativo" ma per lo più politicizzato e ciò si avvalora di ragioni storiche che risalgono alla resistenza ai colonnelli, alle rivolte del politecnico (nelle immediate vicinanze del quartiere).è vero che spesso si assistono ad episodi di guerriglia urbana e scontri con la polizia, ma è altresì vero che quest'ultima, (che dalle undici di sera in poi crea tutte le sere un cordone intorno all'intera area, bardata da guerra e senza reali motivi per farlo, poichè il quartiere è anche un posto pieno di bar e locali e frequentato davvero da gente di tutti i tipi) difficilmente "entra" nel quartiere se non a seguito di episodi particolari o con LA CHIARA INTENZIONE DI PROVOCARE. questo è uno di questi casi. un gruppo di giovanissimi ragazzi ha cominciato a gridare dietro agli sbirri ed è stata lanciata VERSO la macchina una bottiglia di birra VUOTA. il tragico epilogo è che uno di queste bestie (che tengo a sottolineare, perchè la cosa mi ha impressionata moltissimo la prima volta che li ho guardati meglio, SONO GIOVANISSIMI, in genere tra i 18-19 e i 30 anni al massimo) è uscito dalla macchina e ha sparato 3 colpi dritti al cuore di uno dei ragazzi. è morto sul colpo. ora tutto il centro di atene brucia ed è stato devastato: non riesco a trovarlo riprovevole.non riesco a non piangere.

Violente repressioni poliziesche in Grecia e a Berlino. Ad Atene ucciso un ragazzo di 15 anni

Intorno alle ore 20:00 di ieri un giovane di 15 anni è stato ucciso con un colpo di pistola al torace sparato dai reparti speciali della polizia durante alcuni scontri nel quartiere Exarchia ad Atene. L'omicidio si è verificato alla fine di una manifestazione studentesca al centro di Atene, durante la quale studenti di sinistra hanno dimostrato contro il provvedimento del governo che riconosce i titoli di studio rilasciati da collegi privati che operano in Grecia con sede all'estero, come titoli equivalenti alle lauree rilasciate dalle università statali.
Da notizie certe pare che gli ageti abbiano sparato verso ai manifestati tre colpi di pistola ad altezza uomo uno dei quali ha colpito un ragazzo uccidendolo. Dopo che la notizia della sua morte si è diffusa, la situazione è precipitata in tutto il pese e la rivolta si è estesa nella seconda città della Grecia, Salonicco, nonché al Nord a Ioannina, Komotin e sull'isola di Creta. Al momento risultano occupate alcune università tra cui il Politecnico di Atene dove la polizia ha sparato candelotti lacrimogeni contro centinaia di giovani che hanno risposto con alcune pietre e per oggi la sinistra ha convocato una manifestazione di protesta davanti alla direzione della polizia al centro di Atene.
Il ministro dell'interno Prokopis Pavlopulos si è pubblicamente scusato per quello che ha definito «un tragico incidente» dicendosi «profondamente rammaricato a nome del governo» per la morte del giovane. Pavlopoulos e il sottosegretario con la delega alla polizia hanno presentato le dimissioni, respinte però dal primo ministro Costas Karamanlis. I due agenti che hanno sparato al 15enne sono stati interrogati e arrestati, oltre che sospesi dall'incarico insieme al loro superiore.
ultime informazioni dalla Grecia
Report , video e links su:
http://www.insutv.it/blog/



BERLINO - Scontri a Berlino fra attivisti di sinistra e polizia con il fermo di 40 persone. Gli agenti dovevano garantire lo svolgimento di una manifestazione neo-nazista cui hanno aderito circa 600 persone che hanno sfilato nelle strade del quartiere di Lichtenberg, nella zona est di Berlino.

G8 Genova: Canterini e i suoi agenti, lo Stato va in aula e difende “l’esercito della polizia”

Uno dei processi “a margine” del G8 riapre la polemica, L’avvocatura dello Stato difende nella sua arringa il reparto Mobile (unico condannato con il suo capo) per il caso Diaz per l’uso di uno spry “Cs (contestato dagli stessi sindacati di polizia) contro degli avvocati. Il difensore di Canterini: «Il “Cs” meno pericoloso del peperoncino e i legali non dovevano essere in piazza»Il gas “Cs” (quello urticante, lo stesso dei lacrimogeni da ordine pubblico)? Meno pericoloso dello spry urticante al peperoncino. E, comunque, usato in modo legittimo dopo avere chiesto di sgomberare la piazza anche ai legali del Legal Social Forum (”spruzzati” dal’ex capo del Reparto Mobile di Roma, Vincenzo Canterini) che non avrebbero dovuto essere “in piazza” per persone che avevano preannunciato che sarebbero stati commessi dei reati. E il Reparto Mobile, a suo tempo comandato da Vincenzo Canterini, era l’ “esercito interno della polizia”.Lo hanno sostenuto Rinaldo e Silvio Romanelli, codifensori di Canterini, il secondo tra l’altro dirigente nazionale dell’Unione Camere Penali (quindi figura di rilievo nel mondo forense) difensore di Vincenzo Canterini, ex capo del reparto mobile di Roma (unico dei funzionari condannati per l’irruzione alla Diaz a fronte dell’assoluzione degli altri vertici della polizia) ancora sotto processo, questa volta per avere usato spray urticante contro alcuni avvocati del Legal Social Forum durante i giorni del G8 del 2001 a Genova.Processo in corso e che oggi ha celebrato una nuova udienza destinata a rinfocolare le polemiche sia sul tema dei gas Cs (molti esponenti dei movimenti no global e di alcuni sindacati di polizia di diversa estrazione dopo il G8 lanciarono l’allarme sulla pericolosità del gas utilizzato in grande quantità a Genova 20001 con il lancio di oltre 6000 lacrimogeni) sia sui legali genovesi del Legal Social Forum che assistettero già in piazza decine di fermati. Avvocati attaccati frontalmente dal loro collega e difensore di Canterini, Rinaldo Romanelli appunto leader della camera penale di Chiavari ed esponente dell’Unione Nazionale Camere Penali. Replicano i legali: «Noi spiegammo in modo chiaro il nostro ruolo, a difesa dei diritti di tutti e della democrazia, diritti alla difesa e della difesa che furono violati nei tre giorni di manifestazioni, durante le detenzioni nel carcere provvisorio di Bolzaneto e con la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz».Canterini è accusato di aver provocato lesioni adoperando uno spray urticante (il Cs) in dotazione alle forze dell’ordine spruzzato contro alcuni avvocati. L’udienza ha visto la relazione dell’Avvocatura di Stato, in difesa del Viminale chiamato quale responsabile civile. Un intervento dalla valenza ampia e non secondaria. L’ avvocato, che ha depositato una memoria, ha definito il VII nucleo «l’esercito all’interno della polizia», «il nucleo più preparato d’Italia per affrontare situazioni di guerriglia».Canterini una una immagine di archivio con i suoi uomini del reaprto mobile di RomaUna difesa del reparto i cui uomini (agenti e il loro capo dell’epoca, appunto Canterini) che arriva a pochi giorni dalla conclusione del processo per il caso Diaz in cui sono stati prosciolti i massimi vertici della polizia presenti all’esterno della scuola durante e dopo l’irruzione mentre Canterini e i suoi uomini sono stati, di fatto, gli unici condannati.E’ poi toccato a Romanelli: il Cs, il gas urticante utilizzato da Vincenzo Canterini per allontanare un gruppo di avvocati del Genoa Legal Forum, è «meno nocivo, meno tossico dello spray al peperoncino». Secondo Romanelli lo spray Cs «non rientra tra le armi da guerra, non è un gas asfissiante e accecante e non è arma da sparo». Lo spray in dotazione alla polizia durante l’ ordine pubblico «contiene un principio attivo la cui nocività è molto inferiore a quella contenuta negli spray al peperoncino che si trovano in commercio e che sono autorizzati dal Viminale». Quindi il Cs «è un dissuasore - ha detto Romanelli - utilizzato da un ufficiale che era impegnato nell’ordine pubblico. Forse che Canterini non aveva titolo per dire alle persone di sgomberare la piazza? Aveva la facoltà di farlo e il dovere di eseguire l’ ordine che gli era stato dato». Il processo all’ex comandante del VII Nucleo sperimentale antisommossa Vincenzo Canterini, è poi «un processo bagatellare, che non avrebbe mai dovuto nascere».In sostanza per la difesa non c’è stata violenza privata nei confronti delle parti lese in quanto Canterini, che usò lo spray CS «aveva ricevuto l’ordine di liberare la piazza» e questo stava facendo dopo aver invitato gli avvocati del Legal social forum ad allontanarsi «con gentilezza e piu volte». Avvocati che, secondo quanto ha detto Romanelli, «non avrebbero dovuto trovarsi lì perché, così come recita la delibera del presidente dell’Unione camere penali, la deontologia professionale dovrebbe vietare commistioni di tipo politico». Per Romanelli, infatti, la presenza degli avvocati «che andarono per difendere persone che anticipatamente dissero che sarebbero stati compiuti reati» potrebbe configurare un «concorso nel reato».Il pm Albini Cardona ha chiesto 6 mesi come condanna simbolica per un fatto comunque grave per la lesione dei diritti della persona


Livorno: una terza consulenza per la morte di Marcello Lonzi

Va avanti l’indagine della Procura della Repubblica sul caso della morte di Marcello Lonzi, avvenuta in carcere nel luglio del 2003. Tre gli iscritti sul registro degli indagati (un detenuto e due agenti di polizia penitenziaria, l’ipotesi di reato è omicidio colposo) e soprattutto una nuova consulenza tecnica della quale la magistratura livornese sta attendendo gli esiti prima di effettuare altri passi.È stato, infatti, affidato un incarico per una ulteriore consulenza di carattere medico-legale, attraverso la quale gli inquirenti sperano di capire come siano andati realmente i fatti all’interno del penitenziario di Livorno. Per lungo tempo Maria Ciuffi, la madre di Lonzi, si è battuta per ottenere la riapertura di un caso che ha fatto discutere tantissimo a livello nazionale, soprattutto negli ambienti antagonisti e in coloro che osservano da vicino e studiano la realtà carceraria, quella della nostra città e non solo. Un caso che in un primo momento era stato archiviato dalla Procura come una morte per cause naturali: infarto, fu la prima ipotesi. Di tutt’altro avviso la madre della vittima, che ha sempre sostenuto l’esistenza di precise responsabilità del personale del penitenziario.

5 dicembre 2008

Padova: La polizia carica gli studenti

Nel pomeriggio di ieri a Padova la polizia ha caricato studenti del collettivo universitario di scienze politiche. I tafferugli sono scoppiati quando una ventina di attivisti del collettivo di scienze politiche ha tentato di entrare nel cortile del municipio di Padova a Palazzo Moroni. Gli studenti del collettivo volevano protestare contro lo sgombero avvenuto in mattinata di una palazzina abbandonata, di proprietà del Comune in via Sarpi, che era stata occupata il 3 dicembre. Nel corso dello sgombero di ieri mattina c’erano già stati momenti di tensione e due studentesse erano state medicate. «Denunciamo con forza chi ancora una volta dimostra di utilizzare le forze di polizia per trincerarsi dietro questioni di ordine pubblico invece che affrontare le reali esigenze della città che amministra – spiegano i ragazzi del Laboratorio Fuo.Co.- Denunciamo l’estrema gravità del comportamento del sindaco Zanonato, completamente sordo alle richieste di spazi di agibilità da parte degli studenti e dei precari, un sindaco che dimostra in ogni ambito la propria deriva repressiva e poliziesca attraverso politiche securitarie, militaresche nelle strade e polizia per schiacciare ogni forma di conflitto e mobilitazione nella città».

4 dicembre 2008

Polizia spara ed uccide un presunto rapinatore in un area di servizio sull'autostrada A1

Un conflitto a fuoco è avvenuto poco prima delle sette all'interno dell'area di servizio 'La Macchia Sud', in territorio di Anagni, vicino Frosinone, sull'autostrada A1. Un rapinatore è stato ucciso dalla polizia, i suoi tre complici sono riusciti a fuggire. Secondo le prime informazioni, i tre fuggitivi e la persona deceduta avevano tentato di derubare l'autista di un Tir. L'uomo era insieme ad altre tre persone a bordo di una Lancia K, che è stata intercettata dagli agenti della polizia autostradale. Quando gli agenti si sono avvicinati per chiedere i documenti e l'identificazione c'è stata una reazione da parte dei fermati. Uno di questi ha reagito ed è caduto a terra insieme a un poliziotto. Nella colluttazione è partito un colpo di pistola. Almeno questa è la versione che si apprende sul posto da fonti non ufficiali. L'area circostante è stata circoscritta e sul posto ci sono oltre al capo della squadra mobile di Frosinone, il vicequestore Carlo Bianchi, il comandante provinciale della polizia stradale, il vicequestore Alessandro Ciotti. Gli agenti della scientifica stanno effettuato i primi rilievi oltre che sulla macchina anche sul camion che pare i quattro avessero preso di mira.

Una nuova scuola di polizia in vista dell'imminente G8 alla Maddalena

Qualcuno ci aveva pensato anche nel 2001, prima delle manifestazioni genovesi, ma allora la «formazione» del personale si limitò a quella paramilitare dei reparti mobili e un paio di depliant con su scritto: «Coloro che manifestano non sono tuoi nemici». Sette anni dopo, Oscar Fioriolli - questore nella città della Lanterna dopo la catastrofe di allora e oggi direttore di tutte le scuole di polizia - ha pensato ad una formula decisamente diversa. Che punta sulla formazione dei dirigenti di piazza, cioè dei funzionari della Digos e del «responsabile del contingente dei reparti indagati», investendo sull'idea che siano loro a dover davvero gestire l'ordine pubblico, mediando con i manifestanti e assumendosi la piena responsabilità degli interventi repressivi. Ammettendo, come ha detto lo stesso Fioriolli, che la prima cosa da insegnare sarà «un codice etico, inteso come capacità di saper improntare tutta l'attività all'idea di servizio». All'inaugurazione ospitata ieri dal Centro per la formazione per la tutela dell'Ordine pubblico di Nettuno l'autocritica è stata blanda. Gli episodi di sette anni fa neppure citati, tanto meno le spiacevoli inchieste in corso per falsa testimonianza ai processi genovesi. Prendendo la parola però, il capo della polizia Antonio Manganelli ha detto un paio di cose, almeno in apparenza riferite alla Diaz. Una su chi gestisce gli interventi di ordine pubblico (e in quel dibattimento si è discusso a lungo sui responsabili dell'intervento, fin quando il tribunale li ha assolti tutti): «Nella gestione dell'ordine pubblico è sempre bene ricordare che esiste la catena di comando: guai a strutturare interventi delicati senza la compattezza dei reparti e la consapevolezza di chi deve assumersi la responsabilità di questa o di quella azione. Guai se c'è un equivoco nella catena di comando». Eppoi: «Bisogna ricordare che deve esserci sempre una proporzione tra l'esercizio muscolare nella tutela dell'ordine pubblico e il diritto di tutti i manifestanti ad esprimere il proprio dissenso». Come il manifesto aveva anticipato già il 19 ottobre scorso, la scuola «Op» (ironia inconsapevole: è lo stesso nome di un noto documentario sulle violenze della polizia nel 2001) ha già fatto qualche scivolone, visto che tra gli insegnanti ci sono dirigenti indagati in seguito ai fatti del G8. In ogni caso, la prova generale sarà sabato prossimo, al corteo dei No tav in Val di Susa. E poi, ovviamente, alla Maddalena.A Genova, intanto, il giudice monocratico Luisa Carta che ha assolto un giovane manifestante arrestato sette anni fa, ha anche deciso di inviare alla procura per falsa testimonianza le deposizioni di Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, due dei capi squadra del Primo reparto antisommossa tra i pochissimi condannati per i fatti della scuola Diaz.

fonte il manifesto

3 dicembre 2008

Roma: Perquisizione al campo rom Casilino 900

«Siamo anche noi contro qualsiasi forma di criminalità, ma non vogliamo essere criminalizzati». Lo afferma Kazim Cimizic, dell'Unione Nazionale Rom e Sinti, commentando l'operazione svolta all'alba di oggi dai carabinieri del Ros nel campo nomadi Casilino 900 a Roma. Cimizic conosce bene la realtà del campo più grande d'Europa, nel quale «vivono moltissime persone oneste». «Non conosciamo ancora - aggiunge - il progetto del Comune di Roma sul futuro del Casilino 900 ma, posso già dire che siamo contrari a qualsiasi forma di fusione con altre comunità: sarebbe una scelta sbagliata dal punto di vista della sicurezza. Creare macroinsediamenti di 2mila persone invece di risolverli creerebbe altri problemi». Sulla stessa linea la consigliera regionale Anna Pizzo: «Una percentuale così esigua di persone che delinquono, per di più in un luogo così concentrazionista e ai limiti della vivibilità, non è rappresentativa di un intero campo. Pur ribadendo la mia più totale contrarietà alla logica dei campi rom, non vorrei che l'operazione di questa mattina potesse essere un pretesto per fare piazza pulita di Casilino 900 senza prima aver trovato una valida e dignitosa soluzione abitativa agli abitanti del campo. Le conseguenze di chi delinque non devono ricadere su un'intera collettività».

Genova G8: chiesti 6 mesi per Canterini

Nel tribunale di Genova, chiesta una nuova condanna a sei mesi per Vincenzo Canterini, comandante del reparto Mobile della polizia di Roma che, durante il G8 del 2001, fece la prima irruzione nella scuola Diaz; Canterini avrebbe utilizzato uno spray urticante contro alcuni manifestanti.Secondo l’accusa, l’episodio sarebbe accaduto il 21 luglio, a mezzogiorno, all’incrocio tra corso Buenos Ayres e via Casaregis; dicono i Pm: ha spruzzato il contenuto di uno spray urticante negli occhi di un avvocato torinese, Gianluca Vitali, che protestava per un lancio di lacrimogeni ad altezza d’uomo, e ad altri due manifestanti; la tesi di Canterini: «Ho intimato a quelle persone di togliersi da lì, anche perché quella situazione era pericolosa per la loro stessa incolumità. Non hanno rispettato l’ordine, non aveva senso caricarli o allontanarli di forza, ho solo agitato quella bomboletta per convincerli».Secondo il Pm, si tratta di «una pena simbolica, che non verrà mai scontata, ma che è la stigmatizzazione di quanto è successo».Proprio Canterini, fra l’altro, è l’unico dei funzionari di polizia a essere stato condannato (a quattro anni di carcere, in fondo alla pagina l’elenco completo delle condanne) per l’irruzione alla Diaz.Assolto il giovane accusato del lancio di una molotovSempre in mattinata, il giudice monocratico Luisa Carta ha assolto - perché «il fatto non sussiste» - Alban Laval, il francese di 28 anni accusato di avere lanciato una bottiglia molotov il 20 luglio 2001, nei giorni del G8 di Genova, immediatamente prima di una carica della polizia all’incrocio fra corso Buenos Aires e corso Torino.Il giudice ha anche disposto la trasmissione degli atti alla Procura.Il 27 novembre scorso, il pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati chiese l’assoluzione di Laval e la trasmissione degli atti alla Procura perché venissero accertate eventuali ipotesi di reato nei confronti dei due poliziotti che lo arrestarono; secondo il Pm, potrebbero configurarsi i reati di falsa testimonianza e calunnia. La stessa richiesta era stata fatta anche dalla difesa del giovane.Laval, assistito dall’avvocato Claudio Novaro del foro di Torino, era accusato di resistenza aggravata e di detenzione e porto di arma da guerra.

Bologna: Il laboratorio Crash sgomberato ancora questa mattina!

Intervento massiccio di polizia, carabinieri e polizia municipale. Una breve carica, una ragazza è rimasta leggermente ferita. Dopo un presidio in via Stalingrado, completamente circondati dagli agenti, gli attivisti del centro sociale, hanno dato appuntamento all'università per la tarda mattinata.

Questa mattina, verso le 7, un ingente schieramento di Polizia e Carabinieri, con il supporto della Polizia Municipale, è intervenuto per sgomberare il capannone del’Ex Bologna Motori, di via Donato Creti 24, che era stato occupato sabato scorso, appena 5 giorni fa. Dopo aver buttato fuori i ragazzi che erano all’interno, al primo cenno di sit-in davanti all’immobile, gli agenti sono intervenuti manganellando: una ragazza è stata colpita, ferendosi leggermente alla testa. Gli attivisti di Crash si sono poi spostati all’incrocio con via Stalingrado dove sono stati completamente circondati da Polizia e Carabinieri. Dopo circa mezz’ora il presidio si è sciolto, riconvocandosi per la tarda mattinata all’università. Nel frattempo, una squadra di fabbri e muratori è già al lavoro per saldare i portoni e murare gli ingressi. Lo sgombero immediato sarebbe stato richiesto dal proprietario, il noto palyboy Pazzaglia, padrone del locale notturno la Capannina e di diverse strutture abbandonate (tra cui la ex Cevolani) nella zona della Bolognina. Tutta l’ex area industriale di via Donato Creti sarà interessata prossimamente a un cambio di destinazione d’uso, con un processo di urbanizzazione che sarà attivato non prima di un paio di anni. Da notare che il capannone sgomberato era vuoto da 4-5 anni e probabilmente lo rimarrà per altrettanti. E’ ormai l’ottavo sgombero che Crash subisce nel corso degli ultimi anni. L’operazione di questa mattina conferma il clima di estrema chiusura che si vive da tempo in città contro ogni forma di aggregazione sociale che non stia all’interno del cosiddetto "ordine costituito". Questo è quello che ha voluto il sindaco Cofferati imporre alla città, questo è quello che il Partito Democratico intende portare avanti anche per il futuro.



Ergastolo, pena inumana. E' giunto il tempo di abolirla

Solidarietà di Rifondazione agli ergastolani in sciopero della fame

L'ergastolo è una pena inumana, che toglie all'uomo la speranza, che confligge in modo inconciliabile con il principio costituzionale della umanità e della finalità rieducativa della pena. L'ergastolo è una pena premoderna che addirittura il codice penale francese del 1791, che pur prevedeva la pena di morte, lo aveva abolito.Del resto, anche autorevoli personalità della nostra storia repubblicana, da Togliatti a Moro, da Ingrao a Dossetti, si sono espressi a favore dell'abolizione del fine pena: mai, perché tale pena contrasta con il principio "personalista" della nostra carta costituzionale, secondo il quale la persona è il fine ultimo del nostro ordinamento e la dignità umana non può essere calpestata: mai.Per queste ragioni anche quest'anno Rifondazione sostiene attivamente la campagna Mai dire mai, indetta dagli ergastolani di tutta Italia per chiedere l'abolizione della pena perpetua e dei circuiti penitenziari di massima sicurezza. Una campagna iniziata con la presentazione di circa 750 ricorsi alla Corte europea dei diritti dell'uomo e che oggi prosegue con uno sciopero della fame degli ergastolani e che continuerà fino a marzo 2009 con uno sciopero a staffetta su base regionale che coinvolgerà anche cittadini liberi solidali con la mobilitazione. Una campagna che ha già dato vita ad una prima pubblicazione "Mai dire mai. Il risveglio dei dannati", nella quale gli stessi ergastolani raccontano e valutano la prima parte della loro lotta.Oggi sono circa 1.500 gli ergastolani in Italia, reclusi in una cinquantina di istituti differenti. Circa 25 sono donne, quasi tutte concentrate in sezioni di massima sicurezza.Solo una metà degli ergastolani reclusi nelle nostre carceri, secondo i dati di Liberarsi, ha accesso a qualche misura alternativa alla detenzione.Dunque i dati smentiscono il mito secondo il quale l'ergastolo in concreto non esiste. Basta accedere al sito "www.informacarcere.it" per scoprire che esistono ergastolani che patiscono la loro pena da più di 40 anni. Rifondazione ha da sempre sostenuto l'abolizione dell'ergastolo sia con la presentazione di disegni di legge sia con la promozione di pubblici eventi di sensibilizzazione. L'anno scorso lanciammo una lettera aperta al mondo dello spettacolo che raccolse decine e decine di adesioni, da Mario Monicelli ad Ascanio Celestini, dal compianto Sandro Curzi a Erri De Luca.Eppure, l'Italia continua ad essere uno dei pochi paesi in Europa dove continua ad esistere, in concreto, la pena dell'ergastolo. Così come non esiste ancora un Garante nazionale delle persone private della libertà personale e, per altro verso, non esiste ancora un reato di tortura. Tre tristi primati di quella che una volta era considerata culla del diritto e oggi sta diventando sempre più baratro dei diritti umani. La nostra solidarietà agli ergastolani che, come ha ricordato l'Associazione Antigone, hanno dimostrato di credere nei diritti dell'uomo e nella giurisdizione, al punto di servirsene, ben più di quanto non facciano molti funzionari dello Stato.



Giovanni Russo Spena, Gennaro Santoro

2 dicembre 2008

Testimonianze: Sentenza Diaz: il commento di una delle vittime del pestaggio, il beneventano Christian Mirra.

Mi é stato chiesto di scrivere cosa ne penso dei risultati del processo, e di raccontare di nuovo il mio pestaggio nella Diaz. Non intendo soffermarmi qui sul racconto di ció che mi accadde nella scuola; ho realizzato un fumetto sulla mia esperienza, sono un illustratore e non credo di poterla descrivere meglio di cosí. D’altra parte ormai la storia é nota: la polizia penetró nella scuola durante la notte, e cominció immediatamente un pestaggio brutale e indiscriminato. Ci furono 93 arresti di cui 70 feriti, 3 in fin di vita. Io all’epoca avevo 24 anni. Fui tra quelli finiti direttamente all’ospedale, e mi tocca dire “per fortuna”, perché sennó sarei passato anche per Bolzaneto… soprattutto, per fortuna é stato dimostrato che la polizia aveva messo le famose molotov nella scuola per incastrarci; sennó sarei potuto finire in galera per un minimo di 8 anni. Ora il processo ai poliziotti coinvolti nell’assalto é terminato con l’assoluzione di tutti i dirigenti, e con pene assai lievi per i capisquadra (i “pesci piccoli”) i cui sottoposti avevano operato il pestaggio. Pure tra i condannati, si sa che tra condoni e prescrizioni nessuno finirá in galera. Ho letto parecchio sulla sentenza, e le reazioni vanno dalle grida di “Vergogna!” di chi si aspettava che i dirigenti fossero condannati, e le dichiarazioni di “Giustizia fatta” di chi, come i membri del governo, ha fretta di chiudere con questa storia. A questo proposito, vorrei dire innanzitutto che le motivazioni della sentenza non sono ancora state pubblicate, e quindi é prematuro emettere giudizi sia di accusa ai giudici, sia di assoluzione dell’operato della polizia. Prendiamo ad esempio la sentenza su Bolzaneto: anche lí pochi poliziotti sono stati condannati, ma le motivazioni, pubblicate nei giorni scorsi, dicono chiaramente che, sebbene le torture ai detenuti siano state dimostrate, e le condanne sono state lievi perché in Italia non esiste il reato di tortura, e perché le responsabilitá dei singoli poliziotti sono state difficili da dimostrare a causa dell’omertá della P.S. Quindi io prima di prendermela con i giudici aspetterei almeno di leggere le loro motivazioni. Ma a prescindere dalla sentenza, c’é parecchio da gridare Vergogna: sia ai poliziotti imputati, per il loro comportamento alla Diaz e durante il processo, sia ai governi succedutisi in questi anni, destra o sinistra che siano, che nel frattempo hanno sempre difeso a spada tratta la polizia e hanno promosso gli imputati ai vertici della sicurezza. Ci tengo a precisare che quando parlo di polizia non faccio di tutta l´erba un fascio, e non vorrei offendere l´operato di migliaia di poliziotti onesti assimilandoli alle belve che assaltarono la Diaz. Ma mi pare ridicolo il discorso delle `poche mele marce` , ovvero dire che qualche poca testa calda ha operato le violenze e il resto della polizia é sana. Come fa la polizia ad essere sana se le mele marce sono proprio quelli che la dirigono! Francesco Gratteri, imputato al processo Diaz, capo dello Sco, nel 2007 è divenuto capo del Dipartimento nazionale anticrimine. Il suo vice all’epoca del G8, Gilberto Caldarozzi, imputato Diaz, gli è succeduto come direttore dello Sco. Giovanni Luperi, imputato Diaz, nel 2001 vice capo dell’Ucigos, è dal 2007 capo del dipartimento analisi dell’ex Sisde. Spartaco Mortola, imputato Diaz, già capo della Digos di Genova, è vice questore vicario di Torino. E l’elenco continua. Gratteri, Luperi, Caldarozzi, …. sono questi i bei tipi che oggi dirigono la polizia italiana. Gli stessi bei tipi ripresi mentre candidamente si scambiavano una busta azzurra con dentro due bottiglie molotov davanti la scuola. Gli stessi che si sono continuamente avvalsi della facoltá di non rispondere al processo, che sono stati intercettati mentre concordavano le loro versioni. Luperi é stato anche ripreso mentre sfigurava con un calcio in faccia con rincorsa un ragazzino di 14 anni bloccato a terra da altri poliziotti. Ecco, sí, mettiamo uno come lui a capo dei servizi segreti… Sappiamo per certo che un macello come quello della Diaz é avvenuto mentre questi dirigenti erano presenti, e che hanno avuto tra le mani le prove fasulle con cui volevano incastrarci. Allora mettiamo che sia vero ció che dicono: che non sapevano nulla e non hanno visto nulla. Allora forse sono innocenti… ma come minimo, non saranno un bel po’ incompetenti? Tutti assolti si puó forse capire, ma perché promossi? Questi bei tipi continueranno a fare carriera. Non ci sono segni che neppure chi é stato condannato (come Canterini, che ora é vicequestore) sará sospeso dal servizio. E grazie al loro esempio, i poliziotti violenti sapranno di poter torturare e uccidere… perché no, tanto a loro lo Stato in Italia non li tocca! Sette anni fa, quando il G.I.P. invalidó il mio arresto, pensai: nonostante tutto, l’Italia é ancora una Democrazia. E poi, quando fu dimostrato il montaggio delle molotov, e le accuse contro di noi furono archiviate, di nuovo pensai: l’Italia é ancora una democrazia. E oggi …. in fondo possiamo metterla cosí: queste e peggiori cose accadono nel mondo, e se l’Italia non fosse una democrazia sarei semplicemente desaparecido, come accadeva nell’Argentina di Videla. Nessuno avrebbe piú sentito parlare di quelli della Diaz perché saremmo tutti morti, e sepolti non solo sottoterra, ma anche dai media. Peró resta difficile dire quanto resti di democratico in un paese dove i cittadini abbiano ragione di temere i propri poliziotti….

Christian Mirra

Il Vaticano contro la depenalizzazione dell'omosessualità

La proposta di depenalizzazione internazionale dell’omosessualità, presentata all’Onu dalla Francia, non è piaciuta al Vaticano. Monsignor Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa sede presso le Nazioni unite ha fatto sapere che la depenalizzazione dell’omosessualità porterebbe – niente di meno che – alla «discriminazione» degli stati che non «riconoscono l’omosessualità» e verrebbero – per questa ragione – «messi alla gogna». Questa presa di posizione «si prefigura come un vero e proprio atto di condanna a morte contro i milioni di gay e di lesbiche», scrive l’Arcigay, che ricorda che in 91 paesi del mondo l’omosessualità è punita con sanzioni, torture, reclusione o con la morte. «Le dichiarazioni di alti esponenti del Vaticano che si oppongono alla proposta di depenalizzazione universale dell'omosessualità, presentata all'Onu dalla Francia, sono gravissime». Lo sottolinea in una nota Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc che aggiunge: «I diritti delle persone, etero o omo che siano, sono inalienabili». «Se passasse la richiesta del Vaticano -avverte Ferrero- l'unica cultura che sarebbe di certo messa 'alla gognà è quella dei diritti dell'uomo. La Francia ha fatto benissimo ad avanzare questa proposta, mi chiedo cosa aspetta l'Italia ad appoggiarla. Spero non i diktat del Vaticano».

1 dicembre 2008

Carceri: riprende la protesta dei 1.300 ergastolani

Oggi, primo dicembre, gli ergastolani d’Italia faranno tutti insieme uno sciopero della fame. È l’inizio della seconda fase della campagna Mai dire mai contro l’ergastolo e le carceri di massima sicurezza, che li vedrà impegnati fino al marzo del 2009. La prima fase prevedeva la raccolta di quanti più ricorsi possibile alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo. Ricorsi tutti uguali, sottoscritti da detenuti condannati alla pena dell’ergastolo, che chiedevano alla Corte tra le altre cose di pronunciarsi contro l’Italia per aver violato l’articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, quello che afferma che "nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti". La prima fase della protesta è stata un successo, disegnando una lotta che dovrebbe venir presa a modello di ogni mobilitazione: pacifica, organizzata (cosa certo non facile dal carcere), capace di servirsi degli strumenti offerti dal diritto. Ben 739 ricorsi sono stati presentati alla Corte all’inizio di novembre dall’associazione Liberarsi che sostiene la campagna. Altre associazioni europee l’hanno accompagnata a Strasburgo, associazioni che su questi temi stanno costruendo una solida rete (informazioni si possono trovare sul sito www.informacarcere.it). Oggi sono circa 1.300 gli ergastolani in Italia, reclusi in una cinquantina di istituti differenti. Circa 25 sono donne, quasi tutte concentrate in sezioni di massima sicurezza. La maggior parte dei circa 200 detenuti sottoposti al cosiddetto carcere duro, il regime di cui all’articolo 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, sono condannati alla pena perpetua. Solo una metà degli ergastolani reclusi nelle nostre carceri, secondo i dati di Liberarsi, ha accesso a qualche misura alternativa alla detenzione. Si argomenta contro l’abolizione dell’ergastolo rispondendo a coloro che ne sostengono l’incostituzionalità - come potrebbe mai tendere alla rieducazione sociale una pena che non prevede affatto un ritorno alla società? - che nella realtà la pena del carcere a vita non esiste. Tanto c’è la liberazione condizionale. Ma Liberarsi racconta invece di un ergastolano al suo trentottesimo anno di detenzione, di un altro al suo quarantaduesimo anno, di un terzo recluso in regime di massima sicurezza all’età di 82 anni. Un argomento già povero in linea di principio lo è dunque anche in linea di fatto. La protesta degli ergastolani va avanti ormai da un anno e mezzo, da quando circa 300 di loro chiesero al Presidente della Repubblica di trasformare la loro pena di morte indiretta in una pena di morte a tutti gli effetti. Un anno fa ci fu il primo sciopero della fame. A Giuliano Capecchi, coordinatore dell’associazione Pantagruel attiva a sostegno della mobilitazione, è stato impedito l’ingresso in tutte le carceri d’Italia. Liberarsi - che continua a sottolineare come la spinta per tutto questo provenga esclusivamente dagli ergastolani stessi - sta oggi pubblicando un libro dal titolo Mai dire mai. Il risveglio dei dannati, nel quale gli stessi ergastolani raccontano e valutano la prima parte della loro lotta. Dopo lo sciopero della fame collettivo del prossimo lunedì - che sarà accompagnato da iniziative di solidarietà esterne alle carceri, in Italia e in altri paesi europei - comincerà uno sciopero della fame a staffetta su base regionale, con inizio in Toscana e conclusione nel Lazio, che durerà fino al 16 marzo 2009. Gli scioperi coinvolgeranno centinaia di ergastolani, oltre a detenuti non ergastolani, familiari e altri cittadini esterni solidali con la mobilitazione. Tante le iniziative in programma fuori dal carcere: dibattiti, concerti e altro. Come si legge nel volantino informativo di Mai dire mai, questa "è una campagna per la dignità e i diritti delle persone detenute. È una campagna sul senso dell’ergastolo. Non ci interessano le storie giudiziarie di ciascun ergastolano, ma la necessità di affermare che del carcere a vita si deve fare a meno. Da subito".

Testimonianze: Italia: il paese della vergogna che continua a coprirsi di vergogna.

E non vi è fine alla vergogna in un’Italia che si crede campione di umanità e di tolleranza, ma è campione solo di una grande ipocrisia. Dopo dieci anni di traversie legali (e tacciamo del dolore e delle umiliazioni subite) in cui non siamo riusciti una sola volta a far aprire un procedimento giudiziario che facesse finalmente luce sulla morte del nostro unico figlio 19enne (soldato di leva) e dei Suoi tre sfortunati commilitoni, o facesse finalmente luce del perché della Sua sepoltura frettolosa e segreta in condizioni oltraggiose: nudo come un verme, sporco e scomposto come un cane rognoso. O che facesse luce sulla turbativa d’asta e della conseguente truffa ai danni dello Stato sul trasporto della Sua bara dalla caserma in cui era assegnato in Friuli alla Sua abitazione nella Sua città natale: Milano. Oggi un’altra tegola è caduta su tutta questa vicenda. Si tratta della risposta del Ministero della difesa, il quale respinge il riconoscimento di “vittima del dovere”, ma solo “vittima del servizio” riconoscimento non utile per accedere al DPR 243 del 07/07/2006. È questa la ignobile risposta di un paese di cui ci vergogniamo di appartenere ed è una tegola fatta di discriminazione e di disprezzo della dignità umana quando si tratta dei propri cittadini, fatta proprio da questa Italia così piccola e così meschina, questa Italia che elargisce provvedimenti economici a profusione a tutti coloro che approdano alle nostre coste provenienti da paesi lontani e spesso a noi sconosciuti, dovuti il più delle volte a seguito dello svuotamento delle carceri nei loro paesi d’origine a condizione di espatriare con destinazione l’Italia. Per non parlare delle cosiddette “missioni di pace” che mascherano vere e proprie aggressioni armate a paesi lontani sia geograficamente che culturalmente e religiosamente. Spedizioni che costano al nostro paese: dati dell’ultima finanziaria qualcosa come 22.586.615 milioni di Euro (circa 1 miliardo in più della scorsa finanziaria), e ciò in un paese in cui i cittadini vengono umiliati con l’assegnazione ad personam della “social card” cioè la carta di credito degli straccioni, il “bonus mensile” trovata geniale per incentivare le invidie e la guerra fra poveri, che si aggiungono alla distribuzione gratuita di generi alimentari al “Pane Quotidiano” e la “cernita” nei rifiuti dei dopo mercati. In un paese di questo livello, si nega (ed ormai avviene da oltre 30 anni) un equo risarcimento a quanti in questo “civilissimo” paese, soldati al servizio delle istituzioni (per lo più della ex leva obbligatoria) di ottenere un equo e dignitoso risarcimento in caso di morte in servizio, se pur riconosciuta la “Causa di Servizio”; un pezzo di carta che può benissimo essere appesa nel WC per la sua inutilità. Paradossalmente tale comportamento di indifferenza istituzionale non lo si può attribuire a questo o a quel governo; dalla caduta e conseguente scomparsa dall’orizzonte politico di qualsiasi governo democristiano, si sono infatti alternati alla guida del paese governi di “centro destra” e governi di “centro sinistra”, ma la risposta da essi, è sempre stata la medesima; un ritornello che sentiamo ormai da 60 anni: il paese è in crisi, non vi è copertura economica-finanziaria per tali provvedimenti risarcitori. E quindi ogni proposta di legge presentata a tal proposito in questi ultimi 30 anni decade ignominiosamente fra l’indifferenza del Parlamento, le diatribe di palazzo e le schermaglie politiche fra rossi e neri, pardon, maggioranza e opposizione. Vale a dire: si può e si deve anche morire gratuitamente al servizio dello Stato, in patria o in inutili operazioni di conquista in terre straniere, senza giustizia e senza dignità. L’importante nel prossimo futuro sarà di provvedere di accogliere dignitosamente il miliardo di africani, cinesi, russi ecc. che si accalcano alle nostre “frontiere” e alle nostre coste. Quindi, perché vivere o morire per questa patria?

Angelo Garro e Anna Cremona - genitori del martire Roberto Garro - Milano

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