12 ottobre 2008

Testmonianze: Razzismo a Pisa, la rossa....

Pisa – Una città tranquilla, con un retroterra storico e culturale di città "di sinistra", ma come accade da un po' in altre città, toscane e non solo, la politica degli sceriffi e del securitarismo non manca di dare i suoi frutti. Da tempo in città si avverte un clima pesante verso i cittadini extracomunitari, con un particolare accanimento verso i venditori ambulanti in gran parte della comunità senegalese. Una recente ordinanza del sindaco Filippeschi (PD) proibisce di avvicinarsi nei pressi dei luoghi di interesse storico o monumentale muniti di borse o borsoni, con ciò pensando di intimorire o colpire i cosidetti vu comprà. In risposta a questa iniziativa del Comune si sono attivate associazioni, comunità senegalese, realtà del precariato e dell'antagonismo, la scorsa settimana un presidio di trecento persone sotto al Comune. Presidì con borse al seguito e richieste inascoltate di incontrare il sindaco non sono servite a far rientrare le decisioni prese. Intanto la destra ha ben pensato di soffiare sul fuoco. Lo scorso Venerdì, fin dal primo pomeriggio Polizia, vigili urbani e carabinieri hanno dato prova delle politiche sulla sicurezza cittadine. A giudicare dai fatti verrebe da dire che il razzismo e la xenofobia non sono più elemento caratterizzante di una sparuta minoranza di neo-fascisti. Andiamo ai fatti.
Come informa un comunicato dell'ass. d'informazione indipendente aut-aut Pisa, nel pomeriggio di venerdì la polizia interviene in piazza S.Caterina e manda via i migranti che riposano sulle panchine. Viene detto loro di andar via, senza una reale motivazione. Qualcuno scappa per paura, ma non vengono chiesti documenti. I poliziotti si avvicinano ai migranti e svegliandoli con calcetti, viene intimato loro di andar via. In piazza non si può sostare,riposare. Se la tua pelle è scura devi allontanarti, specialmente se sta per cominciare una dimostrazione razzista. Un gruppo di giovani si avvicina per capirne il perché: gli uomini in divisa iniziano a telefonare ai superiori e dopo un po' vanno via. I ragazzi, prosegue la nota di aut-aut, "accompagnano" i migranti su panchine più sicure. Intorno alla piazza, nel frattempo, vigili urbani e poliziotti di quartiere fermano tutti i migranti che sono in zona. Documenti ed allontanamento dal quartiere. Ripuliscono la piazza per permettere ad un gruppo di neofascisti (azione giovani, laboratorio 99 etc..) di inscenare una pseudo-manifestazione contro i "vu cumprà", poche decine di persone con trenta bandierine dell'Italia. Gli stessi, giorni prima, avevano tentato un'azione di arbitraria identificazione sotto il Duomo, aggirandosi fra le bancarelle e chiedendo i documenti ai migranti. Ma questa volta lo fanno in centro, a due passi da Borgo Largo.
Un gruppo di anitrazzisti, allora, decide di contestare il presidio xenofobo. Lancia slogan. La Questura si fa prendere dal panico e cominciano le botte. Mentre un auto di neofascisti si allontana sgommando, in piazza arriva correndo la celere. Al grido di "prendeteli" le guardie si lanciano verso i contestatori. Nei vicoli del centro si scatena la caccia all'antifascista. Schiaffi, manganellate e gente trascinata. E questo, a dire dei presenti, senza che ve ne fosse motivo ( il presidio dei destrorsi era infatti ormai concluso). Alla fine gli agenti fermano un giovane e lo portano in questura. Qui un centinaio di militanti antifascisti rimane in presidio aspettandone la liberazione. Dopo un paio d'ore viene rilasciato. Fine della giornata. Accade a Pisa, accade un po' ovunque ultimamente, in attesa che i tempi sonnacchiosi della politica "di sinistra" siano al passo con quelli di una realtà che non può attendere, e ogni giorno che passa è più pesante.


Adriano Ascoli -Pisa-

Testimonianze: La storia di una carta...di soggiorno

Fatma vive da quattro anni a Capranica, come quattro sono i figli, tra isei e i 18 anni. Lei ne ha più di trenta ed è una curda, della Turchia.E’ riuscita ad avere l’unica “casa popolare”, messa in palio negliultimi anni, grazie alla vincente prole, al reddito dimostrato, al fattoche uno di loro che compie lunedì 13 anni, è affetto da un raro virusper cui è stato operato infinite volte e altrettante ne dovrà affrontaree ha ottenuto il certificato d’invalidità. Ha anche un marito, Bawer,rifugiato politico che da sempre è mediatore culturale e operatoresanitario in strutture pubbliche di assistenza a Roma, dove sta sempre.Lei lavora come “donna delle pulizie”, è una freccia, alta, bellissima,carica di dignità e passione: oggi parla quasi bene l’italiano. Così miha raccontato proprio ieri la storia della sua carta di soggiorno. Hascoperto che poteva richiederla e pagare, solo una volta ancora, in viapermanente ma…alt: quanto è grande la sua casa? Può davvero ospitare 6persone? Bene: ha tre stanze da letto, due bagni, cucina e soggiorno,non basta, va misurata. Fatma è andata all’Ufficio tecnico del comune di Capranica già carica di documentazioni necessarie ma non basta, dovevaandare a Viterbo: misurare, misurare. L’ha fatta misurare, ha perso inquesti valzer, tre giornate di lavoro, correndo a riprendere i figli ascuola e pagare le richieste quotidiane di cancelleria, cartoleria,assicurazioni scolastiche , per l’istruzione gratuita e obbligatoria dielementari e medie inferiori e tra libri e varie sono stati 700 euro,solo a settembre. Attende inoltre dall’Ambasciata di Turchia,l’attestazione che è sposata. Oggi apprendo che dopo il permesso di soggiorno a punti, arriva la tassa sull´immigrato. Ogni straniero dovrà infatti versare 200 euro perchiedere il rilascio e il rinnovo del permesso o avviare la pratica dicittadinanza e che la tassa va ad aggiungersi ai 70 euro di costi fissigià sborsati dai lavoratori extracomunitari. Il nuovo balzello ècontenuto in due emendamenti leghisti al disegno di legge sullasicurezza e servirà a finanziare un “fondo per la prevenzione dei flussimigratori” istituito presso la Farnesina. Non ho parole, se non quelle che ho scritto.

Doriana Goracci

10 ottobre 2008

Bologna: La Procusa indaga sulla mappatura antifascista

La Procura di Bologna apre un fascicolo ipotizzando il reato di istigazione a delinquere in relazione alla pubblicazione sul blog dell'Assemblea Antifascista Permanente di una dettagliata mappa di sedi e ritrovi neofascisti in città. Ciò a soli due giorni di distanza dalle dichiarazioni del leader locale di CasaPound Italia Alessandro Vignali, che avevano attirato l'interesse dei media locali sul monitoraggio dell'AAP («Serve a promuovere azioni contro persone e luoghi»), e a cui la redazione del blog aveva risposto negando qualsiasi istigazione alla violenza e riaffermando la necessità, a fini di tutela collettiva, della massima attenzione sulle attività dell'estrema destra.

Milano: muore in questura poche ore dopo l'arresto. E' il terzo caso in un anno

Un georgiano di 25 anni è stato trovato morto nelle celle di sicurezza della Questura di Milano. Il ragazzo, Georgi B., senza fissa dimora, era stato arrestato la sera di mercoledì insieme ad altri due connazionali con l'accusa di furto pluriaggravato. I tre erano stati sorpresi all'interno della Feltrinelli di Corso Buenos Aires mentre rubavano lettori mp3, pare, dagli scaffali. Ad arrestarli gli uomini dell'unità operativa criminalità diffusa della Squadra Mobile. All'arrivo in questura, intorno alle ore 20, i tre sono stati rinchiusi in tre celle separate poco dopo il fatto e ieri mattina sarebbero dovuti andare al processo per direttissima. Quando gli agenti sono entrati nella cella del venticinquenne, intorno alle 8, per svegliarlo, non ha dato segni di vita. Sul posto sono intervenuti i medici del 118 che ne hanno constatato il decesso. Il medico legale ha effuettuato un primo sopralluogo. Sarà l'autopsia ad accertare le cause del decesso. Stando alle agenzie, la vittima non avrebbe alcun segno di violenza sul corpo e il malore resta la causa più probabile del decesso. A causare la morte sarebbe stato un collasso. Il malore avrebbe impedito al ragazzo, che avrebbe compiuto 25 anni tra dieci giorni, di chiedere aiuto. Le notizie sul caso arriveranno col contagocce nell'arco della giornata. Gli unici particolari a disposizione dei cronisti sembrano essere i dettagli del tentativo di furto nella rivendita di Feltrinelli per cui sono stati arrestati i tre ragazzi. Ma intanto le statistiche registrano altri due casi nel giro di un anno di decessi nelle camere di sicurezza della questura di Milano.Il 4 settembre 2007, Antonio D'Apote, 49 anni, muore nella camera di sicurezza dove era stato rinchiuso subito dopo l'arresto: viene ritrovato già cianotico dagli agenti, che sono andati a controllare perché non avevano sentito risposta all'appello e spira prima dell'arrivo dei soccorsi.È il secondo caso nel giro di due mesi: il 10 luglio era toccato a Mohammed Darid, 32 anni, marocchino, arrestato la sera prima dagli agenti della Polfer in stazione Centrale per spaccio di stupefacenti e trovato senza vita dentro la cella di sicurezza alle 9 del mattino.Non c'erano segni di violenza sul suo corpo, avrebbe stabilito il medico legale. Arresto cardiocircolatorio, sancì l'autopsia. La stessa scena si è ripetuta con D'Apote, sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno in casa, una fedina penale zeppa di precedenti per spaccio, furto e rapina, problemi di tossicodipendenza, era stato pizzicato per strada alle 3.30 da due agenti delle Volanti, mentre chiacchierava con una ragazza.Aveva provato a reagire, prima e dopo le manette, probabilmente sotto l'effetto di stupefacenti, e aveva continuato ad andare in escandescenze anche dopo l'arrivo in via Fatebenefratelli e l'ingresso in cella di sicurezza. Visto anche prendere a testate il muro da alcuni testimoni, D'Apote si era poi disteso pancia a terra. Intorno alle 6.15, secondo la versione fornita dalla Questura, gli agenti di sorveglianza lo hanno chiamato una prima volta, pensando che dormisse, per andare a firmare il verbale d'arresto. Poi una seconda, non sentendo risposta. Alla terza sono entrati ma l'uomo già non respirava più. La chiamata al 118 è partita alle 6.35: quando i soccorritori sono arrivati, però, D'Apote era, già morto.

9 ottobre 2008

Chiaiano : 5 denunce per interruzione di pubblico servizio

Il 30 settembre scorso, decine e decine di cittadini e cittadine si opposero al passaggio di alcuni camion militari che dovevano entrare nell'area della selva di Chiaiano. In piena mattinata , davanti alle telecamere giunte li' per alcuni servizi di approfondimento sulle lotte contro la discarica, i cittadini passeggiando lentamente sulla strada rallentavano l'avanzata dei camion. L'inziativa, assolutmente sponstanea, fu interrotta da un intervento delle volanti del commissariato di Polizia di Scampia che irruppero nel presidio arrestando l'ex sindaco di Marano Mauro Bertini, trascinandolo con la forza nelle volanti e partendo a sirene spiegate come se avessero arrestato chissa' quale camorrista. Per quel rallentamento sono arrivate oggi 5 denunce per interruzione di pubblico servizio a 5 tra attivisti ed attivistedel presidio permanente di Chiaiano e Marano, tra cui studenti, lavoratori, casalinghe e liberi professionisti. Un'azione vergognosa che vede la regia del commis sariato di polizia di Scampia che invece di impegnare i propri uomini pe fornteggiare la camorra nel quartiere con piu' morti ammazzati d'Europa viene ad arrestare e caricare l parte sana dell'area nord di Napoli che si batte contro la devatsazione ambientale. Alla luce di queste denunce, e della vergognosa operazione su Pianura, che accomuna beceramente interessi clientelari e la legittima resistenza di cittadini in difesa della salute a cui va tutta lo nostra solidarieta', rigettiamo al mittende il tentativo di intimorirci. Piu' forti di prima stiamo costrunedo il meeting delle comunita' resistenti della Campania per lanciare un'offesiva comune contro il piano rifiuti dall'avellinese a Napoli, dal casertano al cilento. Incontreremo venerdi' prossimo a Marano le comunita' dell'Alto Piano del Formicoso, e sabato saremo a Ponticelli alla manifestazione contro l'inceneritore, perche' uniti possiamo fermare il piano.
Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano

Bologna: Comunicare in Piazza Verdi non è reato. Assolti quattro attivisti della Rete Universitaria

Crolla il castello accusatorio del pm Giovagnoli, che ipotizzò due anni fa la violazione del Testo Unico di Legge sulla Pubblica Sicurezza di fascista memoria. Non fu una manifestazione non autorizzata ma un libero e festoso esercizio del diritto d'espressione.

Si trattò di una festa, o di un assembramento spontaneo di persone interessate a discutere del divieto di tre giorni di iniziative in Piazza, avanzato dalla Questura di Bologna a seguito di una richiesta avanzata dalla Rete Universitaria, realtà studentesca attiva tra il 2003 e il 2007. Non si trattò, ad ogni modo, di una manifestazione, e non fu turbato l'ordine pubblico.E' stata un agente della Digos, teste d'accusa, a sottolineare questo discrimine. Per questa ragione, nell'udienza tenutesi mercoledì mattina, è stata la stessa accusa, rappresentata in aula dal pm Silvia Marzocchi, a richiedere l'assoluzione per quattro giovani al tempo attivisti della Rete. Assoluzione, con formula piena (il fatto non sussiste), concessa poi dal giudice monocratico Stefano Marinelli.
I fatti in questione si riferiscono al 15 maggio 2006. Già nel 2004 e nel 2005, senza peraltro particolari problemi di ordine pubblico, la Rete Universitaria aveva organizzato tre giorni di dibattito, musica e socialità nella piazza. Nel 2006, in piena polemica sul degrado, la questura vietò l'evento, per il quale era stata data comunicazione per i giorni 16, 17 e 18 maggio. Il giorno prima decine di studenti, alcuni attivi nei collettivi universitari, si riunirono festosamente nella piazza stessa per denunciare pubblicamente il divieto. La procura, nella persona di Paolo Giovagnoli (il famigerato pm dell'eversione) aprì un fascicolo ipotizzando la violazione del Testo Unico di Legge sulla Pubblica Sicurezza (TULPS) emanato dal fascismo nel '31 e tutt'ora in vigore in molti sui articoli, tra cui l'art.18 che sanziona le riunioniMesi dopo furono inviato agli attivisti decreti penali di condanna per oltre 500 euro, a cui gli interessati si opposero, richiedendo il dibattimento. Che, giunto alla terza udienza, si è concluso nel migliore dei modi. A concorrere all'assoluzione anche un vizio di forma: non si può parlare di contravvenzione a divieto della questura, dal momento che esso non riguardava il giorno in cui è stato contestato il reato, ma i tre giorni successivi. Come in molti precedenti casi, il castello accusatorio innalzato da Giovagnoli risulta completamente smontato.


Genova G8: La difesa della Polizia: «Agenti messi in fuga dai manifestanti»

«Sono d'accordo con i pubblici ministeri: la notte della Diaz erano sospese le garanzie costituzionali». Sono state queste le prime parole di Marco Corini, difensore, tra gli altri, di Francesco Gratteri, uno dei poliziotti più importanti d'Italia, attuale capo dell'Anticrimine e capo Sco ai tempi del G8 di Genova, all'inizio della sua arringa a Genova: «Sono state sospese le garanzie costituzionali, perchè la Polizia è stata costretta a fuggire, perchè una pattuglia è stata aggredita. Tutto questo in uno scenario di guerra». Nel processo per il bliz di polizia nella scuola Diaz, durante il quale furono pestate 93 persone che dormivano nell'edificio - Francesco Gratteri è accusato di falso e abuso d'ufficio. La notte del 21 luglio 2001, era lui il più alto in grado tra i ventotto dirigenti di polizia presenti. Il suo avvocato, però, in aula come in un'ampia memoria presentata alla corte, ha cercato di spiegare che il suo assistito arrivò davanti alla scuola 8 minuti dopo l'assalto. Una perizia video presentata dalle parti civili dimostra l'esatto contrario.

Milano: Immigrato malmenato dai vigili, sotto gli occhi del figlio

Buttato a terra e ammanettato fuori dalla scuola del figlio, da cinque vigili urbani, davanti a scolari, genitori, insegnanti. Un caso denunciato a Radio Popolare da una serie di testimoni e confermato dal diretto interessato. Caso razzismo? Secondo molti genitori della scuola di via Mantegna sì. I vigili non commentano. Il Comune, invece, lo fa da par suo con il vicesindaco De Corato: «Al momento risulta del tutto infondata l'accusa di razzismo, faremo gli accertamenti, ma di sicuro c'è solo la denuncia dei vigili nei confronti del senegalese: dall'inizio dell'anno è il settantaseiesimo atto di aggressione ai vigili». Già deciso, chiuso. Il senegalese (non il signor "tal de tali") ha aggredito i vigili.Ma vediamo i fatti. Il signor Diop Moussa, da 20 anni in Italia, verso le 8.30 accompagna il figlio a scuola come tutte le mattine, viene fermato da una pattuglia dei vigili davanti a scuola perché il piccolo siede davanti senza cinture. I vigili chiedono patente e libretto, come normale. Il genitore dà i suoi documenti e chiede di poter far entrare il figlio e poi di dare il libretto, altrimenti perde la campanella. I vigili non ci sentono. Ne nasce una discussione. I toni si alzano. Il bambino è sempre lì. Volano parole grosse, arrivano i colleghi, strattonano il genitore («mi volevano prendere le chiavi della macchina», dirà lui). Il bambino è sempre lì. Volano spintoni e gli saltano addosso. "L'immigrato dava in escandescenze" riporta una fonte anonima del corpo dei vigili urbani. Di sicuro, il Signor Diop viene buttato a terra, con sopra cinque vigili, ammanettato e portato al comando. Una brutta scena, bruttissima per chi l'ha vista. Mamme, operatrici scolastiche e ovviamente bambini. «Ho visto tutto - dice una testimone a Radio Popolare - meno male che avevo lasciato i figli a scuola, gli altri bambini sono rimasti scioccati... non è che per una sosta vietata o una contravvenzione si possa essere sbattuti per terra così...». Per fortuna c'è la reazione di diverse mamme della scuola che seguono i vigili al comando per sapere cosa succede al signor Diop. Protestano. Ed è qualcosa da sottolineare di questi tempi. Intanto, il signor Diop viene denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. Lui, sembra, sporgerà una controdenuncia e dice: «Io credo che l'atteggiamento dei vigili sia dipeso dal fatto che sono straniero e che sono di colore. In vent'anni non mi era mai successo... E' l'aria che tira, è tutto più difficile». Non molto diverse le reazioni all'uscita da scuola, quando la voce si sparge col tam tam: «Non ho parole, si sta arrivando alla follia», «Drammatico, non c'era ragione, nessuna», «Davanti a scuola, davanti ai bambini...». E così via.Di sicuro oggi sentiremo la versione dei vigili. Il verbale. Ma la percezione è quella. Allarme. Guarda il nero a vista. Non più di una settimana fa, in via Archimede, un ambulante abusivo è stato preso a mazzate da baseball da un altro ambulante con insulti razzisti, perché aveva messo il suo lenzuolo di merce vicino al suo banco. Anche in quel caso, alcune persone hanno raccontato. Molte altre hanno girato la testa. Ormai sono maggioranza?


fonte: Liberazione

Processo Rasman: Il Pm chiede il rinvio a giudizio per i poliziotti.

Chiesto il rinvio a giudizio, a Trieste, per quattro agenti di polizia coinvolti nell'omicidio colposo di Riccardo Rasman, 34 anni, stroncato nell'ottobre del 2006 nel suo monolocale di Borgo San Sergio da un collasso innescatosi durante l'ultima fase di un violento intervento della polizia. Secondo il pm la morte è direttamente collegata proprio alle modalità di intervento degli agenti.Nei prossimi giorni il gip Enzo Truncellito fisserà la data dell'udienza preliminare. I poliziotti avevano fatto irruzione nell'appartamento perchè Rasman aveva lanciato un paio di petardi sulle persone che passavano nella sottostante strada. Rasman era stato ammanettato e tenuto fermo sul pavimento con le mani bloccate dietro alla schiena. Una posizione che gli è stata fatale. In un primo momento per i quattro indagati era stato chiesto il proscioglimento. Ma nuovi elementi e i nuovi indizi hanno riaperto un caso che presenta parecchie analogie col caso Aldrovandi, il diciottenne ferrarese ucciso nel corso di un violento controllo di polizia, secondo la ricostruzione emersa finora dal processo in corso. A Trieste è emerso - da testimoni e registrazioni audio, che, quel 26 ottobre 2006, gli agenti sapevano che Rasman era assistito da un centro di salute mentale. Secondo i legali della famiglia Rasman, uno dei quali è lo stesso che segue la famiglia Aldrovandi, gli indagati non potevano non sapere con chi avevano a che fare. E non avrebbero dovuto fare irruzione nell'appartamento senza aver prima chiesto l'intervento di uno psichiatra. Il lancio di petardi era cessato da tempo. Esiste una specifica richiesta alla Centrale operativa della questura di verificare se Rasman fosse seguito dal Centro di salute mentale di Domio.

Padova: «Insultati e picchiati in caserma. Senza motivo»

Picchiati e insultati. Nella caserma dei carabinieri di Padova, dove erano stati portati dopo un blitz contro presunti spacciatori. Sarebbe accaduto a due giovani camerunensi che, insieme all'associazione Razzismo Stop, ieri hanno denunciato il fatto. Frank e Samson hanno raccontato di essere stati malmenati e minacciati sia fuori che dentro la caserma di via Rismondo.Nella notte tra venerdì e sabato alcuni agenti in borghese, nei pressi del circolo Koko Loco (gestito dall'associazione Diaspora africana, ben nota in città e che ha anche rapporti con il comune) individuano due presunti pusher. Scatta un inseguimento e vengono esplosi 5 o 6 colpi di arma da fuoco. Le persone che ancora stanno davanti al circolo fuggono cercando riparo proprio nel locale. Lo stesso fanno i due sospettati (due cittadini nigeriani, poi arrestati). Gli agenti irrompono nel circolo, fanno stendere tutti a terra e individuano i due presunti pusher. Il gestore del locale tenta di parlare con gli agenti ma riceve un calcio in faccia mentre - racconta lo stesso gestore - «gli agenti cominciano a distruggere sedie e divani in cerca di sostanze stupefacenti». Frank e Samson arrivano a operazione conclusa. Al circolo quella sera avrebbero dovuto fare i disk jockey. I due hanno regolare permesso di soggiorno e un lavoro. «Nessuno ci ha bloccati all'esterno del locale - dice Frank - ma all'interno gli agenti hanno cominciato a strattonarci. Quindi ci hanno buttato a terra immobilizzati con le manette e ripetutamente colpiti con calci e schiaffi». Il referto delle visite mediche parla di forti contusioni e distrazioni muscolari dovute a percosse (prognosi di dieci giorni salvo complicazioni). I due giovani vengono portati in caserma dove, sostengono, continuano «le botte e le minacce, come 'vi mettiamo la droga in tasca così uscite di galera tra due anni'». Il locale gestito da Diaspora Africana è stato chiuso per 45 giorni per ordine del questore. I carabinieri si limitano a commentare con il comandante, colonnello Vincenzo Procacci: «Abbiamo agito nella massima correttezza e tutti i fatti sono stati riferiti all'autorità giudiziaria». Intanto l'associazione Razzismo Stop nel denunciare «il clima di repressione è davvero insostenibile», convoca insieme alle associazioni migranti una manifestazione per lunedì prossimo. Concentramento alle 18 davanti alla stazione di Padova.

8 ottobre 2008

G8 Genova, Gratteri: "Alla Diaz sospesi i diritti costituzionali"

"Sono d'accordo con i Pubblici Ministeri: la notte della Diaz erano sospese le garanzie costituzionali". Sono state queste le prime parole di Marco Corini, difensore, tra gli altri, di Francesco Gratteri, attuale capo dell'Anticrimine e capo Sco ai tempi del G8 di Genova, all'inizio della sua arringa nel pomeriggio. "Sono state sospese le garanzie costituzionali - ha detto Corini - perché la polizia è stata costretta a fuggire, perchè una pattuglia è stata aggredita. Tutto questo in uno scenario di guerra e quindi in una sospensione di fatto dei diritti costituzionali". Secondo Corini, così come era falso dire che tutti i manifestanti facevano parte del blocco nero "non è possibile dire che tutta la polizia, tutti coloro che portavano la stessa divisa, abbiano avuto le stesse responsabilità di pochi esaltati". Questo clima, secondo il legale, ha di fatto portato ad una "sospensione dell'articolo 27 della Costituzione", l'articolo che riguarda la responsabilità penale come individuale. "La responsabilità penale in questo processo non è più personale ma è per gruppi - ha detto Corini -. Sta di fatto che l'articolo 27 è stato tradito, e questo tradimento ha inquinato l'approccio all'inchiesta".


Teramo: Scontri alla festa di casapound ·

Quattordici persone arrestate e due denunciate per rissa aggravata, tutte di età compresa tra i 25 e i 35 anni: è il bilancio di uno scontro avvenuto la scorsa notte in pieno centro storico a Teramo tra giovani di estrema destra e giovani antifascisti dei gruppi ultras e non sedato dall'intervento congiunto di polizia e Carabinieri. La rissa è scoppiata all'esterno di un bar dove si era tenuta una festa di un gruppo di giovani, provenienti anche da altre regioni, riunitisi per raccogliere adesioni al gruppo vicino all'area dell'estrema destra di «Casa Pound» [N.d.A. per un aperitivo, una cena e per partire alla volta di milano in nottata]. La riunione, autorizzata dalla Questura, si era tenuta regolarmente senza incidenti, ma alla sua conclusione un gruppo di giovani con i volti coperti armati di tubi di ferro, spranghe e borchie delle cinte dei pantaloni, ha assaltato il locale e aggredito i partecipanti scatenando la rissa. L'intervento delle forze dell'ordine, richiesto dai numerosi testimoni, ha permesso di sedare gli incidenti e di individuare ed arrestare i partecipanti. Si tratta di cinque teramani, già conosciuti per episodi analoghi, sette pescaresi e due pugliesi di Manduria (Taranto)


fonte: il Centro

Palermo, notte di roghi e rabbia contro la polizia

Rivolta nel quartiere dove vivevano i due ragazzi morti in moto inseguiti da una volante

La rabbia per due giovani vite spezzate si è trasformata in violenza. La rivolta è scoppiata la notte scorsa all'Albergheria, quartiere povero e degradato nel cuore del centro storico. Tra i suoi vicoli sono nati Giuseppe Giuffrida e Pasquale Ferrara. Avevano entrambi diciassette anni. Sono morti la notte del primo di ottobre. Secondo le prime ricostruzioni erano in sella ad uno scooter, senza patente nè assicurazione. Sarebbero fuggiti all'alt di una volante in ricognizione dopo l'allerta lanciato dal 113 per il furto di una moto. Per sottrarsi al controllo i ragazzi avrebbero imboccato contromano la circonvallazione cittadina schiantandosi frontalmente contro un auto che non è riuscita ad evitarli. L'impatto è stato tragico e fatale. Il sacerdote che pochi giorni dopo ha celebrato le loro esequie, padre Cosimo Scordato, durante l'omelia ha espresso l'interrogativo dei familiari, degli amici, di tutto il quartiere. Tra le bare bianche esposte in piazza, voli di colombe e palloncini, striscioni in ricordo di Peppe e Pasquale, il parroco si è chiesto se l'inseguimento fosse proprio necessario. A stabilire l'esatta dinamica dell'accaduto saranno le indagini. Ma, nel frattempo, l'insofferenza è evidentemente cresciuta. Ieri pomeriggio, sui muri di palazzine fatiscenti e vecchie dimore nobiliari in rovina, ad ogni angolo del mercato di Ballarò, sono comparse scritte contro le forze dell'ordine, tracciate con vernice nera o rossa, contro i poliziotti definiti "assassini", "infami" e "bastardi". Altre frasi in ricordo delle due giovani vittime: "Peppe e Pasquale sempre nei nostri cuori". Poche ore dopo alcune persone hanno dato alle fiamme cassonetti dell'immondizia in via Mongitore ed in via Albergheria. Gli incendi si sono propagati anche alle automobili parcheggiate vicino ai contenitori per i rifiuti. L'intervento della polizia e dei carabinieri, intenzionati a cancellare le scritte, non ha sedato gli animi. Contro i mezzi delle forze dell'ordine sono stati lanciati sassi e bottiglie. Una vera e propria guerriglia urbana al termine della quale gli agenti hanno bloccato due giovani. E mentre all'Albergheria andava in scena la rivolta, a poche centinaia di metri di distanza, nel cortile della Cattedrale proseguiva anche un'altra protesta, quella di decine di senzacasa che per la terza notte consecutiva hanno trascorso la notte in chiesa per protestare contro la mancanza di risposte dell'amministrazione cittadina all'emergenza abitativa. Per loro il responsabile del centro Padre Arrupe, il gesuita Gianni Notari ha tentato una mediazione con l'arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, al quale i senzacasa chiedono l'uso di un immobile della Curia inutilizzato. «Molti pretendono che i poveri restino in silenzio, che sopportino pazientemente - afferma padre Notari - Perché dovrebbero farlo? Per non infastidire la parte bene della città? Per non turbare il suo voler esserecool, turistica, europea? No. I poveri hanno diritto a farsi sentire». Alla base dell'occupazione della cattedrale, secondo Notari, non c'è solo l'esigenza di trovare un alloggio, «ma di attivare nuove politiche, di sbloccare assegnazioni ferme da troppo tempo, di fare un censimento delle case disponibili compresi i beni confiscati alla mafia, di attivare controlli che individuino ed escludano quanti non possiedono le condizioni per accedere ai benefici. Non si vuole, infatti, proporre un assistenzialismo incondizionato ma si vuole dare ascolto a chi non ha mezzi per chiedere il rispetto dei propri diritti e attivare politiche pubbliche che possono affrontare in maniera organica la carenza abitativa della città». Nel frattempo, il sindaco, Diego Cammarata, è intervenuto su entrambe le questioni. «Pur nell'umana comprensione nei confronti delle famiglie e degli amici» dei due ragazzi dell'Albergheria il primo cittadino ha condannato «ogni forma di intolleranza e violenza» ed ha espresso «piena solidarietà alle forze dell'ordine». Nei confronti dei senza casa Cammarata ha escluso di potere utilizzare la foresteria del Nuovo Teatro Montevergini ed ha chiarito che «la questione della casa a Palermo va affrontata in chiave nazionale con il sostegno indispensabile dello Stato». Una soluzione, dunque, non imminente. «Chi sostiene che il Comune possa, con le sue sole forze, trovare una soluzione ad un fabbisogno così alto di case popolari - conclude Cammarata - sa bene che questo è impossibile e intende solo creare un clima di scontro e sostenere iniziative illegittime come le occupazioni abusive, giustificando di fatto una situazione di illegalità diffusa».
fonte: Liberazione

7 ottobre 2008

Salerno: sgomberato il laboratorio Diana

Il 6 ottobre 2008, ennesimo atto di repressione nei confronti del Laboratorio Diana. Senza alcun avviso alle ore 6 è stata effettuata la muratura degli ingressi dello spazio sociale in via Allende. Sono intervenute varie pattuglie e camionette della Polizia e dei Carabinieri a coadiuvare le operazioni: oltre 80 gli agenti impegnati!Lo sgombero, senza alcun preavviso, è avvenuto mentre era atteso un responso circa l’eventuale apertura di un tavolo di trattative con la Regione Campania e la Provincia di Salerno.Una parte del materiale che si trovava all’interno dei capannoni, acquisito in quest’anno e mezzo di attività dal collettivo, è stato trovato danneggiato ed alcune strutture installate per la messa in sicurezza del posto sono state rimosse. Il Laboratorio Diana Reload non intende accettare quest’atto di violenza ordinato da tristi burocrati che preferiscono mantenere inutilizzata una struttura, già abbandonata da 20 anni, che invece gli attivisti del collettivo avevano riportato alla vita come centro di aggregazione giovanile con l’organizzazione di eventi culturali come mostre, concerti, dibattiti, cineforum e tanto altro.La nostra esperienza di socialità e di lotta per i diritti non si ferma qui, ma continuerà all’interno della nostra città.

Parma: Tre donne accusano i vigili: "Calci e pugni a Emmanuel"

Lo studente operato nel pomeriggio con esito positivo. Le testimoni tutte concordi: Francesca Zara, giocatrice della Lavezzini e altre due donne contraddicono la versione della municipale. Il procuratore: "Ragazzo forte, non tutti avrebbero trova to il coraggio di denunciare"

Emmanuel Bonsu è stato operato, con esito positivo, nel tardo pomeriggio dall'equipe chirurgica del reparto maxillo-facciale del Maggiore. Proprio nelle ore dell'operazione si sono moltiplicate le testimonianze di chi, lunedì sera, era al parco Ex Eridania e ha assistito, parzialmente o totalmente, alla scena del fermo. Una baby sitter, una signora che frequenta il parco con il cane e una campionessa di basket. Due delle tre donne sono state ascoltate nella mattinata dalla Procura della Repubblica, che sta cercando la verità mettendo a confronto due versioni diametralmente opposte. Quella dei vigili urbani, che parlano di una caduta accidentale durante il fermo e negano di avere scritto sulla busta "Emanuel negro"; e quella dello studente che dice di essere stato picchiato e insultato con epiteti razzisti. Il sindaco Pietro Vignali, invitato dalla trasmissione Chi l'ha visto a intervenire dopo la messa in onda delle testimonianze, non ha chiamato.

La giocatrice di basket: "Lo malmenavano almeno in tre"
"Portavo a passeggio il mio cane quando nel parco ho notato una certa confusione. Allarmata e incuriosita ho guardato: prima ho assistito a un arresto e poi ho visto un ragazzo nero, Emmanuel, a terra. Urlava, spaventato. Intorno a lui c'erano almeno 3 persone (solo poi ho capito essere agenti in borghese) che lo malmenavano. Una di loro aveva anche una pistola". E' quanto dichiara a panorama.it Francesca Zara, campionessa di basket della Lavezzini Parma.

La giocatrice ha poi telefonato a Chi l'ha visto precisando: "Non è scivolato, lo hanno messo a terra". E alla domanda se i vigili lo avessero picchiato, ha risposto: "Qualche calcio glielo hanno dato". Poi ha spiegato di avere capito che si trattava di un'operazione di polizia solo quando sono spuntate le manette e il ragazzo era già a terra.


La baby sitter: "Non ha colpito gli agenti, cercava solo di difendersi"
Una baby sitter che frequenta spesso il parco, intervistata da Radio Milano e da Chi l'ha visto, ha raccontato di avere assistito al pestaggio: ''Ho sentito urlare. C'era quel ragazzo per terra, con quattro uomini e una donna che lo tenevano per non farlo muovere. Uno di quel gruppo gli ha dato un calcio nel fianco, e lui ha urlato. La scena era molto forte, e io ero scossa. Ho visto poi che lo portavano via, e uno degli uomini saliva sulla sua bicicletta. Il ragazzo ha urlato: Perchè mi portate via la bicicletta? E uno del gruppo gli ha dato un altro pugno nel fianco e gli ha detto: Stai zitto". La donna ha anche detto di avere visto circa 15-20 persone che hanno assistito alla scena.

Una signora: "Ho visto degli uomini che lo rincorrevano"
"Ero con un'amica sulla panchina che chiacchierava. Non avevamo mai visto quel ragazzo in questo parco - ha detto una signora alle telecamere di Chi l'ha visto - e l'abbiamo solo visto correre. Gli agenti erano tutti in borghese e quattro erano uomini, su due panchine. Non ci hanno detto nulla, si sono seduti lì e guardavano intorno e poi si sono scambiati un'occhiata. Uno è partito verso il fondo del parco, poi c'è andato anche il secondo. Gli altri sono stati fermi sulla panchina a parlare e nel giro di un minuto sono partiti a correre dietro a un ragazzo con una felpa azzurra. Noi li abbiamo visti correre dietro a questo ragazzo. L'hanno atterrato e si vedeva che davano dei calci, l'hanno buttato a terra ancora e poi non abbiamo più visto nulla". La donna ha anche detto di non avere sentito urla perchè era troppo lontana.

Il cliente dello spacciatore sarà ascoltato nei prossimi giorni
Un quarto testimone, un parmigiano fermato per un controllo nell'operazione antidroga al parco (un cliente dello spacciatore di hashish arrestato), potrebbe essere ascoltato domani. Il ragazzo, segnalato come consumatore abituale di droghe leggere, potrebbe aver visto qualcosa del fermo di Bonsu e delle percosse denunciate.


fonte: La repubblica

Pisa: cariche contro gli antifascisti

Il 3 ottobre sarà ricordato come una delle pagine più nere che la città abbia vissuto. Fin dal primo pomeriggio Polizia, vigili urbani e carabinieri hanno dato prova della vera natura delle politiche sulla sicurezza cittadine. Il razzismo e la xenofobia non sono più elemento caratterizzante di una sparuta minoranza di neo-fascisti, ma ormai fanno parte del tessuto politico di questa città che siede sui banchi del governo cittadino. Andiamo ai fatti.

Ore 15: la polizia interviene in piazza Caterina e manda via i migranti che riposavano sulle panchine. Viene detto loro di andar via, senza una reale motivazione. Qualcuno scappa per paura, ma non vengono chiesti documenti. I poliziotti si avvicinano ai migranti e svegliandoli con calcetti, viene intimato loro di andar via. In piazza non si può sostare,riposare. Se la tua pelle è scura devi allontanarti. Un gruppo di giovani si avvicina per capirne il perché: gli uomini in divisa iniziano a telefonare ai superiori e dopo un po' vanno via. I ragazzi "accompagnano" i migranti su panchine più sicure. Va via la polizia ed arriva la digos. Da quel momento la piazza viene presidiata da tre agenti della digos. Intorno alla piazza, nel frattempo vigili urbani e poliziotti di quartiere fermano tutti i migranti che sono in zona. Documenti ed allontanamento dal quartiere. Ripuliscono la piazza per permettere ad un gruppo di neofascisti (azione giovani, laboratorio 99 etc..) di inscenare una pseudo-manifestazione contro i "vu cumprà". Venti persone con trenta bandierine dell'Italia. Obiettivo dei signorotti è quello di ripetere la indegna azione già fatta sotto il Duomo quando aggirandosi fra le bancarelle chiedevano i documenti ai migranti. Ma questa volta lo fanno in centro, a due passi da Borgo Largo.

Un gruppo di anitrazzisti, allora, decide di contestare il presidio xenofobo messo in piedi da giovani che si nascondono dietro il marchio di AN (cambiano il nome, forza nuova, casa pound, fiamma tricolore, laboratorio 99, azione giovani, ma alla fine le persone sono sempre le stesse), e arriva in piazza. Lancia slogan. La Questura si fa prendere dal panico e cominciano le botte. Mentre un auto di neofascisti si allontana sgommando, in piazza arriva correndo la celere. Al grido di "prendeteli" si lancia verso i contestatori. Nei vicoli del centro si scatena la caccia all'antifascista. Schiaffi, manganellate e gente trascinata. E questo senza che ve ne fosse motivo ( il presidio dei destrorsi era ormai concluso). Alla fine gli agenti fermano un giovane e lo portano in questura. Qui un centinaio di militanti antifascisti rimane in presidio aspettandone la liberazione. Dopo un paio d'ore viene rilasciato.

Questa è la conseguenza delle scelte perpetrate dall'amministrazione cittadina che agisce da sceriffo e parla un linguaggio ambiguo. Solo il giorno prima più di 300 persone avevano partecipato ad un presidio sotto il comune contro il decreto anti-borsoni, senza avere risposte. Le risposte sono arrivate ieri.

ass.aut-aut Pisa

6 ottobre 2008

Caro Maroni, il “buon nome” della polizia non esiste più

Una donna di origine somala ha denunciato la polizia italiana per i maltrattamenti e le umiliazioni che avrebbe subito un paio di mesi fa al posto di frontiera dell’aeroporto di Ciampino, a Roma. La polizia ha respinto le accuse e il ministro dell’Interno si è immediatamente schierato a sua difesa. Il caso è aperto e toccherà alla magistratura indagare sui fatti: speriamo che non si ripeta quel che si è visto con le inchieste sul G8 di Genova. In quel caso la polizia di stato ha ostacolato le indagini in ogni modo, costringendo i magistrati a denunciarne - nell’indifferenza generale - il comportamento omertoso. E’ facile prevedere che sulla vicenda di Ciampino resteranno per sempre molti dubbi: non esiste in Italia un’autorità indipendente in grado di condurre indagini del genere, e l’etica della polizia - come appena detto - va nella direzione della copertura e della non trasparenza, per cui l’accertamento della verità sarà impossibile.
Detto questo, c’è una cosa che colpisce nella fiera difesa opposta dal ministro Maroni. Il ministro ha detto che in questa circostanza «le forze dell’ordine reagiscono come si conviene con una querela per calunnia e con la costituzione di parte civile del ministero dell’Interno per tutelare il buon nome delle forze di polizia italiana». Sul piano teorico è una posizione ineccepibile, sul piano della realtà non è invece credibile. Il “buon nome delle forze di polizia italiane” non c’è più: dopo il G8 di Genova e gli scempi lì compiuti - l’uccisione di Carlo Giuliani, il sangue versato alla Diaz, i maltrattamenti sui detenuti a Bolzaneto, la caccia all’uomo per strada - nessun ministro è intervenuto per tutelare il “buon nome” ora invocato. In questi anni, anziché inchieste interne, pulizie alla base e ai vertici delle forze dell’ordine, un ripudio solenne di simili comportamenti incompatibili con le regole e l’etica della democrazia, abbiamo avuto coperture, omertà, promozioni degli imputati nei vari processi.
Anche di fronte a una condanna di ben 15 agenti e funzionari per i maltrattamenti inflitti ai detenuti - uno dei reati più infamanti per chi indossi una divisa - nella caserma di polizia di Bolzaneto, il ministro Maroni non ha mosso un dito. E dire che il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha detto a chiare lettere che il governo italiano dovrebbe subito sospendere i condannati (per quanto l’iter giudiziariosia destinato ad interrompersi causa prescrizione), dato che la tortura si combatte soprattutto con la prevenzione e con la lotta sistematica all’impunità. L’inazione del ministro di fronte alla sentenza, che è del 14 luglio 2008, sommata alle coperture garantite negli anni precedenti, ha reso ancora meno credibile l’immagine delle nostre forze di polizie.
Purtroppo per Maroni (e per noi) non c’è nessun buon nome da tutelare, tutt’altro. Più che alle querele, il ministro dovrebbe pensare a restituire dignità a un’istituzione che non ha onorato in questi anni post G8 la sua funzione costituzionale.


Napoli: 30 arresti per gli scontri contro la discarica di Pianura

Oltre trenta persone tra ultras del Napoli ma anche due politici locali sono stati arrestati in merito agli incidenti avvenuti lo scorso gennaio a Pianura. Nella zona dove doveva sorgere una discarica ci furono incidenti per diversi giorni, bus dati alle fiamme, assalti alle forze dell'ordine e a una caserma dei vigili del fuoco. La Digos coadiuvata dai carabinieri del comando provinciale di Napoli ha eseguito complessivamente 35 ordinanze di custodia cautelare: ventidue persone sono state condotte nel carcere di Poggio Reale, le altre tredici sono agli arresti domiciliari. Sedici dei 35 arrestati sono ultras appartenenti ai "Niss" e alle "Teste Matte". Tra questi anche i capi dei due gruppi. Le indagini, coordinate dalla procura di Napoli, sono durate circa nove mesi, sono state eseguite dagli agenti della questura di Napoli. In tutto questo tempo la polizia ha visionato i filmati degli incidenti avvenuti a Pianura, foto e ascoltato testimoni. Nel corso delle indagini sono stati individuati anche gli autori delle minacce a commercianti della zona, che all'epoca dei fatti furono costretti a chiudere gli esercizi commerciali per diversi giorni. Le accuse vanno dall'associazione per delinquere, alla devastazione e interruzione di pubblico servizio. Alcuni degli arrestati sarebbero pregiudicati non legati alla camorra. Tra gli indagati vi sono anche cittadini comuni residenti a Pianura accusati di avere assaltato la polizia con sassi e bastoni nei giorni degli scontri

Parma: Emanuele colpito con calci e pugni..

Bonsu ricoverato in ospedale. Una donna: "Ho visto tutto" Sarà operato nel reparto di chirurgia maxillo-facciale. E spunta una testimone: "Pugni e calci nei fianchi"

Emmanuel Bonsu è stato ricoverato in ospedale, dove subirà un piccolo intervento nel reparto di chirurgia maxillo-facciale. Lo comunica l'avvocato Giandomenico Piparo, legale insieme ad Azzini della famiglia del 22enne ghanese che ha denunciato di essere stato aggredito e insultato dai vigili. Negli ultimi giorni la ferita all'occhio del ragazzo è peggiorata, causandogli un forte dolore nella parte sinistra del volto e problemi di equilibrio.Parla Bonsu, della paura di essere operato "ma per la salute bisogna farlo , anche se non pensavo mi dovessero operare". E parla, ancora una volta calmo e sicuro, di quel lunedì. "Dicono che mi sono fatto male cadendo, dopo che mi ero messo a correre perchè ero spaventato. Tutto falso. L'ho detto dall'inizio e continuo a ripeterelo . Quando mi hanno bloccato mi sono venuti addosso in sette. E uno mi ha tirato anche un pugno nell'occhio. Non saprei riconoscerlo ma il pugno c'è stato. La verità è quella l'ho detta mille volte . La verità non cambia, non si cambia" ."Lo hanno picchiato"Ci sarebbe una testimone oculare di almeno una parte di ciò che è accaduto a Parma alcuni giorni fa, il 29 settembre, quando Emmanuel ha accusato i vigili urbani di averlo insultato e picchiato. Il racconto della donna sarà proposto stasera nel corso della trasmissione di Raitre ''Chi l'ha visto?'' condotta da Federica Sciarelli, in onda alle 21. ''Ho sentito urlare. C'era quel ragazzo per terra, con quattro uomini e una donna che lo tenevano per non farlo muovere. Uno di quel gruppo - è il racconto della donna - gli ha dato un calcio nel fianco, e lui ha urlato''. ''La scena era molto forte, e io ero scossa. Ho visto poi che lo portavano via, e uno degli uomini saliva sulla sua bicicletta. Il ragazzo ha urlato: "Perchè mi portate via la bicicletta?". E uno del gruppo gli ha dato un altro pugno nel fianco e gli ha detto: "Stai zitto''
Le comunità scrivono al sindacoIntanto, nel giorno della manifestazione anti-razzista che sabato pomeriggio è partita da piazza Garibaldi fino ad arrivare al parco ex Eridania per esprimere solidarietà a Emmanuel, le comunità parmigiane di Senegal, Costa d'Avorio, Nigeria, Burkina Faso, Camerun ed Eritrea, in apertura dell'Ottobre africano hanno firmato una lettera aperta al sindaco Pietro Vignali."Oggi doveva essere una festa - scrivono - ma possiamo veramente festeggiare quando, come dice il padre di Emmanuel, 'Abbiamo paura'? Gli eventi degli ultimi giorni ci pongono delle domande e noi cerchiamo delle risposte. Cosa è cambiato? Cosa direma la sera quando tornando a casa vedremo i nostri figli che ci guardano con il sorriso chiedendoci. 'Papà, come stai'?". E poi. "Adesso abbiamo tutti paura. abbiamo messo sulle braccia la fascia nera e bianca per dire che siamo con tutti quelli che hano paura, bianchi o neri che siano. La nostra città, città di cultura, lo è non solo per il Festival della poesia, per il Festival Verdi, ma crediamo anche per il Festival Ottobre africano. Forse è arrivato il momento di parlare di sicurezza, immigrazione, cultura".

Napoli: giovane antifascista picchiato dalla security

Violento pestaggio ad opera delle belve della security che hanno scaricato con vigliaccheria e logica squadrista nei riguardi di un giovene compagno precedentemente fatto oggetto di aggressione verbale e fisica da partedi un gruppo di neofascisti presenti al concerto dei dei Linea 77 e Casino Royale tenutosi a Napoli Sabató 4 ottobre. Questa é un ulteriore forma di sqadrismo e di aggressione nei riguardi di chi é ritenuto diverso inserito in questo clima nazionale di razzismo e di squadrismo verso immigrati, punk e antifascisti. Dalle informazione raccolte i buttafuori sono intevenuti in difesa di questo gruppo di neonazi messo in difficoltá della reazione pronta e militante del compagno. Invitiamo le realtá Napoletane e Campane alla vigilanza antifascista e a intraprendere una campagna di boicottaggio verso questi luoghi di lucro e di profitto che diventano luogo di ritrovo di bandacce di neonazi protetti da buttafuori portatori di cultura della violenza gratuita

Compagn@ del C.S.A. Asilo Politico SALERNO

Ciampino: Dopo le ingiurie e le umiliazioni... arriva la denuncia di Maroni

«Non mi aspettavo le scuse della polizia ma essere denunciata dal ministro Maroni mi sembra una nuova prepotenza che si aggiunge alle umiliazioni già subite...». È amareggiata Amina Said Sheikh, 51 anni, di Mogadiscio, la donna italo-somala che quattro giorni fa ha denunciato di essere stata umiliata e insultata da alcune agenti delle Polaria dell´aeroporto di Ciampino. Dopo l´annuncio del ministro Roberto Maroni di volersi costituire parte civile, Amina assieme al marito Luigi Mancuso, ispettore della tributaria, ha chiesto di farsi sentire dalla magistratura per ribadire le accuse.Nei giorni scorsi i suoi legali Mario Angelelli e Luca Santini dell´associazione "Progetto diritti" hanno presentato un esposto alla procura di Roma ipotizzando i reati di perquisizione arbitraria e minacce con l´aggravante dell´odio e della discriminazione razziale. Nella denuncia la donna ha raccontato di essere stata tenuta nuda e in piedi, quattro ore, in un ufficio della polizia dell´aeroporto di Ciampino dopo essersi opposta a un´ispezione vaginale e rettale perché sospettata di essere un corriere della droga. L´episodio è avvenuto lo scorso 21 luglio quando la cinquantunenne è rientrata con un volo da Londra assieme ai quattro nipotini che vivono in Inghilterra. In un primo momento gli agenti avevano anche temuto che la donna fosse una trafficante di bambini. «Quando le poliziotte mi hanno detto che volevano procedere a una ispezione vaginale e rettale mi sono rifiutata - ricorda Amina - Ho chiesto un medico ma le agenti hanno iniziato a minacciarmi: "Pazza negra te la faremo pagare"». I controlli sui passaporti e una visita radiologica hanno poi accertato che la donna non aveva ingerito ovuli di droga e che quei quattro bambini erano effettivamente i suoi nipotini. Intanto la polaria di Ciampino, dopo aver smentito tutte le accuse, ha denunciato la cinquantunenne per calunnia.«È inquietante che il ministero dell´Interno invece di procedere preliminarmente a un´indagine amministrativa sui gravi fatti denunciati - incalzano gli avvocati della donna, Angelelli e Santini - prospetta azioni giudiziarie, per di più improponibili in questa fase, e senza aspettare che la magistratura concluda le indagini».

4 ottobre 2008

Caserta: oltre 15.000 persone alla manifestazione antirazzista

Oltre 15.000 persone in Piazza a Caserta per una manifestazione dirilevanza nazionale sono un risultato straordinario, che si spiega conle tante adesioni al corteo, ma soprattutto con l'ondata di indignazione che sta attraversando le comunità migranti dopo la stragedi Castelvolturno e i tanti, troppi episodi di razzismo e di violenzaverso gli immigrati, come a Pianura. Come venti anni fà dopo la morte di Jerry Masolo, noi speriamo che dopo la strage terroristica dei lavoratori migranti di Castelvolturno, la manifestazione di oggi a Caserta, e quelle a Roma, ad Ancona , a Parma e a Milano, segnino la sollevazione della coscienza civile contro lalegislazione discriminatoria che oggi espone migranti e rifugiati allo sfruttamento, alle violenze, agli speculatori. 'Siamo noi le prime vittime dell'insicurezza - ha detto Stephen della comnità ghanese di Castelvolturno - perchè l'unica vera sicurezza si fà con i diritti. Invitiamo la popolazione italiana a sancire un'alleanza dei diritti contro gli imprenditori della paura e della precarietà'. La manifestazione di oggi lancia messaggi fondamentali:
- prevedere canali di ingresso regolari attualmente inesistenti;
- regolarizzare i lavoratori immigrati che nonostante da anni vivono elavorano nel nostro paese, non si vedono riconosciuti un permesso disoggiorno
- difendere il dirittod'asilo con una legge finalmente adeguata al dettato costituzionale.
-Chiudere con la vergogna dei CPT
- Apprezziamo la vicinanza delle istituzioni locali in questa circostanza, ma questavicinanza deve tradursi in politiche e risorse vere per l'accoglienza. Un terreno su cui la regione Campania è ancora troppo indietro. Inoltre chiediamo al Presidente della regione di esprimersi pubblicamente controil rischio paventato di un centro-lager per migranti anche in Campania.

COMITATO PROMOTORE DELLA MANIFESTAZIONE DELLA MOBILITAZIONE ANTIRAZZISTA DI CASERTA

Nelle carceri italiane negato il diritto all'affettività

È una pena accessoria non scritta. Ossia l'affettività negata dal carcere. Perché la porta che si chiude alle spalle del detenuto lascia fuori anche la possibilità di coltivare gli affetti. E nega, quindi, ai detenuti anche la possibilità di avere incontri anche intimi o sessuali con i propri partner.
Riccardo Arena di Radio carcere spiega: «Il problema non è quello che funziona ma quello che non c'è. Si fa prima a dire cosa c'è e come si va avanti, con sale colloqui sistemate in cameroni dove tutti sono assieme. È chiaro che l'intimità sparisca». Non è tutto. «La pena ha come effetto, scontata in questo modo, quello di distruggere anche le famiglie. Diciamo pure che la mancanza di affetto e affettività tra detenuti e parenti è una pena accessoria non scritta ma veramente grave».
Inutili, a sentire Arena, che è avvocato penalista, i paragoni con altri paesi. «Siamo lontani anni luce dalla Spagna. Eppoi bisogna pure dire che allo stato delle cose non ci sono neppure gli spazi perché a questo aspetto pochi hanno dato importanza».
Una situazione che, come spiega anche Vittorio Antonini, ergastolano e presidente dell'associazione Papillon di Rebibbia «ti porta ad innamorarti dell'insegnante piuttosto che del volontario o della volontaria perché all'interno delle carceri manca la cosiddetta vita normale».
Un esempio per spiegare anche quanto avvenuto poco tempo fa a Pisa dove un'insegnante di settant'anni è stata denunciata da un ispettore della polizia penitenziaria per essere stata sorpresa con un detenuto quarantenne.
«È la natura del carcere, la costrizione e la negazione di questa fetta di normalità - prosegue Antonin - che fa nascere queste cose». Ornella Favero, direttore responsabile dell'agenzia di informazione "dal e sul carcere" http://www.ristretti.it/ non ha dubbi: «L'Italia è dietro altri paesi anni luce. Le sale per i cosiddetti colloqui intimi esistono anche in Albania, negli Stati uniti e in alcuni stati dell'America latina - dice - solo l'Italia non prevede la tutela di questo importante aspetto della vita».
Per affrontare il problema con cui devono convinvere le migliaia di detenuti distribuiti nelle diverse carceri d'Italia Ornella Favero non usa giri di parole. Non fosse altro per il fatto che la sua associazione e la sua rivista agenzia da anni affrontano e ne discutono. «Non è la prima volta che nella nostra redazione si parla di sesso - dice - , ma la cosa triste è che passano gli anni, passano le discussioni, ma nulla cambia».
«La proposta di legge sugli affetti, sul "diritto all'intimità", elaborata nella Casa di reclusione di Padova nel 2002, giace mai calendarizzata, e per dirla rudemente "non gliene frega niente a nessuno" o quasi». Situazione che però non scoraggia i volontari: «Ma noi insistiamo testardamente a parlare dei disastri prodotti dalla privazione del sesso nelle persone, e manteniamo viva l'attenzione su un Ordinamento penitenziario che mette le famiglie al centro del percorso di reinserimento del detenuto».
Da qui il quesito che pone il direttore di Ristretti orizzonti: «La domanda, assolutamente elementare, è allora la seguente: ma quali famiglie? Quelle sfasciate dalla galera? Di tutto questo abbiamo discusso recentemente in redazione».
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l'associazione che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti, ricorda quando «siamo andati vicini a trovare una soluzione». «Era il periodo del governo D'Alema e sottosegretario era Franco Corleone e Alessandro Margara- spiega Gonnella - e in quel periodo si cercò di otterenere una regolamentazione più elastica dei rapporti tra conviventi o coniugi in sale chiuse e senza controllo visivo». Progetto che però viene stoppato da una sentenza del Consiglio di Stato.
«La legge prevede che ci sia un controllo visivo mentre il regolamento proprio questo aspetto non lo prevedeva e il Consiglio di Stato aveva rimarcato la necessità di modificare quindi la legge». Risultato? «Non si è fatto più nulla e oggi, con quello che sta succedendo, pensare che possiamo stare al passo con gli altri paesi diventa veramente un'utopia».
Luigi Manconi, presidente dell'associazione A Buon Diritto ed ex sottosegretario alla Giustizia avrebbe una proposta: «Il problema è che vanno trovate soluzioni logisitco residenziali che possano per un verso il rispetto della norma generale e per l'altro garantire la possibilità di una vita affettiva ancorchè limitata» perché, aggiunge «non esiste ragione al mondo o norma che prevede questa sorta di mutilazione della sessualità, non esiste norma che preveda una castità coatta e per contro è agevole dimostrare in termini scientifici che una vita di relazione anche sessuale è un contributo fondamentale all'identità e all'equilibrio del recluso e reclusa».

fonte: L'Unità

3 ottobre 2008

Ciampino: Donna di origine somale umiliata e maltrattata dalla Polizia di frontiera

"Mi hanno tenuta nuda quattro ore in una stanza dell'aeroporto di Ciampino. Prima mi hanno accusato di essere una ladra di bambini, poi di traffico di clandestini e per ultimo di essere un corriere della droga". Ma Amina Sheikh Said, donna somala di 51 anni, sposata con un italiano e cittadina italiana, era solo una nonna che riportava in Italia i suoi quattro nipotini da Londra.
Il racconto della donna somala. Tornava a Roma dopo aver fatto visita ai quattro figli che abitano a Londra, la donna somala che ha denunciato di essere stata vittima di ingiurie razziste. Era il 21 luglio. Insieme a lei aveva per mano quattro dei suoi nipotini, tre di un figlio e uno di un altro, bambini tra i sette e gli 11 anni. "Umiliata e maltrattata". L'hanno chiamata negra; l'hanno "umiliata, maltrattata e oltraggiata" come hanno spiegano i rappresentanti dell'associazione Antigone al quotidiano online Linkontro.info che sostengono la battaglia di Amina. "Arrivata all'aeroporto di Ciampino - racconta l'associazione - la Polizia di frontiera esamina i documenti dei bimbi e decide che qualcosa non va. I minori hanno cognomi diversi tra loro". Ispezione corporale. "L'accusano del reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina". Ispezionano i bagagli. "Amina è condotta in una stanza e fatta spogliare per un'ispezione corporale. Le resta addosso solo il reggiseno. Due donne - racconta ancora Antigone - le dicono che si sarebbe dovuta sottoporre all'esplorazione anale e vaginale. Amina rifiuta. Chiede almeno che sia un medico a farlo". "Ti spediamo in carcere". Le due donne incaricate dell'ispezione la ingiuriano: "Ti spedisco in carcere"; "Come sei nera fuori lo sei dentro"; "Daremo i bambini all'assistente sociale". La sospettano di essere un corriere della droga. Per oltre quattro ore, Amina rimane svestita di fronte a un numero imprecisato di persone che entrano ed escono dalla stanza. Poi viene ammanettata e distesa su una barella, coperta da un telo di cellophane da imballo. Viene portata in ambulanza al Policlinico Casilino. Dalla perquisizione non emerge niente. Nessun verbale. "Nessuno le rilascia alcun verbale", dicono le associazioni. "Delle perquisizioni effettuate non rimane traccia. Le annunciano che contro di lei è stato aperto un procedimento penale per resistenza a pubblico ufficiale".

Lettera: Quell'avvviso orale a Pietro Milazzo.

Caro "osservatorio", nei giorni scorsi il nuovo questore di Palermo ha inviato un "avviso orale" a Pietro Milazzo, diffidandolo a "cambiare condotta, adeguare la stessa a norma di vita onesta e laboriosa" e avvertendolo che "in caso contrario, sarà proposta (sic) al competente Tribunale per l'applicazione di una misura di prevenzione". Con terminologia ottocentesca e di marca fascista, Pietro viene equiparato a un "ozioso e vagabondo" e a un mafioso, con la minaccia di inviarlo al confino o di vietargli il soggiorno in città. Pietro Milazzo è una figura storica della Sinistra palermitana, dirigente della Cgil, da anni è impegnato nelle lotte per la pace, per i diritti degli immigrati e dei senzacasa. I "precedenti penali " che vengono richiamati nell'avviso orale rimontano a vicende degli anni '70, come gli scontri con i fascisti all'Università (allora a Palermo circolavano personaggi come Concutelli e qualcun altro si esercitava al poligono di tiro di Bellolampo), e si riferiscono a recenti manifestazioni nel corso della lotta per la casa. Il provvedimento si inserisce perfettamente nel clima creato dal governo Berlusconi, tendente a criminalizzare quanti si battono contro una politica che per un verso legalizza l'illegalità e assicura l'impunità al presidente del Consiglio e cerca di estenderla anche ad altri uomini di potere, per un altro colpisce gli emarginati, dai Rom ai neri, agli indigenti che chiedono soltanto che vengano rispettati diritti fondamentali come quello a un'abitazione decente, in nome di una concezione della sicurezza da Stato di polizia. Un documento di solidarietà con Pietro ha raccolto in pochi giorni centinaia di firme, il primo ottobre si è svolta nell'Aula consiliare del Comune di Palermo, ancora una volta occupata da famiglie di senzatetto, un'assemblea nel corso della quale il segretario della Camera del lavoro ha letto un documento di piena solidarietà approvato dalla direzione nazionale della Cgil. Invito l'osservatorio a dare il giusto rilievo a un atto di intimidazione che colpisce non solo Pietro Milazzo ma tutti coloro che si battono a fianco dei più deboli e si oppongono al regime autocratico che si sta instaurando nel nostro Paese.
Umberto Santino Presidente del Centro Impastato di Palermo

2 ottobre 2008

Roma, cinese malmenato da un gruppo di ragazzi italiani

«Cinese di merda» e giù botte. Il copione si ripete nel primo pomeriggio a Roma, Torbellamonaca, profondo sudest della metropoli. Gli aggressori cinque bianchi italiani minorenni presi poco dopo dai vigili di quartiere grazie a un testimone decisivo e che non ha paura a "metterci la faccia". Poche ore prima, a Milano, un ambulante senegalese era venuto a lite con un collega italiano. Sbuca un terzo uomo e lo stende con una mazza da baseball. L'uomo bianco s'è dato alla fuga subito dopo. Il cinese, no, lui nemmeno litigava. Camminava davanti al teatro del quartiere. Alla fermata del bus lo hanno accerchiato e pestato. Probabilmente i cinque italiani sono gli stessi ad aver aggredito «due sporchi negri», ragazzi della Costa d'Avorio di 30 e 24 anni, lunedì sera. Sicuramente la zona è la stessa dove un gruppo di italiani ha preso a sprangate alcuni rumeni di fronte a un supermercato, in primavera, sull'onda della chiamata alle armi dell'estrema destra dopo l'omicidio Reggiani. «Queste cose succedono sempre al lotto R5, una delle aree più squallide di Torbellamonaca - spiega Mario Cecchini, fondatore del centro sociale El Che - tra i lotti di un'altra via, per esempio, vivono stranieri senza che succeda nulla; al centro commerciale, invece, dove si trova l'R5 ogni tanto qualcuno si mette a fare queste azioni eclatanti. Sono le campagne di odio che sentiamo tutti i giorni contro gli immigrati che fanno scattare, nei soggetti più svantaggiati culturalmente, il meccanismo della violenza e della sopraffazione».Intanto Parma si lecca le ferite per l'ennesimo episodio di razzismo. Lì è stato un gruppo di vigili urbani italiani a pestare e insultare senza motivo un cittadino ghanese. Mentre la Parma democratica si prepara a manifestare - sabato alle 15.30 (cortei e iniziative anche a Roma, Milano e Caserta. E l'11 ottobre il razzismo sarà nella piattaforma del corteo nazionale di Roma) - la Uil locale s'è dissociata da qualsiasi manifestazione e l'assessore locale alla sicurezza (Udc) s'è posto in maniera equidistante. Peggio ancora il suo omologo romano, tale Samuele Piccolo, record di preferenze alle ultime comunali, che prova a scaricare le colpe sulle giunte di centrosinistra per depistare i sospetti sui mandanti morali di queste aggressioni. Non che Alemanno, espressione del medesimo brodo di cultura securitaria e xenofoba, vada oltre la rituale richiesta di punizione esemplare cui si associa, con taglia e incolla, il suo uomo alle politiche sociali. «Il consenso alla destra è maturato sui temi dell'immigrazione e della sicurezza. Se i politici parlano il linguaggio dell'intolleranza, questi ragazzi si sentono autorizzati ad agire di conseguenza - avverte Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione dell'Arci - d'altronde basta vedere i dibattiti televisivi su questi temi dove c'è gente che dice tante sciocchezze e bugie e non c'è nessuno che li contraddica. Tanta gente, ad esempio, è convinta che a Roma il Comune dia soldi ai rom, sono cose che sento dire anche dai tassisti. C'è un vero e proprio razzismo istituzionale che non può non trasformarsi in violenza». Un salto nella lontana Treviso e sembra proprio che Miraglia abbia ragione: la Procura di Venezia ha aperto un fascicolo sulle frasi contro gli islamici pronunciate dal vice sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini durante la festa della Lega Nord a Venezia, il 14 settembre scorso. L'ipotesi di reato è di istigazione all'odio razziale. Lo «sceriffo» aveva tuonato contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici e i phone center, i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri - «che vadano a pisciare nelle loro moschee» - e i bambini che vanno a rubare agli anziani e aveva dichiarato di non volere vedere «neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. «Il nuovo, gravissimo, episodio d'intolleranza avvenuto oggi a Roma ai danni di un cittadino cinese, brutalmente picchiato e insultato solo perchè di razza diversa da quella 'italianà (sic) è solo il nuovo, ennesimo, atto d'intolleranza e di razzismo che si verifica in una città come Roma dove oramai, e da mesi, episodi simili si succedono a un ritmo vertiginoso e vergognoso»: così Stefano Galieni, responsabile Immigrazione del Prc, e Roberta Fantozzi, esponente segreteria Prc e responsabile area Welfare. «Il clima d'intolleranza e di paura creato ad arte dal governo delle destre con i suoi provvedimenti xenofobi e razzisti e la nuova amministrazione capitolina, il cui unico sport sembra essere diventato quello dell'isteria verso immigrati, rom, prostitute, tossicodipendenti e barboni piuttosto che quello di occuparsi del degrado della città e, in testa, di quello delle sue periferie, non sono affatto estranei a questo clima da caccia all'uomo. Anche contro questo clima di odio e di razzismo ormai, purtroppo, non latente ma scoperto del governo delle destre, locale e nazionale - proseguono gli esponenti di rifondazione comunista - abbiamo deciso, come Prc, di aderire alle importanti manifestazioni anti-razziste che sono state organizzate dal fronte anti-razzista e che si terranno, sabato 4 ottobre, a Roma e a Caserta».

Milano: aggredito immigrato senegalese

Un ambulante di colore è stato picchiato, durante una lite, nel mercato in via Archimede. E spunta l'ipotesi di un'aggressione di matrice razzista. L'immigrato è stato colpito con una mazza da baseball ed è stato trasportato al pronto soccorso del Policlinico in codice verde per lievi lesioni. Sulla dinamica dell'episodio si conoscono al momento pochi particolari. Di certo l'ambulante, Ravan Ngome, un senegalese di 42 anni che vendeva borsette, in tarda mattinata è venuto a lite con un altro ambulante italiano per ragioni legate all'occupazione abusiva della strada. "Mi ha urlato: negro di m..., tornatene al tuo paese. E mi ha picchiato", ha raccontato l'aggredito dal suo letto in ospedale, dove gli è stato applicato un collarino rigido. Una testimone, però, dice di aver sentito l'aggressore urlare "ti ammazzo", ma senza accennare agli insulti di stampo razzista."In attesa che le autorità competenti facciano piena luce sul grave episodio", si legge in un comunicato, la Cgil di Milano e la Cgil Lombardia "denunciano il clima di intolleranza e di razzismo che sta attraversando il Paese, un clima alimentato da politiche improntate alla xenofobia e al rifiuto nei confronti dei 'diversi', che spinge i cittadini a compiere atti di giustizia sommaria. Occorre recuperare al più presto un clima di convivenza civile improntato al rispetto e alla dignità delle persone".

Processo Aldrovandi: Per i consulenti di parte civile Aldro ucciso dagli agenti

I consulenti di parte civile: Aldro ucciso dagli agenti I pareri dei tre esperti convergono: del tutto ininfluente il ruolo degli stupefacenti assunti da Federico, morto per l'asfissia causata dal comportamento dei poliziotti. Un edema cerebrale potrebbe essere stato causato da un colpo di manganello.

Sentiti i tre consulenti di parte civile. Antonio Zanzi, medico legale, sottolinea che tutti i segni rilevati dall'autopsia non possono che far concludere una morte per asfissia. Sarebbe inoltre provato che il capo di Federico sarebbe stato tenuto in posizione fissa e il corpo in posizione prona, ammanettato e compresso sul dorso. Concorda Giorgio Gualandri, anch'egli Medico legale: «Una persona che compie grossi sforzi -come quelli riportati dalle note di servizio degli agenti- ha un grande fabbisogno di ossigeno, che non viene più garantito una volta messo a terra e immobilizzato». Tre concause, ovvero l'agitazione del ragazzo precedente al fermo (e l'eventuale colluttazione con gli agenti), l'ammanettamento in posizione prona e la compressione sul torace, avrebbero portato dunque all'insufficienza respiratoria ed al conseguente infarto. Sia Gualandri, sia Giovanni Beduschi, direttore dell'Istituto di Medicina Legale di Modena e anatomopatologo, rigettano del tutto il ruolo di alcol, morfina e ketamina nel causare la morte,c che riscontrate in quantità del tutto insufficienti a generare difficoltà respiratorie, la terza addirittura in quantità pari all'8% del dosaggio terapeutico. «In questa vicenda una discussione farmacologica è una tempesta in un bicchiere d'acqua» ha commentato Beduschi, assicurando che la causa della morte, secondo tutte le perizie svolte, non possa che individuarsi nell'asfissia da immobilizzazione. Aggiunge infine un fatto ancora non dibattuto nel procedimento: il cervello di Aldro presentava un edema, compatibile con un colpo di managanello, che ha sicuramente contribuito alle difficoltà respiratorie.




1 ottobre 2008

Genova G8: Il Viminale respinge le accuse per l’assalto alla Diaz

Ha preso il via stamane, nell’aula bunker del tribunale di Genova, la discussione dell’avvocato dello Stato che rappresenta il Viminale nel processo per i fatti della scuola Diaz durante il G8 del 2001 e per i quali sono imputati 29 tra dirigenti di polizia e poliziotti per accuse che vanno dalle lesioni gravissime al falso, alla calunnia, al porto di armi da guerra. La chiamata in responsabilità civile del Viminale, secondo l’accusa, è determinata dal rapporto di lavoro che intercorre, nel caso specifico, tra il ministero dell’interno e i poliziotti, suoi dipendenti. Un rapporto normato dal codice civile per il quale il datore di lavoro è responsabile delle azioni dei propri dipendenti«Partirò dicendo che nego la responsabilità degli imputati». Lo ha detto l’avvocato dello stato, Guido Salvemini, iniziando la sua discussione davanti al tribunale di Genova impegnato nel processo per i fatti della scuola Diaz avvenuti durante il G8 del 2001. «Quando ho assunto la direzione dell’ufficio - ha detto Salvemini - pensavo che questo processo fosse sostanzialmente chiuso in punto di responsabilità. Ma questa mia percezione del processo è ormai mutata mano a mano che andava avanti il dibattimento. Quindi prenderò il via a discutere questa causa negando la responsabilità degli imputati». «Nego - ha detto Salvemini - che vi sia stata una spedizione punitiva. Non è stata una spedizione latu sensu terroristica». L’avvocato dello stato ha poi ricordato che in quei giorni «qualcuno parlò di sospensione della democrazia. Ma la democrazia in quelle ore - ha detto Salvemini - non è mai stata in pericolo».

Quel fascino per la camicia nera che cresce nel mondo del calcio

L'outing di Christian Abbiati, portiere del Milan fascista nel privato e ora anche in pubblico, ha allargato praterie di potenziali rivelazioni nel mondo del calcio italiano, da sempre silenziosamente a destra. Quelle parole rimbalzate in tutta Europa - "del fascismo condivido ideali come la patria, i valori della religione cattolica e la capacità di assicurare l'ordine" - sono sottoscritte, oggi, da una crescente platea di calciatori e dirigenti italiani. La forza delle frasi rivelatrici di un portiere che è abituale frequentatore dei leader di Cuore nero, succursale dell'estremismo nero milanese e luogo di riferimento per gli ultrà dell'Inter, più che nell'indicare il solito revisionismo pret a' porter italiano che vuole un fascismo buono prima del '38 ("rifiuto le leggi razziali, l'alleanza con Hitler e l'ingresso in guerra", ha detto Abbiati) segnala come anche i calciatori, notoriamente pavidi nelle dichiarazioni, oggi comprendono che queste "verità" si possono finalmente dire: il vento del 2008 non le rende più pericolose per le loro carriere. Sono diversi i campioni italiani che indossano numeri sinistri e sventolano effigi del Ventennio per poi giustificarsi: "Non lo sapevo". Il portiere Gianluigi Buffon, figlio di famiglia cattolica e impegnata, è stato sorpreso in quattro atti scabrosi. La maglia con il numero 88 che rimandava al funesto "Heil Hitler" segnalata dalla comunità ebraica romana, poi la canottiera vergata di suo pugno con il "Boia chi molla". Nel 2006, durante le feste al Circo Massimo per la vittoria del mondiale, si schierò - mani larghe su una balaustra - davanti allo striscione "Fieri di essere italiani", croce celtica in basso a destra. E i suoi tifosi, gli Arditi della Juventus, un mese fa a Bratislava gli hanno ritmato "Camerata Buffon" ottenendo dal portiere un naturale saluto. Quattro indizi, a questo punto, somigliano a una prova.
E' da annoverare tra i fascisti per caso il Fabio Cannavaro capitano della nazionale che a Madrid sventolò un tricolore con un fascio littorio al centro: "Non sono un nostalgico, ma non sono di sinistra", giura adesso. Nel 1997, però, pubblicizzò in radio le prime colonie estive Evita Peron, campi per adolescenti gestiti dalla destra radicale. Il suo procuratore, Gaetano Fedele, assicura: "Un calciatore può essere strumentalizzato inconsapevolmente". Nella capitale si sta consumando un pericoloso contagio tra la curva della Roma, egemonizzata dalla destra neofascista, e i giovani calciatori romani. Daniele De Rossi, capitan futuro destinato a sostituire Totti, è un simpatizzante di Forza Nuova. E l'altro romanista da nazionale, Alberto Aquilani, colleziona busti del duce - li regala uno zio - mostrando opinioni chiare sugli immigrati in Italia: "Sono solo un problema". Molti portieri la pensano come Abbiati, poi. L'ex Stefano Tacconi fu coordinatore per la Lombardia del Nuovo Msi-Destra nazionale ed è stato condannato per aver usato tesserini contraffatti giratigli dal faccendiere nero Riccardo Sindoca. Matteo Sereni, figlio della destrissima scuola Lazio, oggi che è portiere del Torino continua a dormire con il busto di Mussolini sulla testiera del letto. Il problema è che i calciatori navigano dentro un mare di ipocrisia che consente di tenere "Faccetta nera" nella suoneria del cellulare senza provare sensi di colpa. Questione di maestri. L'ex allenatore della Lazio Papadopulo non si è mai preoccupato delle svastiche in curva "perché in campo non vedo oltre la traversa". Spiega Gianluca Falsini, difensore oggi al Padova: "Giocatori di sinistra ce ne sono pochi e la nostalgia per il Ventennio ti viene per colpa dei politici contemporanei". Già. Nel campionato 2007-2008 in campo sono raddoppiati gli episodi di razzismo: sono stati sei. Mario Balotelli, stella emergente dell'Inter, italiano di origini ghanesi, così racconta l'ultima partita contro la Primavera dell'Ascoli: "Dall'inizio alla fine mi hanno detto: "Non esistono neri italiani". Era lo slogan dei fascisti, volevo uscire dal campo".


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