5 agosto 2008

La precarieta va presidiata

Da ieri le nostre città sono presidiate dai militari. Per almeno sei mesi. Un sistema di controllo che serve a piegare le coscienze, ricattare il bisogno, punire il dissenso. Civile, sociale, politico.

Si sa che nel mondo politico e in quello dei media, che si assomigliano molto, le apparenze non coincidono quasi mai con la realtà.Dall'insediamento del governo Berlusconi la persecuzione dei migranti, dei rom e dei cittadini italiani sinti è divenuta ossessiva. E' evidente una specie di sintonia, di coordinamento, tra il razzismo di strada e l'attivismo istituzionale. In questi ultimi mesi abbiamo assistito ai controlli della polizia sui bus, gli sgomberi dei nomadi, i rastrellamenti di prostitute nelle città maggiori, la schedature dei sinti, decreti che attuano principi discriminatori e incostituzionali. Infine la scelta di mettere i militati per le strade "ma solo per un anno", come si affrettano a spiegare i giornali. Purtroppo la risposta politica dell'opposizione parlamentare a questa tenaglia xenofoba è inesistente. (continua)

Maroni: poteri speciali ai sindaci per l'ordine pubblico

Il ministro dell’interno Roberto Maroni ha incontrato i rappresenentanti dei sindaci italiani e annunciato il via libera, a partire da oggi, dei poteri per «prevenire ed eliminare i grossi problemi per la sicurezza urbana», come ha specificato il responsabile dell’Interno. I sindaci potranno Intervenire sullo spaccio di stupefacenti, la prostituzione, l’accattonaggio, i danni contro il patrimonio, gli immobili occupati.

4 agosto 2008

Rapporto Farc-Prc: E' tutto alla luce del sole

Secondo il quotidiano La Repubblica di oggi 4 agosto, a pagina 12, in un articolo a firma di Omero Ciai dal titolo "Ecco chi aiuta le Farc dall'Italia", ci sarebbero anche due italiani tra le "pedine delle Farc all'estero", dai nomi di battaglia "Ramon" e "Consolo". Questo, sempre secondo la Repubblica, sarebbe emerso dagli ormai famosi computer di Raul Reyes (nella foto con il comandanti Manuel Marulanda e Ramon Mantovani nell’ottobre del 2000 a San Vicente del Caguan, al tavolo del negoziato di pace fra FARC e governo colombiano), ex leader storico delle Farc.
Non c'è alcun mistero o segreto svelato: il rapporto tra i rappresentanti delle Farc e il Prc si sono sempre svolti alla luce del sole. Lo assicura Ramon Mantovani, ex deputato di Rifondazione e responsabile Esteri del partito, il cui nome, insieme a quello di Marco Consolo, è stato rinvenuto nella memoria del computer di Paul Reyes, il numero due dell'organizzazione politico-militare colombiana, ucciso il 1 marzo scorso in uno scontro a fuoco con l'esercito regolare nella selva al confine tra Colombia ed Ecuador. Con Reyes, come con molti altri esponenti delle Farc, Mantovani ha intrattenuto rapporti stabili ed organici per molti anni allo scopo di favorire lo sviluppo del processo di pace nel paese latino-americano. Cosa di cui erano informati i vertici del Parlamento e di cui erano al corrente anche alla Farnesina. Mantovani ha voluto ricostruire la vicenda nel corso di una conferenza stampa, indetta insieme al compagno di partiti Marco Consolo. «Negli articoli pubblicati oggi si parla di una sorta di rete europea in appoggio alla lotta delle Farc. Ramon e Consolo -ha sottolineato l'ex parlamentare del Prc riferendosi ai nomi 'cifratì rinvenuti nel computer di Reyes- siamo noi e non ci meravigliamo di essere finiti nel computer di Reyes e di essere associati alla guerriglia colombiana con cui abbiamo costanti e continuativi rapporti». Nulla di strano, ha assicurato Mantovani, poichè il Prc da tempo mantiene relazioni con associazioni e organizzazioni analoghe: il Pkk, associazioni politiche palestinese o l'Esercito di liberazione zapatista in Messico. «Rapporti -ha riferito Mantovani- mantenuti per conto del partito e solo al fine di promuovere i processi di pace». Con Reyes e le Farc le relazioni sono iniziate alla fine degli anni '90, con le riunioni del Foro di San Paolo, l'assemblea che raccoglie tutte le organizzazioni politiche della sinistra latino-americana. «Quando è iniziato il processo di pace in Colombia -ha proseguito l'ex parlamentare di Rifondazione- siamo stati invitati come Prc ma lo fu anche il governo italiano, alla cerimonia ufficiale dell'inizio delle trattative per la pacificazione nazionale. Dopo di che, io e Consolo, siamo stati diverse volte in Colombia. Si tratta di un'attività conosciuta e non affatto segreta anche perchè i vertici delle Farc sono venuti in Italia e, nell'occasione, vennero ospitati in Parlamento ed ebbero modo di parlare anche in commissione Esteri alla Camera». Dopo avere ricordato che Rifondazione si è sempre battuta per la liberazione di Ingrid Betancourt e di aver proposto anche uno scambio di prigionieri per favorirne il rilascio, Mantovani ha aggiunto che delle relazioni con le Farc sono sempre stati informati anche i presidenti delle Camere (nell'ordine Violante, Casini e Bertinotti) e i sottosegretari al ministero degli Esteri con delega all'America Latina. «Quindi descriverci come membri di una rete clandestina è non solo inverosimile ma descrive anche il livello di disinformazione che si tenta di mettere in campo con la velina del quotidiano 'El Tiempò. Rivendichiamo il nostro lavoro politico ma non facciamo parte di alcuna rete clandestina. Per sapere che da anni collaboriamo con le Farc non c'era bisogno del computer di Reyes ma bastava cercare con un normale motore di ricerca su internet per vedere che non c'è alcun mistero nè segreto da nascondere».

«La morte di Bianzino non si può archiviare». Il gip respinge la richiesta del pm.

Come morì Aldo Bianzino, l'ebanista di Pietralunga entrato in perfetto stato di salute in carcere il 12 ottobre dell'anno scorso e uscito senza vita dalla casa circondariale di Perugia due giorni dopo? La domanda, cui la richiesta di archiviazione del pm Giuseppe Pietrazzini, sembrava aver dato una risposta definitiva con la richiesta di archiviazione, rimbalza adesso nuovamente su una vicenda sin dall'inizio apparsa oscura e piena di misteri. Il gip Massimo Ricciarelli, cui diverso tempo fa i famigliari presentarono opposizione in sede civile, ha deciso di accogliere adesso anche l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in luglio dall'avvocato dei genitori di Aldo - Giuseppe e Maura - e di Roberta Radici, la compagna di Bianzino con lui arrestata e poi rilasciata senza che nemmeno le fosse stato detto, se non all'uscita dal carcere, che Aldo era morto.Si deve alla caparbietà dei famigliari dunque se il caso non si chiude in uno scaffale degli uffici giudiziari perugini e se le eccezioni sollevate dal legale, l'avvocato Massimo Zaganelli, ricostruiscono un percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti che il magistrato ha evidentemente considerato validi, quantomeno a non far diventare la storia di Aldo un semplice faldone di carte polverose. La ricostruzione della parte civile mette in fila tutte le contraddizioni di quelle terribili ore a cominciare dalla mattina di domenica 14 ottobre quando Aldo è rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta seppure sia ottobre inoltrato e Aldo indossi solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. Il corpo viene prelevato dagli agenti, trasportato subito fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell'infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti nulla possono vedere. Si tenta la rianimazione, effettuando il massaggio cardiaco sul corpo inanimato. Uno dei medici dirà che «non so spiegarmi per quale motivo il detenuto sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta dell'infermeria ancora chiusa poiché (in altri casi) il nostro intervento avveniva direttamente in cella».Le indagini riveleranno «lesioni viscerali di indubbia natura traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti traumatica». Ma poi le ricerche si esauriscono con l'acquisizione dei filmati estratti dalle videocamere dell'istituto di pena mentre viene aperto procedimento penale nei confronti di una guardia per omissione di soccorso. La richiesta di archiviazione per il reato di omicidio viene formulata dal pm nel febbraio scorso con la conclusione che Aldo è morto non per trauma ma per un aneurisma cerebrale; la lesione epatica viene ritenuta estranea all'evento letale facendo escludere « l'esistenza di aggressioni del Bianzino». Motivazioni «assertive e generiche» che, secondo i legali della famiglia, sono «insostenibili» e frutto di un'«istruttoria lacunosa». Valga per tutto una perizia medico legale secondo cui «la lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo».Il commento, che Roberta Radici ha affidato al quotidiano La Nazione, è lapidario: «Una scheggia di luce per il mio piccolo Rudra», il figlio di Aldo e Roberta rimasto orfano del padre a soli 13 anni. Nessuno in famiglia si è mai arreso all'archiviazione: non gli altri due figli, Aruna Prem ed Elia con la madre Gioia (che hanno presentato l'altra istanza di opposizione), né i genitori e il fratello di Aldo. Il padre, Giuseppe, domenica scorsa è salito sul palco del Goa Boa, il festival per i diritti umani organizzato dalla Tavola della pace a Genova: di fronte a 15 mila persone, convenute anche per il concerto di Manu Chao e quello di Tonino Carotone, Bianzino ha ricordato il valore anche civile della difesa dei diritti umani. Aveva rivolto un suo personale appello al giudice perché non archiviasse il caso. Appello accolto.

Emanuele Giordana Lettera22

Pacchetto sicurezza: soldati nelle strade, ecco le città militarizzate

Lo schieramento dei militari in molte città italiane prosegue: a Napoli pattuglie miste di militari dell’esercito e uomini delle forze dell’ordine sono già operative. Impiegati finora una quarantina dei 179 militari distaccati nel capoluogo campano per presidiare obiettivi sensibili: tra questi, il consolato americano, il molo Beverello del porto di Napoli, piazza del Plebiscito e piazza Trieste e Trento nel cuore della città.

Anche a Palermo sono giunti questa mattina da Trapani 50 soldati del quarto reggimento Bersaglieri destinati a servizi di perlustrazione e pattuglia in affiancamento alle forze dell’ordine nel controllo del territorio, secondo le recenti disposizioni del governo. I militari svolgono compiti di vigilanza e formano “pattuglie miste” con agenti della polizia di Stato, carabinieri e guardia di finanza. I militari indossano la normale uniforme di servizio, sono armati della pistole d’ordinanza e costantemente collegati via radio con la centrale operativa dei carabinieri. Le “pattuglie” sono di ronda soprattutto tra le strette vie del centro storico. A Catania invece sono tre aree di intervento fisse: l’aeroporto, il centro storico e il lido dei catanesi, dove intervengono 90 militari della brigata meccanizzata “Aosta” dell’Esercito.


Anche a Bari sono già operativi 205 uomini delle forze armate [90 bersaglieri e 115 militari del Battaglione San Marco], che affiancano le forze dell’ordine in attivita’ di pubblica sicurezza e nei centri per immigrati. Il sottosegretario al Ministero dell’Interno, Alfredo Mantovano, ha dato il via stamani alle 10,30 al piano d’impiego con una cerimonia in piazza Prefettura. In Puglia, complessivamente, sono stati dislocati 310 militari, la maggior parte nel capoluogo dove pattuglieranno i quartieri piu’ a rischio e le zone turistiche, oltre che prestare servizio nei centri per immigrati.


Militari anche nella capitale. «L’accordo con Maroni è già stato trovato. Non sono presenti militari nel centro storico ma solo nei presidi fissi delle ambasciate, nei nodi periferici, a Castelfusano, al Cpt di Ponte Galeria». Lo ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dopo aver salutato l’arrivo dei Granatieri di Sardegna, che da questa mattina presidiano l’ambasciata israeliana a Roma. Si tratta in particolare dei Lancieri di Montebello e dei Granatieri di Sardegna, che girano la città con indosso i 14 chili del nuovo giubbotto antiproiettile e i fucili d’assalto modello Beretta AR70-90 calibro 5,56. Il tutto ad una temperatura percepita di oltre 37 gradi nella capitale, per combattere la quale il sindaco di Roma Gianni Alemanno, recatosi oggi a fare visita ai militari che presidiano l’ambasciata israeliana, si e’ mostrato in maniche di camicia, bianca di lino.


A Milano, intanto, è polemica. Cittadini, associazioni e politici dicono no alla militarizzazione del Duomo. «Il Duomo di Milano–scrive in una nota il deputato del Pd Pierluigi Mantini–evoca storicamente pace, preghiera e dialogo tra culture, l’idea di farne una piazza d’armi, con presidi militari è aberrante e inaccettabile. Sarebbe un autogol, uno spot negativo per Milano".
Altri soldati sono stati dislocati da questa mattina ial Cpt per immigrati di Gradisca d’Isonzo (Gorizia). Il contingente di 90 soldati–unita’ alle dipendenze della Brigata Pozzuolo del Friuli–opera suddiviso in turni di 16 uomini, che stazionano nella ex caserma Polonio, al cui interno si trovano il Cpt, il Centro di identificazione e quello per i richiedenti asilo. I militari–come programmato–affiancano gli agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza che gia’ controllano la struttura e il cui compito resta invariato. Gli ultimi arrivi da Lampedusa hanno portato al Centro di Gradisca quasi 400 migranti.


Sono invece 45 i militari dell’esercito italiano schierati da stamani a Padova. La prima area interessata dai controlli e’ stata la stazione. Pattuglie miste quindi, come previsto: i 45 artiglieri della caserma Romagnoli schierati accanto alle forze dell’ordine si sono visti a partire dalle sette. Sono sostanzialmente tre le zone roventi di Padova: quella antistante la stazione, inclusa via Cairoli, il retro della stazione, e infine la zona della Stanga con tutte le strade prossime alla nota via Anelli. Nei giorni scorsi il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, aveva detto: “io ovviamente non butto via niente, ma i militari per le strade a difesa della sicurezza sono solo una misura di facciata”.


Militari anche in Sardegna: il contingente messo a disposizione del prefetto di Cagliari e’ di 40 soldati. I militari svolgono un servizio di vigilanza nel Centro di Soccorso e di Prima Accoglienza di Elmas, vicino Cagliari, attualmente in grado di accogliere 220 immigrati. I soldati hanno funzioni di agenti di pubblica sicurezza.
Come previsto, il piano del governo sulla sicurezza è operativo anche a Bologna dalle sette di questa mattina: sono operativi 60 militari del Reggimento artiglieria contraerea “Ravenna” con il compito di sorvegliare l’ex Cpt (ora Centro identificazione ed espulsione) di via Mattei, nella periferia del capoluogo emiliano. Grazie all’impiego dei soldati, 50 appartenenti alle forze dell’ordine (tra polizia, carabinieri e guardia di finanza), prima utilizzati per la vigilanza esterna della struttura, verranno dislocati sul territorio in diverse zone della città.


A Torino, infine, i compiti dei militari variano a seconda della destinazione. Quelli impiegati al Cie saranno impiegati, ad esempio, nella sala operativa al corpo di guardia o nell’accompagnamento degli immigrati e hanno, come dotazione, lo sfollagente, mentre le pattuglie appiedate con compiti di controllo del territorio, ma non di polizia giudiziaria, sono dotati anche dell’arma corta.

Roma: prosegue l'assedio ai rom al Casilino 900

La guerra ai rom continua. Al Casilino 900 dopo l’agitazione del comitato di quartiere e l’udienza concessagli da sindaco e prefetto, pronto è stato l’intervento delle autorità. Ma non per migliorare l’infimo livello di vita dei 650 individui costretti a vivere in una baraccopoli la cui miseria ha sorpreso lo stesso sindaco. Al contrario: il campo è stato di fatto isolato dal quartiere. Blocchi di pesanti segmenti di guard rail in cemento ostruiscono l’entrata ai veicoli, una nutrita pattuglia di vigili urbani controlla severamente i documenti di chiunque voglia accedere al campo. «E’ questa la nuova versione dell’integrazione di una minoranza che aspira a documenti che le permettano di lavorare, avere una casa e un livello di vita dignitoso?», si chiede Nazzareno Guarnieri, della Federazione rom e sinti insieme. Il campo già privato di acqua ed energia elettrica è abitato non solo da molti bambini ma anche da anziani, alcuni dei quali impossibilitati a camminare a causa di malattie varie. Donne con neonati in braccio sono costrette a lunghi tragitti a piedi nella polvere per comprare il necessario. Domenica 3 agosto le 50 famiglie del campo cui è riconosciuta la possibilità di vendere modesti articoli al mercatino di via Collatina sono state costrette a rinunciarvi non potendo caricare i furgoni della merce accumulata nella settimana. «Il problema dei rom e dei campi nomadi–continua Guarnieri–come lo si vuole risolvere? Riconoscendo i diritti umani elementari agli esclusi o facendo della terra bruciata attorno a loro in modo da umiliarli sempre più finchè esasperati tolgano il disturbo della loro presenza che offende l’estetica dei benpensanti? Ma così non si consegue una vittoria della città sul degrado ma una avvilente sconfitta della civiltà, quella civiltà il cui criterio di giudizio prioritario si esprime nel trattamento riservato ai più deboli, ai più fragili, ai più poveri».

Novara: Il sindaco leghista vieta di girare in gruppo

Stazionare sì, ma al massimo in coppia e mai di notte. A Novara è scattato il coprifuoco notturno nei parchi e giardini. Vietato fermarsi in tre o più persone, pena una multa fino a 500 euro. Il sindaco leghista Massimo Giordano firma e l'opposizione si scatena: «È un'ordinanza incredibile che ricorda le adunate sediziose del Ventennio fascista. Ieri notte, in segno di disobbedienza civile, un gruppo di consiglieri e cittadini ha fatto irruzione al parco Valentino, per un assembramento non autorizzato e stanziale. A motivare l'ordinanza, che prevede il divieto assoluto di «stazionamento», è «la situazione di degrado dell'ambiente urbano» e i continui «danneggiamenti» che subirebbero i parchi e giardini cittadini. Novara — «Nuara» in insubre — è una cittadina tranquilla. Qualcuno dice anche troppo. Centomila abitanti, pochi scippi e pochissime rapine, una percentuale di immigrati pari all'8 per cento, quasi tutti concentrati nel quartiere di Sant'Agadio. Ma il sonno dei residenti, e il torpore della città, parrebbero turbati da alcuni individui che, nottetempo, amano bivaccare nei parchi. Di qui l'ordinanza, che ha già ottenuto un primo effetto quasi miracoloso, ovvero ricompattare l'opposizione. Pd, Psi, Sd e Rifondazione hanno firmato un comunicato congiunto, nel quale paragonano il provvedimento ai divieti di riunione attuati dal Duce e spiegano che «dietro il paravento degli atti vandalici, si dà un ulteriore giro di vite alle pretestuose politiche per la sicurezza». Il sindaco Massimo Giordano, leghista doc, governa la città ormai da sette anni, con grandi consensi: alle ultime elezioni ha ottenuto il 66 per cento dei voti, portando la Lega al 22 per cento. Tanto che il gran capo del Carroccio Umberto Bossi è venuto in città a complimentarsi. E Giordano ha proseguito nel suo stile, simile a quello di tanti nuovi giovani sindaci leghisti. Attenzione quasi ossessiva alle esigenze di sicurezza dei cittadini e divieti a raffica, come quello contro il consumo di alcolici in stazione dopo le 18 e come la chiusura di un centro culturale di immigrati. L'assessore alla Sicurezza Mauro Franzinelli spiega così l'ordinanza: «Serve per limitare i disturbi alla quiete pubblica. Ce l'hanno chiesta i cittadini». La protesta della sinistra? «Una legittima manifestazione di dissenso. Non li multeremo di certo». E il fascismo? «Quelli erano periodi drammatici, è un paragone assurdo. Qui si parla solo di limitare i frastuoni». La giovane consigliere del Pd Sara Paladini contesta: «Non c'è nessuna emergenza sicurezza a Novara: gli unici reati in aumento sono in famiglia, ma di quelli non ci si occupa mai». Restano da chiarire i termini giuridici della norma. Il divieto è di «stazionamento». Quindi parrebbe necessario, per essere in regola, deambulare. Anche il concetto di «gruppo» non è chiarissimo. «È un'ordinanza sperimentale — replica l'assessore Franzinelli — vale fino al 30 dicembre e serve solo per dissuadere i cittadini. Cerchiamo di risolvere un problema di cui la sinistra dovrebbe interessarsi, invece di limitarsi a accusarci di fascismo».

2 agosto 2008

Il governo dichiara guerra a richiedenti asilo e migranti

Nel delirio dei provvedimenti estivi voluti dal governo, oggi è stata la volta di tre decreti legislativi di delega sull’immigrazione. I provvedimenti riguardano il riconoscimento dello status di rifugiato, il diritto al ricongiungimento familiare e quello alla libera circolazione dei cittadini Ue negli Stati membri. Quello sulla procedura d’asilo, se diventerà effettivo, renderà durissima la vita a chi richiede asilo in Italia. Viene abolita la libera circolazione nel territorio nazionale e dato al prefetto il potere di stabilire il luogo di residenza; inoltre, per molti richiedenti asilo, qualora la loro richiesta in prima istanza abbia dato esito negativo, una effettiva seconda possibilità per ottenere protezione sarà sottoposta alla valutazione del giudice caso per caso. Si prevede inoltre che il migrante, già destinatario di un decreto di espulsione, che presenta domanda di protezione internazionale sia trattenuto nei Centri già definiti di permanenza temporanea e assistenza, la cui denominazione è stata mutata in Centri di identificazione ed espulsione. Tra le modifiche sul ricongiungimento, viene previsto l’esame del Dna [a spese degli interessati] in mancanza di documentazione certificata da competenti autorità straniere per i familiari di cui si chiede il ricongiungimento. Quanto alla circolazione dei cittadini Ue, tra i motivi di «pubblica sicurezza» che consentono l’allontanamento immediato sono indicati la mancata richiesta dell’iscrizione anagrafica o la mancata richiesta della carta di soggiorno nei termini, e viene ampliato il novero dei reati sintomatici della sussistenza dei motivi di pubblica sicurezza, facendo riferimento anche ai reati contro la moralità pubblica e il buon costume.
Il testo approvato sarà proposto ora a un esame informale della Commissione europea prima della definitiva approvazione: per alcune associazioni che si occupano di diritti dei migranti si tratta di una piccola garanzia in conformità della riforma alla normativa comunitaria.

1 agosto 2008

Vicenza: cariche della polizia contro attivisti No dal Molin

Dopo la sentenza del Consiglio di Stanto in migliaia alla fiaccolata dell'indignazione. Il corteo si dirige verso la stazione, manganellate della polizia contro donne e uomini a mani alzate. Ma, nonostante la violenza delle forze dell'ordine, i binari vengono occupati."Bravi, bravi, bravi, bravissimi": è il coro che chiude la manifestazione dei No Dal Molin indirizzato ai poliziotti che, poche decine di minuti prima, non avevano esitato a sferrare manganellate contro donne e giovani a mani alzate.La fiaccolata dell'indignazione, era stata definita la manifestazione di questa sera. Migliaia di persone, tante famiglie con i bambini e i nonni fianco a fianco. Come il 16 gennaio 2007, quando Prodi impose il proprio si alla nuova base statunitense e i vicentini occuparono la stazione ferroviaria dimostrando che la partita non era chiusa. Questa volta l'imposizione viene dal Consiglio di Stato che, con una sentenza che decreta la prevalenza degli interessi militari statunitensi sulla salute e sui diritti dei cittadini, ha annullato la sospensiva del Tar del Veneto. E anche questa volta migliaia di vicentini - almeno 2000 secondo l' agenzia Ansa - si sono diretti verso la stazione ferroviaria per invadere i binari; ma la celere, a differenza di un anno e mezzo fa, si è schierata con scudi e manganelli davanti agli ingressi, determinata ad impedire lo svolgimento dell'azione di protesta."Vi facciamo male", ripeteva un poliziotto sotto il suo casco azzurro; detto fatto: pochi minuti e i manganelli volteggiano sulle teste di quanti, a mani alzate, vogliono difendere il proprio diritto ad essere cittadini e non sudditi. I primi colpi cadono sulle teste delle donne, da sempre protagoniste del movimento che si oppone alla militarizzazione dell'aeroporto vicentino. Le mani alzate non sono bastate ad evitare la violenza di chi è stato mandato a Vicenza per soffocare la democrazia e garantire la realizzazione dei progetti statunitensi.Ma a prevalere, ancora una volta, è la creatività e la determinazione dei tanti vicentini scesi in strada: i binari, infatti, sono stati comunque raggiunti attraverso un cancello secondario situato a cinquanta metri dalla stazione ferroviaria. Treni bloccati e segnale lanciato: noi non ci arrendiamo e resisteremo un minuto in più di chi vuol imporci questa base, anche se di fronte a noi vengono schierati musi duri e manganelli.Il Questore, questa sera, si è assunto la responsabilità di far picchiare donne e uomini a mani alzate; in gioco non è più soltanto il futuro del Dal Molin e la salvaguardia dell'ambiente. La posta in gioco è la democrazia: da una parte l'imposizione, dall'altra la partecipazione. Questa sera ha vinto la seconda.

31 luglio 2008

Lettera della mamma di Renato Biagetti al Pm e al Giudice del Tribunale Minorile di Roma

Pubblichiamo la lettera della madre di Renato Biaggetti, ucciso il 27 agosto 2006 mentre usciva da una dance hall, al Pm e al giudice del tribunale minorile di Roma ed un appello dei compagni di renayo. Oggi, a quasi due anni dall’omicidio, si apre il processo per l’imputato minorenne, il Pm sostiene che Renato sia stato ucciso al termine di «banale diverbio degenerato per futili motivi».


Come madre di Renato Biagetti sento la necessita’ di esprimermi riguardo all’omicidio ed alle accuse con cui il Pm cita in giudizio Amoroso Gioacchino. Io non sento l’esigenza di una giustizia punitiva per il crimine che ha tolto la vita a mio figlio, solo su una cosa non transigo: sulla verità che mi è dovuta e che è dovuta a Renato, che non ha compiuto nessun reato. Di una giustizia menzognera non so che farmene, non mi appartiene se la motivazione sarà ancora ‘morte per rissa avvenuta per futili motivi tra balordi’. Se questa deve essere la modalità per avere giustizia, preferisco che vengano dichiarati entrambi innocenti e mandati liberi! Solo attraverso una oggettiva verità dei fatti si può ottenere una giustizia. Perché io conosco Renato e il suo modo di vivere come nessun altro. Non accetterò mai una lettura di questo evento tragico come un semplice e banale diverbio degenerato per futili motivi! Per tante ragioni: perché Renato non era un rissoso e nella sua vita non ha mai fatto a botte, non ha mai cercato lo scontro fisico con nessuno, ha sempre anteposto al suo il bene del prossimo. Era un ragazzo che ha dedicato la sua giovane vita allo studio, ottenendo sempre ottimi risultati e non riportando mai note disciplinari…potrei allegare tante dichiarazioni dei suoi insegnanti e in special modo da chi lo ha visto come allievo nell’ultimo periodo della sua generosa vita.
E così è stato anche quella notte. Perché Renato Laura e Paolo sono stati aggrediti–mentre stavano tornando a casa dopo una tranquilla serata reggae sul litorale di Focene–da due individui, scesi dalla loro auto già armati di coltelli. Perché quei due armati di coltelli gli sono saltati addosso con violenza inaudita urlando loro di tornarsene a casa perché non erano del luogo. Signor Giudice, Signor Pm chi scende dalla propria auto con coltelli alla mano per aggredire chiunque possa considerare estraneo e diverso, non sta cercando una lite. E’ un aggressore, è un potenziale assassino [come i fatti hanno dimostrato]. Le mani di mio figlio erano bianche, non ha mai impugnato nulla che potesse offendere l’altro, anche nel momento dell’estremo saluto accanto ad un medico del Policlinico Gemelli, notavamo come fossero perfette, senza segni, né escoriazioni. Non è possibile ridurre la violenza di questo atto alla degenerazione tragica di un banale diverbio, perché sarebbe come uccidere mio figlio un’altra volta. Renato ha ricevuto 8 coltellate violentissime e non soltanto Laura e Paolo–che erano direttamente coinvolti–ma anche altri testimoni hanno visto che tutti e due avevano in mano un coltello e che entrambi hanno colpito Renato. Nel giudicare l’imputato di questo processo si deve tener conto delle testimonianze di chi era presente quella notte, di chi era al suo fianco, di chi insieme a Renato è stato aggredito e ha avuto lesioni, per ricostruire l’accaduto in modo corretto senza omettere le responsabilità di entrambi gli assassini.
Vi chiedo, nel processo, di raccontare l’aggressione con oggettiva verità e trarre le conseguenti conclusioni. Lei, giudice, ha in mano uno strumento di comunicazione e di educazione verso i giovani. Gli atti devono raccontare la verità, una verità semplice: che due ragazzi per odio verso l’estraneo, verso il diverso da sé e dal proprio contesto, hanno aggredito e ucciso Renato e ferito Paolo e Laura. La sentenza sulla morte di mio figlio può avere una valenza per altri giovani se viene raccontata negli atti la verità sull’aggressione violenta e devastante che ha subito mio figlio, oso dire scannato come un agnello sacrificale. Per dare un senso alla morte di Renato si deve chiarire quanto siano orribili la sopraffazione e l’uso delle armi, quanto sia terribile non riconocere nell’altro un proprio simile, ma solo un nemico da battere. In tal modo la sua sentenza deve servire a convincere un ragazzo a fermarsi, a riconoscere la supremazia della vita, deve fermarlo prima che una vita ancora sia strappata. Se lei scriverà una sentenza che possa fermare un’altra aggressione, avrà restituito a mio figlio la vera essenza della vita che è l’amore universale o anche semplicemente e non secondariamente la giustizia. Certa di essere compresa la ringrazio e le porgo i più distinti saluti.
Stefania Zuccari


Lettera dei compagni di Renato

Il prossimo 27 agosto saranno 2 anni che una mano fascista ci ha portato via il sorriso e gli occhi di Renato. Tante iniziative in questi 2 anni, frutto della passione di tanti compagni e compagne hanno permesso di realizzare i suoi sogni. Uno di questi è la sala prove e registrazione Renoize attraversata in questi pochi mesi di vita già da tantissimi giovani gruppi musicali e fucina di riflessioni sulle autoproduzioni. Grazie a questo progetto il prossimo 29 agosto ricorderemo Renato attraverso la musica, la sua grande passione, in un concerto in cui si esibiranno Apostoli della strada, Bestie Rare, Rancore, Filippo Gatti, Bobo Rondelli e i 24 Grana e in cui attraverso i suoni, le immagini e le parole racconteremo ancora una volta la verità su cosa accadde quella maledetta notte sul litorale di Focene, quando l’odio per il diverso di due giovani di 17 e 19 anni strappò con 8 coltellate la vita di Renato.Con Renato nel cuore, ma anche per Carlo, Dax, Federico e Nicola che sono Ognuno di Noi. Venerdì 29 agosto dalle 18 alle 24, al Parco della Basilica di San Paolo, Via Ostiense, Roma. Con rabbia e con amore i compagni e le compagne di Renato

29 luglio 2008

Diritti umani. Nieri (Prc) chiede inchiesta sulle violenze contro i rom

«Se la denuncia del commissario Hammarberg, in merito a presunte violenze perpetrate dalle forze dell’ordine contro i rom, trovasse conferma nei fatti, saremmo di fronte ad episodi che ci conducono al di fuori dei confini delle democrazie europee. Di fronte a queste accuse è necessario che sia avviata un’inchiesta amministrativa e giudiziaria». Lo ha detto l’assessore al Bilancio, programmazione economico-finanziaria e partecipazione della Regione Lazio Luigi Nieri [Prc]. «I diritti umani non vanno strumentalizzati ma rispettati e difesi, sempre–sottolinea Nieri–Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ci avverte che nel nostro paese e a Roma sono stati assunti provvedimenti normativi lesivi dei diritti fondamentali degli immigrati e in particolare delle popolazioni rom e sinti. Oggi c’e’ bisogno di una risposta sul terreno dell’accoglienza e dell’integrazione. Che è tutt’altra cosa dagli sgomberi e dalle rimozioni forzate che sembrano essere le uniche e inaccettabili soluzioni che governo e Campidoglio siano in grado di dare».

Diritti umani. Antigone, invita il governo a fermarsi

«I diritti umani sono una cosa seria. Ce lo ha ricordato il commissario del Consiglio d’Europa–dice Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone a proposito della nuova durissima critica dell’Europa all’Italia–In un paese democratico il rispetto degli organismi internazionali avrebbe dovuto indurre i governanti a fermarsi, a lasciar perdere ogni politica repressiva irragionevole nei confronti dei migranti. Dopo le accuse di violenze gratuite da parte delle forze dell’ordine l’unica risposta ragionevole e rispettosa del ruolo sovra-nazionale dell’Alto Commissario per i diritti Umani di Strasburgo avrebbe dovuto essere quella di attivare una inchiesta interna e di dare il via libera a due leggi sacrosante: il difensore civico delle persone private della libertà, cosa che persino Sarkozy ha fatto immediatamente dopo la sua elezione, e l’introduzione del crimine d tortura. Invece no, il nostro governo come ai tempi bui del fascismo si chiude nelle sue certezze illiberali e grida scompostamente contro l’invasore straniero».

Molotov contro sessanta sinti in provincia di Firenze

Una carovana di una sessantina di sinti è stata colpita ieri sera da una bottiglia molotov lanciata da ignoti nella zona industriale di Stabbia, nel Comune di Cerreto Guidi, a Firenze. Intorno alle 22, questa la ricostruzione dei carabinieri di Empoli che indagano sull’episodio, due persone a volto coperto a bordo di una moto hanno lanciato la bottiglia incendiaria contro la carovana composta da una ventina di veicoli, occupati da circa sessanta persone di etnia sinti.

Bolzaneto, i poliziotti restano al loro posto

Nessuna sospensione dal lavoro per i 13 condannati del G8. L´unico "fermato" è stato l´agente condannato per violenza alle prostitute

Non saranno sospesi dal servizio i tredici pubblici ufficiali condannati per i soprusi e le violenze a Bolzaneto, nel carcere provvisorio del G8. Nessuna conseguenza professionale, è probabile al contrario che alcuni di loro possano essere presto promossi. Dieci funzionari e sottufficiali della Polizia di Stato, tre della Penitenziaria. Con gli altri due imputati giudicati colpevoli, due medici genovesi, hanno accumulato in tutto circa 24 anni di reclusione. Ma sono le responsabilità riconosciute dalla terza sezione del tribunale, a lasciare perplessi. Difficile che i medici possano rispondere al proprio Ordine e comunque quello è un discorso a parte. Concentriamoci sui "servitori dello Stato". Un agente della Penitenziaria ha rotto le costole a pugni ad un ragazzo spagnolo. Una sua collega ha preso una giovane e le ha spinto la faccia dentro una turca, urlandole "troia" e "puttana". Un poliziotto ha strappato la mano sinistra ad un no-global, divaricandogli il dito e medio e l´anulare fino a provocargli una ferita di cinque centimetri. Un altro ha preso a calci nella schiena un fermato. Tutti hanno partecipato o comunque non hanno impedito che in quella vergognosa "zona franca" le persone fossero picchiate, minacciate, derise, insultate. Hanno visto ciò che accadeva – come quando con le forbici sono stati tagliati i capelli di una giovane tedesca – ma non hanno fermato i colleghi. E non li hanno riconosciuti nel corso delle indagini. Tutti questi signori, e naturalmente i due funzionari che hanno pagato con una condanna a due anni e quattro mesi, continuano a prestare servizio. La maggior parte di loro nel capoluogo ligure. Come se nulla fosse accaduto. Il prossimo anno, intorno alla primavera, scatterà la prescrizione. Nonostante il preannunciato appello della procura – i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati avevano chiesto la condanna di 44 imputati -, non ci saranno conseguenze penali o altri processi. I condannati, e in solido i ministeri di appartenenza - degli Interni, della Giustizia - pagheranno i risarcimenti in separata sede. Resta lo sconcerto di sapere che investigatori di questo tipo, che non hanno mai ammesso di avere sbagliato, tantomeno hanno chiesto scusa, continueranno a prestare servizio.L´unico ad essere stato sospeso, ma è successo già due anni fa, si chiama Massimo Luigi Pigozzi, quello che ha strappato la mano, condannato a tre anni e due mesi di reclusione: assistente capo della Polizia di Stato, ha dovuto temporaneamente lasciare la divisa nel 2006 – lavora oggi come autista in una pubblica assistenza – dopo essere finito nei guai per presunte violenze sessuali ai danni di due prostitute straniere. Nelle guardine della questura. Per questa vicenda sarà presto rinviato a giudizio. In caso di condanna, perderebbe quasi automaticamente il lavoro.Per gli altri casi, la legge sul pubblico impiego parla chiaro. Se non è stato necessario l´arresto, è a discrezione dell´amministrazione di appartenenza – al momento del rinvio a giudizio del dipendente sotto accusa – un provvedimento di sospensione o meno. Non è mai accaduto con gli imputati di Bolzaneto, e tutto suggerisce che non accadrà mai. Le «scuse» dello Stato, chieste attraverso l´Avvocatura nel corso del dibattimento, appartengono ormai al passato remoto. Quasi come la sentenza, pronunciata solo dieci giorni fa.


Massimo Calandri La Repubblica Genova

28 luglio 2008

Napoli: la polizia carica gruppo di migranti

La polizia ha caricato un un gruppo di migranti , che avevano occupato il duomo di Napoli affinchè venga loro trovata una soluzione abitativa dopo lo sgombero dello stabile nel quale abitavano. Ci sono state delle cariche sul sagrato. Sono stati fermati due immigrati e pare che i due siano stat anche i malmenati. Sul posto sono giunti anche l’ assessore alle politiche sociali del comune di Napoli, Giulio Riccio e l’ assessore provinciale alla Pace, Isadora D’Aimmo. «Gli immigrati, che oggi hanno occupato pacificamente il duomo per chiedere di avere, per un loro diritto, un alloggio dignitoso, sono stati aggrediti e selvaggiamente pestati dalla polizia all’interno della cattedrale", lo ha affermato Giulio Riccio, assessore provinciale alla pace, intervenuto stamattina presso il duomo, occupato da un gruppo di migranti. «Ad essere testimoni del pestaggio, oltre ai passanti, vi sono anche i giornalisti. Questi fatti verranno confermati dai referti medici. Vanno subito individuati e puniti i responsabili» ha concluso. Celeste Ramos, sindacalista della Uil di orgini capoverdine fermato all'interno della cattedrale racconta «Stavo lì con tutti gli altri mentre caricavano. Hanno caricato anche me più di una volta. Sono stata buttata a terra e mi hanno fatto male a una gamba. Poi mi hanno trascinato in una camionetta, mentre io insistevo di poterci andare con le mie gambe. Quando la camionetta è partita hanno cominciato a picchiare un altro ragazzo fermato. A me hanno dato un calcio sulle mani e mi hanno riempita di insulti. Il ragazzo era molto provato. Ora lo stanno portando all’ufficio immigrazione per identificarlo».

24 luglio 2008

Milano: Botte al cingalese, due naziskin arrestati

Un ragazzo cingalese è stato insultato e aggredito da due naziskin ventenni la sera del 7 giugno scorso, ma l'episodio è stato reso noto solo ieri dai Carabinieri. Il giovane, dopo aver mangiato una pizza con i compagni di classe per festeggiare la fine della scuola, è andato al pub con gli amici. Nel locale un gruppo di naziskin ha adocchiato il gruppo che ha poi seguito fuori. Qui sono cominciati pesanti apprezzamenti alle ragazze, poi gli insulti al cingalese con parole come "vattene al tuo Pease" e "marocchino di merda". Poi due del branco hanno aggredito il ragazzo. Dopo esersi fatto medicare il cingalese ha denunciato l'aggressione ai militari dell'Arma che venerdì scorso hanno individuato e fermato i presunti responsabili, noti alle forze dell'ordine per precedenti episodi di violenza ai danni dei filippini

23 luglio 2008

Approvato decreto sicurezza

Con 161 voti a favore, 120 contrari ed 8 astenuti l’Aula del Senato ha approvato in via definitiva il decreto sulla sicurezza pubblica. A favore del provvedimento hanno votato il Pdl, la Lega Nord, l’ Mpa, contrari Pd, Idv, astenuto l’Udc.
«Con quest’ultimo provvedimento l’Italia si discosta sempre di più dalla realtà degli altri Paesi europei – dice Vittorio Agnoletto, eurodeputato di Rifondazione comunista/Sinistra europea–Con l’aggravante della clandestinità, si sancisce di fatto che i cittadini non sono uguali di fronte alla legge: a parità di reato, un immigrato irregolare avrà una pena maggiore di un terzo rispetto a un italiano. È un principio anticostituzionale, come già denunciato da noti giuristi, e sicuramente in contrasto con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. E infatti, su questo specifico punto, presenterò un’interrogazione alla Commissione Europea. Come se non bastasse, mentre da una parte si sancisce l’ineguaglianza di fronte alla legge per i clandestini, dall’altra si varano provvedimenti che vanno a tutelare le quattro più alte cariche dello Stato. Come dire che in Italia esistono ufficialmente e per legge cittadini di serie A e cittadini di serie B! Le decisioni del centrodestra ci porteranno a subire sempre più le critiche degli altri Paesi dell’Unione. Anche la scelta di mandare l’esercito nelle città non potrà che suscitare quanto meno la curiosità dell’opinione pubblica europea: penseranno che in Italia c’è una guerra civile in corso, anche se nessuno se n’è accorto…» conclude ironicamente Agnoletto.



Roma, aggredita giovane lesbicanella Gay Street di San Giovanni

La ragazza rientrava a casa dal lavoro quando è stata colpita alle spalleArcigay: "Colpito luogo simbolo della comunità omosessuale romana

Le hanno gridato "lesbica di m..." e poi l'hanno inseguita e colpita con dei calci. E' successo domenica notte a una ragazza di 20 anni, aggredita a Roma perchè lesbica. Lo denuncia Arcigay Roma. La giovane, collaboratrice di Coming Out, storico bar omosessuale romano e cuore della Gay Street di via di San Giovanni in Laterano, stava tornando a casa dal lavoro quando è stata afferrata alle spalle, insultata e colpita, riportando contusioni su varie parti del corpo. (continua)

21 luglio 2008

G8-2001: Il Guardian: «La polizia italiana è fascista»

Il quotidiano inglese commenta i processi per Diaz e Bolzaneto. Riproponiamo il commento sulla presa di posizione dell'organo di stampa britannico. La traduzione italiana dell'articolo è stata pubblicata dal settimanale Carta


Era poco prima di mezzanotte quando il primo agente di polizia colpì Mark Covell con una manganellata sul braccio sinistro. Covell fece del suo meglio per gridare, in italiano, di essere un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato da agenti in tenuta antisommossa che lo colpivano con i manganelli. Per qualche secondo, è riuscito a rimanere in piedi, fino a quando un colpo sul ginocchio non lo ha gettato sul pavimento. A faccia in giù nell’oscurità, escoriato e spaventato, si rendeva conto di avere agenti tutt’intorno, che si stavano ammassando per attaccare gli edfici delle scuole Diaz e Pertini, dove 93 manifestanti si erano accampati per passare la notte. (continua)

Genova 2008: Centinaia di persone in piazza, mentre l'altoparlante diffonde la voce di Carlo

Centinaia di persone in piazza, mentre l'altoparlante diffonde la voce di Carloil corteo.In una registrazione del 1995, il ragazzo ucciso nei giorni del G8 legge alcune lettere di condannati a morte della Resistenza Genova. Riemerge, da una registrazione del 1995, la voce di Carlo Giuliani, allora un ragazzino di 17 anni, che legge le lettere di alcuni condannati a morte della Resistenza. Torna a parlare, a pochi metri dal punto in cui cadde ucciso dalla pallottola del carabiniere Placanica, la vittima-simbolo di quello sciagurato G8 genovese. Parla di libertà, democrazia, patria, coraggio, con queste parole si congedarono dalla vita i partigiani Walter Fillak, Valerio Bavassano, Sergio Piombelli. Alcuni di loro avevano la stessa età di Carlo quando morì: 23 anni. Don Andrea Gallo sta accanto a Giuliano e Haidi Giuliani, i genitori di Carlo, il "toscano" fumigante sotto il Borsalino nero come l'ala del corvo. Agguanta il microfono e dice: «Carlo ha parteggiato dalla parte giusta. Nelle lettere che ha letto c'è il grido di libertà e di giustizia che io, a 17 anni, ascoltai quando rinacque la democrazia in Italia che e oggi riascolto. La democrazia va riconquistata. C'è una nuova primavera e anche questo è un dono di Carlo». La piazza applaude, don Gallo cita «la grande trappola» preparata per il G8 del 2001, evoca «il desiderio di verità», andato deluso. Il carabiniere Placanica, che esplose il colpo mortale, se l'è cavata: usò legittimamente la sua pistola.«Il potere non è forte, è fortissimo, ma Carlo, se fosse qui, griderebbe: "Su la testa! Tutti!". Il grande male dell'Italia è l'indifferenza». Un migliaio di persone hanno camminato fino a piazza Alimonda, attraversando la città distratta e semideserta, nell'uggioso pomeriggio soffocato dallo scirocco. È un happening appena velato di tristezza, si mangia panini e si beve il vino del circolo Terra e Libertà/Critical Wine.Haidi Giuliani come il marito indossa la maglietta nera con la scritta "clandestino". Invita la folla a compilare la scheda preparata dall'Associazione Piazza Carlo Giuliani Onlus, apponendovi l'impronta del dito pollice sinistro. «Prendetevi le nostre impronte e non toccate i bambini e le bambine rom e sinti", ci sta scritto sopra. Saranno quasi trecento le schede riempite, le consegneranno al prefetto. Non a caso l'orchestrina che strimpella è composta da musicisti rom. «La sinistra? - sospira la signora - Dipende da che cosa si intende. Io continuo ad incontrare gente come me, gente di sinistra». Il comico Andrea Rivera imperversa. «Don Gallo, don Puglisi, padre Zanottelli. Questa è la mia Chiesa, non la Chiesa della Cei». Applausi. Mischiati alla folla ci sono Nando Dalla Chiesa, Russo Spena e l'ex ministro Ferrero."Carlo vive. I morti siete voi" sta scritto sullo striscione che apre il corteo. Lo depongono nel punto esatto dell'asfalto dove Carlo venne abbattuto. Vittorio Agnoletto nel 2001 era portavoce del Genoa Social Forum, ora è parlamentare europeo. Dice che una verità giudiziaria è stata raggiunta, sebbene la sentenza sulla Diaz sia «insoddisfacente». «Tramite il Secolo XIX rivolgo un appello al presidente Napolitano. Lo Stato deve scusarsi con i cittadini per ciò che i suoi rappresentanti in divisa hanno compiuto al G8 di Genova. Tocca a lui farlo, come rappresentante di tutti gli italiani». Agnoletto ha letto le rivelazioni sugli agenti americani con licenza di sparare al G8 genovese. «Berlusconi dica se intende rinunciare alla sovranità nazionale, durante il G8 del 2009, in Italia».


fonte il secolo XIX


Rassegna stampa 19 luglio 2008
LIBERAZIONE - Genova, la memoria resistente. Ma nel futuro chi l’ascolterà?
IL MANIFESTO - La notte di Bolzaneto
IL GIORNALE - G8, i no global scippano piazza Alimonda ai poliziotti

Rassegna stampa - 20 luglio 2008
LA REPUBBLICA - "Genova, al G8 agenti Usa pronti a sparare" - Da sette anni nel luogo dell´omicidio - "Inferno Bolzaneto" 31 storie dall´orrore
IL SECOLO XIX - Corteo, mostra e convegno in memoria di Carlo Giuliani
IL MANIFESTO - Movimento latino alla genovese - A piazza Alimonda, sette anni dopo
LIBERAZIONE - Il 20 luglio di sei anni fa il delitto, impunito, ad opera dei carabinieri

Rassegna stampa - 21 luglio 2008
LA REPUBBLICA - G8, l´abbraccio della Vincenzi - "Fece sparire le false molotov della Diaz" Genova, un altro poliziotto sotto accusa - "Mamma, scusa", in piazza la voce di Carlo
IL SECOLO XIX - «G8, Genova volta pagina» - - Un passo per non vedere lo Stato come un nemico

17 luglio 2008

G8 Genova: Assalto alla scuola Diaz. Il Pm chiede 28 condanne e 1 assoluzione

I pm hanno chiesto 28 condanne e una assoluzione nei confronti dei poliziotti imputati nel processo per i fatti della Diaz al G8 di Genova. Le richieste variano da cinque anni a tre mesi di reclusione. La pena più alta (5 anni) è stata chiesta per Pietro Troiani, accusato di aver portato le due molotov nella scuola. Per i vertici della Ps Francesco Gratteri (Antiterrorismo) e Giovanni Luperi (Servizi Segreti), i pm hanno chiesto 4 anni e 6 mesi ciascuno per le accuse di falso ideologico, calunnia e arresto illegale. Complessivamente le richieste di condanna ammontano a 109 anni e 9 mesi. Richiesta di condanna di 4 anni e 6 mesi è stata avanzata per Vincenzo Canterini, all' epoca comandante del I Reparto Mobile di Roma, per Gilberto Caldarozzi, all'epoca vice direttore dello Sco, per Filippo Ferri, dirigente della squadra mobile della Spezia, Massimiliano Di Bernardini, romano, vice questore aggiunto, Fabio Ciccimarra, vice questore aggiunto, napoletano, Nando Dominici, capo della squadra mobile di Genova, Spartaco Mortola, dirigente all'epoca della Digos di Genova e Carlo Di Sarro vice questore aggiunto presso la Digos di Genova. Per il vice di Canterini, Michelangelo Fournier, i pm hanno chiesto 3 anni e 6 mesi. Per l'agente scelto Massimo Nucera e il suo superiore Maurizio Panzieri, che avallò nel verbale il finto accoltellamento, i pm hanno chiesto 4 anni di reclusione a testa. Quattro anni di reclusione sono stati chiesti inoltre per il commissario capo Salvatore Gava, l'ispettore Massimo Mazzoni (Sco), il sovrintendente Renzo Cerchi e l'ispettore superiore Davide Di Novi. Stessa pena è stata chiesta per Michele Burgio, autista di Troiani, il poliziotto che portò le molotov alla scuola Diaz a bordo del Magnum della polizia. Per gli otto capisquadra del I Reparto mobile di Roma, Basili, Tucci, Lucaroni, Zaccaria, Cenni, Ledoti, Stranieri e Compagnone, al comando di Vincenzo Canterini, secondo l'accusa responsabili di non aver impedito i pestaggi dei no global, il pm ha chiesto 3 anni e 6 mesi di reclusione. Per Luigi Fazio, sovrintendente Ps, accusato di percosse, i pm hanno chiesto tre mesi di reclusione. L'assoluzione invece è stata chiesta per il commissario Alfredo Fabbrocini, accusato di perquisizione arbitraria, violenza privata, danneggiamenti e peculato nell' ambito dell' irruzione nella scuola Pascoli.

fonte: Ansa
Rassegna stampa - 17 luglio 2008
IL SECOLO XIX - Irruzione alla Diaz oggi le richieste dei pm

Carceri: 11mila detenuti in esubero

Le carceri italiane hanno un esubero di 11mila detenuti. Negli ultimi sei mesi la popolazione carceraria italiana e' aumentata di quasi 6mila unita' e il numero dei posti letto regolamentari e' stato ampiamente superato: nelle carceri sono rinchiuse 54.605 persone invece di 42.890. Sono i dati contenuti nel V rapporto sulla condizione della detenzione nelle carceri italiane presentato oggi a Roma dall'associazione Antigone

16 luglio 2008

Processo Aldrovandi: C'é ancora chi dice che Aldro morì di morfina

Si è tenuta il 15 luglio la diciassettesima udienza del processo Aldrovandi
In aula si confrontano le perizie e gli esami autoptici fatti sul corpo del ragazzo, molti elementi indicano che la morta fu dovuta all'asfissia causata dall'ammanettamento a terra da parte dei poliziotti imputati e dalla pressione sul torace. Una tossicologa ritiene però i (bassi) livelli di stupefacenti nel sangue potenzialmente letali.



La tossicologa Francesca Righini ricorda i risultati delle analisi sul sangue di Aldro: rilevò 0,4 mg/l di alcol, 0,36 mg/l di morfina e 0,04 mg/l di ketamina. "La morfina è un deprimente, la ketamina eccitante. Si compensano a vicenda." Di simile avviso l'anestesiologa Elsa Margaria "L'effetto delle sostanze assunte è di narcotismo, sonnolenza: sicuramente non si va in giro di mattina a dare calci". Insomma, le droghe non causarono né la morte uno stato di agitazione, anche l'alcol era in un "tasso che consentiva di guidare". La Margaria ha anche confermato di ritenere la causa di morte più probabile un'insufficienza respiratoria acuta, dovuta alla posizione prona del ragazzo e dalla pressione sul torace. Che quest'ultima possa essere stata determinate è ammesso anche da Stefano Malaguti,assistente del medico legale che fece la prima autopsia, che però ipotizza una concausa nel decesso nell'assunzione di morfina, che indebolendo "i centri del respiro" avrebbe potuto ridurre l'apporto di ossigeno al cuore causando un'ischemia.Un'altra giovane tossicologa, coinvolta nelle prime indagini sul caso, Eleonora Lumare, controbatte invece che i livelli di morfina sarebbero stati tali da non escludere un'overdose, e cita un articolo scientifico del 1997 che smentirebbe simili problemi respiratori dovuti a pesi che gravano sul torace. L'Avvocato di parte civile, Fabio Anselmo, contesta però l'interpretazione che la Lumare propone di detto articolo.Si continua il 18 settembre.
fonte: www.zic.it

15 luglio 2008

G8-2001 / Bolzaneto, una pagina nerissima

Le prime reazioni del Comitato verità e giustizia per Genova alla sentenza del processo per i fatti di Bolzaneto: "L'Italia è ancora una democrazia?".


Un dato è certo: violenze e torture da parte di poliziotti e personale medico a Balzaneto, durante il G8 nel luglio 2001 sono avvenute, anche se la sentenza emessa dalla magistratura genovese ha accertato solo specifici episodi. Ma un altro dato emerge dalla sentenza: la violazione dei diritti umani per i giudici di Genova è un reato lieve destinato alla prescrizione. E’ pur vero che in questi anni il parlamento è stato incapace di approvare una legge sulla tortura, ma quello che si è accertato dalla requisitoria dei PM è che a Balzaneto furono commessi violenze inaccettabili. Da parte nostra, a partire dagli appuntamenti del prossimo fine settimana a Genova, continueremo a lavorare affinché vada messa sotto accusa l'intera catena di comando che ha pianificato e realizzato la repressione al G8 di Genova. Le 15 flebili condanne andranno anche in prescrizione, ma le responsabilità politiche possono e devono essere individuate, perchè i protagonisti, a partire dall'allora capo della polizia Gianni De Gennaro, sono tuttora ai vertici delle istituzioni. Non esiste alcuna possibilità che le violenze poliziesche di piazza, che hanno portato all'uccisione di Carlo Giuliani e all'aggressione a migliaia di manifestanti, così come le torture e i pestaggi a Bolzaneto e alla scuola Diaz possano essere frutto di iniziative casuali e spontanee da parte di singoli. La mancata istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta anche da parte di un governo di centrosinistra, pesa come un macigno sull'isolamento in cui la magistratura genovese è stata lasciata nella ricerca della verità e della giustizia sui fatti del G8.

Italo Di Sabato – responsabile naz.le Osservatorio sulla Repressione PRC/SE
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Un totale di "soli" 24 anni di pene per i maltrattamenti fisici e morali inflitti ai detenuti nella caserma di Bolzaneto è certamente poco, ma intanto il tribunale ha condannato 15 persone, fra agenti e personale sanitario, confermando che in quella caserma è stata scritta una delle pagine più nere nella storia recente delle nostre forze dell'ordine. Quel che emerge e spaventa è come il nostro paese considera le violazioni dei diritti fondamentali: un reato lieve e destinato alla prescrizione per i tribunali, niente di rilevante per la politica, incapace in questi anni di approvare una legge sulla tortura e di sospendere dal servizio i funzionari (spesso addirittura promossi!) imputati nei processi seguiti al G8 di Genova. A Bolzaneto furono commessi abusi inaccettabili: i maltrattamenti dei detenuti sono del tutto incompatibili con una democrazia. In questi anni è stato favorito in modo irresponsabile un clima di impunità. Alle forze politiche e al parlamento chiediamo: l'Italia è ancora una democrazia?

Lorenzo Guadagnucci - Enrica Bartesaghi

G8, a Bolzaneto per i magistrati non fu tortura. Solo 15 condannati, trenta assolti

Sette anni dopo i fatti di Genova, il verdetto del tribunale: chiesti 80 anni, condannati 24Tra indulto e prescrizione, nessuno in prigione. I ministeri dovranno risarcire i danni G8, a Bolzaneto non fu tortura. Solo 15 condannati, trenta assolti.
La Procura: "Qualcosa di grave nella caserma è successo. Mai più fatti del genere"

A sette anni dalle violente nel "carcere provvisorio" di Bolzaneto, i giudici di Genova pronunciano la sentenza contro i 44 ufficiali, guardie carcerarie e medici imputati di aver sottoposto a sevizie più di duecento no global. Dopo dieci ore di camera di consiglio, il verdetto cancella l'ipotesi di crudeltà e tortura sostenuta dalla Procura. Assolve trenta imputati, ne condanna solo 15. Contro una richiesta di poco meno di 80 anni di reclusione, i giudici ne hanno inflitto solo 24 e, grazie alla prescrizione e all'indulto, nessuno dei condannati finirà in galera. (continua)

11 luglio 2008

Bologna: 14 attivisti dei centri sociali bolognesi denunciati per il presidio antifascista all'XM24

Sono attivisti di Xm24, Tpo, Crash e Cua. A loro carico l'accusa di manifestazione non autorizzata, lancio di oggetti e ingiurie.

Quattordici attivisti dei centri sociali bolognesi sono stati denunciati per manifestazione non autorizzata, lancio di oggetti e ingiurie, per il presidio antifascista che si è tenuto sabato 5 luglio , dalle 8 alle 13, davanti al centro sociale XM24 di via Fioravanti a Bologna.La manifestazione era stata indetta contro la provocazione del consigliere comunale di Alleanza Nazionale Galeazzo Bignami che aveva deciso, insieme a un manipolo di suoi accoliti, di tenere un banchetto per una raccolta di firme contro XM24, davanti al portone di ingersso del centro sociale stesso.La Questura di Bologna ha dunque denunciato 14 membri XM24, Tpo, Crash e Collettivo universitario autonomo per manifestazione autorizzata. Dodici di loro dovranno rispondere anche di violenza privata e lancio pericoloso di oggetti, mentre 3 anche del reato di ingiuria.
fonte: www.zic.it

Proteste e lenzuola in fiamme al Cpt milanese di via Corelli

Notte agitata nel Centro di permanenza temporanea per immigrati irregolari. Durante la contestazione, presidio no global all'esterno della struttura

Urla, strepiti e qualche lenzuolo dato alle fiamme, ma alla fine tutto si è risolto senza grandi problemi. E' questo il bilancio di una protesta, scoppiata la scorsa notte al Centro di permanenza temporanea (Cpt) di via Corelli, a Milano. Il tutto mentre all'esterno della struttura dove sono rinchiusi i cittadini extracomunitari in attesa di espulsione si svolgeva un presidio di no global. La contestazione è scattata verso l'1.30 quando un "viado" ha chiesto di essere visitato dai sanitari della Croce Rossa in servizio all'interno del Cpt, senza ottenere però soddisfazione. Dopo gli accertamenti, i medici hanno spiegato infatti di non aver rilevato patologie significative, scatenando la rabbia del paziente e di altri detenuti. Gli immigrati hanno dato fuoco a quello che si trovava nelle salette adiacenti agli alloggi e, probabilmente via telefonino, hanno avvisato alcuni esponenti dell'area antagonista, accorsi a sostenere la protesta dall'esterno. Subito sono intervenuti gli agenti e i vigili del fuoco e la situazione si è normalizzata verso le 4.30, mentre la manifestazione di solidarietà si era conclusa circa un'ora prima.


10 luglio 2008

Continua lo sciopero nel Cpt di Milano, esplode l'esasperazione a Roma

La prima scintilla della protesta è stata una piccola rivolta scoppiata nel Cpt di via Corelli a Milano il primo luglio. I detenuti hanno divelto panche e telecamere e rotto alcuni vetri per protestare contro le condizioni nelle quali sono costretti a vivere. La rivolta – non certo la prima, dato che una situazione simile si era già prodotta nel 2005–è scoppiata in seguito alla protesta di un recluso di origini egiziane che chiedeva l’accelerazione della procedura di espulsione a suo carico, data l’invivibilità della situazione dentro il Cpt. Da sabato 5, invece, i detenuti e le detenute di via Corelli sono in sciopero della fame. E intendono proseguire la protesta a oltranza, per rivendicare la propria liberazione dal centro di detenzione e per denunciare le condizioni di vita all’interno del centro: vitto scarso e scadente, continue espulsioni, condizioni igieniche pessime, intimidazioni e maltrattamenti da parte della polizia e mancanza di cure mediche, in particolare per i detenuti sieropositivi. Nonché reazioni rabbiose da parte della polizia e degli operatori della Croce rossa ogni volta che i detenuti denunciano questa situazione. La protesta dei reclusi di via Corelli è sostenuta dall’esterno dal Comitato antirazzista di Milano, a cui si sono affiancati altri gruppi a Torino e Bologna. (continua)

Marijuana. La Cassazione assolve un rasta: l'uso è religioso

Non va condannato l’adepto rasta sorpreso con una busta di marijuana: la sua religione, infatti, impone l’uso quotidiano di «erba sacra» da consumare da soli fino a 10 grammi al giorno. Lo si evince da una sentenza della Cassazione, con la quale è stata annullata la condanna a un anno e 4 mesi di reclusione inflitta dalla Corte d’appello di Perugia ad un 44enne per illecita detenzione al fine di spaccio di marijuana. L’imputato, trovato in possesso di quasi un etto di erba, da cui potevano essere ricavati 70 spinelli, aveva presentato ricorso alla Suprema Corte, spiegando che, data la sua religione, era giustificata la detenzione della sostanza e la conferma che fosse destinata solo ad uso personale. I giudici hanno accolto il ricorso: «Non sfugge infatti che, secondo le notizie relative alle caratteristiche comportamentali degli adepti di tale religione di origine ebraica–si legge nella sentenza n. 28720–la marijuana non è utilizzata solo come erba medicinale, ma anche come ‘erba meditativa’, come tale possibile apportatrice dello stato psicofisico inteso alla contemplazione nella preghiera, nel ricordo e nella credenza che ’l’erba sacra’ sia cresciuta sulla tomba di re Salomone, chiamato il Re saggio, e da esso ne tragga la forza, come si evince da notizie di testi che indicano le caratteristiche di detta religione". I giudici della Corte d’appello, secondo la Cassazione, non hanno «operato una logica ricostruzione del fatto», essendo «pacifico» che fu proprio l’imputato a consegnare spontaneamente ai carabinieri una busta contenente marijuana non preconfezionata, precisando subito che il possesso dell’erba era «da lui destinato ad esclusivo uso personale, secondo la pratica della religione rastafariana di cui si era detto adepto».

Appello per la solidarietà ai manifestanti contro il G8 in Giappone

Gli arrestati sono ancora in prigione e rischiano anni di prigione
Organizzatori locali rischiano di venire arrestati

Gli amici e le famiglie delle persone arrestate e degli organizzatori rischiano intimidazioni e perquisizioni da parte della polizia

Attivisti e organizzatori stanno chiedendo a gruppi e individui di telefonare, mandare mail e protestare alle ambasciate giapponesi contro gli ingiusti arresti, le detenzioni, le deportazioni, e la repressione che stanno avvenendo intorno alle mobilitazioni contro il G8 in Giappone.

La polizia giapponese continua la repressione contro i manifestanti. Questo fa parte di una crescente tendenza alla soppressione dei diritti umani in Giappone. La manifestazione del 5 Luglio di circa 5000 persone è stata delimitata e spesso accerchiata da diverse migliaia di poliziotti in pieno assetto antiguerriglia. Almeno quattro persone - fra cui un reporter della Reuters - sono state arrestate. Durante uno degli arresti, la polizia ha spaccato il vetro di un furgone con a bordo un sound system, trascinando fuori a forza l'autista. Ore dopo che la dimostrazione era finita, il team legale aveva già ricevuto numerosi report circa la cattiva condotta della polizia.Questa ultima azione arriva dopo settimane di attività repressive da parte della polizia e del governo. In giro per il Giappone numerosi attivisti sono stati arrestati alle manifestazioni e nelle loro case, spesso su accuse "tecniche", come non aver notificato un cambio di residenza. Palese sorveglianza di attivisti, studenti e reporter è stata portata avanti per mesi, e nei confronti di alcuni attivisti per anni. I partecipanti a una conferenza internazionale e dei dimostranti sono stati interrogati per ore al confine e a molti è stato negato l'ingresso nel paese senza spiegazioni. Il team legale considera questo come una violazione del diritto delle persone nello scambiarsi idee."Quello che abbiamo osservato nelle strade di Sapporo fa parte di una continua e sempre più grande campagna di soppressione del movimento per una reale democrazia in Giappone," ha detto Marina Sitrin, professore e membro della Lega Nazionale degli Avvocati, una organizzazione umanitaria statunitense che fa parte del No! G8 Legal Team."Siamo rimasti sorpresi dall'eccessiva forza usata dalla polizia durante la manifestazione di oggi, " ha detto Ko Watari, di WATCH, una rete di legali Giapponese creata per documentare la cattiva condotta tenuta dalla polizia e dal governo giapponese durante le proteste contro il G8. "E' stata una manifestazione non violenta dove non ci sono stati atti contro la proprietà o contro le persone, e nemmeno ci sono stati tentativi di scatenare azioni violente." Il cameraman della Reuters che è stato arrestato si trovava su un marciapiedi quando è stato afferrato da poliziotti in borghese; la videocamera gli è stata sequestrata e non gli è stata riconsegnata. L'arresto del guidatore del furgone è avvenuto poco dopo. Le riprese di questo arresto mostrano l'autista che grida in preda al panico quando la polizia lo trascina fuori dal camion mentre un piede rimane impigliato al volante.I manifestanti stanno organizzando vari eventi per i prossimi giorni del summit, fra il 7 e il 9 Luglio. Il No! G8 Legal Team presterà grande attenzione al comportamento della polizia e del governo. "I leader dei movementi per il lavoro e dei movimenti per la pace temono di venire arrestati per l'organizzazione di queste proteste, temono perquisizioni e interrogatori ai loro famigliari", dice Dan Spalding, vicepresidente della Lega Nazionale degli Avvocati.La legge giapponese permette alla polizia di trattenere e interrogare i sospetti nelle stazioni di polizia per 23 giorni senza prove formali. La polizia può interrogare i sospetti fino a 12 ore di seguito. I fermati possono venire costretti a stare in ginocchio per tutto il tempo che stanno svegli, senza possibilità di muoversi o di andare al bagno senza chiedere il permesso. E il permesso non sempre viene concesso."Consideriamo molto seriamente gli arresti, e le caratteristiche della procedura, come i 23 giorni di detenzione, l'assenza di avvocati durante gli interrogatori, la violenza fisica, la mancanza di cure mediceh, la paura di coinvolgere gli amici, la famiglia e i compagni. E' anche la rabbia e il senso di paura che creano ulteriori danni. E' l'umiliazione del non essere in grado di prendersi cura di sè stessi." Commenta Gen, un partecipante alle proteste contro il G8."Sono personalmente grato agli attivisti di tutto il mondo per la loro presenza. Lo spirito e le esperienze, i livelli di militanza che portano, solo per essere qui in solidarietà. Soprattutti è un'esperienza energizzante, e siamo molto entusiasti. Sono grato per la vostra presenza e il vostro supporto. E' questo quello che le autorità hanno cercato di prevenire mediante la repressione. La solidarietà internazionale e le pressioni adesso ci porteranno a un altro livello."

* Le pressioni internazionali possono prevenire l'arresto di altre persone.

* Per favore telefonate, mandate fax e visitare il consolato o l'ambasciata Giapponese del vostro paese. Chiedete di parlare con il console o l'ambasciatore.

* Fate richiesta formale di far rispettare i diritti umani alle autorità giapponesi. I consolati sono tenuti a fare rapporto al loro paese circa tutte le questioni riguardanti i diritti umani se richiesto formalmente.


Link al video circa il brutale arresto dell'autista del furgone con il sound system: http://www.youtube.com/watch?v=frfl_qdi2Y8

G8 2001. il pm: la coltellata fu inventata e il blitz nella sede del Gsf fu abusivo

La coltellata all'agente fu un'invenzione del celerino che disse di essere stato aggredito. E non fu certo un errore l'irruzione nel quartier generale del Genoa social forum di fronte alla Diaz. Il pm Francesco Cardona Albini parla con calma, senza enfasi alcuna. Ma anche senza alcuna ambiguità. E le versioni ufficiali sulla mattanza cilena nel dormitorio dei no global si sgretolano con l'avanzare della requisitoria. Ieri la terza udienza nell'aula bunker del Palazzo di Giustizia di Genova.
E i tempi della richiesta delle pene, tant'è la minuziosità della ricostruzione, slittano ancora. Non prima di mercoledì prossimo sarà possibile ascoltare le conclusioni della pubblica accusa nel procedimento che vede indagati a vario titolo 29 funzionari, anche alti, della polizia di stato imputati per le violenze e gli abusi che sfociarono nell'arresto illegittimo di 93 persone (62 delle quali gravemente ferite) da esibire a un'opinione pubblica imbarazzata dall'inerzia mostrata con le scorrerie dei cosiddetti black bloc.
Era la notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001. Ieri Cardona Albini ha rifatto la storia delle perizie sul giubbotto del celerino "accoltellato" e ha ricostruito l'irruzione nella scuola di fronte a quella del massacro. A caldo, l'agente, sostenuto da numerose testimonianze di colleghi, disse di essersi beccato un solo fendente. I Ris di Roma lo avrebbero smentito dicendo che c'era più di un taglio. Così il poliziotto cambiò versione ma i testimoni diretti si volatizzeranno trasformandosi in fonti indirette.
E i tagli sul giubbotto non corrisponderebbero a quelli sul corpetto sottostante. Per il pm si sarebbe inventato tutto, anche se uno dei difensori, in corridoio, prova a dire che quell'agente è un «semplice, uno incapace di mentire». Il pm non sembra avere dubbi: che sia «per un'intesa istantanea coi suoi superiori, o per un'adesione spontanea, fu una simulazione» e la versione ufficiale è «colma di incongruenze». Per esempio, nulla fu tentato per identificare l'aggressore. Insomma, la simulazione «serviva a dimostrare che ci fu una qualche resistenza armata», e il suo «recepimento acritico fu funzionale all'economia dell'operazione». E chi, più del VII nucleo della Celere, i Canterini boys, aveva «esigenza di dare conto della sproporzione tra aggressori e aggrediti»? Fu una «mossa istintiva e una poco ragionata risposta a quanto accaduto, prima attività di falsa rappresentazione generata dalla consapevolezza del danno, anche per giustificare i vertici».
Pure l'irruzione alla Pascoli, l'edificio di fronte, fu «funzionale all'operazione in corso alla Diaz. Non foss'altro che per impedire che dal media center si capisse tutto ciò che stava succedendo. Non potevano non sapere, almeno i capi dei 59 agenti che presero parte al blitz, che quella era la sede del Gsf. Fu anche staccata la spina di Radio Gap, è stato ricordato, nell'irruzione «determinata, che travolse agevolmente le barriere rudimentali messe per frenare l'irruenza delle guardie, con iniziale uso di manganelli».
La gente fu costretta faccia a terra o al muro, mani dietro la nuca, in ginocchio o seduta dagli uomini delle squadre mobili di Genova, Roma e Nuoro (con la pettorina), uomini dell'anticrimine (con divisa atlantica) pochi minuti dopo l'irruzione alla Diaz (per questo non regge la tesi dell'errore) mentre altri in borghese arraffavano o distruggevano quello che capitava: floppy disc, macchine fotografiche, telefonini, pezzi di computer, maschere antigas. La tensione si allenterà, in un'«atmosfera surreale», solo quando si materializzerà al 2° piano l'europarlamentare del Prc Luisa Morgantini e, dopo di lei, la deputata Prc Graziella Mascia e una troupe del Tg3 tanto che l'economista filippino, Walden Bello, era euforico quando esclamava con le mani ancora alzate: «Prensa! Prensa!».
Testimoni e video «consolidano il quadro investigativo» con «consistenti riscontri», secondo la pubblica accusa che spiegherà anche l'irruzione nella stanza dei legali da cui furono trafugati computer e liste cartacee. Durò almeno mezz'ora. Troppo davvero per avallare la tesi difensiva dell'errore. Non c'era sospetto della presenza di armi, non c'era alcun mandato: per il pm l'«abusività era evidente» come pure la «piena consapevolezza di un'operazione in parallelo con quella nell'altra scuola» «anche al fine di impedire di documentare quello che accadeva alla Diaz». E il catalogo dei reati è impressionante: perquisizione arbitraria, violenza privata, danneggiamenti dolosi aggravati, appropriazione indebita a seguito di danneggiamenti, peculato. Il materiale processuale è «significativo», s'è detto. «Purtroppo questo è successo».

Checchino Antonini
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