Alì Juguri era un cittadino iracheno, arrestato in Italia per il tentato furto - pare - di un telefonino. Detenuto da molti mesi aveva iniziato uno sciopero della fame durissimo. Carcere di Vasto, carcere dell'Aquila, poi in ospedale. Si dichiarava innocente. Il tribunale, in primo grado, lo aveva giudicato colpevole e lo aveva condannato a un anno e qualche mese. Non sappiamo perché Alì non avesse ottenuto la condizionale e la scarcerazione. Non sappiamo come fosse stata impostata la sua difesa.La storia di Alì Juguri è una storia semplice e come tutte le cose veramente semplici è importante. È una storia di carcere, di pena certa - come si dice oggi - di sistema giudiziario. E poi, soprattutto, come avete capito, è una storia di morte. Perché Alì è morto, due giorni fa, nell'ospedale de L'Aquila. Da tre mesi era ricoverato lì perché aveva deciso di non mangiare più dal momento che non trovava nessun altro modo per proclamare la sua innocenza, per protestare contro le istituzioni e cercare giustizia. Noi non sappiamo quasi niente della vita di questo iracheno di 42 anni. Sappiamo che è entrato in carcere a Milano una decina di mesi fa, che non ha avuto una buona tutela giudiziaria perché gli avvocati che lo hanno "assistito" non hanno provato nemmeno ad ottenere per lui la condizionale, e perché dopo la condanna di primo grado è stato "frullato" via come tanti suoi simili, stranieri, dal carcere milanese, per sovraffollamento, e mandato a Vasto. Da Vasto a l'Aquila. C'è qualcosa, nella sua storia, che - come una lente di ingrandimento - ci permette di osservare questo sistema giudiziario elefantiaco, obeso, burocratico. E' un sistema giudiziario che deve rispondere a tre «potenze», a tre «caste»: i giudici, la politica e l'opinione pubblica. Tre «caste» in lotta perenne tra loro e in grado di condizionarsi, danneggiarsi, aiutarsi. Il «patto» tra queste tre potenze è sempre in bilico, e tiene sempre in bilico gli equilibri della politica italiana. Ma sempre trova un suo equilibrio. Basato su che cosa? Sulla necessità dei giudici di mantenere il proprio potere, sulla necessità dei politici di proteggere se stessi e le classi dominanti, sulla necessità dell'opinione pubblica di ottenere promesse di giustizia, di punizione dei colpevoli o presunti, di vendetta.La chiave che permette questo equilibrio è quella del garantismo temperato. In che modo? Impastandolo con il giustizialismo, sulla base di una netta distinzione di classe: garantismo discreto per i ceti più solidi, per i politici, per gli stessi giudici, per chi è in grado di pagare; severità e sospensione dei diritti per i più deboli. Specie per quelle fasce di popolazione universalmente riconosciute come «estranee»: per esempio gli stranieri, o i piccoli delinquenti, i tossicodipendenti, le prostitute. Questo «patto» per la giustizia è quello che ha sempre impedito la riforma della giustizia. Ha permesso, con aggiustamenti successivi, di non toccare nessun privilegio e di scaricare sulla parte più debole della società il prezzo. Alì ha pagato questo prezzo. Alì, che probabilmente era innocente - e certamente lo era fino al pronunciamento della Cassazione - ma è che è morto, non sappiamo per la responsabilità di chi, senza poter ottenere giustizia. E senza suscitare grande scandalo, visto che ieri era quasi impossibile trovare notizie su di lui: il mondo dell'informazione non è affatto interessato, e nel mondo politico gli unici a muoversi, al solito, sono stati i radicali (interrogazione Bernardini-Turco: grazie). Oggi non si grida allo scandalo per uno che muore da detenuto. Si grida allo scandalo per l'indulto, perché ogni tanto c'è qualche disgraziato che torna sulla via del delitto (anche se le cifre ci dicono che statisticamente chi ha goduto dell'indulto torna a delinquere in misura tre volte inferiore rispetto a chi esce dopo aver scontato tutta la pena). Ma il vero scandalo dell'indulto è che non è servito a molto. Le carceri sono di nuovo piene, e sono piene di persone - moltissimi stranieri - accusate di reati per i quali la carcerazione potrebbe non essere necessaria. Lo scandalo è che l'indulto avrebbe dovuto essere un piccolo passo, e poi ci sarebbe dovuta essere l'amnistia e poi la riforma. E invece la finta guerra tra politica e magistratura rende impossibile tutto questo. Finché noi non riusciremo a indicare in questo patto tra i due "poteri" il colpevole per la mancata giustizia, continueremo ad essere vittime di un antipolitica che è il cemento dell'alleanza ipocrita e gaglioffa tra i poteri, e del loro dominio incontrastato.14 agosto 2008
Il detenuto Alì, lasciato morire di fame
Alì Juguri era un cittadino iracheno, arrestato in Italia per il tentato furto - pare - di un telefonino. Detenuto da molti mesi aveva iniziato uno sciopero della fame durissimo. Carcere di Vasto, carcere dell'Aquila, poi in ospedale. Si dichiarava innocente. Il tribunale, in primo grado, lo aveva giudicato colpevole e lo aveva condannato a un anno e qualche mese. Non sappiamo perché Alì non avesse ottenuto la condizionale e la scarcerazione. Non sappiamo come fosse stata impostata la sua difesa.La storia di Alì Juguri è una storia semplice e come tutte le cose veramente semplici è importante. È una storia di carcere, di pena certa - come si dice oggi - di sistema giudiziario. E poi, soprattutto, come avete capito, è una storia di morte. Perché Alì è morto, due giorni fa, nell'ospedale de L'Aquila. Da tre mesi era ricoverato lì perché aveva deciso di non mangiare più dal momento che non trovava nessun altro modo per proclamare la sua innocenza, per protestare contro le istituzioni e cercare giustizia. Noi non sappiamo quasi niente della vita di questo iracheno di 42 anni. Sappiamo che è entrato in carcere a Milano una decina di mesi fa, che non ha avuto una buona tutela giudiziaria perché gli avvocati che lo hanno "assistito" non hanno provato nemmeno ad ottenere per lui la condizionale, e perché dopo la condanna di primo grado è stato "frullato" via come tanti suoi simili, stranieri, dal carcere milanese, per sovraffollamento, e mandato a Vasto. Da Vasto a l'Aquila. C'è qualcosa, nella sua storia, che - come una lente di ingrandimento - ci permette di osservare questo sistema giudiziario elefantiaco, obeso, burocratico. E' un sistema giudiziario che deve rispondere a tre «potenze», a tre «caste»: i giudici, la politica e l'opinione pubblica. Tre «caste» in lotta perenne tra loro e in grado di condizionarsi, danneggiarsi, aiutarsi. Il «patto» tra queste tre potenze è sempre in bilico, e tiene sempre in bilico gli equilibri della politica italiana. Ma sempre trova un suo equilibrio. Basato su che cosa? Sulla necessità dei giudici di mantenere il proprio potere, sulla necessità dei politici di proteggere se stessi e le classi dominanti, sulla necessità dell'opinione pubblica di ottenere promesse di giustizia, di punizione dei colpevoli o presunti, di vendetta.La chiave che permette questo equilibrio è quella del garantismo temperato. In che modo? Impastandolo con il giustizialismo, sulla base di una netta distinzione di classe: garantismo discreto per i ceti più solidi, per i politici, per gli stessi giudici, per chi è in grado di pagare; severità e sospensione dei diritti per i più deboli. Specie per quelle fasce di popolazione universalmente riconosciute come «estranee»: per esempio gli stranieri, o i piccoli delinquenti, i tossicodipendenti, le prostitute. Questo «patto» per la giustizia è quello che ha sempre impedito la riforma della giustizia. Ha permesso, con aggiustamenti successivi, di non toccare nessun privilegio e di scaricare sulla parte più debole della società il prezzo. Alì ha pagato questo prezzo. Alì, che probabilmente era innocente - e certamente lo era fino al pronunciamento della Cassazione - ma è che è morto, non sappiamo per la responsabilità di chi, senza poter ottenere giustizia. E senza suscitare grande scandalo, visto che ieri era quasi impossibile trovare notizie su di lui: il mondo dell'informazione non è affatto interessato, e nel mondo politico gli unici a muoversi, al solito, sono stati i radicali (interrogazione Bernardini-Turco: grazie). Oggi non si grida allo scandalo per uno che muore da detenuto. Si grida allo scandalo per l'indulto, perché ogni tanto c'è qualche disgraziato che torna sulla via del delitto (anche se le cifre ci dicono che statisticamente chi ha goduto dell'indulto torna a delinquere in misura tre volte inferiore rispetto a chi esce dopo aver scontato tutta la pena). Ma il vero scandalo dell'indulto è che non è servito a molto. Le carceri sono di nuovo piene, e sono piene di persone - moltissimi stranieri - accusate di reati per i quali la carcerazione potrebbe non essere necessaria. Lo scandalo è che l'indulto avrebbe dovuto essere un piccolo passo, e poi ci sarebbe dovuta essere l'amnistia e poi la riforma. E invece la finta guerra tra politica e magistratura rende impossibile tutto questo. Finché noi non riusciremo a indicare in questo patto tra i due "poteri" il colpevole per la mancata giustizia, continueremo ad essere vittime di un antipolitica che è il cemento dell'alleanza ipocrita e gaglioffa tra i poteri, e del loro dominio incontrastato.11 agosto 2008
Parma: Le prime azioni dei Sindaci-sceriffi. Vergognoso bliz antiprostutizione da parte dei Vigili Urbani

9 agosto 2008
Modena, blitz per sgomberare il centro sociale Libera
Circa un centinaio di agenti delle forze dell'ordine hanno caricato i venti ragazzi rimasti dentro a presidio del centro7 agosto 2008
Roma, volantini contro le truppe studente fermato dai granatieri
«Devi essere uno di quelli che manifesta col volto coperto... Ci vediamo il prossimo anno al G8». Circondato da almeno tre carabinieri e sette-otto granatieri di Sardegna, Luca s'è sentito dare questo appuntamento da uno dei militari che poco prima lo avevano invitato a seguirli mentre volantinava contro la presenza dei soldati nelle città alla stazione della metropolitana di Anagnina, a sud di Roma. Erano le 18 dell'altroieri. Luca, 21 anni, liceale, è un attivista dei collettivi giovanili contro la precarietà. Mentre gli controllavano i documenti ha chiesto ai militari il perché della loro presenza. Si sarebbe sentito rispondere: «Che diresti se tu avessi una sorella stuprata dai rumeni?».Ieri pomeriggio Luca è tornato a volantinare nello stesso luogo con alcuni suoi compagni che denunciano l'«identificazione initimidatoria, ingiustificata e inquietante». «Normale controllo», secondo un cortese tenente colonnello dell'Arma, il più alto in grado nel punto di ritrovo"naturale" di pendolari senza automobile, cioè di immigrati. Vanno e vengono dalla città all'hinterland dove gli affitti sono meno cari. A volte il piazzale enorme della stazione diviene location di pic-nic per comunità straniere senza altri spazi per la socialità minima. Luca non stava commettendo alcun reato. L'ufficiale conferma che non è stato denunciato. Ma il giorno dopo si troverà intorno una cinquantina tra agenti digos e carabinieri in borghese, più lo schieramento di poliziotti e militari sia carabinieri che granatieri, spilungoni col sorriso fisso e pistola a penzoloni dal cinturone. Da quando si sono insediati hanno acciuffato un minorenne rumeno, con precedenti, che aveva borseggiato una turista di Ancona. Questo è l'unico risultato tangibile. Tuttavia, al passaggio dei ragazzoni in divisa gli sguardi dei cittadini si fanno spesso compiaciuti. Sembrano tutti favorevoli alla presenza dei militari. Il cronista si sente spiazzato nei suoi pregiudizi. Chiede lumi a un addetto alle pulizie visibilmente soddisfatto. «Che succedeva prima dell'arrivo delle truppe?». «Nun me faccia parlà... Un po' de tutto!». «Ma lei ha visto qualcuno commettere reati, violenze, stupri?». «Voci di corridoio, così dicono... Io non ho mai visto niente. Però so' tanto contento perché è più pulito. Un po' razzista, dice? Un po' tanto!». In effetti, pare che dall'arrivo dei granatieri ci siano meno cartacce e bottiglie in giro. «E' una questione di ordine e pulizia», conferma un barista. «Polizia o pulizia?». «Pulizia». Il cronista, già meno disorientato, si rassicura anche circa lo stato del suo udito. Aveva sentito bene. La minaccia che ha spinto Alemanno a spedire gli uomini di La Russa ad Anagnina era la sporcizia. Il banchista ammette la presenza di qualcuno con qualche birra in più in corpo. Il tenente colonnello non va molto oltre, non ha statistiche sui reati commessi in zona e suggerisce di cercare un servizio di Canale 5 sugli abusivi nella stessa stazione: «Qualche furto con destrezza succede, come anche l'accatonaggio per l'acquisto di una dose o del tavernello». Tanto basta perché i cittadini «si sentano vulnerabili». Viene in mente Massimo Troisi quando si chiedeva perché Mussolini non l'avessero fatto capostazione anziché capo del governo visto che faceva arrivare i treni in orario. La Russa sarebbe stato meno dannoso come assessore al decoro urbano? Però quando si chiede conto al tenente-colonnello dell'ossessione per rumeni e rom di alcuni suoi uomini, congeda brusco il cronista: «Ecco dove voleva arrivare». Dove signor colonnello?
6 agosto 2008
Scuola: Consigli di Istituto trasformati in organi giudiziari
Molto grave la forzatura fatta dalla ministra Gelmini alle modifiche dello statuto degli studenti e delle studentesse. Con un’interpretazione completamente arbitraria del DPR n°235 del 21 novembre 2007, nelle modifiche ed integrazioni del 31 luglio 2008, emanate dal nuovo governo, si va ad affermare che i consigli di istituto dovranno funzionare come veri e propri tribunali. Viene assegnato loro il compito di accertare l’esistenza di comportamenti penalmente rilevanti che creerebbero i presupposti per mettere in campo procedimenti disciplinari nei confronti degli studenti ritenuti responsabili. Si vuole portare nella scuola un clima repressivo azzerando tutti gli sforzi fatti in questi anni soprattutto dai docenti tesi a rendere la scuola tutta una comunità educante ispirata e sostenuta dalla continua ricerca ed applicazione di buone pratiche di insegnamento/apprendimento da rendere patrimonio di tutti e di tutte. Rifondazione Comunista stigmatizza questo ennesimo attacco alla scuola pubblica che fa il paio con la militarizzazione delle città e fa appello ai consigli di istituto affinché reagiscano in maniera decisa.Scarcerata Marina Petrella.
E' ancora nell'ospedale Saint'Anne di Parigi, ma i poliziotti che la sorvegliavano a vista sono andati via. Da ieri pomeriggio Marina Petrella è in «libertà condizionata»: è autorizzata a curarsi, ma dovrà notificare l'eventuale uscita dall'ospedale in cui è ricoverata e risiedere nell'abitazione di Argenteuil (Parigi), con obbligo di firma e divieto di lasciare il territorio nazionale francese. Non è la scarcerazione che chiedeva la sua avvocata, Irene Terrel, ma è certp il primo stop ad una estradizione verso l'Italia che ormai persino gli amici consideravano vicinissima. Più di tutto hanno contato le sue condizioni di salute, visto che almeno dal 9 giugno scorso, quando il governo francese ha firmato il decreto di estradizione, la donna - cinquantatre anni, due figlie e quindici anni passati in Francia dopo la condanna italiana durante il processo Moro ter- è precipitata in una profonda crisi depressiva finendo per pesare meno di quaranta chili.Dopo gli appelli umanitari in suo favore di tutta la sinistra francese e persino della moglie del presidente, Carla Bruni Sarkozy, il 23 luglio scorso il ministero della giustizia si è deciso a farla trasferire nell'ospedale Saint'Anne. Troppo poco, persino secondo il direttore del reparto psichiatrico Frederic Rouillon. La scorsa settimana è stato lui, medico affermato che nulla ha a che fare con la gauche, a spiegare a Le Monde che se i poliziotti non avessero lasciato l'ospedale avrebbe chiesto di riportare Petrella in carcere. Aggiungendo: «La paziente rischia di lasciarsi morire. E' veramente in preda a una sindrome depressiva». Una presa di posizione decisiva per convincere la procura di Versailles - e quindi il governo - ad appellarsi alla corte d'appello locale per chiedere la liberazione «condizionata» dell'ex brigatista.Ed è proprio perché dietro la scelta dei pm si legge la mano del governo che i sostenitori di Petrella ora sperano che il primo ministro Fillon si spinga oltre. Firmando un nuovo decreto che annulli il precedente e stabilisca che Marina Petrella non può essere estradata così come recita la «clausola umanitaria» della convenzione franco italiana che permette di non concedere lo spostamento nel paese «amico» se questo comporta conseguenze «di eccezionale gravità» per la sua salute. «Un precedente c'è», dice Oreste Scalzone, che da mesi segue la battaglia in sostegno della donna: «E' quello della mancata estradizione di Gianni Stefan. Allora, era il 1986, in piena dottrina Mitterand la Francia prima decise di arrestarlo e concedere l'estradizione eppoi tornò indietro con una secondo provvedimento che annullò il primo». E' troppo presto per capire se davvero Sarkozy è disposto a rompere il nuovo corso introdotto da Chirac. Per ora, quel che importa alla famiglia Petrella è che la donna possa prendere fiato. «Sono felice - ha dichiarato all'uscita dal tribunale la figlia maggiore, Elisa Novelli, nata in un carcere italiano 25 anni fa - questa decisione consente a mia madre di ritrovare il gusto della libertà».5 agosto 2008
La precarieta va presidiata
Da ieri le nostre città sono presidiate dai militari. Per almeno sei mesi. Un sistema di controllo che serve a piegare le coscienze, ricattare il bisogno, punire il dissenso. Civile, sociale, politico. Maroni: poteri speciali ai sindaci per l'ordine pubblico
4 agosto 2008
Rapporto Farc-Prc: E' tutto alla luce del sole
Secondo il quotidiano La Repubblica di oggi 4 agosto, a pagina 12, in un articolo a firma di Omero Ciai dal titolo "Ecco chi aiuta le Farc dall'Italia", ci sarebbero anche due italiani tra le "pedine delle Farc all'estero", dai nomi di battaglia "Ramon" e "Consolo". Questo, sempre secondo la Repubblica, sarebbe emerso dagli ormai famosi computer di Raul Reyes (nella foto con il comandanti Manuel Marulanda e Ramon Mantovani nell’ottobre del 2000 a San Vicente del Caguan, al tavolo del negoziato di pace fra FARC e governo colombiano), ex leader storico delle Farc.«La morte di Bianzino non si può archiviare». Il gip respinge la richiesta del pm.
Come morì Aldo Bianzino, l'ebanista di Pietralunga entrato in perfetto stato di salute in carcere il 12 ottobre dell'anno scorso e uscito senza vita dalla casa circondariale di Perugia due giorni dopo? La domanda, cui la richiesta di archiviazione del pm Giuseppe Pietrazzini, sembrava aver dato una risposta definitiva con la richiesta di archiviazione, rimbalza adesso nuovamente su una vicenda sin dall'inizio apparsa oscura e piena di misteri. Il gip Massimo Ricciarelli, cui diverso tempo fa i famigliari presentarono opposizione in sede civile, ha deciso di accogliere adesso anche l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in luglio dall'avvocato dei genitori di Aldo - Giuseppe e Maura - e di Roberta Radici, la compagna di Bianzino con lui arrestata e poi rilasciata senza che nemmeno le fosse stato detto, se non all'uscita dal carcere, che Aldo era morto.Si deve alla caparbietà dei famigliari dunque se il caso non si chiude in uno scaffale degli uffici giudiziari perugini e se le eccezioni sollevate dal legale, l'avvocato Massimo Zaganelli, ricostruiscono un percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti che il magistrato ha evidentemente considerato validi, quantomeno a non far diventare la storia di Aldo un semplice faldone di carte polverose. La ricostruzione della parte civile mette in fila tutte le contraddizioni di quelle terribili ore a cominciare dalla mattina di domenica 14 ottobre quando Aldo è rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta seppure sia ottobre inoltrato e Aldo indossi solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. Il corpo viene prelevato dagli agenti, trasportato subito fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell'infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti nulla possono vedere. Si tenta la rianimazione, effettuando il massaggio cardiaco sul corpo inanimato. Uno dei medici dirà che «non so spiegarmi per quale motivo il detenuto sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta dell'infermeria ancora chiusa poiché (in altri casi) il nostro intervento avveniva direttamente in cella».Le indagini riveleranno «lesioni viscerali di indubbia natura traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti traumatica». Ma poi le ricerche si esauriscono con l'acquisizione dei filmati estratti dalle videocamere dell'istituto di pena mentre viene aperto procedimento penale nei confronti di una guardia per omissione di soccorso. La richiesta di archiviazione per il reato di omicidio viene formulata dal pm nel febbraio scorso con la conclusione che Aldo è morto non per trauma ma per un aneurisma cerebrale; la lesione epatica viene ritenuta estranea all'evento letale facendo escludere « l'esistenza di aggressioni del Bianzino». Motivazioni «assertive e generiche» che, secondo i legali della famiglia, sono «insostenibili» e frutto di un'«istruttoria lacunosa». Valga per tutto una perizia medico legale secondo cui «la lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo».Il commento, che Roberta Radici ha affidato al quotidiano La Nazione, è lapidario: «Una scheggia di luce per il mio piccolo Rudra», il figlio di Aldo e Roberta rimasto orfano del padre a soli 13 anni. Nessuno in famiglia si è mai arreso all'archiviazione: non gli altri due figli, Aruna Prem ed Elia con la madre Gioia (che hanno presentato l'altra istanza di opposizione), né i genitori e il fratello di Aldo. Il padre, Giuseppe, domenica scorsa è salito sul palco del Goa Boa, il festival per i diritti umani organizzato dalla Tavola della pace a Genova: di fronte a 15 mila persone, convenute anche per il concerto di Manu Chao e quello di Tonino Carotone, Bianzino ha ricordato il valore anche civile della difesa dei diritti umani. Aveva rivolto un suo personale appello al giudice perché non archiviasse il caso. Appello accolto.Pacchetto sicurezza: soldati nelle strade, ecco le città militarizzate
Lo schieramento dei militari in molte città italiane prosegue: a Napoli pattuglie miste di militari dell’esercito e uomini delle forze dell’ordine sono già operative. Impiegati finora una quarantina dei 179 militari distaccati nel capoluogo campano per presidiare obiettivi sensibili: tra questi, il consolato americano, il molo Beverello del porto di Napoli, piazza del Plebiscito e piazza Trieste e Trento nel cuore della città.Anche a Palermo sono giunti questa mattina da Trapani 50 soldati del quarto reggimento Bersaglieri destinati a servizi di perlustrazione e pattuglia in affiancamento alle forze dell’ordine nel controllo del territorio, secondo le recenti disposizioni del governo. I militari svolgono compiti di vigilanza e formano “pattuglie miste” con agenti della polizia di Stato, carabinieri e guardia di finanza. I militari indossano la normale uniforme di servizio, sono armati della pistole d’ordinanza e costantemente collegati via radio con la centrale operativa dei carabinieri. Le “pattuglie” sono di ronda soprattutto tra le strette vie del centro storico. A Catania invece sono tre aree di intervento fisse: l’aeroporto, il centro storico e il lido dei catanesi, dove intervengono 90 militari della brigata meccanizzata “Aosta” dell’Esercito.
Anche a Bari sono già operativi 205 uomini delle forze armate [90 bersaglieri e 115 militari del Battaglione San Marco], che affiancano le forze dell’ordine in attivita’ di pubblica sicurezza e nei centri per immigrati. Il sottosegretario al Ministero dell’Interno, Alfredo Mantovano, ha dato il via stamani alle 10,30 al piano d’impiego con una cerimonia in piazza Prefettura. In Puglia, complessivamente, sono stati dislocati 310 militari, la maggior parte nel capoluogo dove pattuglieranno i quartieri piu’ a rischio e le zone turistiche, oltre che prestare servizio nei centri per immigrati.
Militari anche nella capitale. «L’accordo con Maroni è già stato trovato. Non sono presenti militari nel centro storico ma solo nei presidi fissi delle ambasciate, nei nodi periferici, a Castelfusano, al Cpt di Ponte Galeria». Lo ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dopo aver salutato l’arrivo dei Granatieri di Sardegna, che da questa mattina presidiano l’ambasciata israeliana a Roma. Si tratta in particolare dei Lancieri di Montebello e dei Granatieri di Sardegna, che girano la città con indosso i 14 chili del nuovo giubbotto antiproiettile e i fucili d’assalto modello Beretta AR70-90 calibro 5,56. Il tutto ad una temperatura percepita di oltre 37 gradi nella capitale, per combattere la quale il sindaco di Roma Gianni Alemanno, recatosi oggi a fare visita ai militari che presidiano l’ambasciata israeliana, si e’ mostrato in maniche di camicia, bianca di lino.
A Milano, intanto, è polemica. Cittadini, associazioni e politici dicono no alla militarizzazione del Duomo. «Il Duomo di Milano–scrive in una nota il deputato del Pd Pierluigi Mantini–evoca storicamente pace, preghiera e dialogo tra culture, l’idea di farne una piazza d’armi, con presidi militari è aberrante e inaccettabile. Sarebbe un autogol, uno spot negativo per Milano".
Altri soldati sono stati dislocati da questa mattina ial Cpt per immigrati di Gradisca d’Isonzo (Gorizia). Il contingente di 90 soldati–unita’ alle dipendenze della Brigata Pozzuolo del Friuli–opera suddiviso in turni di 16 uomini, che stazionano nella ex caserma Polonio, al cui interno si trovano il Cpt, il Centro di identificazione e quello per i richiedenti asilo. I militari–come programmato–affiancano gli agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza che gia’ controllano la struttura e il cui compito resta invariato. Gli ultimi arrivi da Lampedusa hanno portato al Centro di Gradisca quasi 400 migranti.
Sono invece 45 i militari dell’esercito italiano schierati da stamani a Padova. La prima area interessata dai controlli e’ stata la stazione. Pattuglie miste quindi, come previsto: i 45 artiglieri della caserma Romagnoli schierati accanto alle forze dell’ordine si sono visti a partire dalle sette. Sono sostanzialmente tre le zone roventi di Padova: quella antistante la stazione, inclusa via Cairoli, il retro della stazione, e infine la zona della Stanga con tutte le strade prossime alla nota via Anelli. Nei giorni scorsi il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, aveva detto: “io ovviamente non butto via niente, ma i militari per le strade a difesa della sicurezza sono solo una misura di facciata”.
Militari anche in Sardegna: il contingente messo a disposizione del prefetto di Cagliari e’ di 40 soldati. I militari svolgono un servizio di vigilanza nel Centro di Soccorso e di Prima Accoglienza di Elmas, vicino Cagliari, attualmente in grado di accogliere 220 immigrati. I soldati hanno funzioni di agenti di pubblica sicurezza.
Come previsto, il piano del governo sulla sicurezza è operativo anche a Bologna dalle sette di questa mattina: sono operativi 60 militari del Reggimento artiglieria contraerea “Ravenna” con il compito di sorvegliare l’ex Cpt (ora Centro identificazione ed espulsione) di via Mattei, nella periferia del capoluogo emiliano. Grazie all’impiego dei soldati, 50 appartenenti alle forze dell’ordine (tra polizia, carabinieri e guardia di finanza), prima utilizzati per la vigilanza esterna della struttura, verranno dislocati sul territorio in diverse zone della città.
A Torino, infine, i compiti dei militari variano a seconda della destinazione. Quelli impiegati al Cie saranno impiegati, ad esempio, nella sala operativa al corpo di guardia o nell’accompagnamento degli immigrati e hanno, come dotazione, lo sfollagente, mentre le pattuglie appiedate con compiti di controllo del territorio, ma non di polizia giudiziaria, sono dotati anche dell’arma corta.
Roma: prosegue l'assedio ai rom al Casilino 900
La guerra ai rom continua. Al Casilino 900 dopo l’agitazione del comitato di quartiere e l’udienza concessagli da sindaco e prefetto, pronto è stato l’intervento delle autorità. Ma non per migliorare l’infimo livello di vita dei 650 individui costretti a vivere in una baraccopoli la cui miseria ha sorpreso lo stesso sindaco. Al contrario: il campo è stato di fatto isolato dal quartiere. Blocchi di pesanti segmenti di guard rail in cemento ostruiscono l’entrata ai veicoli, una nutrita pattuglia di vigili urbani controlla severamente i documenti di chiunque voglia accedere al campo. «E’ questa la nuova versione dell’integrazione di una minoranza che aspira a documenti che le permettano di lavorare, avere una casa e un livello di vita dignitoso?», si chiede Nazzareno Guarnieri, della Federazione rom e sinti insieme. Il campo già privato di acqua ed energia elettrica è abitato non solo da molti bambini ma anche da anziani, alcuni dei quali impossibilitati a camminare a causa di malattie varie. Donne con neonati in braccio sono costrette a lunghi tragitti a piedi nella polvere per comprare il necessario. Domenica 3 agosto le 50 famiglie del campo cui è riconosciuta la possibilità di vendere modesti articoli al mercatino di via Collatina sono state costrette a rinunciarvi non potendo caricare i furgoni della merce accumulata nella settimana. «Il problema dei rom e dei campi nomadi–continua Guarnieri–come lo si vuole risolvere? Riconoscendo i diritti umani elementari agli esclusi o facendo della terra bruciata attorno a loro in modo da umiliarli sempre più finchè esasperati tolgano il disturbo della loro presenza che offende l’estetica dei benpensanti? Ma così non si consegue una vittoria della città sul degrado ma una avvilente sconfitta della civiltà, quella civiltà il cui criterio di giudizio prioritario si esprime nel trattamento riservato ai più deboli, ai più fragili, ai più poveri».Novara: Il sindaco leghista vieta di girare in gruppo
2 agosto 2008
Il governo dichiara guerra a richiedenti asilo e migranti
Nel delirio dei provvedimenti estivi voluti dal governo, oggi è stata la volta di tre decreti legislativi di delega sull’immigrazione. I provvedimenti riguardano il riconoscimento dello status di rifugiato, il diritto al ricongiungimento familiare e quello alla libera circolazione dei cittadini Ue negli Stati membri. Quello sulla procedura d’asilo, se diventerà effettivo, renderà durissima la vita a chi richiede asilo in Italia. Viene abolita la libera circolazione nel territorio nazionale e dato al prefetto il potere di stabilire il luogo di residenza; inoltre, per molti richiedenti asilo, qualora la loro richiesta in prima istanza abbia dato esito negativo, una effettiva seconda possibilità per ottenere protezione sarà sottoposta alla valutazione del giudice caso per caso. Si prevede inoltre che il migrante, già destinatario di un decreto di espulsione, che presenta domanda di protezione internazionale sia trattenuto nei Centri già definiti di permanenza temporanea e assistenza, la cui denominazione è stata mutata in Centri di identificazione ed espulsione. Tra le modifiche sul ricongiungimento, viene previsto l’esame del Dna [a spese degli interessati] in mancanza di documentazione certificata da competenti autorità straniere per i familiari di cui si chiede il ricongiungimento. Quanto alla circolazione dei cittadini Ue, tra i motivi di «pubblica sicurezza» che consentono l’allontanamento immediato sono indicati la mancata richiesta dell’iscrizione anagrafica o la mancata richiesta della carta di soggiorno nei termini, e viene ampliato il novero dei reati sintomatici della sussistenza dei motivi di pubblica sicurezza, facendo riferimento anche ai reati contro la moralità pubblica e il buon costume.
Il testo approvato sarà proposto ora a un esame informale della Commissione europea prima della definitiva approvazione: per alcune associazioni che si occupano di diritti dei migranti si tratta di una piccola garanzia in conformità della riforma alla normativa comunitaria.
1 agosto 2008
Vicenza: cariche della polizia contro attivisti No dal Molin
Dopo la sentenza del Consiglio di Stanto in migliaia alla fiaccolata dell'indignazione. Il corteo si dirige verso la stazione, manganellate della polizia contro donne e uomini a mani alzate. Ma, nonostante la violenza delle forze dell'ordine, i binari vengono occupati."Bravi, bravi, bravi, bravissimi": è il coro che chiude la manifestazione dei No Dal Molin indirizzato ai poliziotti che, poche decine di minuti prima, non avevano esitato a sferrare manganellate contro donne e giovani a mani alzate.La fiaccolata dell'indignazione, era stata definita la manifestazione di questa sera. Migliaia di persone, tante famiglie con i bambini e i nonni fianco a fianco. Come il 16 gennaio 2007, quando Prodi impose il proprio si alla nuova base statunitense e i vicentini occuparono la stazione ferroviaria dimostrando che la partita non era chiusa. Questa volta l'imposizione viene dal Consiglio di Stato che, con una sentenza che decreta la prevalenza degli interessi militari statunitensi sulla salute e sui diritti dei cittadini, ha annullato la sospensiva del Tar del Veneto. E anche questa volta migliaia di vicentini - almeno 2000 secondo l' agenzia Ansa - si sono diretti verso la stazione ferroviaria per invadere i binari; ma la celere, a differenza di un anno e mezzo fa, si è schierata con scudi e manganelli davanti agli ingressi, determinata ad impedire lo svolgimento dell'azione di protesta."Vi facciamo male", ripeteva un poliziotto sotto il suo casco azzurro; detto fatto: pochi minuti e i manganelli volteggiano sulle teste di quanti, a mani alzate, vogliono difendere il proprio diritto ad essere cittadini e non sudditi. I primi colpi cadono sulle teste delle donne, da sempre protagoniste del movimento che si oppone alla militarizzazione dell'aeroporto vicentino. Le mani alzate non sono bastate ad evitare la violenza di chi è stato mandato a Vicenza per soffocare la democrazia e garantire la realizzazione dei progetti statunitensi.Ma a prevalere, ancora una volta, è la creatività e la determinazione dei tanti vicentini scesi in strada: i binari, infatti, sono stati comunque raggiunti attraverso un cancello secondario situato a cinquanta metri dalla stazione ferroviaria. Treni bloccati e segnale lanciato: noi non ci arrendiamo e resisteremo un minuto in più di chi vuol imporci questa base, anche se di fronte a noi vengono schierati musi duri e manganelli.Il Questore, questa sera, si è assunto la responsabilità di far picchiare donne e uomini a mani alzate; in gioco non è più soltanto il futuro del Dal Molin e la salvaguardia dell'ambiente. La posta in gioco è la democrazia: da una parte l'imposizione, dall'altra la partecipazione. Questa sera ha vinto la seconda.31 luglio 2008
Lettera della mamma di Renato Biagetti al Pm e al Giudice del Tribunale Minorile di Roma
E così è stato anche quella notte. Perché Renato Laura e Paolo sono stati aggrediti–mentre stavano tornando a casa dopo una tranquilla serata reggae sul litorale di Focene–da due individui, scesi dalla loro auto già armati di coltelli. Perché quei due armati di coltelli gli sono saltati addosso con violenza inaudita urlando loro di tornarsene a casa perché non erano del luogo. Signor Giudice, Signor Pm chi scende dalla propria auto con coltelli alla mano per aggredire chiunque possa considerare estraneo e diverso, non sta cercando una lite. E’ un aggressore, è un potenziale assassino [come i fatti hanno dimostrato]. Le mani di mio figlio erano bianche, non ha mai impugnato nulla che potesse offendere l’altro, anche nel momento dell’estremo saluto accanto ad un medico del Policlinico Gemelli, notavamo come fossero perfette, senza segni, né escoriazioni. Non è possibile ridurre la violenza di questo atto alla degenerazione tragica di un banale diverbio, perché sarebbe come uccidere mio figlio un’altra volta. Renato ha ricevuto 8 coltellate violentissime e non soltanto Laura e Paolo–che erano direttamente coinvolti–ma anche altri testimoni hanno visto che tutti e due avevano in mano un coltello e che entrambi hanno colpito Renato. Nel giudicare l’imputato di questo processo si deve tener conto delle testimonianze di chi era presente quella notte, di chi era al suo fianco, di chi insieme a Renato è stato aggredito e ha avuto lesioni, per ricostruire l’accaduto in modo corretto senza omettere le responsabilità di entrambi gli assassini.
Vi chiedo, nel processo, di raccontare l’aggressione con oggettiva verità e trarre le conseguenti conclusioni. Lei, giudice, ha in mano uno strumento di comunicazione e di educazione verso i giovani. Gli atti devono raccontare la verità, una verità semplice: che due ragazzi per odio verso l’estraneo, verso il diverso da sé e dal proprio contesto, hanno aggredito e ucciso Renato e ferito Paolo e Laura. La sentenza sulla morte di mio figlio può avere una valenza per altri giovani se viene raccontata negli atti la verità sull’aggressione violenta e devastante che ha subito mio figlio, oso dire scannato come un agnello sacrificale. Per dare un senso alla morte di Renato si deve chiarire quanto siano orribili la sopraffazione e l’uso delle armi, quanto sia terribile non riconocere nell’altro un proprio simile, ma solo un nemico da battere. In tal modo la sua sentenza deve servire a convincere un ragazzo a fermarsi, a riconoscere la supremazia della vita, deve fermarlo prima che una vita ancora sia strappata. Se lei scriverà una sentenza che possa fermare un’altra aggressione, avrà restituito a mio figlio la vera essenza della vita che è l’amore universale o anche semplicemente e non secondariamente la giustizia. Certa di essere compresa la ringrazio e le porgo i più distinti saluti.
Stefania Zuccari
29 luglio 2008
Diritti umani. Nieri (Prc) chiede inchiesta sulle violenze contro i rom
«Se la denuncia del commissario Hammarberg, in merito a presunte violenze perpetrate dalle forze dell’ordine contro i rom, trovasse conferma nei fatti, saremmo di fronte ad episodi che ci conducono al di fuori dei confini delle democrazie europee. Di fronte a queste accuse è necessario che sia avviata un’inchiesta amministrativa e giudiziaria». Lo ha detto l’assessore al Bilancio, programmazione economico-finanziaria e partecipazione della Regione Lazio Luigi Nieri [Prc]. «I diritti umani non vanno strumentalizzati ma rispettati e difesi, sempre–sottolinea Nieri–Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ci avverte che nel nostro paese e a Roma sono stati assunti provvedimenti normativi lesivi dei diritti fondamentali degli immigrati e in particolare delle popolazioni rom e sinti. Oggi c’e’ bisogno di una risposta sul terreno dell’accoglienza e dell’integrazione. Che è tutt’altra cosa dagli sgomberi e dalle rimozioni forzate che sembrano essere le uniche e inaccettabili soluzioni che governo e Campidoglio siano in grado di dare».Diritti umani. Antigone, invita il governo a fermarsi
«I diritti umani sono una cosa seria. Ce lo ha ricordato il commissario del Consiglio d’Europa–dice Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone a proposito della nuova durissima critica dell’Europa all’Italia–In un paese democratico il rispetto degli organismi internazionali avrebbe dovuto indurre i governanti a fermarsi, a lasciar perdere ogni politica repressiva irragionevole nei confronti dei migranti. Dopo le accuse di violenze gratuite da parte delle forze dell’ordine l’unica risposta ragionevole e rispettosa del ruolo sovra-nazionale dell’Alto Commissario per i diritti Umani di Strasburgo avrebbe dovuto essere quella di attivare una inchiesta interna e di dare il via libera a due leggi sacrosante: il difensore civico delle persone private della libertà, cosa che persino Sarkozy ha fatto immediatamente dopo la sua elezione, e l’introduzione del crimine d tortura. Invece no, il nostro governo come ai tempi bui del fascismo si chiude nelle sue certezze illiberali e grida scompostamente contro l’invasore straniero».Molotov contro sessanta sinti in provincia di Firenze
Una carovana di una sessantina di sinti è stata colpita ieri sera da una bottiglia molotov lanciata da ignoti nella zona industriale di Stabbia, nel Comune di Cerreto Guidi, a Firenze. Intorno alle 22, questa la ricostruzione dei carabinieri di Empoli che indagano sull’episodio, due persone a volto coperto a bordo di una moto hanno lanciato la bottiglia incendiaria contro la carovana composta da una ventina di veicoli, occupati da circa sessanta persone di etnia sinti.Bolzaneto, i poliziotti restano al loro posto
Nessuna sospensione dal lavoro per i 13 condannati del G8. L´unico "fermato" è stato l´agente condannato per violenza alle prostitute28 luglio 2008
Napoli: la polizia carica gruppo di migranti
La polizia ha caricato un un gruppo di migranti , che avevano occupato il duomo di Napoli affinchè venga loro trovata una soluzione abitativa dopo lo sgombero dello stabile nel quale abitavano. Ci sono state delle cariche sul sagrato. Sono stati fermati due immigrati e pare che i due siano stat anche i malmenati. Sul posto sono giunti anche l’ assessore alle politiche sociali del comune di Napoli, Giulio Riccio e l’ assessore provinciale alla Pace, Isadora D’Aimmo. «Gli immigrati, che oggi hanno occupato pacificamente il duomo per chiedere di avere, per un loro diritto, un alloggio dignitoso, sono stati aggrediti e selvaggiamente pestati dalla polizia all’interno della cattedrale", lo ha affermato Giulio Riccio, assessore provinciale alla pace, intervenuto stamattina presso il duomo, occupato da un gruppo di migranti. «Ad essere testimoni del pestaggio, oltre ai passanti, vi sono anche i giornalisti. Questi fatti verranno confermati dai referti medici. Vanno subito individuati e puniti i responsabili» ha concluso. Celeste Ramos, sindacalista della Uil di orgini capoverdine fermato all'interno della cattedrale racconta «Stavo lì con tutti gli altri mentre caricavano. Hanno caricato anche me più di una volta. Sono stata buttata a terra e mi hanno fatto male a una gamba. Poi mi hanno trascinato in una camionetta, mentre io insistevo di poterci andare con le mie gambe. Quando la camionetta è partita hanno cominciato a picchiare un altro ragazzo fermato. A me hanno dato un calcio sulle mani e mi hanno riempita di insulti. Il ragazzo era molto provato. Ora lo stanno portando all’ufficio immigrazione per identificarlo».24 luglio 2008
Milano: Botte al cingalese, due naziskin arrestati
Un ragazzo cingalese è stato insultato e aggredito da due naziskin ventenni la sera del 7 giugno scorso, ma l'episodio è stato reso noto solo ieri dai Carabinieri. Il giovane, dopo aver mangiato una pizza con i compagni di classe per festeggiare la fine della scuola, è andato al pub con gli amici. Nel locale un gruppo di naziskin ha adocchiato il gruppo che ha poi seguito fuori. Qui sono cominciati pesanti apprezzamenti alle ragazze, poi gli insulti al cingalese con parole come "vattene al tuo Pease" e "marocchino di merda". Poi due del branco hanno aggredito il ragazzo. Dopo esersi fatto medicare il cingalese ha denunciato l'aggressione ai militari dell'Arma che venerdì scorso hanno individuato e fermato i presunti responsabili, noti alle forze dell'ordine per precedenti episodi di violenza ai danni dei filippini23 luglio 2008
Approvato decreto sicurezza
Con 161 voti a favore, 120 contrari ed 8 astenuti l’Aula del Senato ha approvato in via definitiva il decreto sulla sicurezza pubblica. A favore del provvedimento hanno votato il Pdl, la Lega Nord, l’ Mpa, contrari Pd, Idv, astenuto l’Udc.Roma, aggredita giovane lesbicanella Gay Street di San Giovanni
La ragazza rientrava a casa dal lavoro quando è stata colpita alle spalleArcigay: "Colpito luogo simbolo della comunità omosessuale romana21 luglio 2008
G8-2001: Il Guardian: «La polizia italiana è fascista»
Il quotidiano inglese commenta i processi per Diaz e Bolzaneto. Riproponiamo il commento sulla presa di posizione dell'organo di stampa britannico. La traduzione italiana dell'articolo è stata pubblicata dal settimanale CartaGenova 2008: Centinaia di persone in piazza, mentre l'altoparlante diffonde la voce di Carlo
Centinaia di persone in piazza, mentre l'altoparlante diffonde la voce di Carloil corteo.In una registrazione del 1995, il ragazzo ucciso nei giorni del G8 legge alcune lettere di condannati a morte della Resistenza Genova. Riemerge, da una registrazione del 1995, la voce di Carlo Giuliani, allora un ragazzino di 17 anni, che legge le lettere di alcuni condannati a morte della Resistenza. Torna a parlare, a pochi metri dal punto in cui cadde ucciso dalla pallottola del carabiniere Placanica, la vittima-simbolo di quello sciagurato G8 genovese. Parla di libertà, democrazia, patria, coraggio, con queste parole si congedarono dalla vita i partigiani Walter Fillak, Valerio Bavassano, Sergio Piombelli. Alcuni di loro avevano la stessa età di Carlo quando morì: 23 anni. Don Andrea Gallo sta accanto a Giuliano e Haidi Giuliani, i genitori di Carlo, il "toscano" fumigante sotto il Borsalino nero come l'ala del corvo. Agguanta il microfono e dice: «Carlo ha parteggiato dalla parte giusta. Nelle lettere che ha letto c'è il grido di libertà e di giustizia che io, a 17 anni, ascoltai quando rinacque la democrazia in Italia che e oggi riascolto. La democrazia va riconquistata. C'è una nuova primavera e anche questo è un dono di Carlo». La piazza applaude, don Gallo cita «la grande trappola» preparata per il G8 del 2001, evoca «il desiderio di verità», andato deluso. Il carabiniere Placanica, che esplose il colpo mortale, se l'è cavata: usò legittimamente la sua pistola.«Il potere non è forte, è fortissimo, ma Carlo, se fosse qui, griderebbe: "Su la testa! Tutti!". Il grande male dell'Italia è l'indifferenza». Un migliaio di persone hanno camminato fino a piazza Alimonda, attraversando la città distratta e semideserta, nell'uggioso pomeriggio soffocato dallo scirocco. È un happening appena velato di tristezza, si mangia panini e si beve il vino del circolo Terra e Libertà/Critical Wine.Haidi Giuliani come il marito indossa la maglietta nera con la scritta "clandestino". Invita la folla a compilare la scheda preparata dall'Associazione Piazza Carlo Giuliani Onlus, apponendovi l'impronta del dito pollice sinistro. «Prendetevi le nostre impronte e non toccate i bambini e le bambine rom e sinti", ci sta scritto sopra. Saranno quasi trecento le schede riempite, le consegneranno al prefetto. Non a caso l'orchestrina che strimpella è composta da musicisti rom. «La sinistra? - sospira la signora - Dipende da che cosa si intende. Io continuo ad incontrare gente come me, gente di sinistra». Il comico Andrea Rivera imperversa. «Don Gallo, don Puglisi, padre Zanottelli. Questa è la mia Chiesa, non la Chiesa della Cei». Applausi. Mischiati alla folla ci sono Nando Dalla Chiesa, Russo Spena e l'ex ministro Ferrero."Carlo vive. I morti siete voi" sta scritto sullo striscione che apre il corteo. Lo depongono nel punto esatto dell'asfalto dove Carlo venne abbattuto. Vittorio Agnoletto nel 2001 era portavoce del Genoa Social Forum, ora è parlamentare europeo. Dice che una verità giudiziaria è stata raggiunta, sebbene la sentenza sulla Diaz sia «insoddisfacente». «Tramite il Secolo XIX rivolgo un appello al presidente Napolitano. Lo Stato deve scusarsi con i cittadini per ciò che i suoi rappresentanti in divisa hanno compiuto al G8 di Genova. Tocca a lui farlo, come rappresentante di tutti gli italiani». Agnoletto ha letto le rivelazioni sugli agenti americani con licenza di sparare al G8 genovese. «Berlusconi dica se intende rinunciare alla sovranità nazionale, durante il G8 del 2009, in Italia».fonte il secolo XIX
Rassegna stampa 19 luglio 2008
LIBERAZIONE - Genova, la memoria resistente. Ma nel futuro chi l’ascolterà?
IL MANIFESTO - La notte di Bolzaneto
IL GIORNALE - G8, i no global scippano piazza Alimonda ai poliziotti
Rassegna stampa - 20 luglio 2008
LA REPUBBLICA - "Genova, al G8 agenti Usa pronti a sparare" - Da sette anni nel luogo dell´omicidio - "Inferno Bolzaneto" 31 storie dall´orrore
IL SECOLO XIX - Corteo, mostra e convegno in memoria di Carlo Giuliani
IL MANIFESTO - Movimento latino alla genovese - A piazza Alimonda, sette anni dopo
LIBERAZIONE - Il 20 luglio di sei anni fa il delitto, impunito, ad opera dei carabinieri
Rassegna stampa - 21 luglio 2008
LA REPUBBLICA - G8, l´abbraccio della Vincenzi - "Fece sparire le false molotov della Diaz" Genova, un altro poliziotto sotto accusa - "Mamma, scusa", in piazza la voce di Carlo
IL SECOLO XIX - «G8, Genova volta pagina» - - Un passo per non vedere lo Stato come un nemico
17 luglio 2008
G8 Genova: Assalto alla scuola Diaz. Il Pm chiede 28 condanne e 1 assoluzione
I pm hanno chiesto 28 condanne e una assoluzione nei confronti dei poliziotti imputati nel processo per i fatti della Diaz al G8 di Genova. Le richieste variano da cinque anni a tre mesi di reclusione. La pena più alta (5 anni) è stata chiesta per Pietro Troiani, accusato di aver portato le due molotov nella scuola. Per i vertici della Ps Francesco Gratteri (Antiterrorismo) e Giovanni Luperi (Servizi Segreti), i pm hanno chiesto 4 anni e 6 mesi ciascuno per le accuse di falso ideologico, calunnia e arresto illegale. Complessivamente le richieste di condanna ammontano a 109 anni e 9 mesi. Richiesta di condanna di 4 anni e 6 mesi è stata avanzata per Vincenzo Canterini, all' epoca comandante del I Reparto Mobile di Roma, per Gilberto Caldarozzi, all'epoca vice direttore dello Sco, per Filippo Ferri, dirigente della squadra mobile della Spezia, Massimiliano Di Bernardini, romano, vice questore aggiunto, Fabio Ciccimarra, vice questore aggiunto, napoletano, Nando Dominici, capo della squadra mobile di Genova, Spartaco Mortola, dirigente all'epoca della Digos di Genova e Carlo Di Sarro vice questore aggiunto presso la Digos di Genova. Per il vice di Canterini, Michelangelo Fournier, i pm hanno chiesto 3 anni e 6 mesi. Per l'agente scelto Massimo Nucera e il suo superiore Maurizio Panzieri, che avallò nel verbale il finto accoltellamento, i pm hanno chiesto 4 anni di reclusione a testa. Quattro anni di reclusione sono stati chiesti inoltre per il commissario capo Salvatore Gava, l'ispettore Massimo Mazzoni (Sco), il sovrintendente Renzo Cerchi e l'ispettore superiore Davide Di Novi. Stessa pena è stata chiesta per Michele Burgio, autista di Troiani, il poliziotto che portò le molotov alla scuola Diaz a bordo del Magnum della polizia. Per gli otto capisquadra del I Reparto mobile di Roma, Basili, Tucci, Lucaroni, Zaccaria, Cenni, Ledoti, Stranieri e Compagnone, al comando di Vincenzo Canterini, secondo l'accusa responsabili di non aver impedito i pestaggi dei no global, il pm ha chiesto 3 anni e 6 mesi di reclusione. Per Luigi Fazio, sovrintendente Ps, accusato di percosse, i pm hanno chiesto tre mesi di reclusione. L'assoluzione invece è stata chiesta per il commissario Alfredo Fabbrocini, accusato di perquisizione arbitraria, violenza privata, danneggiamenti e peculato nell' ambito dell' irruzione nella scuola Pascoli.IL SECOLO XIX - Irruzione alla Diaz oggi le richieste dei pm
Carceri: 11mila detenuti in esubero
Le carceri italiane hanno un esubero di 11mila detenuti. Negli ultimi sei mesi la popolazione carceraria italiana e' aumentata di quasi 6mila unita' e il numero dei posti letto regolamentari e' stato ampiamente superato: nelle carceri sono rinchiuse 54.605 persone invece di 42.890. Sono i dati contenuti nel V rapporto sulla condizione della detenzione nelle carceri italiane presentato oggi a Roma dall'associazione Antigone16 luglio 2008
Processo Aldrovandi: C'é ancora chi dice che Aldro morì di morfina
Si è tenuta il 15 luglio la diciassettesima udienza del processo AldrovandiIn aula si confrontano le perizie e gli esami autoptici fatti sul corpo del ragazzo, molti elementi indicano che la morta fu dovuta all'asfissia causata dall'ammanettamento a terra da parte dei poliziotti imputati e dalla pressione sul torace. Una tossicologa ritiene però i (bassi) livelli di stupefacenti nel sangue potenzialmente letali.
La tossicologa Francesca Righini ricorda i risultati delle analisi sul sangue di Aldro: rilevò 0,4 mg/l di alcol, 0,36 mg/l di morfina e 0,04 mg/l di ketamina. "La morfina è un deprimente, la ketamina eccitante. Si compensano a vicenda." Di simile avviso l'anestesiologa Elsa Margaria "L'effetto delle sostanze assunte è di narcotismo, sonnolenza: sicuramente non si va in giro di mattina a dare calci". Insomma, le droghe non causarono né la morte uno stato di agitazione, anche l'alcol era in un "tasso che consentiva di guidare". La Margaria ha anche confermato di ritenere la causa di morte più probabile un'insufficienza respiratoria acuta, dovuta alla posizione prona del ragazzo e dalla pressione sul torace. Che quest'ultima possa essere stata determinate è ammesso anche da Stefano Malaguti,assistente del medico legale che fece la prima autopsia, che però ipotizza una concausa nel decesso nell'assunzione di morfina, che indebolendo "i centri del respiro" avrebbe potuto ridurre l'apporto di ossigeno al cuore causando un'ischemia.Un'altra giovane tossicologa, coinvolta nelle prime indagini sul caso, Eleonora Lumare, controbatte invece che i livelli di morfina sarebbero stati tali da non escludere un'overdose, e cita un articolo scientifico del 1997 che smentirebbe simili problemi respiratori dovuti a pesi che gravano sul torace. L'Avvocato di parte civile, Fabio Anselmo, contesta però l'interpretazione che la Lumare propone di detto articolo.Si continua il 18 settembre.
15 luglio 2008
G8-2001 / Bolzaneto, una pagina nerissima
Le prime reazioni del Comitato verità e giustizia per Genova alla sentenza del processo per i fatti di Bolzaneto: "L'Italia è ancora una democrazia?". Un dato è certo: violenze e torture da parte di poliziotti e personale medico a Balzaneto, durante il G8 nel luglio 2001 sono avvenute, anche se la sentenza emessa dalla magistratura genovese ha accertato solo specifici episodi. Ma un altro dato emerge dalla sentenza: la violazione dei diritti umani per i giudici di Genova è un reato lieve destinato alla prescrizione. E’ pur vero che in questi anni il parlamento è stato incapace di approvare una legge sulla tortura, ma quello che si è accertato dalla requisitoria dei PM è che a Balzaneto furono commessi violenze inaccettabili. Da parte nostra, a partire dagli appuntamenti del prossimo fine settimana a Genova, continueremo a lavorare affinché vada messa sotto accusa l'intera catena di comando che ha pianificato e realizzato la repressione al G8 di Genova. Le 15 flebili condanne andranno anche in prescrizione, ma le responsabilità politiche possono e devono essere individuate, perchè i protagonisti, a partire dall'allora capo della polizia Gianni De Gennaro, sono tuttora ai vertici delle istituzioni. Non esiste alcuna possibilità che le violenze poliziesche di piazza, che hanno portato all'uccisione di Carlo Giuliani e all'aggressione a migliaia di manifestanti, così come le torture e i pestaggi a Bolzaneto e alla scuola Diaz possano essere frutto di iniziative casuali e spontanee da parte di singoli. La mancata istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta anche da parte di un governo di centrosinistra, pesa come un macigno sull'isolamento in cui la magistratura genovese è stata lasciata nella ricerca della verità e della giustizia sui fatti del G8.
Italo Di Sabato – responsabile naz.le Osservatorio sulla Repressione PRC/SE
Lorenzo Guadagnucci - Enrica Bartesaghi
LA REPUBBLICA - Pestaggi, umiliazioni e torture quella vergogna non sarà mai sanata - Bolzaneto, quasi un colpo di spugna - Per il pestaggio di Bolzaneto solo 15 condannati, 30 assolti - G8, lo schiaffo di Bolzaneto - Ore 21,50 sentenza choc "Niente torture a Bolzaneto" - La rabbia dei no global: "Una vergogna" - Vincenzi: "La ferita non è chiusa ma adesso si può voltare pagina"
G8, a Bolzaneto per i magistrati non fu tortura. Solo 15 condannati, trenta assolti
Sette anni dopo i fatti di Genova, il verdetto del tribunale: chiesti 80 anni, condannati 24Tra indulto e prescrizione, nessuno in prigione. I ministeri dovranno risarcire i danni G8, a Bolzaneto non fu tortura. Solo 15 condannati, trenta assolti.A sette anni dalle violente nel "carcere provvisorio" di Bolzaneto, i giudici di Genova pronunciano la sentenza contro i 44 ufficiali, guardie carcerarie e medici imputati di aver sottoposto a sevizie più di duecento no global. Dopo dieci ore di camera di consiglio, il verdetto cancella l'ipotesi di crudeltà e tortura sostenuta dalla Procura. Assolve trenta imputati, ne condanna solo 15. Contro una richiesta di poco meno di 80 anni di reclusione, i giudici ne hanno inflitto solo 24 e, grazie alla prescrizione e all'indulto, nessuno dei condannati finirà in galera. (continua)
11 luglio 2008
Bologna: 14 attivisti dei centri sociali bolognesi denunciati per il presidio antifascista all'XM24
Sono attivisti di Xm24, Tpo, Crash e Cua. A loro carico l'accusa di manifestazione non autorizzata, lancio di oggetti e ingiurie.Quattordici attivisti dei centri sociali bolognesi sono stati denunciati per manifestazione non autorizzata, lancio di oggetti e ingiurie, per il presidio antifascista che si è tenuto sabato 5 luglio , dalle 8 alle 13, davanti al centro sociale XM24 di via Fioravanti a Bologna.La manifestazione era stata indetta contro la provocazione del consigliere comunale di Alleanza Nazionale Galeazzo Bignami che aveva deciso, insieme a un manipolo di suoi accoliti, di tenere un banchetto per una raccolta di firme contro XM24, davanti al portone di ingersso del centro sociale stesso.La Questura di Bologna ha dunque denunciato 14 membri XM24, Tpo, Crash e Collettivo universitario autonomo per manifestazione autorizzata. Dodici di loro dovranno rispondere anche di violenza privata e lancio pericoloso di oggetti, mentre 3 anche del reato di ingiuria.
