21 marzo 2008

Amato boccia la commissione d'inchiesta sul G8

La notizia è in fondo, nell’ultima colonna della lunga intervista del ministro dell’interno Giuliano Amato pubblicata venerdì dal quotidiano La Repubblica. E la notizia è che la commissione d’inchiesta sui fatti del G8 genovese del 2001 non si farà. Era nel programma dell’Unione, due anni fa, ed è stata per tutta la breve legislatura del governo Prodi una richiesta costante delle forze che ora formano la Sinistra e l’Arcobaleno. Amato lo sa benissimo e per questo ripete a Giuseppe D’Avanzo che «per accertare la verità di Bolzaneto conviene affidarsi al lavoro del giudice e lasciar perdere le commissioni parlamentari». Fine. Salvo un piccolo particolare, che manca nell’intervista: i procedimenti per cui sono imputati 44 agenti di vari corpi di polizia [e non solo quella penitenziaria come dice Amato nell’intervista] sono a rischio prescrizione, per cui l’esito probabile del lavoro testardo dei pm genovesi potrebbe essere un nulla di fatto. ( leggi tutto)

Dove eravate quando ci torturavano a Bolzaneto?

Sono stato il primo a entrare a Bolzaneto. E mi è andata meglio di chi mi ha seguito. Genova, venerdì 20 luglio 2001, attorno alle 14 vengo fermato in via Alessi mentre la polizia carica lo spezzone inglese di Globalise Resistance. Ero sceso da Piazza Dante dove per Attac coordinavo le attività sulla piazza (palloncini per un'invasione aerea della zona rossa e protesta davanti alle reti). Ho visto due ragazze trascinate in malo modo da un gruppo di celerini. Mi sono messo in mezzo. Le ho prese anche io.
Mi hanno sbattuto su una camionetta con un giovane inglese con il naso fratturato, la testa aperta e un dente rotto. Era una maschera di sangue, non riusciva a respirare. Ci portano in Questura, in una stanza vuota a piano terra, siamo una decina, c'è uno svizzero, un paio d'italiani, degli inglesi e le due ragazze, una neozelandese e una tedesca. I quattro poliziotti che ci prendono in consegna - nessun graduato - le lasciano stare, ma vogliono che guardino mentre ci riempiono di botte. Calci, schiaffi, una testa pestata più volte contro il muro, in ginocchio e poi in piedi, ogni parole erano botte. ( leggi tutto )

19 marzo 2008

Brindisi: il questore vieta di soggiornare in città e in provincia a 12 attivisti di Greenpeace

All'alba del 30 novembre 2007 gli attivisti di Greenpeace entrano nella centrale a carbone Enel di Brindisi Sud - la più inquinante d'Italia - e aprono striscioni di protesta sul tetto della centrale e sul grande carbonile all'aperto. Per ricordare che il carbone è il nemico numero 1 del clima!
Trascorso un mese, a 12 degli attivisti viene notificato da parte del questore di Brindisi il bando dalla città: dichiarati "socialmente pericolosi" viene loro vietato "di fare ritorno nel comune di Brindisi e frazioni per ANNI TRE". Come se si trattasse di delinquenti abituali, mafiosi, soggetti pericolosi per la sicurezza pubblica.
Greenpeace ha impugnato il provvedimento. Perché questa iniziativa del questore rischia di diventare un grave precedente che limita il diritto di manifestare in modo pacifico. Eccoli i "banditi" di Greenpeace. Studenti, lavoratori, madri e padri con un "pericoloso" obiettivo comune: difendere l'ambiente e la salute!

Pavia: assalto di FN al CSA Barattolo

Ieri sera (18 marzo) alle 23.45 un gruppo di una decina di militanti di Forza Nuova incappucciati si è mosso dalla propria sede per sfondare il cancello d’ingresso del C.S.A. Barattolo: danni alla struttura, vetri rotti e 15 giorni di prognosi di un ragazzo che si trovava all’interno... (continua)

18 marzo 2008

Genova G8: Ricorso alla corte europea

Al processo per le violenze impunite del lager di Bolzaneto, la parola è passata agli avvocati di parte civile. Che consapevoli di quanto sia a rischio il procedimento penale in questione - la prescrizione è dietro l´angolo, e scatterà il prossimo anno - hanno avanzato le prime richieste di risarcimento. Per ciascuna delle 209 vittime, i legali chiedono una provvisionale minima di ventimila euro. È un acconto sulla liquidazione finale, stimata in media settantamila euro a testa. Complessivamente fa quasi quindici milioni. In caso di condanna, saranno chiamati a pagare i 46 imputati e - in solido - le amministrazioni di appartenenza: ministero della Giustizia, della Difesa, dell´Interno. Ma se la risposta del tribunale non sarà adeguata, è pronta una denuncia alla Corte Europea per la violazione della Convenzione dei Diritti dell´Uomo. L´Italia ha da tempo aderito al trattato internazionale contro la tortura, i trattamenti crudeli, inumani e degradanti: senza modificare di conseguenza il proprio codice penale. Il risultato è che la tortura da noi non esiste, nel senso che non viene materialmente punita: al processo sugli episodi di Bolzaneto, dunque, si parla di violenza privata, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell´ordinamento penitenziario. Reati puniti con pene minori che cadranno a sette anni e mezzo dai fatti e cioè nel prossimo gennaio. «Senza una legge ci ritroviamo in una situazione paradossale. Ed è per questo che ricorreremo a Strasburgo», spiega Simonetta Crisci, avvocato di alcuni no-global.Stamani i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati depositeranno una memoria di oltre un migliaio di pagine. Nel frattempo i legali di alcune vittime denunciano in aula le violazioni della democrazia perpetrate nella caserma del G8. Per raccontare i danni psicologici subiti da quelli che transitarono nel centro di detenzione temporanea di Bolzaneto, gli avvocati Francesca Costa e Filippo Guiglia riportano stralci di testimonianze rese dai fermati durante il dibattimento. Federico M.: «Non pensavo che degli esseri umani avessero il potere di farmi quello che mi hanno fatto, ed essere legittimati». Brando B.: «Oggi quando ho a che fare con le forze dell´ordine la prima domanda che mi viene è: "Ma questo qui sarà stato a Genova? Sarà un fascista incazzato che appena può mi mena?"». Fabienne B.: «Dopo il G8 volevo vedere tantissimi film, perché non riuscivo più a concentrarmi sulla realtà. E non potevo stare con la gente, non mangiavo più». Massimiliano S.: «Quando sono tornato a casa, per settimane ho cercato solo di dormire e di lavarmi: per togliermi di dosso non solo lo sporco fisico, ma anche un peso che mi sentivo addosso». Valentin S.: «Non riuscivo a salire sui mezzi pubblici affollati. Ho avuto per molto tempo problemi a restare nudo, e degli attacchi d´ansia quando vedevo delle piastrelle. E per diversi mesi anche problemi con la sessualità». Valérie V.: «Il trauma vero è che per quattro giorni i miei bambini non sapevano dove mi trovavo, se ero viva o morta. Lo hanno scoperto andando a comprare il pane, vedendo una locandina di giornale con la foto della loro mamma. E avevo paura a spogliarmi davanti a un medico, per mostragli le mie ferite». Raffaele D.: «Chi ne ha risentito di più è stata mia moglie. Per due giorni non ha avuto notizie di me. Era terrorizzata. Una che non ha mai fatto politica o partecipato a manifestazioni, che ha sempre avuto un atteggiamento da cittadina-modello: ora quando vede passare carabinieri o poliziotti comincia a tremare». Andreas S.: «Ho sempre paura a ricordare, a raccontare. E mio padre continua a non credere che tutto questo sia potuto accadere».

17 marzo 2008

Milano: Il comune cancella il murales in ricordo di Dax

De Corato colpisce ancora. Il pluri-confermato vicesindaco, parlamentare di An dal 1994, nato e cresciuto nella culla dell'Msi, sta inseguendo un disegno politico ineccepibile. La sua politica del «Modello Milano» per la sicurezza non si frena più, e colpisce a freddo centri sociali, associazioni partigiane, persino i muri della città: ieri il comune di Milano ha fatto cancellare per la seconda volta il murale in memoria di Davide Cesare, detto Dax, il giovane ucciso a coltellate il 16 marzo di 5 anni fa da tre balordi di estrema destra. L'avevano già fatto nel settembre 2007 e anche allora non era servito perché neppure un mese dopo il murale era stato ridisegnato, sfida aperta al tentativo di cancellare un pezzo di memoria. Questa volta la provocazione è ancora più evidente. La scelta della data del nuovo colpo di spugna cade proprio fra l'anniversario della morte di Dax e il doloroso ricordo dell'uccisione di Fausto e Iaio - avvvenuta 30 anni fa - i cui colpevoli non sono ancora noti.Luciano Muhlbauer, consigliere regionale di Rifondazione, ha commentato questo provvedimento sottolineando «sappiamo bene come la pensa il vicesindaco De Corato e tutti in città conoscono le sue crociate per riabilitare il fascismo storico». C'è da dire che senatore e signora (Silvia Ferretti, consigliere regionale di An) non hanno mai mancato di rendere note le loro provocatorie posizioni, occupandosi di far modificare la lapide di Piazza Fontana dedicata a Pinelli sostituendo la parola «ucciso» con «morto», oppure inserendo la sede Anpi di via Mascagni tra le proprietà comunali in vendita, senza neppure degnarsi di avvisare i partigiani, che occupano la sede dal 1946 e si trovano ora sotto sfratto. «Non sono casi isolati - spiega Daniele Farina, deputato del Prc e storico portavoce del centro sociale Leoncavallo - perchè quello che De Corato persegue è un tentativo di cancellazione della memoria, è una sorta di linea nera tenuta dalla giunta comunale di Milano, da 15 anni in mano al centrodestra. I sindaci passano ma il vicesindaco resta». L'obiettivo che spinge il Comune ad inasprire i toni è quello di trasformare la città in una vetrina asettica in vista dell'Expo del 2015 (sempre ammesso che il 31 marzo Milano vinca la sfida con Smirne); per l'occasione, il comune non ha fatto mistero delle sue intenzioni perseguendo una politica della sicurezza che attanaglia tutte le realtà milanesi che si distaccano dal principio di pulizia della città. «Quella dell'amministrazione - continua Farina - è una politica sottaciuta dalla stampa e fatta di pulizia etnica in cui si sceglie semplicemente il nemico più facile da attaccare, che sia rom, immigrato o antagonista».Rispetto alla questione del murale, i toni usati dagli amici di Dax non sono più pacati: «E' innegabile che la cancellazione del murale in questi giorni particolari non sia casuale. I dispetti non esistono in questa faccenda, esiste solo la provocazione e l'attacco alla memoria antifascista, non solo di Dax». Oltre a questo, spiegano, l'azione del comune è mossa dalla volontà di imporre un modello di città vetrina, senza gli stimoli vitali che il movimento propone, e c'è il tentativo di cancellare le espressioni artistiche genuine della città, come i murales, che non sono vissuti come un valore aggiunto, ma come un aspetto negativo da estirpare. Se il movimento milanese stia davvero soffocando lentamente a causa dei colpi di De Corato, questo è da stabilire. I compagni di Dax intanto dicono di raccogliere la sfida, e giurano che quel murale lo rifaranno ancora, anche mille volte. Stessa sorte era capitata al murale per Fausto e Iaio da sempre presente in via Mancinelli: è stato cancellato e rifatto neppure un anno fa. Oggi il trentesimo anniversario della morte dei due ragazzi viene ricordato con iniziative, incontri e con un presidio proprio in via Mancinelli, dove furono assassinati dai fascisti.La risposta di De Corato, anzi una strana domanda, comunque è arrivata e fa quasi tenerezza: «Il murale se si fa per uno si fa per tutti, e dove mettiamo i murales per gli altri morti? Per il commissario Calabresi, per l'agente Custrà? Perchè per Dax sì e per gli altri no? Per tutti abbiamo messo targhe, steli, monumenti: tutti sono ricordati». Bella idea, e allora invece di cancellare quelli degli «altri» potrebbe incaricare i suoi amichetti di colorare altri muri come piace a lui. Magari di nero. Del resto, queste a Milano sono giornate particolari, per cui non sarà certo un vice sindaco sbiadito che non sa più cosa fare per guadagnarsi la ribalta a cancellare con un colpo di spugna la memoria della lotta all'antifascismo.

fonte: il manifesto

Padova: cariche della polizia al sit-in contro Ferrara

Ci sono stati momenti di tensione tra manifestanti e polizia durante il presidio di protesta contro la presenza di Giuliano Ferrara, che stava presentando la sua lista «aborto, no grazie», a palazzo Moroni, sede del Comune di Padova. La protesta era stata indetta da Donne in movimento, Fuxia Block, circolo lesbico Drastica..mente e collettivo 50 e 50 padova. Due cariche di alleggerimento sono partito nel momento in cui le/i manifestanti hanno cercato di forzare il blocco al cancello centrale di palazzo Moroni. Non ci sono stati contusi. Ferrara era stato contestato anche sabato a Verona e a Conegliano.

16 marzo 2008

Appello: Non possiamo rimanere in silenzio e lasciare la storia di Genova solo alle aule di tribunale

L’Unione, ormai archiviato schieramento del centrosinistra che vinse le elezioni nel 2006, proponeva nel suo programma la costituzione di una commissione parlamentare sui fatti di Genova. Il documento elettorale si spingeva oltre, obbligandosi alla "definizione di regole per migliorare la riconoscibilità degli operatori delle forze dell'ordine nel corso delle operazioni di ordine pubblico, per una maggiore efficacia e trasparenza di queste attività". E’ noto che questi impegni non sono stati rispettati, per il crearsi di condizioni politiche che ora non vogliamo rivangare. Appare però paradossale che essi non siano presenti oggi nelle 14 priorità della Sinistra Arcobaleno, apparendo unicamente (peraltro solo come fugace accenno) nel programma esteso, come rilevato anche dal Comitato Verità e Giustizia per Genova nella propria lettera al presidente Bertinotti. Paradossale in quanto si pensava che il nuovo soggetto politico della sinistra, grazie alla sua autonomia e non dovendo più sottostare a compromessi con forze meno interessate a tali tematiche, potesse permettersi uno slancio diverso e maggiore coraggio; al contrario abbiamo assistito ad un passo indietro.
Siamo consapevoli dei limiti imposti da una campagna elettorale inattesa e condotta inevitabilmente in tempi ristretti. Questo può spiegare – ma non giustificare – l’assenza della “questione Genova” dai punti prioritari della Sinistra Arcobaleno; contemporaneamente rileviamo che Genova non è sparita “solo” dall’agenda delle urgenze, ma in generale dalla discussione interna alla sinistra che si appresta a chiedere il voto alle prossime elezioni. E a poco serve rilevare oggi, in occasione della richiesta di condanna avanzata dai pm per 44 imputati nel processo su Bolzaneto, i commenti di alcuni esponenti della sinistra. Troppo poco: la rimozione del G8 genovese sembra un’onda lenta ma inesorabile; dopo aver attraversato il Paese ha investito pure la neonata sinistra unita.
I procedimenti giudiziari che su Genova stanno arrivando a conclusione sono sicuramente importanti, ma nulla centrano con la definizione di quelle vicende sul piano delle garanzie costituzionali e dei diritti. In Italia la magistratura è stata spesso criticata per presunte ingerenze nella politica, salvo poi delegarle una ricerca “miracolosa” della verità su questioni che la politica non sa o non vuole affrontare. Genova non fa eccezione a questa regola; anzi, ne è esempio paradigmatico. Negli ultimi mesi le voci uscite dalle aule dei tribunali sono state sempre più alte e inquietanti. Abbiamo rivissuto l’indegna perquisizione della Diaz, le minacce e le vessazioni (fisiche e psicologiche) subite dai fermati a Bolzaneto, abbiamo visto sancita come ingiustificata la carica ai manifestanti di via Tolemaide, il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire alcune persone ferite negli scontri. Purtroppo sulla morte di Carlo Giuliani anche la magistratura si è uniformata alla “grande rimozione” di Genova, archiviando il procedimento, ferma restando l’attesa per il ricorso presentato dalla famiglia alla Corte Europea di Strasburgo.
Di fronte a queste voci – come detto, e nonostante i molti anni passati dal luglio 2001, sempre più forti – è stato stridente il contrasto con il silenzio opposto dalla politica, fino ad arrivare alla sensazione che persino la sinistra guardi ad altro come priorità. In questi sette anni l’abbiamo capito: le forze di polizia non sono interessate a rapportarsi autonomamente coi propri errori. Non credevamo però che la politica avesse introiettato questa situazione come un dato di fatto immutabile, senza considerarne le conseguenze future o quelle già evidenti nei sette anni successivi il luglio genovese.
Oltre allo stucchevole elenco dei funzionari promossi, in assoluta e trasversale continuità fra i due governi succedutisi dal 2001 ad oggi e che abbiamo più volte condannato, abbiamo assistito ad altri fatti inquietanti. Da un censimento avviato circa un anno fa, sono circa 11.500 le persone che sono oggi sottoposte a procedimento penale per lotte sociali. La casistica è piuttosto varia sia considerando le iniziative incriminate che le fattispecie penali individuate dagli inquirenti, ma esiste un filo che unisce tutte queste vicende: la volontà, inaccettabile per uno Stato Democratico, di delegare al diritto e alla magistratura penale la soluzione di problemi sociali e politici importanti e complessi. Tutto questo senza pensare a casi eclatanti, che peraltro escono dalla sfera delle lotte sociali, per integrarsi comunque con quella relativa al controllo dell’operato delle forze dell’ordine (pensiamo a Federico Aldrovandi o Riccardo Rasman) e della polizia penitenziaria (due esempi per tutti il caso di Aldo Bianzino e quello di Marcello Lonzi). E non è certo tranquillizzante la corsa di molti partiti a candidare per le prossime elezioni esponenti delle forze di polizia, solleticando in modo acritico e populista l’ansia securitaria di settori dell’elettorato.
Nel 2001 le garanzie costituzionali furono calpestate, ma a sette anni di distanza l’eco di quelle violazioni non solleva alcun dibattito politico, riuscendo a malapena a bucare il silenzio dei media.
La Repubblica per Bolzaneto ha parlato di “girone infernale”; La Stampa di “Guantanamo italiana”. Sulla Diaz è ormai divenuta celebre la definizione dell’allora vicequestore Michelangelo Fournier: “una macelleria messicana”. Secondo Amnesty International durante il G8 2001 si è verificata “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.
Non possiamo rimanere in silenzio e lasciare la storia di Genova solo alle aule di tribunale.

Noi siamo ancora a chiedere:
- l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti avvenuti nel 2001, durante il vertice G8 di Genova (dalle cariche ai manifestanti alla morte di Carlo Giuliani, dalla Diaz a Bolzaneto) e, precedentemente, il Global Forum di Napoli;
- la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell'ordine;
- il varo di una legge che preveda il reato di tortura;
- l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;
- l’aggiornamento professionale delle forze dell'ordine circa i principi della nonviolenza;
- l’impegno alla esclusione dell'utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l'impegno circa una moratoria nell'utilizzo dei GAS CS;
Ma, soprattutto, chiediamo al candidato premier della Sinistra Arcobaleno, e ai segretari dei 4 partiti coalizzatisi in essa, di dire chiaramente se queste istanze, peraltro solo sinteticamente riportate e a cui potrebbero sommarsi altre, siano ancora prioritarie per l’autodefinitasi forza unitaria della sinistra. Precisiamo che questa parola di chiarezza non la chiediamo solo oggi, né ci basterebbe venisse espressa col solo intento di recuperare una parte di potenziale elettorato, ormai disorientato e disilluso dal vostro silenzio: la chiediamo come inequivocabile scelta di campo, culturale e civile prima che politico-elettorale.
Analoga domanda la rivolgiamo a tutte le altre forze politiche che in passato si sono dette vicine a tali istanze e che, mentre si apprestano a presentarsi alla prossima tornata elettorale, sulle tematiche sopra esposte hanno scelto in questi giorni un ambiguo silenzio.
Accogliamo favorevolmente la risposta del Presidente Bertinotti alla lettera del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Raccogliamo la disponibilità ad un incontro, da estendersi a tutte quelle realtà (partiti, associazioni, movimenti) per le quali il "caso Genova G8" va affrontato unitamente ai temi riguardanti le libertà civili, la trasparenza delle forze di polizia, il controllo democratico degli apparati di sicurezza.

primi firmatari:

Francesco “baro” Barilli (coordinatore www.reti-invisibili.net) e Italo Di Sabato (responsabile Osservatorio sulla Repressione PRC/SE), Haidi Gaggio Giuliani, Enrica Bartesaghi, Lorenzo Guadagnucci, Stefania Zuccari (madre di Renato Biagetti), Comitato Madri per Roma città aperta, Natascia Casu (figlia di Giuseppe Casu), Maria Iannucci (Associazione Familiari e amici di Fausto e Iaio), Patrizia Moretti (madre di Federico Aldrovandi), Lydia Franceschi (madre di Roberto Franceschi), Massimo Algarotti (comitato per Rumesh - Como), Don Vitaliano Della Sala, Alessandro Bernardi (resp. movimenti PRC/SE di Bologna), Tiziano Loreti (segr. provinciale PRC/SE di Bologna), Sergio Spina (capogruppo Provincia PRC/SE di Bologna), Marzia Mascagni (segreteria provinciale PRC/SE di Bologna), Chiara Di Stefano (GC di Bologna), Agostino Giordano (coordinatore provinciale GC di Bologna), Francesca Ruocco(esecutivo nazionale GC), Rossella Giordano (segreteria provinciale PRC/SE di Bologna), Orazio Sturniolo (resp. commissione scuola PRC/SE di Bologna), Valerio Marletta (Coordinatore prov gc Catania), Pierpaolo Montalto (Prc Catania), Maurizio Grosso (Movimento braccianti Catania), Anna Pizzo (consigliera regionale Lazio), Caterina Giovinazzo (Comitato Antifascista 18 giugno Torino), Ottominuti Associazione di promozione sociale Reggio Calabria, Danilo Barreca (Prc Reggio Calabria), Paolo Menaldi (Rap Molise)


per adesioni: miticobaro@alice.it

13 marzo 2008

Tortura, l'Italia senza legge in coda alla Ue

Dopo la requisitoria dei pm sulle violenze nella caserma di Bolzaneto per il g8 di genova. Buco legislativo a 20 anni dalla ratifica del convenzione dell'Onu. E i tribunali non possono perseguire i colpevoli

In Italia la tortura non è reato. Sono passati più di vent'anni da quando Roma ha ratificato la convenzione Onu che vieta la tortura (era il 1987), ma da allora non è ancora stata tradotta in legge e i tribunali non possono perseguire adeguatamente i colpevoli. Un vuoto legislativo che ci «colloca agli ultimi posti in Europa» denuncia Mauro Palma, presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (ascolta l'intervista). Un buco nero tornato alla ribalta dopo che i pm che indagano sui fatti di Bolzaneto dopo il G8 di Genova sono stati costretti a contestare agli indagati solo l'abuso di ufficio, che peraltro sarà prescritto nel 2009: nessuno degli imputati quindi passerà un solo giorno in carcere. Eppure i giovani no global fermati nella caserma di Bolznaneto durante il G8 di Genova subirono ogni sorta di vessazioni: costretti a stare in piedi per ore, picchiati, presi in giro, privati di cibo e acqua, furono trattati in modo «inumano e degradante - hanno spiegato i magistrati nella requisitoria al processo sulle violenze del luglio 2001 - ma non esistendo una norma penale, l'accusa è stata costretta a contestare agli imputati l'abuso d'ufficio».
LEGGE MORTA PRIMA DI NASCERE - In realtà la proposta di legge che introduce il reato di tortura era stata approvata alla Camera nel dicembre 2006 in base a un accordo bipartisan e licenziata dalla commissione giustizia del Senato nel luglio 2007. «Avrebbe dovuto approdare in aula nei giorni della crisi ma è stata lasciata morire - racconta Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri - «È necessario che il prossimo Parlamento metta tra le sue priorità l'approvazione del provvedimento che introduce il reato di tortura in Italia» auspica. Anche il Papa oggi è intervenuto sull'argomento: «Ogni detenuto per qualunque motivo sia stato messo in carcere, intuisce quanto sia pesante questa condizione umana soprattutto quando è abbruttita dal ricorso alla tortura, come avvenne per Boezio» ha detto Benedetto XVI nel corso dell'udienza generale presentando la figura di Boezio, il martire cristiano da lui definito il «simbolo dei detenuti ingiustamente di tutti i tempi». Una legge, quella contro la tortura, che appare ancora più urgente se si pensa che l'Italia a livello internazionale si è fatta promotrice di una mortatoria all'Onu sulle esecuzioni capitali mentre dall'altra, in «casa propria» convive con questo un buco nero.




Torture al G8, i "no global"fanno prendere posizione al Pd

Circa 50 ragazzi della Rete per l'Autoformazione, dell'Horus occupato e dell'Esc hanno occupato ieri per una quarantina di minuti il loft di piazza Sant'Anastasa, sede del pd. L'azione è stata ideata per protestare contro la mancata presa di posizione del Partito democratico sui fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto nel corso del G8 del 2001. I manifestanti hanno anche esposto uno striscione sulla scalinata con scritto "Tortura al G8? Yes we can". I manifesanti hanno acceso alcuni fumogeni davanti all'ingresso del loft. Loft che qualche mese fa era già stato "bombardato" con krafen alla crema. Alla fine sette di loro sono entrati e hanno avuto un incontro con il responsabile della comunicazione del Pd Ermete Realacci, che ha poi diramato un comunicato: « E' inaccettabile il comportamento tenuto da alcuni esponenti delle forze dell'ordine durante l'azione alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto. Quanto accaduto in quei giorni - prosegue il comunicato - rappresenta una ferita nella coscienza civile del paese, una ferita che va sanata con il pieno accertamento della verità, sia nelle aule giudiziarie, sia in altre sedi». Dopo aver letto questo i giovani sono usciti dal loft. «È stata una protesta pacifica», ha detto Stefano Zarlenga, portavoce della Rete per l'Autoformazione. «È assurdo che i fatti di Bolzaneto e della Diaz siano caduti nel dimenticatoio» ha concluso Zarlenga.

12 marzo 2008

Il Corriere della sera online sbatte il razzismo in prima pagina

Domina l’incredulità di fronte al razzismo palese sbattuto in home page del sito del Corriere della sera. «Dijana Pavovic, la prima zingara onorevole?» si chiede il quotidiano di Milano, storpiando anche il nome della candidata rom alle elezioni politiche sulla lista della Sinistra Arcobaleno. «Dopo la pornostar Cicciolina, il transgender Luxuria, arriva una nuova candidatura provocatoria per il parlamento italiano: la zingara. Dijana Pavlovic, serba e romni [donna di etnia rom], attrice e mediatrice culturale è, infatti, la numero 8 della lista della Sinistra Arcobaleno alla Camera» si legge nell’articolo di Nino Luca. Non resistiamo a pubblicarne il seguito, che non risparmia alcuno stereotipo su «zingari» e dintorni.
«Il comitato nazionale rom e sinti ha chiesto a tutti i partiti italiani di candidare un suo rappresentante. La Sinistra Arcobaleno è stata l’unica a rispondere», spiega Dijana. «Ma di certo, mai mi sarei candidata con Berlusconi o con Veltroni. Non mi sarei messa in lista con chi vuole «patti di sicurezza» o con chi vuole cacciare via dal Paese chi è diverso». Ama la sua gente, 31 anni anni, non ha figli. Strano per una rom: «Ho posticipato l’evento. Ho studiato e mi sono laureata. Ma adoro i bambini. Ci lavoro tutti i giorni». E allora la provochiamo: «Se avessi dei bambini li manderesti a chiedere l’elemosina? «Certo se avessi problemi economici ,–ci risponde–e se mi trattassero male come oggi vengono trattati gli zingari, allora non mi farei scrupoli. Ora però ho un solo obiettivo. Andare in Parlamento per cercare di risolvere le problematiche dei rom e con loro difenderò i diritti di tutti gli italiani». Per strada canta, beve alla fontana, gioca con la gente, chiede il voto per la sua lista e ottiene sorrisi. Quando vuole leggere la mano qualcuno scappa. Poi si avvicina una nomade romena che le chiede l’elemosina e allora coglie l’occasione per spiegarci i problemi dei rom di via Triboniano e di quelli che vivono a Sesto San Giovanni: «Da più di un anno vivo con loro nelle baracche, nel fango sotto la pioggia e vedo le donne partorire per strada. Posso assicurare che ci sono anche i rom buoni, quelli onesti, come me. E sono la maggioranza». E se ne va, in attesa di conoscere Fausto Bertinotti, venerdì 14 alla presentazione al teatro Smeraldo, decisa a giocarsi le sue chances.

fonte: carta

11 marzo 2008

Bolzaneto, luglio 2001: un caso di tortura

Il processo di Bolzaneto offre un eccellente spaccato sullo stato di salute della democrazia italiana. Stamani in tribunale a Genova i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno chiesto pene per 76 anni a carico di 44 imputati [su 45] accusati di vari reati per i cosidetti fatti di Bolzaneto, avvenuti durante il G8 del 2001, ma hanno soprattutto spiegato che in quei giorni, in una caserma della polizia repubblicana, si praticò la tortura. I pm hanno riscontrato «almeno quattro» delle cinque tecniche di interrogatorio che la Corte Europea definì «trattamenti inumani e degradanti» quando si pronunciò sulla repressione, da parte delle autorità britanniche, di tumulti e proteste nell’Irlanda del Nord negli anni settanta. Ma poiché l’Italia è un paese molto speciale e non ha una legge ad hoc sulla tortura–unico fra i 15 paesi che formano il «nucleo centrale» dell’Unione europea–i pm non hanno potuto trattare il caso Bolzaneto come sarebbe stato necessario, appunto come un caso di tortura. Perciò l’imputato con la richiesta di pena più alta, l’ispettore Antonio Gugliotta, rischia 5 anni, 8 mesi e 5 giorni per abuso di ufficio e abuso di autorità sui detenuti. Perciò Alessandro Perugini, all’epoca vice capo della Digos genovese, rischia 3 anni e 6 mesi per gli stessi reati. Perugini–fra parentesi–è lo stesso funzionario imputato in un altro «famoso» processo, relativo all’arresto e al pestaggio di un minorenne: un notissimo video ritrae il funzionario–vestito con un’indimenticabile maglietta color giallo canarino–mentre sferra un calcio in faccia al ragazzo, inginocchiato, circondato dagli agenti e col volto già tumefatto. Comunque sia Gugliotta, Perugini e tutti gli altri non rischiano niente. Anche se venissero condannati dal tribunale, nel gennaio 2009 scatterà la prescrizione e la giustizia–se vogliamo ancora chiamarla così–avrà fatto il suo corso con un nulla di fatto. Eppure i pm hanno spiegato in aula, sulla base di alcune centinaia di testimonianze, che nella caserma, fra le altre cose, si sbattevano teste contro i muri, si spezzavano dita, s’infilava la testa di detenuti nel buco del water, si manganellavano persone inermi, si minacciavano le ragazze di stupro… Questo processo è uno spaccato dell’Italia di oggi, perché mostra l’orrore nel quale possono sprofondare le democrazie, e perché mette a nudo quanto sia stata vile e irresponsabile la condotta delle istituzioni e del mondo politico in questi sette anni. E’ dal 2001 che sappiamo, oltre ogni ragionevole dubbio, e indipendentemente dai procedimenti penali, che la tortura è stata praticata su ampia scala. Eppure ci ritroviamo oggi con un ordinamento che ancora non contempla questo reato, con forze di polizia che si sono opposte all’operazione di pulizia e trasparenza che era necessaria, con governi che hanno avallato le promozioni degli imputati più «prestigiosi»: al processo su Bolzaneto non ci sono gli «alti papaveri» [rubo l’espressione all’imputato Vincenzo Canterini] sotto processo alla Diaz, ma intanto Perugini è diventato vice questore, Oronzo Doria [pena richiesta: 3 anni e 6 mesi] da colonnello è divenuto generale della polizia penitenziaria… La verità è che le istituzioni, le maggiori forze politiche, i governi che si sono alteranti in questi anni, vogliono che tutti ci abituiamo all’idea che si può convivere con la tortura, con gli abusi delle forze di polizie, con una Costituzione di fatto mutilata. Dopo tutto, pochi giorni fa il presidente Bush ha messo il veto alla legge del Congresso che voleva mettere un limite alle «tecniche di interrogatorio» praticate dalla Cia sui presunti terroristi. Così va il mondo. Scommettiamo che Bolzaneto, la tortura, l’impunità garantita ai responsabili delle violazioni compiute a Genova non saranno argomento di campagna elettorale né tantomeno di lavoro politico e parlamentare nella prossima legislatura?

Bologna - Denunciate le attiviste dopo l’azione alla Farmacia S. Antonio

Quattordici persone sono state denunciate per manifestazione non autorizzata dopo l’iniziativa di denuncia pubblica di venerdì 7 marzo alla Farmacia San Antonio di via Massarenti a Bologna che non vende la pillola del giorno dopo.
Un cinquantina di attiviste/i avevano lanciato una campagna di boicottaggio alle farmacie che non vendono il contraccettivo di emergenza con un’azione simbolica: lanciando polistirolo a forma di pillola, esponendo uno striscione, volantinando e attaccando adesivi sulla vetrata della farmacia. Il responsabile della farmacia aveva reagito in modo molto violento, insultando, aggredendo una delle militanti e cercando di stapparle il megafono, salvo poi denunciare i manifestanti stessi.
Il fatto in questi giorni sta scatenando un clima di tensione a cui ha contribuito il tono di condanna usato dalla Curia Bolognese, che domenica dalle pagine di Bologna Sette, settimanale diocesano supplemento del quotidiano Avvenire, ha accusato le manifestanti di essere delle violente e di voler fare “Strategia del terrore”. “Se gli occupanti vogliono fare del loro corpo quello che più gli piace facciano pure – scrive l’organo della Diocesi di Bologna - ma non pretendano di ottenere con la violenza e simili manifestazioni la cooperazione di chi sulla base di dati medico-scientifici e professionali è profondamente contrario: se così fosse violenterebbero la libertà personale e professionale di coloro che esercitano un servizio sanitario”.
Sui fatti è intervenuto anche il presidente dell’ordine dei farmacisti Franco Cantagalli che ha ribadito: niente obiezione sulla “pillola del giorno dopo” e si è richiamato a una circolare emessa a novembre che avvisava i farmacisti di poter incorrere in “omissione o rifiuto di atti d’ufficio” nel caso non vendessero il contraccettivo d’emergenza.

Omicidio Sandri, la superteste giapponese"L'agente mirò per 10 secondi"

Il racconto della testimone dell'omicidio del tifoso laziale, ucciso sulla A1"Puntò la pistola verso quell'auto. La teneva con entrambe le mani. Poi sparò"

"Quel poliziotto prima di sparare puntò l'arma e prese la mira per dieci secondi...". È l'accusa della supertestimone dell'omicidio di Gabriele Sandri. Ma non solo: cinque giorni prima aveva superato con giudizio positivo l'addestramento al poligono di tiro. Era il 6 novembre 2006, qualche giorno dopo, domenica 11, l'agente della polstrada Luigi Spaccarotella estrasse la pistola d'ordinanza e sparò contro l'auto con a bordo Gabriele Sandri uccidendo il 28enne tifoso della Lazio. "Non fu un colpo accidentale. Quell'agente mirò prima di premere il grilletto" hanno sempre sostenuto i famigliari di Sandri, assistiti dall'avvocato Michele Monaco. Una ricostruzione fatta propria dal pm Giuseppe Ledda che, a chiusura delle indagine, ha confermato l'imputazione di "omicidio volontario". Una conclusione basata su alcune dichiarazioni. Ad accusare il giovane poliziotto sono due donne e in particolare un'operatrice turistica giapponese che per caso quella domenica si trovava nell'area di servizio di Badia al Pino sull'A1, vicino ad Arezzo. Keiko H., 42 anni, è la supertestimone dell'inchiesta sull'uccisione di "Gabbo". Il 15 novembre ha raccontato la sua verità agli investigatori della guardia di finanza e ora le sue dichiarazioni sono finite tra le migliaia di pagine depositate dalla Procura di Arezzo. "Dopo aver fatto colazione - si legge sul verbale - uscivo dall'autogrill per fumare una sigaretta nel piazzale antistante. All'improvviso sentii uno sparo. Ma non capivo la provenienza. Vidi allora dei ragazzi, dall'altra parte dell'autostrada, scappare e correre verso delle autovetture. Successivamente vidi i due poliziotti correre verso di me e in particolare uno dirigersi verso l'estremità del piazzale mentre dall'altra parte i ragazzi salivano su un'autovettura di colore chiaro. Il poliziotto dopo essersi fermato puntava una pistola tenendola con entrambe le mani protese in direzione dell'autovettura e dopo circa dieci secondi sparava. Ricordo bene il momento dello sparo: l'autovettura era in movimento e anche dopo proseguiva la marcia. A quel punto, impaurita, mi sono recata verso il pullman sul quale viaggiavo".
La versione della giovane giapponese trova conferma anche dal racconto da una cassiera dell'autogrill. La donna però riferisce di aver sentito uno solo sparo. "All'interno del market un mio collega aiutava a fare delle fotocopie, dopo alcuni minuti l'agente è uscito. Dopo un quarto d'ora udivo il suono di una sirena. Allora uscivo dal locale e vidi che c'erano due auto della polizia. Nell'area di servizio opposta vedevo delle persone correre con in mano dei bastoni o qualcosa di simile e raggiungere un'autovettura e saliti a bordo partire in direzione nord". La dipendente dell'autogrill racconta poi il momento dello sparo. "In quell'istante uno dei poliziotti mi è passato davanti. Giunto alla fine del guardrail, all'altezza di un cumulo di terra smossa, ha disteso entrambe le mani impugnando la pistola. Ha aspettato che quell'auto imboccasse la rampa che da accesso all'autostrada e poi ho udito un colpo di pistola. E mentre l'auto continuava il suo viaggio, il poliziotto è tornato sui suoi passi, sempre correndo, e ha raggiunto i suoi colleghi". E ancora: "Non ho notato assolutamente se il poliziotto durante la corsa, sia all'andata che al ritorno, avesse in mano una pistola che, ripeto, gli ho visto impugnare solo poco prima della sparo".

G8, Bolzaneto: chieste condanne per oltre 76 anni per i poliziotti

Condanne complessive a 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione. Per i 44 imputati. Per uno solo dei 45 imputati, Giuseppe Fornasiere, è stata chiesta l'assoluzione. Le pene variano da 5 anni, 8 mesi e 5 giorni a 6 mesi di reclusione. Chiesta inoltre la condanna detentiva per i cinque medici presenti nell'area sanitaria. A Bolzaneto, durante il G8, furono inflitte alle persone fermate "almeno quattro" delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli anni Settanta, configurano "trattamenti inumani e degradanti". Atti di tortura, insomma, ma le leggi italiane in materia non prevedono questo reato e i pm hanno dovuto ripiegare su accuse meno gravi. La pena più pesante, 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, in servizio nella struttura di Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001 come responsabile della sicurezza. E' accusato di abuso d'ufficio e abuso di autorità contro detenuti, per aver agevolato e comunque non impedito la condotta degli altri poliziotti come avrebbe dovuto e potuto fare nella sua veste di responsabile alla sicurezza. In particolare avrebbe percosso con calci, pugni, sberle e anche con il manganello in dotazione gli arrestati e i fermati per identificazione. Pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione anche nei confronti di Alessandro Perugini, ex numero due della Digos di Genova, il funzionario più alto in grado presente nella caserma, accusato di abuso d'ufficio e di abuso di autorità contro i detenuti. Stessa richiesta di condanna per Anna Poggi, commissario capo di polizia, per il generale della Polizia Penitenziaria Oronzo Doria (all'epoca colonnello), responsabile del coordinamento e dell' organizzazione, per gli ufficiali di custodia cap. Ernesto Cimino e cap. Bruno Pelliccia, che devono rispondere degli stessi reati. Complessivamente i capi d'accusa contestati dai pm sono stati 120.
Quanto ai medici, per Giacomo Toccafondi, coordinatore, accusato di abuso di atti d'ufficio e di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni, 6 mesi e 25 giorni di reclusione; per Aldo Amenta 2 anni, 8 mesi e 15 giorni; per Adriana Mazzoleni, 2 anni, e 3 mesi; per Sonia Sciandra, 2 anni, 8 mesi e 25 giorni per Marilena Zaccardi, 2 anni, 3 mesi e 20 giorni.
Quello che avvenne a Bolzaneto - hanno sostenuto i pm - fu un comportamento inumano e degradante ma, non esistendo una norma penale (per la quale l'Italia è inadempiente rispetto all'obbligo di adeguare il proprio ordinamento alla convenzione internazionale), l'accusa è stata costretta a contestare agli imputati l'art.323 (abuso d'ufficio) che comunque sarà prescritto nel 2009. L'unico reato per cui sono richieste 10 anni per la prescrizione è il falso ideologico.Altri reati contestati a vario titolo sono: violazione della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, abuso di autorità nei confronti di persone arrestate o detenute, minacce, ingiurie, lesioni.Parlando dei disegni di legge mai tramutati in legge, il pm Petruzziello ha detto che per il reato di tortura e per il trattamento inumano e degradante sarebbe prevista l'imprescrittibilità e le pene varierebbero da 4 a 10 anni. Nel caso in esame, invece, i reati si prescriveranno quasi tutti nel 2009.
«Hanno picchiato, seviziato, torturato, ma verranno tutti assolti per avvenuta prescrizione. La verità e la giustizia sul g8 di Genova non troveranno spazio, come era prevedibile, nelle aule tribunali», afferma Francesco Caruso, deputato del Prc ed esponente della Sinistra arcobaleno. «Loro hanno abusato del potere e del manganello, hanno picchiato, sequestrato, minacciato, seviziato, torturato, ma sono innocenti, noi che invece abbiamo manifestato per un altro mondo possibile, noi che combattiamo ogni giorno contro le ingiustizie sociali e in difesa dei più deboli - prosegue Caruso - siamo noi i veri delinquenti». «I responsabili delle violenze di Genova saranno tutti assolti per avvenuta prescrizione - spiega - perchè nel codice penale italiano non è previsto il reato di tortura: infatti quando si tratta di adeguarsi ai diktat economici dell'Unione Europea, i governi di centrodestra o centrosinistra si affannano precipitosamente, incuranti dei disastri sociali che essi comportano, ma quando si tratta di adeguare il proprio ordinamento penale alle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, le accuse di inadempienza dell'Unione Europea restano sempre lettera morta, tant'è che l'introduzione del reato di tortura, approvato dalla Camera dei Deputati nel dicembre 2006, non è mai arrivato al Senato ed anche per questo i torturatori in Italia resteranno impuniti».

Tornano i licenziamenti politici. Ieri cinque casi solo a Roma

In attesa che il Pd o il Pdl azzerino l'articolo 18, gli imprenditori sembrano voler fare da soli. L'ultima settimana si era chiusa, nel più completo silenzio della stampa, con un vero e proprio licenziamento politico, quello del delegato Filt/Cgil di Massa Carrara, che aveva denunciato le condizioni di scarsa sicurezza dei porti toscani nel corso di un convegno organizzato dallo stesso sindacato. A Roma, nello stesso giorno, nei confronti di un altro delegato, questa volta della Flaica-Rdb presso la Coop Tirreno, c'era stato un pesante episodio di minacce, subito denunciato dal sindacato. Peraltro, l'ultimo di una lunga serie. L'unica sua colpa, anche in questo caso, è di aver messo in evidenza le carenze in materia di sicurezza sul lavoro. E questo mentre si erano appena spenti gli echi dell'aggressione alla lavoratrice della Esselunga di Milano. Lei, invece, aveva denunciato l'impossibilità di potersi recare al bagno con una certa frequenza a causa di una grave patologia. Ieri, a Roma è stata una vera e propria "giornata di passione". Oltre alla strana vicenda Nokia dove sono state licenziate tre lavoratrici, iscritte al sindacato, in base a motivazioni sulle quali il sindacato ha espresso molti dubbi, ci sono stati ben due casi di vera e propria estromissione dal posto di lavoro. Tutti e due con la stessa motivazione: troppe assenze per malattia. Il primo al Policlinico Tor Vergata dove a fare le spese dell'assurdo conteggio è stato Edoardo, rappresentante sindacale della RdB-CUB alla Arcobaleno srl che gestisce, in regime di appalto, i servizi socio sanitari, ricoverato ed operato più volte. Il sindacalista si era distinto nei mesi scorsi per aver portato avanti la lotta degli esernalizzati e, prima di essere licenziato ha subìto, così come diversi lavoratori iscritti alla RdB-CUB, diversi provvedimenti disciplinari «a dir poco pretestuosi».«Ricordiamo il caso recente della lavoratrice della Cassa di Risparmio di Genova - si legge nel comunicato sindacale -che è stata licenziata perché, in stato di gravissima malattia ha superato il limite delle assenze». RdB-CUB «affronteranno anche questo sopruso, anche alla luce del fatto che la Arcobaleno srl che lo ha licenziato è un intermediario, Edoardo e tutti i suoi colleghi lavorano per il Policlinico Tor Vergata, per il servizio Pubblico, non può essere licenziato se non dal vero datore di lavoro».L'altro caso riguarda una lavoratrice della storica fabbrica di biscotti Gentilini, sempre a Roma. La donna, che aveva un contratto a tempo indeterminato ma circa undici anni, ha ricevuto la lettera che la metteva alla porta l'8 marzo. Ieri i suoi colleghi hanno indetto uno sciopero di tre ore. «La rappresentanza sindacale è stata scavalcata - sottolineano i lavoratori - perché le norme prevedono che se si deve licenziare in tronco un dipendente prima si avvisa la rappresentanza sindacale e si spiegano le motivazioni. In questo caso la procedura non è stata rispettata: l'azienda ha avuto un comportamento antisindacale. La nostra collega ultimamente ha avuto dei problemi di salute e per questo si è dovuta assentare per diverso tempo, fornendo sempre regolari certificati medici per giustificare la sua assenza: l'hanno licenziata perché sta male». Quindi i componenti della rappresentanza sindacale hanno aggiunto che «da quando è arrivato il nuovo direttore amministrativo in questa azienda è cambiato il clima, ci ha già avvertito che la sua linea di gestione del personale è questa. Ad un'altra ragazza attualmente in maternità la direzione ha detto che la sua maternità rappresenta un problema per l'azienda: è assurdo». Per quanto riguarda il caso Nokia, la Fiom-Cgil in un comunicato parla di licenziamento «gravissimo ed inaspettato, visto che l'azienda non ha mai dichiarato esuberi e che né la Fiom/Cgil né le lavoratrici, tutte e tre iscritte al sindacato, avevano avuto alcun preavviso di quanto l'azienda aveva deciso di mettere in atto». Ieri le lavoratrici, che si sono presentate in ufficio non avendo ancora ricevuto alcuna lettera di licenziamento ufficiale, sono state bloccate alla reception come indesiderate.

Genova G8: Nei guai anche cinque agenti dell'ufficio matricola della caserma di Bolzaneto. Oggi le richieste dell'accusa.

Battute finali della requisitoria dei pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati nel processo per le violenze che si consumarono nella caserma di Bolzaneto durante il G8 genovese. Dopo il colpo di scena dell'ultima udienza con la richiesta di trasmissione degli atti per falsa testimonianza nei confronti di una decina di carabinieri, ieri i pm hanno illustrato le posizioni degli addetti all'ufficio matricole e dei cinque medici che a Bolzaneto ebbero a che fare con i manifestanti arrestati. I primi sono accusati di falso ideologico, mentre per i medici il capo d'imputazione parla di abuso d'ufficio e omissione di refertazione. Per oggi sono attese, invece, le richieste di pena per i 45 imputati. A loro, i due pm contestano ben 120 capi d'accusa. La maggior parte dei reati però cadrà in prescrizione già nel gennaio del 2009, il che significa che la sentenza, qualsiasi essa sia, non potrà mai superare i tre gradi di giudizio. Dopo aver analizzato nelle passate udienze le presunte responsabilità di funzionari della polizia di Stato e di quella Penitenziaria, i pm sono passati dunque ieri ad illustrare le accuse nei confronti degli addetti all'ufficio matricola, sei in tutto e tutti accusati di falso ideologico per aver "accomodato" le dichiarazioni di primo ingresso degli arrestati alla Diaz.In sostanza, in particolare gli stranieri, sarebbero stati costretti a firmare dei modelli precompilati nei quali dichiaravano di non voler avvisare del fermo né i famigliari, né il consolato competente. Imputati sono i tre esecutori materiali (Giovanni Amoroso, Michele Sabia Colucci, Marcello Mulas) che stilarono i fogli d'ingresso dei detenuti, usando - secondo l'accusa - delle fotocopie per sveltire il lavoro; il sovrintendente Egidio Nurchis che li siglò tutti e quindi non poteva non essere a conoscenza di quanto vi era scritto, e due ispettori, il capo matricola Paolo Tolomeo e Giuseppe Fornasiri, per il quale però Petruzziello e Miniati hanno chiesto il proscioglimento «in quanto non è stato possibile dimostrare che fosse a conoscenza dei fatti».Paradossalmente il falso ideologico è uno dei reati più gravi contestati nel processo per i fatti di Bolzaneto e con i tempi di prescrizione più lunghi.I pm sono passati quindi ad analizzare le posizioni dei cinque medici che nella caserma si occuparono dei detenuti: Giacomo Toccafondi, Adriana Mazzoleni, Sonia Sciandra, Aldo Amento e Marilena Zaccardi. Nei loro confronti l'accusa è abuso d'ufficio e omissione di referto. Alla dottoresa Sciandra viene contestato anche il falso ideologico per non aver riportato nel diario clinico, le dichiarazioni di una paziente su un suo problema fisico. Dopo le richieste di pena la parola passerà ai difensori delle parti civili. Il primo a parlare sarà l'avvocato Stefano Bigliazzi

fonte: secolo xix

10 marzo 2008

Le chiamano "missioni di pace". Torturatore italiano: "In Afghanistan facciamo così". Video terrificante su "Le Iene"

Luigi Pelazza delle "Iene" si sottopone ad un interrogatorio. Vengono descritte nei minimi particolari le tecniche di interrogatorio e di tortura oggi applicate per far parlare i "presunti terroristi". Esiste un manuale militare Usa e alcuni italiani hanno imparato benissimo...



11 marzo 1977 - 11 marzo 2008 In ricordo di Francesco Lorusso

Anche quest'anno, come ogni anno dall'11 marzo 1977, alle ore 10.30, in via Mascarella, i familiari, gli amici e i compagni di Francesco Lorusso danno appuntamento a tutti coloro che vogliono ricordare Francesco, davanti alla lapide che testimonia il suo brutale assassinio. Alle ore 11.15 poi ci sarà una deposizione di fiori al Monumento del Giardino Lorusso presso la multisala di via Berti 2. Pubblichiamo un ricordo firmato da Mauro Collina.

Credo che 31 anni siano un tempo sufficiente per cominciare a guardarsi indietro, per tentare di raccontare un'altra storia, diversa da quella spacciata dai "vincitori", diversa da quella dei "dissociati" dalla propria giovinezza, diversa da quella dei tanti grilli parlanti rigeneratisi nelle pieghe della normalizzazione. Una storia fatta di gioie, entusiasmi, lotte, ideali, valori ma soprattutto di critica sociale, oggettiva e soggettiva. Vale la pena raccontare per far conoscere discutere per capire e far capire, contrastare il pensiero unico della non alternativa, delle ingiustizie, delle verità nascoste, della precarietà,degli assassinii sul lavoro, delle guerre,del denaro come unico parametro e valore.
11 marzo 1977 alle 9 di mattina nella zona universitaria ci sono già molti compagni ,in piazza verdi si stanno raccogliendo le ultime adesioni per la manifestazione nazionale del movimento del giorno dopo a Roma. Un compagno arriva dicendo che nell'aula magna di anatomia in Via Irnerio i "ciellini" si stanno radunando per una assemblea, è del tutto evidente che si tratta di una provocazione ,sono stati cacciati dalle facoltà occupate e adesso tentano di legittimarsi sfidando il movimento. Un gruppo di compagni raggiunge anatomia e viene subito riconosciuto e cacciato del servizio d'ordine di Comunione e Liberazione. I compagni tornano in piazza verdi e decidono di boicottare l'assemblea in gruppo ripercorrono via Zamboni e arrivati in Via Irnerio vedono che i "ciellini" si sono barricati nell'aula e sono armati di bastoni ,partono le bordate di slogan,e si discute il che fare. Dopo qualche minuto primo fatto strano arriva una colonna di camion dei carabinieri, in genere i primi ad accorrere erano i funzionari dell'Ufficio Politico (dopo pochissimo si sarebbe chiamato DIGOS). Non lasciano il tempo come abitualmente accadeva, di parlamentare, caricano sparando decine di candelotti ad altezza d'uomo e rincorrono tutti anche i passanti . I compagni ripiegano su Via Belle Arti e riprovano a tornare in Via Irnerio passando per Via Bertoloni, a circa trenta metri dall'incrocio si debbono fermare e buttare a terra gli stanno sparando contro e questa volta non sono candelotti. Cresce la rabbia e da Piazza Verdi altri compagni risalgono Via Mascarella, nel frattempo la colonna dei CC sta risalendo verso Piazza dei Martiri sempre su Via Irnerio, all'incrocio con Via Mascarella si ferma ed è li che viene colpito alla schiena Francesco Lorusso 24 anni studente di medicina militante di Lotta Continua . Del suo omicidio fu incolpato un giovane carabiniere ausiliario Massimo Tramontani assolto in istruttoria grazie alla famigerata Legge Reale (anche Mario Placanica era carabiniere ausiliario, anche lui non rinviato a giudizio con le stesse motivazioni"uso legittimo delle armi..."). Ma fu davvero Tramontani a colpire Francesco? Lui stesso di recente ha ammesso di non saperlo. I fori sulle colonne e sui muri portano a dire con certezza che non fu il solo ma allora chi sparò verso i compagni e per la seconda volta? E perchè lo fece? Nella ricostruzione fatta dal comitato di controinchiesta molti testimoni parlarono di un individuo sulla cinquantina che sceso da una 127 di colore blu che apriva la colonna dei CC aveva aperto il fuoco nella direzione dei compagni che scappavano. Lo stesso Sindacato di polizia SIULP, aveva ricostruito le dinamiche della mattinata che coincidevano perfettamente con quelle del comitato e avevano preparato un numero speciale della rivista. Quel numero non fu mai stampato anche grazie all'intervento del Ministro degli interni Francesco Kossiga, lo stesso che dopo meno di due mesi tentò di nascondere la verità sulle sue squadre speciali che a Roma avevano ucciso Giorgiana Masi. Purtroppo con il non luogo a procedere non si è mai avuta la possibilità di arrivare ad un processo e nessuna corte ha avuto la possibilità di ascoltare le testimonianze. Ma perché a Bologna si cerca il morto in maniera così determinata, si spara per ben due volte contro persone che scappano e comunque in una situazione dove nemmeno erano necessari i lacrimogeni?
Per tutto ciò, per Francesco e per Carlo, per tutti i compagni uccisi, incarcerati, esuli, per noi che avevamo 20 anni allora per chi ha 20 anni oggi, per non dover più ascoltare le parole rotte dall'emozione di un'altra mamma ( Virginia, Haidi, Patrizia...) che chiede con fierezza e disperazione verità e giustizia . Per questo e forse per tante cose ancora, noi "amici di Francesco", saremo martedì 11 marzo alle 10 in Via Mascarella, purtroppo con un grande vuoto dentro, l'assenza di Agostino che è venuto a mancare , si fa sentire. Se Virginia ci aveva insegnato a riflettere, a non odiare, da Agostino abbiamo imparato a ricercare sempre verità e giustizia.


Mauro Collina

9 marzo 2008

Milano: espulso in base al decreto Pisanu, ora rischia la vita in Turchia

L'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo è una norma di rara brevità e chiarezza: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a trattamenti inumani o degradanti". E' una di quelle norme che a noi, cittadini dell'occidente democratico, sembrano scritte per altri luoghi, per remoti continenti. Così fa una certa impressione apprendere che anche l'Italia di recente l'ha violata. La vittima si chiama Cherif Foued Ben Fitouri e da quattordici mesi è recluso in un carcere tunisino dove è stato inviato proprio da noi. Fino al 4 gennaio dello scorso anno, Cherif Foued aveva vissuto a Milano con sua moglie, cittadina italiana, e le tre figlie. La mattina di quel giorno, mentre era al lavoro, fu fermato, condotto in questura e immediatamente espulso secondo la procedura prevista dal "decreto Pisanu". Cioè sulla base dei sospetti della polizia. L'ordine di espulsione accusava Cherif Foued di avere un "consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano nel panorama del radicalismo islamico presente in Italia" e perciò di essere coinvolto in "progettualità terroristiche". Ma, secondo i familiari e il suo legale, Cherif Foued - che al momento dell'arresto era titolare di un regolare permesso di soggiorno ed era incensurato - aveva solo avuto la sfortuna di condividere, prima del matrimonio, un alloggio con alcuni suoi connazionali in seguito inquisiti per terrorismo. Circostanze che, assieme all'argomento giuridico fondato sulla violazione dell'articolo 3 della Convenzione, sono state esposte in un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Ricorso che, naturalmente, è stato presentato a espulsione avvenuta. Di certo la situazione giudiziaria di Cherif Foued era ben diversa da quella di un altro tunisino, Nassim Saadi, che invece è stato condannato sia in Italia (quattro anni e mezzo di reclusione), sia in Tunisia (vent'anni di carcere) perché ritenuto colpevole di far parte di un'organizzazione terroristica. Anche nei confronti di Nassim Saadi, infatti, era stata disposta l'espulsione dal territorio nazionale sulla base del "decreto Pisanu". Solo che, per qualche ragione, non fu eseguita immediatamente. Così Nassim Saadi ebbe il tempo di ricorrere a Strasburgo. La decisione è arrivata alcuni giorni fa. Con sentenza unanime, la Corte europea si è opposta all'espulsione affermando che l'Italia, se la mettesse in atto, violerebbe l'articolo 3 della Convenzione. La Tunisia - come emerge anche dall'ultimo rapporto di Amnesty International - è considerata un paese che non offre garanzie di rispetto della norma che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. E' probabile che in tempi rapidi arrivi anche la decisione sul caso di Cherif Foued. E poiché l'argomento fondamentale è analogo a quello sostenuto dalla difesa di Nassim Saadi, anche la sua espulsione sarà dichiarata illegittima. Ma ciò avverrà dopo che il danno è stato prodotto: quattordici mesi di reclusione, la rovina economica, una famiglia gettata nella disperazione. Quanto fatti come questo siano utili alla lotta contro il terrorismo internazionale è un mistero. Dal confronto tra le due vicende si ricava l'impressione di una giustizia che agisce in modo del tutto casuale. Più che una lotta, una lotteria. Il pluricondannato Nassim Saadi è rimasto in Italia, mentre l'incensurato Cherif Foued è stato espulso. Solo quando uscirà dal carcere si potrà fare il bilancio definitivo dei danni e dell'entità della violazione dei diritti umani della quale siamo stati autori.

8 marzo 2008

Roma: Aggredite dalle forze dell'ordine tre compagne di Action

Questa mattina action è tornata ad occupare in via Lucio sestio n.10, nella decima circoscrizione della capitale. Un'occupazione di sole donne. Una risposta ad silenzio delle istituzioni, una risposta delle donne. Un appartenente delle forze dell'ordine ha aggredito senza alcuna giustificazione tre donne che all'esterno del luogo occupato stavano volantinando, trascinandole al commissariato. Due delle tre donne durante l'aggressione sono finite violentemente a terra sbattendo la testa. Ora si trovano all'Ospedale di San Giovanni per ricevere le cure.

Milano Cpt Corelli: due denunce e decine di persone in un limbo infernale

Un trans brasiliano aspetta di essere visitato nell'infermeria del Cpt di Corelli. Nella sala d'attesa ci sono due file di sedie, la prima è occupata da rappresentanti delle forze dell'ordine, la seconda da altri immigrati. Non ci sono posti liberi nella seconda fila, si siede vicino a un poliziotto. Scattano gli insulti e la rissa. Il brasiliano viene preso e portato in un'altra stanza, viene picchiato da sette o otto poliziotti. È solo una delle denunce che ho raccolto insieme all'avvocato Livio Neri nel corso delle due visite che ho svolto giovedì 6 e venerdì 7 marzo al Cpt di via Corelli. Un altro caso eclatante e drammatico riguarda S. R. M., una donna cilena che ha vissuto una vera e propria odissea: il 7 febbraio scorso mentre la portavano in aeroporto per essere espulsa, disperata, si è tagliata le vene; a quel punto è stata prima blandamente medicata, poi presa a schiaffi, sedata coattivamente e messa di forza sull'aereo. L'equipaggio si è rifiutato di imbarcarla ed è stata riportata al Cpt. Entrambi hanno sporto denuncia.Le situazioni a dir poco paradossali, tra i 99 migranti presenti oggi nella struttura, non sono finite: da alcuni mesi la "novità" del Cpt sono le badanti, assunte in nero e "scaricate" dalle famiglie presso cui lavoravano nel momento in cui vengono fermate per qualche controllo e risultano prive del permesso di soggiorno.C'è T. Y. M, originaria del Ciad, che ha chiesto asilo politico, le è stato rifiutato ma la commissione giudicatrice sostiene che non possa essere rimpatriata a causa dei conflitti che dilaniano il suo Paese. Tra due giorni scade il termine di detenzione al Cpt (60 giorni). Quale sarà il suo destino? Resta in un limbo.A. A. L., nigeriano, da 26 anni in Italia con regolare permesso di soggiorno, lavora come autotrasportatore, abita a Cremona. Il permesso di soggiorno scade il 26 gennaio 2006, chiede alla questura di Cremona il rinnovo; gli viene prolungato il permesso fino all'aprile 2006. Ma proprio in aprile viene arrestato per una rissa. Uscito da S. Vittore viene portato in questura dove gli viene notificata l'espulsione per il permesso di soggiorno scaduto. Lì spiega che gli era stato prolungato dalla questura; essendo in carcere non aveva potuto rinnovarlo. Le sue ragioni vengono ignorate: finisce al Cpt in attesa di espulsione. Corelli significa poi famiglie distrutte. Come nel caso di un uomo tunisino, nel nostro Paese da 19 anni; convivente di una marocchina con cittadinanza italiana con la quale non può sposarsi perché la donna è in attesa del divorzio da un precedente matrimonio. Ma quando finalmente tutto è pronto, B.M. si rivolge al consolato tunisino per avere i propri documenti e scopre che la pratica durerà dai due ai tre mesi. Giusto il tempo per essere fermato, come accade, condotto al Cpt e ora rischia di essere espulso entro il 13 marzo.Un episodio analogo ha coinvolto H. A. C., tunisino domiciliato a Perugia da 15 anni, vive con la compagna, una donna ucraina con regolare permesso di soggiorno, dalla quale ha avuto un figlio, che oggi ha 7 anni, e ne aspetta un secondo. Con loro vive anche un'altra figlia del tunisino. Ebbene, l'uomo è stato condotto in via Corelli per l'espulsione, separato dalla famiglia: oltre tutto il suo era l'unico stipendio in casa.Dulcis in fundo, gli infortuni sul lavoro. C. C. è un giovane tunisino, da 3 anni in Italia, lavora in nero nel campo dell'edilizia; nel 2006 subisce un incidente sul lavoro con gravi conseguenze alla schiena e all'occhio destro. Viene aperto un procedimento all'Inail per il riconoscimento dell'infortunio e la relativa richiesta di risarcimento. Nel frattempo però viene fermato e, non avendo il permesso di soggiorno, portato al Cpt. Il magistrato non convalida l'espulsione a causa del processo in corso, ritenendo che C. C. debba restare in Italia fino alla fine della causa. Ma dopo due giorni viene riportato in questura dalle forze dell'ordine dove gli viene notificato un nuovo decreto d'espulsione che questa volta un altro magistrato convalida.Questo è, oggi, Corelli. Di fronte a queste storie di vita risulta ancor più comprensibile la richiesta avanzata da più parti affinché tutti coloro che hanno presentato domanda in occasione dell'ultimo decreto flussi, dimostrando di avere un lavoro stabile in Italia, possano essere regolarizzati, e non solo i 170mila previsti dall'esecutivo. Ritengo anche doveroso che il governo chieda alla polizia di avviare al suo interno delle indagini per quanto riguarda i due episodi di violenze denunciati.

Vittorio Agnoletto

5 marzo 2008

Cosenza: Processo Sud ribelle, il 24 aprile la sentenza.

E’ terminata nel tardo pomeriggio la seconda udienza per le arringhe delle difese, oggi e’ stata la volta dell’avvocato Carlo Petitto che ha chiesto l’assoluzione per due imputati del processo intessuto su un teorema accusatorio e diretto, in aula dal PM Domenico Fiordalisi, nella costruzione delle prove da ROS e DIGOS.
L’arringha dell’avvocato Petitto si e’ basata su una difesa politica, di ricostruzione storico-politica sia dei giorni di Napoli che di Genova, ma anche di qualche decennio prima per fugare ogni dubbio circa l’impreparazione degli inquirenti. Come il passaggio in cui gli organi di polizia scrivono che i comunisti e gli anarchici sono praticamente, politicamente, coincidenti.
E’ stato comunicato dalla Corte anche il calendario delle prossime udienze, il 17 e 31 marzo, il 16 e 23 aprile per gli avvocati della difesa, un giorno dopo il 24 aprile e’ prevista la sentenza.

SupportoLegale

4 marzo 2008

Genova G8, la procura chiede la condanna di Perugini

Nuova udienza oggi, la quarta, della requisitoria dei pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, che si concluderà il 10 marzo, per le violenze e i soprusi contro i detenuti, avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001 a Genova.
I pm hanno illustrato dapprima la posizione di Alessandro Perugini, all’epoca numero due della Digos di Genova e funzionario col grado più alto nella struttura di Bolzaneto. Poi hanno affrontato la posizione del commissario di polizia Anna Poggi, a sua volta imputata nel processo. Per entrambi è stata chiesta la condanna per abuso d’ufficio e abuso di autorità nei confronti dei detenuti. Condanne sono state chieste anche per altri imputati: il generale Oronzo Doria, Ernesto Cimino, Bruno Pelliccia e Antonio Biagio Gullotta. I pubblici ministeri hanno illustrato le varie fonti di prova fornite dalle parti lese sul trattamento subito nell’ufficio trattazione atti, nei corridoi e nelle celle. Lo stesso Perugini nel corso di un interrogatorio - hanno ricordato i pm - aveva ammesso che quando aveva visto i detenuti con mani alzate e con la faccia contro il muro non aveva fatto nulla per toglierli da quelle posizioni. «Non mi sono posto il problema» aveva risposto. Perugini, inoltre, aveva ammesso di aver visto un detenuto colpito in cella da uno spruzzo di spray urticante.
Per Perugini i pm hanno chiesto invece l’assoluzione per mancanza di prove per tre capi di imputazione che riguardavano presunte violenze su detenuti all’ufficio trattazione atti. Le accuse contestate agli imputati sono, a vario titolo, abuso d’ufficio, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, falso, violazione dell’ ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’ uomo e delle libertà fondamentali.

3 marzo 2008

Padova: La cassazione condanna attivisti del centro sociale Pedro per la manifestazione contro il caro vita

Per la Cassazione e’ reato anche il solo tentativo di attuare un’azione dimostrativa di ‘spesa proletaria’, pur senza violenza. Per questa ragione, la Suprema Corte ha annullato le 25 assoluzioni per i ragazzi del centro sociale Pedro di Padova, emesse dal Tribunale il 13 gennaio 2006. Il giudice di merito ritenne che ‘questa forma di resistenza passiva fosse priva di interesse penale, non presentando modalita’ illecite. Contro la decisione presento’ ricorso il Pg di Venezia.

Val di SUSA: aggredito militante No Tav da esponente del Partito Democratico.

L’aggressione è avvenuta ieri nel tardo pomeriggio del 2 marzo, presso uno dei seggi allestiti dal Partito democratico per le primarie che devono stabilire chi saranno i coordinatori di zona del partito. L’aggressione è stata generata dal fatto che Zaccagni ha invitato ad una maggiore coerenza politica Vincenzo Torre, capogruppo di una lista del Pd, oggi favorevole alla costruzione della linea dell’Alta velocità ma protagonista di alcune foto che lo ritraggono con una bandiera No Tav.
Torre ha insultato Zaccagni, minacciandolo di morte per aver diffuso le foto che lo ritraggono con la bandiera, scattate, secondo il candidato del Pd, in seguito alle minacce di alcuni militanti valsusini. Dopo il breve diverbio Zaccagni è entrato nel seggio per votare. All’uscita ha trovato ad aspettarlo tre dei fratelli Lazzaro, imprenditori locali tra i principali sponsor della lista di Torre – in gran parte formata da ex appartenenti a Forza Italia e Alleanza nazionale – lo stesso Torre, il sindacalista Rodolfo Greco, Mario Faieta e un’altra persona non identificata. Zaccagni e suo figlio – intervenuto a difendere il padre – sono stati aggrediti anche fisicamente. Al momento si trovano in ospedale per varie lesioni.
Giovedì 6 marzo alle 13 è invece prevista l’ultima udienza del processo a Marco Martorana presso il Palazzo di giustizia di Torino. Martorana è accusato di aver aggredito un agente della Digos durante il corteo serale del 6 dicembre a Torino, in seguito allo sgombero del presidio di Venaus. Le accuse contro Martorana sono fondate sulle testimonianze di altri agenti della Digos che presentano una serie di incongruenze di vario tipo. «Niente di nuovo, un bell’arresto deciso a tavolino di anarchico pericoloso e violento del mondo squatter torinese [… ], così si poteva la repressione verso il movimento no tav, criminalizzare i cattivi movimento, vedere le reazioni e poi non dimentichiamo che iniziavano le proficue olimpiadi!», si legge nel comunicato di indizio
del presidio che si terrà davanti al Palazzo di giustizia in occasione dell’udienza.

Iniziativa in risposta all'aggressione

2 marzo 2008

Bologna: fermate tre ragazze che volantinavano

Sabato pomeriggio a Bologna tre ragazze che stavano volantinando in zona universitaria per il presidio di Martedì 4 marzo sotto il tribunale di Bologna (processo all'aggressore di Mara), sono state fermate da agenti della DIGOS in borghese e, in seguito, caricate in macchina con modi brutali e condotte in questura dove, alla stregua di delinquenti comuni, gli agenti le hanno fotografate e hanno preso le loro impronte digitali. Durante il fermo un agente ha sequestrato il cellulare di una delle tre ragazze che contattava un'avvocata dell'UDI. Le ragazze sono state trattenute in questura per quattro ore senza motivo.Era presente anche una poliziotta che è stata allontanata dai colleghi perchè non era d'accordo con i loro modi.Esprimiamo la più ferma condanna per l'atteggiamento fortemente intimidatorio degli "uomini" (esseri umani di sesso maschile) delle forze dell'ordine in questa circostanza nei confronti di donne che svolgono legittima attività politica. Tutta la nostra solidarietà alle tre compagne di Bologna e invitiamo tutte le donne ad unirsi e attivarsi affinchè questo grave episodio non passi inosservato dai mezzi di comunicazione e dall'opinione pubblica.

Firenze: incontro nazionale dei movimenti contro la repressione

Dopo Genova e Cosenza, questo di Firenze è un terzo passaggio verso la riapertura di uno spazio pubblico contro la repressione come risposta politica alla chiusura di un ciclo di movimento». C'era anche Federico Tomasello, coordinatore nazionale dei Giovani comunisti, quel 13 maggio del '99 davanti al consolato Usa sul Lungarno. E c'era ieri prima in corteo poi sotto il tendone di piazza S.Marco per il «processo al processo», l'incontro nazionale dei movimenti sociali contro la repressione che oggi discuterà anche del nuovo ciclo di conflitti sociali e del patto contro la precarietà.Nove anni dopo, 13 attivisti fiorentini (10 dell'area antagonista e 3 dell'area m-l) si sono visti comminare l'abnorme pena di 7 anni per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, quasi il doppio di quanto prenderebbe un governatore siciliano per le sue collusioni con i mafiosi. Sette anni senza prove sciaccianti, anzi, con video e foto (vedi www.inventati.org/13maggio99) a documentare la brutalità delle cariche della celere scatenate da una circolare del Viminale per reprimere ogni manifestazione sotto sedi consolari nei giorni in cui piovevano bombe alleate sulla Jugoslavia. «Era il giorno dello sciopero generale contro la guerra, c'erano lavoratori, bambini, passeggini, dirigenti sindacali. La carica fu improvvisa, ero con mia moglie e Amanda che aveva 3 anni quando arrivarono i lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. La polizia picchiava tutti, Amanda piangeva disperata e per fortuna, perché le lacrime le pulivano gli occhi. Le ho portate in un negozio di animali, poi sono tornato in piazza. La segretaria Cisl, che non cammina bene, fu salvata da un lavoratore che la prese in braccio», racconta John Gilbert, statunitense no war, fiorentino dal 1981. Perfino la digos, guidata allora da uno degli attuali capi dei servizi segreti, storse il naso. Perfino un sindaco come Dominici storce il naso adesso di fronte a una condanna così pesante. Più di quanto avesse reclamato il pubblico ministero. Firenze, città del primo social forum e città dei lavavetri perseguitati dai vigili. Firenze che vede sfilare un piccolo corteo, un migliaio di persone, spaccato in due. Con gli m-l davanti a sventolare le loro bandiere e accendere petardi e dietro i duecento occupanti della caserma dismessa dall'esercito a Sesto, migranti e disertori della guerra permanente, che in una settimana hanno già sventato due tentativi di sgombero. Avrebbero dovuto aprire loro (con l'area antagonista e i Cobas, le Rdb, pezzi di Rifondazione, Arci, Fiom, Attac, pacifisti…) il corteo che sarebbe confluito sotto il tendone per la prima assemblea. Un'assemblea di racconti. Racconti di pratiche, conflitti, repressione. Perché non si scriva la storia del conflitto nelle aule di tribunale. Il censimento dei processi alle lotte vede 11500 attivisti sotto processo, due anni fa erano 8mila. I primi cinque saranno interventi di donne - fiorentine, vicentine del presidio No Dal Molin, parlerà Raffaella Bolini dell'Arci nazionale - per leggere l'attacco al corpo e alla libertà delle donne nella pervasività della guerra permanente. «Abbiamo voluto costruire un'iniziativa che andasse oltre la solidarietà, che parlasse di guerra interna, politiche sicuritarie, che facesse parlare tra loro i conflitti in corso, c'è tanto fuori di noi: i No Tav, chi lotta contro discariche e inceneritori in Campania, i vicentini», spiega a Liberazione, Bruno Paladini, figura storica del movimento antagonista toscano, e condannato per il 13 maggio.A differenza di altre occasioni nessuno sembra essere arrivato a Firenze, segno dei tempi, con proposte precise. Certo ci sono due date "naturali", 8 marzo e primo maggio, e qualche idea potrebbe venir fuori. Però è ben chiara l'urgenza di una «campagna per depenalizzare i reati di piazza sennò - dice Italo Di Sabato dell'Osservatorio contro la repressione - i conflitti rischiano di essere espulsi dall'agenda politica». «Va stabilita una scala etica della giustizia, lo dice anche Magistratura democratica, chi ha buttato una molotov contro il portone di una carcere, come a Genova, non può stare dentro più di chi ha ucciso due fidanzate», aggiune Bolini. «Accanto alla proposta di amnistia - dice Andrea Alzetta, il tarzan di Action - vanno pensate in positivo leggi sui nuovi diritti». «La guerra riduce gli spazi di democrazia - ricorda Luca Casarini - anche nei paesi da dove parte». «Intanto si allarga l'area della marginalità urbana, spesso invisibile, fuori dalla politica», ammonisce Vincenzo Striano dell'Arci toscana.

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