14 novembre 2008

Le reazioni alla vergognosa sentenza al processo Diaz/2

La sentenza sulle vicende della scuola Diaz di Genova ha trovato oggi spazio sui media britannici. «Rabbia a Genova per l'assoluzione dei vertici della polizia». Così ha titolato il quotidiano britannico 'The Guardian' sul suo sito internet. «Le prove erano schiaccianti. Non c'è giustizia qui. Mi dispiace per l'Italia», ha detto al giornale Mark Covell, giornalista freelance, uno dei cinque cittadini britannici coinvolti nel raid della polizia italiana. «Tra gli assolti - scrive il Guardian in una corrispondenza - figurano anche Giovanni Luperi, oggi promosso a capo del corrispettivo italiano dell'MI5, i servizi segreti interni, e due dei più esperti detective italiani, Francesco Gratteri e Gilberto Calderozzi. Molti degli agenti accusati sono stati filmati fuori dall'edificio mentre all'interno si svolgevano le violenze. I tre giudici hanno comminato pene fino a quattro anni di detenzione ad alcuni agenti che erano sul campo. Ma nessuno di loro andrà in prigione grazie alla prescrizione del reato». Il conservatore Daily Telegraph ha invece titolato «Tribunale italiano suscita l'indignazione assolvendo 16 dirigenti di polizia nel caso G8 di Genova». «Molti degli agenti sotto processo - ha sottolineato il Telegraph - sono ancora in servizio e alcuni sono stati promossi. I pm avevano chiesto pene molto più severe». Anche la BBC si è occupata del caso. «Alti funzionari della polizia italiana assolti nel processo G8», ha titolato sul suo sito internet l'emittente britannica. «Alla sentenza il pubblico a gridato vergogna», recita il sottotitolo.
La stampa tedesca commenta con toni durissimi la sentenza sui fatti avvenuti nella caserma Diaz di Genova durante il G8 del 2001. Dopo aver sottolineato che tra i dimostranti picchiati dagli agenti di polizia figuravano anche «molti tedeschi», il quotidiano berlinese `Tagesspiegel´ sotto il titolo `Macello senza giustizià scrive che «una tale brutalità può essere esercitata solo da una polizia aizzata dai suoi dirigenti. Picchiare in quel modo può osarlo solo chi si sente sicuro di avere le spalle coperte dalla politica. Le manipolazioni delle prove sono concepibili solo se chi le compie è convinto che in seguito la giustizia non gli creerà problemi. E la cosa in effetti ha funzionato. A proposito: il prossimo vertice del G8 si svolge di nuovo in Italia». La ´Sueddeutsche Zeitung´, il maggiore quotidiano nazionale, scrive che «gli eccessi delle forze di sicurezza non si sono verificati in qualche lontana dittatura, ma in Italia sotto il governo di Silvio Berlusconi». Il giornale di Monaco di Baviera prosegue affermando che «nonostante il fatto che l´attacco delle forze dell´ordine è apparso pianificato e organizzato, sono stati assolti i possibili responsabili a livello di dirigenza di polizia dietro i responsabili materiali. La giustizia italiana lascia scappare i pesci grossi, ma anche quelli piccoli». La `SZ´ mette poi in evidenza che nessuno dei poliziotti condannati «finirà probabilmente in prigione, poichè trarranno profitto dalle ineffabili norme italiane sulla prescrizione e dallo sciagurato indulto varato dal governo di sinistra di Romano Prodi».
«Ne rispettiamo l'autorità. Quanto all'autorevolezza aspettiamo di leggere le motivazioni: riparliamone fra tre mesi. Ma se avete fretta di saperlo, allora facciamo prima. Andiamo in una delle tante aule del Tribunale di Genova. Vediamo se i cittadini comuni, cittadini italiani o stranieri, vengono giudicati nella stessa maniera con cui sono stati giudicati i vertici della polizia. Verifichiamo se qualcuno tra le parti in causa per caso cita 'la sentenza Diaz'». Lo afferma in un'intervista a «La Repubblica» il pm Enrico Zucca che commenta così il verdetto del processo sulla lunga notte della 'Diaz'. Riguardo all'affermazione del presidente del tribunale, il quale ha detto che si può 'condannare solo in base alle provè, per Zucca le prove per condannare anche i vertici «c'erano anche secondo quei magistrati che nel corso delle indagini preliminari hanno valutato questa vicenda esprimendo dei giudizi che ci hanno confortato ed orientato. Nelle motivazioni i giudici delle indagini preliminari addirittura ci hanno fatto rilevare come fossimo stati carenti nell'azione. Hanno ordinato di formulare nuove imputazioni». «Diciamo -aggiunge ancora Zucca- che era una sentenza prevedibile. Ovunque nel mondo, i processi contro i poliziotti hanno risultati del genere».
La sentenza che dopo quattro anni di istruttoria dibattimentale ha concluso il processo per i fatti della scuola 'Diaz' lascia un profondo senso di amarezza». È quanto afferma l'Associazione nazionale giuristi democratici a proposito della sentenza sul G8. «Anche se solo le motivazioni ci faranno comprendere meglio la decisione del Tribunale -premette- appare di immediata evidenza un'inquietante riduzione dell'indipendenza reale dell'autorità giudiziaria ed emerge quanto il clima di pesante intimidazione che si respira nel Paese nei confronti dei poteri di garanzia finisca per riflettersi sulla tutela dei diritti fondamentali». Per l'Angd «a fronte della mattanza che si è verificata alla scuola 'Diaz', della falsità dei verbali di arresto, della falsità delle prove portate in giudizio sono stati condannati solo gli uomini del reparto celere di Roma, guidati dal questore Canterini. In attesa di leggere le motivazioni, non possiamo che rilevare come sia mancato il coraggio di risalire la catena di comando sino a coloro che avevano la responsabilità dell'azione. In ciò la commissione parlamentare d'inchiesta, promossa e non attuata, avrebbe potuto e potrà fare maggiore chiarezza». «In definitiva -conclude l'associazione- il giorno della 'Diaz' è stato uno dei giorni più brutti per la democrazia italiana e la sentenza non ne ha saputo cogliere fino in fondo la gravità, limitandosi all'accertamento della responsabilità degli autori materiali. Ancora una volta, lo Stato ha dimostrato di non sapere giudicare fino in fondo se stesso».
«La Diaz è stata la vergogna della polizia, ma questa sentenza è la vergogna della magistratura. Le assoluzioni hanno creato un clima che non è bello, potrebbe provocare qualche testa calda. Se ne sono oltraggiato io, figuriamoci gli altri, i feriti, i no global». Lo afferma in un'intervista a «La Stampa» l'agente Luigi Fazio che partecipò all'operazione della scuola Pascoli, accanto alla Diaz, al G8 di Genova. Fazio sottolinea che la decisione dei giudici lo indigna «perchè un ladro di polli prende tre mesi, mentre chi ha deciso e ordinato l'irruzione nulla. Sono rimasti i poveracci. Sono stato forse io a fare tutto da solo, sono stati Canterini e gli altri? C'ero io alla riunione in questura per dare il via a un'operazione sconsiderata?». «Allora -aggiunge- anche la magistratura ha dimenticato quel massacro, se oggi 10-15 capi d'imputazione sono sfumati. Al mio legale, l'avvocato Diego Perugini, il pm ha detto che io ero quello che c'entrava meno di tutti, ma lui non poteva permettersi di perdere i pezzi. Beh, ora hanno perso tutto.Tra pubblico ministero e giudici hanno fatto un pasticcio».
Analogamente alla sentenza di primo grado sui fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto, quella emessa ieri sulle violenze nella scuola Diaz conferma che qualcosa di grave accadde a Genova nel luglio di sette anni fa: così la sezione italiana di Amnesty International interviene in merito alla sentenza sulle violenze alla Diaz. «Tredici funzionari dello Stato sono stati condannati per le brutalità commesse nei confronti di decine di persone inermi. Amnesty sottolinea che, se il processo è giunto a tale conclusione, ciò si deve alla tenacia dei pubblici ministeri e al coraggio delle vittime, delle organizzazioni che le hanno sostenute e dei loro avvocati, che hanno preso parte a centinaia di udienze in un contesto nel quale si è più volte cercato di aggirare l'obiettivo dell'accertamento della verità». «Occorrerebbe chiedersi - prosegue il commento di Amnesty - se una sentenza diversa, nella quale fossero state accertate ulteriori responsabilità penali nella catena di comando, avrebbe potuto essere favorita da un diverso comportamento delle autorità italiane che mai, in questi sette anni, hanno voluto contribuire alla ricerca della verità e della giustizia. In questi anni non abbiamo sentito una parola forte di condanna per il comportamento tenuto dalle forze dell'ordine nel luglio 2001, non c'è stata una commissione d'inchiesta, non si è risolto il problema dell'identificazione dei funzionari delle forze dell'ordine, non sono stati istituiti organi di monitoraggio indipendenti nè meccanismi correttivi interni».
«Grida veramente vergogna la sentenza emessa dal Tribunale di Genova di assoluzione per i vertici della polizia responsabili del massacro nella 'macelleria messicanà avvenuta alla scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001». Lo afferma il leader di rifondazione Comunista Paolo Ferrero. «Si tratta davvero - sottolinea - di una delle pagine più cupe e vergognose della storia repubblicana. Una pietra tombale alla verità e alla giustizia che chiediamo da 7 anni e mezzo è stata messa e, ancora una volta, ci troviamo purtroppo di fronte ad una giustizia forte con i deboli e debole con i forti».
Non è tanto l'aver ridotto la pena complessiva a 36 anni, quanto la qualità a lasciare amareggiati, perchè attribuisce responsabilità ai quadri intermedi e non ai dirigenti. La responsabilità infatti sta sempre in alto e gli imputati sono stati assolti con una formula incredibile e vergognosa per la giustizia di questo Paese». Così Giuliano Giuliani, il padre di Carlo, morto nel corso degli scontri del G8 a Genova, intervenuto telefonicamente al corteo organizzato dagli studenti dell'università Roma Tre, che si è fermato appositamente per permettere a Giuliani di parlare agli studenti con un telefono amplificato dal megafono. «Andate avanti e fate crescere questa bella onda - ha esortato il padre di Carlo - e tenete gli occhi aperti perchè la nottata è ancora lunga da passare».
«Oggi, a sentenze emanate, si può ragionare anche su una commissione di inchiesta parlamentare per accertare le responsabilità politiche». Lo ha detto Chieti - a margine di un appuntamento elettorale - il leader di Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, commentando la sentenza per l'irruzione alla scuola «Diaz» durante il G8 del 2001. «Una cosa sono le responsabilità politiche e una cosa sono le responsabilità giudiziarie - ha aggiunto Di Pietro - e i giudici possono valutare soltanto sulla base degli elementi costitutivi di reato e sulla base di prove idonee e concrete per accertare le corresponsabilità. Quindi i giudici hanno fatto il loro dovere e se qualcuno non è convinto di quella sentenza può e deve fare appello perchè i giudici successivi possono eventualmente rivederla». «Io rispetto le sentenze - ha aggiunto - e non le commento: so però che una responsabilità politica enorme come una casa c'è. Perchè chi è andato a fare l'irruzione alla Diaz non ci è andato perchè si è alzato col mal di stomaco, ma perchè qualcuno ce lo ha mandato e ha fatto quella cosa in quanto si sentiva coperto».
«La sentenza arrivata ieri sera sulla mattanza avvenuta alla scuola Diaz nei giorni del G8 di Genova nel 2001 è vergognosa - dice il segretario del Prc Paolo Ferrero - anche perchè ieri è successa una cosa non casuale: come al solito, in Italia si condanna la bassa manovalanza e non i mandanti di un tragico episodio. Si tratta di una sentenza vergognosa, drammaticamente in linea con quanto successo con altre stragi che hanno insanguinato la storia del nostro Paese e che sono rimaste impunite». Quanto ad una commissione di inchiesta ipotizzata oggi anche dal partito di Antonio Di Pietro, l'Idv nel caso in cui, anche in appello,venisse confermata la sentenza arrivata ieri sera, Ferrero ha osservato: «Anche qui ci sono parecchi sepolcri imbiancati. Quando l'Unione era maggioranza e noi la proponemmo non si fece per colpa delle resistenze di Di Pietro e di parti del Pd». Quindi, «se oggi arriva questa sentenza è anche colpa del centrosinistra che non ha voluto fare chiarezza quando poteva. Insomma, oggi una commissione d'inchiesta sarebbe del tutto inutile, e chiederla è da sepolcri imbiancati. Per ottenere la verità, sui tragici fatti del G8 di Genova del 2001, è necessario perseguire ben altre strade».
«È sinceramente scandaloso, se non fosse patetico, che Di Pietro e Idv,ossia i principali affossatori dei ddl per l'istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sul G8 di Genova, insieme ai radicali e a una buona fetta di coloro che avrebbero poi costituito il Pd, quando a governare erano loro, oggi chiedano che la politica faccia luce dove la magistratura non può arrivare. Ma chi credono di prendere in giro?» È Gigi Malabarba, già senatore di Sinistra Critica e primo firmatario del ddl per l'istituzione della Commissione d'inchiesta sui fatti di Genova a polemizzare con l'Idv che oggi chiede una commissione di inchiesta. «A promuovere il regista della repressione di Genova, Gianni De Gennaro, sottraendolo al giudizio dei magistrati di Genova, sono stati proprio loro peraltro con totale consenso del centrodestra». «Com'è stato possibile che il Capo della Polizia, cioè il capo degli operativi, abbia potuto diventare prima, con un 'golpè istituzionale, capo-gabinetto del Viminale (per giunta a pochi giorni dalla sua iscrizione nel registro degli indagati) e poi supercommissario ai rifiuti e infine Capo dei servizi segreti? Adesso con chi la fanno la Commissione d'inchiesta? Con Berlusconi? Non c'è alcuna credibilità per le lacrime di coccodrillo di certi personaggi» conclude Malabarba.
«Coloro, come Di Pietro, che oggi propongono una commissione d'inchiesta parlamentare sui fatti di Genova e che, durante il governo Prodi, furono determinanti coi loro voti per affossarla, nonostante fosse inserita nel programma di governo da loro sottoscritto, sono dei sepolcri imbiancati». Lo dichiara Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genoa Social Forum, oggi eurodeputato di Rifondazione comunista/Sinistra europea. «A Genova, a Bolzaneto, alla Diaz - secondo Agnoletto - la Costituzione e le leggi sono state trasformate in carta straccia: non perchè alcune centinaia di poliziotti e di carabinieri improvvisamente e contemporaneamente sono impazziti, ma perchè qualcuno, più alto in grado, li aveva spronati o almeno autorizzati ad agire in quel modo». Una commissione d'inchiesta parlamentare, sostiene, «avrebbe dovuto indagare le responsabilità di chi ricopriva ruoli di direzione dell'ordine pubblico. Quando era possibile istituire una commissione, con questo mandato, mancarono i voti determinanti dell'IdV; oggi, con questa maggioranza, pronta a celebrare come eroi i dirigenti di polizia coinvolti nell'assalto alla Diaz, avanzare una simile proposta è semplice demagogia». Domani, informa poi l'europarlamentare, a Genova il Comitato verità e giustizia organizzerà (dalle 11 alla Sala del museo Sant'Agostino) un primo convegno pubblico per valutare tutte le possibili iniziative da proporre.

13 novembre 2008

Le reazioni alla vergognosa sentenza al processo Diaz/1

La sentenza emessa dal Tribunale di Genova di assoluzione per i vertici della polizia responsabili del massacro nella "macelleria messicana" alla scuola Diaz è una delle pagine più cupe e vergognose della storia repubblicana - afferma Italo Di Sabato rep. naz.le dell'Osservatorio sulla repressione del Prc -. Una pietra tombale alla verità e alla giustizia che chiediamo da 7 anni e mezzo. Questa sentenza vuol dire che nel nostro paese la polizia non può essere processata neppure quando sono responsabili di provocazioni e depistagi conclamati. Ancora una volta ci troviamo difronte ad una giustizia forte con i deboli e debole con i forti. La storia, per fortuna, - conclude Di Sabato - non la scrivono i tribunali è quello che è accaduto a Genova nelle tragiche giornate del luglio 2001 è la storia di migliaia di manifestanti picchiati, umiliati e violentati dalla feroce repressione. E' la storia di Carlo Giuliani. E' la storia di tutti noi che a Genova c'eravamo e la storia di tutti quelli che dopo questa sentenza gridano Vergogna.
«È triste constatare che si è verificato tutto quello che era previsto: in questo paese, si è fatta un'amnistia a senso unico su Genova, nei confronti di dirigenti della polizia e del potere politico. E invece ci si è accaniti sui capri espiatori che sono i manifestanti, condannati pesantemente dallo stesso tribunale». È il commento di Luca Casarini, uno dei leader del movimento che sfilò nelle strade di Genova al G8 del 2001, alla sentenza per le violenze alla scuola Diaz. «Mi sembra evidente che non è nei tribunali di questo paese che si può trovare giustizia - aggiunge Casarini -. Forse l'unica speranza è nei nuovi movimenti, che nonostante quella tremenda repressione di otto anni fa continuano a riempire le strade e le piazze di questo paese senza bandiere e con tante speranze e tanti sogni»
«Oggi è una delle giornate più tristi nella storia della Repubblica dal dopoguerra». Questo il commento dell'eurodeputato di Rifondazione Comunista Vittorio Agnoletto, dopo la lettura della sentenza sui fatti della Diaz. «Tutti coloro che vestono una divisa - ha detto Agnoletto - non sono più tenuti a rispettare le leggi e la Costituzione. Coloro che erano ai vertici dell'ordine pubblico, coloro che hanno firmato dichiarazioni non corrispondenti al vero, coloro che hanno simulato reati, coloro che hanno cercato in ogni modo che la giustizia facesse il suo corso hanno vinto». «Purtroppo - ha aggiunto - questa è la verità. E lo scandalo è che lo Stato è stato dall'altra parte. Non dimentichiamo che la prima a chiedere l'assoluzione è stata l'Avvocatura dello Stato. La magistratura non ha avuto il coraggio di essere autonoma dal governo».
L'ex senatrice di Rifondazione Comunista Haidi Giuliani e madre di Carlo, il giovane ucciso durante gli scontri del G8, parla, in relazione alla sentenza, di «mancanza di dignità e di coraggio». «In quest'aula - prosegue - ho visto persone coraggiose che hanno testimoniato e pm coraggiosi, ma non ho visto altri atti di coraggio e neppure rispetto per la nostra Costituzione».
Una «sentenza squallida», perchè «come sempre si colpiscono le pedine più insignificanti mentre si insabbiano le responsabilità politiche dei vertici della polizia, che hanno pianificato la mattanza». Così Francesco Caruso, ex parlamentare di Rifondazione Comunista e all'epoca del G8 uno dei leader dei no global, commenta la sentenza del tribunale di Genova sulle violenze alla scuola Diaz. «È la solita storia all'italiana - prosegue Caruso - si condannano il braccio ma si ignora la mente. È impensabile e pura follia che la mattanza della Diaz sia un'operazione estemporanea di un gruppo di celerini invasati e impazziti». Con questa sentenza, conclude, «si vuole negare la regia che c'è dietro questa operazione».
Alfio Nicotra, uno dei portavoci del Genoa Social Forum durante i giorni del G8 del Luglio 2001 e responsabile nazionale Movimenti del Prc esprime in una nota "vergogna per una sentenza non degna di uno Stato democratico.""Che questi teppisti in divisa che tutto il mondo ha visto entrare in forze alla scuola Diaz , pestare a sangue persone inermi, fabbricare prove e raccontare palesi menzogne sbugiardate ampiamente nel corso del dibattimento, agissero di propria testa non sta nè in cielo nè in terra". Per Nicotra "questa sentenza è un colpo mortale, una ferita profonda alla credibilità della Repubblica italiana. I giudici hanno legittimato uno scempio che ora potrà ripetersi di nuovo, garantendo ai responsabili impunità per nuove macellerie messicane contro i movimenti.""E' una sentenza politica - conclude Nicotra - una sentenza di regime che ci farà vergognare nel mondo."
A Genova la giustizia nel nostro paese aveva la possibilità di vincere, ma invece, con la lettura della sentenza del processo per i pestaggi nella scuola Diaz, ha perso per l'ennesima volta. Una sentenza pessima che non punisce i colpevoli nè li discredita, non rende giustizia alle vittime e tratta con superficiale indulgenza quella che Amnesty International aveva definito: 'la più grave sospensione dei diritti umani verificatasi in Europa dopo la seconda guerra mondialè». Lo dichiara Andrea Alzetta di Action e consigliere al Comune di Roma. «Sono stati condannati solo gli esecutori materiali: i picchiatori e gli agenti che trasportarono le molotov, subalterni che non hanno certo agito di loro libera iniziativa; tutti assolti, viceversa, i vertici apicali della polizia - continua - Mentre per i due pubblici ministeri, l'irruzione nella Diaz era un progetto programmato per riscattare le forze di polizia dall'inefficienza dimostrata durante il G8, vedi ad esempio i famosi black bloc che agiscono indisturbati mentre la polizia carica manifestanti inermi, questa sentenza traduce le umiliazioni e le botte come conseguenze dell'impulso incontrollato di pochi singoli agenti». «Oggi come allora lo stesso governo al potere; oggi come allora migliaia di giovani in piazza; oggi più di allora chi dissente viene reso muto, come l'ex prefetto di Roma Carlo Mosca - conclude - Dalla nostra parte, a chiedere verità e giustizia per la 'mattanza messicanà operata alla scuola Diaz, solo un giornalista inglese davvero amareggiato e preoccupato per l'Italia che vive, di fatto, una dittatura».
«L'assoluzione per il capo dell'Anticrimine Gratteri e del dirigente dell'Aisi Luperi e degli altri funzionari, ossia dei massimi dirigenti della Polizia di Stato che ha organizzato la mattanza alla scuola Diaz, è la rappresentazione plastica dell'impunità di cui godono gli scherani di Gianni De Gennaro e dell'ignavia di una magistratura che nega ancora una volta verità e giustizia per Genova».Lo afferma l'esponente di Sinistra Critica Gigi Malabarba. «E così succederà con il processo del 25 novembre al mandante e vero tessitore delle giornate di repressione, l'allora Capo della Polizia», dichiara Gigi Malabarba di Sinistra Critica, capogruppo del Prc al Senato all'epoca dei fatti e testimone al processo. «Non ci sono nemmeno capri espiatori, visto che le pene lievi per gli altri imputati non saranno scontate e nessuno sarà interdetto dai pubblici uffici. Sarà bene che qualcuno, anche a sinistra, cominci a riflettere sullo strapotere concesso a un personaggio passato da Capo degli operativi a Capo gabinetto del Viminale e oggi a Capo dei servizi segreti, in grado di ricattare chiunque in questo paese», continua Malabarba. «Senza giustizia per Genova ogni violenza sarà legittima da ogni parte. Qualcuno vuole un ritorno agli anni di piombo? Credo proprio di sì. Tutta la solidarietà di Sinistra Critica alle vittime di quella mattanza. Continueremo in sede europea una battaglia politica e giudiziaria che non può dirsi conclusa con le assoluzioni di oggi», conclude.
La sentenza sui fatti della scuola Diaz «ci lascia del tutto insoddisfatti perchè le responsabilità di vertice di quanto accaduto durante l'irruzione alla scuola rimangono al di fuori di qualsiasi valutazione sulle responsabilità», afferma il Verde Paolo Cento. «Ciò che è accaduto alla Scuola Diaz di Genova - aggiunge - rappresenta un pagina nera della democrazia e delle istituzioni repubblicane e la responsabilità non può essere addebitata solo agli esecutori di quell'operazione. È del tutto evidente - conclude - che ancora una volta risalta agli occhi dell'opinione pubblica il grave errore del Palamento nel non aver realizzato nelle legislature precedenti quella commissione parlamentare d'inchiesta, strumento indispensabile per accertare le responsabilità politiche».
«Come noto mi astengo sempre dal commentare le sentenze della magistratura. Ma ancora una volta l'Italia si conferma il Paese nel quale pagano solo i sottoposti e gli esecutori, mai i capi. Sui fatti di Genova eccezionalmente gravi, giustizia non è stata fatta». Lo afferma il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto.
Una «sentenza vergognosa». Così l'Arci commenta l'assoluzione dei vertici della polizia al processo per le violenze nella scuola Diaz durante il G8. «Ci sono vicende giudiziarie al termine delle quali non si può dire 'giustizia è fattà e il processo ai responsabili del massacro alla Diaz, o meglio per quelli che è stato possibile identificare e processare, è sicuramente uno di questi - afferma il presidente Paolo Beni - Dalla sentenza odierna era però lecito attendersi un pò di giustizia, unitamente ad un gesto d'orgoglio da parte dei magistrati giudicanti in risposta all'arroganza dei legali del ministero e degli imputat». Secondo Beni, «una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata 'forza dell'ordinè. I magistrati genovesi potevano concorrere a ricostruirla almeno in parte, ma una prima lettura della sentenza odierna induce a ritenere che non sia accaduto. E questo costituisce un elemento di grave preoccupazione per chi da sempre si batte per la difesa della legalità vera, e non di quella a senso unico».

VERGOGNA!!!!!!

Sono stati assolti i vertici della polizia Gratteri e Luperi per i fatti avvenuti il 21 luglio 2001 all'interno della scuola Diaz di Genova. Ad ascoltare la sentenza, nell'aula, affollata di parti civili e pubblico, c'erano anche gli altri magistrati della procura di Genova: tra loro i pm del processo per i fatti di Bolzaneto, Petruzziello e Ranieri Miniati, oltre ad altri quattro che si sono occupati della Diaz. In aula c'era solo un imputato: il capo della squadra mobile di Parma, Alberto Fabbrocini per il quale i pm hanno chiesto l'assoluzione. Tra il pubblico era presente anche Mark Covell, giornalista inglese di 40 anni presente nella scuola durante l'irruzione e il sindaco di Genova Marta Vincenzi: "Spero che con questa sera si chiuda una ferita che è rimasta aperta per sette anni - aveva detto prima della lettura della sentenza -. E' importante che sia stata fatta una ricostruzione, quindi è un passo avanti rispetto al passato". "Rimarrò qui fino alla lettura della sentenza - aveva aggiunto - E' un riappropriarsi del rapporto tra i cittadini e le istituzioni". Ora restano da discutere alcuni processi-satellite. Il primo è quello a carico di Vincenzo Canterini, durante il G8 comandante del VII nucleo sperimentale antisommossa del I reparto mobile di Roma, imputato di lesioni personali aggravate e di violenza privata per aver spruzzato gas urticante contro alcune persone radunate in corso Buenos Aires.
Il secondo riguarda la carica avvenuta in piazza Manin: in questo processo sono imputati 4 poliziotti del reparto mobile di Bologna. Un terzo processo riguarda l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, accusato di aver istigato l'ex questore di Genova a rendere false testimonianze nel corso della deposizione al processo sull'irruzione della Polizia della scuola Diaz. Con lui sono indagati l'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola e l'ex questore Francesco Colucci. In questo caso l' udienza preliminare è fissata per il 25 novembre. Il primo processo ad essere celebrato per i fatti di Genova è stato quello per le violenze di strada che si è concluso il 14 dicembre 2007 con la condanna a pene tra i 5 mesi e gli 11 anni per 24 no global. Il secondo è stato invece quello per le violenze e i soprusi avvenuti nella caserma di Bolzaneto. In questo caso, il 14 luglio 2008 il tribunale ha condannato 15 persone (tra poliziotti e civili) a pene variabili tra 5 mesi e 5 anni.
fonte: La Repubblica

Genova G8: Oggi la sentenza per il massacro alla scuola Diaz

Più difficile di un processo a uno stupratore, più ancora di quando alla sbarra c'è un capo cosca. Così spiegò i rischi di omertà e le altre rogne di un processo alla polizia il pm Zucca, nel luglio scorso, iniziando la lunga requisitoria contro i 29 funzionari di ps imputati per i falsi, le violenze, le calunnie avvenute la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 nella scuola Diaz di Genova. Oggi le ultime due repliche delle difese, poi la corte, presieduta da Gabrio Barone, si ritirerà in camera di consiglio per decidere sui 108 anni complessivi (l'unico imputato per il quale s'è proposta l'assoluzione è Alfredo Fabbrocini) chiesti da Zucca e dal suo collega Francesco Cardona Albini, i due pm che avevano chiesto il rinvio a giudizio il 4 marzo del 2004, a tre anni dai fatti. Richiesta accolta il 26 giugno. L'ultima delle oltre duecento udienze, inizierà alle 10 nell'aula bunker del Palazzo di giustizia.Nulla della versione ufficiale è stato salvato nelle 560 pagine di memoria che la pubblica accusa ha prodotto dopo la requisitoria. Non ci fu alcuna aggressione al convoglio di volanti, blindati e autocivetta che transitò sotto le scuole - uno di fronte all'altro c'erano il media centre e il dormitorio dei manifestanti - al termine dell'ultimo dei cortei del Genoa social forum. Sempre stando alle accuse non ci fu resistenza all'irruzione di oltre duecento agenti travisati che, ufficialmente, avrebbero divuto stanare i cosiddetti black bloc autori delle violenze dei giorni precedenti e, in ultimo, dell'aggressione alle macchine di un paio d'ore prima. Né ci fu la coltellata riferita da un'agente e le molotov - esibite dall'allora portavoce di De Gennaro in conferenza stampa, assieme a badili e picconi trafugati da un cantiere vicino e a coltellini svizzeri prelevati dagli zaini dei no global campeggianti - furono portate apposta dalla questura per giustificare la mattanza. Per mesi, la stampa e la politica si affanneranno a cercare la catena di comando di quella notte evitando di citare che l'allora portavoce di De Gennaro, il capo della polizia, era in via Battisti a sbarrare la strada a parlamentari, cronisti e, soprattutto a legali nominati. Né fu un errore il blitz nella scuola di fronte dove furono trafugati documenti di legali e cronisti, con appena un po' meno brutalità di quanto avveniva a pochi metri.No, secondo i pm, non fu la «normale perquisizione» che il governo - anche allora regnava Berlusconi - cercò di far credere. E dei 93 arresti per devastazione e saccheggio di quella notte cilena nemmeno uno fu avallato dal giudice. Fu un'operazione di guerra sporca, una «macelleria messicana» frase coniata da uno degli imputati, il vice di Canterini al tristemente noto primo reparto celere di Roma. Amnesty international definirà l'operato delle polizie nelle tre giornate del G8 come la più grave sospensione del diritto e delle garanzie democratiche in Occidente dalla II guerra mondiale.Tra i 29 imputati spiccano nomi di grande prestigio per le forze dell'ordine: Francesco Gratteri, allora dirigente del Servizio centrale operativo oggi a capo dell' Anticrimine; Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell'Ucigos attuale capo dipartimento analisi dell'Aisi (l'Agenzia di informazioni e sicurezza interna, l'ex Sisde), Gilberto Calderozzi, ex vicedirettore dello Sco, oggi capo del Servizio centrale operativo. Tutti promossi da tutti i governi succedutisi da allora, dunque, e anche questo tardivo primo grado sarà sepolto dalla vicinissima prescrizione per la gran parte dei reati. Non sfugge, tuttavia, il senso politico di un'eventuale condanna dopo le mezze verità del processo parallelo per le torture nella caserma della celere trasformata in prigione provvisoria per le retate del G8. Il Genoa legal forum, con una lettera firmata dal sociologo Salvatore Pallìda e dall'avvocato Massimo Pastore, chiede alla stampa democratica di farsi promotrice di una campagna per la rimozione degli eventuali colpevoli dai ranghi. In aula ci sarà, tra gli altri Vittorio Agnoletto, eurodeputato del Prc, all'epoca portavoce del Gsf. Certo che ci saranno, oltre alle parti civili, i genitori di Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere negli scontri innescati senza ragione dalle guardie contro un corteo regolarmente autorizzato. Un video, a disposizione del tribunale, mostra che imbracciò l'estintore solo dopo aver visto la pistola. Ma nessun giudice chiederà mai un processo pubblico. La Bbc, invece, mostra, oltre ai volti noti di imputati, le immagini Rai finora inedite di un fantomatico ispettore della Digos di Napoli, in borghese ma col casco - non identificato, cui una collega fiorentina avrebbe consegnato la busta delle molotov, la regina della prove fasulle.

Testimonianze: A Rimini ennesimo atto di brutale violenza

Caro "Osservatorio", la notizia del tentativo di omicidio di un senza fissa dimora, che è stato prima cosparso di benzina e poi dato alle fiamme, mentre dormiva, su una panchina a Rimini, la notte scorsa, oltre a rappresentare un evento tanto tragico quanto terribile, genera sgomento ed inquietudine e segna l'ennesimo episodio barbaro di intolleranza e violenza avvenuto a Rimini in questi ultimi anni. Ancora una voltà in città si è verificato un episodio brutale di violenza aberrante che colpisce la marginalità sociale e la diversità. Accadde così nel maggio 2006 per Elio Morri, ucciso a calci e pugni in spiaggia, accadde così per Sarr Gaye Samba Diouf ucciso a coltellate nel Giugno del 2001, è accaduto in numerosi altri casi quando si sono verificate aggressioni intolleranti contro persone, spazi pubblici e privati, frutto di una xenofobia dilagante, dell'esclusione sociale e della non accettazione della diversità. E' necessario che la società civile riminese si mobiliti e dimostri di avere solidi anticorpi contro l'intolleranza ed occorre che si attivi un dibattito, senza venature retoriche, tra le forze politiche e sociali della città, sul tema delle marginalità sociali e dell'intolleranza a fronte dell'avanzamento, sul piano culturale e sociale prima ancora che politico, di una diffuso sfondamento culturale dei peggiori elementi di intolleranza contro la marginalità sociale e la diversità. Come federazione riminese del Prc-Se ci stringiamo attorno alla vittima di tanta violenza e aspettiamo comunicazioni sulle condizioni di salute sperando in un miglioramento.


Paolo Pantaleoni segretario provinciale Prc-Se Rimini

12 novembre 2008

Diaz, l´ultima immagine dello scandalo ecco l´uomo che porta le molotov

In una ricostruzione della Bbc si vede un uomo che introduce nella scuola le bottiglie incendiarie


Eccola la fotografia-simbolo di quella notte maledetta . Inedita. Oscura. Inquietante. È stata estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e depositato dalle parti civili il mese scorso. Nel mosaico riportato qui a fianco, è il quadrato sulla destra in alto. Si riconoscono il cortile della scuola Diaz, le sagome dei funzionari di polizia che si allontanano dopo aver chiacchierato a lungo intorno al sacchetto azzurro con le due bottiglie incendiarie. Sullo sfondo le grandi finestre dell´istituto, le stanze illuminate. E a sinistra - piccolino, cerchiato di rosso - il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso laterale. È di spalle, in borghese, indossa un casco protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. Sì. È il sacchetto azzurro delle molotov. Accanto riporta una didascalia in inglese, perché l´immagine fa parte di un´inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione: «Naples Digos Inspector entering Diaz Pertini». Si tratta cioè del fantomatico ispettore della Digos di Napoli che introduce materialmente nella scuola le molotov della vergogna, una della prove fasulle - la "regina" delle prove false - con cui la Polizia di Stato avrebbe voluto "giustificare" il massacro e le manette ai 93 no-global. (continua)


Parma: 10 agenti indagati per calunnie percosse e falso

Iscritti nel registro otto agenti, un ispettore capo e un commissario. Accuse di calunnia, percosse e falso. Prime ammissioni dirette anche da parte del sindaco Pietro Vignali. In consiglio comunale espone la seconda parte della relazione interna e dice: "Li abbiamo trasferiti, sanzioni in arrivo". Emmanuel: "Ho ancora paura". Il nuovo comandante della pm: "Riorganizzerò l'intero corpo"

Emmanuel: "Sto male, non credo sia finita"Prima i testimoni ascoltati dalla procura che confermano la versione di Emmanuel, poi i pm che escludono il reato di resistenza a pubblico ufficiale, infine il Comune che parla di colpe dei vigili e poi i 10 agenti iscritti nel registro degli indagati. Tutto questo Emmanuel l'ha seguito dalla stampa, dalle parole del suo avvocato, mentre se ne stava rinchiuso in casa. Emmanuel sta male. "Non sto bene - dice - mi fa ancora male l'occhio e l'orecchio, farò altri interventi. Mi fa piacere che i vigili siano stati accusati, che venga riconosciuto il loro errore. Ma non è ancora finita. Ho ancora paura". Emmanuel non esce di casa, non va a scuola, ha rimandato il suo servizio da volontario nella comunità di tossicodipendenza a Betania. Dice di aver ricevuto ancora minacce, di sentirsi sotto tiro e ripete di avere paura. Anche adesso, nonostante quei 10 arrivi di garanzia, nonostante "la tanta solidarietà ricevuta" (continua)

Omicidio Sandri: Storia di un depistaggio

A un anno dalla morte parla Maurizio Martucci, autore del libro «11 Novembre 2007»

Non conosceva Gabriele Sandri. Né è interno alle dinamiche del tifo organizzato. Eppure Maurizio Martucci, trentacinquenne studioso delle scienze e tecnologie della comunicazione presso La Sapienza di Roma, ha scritto un libro (edito da Sovera Editore) su quell' «11 novembre 2007». Data che dà il titolo al suo lavoro. «Questa giornata è una delle più buie e tristi del nostro paese» afferma l'autore che nella sua opera, una vera e propria controinchiesta, ricostruisce perfettamente quelle 24 ore. Che hanno portato, esattamente un anno fa, nell'autogrill di Badia al Pino (Arezzo) all'omicidio di «Gabbo», tifoso ventiseienne in viaggio con gli amici per una trasferta della sua Lazio, per mano di Luigi Spaccarotella, agente della polizia stradale.

Partiamo dai fatti che hanno portato alla morte di Sandri.

E' stata una dinamica aberrante. Pensare che un tutore dell'ordine possa far fuoco contro un'auto in movimento con braccia parallele all'asfalto e uccidere un cittadino della repubblica italiana è una cosa pazzesca. E sui fatti non ci sono dubbi.

Eppure la difesa parla di un proiettile deviato da una rete metallica.

Il proiettile, in base alla perizia tecnica, non ha tracce in tal senso. Ha battuto sul vetro dell'auto, sulla collanina di Gabriele, sul suo corpo e poi nuovamente, uscendo, sulla collanina. Mentre la rete metallica risulta solo compatibile col proiettile, in pratica non significa niente. Poi ci sono quattro testimoni che dichiarano di aver visto l'agente mentre sparava ad altezza d'uomo. Una follia.

E' giusto che l'imputato, accusato di omicidio volontario, non sia stato sospeso dal servizio?

Sono sbigottito per questa decisione. Com'è possibile che un agente di pubblica sicurezza a distanza di un anno dal fatto non abbia avuto neanche un provvedimento disciplinare interno? C'è tanta amarezza. In Italia per far emergere una verità ci vuole un grande sforzo comunicativo. Sul caso Sandri non è ancora stata fatta giustizia.

Nel suo libro parla di depistaggio mediatico dell'episodio. Che intende dire?

Il fatto accade alle 9,18. Dopo un'ora era già chiara la dinamica. Ma alle 11,30 esce il primo lancio di un'agenzia che diffonde una notizia falsa: la morte di un ultrà a seguito di scontri tra opposte fazioni. Un secondo lancio, due ore dopo, parla invece di uno sparo di un agente a seguito di fronteggiamenti tra un gruppo e la polizia. Si nasconde in tutti i modi la verità. I media per 24 ore spostano il tema del dibattito: nei programmi televisivi e radiofonici discutono di stereotipi, della violenza degli ultrà. Che nel caso Sandri non c'entra niente. Neanche una parola sul colpo sparato ad altezza d'uomo dal poliziotto. Alle 18, quando l'intero paese è in subbuglio con vari problemi d'ordine pubblico e stadi in rivolta, il questore di Arezzo in una conferenza stampa ammette due colpi sparati in aria da Spaccarotella. Non esprimendo, però, legami diretti con la morte di Gabriele. Non è stato nemmeno permesso ai giornalisti di fare domande.

Il giorno dopo, a freddo, i media hanno «confessato» l'accaduto?

Macché, l'omicidio Sandri cade nel dimenticatoio. E' una notizia scomoda e da occultare. Prima i media hanno depistato, poi fatto calare il silenzio. Domani (oggi, ndr) sarà però difficile tacere. Sono molte le iniziative in ricordo di Sandri.

Tante infatti sono le persone che si stanno mobilitando per non far cadere nel dimenticatoio la vicenda.

Tifosi, amici, familiari, associazioni di volontariato stanno lavorando per far emergere la verità. Dal basso, dalla cittadinanza civile, è nata una reazione. Sul web sono nati tanti siti ad hoc che coinvolgono migliaia di persone. Tutti in attesa della giustizia che verrà, spero, dalle aule dei tribunali.

Il tam-tam su internet e tra i tifosi c'è stato anche per organizzare, sempre l'11 novembre dello scorso anno, l'assalto al Coni e a una caserma.

E' stata un'azione violenta che in Italia non si era mai registrata prima: l'assalto alle caserme non veniva fatto nemmeno ai tempi del terrorismo. Però bisogna analizzare due fattori. Per quale motivo, visto che a Roma stava serpeggiando da diverse ore una sorta di rabbia spontanea tra le fasce giovanili, si è atteso fino all'ultimo per la sospensione del posticipo serale Roma-Cagliari? Seconda osservazione: una volta che si stavano prefigurando i primi concentramenti vicino allo stadio Olimpico, per quale motivo non c'era una presenza cospicua delle forze dell'ordine? La zona era in mano a chi si è lasciato andare ad atti di violenza.

Quindi che vuol dire? Che è stata orchestrata una trappola agli ultrà violenti?L'interpretazione dei fatti non è il mio mestiere e la lascio a qualcun altro. Ribadisco solo che lo stadio stranamente non era presidiato. Lo denunciano gli stessi corpi della polizia municipale. Ciò deve far riflettere.

Dossier Cei: Gli zingari non hanno mai rapito un bimbo in Italia

Il sito internet dell'associazione «Troviamo i bambini» segnala tutti i bambini scomparsi in Italia e nel mondo. Spulciando fra le pagine web, le parole «rom» o «zingaro» compaiono un numero infinito di volte. Si parla dei bambini rom venduti, di quelli costretti a mendicare. Ma anche di piccoli italiani rapiti dagli zingari. In un'intervista a la Padania di qualche mese fa, Cora Bonazza, dell'associazione, ha dichiarato: «Non vogliamo dire che tutti i rom sono dediti al rapimento, ma il problema esiste. Abbiamo ricevuto segnalazioni di rom che si aggirano fra i supermercati, dove i bambini piccoli siedono esposti sul carrello della spesa. Basta un attimo di distrazione della madre, e il piccolo sparisce». Ammesso e non concesso che i rom vadano al supermercato per rapire bambini e mai per fare la spesa, il mito della zingara rapitrice affonda le radici nella storia dei tempi. Ancora oggi, negli anfratti più nebbiosi della campagna veneta, le anziane minacciano i nipotini disobbedienti: «Ti faccio portar via dagli zingari». Molto più grave, è stato proprio un caso di presunto rapimento di bambino ad opera di una piccola rom a scatenare la furia e i roghi di Ponticelli.Eppure, mito e realtà discordano. Ieri mattina, ai microfoni di Radio Vaticana, è stata presentata una ricerca sulle «zingare rapitrici»: promosso dalla fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale italiana, lo studio è stato commissionato all'Università di Verona (la città del sindaco leghista Tosi, condannato dal tribunale per «propaganda di idee razziste»).I 29 casi di presunti rapimenti di bambini gagè (come i rom chiamano i bambini non rom) e gli 11 casi di sparizioni di bambini vanno dal 1986 al 2007, e nessuno di questi annovera il conivolgimento di rom nel rapimento. L'analisi, condotta avvalendosi anche dell'archivio dell'Ansa e dei fascicoli dei Tribunali, riporta: «Nessun esito corrisponde ad una sottrazione dell'infante effettivamente avvenuta, ma si è sempre di fronte ad un tentato rapimento, o meglio, ad un racconto di un tentato rapimento». Sei casi fra quelli analizzati hanno portato all'apertura di un procedimento penale contro un rom, ma i risultati sono stati «sempre negativi». Non solo: «Questi bambini sono stati vittime di una violenza brutale tutta interna ai contesti in cui vivevano». Come nei casi di violenza sulle donne, quasi sempre il mostro è fra le mura domestiche, non al supermercato, o ai giardinetti.La ricerca non perdona neanche i media, colpevoli troppo spesso di «generare confusione» nel puntare il dito contro i rom, senza poi dar rilievo alla notizia dell'assoluzione degli accusati (esempio lampante, quello di un presunto tentato rapimento a Catania lo scorso maggio, poi sconfessato in sede di tribunale).«Un risultato sorprendente, anzi sconcertante», dichiara monsignor Saviola. E aggiunge: «Non dico che i provvedimenti del governo siano contro questi valori, ma vorrei sottolineare una maggiore attenzione verso questi problemi».La deriva xenofoba prende piede in tutta Europa. L'altro ieri in Ungheria due rom sono stati uccisi a fucilate nella loro casa (data alle fiamme) durante un raid razzista. Il presidente del consiglio nazionale dei rom e il presidente della Fondazione dei diritti civili dei rom hanno denunciato l'ondata di razzismo dilagante. Perseguitare i popoli in Europa non è mai passato di moda.


11 novembre 2008

Pacchetto sicurezza - Il prezzo della crisi sulle spalle dei migranti

Una sequela di emendamenti razzisti al già restrittivo Disegno di legge 733 sulla sicurezza, varato a metà della scorsa settimana in Commissione alla Camera e oggi in discussione al Senato. Come 'sorvegliare e punire' poveri e immigrati, allimentando la cattiva coscienza di cittadini impoveriti e insicuri.

E’ in discussione in queste ore al Senato il ddl Sicurezza approvato mercoledì scorso in Commissione Sicurezza e Affari Costituzionali alla Camera. Un elenco di emendamenti vessatori e razzisti che si aggiungono al già restrittivo disegno di legge 733. E non si aspettano colpi di scena, visto il silenzio con cui l’opposizione ha accolto il voto alla Camera. Anche questa volta il governo è andato al sodo senza parafrasare: non è altro che un lungo elenco di provvedimenti sconcertanti contro i poveri e gli immigrati. E avvalendosi della riforma del titolo V della Costituzione che dà più poteri ai governi periferici, legittima gli Enti locali ad “avvalersi di associazioni di cittadini per segnalare eventi a danno della sicurezza e cooperare al presidio del territorio”. Che vuol dire mobilitare quei rigurgiti di coscienza patriottico-perbenista, se non addirittura fascistoide, per denunciare ‘homeless’ perché siano schedati in un apposito registro a cura del Viminale, o individuare immigrati senza permesso di soggiorno, i quali saranno tenuti a pagare una multa fino a 10mila euro, per poi essere espulsi entro 5 giorni, per evitare di ingombrare le nostre galere e di pesare sulla casse dello Stato. E non provassero a sposarsi, perché un emendamento vieta espressamente il matrimonio per chi non ha permesso di soggiorno. Ma non potrà averlo neanche chi è senza casa, mentre chi ne ha diritto, oltre a dover presentare una serie infinita di incartamenti, dovrà pagare 200 euro. E non ci sono sconti-famiglia, mentre al contrario altri soldi serviranno anche per superare il test di lingua, e anche per questo la valutazione sarà riservata al Viminale.Per i Rom inoltre, oltre a valere queste norme come per tutti gli immigrati, è previsto un altro tipo di chiamata a raccolta delle coscienze: i Comuni disponibili ad ospitare campi nomadi dovranno sottoporre la decisione a referendum cittadino. Un’iniziativa che ha un costo, e che quindi funzionerà perfettamente da deterrente. Ultima ma non ultima una patente di integrazione a punti. “Contestualmente alla presentazione della domanda per il permesso di soggiorno”, dice il testo, bisogna sottoscrivere un “accordo di integrazione articolato per crediti”, il quale prevede il certificato di conoscenza dell’italiano, l’adesione alla “Carta dei valori della cittadinanza italiana”, le “conoscenze basilari del sistema giuridico”, l’attestato di frequenza ad un corso di “integrazione sociale e culturale”, e la dimostrazione di “un livello adeguato di partecipazione economica e sociale alla vita della comunità”. Insomma una patente a punti, decurtabili a chi commette illeciti amministrativi (le multe, per esempio) o tributari (le tasse). Nel paese dell’evasione fiscale, il governo ha trovato a chi farle pagare. E si può immaginare a cosa un immigrato deciso a rimanere si sottoporrà pur di trovare una via d’uscita a quello che invece sembra la versione italiana del comma 22. Lavoro nero, fatica, sfruttamento, per non avere mai un permesso di soggiorno, irraggiungibile senza un lavoro regolare. Soldi che entrano e che fanno girare l’economia, e a cui non verrà dato niente in cambio. Ma oltre a sbarrare il passo all’immigrazione, c’è di più, ed è il disegno culturale che riserva per il nostro paese. La mobilitazione di cittadini, i più già obbligati a ristrettezze economiche, con la paura del futuro, in una dimensione sociale sempre più precaria, non farà che acuire pulsioni razziste e xenofobe, nell’illusione di proteggere quel già poco che si ha, provocando l’esplosione di una guerra fra poveri già cominciata da tempo e ancora in sordina. Oltre a lasciar cadere nel silenzio complice le aggressioni verso gli stranieri e i vagabondi, ultima delle quali, proprio questa notte a Rimini, dove è stato dato fuoco a un vagabondo, mentre dormiva su una panchina. “Balordi”, li chiamano, non criminali. Fa parte della nuova “normalità”.

10 novembre 2008

Genova G8: Diaz, la notte nera della democrazia il giorno del giudizio per 29 poliziotti

«Uno Stato che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell´ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici». Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola "Diaz", durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.Pestaggi, violenza, verità negate. In settimana la sentenza per i 29 poliziotti accusati delle violenze nella scuola di Genova nel 2001. Il 20 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc ? che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei "gruppi scelti" della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso. (continua)

9 novembre 2008

Genova: Giù dalla finestra della caserma dei Carabinieri

È sfuggito al controllo d’un carabiniere, all’interno della caserma, e si è lanciato dalla finestra compiendo un volo di circa dieci metri prima dischiantarsi a terra: dopo quattro ore di agonia è morto nella rianimazione del Galliera. È un algerino di 46 anni, Farid Aoufi, il protagonista dell’incidente - al momento non ci sono elementi per ipotizzare uno scenario diverso - avvenuto nel tardo pomeriggio di ieri in via Ponte Calvi, nel centro storico a ridosso di Caricamento, dove ha sede la stazione Maddalena. Secondo la prima ricostruzione fornita dall’Arma, il nordafricano era stato bloccato nelle vicinanze del Porto Antico alle 15. Qui, insieme ad almeno tre complici, si era avvicinato a un’auto in sosta(in uno dei parcheggi dell’Acquario) e aveva sottratto dall’abitacolo la borsa appartenente a una cinquantenne. Alcuni passanti che avevano assistito all’episodio hanno lanciato l’allarme e lo straniero è stato arrestato, mentre gli altri - dalle sommarie indicazioni fornite dai testimoni si tratterebbe di nordafricani - sono riusciti a fuggire. L’algerino a quel punto è stato accompagnato in caserma, la stazione Maddalena appunto che dall’Expo dista poche centinaia di metri. Negli uffici di via Ponte Calvi, sistemati al terzo piano, è stato redatto il verbale d’arresto nel quale gli viene contestata l’accusa di furto aggravato e in seguito consegnato il“modulo multilingue”, un documento con traduzione anche in arabo. Dopo aver firmato il rapporto, lo straniero doveva essere accompagnato al comando provinciale di Forte San Giuliano per le foto segnaletiche, e successivamente trasferito nel carcere di Marassi. Ma è stato a quel punto che si è materializzato il dramma. «Quando i militari si sono alzati per lasciare la stanza - ribadiscono i vertici dell’Arma genovese - l’uomo è riuscito a divincolarsi e approfittando dei vetri aperti si è lanciato di sotto, riteniamo per scappare. Non c’è stato il tempo per soccorrerlo o intervenire in altro modo». L’unico punto oscuro, per ora, sembra la presenza o meno delle manette nell’istante della caduta. I militari hanno ribadito d’avergliele tolte per la compilazione dei formulari, ma è probabile le avesse di nuovo, come ha riferito un testimone. Sul posto è arrivata un’automedica del 118 e il ferito è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Galliera. Nell’immediatezza del soccorso era parso cosciente, ma le sue condizioni sono precipitate durante il viaggio fino al decesso, avvenuto poco dopo le 22. In serata, a ormai tre-quattro ore dall’arresto, si è precipitata in caserma la moglie: «Dov’è mio marito, cosa è successo?» ha gridato prima d’essere accompagnata al piano superiore, per ricevere spiegazioni. Dell’episodio è stato informato il sostituto procuratore Francesca Nanni, cui dovrà essere presentata una dettagliata relazione.
fonte: il secolo XIX

Testimonianze: Un inqualificabile gesto di razzismo in ospedale

Caro "Osservatorio", lunedi 3 novembre, un nostro collega, che presta il suo servizio in camera operatoria, è stato vittima di un inqualificabile gesto di razzismo. Recatosi allo spogliatoio, trovava scritte sul suo armadietto frasi razziste del tipo «Africano di merda. Vai a lavorare negro di merda. Torna al tuo paese». Tale gesto, unito alle intemperanze di questi ultimi giorni,vedi quanto accaduto alla Rai ed al corteo studentesco, fa pensare che se una parte della società si muove verso il dialogo, vedi l'apertura del mondo cattolico ad altre religioni e l'elezione di Obama negli Usa e il fitto dialogo delle parti sociali in cerca di comuni accordi e soluzioni, c'è una frangia ,anacronistica e fanatica, che ricalca i negativi e vecchi modelli di un passato ancora intriso del sangue di tanti democratici . Nonostante il mondo si trovi, oggi più che mai, a fare i conti con fame, disoccupazione, incertezza del futuro, problemi ecologici ed energetici, questi solitari "difensori della razza perfetta", vivono come Cosimo sugli alberi di un mondo sterile che partorisce avvizzita ignoranza ancora servi di personaggi squallidi ed inqualificabili.
Maurizio Bartolucci operatore soc. sanitario ospedale S. Spirito Roma

8 novembre 2008

I consigli di Cossiga.....

‘’Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti'’. Ne e’ convinto il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, che, per questo, in una lettera aperta da’ dei ‘’consigli'’, sul filo del paradosso, al Capo della Polizia Antonio Manganelli. Per il senatore a vita e’ stato ‘’un grave errore strategico'’ reagire con ‘’cariche d’alleggerimento, usando anche gli sfollagente e ferendo qualche manifestante'’ ai cortei che si sono fatti piu’ minacciosi. '’A mio avviso - scrive Cossiga - dato che un lancio di bottiglie o insulti contro le forze di polizia, l’occupazione di stazioni ferroviarie, qualche automobile bruciata non e’ cosa poi tanto grave, il mio consiglio e’ che in attesa di tempi peggiori, che certamente verranno, Lei disponga che al minimo cenno di violenze di questo tipo, le forze di polizia si ritirino, in modo che qualche commerciante, qualche proprietario di automobili, e anche qualche passante, meglio se donna, vecchio o bambino,siano danneggiati e cresca nella gente comune la paura dei manifestanti e con la paura l’odio verso di essi e i loro mandanti o chi da qualche loft o da qualche redazione, ad esempio quella de L’Unita’, li sorregge'’. '’Solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di ‘Bella ciao’, devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e- scrive ancora Cossiga- aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell’ordine contro i manifestanti, ma senza arrestare nessuno'’.


fonte: Ansa

La testimonianza: Ingabbiati sotto i manganelli

“Giornalisti, siamo giornalisti, stampa, stampa” ho gridato d’istinto con le mani alzate cercando di evitare le prime manganellate assieme ad altri due cronisti che si trovavano accanto a me. Ma quando ho visto la violenza con cui gli agenti colpivano gli studenti, circa una trentina di ragazzi e ragazze tra i 20 e i 26 anni chiusi in uno spazio di neanche 20 metri quadrati, ho tentato di scappare.
Sono all’incirca le 15 quando gli studenti dell’Onda, dopo una giornata di cortei, arrivano alla stazione Ostiense, a Roma, per bloccare simbolicamente i binari. Stavo tentando di scavalcare i tornelli per raggiungere, assieme ai fotografi e agli altri cronisti, le banchine prima che arrivasse il resto del corteo. Ma è bastato attendere qualche frazione di secondo in più, giusto il tempo di aspettare che un cameraman oltrepassasse il tornello, per sentire le urla degli studenti dietro alle mie spalle e vedere più di una decina di agenti di polizia in tenuta antisommossa sferrare i manganelli contro di noi. Ho sentito un rumore sordo, un dolore improvviso alla testa. La prima manganellata. Gli studenti si spintonavano per uscire dai cancelli sbarrati dalle forze dell’ordine. Urlavano agli agenti di smetterla di picchiare, tenevano le mani alzate. Ho trovato un piccolo passaggio nella ressa, mi sono coperta la testa con le mani e ho sentito il secondo colpo. Più forte, duro, secco. Sopra il gomito. Dietro di me una voce:«Di qua di qua, passate di qua» gridavano i pendolari della stazione. E mentre la polizia continuava a manganellare, sono riuscita a scappare, insieme agli studenti, dalla gabbia della stazione. Qualche ragazzo è caduto e, mentre tentava di rialzarsi, è stato colpito nuovamente dalle forze dell’ordine. A quel punto, dal corteo degli studenti che si trovavano fuori dalla stazione Ostiense sono iniziati i cori contro gli agenti di polizia. Sono volate bottiglie di plastica e d ivetro,non più di una decina. Mi sono guardata attorno: c’erano studenti che piangevano. Una ragazza si teneva la testa, un’altra si toccava il braccio dolorante. Un ragazzo perdeva sangue dalla testa. E tutto questo per aver cercato di scavalcare i tornelli e tentare di bloccare, simbolicamente, i binari di dei treni. Una decisione che gli studenti dell’Onda avevano preso almeno un’ora prima di raggiungere là stazione Ostiense. Lo avevamo capito noi giornalisti quando abbiamo visto i leader della protesta che concordavano’ il percorso con i dirigenti delle forze dell’ordine e ci sembrava impossibile che non lo avessero capito anche loro. Eppure, all’ingresso della stazione, gli agenti si sono schierati ai lati dell’edificio. Quasi ad attendere che gli studenti entrassero per poter poi intervenire. Mentre mi accorgo che negli scontri mi si erano spaccati anche gli occhiali, sento una ragazza avvicinarsi e dirmi «vieni via, corri». Mi giro e mi rendo conto che gli scontri stanno ricominciando. Da fuori intravedo un fuggi fuggi davanti all’ingresso della stazione Ostiense. Poi torna la calma. E gli studenti dell’Onda tomano in corteo verso la Sapienza.


LAURA MARI da la Repubblica

7 novembre 2008

Roma: Cariche della polizia al corteo studentesco

A Roma per le strade cittadine c’erano tre cortei di studenti medi, liceali e universitari. Quello dei medi e universitari che da Piramide aveva raggiunto piazza Venezia è stato caricato dalla polizia perché gli studenti hanno cercato di entrare all’interno della stazione. Diversi i feriti. Il corteo ha poi proseguito verso il Circo Massimo.

Presto identificati i graffitari nazi che a Roma si firmano Militia?

Fetide canaglie fasciste si aggirano la notte per Roma negli ultimi giorni. L’ultima loro bravata si è avuta su Ponte Nenni un paio di notti fa con uno striscione ad impostazione delirante, nazista ed antisemita. Lo striscione era lungo una decina di metri ed era posto sulla parte di plexiglas che costeggia i binari della metropolitana A. Già il 23 ottobre nello stessa location i sarcastici buontemponi erano già intervenuti; stiamo parlando proprio di idioti e coglioni a proposito di questi buontemponi i quali neanche sanno che in tedesco si scrive Auschwitz (e in polacco Oświęcim) con la t tra la i e la zeta finale! Data l’efficienza dimostrata recentemente dagli inquirenti nei riconoscimenti video e foto degli autori delle bravate fasciste, non ci stupiremmo se presto si sapessero gli autori i questi turpi roman graffiti. Al di là di una passeggiata in loco, già un semplice sguardo con Google mappe con la funzione street view dimostra che in effetti alla fine di Via Giulio Cesare le telecamere impiantate sono molte, ma all’altezza di Ponte Nenni le telecamere pullulano ad ogni piè sospinto: ci sono pure quelle della Chiesa Avventista! Siamo ragionevolmente speranzosi che la sovrapposizione di targhe auto e moto di passaggio in relazione agli eventi recenti e di quelli del 23 ottobre consentiranno una sicura identificazione. Inoltre per mera coincidenza altre telecamere sono impiantate a monte e a valle del Ponte Nenni, e così si potrebbero riconoscere i visi scoperti di quelli che a volto coperto potrebbero avere partecipato alle bravate: non è molto facile immaginare codesti figuri che camminano con il passamontagna per centinai di metri. Noi siamo abituati a nutrirci di speranza.

Genova G8, tensione al processo pm minacciato in aula. Slitta al 13 la sentenza sul blitz alla Diaz

Non era mai accaduto, nella storia del tribunale di Genova, che un pubblico ministero fosse trattato in maniera così «intimidatoria» in aula, nel corso di un processo. E´ successo ieri ma forse sarebbe meglio dire che è accaduto nel corso di tutto il dibattimento per il blitz alla scuola Diaz, durato anni. Le parole usate dall´avvocato Silvio Romanelli - citando un pubblico ministero «che ha perso il controllo dei nervi», per non dire del sospetto di «confezionamento della prova» - sono state purtroppo metabolizzate, nonostante le comprensibili proteste della procura che con il pm Francesco Cardona Albini ha inutilmente chiesto di porre fine alle «minacce». Tirava aria pesante nel corso della penultima udienza per la sciagurata irruzione della polizia durante il G8. Il dibattimento riprenderà giovedì 13 novembre e immediatamente dopo il tribunale presieduto da Gabrio Barone si chiuderà in camera di consiglio: la sentenza nei confronti dei 29 agenti e super-poliziotti imputati è attesa nella stessa giornata. L´appuntamento con la decisione di primo grado slitta dunque di ventiquattr´ore rispetto al previsto. Per allora è attesa una grande partecipazione di pubblico. Tra gli altri ci sarà senz´altro una delle 93 vittime del sanguinario assalto, il giornalista inglese Mark Covell. Quella notte rischiò di morire: il fascicolo per tentato omicidio a carico di ignoti è ancora aperto. L´altra sera nel corso di un dibattito pubblico il sociologo Salvatore Palidda ha proposto il conferimento della cittadinanza onoraria genovese per Covell.


fonte: La Repubblica

6 novembre 2008

Livorno, cartello a scuola: "Più scuola meno armi". Interviene la polizia

E' chiaro che il clima è cambiato anche nella città di Livorno. Ieri, mentre veniva celebrata la " ricorrenza" del 4 novembre, una classe al secondo piano del liceo classico esponeva un cartello con su scritto “più scuola e meno armi”.Mentre la polizia lascia scorrazzare fascisti in tutto il paese non intervenendo e spesso coprendoli, a Livorno è successa una cosa gravissima: la solerte DIGOS alza il telefono per intimare alla preside di levare quel cartello appeso a pochi passi dalla commemorazione. La preside obbedisce all'ordine ( era il 4 novembre e l'obbedienza è una virtù -sic!!- ) e fa togliere il cartello. Nello stesso istante "sparisce" anche la bandiera della pace che evidentemente turbava i presenti che si sono dimostrati per quel che sono.
E' chiaro che da oggi anche a Livorno non sarà più tollerato nessun tipo di dissenso, anche se pacifico. Risulta chiaro quale atteggiamento prenderà la polizia da qui in avanti nei confronti degli studenti. Piazza Navona è stato un assaggio, le denunce che stanno partendo in tutto il paese la conferma del clima che stanno creando ad arte, il grave fatto del 4 novembre a Livorno è l'inizio di intimidazioni poliziesche non solo contro chi protesa contro la riforma della scuola ma contro tutti quelli che dissentono.... Il tutto con le istituzioni scolastiche prone acriticamaente a interventi della polizia nella "libera" scuola pubblica, e con le istituzioni locali mute, se non accondicendenti, a tali azioni repressive e intimidatorie salvo poi fare le sfilate di rito nelle proteste per cercare consensi tra gli studenti e nelle loro famiglie... Anche questo giochino, caro al sindaco, ormai è vecchio e gli studenti l'hanno capito bene non accettando nessuna strumentalizzazione.
Da sottolineare a maegine che la sera prima per protestare contro una celebrazione macabra di "potenza nazionale" da ignoti erano state colorate con scritte e simboli di pace tutti gli stendardi con l'italica bandiera che adornavano via Magenta.

Milano: Canne, writer, prostitute. Il Sindaco Moratti castiga tutti

Prostitute, spinelli, mendicanti, chi più ne ha, più ne metta. A Milano scatta il divieto. Anzi i divieti. Per chi scrive sui muri, per chi "fuma" in pubblico, per chi adesca e per gli adescati, per chi beve all'aperto, per chi chiede l'elemosina (con relativo "sequestro" della stessa). E dire che le hanno soprannominate ordinanze anti-degrado, ed evidentemente Moratti non vedeva proprio l'ora di vararle. E così ieri ne ha firmate, a spron battuto, ben sei, tutte d'un fiato. Le leggine "figlie" del decreto Maroni, quello che conferisce ai sindaci delle città i poteri per difendere l'incolumità pubblica, servono «a tutelare i cittadini da comportamenti pericolosi e che limitano la libertà». Letizia Moratti ne è così convinta che ha atteso qualche mese in più di altre città, ma solo per rafforzare la repressione. E così via alla tolleranza zero. E via alle ordinanze, da ieri tutte immediatamente esecutive.Per le vie della città si aggireranno 3mila "ghisa" (vigili urbani e non solo) e oltre 7mila tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza di stanza a Milano che braccheranno writer, prostitute, mendicanti, e beoni. Beccati dalle forze dell'ordine, se e quando, dovranno sganciare 500 euro circa per ogni regola infranta. In caso di minorenni la multa verrà inviata ai genitori o a chi esercita la patria potestà, in caso di mendicanti non identificati, a parte il sequestro dell'elemosina, non è ancora chiaro chi pagherà. Insieme alle sanzioni comunque, il Comune avverte che sono stati già stanziati tre milioni di euro per programmi di prevenzione, sostegno e recupero. Fumo negli occhi? Moratti è convinta del contrario: «Milano - assicura - è la prima città che ha emesso le ordinanze per la sicurezza unite a interventi di prevenzione, sostegno e recupero sociale». E dire che persino nella sua maggioranza c'è chi non è affatto d'accordo sull'"old deal" annunciato dal sindaco. Che dire per esempio di Bossi? Ieri il senatùr ha marcato l'affondo. «I muri - ha tuonato - devi lasciarli stare, sono il libro dei popoli». «Più bacchettona della Moratti - ha aggiunto - non c'è proprio nessuno», e il leader del Carroccio si è lasciato andare a un po' di nostalgia ricordando i tempi in cui si faceva portare in auto sull'autostrada da Maroni (attuale reggente del Viminale) e proprio per lasciare scritte sui muri. «Dovunque c'è un popolo - ha aggiunto il leader del Carroccio - lì ci sono scritture. I muri devi lasciarli stare, sono il libro dei popoli. Con tutto quello che c'è da fare salta fuori la storia dei graffiti...». Ma Moratti, certo, non ci sta, e da vera donna di ferro ha promesso di tirar dritto contro tutti i malumori politici, anche se espressi da chi fa parte della sua stessa maggioranza.E' così che, entrando nel particolare, si scopre davvero di che si tratta. Le ordinanze come detto sono sei. Le prime due leggine sono state appositamente scritte e intitolate a chi usa e acquista stupefacenti. Dunque: assolutamente niente canne in pubblico, ma anche «divieto assoluto di cedere a qualsiasi titolo stupefacenti in luogo pubblico». Così ancora, lo stesso vale per l'acquisto «anche per uso personale» di stupefacenti «in luogo pubblico o in spazi aperti al pubblico» (come dire - suggerisce qualcuno - che tutto si può fare ma di nascosto). La terza ordinanza riguarda come detto la prostituzione e i clienti. E' fatto divieto - recita l'ordinanza - prostituirsi in luogo pubblico, contrattare prestazioni sessuali «per chi esercita il meretricio». Naturalmente i divieti riguardano come detto anche i clienti. Chi si ferma in auto è sanzionabile. Ma non basta: perché anche chi si ferma a piedi «sul demanio pubblico, su spazi aperti al pubblico o visibili al pubblico» per chiedere una prestazione sessuale è a rischio multa.Per quanto riguarda l'alcool, le sanzioni scattano quando si consumano bevande alcoliche in bottiglie di vetro o lattine in tutti i luoghi aperti al pubblico laddove, però, si creino condizioni di pericolo per le bottiglie abbandonate o frantumate; e ancora quando «si concretizzano comportamenti incivili, violenti o tali da limitare la piena e serena fruizione dei luoghi pubblici». Certamente la più controversa di tutte è l'ordinanza che riguarda proprio il cosiddetto accattonaggio. E' vietato per questo usare minori, anziani o disabili, ma chi non molesta non è sanzionabile. Vale a dire che chiedere l'elemosina si può, basta farlo seduti per terra. Ma se qualcuno viene beccato in condizioni diverse? Davvero, si chiedono in molti, si crede che un mendicante possa pagare 500 euro? E' proprio a questo che serve il "sequestro" del piattino, con tutta l'elemosina.

Pronta la polizia anche contro i No Tav

Magari domani si smentisce, dirà magari di essere stato frainteso. Fatto sta che Berlusconi ha rimostrato i muscoli un'altra volta. Stavolta ce l'ha coi valsusini no tav che già tre autunni orsono fece riempire di mazzate dalla polizia meno democratica d'Europa. Per ottenere, allora, che la resistenza a una grande devastante opera si radicasse ancora di più sul territorio e nelle coscienze. Il 6 dicembre, lassù, ci sarà ancora festa nell'anniversario della battaglia. ««Per realizzare il Corridoio 5 il Governo potrà ricorrere anche all'uso della forza», ha annunciato dunque il premier intervenendo al Salone di ciclo & motociclo alla Fiera di Rho. «Lo Stato garantirà la possibilità di riprendere i lavori dei trafori alpini anche attraverso l'uso della forza così come è stato a Napoli per i rifiuti. Non c'è una minoranza organizzata - ha aggiunto - che possa fermare un cantiere o un'autostrada». Secondo Berlusconi manifestare contro questi lavori «non è un'espressione di democrazia ma una violenza contro i cittadini». Banale e violento, come da copione. «Pensa di essere il duce e vede chiunque protesti come un nemico interno da schiacciare con la forza», denunciando «una concezione antidemocratica» tipica dell'attuale capo del governo a proposito di opere pubbliche «inutili» e da realizzarsi «a prescindere dal grado di consenso che hanno sul territorio». E la Tav è dannosa per l'ecosistema e per l'erario. Non pare accettabile che in piena crisi economica il governo voglia buttare 20 miliardi di euro per garantire appalti ad aziende legate agli amici degli amici. «Il più grande affare dai tempi di Tangentopoli. 800 chilometri di alta velocità (da Torino a Trieste) costano 50 miliardi. Come 200 anni di budget del Quirinale, come 3 punti di Pil, come quattro finanziarie. 850 euro ciascuno, neonati compresi. La Valsusa sarà sconquassata e malsana e la linea sarà obsoleta per quando sarà pronta. L'eurodeputato Prc, Vittorio Agnoletto, ricorda l'escalation di Berlusconi: «Ha iniziato con l'esercito a Napoli, ha proseguito con i militari nelle grandi città, poi con i carabinieri nelle scuole e ora vuole mandare l'esercito in val Susa. Vuole trasformare la Costituzione in carta straccia e l'Italia in uno Stato di Polizia, dove qualunque dissenso espresso democraticamente verrà represso con la forza. Le minacce contro i cittadini della val Susa troveranno sicuramente una forte, democratica e pacifica risposta nella manifestazione che i valsusini stanno organizzando per il 6 dicembre; lo stesso giorno tre anni fa Berlusconi provò a piegare la valle con l'esercito e fu sconfitto dall'opposizione della popolazione». La val Susa è un esempio di democrazia: sono state raccolte in valle oltre 30.000 firme contro l'Alta Velocità e migliaia di cittadini aderendo alla campagna "Compra un posto in prima fila" hanno acquistato un terreno nei luoghi dove il governo vorrebbe costruire il tunnel di oltre 50 chilometri. Parole, quelle del premier «di una gravità assoluta», come dice pure Ciro Pesacane, presidente nazionale del Forum Ambientalista e promotore dell'appello per il corteo dell'11 ottobre scorso: «La gente deve aver il diritto di metter bocca sulle trasformazioni del proprio territorio. Nel resto d'Europa le opere infrastrutturali si fanno dialogando con le comunità interessate.Così Berlusconi fa capire le intenzioni bellicose anche sull'altro progetto folle di questo governo: il rilancio del nucleare».Perfino per Altero Matteoli, quella del suo principale è una «battuta forte». L'attuale ministro per le Infrastrutture - cacciatore ed ex ministro per l'Ambiente, quota An - prova a dire che la battuta sia stata buttata lì «per dimostrare quanto importante sia per noi quest'opera». Non ci si aspetti una levata di scudi dall'opposizione parlamentare. Di Pietro è spalmatissimo sulle grandi opere. E il Pd? «Ricordiamo al Cavaliere che tutti i cantieri dell'Alta velocità sono stati aperti dal centrosinistra. Il governo di destra finora non ne ha attivato neppure uno» Manca solo che Sergio D'Antoni, ministro ombra per il Mezzogiorno, aggiunga un sonoro "Pappappero!". Fa di più: avverte del rischio che i cantieri aperti possano chiudere. «Le grandi opere vanno fatte, nessuno lo mette in dubbio. Ma i soldi programmati per lo sviluppo del Mezzogiorno devono rimanere al Sud», dice a proposito dei 16 miliardi sbandierati dal Cavaliere.


Checchino Antonini

4 novembre 2008

Roma: Irruzione fascista alla sede Rai

Irruzione alla Rai, minacce ai giornalisti di Chi l'ha visto? Gli ultrà di destra puntano l'indice contro la trasmissione di Rai3 che ieri sera ha mostrato un filmano inedito dell'aggressione ad un gruppo di giovani in piazza Navona, mercoledì scorso.

Una trentina di ultrà di destra, con il viso coperto da passamontagna, ieri notte hanno scavalcato i cancelli della sede di via Teulada, lanciando uova marce contro le pareti. Sono fuggiti prima che arrivasse la Polizia, ma stamane, telefonate di rivendicazione e minaccia a nome di Forza Nuova sono giunte alla redazione di Chi l'ha visto?. Per i volti di quegli aggressori del Blocco Studentesco mostrati durante la trasmissione, gli estremisti hanno promesso ai redattori pesanti ritorsioni: "Vi abbiamo identificato, a voi ed ai vostri familiari". Le telefonate di minaccia. Una voce maschile, adulta, con voce apparentemente pacata, ha chiamato la redazione da un'utenza fissa: "Abbiamo visto la vostra trasmissione dove chiedete nome, cognome e indirizzi di chi è stato fotografato. Noi faremo lo stesso con tutti voi: chi ha visto voi; chi lavora con voi; dove abitate, e poi verremo sotto le vostre case". Sono seguite altre tre telefonate dello stesso tenore.

"Ma noi non abbiamo mai coinvolto il pubblico", replica Federica Sciarelli, conduttrice della trasmissione. "Non ho sollecitato i telespettatori a fornire alcuna indicazione. Mi sono solo limitata a dire 'guardate queste immagini': tutto qua".
"Sono dei ragazzini spaventati". Nel filmato, mandato in onda al rallentatore, sono ripresi gli scontri avvenuti prima dell'aggressione davanti al bar Navona: "Guardate la faccia sgomenta e preoccupata dei ragazzi, sono dei ragazzini - commenta la Sciarelli - sono veramente dei ragazzini che scappano, spaventatissimi da quello che sta succedendo". Forza nuova: "La sinistra scalda gli animi". Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova - sigla che finora era rimasta 'ufficialmente' lontana dagli incidenti - si è affrettato a dichiarare la sua profonda indignazione per la trasmissione e la "volontà di certa sinistra di scaldare gli animi per riaprire una spirale di violenza contro i ragazzi di destra. Hanno tracciato una lista di proscrizione nei confronti di militanti politici". Curzi: "Azione squadrista". L'irruzione nella sede Rai di via Teulada ha mobilitato i vertici della Rai: il presidente Claudio Petruccioli ha telefonato preoccupato al ministro dell'Interno. Lunga telefonata anche tra il direttore generale della Rai, Claudio Cappon, e il capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli. Sandro Curzi, ex direttore TG3, oggi consigliere d'amministrazione della Rai, è convinto che il "blitz in via Teulada di fatto rivendica la legittimità dell'azione squadristica di piazza Navona contro la pacifica manifestazione di protesta degli studenti". "E' la prima volta che gli uffici e gli studi della Rai vengono assaliti con proditoria violenza, questo non è assolutamente accettabile ed è un segnale molto preoccupante per il nostro Paese", si legge in una nota del Sindacato dei giornalisti italiani. "Chiediamo, con forza - si legge ancora nella nota -, al ministro dell'Interno Roberto Maroni ed alla Magistratura che facciano piena luce sul gravissimo episodio perseguendo i responsabili di questo atto di stampo chiaramente squadristico".
«L'aggressione di chiaro stampa fascista e squadrista che la giornalista Federica Sciarelli e la redazione di 'Chi l'ha vistò, trasmissione da sempre impegnata, con inchieste coraggiose dalla parte dei cittadini, ha dovuto subire ieri notte, dopo aver mostrato i filmati relativi agli incidenti provocati da noti esponenti dell'estrema destra romana a Piazza Navona, non merita solo la nostra piena solidarietà e la nostra vigile denuncia di un atto inqualificabile e di chiara matrice neofascista». È quanto afferma Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc . «Merita anche e soprattutto l'attenzione del Ministero dell'Interno -continua Ferrero- che ora non ha, se mai le ha avute, più scuse nel sottovalutare continue aggressioni neofasciste o addirittura nel cercare di sovvertire la verità in merito alle vere responsabilità di chi ha premeditato, organizzato e messo in atto le violenze di piazza Navona, come ha cercato di fare il sottosegretario all'Interno riferendone in una sede istituzionale, e cioè di fronte alla Camera, venerdì scorso». «Verità e responsabilità -aggiunge Ferrero- che lo stesso filmato mandato in onda dalla Sciarelli a 'Chi l'ha visto?' mostra in modo netto e inequivocabile. Cosa aspetta, il ministro Maroni -conclude- a prendere provvedimenti immediati e inequivoci?».
Solidarietà a Rai Tre, a Federica Sciarelli e la redazione di “Chi l'ha vistò”, trasmissione da sempre impegnata, con inchieste coraggiose dalla parte dei cittadini - è stata espressa anche da Italo Di Sabato responsabile dell'Osservatorio sulla repressione del Prc- Come ha fatto anche ieri sera - aggiunge Di Sabato - mostrando i filmati relativi agli incidenti provocati da noti esponenti dell’estrema destra romana a Piazza Navona. Quanto accaduto questa notte nella sede Rai di via Teulada ha dell'inqualificabile. Circa 50 persone attivisti di destra hanno fatto irruzione senza riuscire ad essere bloccati. All'irruzione sono seguite le minacce alla redazione. Un attacco squadrista alla sede della Rai - conclude Di Sabato - non può essere sottovalutato, è indice di un clima pericolosissimo che da tempo denunciamo. Sarebbe molto grave se qualcuno cercasse ancora di giustificare questo atti di chiara violenza fascista.

Tornerà ad essere un reato "l’oltraggio a pubblico ufficiale"

Torna dopo dieci anni il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, abrogato nel 1999 con la legge sulla depenalizzazione dei reati minori. Da sei mesi a due anni di carcere per chi offende l’onore o il prestigio di un pubblico ufficiale, è la pena prevista da quasi tutte le otto proposte di legge presentate da maggioranza e opposizione alla Camera e al Senato.
Dieci anni fa il legislatore aveva ritenuto eccessiva la pena rispetto al reato, decidendo infine di abrogare la norma, in vigore da 70 anni, "perché non più rispondente alle esigenze attuali ed alle concezioni sociali dominanti della società moderna". "Un errore ai limiti della irresponsabilità legislativa che ora bisogna riparare", dice il senatore del Pdl Maurizio Saia, tra i promotori dell’iniziativa di legge che intende ripristinare gli effetti sanzionatori dell’articolo 341 del codice penale. Una forma di punibilità dell’offesa recata ad un pubblico ufficiale è ancora in vigore secondo il codice penale, che sanziona l’ingiuria aggravata commessa contro pubblici ufficiali.
"Non c’è però - commenta il carabiniere in aspettativa e deputato del Pdl Filippo Ascierto - l’attivazione automatica della macchina della giustizia. Inoltre, la procedibilità non è d’ufficio, ma a querela di parte, e questo relega il pubblico ufficiale in una posizione inferiore a quella di un qualunque altro cittadino".
"L’oltraggio ad un pubblico ufficiale - sottolinea Ascierto, che ha presentato una proposta di legge per ripristinare il reato abrogato dieci anni fa - può danneggiare in maniera grave l’immagine della Pubblica amministrazione, di fatto completamente spodestata da qualsiasi forma di tutela".
"La figura che rappresenta lo Stato necessita di una tutela e di una garanzia tali che i comportamenti che ne offendono la reputazione o il decoro devono essere sanzionati penalmente in relazione alla funzione che svolge il pubblico ufficiale nella nostra società", argomenta la parlamentare del Pdl Isabella Bertolini, anche lei tra i promotori di una iniziativa legislativa per reintrodurre nel codice penale il reato di oltraggio a pubblico ufficiale.
La scelta di avviare una politica legislativa di depenalizzazione, come quella del 1999 che comprendeva, appunto, anche il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, è condivisibile, aggiunge Bertolini, "perché il codice Rocco presenta, ad oggi, reati che possono essere considerati ormai superati dal mutare della realtà sociale". Tuttavia, "le istituzioni e chi le rappresenta costituiscono un punto di riferimento importante per la vita dei cittadini. Per questo - sottolinea l’esponente del Pdl - non vanno trascurate o abbandonate. Anzi, al contrario, la loro immagine e il loro prestigio va difeso, per il ruolo e la funzione che esse rappresentano per l’intera collettività".
"Obiettivamente fuori misura", secondo la deputata del Pdl Angela Napoli, la pena prevista dal codice penale prima che il reato di oltraggio a pubblico ufficiale venisse abrogato: da 6 mesi a 2 anni. La cancellazione di quel reato, però, "ha creato una evidentissima e dannosa carenza di tutela giuridica del prestigio e dell’autorità dello Stato in generale. Per questo - spiega Napoli - è necessario reintrodurre il reato". Anche se con una pena più lieve: fino a un anno di carcere, secondo la proposta di legge presentata da Napoli.


fonte: Adnkronos

Milano, prime quattro denunce per un picchetto al liceo

Denunciati per picchetto. Ci hanno pensato i carabinieri a rispondere all'invito del ministro dell'Interno Maroni e ieri si sono presentati davanti all'Istituto magistrale Agnesi, in via Tabacchi (chiamati da dei genitori o dal preside, le versioni divergono). Tre ragazze e un ragazzo (due minorenni) sono stati denunciati per "interruzione di pubblico servizio". Con l'aggravante "d 'intenzione d'occupazione". Uno dei nuovi reati che il governo presto renderà legge in questo paese? Avevano appeso due striscioni alle finestre dell'istituto con scritto: "occupiamo ma studiamo" e "Agnesi occupato". Un chiaro gesto d'intenzionalità. Così un picchetto informativo, quelli che bloccano l'entrata per 5 minuti distribuiscono volantini e poi tutti dentro a scuola - ce ne sono a dozzine in queste settimane - è finito con le volanti, le identificazioni, le denunce. Un segnale. Il primo davanti a scuola. E' cominciata la campagna reprimi, dissuadi, spaventa? Sembrerebbe. Così uno striscione con una stupida catena lasca lucchettata tra due guard rail del ponte Bacula che ha rallentato il traffico in mattinata, viene definito «un attentato» da diversi esponenti del centrodestra. Si alzano i toni. Sta all'intelligenza degli studenti non abboccare.

Notizie Correlate