2 aprile 2008

Sgomberi a Milano,200 rom senza casa

Raso al suolo il campo rom della Bovisasca a Milano e abbattuta la baraccopoli, messa in piedi in fretta e furia, in via Porretta. Il risultato finale dei due interventi delle forze dell'ordine è di quasi 190 baracche abbattute e circa 200 rom che non hanno più un tetto. Ancora adesso non si sa in quali rifugi di fortuna passeranno la notte i nomadi, diversi i bambini, allontanati dalle aree dismesse. L'operazione delle foze dell'ordine è scattata alle 7 di mattina, in Bovisasca sono state 150 le baracche abbattute e 60 le persone controllate. Poche ore più tardi, a poche centinaia di metri in linea d'aria, si è ricreata una nuova baraccoli, 35 in tutto le case di cartone e lamiera, smantellata dalle ruspe. Una nuova "bidonville" dalla quale sono stati allontanati 130 rom, 8 accompagnati in Questura perchè privi di documenti. I rom si sono allontanati a piedi portando, con passeggini e biciclette, tutti i loro averi. A seguirli a bordo di alcune auto altri connazionali, che si sono trasformati in "ditte per trasloco" fino alla nuova area dismessa o al campo "regolare" del Triboniano dove alcuni sfollati hanno fatto sosta dai parenti.

Firenze. Dopo i lavavetri, stop ai mendicanti

Il Comune di Firenze dice basta ai mendicanti che chiedono l’elemosina, sdraiati sul marciapiedi perché causerebbero pericoli ai pedoni e al traffico. Lo ha annunciato l’assessore comunale alla sicurezza di Palazzo Vecchio, Graziano Cioni, l’ideatore, la scorsa estate, della tanto contestata ordinanza contro i lavavetri (che sono spariti dalla città). In particolare gli amministratori di Palazzo Vecchio stanno studiando una bozza di nuovo regolamento della polizia municipale per arginare il fenomeno dopo che, nei giorni scorsi, una signora non vedente è caduta inciampando contro un mendicante. “L’accattonaggio non è un reato–ha spiegato Cioni–ma i mendicanti distesi per terra costituiscono un grave ostacolo. Per questo stiamo pensando a un regolamento della polizia municipale che preveda anche nuove norme sul fenomeno e che dovrà poi essere approvato dal Consiglio comunale. Vedere quei mendicanti stesi tutto il giorno sui marciapiedi fa pensare quantomeno a uno sfruttamento ignobile”. Cioni ha anche spiegato che sono allo studio anche altre misure di “convivenza civile”, come quella che potrebbe proibire ai turisti di toccare la porta del Battistero.

1 aprile 2008

Genova "monnezza" di Stato

Del prefetto Gianni De Gennaro - ieri capo della polizia, successivamente promosso capo di gabinetto del ministero dell'Interno, poi sorprendentemente accreditato di specifiche competenze nel trattamento dei rifiuti in Campania - ricordo con precisione alcuni passaggi dell'intervista che concesse a Enrico Mentana il 25 luglio 2001, pochi giorni dopo la chiusura del fatidico G8 di Genova. Fresco di lana grigia, cravatta a righe, atteggiamento dinoccolato per accrescere l'impressione di serena sicurezza. Al più qualche leccatina alle labbra. D'altra parte le domande di Mentana favoriscono le risposte. Insomma, un tappeto di petali. Più o meno come quello riservatogli, salvo rare eccezioni, nel corso dell'audizione in comitato d'indagine parlamentare qualche giorno dopo, l'8 agosto 2001. In entrambe le occasioni una quantità industriale di affermazioni che con la verità sembrano avere ben poco da spartire. ( continua )

Da Genova a oggi la repressione inizia contro i tifosi

Riaprite gli stadi e subito. Stracciate i "decreti sicurezza", abolite gli "Osservatori sulle manifestazioni sportive". A 14 mesi dalla morte di un agente di polizia, la cui dinamica non è stata ancora accertata, due tifosi sono morti in seguito ad assurdi "incidenti". Questa è la prova che il decreto Pisanu prima (2006) e il pacchetto Amato/Melandri poi (2007) hanno fallito completamente. Se si vivesse in un paese normale a quest'ora chi dovrebbe garantire l'ordine sarebbe già stato obbligato a dimettersi, ma questo non è un paese normale. E' l'Italia dei picchiatori in divisa che di fronte a fatti accertati (Genova 2001 l'esempio più lampante) vengono addirittura promossi.Riaprite gli stadi perché sono diventati tristi lande desolate, dove ogni sana passione collettiva è stata strangolata da inutili leggi e leggine. Riaprite i botteghini la domenica, dove i "tifosi meteropatici" possono decidere all'ultimo momento se andare o no alla partita, magari con i bambini. Fate entrare striscioni bandiere e torce che regalano passione e colori e rendono attiva la partecipazione alla partita e casomai punite chi ne fa un uso sconsiderato. Togliete quei ridicoli biglietti nominativi. Avete montato o no telecamere dappertutto? Non dovreste già sapere tutto? Oltretutto i vostri biglietti nominativi non impediscono nessuna forma di bagarinaggio, anzi. Chi sciacalla sugli appassionati ha incrementato i suoi guadagni, vista la difficoltà nel reperirli.Abbassate il costo dei biglietti, visto che la stessa partita viene venduta dalle pay-tv a 6 euro mentre i prezzi dei settori dello stadio vanno dai 20 ai 100 euro. Ridate i treni speciali che, se organizzati con intelligenza e dignità per chi ci viaggia, possono anche diventare un ottimo strumento di "controllo" per chi deve garantire l'ordine. Non è meglio gestire l'arrivo di mille tifosi tutti insieme che 200 macchine o pullman che attraversano le autostrade? Non lo sapete che nel tanto decantato "modello inglese" i treni sono previsti, anzi incoraggiati?Evitateci la vostra assurda retorica. Evitate di costruire nuovi mostri sociali come è successo per "l'ultras". Imparate a confrontarvi anche con una sotto-cultura giovanile come questa, molto più complessa di come pensate, e che non è violenta e insana a di principio. Nei "favolosi anni 80" quando non esistevano tornelli, biglietti nominativi e videocontrollo, gli scontri tra opposte tifoserie esistevano ed erano anche più violenti; eppure gli stadi erano lo stesso sempre gremiti, da nord a sud, serie A o serie B.Lasciate in pace Matteo e Gabriele, ultras come tanti, che forse non sarebbero morti se non aveste contribuito a creare il "mostro ultras". Probabile che un agente di polizia non si sarebbe sentito legittimato ad impugnare una pistola a 60 metri dall'obiettivo e a far fuoco, probabile pure che un autista di pullman non sarebbe stato colto dal panico all'inizio di qualche scaramuccia tra opposte tifoserie. Magari vi sarebbe piaciuto che questi due ragazzi che hanno perso la vita fossero due "sbandati" con una lunga fila di precedenti penali per poterli qualificare come "violenti" e basta. Invece no. Erano solo due ragazzi di 26 e 27 anni. Due ragazzi come tanti.Gli ultras non sono il semplice frutto del disagio delle periferie che avete costruito e abbandonato, sono qualcosa di diverso e complesso, ma volenti o nolenti siete costretti a confrontarvici. Ma non ne avete né il coraggio né l'intelligenza. Avete trovato nell'ultras il capro espiatorio per non dover affrontare disagio e conflitto.Questo non vuol essere un appello in difesa del fenomeno ultras. Per niente. Gli ultras sono il prodotto del calcio che avete creato. Come lo sono le radio degli pseudo capi-tifosi o pseudo-giornalisti che continueranno a spargere veleni e alimentare una subcultura becero-sportiva. Le moviole e i dibattiti televisivi sul calcio saranno altrettanto violente di un tafferuglio carica di un gruppo. Ora che il fenomeno ultras è agonizzante cominceranno a mancare molti dei vostri alibi. Il vostro modello di sicurezza, repressivo e violento, è fallito. I migliaia di Daspo dati in questi anni sono stati inutili e controproducenti. Avete radicalizzato lo scontro e lo avete perso. Il capo della polizia Manganelli, il vice di De Gennaro per una vita, afferma: «Sarà rafforzato il piano sicurezza sulle autostrade, con l'incremento dei sistemi di sorveglianza; proseguiranno gli incontri con le tifoserie organizzate, prevedendo un maggior rigore nella vendita dei biglietti per le trasferte; sarà accelerato il progetto della "tessera del tifoso"». Dunque non cambierà nulla, anzi.
Ciao e scusa Matteo, un ragazzo come noi.
Fabrizio Crasso

31 marzo 2008

La morte di Matteo, tifoso antifascista

La triste profezia degli osservatori più attenti del mondo ultras è stata ulteriormente confermata. «Se spingerete i gruppi organizzati alla clandestinità e militarizzere gli stadi, non combatterete la violenza, semplicemente la sposterete da un’altra parte», avevano avvertito in molti: tifosi, analisti, operatori sociali. Ieri pomeriggio, è successo di nuovo. In un’area di servizio della autostrada A21, nei pressi di Torino, un tifoso del Parma, Matteo Bagnaresi, 28 anni a settembre, è morto investito da un pullman di tifosi della Juventus che si stavano dirigendo allo stadio per assistere alla partita contro la squadra emiliana. Per alcune ore si è pensato a un nuovo caso Sandri, il giovane tifoso laziale ucciso in un autogrill, l’11 novembre scorso, da un colpo di pistola sparato da un agente della polizia stradale. La dinamica dei fatti ancora non è stata chiarita, alcuni testimoni parlano di un tentativo di aggressione nei confronti dei tifosi juventini e di una manovra maldestra dell’autista del pulmann. Immediata la decisione delle due società di rinviare la partita per rispetto dei familiari e degli amici del giovane tifoso. La morte di Bagnaresi è stata definita un «tragico incidente» dal capo della polizia Antonio Manganelli, che però ha assicurato «la prosecuzione delle indagini per chiarire tutta la vicenda» e ha precisato: «Secondo quanto mi è stato riferito dovrebbe comunque trattarsi di una situazione diversa rispetto a quella in cui fu ucciso il giovane Sandri». ( continua )

Prescrizioni eccellenti?

La procura di Genova chiede il rinvio a giudizio di tre figure eccellenti della nostra Polizia di Stato, in relazione ai fatti della scuola Diaz, G8 2001. Gianni De Gennaro, allora capo della polizia. Francesco Colucci, allora questore di Genova. Spartaco Mortola, allora capo della Digos della città. Reati di falsa testimonianza e istigazione alla stessa. Noi di eccellente vediamo solo la scelta di tempo, visto che la prescrizione è dietro l’angolo. Che il massacro alla Diaz (continua)
Rassegna stampa:

Catania: Provocazione fascista al circolo PRC

Il partito della Rifondazione comunista e i/le giovani comunisti/e della federazione di Catania esprimono massima solidarietà ai/alle militanti dei comunisti italiani della sezione "Berlinguer" di Catania. In mattinata è stata rinvenuta una bottiglia molotov davanti alla sezione con la scritta "la prossima volta sarà accesa". Si tratta dell'ennesimo atto intimidatorio di stampo neofascista che colpisce luoghi e simboli della sinistra e dell'antifascismo catanese. Da anni denunciamo l'aggravarsi della situazione nella nostra città e la ripresa di violenze squadristiche organizzate dalle formazioni neofasciste. Le aggressioni subite da tanti compagni e da tante compagne negli ultimi anni, i danneggiamenti alle sedi e ai circoli, il blocco del Catania pride nel 2006, gli attentati incendiari ai centri sociali hanno avuto sempre la stessa firma: i neofascisti catanesi! In un clima sempre più pesante, e spesso tra l'indifferenza delle cosidette forze "democratiche", ribadiamo con fermezza che la becera violenza neofascista non avrà mai spazio nella nostra comunità. Anche quest'anno l'appuntamento del 25 Aprile diventa importantissimo per la costruzione di percorsi antifascisti che rimettano al centro i principi democratici nati con la resistenza antifascista nel nostro paese!
Per i/le giovani comunisti/e Valerio Marletta
Per la federazione Pierpaolo Montalto

29 marzo 2008

G8 di Genova, per De Gennaro pm chiedono rinvio a giudizio

La richiesta dei pubblici ministeri che indagano sull'irruzione alla Diaznei confronti dell'ex capo della polizia per istigazione alla falsa testimonianza

Chiesto il rinvio a giudizio per Gianni De Gennaro. I pubblici ministeri che indagano sui fatti del G8 di Genova hanno chiesto il rinvio a giudizio dell'ex capo della polizia per aver istigato l'ex questore di Genova Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza durante il processo per la sanguinosa irruzione nella scuola Diaz. La notizia, anticipata da un quotidiano, è stata confermata all'Ansa dal procuratore aggiunto Mario Morisani. ( continua )

Al G8 violenze indegne. L'avvocatura dello Stato si scusa per il comportamento dei poliziotti a Bolzaneto

«A nome dello Stato chiedo scusa per quello che è successo nella caserma di Bolzaneto nei giorni del G8. Condotte gravissime, inaccettabili per un Paese civile». Scuse come ammissione di colpa. E chi parla non è persona qualunque. È Matilde Pugliaro, legale dell'Avvocatura dello Stato di Genova. Al processo per le violenze che si consumarono nella caserma di Bolzaneto («i comportamenti disumani, raffigurabili in torture», come sostengono i due pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati ) Pugliaro è responsabile civile in rappresentanza di tre ministeri: Interni, Difesa e Giustizia. Il che significa che se i 45 imputati verranno condannati e il Tribunale accoglierà le richieste di provvisionale presentate dalle parti offese (oltre 200 persone che chiedono tra i 20 e i 30 mila euro a testa per i maltrattamenti subiti), ai suoi assistiti potrà essere richiesto di contribuire al pagamento dei danni. (continua)

27 marzo 2008

Vicenza: perquisizioni ai militanti del No Dal Molin

Questa mattina tre militanti del Presidio Permanente No Dal Molin di Vicenza hanno subito perquisizioni in casa, e il sequestro di materiale informatico: cd, dvd e hardisk, per l’attentato dello scorso luglio all’oleodotto militare Nato La Spezia-Aviano. L’oleodotto in questione passa in prossimità della base Usa ed è stato costruito alla fine degli anni Settanta per trasportare carburante agli aeroporti militari del nord: Ghedi [Brescia], Villafranca [Verona], Istrana [Treviso], Aviano [Pordenone] e Rivolto [Udine]. I tre sono accusati di «distruzione, tramite incendio, di edificio», «fabbricazione e detenzione di materiale esplodente» e «disastro». (continua)

23 marzo 2008

lettera a Veltroni e Amato. Vogliamo i fatti, non solo parole

E' francamente difficile, in questi giorni, evitare una sensazione di quasi surreale spaesamento di fronte all'indignazione e alle accalorate denunce con cui alcuni autorevolissimi esponenti del Pd commentano lo scempio che si compì a Genova nel luglio 2001. Noi, con decine di migliaia di altri giovani, a Genova c'eravamo. Dove fossero l'allora sindaco di Roma e l'attuale ministro degli Interni non sappiamo. Sappiamo in compenso dove non erano: nelle strade di quella città, alla Diaz, a Bolzaneto. Non solo non c'erano, ma si adoperavano attivamente perché quel movimento immenso fosse isolato e criminalizzato, dipinto come un minaccioso «mucchio selvaggio». La sensazione d'isolamento e di abbandono di quei giorni non la dimenticheremo mai.Non la dimenticherà neppure una intera generazione politica che si affacciava allora sulla scena pubblica e che in quell'esperienza traumatica ha maturato spesso un distacco e una sfiducia nelle istituzioni che costituiscono a tutt'oggi un danno incalcolabile per la nostra democrazia. Non è stata solo la tragedia immensa di un ragazzo ucciso né delle oscene torture riservate a decine di altri. A Genova la fiducia stessa nella democrazia di migliaia di giovani è stata bastonata e torturata. Spezzata come le ossa delle vittime di quella notte.I ragazzi di Genova sono rimasti soli anche dopo la mattanza. I leader che oggi, a sette anni di distanza, denunciano e insorgono, non hanno in questi stessi anni mosso un dito perché gli fosse resa giustizia. Non hanno fatto nulla perché venisse istituita la commissione parlamentare d'inchiesta. Hanno addebitato il fattaccio a qualche responsabilità personale, negandone contro ogni evidenza la valenza squisitamente politica.Il punto dolente non è solo il passato. E' anche il presente. In una lunga intervista pubblicata ieri da Repubblica il ministro Amato conferma sin nelle virgole la linea di condotta assunta sinora. Mette all'indice, è vero, un'opinione pubblica che si è scandalizzata più per le lontane torture di Guantanamo che per quelle nostrane di Bolzaneto. Però ripete che chiedere le dimissioni dell'allora capo della polizia De Gennaro avrebbe significato farne un capro espiatorio. Nega l'esistenza di qualsivoglia responsabilità politica. Conferma il no alla commissione parlamentare d'inchiesta. Giustifica il comportamento della polizia in piazza, essendo a suo parere comprensibile che «in una situazione di tensione, magari alla quattordicesima ora di servizio in piazza» ci sia «chi non controlla il suo istinto di reazione». Minimizza oltre la decenza i fatti della Diaz ammettendo invece la gravità di quelli di Bolzaneto, addebitati tuttavia alla sola polizia penitenziaria.A Genova Veltroni e Amato non c'erano. Non ci sono stati negli anni successivi. Non ci sono neppure oggi. E' vero, tuttavia che qualcosa è cambiato. I leader del Pd si sono accorti, complice la campagna elettorale, che quelle giornate non sono rimaste senza conseguenze. Se una parte di quella generazione ha maturato allora un disgusto delle istituzioni che alimenta oggi l'antipolitica, un'altra parte ha scoperto lì la possibilità di un agire politico diverso, è rimasta in campo, è cresciuta politicamente, ha coltivato la speranza in un mondo diverso e la determinazione nel costruirlo. Quella generazione politica costituisce oggi un'appetibile porzione del mercato elettorale ed è questo a spiegare i tardivi e posticci ripensamenti del Pd su Genova. Siamo i primi a sperare di sbagliarci. Siamo i primi a sperare che Veltroni e Amato dimostrino il nostro torto, mettano a nudo i nostri pregiudizi. Non è difficile. Basta che facciano seguire ì fatti alle parole, da subito. Basta che infilino nei loro fragorosi programmi punti dirimenti come la riconoscibilità degli agenti nelle operazioni di ordine pubblico, il disarmo della polizia nelle manifestazioni, l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti del G8, l'introduzione della tortura come fattispecie di reato. Basta che chiedano l'allontanamento dalle forze dell'ordine di tutti i coinvolti nelle torture e che parlino infine apertamente di responsabilità politiche e non solo penali in quei fatti.

Giuseppe De Cristofaro (segr. Prc Campania), Michele De Palma (resp. enti locali Prc), Gennaro Migliore (capogruppo Prc alla Camera)

Non solo Genova, un'Italia di abusi

Oltre al G8, i casi più eclatanti e «politici» sono il pestaggio nel carcere San Sebastiano di Sassari nel 2000, le botte e gli inni fascisti al Global forum di Napoli nel 2001. In entrambi i casi governava il centrosinistra Federico Aldrovandi 17 anni, muore durante un controllo di polizia a Ferrara. Sotto processo ci sono quattro poliziotti Aldo Bianzino Arrestato per possesso di marijuana, non uscirà vivo dal carcere di Perugia. L'inchiesta è stata archiviata

Storie di pestaggi, di abusi, di violenze usate per estorcere notizie. Ma anche di soprusi su «diversi» e luogo di numerose morti «misteriose». Il carcere italiano è anche questo: la sospensione dello stato diritto avviene spesso. Peggio, è quasi routine. Analizzando la situazione penitenziaria degli ultimi anni si ottiene un lungo fascicolo che evidenzia testimonianze, accertate, di «maltrattamenti» e casi di tortura. Quella tortura assente nel codice penale, considerata erroneamente dalla maggior parte della popolazione un affare lontano. Non è così. Il film della tortura in Italia passa per tre istantanee: il pestaggio contro i detenuti al carcere di San Sebastiano (Sassari) nel 2000, la repressione del movimento no global a Napoli, il 17 marzo 2001 e a Genova tra il 20 e 22 luglio dello stesso anno. Tutto senza soluzione di continuità tra governi di centrosinistra o centrodestra.Lunga è la lista di persone che si sarebbero suicidate in carcere o morte per «cause naturali». Solo la testardaggine dei familiari o l'inchiesta di qualche pm hanno permesso di riaprire casi che hanno portato alla condanna di agenti di polizia penitenziaria. Qualche esempio. Il 4 febbraio 2008 un internato dell'ospedale psichiatrico giudiziario «Filippo Saporito» di Aversa muore «suicida» in circostanze ancora da definire. All'età di 17 anni gli era stata diagnosticata una «schizofrenia paranoidea». «Come fa un paziente schizofrenico - sostiene la madre - a impiccarsi con tutta tranquillità, di notte? Dove stavano le guardie?». Si attendono ancora gli sviluppi. Intanto ad Aversa i «suicidi» non si sono arrestati.Uno dei casi più eclatanti è quello di Marcello Lonzi. L'11 luglio 2003 il giovane, 29 anni, viene trovato morto, coperto di sangue e con il volto tumefatto. Secondo l'autopsia la morte sarebbe avvenuta a seguito di arresto cardiaco, quindi per cause naturali. La madre, pensando a un violento pestaggio, sporge denuncia: «Ci sono i segni di vere e proprie vergate, striature viola sulla pelle gonfia e rialzata, ecchimosi che possono essere state fatte solo con un manganello. Non sono i segni di una caduta». Il caso è stato archiviato. Con tanti dubbi. Non molto differenti le circostanze della morte di Aldo Bianzino, non sopravvissuto alla prima notte di fermo per possesso di marijuana. Anche in questo caso l'inchiesta è stata archiviata.Ma i casi raccolti dall'associazione Antigone sono tantissimi. La formula legale è sempre la stessa: «Gli accertamenti medico-legali hanno dimostrato che il decesso era avvenuto a seguito di violenze perpetrate da persone accanitesi contro di lui con calci, pugni e corpi contundenti, sì da procurare lesioni letali». Episodi di «semplice» maltrattamento sono invece ancor più numerosi. Tra i soggetti più colpiti gli immigrati. «Mettiti in ginocchio, prega la Madonna e bacia la bandiera italiana», sono gli ordini diretti a B. M., detenuto marocchino, da un agente di polizia penitenziaria rinviato a giudizio per violenza privata. L'episodio risale al marzo 2006 nella casa circondariale di Nuoro. A Biella, all'interno del carcere, nel 2002 è stata trovata una «cella liscia» dove i detenuti sarebbero stati perquisiti e poi colpiti con violenti getti d'acqua sparati da un idrante. Nel fascicolo aperto dalla magistratura si parla di abusi e pestaggi, di omissioni e silenzi dei medici, di intimidazioni da parte degli agenti. In tutto vi sono a tutt'oggi cinquantanove persone indagate. Denunce analoghe a Palermo, Firenze, Forlì, Frosinone, Lecce e Milano. Qui, a San Vittore, O. R., meglio noto come Mohamed l'egiziano, considerato la «mente» dell'attentato dell'11 marzo a Madrid 2006, ha denunciato per maltrattamenti, abusi, torture e umiliazioni: come le richieste di «pregare per loro», «insulti a Dio, al Corano e all'Islam», oltre a minacce di «stupri alle donne musulmane».In base alle convenzioni internazionali c'è però una differenza tra il «maltrattamento», anche grave, e la «tortura». «Sono questi tre elementi a distinguerli - spiega Mauro Palma, presidente del comitato europeo per la prevenzione della tortura - la gravissima sofferenza inflitta, la volontà di infliggerla e la finalizzazione». E a Genova e a Napoli c'era una volontà politica, una cabina di regia. «Durante le giornate genovesi non si tratta di abusi di una o più mele marce, bensì emerge un quadro in cui la struttura nel suo complesso si è caratterizzata in questo tipo di funzionamento», sostiene Palma. Le testimonianze gli danno ragione: dita intenzionalmente divaricate fino a determinare la rottura dei legamenti fino all'osso, persone ferite picchiate sulla ferita stessa e altri trattamenti inumani e degradanti inflitti ai manifestanti. Una volontà di infliggere sofferenza motivata dal volere umiliare e punire la persona detenuta. Le situazioni a Napoli nel marzo 2001 (esecutivo Amato) sono state descritte con modalità analoghe: polizia e carabinieri caricano il corteo e trattengono 80 persone anche prelevandole dal pronto soccorso. Gli arrestati, condotti nella caserma Raniero, subiscono lesioni. Così come il sistematico pestaggio avvenuto il 3 aprile 2000 nel carcere di San Sebastiano a Sassari è una punizione collettiva ai detenuti che avevano «osato» protestare per la mancanza di viveri e acqua. «Tutto ciò mi fa dire che questi tre episodi vanno al di là dei pur gravissimi casi di pestaggi individuali», aggiunge Palma che poi conclude: «Anche se comunque non vanno sottovalutati, in quanto anch'essi indicativi di una cultura pericolosa».


22 marzo 2008

Da De Gennaro a Doria, tutte le promozioni accordate ai protagonisti delle mattanze

In questi anni abbiamo raccolto un piccolo elenco, sicuramente incompleto, delle promozioni accordate ai maggiori protagonisti dei processi alle forze dell'ordine scaturiti dai fatti del G8: Gianni De Gennaro , capo della polizia dal 2000, indagato al processo Diaz per induzione alla falsa testimonianza, nel 2007 diventa capo di gabinetto del ministro dell'Interno Giuliano Amato e all'inizio del 2008 è nominato commissario straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania. Francesco Gratteri , imputato al processo Diaz, capo dello Sco, nel 2007 è divenuto capo del Dipartimento nazionale anticrimine. Il suo vice all'epoca del G8, Gilberto Caldarozzi , imputato Diaz, gli è succeduto come direttore dello Sco. Giovanni Luperi , imputato Diaz, nel 2001 vice capo dell'Ucigos, è dal 2007 capo del dipartimento analisi dell'ex Sisde. Spartaco Mortola , imputato Diaz, già capo della Digos di Genova, è vice questore vicario di Torino. Filippo Ferri , imputato Diaz, già capo della squadra mobile della Spezia, ora ricopre lo stesso incarico a Firenze. Vincenzo Canterini , imputato Diaz, già capo del VII reparto mobile di Roma, è divenuto vice questore ed è impegnato in Romania in una struttura investigativa internazionale. Fabio Ciccimarra , imputato Diaz e anche al processo a Napoli per gli abusi nella caserma Raniero (durante le manifestazioni del marzo 2001), già commissario capo a Napoli, è ora capo della squadra mobile di Cosenza. Alessandro Perugini , imputato per Bolzaneto e per il calcio in faccia a un minorenne già arrestato e picchiato, da vice capo della Digos è divenuto vice questore. Oronzo Doria , imputato per Bolzaneto, già colonnello di polizia penitenziaria, è divenuto generale. E' un elenco che si commenta da solo. ( leggi tutto )

G8 a Genova,la memoria troppo corta di Amato

De Gennaro era soddisfatto e De Gennaro capo della polizia lo volle il "dottor Sottile". Insieme hanno promosso Gratteri, Luperi e Mortola: tutti e tre indagati per i fatti genovesi.
Il giorno dopo l'irruzione alla scuola Diaz, il 21 luglio 2001, l'allora capo della polizia, l'uomo voluto da Giuliano Amato sullo scranno più alto, era soddisfatto. Lo rivela, e non è passato molto tempo dalle tormentate giornate di Genova (l'interrogatorio è del 16 dicembre 2002), l'attuale capo Antonio Manganelli, che all'epoca era il vice di Gianni De Gennaro. Manganelli racconta ai pm: «Gli dissi: credo che tu abbia visto un altro G8, noi ne usciamo male e insomma, a me non sembrano pregresse, quelle ferite». (leggi tutto )

G8 Genova: Smemorati alla sbarra. E un oncologo accusa: "Sui medici torturatori, Ordine muto"

Troppi "non ricordo", molti poliziotti e carabinieri non collaborano. O, peggio, dichiarano il falsoG8, smemorati alla sbarraE un oncologo accusa: "Sui medici torturatori, Ordine muto"Le presunte false testimonianze, i "non ricordo", il rifiuto a deposizione. La verità nelle sentenze dei processi del G8 di Genova, resterà comunque viziata dai comportamenti tenuti da numerosi imputati e testimoni. Questi ultimi non testi qualsiasi, ma quasi tutti appartenenti alle forze dell´ordine o comunque ad amministrazioni dello stato. E anche nel dibattimento in cui non siedono sul banco degli imputati, i rappresentanti delle forze dell´ordine sono riusciti a mettersi nei guai. Ma l´eco del G8, soprattutto alla luce delle ultime rivelazioni sulle torture a Bolzaneto, di cui si sono resi responsabili anche alcuni medici, non accenna a spegnersi. Massimo Costantini, oncologo dell´Ist, tra i sanitari del Genona Social Forum, accusa: "Nel nostro Ordine non c´è stata, in sette anni, alcuna riflessione". ( leggi tutto )

21 marzo 2008

Amato boccia la commissione d'inchiesta sul G8

La notizia è in fondo, nell’ultima colonna della lunga intervista del ministro dell’interno Giuliano Amato pubblicata venerdì dal quotidiano La Repubblica. E la notizia è che la commissione d’inchiesta sui fatti del G8 genovese del 2001 non si farà. Era nel programma dell’Unione, due anni fa, ed è stata per tutta la breve legislatura del governo Prodi una richiesta costante delle forze che ora formano la Sinistra e l’Arcobaleno. Amato lo sa benissimo e per questo ripete a Giuseppe D’Avanzo che «per accertare la verità di Bolzaneto conviene affidarsi al lavoro del giudice e lasciar perdere le commissioni parlamentari». Fine. Salvo un piccolo particolare, che manca nell’intervista: i procedimenti per cui sono imputati 44 agenti di vari corpi di polizia [e non solo quella penitenziaria come dice Amato nell’intervista] sono a rischio prescrizione, per cui l’esito probabile del lavoro testardo dei pm genovesi potrebbe essere un nulla di fatto. ( leggi tutto)

Dove eravate quando ci torturavano a Bolzaneto?

Sono stato il primo a entrare a Bolzaneto. E mi è andata meglio di chi mi ha seguito. Genova, venerdì 20 luglio 2001, attorno alle 14 vengo fermato in via Alessi mentre la polizia carica lo spezzone inglese di Globalise Resistance. Ero sceso da Piazza Dante dove per Attac coordinavo le attività sulla piazza (palloncini per un'invasione aerea della zona rossa e protesta davanti alle reti). Ho visto due ragazze trascinate in malo modo da un gruppo di celerini. Mi sono messo in mezzo. Le ho prese anche io.
Mi hanno sbattuto su una camionetta con un giovane inglese con il naso fratturato, la testa aperta e un dente rotto. Era una maschera di sangue, non riusciva a respirare. Ci portano in Questura, in una stanza vuota a piano terra, siamo una decina, c'è uno svizzero, un paio d'italiani, degli inglesi e le due ragazze, una neozelandese e una tedesca. I quattro poliziotti che ci prendono in consegna - nessun graduato - le lasciano stare, ma vogliono che guardino mentre ci riempiono di botte. Calci, schiaffi, una testa pestata più volte contro il muro, in ginocchio e poi in piedi, ogni parole erano botte. ( leggi tutto )

19 marzo 2008

Brindisi: il questore vieta di soggiornare in città e in provincia a 12 attivisti di Greenpeace

All'alba del 30 novembre 2007 gli attivisti di Greenpeace entrano nella centrale a carbone Enel di Brindisi Sud - la più inquinante d'Italia - e aprono striscioni di protesta sul tetto della centrale e sul grande carbonile all'aperto. Per ricordare che il carbone è il nemico numero 1 del clima!
Trascorso un mese, a 12 degli attivisti viene notificato da parte del questore di Brindisi il bando dalla città: dichiarati "socialmente pericolosi" viene loro vietato "di fare ritorno nel comune di Brindisi e frazioni per ANNI TRE". Come se si trattasse di delinquenti abituali, mafiosi, soggetti pericolosi per la sicurezza pubblica.
Greenpeace ha impugnato il provvedimento. Perché questa iniziativa del questore rischia di diventare un grave precedente che limita il diritto di manifestare in modo pacifico. Eccoli i "banditi" di Greenpeace. Studenti, lavoratori, madri e padri con un "pericoloso" obiettivo comune: difendere l'ambiente e la salute!

Pavia: assalto di FN al CSA Barattolo

Ieri sera (18 marzo) alle 23.45 un gruppo di una decina di militanti di Forza Nuova incappucciati si è mosso dalla propria sede per sfondare il cancello d’ingresso del C.S.A. Barattolo: danni alla struttura, vetri rotti e 15 giorni di prognosi di un ragazzo che si trovava all’interno... (continua)

18 marzo 2008

Genova G8: Ricorso alla corte europea

Al processo per le violenze impunite del lager di Bolzaneto, la parola è passata agli avvocati di parte civile. Che consapevoli di quanto sia a rischio il procedimento penale in questione - la prescrizione è dietro l´angolo, e scatterà il prossimo anno - hanno avanzato le prime richieste di risarcimento. Per ciascuna delle 209 vittime, i legali chiedono una provvisionale minima di ventimila euro. È un acconto sulla liquidazione finale, stimata in media settantamila euro a testa. Complessivamente fa quasi quindici milioni. In caso di condanna, saranno chiamati a pagare i 46 imputati e - in solido - le amministrazioni di appartenenza: ministero della Giustizia, della Difesa, dell´Interno. Ma se la risposta del tribunale non sarà adeguata, è pronta una denuncia alla Corte Europea per la violazione della Convenzione dei Diritti dell´Uomo. L´Italia ha da tempo aderito al trattato internazionale contro la tortura, i trattamenti crudeli, inumani e degradanti: senza modificare di conseguenza il proprio codice penale. Il risultato è che la tortura da noi non esiste, nel senso che non viene materialmente punita: al processo sugli episodi di Bolzaneto, dunque, si parla di violenza privata, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell´ordinamento penitenziario. Reati puniti con pene minori che cadranno a sette anni e mezzo dai fatti e cioè nel prossimo gennaio. «Senza una legge ci ritroviamo in una situazione paradossale. Ed è per questo che ricorreremo a Strasburgo», spiega Simonetta Crisci, avvocato di alcuni no-global.Stamani i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati depositeranno una memoria di oltre un migliaio di pagine. Nel frattempo i legali di alcune vittime denunciano in aula le violazioni della democrazia perpetrate nella caserma del G8. Per raccontare i danni psicologici subiti da quelli che transitarono nel centro di detenzione temporanea di Bolzaneto, gli avvocati Francesca Costa e Filippo Guiglia riportano stralci di testimonianze rese dai fermati durante il dibattimento. Federico M.: «Non pensavo che degli esseri umani avessero il potere di farmi quello che mi hanno fatto, ed essere legittimati». Brando B.: «Oggi quando ho a che fare con le forze dell´ordine la prima domanda che mi viene è: "Ma questo qui sarà stato a Genova? Sarà un fascista incazzato che appena può mi mena?"». Fabienne B.: «Dopo il G8 volevo vedere tantissimi film, perché non riuscivo più a concentrarmi sulla realtà. E non potevo stare con la gente, non mangiavo più». Massimiliano S.: «Quando sono tornato a casa, per settimane ho cercato solo di dormire e di lavarmi: per togliermi di dosso non solo lo sporco fisico, ma anche un peso che mi sentivo addosso». Valentin S.: «Non riuscivo a salire sui mezzi pubblici affollati. Ho avuto per molto tempo problemi a restare nudo, e degli attacchi d´ansia quando vedevo delle piastrelle. E per diversi mesi anche problemi con la sessualità». Valérie V.: «Il trauma vero è che per quattro giorni i miei bambini non sapevano dove mi trovavo, se ero viva o morta. Lo hanno scoperto andando a comprare il pane, vedendo una locandina di giornale con la foto della loro mamma. E avevo paura a spogliarmi davanti a un medico, per mostragli le mie ferite». Raffaele D.: «Chi ne ha risentito di più è stata mia moglie. Per due giorni non ha avuto notizie di me. Era terrorizzata. Una che non ha mai fatto politica o partecipato a manifestazioni, che ha sempre avuto un atteggiamento da cittadina-modello: ora quando vede passare carabinieri o poliziotti comincia a tremare». Andreas S.: «Ho sempre paura a ricordare, a raccontare. E mio padre continua a non credere che tutto questo sia potuto accadere».

17 marzo 2008

Milano: Il comune cancella il murales in ricordo di Dax

De Corato colpisce ancora. Il pluri-confermato vicesindaco, parlamentare di An dal 1994, nato e cresciuto nella culla dell'Msi, sta inseguendo un disegno politico ineccepibile. La sua politica del «Modello Milano» per la sicurezza non si frena più, e colpisce a freddo centri sociali, associazioni partigiane, persino i muri della città: ieri il comune di Milano ha fatto cancellare per la seconda volta il murale in memoria di Davide Cesare, detto Dax, il giovane ucciso a coltellate il 16 marzo di 5 anni fa da tre balordi di estrema destra. L'avevano già fatto nel settembre 2007 e anche allora non era servito perché neppure un mese dopo il murale era stato ridisegnato, sfida aperta al tentativo di cancellare un pezzo di memoria. Questa volta la provocazione è ancora più evidente. La scelta della data del nuovo colpo di spugna cade proprio fra l'anniversario della morte di Dax e il doloroso ricordo dell'uccisione di Fausto e Iaio - avvvenuta 30 anni fa - i cui colpevoli non sono ancora noti.Luciano Muhlbauer, consigliere regionale di Rifondazione, ha commentato questo provvedimento sottolineando «sappiamo bene come la pensa il vicesindaco De Corato e tutti in città conoscono le sue crociate per riabilitare il fascismo storico». C'è da dire che senatore e signora (Silvia Ferretti, consigliere regionale di An) non hanno mai mancato di rendere note le loro provocatorie posizioni, occupandosi di far modificare la lapide di Piazza Fontana dedicata a Pinelli sostituendo la parola «ucciso» con «morto», oppure inserendo la sede Anpi di via Mascagni tra le proprietà comunali in vendita, senza neppure degnarsi di avvisare i partigiani, che occupano la sede dal 1946 e si trovano ora sotto sfratto. «Non sono casi isolati - spiega Daniele Farina, deputato del Prc e storico portavoce del centro sociale Leoncavallo - perchè quello che De Corato persegue è un tentativo di cancellazione della memoria, è una sorta di linea nera tenuta dalla giunta comunale di Milano, da 15 anni in mano al centrodestra. I sindaci passano ma il vicesindaco resta». L'obiettivo che spinge il Comune ad inasprire i toni è quello di trasformare la città in una vetrina asettica in vista dell'Expo del 2015 (sempre ammesso che il 31 marzo Milano vinca la sfida con Smirne); per l'occasione, il comune non ha fatto mistero delle sue intenzioni perseguendo una politica della sicurezza che attanaglia tutte le realtà milanesi che si distaccano dal principio di pulizia della città. «Quella dell'amministrazione - continua Farina - è una politica sottaciuta dalla stampa e fatta di pulizia etnica in cui si sceglie semplicemente il nemico più facile da attaccare, che sia rom, immigrato o antagonista».Rispetto alla questione del murale, i toni usati dagli amici di Dax non sono più pacati: «E' innegabile che la cancellazione del murale in questi giorni particolari non sia casuale. I dispetti non esistono in questa faccenda, esiste solo la provocazione e l'attacco alla memoria antifascista, non solo di Dax». Oltre a questo, spiegano, l'azione del comune è mossa dalla volontà di imporre un modello di città vetrina, senza gli stimoli vitali che il movimento propone, e c'è il tentativo di cancellare le espressioni artistiche genuine della città, come i murales, che non sono vissuti come un valore aggiunto, ma come un aspetto negativo da estirpare. Se il movimento milanese stia davvero soffocando lentamente a causa dei colpi di De Corato, questo è da stabilire. I compagni di Dax intanto dicono di raccogliere la sfida, e giurano che quel murale lo rifaranno ancora, anche mille volte. Stessa sorte era capitata al murale per Fausto e Iaio da sempre presente in via Mancinelli: è stato cancellato e rifatto neppure un anno fa. Oggi il trentesimo anniversario della morte dei due ragazzi viene ricordato con iniziative, incontri e con un presidio proprio in via Mancinelli, dove furono assassinati dai fascisti.La risposta di De Corato, anzi una strana domanda, comunque è arrivata e fa quasi tenerezza: «Il murale se si fa per uno si fa per tutti, e dove mettiamo i murales per gli altri morti? Per il commissario Calabresi, per l'agente Custrà? Perchè per Dax sì e per gli altri no? Per tutti abbiamo messo targhe, steli, monumenti: tutti sono ricordati». Bella idea, e allora invece di cancellare quelli degli «altri» potrebbe incaricare i suoi amichetti di colorare altri muri come piace a lui. Magari di nero. Del resto, queste a Milano sono giornate particolari, per cui non sarà certo un vice sindaco sbiadito che non sa più cosa fare per guadagnarsi la ribalta a cancellare con un colpo di spugna la memoria della lotta all'antifascismo.

fonte: il manifesto

Padova: cariche della polizia al sit-in contro Ferrara

Ci sono stati momenti di tensione tra manifestanti e polizia durante il presidio di protesta contro la presenza di Giuliano Ferrara, che stava presentando la sua lista «aborto, no grazie», a palazzo Moroni, sede del Comune di Padova. La protesta era stata indetta da Donne in movimento, Fuxia Block, circolo lesbico Drastica..mente e collettivo 50 e 50 padova. Due cariche di alleggerimento sono partito nel momento in cui le/i manifestanti hanno cercato di forzare il blocco al cancello centrale di palazzo Moroni. Non ci sono stati contusi. Ferrara era stato contestato anche sabato a Verona e a Conegliano.

16 marzo 2008

Appello: Non possiamo rimanere in silenzio e lasciare la storia di Genova solo alle aule di tribunale

L’Unione, ormai archiviato schieramento del centrosinistra che vinse le elezioni nel 2006, proponeva nel suo programma la costituzione di una commissione parlamentare sui fatti di Genova. Il documento elettorale si spingeva oltre, obbligandosi alla "definizione di regole per migliorare la riconoscibilità degli operatori delle forze dell'ordine nel corso delle operazioni di ordine pubblico, per una maggiore efficacia e trasparenza di queste attività". E’ noto che questi impegni non sono stati rispettati, per il crearsi di condizioni politiche che ora non vogliamo rivangare. Appare però paradossale che essi non siano presenti oggi nelle 14 priorità della Sinistra Arcobaleno, apparendo unicamente (peraltro solo come fugace accenno) nel programma esteso, come rilevato anche dal Comitato Verità e Giustizia per Genova nella propria lettera al presidente Bertinotti. Paradossale in quanto si pensava che il nuovo soggetto politico della sinistra, grazie alla sua autonomia e non dovendo più sottostare a compromessi con forze meno interessate a tali tematiche, potesse permettersi uno slancio diverso e maggiore coraggio; al contrario abbiamo assistito ad un passo indietro.
Siamo consapevoli dei limiti imposti da una campagna elettorale inattesa e condotta inevitabilmente in tempi ristretti. Questo può spiegare – ma non giustificare – l’assenza della “questione Genova” dai punti prioritari della Sinistra Arcobaleno; contemporaneamente rileviamo che Genova non è sparita “solo” dall’agenda delle urgenze, ma in generale dalla discussione interna alla sinistra che si appresta a chiedere il voto alle prossime elezioni. E a poco serve rilevare oggi, in occasione della richiesta di condanna avanzata dai pm per 44 imputati nel processo su Bolzaneto, i commenti di alcuni esponenti della sinistra. Troppo poco: la rimozione del G8 genovese sembra un’onda lenta ma inesorabile; dopo aver attraversato il Paese ha investito pure la neonata sinistra unita.
I procedimenti giudiziari che su Genova stanno arrivando a conclusione sono sicuramente importanti, ma nulla centrano con la definizione di quelle vicende sul piano delle garanzie costituzionali e dei diritti. In Italia la magistratura è stata spesso criticata per presunte ingerenze nella politica, salvo poi delegarle una ricerca “miracolosa” della verità su questioni che la politica non sa o non vuole affrontare. Genova non fa eccezione a questa regola; anzi, ne è esempio paradigmatico. Negli ultimi mesi le voci uscite dalle aule dei tribunali sono state sempre più alte e inquietanti. Abbiamo rivissuto l’indegna perquisizione della Diaz, le minacce e le vessazioni (fisiche e psicologiche) subite dai fermati a Bolzaneto, abbiamo visto sancita come ingiustificata la carica ai manifestanti di via Tolemaide, il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire alcune persone ferite negli scontri. Purtroppo sulla morte di Carlo Giuliani anche la magistratura si è uniformata alla “grande rimozione” di Genova, archiviando il procedimento, ferma restando l’attesa per il ricorso presentato dalla famiglia alla Corte Europea di Strasburgo.
Di fronte a queste voci – come detto, e nonostante i molti anni passati dal luglio 2001, sempre più forti – è stato stridente il contrasto con il silenzio opposto dalla politica, fino ad arrivare alla sensazione che persino la sinistra guardi ad altro come priorità. In questi sette anni l’abbiamo capito: le forze di polizia non sono interessate a rapportarsi autonomamente coi propri errori. Non credevamo però che la politica avesse introiettato questa situazione come un dato di fatto immutabile, senza considerarne le conseguenze future o quelle già evidenti nei sette anni successivi il luglio genovese.
Oltre allo stucchevole elenco dei funzionari promossi, in assoluta e trasversale continuità fra i due governi succedutisi dal 2001 ad oggi e che abbiamo più volte condannato, abbiamo assistito ad altri fatti inquietanti. Da un censimento avviato circa un anno fa, sono circa 11.500 le persone che sono oggi sottoposte a procedimento penale per lotte sociali. La casistica è piuttosto varia sia considerando le iniziative incriminate che le fattispecie penali individuate dagli inquirenti, ma esiste un filo che unisce tutte queste vicende: la volontà, inaccettabile per uno Stato Democratico, di delegare al diritto e alla magistratura penale la soluzione di problemi sociali e politici importanti e complessi. Tutto questo senza pensare a casi eclatanti, che peraltro escono dalla sfera delle lotte sociali, per integrarsi comunque con quella relativa al controllo dell’operato delle forze dell’ordine (pensiamo a Federico Aldrovandi o Riccardo Rasman) e della polizia penitenziaria (due esempi per tutti il caso di Aldo Bianzino e quello di Marcello Lonzi). E non è certo tranquillizzante la corsa di molti partiti a candidare per le prossime elezioni esponenti delle forze di polizia, solleticando in modo acritico e populista l’ansia securitaria di settori dell’elettorato.
Nel 2001 le garanzie costituzionali furono calpestate, ma a sette anni di distanza l’eco di quelle violazioni non solleva alcun dibattito politico, riuscendo a malapena a bucare il silenzio dei media.
La Repubblica per Bolzaneto ha parlato di “girone infernale”; La Stampa di “Guantanamo italiana”. Sulla Diaz è ormai divenuta celebre la definizione dell’allora vicequestore Michelangelo Fournier: “una macelleria messicana”. Secondo Amnesty International durante il G8 2001 si è verificata “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.
Non possiamo rimanere in silenzio e lasciare la storia di Genova solo alle aule di tribunale.

Noi siamo ancora a chiedere:
- l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti avvenuti nel 2001, durante il vertice G8 di Genova (dalle cariche ai manifestanti alla morte di Carlo Giuliani, dalla Diaz a Bolzaneto) e, precedentemente, il Global Forum di Napoli;
- la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell'ordine;
- il varo di una legge che preveda il reato di tortura;
- l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;
- l’aggiornamento professionale delle forze dell'ordine circa i principi della nonviolenza;
- l’impegno alla esclusione dell'utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l'impegno circa una moratoria nell'utilizzo dei GAS CS;
Ma, soprattutto, chiediamo al candidato premier della Sinistra Arcobaleno, e ai segretari dei 4 partiti coalizzatisi in essa, di dire chiaramente se queste istanze, peraltro solo sinteticamente riportate e a cui potrebbero sommarsi altre, siano ancora prioritarie per l’autodefinitasi forza unitaria della sinistra. Precisiamo che questa parola di chiarezza non la chiediamo solo oggi, né ci basterebbe venisse espressa col solo intento di recuperare una parte di potenziale elettorato, ormai disorientato e disilluso dal vostro silenzio: la chiediamo come inequivocabile scelta di campo, culturale e civile prima che politico-elettorale.
Analoga domanda la rivolgiamo a tutte le altre forze politiche che in passato si sono dette vicine a tali istanze e che, mentre si apprestano a presentarsi alla prossima tornata elettorale, sulle tematiche sopra esposte hanno scelto in questi giorni un ambiguo silenzio.
Accogliamo favorevolmente la risposta del Presidente Bertinotti alla lettera del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Raccogliamo la disponibilità ad un incontro, da estendersi a tutte quelle realtà (partiti, associazioni, movimenti) per le quali il "caso Genova G8" va affrontato unitamente ai temi riguardanti le libertà civili, la trasparenza delle forze di polizia, il controllo democratico degli apparati di sicurezza.

primi firmatari:

Francesco “baro” Barilli (coordinatore www.reti-invisibili.net) e Italo Di Sabato (responsabile Osservatorio sulla Repressione PRC/SE), Haidi Gaggio Giuliani, Enrica Bartesaghi, Lorenzo Guadagnucci, Stefania Zuccari (madre di Renato Biagetti), Comitato Madri per Roma città aperta, Natascia Casu (figlia di Giuseppe Casu), Maria Iannucci (Associazione Familiari e amici di Fausto e Iaio), Patrizia Moretti (madre di Federico Aldrovandi), Lydia Franceschi (madre di Roberto Franceschi), Massimo Algarotti (comitato per Rumesh - Como), Don Vitaliano Della Sala, Alessandro Bernardi (resp. movimenti PRC/SE di Bologna), Tiziano Loreti (segr. provinciale PRC/SE di Bologna), Sergio Spina (capogruppo Provincia PRC/SE di Bologna), Marzia Mascagni (segreteria provinciale PRC/SE di Bologna), Chiara Di Stefano (GC di Bologna), Agostino Giordano (coordinatore provinciale GC di Bologna), Francesca Ruocco(esecutivo nazionale GC), Rossella Giordano (segreteria provinciale PRC/SE di Bologna), Orazio Sturniolo (resp. commissione scuola PRC/SE di Bologna), Valerio Marletta (Coordinatore prov gc Catania), Pierpaolo Montalto (Prc Catania), Maurizio Grosso (Movimento braccianti Catania), Anna Pizzo (consigliera regionale Lazio), Caterina Giovinazzo (Comitato Antifascista 18 giugno Torino), Ottominuti Associazione di promozione sociale Reggio Calabria, Danilo Barreca (Prc Reggio Calabria), Paolo Menaldi (Rap Molise)


per adesioni: miticobaro@alice.it

13 marzo 2008

Tortura, l'Italia senza legge in coda alla Ue

Dopo la requisitoria dei pm sulle violenze nella caserma di Bolzaneto per il g8 di genova. Buco legislativo a 20 anni dalla ratifica del convenzione dell'Onu. E i tribunali non possono perseguire i colpevoli

In Italia la tortura non è reato. Sono passati più di vent'anni da quando Roma ha ratificato la convenzione Onu che vieta la tortura (era il 1987), ma da allora non è ancora stata tradotta in legge e i tribunali non possono perseguire adeguatamente i colpevoli. Un vuoto legislativo che ci «colloca agli ultimi posti in Europa» denuncia Mauro Palma, presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (ascolta l'intervista). Un buco nero tornato alla ribalta dopo che i pm che indagano sui fatti di Bolzaneto dopo il G8 di Genova sono stati costretti a contestare agli indagati solo l'abuso di ufficio, che peraltro sarà prescritto nel 2009: nessuno degli imputati quindi passerà un solo giorno in carcere. Eppure i giovani no global fermati nella caserma di Bolznaneto durante il G8 di Genova subirono ogni sorta di vessazioni: costretti a stare in piedi per ore, picchiati, presi in giro, privati di cibo e acqua, furono trattati in modo «inumano e degradante - hanno spiegato i magistrati nella requisitoria al processo sulle violenze del luglio 2001 - ma non esistendo una norma penale, l'accusa è stata costretta a contestare agli imputati l'abuso d'ufficio».
LEGGE MORTA PRIMA DI NASCERE - In realtà la proposta di legge che introduce il reato di tortura era stata approvata alla Camera nel dicembre 2006 in base a un accordo bipartisan e licenziata dalla commissione giustizia del Senato nel luglio 2007. «Avrebbe dovuto approdare in aula nei giorni della crisi ma è stata lasciata morire - racconta Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri - «È necessario che il prossimo Parlamento metta tra le sue priorità l'approvazione del provvedimento che introduce il reato di tortura in Italia» auspica. Anche il Papa oggi è intervenuto sull'argomento: «Ogni detenuto per qualunque motivo sia stato messo in carcere, intuisce quanto sia pesante questa condizione umana soprattutto quando è abbruttita dal ricorso alla tortura, come avvenne per Boezio» ha detto Benedetto XVI nel corso dell'udienza generale presentando la figura di Boezio, il martire cristiano da lui definito il «simbolo dei detenuti ingiustamente di tutti i tempi». Una legge, quella contro la tortura, che appare ancora più urgente se si pensa che l'Italia a livello internazionale si è fatta promotrice di una mortatoria all'Onu sulle esecuzioni capitali mentre dall'altra, in «casa propria» convive con questo un buco nero.




Torture al G8, i "no global"fanno prendere posizione al Pd

Circa 50 ragazzi della Rete per l'Autoformazione, dell'Horus occupato e dell'Esc hanno occupato ieri per una quarantina di minuti il loft di piazza Sant'Anastasa, sede del pd. L'azione è stata ideata per protestare contro la mancata presa di posizione del Partito democratico sui fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto nel corso del G8 del 2001. I manifestanti hanno anche esposto uno striscione sulla scalinata con scritto "Tortura al G8? Yes we can". I manifesanti hanno acceso alcuni fumogeni davanti all'ingresso del loft. Loft che qualche mese fa era già stato "bombardato" con krafen alla crema. Alla fine sette di loro sono entrati e hanno avuto un incontro con il responsabile della comunicazione del Pd Ermete Realacci, che ha poi diramato un comunicato: « E' inaccettabile il comportamento tenuto da alcuni esponenti delle forze dell'ordine durante l'azione alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto. Quanto accaduto in quei giorni - prosegue il comunicato - rappresenta una ferita nella coscienza civile del paese, una ferita che va sanata con il pieno accertamento della verità, sia nelle aule giudiziarie, sia in altre sedi». Dopo aver letto questo i giovani sono usciti dal loft. «È stata una protesta pacifica», ha detto Stefano Zarlenga, portavoce della Rete per l'Autoformazione. «È assurdo che i fatti di Bolzaneto e della Diaz siano caduti nel dimenticatoio» ha concluso Zarlenga.

12 marzo 2008

Il Corriere della sera online sbatte il razzismo in prima pagina

Domina l’incredulità di fronte al razzismo palese sbattuto in home page del sito del Corriere della sera. «Dijana Pavovic, la prima zingara onorevole?» si chiede il quotidiano di Milano, storpiando anche il nome della candidata rom alle elezioni politiche sulla lista della Sinistra Arcobaleno. «Dopo la pornostar Cicciolina, il transgender Luxuria, arriva una nuova candidatura provocatoria per il parlamento italiano: la zingara. Dijana Pavlovic, serba e romni [donna di etnia rom], attrice e mediatrice culturale è, infatti, la numero 8 della lista della Sinistra Arcobaleno alla Camera» si legge nell’articolo di Nino Luca. Non resistiamo a pubblicarne il seguito, che non risparmia alcuno stereotipo su «zingari» e dintorni.
«Il comitato nazionale rom e sinti ha chiesto a tutti i partiti italiani di candidare un suo rappresentante. La Sinistra Arcobaleno è stata l’unica a rispondere», spiega Dijana. «Ma di certo, mai mi sarei candidata con Berlusconi o con Veltroni. Non mi sarei messa in lista con chi vuole «patti di sicurezza» o con chi vuole cacciare via dal Paese chi è diverso». Ama la sua gente, 31 anni anni, non ha figli. Strano per una rom: «Ho posticipato l’evento. Ho studiato e mi sono laureata. Ma adoro i bambini. Ci lavoro tutti i giorni». E allora la provochiamo: «Se avessi dei bambini li manderesti a chiedere l’elemosina? «Certo se avessi problemi economici ,–ci risponde–e se mi trattassero male come oggi vengono trattati gli zingari, allora non mi farei scrupoli. Ora però ho un solo obiettivo. Andare in Parlamento per cercare di risolvere le problematiche dei rom e con loro difenderò i diritti di tutti gli italiani». Per strada canta, beve alla fontana, gioca con la gente, chiede il voto per la sua lista e ottiene sorrisi. Quando vuole leggere la mano qualcuno scappa. Poi si avvicina una nomade romena che le chiede l’elemosina e allora coglie l’occasione per spiegarci i problemi dei rom di via Triboniano e di quelli che vivono a Sesto San Giovanni: «Da più di un anno vivo con loro nelle baracche, nel fango sotto la pioggia e vedo le donne partorire per strada. Posso assicurare che ci sono anche i rom buoni, quelli onesti, come me. E sono la maggioranza». E se ne va, in attesa di conoscere Fausto Bertinotti, venerdì 14 alla presentazione al teatro Smeraldo, decisa a giocarsi le sue chances.

fonte: carta

11 marzo 2008

Bolzaneto, luglio 2001: un caso di tortura

Il processo di Bolzaneto offre un eccellente spaccato sullo stato di salute della democrazia italiana. Stamani in tribunale a Genova i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno chiesto pene per 76 anni a carico di 44 imputati [su 45] accusati di vari reati per i cosidetti fatti di Bolzaneto, avvenuti durante il G8 del 2001, ma hanno soprattutto spiegato che in quei giorni, in una caserma della polizia repubblicana, si praticò la tortura. I pm hanno riscontrato «almeno quattro» delle cinque tecniche di interrogatorio che la Corte Europea definì «trattamenti inumani e degradanti» quando si pronunciò sulla repressione, da parte delle autorità britanniche, di tumulti e proteste nell’Irlanda del Nord negli anni settanta. Ma poiché l’Italia è un paese molto speciale e non ha una legge ad hoc sulla tortura–unico fra i 15 paesi che formano il «nucleo centrale» dell’Unione europea–i pm non hanno potuto trattare il caso Bolzaneto come sarebbe stato necessario, appunto come un caso di tortura. Perciò l’imputato con la richiesta di pena più alta, l’ispettore Antonio Gugliotta, rischia 5 anni, 8 mesi e 5 giorni per abuso di ufficio e abuso di autorità sui detenuti. Perciò Alessandro Perugini, all’epoca vice capo della Digos genovese, rischia 3 anni e 6 mesi per gli stessi reati. Perugini–fra parentesi–è lo stesso funzionario imputato in un altro «famoso» processo, relativo all’arresto e al pestaggio di un minorenne: un notissimo video ritrae il funzionario–vestito con un’indimenticabile maglietta color giallo canarino–mentre sferra un calcio in faccia al ragazzo, inginocchiato, circondato dagli agenti e col volto già tumefatto. Comunque sia Gugliotta, Perugini e tutti gli altri non rischiano niente. Anche se venissero condannati dal tribunale, nel gennaio 2009 scatterà la prescrizione e la giustizia–se vogliamo ancora chiamarla così–avrà fatto il suo corso con un nulla di fatto. Eppure i pm hanno spiegato in aula, sulla base di alcune centinaia di testimonianze, che nella caserma, fra le altre cose, si sbattevano teste contro i muri, si spezzavano dita, s’infilava la testa di detenuti nel buco del water, si manganellavano persone inermi, si minacciavano le ragazze di stupro… Questo processo è uno spaccato dell’Italia di oggi, perché mostra l’orrore nel quale possono sprofondare le democrazie, e perché mette a nudo quanto sia stata vile e irresponsabile la condotta delle istituzioni e del mondo politico in questi sette anni. E’ dal 2001 che sappiamo, oltre ogni ragionevole dubbio, e indipendentemente dai procedimenti penali, che la tortura è stata praticata su ampia scala. Eppure ci ritroviamo oggi con un ordinamento che ancora non contempla questo reato, con forze di polizia che si sono opposte all’operazione di pulizia e trasparenza che era necessaria, con governi che hanno avallato le promozioni degli imputati più «prestigiosi»: al processo su Bolzaneto non ci sono gli «alti papaveri» [rubo l’espressione all’imputato Vincenzo Canterini] sotto processo alla Diaz, ma intanto Perugini è diventato vice questore, Oronzo Doria [pena richiesta: 3 anni e 6 mesi] da colonnello è divenuto generale della polizia penitenziaria… La verità è che le istituzioni, le maggiori forze politiche, i governi che si sono alteranti in questi anni, vogliono che tutti ci abituiamo all’idea che si può convivere con la tortura, con gli abusi delle forze di polizie, con una Costituzione di fatto mutilata. Dopo tutto, pochi giorni fa il presidente Bush ha messo il veto alla legge del Congresso che voleva mettere un limite alle «tecniche di interrogatorio» praticate dalla Cia sui presunti terroristi. Così va il mondo. Scommettiamo che Bolzaneto, la tortura, l’impunità garantita ai responsabili delle violazioni compiute a Genova non saranno argomento di campagna elettorale né tantomeno di lavoro politico e parlamentare nella prossima legislatura?

Bologna - Denunciate le attiviste dopo l’azione alla Farmacia S. Antonio

Quattordici persone sono state denunciate per manifestazione non autorizzata dopo l’iniziativa di denuncia pubblica di venerdì 7 marzo alla Farmacia San Antonio di via Massarenti a Bologna che non vende la pillola del giorno dopo.
Un cinquantina di attiviste/i avevano lanciato una campagna di boicottaggio alle farmacie che non vendono il contraccettivo di emergenza con un’azione simbolica: lanciando polistirolo a forma di pillola, esponendo uno striscione, volantinando e attaccando adesivi sulla vetrata della farmacia. Il responsabile della farmacia aveva reagito in modo molto violento, insultando, aggredendo una delle militanti e cercando di stapparle il megafono, salvo poi denunciare i manifestanti stessi.
Il fatto in questi giorni sta scatenando un clima di tensione a cui ha contribuito il tono di condanna usato dalla Curia Bolognese, che domenica dalle pagine di Bologna Sette, settimanale diocesano supplemento del quotidiano Avvenire, ha accusato le manifestanti di essere delle violente e di voler fare “Strategia del terrore”. “Se gli occupanti vogliono fare del loro corpo quello che più gli piace facciano pure – scrive l’organo della Diocesi di Bologna - ma non pretendano di ottenere con la violenza e simili manifestazioni la cooperazione di chi sulla base di dati medico-scientifici e professionali è profondamente contrario: se così fosse violenterebbero la libertà personale e professionale di coloro che esercitano un servizio sanitario”.
Sui fatti è intervenuto anche il presidente dell’ordine dei farmacisti Franco Cantagalli che ha ribadito: niente obiezione sulla “pillola del giorno dopo” e si è richiamato a una circolare emessa a novembre che avvisava i farmacisti di poter incorrere in “omissione o rifiuto di atti d’ufficio” nel caso non vendessero il contraccettivo d’emergenza.

Omicidio Sandri, la superteste giapponese"L'agente mirò per 10 secondi"

Il racconto della testimone dell'omicidio del tifoso laziale, ucciso sulla A1"Puntò la pistola verso quell'auto. La teneva con entrambe le mani. Poi sparò"

"Quel poliziotto prima di sparare puntò l'arma e prese la mira per dieci secondi...". È l'accusa della supertestimone dell'omicidio di Gabriele Sandri. Ma non solo: cinque giorni prima aveva superato con giudizio positivo l'addestramento al poligono di tiro. Era il 6 novembre 2006, qualche giorno dopo, domenica 11, l'agente della polstrada Luigi Spaccarotella estrasse la pistola d'ordinanza e sparò contro l'auto con a bordo Gabriele Sandri uccidendo il 28enne tifoso della Lazio. "Non fu un colpo accidentale. Quell'agente mirò prima di premere il grilletto" hanno sempre sostenuto i famigliari di Sandri, assistiti dall'avvocato Michele Monaco. Una ricostruzione fatta propria dal pm Giuseppe Ledda che, a chiusura delle indagine, ha confermato l'imputazione di "omicidio volontario". Una conclusione basata su alcune dichiarazioni. Ad accusare il giovane poliziotto sono due donne e in particolare un'operatrice turistica giapponese che per caso quella domenica si trovava nell'area di servizio di Badia al Pino sull'A1, vicino ad Arezzo. Keiko H., 42 anni, è la supertestimone dell'inchiesta sull'uccisione di "Gabbo". Il 15 novembre ha raccontato la sua verità agli investigatori della guardia di finanza e ora le sue dichiarazioni sono finite tra le migliaia di pagine depositate dalla Procura di Arezzo. "Dopo aver fatto colazione - si legge sul verbale - uscivo dall'autogrill per fumare una sigaretta nel piazzale antistante. All'improvviso sentii uno sparo. Ma non capivo la provenienza. Vidi allora dei ragazzi, dall'altra parte dell'autostrada, scappare e correre verso delle autovetture. Successivamente vidi i due poliziotti correre verso di me e in particolare uno dirigersi verso l'estremità del piazzale mentre dall'altra parte i ragazzi salivano su un'autovettura di colore chiaro. Il poliziotto dopo essersi fermato puntava una pistola tenendola con entrambe le mani protese in direzione dell'autovettura e dopo circa dieci secondi sparava. Ricordo bene il momento dello sparo: l'autovettura era in movimento e anche dopo proseguiva la marcia. A quel punto, impaurita, mi sono recata verso il pullman sul quale viaggiavo".
La versione della giovane giapponese trova conferma anche dal racconto da una cassiera dell'autogrill. La donna però riferisce di aver sentito uno solo sparo. "All'interno del market un mio collega aiutava a fare delle fotocopie, dopo alcuni minuti l'agente è uscito. Dopo un quarto d'ora udivo il suono di una sirena. Allora uscivo dal locale e vidi che c'erano due auto della polizia. Nell'area di servizio opposta vedevo delle persone correre con in mano dei bastoni o qualcosa di simile e raggiungere un'autovettura e saliti a bordo partire in direzione nord". La dipendente dell'autogrill racconta poi il momento dello sparo. "In quell'istante uno dei poliziotti mi è passato davanti. Giunto alla fine del guardrail, all'altezza di un cumulo di terra smossa, ha disteso entrambe le mani impugnando la pistola. Ha aspettato che quell'auto imboccasse la rampa che da accesso all'autostrada e poi ho udito un colpo di pistola. E mentre l'auto continuava il suo viaggio, il poliziotto è tornato sui suoi passi, sempre correndo, e ha raggiunto i suoi colleghi". E ancora: "Non ho notato assolutamente se il poliziotto durante la corsa, sia all'andata che al ritorno, avesse in mano una pistola che, ripeto, gli ho visto impugnare solo poco prima della sparo".

G8, Bolzaneto: chieste condanne per oltre 76 anni per i poliziotti

Condanne complessive a 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione. Per i 44 imputati. Per uno solo dei 45 imputati, Giuseppe Fornasiere, è stata chiesta l'assoluzione. Le pene variano da 5 anni, 8 mesi e 5 giorni a 6 mesi di reclusione. Chiesta inoltre la condanna detentiva per i cinque medici presenti nell'area sanitaria. A Bolzaneto, durante il G8, furono inflitte alle persone fermate "almeno quattro" delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli anni Settanta, configurano "trattamenti inumani e degradanti". Atti di tortura, insomma, ma le leggi italiane in materia non prevedono questo reato e i pm hanno dovuto ripiegare su accuse meno gravi. La pena più pesante, 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, in servizio nella struttura di Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001 come responsabile della sicurezza. E' accusato di abuso d'ufficio e abuso di autorità contro detenuti, per aver agevolato e comunque non impedito la condotta degli altri poliziotti come avrebbe dovuto e potuto fare nella sua veste di responsabile alla sicurezza. In particolare avrebbe percosso con calci, pugni, sberle e anche con il manganello in dotazione gli arrestati e i fermati per identificazione. Pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione anche nei confronti di Alessandro Perugini, ex numero due della Digos di Genova, il funzionario più alto in grado presente nella caserma, accusato di abuso d'ufficio e di abuso di autorità contro i detenuti. Stessa richiesta di condanna per Anna Poggi, commissario capo di polizia, per il generale della Polizia Penitenziaria Oronzo Doria (all'epoca colonnello), responsabile del coordinamento e dell' organizzazione, per gli ufficiali di custodia cap. Ernesto Cimino e cap. Bruno Pelliccia, che devono rispondere degli stessi reati. Complessivamente i capi d'accusa contestati dai pm sono stati 120.
Quanto ai medici, per Giacomo Toccafondi, coordinatore, accusato di abuso di atti d'ufficio e di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni, 6 mesi e 25 giorni di reclusione; per Aldo Amenta 2 anni, 8 mesi e 15 giorni; per Adriana Mazzoleni, 2 anni, e 3 mesi; per Sonia Sciandra, 2 anni, 8 mesi e 25 giorni per Marilena Zaccardi, 2 anni, 3 mesi e 20 giorni.
Quello che avvenne a Bolzaneto - hanno sostenuto i pm - fu un comportamento inumano e degradante ma, non esistendo una norma penale (per la quale l'Italia è inadempiente rispetto all'obbligo di adeguare il proprio ordinamento alla convenzione internazionale), l'accusa è stata costretta a contestare agli imputati l'art.323 (abuso d'ufficio) che comunque sarà prescritto nel 2009. L'unico reato per cui sono richieste 10 anni per la prescrizione è il falso ideologico.Altri reati contestati a vario titolo sono: violazione della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, abuso di autorità nei confronti di persone arrestate o detenute, minacce, ingiurie, lesioni.Parlando dei disegni di legge mai tramutati in legge, il pm Petruzziello ha detto che per il reato di tortura e per il trattamento inumano e degradante sarebbe prevista l'imprescrittibilità e le pene varierebbero da 4 a 10 anni. Nel caso in esame, invece, i reati si prescriveranno quasi tutti nel 2009.
«Hanno picchiato, seviziato, torturato, ma verranno tutti assolti per avvenuta prescrizione. La verità e la giustizia sul g8 di Genova non troveranno spazio, come era prevedibile, nelle aule tribunali», afferma Francesco Caruso, deputato del Prc ed esponente della Sinistra arcobaleno. «Loro hanno abusato del potere e del manganello, hanno picchiato, sequestrato, minacciato, seviziato, torturato, ma sono innocenti, noi che invece abbiamo manifestato per un altro mondo possibile, noi che combattiamo ogni giorno contro le ingiustizie sociali e in difesa dei più deboli - prosegue Caruso - siamo noi i veri delinquenti». «I responsabili delle violenze di Genova saranno tutti assolti per avvenuta prescrizione - spiega - perchè nel codice penale italiano non è previsto il reato di tortura: infatti quando si tratta di adeguarsi ai diktat economici dell'Unione Europea, i governi di centrodestra o centrosinistra si affannano precipitosamente, incuranti dei disastri sociali che essi comportano, ma quando si tratta di adeguare il proprio ordinamento penale alle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, le accuse di inadempienza dell'Unione Europea restano sempre lettera morta, tant'è che l'introduzione del reato di tortura, approvato dalla Camera dei Deputati nel dicembre 2006, non è mai arrivato al Senato ed anche per questo i torturatori in Italia resteranno impuniti».

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