14 settembre 2008

Roma: scritte naziste su lapidi delle Fosse Ardeatine

Scritte naziste a Piazza Ledro nel quartiere Salario-Trieste a Roma. Sono state imbrattate delle lapidi commemorative per i martiri delle Fosse Ardeatine. Le targhe erano state poste sotto le abitazioni di due vittime del massacro nazista, Luigi Pierantoni e Raffaele Zicconi. Immediata la reazione del sindaco: "Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, appena vista la fotonotizia diffusa da Repubblica.it sulle vergognose scritte apparse sulle lapidi che ricordano le vittime delle Fosse Ardeatine in piazza Ledro, nel condannare fermamente il vile gesto, ha disposto, tramite l'Ufficio decoro urbano, l'immediata ripulitura delle targhe commemorative e della facciata del palazzo".

Bergamo. La cospirazione delle mani rosse

Nel giugno 2006 la città di Bergamo è stata pacificamente invasa da un numero imprecisato di mani rosse disegnate a vernice spray sui muri e accompagnate dalla frase «tana libera tutti». Lo slogan rimanda al classico gioco che si faceva da bambini: «guardie e ladri». Negli stessi giorni è apparsa una «rivendicazione» sul sito di indymedia che spiegava le motivazioni del gesto: «Nel gioco raggiungere la ‘tana’ e gridare ‘per tutti’ equivale a liberare, oltre a sé, anche tutti gli altri ‘ladri in fuga’. Ecco allora svelato l’enigma: le mani rosse rappresentano una innocente ed elementare richiesta di libertà». La campagna ebbe successo e nei mesi successivi nel centro di Bergamo si moltiplicarono adesivi con la mano, stancil di impronte di mani e scritte con lo spray. La notte tra il 5 e il 6 giugno del 2006 una pattuglia della polizia riuscì a fermare tre giovani incensurati armati di vernice spray e uno stancil a forma di mano. Per formulare l’accusa nei confronti dei ragazzi le forze dell’ordine fecero una mappatura delle mani rosse realizzate in città e raccolsero «porta a porta» le querele dei cittadini indignati per aver trovato i muri delle loro abitazioni imbrattati. Il tutto amplificato da una campagna colpevolista dell’Eco di Bergamo.Il risultato di tanta attenzione è che il 18 settembre prossimo, a distanza di due anni, i tre ragazzi saranno processati con l’accusa di «concorso morale» nella fattura di tutte le mani rosse comparse nella città. Non solo, proprio per dare un aspetto di esemplarità al caso il Comune di Bergamo ha deciso di costituirsi parte civile e ha richiesto 100 mila euro di danni. A cui si aggiungono i risarcimenti corrispondenti alle 56 querele raccolte dalle forze dell’ordine dai singoli cittadini. «Attribuire la responsabilità di tutte le ‘mani rosse’ ai tre giovani sorpresi a tracciarne alcune, ha l’unico scopo di sostenere un teorema repressivo severissimo – si legge sul blog manirosse.noblogs.org – volto a trasformare un episodio specifico in una punizione esemplare per tutti».



Per sostenere «i tre delle mani rosse» i loro compagni di Bergamo hanno scritto un appello che si trova su manirosse.noblogs.org al quale aderire mandando una mail a manirosse@canaglie.org.

Milano: Rom pestato dalla Polizia

Stelian Covaciu, Rom e missionario cristiano evangelico, subisce un violentissimo pestaggio, con insulti razzisti e minacce, da parte di due poliziotti in divisa.E' ricoverato in ospedale, in prognosi riservata. Gruppo EveryOne: "L'odio razziale ha ormai contagiato Istituzioni e autorità. E' necessario che le componenti antirazziste e antifasciste italiane e dell'Unione europea si impegnino insieme per fermare l'imbarbarimento della nostra società".Milano, 20 giugno 2008. La città di Milano è ancora teatro di una vile, brutale spedizione punitiva nei confronti di un cittadino romeno di etnia Rom, effettuata questa volta da agenti di polizia in divisa. Dopo l'aggressione avvenuta la mattina del 17 giugno nei confronti di Rebecca Covaciu (la bambina che si è aggiudicata il Premio Unicef 2008 per le sue doti artistiche) e dei suoi familiari, ieri sera, 19 giugno 2008, un altro pestaggio, ancora più violento e inquietante, ha colpito il papà di lei, Stelian Covaciu, missionario della Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale.In seguito al primo, drammatico episodio di matrice razzista il Gruppo EveryOne aveva lanciato un allarme internazionale, coinvolgendo i media nonché numerose personalità della cultura e della politica.Immediatamente dopo la nuova aggressione, Gina Covaciu, moglie di Stelian, chiamava ancora Roberto Malini del Gruppo EveryOne che, insieme a una responsabile dell'associazione milanese Naga, allertava un'ambulanza e le forze della polizia di stato, che accorrevano sul luogo dell'agguato e conducevano l'uomo, pieno di contusioni e traumiinterni, sofferente e in stato confusionale, presso l'ospedale San Paolo, dove veniva sottoposto ad esami e ricoverato. E' tuttora in prognosi riservata.Il Gruppo EveryOne contattava la questura centrale per assicurarsi che le autorità formalizzassero la denuncia di aggressione ed effettuassero indagini scrupolose."Quando Gina ci ha chiamato," riferiscono i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "era talmente agitata e disperata che faticava ad articolare discorsi comprensibili. Vicino a lei, Stelian si lamentava, pronunciando parole sconnesse. Quando la donna si è calmata, ci ha raccontato i particolari dell'agguato. Gli stessi energumeni che avevano picchiato, insultato e minacciato i Covaciu si trovavano ancora davanti a loro. Stavolta però erano scesi da un'auto della polizia, in divisa e armati di manganelli. Dopo la prima aggressione, la piccola Rebecca, che è una ragazzina molto intelligente e intuitiva, ci aveva già detto che gli aguzzini della sua famiglia indossavano guanti simili a quelli che indossano i poliziotti. Sospettavamo che avesse ragione, anche perché un numero crescente di Rom ci segnala di questi tempi un comportamento violento o intimidatorio da parte delle forze dell'ordine, ma speravamo di sbagliarci. L'ipotesi più grave, invece, è stata confermata dai fatti e gli agenti razzisti hanno colpito ancora".Questa volta, però, la violenza degli uomini in divisa si è concentrata su Stelian. La loro azione brutale si svolgeva in piazza Tirana, nei pressi della Stazione San Cristoforo, dove la famiglia vive all'interno di un riparo di emergenza, fatto di teli e cartone."Gli agenti si sono avvicinati all'uomo" proseguono i leader EveryOne "e l'hanno apostrofato con un tono minaccioso: 'Ci riconosci? Hai fatto un errore a parlare con i giornalisti, un errore che non devi ripetere'. Quindi hanno cominciato a picchiarlo con cieca violenza, sia con i pugni che con i manganelli, riducendolo in condizioni penose. Quindi, mentre Stelian era a terra, l'hanno insultato e minacciato: 'Non raccontarlo a nessuno o per te saranno guai ancora maggiori'. Quando i due picchiatori si sono allontanati, Gina, i figli e alcuni concittadini di Stelian l'hanno soccorso. Lui si lamentava ed era in evidente stato di shock".Intanto un'attivista sopraggiungeva sul posto e raccoglieva numerose testimonianze da parte dei Rom che vivono nei dintorni della stazione di San Cristoforo, che confermavano le parole di Gina Covaciu ovvero che due poliziotti in divisa, scesi da un'auto della polizia, erano gli autori del violento pestaggio."E' necessario che si ponga fine a questa persecuzione" concludono gli attivisti "perché il diffondersi dell'odio razziale, di cui sono latori politici e numerosi media, ha scatenato una sequenza impressionante di atti di violenza nei confronti dei cittadini Rom. Sappiamo che le forze dell'ordine sono formate per la maggior parte da agenti che operano seguendo il codice etico europeo. Ci appelliamo anche a loro affinché i razzisti e i violenti siano isolati e perseguiti, mentre le famiglie Rom, che rappresentano la parte più vulnerabile della società, siano protette. La violenza contro i Rom e le intimidazioni nei confronti degli attivisti che si battono per i diritti dei 'nomadi' crescono, in Italia, ogni giorno che passa. Famiglie intere vengono braccate fin sotto i ponti, nelle case abbandonate, nei parchi. Forze dell'ordine, sindaci e assessori- sceriffi, squadristi e giustizieri hanno scatenato una caccia all'uomo tanto feroce quanto irrazionale. I Rom vengono costretti a fuggire da un luogo all'altro, privati di qualsiasi forma di sostentamento - dall'elemosina ai servizi di strada - ridotti a fuggiaschi disperati, affamati, malati, senza alcun diritto. Nedo Fiano, Piero Terracina, Goffredo Bezzechi, Tamara Deuel, Mirjam Pinkhof, tutti sopravissuti all'Olocausto, avvertono con preoccupazione i cittadini europei affinché non cedano alle seduzioni del razzismo e paragonano la persecuzione dei Rom agli anni della Shoah, gli sgomberi e le spedizioni punitive ai pogrom. Rebecca, la figlia 12enne, di Stelian, è un grande talento, che l'Unicef ha premiato proprio nel 2008, ma che l'Italia punisce ogni giorno con il veleno dell'emarginazione, della povertà, dell'odio e della violenza.Un Paese che si rende colpevole di una simile ingiustizia, un paese che accetta tanta violenza, tanta crudeltà verso un intero popolo è un paese imbarbarito, è un Paese che ha perso la strada dei Diritti Umani ed è vicino a una crisi dei valori tanto grave da essere paragonata all'Italia delle leggi razziali, dei manganelli, delle camicie nere e dei treni per Auschwitz".

Per ulteriori informazioni:il Gruppo EveryOne e l' Associazione Nazionale Thèm Romano ONLUS, sede nazionale di Lanciano (CH) per il COORDINAMENTO NAZIONALE ANTIDISCRIMINAZIONE SA PHRALA - OGNI PERSONAè TUO FRATELLO

Tel: (+ 39) 334-8429527 - (+ 39) 331-3585406



Carcere Killer: 4 morti in pochi giorni

«È morto per cause naturali e in carcere ha avuto tutte le cure di cui aveva bisogno». Non sa trovare altre parole la direttrice del carcere di Forlì, Alba Casella, per spiegare la morte di Franco Paglioni, deceduto in circostanze drammatiche lo scorso 25 agosto , trovato riverso sul pavimento della cella tra le sue feci dopo aver inutilmente denunciato forti dolori. L'Istituzione come di consueto si è chiusa a riccio e respinge ogni accusa. Nega che nella vicenda vi siano responsabilità o ombre. L'incuria, l'indifferenza, il cinismo, non c'entrano. «Questo è quello che dicono i detenuti...», risponde la funzionaria, preoccupata soprattutto della propria carriera e di tutelare il buon nome dell'amministrazione. Il cappellano del carcere, don Dario Ciani, scrive che le condizioni di salute del detenuto erano note, tanto che in passato aveva sempre ottenuto misure alternative a causa della sua incompatibilità con la detenzione. Questa volta non è accaduto o non si è fatto in tempo. «Ogni carcere, compreso quello di Forlì, non può essere utilizzato come discarica», spiega il prete. Della vicenda è stata informata l'autorità giudiziaria che ha subito sotterrato il caso senza nemmeno accertare le cause esatte della morte. Tanto Paglioni aveva il destino segnato da una sieropositività conclamata. Evidentemente la vita di chi è affetto da questa sindrome vale meno delle altre. L'altro ieri si è tenuto anche un presidio sotto le mura della casa circondariale per denunciare l'episodio, mentre i Radicali annunciano una interpellanza parlamentare. Paglioni era stato collocato in isolamento nell'unica cella disponibile del reparto protetti. Uno come lui andava assegnato in una comunità. Quantomeno necessitava di un ricovero in infermeria. Ma il sovraffollamento attuale impedisce una gestione razionale della popolazione incarcerata.La fabbrica della punizione sforna più detenuti di quanto l'industria penitenziaria sia in grado di contenere. Ciò alimenta lo stillicidio di morti: altri tre negli ultimi giorni. Un paraplegico trovato incredibilmente "impiccato" nel carcere di Opera. È il secondo caso del genere che si registra in questo istituto. Un detenuto marocchino deceduto per inalazione di gas a Bad'e Carros (Nuoro) e poi, martedì scorso, la morte nell'ospedale di Velletri di Stefano Brunetti, 41 anni. Arrestato l'8 settembre per un tentativo di furto, il giorno successivo era stato ricoverato a causa delle pesanti percosse subite, non si sa ancora se durante la permanenza nella questura di Anzio oppure dopo l'ingresso in carcere. La magistratura ha disposto l'autopsia per conoscere se le cause del decesso sono di origine violenta o meno. La notizia è stata diffusa dal garante dei detenuti del Lazio e dall'associazione Antigone. Episodi che attirano l'attenzione sulle pratiche sempre più violente che ormai dilagano senza freni negli apparati di polizia.

11 settembre 2008

Rom di Bussolengo: ecco tutte le agghiaccianti denunce

Il sito dell’Istituto di cultura sinta ha pubblicato oggi tutte le denunce dettagliate dei rom picchiati, sequestrati e torturati presso la caserma dei carabinieri di Bussolengo [Verona], venerdì 5 settembre.
Ecco il link per leggere quelle denunce:http://sucardrom.blogspot.com/

Ultras: Per Paolo Ferrero la proposta Matarrese è assurda e inutile

«La proposta di Matarrese di trasformare gli stadi in carceri è assurda e insieme inutile perchè non affronta nè risolve il problema della violanza negli stadi. Ma il presidente Matarrese si è accorto che gli incidenti avvengono fuori gli stadi? Piuttosto, la Lega Calcio e il governo pensino al fallimento delle disposizioni repressive contro il tifo organizzato, che hanno solo svuotato gli stadi e alimentato ulteriori tensioni tra tifo e forze dell'ordine». Lo dichiara il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. «Chiudere le curve -sottolinea il leader del Prc- costruire celle, vietare le trasferte è palesemente controproducente. Iniziamo piuttosto a ragionare su interventi educativi, su come lo stesso sport può essere un veicolo formidabile per promuovere valori positivi e anti violenti. Invece delle celle, apriamo degli spazi negli stadi dove ci si può confrontare e si possono svolgere iniziative sociali».

fonte: Adnkronos

Prostituzione. I primi appelli contro il ddl Carfagna

Cominciano a fioccare gli appelli contro il ddl Carfagna, approvato oggi dal Consiglio dei ministri, sulla prostituzione. Il disegno di legge modifica la legge Merlin vietando la prostituzione in strada e punendo prostitute e clienti [anche se colti a «contrattare» in strada] con il carcere e con una multa. Il ddl prevede anche l’espulsione per le minori e i minori non italiane/e che si prostituiscono. Pubblichiamo il comunicato congiunto del Mit [movimento identità transessuale] e del Comitato per i diritti civili delle prostitute. (continua)

Roma: rastrellamenti al campo rom Casilino '900

Erano le prime luci dell’alba quando settanta agenti del gruppo sociale sicurezza urbana, coadiuvati dalle forze dell’ordine, hanno fatto irruzione nel campo rom Casilino ‘900. L’operazione è scattata senza alcun preavviso, proprio nel giorno in cui era previsto il censimento della Croce Rossa. I volontari della Cri si sono fatti da parte e per gli abitanti del campo più grande e disperato di Roma è iniziato il rastrellamento. Una dopo l’altra le misere baracche dove sopravvivono circa 600 rom sono state passate a setaccio, ispezionate, ribaltate da capo a piedi e messe a soqquadro. Le forze dell’ordine hanno staccato i gruppi elettrogeni e sequestrato i pochi effetti personali. Poi è stata la volta dei rom. E’ stata sufficiente la regola del sospetto per caricare su diversi pullman dalle 70 alle 80 persone, senza una parola, senza un chiarimento. I rom sono stati portati all’ufficio immigrati, in via Patini, e non è ancora chiaro quale sarà il loro destino. «Per alcuni – ha affermato la consigliera regionale Anna Pizzo [indipendente Prc], giunta a Casilino ‘900 non appena appresa la notizia – si deciderà per il fermo ma per altri, sprovvisti di documenti, potrebbe esserci l’arresto». E l’operazione ha preso di mira tutti, anche anziani e donne incinte,sfra colpevoli o meno di aver commesso presunti furti di rame e altro materiale. L’operazione sarebbe stata autorizzata a seguito di alcune segnalazioni: una di queste parla anche di refurtiva con il marchio del ministero della difesa e del ministero dell’interno che sarebbe stata nascosta nel campo anche se al momento non ci sono conferme. Anche per questo la consigliera Pizzo ha chiesto un incontro con il questore, dal quale spera di ottenere maggiori chiarimenti.
Hanno paura gli abitanti della favela Casilino ‘900, un insediamento così vasto e così misero da perdere persino la connotazione di campo. «Sono arrivati alle 6.30 quelli della polizia municipale. Ci hanno svegliato di soprassalto, i bambini ancora dormivano, e hanno iniziato a prendere alcuni di noi. Poi li hanno fatti salire su un pullman e li hanno portati via. Così, senza avvertirci. Ci hanno tolto i gruppi elettrogeni e tutte le nostre cose». A parlare è Sevlia, una ragazza rom che vive nel campo. Parla e piange, è preoccupata per le persone che stanno portando via, per gli anziani del campo malati, per le donne incinte. Teme di non rivederli mai più. Dall’altra parte nessuno a fornito loro rassicurazioni. «Ci stanno chiedendo se possiamo dimostrare che i gruppi elettrogeni sono nostri – prosegue la donna – Dicono che dobbiamo mostrare gli scontrini. Hanno portato via anche il padre di un bambino down che ha crisi epilettiche e deve essere sottoposto quotidianamente alle visite. Come è possibile procedere in questo modo?».
C’è chi, a Casilino ‘900, una cosa del genere se l’aspettava. D’altra parte, da circa due mesi, la situazione è peggiorata: le vie d’accesso sono bloccate e per gli abitanti del campo anche la più banale attività è diventata complicata. L’insediamento è grande, sembra una piccola città di fango e immondizia, e per attraversarlo tutto serve la macchina. Adesso che i rom sono costretti a lasciare l’automobile fuori dall’insediamento, per molti anziani, malati e donne incinte spostarsi dalle proprie baracche è pressoché impossibile. E si ritiene fortunato chi la macchina ce l’ha ancora. Molte delle loro auto sono state incendiate, danneggiate oppure rubate. Per vendetta, per avvertimento o per mera intolleranza. Ora che le scuole stanno per riaprire, i piccoli rom dovranno percorrere chilometri a piedi prima di raggiungere il mezzo di trasporto più vicino. Sempre a patto che a scuola riescano ad andarci.

fonte: Carta

Ultras: Maroni promette linea dura

E' stato il Maroni Soccer Day. Era il giorno dell'audizione al senato sugli episodi di violenza del pre Roma-Napoli, il ministro ha invece ricostruito parzialmente l'accaduto, puntando tutto sulla linea dura: trasferte annullate per le prossime gare ad alto rischio e stadi vuoti per quelle ad altissimo. Si parte nel weekend con lo stop ai tifosi del Catania, per loro niente S.Siro per il match contro l'inter. Stessa storia per i fiorentini al S. Paolo contro il Napoli. Più complesso, lacunoso, il discorso del leghista sui fatti della prima di campionato: «La questura aveva chiesto a Trenitalia di aggiungere il maggior numero di carrozze possibile ai treni per Roma. Le operazioni di filtraggio erano iniziate regolarmente fino a quando alle 10.15 un gruppo di 200 tifosi, approfittando dei soccorsi per un malore, ha superato lo sbarramento sottraendosi al controllo, pur essendo in possesso del biglietto». Il treno sarebbe stato fatto partire alle 12.30 «dopo che il prefetto di Napoli aveva emanato il provvedimento di urgenza per motivi di ordine pubblico». Trenitalia avrebbe avuto l'intento di proseguire la verifica ticket in viaggio. Poi: «I tifosi sono arrivati a Roma alle 15.45, a ridosso dell'intervallo della partita. Nel momento dell'accesso allo stadio alcuni hanno tentato lo sfondamento con lancio di oggetti sulle forze dell'ordine: due tifosi sono stati arrestati». Secondo Maroni, Prefetto e questore non avrebbero colpe: «L'errore è stato fatto a monte (dall'Osservatorio, Ndr). E' quello di aver fatto partire, comunque, il treno da Napoli, pur sapendo che sarebbe arrivato a partita iniziata, e aver consentito il ritorno dei tifosi sui treni in una domenica di grande rientro». La lettura del fenomeno ultrà fatta dal ministro è semplice: c'erano infiltrazioni camorristiche. «Dei 3096 tifosi, circa 800 erano gravati da precedenti penali. Tra questi, 27 appartenenti o contigui ad organizzazioni camorristiche, 5 per associazione a delinquere, 70 per esplosivi e armi». La ricetta-minaccia: ancora tolleranza zero. «Se dovessero ripetersi simili episodi, le tifoserie saranno punite con il divieto di trasferta per tutto il campionato». Il giornalista sportivo Michele Plastino, che da anni segue da vicino le sorti di Napoli e Lazio, resta perplesso: «Ci sono dei grandi punti interrogativi. Come si fa a controllare in treno tutte quelle persone? Perché hanno fatto fare tutte le fermate al treno? I ragazzi raccontano di essere stati fermi per venti minuti in un tunnel, perché è successo?». Poi commenta: «Se i dati fossero esatti, la percentuale di persone con precedenti camorristici è minima. Se si andasse in certi quartieri sarebbe molto più alta. I danni all'interno del treno sono stati dei bagni rotti, vetri, una porta. Di certo se dietro a questo episodio ci fosse stata la camorra sarebbe stato molto peggio». Chi è veramente il tifoso del Napoli? «E' un tifoso con una storia diversa. Non ha mai avuto collegamenti con la politica, né con quella di destra né con quella di sinistra, forse anche per questo era il migliore. Il napoletano è tra i più appassionati del mondo». Continua Plastino: «In curva A ci sono gruppi in contrasto tra di loro, non tanto per la camorra, come la immaginiamo noi, ma per la conquista del territorio sugli spalti. Si sceglie sempre la città di Napoli come sinonimo di qualcosa che non va, dell'immondizia, di Mastella e ora di ultrà violenti, ma allora mi chiedo: perché non sono state prese sanzioni dopo Parma-Inter dello scorso anno? Perché nel calcio non c'è stata una posizione forte da parte di Berlusconi di sostegno alla città? Dice di aver risolto tutti i problemi del napoletano e ora che fa? Solo qualche battuta». Allora il giornalista "scherza": «Chi è che ha fatto fuori il Milan dalla coppa campioni lo scorso anno?». Sull'osservatorio: «E' un po' paradossale, non si conoscono bene i parametri che vengono utilizzati per segnalare le partite e le tifoserie a rischio. Lo scorso anno aveva ottenuto dei risultati, ma andavano visti anche in parallelo al calo degli spettatori. Oramai tutto è volto alla Pay Tv. Lo stadio è ancora una zona franca, ma attenzione: meno spettatori continueranno a frequentarlo, meno voglia ci sarà di vedere le partite».

Roma: Contestata Gelmini. La Polizia identifica i contestatori.

Come assumerete gli insegnanti?» protesta un gruppo di sissini, parola orribile che deriva da Ssis, la scuola biennale di specializzazione per accedere alla cattedra, ora chiusa lasciando a piedi migliaia di aspiranti docenti delle medie e delle superiori. Ricercatori, studenti e precari fischiano, interrompono la ministra. La contestazione non piace alle forze dell'ordine presenti in sala, che chiedono immediatamente i documenti ai ribelli. Più tardi l'Unione degli Studenti condannerà la durezza degli agenti di fronte ad un dissenso «del tutto pacifico e democratico», mentre il Pd bolla l'episodio come «intimidatorio» Gelmini continua: «Le spese sono aumentate del 30% negli ultimi anni, e io non sarò complice dell'aumento del numero dei precari che poi dovranno comunque un giorno lasciare la scuola». Nei giorni scorsi la ministra aveva proposto di trovare un nuovo lavoro ai precari magari impiegandoli come guide turistiche, ora Amato ricorda che gli uffici delle Questure hanno bisogno di personale per smaltire le centinaia di migliaia di permessi di soggiorno dei cittadini immigrati. All'inizio della presentazione il coro a cappella del liceo aveva intonato l'inno nazionale, e su richiesta del preside tutta la sala si era alzata in piedi. Nel parterre giovani di destra applaudono spellandosi le mani, il Giornale infilato nei jeans larghi. Scuola modello, il Newton. Rigorosa e aperta ai giovani: murales coloratissimi fatti dagli studenti indicano l'ascensore, l'aula magna, la toilette. Oasi felice a pochi passi dalla sede dei Cobas, l'istituto consegna cartelle stampa firmate Deutsch Bank e una interessante guida all'uso del liceo: corsi di aggiornamento per i docenti sul contenimento e le regole da dare agli adolescenti, chiarimenti sul voto in condotta e l'avvertimento che le unità cinofile potrebbero piombare in cortile per scovare sostanze stupefacenti. Il decreto legge sul maestro unico è arrivato in commissione Cultura della Camera, Gelmini si augura che «la scuola rimanga fuori dalle ideologie» e che il Partito democratico scelga responsabilmente di discutere sull'istruzione italiana senza preconcetti né barricate: «Alcuni sindacati contestano il piano programmatico prima ancora di conoscerlo, non l'ho ancora presentato». Poi tira fuori dal cilindro una nuova idea per gli insegnanti, la Carta d'Oro per entrare gratuitamente alle mostre o al museo magari con l'aiuto finanziario delle banche, «non ci sarebbe niente di male» spiega la ministra. «Dateci la tessera della povertà» contestano in fondo all'aula. «La qualità non si costruisce con la Carta d'Oro» spiega Paola De Meo, maestra nella scuola elementare capofila della protesta nazionale contro il maestro unico, la "Iqbal Masik", drappi neri alle finestre e un corpo docente arrabbiatissimo: «Dalla ministra volevamo prima il piano programmatico, e non un decreto legge».Gelmini non si scosta dalla linea retta e assicura che «non servono tre maestri, ne basta uno», i fischi aumentano a dismisura e lei parla scandendo le parole: «Con i due maestri in esubero estenderemo il tempo pieno» ma gli insegnanti presenti vorrebbero sapere come, visto che il governo ha deciso di stringere la cinghia sulla scuola e la stessa responsabile di viale Trastevere ammette che purtroppo i fondi non ci sono. Nonostante gli sgorzi di Amato che auspica il dialogo, il calendario autunnale delle contestazioni si arricchisce di una data, 17 ottobre, quando gli insegnanti del Gilda convocheranno una manifestazione davanti a Montecitorio.Sulla parete del corridoio qualcuno ha appeso una poesia di Borges: «Se potessi vivere nuovamente la mia vita, nella prossima cercherei di commettere più errori».

Belluno: condanne per occupazione

In questi giorni sono stati notificati i primi cinque decreti penali di condanna per la seconda occupazione delle ex scuole elementari del quartiere di Levego (BL). Cinque compagni sono stati condannati a 15 giorni di carcere convertiti in 700 € di multa per un totale di 3500 €.La condanna è sostenuta dalla denuncia presentata dalla giunta di centro destra, che attraverso lo sgombero coatto dell’occupazione e della successiva muratura dello stabile aveva inagurato la campagna sicuritaria tuttora in atto. Da quel momento vi è stata un’escalation di provvedimenti: dalle panchine antisdraio, all’ordinanza per il decoro pubblico contro i senza tetto e i mendicanti, dalle telecamere all’assunzione del nuovo comandante dei vigili urbani Salmaso (ex vice sceriffo nella Treviso di Gentilini). A più di un anno dall’occupazione, ci ritroviamo con un’amministrazione comunale che da una parte non è stata in grado di affrontare le problematiche che abbiamo sollevato: nuove politiche abitative, questione degli spazi sociali, politiche di riduzione del danno e tutela del territorio. Dall’altra si continua a tagliare i fondi alle politiche sociali per finanziare la campagna “Tolleranza Zero” lanciata dall’assessore con delega alla sicurezza Carbogno di alleanza nazionale, che sta producendo un clima d’intolleranza nei confronti dei soggetti più deboli. Ultimo, ma soltanto in termini di tempo, il vergognoso pestaggio di un giovane brasiliano all’interno della caserma dei vigili urbani da parte del comandante Salmaso. Emerge con sempre più chiarezza il disegno politico di questa giunta, ovvero il tentativo di trasformare ogni contraddizione sociale, ogni anomalia in questione d’ordine pubblico da reprimere. E’ su questa linea che vanno lette le ultime dichiarazioni pubbliche del sindaco Prade in difesa delle condanne contro di noi e della sua volontà di installare due nuove telecamere nella via del centro storico dove a sede il nuovo spazio sociale BL.itz. Un ennesimo attacco nei nostri confronti, ad un percorso che si sta legittimando in città e che rappresenta un’increspatura all’interno del loro progetto sicuritario di trasformare Belluno in una città liscia e sterilizzata.Noi, dalla nostra, continueremo a ridisegnare nuovi confini nella gestione del bene comune, consapevoli del fatto che non sempre combaceranno con i limiti della loro legalità.

Centro Sociale BL.itz

10 settembre 2008

Bussolengo (VR): Rom picchiati dai carabinieri

Un incubo. Giorgio Campos, 18 anni a dicembre, nato a Como, di origine rom e con regolare residenza a Brescia, è ancora sotto shock. Per lui e la sua famiglia quella di venerdì scorso doveva essere una tranquilla gita per «far visita a parenti che vivono nei dintorni di Brescia», racconta. E invece una pausa pranzo a Bussolengo, vicino Verona, si è trasformata in dramma. Erano in roulotte: lui con i genitori, Sonia e Angelo Campos, e i tre fratellini più piccoli. Con loro altre due roulotte: quella del fratello maggiore di Giorgio con moglie e due figli minorenni e quella dello zio Christian Hudorovich con la compagna e tre bambini. Sul posto, già presente, la roulotte del cugino di Giorgio, Denis Rossetto. «Ci siamo fermati in un parcheggio pubblico (piazzale Vittorio Veneto, ndr.) per mangiare qualcosa, abbiamo fatto appena in tempo a mettere fuori un tavolino che sono arrivati i vigili - dice Giorgio - ci hanno chiesto se saremmo andati via dopo il pranzo, gli abbiamo detto di sì, era questa la nostra intenzione, e loro gentilmente si sono allontanati». Ma intorno alle 14 è arrivata una pattuglia dei carabinieri («un maresciallo e un brigadiere», coninua il ragazzo) e, secondo il racconto di Giorgio si è scatenato l’inferno. «Non ci hanno nemmeno chiesto i documenti - sostiene - appena sceso dall’auto, il maresciallo ha detto subito che ci avrebbero portato in caserma per “bastonarci come con gli altri rom presi la settimana scorsa, poi gli diamo il foglio di via”. Proprio così ha detto. Io e mio padre abbiamo opposto resistenza, gridando aiuto. Loro hanno tirato fuori i manganelli e hanno cominciato a picchiarci e insultarci a parolacce... ». Botte da orbi, continua la testimonianza, fino a quando il padre di Giorgio «riesce a divincolarsi e a scappare. Io lo seguo, con le manette ai polsi, me le avevano già messe. Veniamo raggiunti da Denis e saltiamo sulla sua roulotte». Un’altra pattuglia dei carabinieri li ferma a Caselle di Sommacampagna, lì nei dintorni. «Sul posto arrivano in tutto tre pattuglie - prosegue Giorgio - Minacciandoci con la pistola ci fanno salire ognuno su un’auto, dopo averci picchiato di nuovo, e ci portano alla caserma di Bussolengo». Dove si trovano già Sonia Campos, il figlio 15enne Michele, Christian e la compagna. «Hanno deciso di lasciare alla roulotte i miei fratelli più piccoli, Marco e Johnny, ma solo dopo averli picchiati: al primo gli hanno spaccato due denti...». In caserma «l’inferno» raccontato sia da Giorgio che nelle denunce presentate ieri alla magistratura dai suoi parenti, dura fino alle «cinque del pomeriggio». All’arrivo, «ci hanno fatto sdraiare sul pavimento e ci hanno calpestato. Ma il peggio è arrivato dopo, quando ci hanno portato nelle celle del sotterraneo, divisi in tre celle, io ero insieme a mio fratello Michele. Ci hanno picchiato, torturato immergendoci la testa in una bacinella d’acqua. Erano in tre di cui due senza divisa che si dicevano “orgogliosi razzisti”. A turno, sia io che mio fratello, siamo stati portati in bagno dove ci hanno denudato: mentre uno picchiava, l’altro riprendeva la scena con il telefonino. Quindi, si sono abbassati i pantaloni e ridevano...». Poi il trasporto alla caserma di Peschiera del Garda (tranne che per Christian e la compagna che vengono rilasciati) per il prelievo delle impronte digitali. Anche lì «insulti, minacce, percosse, la scena del bagno che si ripete con gli stessi protagonisti che questa volta ci sfottono anche chiedendoci del sesso orale...», dice ancora Giorgio. Poco prima delle 20, lui e il fratello vengono rilasciati. Restano in carcere i genitori e il cugino Denis. Il processo per direttissima si doveva svolgere sabato scorso ma è stato rinviato al 16 settembre. L’accusa: resistenza a pubblico ufficiale e, per Sonia, tentato furto della pistola d’ordinanza. Sì, perchè nel verbale dei carabinieri si sostiene che la mamma di Giorgio abbia tentato di rubare la pistola al «maresciallo Carusone », dopo l’intervento della pattuglia in piazzale Vittorio Veneto a Bussolengo. «La fondina ce l’aveva aperta e la pistola gli è cascata... Ora tentano di accusare mia madre...», è la versione di Giorgio. Ad ogni modo, questa non è l’unica discrepanza tra le denunce delle vittime - che si sono anche fatte refertare al pronto soccorso a Desenzano del Garda - e il verbale dei militari - che insistono molto sull’atteggiamento «di sfida» di Angelo Campos e degli altri «vili aggressori ». Del caso si sta occupando l’associazione bresciana “Nevo Gipen” e l’istituto di cultura sinta “Sucar drom” di Mantova. «Spero che la magistratura faccia luce su un episodio che si configura come uno dei più gravi atti razzisti compiuti in Italia, come confermano le denunce delle vittime - dice Carlo Berini di “Sucar drom” - un episodio paragonabile alle torture della caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001...».

Dopo Firenze anche Roma contro i lavavetri

Nuovo attacco ai lavavetri di Roma. Dopo i rom e gli ambulanti, il Campidoglio torna a scagliarsi contro chi pulisce i vetri ai semafori attraverso il varo di un'ordinanza per eliminarli dalle strade. Ad annunciarlo è stato il presidente della commissione Sicurezza del Comune di Roma Fabrizio Santori. Ricalcando il più possibile il modello Firenze, anche gli uffici tecnici e legali del Comune di Roma si sono messi d'impegno per stilare un provvedimento che non possa essere sottoposto a nessuna ricusazione. In realtà, l'ordinanza, non coinvolge solo i lavavetri ma tutti i casi di accattonaggio definito «molesto» e secondo Fabrizio Santori «non potrà limitarsi al semplici sequestro degli strumenti di lavoro o alle sanzioni amministrative». E allora? Ecco riaffacciarsi l'ipotesi tanto cara ai sindaci: il carcere fino a tre mesi. Tutti a lavoro, dunque, per scrivere un'ordinanza «a prova di ricorsi» che giustifichi la reclusione con le motivazioni di «intralcio alla circolazione, danni all'igiene delle strade, ma soprattutto episodi di molestie e il pericolo di conflitto sociale». Tremate, tremate, i lavavetri sono tornati.

Roma: aggredita coppia gay

«Froci via dall’Italia», «fate schifo». E poi sassate e sputi. Proprio una bella cartolina romana, con tanto di Colosseo alle spalle quella che arriva grazie alla denuncia dell’Arcigay di Roma. Dieci contro due: gli aggressori con pietre e bottiglie, gli aggrediti armati solo del loro amore. La loro colpa? Essere innamorati ed essere dello stesso sesso. Federico e Cristian, entrambi di 28 anni, andavano verso i Fori Imperiali, mano nella mano. Hanno subito un vero e proprio agguato, hanno chiesto aiuto e denunciato l’accaduto alle forze dell’ordine. «Ancora una volta una terribile testimonianza di intolleranza verso le persone gay e verso l’amore omosessuale - ha commentato Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma - i due ragazzi aggrediti si tenevano per mano e questo è bastato a scatenare gli insulti e l’aggressione. Ci preoccupa molto il clima di violenza che si respira in città, per questo - ha concluso Marrazzo - ci auguriamo che le istituzioni collaborino con tutte le associazioni lesbiche, gay e trans, per mettere a punto un serio piano per la sicurezza e contro l’omofobia». Aurelio Mancuso, pesidente nazionale di Arcigay, chiede l’intervento del mondo politico: «Chiediamo al governo quali interventi s’intendano assumere a difesa della sicurezza di gay e lesbiche italiane. Il fatto di Roma è solo l’ultimo di una lunga serie. Visto che il ministro competente Carfagna dorme sonni tranquilli, chiediamo al responsabile degli Interni Roberto Maroni di garantire la sicurezza e l’incolumità di milioni di cittadine e di cittadini omosessuali». Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, esprime solidarietà alla coppia: «Apprendiamo con sconcerto che purtroppo ancora una volta a Roma si è ripetuto un atto di aggressione ai danni di giovani gay. Mi auguro - conclude il sindaco - che gli inquirenti facciano al più presto luce su questo grave fatto e che i responsabili dell’aggressione siano consegnati alla giustizia in tempi brevi ». Il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, parla di «ennesimo, vigliacco inaccettabile atto» e attacca Alemanno: «Invece di avventurarsi in poco felici (per lui) paragoni storici tra fascismo e nazismo, leggi razziali ed olocausto, si decida a organizzare pomeriggi e serate nei quartieri e nelle scuole romane sul tema dei diritti, delle minoranze, delle diversità, oltre che su quelli dell’accoglienza e dell’integrazione». La solidarietà è doverosa, e puntulamnete arriva. Ancora una volta, dopo l’enesimo agguato.

6 settembre 2008

Milano: polizia carica presidio antifascista

Il raggruppamento dei militanti dei centri sociali e del Prc, più di cinquecento persone, era iniziato attorno alle 15 di sabato. Poi alle 18, sono arrivati gli scontri. A Milano, in via Pareto, riapre Cuore Nero, circolo di estrema destra che era stato chiuso qualche mese da dopo un incendio. Per la legge quel locale è semplicemente un negozio, non un circolo di neofascisti, quelli che sabato sono lì, soddisfatti di avere una nuova casa, con le loro teste rasate e con addosso magliette nere con scritto «calci e pugni». Se qualcuno avesse dubbi, basta guardare il loro sito internet.
Moratti e la sua giunta, comunque, gli hanno trovato casa. Quei cinquecento che sabato non se la sono sentita di restare zitti a guardare hanno trovato lì agenti in tenuta antisommossa. E alle prime avvisaglie di tensione è partita la carica. Poi, una seconda, in cui sono partite anche alcune manganellate e delle bottiglie di vetro.
La calma, fortunatamente, è tornata quasi subito, ma le preoccupazioni restano eccome. Tra chi ha manifestato contro la riapertura di Cuore Nero, c’è anche il consigliere regionale di Rifondazione Comunista Luciano Muhlbauer che osserva come «l' apertura di questo circolo è un atto estremamente grave anche in virtù del fatto che si trova a poche centinaia di metri da un campo rom, e dal centro sociale di Cascina Torchiera». Muhlbauer si stupisce anche «del silenzio dell' amministrazione comunale e in particolare del vicesindaco De Corato: di solito fa comunicati stampa e proclami sulla sicurezza anche quando un giovane fa soltanto una scritta sul muro, invece tace se un gruppo notoriamente violento di ispirazione neonazista apre un centro pubblico».
Dal canto loro, i neofascisti fanno gli offesi: «A chi serve ribadire che siamo un circolo neofascista? – scrivono in una nota – Per carità, non è che ce ne vergogniamo, ma ci sembra di cogliere della malafede in chi ha voluto liquidarci con un'etichetta per darci in pasto all'opinione pubblica"
fonte: L'Unità

Vicenza: polizia carica manifestanti No dal molin

Finisce con 5 fermi e una trentina di feriti la manifestazione pacifica organizzata e dichiarata per oggi. Evidentemente in Italia non è possibile manifestare, nemmeno pacificamente.
Una manifestazione pubblica, dichiarata e stampata sui giornali. Alla luce del sole, dichiarati gli intenti e quello che si sarebbe andato a fare. Costruire una torretta per monitorare la situazione dei lavori all'interno dell'aeroporto. Su luogo privato per cui avevamo il beneplacito del proprietario, e la richiesta di autorizzazione per occupazione suolo pubblico.
Questo probabilmente non è bastato per dissuadere le forze dell'ordine (del disordine?) dal caricare, trascinare, manganellare, prendere a calci questa manifestazione pacifica di vicentini. Donne, vecchi, ragazzi. Indiscriminatamente maltrattati, con pretesti ridicoli. "Quella torretta è troppo alta".Già duecento metri prima del punto concordato per la posa della torretta il corteo era stato improvvisamente bloccato. Un blocco imotivato e futile, aggirato dai cittadini passando per il fosso laterale. Poi la costruzione. Finché l'ordine è arrivato. I cittadini si siedono e difendono la costruenda torretta con un sit-in. A nulla valgono i discorsi per cercare di essere ragionevoli.
La prima carica ha fatto vari feriti e cinque fermi. Nella seconda alcune ragazze sono state prese a calci, altri ricevevano colpi di scudo, qualcuno è stato trascinato per i capelli.Gli occhi sfigurati di poliziotti, carabinieri e guardie di finanza e gli insulti: "Ti uccido! Sporco pacifista! Ti spacco la testa". Il corteo quindi si rifugia nel giardino di una casa adiacente, ospitati dagli abitanti solidali.

5 settembre 2008

Milano: Cuore Nero ci riprova

Ultimamente in quanto a razzismo e a rigurgiti fascisti non c'è che l'imbarazzo della scelta.Sicuramente le manifestazioni più spettacolari del "nuovo ordine" che sta strisciando per l'Italia sono sotto gli occhi di tutti immediatamente evidenti per chi avesse anche solo la voglia di guardare; di certo non servono capacità soprannaturali per capire che il clima è dei peggiori e che i peggiori ne approfitteranno.Nonostante scismi, divisioni e, fortunatamente, proteste la vicenda della prossima riapertura di "cuore nero" riassume molto bene quello che sta succedendo in Italia in questo periodo.I vari cuori neri sparsi per l'Italia costituiscono il livello immediatamente osservabile di una serie di fenomeni che per larga parte rimangono sommersi o, come nel caso delle assurde ordinanze (leghiste o non), vengono abilmente nascosti sotto gli occhi di tutti.Il neofascismo esplicito, visibilmente organizzato è una malapianta che necessita di cure continue e di un adeguato humus istituzionale fatto di revisionismo, connivenza ed emergenze mobilitate quando fanno comodo.In questo senso parlare di un singolo cuore nero non ha senso perché i centri di produzione del fenomeno sono molteplici.Per restare sul concreto basti ricordare l' appoggio para-ististuzionale fornito dalle amministrazioni di Rho e Milano in occasione di concerti neonazisti, oppure la disponibilità di industriali, finanzieri o politici neri a creare lobbies oppure a fornire spazi o capitali per rinverdire i fasti del neofascismo lombardo.Eppure anche qui, a questo livello, si rischia di non cogliere appieno la gravità del fenomeno i cui centri di produzione sono molto più diffusi e non tutti di matrice esplicitamente fascista, restano annidati nelle amministrazioni e in quella infame pratica del controllo metropolitiano che sposa perfettamente gli interessi di chi specula, di chi accoltella e di chi governa.Allora sgomberi e vilipendio della memoria storica diventano funzionali alla pacificazione urbana necessaria perché si possa utilizzare la città e i suoi abitanti come "materia prima" per palazzinari.Il colore dell'amministrazione c'entra relativamente poco poiché pratiche simili trovano le loro radici nell asfissiante Milano e nella defunta Bologna, nel razzismo nazi-padano cosi come sotto la maschera capitolina dell' "equidistanza" veltroniana poi superata in coerenza ideologica dal suo successore.Proprio gli atteggiamenti di "equidistanza" mantenuti in spregio ai valori della repubblica fondata sulla resistenza costituiscono un altra tessera del mosaico: a roma dove è stata permessa la creazione dei primi semi del network di "casa pound", un altro dei piccoli motori dell' estrema destra italiana, che ha recentemente dato vita all'occupazione, di breve durata, di un cascinale nella campagna bresciana; o nella vergogna di vedere un comune di una città medaglia d'oro per la resistenza costituirsi parte civile in un processo contro degli antifascisti.Forse questo ultimo atto spiega piu di mille parole dove nasca l' onda lunga del neofascismo italiano, non solo dalle curve nere o dai covi nazisti ma dall' interno delle stesse istituzioni per cui democrazia e memoria storica sono diventate soltanto un ingombro.


Appuntamenti:- 6 settembre ore 15.00 presidio in Piazza Cimitero Maggiore [1] [2]
Rassegna Stampa:[1] [2] [3] [4]
Approfondimenti:- Leggi la feature nero il cuore e marcio il cervello- Nuovo asse tra forza nuova e gli hammer


4 settembre 2008

Bari, rivolta al Centro Espulsioni per migranti

E’ in corso una rivolta al nel Centro Identificazione ed Espulsioni (ex Cpt) per immigrati al quartiere San Paolo a Bari. La protesta è iniziata questa mattina all’alba, quando, all’interno della struttura, sono state date alle fiamme diverse masserizie. Sembra che i danni provocati dalla rivolta siano ingenti e che alla protesta abbiano partecipato centinaia di migranti. Davanti al Centro sono arrivate alcune ambulanze, mezzi dei Vigili del Fuoco e stazionano le forze di polizia. Non si hanno molto notizie su eventuali feriti, se non che uno degli immigrati si è fratturato una gamba dopo essere salito sul tetto ed essere caduto.

3 settembre 2008

Carica della polizia sul presidio di Grottaglie (Ta)

Il presidio permanente No Discariche denuncia pubblicamente l’aggressione subita il primo settembre dalle Forze dell’Ordine dirette dal dirigente del commissariato di Polizia di Stato di Grottaglie, Cosimo Candida.
Donne, bambini, gente anziana: tutti i partecipanti al pacifico sit-in contro l’apertura della nuova discarica Ecolevante ed in difesa della nostra salute si è trasformato in una specie di mattanza cilena. Gente inerme, seduta per terra, presa a calci e manganellate da poliziotti e carabinieri, mentre i vigili urbani di Grottaglie chiudevano la strada al traffico per evitare che queste violenze fossero visibili anche agli automobilisti. Altri cittadini fermati sono stati identificati all’interno della discarica quasi fosse una succursale del commissariato.
Per fortuna, ci sono video, foto e prove certe di ciò che è accaduto. Chi, come noi, protesta contro ecomostri ed ecomafie, finisce per intasare gli ospedali, com’è accaduto il 1° settembre del 2008. Al pronto soccorso, sono infatti arrivati una ventina di cittadini feriti dalle forze dell’ordine. Per uno di essi, è stato necessario il ricovero. Cittadini che, al pronto soccorso, sono poi stati piantonati dagli stessi agenti di Polizia di Stato visibilmente preoccupati dalle denunce.
Malgrado questi metodi da dittatura, il presidio non si ferma. Denuncia e continuerà a denunciare tutti gli abusi di questa nuova discarica, il famigerato terzo lotto, che sorge su una condotta di acqua potabile, tra siti archeologici e realtà produttive, a due passi da una casa famiglia per diversamente abili, in una provincia – quella di Taranto – che dal punto di vista ambientale è già nel disastro.
Autorizzazioni concesse dai politicanti locali con carte falsate da gravi omissioni e violazioni delle norme ambientali della società Ecolevante: tutte questioni per le quali Ecolevante e Provincia di Taranto sono stati rinviati a giudizio.
Ma nulla di tutto ciò richiama l’attenzione delle forze dell’ordine quanto un gruppo di pacifici manifestanti da picchiare e intimidire. Andremo sino in fondo a questa brutta storia senza farci fermare dai complici degli inquinatori e invitiamo già da adesso alle prossime mobilitazioni.
Permettete lo sfogo? Rispetto. Pretendiamo rispetto. Pretende rispetto la nostra lotta. Pretende rispetto la gente pestata. Donne e uomini liberi picchiati con odio da chi è abituato a dire signorsì sissignore. Lunedì scorso, quel Primo Settembre, hanno prevalso le nostre ragioni. La nostra non violenza è stata più forte di tutti calci e i pugni, è stata più potente delle manganellate e delle intimidazioni. Eravamo in tanti, subito dopo, al pronto soccorso. Ma la nostra tenacia non ha nemmeno un graffio. E’ arrivato il momento della solidarietà. E non è sempre facile trovare parole adeguate per ringraziare abbastanza, soprattutto per chi da lontano ci è adesso vicino. Ma per chi vive qui, in tutta franchezza, adesso e in futuro, la nostra terra ha bisogno anche d’altro. C’è bisogno di un impegno reale, davvero concreto. Quando c’è in ballo la salute di tutti, c’è bisogno che, a difenderla, al nostro fianco, ci sia una Comunità intera; un popolo che sappia impugnare la sua cultura, la sua storia, le sue speranze, e sventolarle come una bandiera. Care concittadine, cari concittadini, contro la distruzione e l’inquinamento, contro questi abusi, contro queste discariche, contro queste prepotenze, noi non ci arrenderemo mai. Assolutamente.

L'estate dei sindaci-sceriffo. A Cantù numero verde antimmigrati.

E' straniero? Sembra sospetto? Denunciatelo! E' Tiziana Sala, sindaco leghista di Cantù (provincia di Como) a chiederlo alla cittadinanza. Sarà facile, basterà chiamare un numero verde e, anche restando nell'anonimato, i vigili si metteranno sulle tracce del malcapitato. Giovedì scorso il consiglio comunale canturino ha messo in atto ciò che era previsto nel decreto Maroni: autonomia e creatività dei sindaci. Peccato che gli sforzi creativi abbiano trascurato alcuni particolari, non irrilevanti.
La delibera intitolata "provvedimenti contro la permanenza degli stranieri clandestini sul territorio" prevede l'istituzione di un ufficio comunale da inserire all'interno del comando di polizia locale. Le persone che vi lavoreranno saranno investite del ruolo di "agenti antimmigrazione", con tanto di formazione professionale prevista. Sarebbero garantite una, due "ronde" a cadenza settimanale, di verifica delle segnalazioni ricevute. Ma qual è il limite tra «un invito alla partecipazione politica della cittadinanza», come si è giustificata la Sala, e una richiesta di diffidare dall'altro, perché straniero?
Stefano Galieni, responsabile immigrazione del Prc, risponde: «C'è una gara in atto tra amministratori locali di centrodestra e centrosinistra a chi inventa la migliore ordinanza xenofoba. Il sindaco di Cantù è in buona posizione. Si teme che qualcuno si impegni per sorpassarlo a destra. Dal punto di vista prettamente giuridico il reato, o presunto reato, si denuncia se lo si vede. Credo che essere presenti su un territorio, passeggiare, chiacchierare, non sia ancora considerabile come prova di reato». Il rischio è evidente, è quello di incentivare la popolazione al razzismo. Di condurlo al sospetto. Ma Il sindaco di Cantù giudica positiva la sua invenzione: «Nel nostro territorio sono presenti troppi immobili affittati a clandestini. In queste case l'illegalità deborda. Dallo spaccio alla prostituzione, sono tutti reati da perseguire. Noi vogliamo essere d'aiuto alle forze dell'ordine».
Sul documento comunale si legge che «il provvedimento perseguirebbe l'obbiettivo di combattere lo sfruttamento di gente animata da principi onesti ma che, per via del suo irregolare stato di permanenza sul territorio ospite, si trova esposta alla mercè di persone disoneste e pronte ad approfittare della situazione». Poi però si associa la lotta allo straniero alla lotta agli affitti in nero. Anzi l'una agevolerebbe le famiglie italiane sul tema forte della casa: «La collaborazione tra enti locali e cittadinanza creerà le condizioni per cui le persone oneste e che lavorano regolarmente non vedano i proprio diritti ingiustamente sviliti da situazioni di irregolarità e disonestà».
E si fa preciso riferimento «al lavoratore dipendente che non riesce a prendere in affitto una casa per sè e la propria famiglia ad un costo ragionevole perché il proprietario preferisce affittare irregolarmente la stessa abitazione a stranieri irregolari disposti a pagare più del dovuto e di abitare magari in 7 o 8 in uno spazio abitativo adeguato a non più di 3 o 4 persone». Il rischio è quello di fomentare un'ondata di "razzismo" anonimo. E per quanto il comune si sia affrettato a spiegare che le forze dell'ordine «prenderanno i riferimenti di chi chiama, ma ne tuteleranno l'identità», qualcosa continua a non tornare. Alessandro Gilioli, un giornalista, ha fatto un esperimento e lo ha raccontato sul suo blog: «Il numero verde non esiste ancora, ma solo per motivi tecnici. Già adesso si può fare la segnalazione allo 031717411, il centralino dei vigili. Io l'ho fatta - falsa ovviamente - da numero anonimo, senza dire chi ero e dicendo una via a caso presa su Google Maps. "Ho visto un negro che vendeva chincaglieria, per me quello il permesso di soggiorno non ce l'ha, andatelo a prendere"».

Vigili sceriffi anche a Bologna

Nell'estate dei divieti in cui le amministrazioni comunali ricevono per legge nuovi poteri in materia di sicurezza, i Vigili Urbani si permettono atteggiamenti sempre più spregiudicati . Dopo i pestaggi ai danni di venditori abusivi a Termoli (CB) e Rimini, anche la Municipale di Bologna si rende protagonista di modi violenti del tutto ingiustificati.E' un dipendente comunale cinquantenne a denunciare quanto accaduto nella mattina di ieri in via Drapperie, nel Quadrilatero. L'uomo racconta in un esposto presentato in Procura di aver visto un giovane che tranquillamente beveva seduto su un muretto essere avvicinato dai Vigili. Al rifiuto di spostarsi da parte del ragazzo, un trentacinquenne originario del veneto dall'aspetto punk, i poliziotti avrebbero risposto prendendo a calci i suoi effetti personali. A quel punto è intervenuto il cinquantenne, chiedendo conto ai vigili del loro atteggiamento e ottenendo solo di essere fermato per circa un'ora e denunciato per interruzione di pubblico servizio.E' stato un dipendente della salumeria davanti alla quale, a suo dire, il giovane stazionava da giorni chiedendo l'elemosina, ad aver chiesto l'intervento della Municipale. Egli nega i calci e le modalità brutali denunciate dal commesso comunale. Secondo la sua versione dei fatti, il trentacinquenne, visibilmente ubriaco, avrebbe "urlato per un quarto d'ora" dopo l'intervento, per poi allontanarsi.Intervistato dagli organi di stampa, il ragazzo ammette di aver dato in escandescenze con i vigili, ma solo a seguito del loro atteggiamento, brutale e arrogante dal primo momento. Conferma inoltre di essere stato lasciato andare senza che gli fosse verbalizzato niente.


2 settembre 2008

Legnaro (Pd): rogo contro giostrai rom

A Legnaro, in provincia di Padova, si è scatenato stanotte l’ennesimo incendio contro i «nomadi». Un rogo, di origine dolosa, secondo quanto riportano alcune agenzie e secondo le prime ipotesi del Sindaco della cittadina, ha distrutto il capannone e la giostra «Alladin Labyrinth» che apparteneva ad alcuni Sinti. Purtroppo il rogo ha ucciso in modo atroce due giovanissimi fidanzati, entrambi giostrai e Sinti: Joy Torrinunti, 19 anni, e Giada Dalla santa Casa, 16 anni. Il Gruppo EveryOne e altre associazioni che tutelano i diritti dei Rom e dei Sinti hanno più volte lanciato l’allarme-razzismo nel Padovano, dove l’intolleranza raggiunge punte gravissime, fomentata da politici razzisti e irresponsabili. Il sindaco di Legnaro, Giovanni Bettini, ha addossato pubblicamente la responsabilità della tragedia a «un regolamento di conti tra famiglie di nomadi giostrai, per motivi sconosciuti», escludendo «nel modo più assoluto che si tratti di un’aggressione a sfondo razzista. Qui la città non c’entra nulla». «Riteniamo che ci siano tutte le basi per vagliare attentamente l’ipotesi di un attentato a sfondo razzista, indirizzando le indagini in tal senso» dichiarano invece i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. «E’ assurdo pensare che i Sinti, giostrai o meno, regolino i propri diverbi con un efferato omicidio, che nelle loro comunità è considerato come il reato più grave in assoluto, per il quale i responsabili sarebbero immediatamente messi al bando. Inoltre,» proseguono gli attivisti «anche secondo i nostri volontari Rom, che conoscono la comunità Sinti padovana e i giostrai della zona, non è assolutamente ipotizzabile un regolamento di conti che sfoci in un reato simile, visto che la comunità di giostrai è costituita da famiglie imparentate tra loro e molto unite. E’ noto inoltre a tutti» proseguono Malini, Pegoraro e Picciau «come nella zona della provincia di Padova, negli ultimi mesi e soprattutto d’agosto, quando l’Italia era in vacanza, si siano intensificati episodi di odio razziale ai danni di comunità Rom e Sinti stanziate localmente. Non ultima, la scritta su un muro ‘Brucia il rom’ lasciata lo scorso 30 agosto da un gruppo razzista locale nel territorio di Vigodarzere, un comune limitrofo del padovano, dopo aver incendiato una baracca sull’argine del Brenta. Invitiamo gli Inquirenti» concludono i rappresentanti di EveryOne «a non sottovalutare queste ipotesi, come purtroppo è avvenuto in altri comuni italiani, e a indirizzare le indagini verso gruppi di estrema destra locali, che agiscono efferatamente senza paura di ritorsioni, confortati dalle posizioni spesso intolleranti e xenofobe delle istituzioni locali».

1 settembre 2008

Una sentenza pericolosa per la libera informazione

Le motivazioni della condanna non appartengono ai contesti di una vera democrazia. Secondo il giudice, il blog Accadeinsicilia era addirittura un giornale quotidiano. Per l´informazione in rete potrebbe essere l´inizio del countdown.

Il testo della sentenza emessa dal giudice Patricia Di Marco, che per la prima volta in Italia e in Europa ha condannato per stampa clandestina il curatore di un blog, non solo legittima la preoccupazione e la protesta che si sono levati dalle rete e dal paese negli ultimi mesi, ma offre ulteriori motivi di allarme. Come attestano le carte processuali e le note informative della polizia postale di Catania, la periodicità regolare di "Accadeinsicilia" non è stata assolutamente provata. Non poteva esserlo del resto, trattandosi di un normale blog. Il giudice conclude nondimeno che il sito citato non era soltanto un periodico: era addirittura un giornale quotidiano, condotto in clandestinità.. Un assurdo, evidentemente: ma per far quadrare il circolo di una condanna necessaria, a dispetto della discontinuità dipubblicazione che emergeva dai dati, non ci poteva essere altra soluzione. Tale fatto giudiziario viene da un contesto difficile. Come testimoniano numerosi eventi, alcuni poteri forti della Sicilia,sottoposti a critica, stanno facendo il possibile per far tacere Carlo Ruta, reo solo di credere nel proprio lavoro di ricerca e documentazione. Basti dire che solo negli ultimi mesi sono state inflitte allo storico ben quattro condanne, a pene pecuniarie e risarcimenti ingentissimi, per complessivi 97 mila euro, presso tre tribunali della regione. La gravità della condanna di Modica, pur rappresentativa del "senso della giustizia" che vige in taluni ambiti della frontiera siciliana, va comunque ben oltre gli scenari di riferimento, recando un naturale riscontro nell´attuale situazione politica, che sempre più pone in discussione le libertà sancite dall´articolo 21 della Costituzione. Lontana dai motivi di una vera democrazia, ma prossima alle logiche che vigono a Teheran e a Pechino, la sentenza siciliana apre di fatto un varco pericolosissimo, offrendo ai potentati italiani, sempre più timorosi della libertà sul web, un precedente per poter colpire i blogger scomodi, i siti che fanno informazione libera, documentazione, inchiesta. E´ quindi importante che la risposta a tale atto, già imponente in rete e significativa in altri ambiti, si estenda ulteriormente.


Giovanna Corradini (redattrice), Paolo Fior (giornalista), Nello Lo Monaco (geologo), Vincenzo Gerace (cancelliere), Roberto S. Rossi (giornalista), Carlo Gubitosa (giornalista scrittore), Carla Cau (associazionismo ragusano), Serena Minicuci (giornalista), Vincenzo Rossi (giornalista), Teodoro Criscione (studente)

Per contatti e informazioni:

accadeinsicilia@tiscali.it cell. 3474862409 - www.giornalismi.info/vocilibere

Per testimonianze: carlo.ruta@tin.it

Si prega di pubblicare e diffondere il presente comunicato. Viene altresì suggerita la pubblicazione e la diffusione della sentenza, ritenendo sia importante farne conoscere appieno i contenuti, ai fini della discussione e delle risposte possibili. Si ringrazia vivamente

L'estate dei sindaci sceriffo. Lavagna: Sindaco vuole impedire alle prostitute di prendre il treno

Continua la crociata dei sindaci contro le lavoratrici del sesso. Questa volta tocca alla cittadina ligure di Lavagna. Il sindaco, Giuliano Vaccarezza, vorrebbe impedire, non è chiaro con quale criterio di selezione, alle «prostitute nugeriane» di salire sul treno che da Genova porta a Lavagna. Vaccarezza ha scritto al prefetto e al questore di Genova z ha chiesto la collaborazio. «C’è un gruppo di prostitute nigeriane che partono presumibilmente in treno da Genova e arrivano a Lavagna verso le 22 ogni sera: una volta in città si distribuiscono nelle strade attorno alla stazione». Le prostitute, si legge nella lettera, restano un’ora, un’ora e mezza poi, «forse disturbate dalla massiccia presenza delle forze di polizia», riprendono il treno in direzione ponente. Secondo Vaccarezza, la presenza di questo gruppo di donne è «disturbante anche per la modalità particolarmente aggressiva e sguaiata con le quali si propongono ai potenziali clienti e per la loro ubicazione nel centro cittadino». Vaccarezza chiede dunque controlli mirati e preventivi in collaborazione con la Polfer per «bloccare le prostitute prima che salgano sui treni, oppure, più agevolmente, direttamente sul treno in modo da ostacolarne la discesa a Lavagna».

Catania: Fascisti in azione contro il Prc

Venerdi 29 Agosto a Torre Archirafi (Riposto- ct) si è consumata l'ennesimo sconcertante atto violento nei confronti di Rifondazione Comunista nella provincia di Catania. Durante uno dei concerti serali in programma nella festa di Liberazione del Circolo del Prc di Riposto, gruppi di ragazzi del luogo hanno lanciato "oggetti" sulla gente che tranquillamente assisteva al concerto. Il lancio di una pietra mi ha provocato un taglio alla testa, a causa del quale ho ricevuto due punti di sutura. Dopo l'aggressione i ragazzi che avevano compiuto il lancio di oggetto si sono dati alla fuga. In pochi minuti sono arrivati decine di altri ragazzi che ci hanno circondato e sono seguiti attimi di grande tensione, durante i quali molti dei nostri militanti hanno ricevuto pugni e schiaffi. Nonostante la festa fosse stata regolarmente autorizzata al momento dell'aggressione nessun esponente delle forze dell'ordine era presente. Per tutta la serata bande di balordi hanno cercato di creare tensione e disturbo nelle vicinanze di Piazza Vagliasindi, luogo dove si svolgeva la nostra festa. Dopo il lancio di oggetti e in un momento di grande tensione tantissima gente che assisteva allo spettacolo con decine di telefonate hanno avvertito le forze dell'ordine. Nonostante i gravvissimi fatti e le decine di telefonate la prima volante è arrivata sul luogo dopo piu di un'ora dall'inizio dell'aggressione. Nonostante il tono minaccioso nei nostri confronti di molti presenti piano piano la situazione si è normalizzata, ed io stesso mio sono recato in ospedale visto che perdevo sangue. Oltre le ferite riportate, abbiamo subito parecchi danni alle attrezzature tecniche per il concerto. Questa ennesima aggressione si inserisce in un clima sempre più pesante nei confronti di Rifondazione Comunista e dei luoghi della sinistra catanese. Gli attentati incendiari alle sedi dei sindacati e ai centri sociali, le aggressioni fisiche subite da molti compagni e compagne nelle nostre strade hanno una unica matrice: la sottocultura reazionaria sempre più presente nella nostra società e l'intolleranza nei confronti della "diversità"! Tutto questo avviene in tutta Italia nel silenzio colpevole delle istituzioni a tutti i livelli. Si tende a sdrammatizzare la crescente violenza soprattutto nelle fascie giovanili della nostra società. La mancanza di spazi sociali, di luoghi di aggregazioni e di serie politiche sociali e culturali hanno portato ad un imbarbarimento della nostra società. In un contesto del genere è sempre più facile che si diffonda l'odio nei confronti di chi rappresenta anche solo politicamente il "diverso". L'intolleranza razziale, l'omofobia, un crescente ritorno di ideologie che si richiamano al Fascismo sono oggi dilaganti nella nostra società. Basti pensare che il giorno dopo l'aggressione, quando si svolgeva la seconda giornata della festa, gruppi di ragazzini continuavano a provocarmi inneggiando al "Duce". Come Rifondazione Comunista non chiediamo certo la militarizzazione dei nostri territori, ricordiamo tristemente l'operazione di presidio tutt'ora in atto nelle nostre città che non ha portato a niente. La società si cambia creando le condizioni sociali per un miglioramento complessivo delle condizioni di vita della gente. La società si cambia diffondendo vera cultura popolare antirazzista e antifascista nelle scuole e nei nostri quartieri. Qualche militare in più nelle strade magari avrebbe evitato l'aggressione alla nostra festa a Riposto, ma non avrebbe eliminato il grave disagio sociale che la nostra società sta vivendo. Avrebbero fermato la pietra che ha colpito la mia testa ma non avrebbero sicuramente fermato le decine di altre pietre pronte ad essere scagliate da mani che trasudano odio e intolleranza.

Valerio Marletta- Consigliere provinciale Rifondazione Comunista Catania

30 agosto 2008

Roma, tre militanti di sinistra aggrediti da estremisti di destra

Tre giovani, militanti di sinistra, sono stati aggrediti e picchiati da dieci giovani estremisti di destra, ieri notte a Roma, al ritorno dal concerto al parco Schuster in ricordo di Renato Biagetti, il giovane ucciso a coltellate due anni fa a Focene da due estremisti di destra. Aggrediti al grido di "Zecche, andatevene, abbiamo i coltelli", i tre giovani sono stati poi colpiti con armi da taglio e catene: uno di loro è ricoverato al Cto con ferite profonde alla coscia. I neofascisti sono successivamente fuggiti, mostrando così tutta la loro squallida infamia.Ancora coltelli, ancora fascisti, la storia di Renato non ha insegnato niente a nessuno. Solidarietà ai ragazzi. Antifascismo attivo. Questa sera, dalle 21, partirà dal parco Schuster un corteo "di comunicazione alla città" che percorrerà le vie del quartiere, per protestare contro l'aggressione.

24 agosto 2008

Termoli (CB): Brutale fermo a un ambulante

Un brutto episodio si è verificato ieri sera 23 agosto intorno alle 23 lungo il corso nazionale. Un venditore ambulante di collanine, probabilmente di origine indiana, è stato preso e trascinato sull'asfalto con la forza da tre agenti della polizia municipale, uno dei quali lo teneva per il collo fino a portarlo nell'auto di servizio e chiuderlo nel portabagagli. I vigili tentavano di stappargli di mano una cassetta di legno che all'interno conteneva qualche braccialetto. I passanti hanno seguito shoccati l'episodio urlando che era un «poveraccio, e di lasciarlo stare», «pensate invece ai problemi seri», inveiva la gente contro i vigili.
Stando al racconto dei presenti lo straniero vendeva merce lungo il corso e quando ha visto i vigili ha raccolto tutto per andare via, ma uno dei vigili è riuscito ad afferrargli la valigietta. Ne è nata una colluttazione perché lo straniero non voleva lasciare la sua merce ed è finito a terra. Il povero venditore ambulante urlava e piangendo chiedeva aiuto, aveva gli occhi terrorizzati. Un ragazzo che passava di lì si è avvicinato agli agenti dicendogli che era un avvocato e che la loro reazione era stata eccessiva e che «non potevano permettersi di comportarsi in quel modo». Gli agenti però sordi alle richieste dei passanti hanno trascinato il venditore, assieme alla sua cassetta di legno, fino alla vettura parcheggiata di fronte l'entrata posteriore del municipio. L'intenzione era quella di infilarlo nel bagagliaio e così i vigili hanno cercato di alzare di peso il venditore, mentre continuavano a tenergli la testa con forza dentro il cofano.
I presenti hanno iniziato ad alzare la voce con urla tipo: «vergona», «pensate ai problemi seri». C'erano persone che cercavano di convincere in tutti i modi i vigili a fermarsi e a lasciare andare il venditore. «Che motivo c'è di trattare come un animale un pover uomo che come unica cosa guadagna pochi euro vendendo braccialetti» dicevano i più.
Il responsabile della polizia municipale Rocco Giacintucci, che non si trova in città, non sa nulla dell'accaduto: «Non sono a Termoli e non so nulla. Sto apprendendo da voi quello che è successo. Domani rientro in servizio e mi informo. Una cosa però è certa: se i vigili hanno agito in quel modo è perché evidentemente c'è stata una reazione spropositata del venditore ambulante. Le regole in qualche modo le dobbiamo fare rispettare. Capisco che certe scene possono apparire più o meno cruente, ma dipende dalla reazione del soggetto».

Continua l'estate dei Sindaci Sceriffi: A Trieste, pipì vietata. A Salerno, no accattoni

Ormai è ufficiale, l'ordinanza è la soluzione dei nostri mali. Da quelle anti-goderecce («vietati i massaggi sotto l'ombrellone») o contro i gesti romantici («divieto di dar da mangiare ai piccioni»), a quelle che aspirano al silenzio («vietato l'uso degli zoccoli»), fino a quelle anti-stagione («divieto di circolare in bikini»). A Trieste è in via di definizione un'ordinanza contro chi fa pipì per strada. Chissà se il divieto sarà esteso anche ai cani. «L'obiettivo - ha spiegato ieri il sindaco Roberto Dipiazza - è responsabilizzare i cittadini». Un giorno a scuola forse s'impareranno le ordinanze a memoria, al posto delle tabelline. Altre sanzioni per chi imbratta muri, affigge manifesti abusivi, o in generale sporca. «Bisogna moralizzare» ha tuonato Dipiazza (di centro-destra) che ha annunciato un aumento delle sanzioni, in alcuni casi nell'ordine «dei quattro zeri». Se a Trieste, per tua sfortuna, soffri d'incontinenza, metti a rischio la rata del mutuo. Mentre a Salerno, il sindaco Vincenzo De Luca (centro-sinistra) ha annunciato, sempre ieri, una serie d'ordinanze contro prostituzione, abbandono dei rifiuti, vandalismo e accattonaggio. L'«adescamento e il meretricio su strada pubblica» saranno punibili fino a 500 euro, mentre non sono previste sanzioni per i clienti che potranno essere multati solo per intralcio alla circolazione. Il che equivale a condannare un camorrista per frode fiscale. Ogni azione, anche la più banale, ha ormai un'ordinanza che la vieta. Se manca è questione di tempo. Differenze tra giunte di destra e di sinistra neanche a parlarne. D'altronde, la sicurezza è bipartisan. E se quest'estate i sindaci si sono concentrati su venditori ambulanti, panchine nei parchi o tosaerba, immaginate l'infornata di divieti per l'inverno (es. «vietate le carote per i nasi dei pupazzi di neve» perché allusive o «divieto d'indossare cappotti in casa» per incentivare il consumo di metano). Un giorno, non molto lontano, sul suolo italico sarà vietato non pubblicare ordinanze.

22 agosto 2008

Genova: Un trentenne accusa la polizia ferroviaria di pestaggio

«Guarda come cammini, ricchione»; «Sbirri di merda» e inizia l'inseguimento. Non è il copione di un film, è la storia che Nicola (il nome è di fantasia, Ndr) si è deciso a raccontare a Liberazione tre mesi dopo averla vissuta in prima persona. E' il 28 maggio 2008, Nicola sta aspettando un treno alla stazione di Genova Piazza Principe quando avviene questo scambio di battute con i due agenti della Polfer. Dopo le offese, Nicola inizia a correre e esce dalla stazione, mettendo un po' di metri fra lui e gli agenti. A quel punto loro fanno una telefonata e da una macchina ferma là davanti esce una persona che blocca Nicola permettendo agli agenti di raggiungerlo. Subito dopo Nicola si è trovato con la faccia al muro, picchiato alle spalle sempre al grido di "frocio, sei sieropositivo, fatti curare". La tappa al pronto soccorso del Galliera è obbligata. Arrivato sanguinante in ambulanza, a Nicola viene assegnato un codice verde e cinque giorni (diventati 10 dopo la visita del medico di famiglia) di prognosi per «trauma escoriato al cuoio capelluto, soffusioni cutanee al collo e un'escoriazione alla spalla destra». Tradotto: botte in testa, sulle spalle e una presa energica al collo da dietro.
Uscito dall'ospedale, Nicola si reca alla questura per denunciare quanto avvenuto, ma anche là la musica non cambia di molto. Ripartono le offese e Nicola viene portato in una cella della questura accanto ad un'altra dove è rinchiuso un nomade. Passa un po' di tempo e arrivano i due agenti della Ferroviaria accusati dell'aggressione, Nicola li riconosce, ma nessuno dei presenti gli dà ascolto. Dopo un'altra serie di "frocio" e "sieropositivo", Nicola passa nella cella del nomade («dove il puzzo di piscio era insopportabile» racconta) e chiede i nomi dei vari agenti con la minaccia di denunciarli. Non riceve - ovviamente - risposta finché gli dicono di alzarsi per andare da un legale. La destinazione non è però un ufficio, bensì la polizia scientifica dove a Nicola vengono fatte le foto, prese le generalità e pure le impronte digitali («che quindi non è un trattamento riservato solo agli immigrati» sottolinea). Il tutto finisce in un database, ma non dà origine ad alcuna denuncia nei confronti di Nicola. Una raccolta dati pro forma, insomma.Nicola viene dalla Calabria, riconosce dall'accento che uno degli agenti è suo conterraneo. Ne approfitta per prendere qualche informazione e riceve un consiglio: «Non denunciare nulla, potresti rovinare le famiglie di questi agenti». Nicola allora fa passare un po' di tempo e alla fine si decide a sporgere denuncia presso la Procura di Genova. E' il 26 giugno scorso, e da allora non ha ricevuto più notizie. Ha quindi deciso di rendere pubblica la storia, «perché sono una persona civil e non mi va di vivere in un Paese razzista e intollerante».C'è dunque da aspettarsi che la Procura del capoluogo ligure stia facendo gli accertamenti del caso per accertare quanto successo. I telefoni degli uffici giudiziari squillano a vuoto, trovandoci in un pomeriggio di pieno agosto, ma la speranza è che venga fatta luce su quanto accaduto precisamente in quel 28 maggio scorso in una città che ultimamente sta guadagnandosi gli onori della cronaca soprattutto per episodi di violenza e intolleranza. D'altronde non è che i diretti interessati aiutino a fugare eventuali dubbi. Raggiunti telefonicamente gli uffici della Polfer, tutto quello che otteniamo è una sorta di intimidazione: «Lei non deve scrivere e non capisco la sua insistenza. La farò parlare con i miei superiori, se vorranno. Ma non ho una posizione ufficiale per lei» è la risposta che otteniamo. Fatto notare che fare domande è il nostro lavoro, ci viene risposto che «le carte su quanto accaduto ci sono arrivate stamattina e non è andata per niente come racconta il ragazzo,ci sono testimoni oculari a conferma». Ma come è andata non è dato saperlo.Nicola ha 30 anni, viene da un paesino calabrese, e a Genova si è pure iscritto a Rifondazione comunista. Si trasferisce a Genova nel 1999 per studiare a giurisprudenza grazie al sostegno economico del padre. Un sostegno che adesso non gli permette di pagarsi un avvocato, tanto che la denuncia alla Procura l'ha scritta da solo. Quel giorno era alla stazione di Genova per andare a Imperia a parlare con la sua professoressa di francese. A Imperia però, il 28 maggio non ci è mai arrivato. «Non sono gay, non ho precedenti né penali né civili, non capisco perché si siano accaniti contro di me. Al mio piccolo paese, dove la mentalità è pure più "conservatrice" di quella che ho trovato in città non mi è mai successo niente. Da quando sono a Genova mi è successo di tutto» racconta Nicola. Gay o presunti tali, extracomunitari o presunti tali: sembra che la nuova Italia targata Lega e militari nessuno si possa sentire più al sicuro. A Roma hanno portato in caserma due ragazze peruviane hanno passato una notte in cella perché gli agenti le avevano scambiate per prostitute (sugli scalini di Santa Maria della Vittoria!), adesso la storia di Nicola. E chissà quante altre ce ne sono che non vengono denunciate per paura. «Ma io non ho interesse a vivere in un Paese così» dice ora Nicola. Qualcuno ci dica che non sarà questa l'Italia del futuro.


Testimonianze: Storia di ordinario soppruso

Caro Osservatorio, vuolo raccontarti un episodio a cui sono stato presente.
Prendo il treno a Brindisi per risalire fino a Termoli. Prendo quello delle 18.35 diretto a Bolzano.
E’ un espresso, chiedo nel momento in cui faccio il biglietto se fosse possibile prenotare un posto ma il bigliettaio risponde che è tutto pieno e, forse qualche posto vuoto ci sarebbe stato dal numero 77 in poi….. Arriva il treno salgo su e trovo posto al numero 91 mentre il mio amico si adegua, si accomoda in corridoio. Fino a Bari tutto tranquillo, pensa che addirittura si son liberati dei posti, ma da qui comincia il casino. Ti premetto che sulle porte dei scompartimenti non vi erano i nominativi dei posti prenotati. Dicevo, arrivati a Bari scoppia il finimondo.
C’era tantissima gente che doveva salire ed ovviamente molti posti erano occupati da persone che non avevano prenotato così nello scompartimento dietro il mio. Ad un certo punto sento alzare la voce di tante signore che si lamentano con un giovane, che accompagnava una sua parente, reo di essere stato arrogante e maleducato nel chiedere di liberare il posto prenotato.
Testuali parole: "forza cacciate i bagagli da li su e alzatevi da quel posto che è prenotato!!!"
Ovviamente gli abitanti abusivi dello scompartimento chiedevano più gentilezza visto che l’occupante era una donna anziana.
Da qui nasce una colluttazione verbale che ben presto rischi di trasformarsi in rissa perché il giovane durante il suo sbraitare ed inveire contro tutti coloro che li davano contro colpisce sul pancione una donna incita la quale ha un leggero un mancamento.
Il giovane non curatosi dell’incidente scende dal treno soddisfatto di aver ottenuto, con l’arroganza e la forza, il suo posto ad attendere la partenza del treno medesimo ma l’incidente non passa inosservato dal genero della donna sposata il quale preso da momenti di isteria follia pura cerca lo scontro fisico con il giovane.
Puoi immaginare lo scambio di parlo la sagra del coglione e del ti rompo il culo e spacca la faccia reciproco con vari inviti a salire o scendere dal treno a seconda se era l’uno o l’altro a fare l’invito.
Mentre tutto ciò accadeva, più di 15 minuti, non c’è stata la minima presenza di un controllore o della polizia ferroviaria…considera anche che ha coinvolto indirettamente tante persone del vagone tanto che un’anziana “rifugiatesi nel mio scompartimento aveva tanta paura che si teneva le mani vicino alle orecchie per non sentire per non parlare dei bambini che piangevano…..
Dopo circa 20 minuti sulla banchina del binari compare un controllore ed un addetto della polizia che avrebbe preso servizio, sarebbe rientrato dalle ferie al lavoro il giorno dopo a Bolzano, quindi non della stazione, non del luogo riescono a mettere un po’ di pace dicendo che vi erano anche altri passeggeri e se loro avevano avuto qualche problema dovevano informare la polizia ferroviaria che avrebbe provveduto ed ecc….
Sembrava, a questo punto, che il peggio fosse passato ma quando ad un certo punto il giovane chiama a se il poliziotto mostrandogli il distintivo per dirgli che era un collega puoi immaginare cosa è successo e cosa si è detto fino a quando il treno non è ripartito e la cosa è continuata nel treno stesso tra il genero della donna incinta e la parente del giovane.

Riflessione mediocre.

1) ma le forze dell’ordine non dovrebbero tenere l’ordine invece di creare disordine?
2) Perché questo atto di forza, abuso di potere del giovane nei confronti di quell’uomo giustamente infuriato dopo l’incidente che lo stesso giovane aveva provocato a sua nuora?
3) Perché, nonostante tutto quel baccano, nessuno se non dopo 20minuti è venuto a controllare?
4) Infine, perché il poliziotto che rientrava dalle ferie, una volta visto che il giovane era un suo collega e vista la furia che quel distintivo aveva creato non si è preso la briga di fare un minimo d’indagine?

Alessandro Corroppoli

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