20 settembre 2008

Castelvolturno: Dalla strage alla rivolta. Una ricostruzione. Le parole degli immigrati.

La strage dentro e fuori una sartoria a Varcaturo. I killer, forse quattro, avrebbero fatto irrruzione con le pettorine della polizia e poi preso a sparare a due mani con pistole e Kalashnikov. Esplosi almeno 120 colpi. Una allucinante mattanza dalle modalità inedite in questa terra dove si uccide molto ma in genere in maniera meno fragorosa. Restano colpite sette persone, sei morti e un ferito ancora ricoverato in difficili condizioni. Sono tutti immigrati, ghanesi, togolesi, liberiani. La lettura immediata di inquirenti e mass media segue le strade più scontate: una ritorsione legata al traffico della droga e al mondo dello spaccio. Ma c'è anche chi ricorda poco tempo fà l'assassinio del gestore di un lido che si er a rifiutato di pagare il pizzo. E l'ipotesi investigativa che un gruppo di fuoco dei clan del casertano abbia scelto una strategia violenta e clamorosa per giocare la propria partita nelle gerarchie e negli indirizzi dell'organizzazione. 'Propaganda armata' a fronte delle titubanze e del disorientamento dei capi storici pressati dai processi. Una strategia che spingerebbe ad azioni esagerate e sanguinarie. Secondo la testimonianza del fotografo Ansa che è stato sul luogo della strage: 'Qualunque fossero le motivazioni dell'agguato è difficile credere che si sia trattato di assassini mirati per tutti. L'impressione, per le modalità folli della sparatoria, è che se i killer avessero trovato in zona venti persone ne avrebbero ammazzate venti...'. Non tutte le vittime sono dentro la sartoria. Alcune sono in strada, un ragazzo è colpito in macchina, la cintura di sicurezza ancora allacciata;
Il Riot Una ricostruzione a partire dai resoconti di antirazzisti del centro sociale ex-canapificio di Caserta, che da anni supportano immigrati e rifugiati che vivono in quest'area e che sono accorsi oggi a Castelvolturno Il corteo di protesta parte nella tarda mattinata. Presto si trasforma in rivolta perchè la rabbia trabocca. Quando arrivano gli attivisti dell'Ex Canapificio lungo la Domiziana si sono formati ormai diversi blocchi, con barricate e fuochi, macchine ribaltate e segnaletica stradale divelta. In strada ci sono anche figli, mogli e parenti di alcune delle vittime, tantissimi amici e connazionali. Molte centinaia di persone. Le motivazioni di quest'esplosione stanno sicuramente nell'emozione e nel dolore della strage, ma anche in un insieme complesso di altre componenti. Provo a ricostruirle dal raccont o di Mimma dell'ex-canapificio: 'Anzitutto sostengono l'estraneità delle vittime rispetto alla camorra. In realtà ci sono molti che ne conoscevano specificamente una o un'altra e rivendicano la dignità della sua memoria. Ci sono ad esempio tante persone con una fotografia di Kwame Antony Julius Francis, che di mestiere faceva il muratore e da pochi giorni era tornato da Milano. Kwame era in Italia da sei anni come richiedente asilo, fino al riconoscimento di uno status di protezione umanitaria. Altri ricordano il proprietario della sartoria, El Adji Ababa, di cui anche i vicini di casa italiani difendono la reputazione. Vicinissima alla sartoria c'è un agenzia della Western Union: diverse persone frequentano quel posto per inviare denaro ai parenti. E' il caso probabilmente di Akey, una delle vittime che lavorava a Napoli come barbiere. In strada è presente la moglie, che ieri lo ha aspettato invano per or e prima di sapere della tragedia'. Ma ancora più forte è l'indignazione per un sentimento di discriminazione molto diffuso, che si mescola alla paura e all'incertezza del futuro: tanti temono che passata l'onda della notizia la polizia si dimenticherà della strage. E che l'impunità dei colpevoli fissi il prezzo della vita di un immigrato in questa zona. Non sarebbe la prima volta. Molti qui ricordano la morte di Job Augustine, nigerino, gambizzato nella vicina Giugliano per 'futili motivi' e deceduto poi in ospedale. Una morte senza colpevoli, come altre morti o sparizioni che a volte non vengono neppure alla luce. 'Appena siamo arrivati - continua Mimma - in tanti gridavano che se fosse morto Berlusconi domani ci sarebbe il colpevole. Invece per sei neri non succederà niente'. Un episodio simile, seppur minore, c'è stato a Napoli un anno fà. Dopo il ferimento alle gambe di due ragazzi immigrati, gambizzati probabilmente per una festa troppo rumorosa (..!!). I loro connazionali si riversarono in piazza bloccando le strade con i cassonetti. Il motivo della protesta stava nell'impressione di inerzia avuta dalla volante della polizia che loro stessi avevano allertato (audio intervista a un immigrato presente). Protagoniste erano le stesse comunità dell'africa occidentale, soprattutto ghanesi e nigeriani. Un sentimento di frustrazione e di discriminazione che si sta quindi radicando, con l'impressione di essere compressi nel difficile status di persone senza diritti di cittadinanza e insieme oggetto dei peggiori stereotipi. Quando invece la stragrande maggioranza conosce il pane duro del lavoro sfruttato e non garantito nei tanti cantieri in nero dell'edilizia, nelle autorimesse, nelle piccole offici ne. Una frustrazione ancor maggiore perchè il sentimento di insicurezza e di abbandono si combina con la percezione che lo stato italiano sia vessatorio solo quando si occupa del loro diritto di soggiorno. In una parola sola 'razzista', come il grido che risuona più spesso nella giornata. 'In molti - aggiunge ancora Mimma - denunciano violenze o minacce dai padroni di casa che cercano di cacciare con la forza gli immigrati, perchè temono il sequestro dell'immobile dopo le nuove norme del 'pacchetto sicurezza'. E dicono che spesso i Commissariati di zona si rifiuterebbero di raccogliere le loro denunce, soprattutto se l'immigrato è senza documenti'. Storie diffuse: proprio in queste settimane è venuta fuori quella di Angel, una donna sola con la sua bambina, che è stata picchiata a sangue dal proprietario di casa. Angel sostiene di essere andata dalla polizia con gli abiti anco ra sporchi di sangue, ma che si sarebbero rifiutati di raccogliere il suo racconto.In questo mix di rabbia, dolore, furia, indignazione e paura, i blocchi sono andati avanti fino alle dieci di sera. Intanto una delegazione di migranti ha incontrato il sindaco di CastelVolturno. Hanno chiesto la sua mediazione con le altre istituzioni perchè non ci sia impunità, perchè la verità venga a galla e siano valutate tutte le ipotesi, come ad esempio quella 'estorsiva'. Hanno chiesto di riavere quanto prima i corpi delle vittime e di ricevere supporto rispetto all'ondata di azioni aggressive di chi vuole cacciarli dalle case. Il sindaco dal canto suo ha garantito che non avrebbe abbandonato mogli e figli delle vittime (vedremo...). Una parte della comunità immigrata ha annunciato così che domattina contribuirà a pulire le strade come segno di riconciliazione con gli altri abitanti 'autoctoni' di Castelvolturno :'perchè e grave; non protestiamo contro tutti gli italiani'. Ma la tensione resta alta, mentre dall'altra lato della città gruppi di residenti italiani protestano già per gli effetti del riot. Per domani è annunciato l'arrivo degli ambasciatori, in particolare di quello del Ghana. Un fatto non apprezzato da tutti. Temono che in nome della 'diplomazia' possa sminuire le ragioni della protesta. Sembra che in passato non abbia dato prova di grande coraggio. Un dimostrante sintetizza così:'il governo italiano deve considerarlo un ottimo scendiletto'.


fonte: InsuTv

19 settembre 2008

Castelvolturno: la rabbia dei migranti dopo la strage

Non si fermano le proteste dei migranti di Castelvolturno. Sono circa duecento [dalla quarantina di questa mattina], soprattutto nordafricane, le persone che sono scese in piazza, alcune munite di mazze e pietre, con le quali hanno rotto alcune vetrine e macchine, gettato cassonetti e mandato in tilt il traffico. La questura ha in campo circa 100 uomini in tenuta antisommossa ma stanno arrivando sempre più rinforzi perchè i migranti, dopo 12 chilometri di marcia sulla Domiziana stanno raggiungendo il bivio per arrivare al centro di Castelvolturno, al chilometro 30-31 della Domiziana. Il corteo di manifestanti ha raggiunto lo schieramento degli agenti e il questore di Caserta, Carmelo Casabona, è in strada per cercare di mediare e trattare con i manifestanti, anche per capire le loro richieste. Il sindaco di Castelvolturno, Francesco Nuzzo aveva anche promesso di incontrare nel pomeriggio una delegazione. «Non c’entriamo nulla con la droga, siamo una comunità onesta e di lavoratori» gridano i manifestanti.
La rabbia dei migranti di Castelvolturno, un comune del casertano, è esplosa già ieri notte, subito dopo la strage che ha lasciato sul terreno sei morti ed un ferito molto grave, tutti di origini africane. Le forze dell’ordine sostengono che le modalità della strage – una scarica di kalashnikov partita da auto e motorini [gli assassini, pare 6 o 7 persone, avevano giubotti con la scritta "carabinieri"] – sia riconducibile ad una matrice camorristica. I lanci di agenzia parlano di «regolamento di conti» per questioni di spaccio. Poche ore prima era stato ucciso un altro uomo – italiano – nella vicina località di Baia Verde e pare che le armi utilizzate siano state le stesse. La zona è controllata dal clan dei Casalesi e gli inquirenti stanno interrogando alcuni collaboratori di giustizia. «Questo è il fatto più grave di un quadro di fatti assolutamente allarmanti commessi con metodo terroristico», hanno dichiarato gli inquirenti. Le agenzie di stampa parlano di una «punizione» inflitta dai Casalesi a quanti, coinvolti nello spaccio, stavano cercando di sfuggire al controllo della cosca. Già il 18 agosto scorso alcune persone di origine nigeriana erano state vittime di un agguato. Alla base dell’aggressione, in quell’occasione, ci sarebbe stata l’attività di dissuasione che un’associazione di cui faceva parte una delle vittime portava avanti nei confronti delle prostitute nigeriane. Ma la rivolta che è cominciata già ieri notte, la rabbia esplosa nei confronti delle forze dell’ordine arrivate sul posto dopo la strage, parla d’altro. Parla dell’insofferenza nei confronti del clima di razzismo diffuso. «Erano delle brave persone i nostri amici, non sappiamo perché li hanno uccisi – dichiarano i manifestanti, che questa mattina hanno occupato la via Domiziana - hanno ucciso anche il sarto, extracomunitario come noi. Hanno sparato per colpire noi africani, perché tra le vittime c'erano anche tre dei nostri che vivevano nella palazzina dove c'è anche la sartoria [in cui sono state uccise alcune delle vittime ndr.]». «Vogliamo giustizia non è vero che i nostri amici ammazzati spacciavano droga o erano camorristi. Sono state dette tutte cose false», sostenevano i migranti che stamattina, esasperati, hanno innalzato barricate sulla strada con cassonetti e materassi, rivoltato auto e distrutto vetrine. Il gruppo dei manifestanti si è andato ingrossando nel corso della mattinata. Alcuni migranti sono stati invitati a scendere dagli autobus e ad unirsi alla protesta. La Cgil Campania è intervenuta con una nota sulla strage «Il clima di razzismo che da tempo si respira nel Casertano, nel Napoletano e nel Paese – vi si legge - fa pensare che, al di là della barbarie camorristica, possano celarsi dietro questi fatti, manifestazioni di intolleranza verso la presenza degli immigrati nel territorio nazionale».

La stagione dei sindaci-sceriffi. A Viterbo è vietato mangiare panini per strada

«A Viterbo un'ordinanza fresca fresca proibisce cose come la vendita di cornetti caldi e farinacei dopo mezzanotte, ma anche mangiarsi un panino per strada (di giorno), sotto i portici e sotto i fornici, sull'uscio di abitazioni private, ovvero su gradini. Non vieta di andare in parco a mangiarselo, ma se ti addormenti una multa te la becchi». Così in una nota Riccardo Fortuna consigliere alla Provincia di Viterbo del PRC e pittore. «Vieta tra l'altro di trasportare colori 'in modalità tali da consentirne l'immediato e diretto utilizzò. Quindi in teoria vieta anche di dipingere all'aperto. Certo se c'è un giustificato motivo la multa non te la fanno... quindi se il vigile ti ferma con i colori appresso tu gli devi spiegare cosa ci devi fare, sperando di convincerlo. Domenica mattina ore 10 davanti a palazzo dei papi disobbedirò all'ordinanza, dipingendo all'aperto senza fornire spiegazioni. Mangerò, in oltre, non uno ma due panini con la porchetta e quando avrò finito di dipingere, mi accascerò in un angolo al sole e mi berrò beatamente una birra. Rischio qualche migliaio di euro di multa.... Vedremo un pò».

Roma tappezzata di manifesti fascisti

Questa mattina alcuni quartieri romani - fra i quali la zona Trieste e piazza Bologna - si sono risvegliati con i muri tappezzati di manifesti a sfondo nero con sopra una scritta in carattere bianco: "Io ho il cuore nero, me ne frego e sputo in faccia al mondo intero". Nessuna firma, eccezion fatta per una grande croce celtica alla fine della frase. Che, per chi non la conoscesse, fa parte di una canzone del gruppo "270 bis" (il riferimento è all'articolo del codice penale che riguarda il reato di banda armata), resa celebre dal documentario "nazirock". In quelle riprese, a cantarla, c'era Martin Avaro, dirigente nazionale e responsabile romano di forza nuova, che non sembra essere sorpreso: "È un'iniziativa che non nasce da una mia idea, ma comunque da ambienti interni a forza nuova". Ed è dedicata al presidente della camera Gianfranco Fini, e alle sue parole sull'antifascismo."Penso che sarà contento di vedere quei Manifesti- afferma ironico avaro- perchè quella canzone è stata scritta da marcello de angelis, attualmente senatore della repubblica eletto tra le fila di an: a me mi hanno messo in croce perchè l'ho cantata, ma non capisco perchè se la canto io sono un criminale e se la canta un senatore è un eroe". All'indomani di una serie di fermi a danno di "tanti dei nostri in piazza annibaliano", prosegue Avaro, il nostro intento "è quello di ribadire ciò che in tanti, non solo tra le fila di forza nuova, pensano in questo momento: per questo non abbiamo firmato i manifesti. Ancora una volta- conclude- condanniamo così chi si erge a paladino della sapienza pura, condannando esperienze storiche per noi validissime". Al centro della protesta, secondo Casa Pound, l’approvazione del Piano regolatore sociale da 7 milioni di euro che «sta avvenendo senza un adeguato approfondimento e dibattito nel consiglio». In realtà, l’azione di oggi nasce con l’obiettivo di ottenere una quota di finanziamenti per l’ultima occupazione «non conforme», quella di Area19, nella ex stazione ferroviaria di Vigna Clara, nel municipio XX. Questo è solo l’ultimo scontro della guerra nella destra romana dopo il risultato deludente delle
elezioni comunali. Da allora, la lista comune tra Storace e Fiamma Tricolore ha subito due scissioni: Casa Pound, guidata da Gianluca Iannone, è uscita dalla Fiamma e tenta un progetto «autonomo»; dall’altra parte, Casa Italia Prati di Giulio Castellino ha dato vita all’Area Identitaria, e recentemente confluita dentro il Pdl romano. Alla faccia di Fini e del suo «antifascismo.
».

Padova: Poliziotto di giorno, magnaccia di notte

Di giorno lavorava come ispettore di polizia penitenziaria, nel tempo libero si occupava delle quindici ragazze dell'Est che si prostituivano negli appartamenti affittati a suo nome con clienti che le contattavano attraverso gli annunci sul web o sui giornali locali inseriti dallo stesso poliziotto. In cambio della cosiddetta organizzazione del lavoro, le ragazze versavano all'agente cento euro al giorno ciascuna, quarantacinquemila euro al mese che Rossano Spenati, 52 anni, incassava senza battere ciglio continuando a fare rispettare l'ordine nel carcere padovano di strada Due Palazzi. Un affare certamente proficuo. O almeno fino al luglio 2007, quando Spenati minacciò di morte due protette che non gli volevano dare la percentuale. Le prostitute si rivolsero alla procura di Padova, gli inquirenti organizzarono una trappola e colsero Spenati in flagrante mentre riceveva del denaro dalle ragazze. Secondo l'accusa, il sottufficiale di polizia pentitenziaria sfruttava le ragazze del luglio 2005, cioè da quando aveva deciso di organizzare un vero business della prostituzione: secondo i racconti delle lucciole, Spenati si recava personalmente in Romania dove contattava delle donne disposte a prostituirsi. Si occupava di tutto, il poliziotto: viaggio in Italia, addestramento, affitto degli appartamenti, pubblicazione degli annunci. A suo nome figurano una decina di alloggi affittati per l'attività delle ragazze, che hanno raccontato come Spenati pretendesse i cento euro minacciando di denunciarle. Un caso di sfruttamento della prostituzione da manuale che costerà molto probabilmente il rinvio a giudizio dell'agente magnaccia, come richiesto in questi giorni dal pm padovano Sergio Dini.Da mesi Spenati, in attesa di giudizio, è stato sospeso dal suo lavoro.Se il ddl Carfagna dovesse diventare legge, la prostituzione nei luoghi pubblici diventerebbe reato, mentre quella al chiuso sarebbe comunque tollerata e dunque schiere di lucciole, sfruttate da trafficanti e magnaccia, saranno costrette ad affittare un appartamento. Il ragionamento non sfugge alla Confedilizia che ora chiede alle assemblee dei condomini di deliberare, tramite notaio, il divieto di prostituzione all'interno dell'edificio per evitare l'infiltrazione della malavita. La ministra Carfagna ha voluto intervenire sulla questione chiarendo che non le interessa regolamentare la prostituzione al chiuso magari consentendo alle lucciole di consorziarsi in cooperative autogestite: «Ognuno in casa fa ciò che vuole. Ma non saremo noi a creare dei ghetti. Non sarà il governo ad autorizzare quartieri a luci rosse. Anche per questioni pubbliche e di decoro».A Roma il sindaco Alemanno specifica che l'ordinanza sulle multe a lucciole e clienti (200 euro) entrerà pienamente in vigore da lunedì. I vigili di Cgil, Cisl e Uil contestano la mancanza dell'ordine di servizio e si rifiutano di multare fino a che non avranno stilato un accordo col Campidoglio.

Monza: detenuto legato ad un palo

La foto farà sicuramente discutere. Si tratta di un uomo ammanettato nel commissariato di Monza. Motivo? Mancano le celle di sicurezza e allora si ricorre anche a questi metodi anomali. Proprio ieri gli agenti non hanno mancato neppure di organizzare una manifestazione di protesta contro una «situazione di degrado» del comparto sicurezza che investe Monza. «Dobbiamo prendere le auto in prestito dalla questura di Milano» dicono i poliziotti. Da qui la promozione di un presidio da parte del Siap (Sindacato italiano apparteneneti alla polizia) dove ai cittadini è stata distribuita una lettera aperta «contro la non più sostenibile situazione delle strutture e mezzi a disposizione delle forze dell'ordine in Lombardia».

18 settembre 2008

Torino pestaggio di un immigrato a S.Salvario

Sono le tre di notte, quando la gente dei palazzi che affacciano su Torino Esposizioni - in piena San Salvario "bene" - viene svegliata da uno sgommare di pneumatici e poi da urla disperate. Sul lato del parcheggio di Torino Esposizioni, nell'ombra, c'è qualcuno che grida in una lingua straniera mentre dall'altra ci sono tre pattuglie parcheggiate di fronte alle case. Intanto due poliziotti trattengono sul selciato un ragazzo di colore mentre gli altri agenti lo massacrano a manganellate e calci. Solo un agente non partecipa al pestaggio: sta facendo il palo, si guarda in giro per essere sicuro che nessuno si avvicini troppo alla scena. Ma il pestaggio dura troppo, la gente si affaccia ai balconi e poi, dalle case, qualcuno urla agli agenti di smetterla. Velocemente, i poliziotti trascinano il ragazzo dietro un angolo, si sente ancora il rumore di qualche colpo e poi lo caricano in macchina. Prima di andare via, un poliziotto scruta per terra, si piega, tocca il selciato. Al mattino dopo, sul marciapiede, rimangono ancora delle chiazze di sangue.

Genova G8: Processo Diaz i Pm citano la sentenza sull'eccidio nazista

Per spiegare le responsabilità della sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8, nel luglio 2001, i pm citano una sentenza sull'eccidio nazista di Sant'Anna di Stazzema. Nella memoria di 500 pagine depositata ieri alla ripresa del processo sui fatti di Genova Enrico Zucca e Francesco Albini, che hanno chiesto oltre 110 anni per 28 dirigenti e capisquadra della polizia ed un'assoluzione, affermano che «per comprendere il ruolo avuto dagli imputati è utile riferirsi alla teoria della responsabilità di comando elaborata dal diritto internazionale penale». «Nell'operazione Diaz - dicono i comandanti hanno una posizione di supremazia assoluta sui subordinati», ma secondo i pm questi ultimi sono «responsabili», e non si possono «celare nell'anonimato» con il consenso dei primi. Per il Comitato Verità e Giustizia per Genova queste parole descrivono ciò che ormai è appurato sul piano storico: l’operazione alla scuola Diaz fu un’aggressione illegale e antidemocratica, concepita come una “spedizione punitiva” e condotta con metodi violenti: dobbiamo al caso se fra le vittime del blitz non vi furono dei morti (almeno tre persone furono condotte in ospedale in condizioni gravissime).In questi anni, continua il Comitato Verità e Giustizia, gli alti dirigenti imputati hanno rifiutato di assumersi le responsabilità che spettano a chi partecipa a un’operazione di quel genere e con ruoli gerarchici così importanti: hanno addirittura rifiutato di testimoniare in aula. Nonostante questo, i vertici di polizia e di governo li hanno promossi. Ora tutti tacciono di fronte alle gravissime ma ben fondate conclusioni dei due pubblici ministeri. E’ un atteggiamento molto pericoloso.Alla Diaz (e non solo lì, per la verità) nel luglio 2001 fu condotta un’azione eversiva che è stata premiata, anziché punita. E che quindi continua giorno per giorno, sotto i nostri occhi.

17 settembre 2008

Roma: Persecuzione contro i rom del Casilino 900. La denuncia di Prc e associazioni

«Il nostro campo è diventato un Cpt a cielo aperto». Questa l'accusa dei rom del Casilino 900, stanchi delle continue persecuzioni da parte degli agenti della polizia municipale che negli ultimi mesi hanno intensificato retate e controlli a sorpresa nell'accampamento più affollato della capitale, oltre 400 persone senza acqua né luce. La lista delle lamentele è lunghissima: la fornitura di acqua ed energia elettrica è stata tagliata dal Comune nonostante molte famiglie pagassero regolarmente le bollette, e chi ha comperato dei generatori ora viene accusato di averli rubati (20 gli arresti soltanto la scorsa settimana, seguiti dal rilascio); una entrata del campo è stata sbarrata, e l'unica rimasta è stata ristretta per non lasciare passare le macchine; durante i controlli e le perquisizioni a raffica, gli agenti accusano i rom di tenere in casa merce rubata. «Ma noi comperiamo le cose al mercatino, dove non ci fanno lo scontrino» spiega uno di loro. «La strategia del Comune è duplice» spiega Elisa, attivista della ex-Snia che segue il Casilino 900: «da una parte li accusano di aver rubato della merce, dall'altra chiedono i documenti ed espellono chi non risulta in regola, anche se vive qui da 30 anni». Per mancanza di fondi, le cooperative che si occupavano della scolarizzazione dei bambini si sono ritirate e ora sono gli stessi rom a portare i figli a scuola. «Ci hanno censiti ma viviamo in condizioni spaventose» accusa uno dei portavoce del campo, Naio Adzovic: «Devono dirci se ci spostano oppure se il campo verrà risanato». Ed è proprio questa la preoccupazione maggiore: dove andare a vivere? Per chiedere maggiore chiarezza il Casilino 900 ha lanciato un appello firmato anche da ex-Snia, Prc e "Stalker On", l'associazione di architetti di Roma 3 che ha progettato dei moduli abitativi per i rom del campo, progetto per ora rimasto sulla carta per palese disinteresse da parte del sindaco Alemanno. Se non otterranno risposte, sono pronti a marciare fino a palazzo Valentini per chiedere un faccia a faccia col prefetto Carlo Mosca.Naio e gli altri si stanno preparando ad accogliere gli europarlamentari del comitato per le libertà civili, giustizia e affari interni, che oggi e domani incontreranno il ministro Robero Maroni, i sindaci Alemanno, Moratti e Jervolino, i prefetti di Roma, Napoli e Milano, ong e associazioni per fare chiarezza sulla situazione dei rom dopo la decisione del censimento. Nella delegazione ci saranno gli europarlamentari del Prc (Catania, Aita, Agnoletto, Morgantini), di Sinistra Democratica come Claudio Fava, dei Verdi, la rom ungherese Viktoria Mohàcsi e persino Mario Borghezio (Lega Nord), Roberto Fiore (Forza Nuova) e Luca Romagnoli (la Destra-Fiamma Tricolore). Venerdì la delegazione visiterà anche il campo di via Salone e il Camping River di via Tenuta Piccirilli.

L'Antirazzismo non è un convegno ma una pratica quotidiana.

Apprendiamo con stupore che la città governata da Cofferati è leader nazionale della Coalizione delle Città Europee contro il Razzismo (Eccar). Lo stupore nasce dalla convinzione che le risposte securitarie date da questa amministrazione alla diffusa percezione di insicurezza sociale siano, alla stregua di quelle della destra, responsabili del clima di intolleranza e xenofobia presenti.A Milano è stato ucciso un ragazzo di pelle nera. Milano come Livorno, Torino, Bologna, Napoli, Firenze,Roma. Cambia il colore delle amministrazioni ma la politica è la stessa in Italia come in Europa e la gente si sente sempre più insicura.Forse i problemi sono altri.Sono ben presenti nella nostra mente le immagini delle ruspe sulle sponde del Reno, dei Rom braccati per un'estate intera dalle forze dell'ordine, degli sgomberi senza appello e alternativa alcuna, della guerra ai lavavetri, delle ordinanze legge e ordine che hanno introdotto anche a Bologna il virus della paura del diverso e delle diversità.Siamo curiosi di sentire cosa racconterà Cofferati ai delegati provenienti da tutta Europa sulle politiche per i migranti del Comune di Bologna: dell'accoglienza disincentivante (non ti possiamo offrire niente vai a chiedere altrove)? Oppure di quanto sono convincenti le ruspe nel creare un clima di convivenza e di reciproco rispetto nella nostra città?Continuiamo a pensare che il ruolo di un Sindaco dovrebbe essere quello di tutore della coesione sociale della comunità, nella sua interezza, nelle sue diverse sfaccettature. Per questo abbiamo criticato e critichiamo Cofferati e quegli amministratori del Pd che hanno scambiato il loro ruolo con quello di Prefetti e che ancora oggi chiedono al Ministro Maroni maggiori poteri in materia di ordine pubblico.Gli amministratori facciano il loro mestiere, che è quello di dare servizi, sostanziare i diritti dei cittadini, offrire opportunità di conoscenza e di dialogo tra nativi e migranti, creare le condizioni di una pacifica convivenza, essere garanti della coesione sociale.Questo sarebbe per noi un modello di città davvero accogliente e in cui nessuno si sente escluso perché le opportunità per la costruzione del proprio futuro sono paritarie e per tutti. L'antirazzismo non è la vetrina di un convegno, ma si pratica tutti i giorni!!!Saremo davanti a Sala Borsa per disvelare l'ipocrisia che si nasconde dietro le mura di Palazzo d'Accursio.


Tiziano Loreti - Segretario Provinciale Prc-Se Bologna
Monica Sabattini - Responsabile Immigrazione Prc-Se Bologna

Bologna: Vietati piercing e tatuaggi nelle parti intime

Nei mesi scorsi la notizia era finita nelle pagine nazionali dei quotidiani: la Giunta Cofferati era intenzionata ad introdurre una modifica al Regolamento di igiene comunale, per la disciplina delle attività di acconciatore, estetista, tatuatore e piercing, in cui si introduceva il divieto di piercing e tatuaggio nelle parti intime del corpo, nei capezzoli e sulle palpebre. L’assessore al Commercio Cristina Santandrea con giudizi moralistici giustificava questa scelta per il bene dei giovani.Dopo essere passata in Consiglio Comunale con il voto contrario dell’Altra Sinistra, oggi la delibera viene recepita dall’Ausl che nelle schede tecniche ha scritto: “Non sono ammessi il tatuaggio e il piercing su parti anatomiche la cui funzionalita' potrebbe essere compromessa da tali trattamenti o in parti in cui la cicatrizzazione sia particolarmente difficoltosa, ad esempio un tatuaggio esteso alla totalità del corpo, piercing sull'apparato genitale, sulle palpebre o sul capezzolo”.Le nuove norme entreranno in vigore dal prossimo primo ottobre e si vanno ad aggiungere al pacchetto di misure e ordinanze proibizioniste varate dall’Amministrazione comunale.
fonte: www.zic.it

16 settembre 2008

Rimini: Arrestato ed estradato in Grecia Luca Zanotti. Rischia 10 anni di carcere per uno spinello

Nella mattinata, intorno alle 5 e 30, è stato arrestato il riminese Luca Zanotti che in serata verrà estradato in Grecia per rispondere dell'accusa di traffico internazionale, detenzione e spaccio di droga che in caso di condanna prevedono una detenzione non inferiore ai 10 anni. Nel 2005 il ventiquattrenne, insieme all'amico Davide D'Orsi, era stato fermato dalle autorità elleniche nel Peloponneso con 21 grammi di hashish. La Cassazione nei giorni scorsi ha concesso alla Grecia di detenere Zanotti in attesa del processo che, secondo le prime informazioni, potrebbe tenersi a metà ottobre. Il riminese rimarrà nel carcere di Kalamata, prima di essere trasferito ad Atene in attesa del giudizio. Proprio la località di detenzione è motivo di preoccupazione tra i familiari a causa della durezza del regime carcerario greco. La vicenda. Luca Zanotti e Davide D'Orsi sono stati fermati dalla polizia greca nel 2005, durante una vacanza nel Peloponneso. I due, che all'epoca avevano rispettivamente 21 e 25 anni, furono trovati con 21 grammi di hashish ed arrestati dalle autorità elleniche per possesso di sostanze stupefacenti. Dopo quattro giorni in cella e il pagamento di 2.500 euro di cauzione furono infine rilasciati potendo così tornare in Italia. La procedura legale è andata avanti con la richiesta della magistratura greca di estradare i due ragazzi per sottoporli a processo, concessa per Zanotti e respinta per D'Orsi, nei confronti del quale servirà però un'altro processo d'appello. La mobilitazione. In difesa dei due ragazzi si sono mobilitate forze politiche e associazioni. A inizio settembre si è svolta una manifestazione di solidarietà a Sant'Arcangelo di Romagna, paese di origine di Zanotti, alla quale avevano preso parte anche il sindaco Vannoni e i parlamentari riminesi Marchioni (Pd) e Pizzolante (Pdl) e che si era conclusa con la raccolta di un migliaio di firme. Pochi giorni dopo, l'onorevole Elisabetta Zamparutti, esponente del partito Radicale eletta nelle liste del Pd, ha rivolto un'interrogazione al presidente del Consiglio e al ministro della Giustizia, chiedendo che non venisse eseguita l'estradizione. Per perorare la propria causa Zanotti ha anche aperto blog con tutti gli aggiornamenti sulla propria situazione, a cui si affianca la raccolta di adesioni giunta fino ad ora a 1.700 firme.
Le accuse. Nei confronti dei due ragazzi sono state avanzate accuse molto pesanti: traffico internazionale, detenzione, spaccio e uso di sostanze stupefacenti. La legge greca non prevede infatti distinzione tra la detenzione ad uso personale e lo spaccio di droghe, quindi Zanotti rischia una pena non inferiore ai 10 anni di carcere in caso di condanna.

Lecco: Giovane nigeriano licenziato dalla Vismara perchè di colore

Per due anni ha insaccato e ha incassato. Tutti i giorni. Sempre lì, al suo posto, in uno dei più grossi salumifici italiani. Ha insaccato salami e mortadelle. Ha incassato insulti razzisti e offese umilianti. La più becera, e anche la più banale, è "sporco negro": la stessa firma degli assassini di Guibre. E' quella che lo ha marchiato dentro, che lo ha fatto sentire un comodo sfogatoio per le frustrazioni di un collega, che poi sono diventati un gruppo, e allora la cosa si è fatta ancora più pesante. Questa è la storia di Daniel - basta il nome - , nigeriano di Lagos, 24 anni, un bambino di due. Daniel non è un clandestino: è in Italia regolarmente dal 2003. Abita a Villasanta, Brianza monzese, con la moglie e il figlio. Paga un affitto. Ha un lavoro, anzi, l'aveva. Perché l'hanno licenziato. Daniel è un operaio macchinista. Nel 2006 inizia a lavorare alla Vismara S. p. A di Casatenovo, Lecco. Si divide tra il reparto e il forno. Sgobba da mattina a sera. Mai un problema, mai un richiamo, racconta. E ottimo rendimento, visto che ogni sei mesi gli rinnovano il contratto. Ma nello stabilimento c'è un ostacolo imprevisto con cui il cittadino africano deve fare i conti: il razzismo. A dargli dello "sporco negro", all'inizio, è solo un collega. Per lui insultare Daniel è la regola. Altri operai iniziano presto a apostrofarlo nello stesso modo. Uno stillicidio di offese al quale l'immigrato, nonostante le ripetute richieste di spiegazioni, non riesce a sottrarsi. Manda giù, abbozza quando un giorno gli dicono: "La vuoi capire o no che voi extracomunitari di m. in Italia non potete stare?". Solo perché aveva chiesto a un collega di aiutare un altro lavoratore in difficoltà, un peruviano che non riusciva a trasportare dei colli di mortadella. "Chi credi di essere? Mica penserai di comandare noi italiani?". Daniel ha paura di denunciare chi lo tormenta: non vuole rischiare di perdere il posto di lavoro. Un giorno si rivolge al capo reparto, che però minimizza: "Dai, non farci caso... sai come sono fatti i ragazzi... Tu pensa a fare il tuo lavoro e basta". Ma alla fine di giugno decide che il vaso è colmo. Accade quando entra nello spogliatoio e trova il suo armadietto distrutto. Un atto vandalico, l'ultimo sfregio. Lui che non ha mai ricevuto provvedimenti disciplinari, lui che guadagna 1100 euro e che - dopo 12 contratti - viene ancora pagato dall'agenzia interinale "Iwork" di Arcore.
Il 28 giugno Daniel presenta una querela alla Procura di Lecco: racconta nel dettaglio le odiose offese che gli sbattono addosso. Spera che dopo quell'esposto qualcosa possa finalmente cambiare. Che la sua dignità non sia più calpestata. E invece al danno si aggiunge la beffa. L'altro giorno la Vismara gli da il "benservito": "A fine mese non presentarti più in azienda", gli comunica il capo reparto. L'operaio crede sia uno scherzo di cattivo gusto: e invece è tutto vero. (continua)

14 settembre 2008

Omicidio razzista a Milano

Un giovane italiano, Abdul Guibre, 19 anni, originario del Burkina Faso, è stato aggredito e ucciso stamani da due uomini che l'hanno colpito alla testa con una mazza di legno e una spranga in via Zuretti, a Milano. L'omicidio, accompagnato da insulti razzisti da parte degli aggressori, è avvenuto questa mattina verso le 6. Il giovane è stato subito ricoverato all'ospedale Fatebenefratelli dove è morto qualche ora dopo. Gli aggressori sono sono Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio arrestati per l'omicidio e proprietari di un furgone bar.
Secondo la ricostruzione degli agenti della questura di Milano, Abdul Guibre era con altri due amici di colore, J.K., 21enne del Ruanda, e S.R., 19 anni di Reggio Calabria, dopo aver trascorso la notte in un locale in corso Lodi. A bordo dei mezzi pubblici erano arrivati in via Zuretti, vicino alla Stazione Centrale, con l'intenzione di andare al centro sociale Leoncavallo. A quel punto i tre sono stati avvicinati da Fausto e Daniele Cristofoli scesi dal furgone bar che li hanno accusati di avere rubato della merce. I due sono passati alle vie di fatto e hanno cominciato a colpire il giovane lanciando epiteti razzisti: "Sporchi negri vi ammazziamo". I tre ragazzi hanno cercato di fuggire ma i due sono riusciti a raggiungere Abdul e lo hanno colpito ripetutamente con le spranghe alla testa. Gli aggrediti sono riusciti ad annotarsi parte della targa del furgone.
«L'omicidio a sprangate di un ragazzo di colore, la cui unica colpa era evidentemente solo questa, visto che aveva anche la cittadinanza italiana, avvenuto oggi a Milano è un fatto di una gravità inaudita, un inaccettabile e intollerabile atto di razzismo». Lo afferma il segretario del Prc Paolo Ferrero. «La Lega - aggiunge - la deve smettere, con le sue campagne xenofobe e razziste. Fatti terribili come questi sono, temo, anche il frutto di un clima avvelenato costruito da forze politiche come la Lega, che additano gli immigrati a fonte di tutti i mali».
Il Ministro degli Interni Maroni e la polizia escludono che la brutale aggressione che è costata la vita a Abdoul Guibre a Milano sia riconducibile al clima di razzismo che si vive oggi in Italia. Ma le notizie che ogni giorno ci vengono segnalate dimostrano il contrario - dichiara Italo Di Sabato responsabile dell'Osservatorio sulla Repressione del Prc. Le torture subite dai giovani rom alla caserma di Bussolengo, oppure il rastrellamento al campo rom Casilino ‘900 a Roma, - continua Di Sabato - dimostrano che le forze dell’ordine oggi sono privi degli strumenti etici e culturali, oltre che dell’autorevolezza, per dare giudizi del genere. Il ministro degli Interni Maroni, fra i maggiori protagonisti, con il suo partito, della campagna xenofoba e intimidatoria degli ultimi mesi, ovviamente tace. Il terribile omicidio di Abdoul Guibre a Milano è figlio dei nostri tempi. In una società nella quale lo straniero, il migrante, il nero, il diverso sono indicati come problemi sociali, pericoli per la sicurezza, vettori di criminalità, come si fa a stupirsi se due cittadini si scaraventano a colpi di spranghe, contro il diverso di turno? Il razzismo in Italia è merce di colloquio quotidiano, in famiglia, nei consigli e nelle giunte comunali, nei bar, in parlamento e al telegiornale. La negazione della polizia, l’indifferenza del ministro leghista sono elementi di un sistema che produce odio e alla fine anche i lamenti dell’opposizione parlamentare, tutt’altro che innocente in materia di esasperazione della questione sicurezza e di criminalizzazione delle migrazioni e alla fine degli stranieri, fanno parte di un sistema che produce astio e rancori. E’ un sistema violento, mortifero. Per spezzarlo, - conclude Di Sabato - ci vorrebbe un lavoro molto serio, molto deciso, molto capillare sul piano culturale, su quello politico, su quello dell’informazione. Solo se si svuotano i bacini dell'odio sarà possibile ergere una barriera di civiltà e garantire sicurezza per tutti. Perchè con il razzismo e la repressione nessuno è sicuro.

Masserano (Biella): minacce fasciste ai giovani comunisti

Masserano è un piccolo paese di una martoriata provincia di Biella. E’ sempre stato un paese tranquillo, nella “norma”. Da qualche mese però c’è un gruppo, più o meno organizzato, che viene lasciato libero di scorrazzare per le tranquille valli biellesi a sfogare le proprie frustrazioni con la violenza e le intimidazioni. Guarda caso i prescelti sono militanti dei Giovani Comunisti/e di Biella! Per mesi sono stati seguiti e pedinati meticolosamente. Dopo svariati tentativi di bloccarli in auto sulla strada di casa lunedì ci sono riusciti. Otto persone incappucciate e armate di spranghe hanno bloccato la strada e hanno tentato di aggredire i compagni. Fortunosamente i ragazzi sono riusciti a fuggire e l’agguato è sfumato. Dopo quest’ultimo tentativo, la notte dopo è comparsa una scritta poco prima della loro casa : “SIETE MORTI” seguita da una svastica. Ovviamente è subito stata fatta denuncia presso i carabinieri locali e sabato 13 abbiamo organizzato un presidio antifascista a Masserano. La situazione si sta facendo pesante. Come nel resto d’Italia stiamo assistendo ad un ritorno di germi che credevamo relegati in un passato che non può e non deve tornare.
Ormai è uno stillicidio quotidiano di aggressioni di chiara derivazione razzista. E il dato più inquietante è che sembra che la maggior parte della società civile sembra non rendersene conto, o peggio, giustifica e comprende tutto questo. Siamo al degrado culturale e sociale più totale.
Viviamo in un Paese militarizzato nel tentativo di risolvere un problema “sicurezza” inventato ad hoc per distogliere la nostra attenzione da quelli che sono i veri problemi dell’Italia. Viviamo in un Paese dove si può ammazzare di botte un ragazzo al grido di “negro di merda” senza essere considerati razzisti. Viviamo in un Paese che ha perso di vista le sue radici e il suo futuro.
E chi se non noi, questa nuova e devastata generazione ha il dovere di riprendersi il mondo che stanno cercando di sottrarci?


Matteo Sacco - Coord. GC Biella

Roma: scritte naziste su lapidi delle Fosse Ardeatine

Scritte naziste a Piazza Ledro nel quartiere Salario-Trieste a Roma. Sono state imbrattate delle lapidi commemorative per i martiri delle Fosse Ardeatine. Le targhe erano state poste sotto le abitazioni di due vittime del massacro nazista, Luigi Pierantoni e Raffaele Zicconi. Immediata la reazione del sindaco: "Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, appena vista la fotonotizia diffusa da Repubblica.it sulle vergognose scritte apparse sulle lapidi che ricordano le vittime delle Fosse Ardeatine in piazza Ledro, nel condannare fermamente il vile gesto, ha disposto, tramite l'Ufficio decoro urbano, l'immediata ripulitura delle targhe commemorative e della facciata del palazzo".

Bergamo. La cospirazione delle mani rosse

Nel giugno 2006 la città di Bergamo è stata pacificamente invasa da un numero imprecisato di mani rosse disegnate a vernice spray sui muri e accompagnate dalla frase «tana libera tutti». Lo slogan rimanda al classico gioco che si faceva da bambini: «guardie e ladri». Negli stessi giorni è apparsa una «rivendicazione» sul sito di indymedia che spiegava le motivazioni del gesto: «Nel gioco raggiungere la ‘tana’ e gridare ‘per tutti’ equivale a liberare, oltre a sé, anche tutti gli altri ‘ladri in fuga’. Ecco allora svelato l’enigma: le mani rosse rappresentano una innocente ed elementare richiesta di libertà». La campagna ebbe successo e nei mesi successivi nel centro di Bergamo si moltiplicarono adesivi con la mano, stancil di impronte di mani e scritte con lo spray. La notte tra il 5 e il 6 giugno del 2006 una pattuglia della polizia riuscì a fermare tre giovani incensurati armati di vernice spray e uno stancil a forma di mano. Per formulare l’accusa nei confronti dei ragazzi le forze dell’ordine fecero una mappatura delle mani rosse realizzate in città e raccolsero «porta a porta» le querele dei cittadini indignati per aver trovato i muri delle loro abitazioni imbrattati. Il tutto amplificato da una campagna colpevolista dell’Eco di Bergamo.Il risultato di tanta attenzione è che il 18 settembre prossimo, a distanza di due anni, i tre ragazzi saranno processati con l’accusa di «concorso morale» nella fattura di tutte le mani rosse comparse nella città. Non solo, proprio per dare un aspetto di esemplarità al caso il Comune di Bergamo ha deciso di costituirsi parte civile e ha richiesto 100 mila euro di danni. A cui si aggiungono i risarcimenti corrispondenti alle 56 querele raccolte dalle forze dell’ordine dai singoli cittadini. «Attribuire la responsabilità di tutte le ‘mani rosse’ ai tre giovani sorpresi a tracciarne alcune, ha l’unico scopo di sostenere un teorema repressivo severissimo – si legge sul blog manirosse.noblogs.org – volto a trasformare un episodio specifico in una punizione esemplare per tutti».



Per sostenere «i tre delle mani rosse» i loro compagni di Bergamo hanno scritto un appello che si trova su manirosse.noblogs.org al quale aderire mandando una mail a manirosse@canaglie.org.

Milano: Rom pestato dalla Polizia

Stelian Covaciu, Rom e missionario cristiano evangelico, subisce un violentissimo pestaggio, con insulti razzisti e minacce, da parte di due poliziotti in divisa.E' ricoverato in ospedale, in prognosi riservata. Gruppo EveryOne: "L'odio razziale ha ormai contagiato Istituzioni e autorità. E' necessario che le componenti antirazziste e antifasciste italiane e dell'Unione europea si impegnino insieme per fermare l'imbarbarimento della nostra società".Milano, 20 giugno 2008. La città di Milano è ancora teatro di una vile, brutale spedizione punitiva nei confronti di un cittadino romeno di etnia Rom, effettuata questa volta da agenti di polizia in divisa. Dopo l'aggressione avvenuta la mattina del 17 giugno nei confronti di Rebecca Covaciu (la bambina che si è aggiudicata il Premio Unicef 2008 per le sue doti artistiche) e dei suoi familiari, ieri sera, 19 giugno 2008, un altro pestaggio, ancora più violento e inquietante, ha colpito il papà di lei, Stelian Covaciu, missionario della Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale.In seguito al primo, drammatico episodio di matrice razzista il Gruppo EveryOne aveva lanciato un allarme internazionale, coinvolgendo i media nonché numerose personalità della cultura e della politica.Immediatamente dopo la nuova aggressione, Gina Covaciu, moglie di Stelian, chiamava ancora Roberto Malini del Gruppo EveryOne che, insieme a una responsabile dell'associazione milanese Naga, allertava un'ambulanza e le forze della polizia di stato, che accorrevano sul luogo dell'agguato e conducevano l'uomo, pieno di contusioni e traumiinterni, sofferente e in stato confusionale, presso l'ospedale San Paolo, dove veniva sottoposto ad esami e ricoverato. E' tuttora in prognosi riservata.Il Gruppo EveryOne contattava la questura centrale per assicurarsi che le autorità formalizzassero la denuncia di aggressione ed effettuassero indagini scrupolose."Quando Gina ci ha chiamato," riferiscono i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "era talmente agitata e disperata che faticava ad articolare discorsi comprensibili. Vicino a lei, Stelian si lamentava, pronunciando parole sconnesse. Quando la donna si è calmata, ci ha raccontato i particolari dell'agguato. Gli stessi energumeni che avevano picchiato, insultato e minacciato i Covaciu si trovavano ancora davanti a loro. Stavolta però erano scesi da un'auto della polizia, in divisa e armati di manganelli. Dopo la prima aggressione, la piccola Rebecca, che è una ragazzina molto intelligente e intuitiva, ci aveva già detto che gli aguzzini della sua famiglia indossavano guanti simili a quelli che indossano i poliziotti. Sospettavamo che avesse ragione, anche perché un numero crescente di Rom ci segnala di questi tempi un comportamento violento o intimidatorio da parte delle forze dell'ordine, ma speravamo di sbagliarci. L'ipotesi più grave, invece, è stata confermata dai fatti e gli agenti razzisti hanno colpito ancora".Questa volta, però, la violenza degli uomini in divisa si è concentrata su Stelian. La loro azione brutale si svolgeva in piazza Tirana, nei pressi della Stazione San Cristoforo, dove la famiglia vive all'interno di un riparo di emergenza, fatto di teli e cartone."Gli agenti si sono avvicinati all'uomo" proseguono i leader EveryOne "e l'hanno apostrofato con un tono minaccioso: 'Ci riconosci? Hai fatto un errore a parlare con i giornalisti, un errore che non devi ripetere'. Quindi hanno cominciato a picchiarlo con cieca violenza, sia con i pugni che con i manganelli, riducendolo in condizioni penose. Quindi, mentre Stelian era a terra, l'hanno insultato e minacciato: 'Non raccontarlo a nessuno o per te saranno guai ancora maggiori'. Quando i due picchiatori si sono allontanati, Gina, i figli e alcuni concittadini di Stelian l'hanno soccorso. Lui si lamentava ed era in evidente stato di shock".Intanto un'attivista sopraggiungeva sul posto e raccoglieva numerose testimonianze da parte dei Rom che vivono nei dintorni della stazione di San Cristoforo, che confermavano le parole di Gina Covaciu ovvero che due poliziotti in divisa, scesi da un'auto della polizia, erano gli autori del violento pestaggio."E' necessario che si ponga fine a questa persecuzione" concludono gli attivisti "perché il diffondersi dell'odio razziale, di cui sono latori politici e numerosi media, ha scatenato una sequenza impressionante di atti di violenza nei confronti dei cittadini Rom. Sappiamo che le forze dell'ordine sono formate per la maggior parte da agenti che operano seguendo il codice etico europeo. Ci appelliamo anche a loro affinché i razzisti e i violenti siano isolati e perseguiti, mentre le famiglie Rom, che rappresentano la parte più vulnerabile della società, siano protette. La violenza contro i Rom e le intimidazioni nei confronti degli attivisti che si battono per i diritti dei 'nomadi' crescono, in Italia, ogni giorno che passa. Famiglie intere vengono braccate fin sotto i ponti, nelle case abbandonate, nei parchi. Forze dell'ordine, sindaci e assessori- sceriffi, squadristi e giustizieri hanno scatenato una caccia all'uomo tanto feroce quanto irrazionale. I Rom vengono costretti a fuggire da un luogo all'altro, privati di qualsiasi forma di sostentamento - dall'elemosina ai servizi di strada - ridotti a fuggiaschi disperati, affamati, malati, senza alcun diritto. Nedo Fiano, Piero Terracina, Goffredo Bezzechi, Tamara Deuel, Mirjam Pinkhof, tutti sopravissuti all'Olocausto, avvertono con preoccupazione i cittadini europei affinché non cedano alle seduzioni del razzismo e paragonano la persecuzione dei Rom agli anni della Shoah, gli sgomberi e le spedizioni punitive ai pogrom. Rebecca, la figlia 12enne, di Stelian, è un grande talento, che l'Unicef ha premiato proprio nel 2008, ma che l'Italia punisce ogni giorno con il veleno dell'emarginazione, della povertà, dell'odio e della violenza.Un Paese che si rende colpevole di una simile ingiustizia, un paese che accetta tanta violenza, tanta crudeltà verso un intero popolo è un paese imbarbarito, è un Paese che ha perso la strada dei Diritti Umani ed è vicino a una crisi dei valori tanto grave da essere paragonata all'Italia delle leggi razziali, dei manganelli, delle camicie nere e dei treni per Auschwitz".

Per ulteriori informazioni:il Gruppo EveryOne e l' Associazione Nazionale Thèm Romano ONLUS, sede nazionale di Lanciano (CH) per il COORDINAMENTO NAZIONALE ANTIDISCRIMINAZIONE SA PHRALA - OGNI PERSONAè TUO FRATELLO

Tel: (+ 39) 334-8429527 - (+ 39) 331-3585406



Carcere Killer: 4 morti in pochi giorni

«È morto per cause naturali e in carcere ha avuto tutte le cure di cui aveva bisogno». Non sa trovare altre parole la direttrice del carcere di Forlì, Alba Casella, per spiegare la morte di Franco Paglioni, deceduto in circostanze drammatiche lo scorso 25 agosto , trovato riverso sul pavimento della cella tra le sue feci dopo aver inutilmente denunciato forti dolori. L'Istituzione come di consueto si è chiusa a riccio e respinge ogni accusa. Nega che nella vicenda vi siano responsabilità o ombre. L'incuria, l'indifferenza, il cinismo, non c'entrano. «Questo è quello che dicono i detenuti...», risponde la funzionaria, preoccupata soprattutto della propria carriera e di tutelare il buon nome dell'amministrazione. Il cappellano del carcere, don Dario Ciani, scrive che le condizioni di salute del detenuto erano note, tanto che in passato aveva sempre ottenuto misure alternative a causa della sua incompatibilità con la detenzione. Questa volta non è accaduto o non si è fatto in tempo. «Ogni carcere, compreso quello di Forlì, non può essere utilizzato come discarica», spiega il prete. Della vicenda è stata informata l'autorità giudiziaria che ha subito sotterrato il caso senza nemmeno accertare le cause esatte della morte. Tanto Paglioni aveva il destino segnato da una sieropositività conclamata. Evidentemente la vita di chi è affetto da questa sindrome vale meno delle altre. L'altro ieri si è tenuto anche un presidio sotto le mura della casa circondariale per denunciare l'episodio, mentre i Radicali annunciano una interpellanza parlamentare. Paglioni era stato collocato in isolamento nell'unica cella disponibile del reparto protetti. Uno come lui andava assegnato in una comunità. Quantomeno necessitava di un ricovero in infermeria. Ma il sovraffollamento attuale impedisce una gestione razionale della popolazione incarcerata.La fabbrica della punizione sforna più detenuti di quanto l'industria penitenziaria sia in grado di contenere. Ciò alimenta lo stillicidio di morti: altri tre negli ultimi giorni. Un paraplegico trovato incredibilmente "impiccato" nel carcere di Opera. È il secondo caso del genere che si registra in questo istituto. Un detenuto marocchino deceduto per inalazione di gas a Bad'e Carros (Nuoro) e poi, martedì scorso, la morte nell'ospedale di Velletri di Stefano Brunetti, 41 anni. Arrestato l'8 settembre per un tentativo di furto, il giorno successivo era stato ricoverato a causa delle pesanti percosse subite, non si sa ancora se durante la permanenza nella questura di Anzio oppure dopo l'ingresso in carcere. La magistratura ha disposto l'autopsia per conoscere se le cause del decesso sono di origine violenta o meno. La notizia è stata diffusa dal garante dei detenuti del Lazio e dall'associazione Antigone. Episodi che attirano l'attenzione sulle pratiche sempre più violente che ormai dilagano senza freni negli apparati di polizia.

11 settembre 2008

Rom di Bussolengo: ecco tutte le agghiaccianti denunce

Il sito dell’Istituto di cultura sinta ha pubblicato oggi tutte le denunce dettagliate dei rom picchiati, sequestrati e torturati presso la caserma dei carabinieri di Bussolengo [Verona], venerdì 5 settembre.
Ecco il link per leggere quelle denunce:http://sucardrom.blogspot.com/

Ultras: Per Paolo Ferrero la proposta Matarrese è assurda e inutile

«La proposta di Matarrese di trasformare gli stadi in carceri è assurda e insieme inutile perchè non affronta nè risolve il problema della violanza negli stadi. Ma il presidente Matarrese si è accorto che gli incidenti avvengono fuori gli stadi? Piuttosto, la Lega Calcio e il governo pensino al fallimento delle disposizioni repressive contro il tifo organizzato, che hanno solo svuotato gli stadi e alimentato ulteriori tensioni tra tifo e forze dell'ordine». Lo dichiara il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. «Chiudere le curve -sottolinea il leader del Prc- costruire celle, vietare le trasferte è palesemente controproducente. Iniziamo piuttosto a ragionare su interventi educativi, su come lo stesso sport può essere un veicolo formidabile per promuovere valori positivi e anti violenti. Invece delle celle, apriamo degli spazi negli stadi dove ci si può confrontare e si possono svolgere iniziative sociali».

fonte: Adnkronos

Prostituzione. I primi appelli contro il ddl Carfagna

Cominciano a fioccare gli appelli contro il ddl Carfagna, approvato oggi dal Consiglio dei ministri, sulla prostituzione. Il disegno di legge modifica la legge Merlin vietando la prostituzione in strada e punendo prostitute e clienti [anche se colti a «contrattare» in strada] con il carcere e con una multa. Il ddl prevede anche l’espulsione per le minori e i minori non italiane/e che si prostituiscono. Pubblichiamo il comunicato congiunto del Mit [movimento identità transessuale] e del Comitato per i diritti civili delle prostitute. (continua)

Roma: rastrellamenti al campo rom Casilino '900

Erano le prime luci dell’alba quando settanta agenti del gruppo sociale sicurezza urbana, coadiuvati dalle forze dell’ordine, hanno fatto irruzione nel campo rom Casilino ‘900. L’operazione è scattata senza alcun preavviso, proprio nel giorno in cui era previsto il censimento della Croce Rossa. I volontari della Cri si sono fatti da parte e per gli abitanti del campo più grande e disperato di Roma è iniziato il rastrellamento. Una dopo l’altra le misere baracche dove sopravvivono circa 600 rom sono state passate a setaccio, ispezionate, ribaltate da capo a piedi e messe a soqquadro. Le forze dell’ordine hanno staccato i gruppi elettrogeni e sequestrato i pochi effetti personali. Poi è stata la volta dei rom. E’ stata sufficiente la regola del sospetto per caricare su diversi pullman dalle 70 alle 80 persone, senza una parola, senza un chiarimento. I rom sono stati portati all’ufficio immigrati, in via Patini, e non è ancora chiaro quale sarà il loro destino. «Per alcuni – ha affermato la consigliera regionale Anna Pizzo [indipendente Prc], giunta a Casilino ‘900 non appena appresa la notizia – si deciderà per il fermo ma per altri, sprovvisti di documenti, potrebbe esserci l’arresto». E l’operazione ha preso di mira tutti, anche anziani e donne incinte,sfra colpevoli o meno di aver commesso presunti furti di rame e altro materiale. L’operazione sarebbe stata autorizzata a seguito di alcune segnalazioni: una di queste parla anche di refurtiva con il marchio del ministero della difesa e del ministero dell’interno che sarebbe stata nascosta nel campo anche se al momento non ci sono conferme. Anche per questo la consigliera Pizzo ha chiesto un incontro con il questore, dal quale spera di ottenere maggiori chiarimenti.
Hanno paura gli abitanti della favela Casilino ‘900, un insediamento così vasto e così misero da perdere persino la connotazione di campo. «Sono arrivati alle 6.30 quelli della polizia municipale. Ci hanno svegliato di soprassalto, i bambini ancora dormivano, e hanno iniziato a prendere alcuni di noi. Poi li hanno fatti salire su un pullman e li hanno portati via. Così, senza avvertirci. Ci hanno tolto i gruppi elettrogeni e tutte le nostre cose». A parlare è Sevlia, una ragazza rom che vive nel campo. Parla e piange, è preoccupata per le persone che stanno portando via, per gli anziani del campo malati, per le donne incinte. Teme di non rivederli mai più. Dall’altra parte nessuno a fornito loro rassicurazioni. «Ci stanno chiedendo se possiamo dimostrare che i gruppi elettrogeni sono nostri – prosegue la donna – Dicono che dobbiamo mostrare gli scontrini. Hanno portato via anche il padre di un bambino down che ha crisi epilettiche e deve essere sottoposto quotidianamente alle visite. Come è possibile procedere in questo modo?».
C’è chi, a Casilino ‘900, una cosa del genere se l’aspettava. D’altra parte, da circa due mesi, la situazione è peggiorata: le vie d’accesso sono bloccate e per gli abitanti del campo anche la più banale attività è diventata complicata. L’insediamento è grande, sembra una piccola città di fango e immondizia, e per attraversarlo tutto serve la macchina. Adesso che i rom sono costretti a lasciare l’automobile fuori dall’insediamento, per molti anziani, malati e donne incinte spostarsi dalle proprie baracche è pressoché impossibile. E si ritiene fortunato chi la macchina ce l’ha ancora. Molte delle loro auto sono state incendiate, danneggiate oppure rubate. Per vendetta, per avvertimento o per mera intolleranza. Ora che le scuole stanno per riaprire, i piccoli rom dovranno percorrere chilometri a piedi prima di raggiungere il mezzo di trasporto più vicino. Sempre a patto che a scuola riescano ad andarci.

fonte: Carta

Ultras: Maroni promette linea dura

E' stato il Maroni Soccer Day. Era il giorno dell'audizione al senato sugli episodi di violenza del pre Roma-Napoli, il ministro ha invece ricostruito parzialmente l'accaduto, puntando tutto sulla linea dura: trasferte annullate per le prossime gare ad alto rischio e stadi vuoti per quelle ad altissimo. Si parte nel weekend con lo stop ai tifosi del Catania, per loro niente S.Siro per il match contro l'inter. Stessa storia per i fiorentini al S. Paolo contro il Napoli. Più complesso, lacunoso, il discorso del leghista sui fatti della prima di campionato: «La questura aveva chiesto a Trenitalia di aggiungere il maggior numero di carrozze possibile ai treni per Roma. Le operazioni di filtraggio erano iniziate regolarmente fino a quando alle 10.15 un gruppo di 200 tifosi, approfittando dei soccorsi per un malore, ha superato lo sbarramento sottraendosi al controllo, pur essendo in possesso del biglietto». Il treno sarebbe stato fatto partire alle 12.30 «dopo che il prefetto di Napoli aveva emanato il provvedimento di urgenza per motivi di ordine pubblico». Trenitalia avrebbe avuto l'intento di proseguire la verifica ticket in viaggio. Poi: «I tifosi sono arrivati a Roma alle 15.45, a ridosso dell'intervallo della partita. Nel momento dell'accesso allo stadio alcuni hanno tentato lo sfondamento con lancio di oggetti sulle forze dell'ordine: due tifosi sono stati arrestati». Secondo Maroni, Prefetto e questore non avrebbero colpe: «L'errore è stato fatto a monte (dall'Osservatorio, Ndr). E' quello di aver fatto partire, comunque, il treno da Napoli, pur sapendo che sarebbe arrivato a partita iniziata, e aver consentito il ritorno dei tifosi sui treni in una domenica di grande rientro». La lettura del fenomeno ultrà fatta dal ministro è semplice: c'erano infiltrazioni camorristiche. «Dei 3096 tifosi, circa 800 erano gravati da precedenti penali. Tra questi, 27 appartenenti o contigui ad organizzazioni camorristiche, 5 per associazione a delinquere, 70 per esplosivi e armi». La ricetta-minaccia: ancora tolleranza zero. «Se dovessero ripetersi simili episodi, le tifoserie saranno punite con il divieto di trasferta per tutto il campionato». Il giornalista sportivo Michele Plastino, che da anni segue da vicino le sorti di Napoli e Lazio, resta perplesso: «Ci sono dei grandi punti interrogativi. Come si fa a controllare in treno tutte quelle persone? Perché hanno fatto fare tutte le fermate al treno? I ragazzi raccontano di essere stati fermi per venti minuti in un tunnel, perché è successo?». Poi commenta: «Se i dati fossero esatti, la percentuale di persone con precedenti camorristici è minima. Se si andasse in certi quartieri sarebbe molto più alta. I danni all'interno del treno sono stati dei bagni rotti, vetri, una porta. Di certo se dietro a questo episodio ci fosse stata la camorra sarebbe stato molto peggio». Chi è veramente il tifoso del Napoli? «E' un tifoso con una storia diversa. Non ha mai avuto collegamenti con la politica, né con quella di destra né con quella di sinistra, forse anche per questo era il migliore. Il napoletano è tra i più appassionati del mondo». Continua Plastino: «In curva A ci sono gruppi in contrasto tra di loro, non tanto per la camorra, come la immaginiamo noi, ma per la conquista del territorio sugli spalti. Si sceglie sempre la città di Napoli come sinonimo di qualcosa che non va, dell'immondizia, di Mastella e ora di ultrà violenti, ma allora mi chiedo: perché non sono state prese sanzioni dopo Parma-Inter dello scorso anno? Perché nel calcio non c'è stata una posizione forte da parte di Berlusconi di sostegno alla città? Dice di aver risolto tutti i problemi del napoletano e ora che fa? Solo qualche battuta». Allora il giornalista "scherza": «Chi è che ha fatto fuori il Milan dalla coppa campioni lo scorso anno?». Sull'osservatorio: «E' un po' paradossale, non si conoscono bene i parametri che vengono utilizzati per segnalare le partite e le tifoserie a rischio. Lo scorso anno aveva ottenuto dei risultati, ma andavano visti anche in parallelo al calo degli spettatori. Oramai tutto è volto alla Pay Tv. Lo stadio è ancora una zona franca, ma attenzione: meno spettatori continueranno a frequentarlo, meno voglia ci sarà di vedere le partite».

Roma: Contestata Gelmini. La Polizia identifica i contestatori.

Come assumerete gli insegnanti?» protesta un gruppo di sissini, parola orribile che deriva da Ssis, la scuola biennale di specializzazione per accedere alla cattedra, ora chiusa lasciando a piedi migliaia di aspiranti docenti delle medie e delle superiori. Ricercatori, studenti e precari fischiano, interrompono la ministra. La contestazione non piace alle forze dell'ordine presenti in sala, che chiedono immediatamente i documenti ai ribelli. Più tardi l'Unione degli Studenti condannerà la durezza degli agenti di fronte ad un dissenso «del tutto pacifico e democratico», mentre il Pd bolla l'episodio come «intimidatorio» Gelmini continua: «Le spese sono aumentate del 30% negli ultimi anni, e io non sarò complice dell'aumento del numero dei precari che poi dovranno comunque un giorno lasciare la scuola». Nei giorni scorsi la ministra aveva proposto di trovare un nuovo lavoro ai precari magari impiegandoli come guide turistiche, ora Amato ricorda che gli uffici delle Questure hanno bisogno di personale per smaltire le centinaia di migliaia di permessi di soggiorno dei cittadini immigrati. All'inizio della presentazione il coro a cappella del liceo aveva intonato l'inno nazionale, e su richiesta del preside tutta la sala si era alzata in piedi. Nel parterre giovani di destra applaudono spellandosi le mani, il Giornale infilato nei jeans larghi. Scuola modello, il Newton. Rigorosa e aperta ai giovani: murales coloratissimi fatti dagli studenti indicano l'ascensore, l'aula magna, la toilette. Oasi felice a pochi passi dalla sede dei Cobas, l'istituto consegna cartelle stampa firmate Deutsch Bank e una interessante guida all'uso del liceo: corsi di aggiornamento per i docenti sul contenimento e le regole da dare agli adolescenti, chiarimenti sul voto in condotta e l'avvertimento che le unità cinofile potrebbero piombare in cortile per scovare sostanze stupefacenti. Il decreto legge sul maestro unico è arrivato in commissione Cultura della Camera, Gelmini si augura che «la scuola rimanga fuori dalle ideologie» e che il Partito democratico scelga responsabilmente di discutere sull'istruzione italiana senza preconcetti né barricate: «Alcuni sindacati contestano il piano programmatico prima ancora di conoscerlo, non l'ho ancora presentato». Poi tira fuori dal cilindro una nuova idea per gli insegnanti, la Carta d'Oro per entrare gratuitamente alle mostre o al museo magari con l'aiuto finanziario delle banche, «non ci sarebbe niente di male» spiega la ministra. «Dateci la tessera della povertà» contestano in fondo all'aula. «La qualità non si costruisce con la Carta d'Oro» spiega Paola De Meo, maestra nella scuola elementare capofila della protesta nazionale contro il maestro unico, la "Iqbal Masik", drappi neri alle finestre e un corpo docente arrabbiatissimo: «Dalla ministra volevamo prima il piano programmatico, e non un decreto legge».Gelmini non si scosta dalla linea retta e assicura che «non servono tre maestri, ne basta uno», i fischi aumentano a dismisura e lei parla scandendo le parole: «Con i due maestri in esubero estenderemo il tempo pieno» ma gli insegnanti presenti vorrebbero sapere come, visto che il governo ha deciso di stringere la cinghia sulla scuola e la stessa responsabile di viale Trastevere ammette che purtroppo i fondi non ci sono. Nonostante gli sgorzi di Amato che auspica il dialogo, il calendario autunnale delle contestazioni si arricchisce di una data, 17 ottobre, quando gli insegnanti del Gilda convocheranno una manifestazione davanti a Montecitorio.Sulla parete del corridoio qualcuno ha appeso una poesia di Borges: «Se potessi vivere nuovamente la mia vita, nella prossima cercherei di commettere più errori».

Belluno: condanne per occupazione

In questi giorni sono stati notificati i primi cinque decreti penali di condanna per la seconda occupazione delle ex scuole elementari del quartiere di Levego (BL). Cinque compagni sono stati condannati a 15 giorni di carcere convertiti in 700 € di multa per un totale di 3500 €.La condanna è sostenuta dalla denuncia presentata dalla giunta di centro destra, che attraverso lo sgombero coatto dell’occupazione e della successiva muratura dello stabile aveva inagurato la campagna sicuritaria tuttora in atto. Da quel momento vi è stata un’escalation di provvedimenti: dalle panchine antisdraio, all’ordinanza per il decoro pubblico contro i senza tetto e i mendicanti, dalle telecamere all’assunzione del nuovo comandante dei vigili urbani Salmaso (ex vice sceriffo nella Treviso di Gentilini). A più di un anno dall’occupazione, ci ritroviamo con un’amministrazione comunale che da una parte non è stata in grado di affrontare le problematiche che abbiamo sollevato: nuove politiche abitative, questione degli spazi sociali, politiche di riduzione del danno e tutela del territorio. Dall’altra si continua a tagliare i fondi alle politiche sociali per finanziare la campagna “Tolleranza Zero” lanciata dall’assessore con delega alla sicurezza Carbogno di alleanza nazionale, che sta producendo un clima d’intolleranza nei confronti dei soggetti più deboli. Ultimo, ma soltanto in termini di tempo, il vergognoso pestaggio di un giovane brasiliano all’interno della caserma dei vigili urbani da parte del comandante Salmaso. Emerge con sempre più chiarezza il disegno politico di questa giunta, ovvero il tentativo di trasformare ogni contraddizione sociale, ogni anomalia in questione d’ordine pubblico da reprimere. E’ su questa linea che vanno lette le ultime dichiarazioni pubbliche del sindaco Prade in difesa delle condanne contro di noi e della sua volontà di installare due nuove telecamere nella via del centro storico dove a sede il nuovo spazio sociale BL.itz. Un ennesimo attacco nei nostri confronti, ad un percorso che si sta legittimando in città e che rappresenta un’increspatura all’interno del loro progetto sicuritario di trasformare Belluno in una città liscia e sterilizzata.Noi, dalla nostra, continueremo a ridisegnare nuovi confini nella gestione del bene comune, consapevoli del fatto che non sempre combaceranno con i limiti della loro legalità.

Centro Sociale BL.itz

10 settembre 2008

Bussolengo (VR): Rom picchiati dai carabinieri

Un incubo. Giorgio Campos, 18 anni a dicembre, nato a Como, di origine rom e con regolare residenza a Brescia, è ancora sotto shock. Per lui e la sua famiglia quella di venerdì scorso doveva essere una tranquilla gita per «far visita a parenti che vivono nei dintorni di Brescia», racconta. E invece una pausa pranzo a Bussolengo, vicino Verona, si è trasformata in dramma. Erano in roulotte: lui con i genitori, Sonia e Angelo Campos, e i tre fratellini più piccoli. Con loro altre due roulotte: quella del fratello maggiore di Giorgio con moglie e due figli minorenni e quella dello zio Christian Hudorovich con la compagna e tre bambini. Sul posto, già presente, la roulotte del cugino di Giorgio, Denis Rossetto. «Ci siamo fermati in un parcheggio pubblico (piazzale Vittorio Veneto, ndr.) per mangiare qualcosa, abbiamo fatto appena in tempo a mettere fuori un tavolino che sono arrivati i vigili - dice Giorgio - ci hanno chiesto se saremmo andati via dopo il pranzo, gli abbiamo detto di sì, era questa la nostra intenzione, e loro gentilmente si sono allontanati». Ma intorno alle 14 è arrivata una pattuglia dei carabinieri («un maresciallo e un brigadiere», coninua il ragazzo) e, secondo il racconto di Giorgio si è scatenato l’inferno. «Non ci hanno nemmeno chiesto i documenti - sostiene - appena sceso dall’auto, il maresciallo ha detto subito che ci avrebbero portato in caserma per “bastonarci come con gli altri rom presi la settimana scorsa, poi gli diamo il foglio di via”. Proprio così ha detto. Io e mio padre abbiamo opposto resistenza, gridando aiuto. Loro hanno tirato fuori i manganelli e hanno cominciato a picchiarci e insultarci a parolacce... ». Botte da orbi, continua la testimonianza, fino a quando il padre di Giorgio «riesce a divincolarsi e a scappare. Io lo seguo, con le manette ai polsi, me le avevano già messe. Veniamo raggiunti da Denis e saltiamo sulla sua roulotte». Un’altra pattuglia dei carabinieri li ferma a Caselle di Sommacampagna, lì nei dintorni. «Sul posto arrivano in tutto tre pattuglie - prosegue Giorgio - Minacciandoci con la pistola ci fanno salire ognuno su un’auto, dopo averci picchiato di nuovo, e ci portano alla caserma di Bussolengo». Dove si trovano già Sonia Campos, il figlio 15enne Michele, Christian e la compagna. «Hanno deciso di lasciare alla roulotte i miei fratelli più piccoli, Marco e Johnny, ma solo dopo averli picchiati: al primo gli hanno spaccato due denti...». In caserma «l’inferno» raccontato sia da Giorgio che nelle denunce presentate ieri alla magistratura dai suoi parenti, dura fino alle «cinque del pomeriggio». All’arrivo, «ci hanno fatto sdraiare sul pavimento e ci hanno calpestato. Ma il peggio è arrivato dopo, quando ci hanno portato nelle celle del sotterraneo, divisi in tre celle, io ero insieme a mio fratello Michele. Ci hanno picchiato, torturato immergendoci la testa in una bacinella d’acqua. Erano in tre di cui due senza divisa che si dicevano “orgogliosi razzisti”. A turno, sia io che mio fratello, siamo stati portati in bagno dove ci hanno denudato: mentre uno picchiava, l’altro riprendeva la scena con il telefonino. Quindi, si sono abbassati i pantaloni e ridevano...». Poi il trasporto alla caserma di Peschiera del Garda (tranne che per Christian e la compagna che vengono rilasciati) per il prelievo delle impronte digitali. Anche lì «insulti, minacce, percosse, la scena del bagno che si ripete con gli stessi protagonisti che questa volta ci sfottono anche chiedendoci del sesso orale...», dice ancora Giorgio. Poco prima delle 20, lui e il fratello vengono rilasciati. Restano in carcere i genitori e il cugino Denis. Il processo per direttissima si doveva svolgere sabato scorso ma è stato rinviato al 16 settembre. L’accusa: resistenza a pubblico ufficiale e, per Sonia, tentato furto della pistola d’ordinanza. Sì, perchè nel verbale dei carabinieri si sostiene che la mamma di Giorgio abbia tentato di rubare la pistola al «maresciallo Carusone », dopo l’intervento della pattuglia in piazzale Vittorio Veneto a Bussolengo. «La fondina ce l’aveva aperta e la pistola gli è cascata... Ora tentano di accusare mia madre...», è la versione di Giorgio. Ad ogni modo, questa non è l’unica discrepanza tra le denunce delle vittime - che si sono anche fatte refertare al pronto soccorso a Desenzano del Garda - e il verbale dei militari - che insistono molto sull’atteggiamento «di sfida» di Angelo Campos e degli altri «vili aggressori ». Del caso si sta occupando l’associazione bresciana “Nevo Gipen” e l’istituto di cultura sinta “Sucar drom” di Mantova. «Spero che la magistratura faccia luce su un episodio che si configura come uno dei più gravi atti razzisti compiuti in Italia, come confermano le denunce delle vittime - dice Carlo Berini di “Sucar drom” - un episodio paragonabile alle torture della caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001...».

Dopo Firenze anche Roma contro i lavavetri

Nuovo attacco ai lavavetri di Roma. Dopo i rom e gli ambulanti, il Campidoglio torna a scagliarsi contro chi pulisce i vetri ai semafori attraverso il varo di un'ordinanza per eliminarli dalle strade. Ad annunciarlo è stato il presidente della commissione Sicurezza del Comune di Roma Fabrizio Santori. Ricalcando il più possibile il modello Firenze, anche gli uffici tecnici e legali del Comune di Roma si sono messi d'impegno per stilare un provvedimento che non possa essere sottoposto a nessuna ricusazione. In realtà, l'ordinanza, non coinvolge solo i lavavetri ma tutti i casi di accattonaggio definito «molesto» e secondo Fabrizio Santori «non potrà limitarsi al semplici sequestro degli strumenti di lavoro o alle sanzioni amministrative». E allora? Ecco riaffacciarsi l'ipotesi tanto cara ai sindaci: il carcere fino a tre mesi. Tutti a lavoro, dunque, per scrivere un'ordinanza «a prova di ricorsi» che giustifichi la reclusione con le motivazioni di «intralcio alla circolazione, danni all'igiene delle strade, ma soprattutto episodi di molestie e il pericolo di conflitto sociale». Tremate, tremate, i lavavetri sono tornati.

Roma: aggredita coppia gay

«Froci via dall’Italia», «fate schifo». E poi sassate e sputi. Proprio una bella cartolina romana, con tanto di Colosseo alle spalle quella che arriva grazie alla denuncia dell’Arcigay di Roma. Dieci contro due: gli aggressori con pietre e bottiglie, gli aggrediti armati solo del loro amore. La loro colpa? Essere innamorati ed essere dello stesso sesso. Federico e Cristian, entrambi di 28 anni, andavano verso i Fori Imperiali, mano nella mano. Hanno subito un vero e proprio agguato, hanno chiesto aiuto e denunciato l’accaduto alle forze dell’ordine. «Ancora una volta una terribile testimonianza di intolleranza verso le persone gay e verso l’amore omosessuale - ha commentato Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma - i due ragazzi aggrediti si tenevano per mano e questo è bastato a scatenare gli insulti e l’aggressione. Ci preoccupa molto il clima di violenza che si respira in città, per questo - ha concluso Marrazzo - ci auguriamo che le istituzioni collaborino con tutte le associazioni lesbiche, gay e trans, per mettere a punto un serio piano per la sicurezza e contro l’omofobia». Aurelio Mancuso, pesidente nazionale di Arcigay, chiede l’intervento del mondo politico: «Chiediamo al governo quali interventi s’intendano assumere a difesa della sicurezza di gay e lesbiche italiane. Il fatto di Roma è solo l’ultimo di una lunga serie. Visto che il ministro competente Carfagna dorme sonni tranquilli, chiediamo al responsabile degli Interni Roberto Maroni di garantire la sicurezza e l’incolumità di milioni di cittadine e di cittadini omosessuali». Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, esprime solidarietà alla coppia: «Apprendiamo con sconcerto che purtroppo ancora una volta a Roma si è ripetuto un atto di aggressione ai danni di giovani gay. Mi auguro - conclude il sindaco - che gli inquirenti facciano al più presto luce su questo grave fatto e che i responsabili dell’aggressione siano consegnati alla giustizia in tempi brevi ». Il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, parla di «ennesimo, vigliacco inaccettabile atto» e attacca Alemanno: «Invece di avventurarsi in poco felici (per lui) paragoni storici tra fascismo e nazismo, leggi razziali ed olocausto, si decida a organizzare pomeriggi e serate nei quartieri e nelle scuole romane sul tema dei diritti, delle minoranze, delle diversità, oltre che su quelli dell’accoglienza e dell’integrazione». La solidarietà è doverosa, e puntulamnete arriva. Ancora una volta, dopo l’enesimo agguato.

6 settembre 2008

Milano: polizia carica presidio antifascista

Il raggruppamento dei militanti dei centri sociali e del Prc, più di cinquecento persone, era iniziato attorno alle 15 di sabato. Poi alle 18, sono arrivati gli scontri. A Milano, in via Pareto, riapre Cuore Nero, circolo di estrema destra che era stato chiuso qualche mese da dopo un incendio. Per la legge quel locale è semplicemente un negozio, non un circolo di neofascisti, quelli che sabato sono lì, soddisfatti di avere una nuova casa, con le loro teste rasate e con addosso magliette nere con scritto «calci e pugni». Se qualcuno avesse dubbi, basta guardare il loro sito internet.
Moratti e la sua giunta, comunque, gli hanno trovato casa. Quei cinquecento che sabato non se la sono sentita di restare zitti a guardare hanno trovato lì agenti in tenuta antisommossa. E alle prime avvisaglie di tensione è partita la carica. Poi, una seconda, in cui sono partite anche alcune manganellate e delle bottiglie di vetro.
La calma, fortunatamente, è tornata quasi subito, ma le preoccupazioni restano eccome. Tra chi ha manifestato contro la riapertura di Cuore Nero, c’è anche il consigliere regionale di Rifondazione Comunista Luciano Muhlbauer che osserva come «l' apertura di questo circolo è un atto estremamente grave anche in virtù del fatto che si trova a poche centinaia di metri da un campo rom, e dal centro sociale di Cascina Torchiera». Muhlbauer si stupisce anche «del silenzio dell' amministrazione comunale e in particolare del vicesindaco De Corato: di solito fa comunicati stampa e proclami sulla sicurezza anche quando un giovane fa soltanto una scritta sul muro, invece tace se un gruppo notoriamente violento di ispirazione neonazista apre un centro pubblico».
Dal canto loro, i neofascisti fanno gli offesi: «A chi serve ribadire che siamo un circolo neofascista? – scrivono in una nota – Per carità, non è che ce ne vergogniamo, ma ci sembra di cogliere della malafede in chi ha voluto liquidarci con un'etichetta per darci in pasto all'opinione pubblica"
fonte: L'Unità

Vicenza: polizia carica manifestanti No dal molin

Finisce con 5 fermi e una trentina di feriti la manifestazione pacifica organizzata e dichiarata per oggi. Evidentemente in Italia non è possibile manifestare, nemmeno pacificamente.
Una manifestazione pubblica, dichiarata e stampata sui giornali. Alla luce del sole, dichiarati gli intenti e quello che si sarebbe andato a fare. Costruire una torretta per monitorare la situazione dei lavori all'interno dell'aeroporto. Su luogo privato per cui avevamo il beneplacito del proprietario, e la richiesta di autorizzazione per occupazione suolo pubblico.
Questo probabilmente non è bastato per dissuadere le forze dell'ordine (del disordine?) dal caricare, trascinare, manganellare, prendere a calci questa manifestazione pacifica di vicentini. Donne, vecchi, ragazzi. Indiscriminatamente maltrattati, con pretesti ridicoli. "Quella torretta è troppo alta".Già duecento metri prima del punto concordato per la posa della torretta il corteo era stato improvvisamente bloccato. Un blocco imotivato e futile, aggirato dai cittadini passando per il fosso laterale. Poi la costruzione. Finché l'ordine è arrivato. I cittadini si siedono e difendono la costruenda torretta con un sit-in. A nulla valgono i discorsi per cercare di essere ragionevoli.
La prima carica ha fatto vari feriti e cinque fermi. Nella seconda alcune ragazze sono state prese a calci, altri ricevevano colpi di scudo, qualcuno è stato trascinato per i capelli.Gli occhi sfigurati di poliziotti, carabinieri e guardie di finanza e gli insulti: "Ti uccido! Sporco pacifista! Ti spacco la testa". Il corteo quindi si rifugia nel giardino di una casa adiacente, ospitati dagli abitanti solidali.

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